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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Giovanni Paolo II e l'autentico amore umano Familiaris consortio e Paolo VI Humanae Vitae

Ultimo Aggiornamento: 22/10/2016 23.34
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L'amore secondo don Karol Wojtyla
di Yves Semen28-04-2012

Giovanni Paolo II

 

Dal libro "La famiglia secondo Giovanni Paolo II" in uscita per San Paolo (pp. 64, euro 6,50) pubblichiamo questa preziosa testimonianza su Karol Wojtyla.

Tutta la vita sacerdotale e apostolica di Giovanni Paolo II è ruotata in qualche modo intorno all’amore umano. Questo è quanto testimoniava egli stesso nel 1994 al giornalista Vittorio Messori in un libro-intervista intitolato Varcare la soglia della Speranza: «L’amore non è cosa che s’impari, e tuttavia non c’è cosa che sia così necessario imparare!». E il Papa proseguiva con questa confidenza: «Da giovane sacerdote imparai ad amare l’amore umano. Questo è uno dei temi fondamentali su cui concentrai il mio sacerdozio, il mio ministero sul pulpito, nel confessionale, e anche attraverso la parola scritta». 

Attraverso queste parole, è Giovanni Paolo II stesso che disvela il disegno di tutta la sua vita. È ordinato sacerdote il 1° novembre 1946, in occasione della festa di Ognissanti, dal cardinale Sapieha, poi è inviato a Roma per perfezionare la sua formazione filosofica all’Angelicum, l’Università pontificia affidata ai domenicani. Al suo ritorno, nel 1948, è nominato vicario in una piccola parrocchia rurale vicino a Cracovia, ai piedi dei Carpazi, Niegowic, dove rimarrà solo otto mesi. Ma in otto mesi celebrerà tredici matrimoni e cinquanta battesimi! Dopo questo primo incarico, nel marzo del 1949 è nominato vicario dell’importante parrocchia di San Floriano a Cracovia e, dall’anno successivo alla sua nomina, crea il primo programma di preparazione al matrimonio di tutta la storia dell’arcidiocesi di Cracovia. In precedenza, la preparazione al matrimonio si limitava a un semplice colloquio con il sacerdote che avrebbe benedetto le nozze, in modo da mettere a punto i dettagli pratici dell’organizzazione della cerimonia e da adempiere alle formalità giuridiche della dichiarazione. 

Don Wojtyla, lui, instaura un autentico e metodico programma di preparazione al matrimonio. Ecco un estratto di una delle sue conferenze di preparazione: «L’istinto sessuale è un dono di Dio. L’uomo può offrire questo istinto a Dio solo attraverso un voto di verginità. Può offrirlo a un altro essere umano con la consapevolezza che lo offre a una persona. Non può essere un atto casuale. Dall’altra parte c’è un essere umano che non va ferito, che si deve amare. Solo una persona può amare una persona. Amare significa desiderare il bene dell’altro, offrire se stessi per il bene dell’altro. Quando, come esito del dono di se stessi per il bene di un altro, nasce una nuova vita, quella donazione di sé deve scaturire dall’amore. In questo campo non si deve separare l’amore dal desiderio. Se rispettiamo il desiderio all’interno dell’amore, non violeremo l’amore… ». 

Il risultato di questo genere di catechesi è che, in ventotto mesi di vicariato a San Floriano, celebra centosessanta matrimoni, ossia, in media, un po’ più di uno a settimana… Nel 1951, sempre a San Floriano, dà origine a quello che diventerà lo Srodowisko. Questa parola polacca, tanto intraducibile quanto impronunciabile, significa in qualche modo l’ “ambiente”, la “rete” o il “circolo”. In origine, è un raggruppamento di giovani per i dibattiti intellettuali, ma sempre in contatto con l’esperienza concreta, che molto spesso gira intorno al tema dell’amore, della vocazione, del matrimonio. È qui che don Wojtyla si vede affibbiare, su sua richiesta, il soprannome di Wujek, vale a dire “Zio”, un nome in codice destinato a proteggerlo dalle autorità comuniste, le quali non vedevano di buon occhio il fatto che i sacerdoti si occupassero di giovani. 

