DIFENDERE LA VERA FEDE
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Interviste concesse dal Papa

Ultimo Aggiornamento: 18/10/2017 18.49
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              INTERVISTA A PAPA FRANCESCO

di Padre Antonio Spadaro
per Civlità Cattolica


 

Santa Marta,

lunedì 19 agosto ore 9,50

È lunedì 19 agosto. Papa Francesco mi ha dato appuntamento alle 10,00 in Santa Marta. Io però eredito da mio padre la necessità di arrivare sempre in anticipo. Le persone che mi accolgono mi fanno accomodare in una saletta. L’attesa dura poco, e dopo un paio di minuti vengo accompagnato a prendere l’ascensore. Nei due minuti ho avuto il tempo di ricordare quando a Lisbona, in una riunione di direttori di alcune riviste della Compagnia di Gesù, era emersa la proposta di pubblicare tutti insieme un’intervista al Papa. Avevo discusso con gli altri direttori, ipotizzando alcune domande che esprimessero gli interessi di tutti. Esco dall’ascensore e vedo il Papa già sulla porta ad attendermi. Anzi, in realtà, ho avuto la piacevole impressione di non aver varcato porte.

Entro nella sua stanza e il Papa mi fa accomodare su una poltrona. Lui si siede su una sedia più alta e rigida a causa dei suoi problemi alla schiena. L’ambiente è semplice, austero. Lo spazio di lavoro della scrivania è piccolo. Sono colpito dalla essenzialità non solamente degli arredi, ma anche delle cose. Ci sono pochi libri, poche carte, pochi oggetti. Tra questi un’icona di san Francesco, una statua di Nostra Signora di Luján, Patrona dell’Argentina, un crocifisso e una statua di san Giuseppe dormiente, molto simile a quella che avevo visto nella sua camera di rettore e superiore provinciale presso il Colegio Máximo di San Miguel. La spiritualità di Bergoglio non è fatta di «energie armonizzate», come le chiamerebbe lui, ma di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria.

Il Papa mi accoglie col sorriso che ormai ha fatto più volte il giro del mondo e che apre i cuori. Cominciamo a parlare di tante cose, ma soprattutto del suo viaggio in Brasile. Il Papa lo considera una vera grazia. Gli chiedo se si è riposato. Lui mi dice di sì, che sta bene, ma soprattutto che la Giornata mondiale della gioventù è stata per lui un «mistero». Mi dice che non è mai stato abituato a parlare a tanta gente: «Io riesco a guardare le singole persone, una alla volta, a entrare in contatto in maniera personale con chi ho davanti. Non sono abituato alle masse». Gli dico che è vero, e che si vede, e che questo colpisce tutti. Si vede che, quando lui è in mezzo alla gente, i suoi occhi in realtà si posano sui singoli. Poi le telecamere proiettano le immagini e tutti possono vederle, ma così lui può sentirsi libero di restare in contatto diretto, almeno oculare, con chi ha davanti a sé.

Mi sembra contento di questo, cioè di poter essere quel che è, di non dover alterare il suo modo ordinario di comunicare con gli altri, anche quando ha davanti a sé milioni di persone, come è accaduto sulla spiaggia di Copacabana. Prima che io accenda il registratore parliamo anche d’altro. Commentando una mia pubblicazione, mi ha detto che i due pensatori francesi contemporanei che predilige sono Henri de Lubac e Michel de Certeau. Gli dico anche qualcosa di più personale.

Anche lui mi parla di sé e in particolare della sua elezione al Pontificato. Mi dice che quando ha cominciato a rendersi conto che rischiava di essere eletto, il mercoledì 13 marzo a pranzo, ha sentito scendere su di lui una profonda e inspiegabile pace e consolazione interiore insieme a un buio totale, a una oscurità profonda su tutto il resto. E questi sentimenti lo hanno accompagnato fino all’elezione.

In realtà avrei continuato a parlare così familiarmente per tanto tempo ancora, ma prendo i fogli con alcune domande che avevo annotato e accendo il registratore. Innanzitutto lo ringrazio a nome di tutti i direttori delle riviste dei gesuiti che pubblicheranno questa intervista. Poco prima dell’udienza che ha concesso ai gesuiti della «Civiltà Cattolica» il 14 giugno scorso, il Papa mi aveva parlato della sua grande difficoltà a rilasciare interviste. Mi aveva detto che preferisce pensare più che dare risposte di getto in interviste sul momento. Sente che le risposte giuste gli vengono dopo aver dato la prima risposta: «non ho riconosciuto me stesso quando sul volo di ritorno da Rio de Janeiro ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande», mi dice. Ma è vero: in questa intervista più volte il Papa si è sentito libero di interrompere quel che stava dicendo rispondendo a una domanda, per aggiungere qualcosa sulla precedente.

Parlare con Papa Francesco in realtà è una sorta di flusso vulcanico di idee che si annodano tra loro. Persino prendere appunti mi dà la spiacevole sensazione di interrompere un dialogo sorgivo. È chiaro che Papa Francesco è abituato più alla conversazione che alla lezione.

Chi è Jorge Mario Bergoglio?

Ho la domanda pronta, ma decido di non seguire lo schema che mi ero prefisso, e gli chiedo un po’ a bruciapelo: «Chi è Jorge Mario Bergoglio?». Il Papa mi fissa in silenzio. Gli chiedo se è una domanda che è lecito porgli... Lui fa cenno di accettare la domanda e mi dice: «non so quale possa essere la definizione più giusta... Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore». Il Papa continua a riflettere, compreso, come se non si aspettasse quella domanda, come se fosse costretto a una riflessione ulteriore. «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo. Sì, ma la sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”». E ripete: «io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me».

Il motto di Papa Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». E aggiunge: «il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando».

Papa Francesco continua nella sua riflessione e mi dice, facendo un salto di cui sul momento non comprendo il senso: «Io non conosco Roma. Conosco poche cose. Tra queste Santa Maria Maggiore: ci andavo sempre». Rido e gli dico: «lo abbiamo capito tutti molto bene, Santo Padre!». «Ecco, sì — prosegue il Papa — conosco Santa Maria Maggiore, San Pietro... ma venendo a Roma ho sempre abitato in via della Scrofa. Da lì visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio». Comincio a intuire cosa il Papa vuole dirmi.

«Quel dito di Gesù così... verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice». Quindi sussurra: «Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto».

Perché si è fatto gesuita?

Comprendo che questa formula di accettazione è per Papa Francesco anche una carta di identità. Non c’era più altro da aggiungere. Proseguo con quella che avevo scelto come prima domanda: «Santo Padre, che cosa l’ha spinta a scegliere di entrare nella Compagnia di Gesù? Che cosa l’ha colpita dell’Ordine dei gesuiti?». «Io volevo qualcosa di più. Ma non sapevo che cosa. Ero entrato in seminario. I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani. Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti. Della Compagnia mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».

«E poi una cosa per me davvero fondamentale è la comunità. Cercavo sempre una comunità. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta: quando sono stato eletto, abitavo per sorteggio nella stanza 207. Questa dove siamo adesso era una camera per gli ospiti. Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Mentre il Papa parla di missione e di comunità, mi vengono in mente tutti quei documenti della Compagnia di Gesù in cui si parla di «comunità per la missione» e li ritrovo nelle sue parole.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Che cosa significa per un gesuita essere Papa?

udienza

Voglio proseguire su questa linea e pongo al Papa una domanda a partire dal fatto che lui è il primo gesuita a essere eletto vescovo di Roma: «Come legge il servizio alla Chiesa universale che lei è stato chiamato a svolgere alla luce della spiritualità ignaziana? Che cosa significa per un gesuita essere eletto Papa? Quale punto della spiritualità ignaziana la aiuta meglio a vivere il suo ministero?».

«Il discernimento», risponde Papa Francesco. «Il discernimento è una delle cose che più ha lavorato interiormente sant’Ignazio. Per lui è uno strumento di lotta per conoscere meglio il Signore e seguirlo più da vicino. Mi ha sempre colpito una massima con la quale viene descritta la visione di Ignazio: Non coerceri a maximo, sed contineri a minimo divinum est. Ho molto riflettuto su questa frase in ordine al governo, ad essere superiore: non essere ristretti dallo spazio più grande, ma essere in grado di stare nello spazio più ristretto. Questa virtù del grande e del piccolo è la magnanimità, che dalla posizione in cui siamo ci fa guardare sempre l’orizzonte. È fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri. È valorizzare le cose piccole all’interno di grandi orizzonti, quelli del Regno di Dio».

«Questa massima offre i parametri per assumere una posizione corretta per il discernimento, per sentire le cose di Dio a partire dal suo “punto di vista”. Per sant’Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. A suo modo Giovanni XXIII si mise in questa posizione di governo quando ripeté la massima Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere, perché, pur vedendo omnia, la dimensione massima, riteneva di agire su pauca, su una dimensione minima. Si possono avere grandi progetti e realizzarli agendo su poche minime cose. O si possono usare mezzi deboli che risultano più efficaci di quelli forti, come dice anche san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi».

«Questo discernimento richiede tempo. Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare».

«Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa. Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».

La Compagnia di Gesù

Il discernimento è dunque un pilastro della spiritualità del Papa. In questo si esprime in maniera peculiare la sua identità gesuitica. Gli chiedo quindi come pensa che la Compagnia di Gesù possa servire la Chiesa oggi, quale sia la sua peculiarità, ma anche gli eventuali rischi che corre.

«La Compagnia è un’istituzione in tensione, sempre radicalmente in tensione. Il gesuita è un decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la Compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben “armata”, allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente. La Compagnia deve avere sempre davanti a sé il Deus semper maior, la ricerca della gloria di Dio sempre maggiore, la Chiesa Vera Sposa di Cristo nostro Signore, Cristo Re che ci conquista e al quale offriamo tutta la nostra persona e tutta la nostra fatica, anche se siamo vasi di argilla, inadeguati. Questa tensione ci porta continuamente fuori da noi stessi. Lo strumento che rende veramente forte la Compagnia decentrata è poi quello, insieme paterno e fraterno, del “rendiconto di coscienza”, proprio perché la aiuta a uscire meglio in missione».

Qui il Papa si riferisce a un punto specifico delle Costituzioni della Compagnia di Gesù nel quale si legge che il gesuita deve «manifestare la sua coscienza», cioè la situazione interiore che vive, in modo che il superiore possa essere più consapevole e accorto nell’inviare una persona alla sua missione.

«Ma è difficile parlare della Compagnia — prosegue Papa Francesco —. Quando si esplicita troppo, si corre il rischio di equivocare. La Compagnia si può dire solamente in forma narrativa. Solamente nella narrazione si può fare discernimento, non nella esplicazione filosofica o teologica, nelle quali invece si può discutere. Lo stile della Compagnia non è quello della discussione, ma quello del discernimento, che ovviamente suppone la discussione nel processo. L’aura mistica non definisce mai i suoi bordi, non completa il pensiero. Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si è vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico: questa deformazione ha generato l’Epitome Instituti».

Qui il Papa si sta riferendo a una specie di riassunto pratico in uso nella Compagnia e riformulato nel XX secolo, che venne visto come un sostitutivo delle Costituzioni. La formazione dei gesuiti sulla Compagnia per un certo tempo fu plasmata da questo testo, a tal punto che qualcuno non lesse mai le Costituzioni, che invece sono il testo fondativo. Per il Papa, durante questo periodo nella Compagnia le regole hanno rischiato di sopraffare lo spirito, e ha vinto la tentazione di esplicitare e dichiarare troppo il carisma.

Prosegue: «No, il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l’orizzonte verso il quale deve andare, avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia ad essere in ricerca, creativa, generosa. Dunque, oggi più che mai, deve essere contemplativa nell’azione; deve vivere una vicinanza profonda a tutta la Chiesa, intesa come “popolo di Dio” e “santa madre Chiesa gerarchica”. Questo richiede molta umiltà, sacrificio, coraggio, specialmente quando si vivono incomprensioni o si è oggetto di equivoci e calunnie, ma è l’atteggiamento più fecondo. Pensiamo alle tensioni del passato sui riti cinesi, sui riti malabarici, nelle riduzioni in Paraguay».

«Io stesso sono testimone di incomprensioni e problemi che la Compagnia ha vissuto anche di recente. Tra queste vi furono i tempi difficili di quando si trattò della questione di estendere il “quarto voto” di obbedienza al Papa a tutti i gesuiti. Quello che a me dava sicurezza al tempo di padre Arrupe era il fatto che lui fosse un uomo di preghiera, un uomo che passava molto tempo in preghiera. Lo ricordo quando pregava seduto per terra, come fanno i giapponesi. Per questo lui aveva l’atteggiamento giusto e prese le decisioni corrette».

Il modello: Pietro Favre «prete riformato»

A questo punto mi chiedo se tra i gesuiti ci siano figure, dalle origini della Compagnia a oggi, che lo abbiano colpito in maniera particolare. E così chiedo al Pontefice se ci sono, quali sono e perché. Il Papa comincia a citarmi Ignazio e Francesco Saverio, ma poi si sofferma su una figura che i gesuiti conoscono, ma che certo non è molto nota in generale: il beato Pietro Favre (1506-1546), savoiardo. È uno dei primi compagni di sant’Ignazio, anzi il primo, con il quale egli condivideva la stanza quando i due erano studenti alla Sorbona. Il terzo nella stessa stanza era Francesco Saverio. Pio IX lo dichiarò beato il 5 settembre 1872, ed è in corso il processo di canonizzazione.

Mi cita una edizione del suo Memoriale che lui fece curare da due gesuiti specialisti, Miguel A. Fiorito e Jaime H. Amadeo, quando era superiore provinciale. Una edizione che al Papa piace particolarmente è quella a cura di Michel de Certeau. Gli chiedo quindi perché è colpito proprio dal Favre, quali tratti della sua figura lo impressionano.

«Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce...».

Mentre Papa Francesco fa questo elenco di caratteristiche personali del suo gesuita preferito, comprendo quanto questa figura sia stata davvero per lui un modello di vita. Michel de Certeau definisce Favre semplicemente il «prete riformato», per il quale l’esperienza interiore, l’espressione dogmatica e la riforma strutturale sono intimamente indissociabili. Mi sembra di capire, dunque, che Papa Francesco si ispiri proprio a questo genere di riforma. Quindi il Papa prosegue con una riflessione sul vero volto del fundador. «Ignazio è un mistico, non un asceta. Mi arrabbio molto quando sento dire che gli Esercizi spirituali sono ignaziani solamente perché sono fatti in silenzio. In realtà gli Esercizi possono essere perfettamente ignaziani anche nella vita corrente e senza il silenzio. Quella che sottolinea l’ascetismo, il silenzio e la penitenza è una corrente deformata che si è pure diffusa nella Compagnia, specialmente in ambito spagnolo. Io sono vicino invece alla corrente mistica, quella di Louis Lallemant e di Jean-Joseph Surin. E Favre era un mistico».






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              L’esperienza di governo


Quale tipo di esperienza di governo può far maturare la formazione avuta da padre Bergoglio, che è stato prima superiore e poi superiore provinciale nella Compagnia di Gesù? Lo stile di governo della Compagnia implica la decisione da parte del superiore, ma anche il confronto con i suoi «consultori». E così chiedo al Papa: «Pensa che la sua esperienza di governo del passato possa servire alla sua attuale azione di governo della Chiesa universale?». Papa Francesco dopo una breve pausa di riflessione si fa serio, ma molto sereno. «Nella mia esperienza di superiore in Compagnia, a dire il vero, io non mi sono sempre comportato così, cioè facendo le necessarie consultazioni. E questa non è stata una cosa buona. Il mio governo come gesuita all’inizio aveva molti difetti. Quello era un tempo difficile per la Compagnia: era scomparsa una intera generazione di gesuiti. Per questo mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo 36 anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili, e io prendevo le mie decisioni in maniera brusca e personalista. Sì, devo aggiungere però una cosa: quando affido una cosa a una persona, mi fido totalmente di quella persona. Deve fare un errore davvero grande perché io la riprenda. Ma, nonostante questo, alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo. Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Córdoba. Ecco, no, non sono stato certo come la beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi».

«Dico queste cose come una esperienza di vita e per far capire quali sono i pericoli. Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati. Così da arcivescovo di Buenos Aires ogni quindici giorni facevo una riunione con i sei vescovi ausiliari, varie volte l’anno col Consiglio presbiterale. Si ponevano domande e si apriva lo spazio alla discussione. Questo mi ha molto aiutato a prendere le decisioni migliori. E adesso sento alcune persone che mi dicono: “non si consulti troppo, e decida”. Credo invece che la consultazione sia molto importante. I Concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. E voglio che sia una Consulta reale, non formale».

«Sentire con la Chiesa»

Rimango sul tema della Chiesa e provo a capire che cosa significhi esattamente per Papa Francesco il «sentire con la Chiesa» di cui scrive sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali. Il Papa risponde senza esitazione partendo da un’immagine. «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare».

«Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina. Ecco, questo io intendo oggi come il “sentire con la Chiesa” di cui parla sant’Ignazio. Quando il dialogo tra la gente e i vescovi e il Papa va su questa strada ed è leale, allora è assistito dallo Spirito Santo. Non è dunque un sentire riferito ai teologi».

«È come con Maria: se si vuol sapere chi è, si chiede ai teologi; se si vuol sapere come la si ama, bisogna chiederlo al popolo. A sua volta, Maria amò Gesù con cuore di popolo, come leggiamo nel Magnificat. Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del “sentire con la Chiesa” sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica».

E il Papa, dopo un momento di pausa, precisa in maniera secca, per evitare fraintendimenti: «E, ovviamente, bisogna star bene attenti a non pensare che questa infallibilitas di tutti i fedeli di cui sto parlando alla luce del concilio sia una forma di populismo. No: è l’esperienza della “santa madre Chiesa gerarchica”, come la chiamava sant’Ignazio, della Chiesa come popolo di Dio, pastori e popolo insieme. La Chiesa è la totalità del popolo di Dio».

«Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana. C’è una “classe media della santità” di cui tutti possiamo far parte, quella di cui parla Malègue».

Il Papa si sta riferendo a Joseph Malègue, uno scrittore francese a lui caro, nato nel 1876 e morto nel 1940. In particolare alla sua trilogia incompiuta Pierres noires. Les Classes moyennes du Salut. Alcuni critici francesi lo definirono «il Proust cattolico». «Io vedo la santità — prosegue il Papa — nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, i preti anziani che hanno tante ferite ma che hanno il sorriso perché hanno servito il Signore, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta. Questa per me è la santità comune. La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo la pazienza come hypomonè, il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, giorno per giorno. Questa è la santità della Iglesia militante di cui parla anche sant’Ignazio. Questa è stata la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che mi ha fatto tanto bene. Nel breviario io ho il testamento di mia nonna Rosa, e lo leggo spesso: per me è come una preghiera. Lei è una santa che ha tanto sofferto, anche moralmente, ed è sempre andata avanti con coraggio».

«Questa Chiesa con la quale dobbiamo “sentire” è la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità. E la Chiesa è Madre — prosegue —. La Chiesa è feconda, deve esserlo. Vedi, quando io mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: “ecco uno scapolone”, o “ecco una zitella”. Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita. Invece, per esempio, quando leggo la vita dei missionari salesiani che sono andati in Patagonia, leggo una storia di vita, di fecondità».

«Un altro esempio di questi giorni: ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera. Io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire “me ne infischio”. Questa fecondità mi fa tanto bene».




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Chiese giovani e Chiese antiche

Rimango sul tema della Chiesa, ponendo al Papa una domanda anche alla luce della recente Giornata mondiale della gioventù: «Questo grande evento ha acceso ulteriormente i riflettori sui giovani, ma anche su quei “polmoni spirituali” che sono le Chiese di più recente istituzione. Quali le speranze per la Chiesa universale che le sembrano provenire da queste Chiese?».

«Le Chiese giovani sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire, e dunque diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche. Per me, il rapporto tra le Chiese di più antica istituzione e quelle più recenti è simile al rapporto tra giovani e anziani in una società: costruiscono il futuro, ma gli uni con la loro forza e gli altri con la loro saggezza. Si corrono sempre dei rischi, ovviamente; le Chiese più giovani rischiano di sentirsi autosufficienti, quelle più antiche rischiano di voler imporre alle più giovani i loro modelli culturali. Ma il futuro si costruisce insieme».

La Chiesa? Un ospedale da campo...

Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell’anima. Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: «Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa “sogna”?».

Papa Francesco, cogliendo l’incipit della mia domanda, comincia col dire: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio», dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore.

«Io vedo con chiarezza — prosegue — che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso».

«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

«Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa madre e pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade».

«Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio».

Raccolgo ciò che il Santo Padre sta dicendo e faccio riferimento al fatto che ci sono cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa o comunque in situazioni complesse, cristiani che, in un modo o nell’altro, vivono ferite aperte. Penso a divorziati risposati, coppie omosessuali, altre situazioni difficili. Come fare una pastorale missionaria in questi casi? Su che cosa far leva? Il Papa fa cenno di aver compreso che cosa intendo dire e risponde. «Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta».

«Questa è anche la grandezza della Confessione: il fatto di valutare caso per caso, e di poter discernere qual è la cosa migliore da fare per una persona che cerca Dio e la sua grazia. Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo. Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?».

«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

«Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».

«Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso. L’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell’insegnamento di Gesù».


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Il primo Papa religioso dopo 182 anni...


Papa Francesco è il primo Pontefice a provenire da un Ordine religioso dopo il camaldolese Gregorio XVI, eletto nel 1831, 182 anni fa. Chiedo dunque: «Qual è oggi nella Chiesa il posto specifico dei religiosi e delle religiose?».

«I religiosi sono profeti. Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l’obbedienza al Padre, la povertà, la vita di comunità e la castità. In questo senso i voti non possono finire per essere caricature, altrimenti, ad esempio, la vita di comunità diventa un inferno e la castità un modo di vivere da zitelloni. Il voto di castità deve essere un voto di fecondità. Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione. Mai un religioso deve rinunciare alla profezia. Questo non significa contrapporsi alla parte gerarchica della Chiesa, anche se la funzione profetica e la struttura gerarchica non coincidono. Sto parlando di una proposta sempre positiva, che però non deve essere timorosa. Pensiamo a ciò che hanno fatto tanti grandi santi monaci, religiosi e religiose, sin da sant’Antonio abate. Essere profeti a volte può significare fare ruido, non so come dire... La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice “casino”. Ma in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo».

Dicasteri romani sinodalità ecumenismo

Considerando il riferimento alla gerarchia, chiedo a questo punto al Papa: «Che cosa pensa dei dicasteri romani?». «I dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei Vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le Conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. È impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori».

Ricordo al Papa che il 29 giugno scorso, durante la cerimonia della benedizione e dell’imposizione del pallio a 34 arcivescovi metropoliti, aveva affermato «la strada della sinodalità» come la strada che porta la Chiesa unita a «crescere in armonia con il servizio del primato». Ecco la mia domanda, dunque: «Come conciliare in armonia primato petrino e sinodalità? Quali strade sono praticabili, anche in prospettiva ecumenica?».

«Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo. Nelle relazioni ecumeniche questo è importante: non solo conoscersi meglio, ma anche riconoscere ciò che lo Spirito ha seminato negli altri come un dono anche per noi. Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, già iniziata nel 2007 dalla Commissione Mista, e che ha portato alla firma del Documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada».

Cerco di capire come il Papa veda il futuro dell’unità della Chiesa. Mi risponde: «dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c’è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù».

E il ruolo della donna nella Chiesa? Il Papa ha più volte fatto riferimento a questo tema in varie occasioni. In una intervista aveva affermato che la presenza femminile nella Chiesa non è emersa più di tanto, perché la tentazione del maschilismo non ha lasciato spazio per rendere visibile il ruolo che spetta alle donne nella comunità. Ha ripreso la questione durante il viaggio di ritorno da Rio de Janeiro affermando che non è stata fatta ancora una profonda teologia della donna. Allora, chiedo: «Quale deve essere il ruolo della donna nella Chiesa? Come fare per renderlo oggi più visibile?».

«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa».

Il concilio Vaticano II

«Che cosa ha realizzato il concilio Vaticano II? Che cosa è stato?», gli chiedo alla luce delle sue affermazioni precedenti, immaginando una risposta lunga e articolata. Ho invece come l’impressione che il Papa semplicemente consideri il concilio come un fatto talmente indiscutibile che non vale la pena parlarne troppo a lungo, come per doverne ribadire l’importanza.

«Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del concilio è assolutamente irreversibile. Poi ci sono questioni particolari come la liturgia secondo il Vetus Ordo. Penso che la scelta di Papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilità. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del Vetus ordo, la sua strumentalizzazione».

Cercare e trovare Dio in tutte le cose

Il discorso di Papa Francesco è molto sbilanciato sulle sfide dell’oggi. Anni fa aveva scritto che per vedere la realtà è necessario uno sguardo di fede, altrimenti si vede una realtà a pezzi, frammentata. È questo anche uno dei temi dell’enciclica Lumen fidei. Ho in mente anche alcuni passaggi dei discorsi di Papa Francesco durante la Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro. Glieli cito: «Dio è reale se si manifesta nell’oggi»; «Dio sta da tutte le parti». Sono frasi che riecheggiano l’espressione ignaziana «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Chiedo dunque al Papa: «Santità, come si fa a cercare e trovare Dio in tutte le cose?».

«Quel che ho detto a Rio ha un valore temporale. C’è infatti la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio “concreto”, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo “barbaro” finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi».

«Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa».

«Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant’Ignazio chiama i “sensi spirituali”. Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell’affetto nei confronti delle cose e delle situazioni. Il segno che si è in questo buon cammino è quello della pace profonda, della consolazione spirituale, dell’amore di Dio, e di vedere tutte le cose in Dio».




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              Certezza ed errori

«Se l’incontro con Dio in tutte le cose non è un “eureka empirico” — dico al Papa — e se dunque si tratta di un cammino che legge la storia, si possono anche commettere errori...».

«Sì, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili. L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale».

«Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è dunque la volontà di esplicitare troppo, di dire con certezza umana e arroganza: “Dio è qui”. Troveremmo solamente un dio a nostra misura. L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia. È questa l’esperienza dei grandi Padri della fede, che sono il nostro modello. Bisogna rileggere il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Abramo è partito senza sapere dove andava, per fede. Tutti i nostri antenati della fede morirono vedendo i beni promessi, ma da lontano... La nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere... Si deve entrare nell’avventura della ricerca dell’incontro e del lasciarsi cercare e lasciarsi incontrare da Dio».

«Perché Dio sta prima, Dio sta prima sempre, Dio primerea. Dio è un po’ come il fiore del mandorlo della tua Sicilia, Antonio, che fiorisce sempre per primo. Lo leggiamo nei Profeti. Dunque, Dio lo si incontra camminando, nel cammino. E a questo punto qualcuno potrebbe dire che questo è relativismo. È relativismo? Sì, se è inteso male, come una specie di panteismo indistinto. No, se è inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l’incontro. Per questo il discernimento è fondamentale».

«Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».

Dobbiamo essere ottimisti?

Queste parole del Papa mi ricordano alcune sue riflessioni del passato, nelle quali l’allora cardinal Bergoglio ha scritto che Dio vive già nella città, vitalmente mescolato in mezzo a tutti e unito a ciascuno. È un altro modo, a mio avviso, per dire ciò che sant’Ignazio scrisse negli Esercizi Spirituali, cioè che Dio «lavora e opera» nel nostro mondo. Gli chiedo dunque: «dobbiamo essere ottimisti? Quali sono i segni di speranza nel mondo d’oggi? Come si fa ad essere ottimisti in un mondo in crisi?».

«A me non piace usare la parola “ottimismo”, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola “speranza” secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei che citavo prima. I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani. Pensa invece al primo indovinello della Turandot di Puccini», mi chiede il Papa.

Sul momento ho ricordato un po’ a memoria i versi di quell’enigma della principessa che ha come risposta la speranza: Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. / Sale e spiega l’ale / sulla nera infinita umanità. / Tutto il mondo l’invoca / e tutto il mondo l’implora. / Ma il fantasma sparisce con l’aurora / per rinascere nel cuore. / Ed ogni notte nasce / ed ogni giorno muore! Versi che rivelano il desiderio di una speranza che qui però è fantasma iridescente e che sparisce con l’aurora.

«Ecco — prosegue Papa Francesco —, la speranza cristiana non è un fantasma e non inganna. È una virtù teologale e dunque, in definitiva, un regalo di Dio che non si può ridurre all’ottimismo, che è solamente umano. Dio non defrauda la speranza, non può rinnegare se stesso. Dio è tutto promessa».

L’arte e la creatività

Rimango colpito dalla citazione della Turandot per parlare del mistero della speranza. Vorrei capire meglio quali sono i riferimenti artistici e letterari di Papa Francesco. Gli ricordo che nel 2006 aveva detto che i grandi artisti sanno presentare con bellezza le realtà tragiche e dolorose della vita. Chiedo dunque quali siano gli artisti e gli scrittori che preferisce; se c’è qualcosa che li accomuna: «Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso.

Mi ha colpito anche perché ho molto amato mia nonna Rosa, e lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l’amico della terra che non ha considerato straniero nessuno. Ho letto il libro I Promessi sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti”. Anche Gerard Manley Hopkins mi è piaciuto tanto».

«In pittura ammiro Caravaggio: le sue tele mi parlano. Ma anche Chagall con la sua Crocifissione bianca...».

«In musica amo Mozart, ovviamente. Quell’Et incarnatus est della sua Missa in Do è insuperabile: ti porta a Dio! Amo Mozart eseguito da Clara Haskil. Mozart mi riempie: non posso pensarlo, devo sentirlo. Beethoven mi piace ascoltarlo, ma prometeicamente. E l’interprete più prometeico per me è Furtwängler. E poi le Passioni di Bach. Il brano di Bach che amo tanto è l’Erbarme Dich, il pianto di Pietro della Passione secondo Matteo. Sublime. Poi, a un livello diverso, non intimo allo stesso modo, amo Wagner. Mi piace ascoltarlo, ma non sempre. La Tetralogia dell’Anello eseguita da Furtwängler alla Scala nel ’50 è la cosa per me migliore. Ma anche il Parsifal eseguito nel ’62 da Knappertsbusch».

«Dovremmo anche parlare del cinema. La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema».

«Comunque in generale io amo gli artisti tragici, specialmente i più classici. C’è una bella definizione che Cervantes pone sulla bocca del baccelliere Carrasco per fare l’elogio della storia di Don Chisciotte: “i fanciulli l’hanno tra le mani, i giovani la leggono, gli adulti la intendono, i vecchi ne fanno l’elogio”. Questa per me può essere una buona definizione per i classici».

Mi rendo conto di essere assorbito da questi suoi riferimenti, e di avere il desiderio di entrare nella sua vita entrando per la porta delle sue scelte artistiche. Sarebbe un percorso, immagino lungo, da fare. E includerebbe anche il cinema, dal neorealismo italiano a Il pranzo di Babette. Mi vengono in mente altri autori e altre opere che lui ha citato in altre occasioni, anche minori o meno noti o locali: dal Martín Fierro di José Hernández alla poesia di Nino Costa, a Il grande esodo di Luigi Orsenigo. Ma penso anche a Joseph Malègue e José María Pemán. E ovviamente a Dante e Borges, ma anche a Leopoldo Marechal, l’autore di Adán Buenosayres, El Banquete de Severo Arcángelo e Megafón o la guerra. Penso in particolare proprio a Borges, perché di lui Bergoglio, ventottenne professore di Letteratura a Santa Fé presso il Colegio de la Inmaculada Concepción, ebbe una conoscenza diretta. Bergoglio insegnava agli ultimi due anni del liceo e avviò i suoi ragazzi alla scrittura creativa. Ho avuto una esperienza simile alla sua, quando avevo la sua età, presso l’Istituto Massimo di Roma, fondando BombaCarta, e gliela racconto.

Alla fine chiedo al Papa di raccontare la sua esperienza.

«È stata una cosa un po’ rischiosa — risponde —. Dovevo fare in modo che i miei alunni studiassero El Cid. Ma ai ragazzi non piaceva. Chiedevano di leggere García Lorca. Allora ho deciso che avrebbero studiato El Cid a casa, e durante le lezioni io avrei trattato gli autori che piacevano di più ai ragazzi. Ovviamente i giovani volevano leggere le opere letterarie più “piccanti”, contemporanee come La casada infiel, o classiche come La Celestina di Fernando de Rojas. Ma leggendo queste cose che li attiravano sul momento, prendevano gusto più in generale alla letteratura, alla poesia, e passavano ad altri autori. E per me è stata una grande esperienza. Ho completato il programma, ma in maniera destrutturata, cioè non ordinata secondo ciò che era previsto, ma secondo un ordine che veniva naturale nella lettura degli autori. E questa modalità mi corrispondeva molto: non amavo fare una programmazione rigida, ma semmai sapere dove arrivare più o meno. Allora ho cominciato anche a farli scrivere. Alla fine ho deciso di far leggere a Borges due racconti scritti dai miei ragazzi. Conoscevo la sua segretaria, che era stata la mia professoressa di pianoforte. A Borges piacquero moltissimo. E allora lui propose di scrivere l’introduzione a una raccolta».

«Allora, Padre Santo, per la vita di una persona la creatività è importante?», gli chiedo. Lui ride e mi risponde: «Per un gesuita è estremamente importante! Un gesuita deve essere creativo».

Frontiere e laboratori

Creatività, dunque: per un gesuita è importante. Papa Francesco, ricevendo i Padri e i collaboratori della «Civiltà Cattolica», aveva scandito una triade di altre caratteristiche importanti per il lavoro culturale dei gesuiti. Ritorno alla memoria a quel giorno, il 14 giugno scorso. Ricordo che allora, nel colloquio previo all’incontro con tutto il nostro gruppo, mi aveva preannunciato la triade: dialogo, discernimento, frontiera. E aveva insistito particolarmente sull’ultimo punto, citandomi Paolo VI, che in un famoso discorso aveva detto dei gesuiti: «Ovunque nella Chiesa, anche nei campi più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie, nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i gesuiti».

Chiedo a Papa Francesco qualche chiarimento: «Ci ha chiesto di stare attenti a non cadere nella “tentazione di addomesticare le frontiere: si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un po’ e addomesticarle”. A che cosa si riferiva? Che cosa intendeva dirci esattamente? Questa intervista è stata concordata tra un gruppo di riviste dirette dalla Compagnia di Gesù: quale invito desidera esprimere loro? Quali devono essere le loro priorità?».

«Le tre parole chiave che ho rivolto alla “Civiltà Cattolica” possono essere estese a tutte le riviste della Compagnia, magari con accentuazioni diverse sulla base della loro natura e dei loro obiettivi. Quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità per l’uomo che fa cultura di essere inserito nel contesto nel quale opera e sul quale riflette. C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».

Chiedo al Papa se può fare qualche esempio sulla base della sua esperienza personale.

«Quando si parla di problemi sociali, una cosa è riunirsi per studiare il problema della droga in una villa miseria, e un’altra cosa è andare lì, viverci e capire il problema dall’interno e studiarlo. C’è una lettera geniale del padre Arrupe ai Centros de Investigación y Acción Social (Cias) sulla povertà, nella quale dice chiaramente che non si può parlare di povertà se non la si sperimenta con una inserzione diretta nei luoghi nei quali la si vive. Questa parola “inserzione” è pericolosa perché alcuni religiosi l’hanno presa come una moda, e sono accaduti dei disastri per mancanza di discernimento. Ma è davvero importante».

«E le frontiere sono tante. Pensiamo alle suore che vivono negli ospedali: loro vivono nelle frontiere. Io sono vivo grazie a una di loro. Quando ho avuto il problema al polmone in ospedale, il medico mi diede penicillina e streptomicina in certe dosi. La suora che stava in corsia le triplicò perché aveva fiuto, sapeva cosa fare, perché stava con i malati tutto il giorno. Il medico, che era davvero bravo, viveva nel suo laboratorio, la suora viveva nella frontiera e dialogava con la frontiera tutti i giorni. Addomesticare le frontiere significa limitarsi a parlare da una posizione distante, chiudersi nei laboratori. Sono cose utili, ma la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza».


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Come l’uomo comprende se stesso

vis

Chiedo allora al Papa se questo valga e come anche per una frontiera culturale importante che è quella della sfida antropologica. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il linguaggio con la quale l’ha espressa restano un riferimento solido, frutto di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non sembra più comprenderli o considerarli sufficienti. Comincio a ragionare sul fatto che l’uomo si sta interpretando in maniera diversa dal passato, con categorie diverse. E questo anche a causa dei grandi cambiamenti nella società e di un più ampio studio di se stesso...

Il Papa a questo punto si alza e va a prendere sulla sua scrivania il Breviario. È un Breviario in latino, ormai logoro per l’uso. E lo apre all’Ufficio delle Letture della Feria sexta, cioè venerdì, della XXVII settimana. Mi legge un passaggio tratto dal Commonitórium primum di san Vincenzo di Lérins: ita étiam christiánae religiónis dogma sequátur has decet proféctuum leges, ut annis scílicet consolidétur, dilatétur témpore, sublimétur aetáte («Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età»).

E così il Papa prosegue: «San Vincenzo di Lérins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del depositum fidei, che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio. Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata».

«Del resto, in ogni epoca l’uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso. E dunque l’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso: una cosa è l’uomo che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un’altra quella del Caravaggio, un’altra quella di Chagall e ancora un’altra quella di Dalí. Anche le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile».

«L’uomo è alla ricerca di se stesso, e ovviamente in questa ricerca può anche commettere errori. La Chiesa ha vissuto tempi di genialità, come ad esempio quello del tomismo. Ma vive anche tempi di decadenza del pensiero. Ad esempio: non dobbiamo confondere la genialità del tomismo con il tomismo decadente. Io, purtroppo, ho studiato la filosofia con manuali di tomismo decadente. Nel pensare l’uomo, dunque, la Chiesa dovrebbe tendere alla genialità, non alla decadenza».

«Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano o quando addirittura ha paura dell’umano o si lascia ingannare su se stesso. È il pensiero ingannato che può essere raffigurato come Ulisse davanti al canto delle sirene, o come Tannhäuser, circondato in un’orgia da satiri e baccanti, o come Parsifal, nel secondo atto dell’opera wagneriana, alla reggia di Klingsor. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento».

Pregare

Pongo al Papa un’ultima domanda sul suo modo di pregare preferito. «Prego l’Ufficio ogni mattina. Mi piace pregare con i Salmi. Poi, a seguire, celebro la Messa. Prego il Rosario. Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione. Ma anche prego mentalmente quando aspetto dal dentista o in altri momenti della giornata».

«E la preghiera è per me sempre una preghiera “memoriosa”, piena di memoria, di ricordi, anche memoria della mia storia o di quello che il Signore ha fatto nella sua Chiesa o in una parrocchia particolare. Per me è la memoria di cui sant’Ignazio parla nella Prima Settimana degli Esercizi nell’incontro misericordioso con Cristo Crocifisso. E mi chiedo: “Che cosa ho fatto per Cristo? Che cosa faccio per Cristo? Che cosa devo fare per Cristo?”. È la memoria di cui Ignazio parla anche nella Contemplatio ad amorem, quando chiede di richiamare alla memoria i benefici ricevuti. Ma soprattutto io so anche che il Signore ha memoria di me. Io posso dimenticarmi di Lui, ma io so che Lui mai, mai si dimentica di me. La memoria fonda radicalmente il cuore di un gesuita: è la memoria della grazia, la memoria di cui si parla nel Deuteronomio, la memoria delle opere di Dio che sono alla base dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. È questa memoria che mi fa figlio e che mi fa essere anche padre».

* * *

Mi rendo conto che proseguirei ancora a lungo questo dialogo, ma so che, come il Papa disse una volta, non bisogna «maltrattare i limiti». Complessivamente abbiamo dialogato per oltre sei ore, nel corso di tre appuntamenti il 19, il 23 e il 29 agosto. Qui ho preferito articolare il discorso senza segnalare gli stacchi per non perdere la continuità. La nostra è stata in realtà una conversazione più che un’intervista: le domande hanno fatto da sfondo, senza restringerla in parametri predefiniti e rigidi. Anche linguisticamente abbiamo attraversato fluidamente l’italiano e lo spagnolo, senza percepire di volta in volta i passaggi. Non c’è stato nulla di meccanico, e le risposte sono nate nel dialogo e all’interno di un ragionamento che qui ho cercato di rendere, in maniera sintetica, così come ho potuto.


(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana,Anno CLIII, n. 216, Sab. 21/09/2013)




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Giovani fiamminghi intervistano il Papa: "Tutti siamo fratelli, credenti e non credenti"




INTERVISTA DI PAPA FRANCESCO
CON ALCUNI GIOVANI DEL BELGIO

 

Lunedì, 31 marzo 2014

 

 

 

D. – Loro fanno parte di un gruppo di giovani, nato durante la GMG di Rio, perché a Rio hanno voluto comunicare anche agli altri giovani fiamminghi cosa hanno fatto lì; e sono un gruppo di 12 – gli altri sono qui fuori, tra l’altro – sono venuti anche con…

 

R. – (Papa Francesco)

 

…ma io voglio salutarli, gli altri, dopo, sì!

 

D. – Allora lo possiamo organizzare … E loro fanno veramente questo lavoro di entrare, penetrare nei media come giovani, partendo dalla loro ispirazione cristiana. E’ anche in quel senso che vogliono porle delle domande. Lei, invece, non è credente - loro sono quindi quattro, di quel gruppo – lei non è credente, ma ci sembrava anche importante, perché siamo una società molto laica, nelle Fiandre, e sappiamo che abbiamo un messaggio per tutti. Quindi lei era molto contenta…

 

R. - (Papa Francesco)

 

Ah, mi piace! Tutti siamo fratelli!

 

D. – Veramente, sì.

 

La prima domanda è: grazie per avere accettato la nostra richiesta; ma: perché l’ha accolta?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Quando io sento che un giovane o una giovane ha inquietudine, io sento come mio dovere di servire questi giovani, di dare un servizio a questa inquietudine, perché questa inquietudine è come un seme, e poi andrà avanti e darà frutti. E io in questo momento sento che con voi sto facendo un servizio a quello che è più prezioso, in questo momento, che è la vostra inquietudine.

 

D. – (ragazzo) Ognuno, in questo mondo, cerca di essere felice. Ma noi ci siamo chiesti: Lei è felice?, e perché?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Assolutamente, assolutamente, sono felice. E sono felice perché… non so perché… forse perché ho un lavoro, non sono un disoccupato, ho un lavoro, un lavoro da pastore! Sono felice perché ho trovato la mia strada nella vita e fare questa strada mi fa felice. Ed è anche una felicità tranquilla, perché a questa età non è la stessa felicità di un giovane, c’è una differenza. Una certa pace interiore, una pace grande, una felicità che viene anche con l’età. E anche con un cammino che ha avuto sempre problemi; anche adesso ci sono i problemi, ma questa felicità non va via con i problemi, no: vede i problemi, li soffre e poi va avanti; fa qualcosa per risolverli e va avanti. Ma nel profondo del cuore c’è questa pace e questa felicità. E’ una grazia di Dio, per me, davvero. E’ una grazia. Non è merito proprio.

 

D. – (ragazzo) In molti modi Lei ci manifesta il suo grande amore per i poveri e per le persone ferite. Perché questo è così importante per Lei?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Perché questo è il cuore del Vangelo. Io sono credente, credo in Dio, credo in Gesù Cristo e nel suo Vangelo, e il cuore del Vangelo è l’annuncio ai poveri. Quando tu leggi le Beatitudini, per esempio, o tu leggi Matteo 25, tu vedi lì come Gesù è chiaro, in questo. Il cuore del Vangelo è questo. E Gesù dice di se stesso: “Sono venuto ad annunciare ai poveri la liberazione, la salute, la grazia di Dio…”. Ai poveri. Quelli che hanno bisogno di salvezza, che hanno bisogno di essere accolti nella società. Poi, se tu leggi il Vangelo, vedi che Gesù aveva una certa preferenza per gli emarginati: i lebbrosi, le vedove, i bambini orfani, i ciechi… le persone emarginate. E anche i grandi peccatori… e questa è la mia consolazione! Sì, perché Lui non si spaventa neppure del peccato! Quando trovò una persona come Zaccheo, che era un ladro, o come Matteo, che era un traditore della patria per i soldi, Lui non si è spaventato! Li ha guardati e li ha scelti. Anche questa è una povertà: la povertà del peccato. Per me, il cuore del Vangelo è dei poveri. Ho sentito, due mesi fa, che una persona ha detto, per questo parlare dei poveri, per questa preferenza: “Questo Papa è comunista”. No! Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo: del Vangelo! Ma la povertà senza ideologia, la povertà… E per questo io credo che i poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù. Basta leggerlo. Il problema è che poi questo atteggiamento verso i poveri alcune volte, nella storia, è stato ideologizzato. No, non è così: l’ideologia è un’altra cosa. E’ così nel Vangelo, è semplice, molto semplice. Anche nell’Antico Testamento si vede questo. E per questo io li metto al centro, sempre.

 

D. – (ragazza) Io non credo in Dio, ma i suoi gesti e i suoi ideali mi ispirano. Forse Lei ha un messaggio per tutti noi, per i giovani cristiani, per le persone che non credono o hanno un altro credo o credono in modo diverso? 

 

R. - (Papa Francesco)

 

Per me si deve cercare, nel modo di parlare, l’autenticità. E per me l’autenticità è questa: io sto parlando con dei fratelli. Tutti siamo fratelli. Credenti, non credenti, o di questa confessione religiosa o dell’altra, ebrei, musulmani… tutti siamo fratelli. L’uomo è al centro della storia, e questo per me è molto importante: l’uomo è al centro. In questo momento della storia, l’uomo è stato buttato via dal centro, è scivolato verso la periferia, e al centro – almeno in questo momento – è il potere, il denaro. E noi dobbiamo lavorare per le persone, per l’uomo e la donna, che sono l’immagine di Dio. Perché i giovani? Perché i giovani – riprendo quello che ho detto all’inizio – sono il seme che darà frutto lungo il cammino. Ma anche in rapporto con quello che dicevo adesso: in questo mondo, dove al centro è il potere, il denaro, i giovani sono cacciati via. Sono cacciati via i bambini – non vogliamo bambini, ne vogliamo di meno, famiglie piccole: non si vogliono i bambini. Sono cacciati via gli anziani: tanti anziani muoiono per una eutanasia nascosta, perché non si ha cura di loro e muoiono. E adesso sono cacciati via i giovani. Pensate che in Italia, per esempio, la disoccupazione giovanile dai 25 anni in giù è quasi del 50 per cento; in Spagna è del 60 per cento, e in Andalusia, nel Sud della Spagna, è del 70 per cento quasi… Non so la percentuale di disoccupazione in Belgio quale sia…

 

D. - …un po’ meno: 5-10 per cento…

 

R. - (Papa Francesco)

 

E’ poco. E’ poco, grazie a Dio. Ma pensate voi cosa significa una generazione di giovani che non hanno lavoro! Tu puoi dirmi: “Ma possono mangiare, perché la società dà loro da mangiare”. Sì, ma questo non è sufficiente, perché non hanno l’esperienza della dignità di portare il pane a casa. E questo è il momento della “passione dei giovani”. Noi siamo entrati in una cultura dello scarto: quello che non serve a questa globalizzazione, si scarta. Gli anziani, i bambini, i giovani. Ma così si scarta il futuro di un popolo, perché nei bambini e giovani e negli anziani è il futuro di un popolo. I bambini e i giovani, perché porteranno avanti la storia, e gli anziani sono quelli che devono darci la memoria di un popolo, come è andato il cammino di un popolo. E se si scartano, avremo un gruppo di gente senza forza, perché non avrà tanti giovani e bambini, e senza memoria. E questo è gravissimo! E per questo io credo che dobbiamo aiutare i giovani perché possano avere il ruolo nella società che in questo momento storico difficile ci vuole.

 

D. – Ma Lei ha un messaggio specifico, molto concreto per noi, affinché noi – magari – possiamo ispirare altre persone, come fa Lei? Anche persone che non credono?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Ha detto una parola molto importante: “concreto”. E’ una parola importantissima, perché nella concretezza della vita tu vai avanti; con le idee solo, non vai avanti! Questo è molto importante. E credo che voi giovani dobbiate andare avanti con questa concretezza della vita. Tante volte anche con azioni legate alle situazioni, perché si deve prendere questo, questo… ma anche con le strategie… Io ti dirò una cosa. Ho parlato, per il mio lavoro, anche a Buenos Aires, con tanti giovani politici, che passavano a salutarmi. E sono contento perché loro, siano di sinistra, siano di destra, loro parlano una nuova musica, un nuovo stile di politica. E questo a me dà speranza. E io credo che la gioventù, in questo momento, deve prendere il largo e andare avanti. Che siano coraggiosi! Questo a me dà speranza. Non so se ho risposto: concretezza nelle azioni.

