DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Testi importanti di San Pio X

Ultimo Aggiornamento: 23/08/2016 17.10
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san Pio X
1903-1914

 


E supremi apostolatus - Lettera Enciclica - 4 ottobre 1903
Tra le sollecitudini - Motu Proprio - 22 novembre 1903
Fin dalla prima ("Sillabo sociale") - Motu Proprio - 18 dicembre 1903
Ad diem illum laetissimum - Lettera Enciclica - 2 febbraio 1904
Iucunda sane - Lettera Enciclica - 12 marzo 1904
Acerbo nimis - Lettera Enciclica - 15 aprile 1905
Il fermo proposito - Lettera Enciclica - 11 giugno 1905
Vehementer - Lettera Enciclica - 11 febbraio 1906
Pieni l'animo - Lettera Enciclica - 28 luglio 1906
Gravissimo officii - Lettera Enciclica - 10 agosto 1906
Lamentabili - Decreto - 3 luglio 1907
Pascendi Dominici gregis - Lettera Enciclica - 8 settembre 1907
Praestantia Scripturae Sacrae - Motu Proprio - 18 novembre 1907
Haerent animo - Esortazione Apostolica - 4 agosto 1908
Communium rerum - Lettera Enciclica - 21 aprile 1909
Editae saepe Dei - Lettera Enciclica - 26 maggio 1910
Notre charge apostolique - Lettera Enciclica - 25 agosto 1910
Sacrorum Antistitum - Motu proprio - 1 settembre 1910
Iamdudum in Lusitania - Lettera Enciclica - 24 maggio 1911
Lacrimabili statu - Lettera Enciclica - 7 giugno 1912
Singulari quadam - Lettera Enciclica - 24 settembre 1912


  Magistero pontificio - Copertina  







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san Pio X
E supremi apostolatus

Lettera Enciclica

Programma del Pontificato di Pio X

Nel rivolgerCi la prima volta a voi dalla Cattedra del Supremo Apostolato, alla quale, per inscrutabile disposizione di Dio, fummo elevati, non fa d’uopo che ricordiamo con quali lacrime e calde istanze Ci adoperammo di allontanar da Noi questo formidabile peso del Pontificato. Benché affatto disuguali di merito, pur Ci sembra di far Nostre con verità le parole di Sant’Anselmo con cui si lamentava, quando contro voglia e riluttante fu costretto a ricevere l’onore dell’episcopato. Imperciocché a mostrar di quale animo e con quale volontà Ci siamo sottoposti al gravissimo incarico di pascere il gregge di Cristo, possiamo bene arrecare quelle stesse prove di dolore ch’egli per sé invocava. "Sono testimoni — così egli scriveva — le mie lacrime e le mie voci e i ruggiti provenienti dall’ambascia del mio cuore, quali mai non rammento essere da me usciti, per verun dolore, prima di quel giorno in cui parve di cadermi sopra quella grave sventura dell’arcivescovado di Canterbury. Né ci poterono ignorare coloro che, in quel giorno, fissarono lo sguardo nel mio volto... Io, più somigliante pel colore ad un morto che ad un vivente, ero pallido per lo stupore e per l’affanno. E all’elezione di me fatta, o meglio alla fattami violenza, finora, parlando con severità, ho riluttato quanto ho potuto. Ma già, voglia o no, sono costretto di confessare che i giudizi di Dio resistono ogni dì più ai miei sforzi, talché non vedo di poter scampare. Per lo che, vinto dalla violenza non tanto degli uomini, quanto di Dio contro la quale non v’ha accortezza, capisco non rimanermi altro partito, che, dopo aver pregato quanto ho potuto ed essermi adoperato affinché questo calice, ove fosse possibile, passasse da me senza che lo bevessi, posponendo il mio sentimento e la mia volontà, mi rimetta interamente al consiglio ed alla volontà di Dio".

Né per verità a questa Nostra riluttanza mancavano ragioni in gran numero e di sommo peso. Imperciocché, oltre allo stimarCi del tutto indegni dell’onore del Pontificato per la Nostra pochezza; chi non sarebbe stato commosso nel vedersi designato a succedere a Colui, che avendo, pressoché per ventisei anni, retta la Chiesa con somma sapienza, di tanta sublimità di mente, di tanto lustro di ogni virtù si mostrò adorno, da trarre in ammirazione di sé pur gli avversari e lasciar memoria di se stesso in imprese preclarissime? — Per tacere poi di ogni altro motivo, Ci atterrivano, sopra ogni altra cosa, le funestissime condizioni, in che ora versa l’umano consorzio. Giacché chi non iscorge che la società umana, più che nelle passate età, trovasi ora in preda ad un malessere gravissimo e profondo, che, crescendo ogni dì più e corrodendola insino all’intimo, la trae alla rovina? Voi comprendete, o Venerabili Fratelli, quale sia questo morbo: l’apostasia di Dio, di cui invero è più congiunto collo sfacelo, stante la parola del profeta: "Ecco che coloro i quali da te si dilungano, periranno" (Psal. LXXII, 26)Vedevamo pertanto che, in forza del Pontifical Ministero che Ci si voleva affidato, era per Noi doveroso accorrere a rimedio di tanto male, stimando come vòlto a Noi quel comando divino: "Io ti ho oggi costituito sulle genti e sui regni affinché svella e distrugga, ed edifichi e pianti" (Ier. I, 10)Ma, consapevoli della Nostra fiacchezza, rifuggivamo spaventati da un còmpito quanto urgente altrettanto difficilissimo.

Pure, poiché al voler divino piacque di sollevar la Nostra bassezza a tanta sublimità di potere, pigliamo coraggio in Colui che Ci conforta; e ponendoCi all’opera, appoggiati nella virtù di Dio, proclamiamo di non avere, nel Supremo Pontificato, altro programma, se non questo appunto di "ristorare ogni cosa in Cristo" (Eph. I, 10) cotalché sia "tutto e in tutti Cristo" (Coloss. III, 11).

Non mancheranno di sicuro coloro i quali, misurando alla stregua umana le cose divine, cercheranno di scrutare quali siano le secrete mire del Nostro animo, torcendole a scopo terreno ed a studi di parte. A recidere ogni vana lusinga, diciamo a costoro che Noi altro non vogliamo essere, né col divino aiuto altro saremo dinanzi alla società umana, se non il Ministro di Dio, della cui autorità siamo depositarî. Gli interessi di Dio saranno gli stessi Nostri; pei quali siamo risoluti di tutte spendere le Nostre forze e la vita stessa. Per lo che, se alcuno da Noi richiede una parola d’ordine, che sia espressione della Nostra volontà, questa sempre daremo e non altra: "Restaurare ogni cosa in Cristo".

Nella quale magnifica impresa C’infonde somma alacrità, o Venerabili Fratelli, la certezza che vi avremo tutti cooperatori generosi.

Del che se dubitassimo, dovremmo, ingiustamente, ritenervi o inconsci o noncuranti di quella guerra sacrilega che ora, può darsi in ogni luogo, si muove e si mantiene contro Dio. Giacché veramente contro il proprio Creatore "fremettero le genti e i popoli meditarono cose vane" (Psal. II, 1), talché è comune il grido dei nemici di Dio: "Allontanati da noi" (Iob. XXI, 14). E conforme a ciò, vediamo nei più degli uomini estinto ogni rispetto verso Iddio Eterno, senza più riguardo al suo supremo volere nelle manifestazioni della vita privata e pubblica; che anzi, con ogni sforzo, con ogni artifizio si cerca che fin la memoria di Dio e la Sua conoscenza sia del tutto distrutta. Chi tutto questo considera, bene ha ragione di temere che siffatta perversità di menti sia quasi un saggio e forse il cominciamento dei mali, che agli estremi tempi son riservati; che già sia nel mondo il figlio di perdizione, di cui parla l’Apostolo (II Thess. II, 5). Tanta infatti è l’audacia e l’ira con cui si perseguita dappertutto la religione, si combattono i dogmi della fede e si adopera sfrontatamente a sterpare, ad annientare ogni rapporto dell’uomo colla Divinità! In quella vece, ciò che appunto, secondo il dire del medesimo Apostolo (Sap. XI, 24), è il carattere proprio dell’anticristo, l’uomo stesso, con infinita temerità si e posto in luogo di Dio, sollevandosi soprattutto contro ciò che chiamasi Iddio; per modo che, quantunque non possa spegnere interamente in se stesso ogni notizia di Dio, pure, manomessa la maestà di Lui, ha fatto dell’universo quasi un tempio a sé medesimo per esservi adorato: "Si asside nel tempio di Dio mostrandosi quasi fosse Dio" (II Thess. II, 2).

Per verità nessuno di sana mente può dubitare con qual sorte si combatta questa lotta degli uomini contro l’Altissimo. Può l’uomo, abusando della sua libertà, violare il diritto e la maestà del Creatore dell’universo; ma la vittoria sarà sempre di Dio; ché, anzi, allora è più prossima la disfatta, quando l’uomo, nella lusinga del trionfo, si solleva più audace: Dio stesso di tanto ci assicura nei santi libri: "Quasi dimentico della sua forza e della sua grandezza, dissimula i peccati degli uomini (Sap. XI, 24); ma ben tosto, dopo queste apparenti ritirate, scosso quasi fosse risorto dall’ebbrezza (Psal. LXXVII, 65), stritolerà il capo dei suoi nemici (Ib. LXVII, 22); affinché tutti conoscano che Dio è il Re di tutta la terra (Ib. XLVI, 7), e sappiano le genti che son uomini" (Ib. IX, 20).

Tutto questo, Venerabili Fratelli, Noi crediamo ed aspettiamo con fede incrollabile. Ma ciò non toglie che ancor Noi, per quanto a ciascuno è dato, Ci adoperiamo ad affrettare l’opera di Dio non gia solo pregando assiduamente: "Levati, o Signore, non prenda ardire l’uomo" (Ib. IX, 19); ma, ciò che più monta, affermando "con fatti e parole, a luce di sole, il supremo dominio di Dio sugli uomini e sulle cose tutte, di guisa che il diritto ch’Egli ha di comandare e la Sua autorità siano pienamente apprezzati e rispettati".

Il che, non solo ci vien richiesto dal dovere che natura ci impone, ma altresì dal comune nostro vantaggio. Chi è infatti, Venerabili Fratelli, che non abbia l’animo costernato ed afflitto nel vedere la maggior parte dell’umanità, mentre i progressi della civiltà meritamente si esaltano, combattersi a vicenda cosi atrocemente da sembrar quasi una lotta di tutti contro tutti? Il desiderio della pace si cela certamente in petto ad ognuno e niuno è che non l’invochi con ardore. Ma voler pace, senza Dio, è assurdo; stanteché donde è lontano Iddio, esula pur la giustizia; e tolta di mezzo la giustizia, indarno si nutre speranza di pace. "La pace è opera della giustizia" (Is. XXXII, 17). Non pochi sono, lo sappiamo bene, che, spinti da questa brama di pace, cioè dalla tranquillità dell’ordine, si raggruppano in società e partiti, che chiamano appunto partiti d’ordine. Speranza e fatiche perdute! Il partito dell’ordine, che possa di fatti ricondurre la pace nella turbazione delle cose non è che un solo: il partito di Dio. Questo partito dunque dobbiamo promuovere, a questo attirare quanti più possiamo, se veramente ci spinge amore di pace.

Se non che, Venerabili Fratelli, questo richiamo degli uomini alla maestà ed all’impero di Dio, per quanto ci adoperiamo, mai non si otterrà se non per mezzo di Gesù Cristo. "Niuno, così ce ne avverte l’Apostolo, può porre altro fondamento all’infuori di quello che è stato posto, che è Gesù Cristo" (I Cor. III, 11). È Cristo il solo, "che il Padre santificò e spedì in questo mondo (Ioan. X, 36), splendore del Padre ed immagine della sua sostanza (Hebr. I, 3), Dio vero e vero Uomo; senza del quale veruno può conoscere Iddio, come si conviene a salute", imperciocché "né il Padre conobbe alcuno se non il Figlio e quegli cui volle il Figlio rivelarlo (Matth. XI, 27). Dal che consegue, che instaurare le cose tutte in Cristo e ricondurre gli uomini alla soggezione a Dio è uno stesso ed identico scopo. Qua pertanto fa mestieri volgere le nostre cure a ricondurre l’uman genere sotto l’impero di Cristo; con ciò solo, lo avremo ricondotto anche a Dio. A Dio intendiamo, non già a quello inerte e noncurante delle cose umane che immaginarono i sogni dei materialisti; ma Dio vivo e vero, Uno nella natura, Trino nelle persone, Creatore del mondo, sapientissimo ordinatore di ogni cosa, legislatore giustissimo, che punisce i malvagi e ha pronto il premio per la virtù.

Ora quale sia il cammino per giungere a Cristo, non è d’uopo di ricercarlo: è la Chiesa. Per lo che giustamente il Grisostomo inculcò: "La tua speranza è la Chiesa, la tua salute è la Chiesa, il tuo rifugio è la Chiesa". E per ciò infatti Cristo la fondò, guadagnandola a prezzo del sangue Suo; e la fece depositaria della Sua dottrina e delle Sue leggi, dandole insieme una ricchezza smisurata di grazie per santificazione e salute degli uomini.

Scorgete adunque, o Venerabili Fratelli, quale sia in fine il dovere che a Noi parimenti ed a voi venne imposto: richiamare alla disciplina della Chiesa il consorzio umano allontanatosi dalla sapienza di Cristo; la Chiesa, a sua volta, lo sottometterà a Cristo e Cristo a Dio. Il che se, per benignità di Dio medesimo, Noi meneremo a buon termine, saremo lieti di vedere il male dar luogo al bene; e udremo, per nostra felicità, una gran voce dal cielo che dirà: "Ora si è fatta la salute e la virtù e il regno del nostro Dio e la potestà del suo Cristo" (Apoc. XII, 10). Perché però tutto questo si ottenga conforme al desiderio, fa d’uopo che con ogni mezzo e fatica Noi facciamo sparir radicalmente l’enorme e detestabile scelleratezza, tutta proprietà del nostro tempo, la sostituzione cioè dell’uomo a Dio; dopo ciò, sono da rimettere nell’antico onore le leggi santissime ed i consigli del Vangelo: affermare altamente le verità insegnate dalla Chiesa e la dottrina della stessa circa la santità del matrimonio, l’educazione e l’ammaestramento della gioventù, il possesso e l’uso dei beni, i doveri verso coloro che reggono le cose pubbliche; per ultimo, restituire l’equilibrio fra le diverse classi della Società a norma delle prescrizioni e costumanze cristiane. Noi per fermo, nel sottometterCi ai divin voleri, tanto Ci proponiamo di cercare nel Nostro Pontificato, e con ogni industria lo cercheremo. A voi, o Venerabili Fratelli, si spetta di assecondare le Nostre industrie colla santità, colla scienza, coll’esperienza vostra, e soprattutto collo zelo della divina gloria; null’altro avendo di mira se non che si formi Cristo in ognuno.

Quali mezzi poi sia mestieri di adoperare per conseguire si grande scopo, sembra superfluo indicano; giacché son ovvî di per se stessi. Le prime vostre premure siano di formar Cristo in coloro i quali, per dovere di vocazione, son destinati a formarlo negli altri. Intendiamo parlare dei sacerdoti, o Venerabili Fratelli. Imperocché quanti sono insigniti del sacerdozio debbono conoscere che, in mezzo ai popoli coi quali vivono, essi hanno quella missione medesima, che Paolo attestava di aver ricevuto con quelle tenere parole: "Figlioletti miei, che io genero di nuovo finché si formi Cristo in voi" (Gal. IV, 19). Or come potranno eglino adempiere un tal dovere, se prima essi medesimi non si siano rivestiti di Cristo? E rivestiti in guisa, da poter dire coll’Apostolo: "Vivo io, non più io, ma vive in me Cristo (Ib. II, 20). Per me il vivere è Cristo" (Phil. I, 21). Per la qual cosa, benché a tutti sia rivolta l’esortazione di inoltrarsi verso l’uomo perfetto, nella misura dell’età della pienezza di Cristo (Eph. IV, 13); nondimeno è diretta pria d’ogni altro a coloro che esercitano il ministero sacerdotale; i quali perciò son chiamati un altro Cristo, non già solo per la comunicazione della potestà, ma eziandio per la imitazione delle opere, per cui debbono portare espressa in se medesimi l’immagine di Cristo.

Le quali cose essendo cosi, quale, o Venerabili Fratelli, e quanto grande sollecitudine deve porsi da voi nel formare il clero a santità! Qualsivoglia altro impegno uopo è che ceda a questo. Ond’è che la parte precipua delle vostre diligenze deve essere rivolta ad ordinare e governare come conviensi i vostri seminari, per modo che fioriscano del pari per l’integrità dell’insegnamento e per l’intemeratezza dei costumi. Riguardate il seminario come la delizia del vostro cuore; ed a vantaggio di esso nulla omettete di quanto il Concilio Tridentino determinò con somma provvidenza. Venuto poi il tempo in che i giovani candidati debbono promuoversi ai sacri Ordini, deh! non si dimentichi ciò che San Paolo scrive a Timoteo: "Non imporre con precipitazione le mani a veruno (I Tim. V, 22), riflettendo con somma attenzione che tali di via ordinaria saranno i fedeli, quali saranno quei che chiamerete al sacerdozio". Non vogliate adunque aver riguardo a interesse particolare di sorta; ma mirate unicamente Dio e la Chiesa e l’eterno bene delle anime, affinché, come l’Apostolo avverte, "non comunichiate nei peccati altrui". Inoltre non vengan meno le vostre industrie riguardo ai sacerdoti novelli e già usciti di seminario. Ve lo raccomandiamo dall’intimo dell’animo, accostateli sovente al vostro petto, che deve ardere di fuoco Celeste, accendeteli, infiammateli, perché ad altro non anelino che solamente a Dio ed a lucrare le anime. Noi, sì, Venerabili Fratelli, vigileremo con diligenza somma acciocché i membri del clero non siano tratti alle insidie di una certa nuova scienza e fallace, che in Cristo non s’insapora, e che con larvati e subdoli argomenti si studia di dar passo agli errori del razionalismo e semi-razionalismo; contro i quali l’Apostolo già avvertiva il suo Timoteo di premunirsi scrivendogli: "Custodisci il deposito, evitando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome, che taluni promettendo vennero meno della fede" (I Tim. VI, 20).

Ciò però non toglie che riputiamo degni di encomio quei giovani sacerdoti che si dànno allo studio di utili dottrine, in ogni genere di scienze, per poter quindi esser meglio apparecchiati a difendere la verità e a ribattere le calunnie dei nemici della fede. Pur nondimeno non possiamo nascondere, ma dichiariamo anzi apertissimamente, che le preferenze Nostre sono e saranno sempre per quelli, i quali, pur coltivando l’ecclesiastica e letteraria erudizione, si dedicano più da vicino al bene delle anime coll’esercizio di quei ministeri, che son propri d’un sacerdote zelante dell’onore divino. È grande tristezza ed un continuo dolore per il Nostro cuore (Rom. IX, 2) il ravvisare adattarsi pure ai nostri giorni il pianto di Geremia: "I pargoli domandarono pane, e non era chi loro lo spezzasse (Ier. IV, 4). Imperocché non mancano nel clero quei che, a seconda del proprio genio, si consacrano ad opere più apparenti che di solida utilità: ma forse non altrettanto numerosi sono coloro che, ad esempio di Cristo, prendono per sé le parole del Profeta: "Lo Spirito del Signore mi ha unto, mi ha mandato ad evangelizzare i poveri, a sanare i contriti di cuore, ad annunziare ai prigionieri la remissione e la vista ai ciechi" (Luc. IV, 18-19).

Pur chi non vede, o Venerabili Fratelli, che, conducendosi gli uomini colla ragione e colla libertà, la via principalissima a restituire l’impero di Dio nelle anime è l’insegnamento religioso? Quanti sono mai, che nimicano Cristo ed aborrono la Chiesa ed il Vangelo più per ignoranza che per malvagità di animo! Dei quali giustamente può dirsi: "Bestemmiano tutto quello che ignorano" (Iud. 10). Né ciò s’incontra solo nel popolo e nella plebe più abbietta, che perciò è tratta agevolmente in inganno; ma altresì nelle classi civili e perfino in quei che peraltro sono forniti di non mediocre istruzione. Di qui in moltissimi la perdita della fede. Giacché non è vero che i progressi della scienza estinguano la fede, ma piuttosto l’ignoranza; onde avviene che dove più domina l’ignoranza ivi fa più larga strage l’incredulità. E questa è la ragione per cui Cristo ordinò agli Apostoli: "Andando, ammaestrate tutte le genti" (Matth. XXVIII, 19).

Perché, però, da questo apostolato e zelo d’insegnamento si raccolga il frutto sperato ed in tutti si formi Cristo, si rammenti bene ognuno, o Venerabili Fratelli, che nulla è più efficace della carità. Imperocché il Signore trovasi nella commozione (III Reg. XIX, 11). Indarno si spera di attirare le anime a Dio con uno zelo amaro: che anzi il rinfacciare duramente gli errori, il riprendere con asprezza i vizi, torna sovente più a danno che ad utilità. Esortava, è vero, l’Apostolo a Timoteo: "Accusa, prega, riprendi"; ma soggiungeva pure: "con ogni pazienza" (II Tim. IV, 2). Certo Gesù cotali esempi ci ha lasciato. "Venite — così troviamo aver Egli detto — venite a me tutti voi che siete infermi ed oppressi, ed io vi consolerò" (Matth. XI, 28). Né altri intendeva per quegli infermi ed oppressi, se non coloro che sono schiavi del peccato e dell’errore. Quanta invero fu la mansuetudine di quel Maestro divino! Quale tenerezza, qual compassione verso ogni fatta di miseri! Ne dipinse stupendamente il cuore Isaia con quelle sue parole: "Porrò sopra di lui il mio spirito; non contenderà né leverà la voce; non ispessirà la canna già scossa né estinguerà il lino che fumiga" (Is. XLII, 1). La quale carità, paziente e benigna (I Cor. XIII, 4), dovrà protendersi a quelli eziandio che ci sono avversi e ci perseguitano. "Siamo maledetti — così San Paolo di sé protestava — e benediciamo, siamo perseguitati e tolleriamo, siamo bestemmiati e preghiamo" (Ibid. IV, 12). Essi forse appaiono peggiori di quel che veramente sono.

La convivenza con gli altri, i pregiudizi, gli altrui consigli ed esempi e finalmente una vergogna mal consigliata li hanno trascinati nel partito degli empi: ma la loro volontà non è poi si depravata, come essi stessi cercano di far credere. Chi ci toglierà di sperare che la fiamma della carità cristiana non abbia a dissipar le tenebre dai loro animi e ad apportarvi il lume e la pace di Dio? Tarderà forse talora il frutto delle nostre fatiche; ma la carità non si stanca mai nell’attendere, memore che Dio prepara i suoi premi non già all’esito delle fatiche ma alla buona volontà.

Vero è, o Venerabili Fratelli, che in questa opera così ardua di restaurazione dell’uman genere in Cristo non è Nostra intenzione che né voi né il vostro clero non ammettiate aiuto di sorta. Sappiamo che Dio raccomandò a ciascuno la cura de’ suoi prossimi (Eccl. XVII, 12). Non sono pertanto i sacerdoti solamente, ma i fedeli tutti senza eccezione, che debbono darsi pensiero degli interessi di Dio e delle anime: bene inteso, non già di proprio arbitrio e colle proprie viste, ma sempre sotto la direzione ed il comando dei Vescovi; giacché il presiedere, l’insegnare, il governare a niuno è concesso nella Chiesa fuorché a voi, che lo Spirito Santo pose a reggere la Chiesa di Dio (Act.XX, 28). I Nostri Predecessori, già da gran tempo, approvarono e benedissero i cattolici che, con vario scopo ma sempre con religiosi intendimenti, si legano fra sé in società. Noi pure non dubitiamo di tributare la nostra lode a tali egregie istituzioni, e molto desideriamo che si propaghino e fioriscano nelle città e nelle campagne. Se non che vogliamo che siffatte associazioni tendano innanzi tutto e principalmente a far sì che il vivere cristiano si mantenga costantemente in coloro che vi si ascrivono. Poco monta in verità che si discutano sottilmente assai questioni, che si discorra con facondia di diritti e di doveri, se tutto ciò sia disgiunto dalla pratica. I tempi che corrono richiedono azione; ma un’azione che tutta consista nell’osservare con fedeltà ed interezza le leggi divine e le prescrizioni della Chiesa, nella professione franca ed aperta della religione, nell’esercizio d’ogni opera di carità, senza verun riguardo a se stessi ed a vantaggi terreni. Tali luminosi esempi di tanti soldati di Cristo varranno assai meglio a scuotere gli animi e a trascinarli, che non le parole e le sublimi dissertazioni; e facilmente avverrà che, scosso l’umano rispetto, deposte le prevenzioni e le titubanze, moltissimi saranno tratti a Cristo facendosi a loro volta promotori della conoscenza e dell’amore di Lui che sono la strada per la vera e la sola felicità. Oh! senza dubbio, se in ogni città, se in ogni villaggio si adempierà fedelmente la legge del Signore, se si avrà rispetto alle cose sacre, se si frequenteranno i Sacramenti, se si osserverà quanto altro appartiene al vivere cristiano; non sarà per Noi mestieri, o Venerabili Fratelli, che più oltre Ci affatichiamo per vedere ogni cosa ristaurata in Cristo. Né da ciò si aspetti solo giovamento per l’acquisto dei beni terreni; se ne otterrà altresì aiuto grandissimo pei vantaggi del tempo e della umana convivenza. Poste infatti in sicuro le cose anzidette, i nobili e i ricchi sapranno essere giusti e caritatevoli a riguardo degli umili, e questi porteranno con tranquillità e pazienza le strettezze di uno stato più angustioso; obbediranno i cittadini non già al libito ma alle leggi; si guarderà qual dovere la riverenza e l’amore verso dei governanti, "la cui potestà non viene se non da Dio" (Rom. XIII, 1). Che più? Allora finalmente sarà chiaro ad ognuno che la Chiesa, quale da Cristo fu istituita, deve godere piena ed intera libertà ed indipendenza da ogni estraneo dominio e che noi, nel rivendicare questa libertà, non solo tuteliamo i diritti sacrosanti della religione, ma provvediamo eziandio al comun bene ed alla sicurezza dei popoli. Sta di fatto che "la pietà è utile ad ogni cosa" (I Tim. IV, 8) e ad essa incolume e fiorente "riderà", davvero, "il popolo nella pienezza della pace" (Is. XXXII, 18).

Dio, che è ricco in misericordia (Eph. II, 4), acceleri benigno questa restaurazione dell’uman genere in Gesù Cristo; giacché "non è opera di chi vuole né di chi corre, ma di Dio misericordioso" (Rom. IX, 16). E noi, Venerabili Fratelli, "nello spirito di umiltà" (Dan. III, 39), con preghiera continua ed insistente chiediamolo per i meriti di Gesù Cristo. Volgiamoci altresì alla intercessione potentissima della Madre divina per ottener la quale, giacché vi dirigiamo questa Nostra Lettera nel giorno appunto destinato a commemorare il Santo Rosario, disponiamo e confermiamo quanto il Nostro Predecessore ordinò circa il dedicare il presente mese alla Vergine Augusta, colla pubblica recita, in tutte le Chiese, dello stesso Rosario; ammonendo inoltre che si adoprino pure ad intercessori presso Dio lo Sposo purissimo di Maria patrona della Chiesa e i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo.

E perché tutto questo avvenga conforme alle Nostre brame ed ogni cosa a voi succeda prosperosamente, imploriamo larghissimi su di voi i doni delle grazie divine. A testimonianza poi della tenerissima carità, con cui abbracciamo voi e i fedeli tutti, che la Divina Provvidenza Ci volle raccomandati, a voi, Venerabili Fratelli, al clero ed al vostro popolo impartiamo con ogni affetto nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 4 di ottobre 1903, l’anno I del Nostro Pontificato.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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san Pio X
Tra le sollecitudini

Motu Proprio

Motu proprio sulla musica sacra

Tra le sollecitudini dell’officio pastorale, non solamente di questa Suprema Cattedra, che per inscrutabile disposizione della Provvidenza, sebbene indegni occupiamo, ma di ogni chiesa particolare, senza dubbio è precipua quella di mantenere e promuovere il decoro della Casa di Dio, dove gli augusti misteri della religione si celebrano e dove il popolo cristiano si raduna, onde ricevere la grazia dei Sacramenti, assistere al Santo Sacrificio dell’altare, adorare l’augustissimo Sacramento del Corpo del Signore ed unirsi alla preghiera comune della Chiesa nella: pubblica e solenne ufficiatura liturgica. Nulla adunque deve occorrere nel tempio che turbi od anche solo diminuisca la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che dia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che direttamente offenda il decoro e la santità delle sacre funzioni e però sia indegno della Casa di Orazione e della maestà di Dio.

Non tocchiamo partitamente degli abusi che in questa parte possono occorrere. Oggi l’attenzione nostra si rivolge ad uno dei più comuni, dei più difficili a sradicare e che talvolta si deve deplorare anche là dove ogni altra cosa è degna del massimo encomio per la bellezza e sontuosità del tempio, per lo splendore e per l’ordine accurato delle cerimonie, per la frequenza del clero, per la gravità e per la pietà dei ministri che celebrano.

Tale è l’abuso nelle cose del canto e della musica sacra.

Ed invero, sia per la natura di quest’arte, per sé medesima fluttuante e variabile, sia per la successiva alterazione del gusto e delle abitudini lungo il correre dei tempi sia per il funesto influsso che sull’arte sacra esercita l’arte profana e teatrale, sia per il piacere che la musica direttamente produce e che non sempre torna facile contenere nei giusti termini, sia in fine per i molti pregiudizi che in tale materia di leggeri s’insinuano e si mantengono poi tenacemente anche presso persone autorevoli e pie, v’ha una continua tendenza a deviare dalla retta norma, stabilita dal fine, per cui l’arte è ammessa a servigio del culto, ed espressa assai chiaramente nei canoni ecclesiastici, nelle Ordinazioni dei Concili generali e provinciali, nelle prescrizioni a più riprese emanate dalle Sacre Congregazioni romane e dai Sommi Pontefici Nostri Predecessori.

Con vera soddisfazione dell’animo Nostro ci è grato riconoscere il molto bene che in tal parte si è fatto negli ultimi decenni anche in questa Nostra alma Città di Roma ed in molte Chiese della patria Nostra, ma in modo più particolare presso alcune nazioni, dove uomini egregi e zelanti del culto di Dio, con l’approvazione di questa Santa Sede, e sotto la direzione dei Vescovi, si unirono in fiorenti Società e rimisero in pienissimo onore la musica sacra pressoché in ogni loro chiesa e cappella.

Codesto bene tuttavia è ancora assai lontano dall’essere comune a tutti, e se consultiamo la esperienza Nostra personale e teniamo conto delle moltissime lagnanze che da ogni parte Ci giunsero in questo poco tempo, dacché piacque al Signore di elevare l’umile Nostra Persona al supremo apice del Pontificato Romano, senza differire più a lungo, crediamo Nostro primo dovere di alzare subito la voce a riprovazione e condanna di tutto ciò che nelle funzioni del culto e nell’officiatura ecclesiastica si riconosce difforme dalla retta norma indicata. Essendo infatti Nostro vivissimo desiderio che il vero spirito cristiano rifiorisca per ogni modo e si mantenga nei fedeli tutti, è necessario provvedere prima di ogni altra cosa alla santità e dignità del tempio, dove appunto i fedeli si radunano per attingere tale spirito dalla sua prima e indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa.

Ed è vano sperare che a tal fine su noi discenda copiosa la benedizione del Cielo, quando il nostro ossequio all’Altissimo, anziché ascendere in odore di soavità, rimette invece nella mano del Signore i flagelli, onde altra volta il Divin Redentore cacciò dal tempio gli indegni profanatori.

Per la quale cosa, affinché niuno possa d’ora innanzi recare a scusa di non conoscere chiaramente il dover suo e sia tolta ogni indeterminatezza nell’interpretazione di alcune cose già comandate, abbiamo stimato espediente additare con brevità quei principi che regolano la musica sacra nelle funzioni del culto e raccogliere insieme in un quadro generale le principali prescrizioni della Chiesa contro gli abusi più comuni in tale materia. E però di moto proprio è certa scienza pubblichiamo la presente Nostra Istruzione, alla quale, quasi a codice giuridico della musica sacra, vogliamo dalla pienezza della Nostra Autorità Apostolica sia data forza di legge imponendone a tutti col presente Nostro Chirografo la più scrupolosa osservanza.

ISTRUZIONI SULLA MUSICA SACRA

I - PRINCIPI GENERALI

1. La musica sacra, come parte integrante della solenne liturgia ne partecipa il fine generale, che e la gloria di Dio e la santificazione ed edificazione dei fedeli.

Essa concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesiastiche.

e siccome suo ufficio proprio principale e dì rivestire con acconcia melodia il testo liturgico che viene proposto alla intelligenza dei fedeli, così il suo proprio fine è di aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo, affinché i fedeli con tale mezzo siano più facilmente eccitati alla divozione e meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione, dei sacrosanti misteri.

2. La musica sacra deve per conseguenza possedere nel grado migliore le qualità che sono proprie della liturgia e precisamente la santità e la bontà delle forme, onde sorge spontaneo l’altro carattere, che è l’universalità.

Deve essere santa e quindi escludere ogni profanità, non solo in sé medesima ama anche nel modo onde viene proposta per parte degli esecutori.

Deve essere arte vera, non essendo possibile che altrimenti abbia sull’animo di chi l’ascolta quell’efficacia, che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni.

Ma dovrà insieme essere universale in questo senso, che pur concedendosi ad ogni nazione di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione all’udirle debba provarne impressione non buona.

II - GENERI DI MUSICA SACRA

3. Queste qualità si riscontrano in grado sommo nel canto gregoriano, che è per conseguenza il canto proprio della Chiesa Romana, il solo canto che essa ha ereditato dagli antichi padri che ha custodito gelosamente lungo i secoli nei suoi codici liturgici, che come suo direttamente propone ai fedeli, che in alcune parti della liturgia esclusivamente prescrive e che gli studi più recenti hanno si felicemente restituito alla sua integrità e purezza.

Per tali motivi il canto gregoriano fu sempre considerato come il modello della musica sacra, potendosi stabilire con ogni ragione la seguente legge generale: tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica; quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto è meno degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme.

L’antico canto gregoriano tradizionale dovrà dunque restituirsi largamente nelle funzioni del culto, tenendosi da tutti per fermo, che una funzione ecclesiastica nulla perde della sua solennità, quando pure non venga accompagnata da altra musica che da questa soltanto.

In particolare si procuri di restituire il canto gregoriano all’uso del popolo, affinché i fedeli prendano di nuovo parte più attiva alla officiatura ecclesiastica, come anticamente solevasi.

4. Le anzidette qualità sono pure possedute in ottimo grado dalla classica polifonia, specialmente della scuola Romana, la quale nel secolo XVI ottenne il massimo della sua perfezione per opera di Pierluigi da Palestrina e continuò poi a produrre anche in seguito composizioni di eccellente bontà liturgica e musicale. La classica polifonia assai bene si accosta al supremo modello di ogni musica sacra che è il canto gregoriano, e per questa ragione meritò di essere accolta insieme col canto gregoriano, nelle funzioni più solenni della Chiesa, quali sono quelle della Cappella Pontificia.

Dovrà dunque anch’essa restituirsi largamente nelle funzioni ecclesiastiche, specialmente nelle più insigni basiliche, nelle chiese cattedrali, in quelle dei seminari e degli altri istituti ecclesiastici, dove i mezzi necessari non sogliono fare difetto.

5. La Chiesa ha sempre riconosciuto e favorito il progresso delle arti, ammettendo a servizio del culto tutto ciò che il genio ha saputo trovare di buono e di bello nel corso dei secoli, salve sempre le leggi liturgiche 29. Per conseguenza la musica più moderna è pure ammessa in chiesa, offrendo anch’essa composizioni di tale bontà, serietà e gravità, che non sono per nulla indegne delle funzioni liturgiche.

Nondimeno, siccome la musica moderna è sorta precipuamente a servizio profano, si dovrà attendere con maggior cura, perché le composizioni musicali di stile moderno, che si ammettono in chiesa, nulla contengano di profano, non abbiano reminiscenze di motivi adoperati in teatro, e non siano foggiate neppure nelle forme esterne sull’andamento dei pezzi profani.

6. Fra i vari generi della musica moderna, quello che apparve meno acconcio ad accompagnare le funzioni del culto è lo stile teatrale, che durante il secolo scorso fu in massima voga, specie in Italia. Esso per sua natura presenta la massima opposizione al canto gregoriano ed alla classica polifonia e però alla legge più importante di ogni buona musica sacra. Inoltre l’intima struttura, il ritmo e il cosiddetto convenzionalismo di tale stile non si piegano, se non malamente, alle esigenze della vera musica liturgica.

III - TESTO LITURGICO

7. La lingua propria della Chiesa Romana è la latina. È quindi proibito nelle solenni funzioni liturgiche di cantare in volgare qualsivoglia cosa; molto più poi di cantare in volgare le parti variabili o comuni della messa e dell’officio.

8. Essendo per ogni funzione liturgica determinati i testi che possono proporsi in musica e l’ordine con cui devono proporsi, non è lecito né di confondere quest’ordine, né di cambiare i testi prescritti in altri di propria scelta, né di ometterli per intero od anche solo in parte, se pure le rubriche liturgiche non consentano di supplire con l’organo alcuni versetti del testo, mentre questi vengono semplicemente recitati in coro.

Soltanto è permesso, giusta la consuetudine della Chiesa Romana, di cantare un mottetto al SS. Sacramento dopo il Benedictus della Messa solenne. Si permette pure che dopo cantato il prescritto offertorio della Messa, si possa eseguire nel tempo che rimane un breve mottetto sopra parole approvate dalla Chiesa.

9. Il testo liturgico deve essere cantato come sta nei libri, senza alterazione o posposizione di parole, senza indebite ripetizioni, senza spezzarne le sillabe, e sempre in modo intelligibile ai fedeli che ascoltano.

IV - FORMA ESTERNA DELLE SACRE COMPOSIZIONI

10. Le singole parti della Messa e dell’officiatura devono conservare anche musicalmente quel concetto e quella forma, che la tradizione ecclesiastica ha dato loro e che trovasi assai bene espressa nel canto gregoriano. Diverso dunque è il modo di comporre un introito, un graduale, un’antifona, un salmo, un inno, un Gloria excelsis, etc...

11. In particolare si osservino le norme seguenti:

a) Il Kyrie, Gloria, Credo, etc., della Messa devono mantenere l’unità di composizione propria del loro testo. Non è dunque lecito di comporli a pezzi separati; così che ciascuno di tali pezzi formi una composizione musicale compiuta e tale che possa staccarsi dal rimanente e sostituirsi con altra.

b) Nell’officiatura dei Vesperi si deve ordinariamente seguire le norme del Cœremoniale Episcoporum, che prescrive il canto gregoriano per la salmodia e permette la musica figurata pei versetti del Gloria Patri e per l’inno.

Sarà nondimeno lecito nelle maggiori solennità di alternare il canto gregoriano del coro coi cosiddetti falsibordoni e con versi in simile modo convenientemente composti.

Si potrà eziandio concedere qualche volta che i singoli salmi si propongano per intero in musica, purché in tali composizioni sia conservata la forma propria della salmodia: cioè purché i cantori sembrino salmeggiare tra loro, o con nuovi motivi, o con quelli presi dal canto gregoriano, o secondo questo imitati.

Restano dunque per sempre proibiti i salmi cosiddetti di concerto.

c) Negli inni della chiesa si conservi la forma tradizionale dell’inno. Non è quindi lecito comporre, per es. il Tantum ergo per modo che la prima strofa presenti una romanza, una cavatina, un adagio, e il Genitori un allegro.

d) Le antifone dei Vesperi devono essere proposte d’ordinario con la melodia gregoriana loro propria. Se però in qualche caso particolare si cantassero in musica, non dovranno mai avere né la forma di una melodia di concerto, né l’ampiezza di un mottetto e di una cantata.

V - CANTORI

12. Tranne le melodie proprie del celebrante all’altare e dei ministri, le quali devono essere sempre in solo canto gregoriano senza alcun accompagnamento d’organo, tutto il resto del canto liturgico è proprio del coro dei leviti, e però i cantori di chiesa anche se sono secolari, fanno propriamente le veci del coro ecclesiastico. Per conseguenza le musiche che propongono devono, almeno nella massima parte, conservare il carattere di musica da coro.

Con ciò non s’intende del tutto esclusa la voce sola. Ma questa non deve mai predominare nella funzione, così che la più gran parte del testo liturgico sia in tale modo eseguita; ma piuttosto deve avere il carattere di semplice accenno o spunto melodico ed essere strettamente legata al resto della composizione a forma di coro.

13. Dal medesimo principio segue che i cantori hanno in chiesa vero ufficiò liturgico e che però le donne, essendo incapaci di tale ufficio, non possono essere ammesse a far parte del coro o della cappella musicale. Se adunque si vogliono adoperare le voci acute del soprani e contralti, queste dovranno essere sostenute dai fanciulli, secondo l’uso antichissimo della Chiesa.

14. Per ultimo non si ammettano a far parte della cappella della chiesa se non uomini di conosciuta pietà e probità di vita, i quali col loro modesto e devoto contegno durante le funzioni liturgiche si mostrino degni del santo ufficio che esercitano.

Sarà pure conveniente che i cantori, mentre cantano in chiesa, vestano l’abito ecclesiastico e la cotta, e se trovansi in cantorie troppo esposte agli occhi del pubblico, siano difesi da grate.

VI - ORGANO E STRUMENTI

15. Sebbene la musica propria della Chiesa sia la musica puramente vocale, nondimeno è permessa eziandio la musica con accompagnamento d’organo. In qualche caso particolare, nei debiti termini e con i convenienti riguardi, potranno anche ammettersi altri strumenti, ma non mai senza licenza dell’Ordinario, giusta la prescrizione del Cœremoniale Episcoporum.

16. Siccome il canto deve sempre primeggiare, così l’organo o gli strumenti devono semplicemente sostenerlo e non mai opprimerlo.