In questo Srodowisko, ovviamente, prepara i giovani al matrimonio, nel corso d’intere giornate di preghiera e di riflessione con ciascuna coppia di fidanzati. Il suo tema fondamentale ruota sempre intorno al fatto che il matrimonio è un’opera di dono di sé e non affermazione di sé: «L’amore non consiste nel realizzarsi attraverso l’altro, ma nel donarsi a un altro per il suo bene e nel riceverlo in dono», diceva. Questa definizione dell’amore prefigura già la bella proposizione della costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, alla quale contribuirà ampiamente: «L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovarsi piena¬mente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS, n. 24). 

Alla fine del 1951, parte da San Floriano per redigere la sua tesi di dottorato in filosofia e, in seguito, sarà nominato cappellano degli studenti dell’Università cattolica di Lublino. Lo Srodowisko diventa allora, in qualche modo, la sua parrocchia “itinerante”. Perché itinerante? Perché i grandi momenti di raduno di questa rete sono i tradizionali campi di kayak d’estate e di sci d’inverno. Karol Wojtyla riteneva che la sua parrocchia fosse questo circolo, questo ambiente, questa rete, poiché non poteva concepire che un prete non avesse parrocchia. Troviamo già, qui, qualcosa del suo approccio nuziale al sacerdozio: il prete, conformato a Cristo attraverso il suo sacerdozio, è, con Cristo, sposo della Chiesa. Per sviluppare il suo cuore di sposo, il sacerdote ha dunque bisogno della “visibilità” della Chiesa, che gli è affidata come una sposa. Non essendo assegnato ad una parrocchia nel senso tradizionale del termine, è lo Srodowisko che ne fa le veci. Ovviamente continua la preparazione al matrimonio dei membri dello Srodowisko attraverso colloqui, incontri, anche scambi epistolari. 

Ecco l’estratto di una lettera che indirizzava a Teresa Heydel. Se ne percepisce immediatamente il tono: 
«Cara Teresa, la gente ama pensare che a Wujek piacerebbe vedere tutti sposati. Ma io penso che sia una falsa immagine. Il problema più importante è davvero qualcos’altro. Ognuno… vive, soprattutto, per l’amore. La capacità di amare autenticamente, non la capacità intellettuale, costituisce la parte più profonda di una personalità. Non è un caso che il più grande comandamento sia amare. L’amore autentico ci conduce fuori da noi stessi ad affermare gli altri: a dedicarsi alla causa dell’uomo, al popolo e, soprattutto, a Dio. Il matrimonio ha senso… se dà l’opportunità di un amore del genere […]. Non basta semplicemente voler accettare un simile amore. Bisogna sapere come darlo, e spesso esso non è pronto a essere ricevuto. Molte volte è necessario aiutarlo a formarsi. Wujek». 

Altra lettera alla stessa Teresa, alcuni mesi dopo: 
«Cara Teresa, […] dopo tante esperienze e molta riflessione, sono convinto che il punto di partenza (oggettivo) dell’amore è realizzare che un altro ha bisogno di me. La persona che oggettivamente ha bisogno di me è anche, per me, oggettivamente, la persona di cui io ho più bisogno. Questo è un frammento della profonda logica della vita, e anche un frammento della fiducia nel Creatore e nella Provvidenza». E la lettera si conclude: «Non pensare mai che io voglia interrompere la tua strada. Io voglio che sia la tua strada». 

Istituisce anche una giornata di raccoglimento per le giovani mamme alla vigilia del parto – una giornata intera, perché dare alla luce un bambino è un atto superiore, una cooperazione insigne all’opera della creazione. Battezza i neonati, va a benedire le loro case… È un’abitudine che conserverà sempre, finché sarà a Cracovia… Anche se arrivava spesso – in verità quasi sempre – in ritardo! 

Ecco cosa riferisce un’altra Teresa, Teresa Malecka: «Aveva sempre tempo. Capiva che battezzare significava venire a casa, stare con la famiglia, benedire il bambino che dorme nel lettino. Non dovevamo chiedergli di farlo; era lui a volerlo fare».