 

D. – (ragazzo) Quando leggo i giornali, quando mi guardo intorno, mi chiedo se la razza umana sia veramente capace di prendersi cura di questo mondo e della stessa razza umana. Lei condivide questo mio dubbio? (traduttrice) … Scartiamo, come Lei diceva. Anche Lei sente questo dubbio qualche volta, di dubitare e di dirsi: ma Dio, dov’è in tutto questo?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Io mi faccio due domande, su questa questione: dove è Dio e dove è l’uomo? E’ la prima domanda che, nel racconto della Bibbia, Dio fa all’uomo: “Adamo, dove sei?”. E’ la prima domanda all’uomo. E anch’io mi domando, adesso: “Tu, uomo di questo secolo XXI, dove stai?” E questo mi fa pensare anche all’altra domanda: “Tu, Dio, dove sei?”. Quando l’uomo trova se stesso, cerca Dio. Forse non riesce a trovarlo, ma va su una strada di onestà, cercando verità, per una strada di bontà e una strada di bellezza. Per me, una persona giovane che ama la verità e la cerca, ama la bontà ed è buona, è una buona persona, e cerca e ama la bellezza, è su una buona strada e troverà Dio di sicuro! Prima o poi lo troverà! Ma la strada è lunga e alcune persone non la trovano, nella vita. Non la trovano in maniera cosciente. Ma sono tanto veri e onesti con se stessi, tanto buoni e tanto amanti della bellezza, che alla fine hanno una personalità molto matura, capace di un incontro con Dio, che è sempre una grazia. Perché l’incontro con Dio è una grazia. Noi possiamo fare la strada… Alcuni lo incontrano nelle altre persone… E’ una strada da fare… Ognuno deve incontrarlo personalmente. Dio non si incontra per sentito dire, né si paga per incontrare Dio. E’ una strada personale, dobbiamo incontrarlo così. Non so se ho risposto alla tua domanda… 

 

D. – Siamo tutti umani e facciamo degli errori. Cosa hanno insegnato a Lei i suoi errori?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Ho sbagliato, sbaglio… Nella Bibbia si dice, nel Libro della Sapienza, che l’uomo più giusto sbaglia sette volte al giorno!… Per dire che tutti sbagliano… Si dice che l’uomo sia l’unico animale che cade due volte nello stesso punto, perché non impara subito dai suoi sbagli. Uno può dire: “Io non ho sbagliato”, ma non migliora; questo ti porta alla vanità, alla superbia, all’orgoglio… Io penso che gli sbagli anche nella mia vita sono stati e sono grandi maestri di vita. Grandi maestri: ti insegnano tanto. Ti umiliano anche, perché uno può sentirsi un superuomo, una superdonna, e poi sbagli, e questo ti umilia e ti mette al tuo posto. Io non direi che da tutti i miei sbagli ho imparato: no, credo che da alcuni non ho imparato perché sono testardo, e non è facile imparare. Ma da tanti sbagli ho imparato, e questo mi ha fatto bene, mi ha fatto bene. E anche riconoscere gli sbagli è importante: ho sbagliato qui, ho sbagliato là, sbaglio là… E anche essere attento per non tornare allo stesso sbaglio, allo stesso pozzo… E’ una cosa buona, il dialogo con i propri sbagli, perché loro ti insegnano; e la cosa importante è che ti aiutano a diventare un po’ più umile, e l’umiltà fa tanto bene, tanto bene alla gente, a noi, ci fa tanto bene. Non so se questa era la risposta…

 

D. – (traduttrice) Ha un esempio concreto, di come ha imparato da uno sbaglio? Lei (la ragazza che ha fatto la domanda) osa…

 

R. - (Papa Francesco)

 

No, io lo dirò, l’ho scritto in un libro, è pubblico. Per esempio, nella conduzione della vita della Chiesa. Io sono stato nominato superiore molto giovane, e ho fatto tanti sbagli con l’autoritarismo, per esempio. Io ero troppo autoritario, a 36 anni… E poi ho imparato che si deve dialogare, si deve sentire cosa pensano gli altri… Ma non si impara una volta per sempre, no. E’ lunga la strada. Questo è un esempio concreto. E io ho imparato dal mio atteggiamento un po’ autoritario, come superiore religioso, a trovare una strada per non esserlo tanto, o essere più… ma ancora sbaglio! E’ contenta?… Vuole osare un’altra cosa?

 

D. – (ragazza) Io vedo Dio negli altri. Lei dove vede Dio? 

 

R. - (Papa Francesco)

 

Io cerco - cerco! - di incontrarlo in tutte le circostanze della vita. Cerco… Lo trovo nella lettura della Bibbia, lo trovo nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera e anche nel mio lavoro cerco di trovarlo, nelle persone, nelle diverse persone… Soprattutto lo trovo nei malati: i malati mi fanno bene, perché io mi domando, quando sto con un malato, perché questo sì e io no? E con i carcerati lo trovo: perché questo carcerato e io no? E parlo con Dio: “Fai sempre un’ingiustizia: perché a questo e a me no?”. E io trovo Dio in questo, ma sempre nel dialogo. A me fa bene cercare di trovarlo durante tutta la giornata. Non riesco a farlo, ma cerco di fare questo, di essere in dialogo. Io non riesco a farlo proprio così: i santi lo facevano bene, io ancora no... Ma questa è la strada.

 

D. – (ragazza) Siccome io non credo in Dio, non riesco a comprendere come Lei preghi o perché Lei preghi. Mi può spiegare come prega Lei, nella sua veste di Pontefice, e perché prega? Il più concretamente possibile… 

 

R. - (Papa Francesco)

 

Come prego… Tante volte prendo la Bibbia, leggo un po’, poi la lascio e mi lascio guardare dal Signore: quella è l’idea più comune della mia preghiera. Mi lascio guardare da Lui. E io sento – ma non è sentimentalismo – sento profondamente le cose che il Signore mi dice. Alcune volte non parla… niente, vuoto, vuoto, vuoto… ma pazientemente sto lì, e così prego… Sono seduto, prego seduto, perché mi fa male inginocchiarmi, e alcune volte mi addormento nella preghiera… E’ anche una maniera di pregare, come un figlio con il Padre, e questo è importante: mi sento figlio con il Padre. E perché prego? “Perché” come causa o per quali persone prego?

 

D. – Tutti e due …

 

R. - (Papa Francesco)

 

Prego, perché ho bisogno. Questo lo sento, che mi spinge, come se Dio mi chiamasse per parlare. La prima cosa. E prego per le persone, quando io trovo persone che mi colpiscono perché sono malate o hanno problemi, o ci sono problemi che… per esempio la guerra… Oggi sono stato con il Nunzio in Siria, e mi ha fatto vedere le fotografie… e sono sicuro che oggi pomeriggio pregherò per questo, per quella gente… Mi hanno fatto vedere fotografie di morti di fame, le ossa erano così… in questo tempo – io questo non capisco – quando abbiamo il necessario per dare da mangiare a tutto il mondo, che ci sia gente che muore di fame, per me è terribile! E questo mi fa pregare, proprio per questa gente.  

 

D. – Io ho le mie paure: di che cosa ha paura Lei?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Di me stesso! Paura… Guarda, nel Vangelo, Gesù ripete tanto: “Non abbiate paura! Non abbiate paura!”. Tante volte, lo dice. E perché? Perché Lui sa che la paura è una cosa direi normale. Noi abbiamo paura della vita, abbiamo paura davanti alle sfide, abbiamo paura davanti a Dio… Tutti abbiamo paura, tutti. Tu non devi preoccuparti di avere paura. Devi sentire questo ma non avere paura e poi pensare: “Perché ho paura?”. E davanti a Dio e davanti a te stessa cercare di chiarire la situazione o chiedere aiuto a un altro. La paura non è una buona consigliera, perché ti consiglia male. Ti spinge su una strada che non è quella giusta. Per questo Gesù diceva tanto: “Non abbiate paura! Non avere paura!”. Poi, dobbiamo conoscere noi stessi, tutti: ognuno deve conoscere se stesso e cercare dov’è la zona nella quale noi possiamo sbagliare di più, e di quella zona avere un po’ di paura. Perché c’è la paura cattiva e la paura buona. La paura buona è come la prudenza. E’ un atteggiamento prudente: “Guarda, tu sei debole in questo, questo e questo, sii prudente e non cadere”. La paura cattiva è quella che tu dici che un po’ ti annulla, ti annienta. Ti annienta, non ti lascia fare qualcosa: questa è cattiva e bisogna buttarla fuori.

 

D. – (traduttrice) Lei (la ragazza) ha posto questa domanda perché qualche volta non è facile in Belgio, per esempio, parlare della propria fede: questo era per lei anche un modo, perché tanti non credono, e lei ha detto: “Io voglio porre questa domanda perché voglio avere la forza anche di testimoniare”…

 

R. - (Papa Francesco)

 

Ecco, adesso capisco la radice della domanda. Testimoniare con semplicità. Perché se tu vai con la tua fede come una bandiera, come le crociate, e vai a fare proselitismo, quello non va. La strada migliore è la testimonianza, ma umile: “Io sono così”, con umiltà, senza trionfalismo. Quello è un altro peccato nostro, un altro atteggiamento cattivo, il trionfalismo. Gesù non è stato trionfalista, e anche la storia ci insegna a non essere trionfalisti, perché i grandi trionfalisti sono stati sconfitti. La testimonianza: questa è una chiave, questa interpella. Io la dò con umiltà, senza fare proselitismo. La offro. E’ così. E questo non fa paura. Non vai alle crociate. 

 

D. – (traduttrice) C’è una ultima domanda…

 

R. - (Papa Francesco)

 

L’ultima? E’ quella terribile, l’ultima, sempre…

 

D. – La nostra ultima domanda: Lei ha una domanda per noi?

 

R. - (Papa Francesco)

 

Non è originale la domanda che io voglio farvi. La prendo dal Vangelo. Ma credo che dopo aver sentito voi, forse sia quella giusta in questo momento per voi. Dov’è il tuo tesoro? Questa è la domanda. Dove riposa il tuo cuore? Su quale tesoro riposa il tuo cuore? Perché là dov’è il tuo tesoro sarà la tua vita. Il cuore è attaccato al tesoro, a un tesoro che tutti noi abbiamo: il potere, i soldi, l’orgoglio, tanti… o la bontà, la bellezza, la voglia di fare il bene… Tanti tesori ci possono essere… Dov’è il tuo tesoro? Questa è la domanda che io farò, ma dovrete dare la risposta a voi stessi, da soli! A casa vostra…

 

D. – Le faranno sapere la risposta con una lettera…

 

R. - (Papa Francesco)

 

La danno al Vescovo… Grazie! Grazie a voi, grazie! E pregate per me.

 

 




[Modificato da Caterina63 09/04/2014 14.35]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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14/06/2014 10.58
 
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Francesco: sono un Papa con il cuore da parroco




Intervista del quotidiano "La Vanguardia" a Papa Francesco





14/06/2014



La pace in Medio Oriente, la Chiesa al servizio dei poveri, la riforma del Vaticano e ancora la rinuncia di Benedetto XVI, Pio XII e l’Olocausto e le storture dell’attuale sistema economico mondiale. Sono alcuni dei temi principali affrontati da Papa Francesco in una lunga intervista con il giornale spagnolo “La Vanguardia”, pubblicata oggi. Il Papa confida di voler essere ricordato “come una buona persona che ha fatto il possibile”. E sui Mondiali di Calcio, appena cominciati, scherza: “I brasiliani mi hanno chiesto di essere neutrale e io mantengo la parola”. Alcuni passaggi forti di questa ampia intervista nel servizio di Alessandro Gisotti:


 


La violenza in nome di Dio” è “una contraddizione” che “non corrisponde al nostro tempo”. E’ quanto afferma Papa Francesco all’inizio della sua ampia intervista a “La Vanguardia”.

Il Pontefice denuncia il fondamentalismo, rischio presente in tutte le religioni e si sofferma sulla "Invocazione per la pace" con i presidenti israeliano e palestinese. Francesco confida che all’inizio in Vaticano “il 99% diceva che non si sarebbe fatto, poi l’1% è cresciuto”. Non era “per nulla un atto politico”, evidenzia, ma un “atto religioso” per “aprire una finestra sul mondo”.
Il Papa mette inoltre in guardia dall’antisemitismo: “E' una pazzia negare l’Olocausto”.
E afferma che “non si può essere un vero cristiano, se non si riconoscono le proprie radici ebraiche”. Il dialogo tra cristiani ed ebrei, annota, è “una sfida, una patata bollente, ma si può fare come fratelli”.

Su Papa Pacelli, Francesco si dice sicuro che l’apertura degli Archivi farà “molta luce”. “Sul povero Pio XII – constata – è stato tirato fuori di tutto. Ma dobbiamo ricordare che prima lo si vedeva come il grande difensore degli ebrei”. E ricorda che ne ha nascosti molti nei conventi di Roma e di altre città italiane, e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. “Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori, io stesso ne commetto molti – ammette il Pontefice – però il suo ruolo va letto nel contesto della sua epoca”.

Francesco risponde dunque ad una domanda sulla Chiesa e i poveri. La “povertà e l’umiltà – rammenta – sono al centro del Vangelo”, in “senso teologico, non sociologico”. “Non si può comprendere il Vangelo – ribadisce – senza povertà, che va però distinta dal pauperismo”.

I vescovi, soggiunge, devono essere “servitori” e non “principi”.

Ma il Papa non manca di denunciare alcuni mali del sistema economico mondiale, al centro del quale – avverte – “abbiamo messo il denaro” e così cadiamo “nel peccato di idolatria”. Ribadisce che si trattano giovani e anziani come “scarti” e si dice molto preoccupato per la disoccupazione giovanile. In Europa, osserva, ci sono 75 milioni di giovani disoccupati e questa “è una barbarie”. Il Papa denuncia che “per mantenere un sistema economico che non sta più in piedi” si deve “fare la guerra” e visto che “non si può fare la Terza Guerra Mondiale” allora “si fanno guerre locali”. Così, ammonisce, “si fabbricano e si vendono armi” per “sanare i bilanci delle economie idolatriche”.

Il Pontefice si sofferma poi sulla riforma della Curia. “Non ho alcuna illuminazione, non ho alcun progetto personale”, confida: “Ciò che sto facendo è realizzare quello su cui i cardinali hanno riflettuto nelle Congregazioni generali prima del Conclave”.
Una decisione importante, evidenzia, “era stata che il futuro Papa doveva poter contare su un consiglio esterno, un gruppo di consiglieri che non vivesse in Vaticano”. Quello che ora è chiamato il “Consiglio degli 8”.
Papa Francesco risponde anche a una domanda se si senta un “rivoluzionario”. Per me, afferma, “la grande rivoluzione è andare alle radici”, “credo che il modo per fare veri cambiamenti sia partire dall'identità”.

A proposito del suo essere percepito come un parroco dalla gente, riconosce che la dimensione del parroco è quella che più risponde alla sua vocazione. “Servire la gente – sottolinea – mi viene da dentro”. “Ma – avverte – mi sento anche Papa. Mi aiuta a fare le cose con serietà”.
“Non si deve giocare al Papa-parroco – soggiunge – sarebbe da immaturi. Quando arriva un capo di Stato, devo riceverlo con la dignità e il protocollo che merita. È vero che con il protocollo ho i miei problemi, però va rispettato”.

Papa Francesco ammette invece che non vuole barriere quando si tratta di incontrare la gente. “So che mi può succedere qualcosa – rileva – però sta tutto nelle mani di Dio”. Il Pontefice ricorda che in Brasile gli avevano preparato la papamobile chiusa. “Io però – afferma – non posso salutare un popolo e dirgli che lo amo da dentro una scatola di sardine”, “per me questo è un muro”.



  il testo integrale

2014-06-13 L’Osservatore Romano

«Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più» denuncia il Papa in un’intervista esclusiva a «La Vanguardia». Nelle sue risposte, Francesco dimostra tutto il coraggio e la semplicità che stanno caratterizzando il suo pontificato.

Ci sono Paesi dove oggi si perseguitano i cristiani.

Marc Chagall, «Abramo e i tre angeli» (1960-1966)

I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno. Ma ci sono dei luoghi dove è proibito avere una Bibbia o insegnare catechismo o portare una croce... C’è una cosa che voglio però mettere in chiaro: sono convinto che la persecuzione contro i cristiani oggi sia più forte che nei primi secoli della Chiesa. Oggi ci sono più cristiani martiri che a quell’epoca. E non è una fantasia, lo dicono i numeri.

La violenza in nome di Dio regna in Medio oriente.

È una contraddizione. La violenza in nome di Dio non si confà al nostro tempo. È qualcosa di antico. Con prospettiva storica va detto che noi cristiani, a volte, l’abbiamo praticata. Quando penso alla guerra dei Trent’anni, quella era violenza in nome di Dio. Oggi è inimmaginabile, vero? Giungiamo a volte, attraverso la religione, a contraddizioni molto serie, molto gravi. Il fondamentalismo per esempio. Nelle tre religioni abbiamo i nostri gruppi fondamentalisti, piccoli rispetto a tutto il resto.

Lei che pensa al riguardo?

Un gruppo fondamentalista, anche se non uccide nessuno, anche se non picchia nessuno, è violento. La struttura mentale del fondamentalismo è violenza in nome di Dio.

Alcuni dicono di lei che è un rivoluzionario.

Dovremmo chiamare la grande Mina Mazzini [in realtà Iva Zanicchi], la cantante italiana, e dirle «Prendi questa mano, zingara» e che mi legga il passato, chissà... [risata]. Per me la grande rivoluzione è andare alle radici, riconoscerle e vedere quello che queste radici hanno da dire al giorno d’oggi. Non c’è contraddizione tra essere rivoluzionario e andare alle radici. Non solo, credo anche che il modo per compiere veri cambiamenti sia l’identità. Non si può mai fare un passo nella vita se non partendo da dietro, se non so da dove vengo, che nome ho, che nome culturale o religioso ho.

Lei ha infranto molti protocolli di sicurezza per avvicinarsi alla gente.

So che mi può succedere qualcosa, ma è nelle mani di Dio. Ricordo che in Brasile mi avevano preparato una papamobile chiusa, con i vetri, ma io non posso salutare un popolo e dirgli che gli voglio bene dentro una scatola di sardine, pur se di cristallo. Per me questo è un muro. È vero che qualcosa può succedermi, ma siamo realisti, alla mia età non ho molto da perdere.

Perché è importante che la Chiesa sia povera e umile?

La povertà e l’umiltà sono al centro del Vangelo e lo dico in un senso teologico, non sociologico. Non si può comprendere il Vangelo senza la povertà, ma bisogna distinguerla dal pauperismo. Io credo che Gesù voglia che i vescovi non siano principi, ma servitori.

Che cosa può fare la Chiesa per ridurre la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri?

È dimostrato che con il cibo che avanza potremmo nutrire la gente che ha fame. Quando lei vede fotografie di bambini denutriti in diverse parti del mondo si mette le mani nei capelli, non si capisce. Credo che ci troviamo in un sistema economico mondiale che non è buono. Al centro di qualsiasi sistema economico ci deve essere l’uomo, l’uomo e la donna, e tutto il resto deve essere al servizio di questo uomo.
Ma noi abbiamo messo il denaro al centro, il dio denaro. Siamo caduti in un peccato di idolatria, di idolatria del denaro. L’economia è mossa dalla brama di avere di più e, paradossalmente, si alimenta una cultura dello scarto. Si scartano i giovani quando si limita la natalità. Si scartano anche gli anziani perché non servono più, non producono, sono una classe passiva... Scartando i ragazzi e gli anziani si scarta il futuro di un popolo perché i ragazzi vanno con forza in avanti e perché gli anziani ci danno la saggezza, hanno la memoria del popolo e devono passarla ai giovani. E ora è anche di moda scartare i giovani con la disoccupazione. Mi preoccupa molto il tasso di disoccupazione dei giovani, che in alcuni Paesi supera il 50 per cento.
Qualcuno mi ha detto che 75 milioni di giovani europei con meno di 25 anni sono disoccupati. È una enormità. Ma scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano. Questo pensiero unico ci toglie la ricchezza della diversità del pensiero e pertanto la ricchezza di un dialogo tra persone. La globalizzazione intesa bene è una ricchezza. Una globalizzazione intesa male è quella che annulla le differenze.
È come una sfera, con tutti i punti equidistanti dal centro. Una globalizzazione che arricchisce è come un poliedro, tutti uniti ma ognuno che conserva la sua particolarità, la sua ricchezza, la sua identità, e questo non accade.

La preoccupa il conflitto tra Catalogna e Spagna?

Qualsiasi divisione mi preoccupa. C’è indipendenza per emancipazione e c’è indipendenza per secessione. Le indipendenze per emancipazione, per esempio, sono quelle degli Stati americani, che si emanciparono da quelli europei. Le indipendenze di popoli per secessione sono uno smembramento a volte molto ovvio. Pensiamo all’ex Jugoslavia. Ovviamente ci sono popoli con culture tanto diverse che non si potrebbero attaccare neppure con la colla. Il caso iugoslavo è molto chiaro, ma mi domando se sia altrettanto chiaro per altri popoli che finora sono stati uniti. Bisogna studiare i casi uno per uno. La Scozia, la Padania, la Catalogna. Si troveranno casi che saranno giusti e altri che non lo saranno, ma la secessione di una nazione senza un antecedente di unità forzata va presa con le molle e bisogna analizzarne tutti gli aspetti.

La preghiera per la pace della scorsa domenica non è stata facile da organizzare e non aveva precedenti né in Medio oriente né nel mondo. Come si è sentito?

Lei sa che non è stato facile perché ci stava in mezzo e dobbiamo proprio a lei gran parte del successo. Sentivo che era qualcosa che sfugge a tutti noi. Qui in Vaticano, un 99 per cento diceva che non si sarebbe fatto e dopo l’1 per cento restante ha cominciato a crescere. Sentivo che venivamo spinti a qualcosa che non era venuta in mente a noi, e che, poco a poco, stava prendendo corpo. Non è stato affatto un atto politico — questo l’ho sentito subito — ma un atto religioso: aprire una finestra al mondo.

Perché ha scelto di buttarsi a capofitto in quell’occhio del ciclone che è attualmente il Medio oriente?

Il vero occhio del ciclone, per l’entusiasmo che c’era, è stata la Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro lo scorso anno. Ho deciso di andare in Terra santa perché il presidente Peres mi ha invitato. Sapevo che il suo mandato sarebbe terminato questa primavera, perciò mi sono visto obbligato, in un certo senso, ad andare prima. Il suo invito ha fatto anticipare il viaggio. Io non avevo in mente di farlo.

Perché per ogni cristiano è importante visitare Gerusalemme e la Terra Santa?

Per la rivelazione. Per noi, tutto è iniziato lì. È come “il cielo sulla terra”, un’anticipazione di quello che ci aspetta nell’aldilà, nella Gerusalemme celeste.

Lei e il suo amico il rabbino Skorka vi siete abbracciati di fronte al Muro del pianto. Che importanza ha avuto questo gesto per la riconciliazione tra cristiani ed ebrei?

Ebbene, di fronte al Muro c’era anche il mio buon amico, il professore Omar Abboud, presidente dell’Istituto per il dialogo interreligioso di Buenos Aires. Ho voluto invitarlo. È un uomo molto religioso, padre di due figli. È anche amico del rabbino Skorka e voglio molto bene a entrambi, e ho voluto che questa amicizia tra noi tre si vedesse come una testimonianza.

Un anno fa mi ha detto che «dentro ogni cristiano c’è un ebreo».

Forse sarebbe più corretto dire che «lei non può vivere il suo cristianesimo, non può essere un vero cristiano, se non riconosce la sua radice ebraica». Non parlo di ebreo nel senso semitico di razza, ma in senso religioso.  Credo che il dialogo interreligioso debba approfondire questo punto, la radice ebraica del cristianesimo e la fioritura cristiana dell’ebraismo. Capisco che è una sfida, una patata bollente, ma si può fare come fratelli. Io recito tutti i giorni l’ufficio divino con i salmi di Davide. I 150 salmi li ripetiamo in una settimana. La mia preghiera è ebraica, e poi ho l’eucaristia, che è cristiana.

Come vede l’antisemitismo?

Non saprei spiegare perché avviene, ma credo che sia molto legato, in generale, e senza che sia una regola fissa, alle destre. L’antisemitismo solitamente si annida meglio nelle correnti politiche di destra piuttosto che di sinistra. Non crede? E continua ancora. C’è persino chi nega l’olocausto. Una pazzia.

Uno dei suoi progetti è quello di aprire gli archivi del Vaticano sull’olocausto.

Porteranno molta luce.

La preoccupa quello che si potrebbe scoprire?

Su questo punto a preoccuparmi è la figura di Pio XII, il Papa che guidò la Chiesa durante la seconda guerra mondiale. Al povero Pio XII è stato buttato addosso di tutto. Ma bisogna ricordare che prima era visto come il grande difensore degli ebrei.
Ne nascose molti nei conventi di Roma e di altre città italiane, e anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Lì, nella stanza del Papa, sul suo stesso letto, nacquero 42 bambini, figli di ebrei e di altri perseguitati rifugiatisi lì.
Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori — anche io ne commetto molti — ma il suo ruolo va letto nel contesto dell’epoca. Era meglio, per esempio, che non parlasse perché non uccidessero più ebrei, o che lo facesse? Voglio anche dire che a volte mi viene un po’ di orticaria esistenziale quando vedo che tutti se la prendono con la Chiesa e con Pio XII e si dimenticano delle grandi potenze. Lo sa che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti per portare gli ebrei ai campi di concentramento? Avevano le foto. Ma non bombardarono quei binari. Perché? Sarebbe bene che parlassimo un po’ di tutto.

Lei si sente ancora come un parroco o ha assunto il suo ruolo di capo della Chiesa?

La dimensione di parroco è quella che mostra di più la mia vocazione. Servire la gente mi viene da dentro. Spengo la luce per non spendere troppi soldi, per esempio. Sono cose che fa un parroco. Ma mi sento anche Papa. Mi aiuta a fare le cose con serietà. I miei collaboratori sono molto seri e professionali. Ho aiuti per compiere il mio dovere. Non bisogna giocare al Papa parroco. Sarebbe un immaturo. Quando viene un capo di Stato, devo riceverlo con la dignità e il protocollo che gli si addicono. È vero che con il protocollo ho i miei problemi, ma bisogna rispettarlo.

Lei sta cambiando molte cose. Verso quale futuro portano questi cambiamenti?

Non sono un illuminato. Non ho un progetto personale che ho portato sotto il braccio, semplicemente perché non ho mai pensato che mi avrebbero lasciato qui, in Vaticano. Lo sanno tutti. Ero venuto con una valigetta per tornare subito a Buenos Aires. Quello che sto facendo è realizzare quello che noi cardinali abbiamo pensato nelle congregazioni generali, cioè nelle riunioni che, durante la sede vacante, abbiamo tenuto ogni giorno per discutere i problemi della Chiesa. Da lì vengono riflessioni e raccomandazioni. Una molto concreta è stata che il prossimo Papa doveva poter contare su un consiglio esterno, cioè un gruppo di consiglieri che non vivesse in Vaticano.

E lei ha creato il cosiddetto consiglio degli Otto.

Sono otto cardinali di tutti i continenti e un coordinatore. Si riuniscono qui ogni due o tre mesi. Ora, il 1° luglio abbiamo quattro giornate di riunione, e faremo i cambiamenti che gli stessi cardinali ci chiedono. Non è obbligatorio farlo, ma sarebbe imprudente non ascoltare quelli che sanno.

Ha anche fatto un grande sforzo per avvicinarsi alla Chiesa ortodossa.

Mio fratello Bartolomeo è venuto a Gerusalemme per commemorare l’incontro di cinquant’anni fa tra Paolo VI e Atenagora. Fu un incontro dopo oltre mille anni di separazione. Dal concilio Vaticano II la Chiesa cattolica si sta sforzando di avvicinarsi alla Chiesa ortodossa. Con alcune Chiese ortodosse c’è più vicinanza che con altre. Ho voluto che Bartolomeo venisse con me a Gerusalemme e lì è nata l’idea che partecipasse anche alla preghiera in Vaticano. Per lui è stato un passo rischioso perché glielo possono rinfacciare, ma bisognava compiere questo gesto di umiltà, e per noi è necessario perché non è concepibile che noi cristiani siamo divisi, è un peccato storico che dobbiamo riparare.

Dinanzi alla crescita dell’ateismo, cosa pensa della gente la quale crede che la scienza e la religione siano escludenti?

C’è stato un aumento dell’ateismo nell’epoca più esistenzialista, direi quella sartriana. Ma dopo c’è stato un progresso verso ricerche spirituali, di incontro con Dio, in mille modi, non necessariamente quelli religiosi tradizionali. Lo scontro tra scienza e fede ha avuto il suo apogeo nell’illuminismo, ma oggi non è più tanto di moda, grazie a Dio, perché ci siamo tutti resi conto della vicinanza tra le due. Papa Benedetto XVI ha un buon magistero sul rapporto tra scienza e fede. In linea generale, la cosa più comune è che gli scienziati siano molto rispettosi della fede e lo scienziato agnostico o ateo dica: «Non oso entrare in questo campo».

Lei ha conosciuto molti capi di Stato.

Sono venuti in molti e la varietà è interessante. Ognuno ha la sua personalità. A richiamare la mia attenzione è stato un fatto trasversale tra i politici giovani, siano essi di centro, di sinistra o di destra. Forse parlano degli stessi problemi ma con una nuova musica, e questo mi piace, mi da speranza perché la politica è una delle forme più elevate dell’amore, della carità. Perché? Perché porta al bene comune, e una persona che, potendo farlo, non s’impegna in politica per il bene comune, è egoista; o, se usa la politica per il proprio bene, è corrotta. Circa quindici anni fa i vescovi francesi hanno scritto una lettera pastorale che è una riflessione con il titolo Réhabiliter la politique. È un bel testo, ti fa rendere conto di tutte queste cose.

Cosa pensa della rinuncia di Benedetto XVI?

Papa Benedetto ha compiuto un gesto molto grande. Ha aperto una porta, ha creato un’istituzione, quella degli eventuali Papi emeriti. Fino a settant’anni fa non c’erano vescovi emeriti. Oggi quanti ce ne sono? Ebbene, dato che viviamo più a lungo, giungiamo a un’età in cui non possiamo continuare a occuparci delle cose. Io farò lo stesso, chiederò al Signore di illuminarmi quando giungerà il momento e che mi dica quello che devo fare, e me lo dirà sicuramente.

Lei ha una stanza riservata in una casa di riposo a Buenos Aires.

Sì, in una casa di riposo per sacerdoti anziani. Dovevo lasciare l’arcivescovado entro la fine dello scorso anno e avevo già presentato la rinuncia a Papa Benedetto per quando avrei compiuto 75 anni. Ho scelto una stanza e ho detto: «Voglio venire a vivere qui». Lavorerò come prete, aiutando le parrocchie. Questo doveva essere il mio futuro prima di diventare Papa.

Non le domando per chi tifa nel Mondiale...

I brasiliani mi hanno chiesto neutralità [ride], mantengo la parola perché il Brasile e l’Argentina sono stati sempre rivali.

Come le piacerebbe che la ricordasse la storia?

Non ci ho pensato, ma mi piace quando uno ricorda qualcuno e dice: «Era bravo, ha fatto quello che ha potuto, non è stato così male». Mi basta questo.

 Henrique Cymerman




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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29/06/2014 16.36
 
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Papa Francesco: «Il comunismo ci ha rubato la bandiera»

intervista a Il Messaggero.it

CITTÀ DEL VATICANO - L'appuntamento è a Santa Marta, di pomeriggio. Una veloce verifica e uno svizzero mi fa accomodare in un piccolo salottino. 

Sei poltroncine verdi di velluto un po' liso, un tavolino di legno, un televisore di quelli antichi, col pancione. Tutto in ordine perfetto, il marmo tirato a lucido, qualche quadro. Potrebbe essere una sala d'aspetto parrocchiale, una di quelle dove si va per chiedere un consiglio, o per fare i documenti matrimoniali.

Francesco entra sorridendo: «Finalmente! Io la leggo e ora la conosco». Arrossisco. «Io invece la conosco e ora la ascolto». Ride. Ride di gusto, il Papa, come farà altre volte nel corso di un'ora e passa di conversazione a ruota libera. Roma con i suoi mali di megalopoli, l'epoca di cambiamenti che indeboliscono la politica; la fatica nel difendere il bene comune; la riappropriazione da parte della Chiesa dei temi della povertà e della condivisione («Marx non ha inventato nulla»), lo sgomento di fronte al degrado delle periferie dell'anima, scivoloso abisso morale in cui si abusa dell'infanzia, si tollera l'accattonaggio, il lavoro minorile e, non ultimo, lo sfruttamento di baby prostitute nemmeno quindicenni. E i clienti che potrebbero essere i loro nonni; «pedofili»: il Papa li definisce proprio così. Francesco parla, spiega, si interrompe, ritorna. Passione, dolcezza, ironia. Un filo di voce, sembra cullare le parole. Le mani accompagnano il ragionamento, le intreccia, le scioglie, sembrano disegnare geometrie invisibili nell'aria. E’ in ottima forma a dispetto delle voci sulla sua salute.

E' l'ora della partita Italia-Uruguay. Santo Padre, lei per chi tifa?
«Ah io per nessuno, davvero. Ho promesso al presidente del Brasile (Dilma Roussef ndr) di restare neutrale».

Cominciamo da Roma?
«Ma lo sa che io Roma non la conosco? Pensi che la Cappella Sistina l'ho vista per la prima volta quando ho preso parte al conclave che elesse Benedetto XVI (2005 ndr). Non sono nemmeno mai stato ai musei. Il fatto è che da cardinale non venivo spesso. Conosco Santa Maria Maggiore perché ci andavo sempre. E poi San Lorenzo fuori le mura dove sono andato per delle cresime quando c'era don Giacomo Tantardini. Ovviamente conosco Piazza Navona perché ho sempre alloggiato a via della Scrofa, là dietro».

C'è qualcosa di romano nell'argentino Bergoglio?
«Poco e niente. Io sono più piemontese, sono quelle le radici della mia famiglia di origine. Tuttavia sto cominciando a sentirmi romano. Intendo andare a visitare il territorio, le parrocchie. Sto scoprendo poco a poco questa città. E' una metropoli bellissima, unica, con i problemi delle grandi metropoli. Una piccola città possiede una struttura quasi univoca, una metropoli, invece, comprende sette o otto città immaginarie, sovrapposte, su vari livelli.

Anche livelli culturali. Penso, per esempio, alle tribù urbane dei giovani. E' così in tutte le metropoli. A novembre faremo a Barcellona un convegno dedicato proprio alla pastorale delle metropoli. In Argentina sono stati promossi degli scambi con il Messico. Si scoprono tante culture incrociate, ma non tanto per via delle migrazioni, ma perché si tratta di territori culturali trasversali, fatti di appartenenze proprie. Città nelle città. La Chiesa deve saper rispondere anche a questo fenomeno».

Perché lei, sin dall'inizio, ha voluto sottolineare tanto la funzione di Vescovo di Roma?
«Il primo servizio di Francesco è questo: fare il Vescovo di Roma. Tutti i titoli del Papa, Pastore universale, Vicario di Cristo eccetera, li ha proprio perché è Vescovo di Roma. E' la scelta primaria. La conseguenza del primato di Pietro. Se domani il Papa volesse fare il vescovo di Tivoli è chiaro che mi cacceranno via».

Quarant'anni fa, sotto Paolo VI, il Vicariato promosse il convegno sui mali di Roma. Emerse il quadro di una città in cui chi aveva tanto aveva il meglio, e chi aveva poco il peggio. Oggi, a suo parere, quali sono i mali di questa città?
«Sono quelli delle metropoli, come Buenos Aires. Chi aumenta i benefici, e chi è sempre più povero. Non ero a conoscenza del convegno sui mali di Roma. Sono questioni molto romane, e io all'epoca avevo 38 anni. Sono il primo Papa che non ha preso parte al Concilio e il primo che ha studiato la teologia nel dopo Concilio e, in quel tempo, per noi la grande luce era Paolo VI. Per me la Evangelii Nuntiandi resta un documento pastorale mai superato».

Esiste una gerarchia di valori da rispettare nella gestione della cosa pubblica?
«Certo. Tutelare sempre il bene comune. La vocazione per qualsiasi politico è questa. Un concetto ampio che include, per esempio, la custodia della vita umana, la sua dignità. Paolo VI usava dire che la missione della politica resta una delle forme più alte di carità. Oggi il problema della politica - non parlo solo dell'Italia ma di tutti i Paesi, il problema è mondiale - è che si è svalutata, rovinata dalla corruzione, dal fenomeno delle tangenti. Mi viene in mente un documento che hanno pubblicato i vescovi francesi 15 anni fa. Era una lettera pastorale che si intitolava: Riabilitare la politica e affrontava proprio questo argomento. Se non c'è servizio alla base, non si può nemmeno capire l'identità della politica».

Lei ha detto che la corruzione odora di putrefazione. Ha detto anche che la corruzione sociale è il frutto del cuore malato e non solo di condizioni esterne. Non ci sarebbe corruzione senza cuori corrotti. Il corrotto non ha amici ma utili idioti. Ce lo spiega meglio?
«Ho parlato due giorni di seguito di questo argomento perché commentavo la lettura della Vigna di Nabot. A me piace parlare sulle letture del giorno. Il primo giorno ho affrontato la fenomenologia della corruzione, il secondo giorno di come finiscono i corrotti. Il corrotto, comunque, non ha amici, ma ha solo complici».

Secondo lei si parla così tanto della corruzione perché i mass media insistono troppo sull'argomento, o perché effettivamente si tratta di un male endemico e grave?
«No, purtroppo è un fenomeno mondiale. Ci sono capi di Stato in carcere proprio per questo. Mi sono interrogato molto, e sono arrivato alla conclusione che tanti mali crescono soprattutto durante i cambi epocali. Stiamo vivendo non tanto un'epoca di cambiamenti, ma un cambio di epoca. E quindi si tratta di un cambio di cultura; proprio in questa fase emergono cose del genere. Il cambiamento d'epoca alimenta la decadenza morale, non solo in politica, ma nella vita finanziaria o sociale».

Anche i cristiani sembrano non brillare per testimonianza...
«È l'ambiente che facilita la corruzione. Non dico che tutti siano corrotti, ma penso sia difficile rimanere onesti in politica. Parlo dappertutto, non dell'Italia. Penso anche ad altri casi. A volte vi sono persone che vorrebbero fare le cose chiare, ma poi si trovano in difficoltà ed è come se venissero fagocitate da un fenomeno endemico, a più livelli, trasversale. Non perché sia la natura della politica, ma perché in un cambio d'epoca le spinte verso una certa deriva morale si fanno più forti».

A lei spaventa più la povertà morale o materiale di una città?
«Mi spaventano entrambe. Un affamato, per esempio, posso aiutarlo affinché non abbia più fame, ma se ha perso il lavoro e non trova più occupazione, ha a che fare con un'altra povertà. Non ha più dignità. Magari può andare alla Caritas e portarsi a casa un pacco viveri, ma sperimenta una povertà gravissima che rovina il cuore. Un vescovo ausiliare di Roma mi ha raccontato che tante persone vanno alla mensa e di nascosto, piene di vergogna, portano a casa del cibo. La loro dignità è progressivamente depauperata, vivono in uno stato di prostrazione».

Per le strade consolari di Roma si vedono ragazzine di appena 14 anni spesso costretta a prostituirsi nella noncuranza generale, mentre nella metro si assiste all'accattonaggio dei bambini. La Chiesa è ancora lievito? Si sente impotente come vescovo davanti a questo degrado morale?
«Provo dolore. Provo enorme dolore. Lo sfruttamento dei bambini mi fa soffrire. Anche in Argentina è la stessa cosa. Per alcuni lavori manuali vengono usati i bambini perché hanno le mani più piccole. Ma i bambini vengono anche sfruttati sessualmente, in alberghi. Una volta mi avvertirono che su una strada di Buenos Aires c'erano ragazzine prostitute di 12 anni. Mi sono informato ed effettivamente era così. Mi ha fatto male. Ma ancora di più vedere che si fermavano auto di grossa cilindrata guidate da anziani. Potevano essere i loro nonni. Facevano salire la bambina e la pagavano 15 pesos che poi servivano comprare gli scarti della droga, il "pacco". Per me sono pedofili queste persone che fanno questo alle bambine. Succede anche a Roma. La Città eterna che dovrebbe essere un faro nel mondo è specchio del degrado morale della società. Penso siano problemi che si risolvono con una buona politica sociale».

Che cosa può fare la politica?
«Rispondere in modo netto. Per esempio con servizi sociali che seguono le famiglie a capire, accompagnandole ad uscire da situazioni pesanti. Il fenomeno indica una deficienza di servizio sociale nella società».

La Chiesa però sta lavorando tantissimo...
«E deve continuare a farlo. Bisogna aiutare le famiglie in difficoltà, un lavoro in salita che impone lo sforzo comune».

A Roma sempre più giovani non vanno in chiesa, non battezzano i figli, non sanno nemmeno farsi il segno della Croce. Che strategia serve per invertire questo trend?
«La Chiesa deve uscire nelle strade, cercare la gente, andare nelle case, visitare le famiglie, andare nelle periferie. Non essere una chiesa che riceve soltanto, ma che offre».

E i parroci non devono mettere i bigodini alle pecore...
(Ride)«Ovviamente. Siamo in un momento di missione da una decina d'anni. Dobbiamo insistere».

La preoccupa la cultura della denatalità in Italia?
«Penso si debba lavorare di più per il bene comune dell'infanzia. Mettere su famiglia è un impegno, a volte non basta lo stipendio, non si arriva alla fine del mese. Si ha paura di perdere il lavoro o di non potere più pagare l'affitto. La politica sociale non aiuta. L'Italia ha un tasso bassissimo di natalità, la Spagna lo stesso.
La Francia va un po' meglio ma è bassa anche lei. E' come se l'Europa si fosse stancata di fare la mamma, preferendo fare la nonna. Molto dipende dalla crisi economica e non solo da una deriva culturale improntata all'egoismo e all'edonismo. L'altro giorno leggevo una statistica sui criteri di spesa della popolazione a livello mondiale. Dopo alimentazione, vestiti e medicine, tre voci necessarie, seguono la cosmetica e le spese per animali domestici».

Contano più gli animali che i bambini?
«Si tratta di un altro fenomeno di degrado culturale. Questo perché il rapporto affettivo con gli animali è più facile, maggiormente programmabile. Un animale non è libero, mentre avere un figlio è una cosa complessa».

Il Vangelo parla di più ai poveri o ai ricchi per convertirli?
«La povertà è al centro del Vangelo. Non si può capire il Vangelo senza capire la povertà reale, tenendo conto che esiste anche una povertà bellissima dello spirito: essere povero davanti a Dio perché Dio ti riempie. Il Vangelo si rivolge indistintamente ai poveri e ai ricchi. E parla sia di povertà che di ricchezza. Non condanna affatto i ricchi, semmai le ricchezze quando diventano oggetti idolatrati. Il dio denaro, il vitello d'oro».

Lei passa per essere un Papa comunista, pauperista, populista. L'Economist che le ha dedicato una copertina afferma che parla come Lenin. Si ritrova in questi panni?
«Io dico solo che i comunisti ci hanno derubato la bandiera. La bandiera dei poveri è cristiana. La povertà è al centro del Vangelo. I poveri sono al centro del Vangelo. Prendiamo Matteo 25, il protocollo sul quale noi saremo giudicati: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ignudo. Oppure guardiamo le Beatitudini, altra bandiera. I comunisti dicono che tutto questo è comunista. Sì, come no, venti secoli dopo. Allora quando parlano si potrebbe dire loro: ma voi siete cristiani» (ride).

Se mi permette una critica..
«Certo...»

Lei forse parla poco delle donne, e quando ne parla affronta l'argomento solo dal punto di vista del maternage, la donna sposa, la donna madre, eccetera. Eppure le donne ormai guidano Stati, multinazionali, eserciti. Nella Chiesa, secondo lei, le donne che posto occupano?
«Le donne sono la cosa più bella che Dio ha fatto. La Chiesa è donna. Chiesa è una parola femminile. Non si può fare teologia senza questa femminilità. Di questo, lei ha ragione, non si parla abbastanza. Sono d'accordo che si debba lavorare di più sulla teologia della donna. L'ho detto e si sta lavorando in questo senso».

Non intravede una certa misoginìa di fondo?
«Il fatto è che la donna è stata presa da una costola.. (ride di gusto). Scherzo, la mia è una battuta. Sono d'accordo che si debba approfondire di più la questione femminile, altrimenti non si può capire la Chiesa stessa».

Possiamo aspettarci da lei decisioni storiche, tipo una donna capo dicastero, non dico del clero...
(ride) «Beh, tante volte i preti finiscono sotto l'autorità delle perpetue...»

Ad agosto lei andrà in Corea. E' la porta per la Cina? Lei sta puntando sull'Asia?
«In Asia andrò due volte in sei mesi. In Corea ad agosto per incontrare i giovani asiatici. A gennaio nello Sri Lanka e nelle Filippine. La Chiesa in Asia è una promessa. La Corea rappresenta tanto, ha alle spalle una storia bellissima, per due secoli non ha avuto preti e il cattolicesimo è avanzato grazie ai laici. Ci sono stati anche martiri. Quanto alla Cina si tratta di una sfida culturale grande. Grandissima. E poi c'è l'esempio di Matteo Ricci che ha fatto tanto bene...»

Dove sta andando la Chiesa di Bergoglio?
«Grazie a Dio non ho nessuna Chiesa, seguo Cristo. Non ho fondato niente. Dal punto di vista dello stile non sono cambiato da come ero a Buenos Aires. Sì, forse qualcosina, perché si deve, ma cambiare alla mia età sarebbe stato ridicolo. Sul programma, invece, seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il Consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c'era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni pre conclave. Nessuna cosa l'ho fatta da solo».

Un approccio democratico...
«Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata».

Cosa augura ai romani per i Patroni San Pietro e Paolo?
«Che continuino a essere bravi. Sono tanto simpatici. Lo vedo nelle udienze e quando vado nelle parrocchie. Auguro loro di non perdere la gioia, la speranza, la fiducia nonostante le difficoltà. Anche il romanaccio è bello».

Wojtyla aveva imparato a dire, volemose bene, damose da fa'. Lei ha imparato qualche frase in romanesco?
«Per ora poco. Campa e fa' campa'». (Naturalmente ride).
Domenica 29 Giugno 2014


   un saggio appunto di Sandro Magister

Diario Vaticano / "Seguo quello che i cardinali hanno chiesto"

I vincoli del preconclave sul governo di Francesco. Gli accordi legati all'elezione di un papa sono illeciti e invalidi. Ma in pratica ci si va molto vicino 

di Sandro Magister




CITTÀ DEL VATICANO, 1 luglio 2014 – "Parimenti, vieto ai cardinali di fare, prima dell'elezione, capitolazioni, ossia di prendere impegni di comune accordo, obbligandosi ad attuarli nel caso che uno di loro sia elevato al pontificato. Anche queste promesse, qualora in realtà fossero fatte, sia pure sotto giuramento, le dichiaro nulle e invalide".

Questo stabilisce la costituzione apostolica "Universi dominici gregis" che regola l’elezione del papa, emanata da san Giovanni Paolo II nel 1996 e tuttora in vigore.

Storicamente vengono definiti "capitolazioni" o "capitolati elettorali" gli accordi tra i cardinali riuniti in conclave mirati a vincolare il futuro pontefice ad alcuni atti che potrebbero risultare restrittivi della sua libertà d'azione.

Il primo capitolato entrato nella storia sembra essere stato quello del 1352 nel conclave avignonese che vide l’elezione di Innocenzo VI, il quale però, una volta eletto, lo dichiarò invalido.

E in effetti più volte i papi, dopo l'elezione, rinnegarono i patti stipulati con gli ex colleghi cardinali.

Patti che a volte impegnavano l'eletto a prendere provvedimenti per l’effettivo bene della Chiesa, ma in altri casi rispondevano invece a interessi personali o di gruppo. Tanto che alla fine si decise che dovessero essere formalmente proibiti. 

La proibizione entrò in opera con le regole per i conclavi promulgate da un altro papa santo, Pio X, nella costituzione apostolica "Vacante Sede Apostolica" del 1904 che così recitava:

"Ugualmente proibiamo che i cardinali, prima che procedano all'elezione, stipulino capitolazioni ovvero stabiliscano qualche cosa di comune consenso, all'osservanza dei quali s'impegnano se sono assunti al pontificato. Tali cose, se 'de facto' succedessero, pure con annesso giuramento, le dichiariamo nulle e irrite".

Questa disposizione – che non prevede però nessuna pena per chi la trasgredisca, ferma restando la piena libertà del nuovo papa rispetto a questi accordi – è stata ribadita da tutti i successivi documenti sul conclave, fino a quello, come abbiamo visto, emanato da papa Karol Wojtyla.

Gli eventuali capitolati pattuiti prima o durante un conclave sono quindi non solo formalmente proibiti in quanto illeciti, ma anche praticamente inefficaci, perché comunque l'eletto non è tenuto a rispettarli, quand'anche li abbia concordati. 

Nelle cronache di questi ultimi decenni si ricorda però che nel conclave dell'ottobre del 1958 alcuni porporati della curia romana si sarebbero assicurati che, in caso di elezione, il patriarca di Venezia Angelo Roncalli avrebbe scelto quale segretario di Stato monsignor Domenico Tardini. Ed effettivamente così avvenne la sera stessa dell'elezione di Giovanni XXIII.

Nel successivo conclave del 1963 i cardinali centroeuropei si sarebbero decisi a candidare il cardinale di Milano Giovanni Battista Montini con un "capitolato elettorale" che includeva la continuazione del Concilio Vaticano II.

Nel 1978 si raccontò invece che il cardinale Giuseppe Siri, se eletto papa, avrebbe dovuto comunque prendere in considerazione la proposta di garantire la carica di segretario di Stato al concorrente cardinal Giovanni Benelli. Mentre – sempre si raccontò – il patriarca di Venezia Albino Luciani sarebbe stato eletto papa, come effettivamente avvenne, con la concomitante certezza che non avrebbe nominato segretario di Stato il temuto Benelli.
  
Nel conclave che ha eletto Jorge Mario Bergoglio non risulta vi siano stati patti formali o giurati tra i cardinali.

Cionondimeno più volte papa Francesco si è professato vincolato da alcune indicazioni fornite dai cardinali nel corso delle riunioni di preconclave.

Lo ha ribadito di recente, in modo più articolato del solito, nell’intervista data a Franca Giansoldati su "Il Messaggero" del 29 giugno. 

In essa ha detto:

"Sul programma [di governo ecclesiastico] seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c'era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni preconclave. Nessuna cosa l'ho fatta da solo".

Alla domanda se in questo avesse seguito un "approccio democratico", il papa ha inoltre risposto:

"Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata".

Questo quanto detto da papa Bergoglio. Stando alle forme, non vi sarà stato un capitolato o una capitolazione che dir si voglia. Ma nella sostanza vi si è andati vicini.

Il consiglio degli otto cardinali che Francesco ha creato in ossequio a questo mandato è riunito proprio in questi giorni in Vaticano.

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[Modificato da Caterina63 02/07/2014 00.48]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Il mio primo anno da Papa: Francesco si racconta a "Il Corriere della Sera"
Benedetto XVI, governo della Chiesa, ecumenismo, donne, famiglia, unioni civili e divorziati risposati, povertà, globalizzazione, amori giovanili: tutto nell'intervista del Pontefice con Ferruccio De Bortoli del 5 marzo 2014

 L’INTERVISTA
«Benedetto XVI non è una statua. Partecipa alla vita della Chiesa»
Bergoglio e il primo anno da Papa:

di Ferruccio de Bortoli

Un anno è trascorso da quel semplice «buonasera» che commosse il mondo. L’arco di dodici mesi così intensi — non solo per la vita della Chiesa — fatica a contenere la grande messe di novità e i tanti segni profondi dell’innovazione pastorale di Francesco. Siamo in una saletta di Santa Marta. Una sola finestra dà su un piccolo cortile interno che schiude un minuscolo angolo di cielo azzurro. La giornata è bellissima, primaverile, tiepida. Il Papa sbuca all’improvviso, quasi di scatto, da una porta e ha un viso disteso, sorridente.
Guarda divertito i troppi registratori che l’ansia senile di un giornalista ha posto su un tavolino. «Funzionano? Sì? Bene». Il bilancio di un anno? No, i bilanci non gli piacciono. «Li faccio solo ogni quindici giorni, con il mio confessore».