17. Non è permesso di premettere al canto lunghi preludi o di interromperlo con pezzi d’intermezzo.

18. Il suono dell’organo negli accompagnamenti del canto, nei preludi, interludi e simili, non solo deve essere condotto secondo la propria natura di tale strumento, ma deve partecipare di tutte le qualità che ha la vera musica sacra e che si sono precedentemente annoverate.

19. È proibito in chiesa l’uso del pianoforte, come pure quello degli strumenti fragorosi o leggeri, quali il tamburo, la gran cassa, i piatti, i campanelli e simili.

20. È rigorosamente proibito alle cosiddette bande musicali di suonare in chiesa; e solo in qualche caso speciale, posto il consenso dell’Ordinario, sarà permesso di ammettere una scelta limitata, giudiziosa e proporzionata all’ambiente, di strumenti a fiato, purché la composizione e l’accompagnamento da eseguirsi sia scritto in stile grave, conveniente e simile in tutto a quello proprio dell’organo.

21. Nelle processioni fuori di chiesa può essere permessa dall’Ordinario la banda musicale, purché non si eseguiscano in nessun modo pezzi profani. Sarebbe desiderabile in tali occasioni che il concerto musicale si restringesse ad accompagnare qualche cantico spirituale in latino o volgare, proposto dai cantori o dalle pie Congregazioni che prendono parte alla processione.

VII - AMPIEZZA DELLA MUSICA LITURGICA

22. Non è lecito per ragione del canto o del suono fare attendere il sacerdote all’altare più di quello che comporti la cerimonia liturgica. Giusta le prescrizioni ecclesiastiche, il Sanctus della Messa deve essere compiuto prima dell’elevazione, e però anche il celebrante deve in questo punto avere riguardo ai cantori. Il Gloria ed il Credo, giusta la tradizione gregoriana, devono essere relativamente brevi.

23. In generale è da condannare come abuso gravissimo che nelle funzioni ecclesiastiche la liturgia apparisca secondaria e quasi a servizio della musica, mentre la musica è semplicemente parte della liturgia e sua umile ancella.

VIII - MEZZI PRECIPUI

24. Per l’esatta esecuzione di quanto viene qui stabilito, i Vescovi, se non l’hanno già fatto, istituiscano nelle loro diocesi una Commissione speciale di persone veramente competenti in cose di musica sacra, alla quale, nel modo che giudicheranno più opportuno, sia affidato l’incarico di invigilare sulle musiche che si vanno eseguendo nelle loro chiese. Né badino soltanto che le musiche siano per sé buone, ma che rispondano altresì alle forze dei cantori e vengano sempre bene eseguite.

25. Nei seminari dei chierici e negli istituti ecclesiastici, giusta le prescrizioni tridentine, si coltivi da tutti con diligenza ed amore il prelodato canto gregoriano tradizionale, ed i Superiori siano in questa parte larghi d’incoraggiamento e di encomio coi loro giovani sudditi. Allo stesso modo, dove torni possibile, si promuova tra i chierici la fondazione di una Schola Cantorum per l’esecuzione della sacra polifonia e della buona musica liturgica.

26. Nelle ordinarie lezioni di liturgia, di morale, di gius canonico che si danno agli studenti di teologia non si tralasci di toccare quei punti che più particolarmente riguardano i principi e le leggi della musica sacra, e si cerchi di compierne la dottrina con qualche particolare istruzione circa l’estetica dell’arte sacra, affinché i chierici non escano dal seminario digiuni di tutte queste nozioni pur necessarie alla piena cultura ecclesiastica.

27. Si abbia cura di ristabilire, almeno presso le chiese principali, le antiche Scholae Cantorum, come si è già praticato con ottimo frutto in buon numero di luoghi. Non è difficile al clero zelante d’istituire tali Scholae perfino nelle chiese minori e di campagna, anzi trova in esse un mezzo assai facile d’adunare intorno a sé i fanciulli e gli adulti, con profitto loro proprio ed edificazione del popolo.

28. Si procuri di sostenere e promuovere in ogni miglior modo le Scuole superiori di musica sacra dove già sussistono e di concorrere a fondarle dove non si possiedono ancora. Troppo è importante che la Chiesa stessa provveda all’istruzione dei suoi maestri, organisti e cantori, secondo i veri principi dell’arte sacra.

IX - CONCLUSIONE

29. Per ultimo si raccomanda ai maestri di cappella, ai cantori, alle persone del clero, ai superiori dei seminari, degli istituti ecclesiastici e delle comunità religiose, ai parroci e rettori di chiese, ai canonici delle collegiate e delle cattedrali e soprattutto agli Ordinari diocesani di favorire con tutto lo zelo queste sagge riforme, da molto tempo desiderate e da tutti concordemente invocate, affinché non cada in dispregio la stessa autorità della Chiesa, che ripetutamente le propose ed ora di nuovo le inculca.

Dato dal Nostro Palazzo Apostolico al Vaticano, il giorno della Vergine e Martire S. Cecilia, 22 novembre 1903 del Nostro Pontificato l’anno primo.









Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Fin dalla prima ("Sillabo sociale")

Motu Proprio

Motu Proprio dell’AZIONE POPOLARE CRISTIANA

Fin dalla prima Nostra Enciclica all’Episcopato dell’Orbe, facendo eco a quanto i Nostri gloriosi Predecessori ebbero stabilito intorno all’azione cattolica del Laicato, dichiarammo lodevolissima questa impresa, ed ancor necessaria nelle presenti condizioni della Chiesa e della civile società. E Noi non possiamo non encomiare altamente lo zelo di tanti illustri personaggi, che da lungo tempo si diedero a questo nobile compito, e l’ardore di tanta eletta gioventù, che alacre è corsa a prestare in ciò l’opera sua. Il XIX Congresso Cattolico, tenuto testé a Bologna, e da Noi promosso e incoraggiato, ha sufficientemente mostrato a tutti la vigoria delle forze cattoliche, e quello che possa ottenersi di utile e salutare in mezzo alle popolazioni credenti, ove questa azione sia ben retta e disciplinata, e regni unione di pensieri, di affetti e di opere in quanti vi concorrono.
Ci reca però non lieve rammarico che qualche disparere sorto in mezzo ad essi, abbia suscitato delle polemiche pur troppo vive, le quali, se non represse opportunamente, potrebbero scindere le medesime forze e renderle meno efficaci. Noi, che raccomandammo sopra tutto l’unione e la concordia degli animi prima del Congresso, perché si potesse stabilire di comune accordo quanto si attiene alle norme pratiche dell’azione cattolica, non possiamo ora tacere. E poiché le divergenze di vedute nel campo pratico mettono capo assai facilmente in quello teoretico, ed anzi in questo necessariamente devono tenere il loro fulcro, è d’uopo rassodare i principii, onde tutta dev’essere informata l’azione cattolica.
Leone XIII di s. m., Nostro insigne Predecessore, tracciò luminosamente le norme dell’azione popolare cristiana nelle preclare Encicliche Quod Apostolici muneris del 28 dicembre 1878, Rerum novarum del 15 maggio 1891, e Graves de communi del 18 gennaio 1901; e ancora in particolare Istruzione emanata per mezzo della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, il 27 gennaio 1902.
E Noi, che non meno del Nostro Antecessore vediamo il grande bisogno che sia rettamente moderata e condotta l’azione popolare cristiana, vogliamo che quelle prudentissime norme siano esattamente osservate; e che nessuno quindi ardisca allontanarsene menomamente.
E però, a tenerle più facilmente vive e presenti, abbiamo divisato di raccoglierle come in compendio nei seguenti articoli, quale Ordinamento fondamentale dell’azione popolare cristiana riportandole da quegli stessi Atti. Queste dovranno essere per tutti i cattolici la regola costante di loro condotta.

ORDINAMENTO FONDAMENTALE

I.
La Società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano: renderli tutti eguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima Società (Encycl. Quod Apostolici muneris).

II.<
La eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio Creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati o puniti (Encycl. Quod Apostolici muneris).

III.
Di qui viene che, nella umana Società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine in Cielo; e qui, sulla terra, il loro benessere materiale e morale (Encycl. Quod Apostolici muneris).

IV.
L’uomo ha sui beni della terra non solo il semplice uso, come i bruti; ma sì ancora il diritto di proprietà stabile: né soltanto proprietà di quelle cose, che si consumano usandole; ma eziandio di quelle cui l’uso non consuma (Encycl. Rerum Novarum).

V.
E' diritto ineccepibile di natura la proprietà privata, frutto di lavoro o d’industria, ovvero di altrui cessione o donazione; e ciascuno può ragionevolmente disporne come a lui pare (Encycl. Rerum Novarum).

VI.
Per comporre il dissidio fra i ricchi ed i proletari fa mestieri distinguere la giustizia dalla carità. Non si ha diritto a rivendicazione, se non quando si sia lesa la giustizia (Encycl. Rerum Novarum).

VII.
Obblighi di giustizia, quanto al proletario ed ai padroni, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti né mai trasformarla in ammutinamenti (Encycl. Rerum Novarum).

VIII.
Obblighi di giustizia, quanto ai capitalisti ed ai padroni, sono questi: rendere la giusta mercede agli operai; non danneggiare i loro giusti risparmi, né con violenze, né con frodi, né con usure manifeste o palliate; dar loro libertà per compiere i doveri religiosi; non esporli a seduzioni corrompitrici ed a pericoli di scandali; non alienarli dallo spirito di famiglia e dall’amor del risparmio ; non imporre loro lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti coll’età o col sesso (Encycl. Rerum Novarum).

IX.
Obbligo di carità de’ ricchi e de’ possidenti, è quello di sovvenire ai poveri ed agl’indigenti, secondo il precetto Evangelico. Il qual precetto obbliga sì gravemente, che nel dì del giudizio dell’adempimento di questo in modo speciale si chiederà conto, secondo disse Cristo medesimo (Matth. XXV) (Encycl. Rerum Novarum).

X.
I poveri poi non devono arrossire della loro indigenza, né sdegnare la carità dei ricchi, sopra tutto avendo in vista Gesù Redentore, che, potendo nascere fra le ricchezze, si fece povero per nobilitare la indigenza ed arricchirla di meriti incomparabili pel Cielo (Encycl. Rerum Novarum).

XI.
Allo scioglimento della quistione operaia possono contribuir molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi, e ad avvicinare ed unire le due classi fra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private; i patronati per i fanciulli, e sopra tutto le corporazioni di arti e mestieri (Encycl. Rerum Novarum).

XII.
A tal fine va diretta specialmente l’Azione Popolare Cristiana o Democratica Cristiana colle sue molte e svariate opere. Questa Democrazia Cristiana poi dev’essere intesa nel senso già autorevolmente dichiarato, il quale, lontanissimo da quello della Democrazia Sociale, ha per base i principi della fede e della morale cattolica, quello sopra tutto di non ledere in veruna guisa il diritto inviolabile della privata proprietà (Encycl. Graves de communi).

XIII.
Inoltre la Democrazia Cristiana non deve mai immischiarsi con la politica, né dovrà mai servire a partiti ed a finì politici; non è questo il suo campo: ma essa dev’essere benefica a favore del popolo, fondata sul diritto di natura e sui precetti del Vangelo (Encycl. Graves de communi) (Istruz, della S. C. degli AA. EE. SS.).
I Democratici cristiani in Italia dovranno del tutto astenersi dal partecipare a qualsivoglia azione politica che nelle presenti circostanze, per ragioni di ordine altissimo, è interdetta ad ogni cattolico (Istruz, cit.).

XIV.
In compiere le sue parti, la Democrazia Cristiana ha obbligo strettissimo di dipendere dall’Autorità Ecclesiastica, prestando ai Vescovi ed a chi li rappresenta piena soggezione e obbedienza. Non è zelo meritorio, né pietà sincera intraprendere anche cose belle e buone in sé, quando non siano approvate dal proprio Pastore (Encycl. Graves de communi).

XV.
Perché tale azione democratico-cristiana abbia unità di indirizzo, in Italia, dovrà essere diretta dall’Opera de’ Congressi e de’ Comitati Cattolici; la quale Opera in tanti anni di lodevoli fatiche ha sì ben meritato della S. Chiesa, ed alla quale Pio IX e Leone XIII di s. m. affidarono l’incarico di dirigere il generale movimento cattolico, sempre sotto gli auspici e la guida dei Vescovi (Encycl. Graves de communi).

XVI. 
Gli scrittori cattolici, per tutto che ciò tocca gl’interessi religiosi e l’azione della Chiesa nella Società, devono sottostare pienamente, d’intelletto e di volontà, come tutti gli altri fedeli, ai loro Vescovi, ed al Romano Pontefice. Devono guardarsi sopra tutto di prevenire, intorno a qualunque grave argomento, i giudizi della Sede Apostolica (Istruz. della S.C. degli AA. EE. SS.).

XVII.
Gli scrittori democratici-cristiani, come tutti gli scrittori devono sottomettere alla preventiva censura dell’Ordinario tutti gli scritti, che riguardano la religione, la morale cristiana e l’etica naturale, in forza della Costituzione Officiorum et munerum (art. 41). Gli ecclesiastici poi, a forma della medesima Costituzione (art. 42), anche pubblicando scritti di carattere meramente tecnico, debbono previamente ottenere il consenso dell’Ordinario (Istruz. della S.C. degli AA. EE. SS.).

XVIII.
Debbono fare inoltre ogni sforzo ed ogni sacrifizio perché regnino fra loro carità e concordia, evitando qualsivoglia ingiuria o rimprovero. Quando sorgono motivi di dissapori, anziché pubblicare cosa alcuna sui giornali, dovranno rivolgersi all’Autorità Ecclesiastica, la quale provvederà secondo giustizia. Ripresi poi dalla medesima, obbediscano prontamente senza tergiversazioni e senza menarne pubbliche lagnanze; salvo, nei debiti modi ed ove sia richiesto dal caso, il ricorso all’Autorità superiore (Istruz. della S.C. degli AA. EE. SS.).

XIX.
Finalmente gli scrittori cattolici, nel patrocinare la causa dei proletari e dei poveri, si guardino dall’adoperare un linguaggio che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori della società. Non parlino di rivendicazioni e di giustizia, allorché trattasi di mera carità, come innanzi fu spiegato. Ricordino che Gesù Cristo volle unire tutti gli uomini col vincolo del reciproco amore, che è perfezione della giustizia, e che porta l’obbligo di adoperarsi al bene reciproco (Istruz. della S.C. degli AA. EE. SS.). 


Le predette norme fondamentali, Noi, di moto proprio e di certa scienza, colla Nostra Apostolica Autorità le rinnoviamo in ogni loro parte, ed ordiniamo che vengano trasmesse a tutti i Comitati, Circoli ed Unioni Cattoliche di qualsivoglia natura e forma. Tali società dovranno tenerle affisse nelle loro sedi, e rileggerle spesso nelle loro adunanze. Ordiniamo inoltre che i giornali cattolici le pubblichino integralmente e dichiarino di osservarle; e le osservino infatti religiosamente: altrimenti siano gravemente ammoniti, e se ammoniti non si emendassero, verranno dalla Autorità Ecclesiastica interdetti.
Siccome poi a nulla valgono parole e vigoria d’azione, se non siano precedute, accompagnate e seguite costantemente dall’esempio; la necessaria caratteristica, che deve rifulgere in tutti i membri di qualunque Opera cattolica, è quella di manifestare apertamente la fede colla santità della vita, colla illibatezza del costume e colla scrupolosa osservanza delle leggi di Dio e della Chiesa. E questo perché è il dovere di ogni cristiano, e poi anche perché chi ci sta di contro, abbia rossore, non avendo nulla, onde dir male di noi (Tit. II, 8).
Di queste Nostre sollecitudini pel bene comune della azione cattolica, specialmente in Italia, speriamo colla divina benedizione, copiosi e felici frutti.

Dato in Roma presso S. Pietro il 18 decembre 1903, anno primo del Nostro Pontificato.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Ad diem illum laetissimum

Lettera Enciclica

Per celebrare il cinquantenario del dogma della Immacolata Concezione 1

Il Corso del tempo ci condurrà tra pochi mesi al giorno d’incomparabile letizia allorché, cinquant’anni or sono, circondato da una magnifica corona di Cardinali e di Vescovi, il Nostro Predecessore Pio IX, Pontefice di santa memoria, dichiarò e proclamò quale rivelazione divina per l’autorità del magistero apostolico, che Maria è stata, fin dal primo istante della Sua concezione, totalmente immune dal peccato originale. Proclamazione che nessuno ignora essere stata accolta da tutti i fedeli dell’universo con tale gioia e entusiasmo quale non si ebbe mai a memoria d’uomo e con manifestazione di fede, sia nei riguardi dell’Augusta Madre di Dio, sia per il Vicario di Gesù Cristo, così grandiosa e così unanime.

Oggi, Venerabili Fratelli, benché alla distanza di mezzo secolo, non possiamo sperare che il rinnovato ricordo della Vergine Immacolata provochi nelle nostre anime come una eco di quelle sante letizie e rinnovelli gli spettacoli magnifici di fede e d’amore verso l’Augusta Madre di Dio, spettacoli che si videro in questo passato già lontano? Ciò che Ce lo farebbe desiderare ardentemente è un sentimento, che Noi abbiamo sempre nutrito nel Nostro cuore, di devozione verso la Beata Vergine ed insieme di gratitudine profonda per i suoi benefizi.

Ciò che d’altra parte Ce ne darebbe la certezza è lo zelo dei cattolici, sempre vigile e sempre pronto e preparato ad ogni testimonianza d’amore da rendersi alla Grande Madre di Dio; e non vogliamo dissimulare che un’altra cosa ravviva grandemente questo Nostro desiderio: è che Ci sembra, se dobbiamo credere a un segreto Nostro istinto, che vi possiamo promettere il prossimo avverarsi di alte speranze nelle quali fu concepita, dal Nostro Predecessore Pio IX e da tutto l’episcopato, la definizione solenne del dogma dell’Immacolata Concezione. Queste speranze invero vi sono pochi che non si dolgano di non averle viste avverarsi e che non invochino le parole di Geremia: "Noi abbiamo atteso la pace e questo bene non è venuto; il tempo della guarigione ed ecco il terrore". Ma non bisogna tacciare di poca fede gli uomini che trascurano di approfondire o di considerare sotto la loro vera luce le opere di Dio? Chi potrebbe infatti contare, chi valutare i tesori segreti di grazia che durante tutto questo tempo Iddio ha versato nella sua Chiesa per la preghiera della Vergine? E, lasciando a parte ciò, che dire del Concilio Vaticano così ammirabile di opportunità e della definizione dell’infallibilità Pontificia, formulata cosi a buon punto di fronte agli errori che stavano per sorgere? E di questo slancio di pietà che, cosa nuova e inaudita, ha fatto affluire da tanto tempo ai piedi del Vicario di Cristo, per venerarlo al suo cospetto, i fedeli di ogni lingua e di ogni parte? E non è un mirabile effetto della Divina Provvidenza, che i Nostri due Predecessori, Pio IX e Leone XIII, abbiano potuto in tempi così torbidi governare santamente la Chiesa, per un periodo così lungo quale prima non era stato concesso ad altro Pontificato? Al che bisogna aggiungere che non appena Pio IX aveva affermato la fede cattolica nella Concezione senza macchia della Madre di Dio, nella città di Lourdes si iniziavano le meravigliose manifestazioni della Vergine che furono l’origine dei templi elevati in onore dell’Immacolata Madre di Dio, opere di alta magnificenza e d’immenso lavoro, nei quali prodigi quotidiani, dovuti alla Sua intercessione, forniscono splendidi argomenti per combattere l’attuale incredulità umana. Tanti e così insigni benefizi accordati da Dio per le pietose sollecitazioni della Benigna Vergine durante i cinquant’anni che stanno per compiersi, non debbono farci sperare la salute per un tempo più vicino di quanto non abbiamo creduto? Così che, come ce l’insegna una legge della Provvidenza Divina, gli estremi mali non sono mai lontani dalla prossima liberazione: "Il suo tempo è vicino e i suoi giorni non sono lontani. Poiché il Signore prenderà Giacobbe sotto la sua pietà e avrà ancora il suo eletto in Israele". È dunque completa fiducia che li sostiene di poter dire fra poco: "Il Signore ha infranto le verghe degli empi. La terra è nella pace e nel silenzio, essa si allieta ed esulta".

Ma se il cinquantesimo anniversario dell’atto Pontificio per il quale fu dichiarata senza macchia la Concezione di Maria, deve provocare nel seno del popolo cristiano ardente entusiasmo, la ragione è soprattutto nella necessità che abbiamo esposta nella Nostra precedente Enciclica. Noi vogliamo dire di "tutto restaurare in Gesù Cristo". Poiché chi non accetta che non vi è strada più sicura né più facile se non quella di Maria, per la quale gli uomini possono arrivare fino a Cristo e ottenere mediante Gesù Cristo questa perfetta adozione filiale che rende santi e senza macchia allo sguardo di Dio?

Certo, se è stato detto veramente alla Vergine: "O Beata che avete, creduto, perché le cose che Vi sono state dette dal Signore si avvereranno", e cioè che Ella concepirebbe e darebbe alla luce il Figlio di Dio; se, conseguentemente, Ella ha accolto nel suo seno Colui che per natura è verità, di modo che "generato in un ordine nuovo... invisibile in sé, si rese visibile a noi"; dal momento che il Figlio di Dio è l’Autore e il Consumatore della nostra fede, è necessario che la Madre sia conosciuta come partecipante dei Divini Misteri e in qualche modo la loro custode e che su di Lei, come sul più nobile fondamento, dopo Gesù Cristo, riposi la fede di tutti i secoli. Come potrebbe essere altrimenti? Dio non avrebbe potuto per altra via mandarci il riparatore dell’umanità e il fondatore della fede? Ma dato che è piaciuto all’eterna Provvidenza del Signore che l’Uomo-Dio ci sia stato dato per il tramite di Maria e poiché questa avendolo ricevuto dalla feconda virtù dello Spirito Santo l’ha portato realmente nel suo seno, non ci rimane che ricevere Gesù dalle mani di Maria. Così noi vediamo nelle Sante Scritture, ovunque ci è profetizzata la grazia che deve giungere, dovunque o quasi il Salvatore degli Uomini vi appare insieme alla Sua Santissima Madre. Uscirà l’Agnello dominatore della terra, ma dalla pietra del deserto; il fiore crescerà, ma dalla radice di Jesse 2. Adamo trattiene le lacrime che la maledizione strappava al suo cuore, quando vede Maria nel futuro schiacciare la testa del serpente; Maria è oggetto del pensiero di Noè chiuso nell’arca liberatrice; di Abramo arrestato nel momento di immolare suo figlio; di Giacobbe quando vede la scala dove salgono e scendono gli angeli; di Mosè in ammirazione davanti al cespuglio che arde senza consumarsi; di Davide cantando e danzando nel ricondurre l’Arca Santa; di Elia vedendo la piccola nube che sale dal mare. E senza aggiungere altro, noi troviamo sempre Maria dopo Cristo nella legge, nella verità delle immagini e delle profezie 3. Che appartenga alla Vergine, a Lei soprattutto, di condurci alla conoscenza di Cristo, non si può dubitare, se si considera fra l’altro che Ella sola al mondo ha avuto con Lui, come si conviene una madre col figlio, una comunità di vita di oltre trent’anni. I mirabili misteri della nascita e dell’infanzia di Cristo, e quelli che si collegano alla Sua assunzione dell’umana natura, principio e fondamento della Nostra Fede, a chi possono essere stati rivelati meglio che alla Madre? "Ella conservava e riviveva nel suo cuore" ciò che aveva visto fare da Lui a Betlemme, ciò che Ella aveva visto a Gerusalemme nel Tempio; non solo ma, iniziata al Suo pensiero e ai Suoi segreti progetti, Ella ha vissuto la vita stessa del Suo Figlio. No, nessuno al mondo quanto Lei ha conosciuto a fondo Gesù; nessuno è miglior maestro e miglior guida per far conoscere Cristo.

Di conseguenza, come abbiamo già accennato, nessuno è più efficace della Vergine per unire gli uomini a Gesù. Se, infatti, secondo la dottrina del Divino Maestro: "La vita eterna consiste nel conoscere Te che sei l’unico, il vero Dio e Colui che hai inviato, Gesù Cristo", come noi giungiamo attraverso Maria a conoscere Gesù Cristo, cosi pure attraverso Lei ci è più facile ottenere quella vita di cui Egli è il principio e la fonte.

E ora, se consideriamo un momento quante e urgenti ragioni vi siano perché la Madre Santissima sia con noi generosa di quei tesori, quanto aumenteranno le nostre speranze!

Non è Maria la Madre di Dio? Dunque è anche nostra Madre 4. Poiché ciascuno deve avere la ferma convinzione che Gesù, Verbo incarnato, è anche il Salvatore del genere umano. Ora, in quanto Dio Uomo, Egli ha un corpo come gli altri uomini: in quanto Redentore della nostra razza, ha un Corpo spirituale o, come si dice, mistico, il quale non è altro che la società dei cristiani legati a Lui dalla fede. "Numerosi come siamo, formiamo un solo corpo in Gesù Cristo". La Vergine non ha concepito il Figlio di Dio soltanto perché ricevendo da Lei natura umana divenisse uomo; ma anche affinché diventasse il Salvatore degli uomini appunto per mezzo di quella natura che aveva ricevuto da Lei. Questa è la spiegazione delle parole degli angeli ai pastori: "Oggi è nato a voi il Salvatore, Cristo Signore".

Così, nel casto grembo della Vergine dove ha preso la carne mortale, Gesù ha preso anche il Corpo spirituale, formato da tutti coloro "che erano destinati credere in Lui": e si può dire che Maria, portando in seno Gesù, vi portava anche tutti coloro la vita dei quali era contenuta nella vita del Salvatore.

Dunque, tutti noi che uniti a Cristo siamo, come dice l’Apostolo: "le membra del suo corpo formate dalla sua carne e dalle sue ossa", dobbiamo considerarci usciti dal grembo della Vergine come un corpo attaccato alla sua testa.

Per questo in verità noi siamo chiamati, in un senso spirituale e tutto mistico, i figli di Maria ed Ella, per parte Sua, è madre di noi tutti. "Madre secondo lo spirito, ma non per questo meno madre delle membra di Gesù Cristo che siamo noi".

Se dunque la Beatissima Vergine è nello stesso tempo madre di Dio e degli uomini, chi può dubitare che Ella non impiegherà tutte le Sue forze presso Suo Figlio, "testa del Corpo della Chiesa", perché Egli diffonda su di noi che ne siamo le membra i doni della Sua grazia, soprattutto quello di conoscerlo e di "vivere per Lui"? Ma la Vergine non ha soltanto la lode di aver fornito "la materia della Sua carne al Figlio unico di Dio che doveva nascere con membra umane" e di aver così preparato una vittima per la salvezza degli uomini; Ella dovette anche custodirla, quella vittima, nutrirla e presentarla nel giorno stabilito all’altare. Così vi fu tra Maria e Gesù una continua comunione di vita e di sofferenza, di modo che si può applicare tanto all’uno che all’altra la sentenza del profeta: "La mia vita si è consumata nel dolore, i miei anni sono trascorsi nei lamenti". E quando venne per Gesù l’ultima ora e "Sua Madre stava presso la Croce", oppressa dal tragico spettacolo e nello stesso tempo felice "perché Suo Figlio si immolava per la salvezza del genere umano e d’altronde Ella partecipava talmente ai Suoi dolori, che Le sarebbe sembrato infinitamente preferibile prendere su di sé tutti i tormenti del Figlio, se fosse stato possibile".

La conseguenza di questa comunione di sèntimenti e di sofferenze fra Maria e Gesù è che Maria "divenne legittimamente degna di riparare l’umana rovina" e perciò di dispensare tutti i tesori che Gesù procurò a noi con la Sua morte e il Suo sangue. Certo, solo Gesù Cristo ha il diritto proprio e particolare di dispensare quei tesori che sono il frutto esclusivo della Sua morte, essendo egli per Sua natura il mediatore fra Dio e gli uomini. Tuttavia, per quella comunione di dolori e d’angoscie, già menzionata tra la Madre e il Figlio, è stato concesso all’Augusta Vergine di essere "presso il Suo unico Figlio la potentissima mediatrice 5 e conciliatrice del mondo intiero". La fonte è dunque Gesù Cristo e "noi tutti abbiamo derivato qualcosa dalla Sua pienezza; da Lui tutto il corpo reso compatto in tutte le giunture dalla comunicazione prende gli incrementi propri del corpo ed è edificato nella carità". Ma Maria, come osserva giustamente San Bernardo, è l’"acquedotto", o anche quella parte per cui il capo si congiunge col corpo e gli trasmette forza e efficacia; in una parola, il collo. Dice San Bernardino da Siena 6: "Ella è il collo del nostro capo, per mezzo del quale esso comunica al suo corpo mistico tutti i doni spirituali". È dunque evidente che noi dobbiamo attribuire alla Madre di Dio una virtù produttrice di grazie: quella virtù che è solo di Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti nella santità e nell’unione con Gesù Cristo ed è stata associata da Gesù Cristo nell’opera di redenzione, Ella ci procura de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno ed è la suprema dispensatrice di grazie. Gesù "siede alla destra della Maestà Divina nell’altezza dei Cieli"; Maria siede regina alla destra di Suo Figlio, "rifugio cosi sicuro e ausilio cosi fedele in tutti i pericoli, che non si deve temere nulla né disperare sotto la sua guida, i suoi auspici, la sua protezione e la sua benevolenza".

Dati questi principi, e per tornare al Nostro proposito, chi non riconoscerà che giustamente Noi abbiamo affermato che Maria, assidua compagna di Gesù dalla casa di Nazareth fino al luogo del Calvario, iniziata più di chiunque altro ai segreti del suo cuore, dispensatrice per diritto di madre dei tesori dei suoi meriti, è per tutte queste cause l’aiuto più sicuro ed efficace per arrivare alla conoscenza e all’amore di Gesù Cristo? Una prova troppo evidente ce ne dànno, ahimè, con la loro condotta, quegli uomini che, sedotti dagli artifici del demonio o ingannati da false dottrine, credono di poter fare a meno del soccorso della Vergine. Disgraziati che trascurano Maria col pretesto di rendere onore a Gesù! Non sanno che non si può "trovare il Figlio se non con sua Madre".

Stando così le cose, o Venerabili Fratelli, Noi vogliamo che mirino a questo scopo tutte le solennità che si preparano per ogni dove in onore della Santa e Immacolata Concezione di Maria. Nessun omaggio infatti Le è più gradito e più dolce che la nostra conoscenza e il nostro vero amore di Gesù Cristo. Folle di fedeli riempiano dunque le Chiese, si celebrino feste solenni, vi sia gioia nelle città: queste cose sono molto efficaci per ravvivare la fede. Ma se non si aggiungono a queste cose i sentimenti del cuore, non vi sarà che pura forma e semplice apparenza di devozione. A questo spettacolo la Vergine, usando le parole di Gesù Cristo, cosi giustamente ci rimprovererà: "Questa gente mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me".

Poiché, infine, è efficace il culto della madre di Dio che viene spontaneo dal cuore, gli atti del corpo non hanno in questo caso né utilità né valore, se sono separati dagli impulsi dell’animo. E questi impulsi debbono essere diretti a quest’unico oggetto: che noi osserviamo pienamente ciò che comanda il Divino Figlio di Maria. Infatti, se il vero amore è soltanto quello che ha la virtù di unire le volontà, necessariamente noi dobbiamo avere la stessa volontà di Maria, cioè di servire Gesù Cristo Nostro Signore. La sapientissima Vergine fa a noi la stessa raccomandazione che fece ai servitori delle nozze di Cana: "Fate tutto ciò che Egli vi dirà". Ecco la parola di Gesù Cristo: "Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Ciascuno si persuada dunque che se la devozione che professa verso la Beatissima Vergine non lo trattiene dal peccato o non gli ispira il desiderio di espiare le sue colpe, si tratta di una devozione falsa e menzognera, sprovvista del suo effetto e del suo frutto naturale.

Se qualcuno desidera una conferma a queste cose, può trovarla facilmente nel dogma stesso dell’Immacolata Concezione di Maria. Infatti, per tralasciare la tradizione cattolica che è fonte di verità anche essa come le Sacre Scritture, come mai questa convinzione della Concezione Immacolata della Vergine è sempre stata casi consona al sentimento cattolico che la si può ritenere come incorporata e innata nell’anima dei fedeli? Citiamo la risposta di Dionisio il Certosino 7"Abbiamo orrore di dire che questa creatura femminile destinata a schiacciare un giorno la testa del serpente, è stata da lui sopraffatta e che, Madre di Dio, è stata figlia del diavolo". No: l’intelletto del popolo cristiano non avrebbe potuto concepire che la carne di Cristo, pura, innocente e senza macchia, avesse avuto origine nel grembo di Maria da una carne contaminata anche solo per un attimo. E perché tutto questo, se non per il fatto che Dio è infinitamente lontano dal peccato? È questa, senza discussione, l’origine della convinzione comune a tutti i cristiani: che Gesù Cristo, prima di rivestire la natura umana e di "lavare noi dai nostri peccati nel Suo sangue", dovette accordare a Maria la grazia e il privilegio speciale di essere preservata e immune, al principio della concezione, da ogni macchia del peccato originale. Se dunque Dio aborrisce tanto il peccato da aver voluto la futura madre di Suo Figlio, libera, non solo di quelle macchie che ci contaminano per nostra volontà, ma per favore speciale e in previsione dei meriti di Gesù Cristo anche di quell’altra il cui triste marchio è trasmesso a tutti noi figli di Adamo per una specie di tragica ereditarietà; chi può dubitare che chiunque vuoi conquistarsi con la devozione il cuore di Maria, non abbia il dovere di emendare le proprie abitudini viziose e depravate e di domare le passioni che lo spingono al male?

Inoltre, chiunque vuole, e tutti devono volerlo, che la sua devozione verso la Vergine sia degna di Lei e perfetta, deve andare più oltre e sforzarsi in tutti i modi di imitare i suoi esempi. Per leggi divine, infatti, ottengono l’eterna beatitudine soltanto coloro che hanno imitate fedelmente la pazienza e la santità di Gesù Cristo: "In fatti coloro che Iddio ha conosciuti nella sua prescienza, li ha predestinati a essere conformi all’immagine di Suo Figlio, perché questi sia il primogenito fra molti fratelli". Ma tale è la nostra debolezza, che la grandezza di simile esempio facilmente ci scoraggia; perciò Dio ha voluto provvedere proponendocene un altro, tanto vicino a Cristo quanto è permesso all’umana natura e più conforme alla nostra debolezza. Si tratta della Madre di Dio. A questo proposito dice Sant’Ambrogio: "Tale fu Maria che soltanto la sua vita è per tutti un insegnamento". E conclude giustamente: "Abbiate dunque davanti agli occhi dipinte come in un quadro la verginità e la vita della Beatissima Vergine, che riflette come uno specchio lo splendore della purezza e l’aspetto stesso della virtù".
Sebbene poi convenga che i figli imitino tutte le virtù di questa SS. Madre, tuttavia Noi desideriamo che i fedeli seguano preferibilmente quelle che sono le principali e come i nervi e le giunture della vita cristiana, cioè la fede, la speranza e la carità verso Dio e verso il prossimo. Tutta la vita di Maria porta la radiosa impronta di queste virtù in tutte le sue fasi; ma esse raggiunsero il più alto grado di splendore nel tempo in cui Ella assistette il Figlio Suo morente. Gesù è crocifisso e gli si rimprovera maledicendolo "di essersi fatto figlio di Dio". Maria con ferma costanza riconosce e adora in lui la divinità. Lo seppellisce dopo morto, senza dubitare un attimo della Sua resurrezione. La Sua ardente carità verso Dio la rende partecipe dei tormenti di Gesù Cristo e compagna della Sua passione; e con Lui, quasi dimentica del proprio dolore, implora perdono per i carnefici benché questi gridino ostinatamente: "Che il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli".

Ma perché non si creda che Noi abbiamo perduto di vista il Nostro argomento, che è il mistero dell’Immacolata Concezione, quali grandi ed efficaci aiuti si trovano in questa per conservare quelle medesime virtù e praticarle come conviene! E in realtà, da quali principî partono i nemici della religione per seminare tanti errori e così gravi che la fede di tanti comincia a vacillare? Cominciano col negare la caduta primitiva dell’uomo e la sua decadenza. Sostengono che sono favole il peccato originale e i danni che ne sono conseguiti, cioè la corruzione originaria dell’umanità destinata a corrompere a sua volta tutta la razza umana; e quindi che è una favola l’introduzione del male per gli uomini e l’implicita necessità di un Redentore. Posti questi principi, si comprende facilmente che non rimane più posto né per Cristo, né per la Chiesa, né per la grazia, né per nulla che vada al di là della natura; in una parola, tutto l’edificio della fede è capovolto. Ora, se i popoli credono e professano che la Vergine Maria è stata fin dall’istante della Concezione preservata da ogni contaminazione, allora è necessario che ammettano il peccato originale, la riabilitazione dell’umanità operata da Gesù Cristo, il Vangelo, la Chiesa e infine la stessa legge della sofferenza; e grazie a questo, tutto ciò che nel mondo esiste di razionalismo e di materialismo viene sradicato e distrutto e rimane alla saggezza cristiana la lode di aver conservata e difesa la verità.

Inoltre è una malvagità comune ai nemici della fede soprattutto in questa nostra epoca, asserire e proclamare che bisogna rifiutare ogni rispetto e ogni obbedienza all’autorità della Chiesa e anche a ogni potere umano pensando che sarà più facile in seguito farla finita con la fede. E questa è l’origine dell’anarchia, la dottrina più nociva e più pericolosa che vi sia per ogni ordine di cose, naturale e soprannaturale. Ora, questa peste, fatale nello stesso tempo per la società e per il nome cristiano, trova la propria rovina nel dogma dell’Immacolata Concezione di Maria; dogma che obbliga a riconoscere alla Chiesa un potere al quale deve piegarsi non solo la volontà, ma anche lo spirito. Poiché è per l’effetto di simile sottomissione che il popolo cristiano innalza alla Vergine questa lode: "Tu sei tutta bella o Maria e in Te non vi è macchia originale". E con questo è giustificato ancora una volta ciò che la Chiesa afferma di Lei, cioè che: "Ella da sola ha sterminato le eresie in tutto il mondo". E se la fede, come dice l’Apostolo, non è altro che "sostanza di cose spera te", tutti saranno d’accordo nel riconoscere che se l’Immacolata Concezione di Maria rafforza la nostra fede, per la stessa ragione ravviva in noi la speranza. Tanto più che se la Vergine è stata resa immune dalla macchia originaria, è perché doveva essere la Madre di Cristo: ora Ella fu Madre di Cristo perché le nostre anime potessero risorgere alla speranza.

E ora, per tralasciare qui la carità verso Dio, chi non troverebbe nella contemplazione della Vergine Immacolata una spinta a osservare religiosamente il precetto di Gesù Cristo, quello che Egli ha dichiarato suo per eccellenza, e cioè che noi ci amiamo gli uni e gli altri, come Egli ci ha amato?

"Un grande segno — con queste parole l’Apostolo San Giovanni descrive una visione divina — un grande segno è apparso nel cielo: una donna vestita di sole coi piedi sulla luna e una corona di dodici stelle attorno al capo". Tutti sanno che quella donna rappresenta la Vergine Maria che, rimanendo integra, partorì il nostro Capo. L’Apostolo continua: "Avendo il frutto nel suo seno, il parto le strappava alte grida e le causava crudeli dolori". San Giovanni, dunque, vide la SS. Madre di Dio già in atto di godere l’eterna beatitudine e tuttavia travagliata da un misterioso parto. Quale parto? Il nostro certamente; di noi che, trattenuti ancora in questo esilio, abbiamo bisogno di essere generati al perfetto amore di Dio e all’eterna felicità. Quanto ai dolori del parto, significano l’ardore e l’amore coi quali Maria veglia su di noi dall’alto dei Cieli e lavora con infaticabili preghiere per completare il numero degli eletti.

Desideriamo che tutti i fedeli cerchino di acquistare quella virtù della carità e soprattutto approfittino per questo delle feste straordinarie che stanno per essere celebrate in onore dell’Immacolata Concezione di Maria. Con quale odio, con quale frenesia viene oggi attaccato Gesù Cristo e la religione che Egli ha fondato! E quindi, quale pericolo per molti; pericolo attuale e imminente di lasciarsi trascinare dall’errore e di perdere la fede! Perciò "Colui che pensa di essere in piedi, si guardi dal cadere". E, nello stesso tempo, tutti rivolgano a Dio con l’intercessione della Vergine umili e insistenti preghiere perché riconduca sul sentiero della verità coloro che hanno avuto la disgrazia di allontanarsene. Sappiamo per esperienza che la preghiera che sgorga dalla carità e che si appoggia sull’intercessione di Maria non è mai stata vana. Certamente non ci si può aspettare che gli attacchi contro la Chiesa abbiano mai a finire: "In fatti è necessario che vi siano le eresie perché le anime di fede provata siano palesi fra di voi". Ma la Vergine non smetterà per conto Suo di sostenerci nelle nostre prove, per quanto siano dure, e di continuare la lotta che ha incominciato al momento della Sua Concezione, di modo che ogni giorno noi potremo ripetere: "Oggi è stata spezzata da Lei la testa dell’antico serpente".

E affinché i tesori delle grazie Celesti, elargiti più abbondantemente del solito, ci aiutino a congiungere l’imitazione della Beatissima Vergine con gli omaggi che Le renderemo più solenni durante tutto quest’anno, e per arrivare cosi più facilmente a restaurare ogni cosa nel nome di Gesù Cristo, seguendo l’esempio dei Nostri Predecessori all’inizio del loro Pontificato, abbiamo deciso di accordare a tutto il mondo una indulgenza straordinaria sotto forma di Giubileo.