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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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“Humanae Vitae”, giù le mani dal capolavoro di Paolo VI



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Due studiosi wojtyliani spiegano che archiviare l’enciclica Humanae vitae implica danneggiare il Magistero della Chiesa perché lo rende non autentico.


di Stephan Kampowski e di David Crawford (20-10-2015)


I padri sinodali, attualmente riuniti a Roma per discutere sulla “vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, si chiedono come trovare uno slancio nuovo per la pastorale familiare. A questo scopo è importante individuare con precisione le sfide cui la famiglia cristiana si trova di fronte nelle società di oggi. La più grande di queste sfide, almeno secondo alcuni sociologi, è quella rappresentata dalla rivoluzione sessuale (cfr. M. Eberstadt, “The New Intolerance”, First Things, marzo 2015), la cui caratteristica principale è l’avere scisso la sessualità dalla procreazione. Per noi che viviamo ormai nell’epoca post-rivoluzionaria, spesso è difficile capire fino in fondo quanto sia stata radicale quella rivoluzione e fino a che punto stia influendo sul modo di vivere la sessualità, il matrimonio e la famiglia nel mondo odierno.


pape-paul-VI-770x375Il documento magisteriale che propone con più forza un’alternativa alla rivoluzione sessuale è l’enciclica Humanae vitae del Beato Paolo VI. Nell’Instrumentum laboris di quest’anno, che serve da base ai padri sinodali per le loro deliberazioni, troviamo due atteggiamenti diversi nei confronti di quel documento. Nel n. 137 si vede un approccio pragmatico che prende il suo orientamento dal mondo di oggi. Mentre elogia la sapienza diHumanae vitae, non riesce a riassumere il suo contenuto e con una casistica pre-conciliare lo svuota del suo valore normativo (cfr. D. Crawford-S. Kampowski, “An Appeal”,First Things, 9 settembre 2015). Nel precedente n. 49 invece si legge che Paolo VI “con l’enciclica Humanae vitae, ha messo in luce l’intimo legame tra amore coniugale e generazione della vita”. Quello, difatti, si potrà dire l’argomento principale del documento, che vale la pena di approfondire, come faremo in seguito.


L’amore coniugale: la base della norma


Nel n. 14, Humanae vitae esprime una norma contro gli atti sessuali deliberatamente resi sterili (è ciò che il documento intende con il termine “contraccezione”), chiamandoli intrinsecamente non onesti. Come il “perché” di questa norma viene indicata la seguente tesi: un atto sessuale contraccettivo non si può mai qualificare come atto di amore coniugale. È questo il significato essenziale del cosiddetto “principio d’inseparabilità” proposto dall’enciclica, secondo cui vi è un nesso inscindibile fra il significato unitivo dell’atto coniugale e il suo significato procreativo (HV 12). Se questa tesi è vera, allora risulta evidente che i rapporti sessuali contraccettivi violano il sesto comandamento, la cui affermazione principale è che i rapporti sessuali sono ordinati all’amore coniugale. In altri termini, l’argomento è che, nei rapporti sessuali contraccettivi, l’uomo compie un atto sessuale con la moglie senza trattarla come moglie, e la donna compie un atto sessuale con il marito senza rapportarsi a lui come marito: insomma, comunque si voglia chiamare ciò che stanno facendo, i due non compiono un vero atto di amore coniugale.


Orbene, su che cosa si basa questa tesi? Per capirlo dobbiamo domandarci che cosa occorra affinché un atto sessuale sia un atto di amore coniugale. Vi sono alcuni requisiti da soddisfare. In primo luogo, ovviamente, occorre che sia un atto sessuale compiuto da coniugi, cioè da un uomo e una donna che hanno unito le loro vite per mezzo di una promessa pubblica di reciproca fedeltà, esclusività sessuale e apertura alla generazione e all’educazione della prole. Assumendo questo impegno i due si uniscono in matrimonio. Quest’ultimo è l’istituzione dell’amore coniugale, che a sua volta è un amore con una missione: “l’altissima vocazione dell’uomo alla paternità” (cfr. HV 10). Questa missione di generare ed educare la prole è ciò che distingue l’amicizia coniugale da altri generi di amicizia. Come afferma il Concilio Vaticano II, “per la sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all’educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento” (GS 48). L’amore proprio del marito e della moglie, quindi, è un amore che ha una missione particolare e, con essa, anche la caratteristica specifica di abbracciare tutta la loro vita.