Lei, Santo Padre, ogni tanto telefona a chi le chiede aiuto. E qualche volta non le credono.
«Sì, è capitato. Quando uno chiama è perché ha voglia di parlare, una domanda da fare, un consiglio da chiedere. Da prete a Buenos Aires era più semplice. E per me resta un’abitudine. Un servizio. Lo sento dentro. Certo, ora non è tanto facile farlo vista la quantità di gente che mi scrive».
E c’è un contatto, un incontro che ricorda con particolare affetto?
«Una signora vedova, di ottant’anni, che aveva perso il figlio. Mi scrisse. E adesso le faccio una chiamatina ogni mese. Lei è felice. Io faccio il prete. Mi piace».

I rapporti con il suo predecessore. Ha mai chiesto qualche consiglio a Benedetto XVI?
«Sì. Il Papa emerito non è una statua in un museo. È una istituzione. Non eravamo abituati. Sessanta o settant’anni fa, il vescovo emerito non esisteva. Venne dopo il Concilio. Oggi è un’istituzione. La stessa cosa deve accadere per il Papa emerito. Benedetto è il primo e forse ce ne saranno altri. Non lo sappiamo. Lui è discreto, umile, non vuole disturbare. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso insieme che sarebbe stato meglio che vedesse gente, uscisse e partecipasse alla vita della Chiesa. Una volta è venuto qui per la benedizione della statua di San Michele Arcangelo, poi a pranzo a Santa Marta e, dopo Natale, gli ho rivolto l’invito a partecipare al Concistoro e lui ha accettato. La sua saggezza è un dono di Dio. Qualcuno avrebbe voluto che si ritirasse in una abbazia benedettina lontano dal Vaticano. Io ho pensato ai nonni che con la loro sapienza, i loro consigli danno forza alla famiglia e non meritano di finire in una casa di riposo».

Il suo modo di governare la Chiesa a noi è sembrato questo: lei ascolta tutti e decide da solo. Un po’ come il generale dei gesuiti. Il Papa è un uomo solo?
«Sì e no. Capisco quello che vuol dirmi. Il Papa non è solo nel suo lavoro perché è accompagnato e consigliato da tanti. E sarebbe un uomo solo se decidesse senza sentire o facendo finta di sentire. Però c’è un momento, quando si tratta di decidere, di mettere una firma, nel quale è solo con il suo senso di responsabilità».
Lei ha innovato, criticato alcuni atteggiamenti del clero, scosso la Curia. Con qualche resistenza, qualche opposizione. La Chiesa è già cambiata come avrebbe voluto un anno fa?
«Io nel marzo scorso non avevo alcun progetto di cambiamento della Chiesa. Non mi aspettavo questo trasferimento di diocesi, diciamo così. Ho cominciato a governare cercando di mettere in pratica quello che era emerso nel dibattito tra cardinali nelle varie congregazioni. Nel mio modo di agire aspetto che il Signore mi dia l’ispirazione. Le faccio un esempio. Si era parlato della cura spirituale delle persone che lavorano nella Curia, e si sono cominciati a fare dei ritiri spirituali. Si doveva dare più importanza agli Esercizi Spirituali annuali: tutti hanno diritto a trascorrere cinque giorni in silenzio e meditazione, mentre prima nella Curia si ascoltavano tre prediche al giorno e poi alcuni continuavano a lavorare».

La tenerezza e la misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale...
«E del Vangelo. È il centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad ascoltarci, a guarirci, a salvarci».

Ma è stato compreso questo messaggio? Lei ha detto che la francescomania non durerà a lungo. C’è qualcosa nella sua immagine pubblica che non le piace?
«Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco. Quando si dice per esempio che esce di notte dal Vaticano per andare a dar da mangiare ai barboni in via Ottaviano. Non mi è mai venuto in mente. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale».

Nostalgia per la sua Argentina?
«La verità è che io non ho nostalgia. Vorrei andare a trovare mia sorella, che è ammalata, l’ultima di noi cinque. Mi piacerebbe vederla, ma questo non giustifica un viaggio in Argentina: la chiamo per telefono e questo basta. Non penso di andare prima del 2016, perché in America Latina sono già stato a Rio. Adesso devo andare in Terra Santa, in Asia, poi in Africa».

Ha appena rinnovato il passaporto argentino. Lei è pur sempre un capo di Stato.
«L’ho rinnovato perché scadeva».

Le sono dispiaciute quelle accuse di marxismo, soprattutto americane, dopo la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium?
«Per nulla. Non ho mai condiviso l’ideologia marxista, perché non è vera, ma ho conosciuto tante brave persone che professavano il marxismo».

Gli scandali che hanno turbato la vita della Chiesa sono fortunatamente alle spalle. Le è stato rivolto, sul delicato tema degli abusi sui minori, un appello pubblicato dal Foglio e firmato tra gli altri dai filosofi Besançon e Scruton perché lei faccia sentire alta la sua voce contro i fanatismi e la cattiva coscienza del mondo secolarizzato che rispetta poco l’infanzia.
«Voglio dire due cose. I casi di abusi sono tremendi perché lasciano ferite profondissime. Benedetto XVI è stato molto coraggioso e ha aperto una strada. La Chiesa su questa strada ha fatto tanto. Forse più di tutti. Le statistiche sul fenomeno della violenza dei bambini sono impressionanti, ma mostrano anche con chiarezza che la grande maggioranza degli abusi avviene in ambiente familiare e di vicinato. La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad essersi mossa con trasparenza e responsabilità. Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è la sola ad essere attaccata».

Santo Padre, lei dice «i poveri ci evangelizzano». L’attenzione alla povertà, la più forte impronta del suo messaggio pastorale, è scambiata da alcuni osservatori come una professione di pauperismo. Il Vangelo non condanna il benessere. E Zaccheo era ricco e caritatevole.
«Il Vangelo condanna il culto del benessere. Il pauperismo è una delle interpretazioni critiche. Nel Medioevo c’erano molte correnti pauperistiche. San Francesco ha avuto la genialità di collocare il tema della povertà nel cammino evangelico. Gesù dice che non si possono servire due signori, Dio e la Ricchezza. E quando veniamo giudicati nel giudizio finale (Matteo, 25) conta la nostra vicinanza con la povertà. La povertà allontana dall’idolatria, apre le porte alla Provvidenza. Zaccheo devolve metà della sua ricchezza ai poveri. E a chi tiene i granai pieni del proprio egoismo il Signore, alla fine, presenta il conto. Quello che penso della povertà l’ho espresso bene nella Evangelii Gaudium».

Lei ha indicato nella globalizzazione, soprattutto finanziaria, alcuni dei mali che aggrediscono l’umanità. Ma la globalizzazione ha strappato dall’indigenza milioni di persone. Ha dato speranza, un sentimento raro da non confondere con l’ottimismo.
«È vero, la globalizzazione ha salvato dalla povertà molte persone, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame, perché con questo sistema economico diventa selettiva. La globalizzazione a cui pensa la Chiesa assomiglia non a una sfera, nella quale ogni punto è equidistante dal centro e in cui quindi si perde la peculiarità dei popoli, ma a un poliedro, con le sue diverse facce, per cui ogni popolo conserva la propria cultura, lingua, religione, identità. L’attuale globalizzazione “sferica” economica , e soprattutto finanziaria, produce un pensiero unico, un pensiero debole. Al centro non vi è più la persona umana, solo il denaro».

Il tema della famiglia è centrale nell’attività del Consiglio degli otto cardinali. Dall’esortazione Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II molte cose sono cambiate. Due Sinodi sono in programma. Si aspettano grandi novità. Lei ha detto dei divorziati: non vanno condannati, vanno aiutati.
«È un lungo cammino che la Chiesa deve compiere. Un processo voluto dal Signore. Tre mesi dopo la mia elezione mi sono stati sottoposti i temi per il Sinodo, si è proposto di discutere su quale fosse l’apporto di Gesù all’uomo contemporaneo. Ma alla fine con passaggi graduali — che per me sono stati segni della volontà di Dio — si è scelto di discutere della famiglia che attraversa una crisi molto seria. È difficile formarla. I giovani si sposano poco. Vi sono molte famiglie separate nelle quali il progetto di vita comune è fallito. I figli soffrono molto. Noi dobbiamo dare una risposta. Ma per questo bisogna riflettere molto in profondità. È quello che il Concistoro e il Sinodo stanno facendo. Bisogna evitare di restare alla superficie. La tentazione di risolvere ogni problema con la casistica è un errore, una semplificazione di cose profonde, come facevano i farisei, una teologia molto superficiale. È alla luce della riflessione profonda che si potranno affrontare seriamente le situazioni particolari, anche quelle dei divorziati, con profondità pastorale».

Perché la relazione del cardinale Walter Kasper all’ultimo Concistoro (un abisso tra dottrina sul matrimonio e la famiglia e la vita reale di molti cristiani) ha così diviso i porporati? Come pensa che la Chiesa possa percorrere questi due anni di faticoso cammino arrivando a un largo e sereno consenso? Se la dottrina è salda, perché è necessario il dibattito?
«Il cardinale Kasper ha fatto una bellissima e profonda presentazione, che sarà presto pubblicata in tedesco, e ha affrontato cinque punti, il quinto era quello dei secondi matrimoni. Mi sarei preoccupato se nel Concistoro non vi fosse stata una discussione intensa, non sarebbe servito a nulla. I cardinali sapevano che potevano dire quello che volevano, e hanno presentato molti punti di vista distinti, che arricchiscono. I confronti fraterni e aperti fanno crescere il pensiero teologico e pastorale. Di questo non ho timore, anzi lo cerco».

In un recente passato era abituale l’appello ai cosiddetti «valori non negoziabili» soprattutto in bioetica e nella morale sessuale. Lei non ha ripreso questa formula. I principi dottrinali e morali non sono cambiati. Questa scelta vuol forse indicare uno stile meno precettivo e più rispettoso della coscienza personale?
«Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili. I valori sono valori e basta, non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una meno utile di un’altra. Per cui non capisco in che senso vi possano esser valori negoziabili. Quello che dovevo dire sul tema della vita, l’ho scritto nell’esortazione Evangelii Gaudium».
Molti Paesi regolano le unioni civili. È una strada che la Chiesa può comprendere? Ma fino a che punto?
«Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall’esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l’assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà».

Come verrà promosso il ruolo della donna nella Chiesa?
«Anche qui la casistica non aiuta. È vero che la donna può e deve essere più presente nei luoghi di decisione della Chiesa. Ma questa io la chiamerei una promozione di tipo funzionale. Solo così non si fa tanta strada. Bisogna piuttosto pensare che la Chiesa ha l’articolo femminile “la”: è femminile dalle origini. Il grande teologo Urs von Balthasar lavorò molto su questo tema: il principio mariano guida la Chiesa accanto a quello petrino. La Vergine Maria è più importante di qualsiasi vescovo e di qualsiasi apostolo. L’approfondimento teologale è in corso. Il cardinale Rylko, con il Consiglio dei Laici, sta lavorando in questa direzione con molte donne esperte di varie materie».

A mezzo secolo dall’Humanae Vitae di Paolo VI, la Chiesa può riprendere il tema del controllo delle nascite? Il cardinale Martini, suo confratello, riteneva che fosse ormai venuto il momento.
«Tutto dipende da come viene interpretata l’Humanae Vitae. Lo stesso Paolo VI, alla fine, raccomandava ai confessori molta misericordia, attenzione alle situazioni concrete. Ma la sua genialità fu profetica, ebbe il coraggio di schierarsi contro la maggioranza, di difendere la disciplina morale, di esercitare un freno culturale, di opporsi al neo-malthusianesimo presente e futuro. La questione non è quella di cambiare la dottrina, ma di andare in profondità e far sì che la pastorale tenga conto delle situazioni e di ciò che per le persone è possibile fare. Anche di questo si parlerà nel cammino del Sinodo».

La scienza evolve e ridisegna i confini della vita. Ha senso prolungare artificialmente la vita in stato vegetativo? Il testamento biologico può essere una soluzione?
«Io non sono uno specialista negli argomenti bioetici. E temo che ogni mia frase possa essere equivocata. La dottrina tradizionale della Chiesa dice che nessuno è obbligato a usare mezzi straordinari quando si sa che è in una fase terminale. Nella mia pastorale, in questi casi, ho sempre consigliato le cure palliative. In casi più specifici è bene ricorrere, se necessario, al consiglio degli specialisti ».

Il prossimo viaggio in Terra Santa porterà a un accordo di intercomunione con gli ortodossi che Paolo VI, cinquant’anni fa, era arrivato quasi a firmare con Atenagora?
«Siamo tutti impazienti di ottenere risultati “chiusi”. Ma la strada dell’unità con gli ortodossi vuol dire soprattutto camminare e lavorare insieme. A Buenos Aires, nei corsi di catechesi, venivano diversi ortodossi. Io trascorrevo il Natale e il 6 gennaio insieme ai loro vescovi, che a volte chiedevano anche consiglio ai nostri uffici diocesani. Non so se sia vero l’episodio che si racconta di Atenagora che avrebbe proposto a Paolo VI che loro camminassero insieme e mandassero tutti i teologi su un’isola a discutere fra loro. È una battuta, ma importante è che camminiamo insieme. La teologia ortodossa è molto ricca. E credo che loro abbiano in questo momento grandi teologi. La loro visione della Chiesa e della sinodalità è meravigliosa».

Fra qualche anno la più grande potenza mondiale sarà la Cina con la quale il Vaticano non ha rapporti. Matteo Ricci era gesuita come lei.
«Siamo vicini alla Cina. Io ho mandato una lettera al presidente Xi Jinping quando è stato eletto, tre giorni dopo di me. E lui mi ha risposto. Dei rapporti ci sono. È un popolo grande al quale voglio bene».

Perché Santo Padre non parla mai d’Europa? Che cosa non la convince del disegno europeo?
«Lei ricorda il giorno in cui ho parlato dell’Asia? Che cosa ho detto? (qui il cronista si avventura in qualche spiegazione raccogliendo vaghi ricordi per poi accorgersi di essere caduto in un simpatico trabocchetto). Io non ho parlato né dell’Asia, né dell’Africa, né dell’Europa. Solo dell’America Latina quando sono stato in Brasile e quando ho dovuto ricevere la Commissione per l’America Latina. Non c’è stata ancora l’occasione di parlare d’Europa. Verrà ».

Che libro sta leggendo in questi giorni?
«Pietro e Maddalena di Damiano Marzotto sulla dimensione femminile della Chiesa. Un bellissimo libro».

E non riesce a vedere qualche bel film, un’altra delle sue passioni? «La grande bellezza» ha vinto l’Oscar. La vedrà?
«Non lo so. L’ultimo film che ho visto è stato La vita è bella di Benigni. E prima avevo rivisto La Strada di Fellini. Un capolavoro. Mi piaceva anche Wajda...».

San Francesco ebbe una giovinezza spensierata. Le chiedo: si è mai innamorato?
«Nel libro Il Gesuita, racconto di quando avevo una fidanzatina a 17 anni. E ne faccio cenno anche ne Il Cielo e la Terra, il volume che ho scritto con Abraham Skorka. In seminario una ragazza mi fece girare la testa per una settimana».

E come finì se non sono indiscreto?
«Erano cose da giovani. Ne parlai con il mio confessore»
(un grande sorriso).
Grazie Padre Santo.
«Grazie a lei».
5 marzo 2014




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Il Papa: se la Chiesa non è pellegrina è moribonda

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2014-08-09 Radio Vaticana

La Chiesa è vera se è in cammino e in “doppia uscita”, verso di Dio e verso i fratelli, altrimenti “diventa un’associazione civile”. È una delle affermazioni rese da Papa Francesco durante il colloquio in diretta radiofonica con un’emittente comunitaria argentina, appartenente alla parrocchia Vergine del Carmine della cittadina di Campo Gallo. La sintesi delle parole del Papa nel servizio di Alessandro De Carolis:


Una Chiesa rannicchiata su se stessa è come l’acqua stagnante di una pozza: è “moribonda”. Al contrario, per essere viva una Chiesa viva deve avere di sé l’immagine di un “pellegrino” e camminare senza stancarsi nelle due direzioni insegnatele da Gesù, verso Dio e verso i fratelli. Per pensieri e toni sembra di essere a Messa a S. Marta e invece Papa Francesco parla in diretta con l’altra parte del mondo, la “sua”, nella lunga diretta con la radio parrocchiale di Campo Gallo, località nel nord dell’Argentina, dove la fede, intessuta di pietà popolare, è un grande sostegno per la gente che, per il resto, possiede ben poco. E proprio il sentimento di fede che scalda il cuore latinoamericano è il primo aspetto che il Papa mette in risalto, specie per quello che riguarda la devozione a Maria:

“Il nostro popolo non è orfano: il nostro popolo ha la Madre! (…) Un figlio senza madre ha l’anima mutilata e un popolo senza madre è un popolo orfano, solo, arido, senza idee, senza la tenerezza che soltanto una mamma ci dà”.

Poi, concreto come sempre, Papa Francesco tocca con delicatezza il tasto dei bisogni. “La Chiesa – ricorda – si sostiene con la pietà dei fedeli”, assieme ai Sacramenti e alle preghiere. Il “mio ringraziamento”, dice il Papa, va a chi fa vita di fede attiva e anche, soggiunge, a “quelle persone che si privano di qualcosa, di qualche bene o di soldi per darlo a voi”. E chiarisce: “Non è importante con quanto vi aiutino, quello che è importante è che vi aiutino, quello che è importante è che vi guardino”.

Ma se la carenza di beni può essere fonte di emarginazione sociale, essa non lo è certo se si parla di vita cristiana, dove ogni battezzato è ricco per elezione. Ed è soprattutto “pellegrino”, l’icona della Chiesa “in uscita” tanto cara al Papa che ama le periferie. “La nostra Chiesa – esclama – non si stanchi mai di camminare”:

“Quando una comunità non è pellegrina – e non solo nei piedi ma anche nel cuore – non ha un cuore pellegrino, un cuore che non va al di là di se stesso, non ha un cuore pellegrino né per adorare Dio né tanto meno per aiutare i fratelli, questa Chiesa è moribonda ed è necessario resuscitarla rapidamente (…) Questo pellegrinaggio che fate lì una volta l’anno, bisogna che lo facciate tutti i giorni nella vita quotidiana: un pellegrinaggio verso Dio per adorarlo, un pellegrinaggio verso nostra Madre, la Vergine, per ricordarla ed amarla e un pellegrinaggio verso gli uomini e le donne e le necessità del nostro popolo”.

Altro tema caro sono le chiacchiere, o meglio la rinuncia a ciò che possa creare ferite nella comunità. “Lavorare per l’unità è sempre importante”, afferma il Papa, e se anche, riconosce, “sempre ci saranno differenze, sempre ci saranno scontri, importante è non lasciarli crescere e cercare di fare in modo che le cose si risolvano fra fratelli”. Perché “non è cristiano” spellarsi vivi, secondo una sua ormai celebre espressione. Infine, le vocazioni e il coraggio della risposta quando Dio bussa alla porta dell’anima:

“Ai giovani direi che se sentono la chiamata di Gesù non abbiano paura. Guardino a tutto il bene che possono fare, tutta la consolazione che possono portare, tutto il messaggio cristiano che possono trasmettere e non abbiano paura. La vita è fatta per essere vissuta e non per guardarla (...) Se qualcuno sente invece che Dio lo chiama a formare una famiglia, che sia una famiglia cristiana, grande, bella, con molti figli che portino avanti la fede”.

Il saluto finale è tipico di Francesco, Papa annunciatore di misericordia: “Dio ci ama. Dio ci aspetta sempre. Dio non si stanca mai di perdonarci (…). Io chiedo al Signore che a tutti coloro che stanno ascoltando li benedica molto, dia loro forza, dia loro forza di vivere e di lottare, dia loro il coraggio di non lasciarsi rubare la speranza, ma soprattutto dia loro una carezza e li faccia sorridere”.

(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)




 

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19/08/2014 13.24
 
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La conferenza stampa del Papa in aereo in versione integrale



2014-08-19 Radio Vaticana



Pubblichiamo di seguito la trascrizione completa della conferenza stampa tenuta da Papa Francesco sul volo di ritorno dalla Corea: 


(Padre Lombardi)


Allora … Santità, benvenuto tra noi per questo ultimo appuntamento di questo viaggio che è stato molto intenso ma che ci sembra sia riuscito molto bene: almeno, lei dà l’impressione di essere soddisfatto, dà l’impressione di essere stato bene e noi ne siamo stati molto contenti. Allora, per questo incontro che credo avvenga secondo lo stile dei due precedenti che abbiamo avuto con lei, ci siamo organizzati dividendoci per gruppi linguistici e poi in ognuno dei gruppi sono stati sorteggiati alcuni colleghi e colleghe che faranno le loro domande. Ne abbiamo un buon numero … quando Lei è stanco ci dice che basta, e noi ci fermiamo, ecco. Altrimenti, continuiamo.


Allora, noi vogliamo incominciare con un rappresentante del gruppo asiatico e invitiamo a venire qui al microfono Seung Jin Park, della Yonhap News: è l’agenzia coreana. Io dico anche chi si deve preparare in modo tale che incominci ad avvicinarsi qui e poi dopo non perdiamo troppo tempo nell’aspettarlo. La seconda domanda sarà di Alan Holdren, di Ewtn. Allora, Santità, Lei vuole dirci qualche cosa per introdurre? A Lei la parola, poi dopo diamo la parola al collega coreano …


(Papa Francesco)


Buongiorno. Buongiorno. Grazie tante per il vostro lavoro che è stato abbastanza impegnativo. Grazie per questo che avete fatto e adesso per l’attenzione per questo colloqui. Grazie tante.


(Padre Lombardi)
Allora, diamo la parola a Sung Park.

(Sung Ji Park)
Mi chiamo Sung Jin Park, giornalista della South Korean News Agency Yonhap. Santo Padre, a nome dei giornalisti coreani e del nostro popolo, desidero ringraziarLa per la Sua visita. Lei ha portato la felicità a molta gente, in Corea. E grazie anche per l’incoraggiamento all’unificazione del nostro Paese. Santo Padre, durante la Sua visita in Corea, Lei si è rivolto in primo luogo alle famiglie delle vittime del disastro del traghetto Sewol e le ha consolate. Ho due domande. Una: cosa ha provato quando le ha incontrate? Due: non si è preoccupato che il Suo gesto potesse essere frainteso politicamente?

(Papa Francesco)
Ma, quando tu ti trovi davanti al dolore umano, tu devi fare quello che il tuo cuore ti porta a fare. Poi diranno: “Ma, ha fatto questo perché ha questa intenzione politica o quell’altra”: ma, si può dire tutto. Ma quando tu pensi a questi uomini, a queste donne, papà e mamme, che hanno perso i figli, i fratelli e le sorelle che hanno perso fratelli e sorelle, al dolore tanto grande di una catastrofe, non so, il mio cuore … io sono un sacerdote, sai?, e sento che devo avvicinarmi! Ma, lo sento così, no? E, primo, quello. Io so che la consolazione che potrebbe dare una parola mia non è un rimedio, non dà vita nuova a quelli che sono morti, ma la vicinanza umana in questi momenti ci dà forza, c’è la solidarietà, no? Io ricordo che come arcivescovo a Buenos Aires ho vissuto due catastrofi di queste: uno, un incendio di una sala da ballo [dove si teneva] un concerto di musica pop: sono morti 193! E poi, un’altra volta, una catastrofe con i treni, credo che sono mancati 120. E io, in quel tempo, ho sentito lo stesso: di avvicinarmi. Ma, il dolore umano è forte e se noi in questi momenti tristi ci avviciniamo, ci aiutiamo tanto. E la domanda là, alla fine, io vorrei dire un’altra cosa di più. Io ho preso questo. [Si riferisce ad un distintivo in forma di fiocco portato dai familiari e da chi si è mobilitato per la tragedia del traghetto Sewol] Dopo mezza giornata di portarlo – l’ho preso per solidarietà con loro, eh? – qualcuno si è avvicinato e mi ha detto: “Ma, è meglio toglierlo, eh? Lei deve essere neutrale …” – “Ma, senti, con il dolore umano non si può essere neutrali”: così ho risposto. E’ quello che io sento. Ma grazie della tua domanda. Grazie.

A chi tocca adesso?

(Padre Lombardi)
Alan Holdren di Ewtn. Poi dopo c’è Jean-Louis de la Vaissière, del gruppo francese.

(Alan Holdren)
Santità, io mi chiamo Alan Holdren, lavoro per la Catholic News Agency – Aci Prensa a Lima, in Perù, e anche Ewtn. Come Lei sa, le forze militari degli Stati Uniti da poco hanno incominciato a bombardare dei terroristi in Iraq per prevenire un genocidio, per proteggere il futuro delle minoranze – penso anche ai cattolici sotto la sua guida. Lei approva questo bombardamento americano?

(Papa Francesco)
Grazie della domanda così chiara. In questi casi, dove c’è una aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, pure, eh? Quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata l’idea delle Nazioni Unite: là si deve discutere, dire: “E’ un aggressore ingiusto? Sembra di sì. Come lo fermiamo?”. Ma soltanto quello. Niente di più. Secondo, le minoranze. Grazie della parola. Perché a me parlano “Ma, i cristiani, poveri cristiani”, ed è vero, soffrono. I martiri … eh sì, ci sono tanti martiri. Ma qui ci sono uomini e donne, minoranze religiose, non tutte cristiane, e tutti sono uguali davanti a Dio, no? Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto che l’umanità ha ma c’è anche un diritto che ha l’aggressore, di essere fermato perché non faccia del male. Questo.

(Padre Lombardi)
Jean-Louis de la Vaissière, di France Presse. Si prepara Fabio Zavattaro.

(Jean-Louis de la Vaissière, France Presse)
Buona sera, Santo Padre. Tornando ancora sulla vicenda irachena: come il cardinale Filoni, con il Superiore dei Domenicani, lei, Santità, sarebbe pronto a sostenere un intervento militare sul terreno in Iraq per fermare i jihadisti? E poi avevo un’altra domanda: lei pensa di potere andare un giorno in Iraq, forse in Kurdistan, per sostenere i profughi cristiani che La aspettano, e pregare con loro in questa terra dove vivono da duemila anni?

(Papa Francesco)

Grazie. Io sono stato poco tempo fa con il governatore del Kurdistan, e lui aveva un pensiero molto chiaro sulla situazione, come trovare soluzioni … ma era prima di questa aggressione ultima. Alla prima domanda ho risposto: io soltanto sono d’accordo sul fatto che quando c’è un aggressore ingiusto, venga fermato. Ah, sì: scusi, dimenticavo quello [sulla possibilità di recarsi in Kurdistan]. Sì, io sono disponibile, ma credo che posso dire questo: quando abbiamo sentito con i miei collaboratori di questa situazione delle minoranze religiose e anche il problema, in quel momento, del Kurdistan che non poteva ricevere tanta gente – è un problema, si capisce: non poteva, no? – cosa si può fare? Abbiamo pensato tante cose, no? Abbiamo scritto prima di tutto il comunicato che ha fatto padre Lombardi a nome mio. Dopo, questo comunicato è stato inviato a tutte le nunziature perché fosse comunicato ai governi. Poi, abbiamo scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite … tante cose … e alla fine abbiamo detto: inviare un inviato personale, il cardinale Filoni. E alla fine abbiamo detto: e se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea, possiamo andare lì. Era una delle possibilità. Questa è la risposta: sono disponibile. In questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto a quello.

(Padre Lombardi)

Fabio Zavattaro, e si prepara Paloma García Ovejero della Cope …

(Fabio Zavattaro)

Lei, Santo Padre, è il primo Papa che ha potuto sorvolare la Cina. Il telegramma che ha mandato al presidente cinese è stato accolto senza commenti negativi. Pensa che questi siano passi in avanti di un dialogo possibile? E: avrebbe desiderio di andare in Cina?

(Padre Lombardi)

Posso annunciare che siamo sullo spazio aereo cinese, in questo momento, quindi la domanda è pertinente …

(Papa Francesco)

E quando all’andata stavamo per entrare nello spazio aereo cinese, io ero nel cockpit con i piloti, e uno di loro mi ha fatto vedere lì un registro e ha detto: “Mancano dieci minuti per entrare nello spazio aereo cinese, dobbiamo chiedere l’autorizzazione: sempre si chiede … è una cosa normale, a ogni Paese si chiede”, … e ho sentito come chiedevano l’autorizzazione, come si rispondeva … sono stato testimone di quello.  E il pilota ha detto: “Adesso va il telegramma”, ma non so come lo abbiano fatto; ma, così … poi mi sono congedato da loro, sono tornato al mio posto e ho pregato tanto per quel bello e nobile popolo cinese, un popolo saggio … Ma, io penso ai grandi saggi cinesi, ma una storia di scienza, di saggezza …  Anche i gesuiti: abbiamo storia lì, no?, con padre Ricci … E tutte queste cose mi venivano in mente. Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani! Eh, sì. Noi rispettiamo il popolo cinese, soltanto la Chiesa chiede libertà per il suo mestiere, per il suo lavoro; nessun’altra condizione. Poi, non dimenticare quella Lettera fondamentale per il problema cinese, che è stata la Lettera inviata ai Cinesi da Papa Benedetto XVI. Quella Lettera, oggi è attuale, ha attualità. Rileggerla fa bene. E sempre la Santa Sede è aperta ai contatti: sempre, perché ha una vera stima per il popolo cinese.

(Padre Lombardi)

Paloma García Ovejero è della Cope, la Radio cattolica spagnola, e si prepara Johannes Schidelko della Kna …

(Paloma García Ovejero)

Bene: il prossimo viaggio sarà in Albania, forse Iraq; dopo Filippine e Sri Lanka … Ma dove andrà, nel 2015? E Le dico anche per caso: Lei sa che in Avila e in Alba de Tormes c’è tanta attesa: possono ancora sperare?

(Papa Francesco)

Ma sì, sì … La signora presidente di Corea, in perfetto spagnolo, m’ha detto: “La esperanza es la ultima que se pierde”: così m’ha detto, sperando nell’unificazione della Corea. Ma, mi viene questo. Si può sperare, ma non è deciso.

(Paloma García Ovejero)

Ma dopo Messico … Philadelphia …?

(Papa Francesco)

No: adesso ti spiego. Quest’anno, è prevista l’Albania, è vero. Alcuni dicono che il Papa ha uno stile di incominciare tutte le cose dalla periferia. Ma no, vado in Albania perché? Per due motivi importanti. Primo, perché sono riusciti a fare un governo – ma pensiamo ai Balcani, eh? – un governo di unità nazionale tra islamici, ortodossi, cattolici con un consiglio interreligioso che aiuta tanto ed è equilibrato. E questo va bene, è armonizzato. La presenza del Papa è per dire a tutti i popoli: “Ma, si può lavorare insieme!”. Io l’ho sentito come se fosse un vero aiuto a quel popolo nobile. E l’altra cosa: se pensiamo alla Storia dell’Albania, è stata religiosamente l’unico dei Paesi comunisti che nella sua Costituzione aveva l’ateismo. Se tu andavi a Messa era anticostituzionale. E poi, mi diceva uno dei ministri che sono state distrutte – voglio essere preciso nella cifra – 1.820 chiese: distrutte! Ortodosse, cattoliche … in quel tempo. E poi, altre chiese sono state fatte [trasformate] in cinema, teatro, sale da ballo … Io ho sentito che dovevo andare: è vicino, in un giorno si fa … Poi, l’anno prossimo vorrei andare a Philadephia, all’incontro delle famiglie, e anche sono stato invitato dal presidente degli Stati Uniti al Parlamento americano e anche dal segretario delle Nazioni Unite, a New York: forse le tre città, no?, insieme. Il Messico: i messicani vogliono che io vada alla Madonna di Guadalupe, e si potrà approfittare di quello, ma non è sicuro. E alla fine, la Spagna. I reali mi hanno invitato e l’episcopato mi ha invitato, ma … c’è una pioggia di inviti per andare in Spagna: Santiago de Compostela … forse è possibile, ma non dico di più perché non è deciso: andare al mattino ad Avila e ad Alba de Tormes, e tornare il pomeriggio … Sarebbe possibile …

(Paloma García Ovejero)

E’ possibile …

(Papa Francesco)

Sì, ma non è deciso. E questa è la risposta. Grazie a te.

(Padre Lombardi)

Johannes Schidelko dell’agenzia cattolica tedesca. Si prepara Yoshimori Fukushima, del Giappone, per la prossima domanda.

(Johannes Schidelko)

Grazie. Santità, quale tipo di rapporto c’è tra Lei e Benedetto XVI? esiste un abituale scambio di opinioni, di idee, esiste un progetto comune dopo questa enciclica?

(Papa Francesco)

Ci vediamo … Prima di partire sono andato a trovarlo. Lui, due settimane prima, mi ha inviato uno scritto interessante: mi chiedeva l’opinione … E, abbiamo un rapporto normale perché torno a questa idea: forse non piace a qualche teologo – io non sono teologo – ma penso che il Papa emerito non sia un’eccezione, ma dopo tanti secoli è il primo emerito, questo. Pensiamo, eh sì, come lui ha detto, “sono invecchiato, non ho le forze” … Ma è stato un bel gesto di nobiltà e anche di umiltà e di coraggio. Ma, io penso: 70 anni fa i vescovi emeriti, anche, erano un’eccezione: non esistevano. Oggi i vescovi emeriti sono una istituzione. 
Io penso che “Papa emerito” sia già un’istituzione. Perché? Perché la nostra vita si allunga e a una certa età non c’è la capacità di governare bene, perché il corpo si stanca … ma, la salute forse è buona, ma non c’è la capacità di portare avanti tutti i problemi di un governo come quello della Chiesa. E io credo che Papa Benedetto XVI abbia fatto questo gesto di Papi emeriti. 
Ripeto: forse qualche teologo mi dirà che questo non è giusto, ma io la penso così. I secoli diranno se è così o no. Vediamo. Ma lei potrà dirmi: “E se lei non se la sentirà, un giorno, di andare avanti?”. Ma, farei lo stesso, eh? Farei lo stesso! Pregherò molto, ma farei lo stesso. Ha aperto una porta che è istituzionale, non eccezionaleIl nostro rapporto è di fratelli, davvero, ma io ho detto anche che lo sento come avere il nonno a casa per la saggezza: è un uomo con una saggezza, con le nuances, ma, che mi fa bene sentirlo. E, anche, mi incoraggia abbastanza. Questo è il rapporto che abbiamo con lui.

(Padre Lombardi)

Adesso abbiamo Yoshimori Fukushima del Mainichi Shimbun: siamo tornati in Asia. Lui è giapponese. E si prepara Deborah Ball, del Wall Street Journal.

(Yoshimori Fukushima)

Papa Francesco, intanto grazie mille per la sua prima visita in Asia. In questo viaggio, Lei ha incontrato delle persone che hanno sofferto. Che cosa ha provato quando lei ha salutato le sette “donne comfort” alla Messa di questa mattina? Per quanto riguarda la sofferenza delle persone, come in Corea, c’erano i cristiani nascosti anche in Giappone, e l’anno prossimo sarà il 150.mo anniversario della loro riemersione. Sarà possibile pregare per loro insieme con Lei a Nagasaki? Grazie mille.

 

(Papa Francesco)
Sarebbe bellissimo, sarebbe bellissimo! Sono stato invitato, eh? Sia dal governo, sia dall’episcopato: sono stato invitato. Ma, le sofferenze: lei torna su una delle prime domande. Il popolo coreano è un popolo che non ha perso la dignità. E’ stato un popolo invaso, umiliato, ha subito guerre, adesso è diviso, con tanta sofferenza. Ieri, quando sono andato all’incontro con i giovani, ho visitato il museo dei martiri, lì: ma, è terribile, la sofferenza di questa gente, semplicemente per non calpestare la Croce! E’ un dolore o una sofferenza storica. Ha capacità di soffrire, questo popolo, e quello è anche parte della sua dignità. Anche oggi, quando c’erano queste donne anziane, davanti, a Messa: pensare che in quell’invasione sono state, da ragazze, portate via, nelle caserme, per sfruttarle … e loro non hanno perso la dignità. Oggi erano dando la faccia [mostrando il volto], anziane, le ultime che rimangono, no? E’ un popolo forte nella sua dignità. 
Ma tornando a queste cose di martirio, di sofferenze, anche queste donne: questi sono i frutti della guerra! E oggi noi siamo in un mondo in guerra, dappertutto! Qualcuno mi diceva: “Ma Lei sa, Padre, che siamo nella Terza Guerra Mondiale – ma a pezzi?”. Ha capito? E’ un mondo in guerra, dove si compiono queste crudeltà. Vorrei fermarmi su due parole: la prima, crudeltà. Ma, oggi i bambini non contano! Una volta si parlava di una guerra convenzionale, oggi questo non conta. Non dico che le guerre convenzionali siano una cosa buona, no. Ma oggi va la bomba e ti ammazza l’innocente con il colpevole, il bambino, con la donna, con la mamma … ammazzano tutti. Ma noi dobbiamo fermarci e pensare un po’ al livello di crudeltà al quale siamo arrivati. Ma, questo ci deve spaventare! E questo non è per fare paura: si può fare uno studio empirico. Ma, il livello di crudeltà dell’umanità, in questo momento, fa spaventare un po’. E l’altra parola sulla quale vorrei dire qualcosa e che è in rapporto con questa, è la tortura. Oggi la tortura è uno dei mezzi quasi – direi – ordinari dei comportamenti dei servizi di intelligence, dei processi giudiziari […] E la tortura è un peccato contro l’umanità, è un delitto contro l’umanità e ai cattolici io dico: “Torturare una persona è peccato mortale, è peccato grave!”. Ma è di più: è un peccato contro l’umanità. Crudeltà e tortura. Mi piacerebbe tanto, a me, che voi nei vostri media, faceste delle riflessioni: come vedete queste cose, oggi? Com’è il livello di crudeltà dell’umanità? E cosa pensate della tortura? Credo che ci farà bene a tutti, riflettere su questo.

(Padre Lombardi)

Deborah Ball di Wall Street Journal; si prepara Anaïs Feuga della Radio Francese.

(Deborah Ball)

Grazie. La nostra domanda è: lei tiene un ritmo molto, molto impegnativo, molto serrato e si concede molto poco riposo e niente vacanze; fa questi viaggi massacranti. Poi, negli ultimi mesi, abbiamo visto che Lei ha dovuto cancellare, anche, qualche appuntamento anche all’ultimissimo momento. C’è da preoccuparsi per il ritmo che Lei tiene?

(Papa Francesco)
Eh sì, qualcuno me l’ha detto. Io ho preso le vacanze, adesso, a casa come faccio al solito, perché … una volta ho letto un libro. Interessante. Il titolo era: “Rallegrati di essere nevrotico”, eh? Anche io ho alcune nevrosi, ma bisogna trattarle bene, alle nevrosi, eh?: dare loro il mate ogni giorno, eh? … Una delle nevrosi è che sono un po’ troppo attaccato all’habitat. L’ultima volta che ho fatto vacanze fuori Buenos Aires, con la comunità gesuita, è stato nel 1975. Poi, sempre faccio vacanze – davvero, eh? – ma nell’habitat: cambio ritmo. Dormo di più, leggo le cose che mi piacciono, sento la musica, prego di più … E quello mi riposa. A luglio e parte di agosto ho fatto questo, e va bene. L’altra domanda, che ho dovuto cancellare: quello è vero. E’ vero. Il giorno che dovevo andare al Gemelli, fino a 10 minuti prima, ero lì ma non ce la facevo, davvero, no? Davvero, erano stati giorni molto impegnativi, e adesso devo essere un po’ più prudente. Tu hai ragione. [ride]

(Padre Lombardi)
Allora, adesso Anaïs Feuga della Radio Francese, e si prepara Francesca Paltracca di Radio Rai.

(Anaïs Feuga)
A Rio, quando la folla gridava “Francesco, Francesco”, lei rispondeva “Cristo, Cristo”. Oggi lei come gestisce questa immensa popolarità? Come la vive?

(Papa Francesco)
Ma, non so come dire … Io la vivo ringraziando il Signore che il suo popolo sia felice: quello lo faccio davvero, no?, e augurando al popolo di Dio il meglio. La vivo come generosità del popolo, quello è vero. Interiormente, cerco di pensare ai miei peccati e ai miei sbagli per non credermela, eh?, perché io so che questo durerà poco tempo, due o tre anni, e poi … alla Casa del Padre … E poi – non è saggio che ho detto questo – ma la vivo come la presenza del Signore nel suo popolo che usa il vescovo che è il pastore del popolo, per manifestare tante cose. La vivo più naturalmente di prima: prima mi spaventava un po’, ma faccio queste cose, eh? Anche, mi viene in mente: ma, non sbagliare, perché tu non devi fare torto a questo popolo e tutte queste cose, no? Un po’ così …

(Padre Lombardi)
Francesca Paltracca, di Radio Rai, e si prepara Sergio Rubín, del Clarín.

(Francesca Paltracca)
Per il Papa venuto dalla fine del mondo, che si è ritrovato in Vaticano, al di là di Santa Marta che ci ha raccontato poi com’è la sua vita e la sua scelta: come vive dentro il Vaticano, il Papa? Ci chiedono sempre: ma cosa fa, ma come si muove, passeggia? Poi noi abbiamo visto che lei va a mensa e ci sorprende ogni giorno … abbiamo visto che è andato alla mensa del Vaticano, per esempio … Lei ci sorprende … Quindi: che tipo di vita fa al di là del lavoro all’interno di Santa Marta?

(Papa Francesco)
Ma, io cerco di essere libero, no? Ci sono appuntamenti di ufficio, di lavoro, no? Ma poi la vita, per me, è la più normale che possa fare. Davvero, mi piacerebbe potere uscire, ma non si può, non si può … Ma no, no, non è per la precauzione: non si può perché se tu esci, la gente ti viene intorno … e non si può: è una realtà. Ma dentro, io, a Santa Marta faccio una vita normale di lavoro, di riposo, di chiacchiere …

(Francesca Paltracca)
Non si sente prigioniero, insomma?

(Papa Francesco)
No, no, no: all’inizio sì, adesso … sono caduti alcuni muri … Non so, ma “il Papa non può andare” … per esempio, uno per farti ridere: vado a prendere l’ascensore, subito  viene uno, perché il Papa non poteva scendere in ascensore da solo. “Ma, tu vai al tuo posto, che io scendo da solo”. E finita la storia. E’ così, no? E’ la normalità. Una normalità.

(Padre Lombardi)
Allora, adesso tocca a Sergio Rubín e si prepara Jürgen Erbacher.

(Sergio Rubín)
Santo Padre, sono Sergio Rubín. Mi scuso, ma devo farle per il gruppo spagnolo, all’interno del quale c’è anche l’Argentina, una domanda che richiede le sue conoscenze teologiche profonde. La sua squadra, il San Lorenzo, per la prima volta è diventata campione d’America! Mi piacerebbe sapere come vive questo evento, e mi dicono anche che lei riceverà una delegazione dell’associazione sportiva questo mercoledì all’udienza generale …

(Papa Francesco)
Dopo il secondo posto del Brasile, è una buona notizia. Io l’ho saputo, questo, qui: qui a Seul, me l’hanno detto, e mi hanno detto: “Senti, che mercoledì vengono, eh?”: ma che vengano, è udienza pubblica, ci saranno, no? E per me il San Lorenzo è la squadra della quale tutta la mia famiglia era tifosa: mio papà giocava nel basket di San Lorenzo, era giocatore nella squadra di basket. E da bambini andavamo, anche mamma veniva con noi al gasometro, no? Io lo ricordo come oggi, la campagna del ’46, una squadra brillante che aveva il San Lorenzo, sono usciti campioni … Lo sai, con gioia, lo vivo con gioia. Ma miracoli, no! Miracoli no …

(Padre Lombardi)
Adesso Jürgen Erbacher, la televisione tedesca …

(Jürgen Erbacher)
La domanda è: si parla da tempo del progetto di un’enciclica sull’ecologia. Si può dire quanto uscirà e quali sono i punti centrali?

(Papa Francesco)
Questa enciclica … ho parlato tanto con il cardinale Turkson e con altri, e ho chiesto al cardinale Turkson di raccogliere tutti gli apporti che sono arrivati. E prima del viaggio, una settimana prima … no, quattro giorni prima, il cardinale Turkson mi ha consegnato la prima bozza: la prima bozza è grossa così, eh? Io dirò che è un terzo di più della “Evangelii Gaudium”. [ride] E’ la prima bozza. Ma adesso è un problema non facile, perché sulla custodia del Creato anche l’ecologia, anche l’ecologia umana, si può parlare con una certa sicurezza fino ad un certo punto. Poi, vengono le ipotesi scientifiche, alcune abbastanza sicure, altre no. In un’enciclica così, che dev’essere magisteriale, si deve andare avanti soltanto sulle sicurezze: le cose che sono sicure. Perché se il Papa dice che il centro dell’Universo è la Terra e non il Sole, sbaglia, perché dice una cosa che è scientifica, non va. Così succede adesso, no? Dobbiamo fare adesso lo studio, numero per numero, e credo che diventerà più piccola. Ma, andare all’essenziale e a quello che si può affermare con sicurezza.  Ma si può dire in nota, a piè di pagina, “su questo c’è questa ipotesi, questa, questa”, ma dirlo come informazione, ma non nel corpo di un’enciclica che è dottrinale e deve essere sicura.

(Padre Lombardi)
Abbiamo fatto 12 domande, tutti i gruppi hanno già fatto due giri. Vuole continuare o vuole che andiamo a mangiare?

(Papa Francesco)
Dipende dalla fame che loro hanno …

(giornalisti)
Non abbiamo fame, non abbiamo sonno …

(Padre Lombardi)
Allora, c’era in lista Jung Hae Ko, del giornale coreano …

(Jung Ae Ko)
Santità, grazie tante per la sua visita alla Corea del Sud. Le farò due domande. La prima è: appena prima della Messa finale alla Cattedrale di Meyong-dong, Lei ha consolato alcune “donne conforto”: quali pensieri l’hanno attraversata? Questa è la mia prima domanda. La seconda è: Pyongyang afferma che il cristianesimo rappresenta una minaccia diretta al suo regime e alla sua leadership. Noi sappiamo che qualcosa di terribile è successo ai cristiani nordcoreani. Non sappiamo però cosa sia accaduto. C’è un impegno particolare nel suo animo per tentare di cambiare l’approccio di Pyongyang ai cristiani nordcoreani?

(Papa Francesco)
La prima domanda, ripeto questo, no? Oggi, queste donne erano lì perché malgrado tutto quello che hanno sofferto, hanno dignità: ci hanno messo la faccia. Io ho pensato quello che ho detto anche poco fa, alle sofferenze della guerra, alle crudeltà che porta una guerra … Ma, queste donne sono state sfruttate, sono state schiavizzate ma, sono crudeltà tutte queste … Ho pensato tutto questo. La dignità che loro hanno e anche quanto hanno sofferto, no? E la sofferenza è un’eredità. Noi diciamo … i primi Padri della Chiesa dicevano che il sangue dei martiri è seme di cristiani. Voi coreani avete seminato tanto, tanto. E per coerenza, no? Si vede adesso il frutto di quella semina dei martiri. 
Sulla Corea del Nord, io non … so che è una sofferenza, una la so di sicuro: che ci sono alcuni parenti, tanti parenti che non possono ritrovarsi, e questo fa soffrire: quello è vero. Ma è una sofferenza di quella divisione del Paese. Oggi, in cattedrale, dove ho indossato paramenti per la Messa, c’era un regalo che mi hanno fatto, che era una corona di spine di Cristo, fatta con il filo di ferro che divide le due parti dell’unica Corea. E lo portiamo, eh? sull’aereo questo è un regalo che io lo porto … La sofferenza della divisione, di una famiglia divisa. Io, come ho detto – ieri, credo, non ricordo quando, o parlando ai vescovi: non ricordo – abbiamo una speranza: le due Coree sono fratelli, parlano la stessa lingua; quando si parla la stessa lingua è perché si ha la stessa madre e questo ci dà speranza. La sofferenza della divisione è grande, io capisco questo e prego perché finisca.

(Padre Lombardi)
Adesso tocca a Pulella, del gruppo di lingua inglese …

(Pulella)
Un’osservazione e una domanda: come italo-americano volevo farLe i complimenti per il Suo inglese. Non deve aver paura. E se prima di andare in America, la mia seconda patria, se vuole fare un po’ di pratica, io sono disponibile. Qualsiasi accento che Lei voglia prendere, newyorkese – io sono di New York – io sono disponibile. La domanda è questa. Lei ha parlato del martirio: a che punto siamo con il processo per il vescovo Romero? Lei cosa vorrebbe vedere uscire da questo processo?

(Papa Francesco)
Il processo era nella Congregazione per la Dottrina della fede, bloccato “per prudenza”, si diceva. Adesso è sbloccato. E’ passato alla Congregazione per i Santi. E segue la strada normale di un processo. Dipende da come si muovono i postulatori: quello è molto importante, di farlo in fretta, perché io, quello che vorrei, è che si chiarisca: quando c’è il martirio in odium fidei, sia per confessare il Credo, sia per fare le opere che Gesù ci comanda, con il prossimo. E questo è un lavoro dei teologi, che lo stanno studiando. Perché dietro di lui c’è Rutilio Grande e ci sono altri: ci sono altri che sono stati uccisi ma che non sono alla stessa altezza di Romero. Si deve distinguere teologicamente, questo, no? Per me Romero è un uomo di Dio ma si deve fare il processo, ma anche il Signore deve dare il suo segno, lì … Se lui vuole, lo farà. Ma adesso i postulatori devono muoversi perché non ci sono impedimenti.

(Padre Lombardi)
Allora, abbiamo un’ultima domanda, la facciamo fare a Céline Hoyeau, che è venuta per La Croix, giornale cattolico francese:

(Céline Hoyeaux)
Santo Padre, vista la guerra a Gaza, è stata un fallimento, secondo Lei, la preghiera per la pace organizzata in Vaticano l’8 giugno scorso?