Perciò, appoggiandoCi sulla misericordia di Dio Onnipotente e sull’autorità dei Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo, in base a quel potere di legare e di sciogliere che Ci è stato dato malgrado la Nostra indegnità: a tutti i fedeli in generale, e a ciascuno in particolare, dì ambo i sessi, che abitano qui a Roma o vi si trovano di passaggio, che avranno visitato tre volte le quattro basiliche patriarcali a cominciare dalla prima domenica di Quaresima 21 febbraio, fino al 2 giugno, compreso il giorno nel quale si celebra la solennità del SS. Sacramento; e che per un certo periodo avranno devotamente pregato per la libertà e l’esaltazione della Chiesa cattolica e della Sede Apostolica, per l’estirpazione delle eresie e la conversione dei peccatori, per la concordia di tutti i Principi cristiani, per la pace e l’unità di tutto il popolo fedele, e secondo la Nostra intenzione; e che avranno, durante il periodo indicato, eccettuato i giorni non compresi nell’indulto quaresimale, digiunato una volta usando soltanto alimenti magri; che, avendo confessati i loro peccati, abbiano ricevuto il Sacramento dell’Eucaristia e così pure a tutti gli altri, di tutti i paesi fuori di Roma, che nel suddetto periodo o durante tre mesi da designarsi esattamente dall’ordinario, anche non continui se ciò risulti più comodo per i fedeli, ma in ogni caso prima dell’8 dicembre, avranno visitato tre volte la Chiesa cattedrale e in mancanza di questa la Chiesa parrocchiale e ancora in mancanza di questa la principale Chiesa del luogo; e che avranno devotamente compiute le altre opere più sopra indicate; concediamo e accordiamo l’indulgenza plenaria di tutti i loro peccati: permettendo anche che questa indulgenza, che si può ottenere una sola volta, possa essere applicata a guisa di suffragio alle anime che hanno lasciato questa vita nella grazia di Dio.

Permettiamo inoltre che i viaggiatori di terra e di mare, compiendo le opere più sopra indicate appena tornati al loro domicilio, ottengano la stessa indulgenza.

Ai confessori approvati di fatto dai loro ordinari, diamo la facoltà di commutare in altre opere di pietà quelle da Noi prescritte; questo a favore dei regolari di ambo i sessi e di tutte le altre persone, comunque siano, che non possano compiere queste opere; con facoltà anche di dispensare dalla Comunione quei bambini che non siano ancora stati ammessi a riceverla.

Inoltre, a tutti i fedeli in generale e a ciascuno in particolare, laici o ecclesiastici, regolari o secolari, di qualsiasi Ordine o Istituto, compresi quelli che esigerebbero menzioni speciali, Noi accordiamo il permesso di scegliersi a questo effetto un prete qualunque regolare o secolare fra i sacerdoti approvati (e di questa facoltà potranno essere anche le religiose, le novizie e le altre persone abitanti nei monasteri, purché il confessore in questo caso sia approvato per le monache); questo prete, ove le suddette persone si presentino a lui in questo periodo e gli si confessino nell’intento di ottenere l’indulgenza del Giubileo e di compiere le altre opere che esigono per questo, potrà per questa volta soltanto e unicamente nel foro interiore assolverli da ogni scomunica, sospensione e altre sentenze e censure ecclesiastiche, inflitte per qualunque causa dalla legge o dal giudice, anche nei casi particolarmente riservati a chicchessia, anche al Sovrano Pontefice e alla Sede Apostolica, come pure da tutti i peccati o delitti riservati agli ordinari e a Noi stessi e alla Sede Apostolica; non tuttavia senza avere imposta una salutare penitenza a tutte le altre ingiunzioni prescritte e, se si tratta di eresie, non senza l’abiura e la ritrattazione dovuta di diritto degli errori; lo stesso prete potrà inoltre commutare ogni specie di voto, anche pronunciato sotto giuramento e riservato alla Sede Apostolica (eccetto quello di castità, di religione o quelli che implicano un’obbligazione accettata da un terzo); potrà commutare i voti, dunque, in altre opere devote e salutari e se si tratta di penitenti costituiti negli Ordini, anche regolari, potrà dispensarli da ogni irregolarità contraria all’esercizio dell’Ordine o all’avanzamento a qualche Ordine superiore, ma contratta solamente per violazione di censura. Non intendiamo, d’altronde, con questa lettera, dispensare dalle altre irregolarità, qualunque esse siano e in qualunque modo contratte o per delitto o per difetto, sia pubblicamente, sia nascostamente, o per nota infamante o per qualche altra incapacità o inabilità; così pure non vogliamo derogare alla Costituzione promulgata da Benedetto XIV di felice memoria, che comincia con le parole: "Sacramenturn poenitentiae", né alle dichiarazioni che sono in essa contenute; e finalmente non intendiamo che la presente lettera possa o debba essere di qualche utilità a coloro che Noi stessi e questa Sede Apostolica o qualche prelato o giudice ecclesiastico avrà espressamente scomunicati, sospesi, interdetti o colpiti con altre sentenze o censure, o che saranno stati pubblicamente denunciati a meno che abbiano dato soddisfazione nel periodo suddetto e che si siano accordati se possibile con le parti.

Siamo lieti di aggiungere che permettiamo che durante tutto il tempo del Giubileo ciascuno conservi interamente il privilegio di ottenere tutte le indulgenze anche plenarie, che sono state accordate da Noi o dai Nostri Predecessori.

Finiamo questa lettera, Venerabili Fratelli, esprimendo ancora la grande speranza che abbiamo nel cuore: e cioè che, per mezzo delle grazie straordinarie di questo Giubileo che Noi accordiamo sotto gli auspici dell’Immacolata Vergine, molti che si sono miserabilmente separati da Gesù Cristo, torneranno a Lui e che rifiorirà nel popolo cristiano l’amore delle virtù e l’ardore della pietà. Cinquant’anni fa, quando Pio IX Nostro Predecessore dichiarò che la Immacolata Concezione della Beatissima Madre di Gesù Cristo doveva essere ritenuta fondamentale nella fede cattolica si vide, l’abbiamo ricordato, un’incredibile abbondanza di grazie spargersi sulla terra e l’aumentata speranza nella Vergine apportare dappertutto un notevole progresso nell’antica religione dei popoli. Che cosa dunque ci impedisce di aspettarci qualcosa di meglio ancora per l’avvenire? Certamente noi viviamo in un’epoca triste e abbiamo il diritto di lamentarci con le parole del Profeta: "Non c’è più verità, non c’è più misericordia, non c’è più scienza sulla terra. La maledizione e la menzogna e l’omicidio e il furto e l’adulterio, invadono ogni cosa". Ciononostante, in questo che si può chiamare un diluvio di male, l’occhio contempla, simile a un arcobaleno, la Vergine misericordiosa arbitra di pace tra Dio e gli uomini. "Io porrò un arco nelle nuvole e sarà un segno d’alleanza tra me e la terra". Si scateni dunque la tempesta e una densa oscurità invada il cielo: nessuno deve tremare; la vista di Maria placherà Iddio ed Egli perdonerà. "L’arcobaleno sarà nelle nuvole e nel vederlo io mi ricorderò del patto eterno. E non ci sarà più diluvio per ingoiare la carne del mondo". Non c’è dubbio che, se noi ci affidiamo come conviene a Maria, soprattutto nel tempo in cui solennizzeremo con più ardente devozione la sua Immacolata Concezione; non c’è dubbio che noi sentiremo che Ella è sempre quella Vergine potentissima "che col suo virgineo piede ha schiacciato la testa del serpente".

Come augurio di queste grazie, o Venerabili Fratelli, vi impartiamo nel nome del Signore, con grande affetto, come pure ai vostri popoli, l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso San Pietro, 2 febbraio 1904, anno I dei Nostro Pontificato.


NOTE

1 Il dogma dell’Immacolata Concezione, privilegio in virtù del quale la Vergine fu dal momento stesso della sua concezione esente dalla macchia del peccato originale, fu definito da Pio IX con la bolla Ineffabilisdell’8 dicembre 1854.

2 È il nome che viene dato a Isaiapadre di Davide. Radice di Jesse, vale "stirpe di Davide".

3 Si allude ai vari passi biblici dai quali i teologi traggono argomento, riconoscendoli quali premonitori della missione divina di Maria.

4 Qui si fa richiamo alla definizione del Concilio di Efeso dell’anno 431, che attribuì a Maria la sublime maternità di Dio. L’unione ipostatica in Gesù Cristo della doppia natura divina ed umana porta a Maria di potere e dover essere chiamata Madre di Dio.

5 A Maria assunta alla gloria del Cielo (come al dogma definito solamente nel 1950) è dovuto il massimo culto che a creatura possa essere dedicato (iperdulia): come alla più sicura mediatrice di grazia presso il Figlio.

6 Nato a Siena nel 1380, morto all’Aquila nel 1444. A lui è dovuta l’opera di apostolato svolta durante la pestilenza che desolò Siena nel 1400. Di famiglia abbiente, abbandonò ogni ricchezza ai poveri e si fece religioso nell’Ordine dei Francescani.

7 Dei numerosi santi e teologi di questo nome è qui ricordato Denys le Chartreux (in italiano Dionisio il Certosino) che si ritrova anche citato con il nome di Denys di Reken dal nome del paese fiammingo dove era nato nel 1394. Teologo di grande fama: si contano a circa duecento le opere da lui composte. Morì nel 1471.







 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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08/04/2014 11.26
 
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san Pio X
Iucunda sane

Lettera Enciclica

Memoria di san Gregorio Magno e della sua opera restauratrice, ecclesiastica e civile. Richiamo alla formazione del clero. Attenzione alla musica liturgica: nel ricordo e nella rievocazione di San Gregorio Magno, detta norme sulla musica liturgica 1.

Gioconda certo torna la memoria, venerabili fratelli, di quel grande "incomparabile uomo" (Martyrologium Romanum, 3 sept.), il pontefice Gregorio, primo di questo nome, la cui solennità centenaria, al volgere del secolo XIII dalla sua morte, stiamo per celebrare. Da quel Dio, che "mortifica e vivifica, ... che umilia e solleva" (1 Re 26.7), tra le cure quasi innumerabili del ministero Nostro apostolico, tra le tante angosce dell’animo per i molti e gravi doveri che il governo della chiesa universale C’impone, tra le insistenti sollecitudini di soddisfare nel miglior modo possibile voi, venerabili fratelli, chiamati a partecipare del Nostro apostolato, e i fedeli tutti affidati alle Nostre cure, non senza una particolare provvidenza fu disposto, così pensiamo, che il Nostro sguardo negli inizi del Nostro sommo pontificato si rivolga subito su questo santissimo e illustre antecessore Nostro, onore della chiesa e decoro. L’animo infatti si apre a grande fiducia nella sua validissima intercessione presso Dio, e si riconforta nel ricordare sia le massime sublimi che inculcò con l’alto suo magistero, sia le virtù santamente da lui praticate. E se per la forza delle une e per la fecondità delle altre egli impresse nella chiesa di Dio un’orma sì vasta, sì profonda, sì duratura, che giustamente i contemporanei e i posteri gli diedero il nome di "Grande", e oggi ancora dopo tanti secoli si verifica l’elogio della sua iscrizione sepolcrale: "egli vive eterno in ogni luogo per le innumerabili sue buone opere" (Apud IOANNEM DIACONUM, Vita Gregorii, lib. IV, c. 68),non può fare che ai seguaci tutti dei suoi mirabili esempi, col conforto della grazia divina, non sia dato di adempiere i propri doveri per quanto lo consenta l’umana debolezza.

Occorre appena ricordare quel che dai pubblici documenti è già a tutti noto. Sommo era lo scompaginamento dello stato allorché Gregorio ascese al sommo pontificato; l’antica civiltà era pressoché tramontata, e dilagava la barbarie in tutti i domini del cadente impero romano. L’Italia poi, abbandonata dagli imperatori di Bisanzio, era divenuta quasi preda dei Longobardi, che, non ancora assestati, scorazzavano per ogni dove, devastando ogni cosa col ferro e col fuoco, recando dappertutto desolazione e morte. Questa stessa città, minacciata all’esterno dai nemici, all’interno provata dai flagelli della pestilenza, delle inondazioni, della fame, venne ridotta a sì miserevole stato, che non si sapeva come più oltre mantenere in vita, non soltanto i cittadini, ma anche le dense moltitudini che vi si rifugiavano. Si vedeva uomini e donne d’ogni condizione, vescovi e sacerdoti recanti vasi sacri salvati dalle rapine, monaci e innocenti spose di Cristo, che con la fuga si sottraevano o alle spade nemiche o agli insulti brutali di uomini perduti. Gregorio stesso chiamò la chiesa di Roma: "Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio". Ma il nocchiero suscitato da Dio aveva mano potente; e posto al timone, non solo tra l’imperversare dei marosi seppe toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future.

Ed è cosa veramente ammirabile quant’egli ottenne nei poco più di tredici anni del suo governo. Fu ristoratore dell’intera vita cristiana, ravvivando la pietà dei fedeli, l’osservanza dei monaci, la disciplina del clero, la cura pastorale dei vescovi. Quale "padre prudentissimo della famiglia di Cristo", mantenne e accrebbe i patrimoni della chiesa e largamente sovvenne, secondo la necessità propria di ciascuno, al popolo immiserito, alla società cristiana, alle singole chiese. "Divenuto" veramente "console di Dio", spinse la sua azione feconda ben oltre le mura di Roma e tutta in bene della società civile. Si oppose energicamente alle ingiuste pretese degli imperatori bizantini; rintuzzò le audacie e represse le vergognose ingordigie degli esarchi e degli officiali imperiali, ergendosi a pubblico difensore della giustizia sociale. Ammansì la ferocia dei Longobardi, non dubitando di andare egli stesso in persona incontro ad Agilulfo alle porte di Roma, al fine di smuoverlo dall’assedio della città, come già aveva fatto con Attila il papa Leone Magno; né mai in seguito si trattenne dalle preghiere, dalle soavi persuasioni, dagli accorti negoziati, finché non vide quietare quel popolo temuto e ordinarsi a più regolare governo, finché non lo seppe guadagnato alla fede cattolica; per opera specialmente della pia regina Teodolinda sua figlia in Cristo. Perciò Gregorio può a buon diritto chiamarsi salvatore e liberatore dell’Italia, della "terra sua", come egli soavemente la chiama. Per le incessanti sue cure pastorali si vanno spegnendo i resti dell’eresia in Italia e in Africa, si riordinano le cose ecclesiastiche nelle Gallie, si rassodano nella conversione già cominciata i Visigoti delle Spagne, e l’inclita nazione inglese, la quale "posta in un angolo del mondo, mentre finora rimaneva ostinata nel culto dei legni e delle pietre", accoglie anch’essa la vera fede di Cristo. Il cuore di Gregorio sovrabbonda di gioia alla notizia di sì preziosa conquista, come quello di un padre che riceve tra le braccia il figlio suo dilettissimo e ne riferisce ogni merito a Gesù redentore, "per il cui amore", come scrive egli stesso, "rintracciamo nella Bretagna sconosciuti fratelli, per la cui grazia troviamo quelli che ignari andavamo cercando" (Registrum Epistularum, XI36 (28), Ad Augustinum Anglorum episcopum).

E la nazione inglese fu sì grata al santo pontefice che lo chiamo sempre: "maestro nostro, dottore nostro, apostolico nostro, papa nostro, Gregorio nostro", e considerò se stessa come il sigillo del suo apostolato. Per ultimo la sua azione fu così salutarmente efficace che la memoria delle cose da lui operate s’impresse profondamente negli animi dei posteri, particolarmente durante il medioevo, che respirava, per così dire, dell’aria da lui infusa, si nutriva della sua parola, conformava la vita e i costumi a seconda dei suoi esempi, introducendosi felicemente nel mondo la civiltà sociale cristiana in opposizione a quella romana dei secoli precedenti per sempre tramontata.

"Questa è mutazione della mano dell’Altissimo"! E ben si può dire che nella mente di Gregorio non altro che la mano di Dio fu operatrice di sì grandi imprese. Di fatto, così scriveva egli al santissimo monaco Agostino a proposito della ricordata conversione degli angli e può applicarsi a tutto il resto nella sua azione apostolica: "Di chi è mai quest’opera, se non di colui, il quale disse: Il Padre mio opera fino al presente e io pure opero? Per mostrare al mondo che voleva convertirlo, non con la sapienza degli uomini, ma con la sua virtù, elesse a predicatori del mondo uomini illetterati; e questo medesimo fece pur ora, essendosi degnato di operare fra la gente degli angli cose forti, per mezzo di uomini deboli". Noi riconosciamo senza dubbio quel che la profonda umiltà del santo pontefice nascondeva al suo sguardo: e la perizia negli affari, e l’ingegno accorto nel condurre a termine, le imprese, e la prudenza mirabile in ogni disposizione, e la vigilanza assidua e la sollecitudine perseverante. Ma è certo insieme, che egli non si fece innanzi con la potenza e con la forza dei grandi della terra, laddove invece nell’altissimo grado della dignità pontificia volle chiamarsi per primo: "Servo dei servi di Dio"; non si aprì la strada soltanto con la scienza profana ovvero con le "persuasive parole dell’umana sapienza" (1 Cor 24), non con le accortezze della civile politica, neppure con i sistemi di rinnovamento sociale abilmente studiati e preparati e quindi posti in esecuzione; neppure infine, e ciò è meraviglioso, col proporsi un vasto programma di azione apostolica da attuare gradualmente; mentre al contrario, come è noto, il suo pensiero era pieno dell’idea di una prossima fine del mondo e perciò del pochissimo tempo che rimaneva per le grandi azioni. Debolissimo e gracile di corpo, continuamente afflitto da infermità che più volte lo ridussero in fin di vita, egli possedeva una incredibile energia di spirito, la quale riceveva sempre nuovo alimento dalla fede viva nella parola infallibile di Cristo e nelle sue divine promesse. Inoltre con fiducia illimitata contava sulla forza soprannaturale da Dio data alla chiesa per bene compiere la sua divina missione nel mondo.

Per questo il proposito costante della sua vita, quale è comprovato da tutte le sue parole e da tutte le sue opere, fu questo: di mantenere in sé e suscitare negli altri questa medesima viva fede e confidenza, operando tutto il bene che tornasse per il momento possibile in attesa del giudizio divino.

Ne seguiva in lui la volontà risoluta di adoperare per la comune salvezza l’esuberante ricchezza dei mezzi soprannaturali dati da Dio alla sua chiesa, quali sono la dottrina infallibile delle verità rivelate, la predicazione efficace di tale dottrina in tutto il mondo e i sacramenti che hanno virtù d’infondere o di accrescere la vita dell’anima, e la grazia della preghiera nel nome di Cristo che assicura la protezione celeste.

Questi ricordi, venerabili fratelli, ci tornano di indicibile conforto. Se dall’alto di queste mura vaticane volgiamo attorno lo sguardo, a somiglianza di Gregorio e forse più ancora di lui dobbiamo temere; tante sono le tempeste addensate da ogni lato, tanti gli eserciti nemici che premono, e tanto insieme è l’abbandono in cui siamo di ogni umano sussidio per ribattere le une e sostenere l’impeto degli altri. Ma se riflettiamo dove poggiano i Nostri piedi, dove questa sede pontificia è collocata, Ci sentiamo del tutto sicuri sulla rocca della santa chiesa. "Chi infatti ignora", scriveva s. Gregorio al patriarca Eulogio di Alessandria, "che la santa chiesa è fondata sulla solidità del primo degli apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi, dalla pietra, Pietro?". La forza soprannaturale della chiesa nel passare dei secoli non è venuta mai meno, né fallirono le promesse di Cristo; e come già consolavano il cuore di Gregorio, tali si mantengono, anzi per Noi acquistano maggiore forza nella riprova di tanti secoli, nel vario corso di tanti avvenimenti.

Passarono regni e imperi, tramontarono popoli fiorenti per nome e per civiltà, più volte le nazioni come accasciate dal peso degli anni si disfecero in se medesime. Ma la chiesa, indefettibile nella sua essenza, unita con vincolo indissolubile al suo Sposo celeste, è qui fulgente di eterna giovinezza, forte del medesimo primitivo vigore, quale uscì dal cuore trafitto di Cristo spirato in croce. Uomini potenti del secolo si sollevarono contro di lei. Essi sparirono, ma ella rimase. Sorsero sistemi filosoci innumerabili, d’ogni forma, d’ogni genere, superbamente vantandosene i maestri, quasi avessero finalmente sbaragliata la dottrina della chiesa, rifiutati i dogmi della fede, dimostrato l’assurdo dei suoi insegnamenti. Ma quei sistemi l’un dopo l’altro si annoverano nelle storie, dimenticati, falliti; mentre dalla rocca di Pietro rifulge così sfolgorante la luce della verità, come quel giorno che Gesù l’accese al suo apparire nel mondo e le diede l’alimento della sua divina parola: "Passerà il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno" (Mt24, 35).

Noi, nutriti di questa fede, resi solidi su questa pietra, sentendo nel fondo dell’animo tutti i doveri gravissimi che il primato C’impone, ma insieme tutto il vigore che per volontà divina in Noi deriva, attendiamo tranquilli che si sperdano al vento le tante voci che ci gridano intorno che la chiesa cattolica ha finito il suo tempo, che le sue dottrine sono per sempre tramontate, che da qui a poco essa si vedrà condannata o ad accettare i pareri della scienza e della civiltà senza Dio o a sparire dall’umano consorzio. Insieme però non possiamo fare a meno di ricordare a tutti, grandi e piccoli, come già fece il papa Gregorio, la necessità assoluta di ricorrere a questa chiesa per avere la salute eterna, per battere la diritta via della ragione, per nutrirsi della verità, per conseguire la pace e la stessa felicità di questa vita terrena.

Perciò, per usare le parole del santo pontefice, "volgete i vostri passi a questa pietra inconcussa, sopra la quale il Redentore nostro volle fondata la chiesa universa, perché il cammino di chi è sincero di cuore non incontri ostacoli e si smarrisca". Soltanto la carità della chiesa e l’unione con essa "unisce la divisione, riordina ciò che è confuso, tempera le ineguaglianze, compie le imperfezioni". Fermamente è da ritenere che nessuno può con rettitudine governare le cose terrene, se non sa trattare le celesti, e che "la pace degli stati dipende dalla pace universale della chiesa". Nasca quindi l’assoluta necessità di una perfetta armonia tra i due poteri, ecclesiastico e civile, essendo ambedue per volere di Dio chiamati a sostenersi l’un l’altro. Di fatto, "la potestà sugli uomini tutti fu data dal cielo affinché siano aiutati quelli che aspirano al bene, perché la via del cielo si apra più largamente, perché il regno terrestre serva al celeste".

Da questi princìpi proveniva l’invitta fermezza d’animo di Gregorio, che Noi, con l’aiuto di Dio, Ci studieremo d’imitare, proponendoci di volere ad ogni costo difendere i diritti e le prerogative, onde il pontificato romano è custode e vindice innanzi a Dio e innanzi agli uomini. Perciò il medesimo Gregorio scriveva ai patriarchi di Alessandria e di Antiochia: Quando si tratti dei diritti della chiesa universa, "dobbiamo dimostrare anche con la morte, che per amore di qualche nostro particolare interesse, nulla vogliamo che torni a danno del bene comune". E all’imperatore Maurizio: "Chi per vana ostentazione di gloria leva la sua cervice contro Dio onnipotente e contro gli statuti dei Padri, non piegherà a sé la mia cervice, neppure col taglio delle spade, come io confido nello stesso Dio onnipotente". E al diacono Sabiniano: "Sono pronto a morire anziché permettere che ai miei giorni la chiesa degeneri. E tu ben conosci le mie abitudini, che io sopporto a lungo; ma se io poi mi decido di non sopportare più oltre, vado incontro ai pericoli con animo lieto".

Tali erano le massime fondamentali che andava annunziando il papa Gregorio, ed era ascoltato. Così nella docilità dei prìncipi e dei popoli alla sua parola il mondo riconquistava la salute vera e si rimetteva nella via della civiltà, tanto più nobile e feconda di beni, quanto meglio era fondata sui dettami inconcussi della ragione e della disciplina morale e traeva ogni forza dalla verità divinamente rivelata e dalle massime dell’evangelo.

Ma allora i popoli, sebbene rozzi, ignoranti, privi ancora di ogni civiltà, erano però avidi di vita. Nessuno poteva loro darla, se non Cristo per mezzo della chiesa: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza" (Gv 1010). Ed ebbero veramente la vita e abbondante, appunto perché dalla chiesa non potendo venire altra vita se non quella soprannaturale delle anime, questa racchiude in sé e rafforza tutte le altre energie della vita, anche solo di ordine naturale. "Se la radice è santa, santi saranno pure i rami", diceva Paolo al popolo etnico "e tu pure essendo oleastro sei stato innestato in quelli e sei divenuto partecipe della radice e della fecondità dell’olivo" (Rm 11,16.17).

Oggi al contrario, sebbene il mondo goda una luce sì piena di civiltà cristiana e sotto questo aspetto non possa neppur lontanamente paragonarsi a quello dei tempi di Gregorio, sembra però stanco di quella vita, che pure è stata ed è ancora fonte precipua e spesso unica di tanti beni, non soltanto passati, ma anche presenti. Né solo, come avvenne in altri tempi al sorgere delle eresie e degli scismi, taglia sé stesso fuori del tronco quasi ramo inutile, ma pone la scure alla radice prima dell’albero che è la chiesa, e si sforza di inaridirne il succo vitale, perché la rovina di lei sia più sicura ed essa più non rigermini.

In questo errore, che è il massimo del nostro tempo e la fonte da cui derivano tutti gli altri, sta l’origine di tanta perdita dell’eterna salute degli uomini e di tante rovine in fatto di religione che andiamo lamentando, e delle molte altre che temiamo ancora, se non si pone rimedio al male. Si nega cioè ogni ordine soprannaturale, e perciò l’intervento divino nell’ordine della creazione e nel governo del mondo e la possibilità del miracolo; tolte le quali cose è necessario scuotere i fondamenti della religione cristiana. S’impugnano perfino gli argomenti, con i quali si dimostra l’esistenza di Dio, rifiutando con inaudita temerarietà e contro i primi princìpi della ragione la forza invincibile della prova che dagli effetti ascende alla causa, che è Dio, e alla nozione dei suoi attributi infiniti. "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rm 120). Resta quindi aperto l’adito ad altri errori gravissimi, ugualmente ripugnanti alla retta ragione e nocivi ai buoni costumi.

Di fatto la gratuita negazione del principio soprannaturale, propria "della scienza di falso nome" (1 Tm 620), diviene il postulato di una critica storica ugualmente falsa. Tutto ciò che si riferisce in qualsiasi modo all’ordine soprannaturale, perché o gli appartiene, o lo costituisce, o lo presuppone, o perché solo in esso trova la sua spiegazione, è cancellato senz’altro esame dalle pagine della storia. Tale è la divinità di Gesù Cristo, la sua incarnazione per opera dello Spirito santo, la sua risurrezione per virtù propria e in genere tutti i dogmi della nostra fede. Posta così la scienza sopra una falsa via, non c’è più legge critica che la trattenga, ed essa cancella a capriccio dai libri santi tutto ciò che non le garba o crede contrario alla tesi prestabilita che vuoi dimostrare. Tolto infatti l’ordine soprannaturale, la storia delle origini della chiesa deve fabbricarsi su tutt’altro fondamento; e perciò i novatori rimaneggiano a proprio talento i momenti della Storia, traendoli a dire quel che essi vogliono, non quel che intesero gli autori.

Molti restano tanto presi dall’apparato straordinario di erudizione che si ostenta e dalla forza apparentemente convincente delle prove addotte, che o perdono la fede o se ne sentono gravemente scossi. Ci sono pure di quelli che, fermi nella loro fede, accusano la scienza critica come demolitrice, mentr’essa è per sé innocente ed elemento sicuro di ricerca, quando sia rettamente applicata. Né gli uni né gli altri si avvedono del falso presupposto, da cui pigliano le mosse, vogliamo dire la scienza di falso nome, la quale logicamente li spinge a conclusioni ugualmente false. Posto cioè un falso principio filosofico, torna viziata ogni cosa. Perciò la confutazione di questi errori non sarà mai efficace, se non si cambia la posizione; cioè se gli erranti non si traggono dal campo critico, dove si credono trincerati, in quello legittimo della filosofia, abbandonato il quale, attinsero l’errore.

Intanto però è doloroso dover applicare ad uomini, ai quali non mancano l’acutezza della mente e la costanza dell’applicazione, il rimprovero che Paolo faceva a coloro, che dalle cose terrene non ascendono a quelle che sfuggono allo sguardo: "Svanirono nei loro pensamenti e si ottenebrò lo stolto loro cuore: infatti, dicendo di essere saggi, diventarono stolti" (Rm 121-22). E davvero non altro che stolto deve dirsi colui che consuma tutte le sue forze intellettuali a fabbricare sulla rena.

Né meno lagrimevoli sono i guasti, che da quella negazione provengono alla vita morale degli individui e della società civile. Tolto il principio che nulla di divino esiste oltre questo mondo visibile, assolutamente non c’è più ritegno alcuno alle sbrigliate passioni, anche più basse e indegne, donde asserviti gli animi si abbandonano a disordini d’ogni specie. "Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi" (Rm 124). Voi ben vedete, venerabili fratelli, come veramente trionfi dappertutto la peste dei depravati costumi, e come l’autorità civile, laddove non ricorra agli aiuti dell’anzidetto ordine soprannaturale, non sia affatto capace di frenarla. Anzi l’autorità non sarà capace di sanare gli altri mali, se si dimentica o si nega che ogni potere viene da Dio. Il freno unico d’ogni governo è allora la forza; la quale però, né costantemente si adopera, né sempre può aversi alla mano; perciò il popolo si va logorando come per un occulto malessere, d’ogni cosa è scontento, proclama il diritto di agire a suo arbitrio, attizza le ribellioni, suscita le rivoluzioni degli stati, talvolta turbolentissime, mette sottosopra ogni diritto umano e divino. Tolto di mezzo Dio, ogni rispetto alle leggi civili, ogni riguardo alle istituzioni anche più necessarie viene meno; si disprezza la giustizia, si calpesta la stessa libertà proveniente dal naturale diritto; si giunge perfino a distruggere la compagine stessa della famiglia, che è il fondamento primo e inconcusso della compagine sociale. Ne segue che, ai tempi nostri ostili a Cristo, si rende più difficile l’applicare i rimedi potenti, dal Redentore messi in mano alla chiesa, al fine di mantenere i popoli nel loro dovere.

E nondimeno non c’è salvezza se non in Cristo: "Infatti non sotto il cielo altro nome dato agli uomini grazie al quale possiamo essere salvati" (At 412). A lui dunque occorre tornare. Ai suoi piedi conviene di nuovo prostrarsi per ascoltare dalla sua bocca divina le parole di vita eterna; poiché egli solo può additarci la via della rigenerazione, egli solo insegnarci la verità, egli solo restituirci la vita. Egli appunto ha detto: "Io sono la via e la verità e la vita" (Gv 146). Si è tentato nuovamente di operare quaggiù senza di lui; si è cominciato a costruire l’edificio, scartando la pietra angolare, come l’apostolo Pietro rimproverava ai crocifissori di Gesù. Ed ecco di nuovo la mole innalzata si sfascia e ricade sugli edificatori e li stritola. Ma Gesù rimane pur sempre la pietra angolare della società umana, e di nuovo si verifica che fuori di lui non c’è salvezza: "Questa è la pietra rigettata da voi che fabbricate, la quale è divenuta testata d’angolo, né in alcun altro c’è salvezza" (At 411-12).

Di qui riconoscerete facilmente, venerabili fratelli, l’assoluta necessità che ci stringe tutti di risuscitare con la massima energia dell’animo e con tutti i mezzi di cui possiamo disporre, codesta vita soprannaturale in ogni ordine della società: nel povero operaio che suda da mane a sera per guadagnarsi un tozzo di pane e nei grandi della terra che reggono i destini delle nazioni. È da ricorrere anzitutto alla preghiera privata e pubblica, per implorare le misericordie del Signore e l’aiuto suo potente. "Signore, salvaci; siamo perduti" (Mt 825), dobbiamo ripetergli come già gli apostoli sbattuti dalla tempesta.

Ma ciò non basta. Gregorio se la prende col vescovo, che per amore della stessa solitudine spirituale e della preghiera, non scende in campo a combattere strenuamente per la causa del signore: "Egli porta privo di senso il nome di vescovo". E con ogni diritto; infatti conviene illuminare gli intelletti con la predicazione continua della verità, ribattendo efficacemente gli errori coi princìpi della vera e solida filosofia e teologia e coi mezzi tutti che provengono dal genuino progresso dell’investigazione storica. Più ancora è necessario inculcare convenientemente nella mente di tutti le massime morali insegnate da Gesù Cristo; perché ognuno impari a vincere se stesso, a frenare le passioni dell’animo, a fiaccare l’orgoglio, a vivere soggetto all’autorità, ad amare la giustizia, ad esercitare la carità verso tutti, ad attenuare con amore cristiano le dure disuguaglianze sociali, a staccare il cuore dai beni della terra, a vivere contento dello stato in cui la Provvidenza ha posto ciascuno, cercando in esso di migliorare con l’adempimento dei propri doveri, ad anelare alla vita futura nella speranza del premio eterno. Ma soprattutto è necessario che questi princìpi s’insinuino e penetrino fin dentro al cuore, affinché la vera e soda pietà vi metta profonde radici, e ognuno, come uomo e come cristiano, riconosca, non a parole soltanto, ma coi fatti, i propri doveri e ricorra con fiducia filiale alla chiesa e ai suoi ministri, per ottenere da loro il perdono delle colpe, ricevere la grazia fortificante dei sacramenti e riordinare la propria vita secondo le leggi cristiane.

A questi fondamentali doveri del ministero spirituale è necessario congiungere la carità di Cristo, mossi dalla quale non vi sia afflitto che per noi non si consoli, non lacrime che dalle nostre mani non siano asciugate, non bisogno che da noi non sia sollevato. All’esercizio di tale carità consacriamoci totalmente; cedano ad essa tutte le nostre cose, ad essa si pospongano gli interessi nostri personali e le proprie comodità, "facendoci tutto a tutti" (1 Cor 922) per guadagnare tutti al Signore, dando la stessa nostra vita, sull’esempio di Cristo, che ne impone il dovere ai pastori della chiesa: "Il buon pastore dà la vita per le sue pecore" (Gv 1011). Questi preziosi ammonimenti abbondano nelle pagine che Gregorio ha lasciato scritte, e sono espressi con forza di gran lunga maggiore nei molteplici esempi della sua vita ammirabile.

Ora siccome tutte queste cose sgorgano necessariamente e dalla natura dei princìpi della rivelazione cristiana e dalle proprietà intrinseche che deve avere il nostro apostolato, voi ben vedete, venerabili fratelli, quanto siano in errore coloro che stimano di rendere servizio alla chiesa e di fruttificare alla salute delle anime, allorché per una tale prudenza della carne sono larghi di concessioni alla scienza di falso nome, nella funesta illusione di poter così guadagnare più facilmente gli erranti, ma in verità nel continuo pericolo di andar perduti essi stessi. La verità è una sola e non può essere dimezzata; essa perdura eterna e non va soggetta alle vicende dei tempi: "Gesù Cristo ieri e oggi, egli (è) anche nei secoli" (Eb 138).

E così pure sbagliano gravemente coloro, che nell’occuparsi del pubblico bene, soprattutto sostenendo la causa delle classi inferiori, promuovono sopra ogni cosa il benessere materiale del corpo e della vita, tacendo affatto del loro bene spirituale e dei doveri gravissimi che ingiunge la professione cristiana. Non si vergognano di coprire talvolta quasi con un velo certe massime fondamentali dell’evangelo, per timore che altrimenti la gente rifugga dall’ascoltarli e seguirli. Non sarà certo alieno dalla prudenza il procedere a poco a poco nella stessa proposizione della verità, quando si ha a che fare con uomini del tutto alieni da noi e del tutto lontani da Dio. "Prima di adoperare il ferro, occorre palpare con mano leggera le ferite", diceva Gregorio. Ma anche questo espediente si ridurrebbe a prudenza della carne, se si proponesse come norma di azione costante e comune; tanto più che in tal modo sembra non tenersi nel debito conto la grazia divina, che sostiene il ministero sacerdotale e che è data, non solo a quelli che lo esercitano, ma anche ai fedeli tutti di Cristo, perché le nostre parole e la nostra azione facciano breccia nei loro cuori. Gregorio non conobbe affatto questa prudenza, sia nella predicazione dell’evangelo, sia nelle tante e sì mirabili opere da lui intraprese a sollievo delle miserie altrui. Egli continuò costantemente quel medesimo che avevano fatto gli apostoli, i quali, allorché si lanciarono la prima volta nel mondo a portarvi il nome di Cristo, ripetevano il detto: "Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i gentili" (1 Cor 123). Se v’era tempo in cui la prudenza umana pareva unico espediente ad ottener qualche cosa in un mondo del tutto impreparato a ricevere dottrine, sì nuove, sì ripugnanti alle umane passioni, sì opposte alla civiltà, allora ancor floridissima, dei greci e dei romani, certo era quello della prima predicazione della fede. Ma gli apostoli disdegnarono quella prudenza; perché ben conoscevano il precetto di Dio: "Piacque a Dio di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione" (1 Cor 121). E come fu sempre, così oggi ancora questa stoltezza per quelli che sono salvati, cioè per noi, è la virtù di Dio" (1 Cor 118). Lo scandalo del Crocifisso, come per l’innanzi, così sempre in seguito ci fornirà l’arma più potente di tutte; come altra volta, così di poi, in quel segno otterremo vittoria.

Tuttavia, venerabili fratelli, quest’arma perderà della sua efficacia o sarà del tutto inutile, se si trovasse in mano di uomini, che non siano assuefatti alla vita interiore con Cristo, non educati nella scuola della vera e soda pietà, non appieno infiammati di zelo per la gloria di Dio e per la propagazione del suo regno. Gregorio sentiva siffattamente questa necessità, che adottava la più grande sollecitudine nel creare vescovi e sacerdoti, animati da gran desiderio dell’onore divino e del vero bene delle anime. E tale intento si propose nel libro della Regola pastorale, dove sono raccolte le norme per la salutare formazione del clero e per il governo dei vescovi, molto utili non solo ai tempi suoi ma anche ai nostri. Egli, come annota il suo biografo, "a guisa di Argo luminosissimo girava intorno gli occhi della sua pastorale sollecitudine per tutta l’ampiezza del mondo", per scoprire e correggere le mancanze e le negligenze del clero. Ché anzi tremava al solo pensiero, che la barbarie o l’immoralità potessero far presa nella vita del clero; e andava profondamente scosso e non si dava più pace, allorché avvertiva qualche infrazione alle leggi disciplinari della chiesa, e subito ammoniva, correggeva, minacciando pene canoniche ai trasgressori, talvolta applicandole immediatamente egli stesso, tal altra senza dilazione alcuna e senza alcun umano riguardo rimuovendo gli indegni dal loro officio.

Inoltre inculcava molte massime, che in simile forma di frequente leggiamo nei suoi scritti: "Con quale animo prende l’officio di mediatore del popolo presso Dio, chi non è conscio di essere familiare della sua grazia per il merito della vita?". - "Se nel suo operare vivono le passioni, con quale presunzione s’affretta a medicare il ferito chi porta la piaga in volto?". Qual frutto si potrà sperare nei fedeli cristiani, se i messaggeri della verità "combattono coi costumi, quel che predicano con le parole?". - "Davvero non può togliere i delitti altrui, chi ne va guastato" (Regula pastoralis, I11).

Così egli intende e descrive l’immagine del vero sacerdote: "È colui che, morendo a tutte le passioni della carne, già vive spiritualmente; colui che ha posposto le prosperità del mondo; colui che non teme affatto le avversità; colui che brama soltanto le cose interiori; colui che non si lascia prendere dal desiderio delle cose altrui, ma è generoso nel dare del proprio; colui che, tutto viscere di pietà, è incline al perdono, ma nel perdono non devia mai più di quel che convenga dall’apice della rettitudine; colui che non commette mai cose illecite, ma le cose illecite altrui deplora come sue proprie; colui che con ogni affetto del cuore compatisce l’altrui debolezza, e della prosperità del prossimo si allieta, come del suo proprio profitto; colui che in ogni cosa sua così si rende modello agli altri, da non avere onde arrossire, nemmeno circa le azioni passate; colui che si studia di vivere in modo che possa anche irrigare gli aridi cuori del prossimo con le acque della dottrina; colui che per l’uso dell’orazione e per la propria esperienza conosce già di poter ottenere dal Signore quel che domanda" (Regula pastoralis, I10).

Quanto dunque, venerabili fratelli, ha da pensare il vescovo seriamente con se stesso e innanzi a Dio, prima di imporre le mani ai novelli leviti! "Né per grazia di alcuno, né per suppliche che si facciano, ardisca mai di promuovere alcuno ai sacri ordini, se il tenore della vita e delle azioni sue non lo dimostri degno". Quanto maturamente deve riflettere prima di affidare le opere dell’apostolato ai sacerdoti novelli! Se non siano debitamente provati sotto vigile custodia di sacerdoti più prudenti, se non consti nel modo più aperto della loro onestà di vita, del loro affetto per gli esercizi spirituali, della pronta loro volontà di seguire obbedienti le norme tutte di azione, o suggerite dalla consuetudine ecclesiastica, o comprovate dalla diuturna esperienza, o imposte da coloro che "lo Spirito santo pose vescovi a reggere la chiesa di Dio" (At 2028) eserciteranno il ministero sacerdotale, non già in salute, ma in rovina del popolo cristiano. Infatti susciteranno discordie, provocheranno più o meno tacite ribellioni, offrendo al mondo il triste spettacolo di una quasi divisione d’animi tra noi, mentre in verità questi fatti deplorabili non sono altro che orgoglio e indisciplinatezza di alcuni pochi. Oh, siano del tutto rimossi da ogni officio gli eccitatori della discordia. Di tali apostoli la chiesa non ha bisogno; non sono apostoli di Gesù Cristo crocifisso, ma di se stessi.

Ci par di vedere tuttora presente al Nostro sguardo l’immagine di Gregorio nel Concistoro del Laterano, circondato da gran numero di vescovi d’ogni parte e da tutto il clero di Roma. Oh come sgorga dal suo labbro feconda l’esortazione sui doveri del clero! Come si consuma di zelo il suo cuore! Le sue parole sono fulmini che schiantano il perverso, sono flagelli che scuotono l’indolente, sono fiamme di amore divino che soavemente investono il più fervente. Leggete, venerabili fratelli, e fate leggere e meditare al vostro clero, specialmente nell’annuale ritiro degli esercizi spirituali, quella stupenda omelia di Gregorio.