Come non vi è unione che due persone possano realizzare in terra più grande dell’essere padre e madre dei figli dell’uno e dell’altra, così difficilmente potrà esservi un’espressione di amore più grande che dire all’altra persona: “Voglio che tu sia la madre / il padre dei miei figli”. In questo senso, essere il marito di una donna significa essere il padre potenziale dei figli di lei, ed essere la moglie di un uomo significa essere la madre potenziale dei figli di lui. Il fatto che l’uomo e la donna si guardino reciprocamente in questo modo non implica che si stiano strumentalizzando reciprocamente in vista di generare prole. Significa soltanto che l’amore coniugale è ordinato a formare una famiglia, e questo è l’aspetto che rende l’amicizia coniugale specificamente diversa da ogni altro genere d’amicizia.


Un secondo requisito che un atto sessuale deve soddisfare per essere un atto di amore coniugale è l’essere di per sé idoneo alla procreazione (cfr. HV 11). Deve cioè essere scelto come un atto di tipo generativo. Nella misura in cui un atto coniugale consuma e riassume il senso ultimo dell’amore coniugale, esso stesso deve avere le caratteristiche dell’amore coniugale. Orbene, l’amore coniugale è umano, totale, fedele, esclusivo e fecondo (cfr. HV 9). Affinché un atto sessuale sia un atto coniugale, i coniugi devono rapportarsi l’uno all’altra come marito e moglie, cioè come il potenziale padre e la potenziale madre dei loro figli. È evidente che l’atto sessuale contraccettivo è carente sotto questo profilo: nella misura in cui i coniugi, intervenendo sui propri corpi, rendono deliberatamente sterili se stessi e il loro atto, chiaramente scelgono un tipo di atto sessuale intrinsecamente sterile. Questo è l’aspetto sotto il quale l’atto è scelto. Potrà essere fecondo accidentalmente, a causa del fallimento del contraccettivo, ma la possibilità di “incidenti” non cambia il fatto che, tentando di rendere sterili se stessi e il loro atto, i coniugi scelgono atti sessuali sterili tanto quanto sono sterili i rapporti anali od orali. Indipendentemente dal metodo di contraccezione impiegato – sia esso un metodo “barriera” o chimico – un atto sessuale contraccettivo non si può definire un atto di amore coniugale perché, sul piano delle loro scelte, i coniugi non si rapportano fra loro come sposi, cioè come il potenziale padre e la potenziale madre della loro prole comune. La loro potenziale paternità e maternità è proprio ciò che hanno deliberatamente escluso. Essi compiono un atto sessuale senza rapportarsi l’uno all’altra come coniugi. In questo senso l’atto non può consumare o riassumere il senso ultimo dell’amore coniugale.


Pertanto il rapporto sessuale contraccettivo non si può mai definire un atto di amore coniugale, anche se compiuto da coniugi. Esso ricade quindi sotto l’interdetto del sesto comandamento: “Non commettere adulterio”, o in altre parole: “Il sesso è per l’amore coniugale”. Ne consegue che come norma morale negativa contenuta nei Dieci Comandamenti, la norma formulata dallaHumanae vitae esprime una verità sul nostro essere, sul nostro bene e sul nostro amore, la quale è valida sempre e ovunque. Esprime cioè un assoluto morale che non ammette eccezioni. Pertanto Paolo VI, in riferimento all’atto sessuale reso volutamente infecondo, parla di un atto “intrinsecamente non onesto” [intrinsece inhonestum] (HV 14). È vero, talvolta la fedeltà a questo amore è difficile, comporta sacrifici e richiede la maturità delle virtù. Ma l’amore sacrificale è al cuore del Vangelo.