(Papa Francesco)
Grazie: grazie per la domanda. Quella Preghiera per la Pace, assolutamente non è stata un fallimento. Primo, l’iniziativa non è uscita da me: l’iniziativa di pregare insieme è uscita dai due Presidenti, dal presidente dello Stato di Israele e dal presidente dello Stato di Palestina. Loro mi avevano fatto arrivare questa inquietudine. Poi, volevamo farla là, ma non si trovava il posto giusto, perché il costo politico di ognuno era molto forte se andava dall’altra parte. La nunziatura, sì, sarebbe stata un posto neutrale ma per arrivare in nunziatura il presidente dello Stato di Palestina sarebbe dovuto entrare in Gerusalemme Est e la cosa non era facile. 
E loro mi hanno detto: “Ma, lo facciamo in Vaticano! Noi andiamo …”. Questi due uomini sono uomini di pace, sono uomini che credono in Dio, e hanno vissuto tante cose brutte, tante cose brutte che sono convinti che l’unica strada per risolvere quella storia lì sia il negoziato, il dialogo e la pace. Ma la sua domanda, adesso: è stato un fallimento? No: io credo che la porta sia aperta. Tutti e quattro i rappresentanti – che Bartolomeo ho voluto che fosse lì come capo dell’Ortodossia, ecumenico dell’Ortodossia, non voglio usare termini che forse non piacciono a tutti gli ortodossi. Il Patriarca ecumenico era bene che fosse con noi. 
Ma, è stata aperta la porta della preghiera e si dice: “Ma, si deve pregare: è un dono”. La pace è un dono, un dono che si merita con il nostro lavoro, ma è un dono. E dire all’umanità che anche la strada del negoziato, che è importante, del dialogo, che è importante, anche c’è quella della preghiera. Giusto. Dopo questo è arrivato quello che è arrivato. Ma questo è congiunturale. Quell’incontro non era congiunturale: è un passo fondamentale di atteggiamento umano: la preghiera. Adesso il fumo delle bombe, delle guerre non lascia vedere la porta, ma la porta è rimasta aperta da quel momento. E siccome io credo in Dio, io credo che il Signore guardi quella porta e quanti pregano e quanti Gli chiedono che Lui ci aiuti. Eh sì, mi piace quella domanda: grazie, grazie per averla fatta. Grazie.

(Padre Lombardi)
Santo Padre, grazie mille. Credo che abbia fatto più di un’ora di conversazione con noi e quindi sia giusto adesso potere andare a riposare un poco al termine di questo viaggio. Tra l’altro, questo viaggio … noi sappiamo che probabilmente questa sera tornerà dalla Madonna …

(Papa Francesco)
Dall’aeroporto passo alla Madonna [di Santa Maria Maggiore]: è una cosa bella. Il dr. Giani aveva ordinato di portare i fiori della Corea con i colori della Corea, ma poi all’uscita dalla nunziatura una bambina è venuta con un mazzo di fiori, di rose, e abbiamo detto: “Ma, portiamo alla Madonna proprio questi fiori di una bambina della Corea”. E questi li porteremo. Dall’aeroporto andiamo a pregare un po’ lì e poi a casa.

(Padre Lombardi)
Bene. Sappia che anche noi saremo con Lei a ringraziare il Signore per queste giornate straordinarie. E auguri per la ripresa poi del Suo ministero a Roma e noi continueremo ad accompagnarLa e speriamo che Lei continui a darci, come ci ha dato in questi giorni, cose bellissime di cui parlare. Grazie.

(Papa Francesco)
E grazie a voi del vostro lavoro, grazie tante … E mi scuso di non rimanere più tempo con voi. Grazie, eh? Buon pranzo!

(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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09/12/2014 10.47
 
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  Il Sinodo, i padrini divorziati, i figli gay: parla Francesco
di Lorenzo Bertocchi
07-12-2014



Dopo 21 mesi di pontificato Papa Francesco concede un’altra intervista. Una lunga intervista, 50 minuti, al quotidiano argentino
La Nacion, la giornalista è Elisabetta Piquè che con il pontefice ha un rapporto di lunga data. Sulla riforma della Curia, quella che molti si aspettano dal suo pontificato, Papa Francesco dice che «c’è ancora molto da fare» e che non teme resistenze. «É molto sano sfogare le cose», dice, perché è bene che le resistenze vengano alla luce del sole e che non si facciano di nascosto. Si mostra consapevole delle polemiche sul suo pontificato, come di quelle che hanno accompagnato il recente sinodo sulla famiglia.Papa Francesco

 

IL SINODO SULLA FAMIGLIA

Per rassicurare quelli preoccupati ha ricordato che il Sinodo «è un processo» e «non si è toccato nessun punto della dottrina della Chiesa sul matrimonio». «Non ho paura di seguire la via della sinodalità, perché è il cammino che Dio ci chiede. E il Papa ne è il garante». Il processo sinodale «non è un processo parlamentare, ma è uno spazio coperto, protetto, perché lo Spirito Santo lavori. E necessita di due qualità distinte: coraggio per parlare e umiltà per ascoltare». «É vero, ha detto, che ci sono posizioni diverse da una parte, o dall’altra. Però in un piano di ricerca della verità. Se mi chiedete: “Però qualcuno è più ostinato nelle sue posizioni?” E, sì, per qualcuno sarà così. Ma questo non mi preoccupa. É una questione di pregare perché lo converta lo Spirito, se effettivamente ci sono alcuni di quelli. Quello che ho avvertito [al Sinodo] è stata una ricerca fraterna per come affrontare i problemi della pastorale famigliare».

I DIVORZIATI RISPOSATI

Sui divorziati risposati ritiene che siano come «scomunicati di fatto», viste tutte le azioni da cui sono esclusi nella Chiesa per essere in questa situazione. «Quello che ha fatto il cardinale Kasper è stato quello di dire che cerchiamo ipotesi, vale a dire, ha aperto il campo. E alcuni erano spaventati». «Alcuni teologi si sono spaventati davanti a queste ipotesi, e hanno preferito nascondere la testa. E hanno detto: mai la comunione eucaristica, sì quella spirituale. Ma ditemi: non bisogna essere in grazia di Dio per ricevere la comunione spirituale?». «Che facciamo con loro [i divorziati risposati], che porta si può aprire? C'è un'inquietudine pastorale: allora gli andiamo a dare la comunione? Non è una soluzione dargli la comunione. Questo soltanto non è la soluzione, la soluzione è l'integrazione. Non sono scomunicati. Ma non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo, non possono fare sette cose, ho l'elenco lì. Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto! Allora, aprire un po' di più le porte. Perché non possono essere padrini? "No, guarda, che testimonianza vanno a dare al figlioccio?". La testimonianza di un uomo e una donna che dicano: "Guarda, caro, io mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, vado avanti". Ma che testimonianza cristiana è questa? O se arriva uno di questi truffatori politici che abbiamo, corrotti, a fare da padrino ed è regolarmente sposato per la Chiesa, lei lo accetta? E che testimonianza va a dare al figlioccio? Testimonianza di corruzione?».

LA FAMIGLIA

«La famiglia è malconcia, i giovani non si sposano. Cosa succede? Poi quando vengono a sposarsi, quando già stanno convivendo, crediamo che con tre conferenze li prepariamo al matrimonio. Ma questo non è sufficiente, perché la stragrande maggioranza non sono coscienti di cosa significa impegnarsi per tutta la vita. Benedetto XVI nell’ultimo anno lo disse due volte: per l’annullamento del matrimonio dovrebbe essere presa in considerazione ciò che significasse la fede per questa persona quando si sposò. Se era una fede generica, sapeva esattamente cos’era il matrimonio? E questa è una cosa che dobbiamo vedere a fondo e capire come aiutare…»

I MATRIMONI GAY

«Il Sinodo è stato un processo e così come l'opinione di un padre sinodale, era di un padre sinodale, la prima bozza era una prima bozza [la Relatio intermedia], dove si raccoglieva tutto. Nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel Sinodo. Quello di cui abbiamo parlato è come una famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo cresce, come si aiuta questa famiglia ad andare avanti in questa situazione un po' inedita. Dunque al Sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali in relazione alle loro famiglie, perché è una realtà che incontriamo nei confessionali. (…) Questo è ciò che ha toccato il Sinodo. Per questo nessuno parlò di elementi positivi nella prima stesura [la Relatio intermedia]. Ma si trattava di un progetto relativo».

LA CHIESA NON FA PROSELITISMO

Interrogato a proposito del fatto che in Sud America molti cattolici lasciano la Chiesa, come ha rilevato un recente sondaggio del Pew Research Center, il Papa ha detto che le cause sono «la mancanza di vicinanza e il clericalismo».  Però «non mi piace parlare di “emorragia” [di fedeli che lasciano la Chiesa] perché si tratta di un immagine strettamente legata al fare proselitismo. Odio usare termini relativi al proselitismo, perché non è la verità. Mi piace usare l’immagine di ospedale da campo: c’è gente molto ferita che sta sperando che andiamo a curare le loro ferite, ferite per mille ragioni. E si deve andare per guarire le ferite». Il modo per andare a sollevare questi “feriti” però non deve essere affrontato con una “strategia”. «Non mi piace la parola “strategia”», ha detto, «preferisco parlare di chiamata pastorale del Signore, perché se no pare tutto una Ong… È la chiamata del Signore, quella che oggi chiede alla Chiesa, non come strategia, perché la Chiesa non fa proselitismo. La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione come ha detto Benedetto XVI».

UNA BARCA SENZA TIMONE?

Rispetto alle accuse di una Chiesa “come una barca senza timone”, emerse dopo il sinodo, il Papa ha chiarito che «non gli risultano certe affermazioni», che «nei media è sembrato che l’abbiano detto», ma «fino a quando non si chiede all’interessato: “Hai detto questo?”, mantengo il dubbio fraterno. Però, generalmente è perché non leggono le cose. Uno una volta mi ha detto: “Sì questo discernimento è una cosa buona, ma abbiamo bisogno di cose più chiare”. E io gli ho detto: “Guarda, ho scritto un’enciclica, è vero, a quattro mani, e un esortazione apostolica. Continuamente sto facendo dichiarazioni, omelie, e questo è magistero. Lì c’è quello che penso, non quello che i media dicono che io penso. Vai qui e lo trovi in modo molto chiaro; Evangelii gaudium è molto chiara…»

LA RIFORMA DELLA CURIA

La riforma della curia dal punto di vista delle economia vaticana, e in particolare dello Ior, «sta andando bene», ma «è la riforma spirituale ciò che mi interessa in questo momento, la riforma del cuore». Il processo di riforma della curia è un «processo lento». Recentemente è stato presentato ai capi dicastero «la proposta di riunire i dicasteri dei Laici, Famiglia, Giustizia e Pace. E c’è stata discussione, ognuno ha espresso il suo parere e ora torna al C-9». A capo dei dicasteri, come ad esempio quello della Dottrina della Fede, o della Liturgia, ma anche il nuovo che dovrebbe riunire Laici, Famiglia, Giustizia e Pace, «sempre dovrà esservi un cardinale», dice il Santo Padre, ma «i segretari di dicastero non devono essere vescovi, perché qui c’è un problema quando si deve cambiare un segretario-vescovo. E dove si manda? É necessario trovare una diocesi, però a volte non sono adatti per una diocesi, sono adatti per il lavoro. Solo due segretari nominati vescovi: il Segretario del Governatorato, per nominarlo parroco di questo, e il segretario del sinodo dei vescovi, per quello che lì significa la episcopalità». Ma la riforma, chiede la Piqué, sarà pronta nel 2015? «No, si stanno facendo piccoli passi», ha risposto il Papa.

 CAMBIARE ALLA MIA ETA’ É RIDICOLO

Prima di essere eletto Papa, Jorge Mario Bergoglio stava pensando al ritiro. «Avevo chiesto al nunzio di preparare la terna per la mia successione in modo che, alla fine di questo anno [2013], si fosse incaricato il nuovo arcivescovo» di Buenos Aires. «Tenevo la testa», dice il Papa, «concentrata nei confessionali delle chiese dove andavo a confessare. Inoltre c’era il progetto di passare due o tre giorni a Lujan e il resto a Buenos Aires». Dopo l’elezione «ho dovuto ricominciare tutto di nuovo. E una cosa che ho detto fin dall’inizio è stata: “Jorge non cambiare, rimani lo stesso, perché cambiare alla tua età è ridicolo”. Per questo ho mantenuto sempre quello che facevo a Buenos Aires.(…) Ovviamente questo ha prodotto alcuni cambiamenti nei protocolli, non nei protocolli ufficiali, perché questi li osservo bene». A proposito della sua salute il Papa ha detto che ha «i suoi acciacchi», ma è «nelle mani di Dio, per questo posso tenere un ritmo di lavoro più o meno buono».

IL CASO DEL CARDINALE BURKE

«Il cardinale Burke un giorno mi ha chiesto cosa avrei fatto» della sua carica, questo quando ancora vigeva la formula “donec alitur provedeatur”. «Io gli dissi: “Datemi un po’ di tempo perché si sta valutando una ristrutturazione giuridica nel C-9”, e gli spiegai che ancora non era stato fatto nulla e che si stava pensando. Poi», dice Francesco, «venne l’Ordine di Malta che aveva bisogno di un americano che potesse muoversi in quell’ambito, e mi venne in mente lui per questo ufficio. E l’ho proposto molto prima del Sinodo. E ho detto: “Questo sarà dopo il Sinodo, perché voglio che partecipiate al Sinodo come capo del dicastero”, perché come cappellano di Malta non poteva. E bene, mi ha ringraziato molto, in buoni rapporti, e ha accettato, anche con piacere mi è sembrato. Perché lui è un uomo che si muove molto, viaggia e avrà lavoro. Quindi non è vero che io l’ho scacciato per come si è comportato al Sinodo».

 



 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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10/12/2014 15.14
 
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  Francesco, l’intervista “impossibile”


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L’Osservatore Romano ha pubblicato la traduzione in italiano l’intervista a papa Francesco uscita sul quotidiano argentino La Nación del 7 dicembre.


L’appuntamento è per le 16,30 di giovedì 4 dicembre a Santa Marta. Il tempo vola. L’intervista con Papa Francesco dura cinquanta minuti, poi c’è tempo per parlare e persino per filmare con il cellulare un breve video con un saluto e una benedizione per i primi diplomati del collegio di Alfarcito, la scuola secondaria creata da padre Chifri nella provincia di Salta. Quando ce ne andiamo, Francesco ci sorprende con una grande borsa bianca. Dentro ci sono alcuni regali per i nostri figli, Juan Pablo e Carolina, «perché giochino».


ELISABETTA PIQUÈ


Papa Francesco ed Elisabetta Piqué durante l'intervista.

Papa Francesco ed Elisabetta Piqué durante l’intervista.



Per l’America latina è fonte di orgoglio avere il primo Papa non europeo. Che cosa si aspetta dalla regione?


L’America latina sta percorrendo un cammino da lungo tempo, dalla prima riunione del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), dalla creazione del Celam. Monsignor Larraín, il primo presidente del Celam, gli ha dato un grande impulso. Poi ci sono state le conferenze di Rio, Medellín, Puebla, Santo Domingo e Aparecida. Sono state pietre miliari che l’episcopato latinoamericano ha posto, collegialmente, con metodologie diverse, all’inizio timidamente. Ma questo cammino di cinquant’anni non si può ignorare perché è un cammino di presa di coscienza della Chiesa in America latina e di maturazione nella fede. Insieme a questo cammino, c’è stata anche una grande preoccupazione di studiare il messaggio guadalupano. La quantità di studi sulla Vergine di Guadalupe, sull’immagine, sul meticciato, sul NicanMopoua, è impressionate, è una teologia di fondo. Perciò nel celebrare la Giornata della Vergine di Guadalupe, patrona d’America, il 12 dicembre, e i cinquant’anni della Messa criolla, stiamo commemorando un cammino della Chiesa latinoamericana.


Un recente sondaggio nella regione (del Pew Research Center) ha mostrato che, al di là dell’“effetto Francesco”, ci sono cattolici che continuano ad abbandonare la Chiesa.


Conosco la statistica che hanno stilato ad Aparecida, è l’unico dato che ho. Evidentemente, ci sono vari fattori che intervengono, esterni alla Chiesa. Per esempio, la teologia della prosperità ispira molte proposte religiose che attraggono la gente. Ma poi la gente resta a metà del cammino. Lasciando però fuori ciò che è esterno alla Chiesa, mi domando: quali sono le cose nostre, dentro la Chiesa, che fanno sì che i fedeli non si sentano soddisfatti? Sono la mancanza di vicinanza e il clericalismo. La vicinanza è oggi la chiamata per noi cattolici a uscire e a stare vicino alla gente, ai loro problemi, alle loro realtà. Il clericalismo, l’ho detto ai vescovi del Celam a Rio de Janeiro, ha frenato la maturazione laicale in America latina. Dove i laici sono più maturi in America latina è nell’espressione della pietà popolare. Le organizzazioni laicali hanno però sempre avuto il problema del clericalismo. Ne ho già parlato nellaEvangelii gaudium.


Il rinnovamento della Chiesa alla quale lei invita mira anche a cercare quelle “pecorelle smarrite” e a frenare questa emorragia di fedeli?


Non mi piace usare l’immagine dell’emorragia perché è un’immagine molto legata al proselitismo. Non mi piace usare termini legati al proselitismo perché non è la verità. Mi piace usare l’immagine dell’ospedale da campo: ci sono persone ferite gravemente che stanno aspettando che andiamo a curare le loro ferite, ferite dovute a mille motivi. Bisogna uscire a curare queste ferite.


È quindi questa la strategia per recuperare quanti se ne vanno?


Non mi piace la parola strategia, parlerei invece della chiamata pastorale del Signore, perché sennò sembra tutto una o.n.g. È la chiamata del Signore, quello che oggi chiede alla Chiesa, non come strategia, perché la Chiesa non fa proselitismo. La Chiesa non vuole fare proselitismo perché la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione, come ha detto Benedetto. La Chiesa deve essere un ospedale da campo e uscire a curare ferite, come il buon samaritano. C’è gente ferita per disattenzione, per abbandono della Chiesa stessa, gente che sta subendo orrori.


Lei è un Papa che è solito parlare in modo diretto, il che l’aiuta a mostrare chiaramente qual è la rotta del suo pontificato. Perché crede che ci sono settori che sono disorientati, che dicono che la «barca è senza timone», soprattutto dopo il recente Sinodo sulla famiglia?


Queste frasi mi meravigliano. Non mi risulta che le abbiano dette. Sui media sembra come se l’avessero dette. Ma finché non si chiede all’interessato: «Lei ha detto questo?», io mantengo un dubbio fraterno. Generalmente però è perché non leggono le cose. Uno sì mi ha detto una volta: «Sì, chiaro, il discernimento quanto fa bene, ma noi abbiamo bisogno di cose più chiare». E io gli ho risposto: «Guardi, ho scritto un’enciclica, a quattro mani, e un’esortazione apostolica. Faccio continuamente dichiarazioni e pronuncio omelie, e questo è magistero. Quello che c’è lì è ciò che io penso, e non quello che i media dicono che io penso. Vada lì e lo troverà, ed è ben chiaro; la Evangelii gaudium è molto chiara».


Sui media alcuni hanno parlato della «fine della luna di miele» per la divisione che è venuta alla luce nel sinodo.


Non è stata una divisione che ha avuto come bersaglio il Papa; ossia non avevano come referente il Papa. Perché lì il Papa ha cercato di aprire il gioco e di ascoltare tutti. Il fatto che, alla fine, il mio discorso sia stato accettato con tanto entusiasmo dai padri sinodali indica che il problema non era con il Papa, ma che era tra le diverse posizioni pastorali.


Ogni volta che c’è un cambiamento di status quo, come è accaduto con il suo arrivo in Vaticano, è normale che ci siano resistenze. Dopo poco più di venti mesi, questa resistenza, silenziosa all’inizio, sembra essere più evidente.


La parola l’ha detta lei. Le resistenze ora si evidenziano, ma per me è un buon segno, che si espongano, che non si dicano di nascosto quando uno non è d’accordo. È sano esporre le cose: è molto sano.


La resistenza ha a che vedere con la pulizia che lei sta facendo, con la ristrutturazione interna della curia romana?


Ritengo che le resistenze come punti di vista diversi non siano una cosa negativa. Hanno a che vedere con le decisioni che prendo, questo sì. Chiaro, ci sono decisioni che riguardano questioni economiche, altre questioni più pastorali.


È preoccupato?


No, non sono preoccupato, mi sembra tutto normale, perché sarebbe anormale che non esistessero punti divergenti. Sarebbe anormale che non uscisse nulla.


Il lavoro di pulizia è finito o continua?


Non mi piace parlare di pulizia. Direi di far procedere la curia nella direzione che le congregazioni generali (le riunioni che precedono il conclave) hanno chiesto. No, manca ancora molto. Manca, manca! Perché, nelle congregazioni generali pre-conclave, noi cardinali abbiamo chiesto molte cose e bisogna andare avanti in tutto ciò.


Quello che ha trovato facendo pulizia è peggio di quello che si aspettava?


Primo, non mi aspettavo nulla. Mi aspettavo di tornare a Buenos Aires! E poi credo che, non so, Dio in questo è buono con me, mi dà una sana dose di incoscienza. Sto facendo quello che devo fare.


Come va il lavoro in corso?


È tutto pubblico, si sa. Lo Ior sta funzionando benissimo e la cosa è stata fatta abbastanza bene. Il tema economico sta andando bene. La riforma spirituale è ciò che in questo momento mi preoccupa di più, la riforma del cuore. Sto preparando il discorso di Natale per i membri della curia; terrò due incontri natalizi, uno con i prelati della curia e un altro con tutto il personale del Vaticano, con tutti i dipendenti, nell’Aula Paolo vi, con le loro famiglie, perché anche loro portano avanti le cose. Gli esercizi spirituali per prefetti e segretari sono un passo avanti. È un passo avanti anche il fatto che staremo sei giorni chiusi, a pregare, come lo scorso anno; lo faremo di nuovo la prima settimana di Quaresima. Andremo nella stessa casa.


La settimana che viene si riunirà il g 9 (il gruppo di nove cardinali consultori che lo aiutano nel processo di riforma della curia e nel governo universale della Chiesa). Per il 2015 sarà pronta la famosa riforma della curia?


No, il processo è lento. L’altro giorno abbiamo avuto una riunione con i capi dicastero ed è stata presentata la proposta che hanno fatto insieme i dicasteri dei Laici, Famiglia, Giustizia e Pace. C’è stata una discussione, ognuno ha espresso la propria opinione e così sarà ora nel g9. Vale a dire, la riforma della curia richiede molto tempo, è la parte più complessa.


Vale a dire che non sarà pronta nel 2015?


No, si sta facendo a piccoli passi.


È vero che una coppia sposata potrebbe stare a capo di questo nuovo dicastero che unirebbe i pontifici Consigli dei Laici, della Famiglia e di Giustizia e Pace?


Può essere, non so. A capo dei dicasteri o della segreteria ci sarà la persona più idonea, sia essa uomo, donna o una coppia sposata.


Non necessariamente cardinale o vescovo…


In un dicastero come la Congregazione per la Dottrina della Fede, quella della Liturgia o nel nuovo dicastero che unirà Laici, Famiglia e Giustizia e Pace, ci sarà sempre a capo un cardinale. Conviene che sia così per la vicinanza stessa al Papa, come collaboratore in questo settore. Ma i segretari del dicastero non hanno più motivo di essere vescovi, perché un problema che c’è qui, quando uno deve cambiare un segretario-vescovo è: dove lo manda? Deve cercare una diocesi, ma a volte non sono adatti a una diocesi, ma sono adatti a questo lavoro. Ho nominato solo due vescovi segretari: il segretario del governatorato, che si occupa anche della parte spirituale, e il segretario del sinodo dei vescovi, per quello che l’“episcopalità” significa lì.


È stato un anno intenso: molti viaggi importanti, il sinodo straordinario, la preghiera per la pace per il Medio oriente nei giardini vaticani… Qual è stato il momento migliore e quale il peggiore?


Non saprei. Tutti i momenti hanno qualcosa di buono e qualcosa lì che non è tanto buono, no? Per esempio, l’incontro con i nonni, con gli anziani, è stato di una bellezza impressionante.


C’era anche Benedetto…


Mi è piaciuto molto quell’incontro, ma non è stato il migliore perché tutti sono belli. Non so, non mi viene, non mi è successo di pensarci.


E di essere Papa, cos’è quello che più le piace e quello che più le spiace?


Una cosa, ed è la verità e lo voglio dire: prima di venire qui, stavo per andare in pensione. Ossia, ero rimasto d’accordo con il nunzio che, una volta tornato a Buenos Aires, avrei fatto la terna affinché, alla fine del 2013, subentrasse il nuovo arcivescovo. Avevo la mente concentrata sui confessionali delle chiese dove andavo a confessare. C’era addirittura il progetto di passare due o tre giorni a Luján e il resto a Buenos Aires, perché Luján significa molto per me, e le confessioni lì sono una grazia. Arrivato qui, ho dovuto rinunciare a tutto questo. Una cosa mi sono detto fin dal primo momento: «Jorge non cambiare, continua a essere lo stesso, perché cambiare alla tua età è ridicolo». Per questo ho mantenuto sempre quello che facevo a Buenos Aires. Con gli errori che ciò, certo, può implicare. Ma preferisco andare avanti così come sono. Chiaramente questo ha provocato alcuni cambiamenti nei protocolli, non nei protocolli ufficiali, perché quelli li osservo bene. Ma il mio modo di essere anche nei protocolli è lo stesso che avevo a Buenos Aires, ossia quel «non cambiare» mi ha ben inquadrato la vita.


Al ritorno dalla Corea del Sud, a una domanda ha risposto che si aspettava, entro due o tre anni, di «andare nella casa del Padre». Molti si sono preoccupati per il suo stato di salute, pensando che fosse malato e qualcosa di simile. Come sta? Come si sente? Sembra in ottima forma…


Ho i miei acciacchi, e a questa età gli acciacchi si sentono. Ma sono nelle mani di Dio, finora ho potuto sostenere un ritmo di lavoro più o meno buono.


Un settore conservatore negli Stati Uniti crede che lei ha mandato via il cardinale tradizionalista nordamericano Raymund Leo Burke dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica perché è stato il leader di un gruppo di resistenza a qualunque tipo di cambiamento nel sinodo dei vescovi. È vero?


Il cardinale Burke un giorno mi ha chiesto che cosa avrebbe fatto, perché ancora non era stato confermato nel suo incarico, nell’ambito giuridico, e aveva già pronta la formula donec alitur provideatur (fino a che non si provveda altrimenti). Gli ho risposto: «Mi dia un po’ di tempo perché si sta pensando a una ristrutturazione giuridica nel g9», e gli ho spiegato che ancora non c’era nulla di stabilito e che si stava pensando al tema. Poi è venuta fuori la questione dell’Ordine di Malta, e lì serviva un americano vitale, che si sapesse muovere in quell’ambito e mi è venuto in mente lui per quell’incarico. E glielo ho proposto molto prima del sinodo. Gli ho detto: «Ciò avverrà dopo il sinodo perché voglio che lei partecipi al sinodo come capo dicastero», perché come cappellano di Malta non avrebbe potuto partecipare. Ebbene, mi ha ringraziato molto, in buoni termini, e ha accettato, mi è sembrato addirittura che gli piacesse. Perché lui è un uomo che deve muoversi molto, viaggiare e proprio in questo consisteva il lavoro. Vale a dire che non è vero che l’ho mandato via per come si era comportato nel sinodo.


Cosa ha in mente per il suo settantottesimo compleanno il prossimo 17 dicembre? Lo festeggerà con i senzatetto come lo scorso anno?


I senzatetto non li ho invitati, me li ha portati l’elemosiniere, eh? Ed è stato un bel gesto e anche in quel caso è nato il mito che io avevo fatto colazione con i senzatetto. Ma io ho fatto colazione con tutto il personale della casa e lì c’erano pure alcuni senzatetto. Sono quelle cose folcloristiche che mi attribuiscono. Quando non ho messa giù nella cappella, perché è mercoledì e c’è l’udienza generale, noi della casa mangiamo tutti insieme. Per me è un giorno assolutamente normale, come tutti gli altri.


Il recente sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia ha fatto emergere due visioni della Chiesa, con un settore aperto al dibattito e un altro che è contrario. Cosa ne pensa?


Non direi che le cose stanno proprio così. È vero, semplificando, per spiegare, si potrebbe dire che c’erano alcuni che erano più da un lato o più dall’altro. Lì l’importante è stato il processo sinodale, che non è un processo parlamentare, bensì uno spazio coperto, protetto, affinché lo Spirito Santo operi. E occorrono due qualità chiare: coraggio di parlare e umiltà di ascoltare. E ciò è stato fatto molto bene. È vero che ci sono state posizioni più da un lato o più dall’altro. Ma su un piano di ricerca della verità. Lei mi può chiedere: «Ma, ci sono alcuni che sono completamente ostinati nelle loro posizioni?». Sì, ce ne saranno alcuni. Ma ciò non mi preoccupa. Si tratta di pregare affinché lo Spirito li converta, se ci sono stati. Quello che, sì, si è sentito è stata una ricerca fraterna di come affrontare i problemi pastorali della famiglia. La famiglia è molto sminuita, i giovani non si sposano. Cosa avviene? Dopo, quando vengono per sposarsi, quando già stanno convivendo, crediamo che con tre incontri li prepariamo al matrimonio. Ciò non basta, perché la grande maggioranza non è consapevole di quel che significa impegnarsi per tutta la vita. Benedetto lo ha detto l’ultimo anno due volte: bisognerebbe tener conto per la nullità matrimoniale della fede che aveva quella persona quando si è sposata. Se era una fede generale, sapeva perfettamente cosa era il matrimonio, tanto da offrirlo all’altra persona? È un aspetto che dobbiamo studiare a fondo e vedere come essere d’aiuto. Alcuni giorni fa due fidanzati mi hanno annunciato che si stanno per sposare. Ho detto loro: «Che bello, e vi state preparando bene?». La risposta è stata questa: «Sì, stiamo cercando la chiesa che s’intona meglio con il vestito che indosserò», ha detto lei. «Sì, ci stiamo occupando della questione degli inviti, dei ricordini, e tutto il resto» ha detto lui. «Abbiamo anche il problema della festa, non abbiamo scelta, perché non vogliamo che sia troppo lontana dalla chiesa. E poi i padrini, dato che i miei genitori sono separati, non possono esserci tutti e due». Tante domande riguardo alla cerimonia! Sì, il matrimonio va festeggiato, è vero, perché bisogna aver coraggio per sposarsi e bisogna applaudire chi lo fa. Ma nessuno dei due ha fatto un semplice riferimento a ciò che significava per l’intera loro vita. Cosa voglio dire con ciò? Che, per un buon numero di persone, sposarsi è un fatto sociale. E il lato religioso non affiora. Ebbene, come può la Chiesa essere di aiuto in ciò? Se non sono preparati, chiude loro le porte? È un problema serio.


I settori conservatori, soprattutto negli Stati Uniti, temono uno cedimento della dottrina tradizionale. Dicono che il sinodo ha creato confusione perché, sebbene abbia parlato di elementi positivi nelle convivenze e nelle coppie omosessuali nella bozza, poi è stato fatto un passo indietro…


Il sinodo è stato un processo. E come l’opinione di un padre sinodale era di un padre sinodale, così anche una prima bozza era una prima bozza, dove si raccoglieva di tutto. Nessuno ha parlato di matrimonio omosessuale nel sinodo, non ci è venuto in mente. Quello di cui, sì, abbiamo parlato, è della famiglia che ha un figlio o una figlia omosessuale, come lo educa, come lo affronta, come si aiuta quella famiglia a portare avanti questa situazione un po’ inedita. Ovvero, nel sinodo si è parlato della famiglia e delle persone omosessuali rispetto alla loro famiglia, perché è una realtà che incontriamo spesso nei confessionali: un padre o una madre che hanno un figlio o una figlia così. A me è accaduto diverse volte a Buenos Aires. Ebbene, bisogna capire come aiutare quel padre o quella madre ad accompagnare il figlio o la figlia. Di questo si è parlato nel sinodo. Perciò qualcuno ha parlato di elementi positivi nella prima bozza. Ma era una bozza relativa.


C’è chi teme che la dottrina tradizionale crolli…


Ci sono sempre timori, ma perché non leggono le cose, o leggono una notizia su un giornale, un articolo e non leggono quello che ha deciso il sinodo, quello che è stato pubblicato. Cosa conta del sinodo? La relatio postsinodale, il messaggio postsinodale e il discorso del Papa. Questo è ciò che è definitivo del sinodo, che diviene relativo e provvisorio e si trasforma nei lineamenta per il prossimo sinodo. Lì credo ci sia stato un errore nella spiegazione di alcuni padri con i giornalisti. Avevamo deciso che ognuno poteva fare le interviste che voleva e in totale libertà, non avevamo posto nessun tipo di censura. Avevamo optato per la trasparenza. Perché un briefing e non quello che ha detto la persona? Per due motivi: primo, perché mandavano prima gli interventi scritti, e poi dicevano qualcosa, non dicevano tutto, cambiavano. Allora non era una notizia vera. Secondo, per proteggere la persona. E per me questa è la cosa più importante. Perché, se fosse un parlamento, dovrebbe rendere conto al mandante, ossia alla Chiesa locale. Ma il sinodo non è un parlamento, allora quell’uomo deve avere la libertà totale di dire quello che ha dentro, senza che si sappia che l’ha detto lui. Sì, che si sapesse quanto era stato detto, perciò nel briefing si spiegava che era stato detto questo e quello, e da vari vescovi con posizioni diverse, per andare avanti. Tutto per proteggere il lavoro, affinché lo Spirito Santo potesse andare avanti; e io non ho paura.


Paura di cosa?


Paura di seguire questo cammino, che è il cammino della sinodalità. Non ho paura perché è il cammino che Dio ci chiede. Non solo: il Papa ne è garante, è lì per prendersene cura. Bisogna quindi andare avanti su questa linea. Una cosa interessante, che ho detto anche nel discorso finale, è che non è stato affrontato nessun punto della dottrina della Chiesa sul matrimonio. Nel caso dei divorziati risposati, ci siamo chiesti: Cosa facciamo con loro, quale porta si può aprire loro? Ed è stata una preoccupazione pastorale: allora si darà loro la comunione? Non è una soluzione dare loro la comunione. Solo questo non è una soluzione: la soluzione è l’integrazione. Non sono scomunicati, è vero. Ma non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture nella messa, non possono dare la comunione, non possono insegnare catechismo, non possono fare sette cose, ho l’elenco lì. Basta! Così sembrerebbero scomunicati de facto! Allora bisogna aprire un po’ di più le porte. Perché non possono essere padrini? «No, immaginati, che testimonianza daranno al figlioccio». Testimonianza di un uomo e una donna che gli dicono: «Guarda caro, mi sono sbagliato, sono scivolato su questo punto, ma credo che il Signore mi ami, voglio seguire Dio, il peccato non mi ha vinto, anzi io vado avanti». Più testimonianza cristiana di questa? O se viene uno di quei truffatori politici che abbiamo, corrotti, a fare da padrino ed è sposato in chiesa, lei lo accetta? E che testimonianza darà al figlioccio? Una testimonianza di corruzione? Vale a dire che dobbiamo ricambiare un po’ le cose, nei modelli valutativi.


Cosa ne pensa della soluzione proposta dal cardinale tedesco Walter Kasper?


Kasper nel suo intervento, lo scorso febbraio, ai cardinali ha presentato cinque capitoli, quattro sono una “perla” dei fini del matrimonio, aperti, profondi, e il quinto riguarda il problema dei divorziati risposati, perché sono nostri fedeli. Fa ipotesi, non propone nulla di suo. Cosa è successo? Alcuni teologi si sono spaventati di fronte a quelle ipotesi e questo è nascondere la testa sotto la sabbia. Kasper ha semplicemente detto: «cerchiamo ipotesi», ossia ha aperto la strada. E alcuni si sono spaventati e sono giunti a questo punto: mai la comunione. Sì, quella spirituale. Ditemi: «Non occorre stare in grazia di Dio per ricevere la comunione spirituale? Per questo la comunione spirituale è stata quella che meno voti ha ottenuto nella relatio synodi, perché non erano d’accordo né gli uni né gli altri. Quelli che la sostengono, perché era poco, hanno votato contro. E quelli che non la sostengono e vogliono l’altra, perché non ha valore.


Lei ha da poco annunciato che a giugno 2016 non si recherà al Congresso Eucaristico di Tucumán per la vicinanza con la giornata mondiale della gioventù in Polonia. Ma vi si recherà in un altro momento dell’anno?


Sì, sì. Forse nel 2016. Non nel 2015, perché per quell’anno c’è già il progetto di andare in tre Paesi dell’America latina, che preferisco non dire ancora, non in Argentina, e anche in alcuni Paesi dell’Africa.


Come vive l’alluvione di argentini che le rendono visita, alcuni per farsi una foto con lei per fini politici?


Qui distinguerei. Primo, il turismo argentino in Europa non è aumentato sostanzialmente; è aumentato un po’ ma non sostanzialmente. Gli argentini vengono in Europa, ma ora devono venire anche all’udienza generale del mercoledì. Secondo, spesso sì ho sentito che a volte alcuni turisti vengono a Roma, guardano le opere d’arte, e invece di ammirarle, le fotografano per poi vedere la foto nella propria casa… Ossia, come se non gli interessassi io, bensì la foto. Di questo mi sono reso conto. C’è gente molto buona che viene, gente semplice, ma ci sono sempre quelli che cercano di trarre vantaggio. Ora per esempio ho smesso di ricevere politici.


Le stavo proprio per domandare se è vero che, dopo un primo anno di politica di manica larga, ora ha deciso di porre un freno…


In vista delle prossime elezioni, non ricevo i politici. Se viene qualche politico, che vada nel recinto dell’udienza generale del mercoledì (quello che gioiosamente gli argentini chiamano la Rural). Mi hanno raccontato, non so se è la verità, che uno che ho ricevuto ha ritoccato la foto, come se lo avessi ricevuto in un luogo chiuso per far credere che era stato un incontro privato. L’Argentina deve giungere al termine del mandato in pace. Una rottura del sistema democratico, della Costituzione, in questo momento sarebbe un errore. Tutti devono collaborare in questo ed eleggere poi le nuove autorità. Per non interferire in tutto ciò, non ricevo più politici in udienza privata.


L’infastidisce che ci siano alcuni che continuano a pensare che lei, da Santa Marta, muove i fili politici del Paese?


Che lo pensino… Che si può fare! Non devo giustificare quello che non faccio…


Dopo essere stata ricevuta da lei in udienza privata insieme a suo nipote ritrovato, la presidentessa delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, ha riconosciuto che le critiche che le aveva fatto all’inizio, le aveva fatte perché era stata male informata. È sembrato che si riferisse, senza menzionarlo, a Horacio Verbitsky. Come vive questa faccenda su cui si è molto parlato?


Io vedo l’aspetto positivo. Bene, se si erano sbagliati, o mezzi sbagliati, o pensavano un’altra cosa e ora ne vedono un’altra, che Dio sia benedetto. E dimentico quanto accaduto prima. Non mi piace presentare il conto a nessuno. Perché? Non ci guadagniamo nulla. Tutti nella vita ci sbagliamo in tante cose.


È vero che ha mandato via il capo delle Guardie Svizzere, Daniel Rudolf Anring, perché era troppo rigoroso?


No, non è vero. Lo scorso anno, due mesi dopo la mia elezione, è terminato il suo mandato di cinque anni. Allora ho detto al segretario di Stato — che non era ancora Parolin — che non lo potevo nominare o non nominare. Non lo conoscevo, e ho deciso di prorogare il suo mandato donec alitur provideatur, la formula tipica di «fino a che non si provveda altrimenti». Mi sembrava ingiusto prendere una decisione in quel momento, a favore o contro. Poi, ho interiorizzato la questione, ho visitato la caserma, sono stato con loro un intero pomeriggio, sono rimasto anche una sera a cena, ho conosciuto le persone e mi è sembrato più sano un rinnovamento. È stato un mero rinnovamento, perché lui aveva terminato il suo mandato, e fa bene sapere che nessuno resta in eterno. Ho parlato con lui a metà anno e siamo rimasti d’accordo che sarebbe andato via alla fine dell’anno. Lo sapeva da giugno.


Allora non è vero che lo ha mandato via perché era troppo rigoroso?


No, non è vero. È un cambiamento, un normale cambiamento. È una persona eccellente, è un buon cattolico, un uomo che ha un’eccellente famiglia.


Hanno anche detto che lo ha mandato via perché viveva in un appartamento lussuoso. Neanche questo è vero?


Lo scorso anno lui ha fatto ristrutturare gli appartamenti, il suo è sicuramente spazioso, perché ha quattro figli. È un uomo credente, un uomo per bene, ho un eccellente rapporto con lui e sono stato io a spiegargli, e l’ho fatto personalmente, a dirgli: «Guardi, preferisco il rinnovamento». Vale a dire che non c’è nulla di strano, non c’è nessun peccato in lui, nessuna colpa.


© L’OSSERVATORE ROMANO (9 dicembre 2014)





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  Intervista a Papa Francesco: “Avere cura di chi è povero non è comunismo, è Vangelo”



Il Pontefice: “Il Nuovo Testamento non condanna i ricchi, ma l’idolatria della ricchezza. Il nostro sistema si mantiene con la cultura dello scarto, così crescono disparità e povertà”

 
11/01/2015
ANDREA TORNIELLI GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO
 
 

Anticipiamo uno stralcio di «Papa Francesco. Questa economia uccide», il libro sul magistero sociale di Bergoglio scritto da Andrea Tornielli, coordinatore di «Vatican Insider», e Giacomo Galeazzi, vaticanista de «La Stampa». Il volume raccoglie e analizza i discorsi, i documenti e gli interventi di Francesco su povertà, immigrazione, giustizia sociale, salvaguardia del creato. E mette a confronto esperti di economia, finanza e dottrina sociale della Chiesa - tra questi il professor Stefano Zamagni e il banchiere Ettore Gotti Tedeschi - raccontando anche le reazioni che certe prese di posizione del Pontefice hanno suscitato. Il libro si conclude con un’intervista che Francesco ha rilasciato agli autori all’inizio di ottobre 2014.  

 

«Marxista», «comunista» e «pauperista»: le parole di Francesco sulla povertà e sulla giustizia sociale, i suoi frequenti richiami all’attenzione verso i bisognosi, gli hanno attirato critiche e anche accuse talvolta espresse con durezza e sarcasmo. Come vive tutto questo Papa Bergoglio? Perché il tema della povertà è stato così presente nel suo magistero?  

 

Santità, il capitalismo come lo stiamo vivendo negli ultimi decenni è, secondo lei, un sistema in qualche modo irreversibile?  

«Non saprei come rispondere a questa domanda. Riconosco che la globalizzazione ha aiutato molte persone a sollevarsi dalla povertà, ma ne ha condannate tante altre a morire di fame. È vero che in termini assoluti è cresciuta la ricchezza mondiale, ma sono anche aumentate le disparità e sono sorte nuove povertà. Quello che noto è che questo sistema si mantiene con quella cultura dello scarto, della quale ho già parlato varie volte. C’è una politica, una sociologia, e anche un atteggiamento dello scarto. Quando al centro del sistema non c’è più l’uomo ma il denaro, quando il denaro diventa un idolo, gli uomini e le donne sono ridotti a semplici strumenti di un sistema sociale ed economico caratterizzato, anzi dominato da profondi squilibri. E così si “scarta” quello che non serve a questa logica: è quell’atteggiamento che scarta i bambini e gli anziani, e che ora colpisce anche i giovani. Mi ha impressionato apprendere che nei Paesi sviluppati ci sono tanti milioni di giovani al di sotto dei 25 anni che non hanno lavoro. Li ho chiamati i giovani “né-né”, perché non studiano né lavorano: non studiano perché non hanno possibilità di farlo, non lavorano perché manca il lavoro. Ma vorrei anche ricordare quella cultura dello scarto che porta a rifiutare i bambini anche con l’aborto. Mi colpiscono i tassi di natalità così bassi qui in Italia: così si perde il legame con il futuro. Come pure la cultura dello scarto porta all’eutanasia nascosta degli anziani, che vengono abbandonati. Invece di essere considerati come la nostra memoria, il legame con il nostro passato è una risorsa di saggezza per il presente. A volte mi chiedo: quale sarà il prossimo scarto? Dobbiamo fermarci in tempo. Fermiamoci, per favore! E dunque, per cercare di rispondere alla domanda, direi: non consideriamo questo stato di cose come irreversibile, non rassegniamoci. Cerchiamo di costruire una società e un’economia dove l’uomo e il suo bene, e non il denaro, siano al centro». 

 

Un cambiamento, una maggiore attenzione alla giustizia sociale può avvenire grazie a più etica nell’economia oppure è giusto ipotizzare anche cambiamenti strutturali al sistema?  

«Innanzitutto è bene ricordare che c’è bisogno di etica nell’economia, e c’è bisogno di etica anche nella politica. Più volte vari capi di Stato e leader politici che ho potuto incontrare dopo la mia elezione a vescovo di Roma mi hanno parlato di questo. Hanno detto: voi leader religiosi dovete aiutarci, darci delle indicazioni etiche. Sì, il pastore può fare i suoi richiami, ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate”, di uomini e donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo, non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere. E al tempo stesso sono convinto che ci sia bisogno che questi uomini e queste donne si impegnino, ad ogni livello, nella società, nella politica, nelle istituzioni e nell’economia, mettendo al centro il bene comune. Non possiamo più aspettare a risolvere le cause strutturali della povertà, per guarire le nostre società da una malattia che può solo portare verso nuove crisi. I mercati e la speculazione finanziaria non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza una soluzione ai problemi dei poveri non risolveremo i problemi del mondo. Servono programmi, meccanismi e processi orientati a una migliore distribuzione delle risorse, alla creazione di lavoro, alla promozione integrale di chi è escluso». 

 

Perché le parole forti e profetiche di Pio XI nell’enciclica Quadragesimo Anno contro l’imperialismo internazionale del denaro, oggi suonano per molti – anche cattolici – esagerate e radicali?  

«Pio XI sembra esagerato a coloro che si sentono colpiti dalle sue parole, punti sul vivo dalle sue profetiche denunce. Ma il Papa non era esagerato, aveva detto la verità dopo la crisi economico-finanziaria del 1929, e da buon alpinista vedeva le cose come stavano, sapeva guardare lontano. Temo che gli esagerati siano piuttosto coloro che ancora oggi si sentono chiamati in causa dai richiami di Pio XI...». 

 

Restano ancora valide le pagine della “Populorum progressio” nelle quali si dice che la proprietà privata non è un diritto assoluto ma è subordinata al bene comune, e quelle del catechismo di San Pio X che elenca tra i peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio l’opprimere i poveri e il defraudare della giusta mercede gli operai?  

«Non solo sono affermazioni ancora valide, ma più il tempo passa e più trovo che siano comprovate dall’esperienza». 

 

Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?  

«Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri». 

 

Lei ha sottolineato la continuità con la tradizione della Chiesa in questa attenzione ai poveri. Può fare qualche esempio in questo senso?  

«Un mese prima di aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Giovanni XXIII disse: “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Negli anni successivi la scelta preferenziale per i poveri è entrata nei documenti del magistero. Qualcuno potrebbe pensare a una novità, mentre invece si tratta di un’attenzione che ha la sua origine nel Vangelo ed è documentata già nei primi secoli di cristianesimo. Se ripetessi alcuni brani delle omelie dei primi Padri della Chiesa, del II o del III secolo, su come si debbano trattare i poveri, ci sarebbe qualcuno ad accusarmi che la mia è un’omelia marxista. “Non è del tuo avere che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi”. Sono parole di sant’Ambrogio, servite a Papa Paolo VI per affermare, nella “Populorum progressio”, che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto, e che nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. San Giovanni Crisostomo affermava: “Non condividere i propri beni con i poveri significa derubarli e privarli della vita. I beni che possediamo non sono nostri, ma loro”. (...) Come si può vedere, questa attenzione per i poveri è nel Vangelo, ed è nella tradizione della Chiesa, non è un’invenzione del comunismo e non bisogna ideologizzarla, come alcune volte è accaduto nel corso della storia. La Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la “globalizzazione dell’indifferenza” è lontana da qualunque interesse politico e da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’uno dell’altro». 

 

© 2015 – EDIZIONI PIEMME Spa, Milano  

 

Il libro: Papa Francesco. Questa economia uccide, Piemme, pp. 228  






Fraternamente CaterinaLD

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13/03/2015 11.23
 
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  Il Papa racconta a Televisa i due anni di Pontificato


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2015-03-13 Radio Vaticana



Migrazioni e narcotraffico, la riforma della Curia e le sfide del Sinodo per la Famiglia. Papa Francesco affronta tutti i temi caldi dei due anni di Pontificato in un’intervista alla giornalista Valentina Alazraki dell’emittente messicana Televisa, manifestando il suo desiderio di compiere un viaggio in Messico. Il servizio di Stefano Leszczynski:


Madonna di Guadalupe
Nella stanza di Santa Marta dove il Papa incontra i suoi più stretti collaboratori, domina un’immagine della Vergine di Guadalupe, una figura di fondamentale importanza e di grande devozione per tutto il Continente latinoamericano. E’ in quella stanza che per espressa volontà del Papa si svolge l’intervista a tutto tondo concessa all’emittente messicana Televisa. La Madonna di Guadalupe è per Francesco “fonte di unità culturale, che porta verso la santità in mezzo a tanto peccato, a tanta ingiustizia, a tanto sfruttamento e a tanta morte".

Dramma delle migrazioni
”I mali del Messico sono del tutto simili a quelli del resto del mondo: il dramma delle migrazioni e i muri eretti per contrastarle. Francesco parla della frontiera tra Usa e Messico, ma ricorda anche i migranti costretti ad attraversare il Mediterraneo in cerca di una vita migliore o in fuga dalle guerre e dalla fame. Sono i sistemi economici distorti a provocare questi grandi spostamenti, la mancanza di lavoro, la cultura dello scarto applicata all’essere umano. E poi la piaga del narcotraffico. Dove ci sono povertà e miseria, il crimine trova terreno fertile. Papa Francesco ricorda i 43 ragazzi trucidati dai narcos a Iguala e svela di aver voluto rendere omaggio alla loro memoria anche nominando cardinale l’arcivescovo di Morelia, “un uomo - dice Francesco - che si trova in una zona molto calda ed è un testimone di vita cristiana”.

Non girarsi dall'altra parte di fronte ai mali del mondo
Il Papa, proprio perché figlio di migranti, si sente spontaneamente portato a dare voce alle vittime della tratta e di una società ingiusta, anche se – nota Francesco – sarebbe infantile attribuire le responsabilità soltanto ai governi. Bisogna imparare a non girarsi dall’altra parte di fronte ai mali del mondo e questo riguarda ciascuno di noi. L’impegno dei cattolici nei confronti degli ultimi richiede un esercizio di prossimità. E’ il terreno sul quale la Chiesa viene sfidata dalle sétte e dai movimenti evangelici, soprattutto in America Latina.

Clericalismo e riforma della Curia
Il Papa ne parla con franchezza quando critica l’incapacità del clero di coinvolgere i laici a causa di un eccessivo clericalismo. Il Pontefice che è venuto dall’altra parte del mondo tocca tutti i temi che hanno caratterizzato i suoi due anni di Pontificato, primo tra tutti l’attenzione ai poveri e ai diseredati. E poi il lavoro di riforma della Curia, non tanto la forma di quella che definisce l’ultima corte d’Europa, ma la sostanza. Ogni cambiamento inizia dal cuore - spiega il Papa - e comporta una conversione nel modo di vivere. Una conversione che coinvolge la stessa figura del Pontefice e che è alla base dei fuori protocollo che tanto entusiasmano il popolo di Dio.