Con indicibile amarezza egli esclama tra l’altro: "Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, ma è assai difficile trovare chi si impegna nella messe di Dio, perché abbiamo sì ricevuto l’ordinazione sacerdotale ma non ne adempiamo gli obblighi". E invero, quale forza non avrebbe oggi la chiesa, se in ogni sacerdote potesse contare l’operaio? Quale larghissimo frutto non produrrebbe nelle anime la vita soprannaturale della chiesa, se fosse da tutti efficacemente promossa? Gregorio ha saputo strenuamente suscitare ai tempi suoi questo spirito di energica azione, e per la spinta da lui data, ottenne che il medesimo spirito si mantenesse nelle età seguenti. L’intero medioevo reca l’impronta, per dir così, gregoriana; da quel pontefice infatti riconosceva pressoché ogni cosa: e le regole del governo ecclesiastico, e quelle molteplici della carità e della beneficenza nelle istituzioni ufficiali, e i princìpi dell’ascetica cristiana più perfetta e della vita monastica, e l’ordinamento della liturgia e l’arte del canto sacro.

I tempi sono di gran lunga cambiati. Ma, come più volte abbiamo ripetuto, nulla è cambiato nella vita della chiesa. Essa ha ereditato dal suo divin Fondatore la virtù di offrire a tutti i tempi, sebbene diversi fra loro, quanto è richiesto, non solo al bene spirituale delle anime, ciò che è proprio della sua missione, ma anche quanto giova al progresso della vera civiltà, ciò che da quella missione discende come naturale conseguenza.

Non è infatti possibile che le verità dell’ordine soprannaturale, onde la chiesa è depositaria, non promuovano altresì tutto ciò che è vero, buono e bello nell’ordine naturale, e questo con

tanta maggiore efficacia, quanto più tali verità si riferiscono al princìpio supremo di ogni verità, bontà e bellezza, che è Dio.

La scienza umana guadagna di gran lunga dalla rivelazione, sia perché questa apre nuovi orizzonti e fa conoscere speditamente altre verità di semplice ordine naturale, sia perché apre la retta via all’investigazione o la tiene lontana dagli errori di applicazione e di metodo. Così un faro luminoso ai naviganti che solcano l’oceano nelle tenebre della notte addita molte cose che altrimenti non si vedrebbero, e insieme addita gli scogli, contro i quali sbattendo, la nave potrebbe naufragare.

E nelle discipline morali, poiché il divin Redentore ci propone quale modello supremo di perfezione il suo Padre celeste (Mt 5, 48), cioè la bontà stessa divina, che non vede quanto impulso ne venga all’osservanza sempre più perfetta della legge naturale iscritta nei cuori, e quindi al sempre maggiore benessere dell’individuo, della famiglia, della società tutta? La ferocia dei barbari fu così ridotta a gentili costumi, la donna fu liberata dall’abiezione, fu repressa la schiavitù, restituito l’ordine nella conveniente dipendenza reciproca delle varie classi sociali, riconosciuta la giustizia, proclamata la libertà vera delle anime, assicurata la pace domestica e sociale.

Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita. Il solo principio di adoperarle a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana. Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto.

Tutti questi benefici, ripetiamo, l’azione di papa Gregorio seppe ottenere ai tempi suoi e nei secoli a lui seguenti; e tanto per l’intrinseca efficacia dei princìpi ai quali dobbiamo ricorrere e dei mezzi che abbiamo alla mano, sarà possibile ottenere ancor oggi, mantenendo con ogni studio il buono che per grazia di Dio ancora si conserva "ristorando in Cristo" (Ef 110) quanto per disgrazia dalla retta norma fosse deviato.

Ci piace metter fine a questa Nostra lettera con le parole medesime, onde Gregorio concludeva la sua memoranda esortazione nel concistoro del Laterano. "Riflettete con sollecitudine a tutto questo nel vostro intimo, o fratelli, e attuatelo al cospetto del vostro prossimo, rendendovi, così, pronti a presentare a Dio onnipotente i frutti del ministero che vi è stato affidato. A queste mete, di cui si è detto, si arriverà più con la preghiera che con la parola. Preghiamo: O Dio, che hai voluto chiamarci pastori fra il popolo, concedi a noi, ti supplichiamo, di poter essere ai tuoi occhi come siamo chiamati dalla voce degli Uomini".

E mentre per l’intercessione del santo pontefice Gregorio confidiamo di ottenere da Dio il benigno esaudimento della nostra preghiera, auspice dei celesti favori e testimone della Nostra benevolenza paterna, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al popolo vostro, impartiamo con tutto l’affetto del cuore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 12 marzo 1904, festa di S. Gregorio I, papa e dottore della Chiesa, nell’anno primo del Nostro pontificato.


 

1 Il contenuto di questa enciclica riassume la preoccupazione della Chiesa di dare ordine alla materia della musica sacra. Già il Concilio di Trento si era occupato della materia nel secolo XVI, mostrando avversione all’introduzione della musica profana nelle cerimonie religiose. Pio X, con un suo "motu proprio" del 23 novembre 1903, aveva dettato in argomento norme precise e severe, tendenti a ristabilire come obbligatorie le norme dettate dal Pontefice Gregorio I il Grande (590-604) che da lui prendono il nome (canto gregoriano). Pertanto venne vietata ogni modificazione ai testi delle preghiere per essere adattate al canto; vietata la traduzione dal latino dei testi medesimi; anche gli strumenti sono rigorosamente limitati, con esclusione del pianoforte, dei tamburi, della grancassa, dei campanelli; sono poi esclusi i pezzi sinfonici che precedano o interrompano il canto. Tali norme severe sono poi state attenuate con disposizioni successive.









 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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san Pio X
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Lettera Enciclica

 

I.

L’ ignoranza della religione causa precipua dell’odierno rilassamento.

In troppo ingrati e difficili tempi le disposizioni arcane della provvidenza divina hanno sollevato la Nostra pochezza all’officio di Pastore supremo dell’universo gregge di Gesù Cristo. L’uomo inimico già da lunga stagione si aggira intorno a questo gregge, e lo va così insidiando con sottilissima astuzia, che or più che mai sembra verificato ciò che l’Apostolo prediceva ai maggiorenti della Chiesa di Efeso: "Io so che entreranno fra voi lupi rapaci che non perdoneranno all’ovile" (Act. XX29). — Del quale religioso decadimento coloro, che nutrono tuttora zelo della gloria di Dio, vanno indagando le ragioni e le cause; e mentre altri altre ne assegnano, conforme all’opinar di ciascuno, diverse son le vie che seguono per tutelare e ristabilire il regno di Dio sulla terra. A Noi, Venerabili fratelli, checché sia di altre cagioni, sembra di preferenza dover convenire con coloro che la radice precipua dell’odierno rilassamento e quasi insensibilità degli animi e dei gravissimi mali che quindi si derivano, ripongono nell’ignoranza delle cose divine. Il che risponde pienamente a quello che Dio stesso affermò pel profeta Osea: "... E non è scienza di Dio sulla terra. La maledizione, la menzogna, e l’omicidio, e il furto, e l’adulterio dilagarono, e il sangue toccò il sangue. Perciò piangerà la terra e verrà meno chiunque abita in essa" (Os. IV1 ss.).

II.

L’ignoranza della religione quanto comune ai nostri tempi.

E che infatti fra i cristiani dei nostri giorni sieno moltissimi quelli i quali vivono in una estrema ignoranza delle cose necessarie a sapersi per la eterna salute, è lamento oggimai comune, e purtroppo! lamento giustissimo. E quando diciamo fra i cristiani, non intendiamo solamente della plebe o di persone di ceto inferiore, scusabili talvolta, perché, soggetti al comando d’inumani padroni, appena è che abbian agio di pensare a sè ed ai propri vantaggi:

ma altresì e sopratutto di coloro, che pur non mancando d’ ingegno e di coltura, mentre delle profane cose sono conoscentissimi, vivono spensierati e come a caso in ordine alla religione. Può dirsi appena di quali profonde tenebre questi tali sien circondati; e ciò che più accuora, tranquillamente vi si mantengono! Niun pensiero quasi sorge loro di Dio autore e moderatore dell’ universo e di quanto insegna la Fede cristiana. E conseguentemente, sono cose affatto ignote per essi e l’Incarnazione del Verbo di Dio, e l’opera di redenzione dell’uman genere da lui compiuta; e la Grazia che è pur il mezzo precipuo pel conseguimento dei beni eterni, e il santo Sacrificio e i Sacramenti, pei quali la detta grazia si acquista e conserva. Nulla poi apprezzano la malizia e turpitudine del peccato, e quindi non hanno affatto pensiero di evitarlo o di liberarsene; e così si giunge al giorno supremo, talché il ministro di Dio, acciò non manchi una qualche speranza di salute, è costretto ad usare dei momenti estremi, che dovrebbero tutti impiegarsi nel fomentare la carità verso Dio, nel dare una sommaria istruzione delle cose indispensabili a salute; se pure, ciò che sovente interviene, l’infermo non sia talmente schiavo di colpevole ignoranza, da credere superflua l’opera del sacerdote, e senza riconciliarsi con Dio, affronti tranquillo il viaggio tremendo dell’eternità. Onde è che il Nostro predecessore Benedetto XIV giustamente scrisse: "Questo asseveriamo, che la maggior parte di coloro, che san dannati agli eterni supplizi, incontrano quella perpetua sventura per ignoranza dei misteri della fede, che necessariamente si debbono sapere e credere per essere ascritti fra gli eletti" (Instit. XXVI18).

III.

Dall’ignoranza della religione è da ripetersi l’odierna corruttela dei costumi.

Ciò posto, Venerabili Fratelli, qual meraviglia che si veda oggi nel mondo, e non già diciamo fra i barbari, ma in mezzo alle nazioni cristiane, e cresca ogni giorno più la corruttela dei costumi e la depravazione delle abitudini? Intimava l’Apostolo scrivendo agli Efesii: "La fornicazione poi ed ogni immondezza, o l’avarizia, neppur si nomini fra voi, come si addice ai santi: o la turpitudine, o lo stoltiloquio" (Ephes. V3 s.).

Ma egli a fondamento di questa santità e del pudore, che infrena le passioni, poneva la sapienza soprannaturale: "Guardate dunque, o fratelli, come dobbiate camminar cautamente non quasi stolti, ma come sapienti. Perciò non vogliate essere spensierati, ma intendete bene quale sia la volontà di Dio" (Ibid. 15 ss.).

E ciò con ragione. Infatti la volontà umana conserva appena alcun che di quell’amore dell’onesto e del retto, che Dio creatore le infuse e che quasi la trascinava al bene non apparente ma verace. Depravata per la corruzione della colpa primiera, e pressoché dimentica di Dio, suo autore, gli affetti suoi rivolge quasi tutti all’amore della vanità e alla ricerca del mendacio. – Fa quindi mestieri a questa volontà fuorviata ed accecata dalle perverse passioni, assegnare una guida, che la scorga perché torni sui male abbandonati sentieri della giustizia. E la guida, non liberamente scelta, ma destinata dalla natura è l’intelletto appunto. Il quale, pertanto, se manchi di vera luce, cioè della cognizione delle cose divine, sarà come un cieco che presti il braccio ad altro cieco, e cadranno entrambi nella fossa. Il santo Davide, lodando Iddio della luce di verità da lui riverberata sulle nostre menti, diceva: "Signore, il lume del volto tuo è segnato sopra di noi" (Ps. IV7).

E la conseguenza di questa luce indicò qual fosse, aggiungendo: "Hai infuso allegrezza nel mio cuore"; quell’allegrezza cioè che dilatandoci il cuore, fa che corra la via dei divini comandamenti.

IV.

La conoscenza delle cose religiose non è soltanto lume all’intelletto, ma guida e stimolo

della volontà.

E che sia difatto così, apparisce manifesto a chi per poco rifletta. Imperocché la dottrina di Gesù Cristo ci disvela Iddio e le infinite perfezioni di lui con assai maggior chiarezza che non lo manifesti il lume naturale dell’umano intelletto. Ma poi? quella stessa dottrina ci impone di onorare Dio con la fede, che è ossequio della mente; collasperanza che è ossequio della volontà; colla carità che è ossequio del cuore; e per tal guisa lega tutto l’uomo e lo soggetta al suo supremo Fattore e Moderatore. Parimente la dottrina di Cristo è la sola che ci manifesti la vera ed altissima dignità dell’uomo, additandocelo come figlio del Padre celeste che è nei cieli, fatto ad immagine di lui e destinato a vivere con lui eternamente beato. Ma da questa stessa dignità e dalla cognizione della medesima Cristo deduce l’obbligo per gli uomini di amor vicendevole come fratelli ch’ei sono, prescrive loro di vivere quaggiù come si avviene a figliuoli della luce "non in bagordi ed ubbriachezze, non in mollezze ed impudicizie, non in risse ed invidie" (Rom. XIII, 13); li obbliga inoltre a riporre in Dio ogni sollecitudine giacché egli ha cura di noi; comanda di stendere la mano soccorritrice al povero, di far bene a quei che ci fan male, di anteporre i vantaggi eterni dell’anima ai beni fugaci del tempo. E per non discendere in tutto al particolare, non è la dottrina di Gesù Cristo che all’uomo, il quale vive di orgoglio, ispira ed impone l’umiltà, origine di gloria verace? "Chiunque si umilierà... questi è il più grande nel regno dei cieli(Matth., XVIII4). Dalla stessa dottrina apprendiamo la prudenza dello spirito, per cui fuggiamo la prudenza della carne: la giustizia, per cui rendiamo il suo diritto ad ognuno; la fortezza che ci fa pronti a patir tutto, e colla quale, con animo generoso, patiamo di fatto ogni cosa per Iddio e per l’eterna felicità; e finalmente la temperanza, con cui giungiamo ad amare financo la povertà, ci gloriamo anzi della croce, non curando il disprezzo. Sta insomma che la scienza del cristianesimo non è solo fonte di luce all’intelletto per la consecuzione del vero, ma fonte eziandio di calore alla volontà, con cui ci solleviamo a Dio e con lui ci uniamo per la pratica delle virtù.

Con ciò siamo ben lungi dal dire che, anche colla scienza della religione, non possa unirsi volontà perversa e sregolatezza di costume. Piacesse a Dio che nol provassero anche troppo i fatti! Sosteniamo però che non potrà mai esser retta la volontà né buono il costume, qualora l’intelletto sia schiavo di crassa ignoranza. Chi ad occhi aperti procede, può certamente uscire dal retto sentiero: ma chi è colto da cecità, è sicuro di andare incontro al pericolo. –

Aggiungasi di più che la perversità del costume, ove non sia del tutto estinto il lume della fede, lascia sempre a sperare un ravvedimento; laddove, se alla corruzione del costume si congiunge per effetto dell’ignoranza, la mancanza della fede, il male appena ammette rimedio, ed è aperta la via all’eterna rovina.

V.

A chi spetti l’obbligo dell’insegnamento religioso.

Tanti adunque e sì gravi essendo i danni provenienti dalla ignoranza delle cose di religione; e tanta, da altra parte, essendo la necessità e l’utilità dell’istruzione religiosa, giacché non potrà mai adempiere i doveri del cristiano chi non li conosca; resta a cercare, a chi poi si spetti di eliminare dagli animi sifatta ignoranza, e chi abbia il dovere di comunicare alle anime una scienza così necessaria. — E qui, Venerabili Fratelli, non vi ha punto luogo a dubitazioni; giacché questo gravissimo dovere incombe a quanti sono Pastori di anime. Ad essi, per comandamento di Cristo, è imposto di conoscere e di pascere le pecorelle affidate; ora il pascere importa in primo luogo l’insegnare: "Io vi darò", così Dio prometteva per Geremia, "pastori secondo il cuor mio, e vi pasceranno colla scienza e colla dottrina" (Ier. III, 15). Per la qual cosa l’Apostolo San Paolo diceva: "Non mi ha Cristo mandato per battezzare, ma per evangelizzare" (I Cor. I, 17); volendo cioè indicare, che il primo officio di quanti, in qualche misura, sono posti a reggere la Chiesa, è di istruire nella sacra dottrina i fedeli.

VI.

Encomio delle insegnamento del catechismo.

Della quale istruzione ci sembra non necessario dir qui le lodi, e mostrare di quanto merito sia al cospetto di Dio.

Certo l’elemosina, con cui solleviamo le angustie dei poverelli, è dal Signore altamente encomiata. Ma chi vorrà negare che encomio di gran lunga maggiore si debba allo zelo ed alla fatica, onde si procacciano, non già passeggeri vantaggi ai corpi, ma, coll’insegnare ed ammonire, eterni beni alle anime? Nulla per verità è più desiderato e caro a Gesù Cristo salvatore delle anime; il quale, per bocca di Isaia, volle di sé affermare: "Io sono stato mandato per evangelizzare i poveri" (Luc. IV18).

VII.

Ogni sacerdote ha il dovere di ammaestrare i fedeli.

Ma, pel presente scopo, meglio è soffermarci ad un punto, e su di esso insistere, non esservi cioè per chiunque sia sacerdote né dovere più grave, né più stretto obbligo di questo. E per fermo chi è il quale nieghi nel sacerdote alla santità della vita debba andare congiunta la scienza? "Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza" (Malach.II7).

E la Chiesa infatti severissimamente la richiede in coloro, che devono essere assunti al ministero sacerdotale. E perché mai? perché da loro aspetta il popolo cristiano di conoscere la legge divina, e sono essi perciò mandati da Dio: "E ricercheranno la legge dalla bocca di lui, perché egli è l’angelo del Signore degli eserciti" (Ibid.). Per la qual cosa il Vescovo, nella sacra ordinazione, parlando agli ordinandi, dice loro: "Sia la vostra dottrina spirituale medicina al popolo di Dio: sieno provvidi cooperatori dell’ordine nostro; affinché meditando giorno e notte nella sua legge, credano quello che avranno letto, ed insegnino ciò che avranno creduto" (Pontif. Rom.).

VIII.

Obbligo specialissimo e quasi particolare che ne hanno i parrochi.

Che se ciò vale di qualsiasi sacerdote, che dovrà poi pensarsi di coloro, che insigniti del titolo e dell’autorità di parrochi, in forza del loro grado e quasi per contratto, hanno officio di reggitori delle anime? Essi, in certa misura, sono da annoverarsi fra i pastori e dottori che Cristo assegnò, affinché i fedeli non sieno a guisa di pargoli fluttuanti e non sieno, per nequizia degli uomini, aggirati da ogni vento di dottrina; "ma operando la verità nella carità, crescano per ogni cosa in colui, che è il capo, Cristo" (Ephes.IV1415).

Per la qual cosa il sacrosanto Concilio di Trento (Sess. V, cap. 2 de ref.; Sess. XXII, cap. 8; Sess. XXIV, cap. 4 et 7 de ref.), trattando dei pastori delle anime, pone per loro primo e massimo dovere l’istruzione dei fedeli. Quindi ordina ai medesimi che almeno nelle domeniche e nelle feste più solenni parlino al popolo delle verità religiose, e quotidianamente, o almeno tre volte per settimana, facciano altrettanto nei sacri tempi dell’Avvento e della Quaresima. Non basta: aggiunge inoltre essere tenuti i parrochi, almeno nelle domeniche e nei giorni festivi, ad istruire, o per sé, o per mezzo di altri, nei principi della fede e nell’obbedienza a Dio ed ai genitori i fanciulli (Ibid. cap. 7).

E quando poi debbono amministrarsi i sacramenti, prescrive che si spieghi, secondo l’intelligenza di quelli che stanno per riceverli, ed in lingua volgare, la virtù dei medesimi.

IX.

La spiegazione del Vangelo ed il catechismo sono due obblighi distinti del parroco.

Le quali prescrizioni del sacrosanto Concilio il Nostro predecessore Benedetto XIV, nella sua Costituzione Etsi minime, riassume e meglio determinò colle seguenti parole: "Due specialmente sono gli obblighi che dal Sinodo Tridentino furono imposti a chi ha cura delle anime: l’uno che nei giorni festivi parlino al popolo delle cose divine; l’ altro che istruiscano nei rudimenti della legge di Dio e della fede i fanciulli ed i rozzi". E giustamente quel sapientissimo Pontefice distingue questo doppio dovere, del sermone cioè, che volgarmente chiamano spiegazione del Vangelo, e del catechismo. Imperocché forse non mancano di coloro, che a diminuir fatica, si persuadano che la spiegazione del Vangelo possa tener luogo dell’istruzione catechistica. Il qual giudizio ognun vede quanto sia errato. Imperocché il discorso, che si fa sul Vangelo, si rivolge a coloro che si suppongono istruiti nei rudimenti della fede. È il pane, per dir così, che si spezza a chi è già adulto. E’ istruzione catechistica invece è quel latte, cui l’Apostolo S. Pietro voleva che desiderassero con semplicità i fedeli quasi fanciulli testé generati. – Questo infatti e non altro è il compito del catechista, tôrre a trattare una verità o di fede o di morale cristiana e spiegarla in ogni sua parte; e poiché il fine dell’insegnare è sempre la riforma della vita, è d’uopo ch’ei faccia un confronto fra quello che da noi esige il Signore, e quello che difatto si opera; quindi per mezzo di esempî opportuni, tratti sapientemente dalle Sante Scritture o dalla Storia ecclesiastica o dagli atti dei Santi, persuadere e quasi mostrare a dito come debbansi conformare i costumi; e conchiudere in fine con esortazione efficace, affinché gli uditori si muovano a detestazione e fuga del vizio e all’esercizio della virtù.

X.

Nobiltà dell’officio di catechista.

Sappiamo che l’officio di catechista da molti non è ben visto, perché comunemente non è stimato gran fatto ed è poco acconcio ad accattarsi plauso. Ma questo, a Nostro avviso, è un giudizio nato da leggerezza e non da verità. Noi senza dubbio ammettiamo che siano degni di lode quei sacri oratori, che si dedicano con sincero zelo della gloria di Dio sia alla difesa ed al mantenimento della fede, sia all’encomio degli eroi del cristianesimo. Ma la fatica di costoro ne suppone un’altra, quella cioè dei catechisti; la quale ove manchi, mancano i fondamenti, e faticano indarno coloro che edificano la casa. Troppo spesso i fioriti sermoni che riscuotono il plauso degli affollati uditori, riescono semplicemente ad accarezzar gli orecchi; non commuovono affatto gli animi. Per lo contrario l’istruzione catechistica benché piana e semplice, è quella parola, di cui Dio stesso dice in Isaia: "Come scende la pioggia e la neve dal cielo, e là più non torna, ma innebria la terra, e la penetra, e la fa germinare, e dà semenza al seminatore, e pane al famelico, così sarà la mia parola che uscirà dalla mia bocca: non tornerà a me vuota, ma opererà quanto io volli, e sarà prosperata nelle cose per le quali io l’ho mandata" (Is. LV1011). — Similmente pensiamo doversi dire di tutti quei sacerdoti, i quali ad illustrare le verità religiose, compongono libri di gran fatica; degni perciò di essere assai commendati. Ma quanti sono poi coloro che leggono siffatti volumi e ne traggono frutto rispondente ai sudori ed alla brama di chi li scrisse? Laddove l’insegnamento del catechismo, se si faccia a dovere, non è mai che non rechi vantaggio a chi ascolti.

XI.

Si deplora di nuovo la universale ignoranza delle cose religiose.

Giacché, giova ripeterlo per eccitare lo zelo dei ministri del santuario, troppi sono adesso coloro, ed ogni dì ne cresce il numero, i quali ignorano affatto le verità religiose o di Dio e della fede cristiana hanno soltanto quella scienza la quale permette loro di vivere a mo’ d’idolatri in mezzo alla luce stessa del cristianesimo. Quanti sono, né già soli giovanetti, ma adulti ancora e vecchi cadenti, i quali ignorano affatto i principali misteri della fede; i quali udito il nome di Cristo rispondano: "Chi é... perché debba credere in lui?" (Ioan. IX36). In conseguenza di ciò non si recano punto a coscienza eccitare e nutrire odî contro del prossimo, fare ingiustissimi contratti, darsi a disoneste speculazioni, imposessarsi dell’altrui con ingenti usure, e simili malvagità. Di più, ignorano come la legge di Cristo, non solo proscrive le turpi azioni ma condanni altresì il pensarle avvertentemente e desiderarle; e rattenuti forse da un motivo qualsiasi dall’abbandonarsi ai sensuali diletti, si pascono, senza scrupolo di sorta, di pessime cogitazioni; moltiplicando i peccati più che i capelli del capo. Né di questo genere, torniamo anche a dirlo, si trovano solamente fra i poveri figli del popolo o nelle campagne, ma altresì e forse in numero maggiore fra le persone di ceti più elevati e pur fra coloro cui gonfia la scienza, e che poggiati su d’una vana erudizione, credono di poter prendere in ridicolo la religione e "bestemmiano quello che ignorano" (Iud. 10).

XII.

La fede infusa nel battesimo ha bisogno di coltura.

Or se è vano aspettare raccolta da una terra, in cui non sia stata deposta la semenza, in qual modo potranno sperarsi più costumate generazioni, se non siano istruite per tempo nella dottrina di Gesù Cristo? Dal che segue, che, languendo ai dì nostri ed essendo in molti quasi svanita la fede, convien conchiudere adempiersi assai superficialmente, se non anche del tutto trascurarsi, il dovere dell’insegnamento del catechismo. — Né vale, per iscusarsi, il dire che la fede è un dono gratuito comunicato a ciacuno nel santo Battesimo. Sì, tutti i battezzati in Cristo hanno infuso l’abito della fede: ma questo germe divinissimo, non "si sviluppa né mette ampî rami" (Marc. IV32) abbandonato a se stesso e quasi per virtù nativa. Anche l’uomo, nascendo, porta in sé la facoltà d’intendere; pure ha bisogno della parola della madre, che quasi la risvegli e la faccia, come dicesi, uscire in atto. Non altrimenti il cristiano, rinascendo per l’acqua e lo Spirito Santo, porta in sé la fede; ma gli è mestieri della parola della Chiesa che la fecondi, la sviluppi e la faccia fruttificare. Perciò scriveva l’Apostolo: "La Fede è dall’udito, l’udito poi per la parola di Dio: (Rom. X17) e per mostrare la necessità dell’insegnamento, aggiunge: "Come udiranno, se non vi sia chi predichi?" (Ibid. 14).

XIII.

Si determina e si impone quel che ogni parroco deve fare per l’ammaestramento dei fedeli nelle cose religiose.

Che se dalle cose premesse apparisce manifesta la somma importanza dell’insegnamento religioso; somma altresì deve essere la Nostra sollecitudine perché l’insegnamento del Catechismo, che Benedetto XIV disse: "la più utile istituzione per la gloria di Dio e la salute delle anime" (Constit. Etsi minime, 13), si mantenga sempre in vigore, e dove per caso si trascuri, torni a fiorire. — Volendo pertanto, o Venerabili Fratelli, adempiere questo gravissimo dovere impostoci dal supremo apostolato, ed introdurre da per tutto uniformità in questa rilevantissima materia, colla Nostra suprema autorità stabiliamo e strettamente ordiniamo che in tutte le diocesi si osservi ed adempia a quanto segue:

I. Tutti i parrochi, ed in generale tutti coloro che hanno cura d’anime, in tutte le domeniche e feste dell’anno, senza eccezione alcuna, col testo del Catechismo ammaestrino, per lo spazio di un’ora, i fanciulli e le fanciulle in ciò che ognuno dee credere ed operare per salvarsi.

II. I medesimi, in determinati tempi dell’anno, con una istruzione continuata di più giorni, preparino i fanciulli e le fanciulle a ricevere i Sacramenti della Penitenza e della Confermazione.

III. Similmente e con cura speciale, in tutti i giorni feriali della Quaresima e, se fosse necessario, in altri giorni dopo le feste Pasquali, preparino, con opportune istruzioni e riflessioni, i giovanetti e le giovanette a fare santamente la prima Comunione.

IV. In tutte e singole le parrocchie si eriga canonicamente la Congregazione della Dottrina Cristiana. Colla quale i parrochi, specialmente nei luoghi ove sia scarsezza di sacerdoti, avranno per l’insegnamento del Catechismo validi coadiutori nelle pie persone secolari, che contribuiranno a questa opera salutare e santa si per zelo della gloria di Dio e sì per lucrare le moltissime indulgenze concesse dai Sommi Pontifici.

V. Nelle città maggiori, specialmente in quelle ove sono Università, Licei, Ginnasi, si istituiscano Scuole di Religione, destinate ad istruire nelle verità della fede e nella pratica della vita cristiana la gioventù che frequenta le pubbliche scuole, dalle quali è bandito ogni insegnamento religioso.

VI. Considerando poi, che, segnatamente in questi tempi, anche gli adulti non meno dei fanciulli hanno bisogno della istruzione religiosa; tutti i Parrochi ed ogni altro avente cura di anime, oltre la consueta omilia sul Vangelo, che deve esser fatta nella messa parrocchiale in tutti i giorni festivi, spiegheranno il catechismo ai fedeli in modo facile e acconcio alla intelligenza degli uditori, in quell’ora che ciascun stimerà più opportuna per la frequenza del popolo, fuori però del tempo in cui si ammaestrano i fanciulli. Nel che dovranno fare uso del Catechismo Tridentino; e procederanno con tale ordine, che, nello spazio di un quadriennio o quinquennio, trattino tutta la materia del Simbolo, dei Sacramenti, del Decalogo, dell’orazione domenicale e dei Precetti della Chiesa.

XIV.

Tocca ai Vescovi invigilare accuratamente l’esecuzione delle cose prescritte.

Questo, Venerabili Fratelli, Noi prescriviamo e comandiamo con apostolica autorità. Tocca ora a voi, ordinarne l’esecuzione pronta ed intera nelle vostre diocesi; e colla forza della vostra potestà vigilare ed impedire che tali Nostre prescrizioni sieno dimenticate o, ciò che equivale, eseguite superficialmente. Il che perché si eviti, fa d’uopo che Voi non cessiate di raccomandare e pretendere che i parrochi non facciano senza apparecchio queste loro istruzioni, ma vi premettano diligente preparazione; non parlino parole di umana sapienza, ma "con semplicità di cuore e nella sincerità di Dio" (II, Cor. I12), imitando l’esempio di Gesù Cristo il quale, benché rivelasse "misteri nascosti fin dalla costituzione del mondo" (Matt. XIII35), parlava nondimeno "alle turbe sempre con parabole, né senza parabole discorreva alle medesime" (Ibid. 34). E lo stesso fecero altresì gli Apostoli ammaestrati dal Signore; dei quali disse il Pontefice S. Gregorio Magno: "Ebbero somma cura di predicare ai popoli ignoranti cose piane ed intelligibili, non sublimi ed ardue" (Moral., I. XVII, cap. 26).

E perciò che spetta alla religione, la più parte degli uomini, ai dì nostri, sono da considerarsi ignoranti.

XV.

L’insegnamento del catechismo richiede grande preparazione.

Non vorremmo però che da questo studio di semplicità da taluno si inferisse che questo genere di predicazione non richiede fatica e meditazione, che anzi ne esige maggiore che qualunque altro genere. Più agevole assai è trovare un predicatore capace di tenere un eloquente e pomposo discorso, anzi che un catechista che faccia una istruzione lodevole sotto ogni riguardo. Qualunque pertanto sia la facilità che altri abbia da natura di concepire e di parlare, si rammenti bene che non potrà mai fare un fruttuoso catechismo ai fanciulli ed al popolo senza prepararvisi con molta riflessione. S’ingannano coloro che, facendo a fidanza colla rozzezza ed ignoranza del popolo, credono di poter procedere in questo fatto con trascuratezza. Per contrario, quanto più l’uditorio è grossolano, cresce l’obbligo di studio maggiore e di maggior diligenza, per mettere alla portata di ognuno verità sublimissime e sì remote dalla intelligenza del volgo, che pur fa d’uopo che tutti, non meno dotti che ignoranti, conoscano per conseguir l’eterna salute.

XVI.

Esortazione ai Vescovi.

Orsù pertanto, Venerabili Fratelli, Ci sia lecito, sul termine di questa Nostra Lettera, rivolgere a Voi le parole che disse Mosè: "Se alcuno appartiene al Signore si unisca a me" (Exod. XXXII26). Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine. Forse molte cose utili e certamente lodevoli avete voi istituite nelle vostre diocesi a vantaggio del gregge affidatovi: a preferenza di tutte però vogliate, con quanto impegno, con quanto zelo, con quanta assiduità vi è possibile, procurare ed ottenere che la scienza della cristiana dottrina penetri ed intimamente pervada gli animi di tutti. "Ciascuno", sono parole dell’Apostolo S. Pietro, "come ha ricevuto la grazia, l’amministri a vantaggio altrui, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio" (I, Petr. IV10).

Ed intercedente la Vergine beatissima Immacolata, fecondi la vostra diligenza e le vostre industrie, l’apostolica benedizione, che, pegno del Nostro affetto ed auspice dei divini favori, impartiamo dall’intimo del cuore a Voi ed al clero e al popolo a ciascuno di voi affidato.

Dato a Roma, presso S. Pietro il giorno 15 aprile 1905, nel secondo anno del Nostro Pontificato.





 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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08/04/2014 11.28
 
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san Pio X
Il fermo proposito

Lettera Enciclica

Il fermo proposito, che fin dai primordi del Nostro Pontificato abbiamo concepito, di voler consacrare tutte le forze che la benignità del Signore si degna concederCi alla restaurazione di ogni cosa in Cristo, Ci risveglia nel cuore una grande fiducia nella potente grazia di Dio, senza la quale nulla di grande e di fecondo per la salute delle anime possiamo pensare od imprendere quaggiù. Nello stesso tempo però sentiamo più che mai vivo il bisogno di essere secondati unanimemente e costantemente nella nobile impresa da voi, Venerabili Fratelli, chiamati a parte dell’ufficio Nostro pastorale, da ognuno del Clero e dei singoli fedeli alle vostre cure commessi. Tutti in vero nella Chiesa di Dio siamo chiamati a formare quell’unico corpo, il cui capo è Cristo: corpo strettamente compaginato, come insegna l’Apostolo Paolo (Eph. IV, 16), e ben commesso in tutte le sue giunture comunicanti, e questo in virtù dell’operazione proporzionata di ogni singolo membro, onde il corpo stesso prende l’aumento suo proprio e di mano in mano si perfeziona nel vincolo della carità. E se in quest’opera di "edificazione Corpo di Cristo" (Eph. IV, 12) è Nostro primo ufficio d’insegnare, additare il retto modo da seguire e proporne i mezzi, di ammonire ed esortare paternamente, è altresì dovere di tutti i Nostri figliuoli dilettissimi, sparsi pel mondo, di accogliere le parole Nostre, di attuarle dapprima in se stessi e di concorrere efficacemente ad attuarle eziandio negli altri, ciascuno secondo la grazia da Dio ricevuta, secondo il suo stato ed ufficio, secondo lo zelo che ne infiamma il cuore.

Qui vogliamo soltanto ricordare quelle molteplici opere di zelo in bene della Chiesa, della società e degli individui particolari, comunemente designati col nome di azione cattolica, che fioriscono per grazia di Dio in ogni luogo e che abbondano altresì nella nostra Italia. Voi ben intendete, Venerabili Fratelli, quanto esse Ci debbano tornar care e quanto intimamente bramiamo di vederle rassodate e promosse. Non solo a più riprese ne abbiamo trattato a voce con parecchi almeno di voi, e col principali loro rappresentanti in Italia nell’occasione che essi Ci recavano in persona l’omaggio della loro devozione e del loro affetto filiale, ma altresì pubblicando Noi su questo argomento o facendo pubblicare con la Nostra Autorità vari Atti, che tutti già conoscete. Vero è che alcuni di questi, come richiedevano le circostanze per Noi dolorose, erano piuttosto diretti a rimuovere gli ostacoli al più spedito procedere dell’azione cattolica e a condannare certe tendenze indisciplinate, che con grave danno della causa comune si andavano insinuando. Però Ci tardava il cuore di rivolgere a tutti eziandio una parola di paterno conforto e di eccitamento acciocché sul terreno, per quanto è da Noi, sgombro dagli impedimenti, si continui ad edificare il bene e ad accrescerlo largamente. Ci è dunque ben grato di farlo ora con le presenti Nostre Lettere a comune consolazione, nella certezza che le parole Nostre saranno da tutti dolcemente ascoltate e seguite.

Vastissimo è il campo dell’azione cattolica, la quale per sé medesima non esclude assolutamente nulla di quanto, in qualsiasi modo, diretto od indiretto, appartiene alla divina missione della Chiesa. Di leggieri si riconosce la necessità del concorso individuale a tant’opera, non solo per la santificazione delle anime nostre, ma anche per diffondere e sempre meglio dilatare il Regno di Dio negli individui, nelle famiglie e nella società, procurando ciascuno, secondo le proprie forze, il bene del prossimo con la diffusione della verità rivelata, con l’esercizio delle virtù cristiane e con le opere di carità o di misericordia spirituale e corporale. Questo è il camminare degno di Dio, a che ci esorta San Paolo, così da piacergli in ogni cosa, producendo frutti di ogni opera buona e crescendo nella scienza di Dio: "Ut ambuletis digne Deo per omnia placentes: in omni opere bono fructificantes et crescentes in scentia Dei" (Coloss. I, 10).

Oltre a questi però v’è un gran numero di beni appartenenti all’ordine naturale a cui la missione della Chiesa non è direttamente ordinata, ma che pure sgorgano dalla medesima, quasi naturale sua conseguenza. Tanta è la luce della Rivelazione cattolica, che si diffonde vivissima su ogni scienza; tanta la forza delle massime evangeliche, che i precetti della legge naturale si radicano più sicuri ed ingagliardiscono; tanta infine l’efficacia della verità e della morale insegnate da Gesù Cristo, che lo stesso benessere materiale degli individui, della famiglia e della società umana si trova provvidenzialmente sostenuto e promosso. La Chiesa, pure predicando Gesù Cristo crocifisso, scandalo e stoltezza innanzi al mondo (I Cor. I, 23), è divenuta ispiratrice e fautrice primissima di civiltà; e la diffusione per tutto dove predicavano i suoi apostoli, conservando e perfezionando gli elementi buoni delle antiche civiltà pagane, strappando dalla barbarie ed educando a civile consorzio i nuovi popoli che al suo seno materno si rifugiavano, diede all’intera società, bensì a poco a poco, ma con tratto sicuro e sempre più progressivo, quell’impronta tanto spiccata, che ancora oggi universalmente conserva. La civiltà del mondo è civiltà cristiana; tanto è più vera, più durevole, più feconda di frutti preziosi, quanto è più nettamente cristiana; tanto declina, con immenso danno del bene sociale, quanto all’idea cristiana si sottrae. Onde, per la forza intrinseca delle cose, la Chiesa divenne anche di fatto custode e vindice della civiltà cristiana. E tale fatto in altri secoli della storia fu riconosciuto e ammesso; formò anzi il fondamento inconcusso delle legislazioni civili. Su quel fatto poggiarono le relazioni tra la Chiesa e gli Stati, il pubblico riconoscimento dell’autorità della Chiesa nelle materie tutte che toccano in qualsivoglia modo la coscienza, la subordinazione di tutte le leggi dello Stato alle divine leggi del Vangelo, la concordia dei due poteri dello Stato e della Chiesa, nel procurare in tal modo il bene temporale dei popoli, che non ne abbia a soffrire l’eterno.

Non abbiamo bisogno di dirvi, o Venerabili Fratelli, quale prosperità e benessere, quale pace e concordia, quale rispettosa soggezione all’autorità e quale eccellente governo si otterrebbero e si manterrebbero nel mondo, se si potesse attuare ovunque il perfetto ideale della civiltà cristiana. Ma posta la lotta continua della carne contro lo spirito, delle tenebre contro la luce, di Satana contro Dio, tanto non è da sperare, almeno nella sua piena misura. Onde continui strappi si vanno facendo alle pacifiche conquiste della Chiesa, tanto più dolorosi e funesti, quanto più la società umana tende a reggersi con principi avversi al concetto cristiano, anzi ad apostatare interamente da Dio.

Non per questo è da perdere punto il coraggio. La Chiesa sa che le porte dell’inferno non prevarranno contro di lei; ma sa ancora che avrà nel mondo premura, che i suoi apostoli sono inviati come agnelli tra lupi, che i suoi seguaci saranno sempre coperti d’odio e di disprezzo, come d’odio e di disprezzo fu saturato il divino suo Fondatore. La Chiesa va quindi innanzi imperterrita, e mentre diffonde il Regno di Dio là dove non fu peranco pregiudicato, si studia per ogni maniera di riparare alle perdite nel Regno già conquistato. "Restaurare tutto in Cristo" è stata sempre la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo: "in Lui, tutte le cose che sono in Cielo ed in terra"soggiunse l’Apostolo (Eph. I, 10): ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che, come abbiamo spiegato, da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono.

E poiché Ci fermiamo a quest’ultima sola parte della restaurazione desiderata, voi vedete, o Venerabili Fratelli, di quanto aiuto tornano alla Chiesa quelle schiere elette di cattolici che si propongono appunto di riunire insieme tutte le forze vive, a fine di combattere con ogni mezzo giusto e legale la civiltà anticristiana, riparare per ogni modo i disordini gravissimi che da quella derivano; ricondurre Gesù Cristo nella famiglia, nella scuola, nella società; ristabilire il principio dell’autorità umana come rappresentante di quella di Dio; prendere sommamente a cuore gli interessi del popolo e particolarmente del ceto operaio ed agricolo, non solo istillando nel cuore di tutti il principio religioso, unico vero fonte di consolazione nelle angustie della vita, ma studiandosi di rasciugarne le lacrime, di raddolcirne le pene, di migliorare la condizione economica con ben condotti provvedimenti; adoperarsi quindi perché le pubbliche leggi siano informate a giustizia, e si correggano o vadano soppresse quelle che alla giustizia si oppongono: difendere infine e sostenere con animo veramente cattolico i diritti di Dio in ogni cosa e quelli non meno sacri della Chiesa.

Il complesso di tutte queste opere sostenute e promosse in gran parte dal laicato cattolico e variamente ideate a seconda dei bisogni propri di ogni nazione e delle circostanze particolari in cui versa ogni paese, è appunto quello che con termine più particolare e certo nobile assai suoi essere chiamato azione cattolica, ovvero azione dei cattolici.Essa in tutti i tempi venne sempre in aiuto della Chiesa, e la Chiesa tale aiuto ha sempre accolto favorevolmente e benedetto, sebbene a seconda dei tempi si sia variamente esplicato.