La contraccezione e la pastorale della famiglia


In questa parte vogliamo sottolineare che la proposta della Humanae vitae, che ribadisce l’insegnamento costante della Chiesa secondo cui, per essere buono e gradito a Dio, ogni atto sessuale deve essere un atto di amore coniugale, è tutt’altro che un tema secondario nell’immenso mare di sfide che affronta oggi la pastorale della famiglia. Il rifiuto, a tutti gli effetti, della Humanae vitae da parte della cultura secolare e di un gran numero dei pastori e dei fedeli della Chiesa è all’origine di una cospicua porzione delle sfide odierne, e la Chiesa non può affrontarle adeguatamente se non trova la forza, il coraggio e laparresìa evangelica per riproporre nella loro pienezza, per quanto possano essere impegnativi, gli insegnamenti di questo documento.


Al paragrafo 17 della Humanae vitae, il Beato Paolo VI pronostica ciò che avverrà se le sue proposte non saranno ascoltate. La diffusione delle pratiche contraccettive aprirebbe una “via larga e facile […] all’infedeltà coniugale e all’abbassamento generale della moralità”. L’uomo potrebbe finire “per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivare a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico”. Infine, il Papa immagina che i governi civili possano essere tentati di imporre ai loro popoli misure di controllo demografico. Ebbene, tutto ciò si è avverato. Ecco una triste constatazione, che milita a favore dell’insegnamento dell’enciclica, e che dovrebbe incoraggiare la Chiesa a riscoprire la sua verità e bellezza e a proclamarla con maggiore convinzione.


Inoltre, l’ideologia del gender – denunciata da Papa Francesco come “colonialismo ideologico” (Conferenza stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno dalle Filippine, 19 gennaio 2015) e come “espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa” (Udienza generale del 15 aprile 2015; cfr. anche Laudato si’, 155) – può sorgere soltanto in una cultura che ha dimenticato il nesso fra sessualità e procreazione. Se l’attività sessuale è scissa da ogni idea di procreazione, allora la differenza sessuale perde il suo significato. Soltanto in una cultura che ha completamente scisso l’esercizio delle facoltà sessuali da qualsiasi considerazione per la procreazione, l’orientamento sessuale può diventare più importante della differenza sessuale, il che apre la via anche alla questione del “matrimonio” fra persone dello stesso sesso. Se gli atti sessuali non sono pensati come atti di tipo generativo, allora – come vedeva già la filosofa inglese e discepola di Ludwig Wittgenstein, G.E.M. Anscombe nei primi anni Settanta – non vi è più ragione perché essi dovrebbero essere compiuti da un uomo e da una donna, e non da due uomini o due donne (cfr. il suo Contraception and Chastity), ovvero, aggiungiamo noi, da tre uomini e/o quattro donne.


Dobbiamo tenere a mente che con i loro atti di amore coniugale, uomo e donna fanno qualcosa che va al di là di entrambi. Si inseriscono nella grande corrente delle generazioni umane. Ricordano la loro origine e si proiettano verso il futuro. Nella misura in cui tali atti sono potenzialmente fecondi, gli sposi superano l’isolamento della coppia e si trascendono verso un terzo, verso un progetto di vita comune che è il potenziale figlio. Ciò rimane vero anche se non intendono direttamente procreare un figlio, o se sanno che, per motivi indipendenti dalla loro volontà, non sono in grado di concepire. Essi conservano la loro “apertura intenzionale” verso la procreazione finché scelgono un tipo di atto generativo. Per far ciò non occorre null’altro che usare gli organi adeguati e non manipolare se stessi né l’atto. Un esercizio degli organi sessuali che sia intrinsecamente sterile (masturbazione reciproca, rapporto anale od orale), o che sia stato deliberatamente reso sterile (contraccezione, sterilizzazione), non possiede questa dimensione trascendente: e in ciò risiede la sua manchevolezza, il suo male.


A parte le questioni delle unioni fra persone dello stesso sesso e della teoria del gender, anche tutti i problemi morali e pastorali legati alle tecnologie riproduttive artificiali (dalla questione della moralità delle procedure in sé alle questioni collegate, come la maternità surrogata o la sorte dei cosiddetti embrioni “soprannumerari”) sono legati al rifiuto della Humanae vitae: se si possono avere rapporti sessuali senza avere figli, ovviamente si possono avere figli senza avere rapporti sessuali.