Tempo a disposizione non sembra essere molto
Una semplicità che spiazza, anche quando Francesco ammette che gli manca di poter girare liberamente, magari per poter andare in pizzeria senza essere riconosciuto. Ma il tempo a disposizione non sembra essere molto. Francesco ammette di avere la sensazione che il suo sarà un Pontificato breve, ma afferma anche di potersi sbagliare. All’intervistatrice che accenna all’eventualità di un ritiro per limiti di età, come avviene per i vescovi, il Papa risponde di non condividere una simile evenienza per la figura del Pontefice - definisce il Papato una grazia speciale - ma dice anche di apprezzare la strada aperta da Benedetto XVI riguardo alla figura del Papa emerito. Una scelta coraggiosa la definisce, come coraggiosa fu la decisione di avere reso pubblica la gravità degli abusi commessi da alcuni membri della Chiesa contro i bambini e la necessità di prendersi cura delle vittime. Lo stesso Francesco ne ha ricevute sei in Vaticano e la Commissione istituita ad hoc in Vaticano ha proprio lo scopo di prevenire e tutelare i bambini.

Sinodo sulla famiglia
Tutelare, proteggere, accompagnare. Sono gli stessi imperativi che Francesco attribuisce alla Chiesa quando parla del Sinodo sulla famiglia che si riunirà a ottobre per la sua seconda tappa. Definisce smisurate le aspettative su temi complessi e delicati come quello della Comunione ai divorziati risposati o in materia di omosessualità. Quello che è certo per Francesco è che la famiglia attraversa una crisi mai vista prima e che bisogna ripartire da una pastorale che si rivolga innanzitutto ai giovani e agli sposi novelli. I segnavia del Papa sono tracciati e già Francesco guarda a settembre con l’appuntamento di Filadelfia, la Giornata mondiale della famiglia, e all’Africa che visiterà presto e all’America Latina che lo attende.

(Da Radio Vaticana)


Intervista integrale

È una lunga intervista quella che Papa Francesco ha rilasciato a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, nel pomeriggio del 6 marzo a Santa Marta, e che la televisione messicana ha iniziato a trasmettere la sera del 12 marzo, alla vigilia dell’inizio del terzo anno di pontificato. In una nostra traduzione pubblichiamo il testo integrale delle risposte del Pontefice e, in forma sintetica, le domande.

Papa Francesco, prima di tutto mille grazie, anche se vivo da molti anni qui, è la prima volta che mi siedo davanti a un Papa per fare un’intervista formale.

Che paura!

Ho molta paura. La verità è che mi sento molto emozionata, ma soprattutto molto grata. La prima cosa che le chiedo è quello che tutti i messicani, o molti, o la maggior parte, si domandano: com’è possibile che non ci visiti quest’anno. Si sperava tanto che lei venisse a settembre...

Pensavo di farlo, perché volevo entrare negli Stati Uniti attraverso la frontiera messicana. Ma se fossi andato a Ciudad Juárez, per esempio, e fossi entrato da lì, o a Morelia, e fossi entrato da lì, si sarebbe creata un po’ di confusione: come mai va lì e non viene a vedere la Signora, la Madre? Inoltre, non si può visitare il Messico a pezzetti. Il Messico richiede una settimana. Prometto un viaggio in Messico come il Paese merita, ma non di fretta e di passaggio. Per questo ho deciso di non passare dal Messico.

Lei ha scelto questa sala dove so che si tengono riunioni molto importanti, qui si decide il futuro della Chiesa. C’è un grande quadro della Morenita. Che cosa rappresenta per lei la Vergine di Guadalupe?

Ha toccato un tema che sento molto. Come si definisce il momento storico del Messico, quando la Vergine visita il Messico, e come l’eredità che lascia? Due volte nel campo Mompúa si presenta a Juan Diego come Madre: sono la Madre di Dio, grazie al quale si vive. E poi, quando lui si mostra un po’ impaurito gli dice: di che cosa hai paura? Non ci sono io che sono tua Madre? È Madre. Poi noi la chiamiamo Regina, Reginetta — lo diceva lo stesso Juan Diego — Imperatrice d’America, ma Lei si definisce come Madre, in un momento in cui l’America rinasceva. Ed è la Madre che porta la buona novella in Messico. È una Madre che sta aspettando un bambino. E in quel momento tragico della conquista, perché all’epoca avvenne di tutto, Lei porta la salvezza. Mostra che porta un bambino. Ma come lo mostra? Come si mostra oltre che incinta? Si mostra meticcia.
È una vera e propria profezia, il nostro meticciato americano. Una profezia della nostra cultura, perciò lei supera i confini del Messico, va molto più in là: è l’unità del popolo americano. È la Madre. L’America non è orfana. Ha una Madre. Una Madre che ci porta Gesù. Ossia, la salvezza che è Cristo viene da una donna e lei volle dimostrarlo attraverso il suo meticciato, lo portava in Messico in modo particolare. E sceglie un figlio di quella cultura per manifestarsi. Non sceglie un bambino spagnolo o un colonizzatore, o una signora graziosa, no, no. Un uomo semplice, sposato, umile. Allora per me Lei è Madre. È Madre meticcia e, oso dirlo, anche altro.
È il principio di una cosa di cui non parliamo molto in America: è l’abbondanza della santità. Ossia nella colonizzazione americana, nella conquista americana, ci sono stati peccati a non finire. Si è peccato molto. Ma ci furono anche molti santi: santa Rosa da Lima, ilnegrito Martín de Porres, quando andrò negli Stati Uniti canonizzerò un uomo santo che evangelizzò la California, Junípero Serra, il quale, prima di recarsi nella missione in California, andò proprio da Lei a chiedere la benedizione. Cioè in qualche modo fu Lei ad aprire la porta a quella corrente di santità. I santi messicani, i santi americani sono molti. Ossia, per me Lei è tutto ciò che ho detto: è Madre, fonte di unità culturale, porta verso la santità, in mezzo a tanto peccato e a tanta ingiustizia, a tanto sfruttamento e a tanta morte. È Madre. È questo che sento quando la vedo.

Tornando dalle Filippine ha detto che le sarebbe piaciuto entrare negli Stati Uniti dalla frontiera con il Messico. Lei è figlio di immigrati, i suoi genitori erano italiani, andarono in Argentina. Lei ha nel sangue quello che significa. Quale sarebbe il significato della sua presenza lì, in quella frontiera?

Gente non solo del Messico, ma del Centroamerica, del Guatemala, che attraversa tutto il Messico per cercare un futuro migliore. Oggigiorno l’emigrazione è frutto del malessere nel senso etimologico del termine, frutto della fame, della ricerca di nuove frontiere. Lo stesso succede in Africa, con tutta quella gente che attraversa il Mediterraneo e che proviene da Paesi che stanno vivendo momenti difficili, sia per la fame sia per le guerre. Ma evidentemente la migrazione oggigiorno è molto legata alla fame, alla mancanza di lavoro, alla tirannia di un sistema economico che mette al centro il dio denaro e non la persona. E allora si scarta la gente. Allora un Paese crea — in America, in Africa, ovunque — una situazione economica imposta, naturalmente, che scarta la gente, che va altrove a cercare lavoro, cibo o benessere. In questo momento il problema migratorio nel mondo è molto doloroso. Ci sono infatti varie frontiere migratorie. Mi rallegro che l’Europa stia rivedendo la sua politica migratoria. L’Italia è stata molto generosa, e voglio dirlo. Il sindaco di Lampedusa si è messa totalmente in gioco, anche a costo di trasformare l’isola da terra di turismo a terra di ospitalità. Con quello che comporta il non guadagnare soldi. Ci sono cioè gesti eroici. Ma ora, grazie a Dio, vedo che l’Europa sta rivedendo la situazione. Tornando alla migrazione lì, in quella zona, si tratta anche di un’area di grandi scontri per il problema del narcotraffico. Gli Stati Uniti mi dicevano — non voglio fare statistiche, che poi mi creerebbero un problema diplomatico — e l’ho letto anche in una rivista, che sono tra i principali consumatori di droga nel mondo. E la frontiera da dove entra la droga, la principale, è la messicana. Allora anche lì si soffre. Morelia, tutta quell’area, è una zona di grande sofferenza dove anche le organizzazioni di narcotrafficanti non scherzano, ossia sanno fare il loro lavoro di morte, sono messaggeri di morte, sia per la droga sia per “pulire” quelli che si oppongono alla droga. E quarantatré studenti in qualche modo stanno chiedendo non dico vendetta, ma giustizia, di venir ricordati. Per questo rispondo forse a una curiosità: ho voluto fare cardinale l’arcivescovo di Morelia perché sta in un punto rovente. È un uomo che sta in una zona molto calda, è una testimonianza di uomo cristiano, di grande sacerdote. Ma sui cardinali possiamo tornare dopo. Qui l’ho solo accennato.

Come primo Papa latinoamericano sente di avere una ulteriore responsabilità, quella di essere la voce di tutti quei milioni di persone che si vedono nella situazione di dover uscire dal proprio Paese, di attraversare frontiere, muri, in America, in Asia, in Europa, ovunque?

Sì. Essere la voce, ma non in modo programmatico. Mi viene spontaneo. Mi viene per la nostra stessa esperienza latinoamericana e anche per il mio sangue di migrante. Mio padre e i miei nonni andarono in Argentina. Avevano buone ragioni per farlo, ma erano ragioni politiche: la nonna era molto impegnata nella nascente Azione cattolica sebbene non le fecero mai bere olio di ricino, perché è questo che si faceva... Decisero di andare a cercare nuove strade. Inoltre i fratelli di mio nonno avevano una buona attività a Entre Ríos, ma loro arrivarono nel 1929 e nel 1932 la crisi li lasciò per strada, senza nulla. Un prete gli prestò duemila pesos con cui comprarono un negozio di alimentari. Mio padre, che era ragioniere, faceva le consegne a domicilio. Quella gente si guadagnò da vivere, si rifece una vita. Riprese a lottare per portare avanti la famiglia. Questo per me vuol dire molto. Tutto questo l’ho respirato in casa.

Da qui le viene tutta la sua sensibilità...

Penso di sì. Sì. Inoltre in Argentina ho visto situazioni difficili. Di povertà e di emarginazione, persino di tossicodipendenza. E sono queste cose a muovermi. Mi viene naturale. Non ideologicamente. Per questo a volte sono un po’ spregiudicato e non mi trattengo nel parlare, ma non importa...

Lei ha fatto riferimento ai quarantatré studenti di Iguala. È stato un momento molto difficile per il Messico, è stato un lutto grave per il nostro Paese. Ricordo che Suárez Inda, il nuovo cardinale di Morelia, diceva che quando c’è una situazione difficile siamo tutti colpevoli e in qualche modo responsabili. La Chiesa non dà soluzioni politiche, tecniche, ma credo che sarebbe necessario un messaggio d’incoraggiamento al Messico.

Questo non è il primo momento difficile che il Messico attraversa. Mi riallaccio qui alla santità. Il Messico ha attraversato momenti di persecuzione religiosa, che hanno generato martiri. Penso che il diavolo castighi il Messico con molta collera. Proprio per questo. Credo che il diavolo non perdoni al Messico il fatto che la Vergine abbia mostrato lì suo Figlio. È una mia interpretazione. Il Messico è privilegiato nel martirio, per aver riconosciuto, difeso sua Madre. E questo lei lo sa molto bene. Ci sono messicani cattolici, non cattolici, atei, ma tutti guadalupani. Cioè tutti si sentono figli. Figli di colei che portò il Salvatore, che distrusse il demonio. Qui s’inserisce anche il tema della santità. Credo che il diavolo abbia presentato un conto storico al Messico. E perciò tutte queste cose: nella storia sono sempre apparsi focolai di grave conflitto. Di chi è la colpa? Del governo?
Questa è la soluzione, la risposta più superficiale. I governi hanno sempre la colpa. Sì, il governo. Tutti abbiamo in qualche modo la colpa, perlomeno quella di non farci carico della sofferenza. C’è gente che sta bene e forse la morte di quei ragazzi non l’ha toccata, l’ha lasciata indifferente: non è toccato a me, grazie a Dio non è toccato a me. Ma la maggior parte del popolo messicano è solidale. E questa è una delle virtù che voi avete. Credo che tutti debbano collaborare, per risolvere il problema in qualche modo. So che è molto difficile denunciare un narcotrafficante. Perché ne va della vita, è una specie di martirio, no? È duro, ma credo che tutti in situazioni simili, in Messico o altrove, dobbiamo collaborare. Dare la colpa a un solo settore, a una sola persona, a un solo gruppo è infantile.

Lei ha inviato un messaggio privato a un amico argentino esprimendogli la sua preoccupazione riguardo alla crescente diffusione del narcotraffico nel suo Paese. Ha utilizzato l’espressione: «Cerchiamo di evitare la messicanizzazione»... Questa espressione ha ferito suscettibilità, sensibilità. Che cosa ha voluto dire?

Sì. Quel ragazzo è un dirigente, un uomo che ha lavorato per la giustizia sociale e lavora molto, un mio amico. Viene dalla sinistra, dal trotzkismo, viene da lì. È un uomo che ha trovato Gesù e lavora per la giustizia sociale, me lo racconta. Mi raccontava come erano riusciti a scoprire alcune reti di narcotraffico, che stavano lottando e che avevano anche chiuso una catena di postriboli. Lui lavora molto nel campo della schiavizzazione delle persone — ossia delle “fabbriche schiave” con migranti a cui viene tolto il passaporto e che vengono tenuti schiavi lì — e in quello della prostituzione e della tossicodipendenza. Mi ha detto: vogliamo evitare di arrivare alla messicanizzazione dell’Argentina. Così mi ha detto. Evidentemente era un’espressione, mi si permetta la parola, “tecnica”. Non ha nulla a che vedere con la dignità del Messico. Come quando parliamo della “balcanizzazione” né i serbi, né i macedoni, né i croati si risentono con noi. Ormai si parla di balcanizzare qualcosa e si usa tecnicamente, i media lo hanno usato molte volte.

Si usava “colombizzazione”, per esempio.

Anche. Per cui io gli ho risposto che avrei pregato, li avrei accompagnati e magari non saremmo arrivati alla messicanizzazione, tecnicamente. Il fatto ha sollevato un polverone ma, secondo le statistiche che mi sono arrivate, fatte da alcuni giornalisti messicani, la maggior parte, il novanta per cento del popolo messicano, non si è sentita offesa da ciò. E questo mi rallegra. Per me sarebbe stato un gran dolore se fosse stato interpretato in quel modo. Lo stesso governo, dopo aver chiesto chiarimenti, ha accettato la spiegazione. Quella vera. Ed è finita lì. Ossia, questo non mi ha chiuso le porte del Messico. Andrò in Messico.

Sappiamo che lei telefona, scrive lettere personali. Ha mai pensato di raccomandare ai suoi interlocutori discrezione, perché si tratta di comunicazioni private?

Normalmente lo faccio. Ma a volte la gente non si trattiene. Questo mio amico mi ha risposto chiedendo perdono, mi ha giurato e rigiurato che non avrebbe mai più pubblicato...

Continua a essere suo amico?

Sì. Anche perché lo ha fatto come per dire «anche il Papa sta lottando contro la droga». È vero che il fatto di toccare un tema così delicato può avere conseguenze per me. Lo devo dire, a volte mi sono sentito usato dalla politica. Politici argentini che mi chiedevano udienza... Sì, capisco la sua domanda e voglio rispondere apertamente, anche se potrebbe procurarmi qualche problema personale nel mio Paese. Ma racconto semplicemente quello che è successo. Chiaro, gli argentini quando hanno visto un Papa argentino si sono dimenticati di quelli che erano favorevoli o contrari al Papa argentino. E noi argentini che non siamo umili, che siamo presuntuosi... Lei sa come si suicida un argentino?

No.

No? Sale sul suo ego e da lì si butta giù!

Avevo sentite molte battute, ma questa mai...

Siamo i campioni del mondo, dopo il campione San Lorenzo...

Beh, io credo che il San Lorenzo sia campione grazie a lei. Le è andata fin troppo bene.

In realtà noi ci facciamo grandi facilmente. Siamo molto poco umili, ossia ci facciamo grandi con facilità: la smisuratezza argentina, propria del nostro modo di essere, il fatto di sentirsi un po’ superiori, i migliori d’America, questo tipo di cose... So che molte persone, la maggior parte senza volerlo, alcuni di proposito, usano il loro venire qui o una mia lettera o una chiamata. Ci sono persone che chiamo e che non raccontano niente. Io ho chiamato e non l’hanno mai detto. Malati ai quali ho inviato una lettera e non l’hanno mai pubblicata. Altri sì. Ma se sento che devo fare una cosa, la faccio e corro il rischio. Che si può fare?

Per esempio le sette, che non sono un problema solo messicano. Come si recuperano queste persone? Perché hanno lasciato la Chiesa e si sono rivolte alle sette?

Una cosa sono i movimenti evangelici; dopo farò una distinzione tra sette e non sette. Ora parliamo di tutto il movimento evangelico, sette e non sette. Quello che offrono in generale è la “prossimità”, la vicinanza. Basta che un giorno partecipi al culto e la domenica dopo ti aspettano sulla porta e sanno il tuo nome e ti salutano. Sei una persona. Noi cattolici molto spesso, essendo “moltitudinari” e soprattutto per un difetto molto grande che abbiamo in America Latina che è il clericalismo, creiamo una distanza. Il clericalismo in America Latina è stato uno degli ostacoli più grandi alla crescita del laicato. Il laicato in America Latina è cresciuto solo nella pietà popolare. È così. Perché lì il laico è libero e creativo, ha le sue processioni, i suoi culti, ma dal punto di vista organizzativo il laico non è cresciuto abbastanza e non è cresciuto un po’ per questo clericalismo che crea distanze.
Allora, tornando alla domanda, una delle cose che nei movimenti evangelici si produce e si crea è la vicinanza. «Ciao, come va?». Poi esiste una distinzione tra movimenti evangelici onesti, buoni, e i movimenti settari. Per esempio ci sono proposte religiose che non sono cristiane e gli stessi evangelici non le vogliono sentire. E ci sono sette, alcune delle quali vengono dalla teologia della prosperità. «Se vieni, ti andrà bene», o cose così. Ricordo una setta a Buenos Aires. Io non ci sono andato ma ho chiesto ad alcuni amici di andare per vedere che cosa succedeva in una liturgia penitenziale. Ebbene, un libero e fervente discorso, una fervida omelia sul peccato e sul fatto che Dio perdona: tutto ben fatto. E hanno detto: «Bene, ora ognuno pensi ai suoi peccati, a cosa ha fatto, ognuno ripercorra i comandamenti e chieda perdono, e per questo deve fare una elemosina di un tanto». Sto semplificando. È ovvio che gli evangelici rifiutano tutto ciò. Gli evangelici seri, però.
Poi c’è il fenomeno di usare le cose religiose come commercio. Come nel caso in cui uno fa un piccolo corso e poi apre un culto. Ma io farei una distinzione. Non farei di tutta l’erba un fascio. Ossia ci sono gruppi che si dicono evangelici e non sono neppure cristiani, e sia gli evangelici sia noi cristiani li riconosciamo. Di ciò una volta ho parlato a lungo con un grande amico mio, con il quale ho condiviso una cattedra di teologia. Di ciò ho parlato anche molto con un mio grande amico luterano, docente della facoltà di teologia luterana, uno svedese, il pastore Anders Root. È morto tre anni fa, in Svezia, perché era tornato in Svezia. Con lui ho condiviso la cattedra di teologia spirituale. L’ho invitato quando insegnava in una facoltà cattolica teologia spirituale. Parlavamo molto. Eravamo grandi amici. Lui fece una tesi, una tesi di abilitazione, non di dottorato. La fece su un movimento sedicente evangelico, ma che in fondo non era cristiano, e dimostrò perché non era cristiano.
So che con gli evangelici e non solo con le Chiese storiche, ma con i movimenti evangelici, siamo d’accordo sul fatto che ci sono alcune sette che non sono nemmeno cristiane e altre sono cachivache(paccottiglia), per usare una parola nostra. Inoltre, vorrei anche fare una precisazione riguardo a una parola equivoca, il pentecostalismo.
Ci sono pentecostali che si avvicinano a questi gruppi che in fondo non sono cristiani, e ci sono pentecostali che lavorano con noi; teniamo riunioni insieme con il movimento di Rinnovamento nello Spirito, cattolico. Ossia, bisogna giudicare caso per caso e saper distinguere. Non possiamo mettere tutti sullo stesso piano. Ebbene, torno alla domanda, perché? Perché offrono questa vicinanza, poi l’annuncio della Parola. Le nostre omelie per esempio...
Mi raccontava un sacerdote romano, che era andato a trovare i suoi genitori che vivono in un paesino vicino a Roma, che il padre un giorno gli ha detto: “Non sai quanto sono contento perché con i miei amici ci ritroviamo in una chiesa dove dicono messa senza l’omelia”. Cioè ci sono omelie che sono un disastro. Sì. Non so se sono la maggioranza, ma non giungono al cuore. Sono lezioni di teologia, oppure astratte oppure lunghe. Perciò nella Evangelii gaudium ho dedicato tanto spazio all’omelia. Ebbene, in generale i pastori evangelici offrono vicinanza e giungono al cuore, e preparano bene l’omelia. Credo che in ciò siamo noi a doverci convertire. Ovviamente il concetto protestante di omelia è più forte di quello cattolico. All’inizio, per Lutero l’omelia era quasi un sacramento. Per noi era una dissertazione o una catechesi, o veniva ridotta a una catechesi.
Grazie a Dio noi cattolici abbiamo ormai scoperto la teologia della predicazione, dove l’omelia ha un ruolo, è come un sacramentale. C’è qualcosa che pone Dio, ed è qualcosa di molto serio. Da un lato, ci sono distanza, clericalismo, omelie noiose; dall’altro si offrono vicinanza, esortazioni a lavorare, a darsi da fare, integrazione nel lavoro, Parola di Dio ardente. E se ne vanno. È un fenomeno che non avviene nelle Chiese o nelle comunità ecclesiali più serie, evangeliche, bensì con quelli che sono un po’ deboli e che non sono cristiani. E alcuni rimangono a metà del cammino. Se ne vanno da casa e poi nemmeno tornano, questo è un problema molto latinoamericano. In Argentina lavoravamo molto insieme ai pastori. A Buenos Aires mi riunivo con un gruppo di pastori amici, pregavamo insieme e organizzavamo tre ritiri spirituali per pastori e sacerdoti insieme, di vari giorni. E veniva e predicava un sacerdote cattolico o un pastore. Una volta ha predicato il Vescovo australiano Gretsch, ora morto, e due volte padre Cantalamessa, da parte cattolica. E da parte loro, pastori altrettanto prestigiosi. Eravamo tutti lì, pastori uomini e donne, sacerdoti, a pregare insieme, a fare il nostro ritiro spirituale. Lo abbiamo fatto tre volte. Ha aiutato molto noi che, più o meno, seguivamo la linea più seria.
Abbiamo anche organizzato tre incontri tra cattolici ed evangelici nel luna park, che può accogliere un po’ più di settemila persone. Incontri di un’intera giornata, in tre anni diversi. Abbiamo anche invitato alcuni pastori di fuori, alcuni sacerdoti di fuori. Anche Cantalamessa una volta ha partecipato. E questo aiutava a lavorare insieme noi che seguivamo una linea seria. Allora, come può vedere, la parola “setta” è come se si diluisse. Mi sono soffermato molto su questo punto per giustizia, per non fare un’ingiustizia. Ci sono fratelli evangelici che lavorano bene.

Questa intervista coincide con il secondo anniversario della sua elezione. Che cosa è successo quel giorno?

La cosa è stata molto semplice. Io ero venuto con una piccola valigetta perché avevo calcolato che il Papa non avrebbe mai cominciato il pontificato nella Settimana Santa. Pertanto, potevo venire tranquillamente e tornare a Buenos Aires per la Domenica delle Palme. Avevo lasciato l’omelia pronta sulla mia scrivania ed ero venuto con lo stretto necessario per quei giorni pensando che potesse essere un conclave molto breve. In ogni modo, anche se fosse stato lungo, avevo preparato tutto. Avevo il biglietto di ritorno: lo potevo cambiare o anticipare. Perlomeno questo era sicuro. Inoltre non ero in nessuna lista di papabili, grazie a Dio, e non mi passava assolutamente per la testa. In questo voglio essere sincero per evitare storie o simili. Nelle scommesse di Londra penso che stavo o al quarantaduesimo o al quarantaseiesimo posto. Un mio conoscente per simpatia ha puntato su di me e gli è andata molto bene!

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  continua.....

[Modificato da Caterina63 15/03/2015 11.10]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Ma le devo ricordare che è stata una monaca messicana ad avere una grande intuizione. Lei, il sabato prima dell’elezione, pranzò in casa del suo amico, il cardinale Lozano Barragán, e madre Estela le ha detto: «Eminenza, se la fanno Papa, ci invita a mangiare lassù, eh!».


Madre Estela mi ha detto così. E così è iniziato il conclave. I giornalisti dicevano che al massimo io ero un kingmaker, cioè un elettore, un grande elettore, che avrebbe indicato qualcuno. E sono rimasto tranquillo. È iniziata la prima votazione martedì sera, la seconda mercoledì mattina, la terza mercoledì prima di pranzo. Il fenomeno delle votazioni è sempre interessante, non solo nel conclave. Ci sono candidati forti. Ma anche molta gente che non sa a chi dare il voto. È allora sceglie sei, sette persone che sono i “voti deposito”: io deposito il voto, poi vedo come va e decido. È come una “provvisorietà”. Questo avviene nelle votazioni di gruppi grandi. Sì, io avevo alcuni voti, ma in deposito.


È vero che nel conclave precedente aveva ottenuto una quarantina di voti? Si può dire?


No.


È quello che hanno detto.


Sì, l’hanno detto.


Sì, l’ha detto qualche cardinale.


Bene, lasciamolo a quel cardinale. Anche se potrei dirlo perché ora ho l’autorità per dirlo, ma lasciamo che lo abbia detto il cardinale. Ma nulla, in realtà, nulla fino a quel mezzogiorno. E poi è successo qualcosa, non so. A pranzo ho visto alcuni segni strani. Mi facevano domande sulla mia salute, cose del genere... E quando siamo tornati nel pomeriggio tutto era fatto. Con due votazioni è finito tutto. Ossia, anche per me è stata una sorpresa. Che cosa mi è successo? Nella prima votazione del pomeriggio, quando ho visto che la situazione era ormai irreversibile, avevo accanto — e lo voglio raccontare per una questione d’amicizia — il cardinale Hummes, che per me è un grande. Alla sua età è il delegato della Conferenza episcopale per l’Amazzonia. Lì sale in barca e va a visitare le chiese. Lo avevo accanto, e a metà della prima votazione del pomeriggio — perché ce n’è stata una seconda — quando la cosa era evidente, mi si è avvicinato e mi ha detto: «Non ti preoccupare, così opera lo Spirito Santo». Mi ha fatto sorridere. Quindi, nella seconda votazione, quando si raggiungono i due terzi, si applaude sempre. In tutti i conclavi si applaude. E poi c’è lo scrutinio.
E lui lì mi ha baciato e mi ha detto: «Non ti dimenticare dei poveri». Ho cominciato a pensarci e ripensarci, ed è questo che mi ha portato poi alla scelta del nome. Mentre c’era la votazione, io recitavo il rosario; ero solito recitare i tre rosari giornalieri. Avevo molta pace, direi persino incoscienza. Lo stesso quando è successo. Per me è stato un segno che Dio lo voleva. La pace fino ad oggi non l’ho persa. È qualcosa di interiore, come un regalo. E poi quello che ho fatto non lo so. Mi hanno fermato. Mi hanno chiesto se accettavo. Ho detto di sì. Non so se mi hanno fatto giurare, non mi ricordo. Mi sentivo in pace. Mi sono cambiato l’abito. Sono uscito e ho voluto prima di tutto salutare il cardinale Dias, che era lì sulla sedia a rotelle, e poi ho salutato gli altri cardinali. Quindi ho chiesto al vicario di Roma e al cardinale Hummes, come amico, di accompagnarmi. Il che non era previsto dal protocollo!

Lì sono iniziati i suoi problemi con il protocollo, credo.

Che ne sapevo? Ho fatto così...

Questo è stato il primo di molti...

Siamo andati a pregare nella Cappella Paolina mentre il cardinale Tauran annunciava il nome. Dopo sono uscito e non sapevo che cosa avrei detto. Di tutto il resto voi siete testimoni. Ho sentito nel profondo che un ministro ha bisogno della benedizione di Dio, ma anche di quella del suo popolo. Non ho osato chiedere al popolo di benedirmi. Semplicemente ho detto: «Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica». Mi è uscito tutto in modo spontaneo. Anche il fatto di pregare per Benedetto. Parlavo, non avevo preparato nulla, veniva da solo.

E le piace essere Papa?

Non mi dispiace!

Uno avrebbe immaginato che non le sarebbe piaciuto essere Papa.

No. Una volta accaduta la cosa, poi si fa.

Che cosa le piace e che cosa non le piace tanto di essere Papa? O le piace tutto?

Sì, l’unica cosa che mi piacerebbe è poter uscire un giorno, senza che nessuno mi riconosca, e andare in una pizzeria e mangiarmi una pizza.

Sarebbe bello.

Lo dico come esempio. A Buenos Aires giravo spesso per le strade. Andavo e venivo dalle parrocchie. È chiaro, cambiare abitudine e stare fermo... mi costa un po’, ma ci si abitua. Si trova un modo diverso di girare per le strade: il telefono...

E il fatto che non le piacesse tanto il Vaticano non è un segreto. Non le piaceva molto venire qui. E ora che sta da due anni qui dentro, le piace un po’ di più o un po’ di meno?

No. Non solo il Vaticano. Questo lo devo chiarire. Credo che la mia grande penitenza siano i viaggi. Non mi piace viaggiare. Sono molto attaccato all’habitat, è una nevrosi. Una volta ho letto un libro molto bello che si chiama Alégrese de ser neurótico (“Contenti di essere nevrotici”). Uno deve scoprire le proprie nevrosi, dar loro del mate tutti i giorni, trattarle bene, perché non gli rechino danno, no? Ebbene, una delle mie nevrosi, o del mio modo d’essere, è quella di essere attaccato all’habitat. Nessun viaggio mi piace. Venivo a Roma e l’ambiente non mi piaceva, l’ambiente dei pettegolezzi. Perciò venivo e me ne andavo subito. Benedetto XVI iniziò il Pontificato con una messa la mattina e nel pomeriggio io ero già sull’aereo di ritorno. Ora non mi dispiace. Qui c’è gente molto buona. Il fatto di vivere qui mi aiuta molto.

Le piace stare qui a Santa Marta?

Sì, semplicemente perché c’è gente. Lì, da solo, non l’avrei sopportato. Non perché fosse lussuoso, come alcuni hanno detto. L’appartamento non è lussuoso. È grande. Ma quella solitudine non l’avrei sopportata. Venire qui, mangiare nel refettorio, dove c’è tanta gente, celebrare una messa alla quale quattro giorni a settimana partecipa gente da fuori, dalle parrocchie, mi dà un po’ di benessere spirituale. Mi piace molto.

Non si sente solo?

No, no. Veramente no.

Abbiamo la sensazione che lei da un lato è come se avesse fretta nel suo modo di agire e dall’altro come se vedesse il suo pontificato a breve termine.

Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni. Non so, o due o tre. Beh, due sono già passati. È come una sensazione un po’ vaga. Le dico, forse no. È come la psicologia di chi gioca e allora crede che perderà per non restare poi deluso. E se vince è contento. Non so che cos’è. Ma ho la sensazione che Dio mi ha messo qui per una cosa breve, niente di più... Ma è una sensazione. Per questo lascio sempre aperta la possibilità.

Lei ci ha anche detto che avrebbe seguito l’esempio di Papa Benedetto...

Beh, ci sono stati alcuni cardinali prima del conclave, durante le congregazioni generali, che si sono posti il problema teologico, molto interessante, molto ricco. Io credo che Papa Benedetto abbia aperto una porta. Settant’anni fa non esistevano i vescovi emeriti. Oggi ne abbiamo 1400. Si è arrivati cioè all’idea che un uomo, dopo i 75 anni, più o meno a quell’età, non può portare il peso di una Chiesa particolare. Credo che Benedetto con grande coraggio abbia aperto la porta ai Papi emeriti. Non bisogna considerare Benedetto come una eccezione. Ma come una istituzione. Forse sarà l’unico per molto tempo, forse non sarà l’unico. Ma è una porta aperta dal punto di vista istituzionale. Oggi il Papa emerito non è una realtà strana, ma si è aperta la possibilità che possa esistere.

Si potrebbe pensare, come per i vescovi, un Papa che rinunci a ottant’anni.

Anche. Si può, ma a me non piace fissare un’età. Credo che il papato ha qualcosa di ultima istanza. È una grazia speciale. Per alcuni teologi il papato è un sacramento, i tedeschi sono molto creativi in tutte queste cose. Io non sono di questo parere, ma questo vuol dire che c’è qualcosa di speciale. Allora parlare di ottant’anni crea una sensazione di fine di pontificato che non farebbe bene, qualcosa di prevedibile. Non sono dell’idea di fissare un’età ma sono dell’idea di Benedetto. L’ho visto l’altro giorno al concistoro. Era felice, contento. Rispettato da tutti. Vado a trovarlo, a volte gli parlo al telefono. Come ho detto è come avere il nonno saggio a casa. Uno può chiedere consiglio. Leale fino alla morte. Non so se ricordate, quando salutammo Benedetto il 28 febbraio nella sala Clementina, ha detto: «Tra voi c’è il mio successore, gli prometto lealtà, fedeltà e obbedienza». E lo sta facendo. È un uomo di Dio.

Una domanda molto personale: incontrare un altro Papa vestito di bianco è stato per lei così normale?

No, no. È stato il 23 marzo a Castel Gandolfo e lì ho sentito come se il mio papà mi portasse e mi insegnasse e mi facesse sedere. È stato l’ospite nel senso più umano della parola.

Per quanto riguarda la Curia abbiamo la sensazione che a lei piacerebbe cambiare molto più delle strutture: la mentalità, il cuore.

È proprio questa la parola.

E come si può ottenere?

Ogni cambiamento inizia dal cuore. Cioè dalla conversione del cuore. Ecco per esempio gli esercizi spirituali chiusi che facciamo già da due anni: andiamo lì, quelli della Curia, i prefetti e i segretari dei dicasteri, circa ottanta persone, e rimaniamo lì chiusi a pregare e ad ascoltare il predicatore. Non è una conversione del cuore? Qualcuno mi sfida per questo ma è anche una conversione del modo di vivere. Credo che questa sia l’ultima corte che rimane in Europa. Le altre corti si sono democratizzate, anche le più classiche. C’è qualcosa nella corte pontificia che mantiene molto una tradizione un po’ atavica. E non lo dico in senso peggiorativo, come una cultura. Questo bisogna cambiare: abbandonare quello che ancora ha della corte ed essere un gruppo di lavoro, al servizio della Chiesa, al servizio dei vescovi. Questo evidentemente implica una conversione personale. Qui ci sono stati problemi. Lei lo sa meglio di me. La pubblicazione dei documenti trafugati e un processo all’aiutante di camera non sono piccolezze. Si parla di problemi morali gravi, c’è una persona in carcere per ragioni economiche e d’altro lato qualche “scandaluccio” morale. Lo sappiamo, è pubblico. Bisogna risanare un po’ questa situazione. C’è bisogno di conversione, cominciando dal Papa ovviamente, che è il primo a doversi convertire. Cambiare di continuo come Dio gli va chiedendo. Io cerco di farlo ma non sempre mi riesce.

L’accentuazione dei simboli che lei ha voluto: l’abitazione, il vestire, la macchina. Questa accentuazione è come ricordare ogni giorno a tutti che qui si può vivere in modo diverso.

Sì, per esempio quando dopo l’elezione sono sceso c’era un ascensore con vari cardinali: «Lei deve andare da solo in quell’ascensore». «No io vado con loro». E quando sono sceso c’era una macchina che mi aspettava, e io ho detto: «No, vado nel pulmino con loro». Mi viene così, non è che io pretenda. Cerco di essere come piace a me, e a volte esagero con qualcosa che può offendere qualcuno. Devo stare attento, ma ci sono i simboli, il modo di essere. C’è la Mercedes, io non posso andare in Mercedes o in Bmw. C’è questa Focus, o non so come si chiama, è quella che uso, è più o meno un’utilitaria alla portata di un impiegato di banca, no? La semplicità: in questo credo che vi sia verità.

Il discorso alla Curia prima di Natale: è così malata la Curia?

Questo va spiegato. Ho parlato di quindici malattie, poi nell’ultimo concistoro un cardinale ha aggiunto una sedicesima che ho trovato molto simpatica. Mi è piaciuta.

Quale?

Quella di chi non ha il coraggio di criticare apertamente. Se uno non è d’accordo con il Papa deve andare a dirglielo. È bello, no? Non c’è questo coraggio. Il quadro del mio discorso — eravamo alla fine dell’anno — era di fare un esame di coscienza. E secondo me le tentazioni o le malattie — le ho usate come sinonimi — più tipiche della Curia sono queste due. Ho pensato per esempio a una a cui nessuno ha fatto caso e per me è la principale: dimenticare il primo amore. Quando cioè uno si trasforma in un buon impiegato e dimentica di avere una missione di identità con Gesù Cristo, che è il primo amore. Ho ripassato le tentazioni che io ho avuto, da arcivescovo perché si verificano in ambienti ecclesiastici, o che ho visto in altri. E le ho chiamate tentazioni o malattie.
Alla fine si è avvicinato un cardinale scherzoso, un po’ più giovane di me, non molto, e mi ha detto: «Mi dica Santità cosa devo fare? Andare a confessarmi o in farmacia?». È un esame di coscienza e ho voluto comunicarlo in questo modo. Forse non è piaciuto. Lo stile non era molto adatto a un messaggio di fine d’anno ma, al contrario, alla fine dell’anno bisogna fare un esame di coscienza. E l’ho detto chiaramente due volte perché ci si confessi. Perché io voglio che qui tutti si confessino. E lo facciamo, no? Credo che in questo siano fedeli. Ma confessioni reali, concrete, no? Chiediamo perdono a Gesù per quelle cose che facciamo male o perché offendiamo qualcuno o siamo ingiusti. È stato un esame di coscienza e ho usato come sinonimi: tentazione e malattia. Ma non è che la Curia stia cadendo a pezzi per tutte queste complicazioni o malattie.

C’è resistenza in Curia?

Le cose devono uscire, no? Ci sono sempre punti di vista diversi, sono legittimi. Voglio che vengano fuori e si dicano: la sedicesima malattia, cioè che si dicano in faccia, che ci sia il coraggio di non tacere. E mai, mai, mai, lo dico davanti a Dio, da quando sono vescovo ho castigato qualcuno per avermi detto le cose in faccia. Questi sono i collaboratori che voglio.

E li ha?

Ci sono qui li ho già incontrati.

Pochi, molti?

Abbastanza. Abbastanza direi. Ce ne sono. E ce ne sono altri che non hanno il coraggio, che hanno paura. Ma bisogna dar tempo al tempo. Io scommetto sulla parte buona della gente. Tutti hanno molto più di buono che di cattivo.

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Lei parla costantemente contro il dio denaro e dicono che Papa Francesco è di sinistra, ma lei ha chiarito che segue il Vangelo: solo i poveri sono i buoni e i ricchi sono i cattivi?


Io vengo da una famiglia che dopo il crollo del 1932 si è ripresa e, di classe media, si è sistemata. Cioè non ho alcun risentimento. Io il 1932 non l’ho vissuto però bisognerebbe spiegare molte cose. Innanzitutto che dobbiamo abituarci a non utilizzare interpretazioni fuori moda. Oggi sinistra e destra è una semplificazione che non ha senso. Mezzo secolo fa aveva senso, oggi no. Marxista, cosa significa marxista oggi? Il marxismo ha una così ricca varietà di espressioni... Il problema dell’interpretazione di un personaggio pubblico per me è molto importante. Bisogna sempre interpretare un fatto storico, piccolo o grande, con l’ermeneutica del momento, altrimenti cadiamo in semplificazioni o in errori. Ho conosciuto persone ricche e qui sto portando avanti la causa di beatificazione di un ricco imprenditore argentino, Enrique Shaw, che era ricco ma era santo. Cioè una persona può avere denaro, Dio glielo dà perché lo amministri bene. E quest’uomo lo amministrava bene, non con paternalismo ma facendo crescere quanti avevano bisogno del suo aiuto. Quello che io attacco sempre è la sicurezza nella ricchezza: non mettere la tua sicurezza lì. Nel Vangelo Gesù su questo è radicale: la parabola di chi aveva dei granai, pensa di costruirne altri e all’indomani muore. È chiarissimo.
Non riporre la tua speranza lì. L’ingiustizia delle ricchezze. Per esempio quando non si paga il giusto salario è un peccato mortale. Questo significa approfittarsi della povertà di un altro. O quando si paga la domestica di casa in nero, tanto è una serva. Perché? Non perché la padrona o il padrone siano ricchi, ma per questo atteggiamento. Il denaro è sempre traditore. Il diavolo entra dal portafoglio, sempre. Sant’Ignazio diceva che c’erano tre scalette, tre gradini. Il primo è la ricchezza: il diavolo ti mette i soldi nel portafoglio. Il secondo è la vanità e il terzo è l’orgoglio e la superbia. E da lì tutti gli altri peccati. Quando arrivi a quel livello di orgoglio sei capace di qualsiasi cosa. Lo abbiamo visto nei dittatori, nei tiranni, quelli che si approfittano degli altri, gli sfruttatori. Oggi la tratta delle persone è organizzata da gente con molti soldi: sono questi che io attacco. Il denaro che schiavizza o non lascia crescere o serve per ingrassare se stessi come dice il Vangelo di ieri (Luca, 16, 19-31). Il denaro di chi vive ignorando che c’è povertà. Una cosa che mi scandalizzava, a Buenos Aires, è la nuova zona di Puerto Madero: è bella, bestiame accanto al fiume, edifici enormi, trentasei ristoranti cari da morire, perché fanno pagare... e poi la villa miseria. E questo è lo sperpero del denaro. Questo dal punto di vista sociale e la mia denuncia, dal punto di vista sociale, è diretta a questa realtà. Ma quello che mi indigna di più è il salario ingiusto perché uno si arricchisce a scapito della dignità, che viene negata alla persona. Il salario è quello che dà dignità al lavoro e tu usi il lavoro e lo rendi indegno perché non paghi il giusto, o non paghi la pensione. E con tranquillità di coscienza io direi che non pagare il giusto, non pagare la pensione, non pagare gli straordinari è peccato. È peccato! Che lo faccia un ricco, uno della classe media, o che lo faccia un povero è peccato. Questa cosa la dobbiamo dire. Il diavolo come ho detto si mette nella nostra vita, si mischia nella nostra vita mettendoci i soldi nel portafoglio. Non lo dico solo io.
Io lo ripeto, però i padri della Chiesa definivano il denaro sterco del diavolo. Perché? Perché vedevano qualcosa di viziato che sporcava, che ti portava sulla cattiva strada. È il primo passo, come diceva sant’Ignazio, per la supponenza, per la vanità e per l’orgoglio. Bene, questa è come una visione sociologica. Ma uno è comunista se la pensa in questo modo? No. Passo al secondo punto. I poveri sono al centro del Vangelo. Quando Gesù si presenta fa sue le parole di Isaia: sono stato inviato per evangelizzare i poveri. I poveri hanno una ricchezza che manca alle persone con molta sicurezza. E io mi includo tra i “ricchi” perché non mi manca nulla. E devo stare attento a non approfittare di questo per non peccare. Una ricchezza che non abbiamo.
La persona povera e onesta ha una sapienza: la dignità del lavoro, la cura dei figli, la cura della prole, creía come diciamo in Argentina, è qualcosa di tanto bello, tanto bello. Come una dignità. E Paolo VI, nell’Evangeli nuntiandi, non ricordo se al numero 46 o 48, dice che i poveri sono più capaci di comprendere certe virtù cristiane. Sono più preparati. Sono molto più preparati. E la povertà è al centro del Vangelo. La bandiera della povertà è evangelica. L’hanno rubata i marxisti perché noi non la usavamo. La tenevamo nel museo. Sono venuti, l’hanno rubata e l’hanno usata. Ma andiamo alla fine dell’Ottocento con la crisi italiana. Nel nord d’Italia ci fu una quantità di santi che lavoravano con i poveri, a cominciare da don Bosco. Ossia che cercavano modi di promozione sociale, che è il terzo punto. Non è solo una questione di denaro. È promuovere.
Da qui l’importanza dell’educazione. E delle opportunità di lavoro. Che a qualcuno questo possa apparire esagerato dipende forse dai miei peccati, dal fatto che io usi parole forti e non sia abbastanza buono e pastore da raggiungere il cuore di questa gente. Però sono figli di Dio. Semplicemente dovrei chiedergli di convertirsi, però chiederglielo con cuore di padre e non colpendoli. È vero.

Circa il sinodo si sono create molte aspettative tra le coppie che soffrono, tra i divorziati risposati, tra gli omosessuali. Crede che siano eccessive?

Credo che ci sono aspettative smisurate. Il sinodo sulla famiglia non l’ho voluto io. Lo ha voluto il Signore. Ed è stata una cosa sua. Quando monsignor Eterović, che era il segretario, mi ha portato i tre temi più votati mi ha detto che tra questi quello più votato era il contributo di Gesù Cristo all’uomo di oggi. Va bene, facciamolo. Questo era il titolo del sinodo. Abbiamo continuato parlando dell’organizzazione e io gli dissi: «Facciamo una cosa, mettiamo il contributo di Gesù Cristo all’uomo e alla famiglia di oggi». E così siamo rimasti, con la famiglia un po’ in secondo piano. Quando siamo andati alla prima riunione del consiglio post sinodale si è cominciato a parlare con quel titolo e dopo del contributo di Gesù Cristo alla famiglia, e l’uomo di oggi è rimasto un pochino fuori. E alla fine è stato detto: «No, perché questo sinodo sulla famiglia...» ed è stata la stessa dinamica a cambiare il titolo. Io zitto. Alla fine mi sono reso conto che è stato il Signore che ha voluto questo. E lo ha voluto con forza. Perché la famiglia è in crisi. Forse non le crisi più tradizionali, delle infedeltà o come si chiama in Messico la “casa piccola” e la “casa grande”. No, no. Ma una crisi più profonda.
Si vede che i giovani non vogliono sposarsi o convivono. Non lo fanno per protesta, ma perché oggi sono così. Dopo, alla lunga, alcuni si sposano anche in Chiesa. Vale a dire che c’è una crisi familiare all’interno della famiglia. E da questo punto di vista credo che il Signore voglia che noi affrontiamo questo: preparazione al matrimonio, accompagnamento di coloro che convivono, accompagnamento di coloro che si sposano e conducono bene la loro famiglia, accompagnamento di quelli che hanno avuto un insuccesso nella famiglia e hanno una nuova unione, preparazione al sacramento del matrimonio, non tutti sono preparati. E quanti matrimoni che sono fatti sociali sono nulli! Per mancanza di fede.

Già Benedetto ha sottolineato che la mancanza di fede e di coscienza riguardo a ciò che si fa sono problemi gravi.

La famiglia è in crisi. Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie replay? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali.... mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: «Ah, daranno la comunione ai divorziati». Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: «No, io voglio fare la comunione e basta». Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare. Ci sono sette cose che, secondo il diritto attuale, le persone in seconde unioni non possono fare. Non me le ricordo tutte, però una è essere padrino di battesimo. Perché? E che testimonianza potrà dare al figlioccio? Quella di dire: «Guarda caro, nella mia vita mi sono sbagliato. Ora sono in questa situazione. Sono cattolico. I principi sono questi.
Io faccio questo e ti accompagno». Una vera testimonianza. Ma se viene un mafioso, un delinquente, uno che ha ammazzato delle persone, ma è sposato per la Chiesa può fare il padrino. Sono contraddizioni. C’è bisogno di integrare. Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo di integrare intendiamo tutto questo. E dopo di accompagnare i processi interiori. Lei mi ha chiesto della libertà. Un Sinodo senza libertà non è un Sinodo. È una conferenza. Invece il Sinodo è uno spazio protetto nel quale possa operare lo Spirito Santo. E per questo le persone devono essere libere. Per questo mi oppongo a che siano pubblicate le cose che ognuno dice con nome e cognome. No, non si sappia chi lo ha detto. Non ho problemi che si sappia quello che si è detto, ma non chi lo ha detto, in maniera che si senta libero di dire ciò che vuole.
Inoltre, abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia. Per questo ne ho parlato nelle Filippine perché è un problema molto serio. Gli africani si lamentano molto di questo. E anche in America latina. E a me è successo una volta. Sono stato testimone di un caso di questo tipo con una ministro dell’educazione riguardo l’insegnamento della teoria del “gender” che è una cosa che sta atomizzando la famiglia. Questa colonizzazione ideologica distrugge la famiglia. Per questo credo che dal sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale.

Un altro tema importante di questi anni è stato quello degli abusi contro i minori. In Messico ha avuto ampia risonanza il caso di Marcial Macielà.