Ed è infatti da notare qui subito, che non tutto ciò che potrà essere stato utile, anzi unicamente efficace nei secoli andati, torna oggi possibile restituire allo stesso modo: tanti sono i cangiamenti radicali che col correre dei tempi s’insinuano nella società o nella vita pubblica, e tanti i nuovi bisogni che le circostanze cambiate vanno di continuo suscitando. Ma la Chiesa nel lungo corso della sua storia ha sempre ed in ogni caso dimostrato luminosamente di possedere una meravigliosa virtù di adattamento alle variabili condizioni del consorzio civile, talché, salva sempre l’integrità e l’immutabilità della fede e della morale, e salvi egualmente i sacrosanti suoi diritti, facilmente si piega e si accomoda in tutto ciò che è contingente ed accidentale alle vicende dei tempi ed alle nuove esigenze della società. La pietà, dice San Paolo, a tutto si acconcia possedendo le promesse divine, così per i beni della vita presente, come per quelli della vita futura. "Pietas autem ad omnia utilis est, promissionem habens vitæ, quæ nunc est, et futuræ" (I Tim. IV, 8). E però anche l’azione cattolica, se opportunamente cambia nelle sue forme esterne e nei mezzi che adopera, rimane sempre la stessa nei principi che la dirigono e nel fine nobilissimo che si propone. Perché poi nello stesso tempo torni veramente efficace, converrà diligentemente avvertire le condizioni che essa medesima impone, se ben si considerino la sua natura ed il suo fine.

Anzitutto dov’essere altamente radicato nel cuore che lo strumento vien meno, se non è acconcio all’opera che si vuol eseguire. L’azione cattolica (come si ritrae ad evidenza dalle cose anzidette) poiché si propone di ristorare ogni cosa in Cristo, costituisce un vero apostolato ad onore e gloria di Cristo stesso. Per bene compierlo ci vuole la grazia divina, e questa non si dà all’apostolo che non sia unito a Cristo. Solo quando avremo formato Gesù Cristo in noi, potremo più facilmente ridonarlo alle famiglie, alla società. E però quanti sono chiamati a dirigere o si dedicano a promuovere il movimento cattolico devono essere cattolici a tutta prova, convinti della loro fede, sodamente istruiti nelle cose della Religione, sinceramente ossequienti alla Chiesa ed in particolare a questa suprema Cattedra Apostolica ed al Vicario di Gesù Cristo in terra; di pietà vera, di maschie virtù, di puri costumi e di vita così intemerata che tornino a tutti di esempio efficace. Se l’animo non è così temprato, non solo sarà difficile promuovere negli altri il bene, ma sarà quasi impossibile procedere con rettitudine d’intenzione e mancheranno le forze per sostenere con perseveranza le noie che reca seco ogni apostolato, le calunnie degli avversari, le freddezze e la poca corrispondenza degli uomini anche dabbene, talvolta perfino le gelosie degli amici e degli stessi compagni di azione, scusabili senza dubbio, posta la debolezza dell’umana natura, ma pure grandemente pregiudizievoli e causa di discordie, di attriti, di domestiche guerricciuole. Solo una virtù paziente e ferma nel bene, e nello stesso tempo soave e delicata, è capace di rimuovere o diminuire questa difficoltà, così che l’opera a cui sono dedicate le forze cattoliche non ne vada compromessa. Tale è la volontà di Dio, diceva San Pietro ai primitivi fedeli, che col ben fare chiudiate la bocca agli uomini stolti. "Sic est voluntas Dei, ut bene facientes obmutescere faciatis imprudentium hominum ignorantiam" (I Petr. II, 15).

Importa inoltre ben definire le opere intorno alle quali si devono spendere con ogni energia e costanza le forze cattoliche. Quelle opere devono essere di così evidente importanza, così rispondenti ai bisogni della società odierna, così acconce agli interessi morali e materiali, soprattutto del popolo e delle classi diseredate, che mentre infondono ogni migliore alacrità dei promotori dell’azione cattolica pel grande e sicuro frutto che da sé medesime promettono, siano insieme da tutti e facilmente comprese ed accolte volonterosamente. Appunto perché i gravi problemi della vita odierna sociale esigono una soluzione pronta e sicura, si desta in tutti il più vivo interesse di sapere e conoscere i vari modi onde quelle soluzioni si propongono in pratica. Le discussioni in un senso o nell’altro si moltiplicano ogni dì più e si propagano facilmente per mezzo della stampa. È quindi supremamente necessario che l’azione cattolica colga il momento opportuno, si faccia innanzi coraggiosa e proponga anch’essa la soluzione sua e la faccia valere con propaganda ferma, attiva, intelligente, disciplinata, tale che direttamente si opponga alla propaganda avversaria. La bontà e giustizia dei principi cristiani, la retta morale che professano i cattolici, il pieno disinteresse delle cose proprie non altro apertamente e sinceramente bramando che il vero, il solo, il supremo bene altrui, infine l’evidente loro capacità di promuovere meglio degli altri anche i veri interessi economici del popolo, è impossibile non facciano breccia sulla mente e sul cuore di quanti ascoltano e non ne aumentino le file, fino a renderli un corpo forte e compatto, capace di resistere gagliardamente alla contraria corrente e di tenere in rispetto gli avversari.

Tale supremo bisogno avvertì pienamente il Nostro Antecessore di b. m. Leone XIII, additando soprattutto nella memoranda Enciclica "Rerum Novarum" ed in altri documenti posteriori, l’oggetto intorno al quale precipuamente doveva svolgersi l’azione cattolica, cioè "la pratica soluzione a seconda dei principi cristiani della questione sociale". Noi pure, seguendo così sapienti norme, col Nostro Motu proprio del 18 Dicembre 1903 abbiamo dato all’azione popolare cristiana, che in sé comprende tutto il movimento cattolico sociale, un ordinamento fondamentale che fosse quasi la regola pratica del lavoro comune ed il vincolo della concordia e della carità. Qui dunque ed a questo scopo santissimo e necessarissimo devono anzitutto aggrupparsi e solidarsi le opere cattoliche, varie e molteplici nella forma, ma tutte egualmente intese a promuovere con efficacia il medesimo bene sociale.

Ma perché quest’azione sociale si mantenga e prosperi con la necessaria coesione delle varie opere che la compongono è soprammodo importante che i cattolici procedano con esemplare concordia tra loro; la quale per altro non si otterrà mai, se non vi ha in tutti unità di intendimenti. Su tale necessità non può cadere dubbio di sorta alcuna; tanto chiari ed aperti sono gli insegnamenti dati da questa Cattedra Apostolica, tanta la viva luce che vi hanno sparso intorno coi loro scritti i più insigni tra’ cattolici d’ogni paese, tanto lodevole esempio che più volte, anche da Noi medesimi, si è proposto ai cattolici di altre nazioni, i quali appunto per questa concordia ed unità di intendimenti, in breve tempo hanno ottenuto frutti fecondi e assai consolanti.

Ad assicurarne poi il conseguimento, tra le varie opere degne egualmente di lode, si è dimostrata altrove singolarmente efficace un’istituzione di carattere generale, che col nome di Unione popolare è destinata ad accogliere i cattolici di tutte le classi sociali, ma specialmente le grandi moltitudini del popolo intorno ad un solo centro comune di dottrina, di propaganda e di organizzazione sociale. Essa infatti, poiché risponde ad un bisogno egualmente sentito quasi in ogni paese, e poiché la sua semplice costituzione risulta dalla natura stessa delle cose quali egualmente per tutto s’incontrano, non può dirsi che sia propria più di una nazione che di un’altra, ma di tutte, dove si manifestano gli stessi bisogni e sorgono i medesimi pericoli. La sua grande popolarità la rende facilmente cara ed accettevole e non disturba né impedisce alcun’altra istituzione ma piuttosto a tutte le istituzioni dà forza e compattezza poiché con la sua organizzazione strettamente personale sprona gli individui a entrare nelle istituzioni particolari, li addestra al lavoro pratico e veramente proficuo, ed unisce gli animi di tutti in un unico sentire e volere.

Stabilito così codesto centro sociale, tutte le altre istituzioni d’indole economica, destinate a risolvere praticamente e sotto i vari suoi aspetti il problema sociale, si trovano come spontaneamente raggruppate insieme nel fine generale che le unisce, mentre pure, a seconda dei vari bisogni a cui si applicano, prendono forme diverse e diversi mezzi adoperano, come richiede lo scopo particolare proprio di ciascuna. E qui Ci torna ben caro di esprimere la Nostra soddisfazione pel molto che in questa parte si è già fatto in Italia, con certa speranza che, posto l’aiuto divino, si faccia ancora assai più nell’avvenire, rassodando il bene ottenuto e dilatandolo con zelo sempre più crescente. Nel che si rese grandemente benemerita l’Opera dei Congressi e Comitati Cattolici, grazie all’attività intelligente degli uomini esimi che la dirigevano, e che a quelle particolari istituzioni furono preposti o le dirigono tuttora. E però tale centro od unione di opere d’indole economica, come fu da Noi espressamente conservata al cessare dell’anzidettaOpera dei Congressi, così dovrà continuare anche in seguito sotto la solerte direzione di coloro che le sono preposti.

Contuttociò, perché l’azione cattolica sia efficace sotto ogni rispetto, non basta che essa sia proporzionata ai bisogni sociali odierni; conviene ancora che si faccia valere con tutti quei mezzi pratici, che le mettono oggi in mano il progresso degli studi sociali ed economici, l’esperienza già fatta altrove, le condizioni del civile consorzio, la stessa vita pubblica degli Stati. Altrimenti si corre rischio di andare tentoni lungo tempo in cerca di cose nuove e mal sicure, mentre le buone e certe si hanno in mano ed hanno fatto già ottima prova; ovvero di proporre istituzioni e metodi propri forse di altri tempi, ma oggi non intesi dal popolo, ovvero infine di arrestarsi a mezza via non servendosi, nella misura pur concessa, di quei diritti cittadini che le odierne costituzioni civili offrono a tutti e quindi anche ai cattolici. E per fermarsi a quest’ultimo punto, certo è che l’odierno ordinamento degli Stati offre indistintamente a tutti la facoltà di influire sulla pubblica cosa, ed i cattolici, salvo gli obblighi imposti dalla legge di Dio e dalle prescrizioni della Chiesa, possono con sicura coscienza giovarsene, per mostrarsi idonei al pari, anzi meglio degli altri, di cooperare al benessere materiale civile del popolo ed acquistarsi così quell’autorità e quel rispetto che rendano loro possibile eziandio di difendere e promuovere i beni più alti, che sono quelli dell’anima.

Quei diritti civili sono parecchi e di vario genere, fino a quello di partecipare direttamente alla vita politica del paese rappresentando il popolo nelle aule legislative. Ragioni gravissime Ci dissuadono, Venerabili Fratelli, dallo scostarsi da quella norma già decretata dal Nostro Antecessore di s. m. Pio IX e seguita poi dall’altro Nostro Antecessore di s. m. Leone XIII durante il diuturno suo Pontificato, secondo la quale rimane in genere vietata in Italia la partecipazione dei cattolici al potere legislativo. Sennonché altre ragioni parimenti gravissime, tratte dal supremo bene della società, che ad ogni costo deve salvarsi, possono richiedere che nei casi particolari si dispensi dalla legge, specialmente quando voi, Venerabili Fratelli, ne riconosciate la stretta necessità pel bene delle anime e dei supremi interessi delle vostre Chiese e ne facciate dimanda.

Ora la possibilità di questa benigna concessione Nostra induce il dovere nei cattolici tutti di prepararsi prudentemente e seriamente alla vita politica, quando vi fossero chiamati. Onde importa assai, che quella stessa attività, già lodevolmente spiegata dai cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali, si estenda altresì a prepararsi convenientemente e ad organizzarsi per la vita politica, come fu opportunamente raccomandato con lacircolare del 3 dicembre 1904 alla Presidenza generale delle Opere economiche in Italia. Nello stesso tempo dovranno inculcarsi e seguirsi in pratica gli altri principi che regolano la coscienza di ogni vero cattolico. Deve egli ricordarsi sopra ogni cosa di essere in ogni circostanza e di apparire veramente cattolico, accedendo agli offici pubblici ed esercitandoli col fermo e costante proposito di promuovere a tutto potere il bene sociale ed economico della Patria e particolarmente del popolo, secondo le massime della civiltà spiccatamente cristiana e di difendere insieme gli interessi della Chiesa, che sono quelli della Religione e della giustizia.

Tali sono, Venerabili Fratelli, i caratteri, l’oggetto e le condizioni dell’azione cattolica, considerata nella parte sua più importante, che è la soluzione della questione sociale, degna quindi che vi si applichino con la massima energia e costanza tutte le forze cattoliche. Il che però non esclude che si favoriscano e si promuovano anche altre opere di vario genere, di diversa organizzazione, ma tutte egualmente destinate a questo o quel bene particolare della società e del popolo ed a rifiorimento della civiltà cristiana sotto vari determinati aspetti. Sorgono esse per lo più grazie allo zelo di particolari persone e si diffondono nelle singole diocesi e talvolta si aggruppano in federazioni più estese. Ora, sempreché sia lodevole il fine che si propongono, siano fermi i principi cristiani che seguono e giusti i mezzi che adoperano, sono anch’esse da lodare e incoraggiare per ogni modo. E si dovrà lasciare loro una certa libertà di organizzazione, non essendo possibile, che dove più persone convengono insieme, si modellino tutte in medesimo stampo e si accentrino sotto un’unica direzione. L’organizzazione poi deve sorgere spontanea dalle opere stesse, altrimenti si avranno edifici bene architettati, ma privi di fondamento reale e perciò al tutto effimeri. Conviene pure tener conto dell’indole delle singole popolazioni. Altri usi, altre tendenze si manifestano in luoghi diversi. Quel che importa è che si lavori su buon fondamento, con sodezza di principi, con fervore e costanza, e se questo si ottiene, il modo e la forma che prendono le varie opere, sono e rimangono accidentali.

Per rinnovare ed infine accrescere in tutte indistintamente le opere cattoliche l’alacrità necessaria, e per offrire occasione ai promotori e ai membri delle medesime di vedersi e conoscersi scambievolmente, di stringere sempre meglio i vincoli della carità fraterna fra loro, d’animarsi l’un l’altro con zelo sempre più ardente all’azione efficace e di provvedere alla migliore solidità e diffusione delle opere stesse, gioverà mirabilmente il celebrare di tempo in tempo, secondo le norme già date da questa Santa Sede, i Congressi generali e parziali dei cattolici italiani, che devono essere la solenne manifestazione della fede cattolica e la festa comune della concordia e della pace.

Ci resta a toccare, Venerabili Fratelli, di un altro punto di somma importanza, ed è la relazione che tutte le opere dell’azione cattolica devono avere rispetto all’Autorità ecclesiastica. Se bene si considerano le dottrine che siamo andati svolgendo nella prima parte di queste Nostre Lettere, si conchiuderà di leggieri, che tutte quelle opere che direttamente vengono in sussidio del ministero spirituale pastorale della Chiesa e che si propongono un fine religioso in bene diretto delle anime, devono in ogni menoma cosa essere subordinate all’autorità dei Vescovi, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle diocesi loro assegnate. Ma anche le altre opere, che, come abbiamo detto, sono precipuamente istituite a ristorare e promuovere in Cristo la vera civiltà cristiana e che costituiscono nel senso spiegato l’azione cattolica, non si possono per niun modo concepire indipendenti dal consiglio e dall’alta direzione dell’Autorità ecclesiastica, specialmente poi in quanto devono tutte informarsi ai principi della dottrina e della morale cristiana; molto meno è possibile concepirle in opposizione più o meno aperta con la medesima Autorità. Certo è che tali opere, posta la natura loro, si debbono muovere con la conveniente ragionevole libertà, ricadendo sopra di loro la responsabilità dell’azione, soprattutto poi negli affari temporali ed economici ed in quelli della vita pubblica amministrativa o politica, alieni dal ministero puramente spirituale. Ma poiché i cattolici alzano sempre la bandiera di Cristo, per ciò stesso alzano la bandiera della Chiesa, ed è quindi conveniente che la ricevano dalle mani della Chiesa, che la Chiesa ne vigili l’onore immacolato e che a questa materna vigilanza i cattolici si sottomettano, docili ed amorevoli figliuoli.

Per la qual cosa appare manifesto quanto fossero sconsigliati coloro, pochi invero, che qui in Italia e sotto i Nostri occhi vollero accingersi a una missione che non ebbero da Noi, né da alcun altro dei Nostri Fratelli nell’episcopato, e si fecero a promuoverla, non solo senza il debito ossequio all’Autorità, ma perfino apertamente contro il volere di lei, cercando di legittimare la loro disobbedienza con frivole distinzioni. Dicevano anch’essi di alzare in nome di Cristo un vessillo; ma tal vessillo non poteva essere di Cristo, perché non recava tra le sue pieghe la dottrina del divin Redentore, che anche qui ha la sua applicazione: "Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me" (Luc. X, 16); "Chi non è meco è contro di me; e chi meco non raccoglie, disperde" (Ib. XI, 23), dottrina dunque di umiltà, di sommissione, di filiale rispetto. Con estremo rammarico del Nostro cuore abbiamo dovuto condannare una simile tendenza ed arrestare autorevolmente il moto pernicioso che già si andava formando. E tanto maggiore era il dolor Nostro, perché vedevamo incautamente trascinati per così falsa via buon numero di giovani a Noi carissimi, molti dei quali di eletto ingegno, di fervido zelo, capaci di operare efficacemente il bene, ove siano rettamente guidati.

Mentre però additiamo a tutti la retta norma dell’azione cattolica, non possiamo dissimulare, Venerabili Fratelli, il pericolo non lieve al quale, per la condizione dei tempi, si trova oggi esposto il Clero; ed è di dare soverchia importanza agli interessi materiali del popolo, trascurando quelli ben più gravi del sacro suo ministero.

Il sacerdote, elevato sopra gli altri uomini per compiere la missione che tiene da Dio, deve mantenersi egualmente al disopra di tutti gli umani interessi, di tutti i conflitti, di tutte le classi della società. Il suo proprio campo è la Chiesa, dove ambasciatore di Dio predica la verità ed inculca col rispetto dei diritti di Dio il rispetto ai diritti di tutte le creature. Così operando, egli non va soggetto ad alcuna opposizione, non apparisce un uomo di parte, fautore degli uni, avversario degli altri, né per evitare l’urto di certe tendenze o per non irritare in molti argomenti gli animi inaspriti si mette nel pericolo di dissimulare la verità o di tacerla, mancando nell’uno o nell’altro caso ai suoi doveri; senza dire che dovendo trattare ben spesso di cose materiali, potrebbe trovarsi solidale in obbligazioni dannose alla sua persona, e alla dignità del suo ministero. Non dovrà dunque prender parte ad associazioni di questo genere, se non dopo matura considerazione, d’accordo col suo Vescovo, ed in quei casi soltanto, ne’ quali l’aiuto suo è immune da ogni pericolo e torna di evidente profitto.

Né in tal maniera si raffrena punto il suo zelo. Il vero apostolo deve "farsi tutto a tutti, per tutti salvare" (I Cor. IX, 22); come già il divin Redentore, deve sentirsi muovere a pietà le viscere, "mirando le turbe così vessate, giacenti quasi pecore senza pastore" (Matth. IX, 36). Con la propaganda efficace degli scritti, con l’esortazione viva della parola, col concorso diretto nei casi anzidetti s’adoperi adunque a fine di migliorare eziandio, entro i limiti della giustizia e della carità, la condizione economica del popolo, favorendo e promovendo quelle istituzioni che a ciò conducono, quelle soprattutto che si propongono di ben disciplinare le moltitudini contro l’invadente predominio del socialismo e che ad un tempo le salvano e dalla rovina economica e dallo sfacelo morale e religioso. In questo modo l’assistenza del clero alle opere dell’azione cattolica mira ad un fine altamente religioso, né tornerà mai d’impedimento, sarà anzi di aiuto al suo ministero spirituale, allargandone il campo e moltiplicandone il frutto.

Ecco, o Venerabili Fratelli, quanto Ci premeva esporre ed inculcare intorno all’azione cattolica da sostenere e promuovere nella nostra Italia. —Additare il bene non basta; è necessario eseguirlo in pratica. Nel che tornerà di grandissimo aiuto l’esortazione vostra altresì ed il paterno vostro immediato eccitamento al ben fare. Siano pure umili i principi, purché veramente si cominci, la grazia divina li farà crescere in breve tempo e prosperare. E tutti i Nostri diletti figliuoli, che si dedicano all’azione cattolica, ascoltino di nuovo la parola che Ci sgorga tanto spontanea dal cuore. Nelle amarezze onde siamo tuttodì circondati, se vi ha alcuna consolazione in Cristo, se alcun conforto Ci vien dalla carità vostra, se vi ha comunione di spirito e viscere di compassione, diremo Noi pure con l’Apostolo Paolo (Phil. II, 1-5), rendete compiuto il Nostro gaudio con la concordia, con l’identica carità, col sentimento unanime, con l’umiltà e debita soggezione, cercando non il proprio comodo, ma il bene comune, e trasfondendo nei vostri cuori quei medesimi sentimenti, che in sé nutriva Gesù Cristo, Salvatore nostro. Sia Egli il principio di ogni vostra impresa: "Quanto voi dite o fate, sia tutto nel nome del Signore Gesù Cristo" (Coloss. III, 17); sia Egli il termine d’ogni vostra operazione: "Conciossiaché da Lui, e per Lui, ed a Lui sono tutte le cose; a Lui gloria nei secoli" (Rom. XI, 36). Ed in questo giorno faustissimo, che ricorda gli Apostoli, quando, ripieni di Spirito Santo, uscirono dal Cenacolo a predicare al mondo il Regno di Cristo, discenda eziandio su tutti voi la virtù del medesimo Spirito e pieghi ogni durezza, ritempri gli animi freddi, e quanto è sviato rimetta sul retto sentiero: "Flecte quod est rigidum, fove quod est frigidum, rege quod est devium".

Auspice intanto del divino favore e pegno del Nostro specialissimo affetto sia l’Apostolica Benedizione, che dall’intimo del cuore impartiamo a voi, Venerabili Fratelli, al vostro Clero e al popolo italiano.

Dato a Roma, presso San Pietro, nella Festa della Pentecoste, 11 Giugno 1905, del Nostro Pontificato anno II.





 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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08/04/2014 11.29
 
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san Pio X
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Lettera Enciclica

Protesta solennemente contro la legislazione antireligiosa in Francia e conforta il popolo cattolico a resistere con mezzi legali, onde conservare al Paese la sua tradizione cattolica 1.

Siamo pieni d'inquietitudine e d'angoscia quando soffermiamo il pensiero su di voi. E come potrebbe essere diversamente, dopo la promulgazione della legge che, spezzando violentemente i legami secolari, con i quali la vostra Nazione era unita alla Sede Apostolica, crea alla Chiesa cattolica in Francia una situazione indegna di lei e quanto mai lamentevole?

È questo un avvenimento gravissimo; e tutte le anime buone devono deplorarlo perché è tanto funesto alla società civile, quanto alla religione; ma non deve aver sorpreso nessuno che abbia seguito con un po' d'attenzione la politica religiosa della Francia in questi ultimi anni. Per voi, Venerabili Fratelli, non sarà stato né una novità, né una sorpresa, dal momento che siete stati testimoni delle ferite così terribili e numerose inflitte a volta a volta dall'autorità pubblica alla religione. Avete visto violare la santità e l'inviolabilità del matrimonio cristiano con disposizioni legislative formalmente in contraddizione con esse; laicizzare le scuole e gli ospedali; strappare i chierici ai loro studi e alla disciplina ecclesiastica per costringerli al servizio militare; disperdere e spogliare le congregazioni religiose e ridurre la maggior parte dei loro membri all'estrema miseria. Poi sono sopravvenute altre misure legali che voi tutti conoscete: fu abrogata la legge che ordinava delle preghiere pubbliche al principio di ogni sessione parlamentare e giudiziaria; furono soppressi i tradizionali segni di lutto a bordo delle navi il Venerdì Santo; eliminato dal giuramento giudiziario ciò che gli dava il carattere religioso; bandito dai tribunali, dalle scuole, dall'armata, dalla marina, infine da tutte le istituzioni pubbliche, ogni atto o simbolo che potesse in qualche modo ricordare la religione. Queste misure ed altre ancora che a poco a poco separavano di fatto la Chiesa dallo Stato non erano niente altro che dei gradini posti allo scopo di arrivare alla separazione completa ed ufficiale: persino coloro che le hanno promosse, non hanno esitato a riconoscere questo, apertamente e frequentemente.

Per rimediare alla disgrazia così grande, la Sede Apostolica non ha risparmiato nulla. Mentre da un lato non si stancava di ammonire coloro che presiedevano gli affari francesi e li scongiurava a parecchie riprese di considerare a fondo l'immensità dei mali che infallibilmente avrebbe apportato la loro politica separatista, d'altra parte moltiplicava di fronte alla Francia le splendenti testimonianze del suo indulgente affetto.

Aveva il diritto di sperare così, in grazia dei vincoli della riconoscenza, di poter trattenere quegli uomini politici che erano sull'orlo del precipizio e di condurli alla fine a rinunciare ai loro progetti.

Ma attenzioni, sforzi, buoni uffici, tanto da parte del Nostro Predecessore che da parte Nostra, sono rimasti senza effetto. E la violenza dei nemici della religione ha finito per vincere a forza ciò a cui avevano aspirato per tanto tempo, contro i diritti di quella nazione cattolica e di tutto ciò che potevano desiderare gli spiriti che pensano saggiamente. Perciò, in quest'ora così grave per la Chiesa, nella coscienza della Nostra carica Apostolica abbiamo considerato come un dovere far udire la Nostra voce e aprire la Nostra anima a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e al vostro popolo, a tutti voi che Noi abbiamo sempre circondato di una tenerezza particolare, ma che in questo momento, come è giusto, amiamo più teneramente che mai.

È una tesi assolutamente falsa, un errore pericolosissimo, pensare che bisogna separare lo Stato dalla Chiesa.

Questa opinione si basa infatti sul principio che lo Stato non deve riconoscere nessun culto religioso: ed è assolutamente ingiuriosa verso Dio, poiché il Creatore dell'uomo è anche il fondatore delle società umane e conserva nella vita tanto loro che noi, individui isolati. Perciò noi gli dobbiamo non soltanto un culto privato, ma anche un culto sociale e onori pubblici.

Inoltre questa tesi è un'ovvia negazione dell'ordine soprannaturale. Essa limita infatti l'azione dello Stato alla sola ricerca della prosperità pubblica in questa vita, cioè alla causa prossima delle società politiche; e non si occupa in nessun modo, come di cose estranee, della loro causa più profonda che è la beatitudine eterna, preparata per l'uomo alla fine di questa vita così breve. E pertanto, poiché l'ordine presente delle cose è subordinato alla conquista di quel bene supremo e assoluto, non soltanto il potere civile non dovrebbe ostacolare questa conquista, ma anzi dovrebbe aiutarci a compierla.

Questa tesi sconvolge pure l'ordine saggiamente stabilito da Dio nel mondo, ordine che esige un'armoniosa concordia tra le due società. Queste due società, la religiosa e la civile, hanno infatti i medesimi sudditi, sebbene ciascuna di esse eserciti su di loro la propria autorità nella sua sfera particolare. La conseguenza logica è che vi sono molte cose che dovranno conoscere sia l'una che l'altra, poiché sono di competenza di tutt'e due. Ora, se scompare l'accordo fra Stato e Chiesa, da queste materie comuni sorgeranno facilmente semi di discordia che diverranno molto acri da ambo le parti; la nozione della verità ne sarà turbata e le anime saranno inquiete.

Infine, questa tesi danneggia gravemente la stessa società civile, che non può essere né prospera né duratura quando non vi è posto per la religione, regolatrice suprema e sovrana maestra allorché si tratta dei diritti e dei doveri dell'uomo.

Così i Pontefici Romani non hanno tralasciato, secondo i tempi e le circostanze, di rifiutare, di condannare la dottrina di separazione della Chiesa e dello Stato. E notorio che il Nostro illustre Predecessore Leone XIII ha ripetutamente e chiaramente esposto quelli che dovrebbero essere, secondo la dottrina cattolica, i rapporti fra le due società. Fra esse, ha detto, "bisogna per forza che intercorra una saggia unione, unione che si può giustamente paragonare a quella che riunisce nell'uomo l'anima e il corpo". Egli aggiunse ancora: "Le società umane non possono senza delitto comportarsi come se Dio non esistesse, o rifiutare di preoccuparsi della religione come se questa fosse cosa per loro estranea o inutile... Quanto alla Chiesa, fondata da Dio stesso, escluderla dalla vita attiva della Nazione, dalle leggi, dall'educazione dei giovani, dalla società domestica, significa commettere un gronde e pericoloso errore".

Se poi un qualsiasi Stato cristiano che si separi dalla Chiesa commette un'azione essenzialmente funesta e biasimevole, quanto si deve deplorare che la Francia si sia messa per questa strada, quando avrebbe dovuto entrarvi meno ancora di tutte le altre nazioni! La Francia, che nel corso dei secoli è stata l'oggetto di una così grande e singolare predilezione da parte di questa Sede Apostolica; la Francia della quale la fortuna e la gloria sono sempre state intimamente unite all'osservanza dei costumi cristiani e al rispetto della religione!

Il medesimo Pontefice Leone XIII aveva dunque molta ragione di dire: "La Francia non saprebbe dimenticare che il suo provvidenziale destino l’ha unita alla Santa Sede con legami troppo stretti e troppo antichi perché essa voglia mai spezzarli. Da questa unione infatti sono uscite le sue vere grandezze e la sua gloria più pura... Turbare questa unione tradizionale significherebbe togliere alla Nazione stessa una porte della sua forza morale e della sua alto influenza nel mondo". I legami che consacravano questa unione dovevano essere tanto più inviolabili in quanto così esigeva la fede giurata dei trattati.

Il Concordato stretto tra il Sovrano Pontefice e il governo francese, come del resto tutti i trattati dello stesso genere che gli Stati concludono fra loro, era un contratto bilaterale che obbligava ambe le parti.

Il Pontefice Romano da una parte, il capo della Nazione francese dall'altra si impegnarono dunque solennemente, tanto per loro stessi che per i loro successori, a mantenere inviolabilmente il patto che firmavano.

Ne risultava che il Concordato 2 regolava tutti i trattati internazionali, cioè i diritti delle genti, e non poteva in nessun modo essere annullato con l'azione di una sola delle parti Contraenti. La Santa Sede ha sempre osservato con fedeltà scrupolosa gli impegni che aveva sottoscritti, e in ogni tempo ha reclamato che lo Stato desse prova della stessa fedeltà. Nessuno che giudichi imparzialmente può negare questa verità.

Ora, oggi lo Stato annulla con la sua sola autorità il patto solenne che aveva concluso, e trasgredisce così alla fede giurata. E, non indietreggiando davanti a nulla per rompere con la Chiesa e liberarsi dalla sua amicizia, non esita a infliggere alla Sede Apostolica l'oltraggio che deriva da tale violazione del diritto delle genti, più di quel che esiti a turbare l'ordine sociale e politico, poiché, per la sicurezza reciproca dei loro mutui rapporti, niente interessa le nazioni quanto una fedeltà inviolabile nel sacro rispetto dei trattati.

La grande ingiuria inflitta alla Sede Apostolica con l'abrogazione del Concordato, aumenta ancora, e in modo eccezionale, se si considera la forma con la quale lo Stato ha operata l'abrogazione.

È un principio ammesso senza discussioni nel diritto delle genti e osservato da tutte le nazioni, che la rottura di un trattato debba essere preventivamente e regolarmente notificata, in maniera chiara ed esplicita, all'altra parte contraente da quella che ha intenzione di denunciare il trattato.

Ora, non solo nessuna denuncia di questo genere è stata fatta alla Santa Sede, ma neppure le è stata data alcuna indicazione in proposito. Di modo che il governo francese ha mancato di fronte alla Sede Apostolica dei riguardi ordinari e della cortesia che si usa anche agli Stati più piccoli.

E i suoi mandatari, che pure rappresentavano una Nazione cattolica, non hanno paura di disprezzare la dignità e il potere del Pontefice, Capo Supremo della Chiesa, quando avrebbero dovuto avere per quest'autorità un rispetto superiore a quello che ispirano tutte le altre Potenze politiche, e tanto più grande in quanto da un lato questa Potenza ha a che fare col bene eterno delle anime, e dall'altro si estende senza limiti ovunque.

Se esaminiamo in se stessa la legge che è stata promulgata, vi troviamo un'altra ragione di lamentarCi ancora più energicamente. Poiché lo Stato si separava dalla Chiesa spezzando i legami del Concordato, avrebbe dovuto, come logica conseguenza, lasciarle la sua indipendenza e permetterle di godersi in parte il diritto comune, nella libertà che lo Stato pretendeva di averle concesso. In realtà, niente di tutto questo è avvenuto: riscontriamo infatti nella legge parecchie eccezionali misure restrittive che mettono odiosamente la Chiesa sotto il dominio del potere civile.

Quanto a Noi, abbiamo provato grande amarezza nel vedere lo Stato invadere così delle materie che sono di competenza esclusiva del potere ecclesiastico; e ne piangiamo tanto più dolorosamente in quanto, dimentico dell'equità e della giustizia, ha creato in questo modo alla Chiesa di Francia una situazione crudelmente deprimente e opprimente per quel che riguarda i suoi sacri diritti.

Le disposizioni della nuova legge sono infatti contrarie alla Costituzione secondo la quale la Chiesa è stata fondata da Gesù Cristo. La Sacra Scrittura ci insegna, e la tradizione dei Padri ci conferma, che la Chiesa è il Corpo mistico di Gesù Cristo, Corpo retto da Pastori e da Dottori; cioè una società di uomini in seno alla quale si trovano dei capi che hanno pieni e perfetti poteri per governare, per insegnare e per giudicare (Matt. XXVIII18-20XVI18-19XVIII18; Tit. II15; II Cor. X6XIII10). Ne risulta che la Chiesa è per sua natura una società ineguale, cioè una società formata da due categorie di persone: i Pastori e il Gregge, coloro che occupano un grado fra quelli della gerarchia, e la folla dei fedeli. E queste categorie sono così nettamente distinte fra loro, che solo nel corpo pastorale risiedono il diritto e l'autorità necessari per promuovere e indirizzare tutti i membri verso le finalità sociali; e che la moltitudine non ha altro dovere che lasciarsi guidare e di seguire, come un docile gregge, i suoi Pastori.

San Cipriano Martire 3 esprime ammirevolmente questa verità, scrivendo: "Nostro Signore, i cui precetti dobbiamo riverire e osservare, regolando la dignità vescovile e la disciplina della sua Chiesa, disse nel Vangelo, rivolgendosi a Pietro: - Io dico a te, perché tu sei Pietro... - ecc. Così attraverso le vicende dei secoli e degli avvenimenti, l'ordinamento del Vescovado e la Costituzione della Chiesa si svolgono in modo tale che la Chiesa riposa sui Vescovi, i quali governano tutta la sua attività".

San Cipriano sostiene che tutto ciò si fonda su una legge divina. Contrariamente a questi principi, la legge di separazione attribuisce la tutela e l'amministrazione del culto pubblico, non al corpo gerarchico divinamente istituito da Nostro Signore, ma ad un'associazione di laici. A questa associazione poi impone una forma, una personalità giuridica e per tutto quel che riguarda il culto religioso la considera come la sola che abbia dei diritti civili e delle responsabilità. Così, a questa associazione spetterà l'uso dei templi e degli edifici sacri e il possesso di tutti i beni ecclesiastici mobiliari e immobiliari; disporrà, per quanto in modo solo temporale, dei vescovati, dei presbiteri e dei seminari; amministrerà i beni, regolerà le questue e riceverà le elemosine e i legati destinati al culto religioso. Quanto al corpo gerarchico dei Pastori, se ne tace assolutamente. E se la legge prescrive che tali associazioni debbono essere costituite conformemente alle regole di organizzazione generale del culto del quale si propongono di assicurare l'esercizio, d'altra parte si ha paura di dichiarare che in tutte le contestazioni che potranno sorgere relative ai loro beni, solo il Consiglio di Stato sarà competente. Queste stesse associazioni saranno dunque, rispetto all'autorità civile, in una situazione di subordinazione; l'autorità ecclesiastica, è evidente, non avrà più su di loro alcun potere. Tutti si rendono conto alla prima occhiata di quanto tutte queste disposizioni siano offensive per la Chiesa e contrarie ai suoi diritti e alla sua costituzione divina. Senza contare che la legge non è formulata su questo punto in termini netti e precisi, si esprime in un modo vago e che può essere inteso arbitrariamente; e quindi si può temere di veder sorgere, dalla sua stessa interpretazione, le sciagure più grandi.

Inoltre questa legge è più che mai contraria alla libertà della Chiesa. Infatti, poiché, date le Associazioni di Culto, la legge di separazione impedisce ai Pastori di esercitare la piena autorità della loro carica sul popolo dei fedeli; poiché attribuisce al Consiglio di Stato la giurisdizione suprema su queste associazioni e le sottomette a tutta una serie di prescrizioni fuori del diritto comune, che rendono difficile la loro formazione e più difficile ancora la loro durata; poiché, dopo aver proclamata la libertà di culto, ne restringe l'esercizio con una quantità di eccezioni; poiché spoglia la Chiesa dell'amministrazione dei templi per investirne lo Stato; poiché impedisce la predicazione della fede e della morale cattolica e indice contro i chierici un regime penale severo e eccezionale; poiché sanziona tali disposizioni e molte altre simili, estremamente arbitrarie; che cosa fa, se non mettere la Chiesa in una soggezione umiliante e, sotto il pretesto di tutelare l'ordine pubblico, togliere a dei pacifici cittadini, che formano tuttora la grande maggioranza in Francia, il sacro diritto di praticare la loro religione? Lo Stato così offende la Chiesa, non soltanto restringendo l'esercizio del culto (al quale la legge di separazione riduce falsamente tutta l'essenziale natura della religione), ma anche ostacolando la sua influenza sempre così benefica sul popolo, e paralizzandone in mille modi l'attività. Per esempio, fra l'altro, non gli è bastato strappare alla Chiesa gli Ordini religiosi (i suoi preziosi collaboratori nel sacro ministero, nell'insegnamento, nell'educazione, nelle opere di carità cristiana), ma la priva anche delle risorse, dei mezzi umanamente necessarî alla sua esistenza e al compimento della sua missione.

Oltre ai danni e alle ingiurie che abbiamo fin qui posti in rilievo, la legge di separazione compie ancora la violazione del diritto di proprietà della Chiesa e lo calpesta. Contrariamente a tutto ciò ch'è giusto, spoglia la Chiesa di gran parte di quel patrimonio che pure le appartiene a molti e sacri titoli; sopprime e annulla tutte le pie fondazioni legalmente consacrate al culto divino o alle preghiere per i morti. Quanto ai fondi che la generosità cattolica aveva istituiti per il mantenimento delle scuole cristiane e per il funzionamento di varie opere di beneficenza e di culto, li trasferisce a delle istituzioni laiche, nelle quali invano si cercherebbe la minima traccia di religione. In questo essa non commette violazione solo dei diritti della Chiesa, ma anche della volontà formale ed esplicita dei donatori e dei testatori.

Inoltre è per Noi molto doloroso che, disprezzando tutti i diritti, la legge dichiari proprietà dello Stato, dei dipartimenti o dei comuni, tutti gli edifici ecclesiastici anteriori al Concordato. E se la legge ne concede l'uso indefinito e gratuito alle Associazioni di Culto, pone a tale concessione tante e tali riserve, che in realtà lascia al potere pubblico la libertà di disporne.

Abbiamo inoltre molte apprensioni per quel che riguarda la santità di quei templi, augusti asili della Maestà Divina, luoghi mille volte cari alla devozione del popolo francese, grazie ai loro ricordi. Poiché essi sono certamente in pericolo di essere profanati, se cadono in mani laiche.

La legge, sopprimendo la spesa del culto, esonera logicamente lo Stato dall'obbligo di provvedervi; e nello stesso tempo viola un impegno contratto in una convenzione diplomatica e offende gravemente la giustizia. Su questo punto non è possibile nessun dubbio, e i documenti storici stessi offrono la più limpida delle testimonianze: se il governo francese ha assunto nel Concordato l'incarico di assicurare ai membri del clero un trattamento che permettesse loro di provvedere convenientemente al loro mantenimento e a quello del culto religioso, non ha fatto certo tutto questo a titolo di gratuita concessione: vi si obbligò per risarcire almeno in parte i beni della Chiesa, dei quali lo Stato si era appropriato durante la prima Rivoluzione. D'altra parte, quando in quello stesso Concordato, per amor di pace, il Pontefice Romano s'impegnò, in nome Suo e dei Suoi successori, a non molestare i detentori dei beni che erano stati sottratti alla Chiesa, è certo che fece questa promessa solo alla condizione che il governo francese si impegnasse per sempre a dotare il clero in modo conveniente e a provvedere alle spese del culto divino.

Infine (e come potremmo tacere su questo punto?), al di fuori dei danni che porta agli interessi della Chiesa, la nuova legge sarà anche molto funesta al vostro Paese. Non c'è da dubitare infatti ch'essa rovina dolorosamente l'unione e la concordia delle anime senza la quale unione e concordia nessuna nazione può vivere e prosperare. Ecco perché, soprattutto nella situazione presente dell’Europa, quest'armonia perfetta è l'oggetto dei desideri più ardenti di tutti i francesi che amano veramente il loro Paese e hanno a cuore la salvezza della patria. Quanto a Noi, seguendo l'esempio del Nostro Predecessore ed ereditando il suo particolare affetto per la vostra nazione, Ci siamo naturalmente sforzati in tutti i modi per mantenere alla religione dei vostri avi l'integrale possesso di tutti i suoi diritti fra voi: ma nello stesso tempo abbiamo sempre lavorato per rafforzarvi tutti nell'unione, mirando a quella pace fraterna della quale il vincolo più stretto è certamente la religione. Così con la più viva angoscia abbiamo visto il governo francese compiere un atto che, suscitando sul terreno religioso passioni già funestamente eccitate, sembra destinato a sconvolgere tutto il vostro Paese.