Appello finale


Le Sacre Scritture ci consentono di pensare la Chiesa come un corpo, il Corpo di Cristo (cfr. Ef 1, 22-23), un organismo vivente che si estende attraverso lo spazio e il tempo. Ciò che essa ha definito vero e buono ieri non può certo diventare falso e gravoso oggi. Per quasi duemila anni, fra i cristiani vi fu un consenso pressoché universale circa l’immoralità delle pratiche contraccettive (cfr. J. T. Noonan, Contraception). Fu soltanto con la Conferenza di Lambeth del 1930 che, per la prima volta nella storia, una confessione cristiana mise pubblicamente in discussione tale concezione. Da allora in poi, a partire dall’enciclica di Pio XI Casti connubii di quello stesso anno, il magistero della Chiesa cattolica affermò esplicitamente l’immoralità della contraccezione. Quella posizione fu poi ribadita da Pio XII, il quale definì immorale “ogni attentato dei coniugi nel compimento dell’atto coniugale o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, attentato avente per scopo di privarlo della forza a esso inerente e di impedire la procreazione di una nuova vita” (Discorso alle ostetriche del 19 ottobre 1951). Pio XII aggiunse nella stessa allocuzione che «nessuna “indicazione” o necessità può mutare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito», sottolineando con parole ben chiare che «questa prescrizione è in pieno vigore oggi come ieri, e tale sarà anche domani e sempre, perché non è un semplice precetto di diritto umano, ma l’espressione di una legge naturale e divina».


DBK_1089Orbene, Paolo VI non promulgò l’Humanae vitaeperché pensava che le forti affermazioni dei suoi predecessori lasciassero adito a dubbi. A occasionare l’enciclica fu piuttosto l’invenzione della pillola ormonale (cfr. GS 51, n. 14). La questione originaria non era se la contraccezione potesse in fin dei conti essere moralmente lecita, ma semplicemente se l’uso della pillola potesse qualificarsi come contraccezione, considerato che non rientrava nella definizione che Pio XII aveva dato di quella pratica. Nel decidere della questione della pillola, con una lieve modifica della definizione di contraccezione data in precedenza da Pio XII, Paolo VI ribadì anche gli insegnamenti dei suoi predecessori (cfr. HV 14), che a loro volta sono stati costantemente sottoscritti e difesi dai suoi successori. Così, con parole chiare, San Giovanni Paolo II, parlando dell’insegnamento della Humanae vitae, ha precisato: “Non si tratta, infatti, di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura della persona umana ed è stata da lui confermata nella rivelazione. Metterla in discussione, pertanto, equivale a rifiutare a Dio stesso l’obbedienza della nostra intelligenza” (Discorso ai partecipanti al II Congresso Internazionale di Teologia Morale, 12 novembre 1988).


Ora, effettivamente il paragrafo 137 dell’Instrumentum laboris implica che l’insegnamento esplicito e incessante del magistero papale di più pontefici possa essere cambiato, il che a sua volta significa che tale insegnamento non era oggettivamente vero. Orbene, se il magistero papale non trae la sua autorità dall’essere un ministero al servizio della verità, il suo esercizio può basarsi soltanto sul potere. In altre parole, il testo in discussione propone che l’autorità papale ed ecclesiale si basi sulla volontà, anziché sulla ragione e sulla verità. Naturalmente ciò segnerebbe la fine dell’autorità papale, la quale, per esistere, deve basarsi sulla verità e non sul potere (cfr. J. H. Newman, Lettera al Duca di Norfolk).