Non ho avuto mai contatti con i Legionari di Cristo perché non stavano a Buenos Aires. La prima parrocchia gli è stata data dal mio predecessore, la parrocchia Santa Maria di Betania, quando la lasciarono i religiosi della congregazione dei Sacri Cuori (Picpus). Erano tre. Tre religiosi a Buenos Aires che non ho conosciuto. Ho sentito parlare di loro. Quando è stato fatto non il corso, perché non c’era il corso per i nuovi vescovi, ma l’incontro dei movimenti laicali mi ospitarono, cioè il corso si è svolto in un loro edificio. In una università. Questo è l’altro contatto che ho avuto. Quindi non li ho conosciuti. Quando ho saputo del grande scandalo davvero sono rimasto molto addolorato e scandalizzato. Come quella persona è potuta arrivare a tanto? Evidentemente era una persona molto malata perché oltre tutti gli abusi credo che ci fossero due o tre donne, figli con una o l’altra — non lo so — e anche molti soldi. A questo riguardo la corruzione comincia dal denaro. Ma credo che fosse un malato, un gran malato. Qui quando si è presa coscienza della cosa si è cominciato ad agire in maniera forte. Allora il cardinale Ratzinger portò la cosa avanti. E continuò, continuò, continuò.
E il Papa san Giovanni Paolo II lo autorizzò a continuare, lui l’ha autorizzato. E quando lo hanno eletto eletto Papa ha agito perché il processo era maturo. Voglio chiarire bene che l’allora cardinale Ratzinger e san Giovanni Paolo II erano coscienti e hanno detto: avanti. Uno con le indagini. E l’altro con l’autorizzazione. Secondo: ci sono state coperture? Si può presumere di sì. Anche se nel diritto esiste la presunzione di innocenza. Sarebbe strano che non ci sia stato nessun padrinito, mezzo ingannato che sospettava e non sapeva. Beh questo non l’ho indagato. Abusi: evidentemente dopo i primi interventi a tolleranza zero si continua così. Questa commissione non è per gli abusi, ma per la tutela dei minori. Cioè per prevenire. Il problema degli abusi sui minori è un problema grave, la maggioranza degli abusi accade nel contesto familiare e nel vicinato. Non voglio parlare di numeri per non sbagliarmi. Un solo prete che abusi di un minore è sufficiente a far muovere tutta la struttura della Chiesa per affrontare il problema. Perché? Perché il prete ha l’obbligo di far crescere questo bambino o questa bambina nella santità, nell’incontro con Gesù. E quello che fa è distruggere l’incontro con Gesù. Bisogna ascoltare gli abusati. Io li ho ascoltati qua. Ho passato una mattinata intera con sei di loro: due tedeschi, due irlandesi e due inglesi. Una distruzione interiore che soffrono.
Coloro che abusano sono cannibali, è come se mangiassero i bambini, li distruggono. Quindi anche il caso di un solo prete è sufficiente per farci vergognare e per fare quello che bisogna fare. In questo bisogna andare avanti e non fare un solo passo indietro. Distruggere una creatura è una cosa orribile e in questo ringrazio tanto Papa Benedetto che ha avuto il coraggio di dirlo in pubblico e Giovanni Paolo II che ha avuto il coraggio di dare il via libera al caso dei Legionari.

Come le piacerebbe essere ricordato per questi due anni di pontificato, per quando ha inciso nella Chiesa o per il suo linguaggio così spontaneo e poco convenzionale?

Continuerò a fare lo stesso. E parlerò come parlo io, come un parroco, perché mi piace parlare così. Ho sempre parlato così, sempre. Non so se sia un difetto però credo che la gente mi capisca. Io ringrazio la sua bontà e tramite lei ringrazio il popolo messicano al quale voglio molto bene.

Vorrei che lei desse una benedizione al Messico.

Lo farò.

È stato in Messico?

Ci sono stato due volte in Messico. Nel 1970 sono stato nel vecchio santuario, quando venni a visitare la casa di formazione dopo che ero stato nominato maestro dei novizi. La seconda volta quando Giovanni Paolo II promulgò l’Ecclesia in America. E là ho visto il nuovo santuario. Ma il cinema messicano in Argentina lo vedevamo molto, mi ricordo di Cantinflas... La musica mi piace molto. Per questo sono molto contento di benedire tutti e chiedo di pregare per me. Ma prima di dare la benedizione preghiamo la Madre che è quella che ci dà la forza per benedire. E diciamo un’Ave Maria. Nostra Signora di Guadalupe, madre del Messico e madre dell’America, prega per noi.

di Valentina Alazraki

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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26/03/2015 22.36
 
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  DUE ANNI CON FRANCESCO. La rivista di una bidonville argentina intervista il Papa. E Francesco risponde. Ecco lo straordinario dialogo.


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Lei parla molto di periferia. Questa parola gliel’abbiamo sentita usare tante volte. A che cosa e a chi pensa quando parla di periferie? A noi gente delle villas?

Quando parlo di periferia parlo di confini. Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriamo più cose, e quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa.

Una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto dove tu sei arrivato. Un esempio: l’Europa vista da Madrid nel XVI secolo era una cosa, però quando Magellano arriva alla fine del continente americano, guarda all’Europa dal nuovo punto raggiunto e capisce un’altra cosa.

La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro. Compresa la realtà di una persona, la periferia esistenziale, o la realtà del suo pensiero; tu puoi avere un pensiero molto strutturato ma quando ti confronti con qualcuno che non la pensa come te, in qualche modo devi cercare ragioni per sostenere questo tuo pensiero; incomicia il dibattito, e la periferia del pensiero dell’altro ti arrichisce.

I nostri problemi li conosce. La droga avanza e non si arresta, entra nelle villas e attacca i nostri giovani. Chi ci deve difendere? E noi come possiamo difenderci?

E’ vero, la droga avanza e non si ferma. Ci sono paesi che ormai sono schiavi della droga. Quello che mi preoccupa di più è il trionfalismo dei trafficanti. Questa gente canta vittoria, sente che ha vinto, che ha trionfato. E questa è una realtà. Ci sono paesi, o zone, in cui tutto è sottomesso alla droga.

Riguardo all’Argentina posso dire questo: fino a 25 anni fa era ancora un paese di passaggio, oggi è un paese di consumo. E, non lo so con certezza, ma credo che si produca anche.

Qual è la cosa più importante che dobbiamo dare ai nostri figli?

L’appartenenza. L’appartenenza a un focolare. L’appartenenza si dà con l’amore, con l’affetto, con il tempo, prendendoli per mano, accompagnandoli, giocando con loro, dandogli quello di cui hanno bisogno in ogni momento per la loro crescita. Soprattutto dandogli spazi in cui possano esprimersi. Se non giochi con i tuoi figli li stai privando della dimensione della gratuità. Se non gli permetti di dire quello che sentono in modo che possano anche discutere con te e sentirsi liberi, non li stai lasciando crescere.

Ma la cosa ancora più importante è la fede. Mi addolora molto incontrare un bambino che non sa fare il segno della croce. Vuol dire che al piccolo non è stata data la cosa più importante che un padre e una madre possono dargli: la fede.

Lei vede sempre una possibilità di cambiamento, sia in storie difficili, di persone che sono provate dalla vita, sia in situazioni sociali o internazionali che sono causa di grandi sofferenze per le popolazioni. Cosa le dà questo ottimismo, anche quando ci sarebbe da disperarsi?

Tutte le persone possono cambiare. Anche le persone molto provate, tutti. Ne conosco alcune che si erano lasciate andare, che stavano buttando la loro vita e oggi si sono sposate, hanno una loro famiglia. Questo non è ottimismo. E’ certezza in due cose: primo nell’uomo, nella persona. La persona è immagine di Dio e Dio non disprezza la propria immagine, in qualche modo la riscatta, trova sempre il modo di recuperarla quando è offuscata; e, secondo, è la forza dello stesso Spirito Santo che va cambiando la coscienza.

Non è ottimismo, è fede nella persona, che è figlia di Dio, e Dio non abbandona i suoi figli.

Mi piace ripetere che noi figli di Dio ne combiniamo di tutti i colori, sbagliamo ad ogni piè sospinto, pecchiamo, ma quando chiediamo perdono Lui sempre ci perdona. Non si stanca di perdonare; siamo noi che, quando crediamo di saperla lunga, ci stanchiamo di chiedere perdono.

Come si può arrivare ad essere sicuri e costanti nella fede? Noi attraversiamo alti e bassi, in certi momenti siamo coscienti della presenza di Dio, che Dio è un compagno di cammino, in altri ce ne dimentichiamo. Si può aspirare ad una stabilità in una materia come quella della fede?

Sì, è vero, ci sono alti e bassi. In alcuni momenti siamo coscienti della presenza di Dio, altre volte ce ne dimentichiamo. La Bibbia dice che la vita dell’uomo sulla terra è un combattimento, una lotta; vuol dire che tu devi essere in pace e lottare. Preparato per non venir meno, per non abbassare la guardia, e allo stesso tempo godendo delle cose belle che Dio ti dà nella vita. Bisogna stare in guardia, senza essere né disfattisti né pessimisti.

Come essere costanti nella fede? Se non ti rifiuti di sentirla, la troverai molto vicina, dentro al tuo cuore. Poi, un giorno potrà capitare che tu non senta un bel niente. Eppure la fede c’è, è lì, no? Occorre abituarsi al fatto che la fede non è un sentimento. A volte il Signore ci dà la grazia di sentirla, ma la fede è qualcosa di più. La fede è il mio rapporto con Gesù Cristo, io credo che Lui mi ha salvato. Questa è la vera questione riguardo alla fede. Mettiti a cercare tu quei momenti della tua vita dove sei stato male, dove eri perso, dove non ne azzecavi una, e osserva come Cristo ti ha salvato. Afferrati a questo, questa è la radice della tua fede. Quando ti dimentichi, quando non senti niente, afferrati a questo, perché è questa la base della tua fede. E sempre con il Vangelo in mano. Portati sempre in tasca un piccolo Vangelo. Tienilo in casa tua. Quella è la Parola di Dio. E’ da lì che la fede prende il suo nutrimento. Dopotutto la fede è un regalo, non è un atteggiamento psicologico. Se ti fanno un regalo ti tocca riceverlo, no? Allora, ricevi il regalo del Vangelo, e leggilo. Leggilo e ascolta la Parola di Dio.

La sua vita è stata intensa, ricca. Anche noi vogliamo vivere una vita piena, intensa. Como si fa a non vivere inutilmente? E come fa uno a sapere che non vive inutilmente?

Beh, io ho vissuto molto tempo inutilmente, eh? In quei momenti la vita non è stata tanto intensa e tanto ricca. Io sono un peccatore come qualunque altro. Solamente che il Signore mi fa fare cose che si vedono; ma quante volte c’è gente che fa il bene, tanto bene, e non si vede. L’intensità non è direttamente proporzionale a quello che vede la gente. L’intensità si vive dentro. E si vive alimentando la stessa fede. Come? Facendo opere feconde, opere d’amore per il bene della gente. Forse il peggiore dei peccati contro l’amore è quello di disconoscere una persona. C’è una persona che ti ama e tu la rinneghi, la tratti come se non la conoscessi. Lei ti sta amando e tu la respingi. Chi ci ama più di tutti è Dio. Rinnegare Dio è uno dei peggiori peccati che ci siano. San Pietro commise proprio questo peccato, rinnegò Gesù Cristo… e lo fecero Papa! Allora io cosa posso dire?! Niente! Per cui, avanti!

Lei ha attorno a sè persone che non sono d’accordo con quello che fa e che dice?

Si, certo.

Come si comporta con loro?

Ascoltare le persone, a me, non ha mai fatto male. Ogni volta che le ho ascoltate, mi è sempre andata bene. Le volte che non le ho ascoltate mi è andata male. Perché anche se non sei d’accordo con loro, sempre – sempre! – ti danno qualcosa o ti mettono in una situazione che ti spinge a ripensare le tue posizioni. E questo ti arricchisce. E’ il modo di comportarsi con quelli con cui non siamo d’accordo. Ora, se io non sono d’accordo con qualcuno, smetto di salutarlo, gli chiudo la porta in faccia, non lo lascio parlare, e non gli domando le ragioni del disaccordo, evidentemente mi impoverisco da solo. Dialogando, ascoltando, ci si arricchisce.

La moda di oggi spinge i ragazzi verso rapporti virtuali. Anche nella villa è così. Come fare perché escano dal loro mondo di fantasia? Come aiutarli a vivere la realtà e i rapporti veri?

Io distinguerei il mondo della fantasia dalle relazioni virtuali. A volte i rapporti virtuali non sono di fantasia, sono concreti, sono di cose reali e molto concrete. Ma evidentemente la cosa desiderabile è il rapporto non virtuale, cioè il rapporto fisico, affettivo, il rapporto nel tempo e nel contatto con le persone. Io credo che il pericolo che corriamo ai nostri giorni è dato dal fatto che disponiamo di una capacità molto grande di riunire informazioni, dal fatto insomma di poterci muovere in una serie di cose virtualmente, ed esse ci possono trasformare in “giovani-museo”.

Un “giovane-museo” è molto ben informato, ma cosa se ne fa di tutto quello che sa? La fecondità, nella vita, non passa per l’accumulazione di informazioni o solamente per la strada della comunicazione virtuale, ma nel cambiare la concretezza dell’esistenza. Ultimamente vuol dire amare.

Tu puoi amare una persona, ma se non le stringi la mano, o non le dai un abbraccio, non è amore; se ami qualcuno al punto di volerlo sposare, vale a dire, se vuoi consegnarti completamente, e non lo abbracci, non gli dai un bacio, non è vero amore. L’amore virtuale non esiste. Esiste la dichiarazione di amore virtuale, ma il vero amore prevede il contatto fisico, concreto. Andiamo all’essenziale della vita, e l’essenziale è questo.

Dunque, non “giovani-museo” informati solo virtualmente delle cose, ma giovani che sentano e che con le mani – e qui sta il concreto – portino avanti le cose della loro vita…

Mi piace parlare dei tre linguaggi: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Ci deve essere armonia tra i tre. In modo tale che tu pensi quello che senti e quello che fai, senti quello che pensi e quello che fai, e fai quello che senti e quello che pensi. Questo è il concreto. Restare solamente nel piano virtuale è come vivere in una testa senza corpo.

C’è qualcosa che vuol suggerire ai governanti argentini in un anno di elezioni?

Primo, che propongano una piattaforma elettorale chiara. Che ognuno dica: noi, se andremo al governo, faremo questo e quest’altro. Molto concreto! La piattaforma elettorale è qualcosa di molto sano; aiuta la gente a vedere quello che ognuno pensa. C’è un aneddoto raccontato da dei giornalisti furbetti che si riferisce ad una delle elezioni di molti anni fa. Più o meno alla stessa ora questi giornalisti si sono incontrati con tre candidati. Non ricordo bene se erano candidati a deputati o a sindaci. E chiesero a ognuno di loro: lei cosa pensa riguardo a questa cosa? Ciascuno ha detto quello che pensava e ad uno di loro un giornalista disse: “ma quello che lei pensa non è la stessa cosa che pensa il partito che lei rappresenta! Guardi la piattaforma elettorale del suo partito”. Per dire che a volte gli stessi candidati non conoscono la piattaforma elettorale del proprio raggruppamento.

Un candidato deve presentarsi alla società con una piattaforma elettorale chiara, ben pensata. Dicendo “Se io verrò eletto deputato, sindaco, governatore, farò “questo”, perché penso che “questo” è quello che deve essere fatto”.

Secondo, onestà nella presentazione della propria posizione.

Terzo – è una delle cose che dobbiamo raggiungere, speriamo che ci si riesca – una campagna elettorale di tipo gratuito, non finanziata. Perché nel finanziamento della campagna elettorale entrano in gioco molti interessi che poi ti chiedono il conto. Quindi essere indipendenti da chiunque mi possa finanziare la campagna elettorale. Evidentemente è un ideale, perché sempre c’è bisogno di soldi per i manifesti, per la televisione… In ogni caso che il finanziamento sia pubblico. Io, come cittadino, so che finanzio questo candidato con questa precisa somma di denaro. Che tutto sia trasparente e pulito.

Quando verrà in Argentina?

In linea di massima, nel 2016, ma non c’è ancora niente di sicuro perché bisogna trovare l’incastro con altri viaggi in altri paesi.

Per televisione sentiamo notizie che ci preoccupano e ci addolorano; che ci sono fanatici che la vogliono uccidere. Non ha paura? E noi che le vogliamo bene che cosa possiamo fare?

Guarda, la vita è nelle mani di Dio. Io ho detto al Signore: Tu prenditi cura di me. Ma se la tua volontà è che io muoia o che mi facciano qualcosa, ti chiedo un solo favore: che non mi faccia male. Perché io sono molto fifone per il dolore fisico.

Traduzione dallo spagnolo di Mariana Gabriela Janún

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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25/05/2015 14.04
 
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A cuore aperto, Francesco si racconta a "La Voz del Pueblo"




Intervista di Papa Francesco al giornale argentino "La Voz del Pueblo" - RV





25/05/2015



Un’intervista a tutto campo, incentrata soprattutto su cosa significhi “essere Papa”. E’ quella concessa da Francesco al quotidiano argentino “La Voz del Pueblo”. Il Pontefice parla a lungo del suo rapporto con la gente, del suo amore per i poveri, di come trascorre le sue giornate, delle sue speranze e preoccupazioni. “Vorrei tanto andare a mangiare una pizza”, scherza con il giornalista Juan Berretta, “sono sempre stato un camminatore” e questa è una cosa che “mi manca”. Una sintesi della conversazione di Papa Francesco con “La Voz del Pueblo” nel servizio di Alessandro Gisotti:


“Perché ripete sempre: ‘pregate per me’”? “Perché ne ho bisogno. Ho bisogno che mi sostenga la preghiera del popolo. E’ una necessità interiore”. E’ uno dei passaggi dell’intervista rilasciata da Papa Francesco al giornalista Juan Berretta del quotidiano argentino “La Voz del Pueblo”. Una conversazione svoltasi a Casa Santa Marta in un clima familiare ricca di racconti inediti sulla vita personale del Papa “venuto dalla fine del mondo”. Jorge Mario Bergoglio ribadisce che mai aveva pensato di essere eletto alla Cattedra di Pietro e scherzando ricorda che, all’ultimo Conclave, i bookmakers inglesi lo davano solo al 46.mo posto. Al tempo stesso, però, sottolinea che “la vita di un religioso, di un gesuita, cambia a seconda delle necessità” e che quando è stato eletto si è affidato totalmente a Dio, “pregando il Rosario, tranquillo” durante lo spoglio delle schede che, confida, sembravano durare un’eternità.


Stare con la gente mi fa bene, sento che mi comprende
Francesco risponde dunque ad una domanda sul suo rapporto eccezionale con il popolo e in particolare sul “magnetismo che genera nella gente”. “Non so bene perché questo succede”, ammette, tuttavia “è come se la gente comprendesse ciò che desidero dire”. “Tento di essere concreto – prosegue – e questo che voi chiamate magnetismo certi cardinali mi dicono che ha a che vedere con il fatto che la gente mi capisce”. Del resto, prosegue, stare con la gente “mi fa bene”, è come se “la mia vita si amalgami con la gente” ed io “psicologicamente non posso vivere” senza di essa.

Mi manca andare a mangiare una buona pizza, non amo il protocolllo
Il Papa confessa dunque quali sono le cose che più gli mancano rispetto agli anni argentini: “Uscire per strada, andare a camminare per le strade. Oppure – aggiunge ridendo – andare in una pizzeria a mangiare una pizza”. “Ma può ordinarla e farla portare in Vaticano”, osserva il giornalista. “Sì – è la risposta di Francesco – ma non è lo stesso. Il bello è andare lì. Io sono sempre stato un camminatore. Da cardinale mi incantava camminare per le strade” ma anche in “metro”; la “città mi incanta, sono un cittadino nell’anima”. Un giorno, rivela, “sono salito in macchina con l’autista e mi sono dimenticato di chiudere il finestrino” ed è “successo un putiferio”, io stavo “nel posto accanto al guidatore” e “la gente non faceva passare la macchina” perché si era accorta che c’era il Papa. E’ vero, ammette, che “ho la fama di indisciplinato, il protocollo non lo seguo molto, lo sento freddo” però quando ci sono “cose ufficiali” mi attengo “totalmente”.

Dormo tranquillo, mi sveglio alle 4 ma non rinuncio alla siesta
Il giornalista de “La Voz del Pueblo” chiede dunque al Papa se riesca a dormire nonostante le tante tensioni legate al suo ruolo. “Ho un sonno così profondo – risponde – che mi metto a letto e mi addormento”. “Dormo sei ore – precisa – normalmente alle 9 vado in stanza e leggo quasi fino alle dieci, quando mi comincia a lacrimare un occhio spengo la luce e resto a dormire fino alle 4 quando mi sveglio da solo, è il mio orologio biologico”. Però, aggiunge, “ho bisogno della siesta. Devo dormire dai 40 minuti a un’ora, mi tolgo le scarpe e mi ritiro al letto”. E confida che ne risente nei giorni in cui non può fare la “siesta”. Il Papa rivela poi che in questo periodo sta leggendo “San Silvano del Monte Athos, un gran maestro spirituale”.

Le lacrime per chi soffre, la commozione per malati e carcerati
Più volte in omelie e discorsi, il Pontefice ha parlato dell’importanza del saper piangere. Nell’intervista afferma dunque di aver pianto pensando ai “drammi umani” e cita in particolare a quanto sta succedendo al “popolo rohingya” e, in generale, ai “bambini malati”. “Quando vedo questi creature – afferma – chiedo al Signore: ‘Perché a loro e non a me?’”. Ancora, Francesco spiega di commuoversi quando va in visita nelle carceri perché pensa che “nessuno di noi può essere sicuro di non commettere mai un crimine” e quindi “finire in prigione”. Rispetto ai carcerati, il Papa si chiede “perché non hanno avuto l’opportunità” che ha avuto lui “di non fare qualcosa che mi avrebbe portato al carcere” e questo lo porta ad “un pianto interiore”. Tuttavia, soggiunge, “non piango pubblicamente”, “mi è capitato due volte di stare al limite ma mi sono fermato in tempo”, una volta ricordando “le persecuzioni dei cristiani in Iraq, pensando ai bambini”. “Perché non vuole che la si veda piangere?”, chiede Juan Berretta. “Non lo so – è la risposta – mi sembra che debba andare avanti”.

Le pressioni non mancano, sto tenendo un ritmo di lavoro intenso
Francesco dice di essere “un temerario” come carattere e dunque “in generale di non avere paura”. Riguardo al pericolo attentati, afferma di “sentirsi nelle mani di Dio”, ma ribadisce di avere paura “del dolore fisico”. “Sono molto pauroso su questo – ammette con franchezza – non che abbia paura di un’iniezione, però preferisco non avere problemi con il dolore fisico”. Il Papa parla poi delle "pressioni" legate al suo ministero. “In questo momento – afferma – quello che mi fa fatica è l’intensità del lavoro. Sto tenendo un ritmo di lavoro molto forte, è la sindrome della fine dell’anno scolastico, che finisce a giugno”. E poi, prosegue, “si aggiungono mille cose e problemi”; e, constata, “ci sono problemi che ti armano con quello che dici o non dici… i mezzi di comunicazione a volte prendono una parola e poi la decontestualizzano”. Quindi, a proposito dell’Argentina, sottolinea che non segue più l’evoluzione politica della sua nazione che, con un po’ di amarezza, definisce “un Paese di tante possibilità e tante opportunità perdute”.

Sono il Papa dei poveri? I poveri sono al centro del Vangelo
“E’ contento che la definiscano il Papa dei poveri”?, chiede il giornalista. “La povertà – è la risposta di Francesco – è al centro del Vangelo. Gesù è venuto a predicare ai poveri, se voi togliete la povertà dal Vangelo non si comprende nulla”. E afferma che i mali peggiori del mondo di oggi sono: “la povertà, la corruzione, la tratta di persone”. Ancora, rileva che “sradicare la povertà” può essere considerata un’utopia, ma “le utopie ci mandano avanti” e sarebbe triste che un giovane non le avesse. Francesco enumera, dunque, tre punti che dovremmo tutti tenere a mente per affrontare i problemi della vita: “memoria, capacità di vedere il presente, utopia rivolta al futuro”. Infine, alla domanda su come vorrebbe essere ricordato, Francesco risponde con semplicità: “Come una persona che si è impegnata a fare del bene, non ho altra pretesa”.


  l'intervista integrale


Mi manca il camminare per le strade

Pubblichiamo l’intervista rilasciata dal Papa il 21 maggio e uscita sul quotidiano argentino «La Voz del Pueblo» di Tres Arroyos (Buenos Aires) del 24 maggio.

Da solo con Papa Francesco nella sua residenza di Santa Marta, in Vaticano. Un faccia a faccia storico, in cui una delle personalità più importanti del mondo ha parlato della sua vita personale. «Voglio che mi ricordino come una brava persona», e dal profondo del cuore ammette: «La gente mi fa bene». In una semplice saletta della residenza di Santa Marta, in Vaticano, Papa Francesco ha ricevuto «La Voz del Pueblo», senza la presenza di terzi e a una sola condizione: «L’unica cosa che ti chiedo è di giocare pulito», ha detto prima che accendessi il registratore.
Poi, nei quarantacinque minuti che è durato il nostro incontro, mi ha confessato che in altri tempi ha provato «panico davanti ai giornalisti». È chiaro che si tratta di un trauma superato. Jorge Bergoglio ha avuto il coraggio di ripercorrere la sua vita personale, rispondendo volentieri e accompagnando le parole con gesti quando la domanda lo entusiasmava, ma anche in modo secco e tagliente davanti a una domanda la cui risposta avrebbe potuto suscitare molto clamore al di fuori delle mura vaticane. La solitudine, la pizza, la paura del dolore fisico, il suo magnetismo, le cose che lo fanno piangere, le pressioni, la televisione, il valore delle utopie... Questi sono stati alcuni dei temi trattati durante la nostra chiacchierata, che ha avuto come punto di partenza la sua nomina.

Sognava di essere Papa?

 

No! E neppure di essere presidente della Repubblica o generale dell’esercito. C’è chi ha questo sogno. Io no.

Neanche mentre faceva carriera nel servizio episcopale ha immaginato questa possibilità?

Dopo aver occupato per quindici anni i posti di comando in cui mi avevano messo, ero tornato in basso, a essere confessore, parroco. La vita di un religioso, di un gesuita, cambia a secondo dei bisogni. E riguardo alla possibilità, ero nella lista dei papabili nell’altro conclave. Ma questa volta, la seconda, vista la mia età, 76 anni, e visto che c’erano certamente persone più valide… Così nessuno faceva il mio nome, nessuno. Inoltre dicevano che ero un kingmaker (un grande elettore, come vengono chiamati quei cardinali che per la loro esperienza e la loro autorità hanno più peso di altri sul risultato elettorale) e potevo influire sul voto dei cardinali latinoamericani. Al punto che sui giornali non era uscita neanche una foto mia, nessuno pensava a me. I bookmakers di Londra mi davano al 46esimo posto (si fa una bella risata). Neppure io pensavo a me, non mi veniva proprio in mente.

Nonostante nel 2005 fosse stato il secondo più votato dopo Ratzinger...

Queste sono cose che si dicono. Il fatto certo è che almeno nell’altra elezione ero sui giornali, comparivo tra i papabili. Dentro era chiaro che doveva essere Benedetto, che fu votato quasi all’unanimità, e questo mi piacque molto. La sua candidatura era chiara, nella seconda elezione non c’era nessun candidato chiaro. Ce n’erano vari possibili, ma nessuno forte. Perciò ero venuto a Roma con quello che avevo addosso e con un biglietto di ritorno per il sabato sera, per poter essere a Buenos Aires la domenica delle Palme. Avevo addirittura lasciato la mia omelia pronta sulla scrivania. Non pensavo mai che sarebbe successo.

E quando è stato eletto cosa ha provato?

Prima dell’elezione definitiva ho provato molta pace. «Se Dio lo vuole…», ho pensato. E sono rimasto in pace. Mentre si facevano gli scrutini, che sono eterni, recitavo il rosario, tranquillo. Avevo accanto il mio amico, il cardinale Cláudio Hummes, che in una votazione precedente a quella definitiva mi aveva detto: «Non ti preoccupare eh, che così opera lo Spirito Santo» (ride nuovamente).

Lo ha accettato subito?

Mi hanno portato in sacrestia, mi hanno cambiato la tonaca, e via, in campo. E lì ho detto quello che mi è venuto in mente.

È stata una cosa naturale allora.

Sì, ho provato molta pace e ho detto quello che mi veniva dal cuore.

Riconosce il magnetismo che genera nella gente? Lo dico per quel qualcosa in più che la sua figura dà all’investitura papale.

Sì… so che la gente (esita, fa silenzio). Prima non capivo perché accadesse. Alcuni cardinali mi hanno detto che la gente dice «lo capiamo». Chiaro, io cerco di fare esempi nelle udienze, nelle cose che dico, come oggi (nell’udienza generale del mercoledì) che ho raccontato l’aneddoto di quando ero in quarta elementare. Allora è così che la gente capisce quello che voglio dire. Come quando ho parlato del caso dei genitori separati, che usano i figli come ostaggi, una cosa molto triste, li fanno diventare vittime, il papà parla male della mamma o viceversa, e al bambino si crea molta confusione in testa. Cerco di essere concreto e quello che tu chiami magnetismo alcuni cardinali mi dicono che ha a che vedere con il fatto che la gente mi capisce.

Le piace l’udienza generale?

Sì, mi piace in senso umano e spirituale, in entrambi i sensi. La gente mi fa bene, mi trasmette energia positiva, come si dice. È come se la mia vita si mescolasse con la gente. Io, psicologicamente, non posso vivere senza la gente, non sono fatto per fare il monaco, perciò sono rimasto a vivere qui, in questa casa (nella residenza di Santa Marta). Questa è una foresteria, ci sono 210 stanze, noi che ci viviamo e lavoriamo nella Santa Sede siamo in quaranta, gli altri sono ospiti, vescovi, parroci, laici, che passano e alloggiano qui. E questo mi fa molto bene. Venire qui, mangiare in sala da pranzo, dove c’è tanta gente, celebrare la messa quattro giorni alla settimana dove viene gente da fuori, dalle parrocchie… Mi piace molto tutto questo. Io mi sono fatto sacerdote per stare con la gente. Rendo grazie a Dio perché questo mi è rimasto.

Cosa le manca della sua vita prima dell’elezione a Papa?

Uscire in strada. Questo sì mi manca, la tranquillità di camminare per le strade. O di andare in una pizzeria a mangiare una buona pizza (ride).

Può chiedere che gliela consegnino in Vaticano.

Sì, ma non è la stessa cosa, il problema è andarci. Io sono sempre andato a piedi. Quando ero cardinale mi piaceva tanto camminare per le strade, andare in autobus, in metro. La città mi piace tanto, sono cittadino dentro. Non potrei vivere in una città come la tua, per esempio, farei molta fatica…. No, Tres Arroyos non è poi così piccola, sì potrei viverci. In campagna non potrei vivere.

Qui cammina per la città?

No (si fa di nuovo una bella risata). Vado nelle parrocchie… Ma non posso uscire. Immaginati se esco quello che si scatena. Un giorno sono uscito con l’automobile solo con l’autista e mi sono dimenticato di chiudere il finestrino, era aperto e non me ne sono accorto. Ed è successo un finimondo… Io stavo seduto accanto all’autista, dovevamo andare avanti, ma la gente non ci lasciava passare. Chiaro, incontrare il Papa per strada...

Questo ha a che vedere con il suo modo di essere.

È vero che qui ho la fama di indisciplinato, il protocollo non lo seguo molto. Il protocollo è molto freddo, anche se ci sono cose ufficiali alle quali mi attengo completamente.

La sera può riposare, stacca la spina?

Io ho un sonno molto profondo, mi metto a letto e mi addormento subito. Dormo sei ore. Normalmente alle nove sono a letto e leggo fino a quasi le dieci, quando mi inizia a lacrimare un occhio, allora spengo la luce e così resto fino alle quattro, quando mi sveglio da solo, è l’orologio biologico. È vero, poi ho bisogno della siesta. Devo dormire da quaranta minuti a un’ora, così mi tolgo le scarpe e mi stendo sul letto. Anche in questo caso dormo profondamente, e mi sveglio da solo. Quando non faccio la siesta, ne risento.

Che cosa legge prima di addormentarsi?

Ora sto leggendo un testo su san Silvano del Monte Athos, un grande maestro spirituale.

Nella visita a Manila la scorsa estate ha parlato dell’importanza delle lacrime. Lei piange?

Quando vedo drammi umani. Come l’altro giorno, quando ho visto ciò che sta succedendo a gente del popolo rohingya che arrivano sui barconi in acque thailandesi; quando si avvicinano a terra danno loro qualcosa da mangiare, dell’acqua, e poi li ributtano in mare. Questo mi commuove profondamente, questo tipo di dramma. Poi i bambini malati. Quando vedo quelle che qui chiamano “malattie rare”, prodotte dalla disattenzione per l’ambiente, mi si stringe il cuore. Quando vedo quelle creature dico al Signore: «Perché loro e non io». Anche quando vado nelle carceri mi commuovo. Dei tre Giovedì Santi che ho celebrato, due sono stati in un carcere, una volta in uno minorile e l’altra in quello di Rebibbia. E poi in altre città d’Italia che ho visitato sono stato in carcere, ho mangiato con i detenuti e mentre chiacchieravo con loro mi è venuto in mente: «E pensare che anch’io potrei stare qui!». Ossia, nessuno di noi è sicuro che non commetterà mai un crimine, qualcosa per cui essere messo in prigione. Allora mi chiedo perché Dio ha permesso che io non sia qui. E sento dolore per loro e ringrazio Dio per non essere lì, ma allo stesso tempo sento che quel ringraziamento è di convenienza, perché loro non hanno avuto l’opportunità che ho avuto io di non compiere una stupidaggine tale da finire in carcere. Questo mi fa piangere interiormente. Mi tocca profondamente.

Ma arriva a piangere con le lacrime?

Pubblicamente non piango. Mi è successo due volte di essere lì lì per farlo, ma sono riuscito a trattenermi a tempo. Ero troppo commosso, qualche lacrima mi è sfuggita, ma ho fatto finta di niente e dopo un po’ mi sono passato la mano sul viso.

Perché non voleva che la vedessero piangere?

Non lo so, mi sembrava che dovevo andare avanti.

In quali occasioni è accaduto?

Ne ricordo una, l’altra no. Quella che ricordo aveva a che vedere con la persecuzione dei cristiani in Iraq. Ne stavo parlando e mi sono commosso profondamente. Pensavo ai bambini.

Che cosa le fa paura?

In generale non ho paura. Sono piuttosto temerario, agisco senza pensare alle conseguenze. Questo a volte mi provoca dei bei mal di testa perché mi sfugge una parola di troppo (ride nuovamente di gusto). Riguardo agli attentati, sono nelle mani di Dio e quando prego parlo al Signore e gli dico: «Guarda, se deve succedere, che succeda, ti chiedo solo una grazia, che non mi faccia male(ride), perché sono un codardo con il dolore fisico. Il dolore morale lo sopporto, ma quello fisico no. Sono molto codardo in questo, non è che ho paura di un’iniezione, ma preferisco non avere problemi con il dolore fisico. Sono molto intollerante, penso che sia una cosa che mi è rimasta dall’operazione al polmone che ho subito quando avevo 19 anni.

Si sente sotto pressione?

Le pressioni esistono. Ogni persona di governo sente pressioni. In questo momento quello che mi pesa di più è la grande quantità di lavoro che c’è. Sto seguendo un ritmo di lavoro molto forte, è la sindrome della fine dell’anno scolastico, che qui termina a fine giugno. E allora si accumulano mille cose, e ci sono problemi… E poi ci sono i problemi che ti creano, che cosa ho detto, o non ho detto… Anche i mezzi di comunicazione prendono una parola e la decontestualizzano. L’altro giorno nella parrocchia di Ostia, vicino Roma, stavo salutando la gente, avevano messo gli anziani e i malati nella palestra. Erano seduti e io passavo e li salutavo. Allora ho detto: «Guardate che buffo, qui dove giocano i bambini ci sono gli anziani e i malati. Vi capisco, perché anch’io sono anziano e anch’io ho i miei acciacchi, sono un po’ malato». Il giorno dopo hanno scritto sui giornali: «Il Papa ha confessato di essere malato». Contro questo nemico, non puoi nulla.

È al corrente di tutto quello che si pubblica?

No, no. Leggo solo un giornale, «la Repubblica», che è un giornale per il ceto medio. Lo faccio la mattina e non ci metto più di dieci minuti a dargli un’occhiata. La televisione non la vedo dal 1990 (prende del tempo per rispondere). È una promessa che ho fatto alla Vergine del Carmelo la notte del 15 luglio 1990.

Per un motivo particolare?

No, no, mi sono detto “non è per me”.

Non vede le partite del San Lorenzo?

No, non vedo niente.

Come viene a sapere dei risultati?

C’è una guardia svizzera che tutte le settimane mi lascia i risultati e la classifica.

Lei, tra i Papi, sarebbe un Messi o un Mascherano?

Non saprei dirti, perché non so distinguere i loro due stili, non vedo le partite. Messi è venuto qui due volte ma niente di più, ma non l’ho mai visto giocare.

Naviga in internet?

No. E dare interviste, mai e poi mai. Ora ci sono riuscito, è lo stato di grazia. Prima provavo panico all’idea di affrontare un giornalista.

Come vede l’Argentina dal Vaticano?

Come un Paese con molte possibilità e tante opportunità perse. Come diceva il cardinale Quarracino. Ed è vero. Siamo un Paese che ha perso tante opportunità nel corso della sua storia. Qualcosa non va, con tutta la ricchezza che abbiamo. Come il racconto degli ambasciatori dei Paesi che andarono a lamentarsi con Dio perché agli argentini aveva dato tante ricchezze e a loro solo una, o l’agricoltura o le miniere. Dio li ascoltò e poi rispose: «No, scusate, per compensare ho dato loro gli argentini».

Segue la politica argentina?

No, per niente, ho smesso di ricevere politici perché mi sono accorto che alcuni hanno usato questo fatto e la foto con me, anche se è altrettanto vero che altri non hanno nemmeno detto di essere stati da me e non hanno fatto la foto. Ma per evitare tutto questo i politici in udienza privata no. Se vengono, vanno all’udienza generale, li saluto lì. Non so però come vanno le elezioni e neanche chi sono i candidati. Immagino quali sono i principali, ma non so nemmeno come vanno le tensioni. So che nelle Paso [Primarie aperte simultanee obbligatorie] di Buenos Aires, ha vinto la Pro [Proposta repubblicana] perché l’ho visto nel giornale, è uscito persino su «la Repubblica».

Le piace che la definiscano il Papa povero?

Se dopo mettono un’altra parola allora sì. “Pover’uomo” per esempio (ride nuovamente di gusto). La povertà è il centro del Vangelo. Gesù è venuto per predicare ai poveri, se togli la povertà dal Vangelo non capisci nulla, gli togli il midollo.

Non è un’utopia pensare che si possa sradicare la povertà?

Sì, ma le utopie ci fanno andare avanti. Sarebbe triste se un ragazzo o una ragazza non le seguissero. Ci sono tre cose che dobbiamo avere tutti nella vita: memoria, capacità di vedere il presente e utopia per il futuro. La memoria non bisogna perderla. Quando i popoli perdono la loro memoria, c’è il grande dramma di trascurare gli anziani. Capacità di ermeneutica di fronte al presente, interpretarlo e sapere dove occorre andare con quella memoria, con le radici che ho, come giocarmela nel presente, in questo sta la vita dei giovani e degli adulti.
E il futuro, lì sta quella dei giovani soprattutto e quella dei bambini. Con memoria, con capacità di gestione nel presente, di discernimento e utopia verso il futuro, perché lì s’inseriscono i giovani. Perciò il futuro di un popolo si manifesta nella cura degli anziani, che sono la memoria, e dei bambini e dei giovani, che sono coloro che la porteranno avanti. Noi adulti dobbiamo ricevere questa memoria, lavorarla nel futuro e darla ai figli. Una volta ho letto una cosa molto bella: «Il presente, il mondo che abbiamo ricevuto, non è solo un’eredità degli anziani ma è piuttosto un prestito che ci fanno i nostri figli affinché lo restituiamo loro migliore». Se taglio le mie radici e perdo la memoria, mi succederà ciò che succede a ogni pianta, morirò; se vivo solamente un presente senza guardare in previsione al futuro mi accadrà quello che accade a ogni cattivo amministratore, che non sa fare progetti. L’inquinamento ambientale è un fenomeno di questo tipo. Le tre cose devono andare insieme; quando una manca un popolo inizia a decadere.

Quali sono i mali peggiori che affliggono il mondo oggi?

Povertà, corruzione, tratta. Mi posso sbagliare nella statistica, ma cosa mi rispondi se ti chiedo quale voce viene nelle spese del mondo dopo l’alimentazione, il vestiario e la medicina? Al quarto posto ci sono i cosmetici e al quinto gli animali domestici. E questo è grave. La cura dell’animale domestico è come un amore un po’ programmato, ossia posso programmare la risposta amorosa di un cane o di una gattina, e non ho bisogno di fare l’esperienza di un amore di reciprocità umana. Sto esagerando, non va preso alla lettera, ma c’è da preoccuparsi.

Perché ripete sempre “pregate per me”?

Perché ne ho bisogno. Ho bisogno che mi sostenga la preghiera del popolo. È un’esigenza interiore, devo essere sostenuto dalla preghiera del popolo.

Come le piacerebbe essere ricordato?

Come una brava persona. Che dicano: «Era una brava persona che ha cercato di fare il bene». Non chiedo altro.

di Juan Barretta

 http://www.osservatoreromano.va/it/news/mi-manca-il-camminare-le-strade#sthash.aeaThRwo.dpuf 


  MA L'OSSERVATORE ROMANO CENSURA IL PAPA   

da Sandro Magister apprendiamo:

Va notato però che “L’Osservatore Romano” non la dice tutta. Omette di riprodurre un brano del colloquio che “La Voz del Pueblo” ha pubblicato a corredo dell’intervista principale, con accanto una foto di Bergoglio scolaretto:

> Los chirlos de cuarto grado

Lì Francesco ripete tale e quale un aneddoto della sua infanzia che aveva già raccontato nell’udienza generale di mercoledì 20 maggio, con le botte che si prese a casa per aver detto una parolaccia alla maestra.

Poi aggiunge ciò che aveva detto in un’altra precedente udienza: che cioè le sberle in faccia no, per i bambini non vanno bene, ma “due o tre scapaccioni sul sedere sì”.

E prosegue:

“Una volta dissi questo nell’udienza e alcuni paesi mi criticarono. Sono paesi che hanno leggi di protezione del minore molto strette… per cui il papa non può dire tali cose. Però curiosamente questi paesi, che pur sanzionano il padre o la madre che picchiano i minori, hanno leggi che permettono di uccidere i bambini prima che nascano. Queste sono le contraddizioni che viviamo oggi”.

Fulminante. Eppure è proprio questa la parte dell’intervista che “L’Osservatore Romano” non ha pubblicato.

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[Modificato da Caterina63 29/05/2015 20.59]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Il Papa a Radio Renascenca: "Preferisco una Chiesa incidentata"


Francesco a tutto campo alla radio portoghese - AP

Francesco a tutto campo alla radio portoghese - AP





14/09/2015 




Immigrazione, accoglienza, una Chiesa aperta anche se incidentata, l’Europa “madre” e non “nonna”: sono solo alcuni dei temi che Papa Francesco ha affrontato nella sua conversazione trasmessa dall’emittente portoghese, “Radio Renascenca”. Ce ne parla Benedetta Capelli:


Un lungo colloquio dal tono confidenziale nel quale Papa Francesco ripercorre i pilastri del suo magistero e allo stesso tempo confessa le emozioni provate appena eletto al soglio pontificio e racconta la quotidianità. E’ densa di argomenti l’intervista rilasciata nei giorni scorsi all’emittente portoghese “Radio Renascenca”, in occasione della visita ad Limina dei vescovi del Portogallo.


Giovani e catechesi
L’intervista, iniziata con il ricordo di Francesco di un collega portoghese del padre – Adelino, “una brava persona” - prende spunto proprio dalle due indicazioni suggerite dal Papa ai presuli lusitani: la cura delle catechesi e l’attenzione ai giovani. “Un giovane va accompagnato con prudenza – afferma il Papa – parlando nel momento opportuno”, va cambiata la metodologia:               

“La catequesis es darle doctrina para la vida …”
“La catechesi è la dottrina per la vita e, pertanto, deve avere tre linguaggi, tre idiomi: quello della testa, quello del cuore e quello delle mani” ovvero pensare, sentire e fare ciò che sente”.

Papa Francesco e Fatima
Desiderio di Francesco è visitare Fatima in occasione del centenario delle apparizioni della Madonna. Un appuntamento che i portoghesi attendono con trepidazioni e a loro il Papa raccomanda di pregare come chiede la Vergine, di prendersi cura della famiglia, di osservare i comandamenti:

“Y que se manifiesta a los niños. Es curioso, siempre busca almas muy sencillas, ¿no?, muy sencillas”.
“Si manifesta ai bambini – aggiunge Francesco – è curioso che sempre si manifesta alle anime semplici”.

L’emergenza immigrazione
Immancabile il riferimento alla più stretta attualità con l’emergenza immigrazione sulla rotta balcanica. “E’ la punta di un iceberg”: afferma il Papa, “è povera gente che fugge dalla guerra, che scappa dalla fame:

“Y la causa es un sistema socioeconómico y malo, injusto…”
“La causa dominante è un sistema socioeconomico cattivo, ingiusto perché, parlando anche del problema ecologico, della politica, il centro non è più la persona. Il sistema economico dominante mette al centro il dio denaro, è l’idolo di moda”.

Pertanto è necessario andare alla causa, dove c’è fame bisogna creare lavoro, investire; se è la guerra bisogna cercare la pace e lavorare per la pace. “Oggi il mondo è in guerra contro se stesso – aggiunge il Papa – una guerra a pezzi” che sta distruggendo la terra, “la casa comune”. Forte la denuncia di Francesco delle strumentalizzazioni, dell’interpretazione ideologica rispetto al fenomeno migratorio. Di nuovo il Papa mette in luce la situazione dei Rohingya cacciati dal loro Paese, il Myanmar, e da quello nel quale arrivano, la Malesia.

L’accoglienza
Bisogna accogliere come accadde a lui e alla sua famiglia in Argentina, una nazione che non è scivolata nella xenofobia ma ha aperto le sue porte. La stessa richiesta fatta da Francesco alle parrocchie, ai conventi e monasteri chiamati ad ospitare una famiglia.

“Cuando hablo de que una parroquia acoja una familia, no digo que vayan a vivir a la canónica…”
“Quando dico che una parrocchia deve accogliere una famiglia, non intendo che per forza – aggiunge  il Papa - debbano andare a vivere in canonica, ma che la comunità parrocchiale cerchi un posto, un angoletto per fare un piccolo appartamento o, nel peggiore dei casi, si organizzi per affittare un appartamento modesto per quella famiglia, ma che abbiano un tetto, che vengano accolti e vengano inseriti nella comunità”

Per il Papa, che ha chiesto anche alle due parrocchie in Vaticano di accogliere due famiglie, pure le congregazioni religiose devono fare attenzione alla tentazione del dio denaro. Se si guadagna nell’accoglienza – afferma – bisogna pagare le tasse. L’altro invito, dinanzi all’emergenza lavorativa, è di risvegliare la vocazione educativa tipica di alcune congregazioni, creare corsi, “scuole di emergenza” dove i giovani possano imparare un mestiere che consenta di trovare un lavoro anche temporaneo. Centrale in tal senso è la figura di Don Bosco, padre di un innovativo sistema educativo.

L’Europa madre e non nonna
Francesco, nel suo colloquio, punta il dito anche contro la “cultura del benessere”, diffusa soprattutto in Europa, che porta a non fare figli e a lasciare gli anziani soli.

“Creo que el gran desafío de Europa es volver a ser la madre Europa …abuela Europa”
“La grande sfida – afferma – è tornare ad essere la madre Europa e non la nonna Europa”. Esempi incoraggianti sono Paesi come l’Albania e la Bosnia Herzegovina, che lui stesso ha visitato, Paesi usciti dalla guerra e che sono “un segno per l’Europa”. Ed è dalle sue radici cristiane, il cui mancato riconoscimento fu uno sbaglio, che l’Europa deve ripartire perché “capace di riconquistare la sua leadership nel concerto delle nazioni”. ”L’Europa non è ancora morta, ha una cultura eccezionale, può indicare la strada”. Papa Francesco confida soprattutto nelle nuove generazioni di politici ma “c’è un problema globale che è la corruzione a tutti i livelli”.

L’educazione asettica
Sull’ondata di individualismo che ha portato a credere che la libertà è fare ciò che si vuole, che “la felicità è non avere problemi” Francesco suggerisce un’altra strada che si allontana dalla noia di una vita facile per abbracciare l’imprevisto e il rischio.

“El riesgo, siempre proponer metas. Para educar, hace falta usar los dos pies….”
“Il rischio – spiega - è proporre sempre mete. Per educare, bisogna usare tutti e due i piedi: avere un piede ben appoggiato per terra, e con l’altro fare un passo in avanti per cercare di appoggiarlo, e quando l’ho appoggiato, alzare l’altro e così via… questo è educare. È rischiare. Perché? Perché magari inciampo e casco. Ebbene, ti alzi e prosegui”.

Chiesa incidentata
Anche la Chiesa - suggerisce il Papa - deve assumersi dei rischi, uscendo. Se si vive chiusi in se stessi, si rischia di ammalarsi, si può andare incontro ad “una Chiesa rachitica, con norme fisse, senza creatività, assicurata ma non sicura”.

“Entonces, entre una Iglesia enferma y una Iglesia accidentada, prefiero la accidentada porque, por lo menos, salió”
“Quindi tra una Chiesa inferma e una Chiesa incidentata preferisco quella incidentata perché è almeno in uscita”.

L’elezione a Papa
“E’ per questo che è stato eletto Papa”: chiede l’intervistatore. Francesco risponde sorridendo che la questione va girata allo Spirito Santo:

“Eso pregúnteselo al Espíritu Santo”

Giubileo della Misericordia
Grande le attese del Papa per il Giubileo della Misericordia che si aprirà il prossimo 8 dicembre.

“En que vengan todos. Que vengan y sientan el amor, el perdón de Dios” ...
“Che vengano tutti, che vengano e sentano l’amore e il perdono di Dio”

E’ questo il desiderio di Francesco che, riferendosi alla lettera indirizzata a mons. Fisichella, nella quale si raccomandava il perdono anche per peccati come l’aborto, e i due Motu proprio sulle dichiarazioni di nullità matrimoniale, il Papa afferma che sono documenti nati “per semplificare, facilitare la fede alla gente affinché la Chiesa sia madre”. Preghiere vengono poi chieste dal Papa per il prossimo Sinodo sulla famiglia che “è in crisi, i giovani non si sposano” perché domina la cultura del provvisorio e non del "per sempre". Richiamando Benedetto XVI, Francesco ricorda che chi ha contratto un secondo matrimonio non viene scomunicato ma va integrato nella vita della Chiesa.

La vita quotidiana del Papa
Ricordando la sua elezione, Francesco racconta che si preparava alla pensione, che aveva già prenotato il volo di ritorno per celebrare la messa della Domenica delle Palme a Buenos Aires, che già era pronta la sua omelia e l’aveva lasciata nel suo studio.