Perciò, ricordandoCi del Nostro ufficio Apostolico, e coscienti dell'imperioso dovere che Ci comanda di difendere contro ogni attacco e di mantenere nella loro integrità assoluta i diritti inviolabili e sacri della Chiesa, in virtù dell'autorità assoluta che Iddio Ci ha conferito, Noi, per i motivi sopra esposti, riproviamo e condanniamo la legge votata in Francia sulla separazione della Chiesa e dello Stato, come profondamente ingiuriosa rispetto a Dio che essa rinnega ufficialmente ponendo il principio che la Repubblica non riconosce nessun culto. La riproviamo e la condanniamo come votata in violazione del diritto naturale, del diritto delle genti e della fede pubblica dovuta ai trattati; come contraria alla costituzione divina della Chiesa, ai suoi diritti essenziali e alla sua libertà; come rovesciante la giustizia e calpestante i diritti di proprietà della Chiesa, acquistati per molti titoli e per di più in virtù del Concordato. La riproviamo e la condanniamo come gravemente offensiva per la dignità di questa Sede Apostolica, per la Nostra persona, per il Vescovato, per il clero e per tutti i cattolici francesi.

Di conseguenza, Noi protestiamo solennemente e con tutte le Nostre forze contro la proposta, l'approvazione e la promulgazione di quella legge, dichiarando che non potrà mai essere allegata per far crollare i diritti imprescrittibili e immutabili della Chiesa.

Noi dobbiamo rivolgere e fare intendere queste gravi parole a voi, Venerabili Fratelli, al popolo francese e a tutto il mondo cristiano, per denunciare quanto è accaduto. Come abbiamo già detto, profonda è la Nostra tristezza, se misuriamo con lo sguardo i mali che questa legge sta per scatenare su un popolo cosi teneramente amato da Noi. E ancora più profondamente Ci turba il pensiero delle pene, delle sofferenze, delle tribolazioni di ogni genere che incalzano anche voi, Venerabili Fratelli, e tutto il vostro clero. Ma per evitare, in mezzo a tante inquietudini, eccessi di tristezza e momenti di scoraggiamento, abbiamo il ricordo della Provvidenza Divina, sempre misericordiosa, e la speranza mille volte realizzata che Gesù non abbandonerà la Sua Chiesa, che non la priverà mai del Suo forte appoggio. Così, Noi non abbiamo alcun timore per la Chiesa. La sua forza, come la sua immutabile stabilità, è divina: l'esperienza dei secoli lo attesta gloriosamente. Tutti conoscono infatti le innumerevoli sciagure, una più tremenda dell'altra, che si sono riversate su di lei in tutta la sua lunga storia: e là dove ogni istituzione puramente umana avrebbe dovuto soccombere, la Chiesa ha sempre acquistato nelle prove una forza più vigorosa e una più feconda opulenza.

Quanto alle leggi dirette a perseguitarla, la storia insegna, e la Francia stessa in tempi abbastanza recenti ha attestato che tali leggi, nate dall'odio, finiscono sempre per essere saggiamente abrogate, quando diviene palese il danno che ne deriva agli Stati. Piaccia a Dio che coloro che in questo momento sono al potere in Francia, seguano presto a tale riguardo l'esempio di coloro che in questo li precedettero! Piaccia a Dio che, applauditi da tutti i buoni, essi non tardino a rendere alla religione, sorgente di civiltà e di prosperità per i popoli, gli onori che le sono dovuti e la libertà.

In attesa, e per tutto il tempo della persecuzione, i figli della Chiesa "rivestiti con armi di luce" (Rom. XIII, 12), dovranno agire con tutte le loro forze per la verità e la giustizia; è il loro dovere sempre, e oggi più che mai.

In queste sante lotte, o Venerabili Fratelli, voi che dovete essere i maestri e i duci di tutti gli altri, apporterete tutto l'ardore di quello zelo vigile e infaticabile del quale in ogni tempo i Vescovi francesi hanno fornito a loro lode prove così ben conosciute da tutti. Ma soprattutto Noi vogliamo (poiché è cosa di suprema importanza) che in tutto ciò che intraprenderete per la difesa della Chiesa, vi sforziate di realizzare una perfetta unione di cuore e di volontà.

Siamo fermamente decisi a darvi a tempo opportuno delle istruzioni pratiche, perché vi servano di regola di condotta sicura, in mezzo alle grandi difficoltà del momento attuale; e siamo sicuri fin da ora che ad esse vi conformerete fedelmente. Proseguite ciononostante la vostra opera salutare; ravvivate il più possibile la pietà tra i fedeli; promuovete e divulgate sempre di più l'insegnamento della dottrina Cristiana; preservate tutte le anime Che vi so no affidate dagli errori e dalle seduzioni che oggi s'incontrano dappertutto: istruite, prevenite, incoraggiate, consolate il vostro gregge, adempite infine, rispetto a questo, tutti i doveri che vi impone la vostra carica pastorale. In quest'opera, il vostro clero vi sarà certamente collaboratore infaticabile; è ricco di uomini notevoli per devozione, scienza, attaccamento alla Sede Apostolica, e sappiamo che è sempre pronto a dedicarsi completamente, sotto la vostra guida, al trionfo della Chiesa e alla salvezza eterna del prossimo.

Inoltre i membri del vostro clero comprenderanno di certo che in questa bufera debbono essere animati dagli stessi sentimenti che furono un tempo nel cuore degli Apostoli; saranno felici di essere stati ritenuti degni di soffrire persecuzioni per il nome di Gesù (Act. V, 41). Rivendicheranno dunque valorosamente i diritti e la libertà della Chiesa, ma senza offendere alcuno. Inoltre, badando a conservare la carità, come è dovere soprattutto dei ministri di Gesù Cristo risponderanno all'iniquità con la giustizia, agli oltraggi con la dolcezza e ai maltrattamenti con le buone azioni.

E ora Ci rivolgiamo a voi, Cattolici di Francia; che la Nostra parola giunga a voi tutti come testimonianza della tenera benevolenza con la quale Noi continuiamo ad amare il vostro Paese, e come un conforto in mezzo alle terribili sciagure che dovrete subire. Voi conoscete lo scopo delle empie sètte che curvano le vostre teste sotto il loro giogo, poiché tale scopo esse stesse l'han dichiarato con cinica audacia: decattolicizzare la Francia. Esse vogliono sradicare completamente dai vostri cuori la fede che ha coperti di gloria i vostri padri, che ha fatto grande e prospera la vostra patria fra le altre nazioni, che vi sostiene nella prova, che conserva la tranquillità e la pace del vostro focolare e che vi apre la strada verso l'eterna felicità. Con tutta la vostra anima, voi lo capite, dovete difendere questa fede: ma siate persuasi che ogni fatica, ogni sforzo sarà vano se voi tenterete di respingere gli assalti senza essere fortemente uniti. Abolite dunque tutti i germi di discordia, se fra voi ve ne sono. E fate in modo, che, sia nel pensiero come nell'azione, la vostra unione sia cosi salda, quale dev'essere fra uomini che combattono per la medesima causa, soprattutto se questa causa è di quelle per il trionfo delle quali ciascuno deve sacrificare volentieri una parte delle proprie opinioni. Se volete, nel limite delle vostre forze, e come è vostro imperioso dovere, salvare la religione dei vostri padri dai pericoli che corre, bisogna assolutamente che spieghiate grande valore e generosità. Noi siamo sicuri che voi avete tale generosità; e mostrandovi generosi verso i ministri di Dio, indurrete Dio a mostrarsi sempre più generoso verso di voi.

Quanto alla difesa della religione, se volete intraprenderla in modo degno di lei e proseguirla bene e utilmente, due cose soprattutto importano dovete prima di tutto conformarvi così fedelmente ai precetti della legge cristiana che le vostre azioni e tutta la vostra vita onorino la fede che professate; inoltre dovete restare strettamente uniti a coloro che hanno il dovere di vegliare quaggiù sulla religione, ai vostri sacerdoti, ai Vescovi e soprattutto alla Sede Apostolica, che è il centro della fede cattolica e di tutto ciò che si può fare in nome di questa. Così armati per la lotta, marciate senza timore alla difesa della Chiesa; ma abbiate cura che la vostra fiducia sia tutta in Dio, in quel Dio del quale andrete a sostenere la causa, e pregatelo senza stancarvi perché vi aiuti

Quanto a Noi, saremo uniti a voi col cuore e con l'animo per tutto il tempo in cui dovrete lottare contro il pericolo; divideremo con voi tutto: fatiche, pene, sofferenze; e mentre rivolgeremo a Dio, fondatore e protettore della Chiesa, le più umili e insistenti preghiere, lo supplicheremo di chinare sulla Francia uno sguardo misericordioso, di strapparla alla burrasca scatenata attorno a lei, e di renderla presto, per intercessione di Maria Immacolata, alla pace e alla tranquillità.

Come augurio di queste grazie Celesti e per testimoniarvi il Nostro particolare affetto, con tutto il cuore impartiamo l'Apostolica Benedizione a voi, Venerabili Fratelli, al vostro clero e a tutto il popolo francese.

Roma, presso San Pietro, l’11 febbraio 1906, anno III del Nostro Pontificato.


NOTE

1 La legislazione francese che ha provocato questa enciclica è ben nota. Nei tempi moderni, i rapporti fra lo Stato e la religione sono stati regolati in tre modi: l'unione come in Inghilterra e nella Russia zarista; laseparazione come nella Costituzione degli Stati Uniti e del Belgio; infine negli Stati a popolazione preponderantemente cattolica, si è applicato un sistema intermedio, quello dei concordati con i quali sono regolati i rapporti fra lo Stato e la Chiesa (Spagna, Austria, Italia ed altri).

Con la Francia, dopo il periodo rivoluzionario della separazione, si era addivenuti al Concordato del 15 luglio 1801, stipulato fra Napoleone Primo Console e il Pontefice. Le alterne vicende della politica francese durante il secolo XIX non avevano mutato i patti sostanziali di quel Concordato fino al 1905, quando venivano approvate le leggi Combes per la separazione, a seguito di una tenace campagna delle sinistre democratiche, che attribuivano alla Chiesa l'ostilità al regime repubblicano, campagna che era giunta a manifestazioni clamorose durante "l'affare Dreyfus". La legge di separazione, che portava, ad una assoluta laicizzazione della vita pubblica francese, riconducendo la religione ad un fatto privato, regolato perciò dalle leggi normative della attività individuale od associata, desta l'accorata protesta del Pontefice che giudica d'altra parte con pessimismo, come i fatti successivi hanno ampiamente dimostrato, le conseguenze per la religione del regime di separazione.

2 Il Concordato stipulato fra Napoleone e Pio VII, che qui viene ricordato, fu voluto dal Primo Console: e questa sua iniziativa corrisponde ad un immediato programma di conquista del consenso della popolazione rurale della Francia che nonostante la bufera giacobina, era rimasta immutabilmente legata a sua fede.

Dopo la battaglia di Marengo Napoleone assiste a Milano al Te Deum in Duomo e pochi giorni dopo a Vercelli si incontra con il cardinale Martiniano e gli espone la sua intenzione di regolare con il Pontefice le cose religiose di Francia. Si inizia così quella politica difficilissima, fra le opposizioni dei rivoluzionari e le frettolose audacie dei reazionari, che Napoleone conduce con abilità veramente eccezionale (Vedasi su questo argomento l'opera di Albert Vandol: L’événement de Bonaparte) e che porta al Concordato; da esso il cattolicesimo trae il vantaggio di riprendere la sua possibilità di vita in Francia donde la Rivoluzione l'aveva bandito, e Napoleone traeva il consenso di quella parte del popolo francese che la Rivoluzione aveva combattuto soprattutto per il suo carattere antireligioso.

3 Su questo Padre della Chiesa, v. nota all'enciclica "Diu Satis" dl Pio VII (1800). Le sue opere, scritte fra lo scatenarsi degli scismi e delle controversie, sono ancora oggi testi insuperati per alcune massime fondamentali in esse contenute: si ricordano gli scritti De Unitate Ecclesiae dal qua è tratta la citazione,De Lapsis, ed altri.







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Pieni l'animo

Lettera Enciclica

Riafferma i concetti dell’Enciclica "Il fermo proposito" e richiama i Vescovi d’Italia alla maggiore cautela e severità nella scelta dei sacerdoti e dei predicatori.

Pieni l'animo di salutare timore per la ragione severissima, Che dovremo rendere un giorno al Principe dei pastori Gesù Cristo a riguardo del gregge da Lui affidatoCi, passiamo i dì Nostri in una Continua sollecitudine, a preservare, quanto è possibile, i fedeli dai mali perniciosissimi, onde è afflitta di presente l'umana società. Teniamo perciò come detta a Noi la parola del profeta "Parla senza mai stancarti, fa' che la tua voce sia forte come una tromba" (Is. LVIII, 1); e non manchiamo, ora di viva voce ed ora per lettere, di avvertire, di pregare, di riprendere, eccitando sopra tutto lo zelo dei Nostri fratelli nell'episcopato, onde spieghi Ciascuno la più sollecita vigilanza sulla porzione dell'ovile, a cui lo Spirito Santo lo ebbe preposto.

Il motivo, che Ci spinge a levare di nuovo la voce, è del più grave momento, Trattasi di richiamare tutta l'attenzione del vostro spirito e tutta l'energia del Nostro pastorale ministero contro un disordine, di cui già si provano i funesti effetti: e, se con mano forte non si svelle dalle più ime radici, Conseguenze ancor più fatali si proveranno con l'andar degli anni. - Abbiamo infatti sott'occhi le lettere di non pochi fra voi, o Venerabili Fratelli, lettere piene di tristezze e di lacrime, le quali deplorano lo spirito d'insubordinazione e d'indipendenza, che si manifesta qua e là in mezzo al clero. - Purtroppo un'atmosfera di veleno corrompe largamente gli animi ai nostri giorni; gli effetti mortiferi sono quelli che già descrisse l'apostolo San Giuda 1: "Macchiano perfino la carne, disprezzano ogni dominio e bestemmiano la maestà" (Iud. 8); oltre cioè alla più degradante corruzione dei costumi, il disprezzo aperto di ogni autorità e di coloro che la esercitano. Ma che tale spirito penetri comecchessia fino nel santuario e infetti coloro, ai quali più propriamente convenir dovrebbe la parola dell'Ecclesiastico: "Loro nazione è l'obbedienza e il diletto (III, 1); è cosa questa che Ci ricolma l'animo d'immenso dolore. - Ed è soprattutto fra i giovani sacerdoti che si funesto spirito va menando guasto, spargendosi in mezzo ad essi nuove e riprovevoli teorie intorno alla natura stessa dell'obbedienza. E, ciò ch'è più grave, quasi ad acquistar per tempo nuove reclute al nascente stuolo dei ribelli, di tali massime si va facendo propaganda più o meno occulta tra i giovani, che nei recinti dei seminari si preparano al sacerdozio.

Pertanto, o Venerabili Fratelli, sentiamo il dovere di fare ap

pello alla vostra coscienza, perché, deposta ogni esitazione, con animo vigoroso e con pari costanza diate opera a distruggere questo mal seme, fecondo di esizialissime conseguenze. Rammentate ognora che lo Spirito Santo vi ha posti a reggere. Rammentate il precetto di San Paolo a Tito: "Rimprovera con tutta autorità. Nessuno ti disprezzerà" (II, 15). Esigete severamente dai sacerdoti e dai chierici quella obbedienza che, se per tutti i fedeli è assolutamente obbligatoria, pei sacerdoti costituisce parte precipua del loro sacro dovere.

A prevenire però di lunga mano il moltiplicarsi di questi animi riottosi, gioverà moltissimo, Venerabili Fratelli, l'aver sempre presente l'alto ammonimento dell'Apostolo a Timoteo: "Non imporre ad alcuno troppo facilmente le mani" (I Tim. V22). È la facilità infatti nell'ammettere alle sacre Ordinazioni, quella che apre naturalmente la via ad un moltiplicarsi di gente nel santuario, che poi non accresce letizia. - Sappiamo esservi città e diocesi, ove, lungi dal potersi lamentare scarsità nel clero, il numero dei sacerdoti è di gran lunga superiore alla necessità dei fedeli. Deh! qual motivo, o Venerabili Fratelli, di rendere così frequente la imposizione delle mani? Se la scarsità del clero non può essere ragione bastevole a precipitare in negozio di tanta gravità, là dove il clero sovrabbonda al bisogno nulla è che scusi dalle più sottili cautele e da somma severità nella scelta di coloro, che debbono assumersi all'onore sacerdotale. Né l'insistenza degli aspiranti può menomare la colpa di siffatta facilità. Il sacerdozio, istituito da Gesù Cristo per la salvezza eterna delle anime, non è per fermo un mestiere od un uffizio umano qualsiasi, al quale ognun che lo voglia e per qualunque ragione abbia diritto di liberamente dedicarsi. Promuovano adunque i Vescovi, non secondo le brame o le pretese di chi aspira, ma come prescrive il Tridentino, secondo la necessità delle diocesi; e nel promuovere in tal guisa, potranno scegliere solamente coloro che sono veramente idonei, rimandando quelli che mostrassero inclinazioni contrarie alla vocazione sacerdotale, precipua tra esse la indisciplinatezza e ciò che la genera, l'orgoglio della mente.

Perché poi non manchino i giovani che porgano in sé attitudine per essere assunti al sacro ministero, torniamo, Venerabili Fratelli, ad insistere con più premura su ciò che già più volte raccomandammo, sull'obbligo cioè che vi corre, gravissimo dinanzi a Dio, di vigilare e promuovere con ogni sollecitudine il retto andamento dei vostri seminari. Tali avrete i sacerdoti, quali voi li avete educati.

- Gravissima è su ciò la lettera che vi diresse, in data 8 dicembre 1902, il Nostro sapientissimo Predecessore, quasi testamento del suo diuturno Pontificato 2. Nulla Noi vogliamo aggiungervi di nuovo: richiamiamo solo alla vostra memoria le prescrizioni in essa contenute; e raccomandiamo vivamente che al più presto sieno messi in esecuzione i Nostri ordini, emanati per organo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, sulla concentrazione dei seminari specialmente per gli studi della filosofia e della teologia, a fine di ottenere cosi il grande vantaggio derivante dalla separazione dei seminari piccoli dai seminari maggiori, e l'altro non meno rilevante della necessaria istruzione del clero.

I seminari siano gelosamente mantenuti nello spirito proprio, e rimangano esclusivamente destinati a preparare i giovani, non a civili carriere, ma all'alta missione di ministri di Cristo. - Gli studi di filosofia, di teologia e delle scienze affini, specialmente della Sacra Scrittura, si compiano, tenendosi alle Pontificie prescrizioni, e allo studio di San Tommaso, tante volte raccomandato dal venerato Nostro Predecessore e da Noi nelle Lettere Apostoliche del 23 gennaio 1904. I Vescovi poi esercitino la più scrupolosa vigilanza sui maestri e sulle loro dottrine, richiamando al dovere coloro, che corressero dietro a certe novità pericolose, ed allontanino senza riguardo dall'insegnamento quanti non approfittassero delle ricevute ammonizioni. Il frequentare le pubbliche università non sia permesso ai giovani chierici se non per molto gravi ragioni e con le maggiori cautele per parte dei Vescovi. - Sia onninamente impedito che dagli alunni dei seminari si prenda parte comecchessia ad agitazioni esterne; e perciò interdiciamo loro la lettura di giornali e di periodici, salvo per questi ultimi, e per eccezione, qualcuno di sodi principi, stimato dal Vescovo opportuno allo studio degli alunni. - Si mantenga con sempre maggior vigore e vigilanza l'ordinamento disciplinare. - Non manchi da ultimo in verun seminario il direttore spirituale, uomo di prudenza non ordinaria ed esperto nelle vie della perfezione cristiana, il quale, con cure indefesse, coltivi i giovani in quella soda pietà, che è il primo fondamento della vita sacerdotale. Queste forme, o Venerabili Fratelli, ove siano da voi coscienziosamente e costantemente seguite, vi porgono sicuro affidamento di vedervi crescere intorno un clero, il quale sia vostro gaudio e corona vostra.

Se non che il disordine d'insubordinazione e d'indipendenza, finora da Noi lamentato, in taluni del giovane clero va assai più oltre, con danni di gran lunga maggiori. Imperocché non mancano coloro, i quali sono talmente invasi da sì reprobo spirito, che, abusando del sacro ministero della predicazione, se ne fanno apertamente, con rovina e scandalo dei fedeli, propugnatori ed apostoli.

Fin dal 31 luglio 1894, il Nostro Antecessore, per mezzo della Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, richiamò l'attenzione degli Ordinari su questa grave materia. Le disposizioni e le norme date in quel Pontificio documento Noi le manteniamo e rinnoviamo, onerando su di esse la coscienza dei Vescovi, perché non abbiano ad avverarsi mai in veruno di loro le parole di Nahum profeta: "I tuoi pastori hanno dormito" (III, 18). - Nessuno può avere la facoltà di predicare, "se prima non sia stato provato nella vita e nei costumi" (Conc. Trid., Sess. V, cap. 2, De Reform.). I sacerdoti in altre diocesi non debbono ammettersi a predicare senza le lettere testimoniali del proprio Vescovo. - La materia della predicazione sia quella indicata dal divin Redentore, là dove disse: "Predicate il vangelo" (Marc. XVI15), "insegnando loro di conservare tutte le cose che vi ho affidate" (Matth. XXVIII20). Ossia, come commenta il Concilio di Trento, "annunciando loro i difetti clic devono abbandonare e le virtù che devono seguire per poter sfuggire alla pena eterna e conquistare la gloria Celeste" (Loc. cit.). - Quindi si bandiscano del tutto dal pulpito gli argomenti più acconci alla palestra giornalistica ed alle aule accademiche che al luogo santo; si antepongano le prediche morali a conferenze, il men che possa dirsi infruttifere; si parli "non con le parole persuasive della sapienza umana, ma mostrando lo spirito e la virtù" (I Cor. II4). Perciò la fonte precipua della predicazione devono essere le Sacre Scritture, intese, non già secondo i privati giudizi di menti il più delle volte offuscate dalle passioni, ma secondo la tradizione della Chiesa, le interpretazioni dei Santi Padri e dei Concili.

Conformemente a queste norme, Venerabili Fratelli, egli è d'uopo che voi giudichiate coloro, ai quali vien da voi commesso il ministero della divina parola. E qualora troviate che talun di essi, più cupido degli interessi propri che di quelli di Gesù Cristo, più sollecito di plauso mondano che del bene delle anime, se ne allontani; e voi ammonitelo, correggetelo; se ciò non basti, rimovetelo inesorabilmente da un ufficio di cui si manifesta affatto indegno. - La quale vigilanza e severità tanto più dovete adoperare, perché il ministero della predicazione è tutto proprio di voi ed è parte precipua dell'ufficio episcopale; e chiunque oltre di voi lo esercita, lo esercita in nome vostro ed in vostro luogo; ond'è che resta sempre a voi di rispondere innanzi a Dio del modo col quale viene dispensato ai fedeli il pane della parola divina. - Noi, per declinare da parte Nostra ogni responsabilità, intimiamo ed ingiungiamo a tutti gli Ordinari di rifiutare e di sospendere, dopo le caritatevoli ammonizioni, anche durante la predicazione, qualsivoglia predicatore, sia del clero secolare sia del regolare, il quale non ottemperi pienamente alle ingiunzioni della precitata istruzione emanata dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Meglio è che i fedeli si contentino della semplice omelia e della spiegazione del catechismo fatta dai loro parroci, anziché dover assistere a predicazioni che producono più male che bene.

Un altro Campo, dove tra il giovane Clero si va trovando pur troppo ansia ed eccitamento a professare e propugnare la esenzione da ogni giogo di legittima autorità, è quello della cosi detta azione popolare cristiana. Non già, o Venerabili Fratelli, perché questa azione sia in sé riprovevole o porti di sua natura al disprezzo dell'autorità; ma perché non pochi, fraintendendone la natura, si sono volontariamente allontanati dalle norme che a rettamente promuoverla furono prescritte dal Predecessore Nostro d’immortale memoria.

Parliamo, ben l'intendete, della istruzione che circa l'azione popolare cristiana emanò, per ordine di Leone XIII, la Sacra Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, il 7 gennaio 1902, e che fu trasmessa a ciascun di voi, perché nella rispettiva diocesi ne curasse l'esecuzione. - Questa istituzione altresì Noi manteniamo, e colla pienezza di Nostra podestà ne rinnoviamo tutte e singole le prescrizioni, come pure confermiamo e rinnoviamo tutte le altre da Noi stessi all'uopo emanate nel Motu proprio del 18 dicembre 1903 "De populari actione christiana moderanda", e nella lettera circolare del diletto figlio Nostro il Cardinale segretario di Stato, in data 28 luglio 1904.

In ordine alla fondazione e direzione di fogli e periodici, il clero deve fedelmente osservare quanto è prescritto nell'art. 42 della Costituzione Apost. "Officiorum" (25 gennaio 1897): "Agli uomini del clero... è vietato, salvo il permesso degli Ordinari, assumere l'incarico di dirigere giornali o fogli periodici"Parimente, senza il previo assenso dell'Ordinario, niuno del clero può pubblicare scritto di sorta sia di argomento religioso o morale, sia di carattere meramente tecnico. Nelle fondazioni di circoli e società gli statuti e regolamenti debbono previamente esaminarsi ed approvarsi dall'Ordinario. - Le conferenze sull'azione popolare cristiana o intorno a qualunque altro argomento, da nessun sacerdote o chierico potranno essere tenute senza il permesso dell'Ordinario del luogo. - Ogni linguaggio, che possa ispirare nel popolo avversione alle classi superiori, è e deve ritenersi affatto contrario al vero spirito di carità cristiana. - Il similmente da riprovare nelle pubblicazioni cattoliche ogni parlare, che ispirandosi a novità malsana, derida la pietà dei fedeli ed accenni a nuovi orientamenti del-la Chiesa, nuove aspirazioni dell'anima moderna, nuova vocazione sociale del clero, nuova civiltà cristiana,e simili 3. I sacerdoti,

specialrnente i giovani, benché sia lodevole che vadano al popolo, debbono nondimeno procedere in ciò col dovuto ossequio all'autorità e ai comandi dei superiori ecclesiastici. E pure occupandosi, con la detta subordinazione, dell'azione popolare cristiana, deve essere loro nobile còmpito "di togliere i figli del popolo alla ignoranzadelle cose spirituali ed eterne, e con industriosa amorevolezza avviarli ad un vivere onesto e virtuoso; riaffermare gli adulti nello fede dissipandone i contrari pregiudizi, e confortarli alla pratica della vita cristiana; promuovere tra il laicato cattolico quelle istituzioni che si riconoscono veramente efficaci al miglioramento morale e materiale delle moltitudini; propugnar sopra tutto i principi di giustizia e carità evangelica, ne' quali trovano equo temperamento tutti i diritti e i doveri della civil convivenza.. Ma abbiano sempre presente, che anche in mezzo al popolo il sacerdote deve serbare integro il suo augusto carattere di ministro di Dio, essendo egli posto a capo dei fratelli animarum causa (San Greg. M., Regul. Past. Pars. II, c. VII); qualsivoglia maniera di occuparsi del popolo a scapito della dignità sacerdotale, con danno dei doveri e della disciplina ecclesiastica, non potrebbe essere che altamente riprovata" (Ep. Encicl., 8 dicembre 1902) 4.

Del resto, Venerabili Fratelli, a porre un argine efficace a questo fuorviare di idee ed a questo dilatarsi di spirito di indipendenza, colla Nostra autorità proibiamo d'oggi innanzi assolutamente a tutti i chierici e sacerdoti di dare il nome a qualsiasi società che non dipenda dai Vescovi. In modo più speciale, nominatamente, proibiamo ai medesimi, sotto pena pei chierici di inabilità agli Ordini sacri e pei sacerdoti di sospensione ipso facto a divinis, di iscriversi alla Lega democratica nazionale, il cui programma fu dato da Roma-Torrette il 20 ottobre 1905, e lo Statuto, pur senza nome dell'autore, fu nell'anno stesso stampato a Bologna presso la Commissione provvisoria.

Sono queste le prescrizioni, che avuto riguardo alle condizioni presenti del clero d'Italia, ed in materia di tanta importanza, esigeva da Noi la sollecitudine dell'Apostolico ufficio. - Ora altro non ci resta, che aggiungere nuovi stimoli al vostro zelo, Venerabili Fratelli, affinché tali disposizioni e prescrizioni Nostre abbiano pronta e piena esecuzione nelle vostre diocesi. Prevenite il male dove fortunatamente ancor non si mostra; estinguetelo con prontezza dov'è sul nascere; e dove per sventura sia già adulto, estirpatelo con mano energica e risoluta. Di ciò gravando la vostra coscienza, vi imploriamo da Dio lo spirito di presenza e fortezza necessaria. E a tal fine vi impartiamo dall’intimo del cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 luglio 1906, anno III del Nostro Pontificato.


NOTE

1 San Giuda apostolo: ritenuto fratello di Giacomo Minore, scrisse - probabilmente dopo la morte di Pietro e Paolo - una lettera alle comunità cristiane dell'Asia Minore contro gli errori che già minacciavano la purezza della fede. La breve epistola presenta notevoli analogie con la seconda di San Pietro. Eusebio afferma nella sua Storia Ecclesiastica che era letta in moltissime Chiese.

2 Cfr. a pag 516 l’enciclica di Leone XIII: "Fin tal principio".

3 Queste parole, particolarmente richiamate all'attenzione del lettore, sono un grido d'allarme contro diffondersi di inquiete aspirazioni e speranze di riforme che si vanno propagando negli scritti e nelle manifestazioni di cattolici, sacerdoti e non. È il primo monito solenne che parte dalla Cattedra di San Pietro contro quel complesso di inquietudini che prenderà poi il nome complessivo di "modernismo" e che avrà la sua perentoria condanna nella enciclica "Pascendi".

4 Cfr. a pag. 516 l’enciclica di Leone XIII: "Fin dal principio".





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Lettera Enciclica

Al popolo francese, sulla situazione della Chiesa di fronte alla legislazione laica promulgata dal Governo Repubblicano 1.

 

Noi aderiamo oggi a un grave dovere della Nostra carica, dovere assunto nei vostri riguardi allorché annunciammo, dopo la promulgazione della legge di rottura fra la Repubblica Francese e la Chiesa, che avremmo indicato a tempo opportuno ciò che a Noi sarebbe apparso necessario di fare per difendere e conservare la Religione nella vostra patria.

Noi abbiamo lasciato prolungare la vostra attesa non solamente a motivo dell'importanza e della gravità della questione, ma soprattutto per la benevolenza tutta particolare che Ci lega a voi e ai vostri interessi a motivo degli indimenticabili servizi resi alla Chiesa dalla vostra Nazione. Dopo aver condannato, come era Nostro dovere, questa legge iniqua, Noi abbiamo esaminato colla massima cura se gli articoli di detta legge Ci lasciavano qualche mezzo per organizzare la vita religiosa in Francia così da mettere al riparo da ogni rischio i principî sacri sui quali riposa la Santa Chiesa. A questo scopo, Ci è sembrato opportuno di sentire ugualmente il parere dei Vescovi riuniti e di fissare, per la vostra assemblea generale, i punti che dovranno essere l'oggetto principale delle vostre deliberazioni. Ed ora, conoscendo il vostro parere e quello di parecchi Cardinali, dopo aver maturamente riflettuto e pregato ardentemente il Padre delle luci, Noi riteniamo di dover completamente confermare, colla Nostra autorità Apostolica, le deliberazioni quasi unanimi della vostra assemblea.

Per ciò, relativamente alle associazioni culturali, quali la legge impone, Noi decretiamo che esse non possono assolutamente essere costituite senza violare i sacri diritti che tengono alla vita stessa della Chiesa.

Mettendo adunque da parte queste associazioni che la coscienza del Nostro dovere Ci vieta di approvare, potrebbe sembrare opportuno di esaminare se sia lecito di esperimentare al loro posto qualche altro genere di associazioni insieme legali e canoniche e preservare così i cattolici di Francia dalle gravi complicazioni che li minacciano. Di certo nulla Ci preoccupa di più, nulla Ci provoca tanta angoscia, quanto questa eventualità; e piacesse al Cielo di potere avere qualche debole speranza di fare questo esperimento senza urtare i diritti di Dio e liberare i Nostri figli carissimi dal timore di tante e così gravi prove.

Ma poiché questa speranza Ci manca, la legge essendo quella che è, Noi dichiariamo che non è permesso di esperimentare questo altro genere di associazione fino a quando non risulterà in modo certo e legale che la Divina Costituzione della Chiesa, i diritti immutabili del Pontefice Romano e dei Vescovi, così come la loro autorità sui beni necessari alla Chiesa, particolarmente sugli edifici sacri, saranno irrevocabilmente in piena sicurezza in dette associazioni; non possiamo permettere nulla di diverso senza tradire la santità della Nostra carica e senza condurre alla perdizione la Chiesa di Francia. Resta dunque a voi, Venerabili Fratelli, di mettervi all'opera e di valervi di tutti i mezzi che la legge riconosce a tutti i cittadini, per disporre e organizzare il culto religioso. Noi non faremo mai, in cosa così importante e difficile, attendere il Nostro aiuto. Lontani col corpo, Noi saremo con voi nel pensiero e col cuore e vi aiuteremo in ogni occasione coi Nostri consigli e colla Nostra autorità.

Questo fardello che Noi vi imponiamo sotto l'ispirazione del Nostro amore per la Chiesa e per la vostra Patria, sopportatelo coraggiosamente ed affidatevi per il resto alla preveggente bontà di Dio, il cui soccorso al momento opportuno, ne abbiamo la ferma fiducia, non mancherà alla Francia.

Quelle che saranno le recriminazioni dei nemici della Chiesa contro questo presente decreto e i Nostri ordini, è facile prevedere. Si sforzeranno di persuadere il popolo che Noi non abbiamo unicamente di mira la salvezza della Chiesa di Francia; che Noi abbiamo avuto un altro scopo, estraneo alla religione; che la forma della Repubblica Francese Ci è odiosa; che noi aiutiamo gli sforzi dei partiti avversi per rovesciarla; che rifiutiamo ai francesi ciò che la Santa Sede ha accordato ad altri senza difficoltà. Queste recriminazioni ed altre simili che saranno, come appare da certi indizi, diffuse nel pubblico per irritare gli spiriti, Noi le denunciamo fin d'ora con tutta la Nostra indignazione, come false, ed è vostro obbligo, Venerabili Fratelli, come è quello di tutti gli uomini dabbene, di contestarle perché non ingannino le genti semplici e ignoranti.

Per quanto riguarda l'accusa speciale contro la Chiesa, di essere stata, in paese diverso dalla Francia, più accomodante, voi dovete spiegare che la Chiesa ha agito così perché del tutto diversa era la situazione e perché soprattutto le divine attribuzioni della Gerarchia erano in un certo modo salvaguardate. Se uno Stato qualunque si è separato della Chiesa lasciandole però la risorsa

della libertà comune a tutti e la libera disponibilità dei suoi beni, ha senza dubbio per più motivi agito ingiustamente; ma non si potrebbe però dire che sia stata fatta alla Chiesa una situazione intollerabile.

Ora oggi in Francia la cosa è tutt'altra; i fabbricatori di questa legge ingiusta hanno voluto fare non una legge di separazione, ma di oppressione. Così essi affermavano il loro desiderio di pace, promettevano l'intesa e fanno alla religione del Paese una guerra atroce, gettano la fiaccola della discordia più violenta, spingono i cittadini gli uni contro gli altri, con grave danno, come ognuno vede, della cosa pubblica stessa.

Certamente essi tenteranno di rigettare su di Noi la colpa di questo conflitto e dei mali che ne saranno la conseguenza. Ma chiunque esaminerà i fatti dei quali Noi abbiamo parlato nell'Enciclica "Vehementer" saprà riconoscere se Noi meritiamo il minimo rimprovero, Noi che dopo avere sopportato pazientemente per amore verso la cara Nazione francese, ingiustizia su ingiustizia, Ci troviamo al limite di dover superare perfino il Nostro dovere Apostolico e dichiariamo che a questo punto non giungeremo; o se piuttosto la colpa appartiene tutta intera a coloro che per odio del nome cattolico sono giunti a tali estremità.

Così dunque gli uomini cattolici di Francia, se vogliono veramente testimoniarCi la loro sottomissione e la loro devozione, lottino per la Chiesa secondo gli avvertimenti che abbiamo già dati loro e cioè con perseveranza e energia, ma senza agire in modo sedizioso e violento 2. Non è colla violenza, ma colla fermezza, che essi riusciranno, trincerandosi nel loro buon diritto come in una cittadella per stroncare l'ostinazione dei loro nemici; ché essi comprendono, come abbiamo detto e ripetiamo, che i loro sforzi saranno inutili se non saranno uniti in perfetto accordo per la difesa della religione. Essi hanno ora il Nostro verdetto su questa legge nefasta: essi debbono conformarvisi di tutto cuore e, quali siano stati fino ad ora e durante la discussione i pareri degli uni o degli altri, Noi scongiuriamo tutti affinché nessuno si permetta di offendere chicchessia col pretesto che la sua opinione era la migliore. Ciò che possono l'intesa delle volontà e l'unione delle forze, lo apprendano dai loro avversari; e come essi hanno potuto imporre alla Nazione la ferita di questa legge criminale, così i Nostri col loro accordo potranno cancellarla e farla sparire. Se nella dura prova della Francia tutti quelli che vogliono difendere con tutte le loro forze i supremi interessi della patria, lavorano, come debbono, uniti fra loro coi loro Vescovi e con Noi per la causa della religione, lungi dal disperare della salute della Chiesa di Francia, vi è a sperare al contrario che essa sarà fra breve risollevata alla sua dignità e alla sua prosperità di prima 3. Noi non dubitiamo affatto che i cattolici manchino di darCi intera soddisfazione ubbidendo alle Nostre prescrizioni e ai Nostri desideri; così Noi cercheremo ardentemente di ottenere per loro, con l'intercessione di Maria, la Vergine Immacolata, il soccorso della Divina Bontà.

Come pegno dei doni Celesti e in testimonianza della Nostra paterna benevolenza, Noi accordiamo di gran cuore a voi, Venerabili Fratelli, e a tutta la Nazione francese, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 10 agosto, festa di San Lorenzo Martire, dell'anno 1906, IV del Nostro Pontificato.


1 Sullo stesso argomento della "Vehementer", segue alla promulgazione e all'applicazione della legge di separazione fra Chiesa e Stato in Francia.

2 Episodi di violenza si erano verificati per impedire la partenza di certi Ordini religiosi dalla Francia e la presa di possesso da parte dei funzionari dello Stato dei beni ecclesiastici espropriati.

3 Questa speranza si è avverata, pur permanendo la separazione, per la reciproca comprensione delle parti che portò man mano alla attenuazione del dissidio.





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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Lamentabili sane exitu

Decreto

SUPREMA SACRA INQUISIZIONE ROMANA ED UNIVERSALE

 

Con deplorevoli frutti, l'età nostra, impaziente di freno nell'indagare le somme ragioni delle cose, non di rado segue talmente le novità, che, lasciata da parte, per così dire, l'eredità del genere umano, cade in errori gravissimi. Questi errori sono di gran lunga più pericolosi qualora si tratti della disciplina sacra, dell'interpretazione della Sacra Scrittura, dei principali misteri della Fede.

È da dolersi poi grandemente che, anche fra i cattolici, si trovino non pochi scrittori i quali, trasgredendo i limiti stabiliti dai Padri e dalla Santa Chiesa stessa, sotto le apparenze di più alta intelligenza e col nome di considerazione storica, cercano un progresso dei dogmi che, in realtà, è la corruzione dei medesimi.

Affinché dunque simili errori, che ogni giorno si spargono tra i fedeli, non mettano radici nelle loro anime e corrompano la sincerità della Fede, piacque al Santissimo Signore Nostro Pio per divina Provvidenza Papa X, che per questo officio della Sacra Romana ed Universale Inquisizione si notassero e si riprovassero quelli fra di essi che sono i precipui.

Perciò, dopo istituito diligentissimo esame e avuto il voto dei Reverendi Signori Consultori, gli Eminentissimi e Reverendissimi Signori Cardinali Inquisitori generali nelle cose di fede e di costumi, giudicarono che le seguenti proposizioni sono da riprovarsi e da condannarsi, come si riprovano e si condannano con questo generale Decreto:

1. La legge ecclesiastica che prescrive di sottoporre a previa censura i libri concernenti la Sacra Scrittura non si estende ai cultori della critica o dell'esegesi scientifica dei Libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.

2. L'interpretazione che la Chiesa dà dei Libri sacri non è da disprezzare, ma soggiace ad un più accurato giudizio e alla correzione degli esegeti.

3. Dai giudizi e dalle censure ecclesiastiche, emanati contro l'esegesi libera e superiore, si può dedurre che la fede proposta dalla Chiesa contraddice la storia, e che i dogmi cattolici in realtà non si possono accordare con le vere origini della religione cristiana.

4. Il magistero della Chiesa non può determinare il genuino senso delle sacre Scritture nemmeno con definizioni dogmatiche.

5. Siccome nel deposito della fede non sono contenute solamente verità rivelate, in nessun modo spetta alla Chiesa giudicare sulle asserzioni delle discipline umane.

6. Nella definizione delle verità, la Chiesa discente e la Chiesa docente collaborano in tale maniera, che alla Chiesa docente non resta altro che ratificare le comuni opinioni di quella discente.

7. La Chiesa, quando condanna gli errori, non può esigere dai fedeli nessun assenso interno che accetti i giudizi da lei dati.

8. Sono da ritenersi esenti da ogni colpa coloro che non tengono in alcun conto delle riprovazioni espresse dalla Sacra Congregazione dell'Indice e da altre Sacre Congregazioni Romane.

9. Coloro che credono che Dio è l'Autore della Sacra Scrittura sono influenzati da eccessiva ingenuità o da ignoranza.

10. L'ispirazione dei Libri dell'Antico Testamento consiste nel fatto che gli Scrittori israeliti tramandarono le dottrine religiose sotto un certo aspetto particolare in parte conosciuto e in parte sconosciuto ai gentili.

11. L'ispirazione divina non si estende a tutta la Sacra Scrittura al punto che tutte e singole le sue parti siano immuni da ogni errore.

12. L'esegeta, qualora voglia affrontare con utilità gli studi biblici, deve, anzitutto, lasciar cadere quel certo qual preconcetto inerente l'origine sovrannaturale della Sacra Scrittura.