“No perdí la paz. Es un regalo… la paz es un regalo de Dios…”
“Non ho mai perso la pace – dice il Papa – la pace è un regalo di Dio. E’ un regalo che Dio mi ha dato, qualcosa che nemmeno immaginavo, anche per la mia età”

Francesco confessa che gli manca la libertà di uscire, anche se è andato dall’ottico, come accadeva a Buenos Aires ma il contatto nelle udienze del mercoledì lo aiutano molto. Sulla sua popolarità scherza poi facendo riferimento a Gesù:

“Yo muchas veces me pregunto cómo será mi cruz, cómo es mi cruz…”
“A volte mi chiedo – dice il Santo Padre - come sarà la mia croce, come è la mia croce, perché le croci esistono, non si vedono, ma esistono. E anche Gesù, in un momento, era molto popolare, ma finì come finì. Cioè, nessuno può comprare la felicità mondana. Io, l’unica cosa che chiedo al Signore è che mi conservi la pace del cuore e che mi conservi la Sua grazia, perché fino all’ultimo momento uno è un peccatore e può rinnegare la Sua grazia. Mi consola una cosa: San Pietro commise un peccato molto grave: rinnegare Gesù. Dopo, però, l’hanno fatto Papa”

Infine Francesco ammette di confessarsi ogni 15- 20 giorni, che morirà dove Dio sceglierà che accada, senza indicare una preferenza, di “dormire come un sasso”, che corre solo se c’è molto lavoro da fare e che la sua idea di eternità è cambiata nel tempo:

“Cuando era más joven, la imaginaba muy aburrida…”
“Quando ero più giovane, l’immaginavo più noiosa. Adesso penso che è un Mistero di Incontro. È quasi inimmaginabile, ma deve essere molto bello incontrare il Signore”.






Fraternamente CaterinaLD

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Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dagli Stati Uniti 
[FranceseIngleseItalianoPolacco
PortogheseTedesco]



VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
A CUBA, NEGLI STATI UNITI D'AMERICA 
E VISITA ALLA SEDE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE 

(19-28 SETTEMBRE 2015)

CONFERENZA STAMPA DEL SANTO PADRE 
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DAGLI STATI UNITI D'AMERICA

Volo Papale 
Domenica, 27 settembre 2015

[Multimedia]


 

(Padre Lombardi)

Santità, benvenuto in mezzo a noi. Grazie di prendere ancora questo tempo dopo un viaggio tanto impegnativo e faticoso. Allora, noi incominciamo subito a farLe delle domande. La prima persona che fa una domanda è questa ragazza qua, che ha scritto il numero di “Times” su di lei e quindi si è preparata molto bene sul suo viaggio in America. Lei fa una domanda in inglese e Matteo la traduce in italiano e così Lei poi può capire bene.

(Papa Francesco)

Buona sera a tutti, e grazie tante del lavoro, perché voi eravate da una parte all’altra! Io ero in macchina, ma voi!… Grazie tante.

(Elisabetta Dias, corrispondente del “Time Magazine”)

Grazie tante, Santo Padre: sono Elisabetta Dias, corrispondente del “Time Magazine”. Siamo curiosi di sapere: questa è stata la sua prima visita negli Stati Uniti. Cosa degli Stati Uniti L’ha sorpresa, e cosa è stato diverso rispetto alle Sue aspettative?

(Papa Francesco)

Sì, era la prima visita: mai ero stato qui. Mi ha sorpreso “the warmth”, il calore della gente, tanto amabile: una cosa bella e anche differente. A Washington, un’accoglienza calorosa ma un po’ più formale, a New York un po’ esuberante, e a Philadelphia molto espressiva. Tre modalità diverse ma della stessa accoglienza. Io sono molto colpito dalla bontà, dall’accoglienza; e nelle cerimonie religiose anche dalla pietà, dalla religiosità. Si vedeva la gente pregare, e questo mi ha colpito, e molto, molto. E’ bello.

(Elisabetta Dias)

Ha trovato una sfida da parte degli Stati Uniti che non si aspettava? Qualche provocazione?

(Papa Francesco)

No, grazie a Dio, no, no. Tutto bene. Nessuna provocazione. No challenge, no provocation. No, no. Tutti educati … Nessun insulto, nessuna cosa brutta. No… Ma dobbiamo continuare a lavorare con questo popolo credente come hanno lavorato fino adesso, accompagnando il popolo nella crescita, nelle sue cose belle e nelle sue difficoltà; accompagnando il popolo nella gioia e nei momenti brutti di difficoltà, quando non c’è lavoro, quando c’è la malattia… La sfida della Chiesa oggi è essere come è stata sempre: vicina alla gente, vicina al popolo degli Stati Uniti, con vicinanza. Non una Chiesa staccata dal popolo, no. Vicina, vicina. E questa è una sfida che la Chiesa degli Stati Uniti ha capito bene! L’ha capita, e voglio farla.

(Padre Lombardi)

Adesso facciamo la seconda domanda da David O’Reilly di “Philadelphia Inquirer”: è uno dei grandi giornali di Philadelphia, dove siamo stati in questi giorni.

(David O’Reilly, “Philadelphia Inquirer”)

Santo Padre, Philadelphia – come Lei sa – ha passato un brutto periodo con gli abusi sessuali: è ancora una ferita aperta, a Philadelphia. So che molte persone a Philadelphia sono rimaste sorprese perché nel suo indirizzo ai vescovi, a Washington, ha offerto loro consolazione e conforto. Credo che molti, a Philadelphia, Le vorrebbero chiedere: “Perché ha sentito la necessità di offrire consolazione e conforto ai vescovi?”.

(Papa Francesco)

A Washington ho parlato a tutti i vescovi degli Stati Uniti: c’erano tutti, da tutto il Paese. Ho sentito il bisogno di esprimere la compassione perché è accaduta una cosa bruttissima, e tanti di loro hanno sofferto perché non sapevano questo, o quando è scoppiata la cosa hanno sofferto tanto: uomini di Chiesa, di preghiera, veri pastori… E io ho detto che io sapevo che loro – e ho usato una parola della Bibbia, dell’Apocalisse – “voi state venendo dalla grande tribolazione”: e quello che è successo è stata una grande tribolazione. Ma non solo la sofferenza affettiva. E’ quello che ho detto oggi al gruppo delle persone che hanno subito gli abusi. E’ stata una… non dirò “apostasia”, ma quasi un sacrilegio. Gli abusi, noi sappiamo, sono dappertutto: sono nell’ambito familiare, nell’ambito del vicinato, nelle scuole, nelle palestre, ovunque. Ma quando un sacerdote commette un abuso, è gravissimo, perché la vocazione del sacerdote è far crescere quel bambino o quella ragazza verso l’alto, verso l’amore di Dio, verso la maturità affettiva, verso il bene. E invece di fare questo, l’ha schiacciata, lo ha schiacciato, il male. E per questo è quasi un sacrilegio. E lui ha tradito la vocazione, la chiamata del Signore. Per questo la Chiesa, in questo momento, è forte, in questo. E non si deve coprire, e sono colpevoli anche quelli che hanno coperto queste cose. Anche alcuni vescovi che hanno coperto questo. E’ una cosa bruttissima. E le parole di conforto, non è come dire: “Stai tranquillo, non è niente!”. No, no. Sono state così: “E’ stato tanto brutto e io immagino che voi abbiate pianto tanto”. In quel senso sono state le parole. E oggi ho parlato duramente.

(Padre Lombardi)

Grazie mille. Adesso chiedo a Maria Antonietta Collins e ad Andrés Beltramo Alvarez di avvicinarsi per le prossime domande.

(Maria Antonietta Collins)

Santo Padre, Lei ha parlato molto del perdono, che Dio ci perdona e che quelli che spesso chiedono perdono siamo noi. Io Le vorrei domandare, avendoLa vista oggi nel Seminario: ci sono molti sacerdoti che hanno commesso abusi sessuali sui minori e non hanno chiesto perdono alle loro vittime. Lei li perdona? E Lei capisce, dall’altra parte, le vittime e le famiglie che non riescono a perdonare o che non vogliono?

(Papa Francesco)

Se una persona ha agito male, è cosciente di quello che ha fatto e non chiede perdono, io chiedo a Dio che ne tenga conto. Io lo perdono, però lui non riceve il perdono, è chiuso al perdono. Una cosa è dare il perdono – tutti siamo obbligati a perdonare, perché tutti siamo stati perdonati – ma altra cosa è ricevere il perdono. E se quel sacerdote è chiuso al perdono, non lo riceve perché ha chiuso la porta a chiave da dentro, e quello che resta è pregare, perché il Signore apra quella porta. Bisogna essere disposti a dare il perdono, ma non tutti lo possono ricevere, lo sanno ricevere o sono disposti a riceverlo. E’ duro quello che sto dicendo. E così si spiega perché ci sia gente che finisce la sua vita in maniera dura, male, senza ricevere la carezza di Dio. La seconda domanda era?

(Maria Antonietta Collins)

Se Lei capisce le vittime e le famiglie che non sono riuscite a perdonare o che non vogliono perdonare?

(Papa Francesco)

Si, li comprendo… Li comprendo, prego per loro e non li giudico. Non li giudico, prego per loro. Una volta, in una di queste riunioni, ho incontrato diverse persone, e una donna mi ha detto: “Quando mia madre è venuta a sapere che avevano abusato di me, ha bestemmiato contro Dio, ha perso la fede ed è morta atea”. Io comprendo quella donna. La comprendo. E Dio che è più buono di me la comprende. Sono sicuro che Dio ha accolto quella donna. Perché quello che è stato toccato, quello che è stato distrutto era la sua propria carne, la carne di sua figlia. Io lo comprendo. Non giudico qualcuno che non può perdonare. Prego e chiedo a Dio - perché Dio è un campione nel cercare una via verso la soluzione – chiedo che lo metta a posto.

(Padre Lombardi)

Andrés Beltramo, di Notimex, che magari la fa in italiano così siamo aiutati tutti.

(Andres Beltramo di Notimex)

Padre, grazie innanzitutto per questo momento. Tutti L’abbiamo sentita parlare tanto del processo di pace in Colombia, tra le Farc e il governo. Adesso c’è un accordo storico. Lei si sente un po’ parte di questo accordo? E Lei aveva detto che pensava di andare in Colombia quando ci fosse stato l’accordo: adesso ci sono molti colombiani che La stanno aspettando… E un’altra, piccolina: Lei che cosa prova dopo aver vissuto un viaggio così intenso, e l’aereo se ne va? Grazie, Padre.

(Papa Francesco)

La prima: quando ho avuto la notizia che a marzo sarebbe stato firmato l’accordo, ho detto al Signore: “Signore, fa’ che arriviamo a marzo, che si arrivi con questa bella intenzione”, perché mancano piccole cose, ma la volontà c’è. Da ambedue le parti. C’è. Anche del piccolo gruppo, c’è, tutti e tre sono d’accordo. Dobbiamo arrivare a marzo, all’accordo definitivo. Che era il punto della giustizia internazionale, Lei lo conosce. Sono rimasto contentissimo. E mi sono sentito parte nel senso che ho sempre voluto questo, e ho parlato due volte con il presidente Santos del problema, e la Santa Sede – non solo io – la Santa Sede è tanto aperta ad aiutare per quanto possibile.

L’altra cosa. Questo è un po’ personale, ma devo essere sincero. Quando l’aereo parte dopo una visita, mi vengono in mente gli sguardi di tanta gente, e mi viene voglia di pregare per loro e dire al Signore: “Io sono venuto qua per fare qualcosa, per fare del bene; forse ho fatto del male, perdonami. Ma custodisci tutta quella gente che mi ha guardato, che ha pensato le cose che io ho detto, che ha sentito, anche quelli che mi hanno criticato, tutti…”. Sento questo. Non so. Mi viene. Ma è un po’ – mi scusi – è un po’ personale: questo non si può dire sui giornali…

(Padre Lombardi)

Grazie mille. Thomas Jansen del Cic, cioè dell’agenzia cattolica tedesca.

(Thomas Jansen)

Santo Padre, io volevo chiedere una cosa sulla crisi migratoria in Europa: molti Paesi stanno costruendo nuove barriere di filo spinato. Che cosa dice di questo sviluppo?

(Papa Francesco)

Lei ha usato una parola: “crisi”. Si entra in uno stato di crisi dopo un processo lungo. Questo è un processo scoppiato da anni, perché le guerre dalle quali quella gente se ne va, fugge, sono guerre di anni. La fame: la fame è fame da anni… Quando io penso all’Africa – questo è un po’ semplicistico,  ma lo dico come esempio – mi viene da pensare: l’Africa, il continente sfruttato. Gli schiavi andavano a prenderli là, e poi le grandi risorse… Il continente sfruttato. E adesso, le guerre tribali e non, hanno dietro interessi economici… E io penso che invece di sfruttare un continente o un Paese o una terra, fare investimenti perché quella gente abbia lavoro eviterebbe questa crisi. E’ vero: è una crisi di rifugiati - come ho detto al Congresso - mai vista dopo l’ultima guerra mondiale, è la più grande. Lei mi domanda sulle barriere. Lei sa come finiscono i muri. Tutti. Tutti i muri crollano, oggi, domani o dopo 100 anni. Ma crolleranno. Non è una soluzione. Il muro non è una soluzione. In questo momento l’Europa è in difficoltà, è vero. Dobbiamo essere intelligenti, capire perché viene tutta quella ondata migratoria, e non è facile trovare soluzioni. Ma con il dialogo tra i Paesi, devono trovarla. I muri, non sono mai soluzioni; invece i ponti sì, sempre, sempre. Non so. Quello che penso sui muri, sulle barriere: che durano poco tempo, o molto tempo, ma non sono una soluzione. Il problema rimane, rimane anche con più odio. Ecco quello che penso.

(Padre Lombardi)

Jean-Marie Guénois, del “Figaro”, del gruppo francese.

(Jean-Marie Guénois)

Santo Padre, Lei non può ovviamente anticipare i dibattiti dei Padri Sinodali, lo sappiamo perfettamente. Ma vogliamo sapere, appunto, prima del Sinodo se nel Suo cuore di pastore vuole veramente una soluzione per i divorziati risposati. Vogliamo anche sapere se il Suo Motu Proprio sulla facilitazione della nullità ha chiuso – secondo Lei – questo dibattito. E infine, cosa risponde a quelli che temono, con questa riforma, la creazione di fatto di un cosiddetto “divorzio cattolico”. Grazie.

(Papa Francesco)

Incomincio con l’ultima. Nella riforma dei processi, della modalità, ho chiuso la porta alla via amministrativa che era la via attraverso la quale poteva entrare il divorzio. E si può dire che quelli che pensano al “divorzio cattolico” sbagliano perché questo ultimo documento ha chiuso la porta al divorzio che poteva entrare – sarebbe stato più facile – per la via amministrativa. Sempre ci sarà la via giudiziale. Poi, continuiamo con la terza domanda: il documento. Non ricordo se era la terza, ma Lei mi corregga…

(Jean-Marie Guénois)

Sì: la domanda era sulla nozione di “divorzio cattolico” e se il Motu Proprio ha chiuso il dibattito a venire nel Sinodo su questo tema.

(Papa Francesco)

Questo è stato chiesto dalla maggioranza dei Padri sinodali al Sinodo dell’anno scorso: snellire i processi, perché c’erano processi che duravano 10-15 anni. Una sentenza, e un’altra sentenza; e dopo, se c’è appello, l’appello, e poi c’è l’altro appello… E non finisce mai. La doppia sentenza, quando era valida [la prima] e non c’era appello, è stata introdotta da Papa Lambertini, Benedetto XIV, perché in Centroeuropa – non dico il Paese – c’erano alcuni abusi, e per fermarli lui ha introdotto questo. Ma non è una cosa essenziale al processo. I processi cambiano; la giurisprudenza cambia in meglio, si migliora sempre. In quel momento era urgente fare quello. Poi, Pio X ha voluto snellire e ha fatto qualcosa, ma non ha avuto tempo o possibilità di farlo. I Padri sinodali hanno chiesto questo: lo snellimento dei processi di nullità matrimoniale. E mi fermo su questo. Questo documento, questo Motu Propriofacilita i processi nei tempi, ma non è un divorzio, perché il matrimonio è indissolubile quando è sacramento, e questo la Chiesa no, non lo può cambiare. E’ dottrina. E’ un sacramento indissolubile. Il procedimento legale è per provare che quello che sembrava sacramento non era stato un sacramento: per mancanza di libertà, per esempio, o per mancanza di maturità o per malattia mentale… Tanti sono i motivi che portano, dopo uno studio, un’indagine, a dire: “No, lì non c’è stato sacramento. Per esempio, perché quella persona non era libera”. Un esempio, adesso non è tanto comune, ma in certi settori della società è comune – almeno a Buenos Aires lo era –: i  matrimoni quando la fidanzata rimaneva incinta. “Dovete sposarvi”. Io, a Buenos Aires, ai sacerdoti consigliavo – ma con forza –, quasi proibivo di fare il matrimonio in queste condizioni. Noi li chiamiamo “matrimoni di fretta”, per salvare tutte le apparenze. E il bambino nasce, e alcuni matrimoni vanno bene, ma non c’è la libertà! E poi vanno male, si separano… “Io sono stato costretto a fare il matrimonio perché dovevo coprire questa situazione”. Questa è una causa di nullità. Sono tante le cause di nullità; voi potete cercarle nell’internet, lì ci sono tutte. Poi c’è il problema delle seconde nozze, dei divorziati che fanno una nuova unione. Voi leggete quello che avete nell’Instrumentum laboris, quello che si pone alla discussione. A me sembra un po’ semplicistico dire che il Sinodo… che la soluzione per questa gente è che possano fare la comunione. Questa non è l’unica soluzione. No. Quello che l’Instrumentum laboris propone è molto di più. Il problema delle nuove unioni dei divorziati non è l’unico problema. Nell’Instrumentum laboris ce ne sono tanti. Per esempio: i giovani non si sposano, non vogliono sposarsi. E’ un problema pastorale per la Chiesa. Un altro problema: la maturità affettiva per il matrimonio. Un altro problema: la fede. Io ci credo che questo è “per sempre”? “Sì, sì, ci credo...”. Ma ci credo veramente? La preparazione al matrimonio… Io ci penso tante volte: per diventare prete c’è una preparazione di otto anni; e poi, siccome non è definitivo, la Chiesa può toglierti lo stato clericale. Per sposarti, che è per tutta la vita, si fanno quattro corsi, quattro volte… C’è qualcosa che non va. Il Sinodo deve pensare bene come fare la preparazione al matrimonio, è una delle cose più difficili. E ci sono tanti problemi… Ma, tutti sono elencati nell’Instrumentum laboris. Mi piace che Lei mi abbia fatto la domanda sul “divorzio cattolico”: no, quello non esiste. O non è stato matrimonio – e questa è nullità, non è esistito –, o se è esistito è indissolubile. Questo è chiaro. Grazie.

(Padre Lombardi)

Grazie mille, Santo Padre. Adesso è la volta di Terry Moran, di Abc News, una delle grandi reti americane:

(Terry Moran, Abc News)

Santo Padre, grazie, grazie tante, e grazie anche allo staff del Vaticano. Santo Padre, Lei ha reso visita alle Piccole Sorelle dei poveri, e ci è stato detto che Lei ha voluto manifestare il Suo sostegno alle suore anche in sede giudiziaria. Santo Padre, Lei sostiene anche quegli individui – compresi i funzionari governativi – che dicono di non potere, secondo la loro buona coscienza, secondo la loro coscienza personale, attenersi a determinate leggi o assolvere ai loro compiti di funzionari governativi, per esempio nel rilasciare licenze matrimoniali a coppie dello stesso sesso? Lei sosterrebbe queste rivendicazioni di libertà religiosa?

(Papa Francesco)

Io non posso avere in mente tutti i casi che possono esistere di obiezione di coscienza. Ma sì, posso dire che l’obiezione di coscienza è un diritto ed entra in ogni diritto umano. E’ un diritto, e se una persona non permette di esercitare l’obiezione di coscienza, nega un diritto. In ogni struttura giudiziaria deve entrare l’obiezione di coscienza, perché è un diritto, un diritto umano. Altrimenti, finiamo nella selezione dei diritti: questo è un diritto di qualità, questo è un diritto di non qualità… E’ un diritto umano. A me sempre – questo va contro di me! – sempre ha commosso quando, da ragazzo ho letto – parecchie volte – la “Chanson de Roland”: quando c’erano tutti i maomettani in fila, e davanti c’era il fonte battesimale o la spada, e dovevano scegliere. Non era permessa loro l’obiezione di coscienza. No, è un diritto. E noi, se dobbiamo fare pace, dobbiamo rispettare tutti i diritti.

(Terry Moran)

Questo comprende anche i funzionari governativi?

(Papa Francesco)

E’ un diritto umano. Se il funzionario di governo è una persona umana, ha quel diritto. E’ un diritto umano.

(Padre Lombardi)

Grazie mille. Adesso diamo la parola a Stefano Maria Paci, del gruppo italiano di Sky News.

(Stefano Maria Paci, Sky News)

Santità, Lei all’Onu ha usato parole molto forti per denunciare il silenzio del mondo sulla persecuzione contro i cristiani che vengono privati delle loro case, vengono scacciati, vengono privati dei beni, vengono resi schiavi e brutalmente uccisi. Adesso il presidente Hollande ha annunciato l’inizio dei bombardamenti da parte della Francia sulle basi dell’Isis in Siria: cosa pensa di questa azione militare? E poi, anche una curiosità: il Sindaco Marino, Sindaco di Roma, città del Giubileo, ha dichiarato che è venuto all’Incontro Mondiale delle Famiglie, alla Messa, perché è stato invitato da Lei. Ci dice com’è andata?  [Il Campidoglio ha precisato che il Sindaco Marino non ha mai affermato di essere stato invitato dal Santo Padre].

(Papa Francesco)

Incomincio dalla seconda: io non ho invitato il Sindaco Marino. Chiaro? Io non l’ho fatto. Ho chiesto agli organizzatori, e neppure loro l’hanno invitato. Lui è venuto, lui si professa cattolico, è venuto spontaneamente. E’ stato così. Prima cosa. L’altra, sul bombardamento. Veramente, io ho avuto la notizia l’altro ieri e non ho letto. Non conosco bene la situazione come andrà. Ho sentito dire che la Russia era in una posizione, gli Stati Uniti ancora non erano chiari… Non so cosa dirti, davvero, perché non ho capito bene la cosa. Ma quando sento la parola “bombardamento”, morte, sangue… ripeto quello che ho detto al Congresso e alle Nazioni Unite: evitare queste cose. Ma la situazione politica non la giudico perché non la conosco. Grazie.

(Padre Lombardi)

Grazie. Adesso Miriam Schmidt, della Dpa (Deutsche Presseagentur) , l’agenzia tedesca di informazione.

(Miriam Schmidt)

Santo Padre, volevo fare una domanda sulle relazioni della Santa Sede con la Cina e sulla situazione in questo Paese, che è abbastanza difficile anche per la Chiesa cattolica. Che cosa pensa di questa cosa?

(Papa Francesco)

La Cina è una grande nazione, che apporta al mondo una grande cultura e tante cose buone. Io ho detto una volta sull’aereo, tornando dalla Corea, che mi piacerebbe tanto andare in Cina. Io amo il popolo cinese; gli voglio bene. Mi auguro che ci siano le possibilità di avere buoni rapporti, buoni rapporti. Abbiamo contatti, ne parliamo… Andare avanti. Per me avere un Paese amico come la Cina, che ha tanta cultura e tanta possibilità di fare bene, sarebbe una gioia.

(Padre Lombardi)

Grazie mille. E adesso abbiamo Sagrario Ruiz de Apodaca.

(Sagrario Ruiz de Apodaca)

Grazie. Buonasera, Santo Padre. Per la prima volta ha visitato gli Stati Uniti, non c’era mai stato prima; ha parlato al Congresso, ha parlato alle Nazioni Unite, ha ricevuto autentici bagni di folla… Si sente più forte? E vorrei chiederle anche, perché l’abbiamo ascoltata dire di evidenziare il ruolo delle religiose e delle donne nella Chiesa statunitense: vedremo mai donne sacerdote nella Chiesa cattolica, come chiedono alcuni gruppi negli Stati Uniti e con avviene in altre chiese cristiane? Grazie.

(Papa Francesco)

Le suore degli Stati Uniti hanno fatto meraviglie nel campo dell’educazione, nel campo della salute. Il popolo degli Stati Uniti ama le suore: non so quanto ami i preti, ma le suore le ama, le ama tanto. E sono brave, sono donne brave, brave. Ognuna segue la sua Congregazione, le sue regole, ci sono differenze, ma sono brave e per questo ho sentito l’obbligo di ringraziare per quello che loro hanno fatto. Una persona importante del governo degli Stati Uniti mi ha detto, in questi giorni: “Io quello che ho di cultura, lo devo primariamente alle suore. Le suore hanno scuole in tutti quartieri – ricchi, poveri - lavorano con i poveri e negli ospedali… Questa era la prima. La terza la ricordo… La seconda?

(Sagrario Ruiz de Apodaca)

Se si sente forte dopo essere stato negli Stati Uniti, con questa agenda e aver ottenuto questo successo...

(Papa Francesco)

Non so se ho avuto successo o no. Ma io ho paura di me stesso, perché se ho paura di me stesso, io mi sento sempre, non so, debole, nel senso di non avere il potere; il potere è anche una cosa passeggera: oggi c’è, domani non c’è… E’ importante se tu col potere puoi far del bene. E Gesù ha definito il potere: il vero potere è servire, fare i servizi, fare i servizi più umili. E io devo ancora andare avanti in questo cammino del servizio, perché sento che non faccio tutto quello che devo fare. Questo è il senso che io ho del potere.

Terzo: le donne sacerdote: questo non può farlo. Il Papa san Giovanni Paolo II, in tempi di discussione, dopo lunga, lunga riflessione, lo ha detto chiaramente. Non perché le donne non hanno la capacità, ma guarda: nella Chiesa sono più importanti le donne che gli uomini, perché la chiesa è donna; è la Chiesa, non il Chiesa; la Chiesa è la sposa di Cristo, e la Madonna è più importante dei Papi, dei vescovi e dei preti. E’ una cosa che devo riconoscere: noi siamo un po’ in ritardo nella elaborazione di una teologia della donna. Dobbiamo andare più avanti in quella teologia. Questo sì, è vero! Grazie.

(Padre Lombardi)

Adesso abbiamo l’ultima domanda. E’ di Matilde Imberti, di Radio France. E poi concludiamo.

(Matilde Imbertì, Radio France)

Santo Padre, negli Stati Uniti, Lei è diventato una star. E’ bene per la Chiesa che il Papa sia una star?

(Papa Francesco)

Tu sai quale era il titolo che usavano i Papi e che si deve usare? “Servo dei servi di Dio”. E’ un po’ differente dalla star! Le stelle sono belle da guardare, a me piace guardarle quando il cielo è sereno d’estate... Ma il Papa deve essere - deve essere! - il servo dei servi di Dio. Sì, nei media si usa questo, ma c’è un’altra verità: quante star abbiamo visto noi che poi si spengono e cadono… E’ una cosa passeggera. Invece essere servo dei servi di Dio, questo è bello! Non passa. Non so… Così la penso.

(Padre Lombardi)

Bene, abbiamo terminato la lista di quelli che si erano iscritti… Quindi grazie infinite della Sua disponibilità. Abbiamo fatto almeno 50 minuti di conversazione e quindi è stata una cosa molto consistente. Complimenti per la Sua resistenza nel viaggio e anche in questa conversazione con noi. E noi continuiamo a seguirLa: non è finita con questo viaggio. E’ finito questo viaggio, ma abbiamo il Sinodo, abbiamo tante altre cose… E vogliamo continuare a seguirLa con molto affetto, stima, apprezzamento, sperando di aiutarLa nel suo servizio dei servi di Dio.

(Papa Francesco)

Grazie tante del vostro lavoro, della vostra pazienza, della vostra benevolenza. Grazie. Sono a disposizione. Prego per voi, davvero. Grazie per l’aiuto. Buon volo!



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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16/10/2015 20.07
 
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INTERVISTA DI PAPA FRANCESCO A “PARIS MATCH”


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Traduzione de “L’Osservatore Romano”.

di Caroline Pigozzi

Rencontre-avec-le-pape-Francois_article_landscape_pm_v8Papa Francesco è solo e viene verso di me sorridendo. Gli presento Marc Brincourt, caporedattore fotografico ed Eric Vandeville, con la macchina fotografica digitale tra le mani. Affabile, il Santo Padre pronuncia qualche parola in francese e ci invita a seguirlo in una piccola sala che dà su un cortile interno. Ho un fiume di domande. Questo Papa è carismatico, il suo timbro di voce mite, rassicurante, e il suo modo di parlare italiano con dei giri di frase spagnoli rendono rari questi momenti, tanto spontanei quanto singolari. Venerdì 9 ottobre resterà una data impressa nella mia memoria.

The making of the interview

Santo Padre, come sta?

Bene. Ma, come lei sa, i viaggi sono comunque molto faticosi e in questo momento, con il Sinodo dei vescovi, mi resta pochissimo tempo per il resto…

Lei è appena rientrato da un lungo viaggio. Perché non era mai andato negli Stati Uniti?

I viaggi che ho fatto sono stati motivati da riunioni legate ai miei incarichi come maestro dei novizi, provinciale, rettore delle facoltà di filosofia e di teologia, vescovo. Nessuna di quelle riunioni, congressi, sinodi si è tenuta negli Stati Uniti, ed è questo il motivo per cui non ho avuto l’occasione di visitare prima questo paese.

Il 18 ottobre, durante il sinodo sulla famiglia, canonizzerà il padre e la madre di santa Teresa di Lisieux. Perché proprio loro?

Louis e Zélie Martin, i genitori di santa Teresa del Bambino Gesù, sono una coppia di evangelizzatori, che durante tutta la loro vita hanno testimoniato la bellezza della fede in Gesù. Tra le mura domestiche e fuori. È noto quanto la famiglia Martin fosse accogliente e aprisse la sua porta e il suo cuore, nonostante a quel tempo una certa etica borghese, con la scusa del “decoro”, disprezzasse i poveri. Loro due, insieme alle cinque figlie, dedicavano energie, tempo e denaro all’aiuto di chi si trovava nel bisogno. Sono certamente un modello di santità e di vita di coppia.

Face-to-Face-with-the-Holy-Father-an-unforgettable-moment_article_landscape_pm_v8Perché lei, che è argentino, ha una tale devozione verso una delle nostre sante più popolari, Teresa di Lisieux?

È una delle sante che più ci parla della grazia di Dio e di come Dio si prenda cura di noi, ci prenda per mano e ci permetta di scalare agilmente la montagna della vita se solo ci abbandoniamo totalmente a lui, ci lasciamo “trasportare” da lui. La piccola Teresa aveva compreso, nella sua vita, che è l’amore, l’amore riconciliatore di Gesù, a muovere le membra della sua Chiesa. Questo mi insegna Teresa di Lisieux. Mi piacciono anche le sue parole contro lo «spirito di curiosità» e le chiacchiere. A lei, che si è lasciata semplicemente sostenere e trasportare dalla mano del Signore, chiedo spesso di prendere nelle sue mani un problema che ho di fronte, una questione che non so come andrà a finire, un viaggio che devo affrontare. E le chiedo, se accetta di custodirlo e di farsene carico, di inviarmi come segno una rosa. Molte volte mi capita poi di riceverne una…

È l’amore di san Francesco d’Assisi per la natura e la causa dell’ecologia che le hanno fatto scegliere il suo nome?

Non ci avevo pensato prima. Più ancora e prima ancora del messaggio di san Francesco sulla custodia del creato, a muovermi in quel momento è stato il suo vivere la povertà evangelica. Quando in conclave era stata ormai raggiunta la soglia dei voti necessari per l’elezione, il cardinale Cláudio Hummes, un amico, che era seduto vicino a me, mi ha abbracciato e mi ha detto di non dimenticarmi dei poveri. Poi ho pensato anche al mondo dilaniato da tante guerre e violenze. Francesco con la sua testimonianza è stato un uomo di pace. Nell’enciclica Laudato si’, che inizia con le parole del Cantico delle creature, ho cercato di mostrare quali legami profondi esistano tra l’impegno per sradicare la povertà e la cura del creato. Bisogna lasciare ai nostri figli e nipoti una terra vivibile e impegnarsi a costruire una pace vera e giusta nel mondo.

Lei è il Papa di un’epoca che si deve confrontare con vasti sconvolgimenti climatici. Quale sarà il suo messaggio per la conferenza internazionale di Parigi sul clima?

Il cristiano è realista, non catastrofista. Proprio per questo, però, non possiamo nasconderci un’evidenza: l’attuale sistema mondiale è insostenibile. Spero davvero che il vertice possa contribuire a scelte concrete, condivise e lungimiranti, per il bene comune. Servono nuove modalità di sviluppo perché possano crescere e vivere dignitosamente le tante donne, i tanti uomini, i tanti bambini che oggi soffrono per la fame, lo sfruttamento, le guerre, la mancanza di lavoro. Servono nuove modalità condivise per mettere fine allo sfruttamento indiscriminato del nostro pianeta. La nostra casa comune è inquinata, si sta deteriorando, c’è bisogno dell’impegno di tutti. Dobbiamo proteggere l’uomo dall’autodistruzione.

Come fare?

L’umanità deve rinunciare a idolatrare il denaro e rimettere al centro la persona umana, la sua dignità, il bene comune, il futuro delle generazioni che popoleranno la terra dopo di noi. Altrimenti i nostri discendenti saranno costretti a vivere su cumuli di macerie e di sporcizia. Dobbiamo coltivare e proteggere il dono che ci è stato fatto, non sfruttarlo in modo sconsiderato. Dobbiamo prenderci cura di chi non ha il necessario per vivere e cominciare ad attuare riforme strutturali che rendano il mondo più giusto. Rinunciare a egoismo e avidità per vivere tutti un po’ meglio.

La Nasa ha annunciato lo scorso luglio la scoperta di un pianeta dalle dimensioni simili a quelle terrestri, Kepler 452 B, che assomiglia alla Terra. Ci saranno altrove altri esseri pensanti?

Non saprei davvero come risponderle: finora le conoscenze scientifiche hanno sempre escluso che vi sia traccia di altri esseri pensanti nell’universo. È vero, finché non venne scoperta l’America noi pensavamo che non esistesse, e invece esisteva. Ma in ogni caso credo che ci si debba attenere a quanto ci dicono gli scienziati, pur sempre coscienti che il Creatore è infinitamente più grande delle nostre conoscenze. Quello di cui sono certo è che l’universo, e il mondo in cui noi abitiamo, non è il frutto del caso né del caos, ma di un’intelligenza divina, dell’amore di un Dio che ci vuole bene, ci ha creati, ci ha voluti e non ci lascia mai soli. Quello di cui sono certo è che Gesù Cristo, il figlio di Dio, si è incarnato, è morto sulla croce per salvare noi uomini dal peccato, ed è risorto vincendo la morte.

Crede che paesi come la Francia, che accolgono un gran numero di cristiani, possano un giorno aiutare le comunità d’oriente minacciate dall’islamismo a ritornare nei loro paesi?

Quanto sta accadendo sotto gli occhi di tutti è una tragedia umanitaria, che ci interpella. Per noi cristiani restano imprescindibili le parole di Gesù che ci ha invitato a vederlo nei poveri e nei forestieri bisognosi di aiuto. Ci ha detto che ogni gesto di solidarietà verso di loro è un gesto verso di lui. Ma nella sua domanda lei tocca un tema importantissimo: non possiamo rassegnarci al fatto che queste comunità, che oggi sono minoritarie nelle regioni mediorientali, debbano lasciare le loro case, le loro terre, le loro occupazioni. I cristiani sono cittadini a pieno titolo di quei paesi, sono presenti come seguaci di Gesù da due millenni, pienamente inseriti in quei contesti culturali, nella storia dei loro popoli. Abbiamo il dovere umano e cristiano di agire di fronte all’emergenza. Non possiamo però dimenticare le cause che l’hanno provocata, far finta che non esistano. Chiediamoci perché tanta gente fugge, quali sono le cause di tante guerre e di tanta violenza. Non dimentichiamo chi fomenta l’odio e la violenza, e anche chi specula sulle guerre, come i trafficanti di armi. E non dimentichiamo neppure l’ipocrisia di quei potenti della terra che parlano di pace ma poi, sottobanco, vendono le armi.

Le pape François à la résidence Santa Marta - VaticanAl di là dell’assistenza immediata cosa si può fare per i rifugiati?

Si può cercare di risolvere questo dramma solo guardando lontano. Agendo per favorire la pace. Lavorando concretamente per risolvere le cause strutturali della povertà. Impegnandosi per costruire modelli di sviluppo economico che abbiano al centro l’uomo e non il denaro. Operando perché la dignità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino, di ogni anziano sia sempre rispettata.

Capitalismo e profitto sono parole diaboliche?

Il capitalismo e il profitto non sono diabolici se non si trasformano in idoli. Non lo sono se rimangono strumenti. Se invece domina l’ambizione sfrenata di denaro, e il bene comune e la dignità degli uomini passano in secondo o in terzo piano, se il denaro e il profitto a ogni costo diventano un feticcio da adorare, se l’avidità è alla base del nostro sistema sociale ed economico, le nostre società sono destinate alla rovina. Gli esseri umani e l’intero creato non devono essere al servizio del denaro: le conseguenze di quando sta accadendo sono sotto gli occhi di tutti!

Il giubileo della misericordia comincerà l’8 dicembre. Come le è venuta l’idea?

Da Paolo VI in poi la Chiesa ha posto sempre più l’accento sul riferimento alla misericordia. Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, questo accento si è espresso con ancora più forza: l’enciclica Dives in misericordia, l’istituzione della festa della Divina misericordia, la canonizzazione di santa Faustina Kowalska. Prolungando questa linea, riflettendo e pregando, ho pensato che sarebbe stato bello proclamare un anno santo straordinario, il giubileo della misericordia.

Il formidabile entusiasmo di cui lei è oggetto potrà contribuire a risolvere la crisi mondiale?

In questi delicati campi l’azione del Papa e della Santa Sede prescinde dal grado di simpatia che in questo o in quel momento suscitano le persone. Cerchiamo di favorire con il dialogo la soluzione dei conflitti e la costruzione della pace. Cerchiamo instancabilmente vie pacifiche e negoziali per risolvere le crisi e i conflitti. La Santa Sede sulla scena internazionale non ha interessi da difendere, ma agisce attraverso tutti i suoi possibili canali per favorire l’incontro, il dialogo, processi di pace, il rispetto dei diritti umani. Con la mia presenza in paesi come l’Albania e la Bosnia ed Erzegovina ho cercato di incoraggiare esempi di convivenza e collaborazione tra uomini e donne di diverse fedi religiose per il superamento delle ferite lasciate aperte dai recenti tragici conflitti. Non faccio progetti né mi occupo di strategie di politica internazionale: sono cosciente che la voce della Chiesa in tante occasioni e situazioni è una vox clamantis in deserto, voce di uno che grida nel deserto. Credo però che proprio la fedeltà al Vangelo ci chieda di essere costruttori di ponti e non di muri. Non bisogna esagerare sul ruolo del Papa e della Santa Sede. Quello che è accaduto tra Stati Uniti e Cuba ne è un esempio: abbiamo soltanto cercato di favorire la volontà di dialogo presente nei responsabili dei due Paesi. E soprattutto abbiamo pregato.

Come fa a conservare la sua semplicità e il suo rigore di gesuita dopo aver celebrato a Manila una messa davanti a sette milioni di fedeli e a centinaia di milioni di telespettatori?

Quando un sacerdote celebra la messa è certamente davanti ai fedeli ma innanzitutto è davanti al Signore. Comunque, più si è davanti alle folle, più bisogna essere sempre coscienti della nostra piccolezza, del nostro essere «servi inutili», come ci domanda Gesù. Chiedo ogni giorno la grazia di poter essere segno che rimanda alla presenza di Gesù, testimonianza del suo abbraccio di misericordia. Per questo qualche volta quando sento gridare «viva il Papa!», invito a dire «viva Gesù!». Da cardinale Albino Luciani, di fronte agli applausi, ricordava: «Voi credete che l’asinello cavalcato da Gesù mentre entrava in Gerusalemme tra gli “osanna” potesse pensare che questa accoglienza fosse rivolta a lui?». Ecco, il Papa, i vescovi, i sacerdoti, tengono fede alla loro missione se sanno essere quell’asinello e aiutano a far vedere il vero protagonista, sempre coscienti che se oggi ci sono gli “osanna” domani possono arrivare i “crocifiggilo!”.

Le pape François à la résidence Santa Marta - VaticanQual è l’eredità più preziosa che ha ricevuto dalla Compagnia di Gesù?

Il discernimento caro a sant’Ignazio, la quotidiana ricerca per meglio conoscere il Signore e seguirlo sempre più da vicino. Cercare di fare ogni cosa della vita quotidiana, anche le più piccole, con il cuore aperto a Dio e agli altri. Cercare di avere lo stesso sguardo di Gesù sulla realtà e di mettere in pratica i suoi insegnamenti giorno dopo giorno e nei rapporti con le persone.

Cosa pensa di quello che scriveva Béranger, un autore francese dell’Ottocento, sui gesuiti: «Uomini neri, da dove uscite? Usciamo da sottoterra, mezzi volpe, mezzi lupo, la nostra regola è un mistero, siamo i figli di Loyola»?

È veramente audace scriverlo! E forse addirittura astuto[Papa Francesco ride].

Oltre due secoli fa i gesuiti sono stati espulsi dalla Cina. Oggi la Cina è sparita dal suo pensiero?

No, assolutamente! La Cina è nel mio cuore. È qui [si batte il petto]. Sempre.

Immagina veramente di poter un giorno andare in una pizzeria romana o di prendere l’autobus vestito come un semplice prete?

Non ho abbandonato del tutto il clergyman nero sotto la tonaca bianca! Mi piacerebbe certo poter girare ancora per strada, per le strade di Roma, che è una città bellissima. Sono sempre stato un prete di strada. Gli incontri più importanti di Gesù e la sua predicazione sono avvenuti per strada. Certo mi piacerebbe tanto andare a mangiare una buona pizza con degli amici. Ma so che non è così facile, quasi impossibile. Quello che non mi manca mai è il contatto con la gente. Ne incontro tantissima, molta di più rispetto a quando ero a Buenos Aires, e questo mi dà molta gioia! Quando abbraccio le persone che incontro, so che è Gesù a tenermi tra le sue braccia.

An interview with Caroline Pigozzi

Fonte: osservatoreromano.va




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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06/11/2015 11.50
 
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Papa: credente non può fare vita da faraone, c'è sempre rischio corruzione


Intervista concessa dal Papa al giornale di strada olandese Straatnieuws - RV

Intervista concessa dal Papa al giornale di strada olandese Straatnieuws - RV





06/11/2015 




“C’è sempre il pericolo della corruzione”. Lo ha affermato il Papa in un’intervista al giornale olandese di strada Straatnieuws, un quotidiano dei senzatetto di Utrecht. Nel colloquio integrale con i redattori, Francesco parla dell'aiuto della Chiesa ai più poveri e osserva: un credente non può vivere da faraone. Alessandro Guarasci:


Il clima di questo colloquio col Papa a Santa Marta è rilassato. Gli stessi redattori del giornale di strada olandese Straatnieuws descrivono il Pontefice come “un uomo calmo e amichevole, ma allo stesso tempo energico e preciso”. I temi dell’intervista solo legati alla più stretta attualità.


Con i governi accordi trasparenti, c'è sempre il pericolo della corruzione
Francesco afferma che con i governi “si possono fare accordi, ma devono essere accordi chiari, accordi trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché - afferma - c’è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa”. Il Pontefice confessa di aver parlato tempo fa di questo con un ministro dell’Argentina, un “uomo onesto. Uno che ha lasciato l’incarico perché non poteva andare d’accordo con alcune cose un po’oscure. Gli ho fatto la domanda: 'Quando voi inviate aiuti, sia pasti, siano vestiti, siano soldi, ai poveri e agli indigenti: di quello che inviate, quanto arriva là, sia in denaro sia in spesa?'. Mi ha detto: 'Il 35 per cento'. Significa che il 65 per cento si perde. È la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me”.

I beni della Chiesa servono per ospedali e scuole
Sui beni della Chiesa, Francesco dice che servono per mantenere “le strutture” della Chiesa stessa, ma anche che per “tante opere che si fanno nei Paesi bisognosi: ospedali, scuole”; anche le opere artistiche come la Pietà di Michelangelo non possono essere vendute perché sono “tesori dell’umanità”. E “questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Ma abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date”.

Credente non può fare vita da faraone
La povertà è sempre al centro dei pensieri di Francesco che afferma: “Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone, questo non si può fare”. Poi confida di “volere un modo senza poveri”, però “la cupidigia  umana c’è sempre, la mancanza di solidarietà, l’egoismo che crea i poveri. Per questo mi sembra un po’ difficile immaginare un mondo senza poveri”. Anche la Chiesa comunque deve essere povera perché “Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero”. Un richiamo all’essenzialità che vale per tutti, compresi i laici. Tuttavia c’è il diritto ad avere una vita dignitosa, dunque: lavoro, casa, terra.

Mi sento libero a Santa Marta
Poi i temi un po’ più intimi: non si aspettava di essere eletto Papa, non ha “perso la pace. E questo è una grazia di Dio”. Alla domanda: “Continuerà questo lavoro fino a quando ne sarà in grado?”, lui risponde: “Sì”. Preferisce rimanere a Santa Marta perché lì si sente “libero”, anche se gli “manca la strada”, non gli manca invece il contatto con la gente che incontra alle udienze generali o quando va nelle parrocchie. Da bambino giocava a calcio ma aveva "due gambe sinistre”, insomma non era forte. Che cosa voleva fare da piccolo quando aveva quattro anni?: “Il macellaio”.


Intervista integrale

Intervista al Papa a giornale olandese di strada Straatnieuws

Papa Francesco - ANSA

Papa Francesco - ANSA

06/11/2015 06:36
 

Intervista concessa dal Papa al giornale di strada olandese Straatnieuws

È ancora presto quando ci presentiamo al portone di servizio del Vaticano, a sinistra della Basilica di San Pietro. Le guardie svizzere sono al corrente del nostro arrivo e ci fanno passare. Dobbiamo andare alla Casa Santa Marta, perché è lì dove abita Papa Francesco. Quella Casa Santa Marta probabilmente è l’hotel a tre stelle più particolare del mondo. Un grande edificio bianco dove pernottano cardinali e vescovi che svolgono il loro servizio in Vaticano o vi si trovano di passaggio e che è anche la dimora dei cardinali durante il conclave.

Anche qui sanno del nostro arrivo. Due signore alla reception, come in ogni albergo, gentilmente ci indicano una porta laterale. La stanza dell’incontro è già stata preparata. Uno spazio abbastanza grande con una scrivania, un sofà, alcune tavole e sedie, questo è il luogo di ricevimento infrasettimanale del Papa. Poi, inizia l’attesa. Marc, il venditore di Straatnieuws, è il più tranquillo di tutti e aspetta, seduto sulla sedia, ciò che verrà.

Di colpo si presenta il fotografo ufficiale del Papa.  “Sta arrivando il Papa”, ci bisbiglia.

E prima che ce ne rendiamo conto entra nella stanza: Papa Francesco, il capo spirituale di 1,2 miliardi di cattolici. Porta con sé una grande busta bianca. “Mettetevi seduti, amici”, dice con un gesto gentile della mano, “Che piacere che siate qui.” Il Santo Padre dà l’impressione di un uomo calmo e amichevole, ma allo stesso tempo energico e preciso. Una volta seduti si scusa per il fatto di non parlare l’olandese. Glielo perdoniamo subito.

D - Le nostre interviste iniziano sempre con una domanda sulla via dove l’intervistato è cresciuto. Lei, Santo Padre, cosa si ricorda di quella via? Che immagini Le vengono in mente pensando alle strade della Sua infanzia?

R - “Io da quando avevo un anno fino al momento che sono entrato in seminario, ho vissuto nella stessa via. Era un quartiere semplice di Buenos Aires, tutte case basse. C’era una piazzetta, dove noi giocavamo a calcio. Mi ricordo che scappavo da casa e andavo a giocare a calcio con i ragazzi dopo la scuola. Poi mio papà lavorava in una fabbrica che era a cento metri. Faceva il ragioniere. E i nonni abitavano a cinquanta metri. Tutto a pochi passi l’uno dall’altro. Io mi ricordo anche i nomi della gente, da prete sono andato a dare i sacramenti, il conforto ultimo a tanti,  che mi chiamavano e ci andavo perché volevo loro bene. Questi sono i miei ricordi spontanei.”

D - Lei giocava anche a calcio?

R. - “Si”

D. - Era forte?

R. - “No. A Buenos Aires a quelli che giocavano il calcio come me, li chiamavano pata dura. Che vuol dire avere due gambe sinistre. Ma giocavo, facevo il portiere tante volte.”

D. - Com’è nato il suo impegno personale per i poveri?

R. - “Si, tanti ricordi mi vengono in mente. Mi ha colpito tanto una signora che veniva a casa tre volte alla settimana per aiutare la mia mamma. Per esempio aiutava in lavanderia. Lei aveva due figli. Erano italiani, siciliani e hanno vissuto la guerra, erano molto poveri, ma tanto buoni. E di quella donna ho sempre mantenuto il ricordo. La sua povertà mi colpiva. Noi non eravamo ricchi, noi arrivavamo alla fine del mese normalmente, ma non di più. Non avevamo una macchina, non facevamo le vacanze o tali cose. Ma a lei mancavano tante volte le cose necessarie. Noi avevamo abbastanza e mia mamma le dava delle cose. Poi lei è tornata in Italia, e dopo è ritornata in Argentina. L’ho ritrovata quando ero arcivescovo di Buenos Aires, aveva 90 anni. E l’ho accompagnata fino alla morte  a 93 anni. Un giorno lei mi ha dato una medaglia del Sacro Cuore di Gesù che porto ancora ogni giorno con me. Questa medaglia -che è anche un ricordo - mi fa tanto bene. Vuole vederla? “

(Con un po’ di fatica, il Papa riesce a tirar fuori la medaglia, completamente scolorita dopo essere stata portata per anni).

“Così penso a lei ogni giorno e a quanto ha sofferto per la povertà. E penso a tutti gli altri che hanno sofferto. La porto e la prego….”

D. - Qual è il messaggio della Chiesa per i senzatetto? Che cosa significa la solidarietà cristiana per loro in concreto?

R. - “Mi vengono due cose in mente. Gesù è venuto al mondo senzatetto e si è fatto povero. Poi la Chiesa vuole abbracciare tutti e dire che è un diritto di avere un tetto sopra di te. Nei movimenti popolari si lavora con tre ‘t’ spagnole, trabajo (lavoro), techo (casa) e tierra (terra). La chiesa predica che ogni persona ha il diritto a queste tre ‘t’. “

D. - Lei chiede spesso attenzione per i poveri e per i profughi. Non teme che in questo modo si possa generare una forma di stanchezza nei mass-media e nella società in generale?