13. Gli stessi Evangelisti e i Cristiani della seconda e terza generazione composero le parabole evangeliche in modo artificioso così da spiegare gli esigui frutti della predicazione di Cristo presso i giudei.

14. Gli Evangelisti riferirono in molte narrazioni non tanto ciò che effettivamente accadde, quanto ciò che essi ritennero maggiormente utile ai lettori, ancorché falso.

15. Gli Evangeli furono soggetti a continue aggiunte e correzioni, fino alla definizione e alla costituzione del canone; in essi, pertanto, della dottrina di Cristo, non rimase che un tenue e incerto vestigio.

16. I racconti d Giovanni non sono propriamente storia, ma mistica contemplazione del Vangelo; i discorsi contenuti nel suo Vangelo sono meditazioni teologiche sul Mistero della Salvezza, destituite di verità storica.

17. Il quarto Evangelo esagerò i miracoli, non solo perché apparissero maggiormente straordinari, ma anche affinché fossero più adatti a significare l'opera e la gloria del Verbo Incarnato.

18. Giovanni rivendica a sé il ruolo di testimone di Cristo; in verità egli non è che un eccellente testimone di vita cristiana, ovvero della vita di Cristo alla fine del primo secolo.

19. Gli esegeti eterodossi espresso più fedelmente il vero senso della Scrittura di quanto non abbiano fatto gli esegeti cattolici.

20. La Rivelazione non poté essere altro che la coscienza acquisita dall'uomo circa la sua relazione con Dio.

21. La Rivelazione, che costituisce l'oggetto della Fede cattolica, non si è conclusa con gli Apostoli.

22. I dogmi, che la Chiesa presenta come rivelati, non sono verità cadute dal cielo, ma l'interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana si è data con travaglio.

23. Può esistere, ed esiste in realtà, un'opposizione tra i fatti raccontati dalla Sacra Scrittura ed i dogmi della Chiesa fondati sopra di essi; sicché il critico può rigettare come falsi i fatti che la Chiesa crede certissimi.

24. Non dev'essere condannato l'esegeta che pone le premesse, cui segue che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non neghi direttamente i dogmi stessi.

25. L'assenso della Fede si appoggia da ultimo su una congerie di probabilità.

26. I dogmi della Fede debbono essere accettati soltanto secondo il loro senso pratico, cioè come norma precettiva riguardante il comportamento, ma non come norma di Fede.

27. La Sacra Scrittura non prova la Divinità di Gesù Cristo; ma è un dogma che la coscienza cristiana deduce dal concetto di Messia.

28. Gesù, durante il suo Ministero, non parlava per insegnare di essere il Messia, né i suoi miracoli miravano a dimostrarlo.

29. Si può ammettere che il Cristo storico sia molto inferiore al Cristo della Fede.

30. In tutti i testi evangelici, il nome "Figlio di Dio" equivale soltanto a nome "Messia" e non significa assolutamente che Cristo è vero e naturale Figlio di Dio.

31. La dottrina su Cristo, tramandata da Paolo, Giovanni e dai Concili Niceno, Efesino e Calcedonense, non è quella insegnato da Gesù, ma che su Gesù concepì la coscienza cristiana.

32. Non è possibile conciliare il senso naturale dei testi evangelici con quello che i nostri teologi insegnano circa la coscienza e la scienza infallibile di Gesù Cristo.

33. È evidente a chiunque non sia influenzato da opinioni preconcette che Gesù ha professato un errore circa il prossimo avvento messianico, o che la maggior parte della sua dottrina, contenuta negli Evangeli sinottici, è priva di autenticità.

34. Il critico non può affermare che la scienza di Cristo non sia circoscritta da alcun limite, se non ponendo ipotesi - non concepibile storicamente e che ripugna al senso morale - secondo la quale Cristo abbia avuto la conoscenza di Dio in quanto uomo e non abbia voluto in alcun modo darne notizia ai discepoli e alla posterità.

35. Cristo non ebbe sempre la coscienza della sua dignità messianica.

36. La Risurrezione del Salvatore non è propriamente un fatto di ordine storico, ma un fatto di ordine meramente sovrannaturale, non dimostrato né dimostrabile, che la coscienza cristiana lentamente trasse dagli altri.

37. La Fede nella Risurrezione di Cristo inizialmente non fu tanto nel fatto stesso della Risurrezione, quanto nella vita immortale di Cristo presso Dio.

38. La dottrina concernente la Morte espiatrice di Cristo non è evangelica, ma solo paolina.

39. Le opinioni sull'origine dei Sacramenti, di cui erano imbevuti i Padri tridentini, e che senza dubbio ebbero un influsso nei loro Canoni dogmatici, sono molto distanti da quelle cui ora gli storici del Cristianesimo dànno credito.

40. I Sacramenti ebbero origine perché gli Apostoli e i loro successori interpretarono una certa idea e intenzione di Cristo, sotto la persuasione e la spinta di circostanze ed eventi.

41. I Sacramenti hanno come unico fine di ricordare alla mente dell'uomo la presenza sempre benefica del Creatore.

42. La comunità cristiana inventò la necessità del Battesimo, adottandolo come rito necessario e annettendo ad esso gli obblighi della professione cristiana.

43. L'uso di conferire il Battesimo ai bambini fu un'evoluzione disciplinare, ragion per cui il Sacramento è diventato due, cioè il Battesimo e la Penitenza.

44. Nulla prova che il rito del Sacramento della Confermazione sia stato istituito dagli Apostoli; la formale distinzione di due Sacramenti, cioè del Battesimo e della Confermazione, non risale alla storia del cristianesimo primitivo.

45. Non tutto ciò che narra Paolo a proposito dell'istituzione dell'Eucaristia [I Cor., 11, 23-25] è da considerarsi fatto storico.

46. Il concetto della riconciliazione del cristiano peccatore, per autorità della Chiesa, non fu presente nella comunità primitiva: fu la Chiesa ad abituarsi lentamente a questo concetto. Per di più, dopo che la Penitenza fu riconosciuta quale istituzione della Chiesa, non veniva chiamata col nome di Sacramento, poiché era considerata come Sacramento vergognoso.

47. Le parole del Signore "Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali rimetterete i peccati saranno rimessi e a coloro ai quali non li rimetterete non saranno rimessi" [Joh., 20, 22-23] non si riferiscono al Sacramento della Penitenza, anche se i Padri tridentini vollero affermarlo.

48. Giacomo, nella sua epistola [Jac., 5, 14 sqq.], non volle promulgare un Sacramento di Cristo, ma raccomandare una pia pratica e se in ciò riconobbe un certo qual mezzo di Grazia, non lo intese con quel rigore con cui lo intesero i teologi che stabilirono la nozione e il numero dei Sacramenti.

49. Coloro che erano soliti presiedere alla cena cristiana acquisirono il carattere sacerdotale per il fatto che essa progressivamente andava assumendo l'indole di un'azione liturgica.

50. Gli anziani che, nelle adunanze dei Cristiani, esercitavano l'ufficio di vigilanza, furono dagli Apostoli creati preti o vescovi per provvedere all'ordinamento necessario delle crescenti comunità, e non propriamente per perpetuare la missione e la potestà Apostolica.

51. Il Matrimonio fu riconosciuto dalla Chiesa come Sacramento della nuova Legge solo molto tardi; infatti, perché il Matrimonio fosse considerato Sacramento, era necessario che lo precedesse la piena dottrina della Grazia e la spiegazione teologica del Sacramento.

52. Cristo non volle costituire la Chiesa come società duratura sulla terra, per lunga successione di secoli; anzi, nella mente di Cristo, il regno del Cielo, unitamente alla fine del mondo, doveva essere prossimo.

53. La costituzione organica della Chiesa non è immutabile; ma la società cristiana, non meno della società umana, va soggetta a continua evoluzione.

54. I dogmi, i sacramenti, la gerarchia, sia nel loro concetto come nella loro realtà, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell'intelligenza cristiana, le quali svilupparono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con esterne aggiunte.

55. Simon Pietro non ha mai sospettato di aver ricevuto da Cristo il primato nella Chiesa.

56. La Chiesa Romana diventò capo di tutte le Chiese non per disposizione della Divina Provvidenza, ma per circostanze puramente politiche.

57. La Chiesa si mostra ostile ai progressi delle scienze naturali e teologiche.

58. La verità non è immutabile più di quanto non lo sia l'uomo stesso, poiché si evolve con lui, in lui e per mezzo di lui.

59. Cristo non insegnò un determinato insieme di dottrine applicabile a tutti i tempi e a tutti gli uomini, ma piuttosto iniziò un certo qual moto religioso adattato e da adattare a diversi tempi e circostanze.

60. La dottrina cristiana fu, nel suo esordio, giudaica; poi divenne, per successive evoluzioni, prima paolina, poi giovannea, infine ellenica e universale.

61. Si può dire senza paradosso che nessun passo della Scrittura, dal primo capitolo della Genesi fino all'ultimo dell'Apocalisse, contiene una dottrina perfettamente identica a quella che la Chiesa insegna sullo stesso argomento, e perciò nessun capitolo della Scrittura ha lo stesso senso per il critico e per il teologo.

62. Gli articoli principali del Simbolo apostolico non avevano per i cristiani dei primi tempi lo stesso significato che hanno per i cristiani del nostro tempo.

63. La Chiesa si dimostra incapace a tutelare efficacemente l'etica evangelica, perché ostinatamente si attacca a dottrine immutabili, inconciliabili con i progressi odierni.

64. Il progresso delle scienze richiede una riforma del concetto che la dottrina cristiana ha di Dio, della Creazione, della Rivelazione, della Persona del Verbo Incarnato e della Redenzione.

65. Il Cattolicesimo odierno non può essere conciliato con la vera scienza, a meno che non si trasformi in un cristianesimo non dogmatico, cioè in protestantesimo lato e liberale.

Nella seguente Feria V, il giorno 4 dello stesso mese ed anno, fatta di tutte queste cose accurata relazione al Santissimo Signor Nostro Pio Papa X, Sua Santità approvò e confermò il Decreto degli Eminentissimi Padri e diede ordine che tutte e singole le sopra enumerate proposizioni siano considerate da tutti come riprovate e condannate.

Pietro Palombelli, 
Notaro della Sacra Inquisizione Romana ed Universale

Dato a Roma, presso il Palazzo del Sant'Uffizio, il giorno 3 del mese di Luglio dell'Anno 1907.


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Praestantia Scripturae Sacrae

Motu Proprio

Encomiata l'eccellenza delle Sacre Scritture e raccomandatone lo studio, il Nostro Predecessore Leone XIII, di immortale memoria, nell'Enciclica "Providentissimus Deus", pubblicata il 18 Novembre 1893, dettò leggi per il retto ordinamento degli Studi Biblici; e dopo di aver rivendicati i Libri Sacri dagli errori e dalle calunnie dei Razionalisti, li difese altresi dai placiti di una falsa scienza, che si decanta come critica sublimiore: i quali placiti, evidentemente, altro non sono, secondo le sapienti parole del Pontefice, che "commenta Rationalismi e philologia et finitimis disciplinis detorta". Per ovviare poi al crescente pericolo della diffusione di idee inconsiderate ed erronee, lo stesso Nostro Predecessore colle Lettere Apostoliche "Vigilantiae studiique memores", del 30 Ottobre 1902, istituiva la Pontificia Commissione Biblica, composta di alcuni Cardinali cospicui per dottrina e per senno; alla quale Commissione venivano aggiunti come Consultori vari Ecclesiastici, scelti fra i dotti in materia teologica e biblica, e diversi per nazionalità, nonché per preferenze di metodi e di pareri nel campo degli studi esegetici.

Nel far ciò, il Pontefice mirava ad un vantaggio, altamente utile agli studi e particolarmente consentaneo all'indole dei tempi, vale a dire a far sì che in seno alla Commissione fossero presentate, ponderate e discusse sentenze di ogni sorta; e che, prima di addivenire ad una ferma decisione, i Cardinali, secondo le norme prescritte nelle citate Lettere Apostoliche, dovessero prendere in accurato esame gli argomenti favorevoli e contrari alle varie questioni, e niente omettessero di quanto potesse giovare alla perfetta conoscenza del vero stato dei problemi biblici portati in di scussione. Soltanto dopo siffatto procedimento, dovessero le prese decisioni sottoporsi al Sommo Pontefice per la relativa approvazione, ed essere poi pubblicate. Premessi lunghi esami e deliberazioni profondamente mature, la Pontificia Commissione Biblica ha felicemente emanate alcune decisioni oltremodo utili per il vero incremento e per sicura regola degli studi biblici.

Pur tuttavia Noi vediamo che alcuni, troppo proclivi ad opinioni e metodi infetti di malsane novità, e troppo teneri per una malintesa libertà, che è vera ed intemperante licenza, pericolosissima in materia dottrinale e feconda di mali assai gravi contro la purezza della fede, non hanno fatto, né fanno alle menzionate decisioni, malgrado l'approvazione ad esse data dal Pontefice, quella ossequiente accoglienza che si dovrebbe.

Per la qual cosa troviamo necessario di dichiarare e di decretare, come con questo Nostro atto dichiariamo ed espressamente decretiamo, che tutti sono tenuti in coscienza a sottomettersi alle decisioni passate e future della Pontificia Commissione Biblica, non altrimenti che ai Decreti dottrinali delle Sacre Congregazioni approvati dal Pontefice; e che coloro, i quali verbalmente od in iscritto contraddicono a tali decisioni, non vanno esenti dalla nota di disobbedienza e di temerità, né, per conseguenza, sono immuni da colpa grave: ciò indipendentemente dallo scandalo che arrecano, e dalle responsabilità che possano incorrere a Dio per altre temerità ed errori che sogliono accompagnare simili opposizioni.

Inoltre, nell'intento di reprimere la crescente audacia di non pochi modernisti, i quali con ogni sorta di sofismi e di male arti si studiano di togliere forza ed effcacia non solo al decreto "Lamentabili sane exitu", emanato per Nostro ordine dalla S. Congregazione del Sant'Uffizio il 3 Luglio 1907, ma anche alla Nostra Enciclica "Pascendi Dominici gregis" del dì 8 settembre di questo stesso anno, Noi rinnoviamo e confermiamo, in virtù della Nostra Apostolica autorità, tanto quel Decreto della Sacra Suprema Congregazione, quanto l'anzidetta Enciclica, aggiungendo la pena della scomunica a danno di coloro che contraddicano a questi documenti, e decretoriamente dichiarando che chiunque ardirà sostenere, il che Dio non permetta, alcuna delle proposizioni, opinioni e dottrine riprovate nell'uno o nell'altro dei documenti suddetti, sarà soggetto ipso facto alla censura del Capo Docentes della Costituzione "Apostolicae Sedis", che è la prima delle scomuniche latae sententiae riservate simpliciter al Romano Pontefice.

Questa scomunica poi è indipendente dalle pene, nelle quali quanti mancheranno in ordine ai surriferiti documenti possono incorrere come propagatori e difensori di eresie, allorquando le proposizioni, opinioni o dottrine da essi propugnate siano eretiche; il che agli avversari dei due citati documenti accade in non pochi casi, e principalmente allorché difendono gli errori del Modernismo, sintesi di tutte le eresie.

Presi questi provvedimenti, Noi torniamo a raccomandare caldamente agli Ordinari diocesani ed ai Superiori degli Istituti Religiosi di vegliare con ogni diligenza sugli insegnanti, specialmente dei Seminari; e quando li vedano infetti di errori modernisti e di malsane novità, ovvero meno sottomessi alle prescrizioni della Santa Sede, in qualsiasi modo pubblicate, li allontanino affatto dall'insegnamento. Per egual modo, escludano dalle sacre Ordinazioni quei giovani, i quali lascino il più piccolo dubbio di correr dietro a dottrine condannate o a dannose novità. Nell'istesso tempo li esortiamo ad invigilare sempre e con ogni premura i libri e le altre pubblicazioni, già troppo numerose, che presentino idee e tendenze simili a quelle condannate nell'Enciclica e nel Decreto; libri e pubblicazioni di tal fatta eliminino dalle librerie cattoliche e molto più dalle mani della gioventù studiosa e del Clero.

Adempiendo con zelo questo ufficio, essi promoveranno altresì la vera e solida cultura intellettuale, che deve essere precipuo oggetto della Pastorale sollecitudine.

In forza dell'autorità Nostra, Noi vogliamo e comandiamo che tutte queste disposizioni restino fisse ed abbiano efficacia, non ostante qualunque cosa in contrario.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 Novembre 1907, anno V del Nostro Pontificato.




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Pascendi Dominici gregis

Lettera Enciclica

L'officio divinamente commessoCi di pascere il gregge del Signore ha, fra i primi doveri imposti da Cristo, quello di custodire con ogni vigilanza il deposito della fede trasmessa ai santi, ripudiando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome. La quale provvidenza del Supremo Pastore non vi fu tempo che non fosse necessaria alla Chiesa cattolica: stanteché per opera del nemico dell'uman genere, mai non mancarono "uomini di perverso parlare (Act. X, 30), cianciatori di vanità e seduttori (Tit. I, 10), erranti e consiglieri agli altri di errore (II Tim. III, 13)". Pur nondimeno gli è da confessare che in questi ultimi tempi, è cresciuto oltre misura il numero dei nemici della croce di Cristo; che, con arti affatto nuove e piene di astuzia, si affaticano di render vana la virtù avvivatrice della Chiesa e scrollare dai fondamenti, se venga lor fatto, lo stesso regno di Gesù Cristo. Per la qual cosa non Ci è oggimai più lecito di tacere, seppur non vogliamo aver vista di mancare al dovere Nostro gravissimo, e che Ci sia apposta a trascuratezza di esso la benignità finora usata nella speranza di più sani consigli.

Ed a rompere senza più gl'indugi Ci spinge anzitutto il fatto, che i fautori dell'errore già non sono ormai da ricercarsi fra i nemici dichiarati; ma, ciò che dà somma pena e timore, si celano nel seno stesso della Chiesa, tanto più perniciosi quanto meno sono in vista. Alludiamo, o Venerabili Fratelli, a molti del laicato cattolico e, ciò ch'è più deplorevole, a non pochi dello stesso ceto sacerdotale, i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d'ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima; e, fatta audacemente schiera, si gittano su quanto vi ha di più santo nell'opera di Cristo, non risparmiando la persona stessa del Redentore divino, che, con ardimento sacrilego, rimpiccioliscono fino alla condizione di un puro e semplice uomo.

Fanno le meraviglie costoro perché Noi li annoveriamo fra i nemici della Chiesa; ma non potrà stupirsene chiunque, poste da parte le intenzioni di cui Dio solo è giudice, si faccia ad esaminare le loro dottrine e la loro maniera di parlare e di operare. Per verità non si allontana dal vero chi li ritenga fra i nemici della Chiesa i più dannosi. Imperocché, come già abbiam detto, i lor consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; ond'è che il pericolo si appiatta quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei, con rovina tanto più certa, quanto essi la conoscono più addentro. Di più, non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde. Intaccata poi questa radice della immortalità, continuano a far correre il veleno per tutto l'albero in guisa, che niuna parte risparmiano della cattolica verità, niuna che non cerchino di contaminare. Inoltre, nell'adoperare le loro mille arti per nuocere, niuno li supera di accortezza e di astuzia: giacché la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ciò con sì fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto; e poiché sono temerari quanto altri mai, non vi è conseguenza da cui rifuggano e che non ispaccino con animo franco ed imperterrito. Si aggiunga di più, e ciò è acconcissimo a confonderle menti, il menar che essi fanno una vita operosissima, un'assidua e forte applicazione ad ogni fatta di studi, e, il più sovente, la fama di una condotta austera. Finalmente, e questo spegne quasi ogni speranza di guarigione, dalle stesse loro dottrine sono formati al disprezzo di ogni autorità e di ogni freno; e, adagiatisi in una falsa coscienza, si persuadono che sia amore di verità ciò che è infatti superbia ed ostinazione. Sì, sperammo a dir vero di riuscire quando che fosse a richiamar costoro a più savi divisamenti; al qual fine li trattammo dapprima come figli con soavità, passammo poi ad un far severo, e finalmente, benché a malincuore, usammo pure i pubblici castighi. Ma voi sapete, o Venerabili Fratelli, come tutto riuscì indarno: sembrarono abbassai la fronte per un istante, mala rialzarono subito con maggiore alterigia. E potremmo forse tuttora dissimulare se non si trattasse che sol di loro: ma trattasi invece della sicurezza del nome cattolico. Fa dunque mestieri di uscir da un silenzio, che ormai sarebbe colpa, per far conoscere alla Chiesa tutta chi sieno infatti costoro che così mal si camuffano.

PER IL TESTO CLICCARE QUI





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Haerent animo

Esortazione Apostolica

I. MOTIVI E INTENTI

1. Scopo dell’esortazione – L’avvenire della Chiesa dipende dalla qualità degli Ecclesiastici

Abbiamo scolpite nella mente e ci riempiono di salutare timore le parole dell’Apostolo agli Ebrei (Eb 13,17), che, inculcando loro il dovere dell’ubbidienza verso i superiori, affermava con tutta la sua autorità: "Essi vegliano come responsabili che dovranno render conto delle anime vostre". Se questa sentenza riguarda tutti quelli, che hanno nella Chiesa una qualunque preminenza, principalmente riguarda noi, che, benché impari a tanto officio, abbiamo nella Chiesa la suprema autorità. Quindi notte e giorno senza posa non ci stanchiamo di meditare e di tentare tutto quanto interessa l’incolumità e la prosperità del gregge affidatoci da Dio. Fra queste preoccupazioni una più delle altre ci sta a cuore, ed è che i sacerdoti siano tali, quali li esige la dignità del loro ministero, poiché a nostro avviso, per questa via principalmente, possiamo nutrire liete speranze dell’avvenire della religione. Così, non appena saliti al soglio pontificio, benché, volgendo uno sguardo all’universalità del clero, scorgessimo in esso molteplici titoli di lode, tuttavia non potemmo non esortare con ogni studio i nostri venerandi fratelli, i vescovi dell’orbe cattolico, che in nulla ponessero tanta perseveranza e tanta cura, quanto nel formar Cristo in quelli che a formar Cristo negli altri sono destinati. Né ci sfugge lo zelo e l’attività, che dispiegano nell’educare il clero alla virtù, del che ci torna dolce non tanto di render loro una pubblica lode, quanto di esprimere i sensi della più viva riconoscenza.

2. Stimolo ai ferventi ed ai meno ferventi

Se non che, mentre per una parte ci allieta il vedere che, per tali cure dei vescovi, già molti ecclesiastici si mostrano accesi di un sacro fuoco, che risuscita o ravviva in essi la grazia di Dio ricevuta nell’imposizione delle mani nella sacra ordinazione, per l’altra ci resta ancora a lamentare che alcuni altri, in diverse regioni, non sono così esemplari, che i fedeli cristiani, volgendo gli occhi in loro, quasi in uno specchio, siccome a guida, possono conformare se stessi al loro esempio. A questi vogliamo aprire il nostro cuore con questa lettera, come il cuore di un padre palpitante di ansiosa carità nel cospetto del figlio infermo. Per un tale veemente amore, aggiungiamo a quelli dei vescovi i nostri ammonimenti; i quali, benché indirizzati specialmente a ridurre a miglior consiglio i fuorviati e giacenti in letargo, tuttavia possono, come è nostro vivo desiderio, essere anche agli altri di stimolo. Noi additiamo la via, seguendo la quale, ciascuno deve sforzarsi ogni giorno più di riuscire, secondo la chiara espressione dell’Apostolo, "uomo di Dio" (1Tm 6,11), e di corrispondere alla giusta aspettazione della Chiesa. Nulla diremo di non mai udito da Voi, o di nuovo per chicchessia, ma cose, le quali conviene che ognuno si rammenti: e Dio ci infonde la speranza che la nostra voce sia per produrre notevole buon frutto. Questo è il nostro desiderio: "che vi rinnovelliate... nello spirito della vostra mente, e vi rivestiate dell’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità" (Ef 4,23-24): e sarà questo il più bello e il più gradito dono, che Ci possiate offrire nel cinquantesimo del nostro sacerdozio. E mentre noi, "contriti di anima e umiliati di spirito" (Dn 3,39), ripenseremo in Dio i passati anni del nostro sacerdozio; espieremo in certo qual modo i nostri umani mancamenti, dei quali Ci abbiamo a pentire, ammonendovi con paterna cura, "onde camminiate in maniera degna di Dio, piacendo a Lui in tutte le cose" (Col 1,10). Ed in una simile esortazione non miriamo semplicemente alla vostra utilità, ma al vantaggio generale dei fedeli cattolici, che da quella non si può separare. Poiché tale non è il sacerdote che possa essere buono o cattivo semplicemente per sé, ma l’esempio della sua vita non è a dire di quali conseguenze sia fecondo sull’indirizzo della vita dei fedeli. Ove è un sacerdote veramente buono, qual tesoro è veramente largito dal cielo!

 

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san Pio X
Communium rerum

Lettera Enciclica

L’opera e la dottrina di s. Anselmo d’Aosta: una lettura con attualizzazione nell’ottavo centenario della sua morte.

Fra le acerbità dei tempi e le recenti calamità che opprimono l’animo Nostro di dolore, Ci è di grato conforto la gara unanime, onde tutto il popolo cristiano è stato testé e continua ad essere "spettacolo al mondo e agli angeli e agli uomini" (1 Cor. 4,9). La qual gara, se dalla vista delle presenti sventure poté avere eccitamento più pronto, come da causa unica provenne dalla carità di Gesù Cristo Signore nostro. E poiché la carità degna di tale nome non è fiorita nel mondo né può fiorire se non per Cristo, da Cristo solo dobbiamo riconoscere ogni frutto ch’ella reca fra noi, anzi pure fra gli stessi uomini rilassati nella fede o nemici della religione, nei quali, se appare qualche vestigio di carità vera, è tutto merito di quella civiltà che Cristo è venuto a portare nel mondo e che essi non sono riusciti ancora a scacciare in tutto da sé e dalla società cristiana.

Di tanto pietoso concorso di tutte le anime cristiane gareggianti a conforto del padre e a sollievo dei fratelli nelle comuni e private tristezze, è commosso e riconoscente il Nostro cuore più che non si possa esprimere a parole. E sebbene già più volte l’abbiamo significato in particolare ai singoli, non vogliamo ora tardare di rendere a tutti pubblicamente le più vive azioni di grazie, a voi prima, venerabili fratelli, indi per mezzo vostro ai fedeli tutti alle vostre cure affidati.

E parimenti intendiamo protestare pubblicamente la Nostra gratitudine per tante e così luminose dimostrazioni di amore e di ossequio che Ci diedero i Nostri figli carissimi in ogni parte del mondo cattolico, in occasione del Nostro giubileo sacerdotale. Esse riuscirono gratissime al Nostro cuore non tanto per il riguardo Nostro quanto per quello della religione e della chiesa, perché furono testimonianza di fede, intrepidamente professata, quasi a riparazione sociale e ad ossequio pubblico reso a Cristo e alla sua chiesa nella persona di Colui che il Signore ha posto a governare la sua famiglia. Ma anche altri frutti, per questo rispetto, Ci confortarono grandemente. Così le feste onde tante diocesi del Nord dell’America ricordarono con religiose solennità il primo centenario della loro erezione, benedicendo il Signore, che aveva chiamato tante anime alla luce della verità nel seno della cattolica chiesa; così lo stupendo omaggio, ripristinato a Cristo presente nella divina eucaristia, da migliaia e migliaia di credenti col concorso di molti Nostri venerabili fratelli e del Nostro stesso legato, sul suolo della nobilissima isola d’Inghilterra; e così anche le consolazioni della perseguitata chiesa di Francia al mirare gli splendidi trionfi del santissimo Sacramento, particolarmente nel santuario di Lourdes, delle cui origini godemmo pure di vedere celebrato così solennemente il cinquantesimo anniversario. Per questi e altri fatti è bene appaia a tutti, e si persuadano i nemici della fede cattolica, come lo splendore delle cerimonie e il culto della augusta Madre di Dio, e gli stessi filiali omaggi resi al sommo pontefice, sono tutti rivolti in fine alla gloria di Dio e alla salute degli uomini medesimi col trionfo del regno di Dio in mezzo a loro, perché sia "Cristo in ogni cosa e in tutti" (Col. 311).

Questo trionfo di Dio sulla terra, che deve avverarsi negli individui e nella società, sta appunto in quel ritorno degli uomini a Dio mediante Cristo, e a Cristo mediante la chiesa, che Noi abbiamo annunziato come il programma del Nostro pontificato nel rivolgervi la prima volta la parola con la lettera enciclica E supremi Apostolatus Cathedra,e di poi altre volte ripetutamente. A questo ritorno fiduciosi Noi miriamo e ad affrettarlo indirizziamo i Nostri propositi e desideri, come ad un porto in cui si quietino anche le tempeste della vita presente. Né per altro motivo, appunto, Ci sono grati gli omaggi resi alla chiesa nella Nostra umile persona. se non perché, con l’aiuto di Dio, sono indizio di tale ritorno delle nazioni a Cristo e di più intensa e pubblica adesione a Pietro e alla chiesa.

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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san Pio X
Editae saepe Dei

Lettera Enciclica

Celebra la memoria e l'opera apostolica e dottrinale di San Carlo Borromeo.

 

Ciò che la parola divina ricorda più volte nelle Sacre Scritture, come il giusto vivrà in memoria eterna di lodi e che egli parla anche defunto (Psal. CXI, 7;Prov. X, 7; Hebr. XI, 4), si avvera sopra tutto per la voce e l'opera continua della Chiesa. Questa, infatti, quale madre e altrice di santità, ringiovanita sempre più feconda dal soffio "dello Spirito Santo, che inabita in noi" (Rom. VIII, 11), come è sola a generare, nutrire ed allevare nel suo seno la nobilissima figliolanza dei giusti, così è la più sollecita, quasi per istinto di amore materno, a conservarne la memoria e a ravvivarne l'amore. Da tale ricordanza ella riceve quasi un divino conforto, e ritrae lo sguardo dalle miserie di questo pellegrinaggio mortale, mentre già vede nei santi "la sua gioia e la sua corona", riconosce in essi la immagine sublime del suo Sposo Celeste, e inculca ai suoi figli con nuova testimonianza il detto antico: "Per quanti amano Dio, per quelli che secondo il proposito divino sono stati chiamati santi, le cose tutte si rivolgono in bene" (Rom. VIII, 28). Né le loro opere gloriose riescono solo di conforto alla memoria, ma di luce all'imitazione e di forte incitamento alla virtù per quella eco unanime dei santi che risponde alla voce di Paolo: "Siate miei imitatori, come io sono di Cristo" (I Cor. IV, 16).

Per queste ragioni, Venerabili Fratelli, mentre Noi, appena assunto il Sommo Pontificato, significavamo il proposito di adoperarCi costantemente perché "le cose tutte fossero restaurate in Cristo", con la prima Nostra Lettera Enciclica (Lett. Enc. "E supremi", del 4 ottobre 1903), Ci studiammo vivamente di fare che tutti rivolgessero con Noi i loro sguardi a Gesù, "apostolo e pontefice della nostra confessione, autore e consumatore della fede" (Hebr. III, 1; XII, 2-3). Ma poiché la Nostra debolezza è tanta e facilmente restiamo sbigottiti dalla grandezza di tanto esemplare, per benefizio della Provvidenza divina un altro modello Noi avemmo da proporre, che pur essendo prossimo a Cristo, quanto a natura umana è possibile, è meglio confacevole alla debolezza Nostra, cioè la Beatissima Vergine, Augusta Madre di Dio (Lett. Enc. "Ad diem illum", del 21 febbraio 1904). Infine, cogliendo varie occasioni di ravvivare la memoria dei santi, proponemmo alla comune ammirazione questi servi e dispensatori fedeli nella casa di Dio, e secondo il grado proprio di ciascuno, amici e domestici di Lui, come quelli che "per la fede vinsero i regni) operarono la giustizia, ottennero le promesse" (Hebr. XI, 13), affinché dai loro esempi spronati "non siamo più bambini vacillanti e trasportati da ogni vento dì dottrina per raggiri degli uomini, per astuzia usata a circonvenire nell'errore; ma seguitando la verità nella carità, andiamo crescendo per ogni parte in Lui, che è il capo, Cristo" (Eph. IV, 11 segg.).

Questo consiglio altissimo della Provvidenza divina mostrammo attuato in tre personaggi massimamente che quali grandi pastori e dottori fiorirono in età ben diverse ma quasi del pari calamitose per la Chiesa: Gregorio Magno, Giovanni Grisostomo e Anselmo di Aosta, dei quali occorsero in questi ultimi anni solenni feste centenarie. Così più specialmente nelle due Lettere Encicliche date il 12 marzo 1904 e il 21 aprile del 1909, spiegammo quei punti di dottrina e precetti di vita cristiana, quali ci parvero opportuni ai nostri giorni, che si raccolgono dagli esempi e dagli

insegnamenti dei santi.

E poiché Noi siamo persuasi che gli esempi illustri dei soldati di Cristo valgono assai meglio a scuotere gli animi e a trascinarli che non le parole o le altre trattazioni (Encicl. "E Supremi"), profittiamo ora volentieri di un'altra felice opportunità che Ci si porge, per commendare gli altissimi documenti di un altro santo Pastore, suscitato da Dio in tempi più vicini quasi in mezzo alle medesime tempeste, Cardinale della Santa Romana Chiesa e Arcivescovo di Milano, da Paolo V di santa memoria ascritto nel novero dei santi, Carlo Borromeo. E non meno a proposito; poiché - per usare le parole dello stesso Nostro Antecessore - "Il Signore che fa meraviglie grandi Egli solo, ha operato con noi cose magnifiche in questi ultimi tempi, e con opera mirabile della sua dispensazione ha eretto sopra la rocca dell'Apostolica pietra un grande luminare, eleggendo dal seno della sacrosanta Romana Chiesa, Carlo sacerdote fedele, servo buono, modello del gregge e modello dei pastori. Egli infatti, con molteplice fulgore di opere sante illustrando la Chiesa tutta, brilla innanzi ai sacerdoti ed al popolo, quale un Abele per l'innocenza, un Enoch per la purezza, un Giacobbe per la sofferenza delle fatiche, un Mosè per la mansuetudine, un Elia per lo zelo ardente. Egli in sé mostra da imitare, fra l'abbondanza delle delizie, l'austerità di Girolamo, nei gradi più alti l'umiltà di Martino, la sollecitudine pastorale di Gregorio, la libertà di Ambrogio, la carità di Paolino, e finalmente ci dà a vedere con gli occhi nostri, a toccare con le nostre mani, un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive nello spirito calpestando le cose terrene, cercando continuamente le Celesti, né solo per officio sostituito in luogo di Angelo, ma emulo in terra nei pensieri e nelle opere della vita degli Angeli" (Bolla "Unigenitus", novembre del 1610).

Così il Nostro Antecessore, trascorsi i cinque lustri dalla morte di Carlo. E ora, trascorsi tre secoli dalla glorificazione a lui decretata "meritamente é pieno il Nostro labbro di gaudio e la Nostra lingua di esultanza nell'insigne giorno della Nostra solennità, quando col decretare i sacri onori a Carlo prete Cardinale della Santa Romana Chiesa, alla quale Noi per disposizione del Signore presiediamo, fu aggiunta una corona ricca di ogni pietra preziosa all'unica Sua sposa". Così Noi abbiamo comune col Nostro Antecessore la confidenza, che dalla contemplazione della gloria, ma più ancora dagli insegnamenti e dagli esempi del Santo, si possa veder umiliata la protervia degli empi e confusi tutti quelli che "si gloriano dei simulacri degli errori"(dalla Bolla "Unigenitus"). Quindi la rinnovata glorificazione di Carlo modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi, riuscirà dopo tre secoli per tutti i cattolici di singolare conforto ed istruzione, come di nobile incitamento a tutti per cooperare strenuamente all'opera che tanto Ci sta a cuore della restaurazione di tutte le cose in Cristo.

Certamente è a voi ben noto, Venerabili Fratelli, come la Chiesa, quantunque tribolata continuamente, non è mai lasciata da Dio priva di ogni consolazione. Poiché Cristo "l'amò e dette se stesso per lei, alfine di santificarla e farsela comparire innanzi gloriosa, senza macchia, né ruga, né altra cosa tale, ma perché sia santa e immacolata" (Eph. V, 25 e segg.). Anzi, quando più sbrigliata la licenza dei costumi, più feroce l'impeto della persecuzione, più astute le insidie dell'errore sembrano minacciare a lei rovina estrema, fino a strapparle dal seno non pochi dei suoi figliuoli, per travolgerli nel vortice dell'empietà e dei vizi, allora la Chiesa sperimenta più efficace la protezione divina. Perocché Iddio fa che l'errore stesso, vogliano o no i malvagi, serva al trionfo della verità, di cui la Chiesa è vigile custode; la corruzione serva all'incremento della santità, di cui essa è attrice e maestra; la persecuzione ad una più mirabile "liberazione dai nostri nemici". Così avviene che quando la Chiesa appare agli occhi profani sbattuta da più fiera tempesta e quasi sommersa, allora n'esca più bella, più vigorosa, più pura, rifulgendo nello splendore delle maggiori virtù.

In questo modo la somma benignità di Dio viene confermando con nuovi argomenti, che la Chiesa è opera divina; sia perché nella prova più dolorosa, quella degli errori e delle colpe che s'infiltrano nelle stesse sue membra, le fa superare il cimento; sia perché le mostra attuato il detto di Cristo: "Le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei" (Matth. XVI, 18); sia perché comprova di fatto la promessa: "Ecco io sarò con voi tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli" (Matth. XXVIII, 20); sia infine perché testimonia di quella misteriosa virtù per cui un altro Paraclito, promessole da Cristo nel suo sollecito ritorno al Cielo, continuamente in lei effonde i suoi doni e la difende e la consola in ogni tribolazione: "spirito che rimane con lei in eterno; spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né lo conosce, perché egli dimorerà fra voi e sarà con voi" (Ioan. XIV, 16 e segg., 29, 59; XVI, 7 e segg.). Da questa fonte sgorga la vita e il nerbo della vita; e da questa pure il distinguersi da ogni altra società, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano, per le note manifeste, ond'è segnalata e costituita "quasi un vessillo sollevato fra le nazioni" (Sess. III, Const. Dei Filius, cap. 3).

E infatti, solo per un miracolo della potenza divina può succedere che tra l'inondare della corruzione e la frequente deficenza delle membra la Chiesa, in quanto è il Corpo mistico di Cristo, si mantenga indefettibile nella santità della dottrina, delle leggi, del suo fine; dalle cause stesse tragga del pari fruttuosi effetti; dalla fede e dalla giustizia di molti suoi figliuoli raccolga frutti copiosissimi di salute. Né meno chiaro apparisce il sigillo della sua vita divina in ciò che fra tanta e cosi turpe colluvie di perverse opinioni, fra cosi grande numero di ribelli, fra il tanto multiforme variare degli errori, essa persevera immutabile e costante, quale colonna e sostegno della verità, nella professione di una stessa dottrina, nella comunione degli stessi Sacramenti, nella sua divina costituzione, nel governo, nella morale. E ciò tanto più è mirabile, perché ella non solamente resiste al male, ma vince il male col bene, e mai resta dal benedire e agli amici e ai nemici, mentre tutta si affatica ed anela a operare la rinnovazione cristiana della società non meno che dei singoli individui. Poiché questa è la sua missione propria nel mondo, e di questa gli stessi suoi nemici sentono i benefizi.

Un tale mirabile influsso della Provvidenza divina nell'opera ristauratrice promossa dalla Chiesa appare splendidamente in quel secolo che vide sorgere a conforto dei buoni San Carlo Borromeo. Allora, spadroneggiando le passioni, travisata quasi del tutto e oscurata la cognizione della verità, eravi lotta continua con gli errori, e l'umana società, precipitando al peggio, sembrava correre all'abisso. Fra questi mali insorgevano uomini orgogliosi e ribelli, "nemici della Croce di Cristo...", uomini di "sentimenti terreni, il Dio dei quali é il ventre " (Phil. III, 18, 19). Costoro, applicandosi non a correggere i costumi, ma a negare i dogmi, moltiplicavano i disordini, allargavano a sé ed agli altri il freno della licenza, o certo sprezzando la guida autorevole della Chiesa, a seconda delle passioni dei prìncipi o dei popoli più corrotti, con una quasi tirannide ne rovesciavano la dottrina, la costituzione, la disciplina. Indi, imitando quegli iniqui, a cui è rivolta la minaccia: "Guai a voi che chiamate male il bene e bene il male!" (Is. V, 20), quel tumulto di ribellione, quella perversione di fede e di costumi chiamarono riforma e se stessi riformatori. Ma, in verità, essi furono corrompitori, sicché, snervando con dissensioni e guerre le forze dell'Europa, prepararono le ribellioni e l'apostasia dei tempi moderni, nei quali si rinnovarono insieme in un impeto solo quei tre generi di lotta, prima disgiunti, da cui la Chiesa era sempre uscita vincitrice: le lotte cruente della prima età, indi la peste domestica delle eresie; infine sotto il nome di libertà evangelica, quella corruzione di vizi e perversione della disciplina, a cui forse non era giunta l'età medioevale.

A questa turba di seduttori Iddio oppose veraci riformatori e uomini santi, sia per arrestare quella corrente impetuosa ed estinguere quel bollore, sia per riparare ai danni già recati. Quindi l'opera loro assidua e molteplice nella riforma della disciplina fu di tanto maggiore conforto alla Chiesa quanto più grave era la tribolazione che l'angustiava e comprovò il detto: "Fedele è Iddio, che... darà con la tentazione il vantaggio" (I Cor. X, 13). In si fatte circostanze veniva ad accrescere consolazione alla Chiesa, per disposizione provvidenziale, l'operosità e la santità singolare di Carlo Borromeo.