R. - “A tutti noi viene la tentazione – quando si torna su un tema che non è bello, perché è brutto parlarne - di dire: “Ma, finiamo: questa cosa, stufa troppo “. Io sento che la stanchezza esiste, ma non mi fa paura. Io devo continuare di parlare delle verità e di come sono le cose.”

D. - È il suo dovere?

R. - “Si, è il mio dovere. Lo sento dentro di me. Non è un comandamento, ma come persone tutti dobbiamo farlo. “

D. - Non teme che la Sua difesa della solidarietà e dell’aiuto per i senzatetto e altri poveri possa essere sfruttata politicamente? Come deve parlare la Chiesa per essere influente e allo stesso tempo rimanere fuori dagli schieramenti politici?

R. - “Ci sono strade che portano a sbagli in quel punto. Vorrei sottolineare due tentazioni. La Chiesa deve parlare con la verità e anche con la testimonianza: la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone: questo non si può fare. Questa è la prima tentazione. L’altra tentazione è di fare accordi con i governi. Si possono fare accordi, ma devono essere accordi chiari, accordi trasparenti. Per esempio: noi gestiamo questo palazzo, ma i conti sono tutti controllati, per evitare la corruzione. Perché c’è sempre la tentazione della corruzione nella vita pubblica. Sia politica, sia religiosa.  Io ricordo che una volta con molto dolore ho visto -quando l’Argentina sotto il regime dei militari è entrata in guerre con la Gran Bretagna per le Isole Malvine `che la gente dava delle cose, e ho visto che tante persone, anche cattolici, che erano incaricati di distribuirle, le portavano a casa. C’è sempre il pericolo della corruzione.  Una volta ho fatto una domanda a un ministro dell’Argentina, un uomo onesto. Uno che ha lasciato l’incarico perché non poteva andare d’accordo con alcune cose un po’oscure Gli ho fatto la domanda: quando voi inviate aiuti, sia pasti, siano vestiti, siano soldi, ai poveri e agli indigenti: di quello che inviate, quanto arriva là, sia in denaro sia in spesa? Mi ha detto: il 35 per cento. Significa che il 65 per cento si perde. È la corruzione: un pezzo per me, un altro pezzo per me.”

D. - Lei crede che finora nel suo pontificato ha potuto ottenere un cambiamento mentale, per esempio nella politica?

R. - “Non saprei cosa dire. Non lo so. So che alcuni hanno detto che io ero comunista. Ma è una categoria un po’ antiquata (ride).  Forse oggi si usano altre parole per dire questo…”

D. - Marxista, socialista…

R. - “Hanno detto tutto questo.”

D. - I senzatetto hanno dei problemi finanziari, ma coltivano la propria libertà.  Il papa non ha nessun bisogno materiale, ma è considerato da alcuni come un prigioniero in Vaticano. Non sente mai il desiderio di mettersi nei panni di un senzatetto?

R. - “Mi ricordo il libro di Mark Twain ‘Il principe e il povero’, quando uno può mangiare tutti i giorni, hai vestiti, hai un letto per dormire, hai una scrivania per lavorare e non manca niente. Hai anche degli amici. Ma questo principe di Mark Twain vive in una gabbia d’oro.”

D. - Si sente libero qui in Vaticano?

R. - “Due giorni dopo essere eletto papa, sono andato (nella versione olandese: “come si dice ufficialmente”) a prendere possesso dell’appartamento papale nel Palazzo Apostolico. Non è un appartamento lussuoso. Ma è largo, è grande… Dopo aver visto questo appartamento mi è sembrato un imbuto al rovescio, cioè grande ma con una porta piccola. Questo significa essere isolato. Io ho pensato: non posso vivere qua semplicemente per motivi mentali. Mi farebbe male. All’inizio sembrava una cosa strana, ma ho chiesto di restare qui, a Santa Marta. E questo mi fa bene perché mi sento libero. Mangio nella sala pranzo dove mangiano tutti. E quando sono in anticipo mangio con i dipendenti. Trovo gente, la saluto e questo fa che la gabbia d’oro non sia tanto una gabbia. Ma mi manca la strada.”

D. Santo Padre, Marc vuole invitarla per andare a mangiare una pizza con noi. Che ne pensa?

R. - “Mi piacerebbe, ma non riusciremmo a farlo. Perché il momento che esco da qua verrà la gente da me.  Quando sono andato a cambiare le lenti dei miei occhiali in città, erano le sette di sera. Non c’era molta gente in strada. Mi hanno portato dall’ottico e sono uscito della macchina e lì c’era una donna che mi ha visto e ha gridato: “Ecco il papa.” E poi io ero dentro e fuori tutta la gente ...”

D. - Le manca il contatto con la gente?

R. - “Non mi manca perché la gente viene qua. Ogni mercoledì vado in piazza per l’Udienza Generale, qualche volta vado in una parrocchia: sono in contatto con la gente. Per esempio ieri (26 ottobre) sono venuti più di cinquemila zingari nell’Aula Paolo VI.” 

D. - Si vede che lei gode di questo giro nella piazza durante l’Udienza Generale…

R. - “È vero. Si, è vero.”

D. - Il Suo omonimo San Francesco scelse la povertà radicale e vendette anche il suo evangeliario. In quanto papa, e vescovo di Roma, si sente mai sotto pressione per vendere i tesori della Chiesa?

R. - “Questa è una domanda facile. Non sono i tesori della Chiesa, ma sono i tesori dell’umanità. Per esempio, se io domani dico che la Pietà di Michelangelo venga messa all’asta, non si può fare, perché non è proprietà della Chiesa. Sta in una chiesa, ma è dell’umanità. Questo vale per tutti i tesori della Chiesa. Ma abbiamo cominciato a vendere dei regali e altre cose che mi vengono date. E i proventi della vendita vanno a monsignore Krajewski, che è il mio elemosiniere. E poi c’è la lotteria. C’erano delle macchine che sono tutte vendute o date via con una lotteria  e il ricavato è usato per i poveri. Ma ci sono cose che si possono vendere e queste si vendono.”

D. - Si rende conto che la ricchezza della Chiesa possa creare questo tipo di aspettative?

R. - “Si, se facciamo un catalogo dei beni della Chiesa, si pensa: la Chiesa è  molto ricca. Ma quando è stato fatto il Concordato con l’Italia 1929 sulla Questione Romana, il governo italiano di quel tempo ha offerto alla Chiesa un grande parco a Roma. Il papa di allora, Pio XI, ha detto: no, vorrei soltanto un mezzo chilometro quadrato per garantire la indipendenza della Chiesa. Questo principio vale ancora. Sì, i beni immobili della Chiesa sono molti, ma  li usiamo per mantenere le strutture della Chiesa e per mantenere tante opere che si fanno nei paesi bisognosi: ospedali, scuole. Ieri, per esempio, ho chiesto di inviare in Congo 50.000 euro per costruire tre scuole in paesi poveri, l’educazione è una cosa importante per bambini. Sono andato all’amministrazione competente, ho fatto questa richiesta e i soldi sono stati inviati.” 

D. - Parliamo di Olanda. Lei è mai stato nel nostro Paese?

R. - “Si, una volta quando ero superiore provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Ero di passaggio nel corso di un viaggio. Sono stato a Wijchen, perché lì i avevano il noviziato, e sono anche stato ad Amsterdam per un giorno e mezzo, dove ho visitato una casa dei gesuiti. Della vita culturale non ho visto niente perché non avevo tempo.”

D. - Per questo potrebbe essere una buona idea se i senzatetto di Olanda La invitassero per una visita al nostro paese. Che ne pensa, Santo Padre?

R. - “Le porte non sono chiuse a questa possibilità.”

D. Cosi, quando ci sarà una tale richiesta, Lei la prenderà in considerazione?

R. - “La considero. E adesso che l’Olanda ha una regina argentina (ride), chissà.”

D. - Ha forse un messaggio speciale per i senzatetto del nostro Paese?

R. - “Non conosco bene i particolari dei senzatetto in Olanda. Vorrei dire che l’Olanda è un paese sviluppato con tante possibilità. Io direi di chiedere ai senzatetto olandesi di continuare a lottare per le tre ‘t’. “

Alla fine anche Marc fa alcune domande. Vuole sapere, tra l’altro, se il Papa già da piccolo sognava di diventare Papa. Il Santo Padre risponde con un risoluto ‘No”.

R. - “ Ma dirò una confidenza. Quando ero piccolo non c’erano i negozi dove si vendevano le cose. Invece c’era il mercato dove si trovava il macellaio, il fruttivendolo eccetera. Io ci andavo con la mamma e la nonna per fare le spese. Ero piccolino, avevo quattro anni. E una volta mi hanno domandato: ‘Cosa ti piacerebbe fare da grande?’ Ho detto: il macellaio!”

D. - Per molti fino al 13 marzo 2013 Lei era uno sconosciuto. Poi da un momento all’altro, Lei è diventato famoso in tutto il mondo. Come ha vissuto quest’esperienza?

R. - “È venuto e non l’aspettavo. Non ho perso la pace. E questo è una grazia di Dio. Non penso tanto al fatto che sono famoso. Dico a me stesso: adesso ho un posto importante, ma in dieci anni nessuno ti consocerà più (ride). Sai, ci sono due tipi di fama: la fama dei ‘grandi’ che hanno fatto grandi cose, come Madame Curie, e la fama dei vanitosi. Ma quest’ultima fama è come una bolla di sapone.” 

D. - Così, Lei dice ‘adesso sono qua e devo fare il meglio’ e continuerà questo lavoro fino a quando ne sarà in grado?

R. - Sì.

D. - Santo Padre, si può immaginare un mondo senza poveri?

R. - “Io vorrei un mondo senza poveri. Noi dovremmo lottare per questo. Ma io sono un credente e so che il peccato è sempre dentro di noi. E la cupidigia  umana c’è sempre, la mancanza di solidarietà, l’egoismo che crea i poveri. Per questo mi sembra un po’ difficile immaginare un mondo senza poveri.  Se Lei pensa ai bambini sfruttati per lavoro schiavo, o ai bambini sfruttati per abuso sessuale. E un'altra forma di sfruttamento: uccidere bambini per togliere gli organi, il  traffico di organi. Uccidere i bambini per togliere gli organi è cupidigia. Per questo non so se lo faremo questo mondo senza poveri, perché il peccato c’è sempre e ci porta l’egoismo. Ma dobbiamo lottare, sempre, …sempre”.

 

Abbiamo finito. Ringraziamo il Papa per l’intervista. Anche lui ci ringrazia e dice che il colloquio gli è piaciuto molto. Poi prende la busta bianca che per tutto il tempo è rimasta accanto a lui sul sofà ed estrae per ognuno di noi un rosario. Vengono scattate delle foto e poi Papa Francesco si congeda. Così tranquillo e rilassato com’è arrivato, ora esce dalla porta.






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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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17/04/2016 12.37
 
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VISITA DEL SANTO PADRE FRANCESCO A LESVOS (GRECIA)


CONFERENZA STAMPA 
DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
DURANTE IL VOLO DI RITORNO DA LESBO (GRECIA)

Volo Papale
Sabato, 16 aprile 2016

[Multimedia]



 

(Padre Lombardi)

Allora, diamo il benvenuto tra noi al Santo Padre, per una conversazione dopo questo viaggio breve ma estremamente intenso. Io rileggo il comunicato che avete ricevuto, in modo che se qualcuno non l’ha potuto sentire o ricevere sul suo telefono, ne abbia il testo completo. Il Papa desidera che sia chiaro tutto il contenuto.

“Il Papa ha voluto fare un gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui 6 minori. Si tratta di persone già presenti nei campi di Lesbo prima dell’accordo fra l’Unione Europea e la Turchia. L’iniziativa del Papa è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane. I membri delle famiglie sono tutti musulmani. Due famiglie vengono da Damasco e una da Deir Azzor, che è nella zona occupata dal Daesh. Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio”.

Ora diamo subito la parola ai nostri colleghi, chiedendo che facciano anzitutto domande sul viaggio, anche se poi il Papa, come sappiamo, è disponibile sempre con noi. Ines San Martin di “Crux” è la prima.

(Papa Francesco)

Prima di tutto, voglio ringraziarvi per questa giornata di lavoro che è stato per me troppo forte, troppo forte… anche per voi, sicuramente. Prego, Signora…

(Ines San Martin, “Crux” - La domanda originale è in spagnolo, se ne dà la traduzione)

Santo Padre, spero di non disturbarla ma le farò due domande su due argomenti distinti. La prima è specifica riguardo al viaggio. Questo viaggio viene dopo l’accordo tra l’Unione Europea e la Turchia nel tentativo di risolvere la questione dei rifugiati in Grecia. Le sembra che questo piano possa funzionare, o che sia una questione politica per cercare di guadagnare tempo e vedere cosa succede? E la seconda domanda, se posso. Questa mattina Lei ha incontrato il candidato presidenziale degli Stati Uniti Bernie Sanders a Santa Marta. Le vorrei chiedere un commento su questo incontro e se questo è il suo modo di inserirsi nella politica nordamericana.

(Papa Francesco)

No, prima di tutto non c’è alcuna speculazione politica, perché questi accordi tra la Turchia e la Grecia io non li conoscevo bene. Ho visto sui giornal, ma questa è una cosa puramente umana [si riferisce all’iniziativa di accogliere un gruppo di profughi]. E’ un fatto umanitario. E’ stata un’ispirazione di una settimana fa che propriamente è venuta a un mio collaboratore, e io ho accettato subito, subito, perché ho visto che era lo Spirito che parlava. Tutte le cose sono state fatte in regola: loro vengono con i documenti, i tre governi – lo Stato della Città del Vaticano, il Governo italiano e il Governo greco – tutto, hanno ispezionato tutto, hanno visto tutto e hanno dato il visto. Sono accolti dal Vaticano: sarà il Vaticano, con la collaborazione della Comunità di Sant’Egidio, a cercare loro un posto di lavoro, se c’è, o il mantenimento…. Sono ospiti del Vaticano, e si aggiungono alle due famiglie siriane che sono accolte già nelle due parrocchie vaticane. Secondo. Questa mattina, quando uscivo, c’era lì il senatore Sanders che era venuto al convegno della Fondazione Centesimus Annus. Lui sapeva che io uscivo a quell’ora e ha avuto la gentilezza di salutarmi. L’ho salutato, ho stretto la mano a lui, alla moglie e a un'altra coppia che era con lui, che alloggiavano a Santa Marta, perché tutti i membri, eccetto i due presidenti partecipanti che credo alloggiassero nelle loro ambasciate, tutti alloggiavano a Santa Marta. E quando io sono sceso, lui si è presentato, ha salutato, una stretta di mano e niente di più. E’ educazione, questa; si chiama educazione e non immischiarsi in politica. E se qualcuno pensa che dare un saluto sia immischiarsi in politica, gli raccomando di trovarsi uno psichiatra! (ride)

(Padre Lombardi)

Allora, la seconda domanda la fa Franca Giansoldati che conosce bene il Papa e il Papa la conosce bene.

(Papa Francesco)

Ma deve prepararsi per l’Armenia lei… (ride)

(Franca Giansoldati)

Grazie, Santità. Lei parla molto di “accoglienza”, ma forse parla troppo poco di “integrazione”. Vedendo quello che sta accadendo in Europa, specie sotto questo massiccio afflusso di immigrati, vediamo che ci sono parecchie città che soffrono di quartieri-ghetto … In tutto questo emerge chiaramente che gli immigrati musulmani sono quelli che fanno più fatica a integrarsi con i valori nostri, con i valori occidentali. Le volevo chiedere: non sarebbe forse più utile per l’integrazione privilegiare l’arrivo di immigrati non musulmani? E poi, perché lei oggi, con questo gesto molto bello, molto nobile, ha privilegiato tre famiglie interamente musulmane?

(Papa Francesco)

Non ho fatto la scelta fra cristiani e musulmani. Queste tre famiglie avevano le carte in regola, i documenti in regola e si poteva fare. C’erano, per esempio, due famiglie cristiane nella prima lista che non avevano le carte in regola. Non è un privilegio. Tutti e dodici sono figli di Dio. Il “privilegio” è essere figli di Dio: questo è vero. Sull’integrazione, è molto intelligente quello che lei dice. La ringrazio di averne parlato. Lei ha detto una parola che nella nostra cultura attuale sembra essere dimenticata, dopo la guerra… Oggi esistono i ghetti. E alcuni dei terroristi che hanno fatto atti terroristici – alcuni – sono figli e nipoti di persone nate nel Paese, in Europa. E cosa è successo? Non c’è stata una politica di integrazione e questo per me è fondamentale; a tal punto che lei vede che nella Esortazione postsinodale sulla famiglia – anche se questo è un altro problema – una delle tre dimensioni pastorali per le famiglie in difficoltà è l’integrazione nella vita della Chiesa. Oggi, l’Europa deve riprendere questa capacità, che sempre ha avuto, di integrare. Perché in Europa sono arrivati i nomadi, i Normanni e tante genti, e le ha integrate e ha arricchito la sua cultura. Credo che abbiamo bisogno di un insegnamento e di un’educazione all’integrazione. Grazie.

(Elena Pinardi - European Broadcasting Union)

Santo Padre, si parla di rinforzi alle frontiere di vari Paesi europei, di controlli, addirittura di dispiegamento di battaglioni lungo le frontiere dell’Europa. E’ la fine di Schengen, è la fine del sogno europeo?

(Papa Francesco)

Non lo so. Io capisco i governi, anche i popoli, che hanno una certa paura. Questo lo capisco e dobbiamo avere una grande responsabilità nell’accoglienza. Uno degli aspetti di tale responsabilità è questo: come ci possiamo integrare questa gente e noi. Io ho sempre detto che fare muri non è una soluzione: ne abbiamo visto cadere uno, nel secolo scorso. Non risolve niente. Dobbiamo fare ponti. Ma i ponti si fanno intelligentemente, si fanno con il dialogo, con l’integrazione. E per questo io capisco un certo timore. Ma chiudere le frontiere non risolve niente, perché quella chiusura alla lunga fa male al proprio popolo. L’Europa deve urgentemente fare politiche di accoglienza e integrazione, di crescita, di lavoro, di riforma dell’economia… Tutte queste cose sono i ponti che ci porteranno a non fare muri. La paura ha tutta la mia comprensione; ma dopo quello che ho visto – e cambio il tema, ma voglio dirlo oggi – e che voi stessi avete visto, in quel campo per rifugiati… era da piangere! I bambini… Ho portato con me, per farvi vedere: i bambini mi hanno regalato tanti disegni [il Papa mostra diversi disegni uno dopo l’altro e li commenta] Uno: cosa vogliono i bambini? Pace, perché soffrono. Lì hanno corsi di educazione, nel campo… Ma cosa hanno visto, quei bambini! Guardate questo: hanno visto anche un bambino annegare. Questo i bambini l’hanno nel cuore! Davvero, oggi era da piangere. Era da piangere. Lo stesso tema lo ha fatto questo bambino dell’Afghanistan: si vede che il barcone che viene dall’Afghanistan torna alla Grecia. Questi bambini hanno nella memoria questo! E ci vorrà tempo per elaborarlo. Guardate questo: il sole che vede e piange. Ma se il sole è capace di piangere, anche noi: una lacrima ci farà bene.

(Fanny Carrier, Agence France Presse) Buongiorno. Perché lei non fa la differenza tra quelli che fuggono dalla guerra e quelli che fuggono dalla fame? L’Europa può accogliere tutta la miseria del mondo?

(Papa Francesco)

E’ vero. Ho detto oggi nel discorso: “alcuni che fuggono dalle guerre, altri che fuggono dalla fame”. Tutti e due sono effetto dello sfruttamento, anche della terra. Mi diceva un capo di governo dell’Africa, un mese fa, più o meno, che la prima decisione del suo governo era riforestare, perché la terra era diventata morta per lo sfruttamento della deforestazione. Si devono fare opere buone con tutti e due. Ma qualcuno fugge per fame ed altri dalla guerra. Io inviterei i trafficanti di armi - perché le armi, fino ad un certo punto, ci sono accordi, si fabbricano, ma i trafficanti, quelli che trafficano per fare le guerre in diversi posti, per esempio in Siria: chi dà le armi ai diversi gruppi – io inviterei questi trafficanti a passare una giornata in quel campo. Credo che per loro sarà salutare!

(Néstor Pongutá, W Radio Colombia – Domanda in spagnolo, se ne dà la traduzione)

Santità, buonasera. Questa mattina lei ha detto qualcosa di molto speciale, che ci ha richiamato molto l’attenzione: che questo era un viaggio triste, e lo ha dimostrato attraverso le sue parole che era molto commosso… Però qualcosa deve essere cambiato anche nel suo cuore sapendo che ci sono queste dodici persone e che con questo piccolo gesto ha dato una lezione a coloro che a volte girano la testa davanti a tanto dolore, a questa terza guerra mondiali a pezzi che lei ha denunciato.

(Papa Francesco)

Farò un plagio! Rispondo con una frase che non è mia. La stessa cosa domandarono a Madre Teresa: “Ma lei, tanto sforzo, tanto lavoro, solo per aiutare la gente a morire... Quello che lei fa non serve! E’ tanto grande il mare!”. E lei rispose: “E’ una goccia d’acqua nel mare! Ma dopo questa goccia il mare non sarà lo stesso!”. Rispondo così. E’ un piccolo gesto. Ma quei piccoli gesti che dobbiamo fare tutti, gli uomini e le donne, per tendere la mano a chi ha bisogno.

(Joshua Mc Elwee, National Catholic Reporter)

Grazie Santo Padre. Siamo venuti in un Paese di migrazione, ma anche di politica economica di austerità. Vorrei chiedere se lei ha un pensiero sull’economia di austerità? Anche per un’altra isola, Porto Rico. Se ha un pensiero su questa politica di austerità.

(Papa Francesco)

La parola austerità ha un significato diverso a seconda del punto di vista dal quale la prendi: economicamente significa un capitolo di un programma; politicamente significa un’altra cosa; spiritualmente e cristianamente un’altra ancora. Quando io parlo di austerità, parlo di austerità in confronto con lo spreco. Ho sentito dire alla FAO – credo che fosse in una riunione della FAO – che con lo spreco dei pasti si potrebbe saziare tutta la fame nel mondo. E noi, a casa nostra, quanti sprechi, quanti sprechi facciamo senza volerlo! E’ questa cultura dello scarto, dello spreco. Io parlo di austerità in quel senso, nel senso cristiano. Fermiamoci qui e viviamo un po’ austeramente.

(Francisco Romero, Rome Reports)

Santità, le vorrei semplicemente dire che lei ha detto che questa crisi dei rifugiati è la crisi peggiore dopo la Seconda Guerra Mondiale. Io le vorrei chiedere: cosa ne pensa della crisi degli immigrati che arrivano in America, negli Stati Uniti, dal Messico, dall’America Latina?

(Papa Francesco)

E’ lo stesso! E’ lo stesso, perché lì arrivano fuggendo dalla fame, piuttosto. E’ lo stesso problema. A Ciudad Juárez ho celebrato la Messa a 100 metri, forse meno, dal reticolato. Dall’altra parte c’erano una cinquantina di vescovi degli Stati Uniti e uno stadio con 50 mila persone che seguivano la Messa sul maxischermo; di qua, in Messico c’era quel campo pieno di gente… Ma è lo stesso! Arrivano in Messico dal Centro America. Lei si ricorda, due mesi fa, un conflitto con il Nicaragua perché non voleva che i rifugiati transitassero: è stato risolto. Li portavano in aereo nell’altro Paese, senza passare per Nicaragua. E’ un problema mondiale! Io ne ho parlato lì, ai Vescovi messicani; ho chiesto di aver cura dei rifugiati.

(Francis Rocca, Wall Street Journal)

Grazie Santo Padre! Vedo che le domande sull’immigrazione che avevo pensato sono state già fatte, e lei ha risposto molto bene. Quindi se mi permette vorrei fare una domanda su un altro evento degli ultimi giorni, che è stata la sua Esortazione Apostolica. Come lei ben sa, c’è stata molta discussione su uno dei molti punti – lo so che vi ci siamo concentrati molti – dopo la pubblicazione: alcuni sostengono che niente sia cambiato rispetto alla disciplina che governa l’accesso ai Sacramenti per i divorziati e i risposati, e che la legge e la prassi pastorale e ovviamente la dottrina rimangono così; altri sostengono invece che molto sia cambiato e che si sono tante nuove aperture e possibilità. La domanda è per una persona, un cattolico che vuole sapere: ci sono nuove possibilità concrete, che non esistevano prima della pubblicazione dell’Esortazione o no?

(Papa Francesco)

Io potrei dire “si”, e punto. Ma sarebbe una risposta troppo piccola. Raccomando a tutti voi di leggere la presentazione che ha fatto il cardinale Schönborn, che è un grande teologo. Lui è membro della Congregazione per la Dottrina della Fede e conosce bene la dottrina della Chiesa. In quella presentazione la sua domanda avrà la risposta. Grazie!

(Guénois, Le Figaro)

Avevo la stessa domanda, ma è una domanda complementare, perché non si è capito perché lei ha scritto questa famosa nota nella Amoris laetitia sui problemi dei divorziati e risposati – la nota 351. Perché una cosa così importante in una piccola nota? Lei ha previsto delle opposizioni o ha voluto dire che questo punto non è così importante?

(Papa Francesco)

Senta, uno degli ultimi Papi, parlando sul Concilio, ha detto che c’erano due Concili: quello Vaticano II, che si faceva nella Basilica San Pietro, e l’altro il “Concilio dei media”. Quando io convocai il primo Sinodo, la grande preoccupazione della maggioranza dei media era: Potranno fare la comunione i divorziati risposati?. E siccome io non sono santo, questo mi ha dato un po’ di fastidio, e anche un po’ di tristezza. Perché io penso: Ma quel mezzo che dice questo, questo, questo, non si accorge che quello non è il problema importante? Non si accorge che la famiglia, in tutto il mondo, è in crisi? E la famiglia è la base della società! Non si accorge che i giovani non vogliono sposarsi? Non si accorge che il calo di natalità in Europa fa piangere? Non si accorge che la mancanza di lavoro e che le possibilità di lavoro fanno sì che il papà e la mamma prendano due lavori e i bambini crescano da soli e non imparino a crescere in dialogo con il papà e la mamma? Questi sono i grandi problemi! Io non ricordo quella nota, ma sicuramente se una cosa del genere è in nota è perché è stata detta nell’Evangelii gaudium. Sicuro! Dev’essere una citazione dell’Evangelii gaudium. Non ricordo il numero, ma è sicuro.

(Padre Lombardi)

Grazie Santità, ci ha fatto una conversazione ampia su temi di questo viaggio e si è adesso anche allargato sull’Esortazione. Le auguriamo buon viaggio e una buona continuazione del suo lavoro.

(Papa Francesco)

Grazie della vostra compagnia. Davvero io mi sento tranquillo con voi. Grazie tante! Grazie della compagnia.






[Modificato da Caterina63 18/04/2016 09.28]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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17/05/2016 16.43
 
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  Immigrazione, guerre, obiezione: Papa a 360°
di Lorenzo Bertocchi
17-05-2016


Il Papa e La Croix

Mentre in Italia il Papa interveniva all’assemblea generale della CEI, al di là delle Alpi il quotidiano cattolico francese La Croix ha pubblicato ieri pomeriggio una lunga intervista esclusiva che lo stesso Francesco ha concesso al direttore Guillaume Goubert e al vaticanista Sébastien Maillard. Di seguito i passaggi più rilevanti.



LE RADICI DELL’EUROPA

«Dobbiamo parlare di radici al plurale perché ve ne sono tante. In questo senso quando sento parlare di radici cristiane dell’Europa, a volte temo il tono, che può essere trionfalista o vendicativo. Questo allora diventa colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con tono tranquillo. L’Europa sì, ha delle radici cristiane. (…) Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio».

ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

Alla domanda se l’Europa può accogliere così tanti migranti, il Papa ha risposto che questa «è una domanda giusta e responsabile, perché non si possono aprire le porte in modo irrazionale. Ma la questione di fondo da porsi è perché ci sono tanti migranti oggi. Il problema iniziale sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del continente africano che provoca la fame. Se ci sono delle guerre è perché ci sono dei fabbricanti di armi - che possono essere giustificati per propositi difensivi - e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è così tanta disoccupazione, è per mancanza di investimenti capaci di portare il lavoro di cui l’Africa ha così tanto bisogno».

INTEGRARE E NON GHETTIZZARE

«L’accoglienza peggiore [per i migranti] è ghettizzarli, invece, di integrarli. A Bruxelles i terroristi erano belgi, figli di migranti, ma venivano da un ghetto. A Londra il nuovo sindaco (Sadiq Khan, musulmano, figlio di pachistani NdA) ha prestato giuramento in una cattedrale e sarà senza dubbio ricevuto dalla regina. Questo dimostra per l’Europa l’importanza di ritrovare la sua capacità di integrare. Penso a Gregorio Magno che ha negoziato con quelli che venivano chiamati barbari, che si sono di seguito integrati».

INTEGRAZIONE E DENATALITA’

«Questa integrazione è ancora più necessaria oggi che l’Europa sta vivendo un grave problema di denatalità, a causa di una ricerca egoistica del benessere. Un vuoto demografico si sviluppa. In Francia, invece, grazie a politiche per la famiglia, questa tendenza è mitigata».

L’ISLAM

«Non credo che vi sia oggi una paura dell’islam in quanto tale, ma dell’Isis e della sua guerra di conquista che è in parte tratta dall’islam. È vero che l’idea della conquista appartiene allo spirito dell’islam. Ma si potrebbe interpretare secondo la stessa idea di conquista la fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù invia i suoi discepoli a tutte le nazioni. Di fronte al terrorismo islamico, sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq, dove un governo forte esisteva in precedenza. Oppure, in Libia, dove esiste una struttura tribale. Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture. (…)
Nel merito, la convivenza tra cristiani e musulmani è possibile. Io vengo da un paese in cui vivono insieme in buona familiarità. I musulmani venerano la Vergine Maria e San Giorgio. In un paese africano, mi è stato segnalato che per il Giubileo della misericordia, i musulmani fanno una lunga coda nella Cattedrale per passare la porta santa e pregare la Vergine Maria. Nella Repubblica Centrafricana, prima della guerra, cristiani e musulmani vivevano insieme e devono impararlo di nuovo oggi. Anche il Libano mostra che è possibile».

IL MERCATO COMPLETAMENTE LIBERO NON FUNZIONA

Secondo il Papa occorre porsi il problema di «un sistema economico mondiale caduto nell’idolatria del denaro. Più dell’80% della ricchezza dell’umanità è nelle mani del 16% della popolazione. Un mercato completamente libero non funziona. I mercati in sé sono un bene ma richiedono una parte terza o uno stato che li monitori e li bilanci. In altre parole ciò che serve è un’economia sociale di mercato».

LO STATO LAICO E LA LIBERTA’ RELIGIOSA.

«Uno Stato deve essere laico. Gli stati confessionali finiscono male. Sono contro la storia. Io credo che una versione della laicità, accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà di religione, offra un quadro di riferimento per andare avanti. Siamo tutti figli e figlie di Dio, con la nostra personale dignità. Ognuno deve avere la libertà di esprimere la propria fede. Se una donna musulmana vuole indossare il velo, deve poterlo fare. Allo stesso modo, se un cattolico vuole indossare una croce. Le persone devono essere libere di professare la loro fede nel cuore delle loro proprie culture e non ai loro margini. La modesta critica che io vorrei rivolgere alla Francia riguarda il fatto che esagera con la laicità. Questo porta a considerare le religioni come sotto-culture, piuttosto che culture a pieno titolo con i loro diritti. Temo che questo approccio, un comprensibile patrimonio dei Lumi, continui ad esistere. La Francia ha bisogno di fare un passo avanti su questo tema al fine di accettare il fatto che l’apertura alla trascendenza è un diritto per tutti». 

I CATTOLICI, LE LEGGI E L’OBIEZIONE DI COSCIENZA

«Spetta la parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato». 

IL CLERICALISMO

 «E’ lo Spirito Santo il protagonista di ciò che fa la Chiesa, il suo motore. Troppi cristiani lo ignorano. Un pericolo per la Chiesa è il clericalismo. È un peccato che si commette in due, come il tango! I preti vogliono clericalizzare i laici, e i laici domandano di essere clericalizzati con facilità. A Buoenos Aires ho conosciuto numerosi buoni preti che, visto un laico capace, hanno subito esclamato: “Facciamone un diacono!”  e "No, bisogna lasciarlo laico"».

LA FRATERNITA’ S.PIO X

«A Buenos Aires ho sempre parlato con loro. Mi hanno salutato, mi hanno chiesto una benedizione in ginocchio. Si fanno chiamare cattolici. Amano la Chiesa. Fellay è un uomo con cui si può parlare. Questo non è il caso di alcuni altri un po’ strani, come il vescovo Williamson, e altri che si sono radicalizzati. Penso che, come avevo detto in Argentina, questi sono cattolici in cammino verso la piena comunione. Nel corso di questo anno di misericordia, ho sentito che dovevo permettere ai loro confessori di perdonare il peccato di aborto. Mi hanno ringraziato per questo gesto. (…)». A proposito di una riconciliazione e della concessione di una prelatura personale alla Fraternità il Papa ha detto che «sarebbe una soluzione possibile, ma prima ci deve essere un accordo fondamentale con loro. Il Concilio Vaticano II ha il suo valore. Avanziamo lentamente, pazientemente».

IL SINODO SULLA FAMIGLIA E LA SINODALITA’ 

«Nell'esortazione post-sinodale (Amoris laetitia, ndr), ho cercato di rispettare al massimo il Sinodo. Non troverete i dettagli canonici su ciò che si può o non si deve fare. Si tratta di una riflessione serena, tranquilla, sulla bellezza dell'amore, come educare i bambini, come prepararsi per il matrimonio ... 
Al di là di questo processo, noi dobbiamo pensare alla vera sinodalità, almeno a quello che significa la vera sinodalità cattolica. I Vescovi sono cum Pietro, sub Pietro. Questo è diverso dalla sinodalità ortodossa e da quella delle Chiese greco-cattoliche, in cui il patriarca conta solo per un voto. Il Concilio Vaticano II dà un ideale di sinodalità e di comunione episcopale. Eppure dobbiamo farlo crescere, compreso il livello parrocchiale. Ci sono parrocchie che non sono dotate né di un consiglio pastorale o di un Consiglio degli affari economici, mentre il Codice di Diritto Canonico li obbliga. La sinodalità è giocata anche lì».

 



Quaderno N°3989 del 10/09/2016 - (Civ. Catt. III 345-448 )
Articolo

OGGI LA CHIESA HA BISOGNO DI CRESCERE NEL DISCERNIMENTO. UN INCONTRO PRIVATO CON ALCUNI GESUITI POLACCHI 

Papa Francesco 

Durante il suo viaggio apostolico in Polonia in occasione della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), il 30 luglio 2016 — primi vespri di sant’Ignazio di Loyola — alle ore 17,00 Papa Francesco ha incontrato un gruppo di 28 gesuiti polacchi appartenenti alle due Province della Compagnia di Gesù del Paese e due collaboratori laici, accompagnati dai due padri provinciali, p. Tomasz Ortmann e p. Jakub Kolacz. Erano presenti anche altri tre gesuiti: p. Andrzej Majewski, direttore dei programmi della Radio Vaticana; p. Federico Lombardi, al tempo direttore della Sala Stampa della Santa Sede; e p. Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica».
L’incontro è avvenuto presso l’Arcivescovado di Cracovia in un clima di grande semplicità, spontaneità, cordialità, e tuttavia non è stato privo di contenuti significativi per la vita dell’Ordine, ma anche per la vita della Chiesa più in generale. Francesco ha salutato tutti i presenti, uno per uno, e si è soffermato in particolare con chi aveva conosciuto in passato. Quindi si è seduto e ha cominciato il dialogo, ascoltando le domande poste e rispondendo in italiano. P. Kolacz ha tradotto le sue parole in polacco, anche se la maggioranza dei presenti comprendeva bene l’italiano. Quindi il Pontefice ha ricevuto alcuni regali. Prima di concludere l’incontro, durato complessivamente circa 40 minuti, il Papa ha voluto aggiungere una raccomandazione facilmente comprensibile in collegamento con il suo Magistero recente. Con l’approvazione del Santo Padre, riportiamo qui il dialogo, nella sua immediatezza, così come è avvenuto, mantenendo anche i ricordi personali.
Esso è da intendersi come testimonianza che — come si leggerà — raccoglie anche alcune impressioni dell’esperienza del Pontefice con i giovani della GMG e fornisce alcune linee pastorali significative.

 

Antonio Spadaro S.I.

Il suo messaggio arriva al cuore dei giovani. Come fa a parlare loro così efficacemente? Potrebbe darci qualche consiglio per lavorare con i giovani?

Quando parlo, devo guardare la gente negli occhi. Non è possibile guardare gli occhi di tutti, ma io guardo gli occhi di questo, di questo, di questo… e tutti si sentono guardati. È qualcosa che mi viene spontaneo. Così faccio con i giovani. Ma poi i giovani, quando parli con loro, fanno domande… Oggi a pranzo, mi hanno fatto alcune domande… Mi hanno persino chiesto come mi confesso! Loro non hanno pudore. Fanno domande dirette. E a un giovane bisogna sempre rispondere con la verità. Oggi a pranzo a un certo punto siamo arrivati a parlare della confessione. Una giovane mi ha chiesto: «Lei come si confessa?». E ha cominciato a parlarmi di sé. Mi ha detto: «Nel mio Paese ci sono stati scandali legati ai preti, e noi non abbiamo il coraggio di confessarci con il tal prete che ha vissuto questi scandali. Non ce la faccio». Vedete: ti dicono la verità, a volte ti rimproverano… I giovani parlano direttamente. Vogliono la verità, o almeno un chiaro «non so come risponderti». Non bisogna mai trovare sotterfugi con i giovani. Così con la preghiera. Mi hanno chiesto: «Come prega lei?». Se tu rispondi una teoria, rimangono delusi. I giovani sono generosi. Ma il lavoro con loro ha bisogno anche di pazienza, tanta pazienza. Uno mi ha domandato oggi: «Che cosa devo dire a un amico o una amica che non crede in Dio perché possa diventare credente?». Ecco: si vede che a volte i giovani hanno bisogno di «ricette». Allora si deve essere pronti a correggere questo atteggiamento di richiesta di ricette e di risposte pronte. Io ho risposto: «Guarda che l’ultima cosa che devi fare è dire qualcosa. Comincia a fare qualcosa. Poi sarà lui o lei che ti chiederà spiegazioni su come vivi e perché». Ecco: bisogna essere diretti, diretti con la verità.

 

Qual è il ruolo dell’Università dei gesuiti?

Una Università retta dai gesuiti deve puntare a una formazione globale e non solamente intellettuale, una formazione di tutto l’uomo. Infatti se l’Università diviene semplicemente una accademia di nozioni o una «fabbrica» di professionisti, o nella sua struttura prevale una mentalità centrata sugli affari, allora è davvero fuori strada. Noi abbiamo in mano gli Esercizi. Ecco la sfida: portare l’Università sulla strada degli Esercizi. Questo significa rischiare sulla verità e non sulle «verità chiuse» che nessuno discute. La verità dell’incontro con le persone è aperta e richiede di lasciarsi interpellare davvero dalla realtà. E l’Università dei gesuiti deve essere coinvolta anche nella vita reale della Chiesa e della Nazione: anche questa è realtà, infatti. Una particolare attenzione deve essere sempre data agli emarginati, alla difesa di coloro che hanno più bisogno di essere protetti. E questo — sia chiaro — non è essere comunisti: è semplicemente essere davvero coinvolti con la realtà. In questo caso, in particolare una Università dei gesuiti deve essere pienamente coinvolta con la realtà esprimendo il pensiero sociale della Chiesa. Il pensiero liberista, che sposta l’uomo dal centro e ha messo al centro il denaro, non è il nostro. La dottrina della Chiesa è chiara e bisogna andare avanti in questo senso.

 

Come mai si è fatto gesuita?

Quando sono entrato in seminario, avevo già una vocazione religiosa. Ma a quel tempo il mio confessore era anti-gesuita. Mi piacevano pure i domenicani e la loro vita intellettuale. Poi mi sono ammalato, ho dovuto subire un intervento chirurgico al polmone. In seguito mi ha aiutato spiritualmente un altro sacerdote. Ricordo che quando poi ho detto al primo sacerdote che entravo dai gesuiti, lui davvero non l’ha presa bene. Ma qui si è mossa l’ironia del Signore. Infatti a quel tempo si ricevevano gli Ordini minori. La tonsura si faceva al primo anno di teologia. Il rettore mi disse di andare a Buenos Aires dal vescovo ausiliare, mons. Oscar Villena, per cercarlo perché venisse a fare la cerimonia della tonsura. Io andai lì alla Casa del clero, ma mi dissero che mons. Villena si era ammalato. C’era al posto suo un altro monsignore, che era proprio quel primo sacerdote che poi era diventato vescovo! E proprio da lui ricevetti la tonsura! E abbiamo fatto la pace dopo tanti anni… Comunque sì, la mia scelta per la Compagnia, posso dire, è maturata da sola…

In questo gruppo ci sono alcuni preti appena ordinati. Ha consigli per il loro futuro?

Tu sai: il futuro è di Dio. Il massimo che noi possiamo fare sono i futuribili. E i futuribili sono tutti del cattivo spirito! Un consiglio: il sacerdozio è una grazia davvero grande; il tuo sacerdozio come gesuita sia bagnato della spiritualità che tu hai vissuto fino ad ora: la spiritualità del Suscipe di sant’Ignazio (1).

 

[In questo momento l’incontro sembra terminare con la consegna al Pontefice di doni da parte di alcuni gesuiti che hanno seguito i giovani legati alla spiritualità ignaziana, che sono venuti da tutto il mondo alla GMG. Francesco però desidera aggiungere una raccomandazione, e tutti si siedono nuovamente]

 

Voglio aggiungere adesso una cosa. Vi chiedo di lavorare con i seminaristi. Soprattutto date loro quello che noi abbiamo ricevuto dagli Esercizi: la saggezza del discernimento. La Chiesa oggi ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale. Alcuni piani di formazione sacerdotale corrono il pericolo di educare alla luce di idee troppo chiare e distinte, e quindi di agire con limiti e criteri definiti rigidamente a priori, e che prescindono dalle situazioni concrete: «Si deve fare questo, non si deve fare questo…». E quindi i seminaristi, diventati sacerdoti, si trovano in difficoltà nell’accompagnare la vita di tanti giovani e adulti. Perché molti chiedono: «Questo si può o non si può?». Tutto qui. E molta gente esce dal confessionale delusa. Non perché il sacerdote sia cattivo, ma perché il sacerdote non ha la capacità di discernere le situazioni, di accompagnare nel discernimento autentico. Non ha avuto la formazione necessaria. Oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nel discernimento, nella capacità di discernere. E soprattutto i sacerdoti ne hanno davvero bisogno per il loro ministero. Per questo occorre insegnare ai seminaristi e ai sacerdoti in formazione: loro abitualmente riceveranno le confidenze della coscienza dei fedeli. La direzione spirituale non è un carisma solamente sacerdotale, ma anche laicale, è vero. Ma, ripeto, bisogna insegnare questo soprattutto ai sacerdoti, aiutarli alla luce degli Esercizi nella dinamica del discernimento pastorale, che rispetta il diritto, ma sa andare oltre. Questo è un compito importante per la Compagnia. Mi ha colpito tanto un pensiero del padre Hugo Rahner (2).
Lui pensava chiaro e scriveva chiaro! Hugo diceva che il gesuita dovrebbe essere un uomo dal fiuto del soprannaturale, cioè dovrebbe essere dotato di un senso del divino e del diabolico relativo agli avvenimenti della vita umana e della storia. Il gesuita deve essere dunque capace di discernere sia nel campo di Dio sia nel campo del diavolo. Per questo negli Esercizi sant’Ignazio chiede di essere introdotto sia alle intenzioni del Signore della vita sia a quelle del nemico della natura umana e ai suoi inganni. È audace, è audace veramente quello che ha scritto, ma è proprio questo il discernimento! Bisogna formare i futuri sacerdoti non a idee generali e astratte, che sono chiare e distinte, ma a questo fine discernimento degli spiriti, perché possano davvero aiutare le persone nella loro vita concreta. Bisogna davvero capire questo: nella vita non è tutto nero su bianco o bianco su nero. No! Nella vita prevalgono le sfumature di grigio. Occorre allora insegnare a discernere in questo grigio.

 

[L’incontro termina qui, soprattutto per la necessità di proseguire nel programma della giornata fatta presente al Santo Padre dai suoi collaboratori. Prima di andar via, però, Francesco ha voluto nuovamente salutare uno per uno i gesuiti presenti, concludendo con una benedizione finale]

 

1. Il Suscipe è una preghiera che sant’Ignazio inserisce nei suoi Esercizi Spirituali all’interno della cosiddettaContemplatio ad amorem (n. 234): «Prendi, o Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto, la mia volontà, tutto quello che ho e possiedo. Tu me lo hai dato; a te, Signore, lo ridono. Tutto è tuo: tutto disponi secondo la tua piena volontà. Dammi il tuo amore e la tua grazia, e questo solo mi basta». Ricordiamo che anche Benedetto XVI aveva raccomandato il Suscipe ignaziano, rispondendo ai seminaristi durante una visita al Seminario Romano Maggiore, il 17 febbraio 2007.

2. Qui il Pontefice si riferisce a un testo di Hugo Rahner nato in seguito a una sessione di studi sulla spiritualità ignaziana. L’edizione italiana più recente è la seguente:Come sono nati gli Esercizi. Il cammino spirituale di sant’Ignazio di Loyola, Roma, AdP, 2004. Francesco qui si sta riferendo alle riflessioni che Hugo Rahner scrive nel capitolo ottavo del volume. Notiamo che il capitolo terzo dello stesso studio fu citato dal beato Paolo VI il 3 dicembre 1974, parlando alla XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù.

 

© Civiltà Cattolica pag.345-349



[Modificato da Caterina63 26/08/2016 11.20]
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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Ho faccia tosta, ma sono anche timido. A Buenos Aires avevo un po' timore dei giornalisti. Pensavo che avrebbero potuto mettermi in difficoltà e per questo non davo interviste. Ma un giorno mi sono lasciato convincere da Francesca Ambrogetti, pensando al bene che ne sarebbe potuto venire. Mi ha convinto e io mi sono fidato di lei. E quindi una volta al mese, alle nove del mattino, vedevo lei e Sergio Rubín, e alla fine uscì il libro-intervista "El Jesuita". Ho sempre avuto timore delle cattive interpretazioni di ciò che dico. Di quella prima intervista da arcivescovo di Buenos Aires non mi piacque la copertina, ma rimasi molto contento di tutto il resto. La storia delle mie interviste da arcivescovo è cominciata così. In seguito ne ho date altre a Marcelo Figueroa e


Abraham Skorka. Sempre sulla fiducia nelle persone con le quali dialogavo.


Ero già Papa quando p. Antonio Spadaro venne a chiedermi un'intervista. La mia reazione istintiva fu di incertezza, come in passato, e gli dissi di no. Poi sentii che potevo avere fiducia, che dovevo fidarmi. E accettai. Con lui ho fatto due lunghe interviste che sono raccolte in questo volume. Spadaro è il direttore della Civiltà Cattolica, rivista da sempre strettamente legata ai papi. Lui è stato presente nelle interviste e nelle conversazioni di questo libro e si è fatto carico delle mie parole.


Dopo quella prima intervista nell'agosto del 2013 sono venute le altre, anche quelle che do in aereo nel ritorno dai viaggi apostolici. Anche là, in quei viaggi, mi piace guardare le persone negli occhi e rispondere alle domande con sincerità. So che devo essere prudente, e spero di esserlo. Prego sempre lo Spirito Santo prima di cominciare ad ascoltare le domande e di rispondere. E così come non devo perdere la prudenza, non devo perdere nemmeno la fiducia. So che questo può rendermi vulnerabile, ma è un rischio che voglio correre.


Le interviste per me hanno sempre un valore pastorale. Tutto quello che faccio ha valore pastorale, in un modo o in un altro. Se non avessi questa fiducia, non concederei interviste: per me è ben chiaro. È una maniera di comunicazione del mio ministero. E unisco queste conversazioni nelle interviste con la forma quotidiana delle omelie a Santa Marta, che è — diciamo così — la mia "parrocchia". Ho bisogno di questa comunicazione con la gente. Là, quattro giorni a settimana, vengono a trovarmi venticinque persone di una parrocchia romana, insieme ad altre. Ho una vera e propria necessità di questa comunicazione diretta con la gente. Concedere un'intervista non è come salire in cattedra: significa incontrarsi con giornalisti che spesso ti fanno le domande della gente. Una cosa in cui mi ritrovo bene è anche parlare con piccole riviste e giornali popolari. Mi sento ancora più a mio agio. Infatti in quei casi ascolto davvero le domande e le preoccupazioni della gente comune. Cerco di rispondere in modo spontaneo, in una conversazione che voglio sia comprensibile, e non con formule rigide. Uso anche un linguaggio semplice, popolare. Per me le interviste sono un dialogo, non una lezione.


Per questo non mi preparo. A volte ricevo le domande in anticipo, ma quasi mai le leggo o ci penso sopra. Semplicemente non mi viene in mente niente. Altre volte, in aereo, immagino le domande che potrebbero farmi. Ma per rispondere ho bisogno di incontrare le persone e di guardarle negli occhi.


Sì, ho ancora paura di essere male interpretato. Ma, ripeto, voglio correre questo rischio pastorale. Questo mi succede anche in altri casi. A volte nei miei intervistatori ho notato — anche in chi si dice molto lontano dalla fede — grande intelligenza ed erudizione. E pure, in alcuni casi, la capacità di lasciarsi toccare dal "tocco" di Pascal. Questo mi commuove e lo apprezzo molto.[…] Desidero una Chiesa che sappia inserirsi nelle conversazioni degli uomini, che sappia dialogare. È la Chiesa di Emmaus, in cui il Signore "intervista" i discepoli che camminano scoraggiati. Per me l'intervista è parte di questa conversazione della Chiesa con gli uomini d'oggi.


Proprietà letteraria riservata © 2017 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano © 2017 Rizzoli Libri S. p. A. / Rizzoli, Milano


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IL LIBRO, L'INCONTRO


Questo testo del Papa è tratto da Adesso fate le vostre domande ( Rizzoli pagg. 240, euro 19,50) scritto da Francesco con Antonio Spadaro. In libreria da dopodomani.


Verrà presentato il 21 ottobre alle 18 a Roma presso La Civiltà Cattolica ( via di Porta Pinciana 1) Con Antonio Spadaro ci saranno Piero Badaloni e Ferruccio de Bortoli





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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