Senonché il ministero di lui, cosi disponendo Iddio, ebbe una forza ed efficacia tutta propria, né solo per fiaccare l'audacia dei faziosi, ma per ammaestrare ed infervorare i figliuoli della Chiesa. Di quelli, infatti, egli reprimeva i folli ardimenti e confutava le futili accuse, con l'eloquenza più potente, con l'esempio della sua vita e della sua operosità; di questi rialzava le speranze e ravvivava l'ardore. E fu certo cosa mirabile come egli accolse in sé riunite fino dalla sua giovinezza tutte quelle doti di un verace riformatore, che in altri vediamo disperse e distinte: virtù, senno, dottrina, autorità, potenza, alacrità; e tutte le fece servire unitamente alla difesa commessagli della verità cattolica contro le invadenti eresie, com'era pur la missione propria della Chiesa, risvegliando la fede sopita in molti e quasi estinta, corroborandola con provvide leggi ed istituzioni, rialzando la caduta disciplina e riconducendo strenuamente i costumi del clero e del popolo ad un tenore di vita cristiana. Così mentre adempie le parti tutte del riformatore, non meno adempie per tempo a tutti gli uffici del "servo buono e fedele", e più tardi quelle del sacerdote grande, che "piacque a Dio nei giorni suoi e fu trovato giusto"degno perciò di prendersi ad esempio da tutte le classi di persone, sia del clero o dei laici, siano ricchi o poveri; come quegli la cui eccellenza va compendiata in quella lode propria del Vescovo e del prelato, per la quale ubbidendo ai detti dell'Apostolo Pietro, egli si era "fatto di cuore modello del gregge" (I Petr. V,3). Né di minore ammirazione è il fatto che Carlo, non ancora compiuti i suoi 23 anni di età 1, benché sollevato a sommi onori, e messo a parte di negozi grandi e difficilissimi della Chiesa, veniva ogni di meglio avanzandosi nell'esercizio più perfetto della virtù, mediante quella contemplazione delle cose divine, che nel sacro ritiro già l'aveva rinnovato, e risplendeva "spettacolo al mondo, agli angeli ed agli uomini".

Allora veramente, per usare le parole del già ricordato Nostro Antecessore Paolo V, cominciò il Signore a mostrare in Carlo le "sue meraviglie"sapienza, giustizia, zelo ardentissimo in promuovere la gloria di Dio e del nome cattolico, e cura sopra tutto per quella opera di ristaurazione della fede e della Chiesa universale che si agitava nell'augusto Consesso Tridentino. Della celebrazione di questo Concilio gli dà merito lo stesso Pontefice e la posterità tutta, in quanto egli, prima di esserne l'esecutore più fedele, ne fu il più efficace sostenitore. Né certo, senza molte sue veglie, stenti e fatiche, ebbe quell'opera il suo ultimo compimento.

Eppure queste cose tutte non erano altro che una preparazione e un tirocinio di vita, nel quale educavasi il cuore con la pietà, la mente collo studio, il corpo colla fatica, serbandosi quel modesto e umile giovane quale argilla nelle mani di Dio e del suo Vicario in terra. E una tale vita di preparazione appunto era quella che disprezzavano allora i fautori di novità, per la stoltezza medesima onde la disprezzano i moderni, non avvertendo che le opere meravigliose di Dio si maturano nell'ombra e nel silenzio dell'anima dedita all'ubbidienza ed alla preghiera, e che in questa preparazione sta come il germe del futuro progresso, come nella seminagione la speranza della raccolta.

La santità, nondimeno, e l'operosità di Carlo, che si preparava allora con si splendidi auspici, si svolse poi e diede frutti prodigiosi, come accennammo sopra, quando egli "da buon operaio, lasciata la splendidezza e la maestà di Roma, si ritirò nel campo che aveva preso a coltivare (Milano), e adempiendovi ogni giorno meglio le sue parti, ricondusse quel campo, per la tristizia dei tempi già bruttamente guasto da sterpi e inselvatichito, a tale splendore che fece della Chiesa di Milano un chiarissimo esemplare di ecclesiastica disciplina" (Bolla "Unigenitus").

Tanti e così preclari effetti egli ottenne conformando la sua opera di riforma alle norme proposte poco avanti dal Concilio Tridentino.

   continua.....




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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29/07/2014 10.28
 
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   La Chiesa, infatti, bene intendendo quanto "i sentimenti e i pensieri dell'animo umano sono proclivi al male" (Gen. VIII, 21), mai non cessa di combattere contro i vizi e gli errori, perché "sia distrutto il corpo del peccato e più non serviamo al peccato" (Rom. VI, 6). E in questa lotta, come ella è maestra a se stessa e guidata dalla grazia che "e diffusa nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo", così prende norma al pensare e all'opera dal Dottore delle genti, che dice: "Rinnovatevi nello spirito della vostra mente" (Eph. IV, 23). "E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma riformatevi nel ritrovamento della mente vostra, per accertare quale sia la volontà di Dio buona, accettevole e perfetta" (Rom. XII, 2). Né il figliuolo della Chiesa e riformatore sincero mai si persuade di avere toccata la meta, ma ad essa protesta solo di tendere insieme con l'Apostolo: "Dimenticando quel che sta dietro e stendendomi verso ciò che mi sta davanti, mi avanzo verso il segno, verso il premio della vocazione superna di Dio in Cristo Gesù" (Phil. III, 13, 14).


Quindi avviene che noi uniti con Cristo nella Chiesa " cresciamo per ogni cosa in lui che e il Capo, Cristo dal quale il corpo tutto prende l'accrescimento proprio per la perfezione di se stesso nella carità (Eh. IV, 15, 16), e la Chiesa madre viene sempre più ad avverare quel mistero della volontà, "di restaurare nella ordinata pienezza dei tempi tutte le cose in Cristo" (Eph. I, 9, 10).


A queste cose non pensavano i riformatori, a cui si oppose Carlo Borromeo, presumendo riformare a loro capriccio la fede e la disciplina; né meglio le intendono i moderni, contro cui abbiamo noi da combattere, o Venerabili Fratelli. Anche costoro sovvertono dottrina, leggi, istituzioni della Chiesa, avendo sempre sulle labbra il grido di cultura e di civiltà, non perché stia loro troppo a cuore questo punto, ma perché con questi nomi grandiosi possono più agevolmente celare la malvagità dei loro intendimenti.


E quali in realtà sieno le loro mire, quali le loro trame, quale la via che intendono battere, nessuno di voi lo ignora, e i loro disegni furono già da Noi denunziati e condannati. Si propongono essi un'apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa, apostasia tanto peggiore dì quell'antica che mise in pericolo il secolo di Carlo, quanto più astutamente serpeggia occulta nelle vene stesse della Chiesa, quanto più sottilmente trae da principi erronei le conseguenze estreme.


Di ambedue, tuttavia, una stessa è l'origine: "l'uomo nemico", cioè, che sempre desto a perdizione degli uomini "soprasseminò la zizzania in mezzo al grano" (Matth. XIII, 25): del pari soppiatte e tenebrose le vie; simile il processo e l'esito finale. Perocché, a quel modo che nel passato la prima apostasia voltandosi dove la fortuna secondava, veniva aizzando l'una e l'altra, o la classe dei potenti o dei popolani, per travolgere poi l'una e l'altra nella perdizione cosi questa moderna apostasia esaspera l'odio vicendevole dei poveri e dei ricchi, acciocché scontento ognuno della sua sorte tragga sempre più misera la vita e paghi il fio imposto a quelli che tutti fissi nelle cose terrene e caduche, non cercano il "regno di Dio e la sua giustizia"Anzi il presente conflitto è fatto anche più grave da ciò che, dove i turbolenti novatori dei tempi andati ritenevano per lo più qualche resto del tesoro della dottrina rivelata, i moderni sembra che non vogliano darsi pace finché non lo abbiano veduto interamente disperso. Ora, così rovesciando il fondamento della religione, si scioglie necessariamente anche il vincolo della società civile. Spettacolo triste, al presente, minaccioso per l'avvenire; non perché vi sia da temere per l'incolumità della Chiesa, di cui non permettono dubbio le promesse divine, ma per i pericoli che sovrastano alle famiglie ed alle nazioni, massimamente a quelle che o fomentano con più studio o tollerano con più indifferenza questo pestifero soffio di empietà.


Fra una sì empia e stolida guerra, mossa talora e propagata con l'aiuto di quei medesimi che più dovrebbero appoggiarci e sostenere la nostra causa; fra un trasformarsi così molteplice degli errori e un blandire di vizi così vario, che dagli uni e dagli altri anche molti dei nostri si lasciano lusingare, sedotti dall'apparenza di novità e di dottrina, o dalla illusione che la Chiesa possa amichevolmente accordarsi con le massime del secolo, voi bene intendete, Venerabili Fratelli, che noi tutti dobbiamo opporre vigorosa resistenza e ribattere l'assalto dei nemici con quelle armi stesse, di cui un tempo usò il Borromeo.


E anzitutto, perché attentano alla rocca stessa che è la fede, o con l'aperta negazione, o con l'ipocrita impugnazione, o col travisarne le dottrine, ricorderemo quello che San Carlo spesso inculcava: "La prima e più grande cura dei Pastori deve essere intorno alle cose che riguardano il conservare integra e inviolata la fede cattolica, quella fede che la Santa Romana Chiesa professa e insegna, e senza la quale é impossibile piacere a Dio" (Conc. Prov. I, sub initium). E di nuovo: "In questa parte nessuna diligenza può essere così grande, quanto senza dubbio è richiesta dal bisogno" (Conc. Prov. V, pars I). Quindi è necessario di opporsi con la sana dottrina al "fermento dell'eretica pravità" che non represso corrompe tutta la massa, opporsi cioè alle perverse opinioni che s'infiltrano sotto mentite sembianze e che raccolte insieme sono professate dal modernismo; ricordando con San Carlo, "quanto sommo debba essere lo studio e diligentissima sopra ogni altra cura del Vescovo nel combattere il delitto dell'eresia" (Ibid.).


Né occorre, per verità, ricordare le altre parole del Santo che allega le sanzioni, le leggi, le pene poste dai Romani Pontefici contro quei prelati che fossero negligenti o rimessi nel purgare dall'eretica pravità la loro diocesi. Ma bene convenevole sarà riandare con attenta meditazione ciò che egli ne conclude: "Perciò deve il vescovo onzitutto persistere in questa sollecitudine perenne e vigilanza continua, acciocché non solo il morbo pestilentissimo dell'eresia non s'infiltri mai nel gregge a lui commesso, ma ne vada lontanissimo qualsiasi sospetto. E se poi, il che tolga Cristo Signore per la sua pietosa misericordia, s'infiltrasse, allora sopra tutto si adoperi con ogni sforzo perché sia ricacciato prestissimamente, e quelli che di tale pestilenza sono infetti o sospetti siano trattati a norma dei canoni e delle sanzioni pontificie" (Ibid.).


Ma né la liberazione, né la preservazione dalla peste degli errori è possibile, se non con una retta istruzione del clero e del popolo: poiché "la fede, dall'udito, e l'udito poi per la parola di Cristo" (Rom. X, 17). E la necessità d'inculcare la verità a tutti s'impone tanto maggiormente ai nostri giorni, mentre per tutte le vene dello Stato, e anche donde meno si crederebbe, vediamo infiltrarsi il veleno, a segno tale che per tutti valgono oggimai le ragioni addotte da San Carlo con queste parole: "Quei che confinano con gli eretici ove non fossero stabili e fermi nei fondamenti della fede, darebbero moltissimo a temere che non si lasciassero troppo facilmente tirare da essi in qualche inganno di empietà e di guasta dottrina" (Conc. Prov. V, pars I). Ora infatti per la facilità dei viaggi, sono cresciute le comunicazioni, come delle altre cose tutte, così anche degli errori, e per la sfrenata libertà delle passioni, viviamo in mezzo ad una società pervertita, ove "non é verità... e non esiste cognizione di Dio " (Os. IV, 1); in una terra che è desolata... perché niuno vi è che pensi di cuore" (Ier. XX, 11). Perciò Noi, volendo usare le parole di San Carlo, "abbiamo adoperato finora molta diligenza perché tutti e singoli i fedeli di Cristo fossero bene istruiti nei rudimenti della fede cristiana" (Conc. Prov. V, pars I); e ne abbiamo anche scritto speciale Lettera Enciclica, come di argomento della più vitale importanza (Enc. "Acerbo nimis", del 25 aprile 1905). Ma, sebbene non vogliamo ripetere ciò che ardendo di zelo insaziabile deplorava il Borromeo, cioè: "di aver ottenuto finora troppo poco in cosa di tonta rilevanza", pure come lui, "indotti dalla grandezza del negozio e del pericolo", vorremmo anche maggiormente infiammare lo zelo di tutti; perché prendendo Carlo a modello, concorrano, ciascuno secondo il grado e le forze, a quest'opera di ristaurazione cristiana. Ricordino i padri di famiglia e i padroni con quale fervore ad essi inculcava il santo vescovo costantemente, che ai figliuoli, ai domestici, ai servi, non solo dessero facoltà ma imponessero l'obbligo d'imparare la dottrina cristiana. I chierici si ricordino l'aiuto che in questo insegnamento debbono prestare al parroco, e questi procuri che siffatte scuole si moltiplichino secondo il numero e la necessità dei fedeli, e siano commendevoli per la probità dei maestri ai quali siano dati per aiutatori uomini o donne di provata onestà, a quel modo che prescrive lo stesso santo arcivescovo di Milano (Conc. Prov. V, pars I).


Di tale cristiana istituzione appare evidentemente cresciuta la necessità sia da tutto l'andamento dei tempi e dei costumi moderni, sia specialmente da quelle pubbliche scuole, prive di ogni religione, dove si tiene quasi per sollazzo il deridere tutte le cose più sante, e del pari sono aperte alla bestemmia e le labbra dei maestri e le orecchie dei discepoli. Parliamo di quella scuola che si chiama per somma ingiuria neutra laica, ma non è altro che tirannide prepotente di una setta tenebrosa. Un siffatto nuovo giogo di ipocrita libertà voi già denunciaste ad alta voce e intrepidamente, o Venerabili Fratelli, massime in quei paesi dove più sfrontatamente furono calpestati i diritti della religione e della famiglia, anzi soffocata la voce stessa della natura che vuole rispettati la fede e il candore dell'adolescenza. A rimediare, per quanto era in Noi, a un sì gran male, recato da quelli stessi che, mentre pretendono dagli altri obbedienza, la negano al Padrone supremo di tutte le cose, abbiamo raccomandato che si istituissero per le città opportune scuole religiose. E sebbene quest'opera, mercé i vostri sforzi, abbia fatto finora assai buoni progressi, tuttavia è sommamente da desiderare che sempre più largamente si propaghi, cioè che siffatte scuole si aprano dappertutto numerose e fioriscano di maestri commendevoli per merito di dottrina e per integrità di vita.


Con tale insegnamento utilissimo dei primi elementi va strettamente congiunto l'ufficio dell'oratore sacro, nel quale a più forte ragione si ricercano le doti ricordate. Quindi le diligenze e i consigli di Carlo nei Sinodi provinciali e nei diocesani miravano con una cura specialissima a formare predicatori tali che si potessero adoperare santamente e con frutto nel "ministero della parola". Ora la cosa stessa, e forse più fortemente, sembra richiesta a Noi dai tempi che corrono, mentre la fede vacilla in tanti cuori, né mancano di quelli che, per vaghezza di gloria vana, assecondano la moda, "adulterando la parola di Dio", sottraendo alle anime il cibo della vita.


Con somma vigilanza, pertanto, Noi dobbiamo guardare, Venerabili Fratelli, che il vostro gregge da uomini vani e frivoli non sia pasciuto di vento, ma sia nutrito del cibo vitale da "ministri della parola"ai quali si applicano quelle sentenze: "Noi facciamo le veci di ambasciatori a nome di Cristo, quasi esortando Iddio per mezzo di noi: riconciliatevi. con Dio" (II Cor. V, 20); "da ministri e da legati che non camminano nell'astuzia, né corrompono la parola di Dio, ma si rendono commendevoli presso ogni coscienza degli uomini innanzi a Dio per la manifestazione della verità" (II Cor. IV, 2); "operai che non possono essere confusi e con rettitudine maneggiano la parola della verità" (II Tim. II, 15). E non meno utili ci saranno quelle norme santissime e sommamente fruttuose che il Vescovo di Milano soleva raccomandare ai fedeli, e sono compendiate da quelle parole di San Paolo: "Avendo ricevuto da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accoglieste non come parola umana, (ma qual è veramente) parola di Dio, la quale opera in voi che avete creduto" (I Thess. II, 13).


Cosi la "parola di Dio, viva, efficace, più penetrativa di ogni spada" (Hebr. VI, 12) opererà non solo a conservazione e a difesa della fede, ma ad efficace impulso delle buone opere: giacché "la fede senza le opere è morta" (Iac. II, 26); "e non saranno giustificati innanzi a Dio quelli che ascoltano la legge, ma quei che la legge mettono in esecuzione" (Rom. II, 13).


Ed è questo un altro punto in cui si vede quanto immenso è il divario della vera dalla falsa riforma. Poiché quelli che propugnano la falsa, imitando la costanza degli stolti, sogliono ricorrere agli estremi, o esaltando la fede per modo da escludere la necessità delle buone opere, o collocando nella sola natura tutta la eccellenza della virtù senza gli aiuti della fede e della grazia divina. Onde segue che gli atti provenienti dalla sola onestà naturale, non sono altro che simulacri di virtù né durevoli in sé, né sufficienti alla salute. L'opera adunque di siffatti informatori non è valevole a ristaurare la disciplina, ma esiziale alla fede ed ai costumi.


Al contrario, quelli che, ad esempio di San Carlo, sinceramente e senza raggiri cercano la vera e salutare riforma, evitano gli estremi, né mai trascorrono oltre quei limiti fuori dei quali non può sussistere riforma alcuna. Poiché, uniti essi fermissimamente alla Chiesa e al loro Capo Cristo, non solo di qui attingono forza di vita interiore, ma anche ricevono norma di azione esteriore, per accingersi con sicurezza all'opera sanatrice della umana società. Ora di questa divina missione, trasmessa perpetuamente in quelli che debbono fare da legati di Cristo, è proprio "l'insegnare a tutte le genti", né solamente le cose da credere, ma quelle da operare, cioè come pronunziò Cristo stesso, "osservare tutte quelle cose che io vi ho comandato" (Matth. XXVIII, 18-20).Egli infatti è "vita, verità e vita" (Ioan. XIV, 6), ed è venuto perché gli uomini "abbiano la vita e l'abbiano con esuberanza" (Ioan. X, 10). Ma poiché l'adempiere quei doveri tutti colla sola guida della natura è molto al di sopra di ciò che possano per sé conseguire le forze dell'uomo, perciò la Chiesa ha, insieme col suo magistero, congiunto il potere di governare la società cristiana e di santificarla, mentre per mezzo di quelli che nel loro proprio grado ed officio le sono ministri e cooperatori, viene comunicando gli opportuni e necessari mezzi della salute.


Il che bene intendendo i veraci riformatori, non soffocano essi i germogli per porre in salvo la radice, cioè dire non disgiungono la fede dalla santità della vita, ma l'una e l'altra alimentano e riscaldano al soffio della carità, la quale è "vincolo della perfezione" (I Coloss. III, 14). Cosi pure, ubbidendo all'Apostolo, essi "custodiscono il deposito" (I Tim. VI, 20), non già per impedirne la manifestazione e sottrarne la luce alle genti, ma per diramare anzi con più larga vena le acque saluberrime di verità e di vita che sgorgano da quella sorgente. E in ciò congiungono la teoria alla pratica, di quella valendosi a prevenire ogni "circonvenzione dell'errore", di questa ad applicare i precetti alla morale ed all'azione della vita. Perciò anche procurano i mezzi tutti, od opportuni o necessari al fine, sia per la estirpazione del peccato sia per "la perfezione dei santi, per l'opera del ministero, l'edificazione del corpo di Cristo" (Eph. IV, 12). E a questo mirano appunto gli statuti, i canoni, le leggi dei Padri e dei Concili; a questo i mezzi tutti d'insegnamento, di governo, di santificazione, di beneficenza d'ogni fatta; a questo insomma la disciplina e l'operosità intera della Chiesa. A tali maestri della fede e della virtù tiene rivolto l'occhio e l'animo il vero figlio della Chiesa, mentre si propone la riforma di sé e degli altri. E a tali maestri pure si appoggia il Borromeo nella sua riforma della disciplina ecclesiastica, e spesso li ricorda, come quando scrive: "Noi, seguendo l'antica consuetudine ed autorità dei Santi Padri e dei sacri Concili, principalmente del Sinodo ecumenico di Trento, abbiamo stabilito intorno a questi punti stessi nei nostri precedenti Concili provinciali molte disposizioni". Similmente, nel prendere provvedimenti di repressione dei pubblici scandali, egli si professa guidato "e dal diritto e dalle sacrosante sanzioni dei sacri canoni, e del Concilio Tridentino soprattutto". (Conc. Prov. V, pars I).


Né contento di ciò, per meglio assicurarsi di non avere mai a dipartirsi dalla regola suddetta, così di solito conchiude gli statuti dei suoi Sinodi provinciali: "Tutte e singole quelle cose che da noi in questo Sinodo provinciale furono decretate e fatte, sottomettiamo sempre, perché sieno emendate e corrette, all'autorità ed al giudizio della Santa Romana Chiesa, di tutte le Chiese madre e maestra" (Conc. Prov. VI, sub finem). E questo suo proposito egli mostrò sempre più fervido, quanto più si avanzava a gran passo nella perfezione della vita attiva; né solo finché occupava la cattedra di Pietro il pontefice suo zio, ma anche sotto i costui successori, Pio V e Gregorio XIII, dei quali, com'egli potentemente suffragò la elezione, così nelle maggiori imprese fu valido aiuto, corrispondendo interamente alla loro aspettazione.


Ma soprattutto li secondò nell'attuare i mezzi pratici per il fine propostosi, cioè per la vera riforma della sacra disciplina. Nel che, di nuovo, si mostrò egli più che mai lontano dai riformatori falsi che mascherano di zelo la loro disubbidienza ostinata. Quindi, cominciando il "giudizio della Casa di Dio" (I Petr. IV, 17), si applicò anzitutto a riformare con leggi costanti la disciplina del clero; e a questo fine eresse seminari per gli alunni del sacerdozio, fondò congregazioni di sacerdoti, che ebbero nome di oblati, chiamò famiglie religiose e antiche e recenti, radunò Concili e con ogni sorta di provvedimenti assicurò e crebbe l'opera incominciata. Indi, senza ritardo, pose mano egualmente vigorosa a riformare i costumi del popolo, ritenendo per detto a sé quello che già fu detto al profeta: "Ecco, io ti ho stabilito oggi... perché tu sradichi e distrugga, perché disperda e dissipi, edifichi e pianti" (Ier. I, 10). Perciò da buon pastore, visitando personalmente le chiese della provincia, non senza gran fatica, a somiglianza del divino Maestro, "passò beneficando e sanando" le ferite del gregge; si affaticò con ogni sforzo a sopprimere e sradicare gli abusi che da per tutto s'incontravano, provenienti sia dall'ignoranza, sia dalla trascuranza delle leggi; alla perversione delle idee ed alla corruzione dei costumi straripante oppose, quasi argine, scuole e collegi, ch'egli apri per l'educazione dei fanciulli e dei giovanetti, congregazioni mariane, che egli accrebbe dopo averle conosciute al loro primo fiorire qui in Roma, ospizi, che egli schiuse alla gioventù orfana, ricoveri, che aperse alle pericolanti, alle vedove, ai mendichi o impotenti per malattia o per vecchiaia, uomini e donne; la tutela ch'egli prese dei poveri contro la prepotenza dei padroni, contro le usure, contro la tratta dei fanciulli, e simili altre istituzioni in gran numero. Ma tutto ciò egli operò aborrendo totalmente dal metodo di coloro che, nel rinnovare a loro senno la cristiana società, mettono tutto sossopra e in agitazione, con vanissimo strepito, dimentichi della parola divina: "nella commozione non è il Signore" (I Reg. XIX, 11).


È questo appunto un nuovo distintivo dei veri riformatori dai falsi, come più volte voi avete conosciuto a prova, Venerabili Fratelli. I riformatori falsi cercano "i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo" (Philip. II, 21), e dando orecchio all'invito insidioso già fatto al divino Maestro: "Va' e mostrati al mondo" (Ioan. VII, 4), ripetono anch'essi le parole ambiziose: "Facciamoci anche noi un nome"Per la quale temerità, come pur troppo deploriamo anche ai nostri giorni, "caddero dei sacerdoti in guerra, nell'atto che pretendevano fare cose grandi, e uscivano alla mischia senza prudenza" (I Machab. V, 57-67).


Al contrario il riformatore sincero "non cerca la sua gloria, ma la gloria di Colui che lo ha mandato" (Ioan. VII, 18), e come Cristo, suo esemplare, "non contenderà, né griderà, né alcuno udirà la sua voce per le piazze; non sarà torbido né irrequieto (Is. XLII, 2 segg.; Matth. XII, 19), ma sarà "dolce e umile di cuore" (Matth. XI, 29). Quindi egli piacerà al Signore e riporterà frutti copiosissimi di salute.


Per un altro distintivo ancora si differenziano l'uno dall'altro: mentre quegli, appoggiato solo alle forze umane, "confida nell'uomo e pone la sua fortezza nella carne" (Ier. XVII, 5), questi invece mette in Dio tutta la sua speranza; da Lui e dai mezzi soprannaturali aspetta ogni forza e virtù, esclamando con l'Apostolo: "Ogni cosa io posso in Colui che mi conforta" (Phil. IV, 13).


Questi mezzi, che Cristo comunicò in larga copia, il fedele cerca nella Chiesa stessa a comune salvezza, e primi fra essi la preghiera, il sacrificio, i Sacramenti, i quali divengono quasi "fonte di acqua che sale alla vita eterna" (Ioan. IV, 14). Ma di tutti questi mezzi mal sofferenti coloro che per vie traverse e dimentichi di Dio si affannano intorno all'opera della riforma, mai non cessano di intorbidare quelle fonti purissime, se non del tutto disseccarle, per tenerne lontano il gregge di Cristo. Nel che certo fanno anche peggio i loro moderni seguaci, che sotto una certa maschera di più alta religiosità, hanno in niun conto quei mezzi di salute e li mettono in discredito, particolarmente i due Sacramenti, coi quali o si perdonano i peccati alle anime pentite, o si fortificano le anime col cibo Celeste. Ogni fedele pertanto procurerà con sommo studio che benefizi di così gran pregio siano tenuti nel massimo onore, né soffrirà che l'affetto degli uomini illanguidisca verso queste due opere della carità divina.


Cosi appunto si adoperò il Borromeo, del quale fra le altre cose leggiamo scritto: "Quanto maggiore e più copioso é il frutto dei Sacramenti di quello che se ne possa spiegare facilmente il valore, con tanta più diligenza e intima pietà dell'anima ed esterno culto e venerazione si devono trattare e ricevere" (Conc. Prov. I, pars II). Del pari degnissime di essere ricordate sono le raccomandazioni onde egli esorta i Parroci e altri sacri predicatori di richiamare alla pratica antica la frequenza della santa Comunione, il che pure Noi abbiamo fatto col Decreto che incominciava: "Tridentina Synodus". "I Parroci e i Predicatori, dice il santo Vescovo, esortino quanto più spesso il popolo alla pratica salutarissima di ricevere frequentemente la sacra Eucaristia, appoggiandosi alle istituzioni ed agli esempi della Chiesa nascente, alle raccomandazioni dei Padri più autorevoli, alla dottrina del catechismo romano, in questo stesso punto più distesamente spiegata, e alla sentenza infine del Concilio Tridentino il quale vorrebbe che in ogni messa i fedeli si comunicassero non solo con ricevere l'Eucaristia spiritualmente, ma anche sacramentalmente" (Conc. Prov. III, pars I). Con quale intenzione poi, con quale affetto si debba frequentare questo sacro convito, lo insegna con queste parole: "Il popolo non solo deve essere spronato alla pratica di ricevere frequentemente il Santissimo Sacramento, ma pure ammonito quanto sia pericoloso ed esiziale l'accostarsi indegnamente alla sacra mensa di quel cibo divino" (Conc. Prov IV, pars II). E una simile diligenza sembra richiesta massimamente ai tempi nostri di fede vacillante e di carità illanguidita, acciocché dalla cresciuta frequenza non venga sminuita la riverenza debita a tanto mistero, ma piuttosto se ne tragga motivo a far che "l'uomo provi se stesso e così mangi di quel pane e beva del calice" (I Cor. XI, 28).


Da queste fonti sgorgherà una ricca vena di grazie e da essa trarranno vigore ed alimento anche i mezzi naturali ed umani. Né l'azione del cristiano disprezzerà punto le cose utili e di conforto alla vita, venendo anch'esse dal medesimo Iddio, autore della grazia e della natura; ma eviterà con gran diligenza che in cercare e godere le cose esterne e i beni del corpo, si riponga il fine e quasi la felicità di tutta la vita. Chi vuole pertanto usare di questi mezzi con rettitudine e temperanza, li ordinerà alla salute delle anime, ubbidendo al detto di Cristo: "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta" (Luc. XII, 31; Matth. VI, 33).


Un siffatto uso di mezzi ordinato e sapiente tanto è lungi che mai venga ad opporsi al bene di ordine inferiore, cioè proprio della società civile, che anzi ne promuove in gran maniera gli interessi; né già con vana iattanza di parole, com'è il costume dei faziosi riformatori, ma coi fatti e col sommo sforzo, fino al sacrificio delle sostanze, delle forze e della vita. Di tali fortezze ci dànno esempio soprattutto molti Vescovi, i quali, in tempi tristi per la Chiesa, emulando lo zelo dì Carlo, avverano le parole del divino Maestro: "Il buon pastore dà la vita per le sue pecorelle" (Ioan. X, 11). Essi non da bramosia di gloria, non da spirito di parte, non da stimolo di alcun privato interesse sono tratti a sacrificarsi per la salvezza comune, ma da quella carità "che mai non vien meno". Da questa fiamma, che sfugge agli occhi profani, acceso il Borromeo, dopo essersi esposto a pericolo di vita nel servire gli appestati, non contento di aver sovvenuto ai mali presenti, così mostravasi ancora sollecito dei futuri: "È affatto conforme ad ogni ragione che, in quel modo onde un ottimo padre, il quale ama di amore unico i suoi figliuoli, provvede ad essi sia per il presente come per il futuro, preparando le cose necessarie per la vita, così noi, mossi dal debito dell'amore paterno, provvediamo ai fedeli della nostra provincia con ogni precauzione e prepariamo per l'avvenire quegli aiuti che nel tempo della peste abbiamo conosciuto per esperienza essere salutari" (Conc. Prov. V, pars II).


I medesimi disegni e propositi di affettuosa provvidenza, Venerabili Fratelli, trovano una pratica occupazione in quell'azione cattolica che spesse volte abbiamo raccomandato. E a parte di questo apostolato nobilissimo, il quale abbraccia tutte le opere di misericordia da premiarsi col regno eterno (Matth.XXV, 34 e segg.), sono chiamati gli uomini scelti del laicato. Ma essi, accogliendo in sé questo peso, devono essere pronti e addestrati a sacrificare interamente se stessi e tutte le cose loro per la buona causa, a sostenere l'invidia, la contraddizione e anche l'avversione di molti che ricambiano d'ingratitudine i benefizi, a faticare ognuno come "buon soldato dì Cristo" (II Tim. II, 3), a correre "per la via della pazienza al certame propostoci, riguardando all'autore e consumatore della fede Gesù" (Hebr. XII, 1, 2). Lotta certamente ben dura, ma efficacissima al benessere stesso della società civile, anche quando ne sia ritardata la piena vittoria.


Anche per questo ultimo punto ora menzionato, si possono ammirare esempi splendidi di San Carlo, e da essi prendere, ciascuno secondo la propria condizione, di che imitare e confortarsi. Benché, infatti, e la virtù singolare e l'operosità maravigliosa e la profusa carità lo facessero tanto ragguardevole, neppure egli tuttavia andò esente da questa legge: "Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù, patiranno persecuzioni" (II Tim. III, 12).Quindi perciò stesso ch'egli seguiva un tenore di vita più austero, che sosteneva sempre la rettitudine e l'onestà, che sorgeva vindice incorrotto delle leggi e della giustizia, si guadagnò l'avversione di uomini potenti; si trovò esposto a raggiri di diplomatici; venne talora in diffidenza ai nobili, al clero ed al popolo, e infine si trasse addosso l'odio mortale dei malvagi, e ne fu cercato a morte 2. Ma a tutto egli resistette con animo invitto, sebbene d'indole mite e soave.


Né solo non cedette mai a cosa che fosse esiziale alla fede ed ai costumi, ma neppure a pretensioni contrarie alla disciplina e gravose al popolo fedele, ancorché attribuite ad un monarca potentissimo e nel resto cattolico. Memore delle parole di Cristo: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che é di Dio" (Matth. XXII, 21), come pure della voce degli Apostoli: "Meglio é obbedire a Dio che agli uomini" (Act. V, 29), egli si rese benemerito al sommo, non della causa della religione solamente, ma della civile società, la quale, pagando il fio della sua stolta prudenza e sommersa quasi dalla tempesta delle sedizioni da sé eccitate, correva a morte certissima.


La medesima gloria e gratitudine sarà dovuta ai cattolici del nostro tempo e ai valorosi condottieri, i vescovi, mentre né gli uni né gli altri verranno mai a mancare in parte alcuna ai doveri che sono propri dei cittadini, sia che trattisi di serbare fedeltà e rispetto ai "dominanti anche discoli" quando comandino cose giuste, sia di ripugnare ai loro comandi quando siano iniqui, tenendo lontana del pari e la pervicace ribellione di quelli che corrono alle sedizioni ed ai tumulti, e la servile abiezione di quelli che accolgono quasi leggi sacrosante gli statuti manifestamente empi di uomini perversi, i quali col mentito nome di libertà sconvolgono ogni cosa e impongono la tirannide più dura. Ciò avviene al cospetto del mondo e alla piena luce della moderna civiltà, in qualche nazione specialmente, ove il "potere delle tenebre" sembra che abbia messa la sua sede principale. Sotto quella prepotente tirannide vanno calpestati miseramente i diritti tutti dei figliuoli della Chiesa, spento affatto nei governanti ogni senso di generosità, di gentilezza e di fede, onde per tanto tempo splenderono i loro padri, insigni del titolo di cristiani. Tanto è evidente che, entrato l'odio di Dio e della Chiesa, si torna addietro in ogni cosa, e si corre a precipizio verso la barbarie dell'antica libertà, o piuttosto giogo crudelissimo, da cui la sola famiglia di Cristo e l'educazione da lei introdotta ci ha sottratti. Ovvero, come esprimeva la cosa stessa il Borromeo, tanto è "cosa certa e riconosciuta, che da nessuna altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle province e dei regni, quanto può quell'orrida peste" (Conc. Prov. V, pars I). Senonché molto più funesta si deve stimare l'odierna congiura di strappare le nazioni cristiane dal seno della Chiesa, come dicemmo. I nemici infatti, sebbene discordissimi di pensieri e di volontà, ciò che è contrassegno certo dell'errore, in una cosa solo si accordano, nell'oppugnazione ostinata della verità e della giustizia; e poiché dell'una e dell'altra custode e vindice è la Chiesa, contro la Chiesa sola, strette le loro file, muovono all'assalto. E benché vadano dicendo di essere imparziali o di promuovere la causa della pace, altro in verità non fanno, con dolci parole ma non dissimulati propositi, se non tendere insidie, per aggiungere il danno allo scherno, il tradimento alla violenza. Con un nuovo metodo di lotta è ora dunque assalito il nome cristiano; e una guerra si muove di gran lunga più pericolosa che non le battaglie prima combattute, dalle quali raccolse tanta gloria il Borromeo.


Di qui noi tutti prendendo esempio ed istruzione, ci animeremo a combattere da forti per i più grandi interessi, da cui dipende la salvezza degl'individui e della società, per la fede e la religione, per l’inviolabilità del pubblico diritto; combatteremo sforzati certo da un’amara necessità, ma confortati insieme da una soave speranza che la onnipotenza di Dio affretterà la vittoria a chi combatte in così gloriosa battaglia. A tale speranza aggiunge vigore l’efficacia potente, perpetuata fino ai giorni nostri, dell’opera di San Carlo, sia per fiaccare l’orgoglio delle menti, sia per assodare l’animo nel proposito santo di restaurare ogni cosa in Cristo.


Ed ora, Venerabili Fratelli, noi possiamo conchiudere con le parole stesse, onde il Nostro Antecessore, Paolo V, più volte menzionato, conchiudeva le lettere che decretavano a Carlo i supremi onori: "È giusto per tanto, che noi rendiamo gloria e onore e benedizione a Colui che vive nei secoli dei secoli, il quale benedisse il nostro conservo in ogni benedizione spirituale, perché fosse santo e immacolato innanzi a lui. E avendocelo dato il Signore come una stella fulgente in questa notte di peccato, di tribolazioni nostre, ricorriamo alla divina clemenza, con la bocca e coll’opera supplicando, acciocché Carlo alla Chiesa che egli amò tanto ardentemente, giovi altresì coi meriti e coll’esempio, assista col patrocinio e nel tempo dello sdegno si faccia riconciliazione per Cristo nostro Signore" (Bolla "Unigenitus").


Si aggiunga a questi voti e ponga il colmo alla comune speranza l’auspicio della Benedizione Apostolica, che a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo di ciascuno di voi, con vivo affetto impartiamo.


Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 26 maggio 1910, VII del Nostro Pontificato.




NOTE


1 San Carlo Borromeo, nato nel 1538, fu creato cardinale e arcivescovo di Milano nel 1560: era Papa Pio IV (Giovannangelo Medici), suo zio materno.


2 Si ricorda l'attentato in cui per poco San Carlo non perdette la vita. Tale Gerolamo Donato, detto il Farina, sparò un colpo di archibugio contro il Santo, intento alla preghiera nella sua cappella privata (26 Ottobre 1569).



  Magistero pontificio - Copertina  

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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LA MEMORIA
 

Condannò il modernismo come sintesi di tutte le eresie. A lui dobbiamo uno dei catechismo più fortunati della storia della Chiesa: una summa di San Tommaso in pillole. E grazie a lui abbiamo la musica di Lorenzo Perosi. Ma pochi sanno che fu anche profeta. 

di Rino Cammilleri
San Pio X


La storia della mia conversione al kattolicesimo è nota a quelli che hanno letto il mio libro Come fu che divenni c.c.p. (cattolico credente e praticante), Lindau. Un po’ meno noto è il seguente aneddoto. Dopo una giovinezza piuttosto scioperata in cui inseguivo il mito sessantottino (uno dei tanti) del Cantautore Impegnato e, perciò, indulgevo volentieri alla débâuche, avvenne la folgorazione sullaDamasco Road.

Solo che, a quel punto, non sapevo dove andare. Gli unici cattolici che conoscevo erano uno strano gruppetto che frequentava il mio stesso bar di studenti universitari. Così, timidamente mi aggregai. Ora, si dà il caso che quelli appartenessero tutti a un’associazione chiamata Alleanza Cattolica. Ci misi un po’ a rendermi conto che il cattolicesimo da loro professato era un po’ ai margini, giacché anche il cattolicesimo aveva le sue correnti (e io non lo sapevo). Comunque, fu quello il mio primo impatto e, dunque, la mia formazione primigenia. Che, com’è noto, non ho poi cambiato granché, almeno nelle grandi linee.

Mi fu insegnato a pregare, in latino, e a dire il rosario, sempre in latino. Si pregava, anche, «pro Pontifice nostro Paulo», perché allora regnava Paolo VI. Il quale, in quegli anni, era impegnato a – più o meno inconsapevolmente - mandare in soffitta la lingua sacra. Noi, però, continuavamo imperterriti col nostro rosario in latino, al termine del quale non mancava mai la giaculatoria «Sancte Pie Decime, ora pro nobis».

Eggià, perché in quel torno di tempo lo «spirito del Concilio» cominciava a soppiantare il Concilio stesso, mentre, passo passo, il progressismo faceva quel che fanno i giacobini di ogni tempo: quando c’è una legge che a loro non piace, la attaccano, la criticano, la lavorano ai fianchi, la logorano finché non sono riusciti a sostituirla con una di loro gradimento; quest’ultima, poi, viene difesa coi denti e col singolare argomento che «la legge è sacra e non si tocca», e secchiate di veleno vengono riversate su chiunque osi anche solo obiettare.

Il progressismo cattolico non è altro che il vecchio modernismo che ha cambiato solo il nome, perché l’eresia è rimasta identica a quella contro cui combatteva san Pio X: un demone mutaforma che quel Santo pontefice aveva perfettamente inquadrato nel definirlo «sintesi di tutte le eresie». Mentre scrivo ricorre la festa di Giuseppe Sarto (1835-1914), già vescovo di Mantova, Patriarca di Venezia e infine, contro ogni aspettativa, Papa. Perciò, voglio fare un regalo a suo nome ai lettori: questo è il link a cui troverete l’unico film a lui dedicato; è vecchissimo e in bianco e nero, ulteriore garanzia che la memoria di quel grande santo non è stata lordata da soggettisti engagé.

Penso sia inutile, qui, ripercorrerne la biografia, anche perché la si trova facilmente su wikipedia. Mi limiterò a ricordare alcuni dei motivi per cui è così odiato dal giacobinismo clericale odierno.

Uno è il suo catechismo. Piccolo e mnemonico. La Summa di san Tommaso d’Aquino ridotta in pillole e comprensibile anche ai bambini. Per paragonarlo a quello attuale, basterà un aneddoto: lo zar Nicola I esonerò dalla censura i libri di mille pagine; tanto, nessuno li leggeva.

Un altro è la musica sacra: Pio X mise tutto in mano a Lorenzo Perosi, prete e musicista di fama internazionale. E su questo tema non c’è bisogno di aneddoti. Per il resto, gli rubavano i calzini e li imponevano ai malati, che guarivano: quando glielo riferivano diceva che era «il potere delle Chiavi». Se i bene informati gli davano del «santo», lui, precisava: «no, mi chiamo Sarto, con la erre».

Quando l’ideologo Jabotinsky gli ventilò il passaggio (strumentale) dei suoi seguaci al cattolicesimo in cambio di un appoggio al sionismo, declinò gentilmente. Quando ricevette i fidanzati Carlo d’Asburgo e Zita di Borbone-Parma li salutò come «coppia imperiale», in un momento in cui Carlo era solo quarto nella successione a Francesco Giuseppe. I due credettero a una battuta, invece era una profezia. San Pio X morì praticamente di dolore per quell’«inutile strage», la  Grande Guerra, che aveva previsto e che si incolpava di non essere riuscito a scongiurare. San Pio X, prega per noi, e soprattutto per la Chiesa. 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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