Considerato tutto quanto si è detto fino a questo punto, per il bene della famiglia, della Chiesa e della società, facciamo energicamente appello al Sinodo affinché rifletta più approfonditamente sul significato della differenza sessuale con il suo nesso con la fecondità, e riconosca e promuova l’insegnamento dell’Humanae vitae malgrado tutti gli ostacoli e contro tutte le ideologie che vogliono distruggere la famiglia e in ultima analisi la stessa Chiesa di Dio. Supplichiamo i Padri Sinodali di seguire l’esempio di Nostro Signore e a riferirsi al “principio”, cioè al piano originale di Dio per la famiglia fin dal momento della Creazione (cfr. Mt 19, 8): un piano iscritto nella natura stessa della persona umana e che è il solo a corrispondere al nostro vero e autentico bene. Infine, imploriamo il Sinodo di ribadire ed esporre gli insegnamenti di San Giovanni Paolo II, che Papa Francesco ha innalzato all’onore degli altari conferendogli l’appellativo di “Papa della famiglia”(Omelia, 27 aprile 2014).










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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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VIAGGIO APOSTOLICO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA

SANTA MESSA 

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II

Washington, Capitol Mall
Domenica, 7 ottobre 1979

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Cari fratelli e sorelle in Gesù Cristo.

1. Un giorno Gesù, dialogando col suo uditorio, si trovò ad affrontare un tentativo da parte dei farisei che mirava a fargli approvare le loro opinioni sulla natura del matrimonio. Gesù rispose riaffermando l’insegnamento della Scrittura: “All’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,6-9).

Il Vangelo secondo Marco riporta subito dopo la descrizione di una scena a noi ben nota. Questa scena ci mostra l’indignazione di Gesù nel notare che i suoi discepoli cercavano di impedire che la gente portasse i propri bambini vicino a lui. E “disse: “Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”... E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sul loro capo li benediceva” (Mc 10,14-16). Nel proporci queste letture, la liturgia odierna invita tutti noi a riflettere su tre temi strettamente connessi fra di loro: la natura del matrimonio, la famiglia e il valore della vita.

2. È per me una grande gioia fermarmi a riflettere con voi sulla parola di Dio che la Chiesa oggi ci propone, perché i Vescovi di tutto il mondo stanno discutendo sul matrimonio e sulla vita della famiglia in tutte le diocesi e nazioni. I Vescovi stanno facendo questo in preparazione al prossimo Sinodo mondiale dei Vescovi, che ha come tema: “Il ruolo della famiglia cristiana nel mondo contemporaneo”. E sono stati proprio i vostri Vescovi a designare il prossimo anno come anno di studio, pianificazione e rinnovamento pastorale della famiglia. Per varie ragioni vi è nel mondo un rinnovato interesse per il matrimonio, la vita della famiglia e il valore della vita umana.

Questa domenica segna il principio dell’annuale “Programma per il rispetto della vita”, grazie al quale la Chiesa degli Stati Uniti intende ribadire la propria convinzione dell’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase. Rinnoviamo quindi, tutti insieme, il nostro rispetto per il valore della vita umana, memori che, attraverso Cristo, tutta la vita umana è stata redenta.

3. Non esito a proclamare dinanzi a voi e dinanzi a tutto il mondo che ogni vita umana – dal momento del suo concepimento e durante tutte le fasi seguenti – è sacra, perché la vita umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio. Niente supera la grandezza o la dignità della persona umana. La vita umana non è soltanto un’idea o un’astrazione; la vita umana è la realtà concreta di un essere che è capace di amore e di servizio all’umanità.

Permettetemi di ripetere ciò che dissi nel corso del pellegrinaggio alla mia terra: “Se il diritto alla vita di una persona viene violato al momento in cui viene concepita nel seno materno, un colpo indiretto viene inflitto a tutto l’ordine morale, che ha per scopo i beni inviolabili dell’uomo. La Chiesa difende il diritto alla vita, non solo per rispetto alla maestà di Dio, primo Datore di questa vita, ma anche per rispetto al bene essenziale della persona umana” (Giovanni Paolo II, Allocutio, 8 giugno 1979).

4. La vita umana è preziosa perché è un dono di Dio il cui amore è infinito: e quando Dio dà la vita, la dà per sempre. La vita inoltre è preziosa perché è l’espressione e il frutto dell’amore. Questa è la ragione per cui la vita deve avere origine nel contesto del matrimonio e per cui il matrimonio e l’amore reciproco dei genitori devono essere caratterizzati dalla generosità nel prodigarsi. Il grande pericolo per la vita della famiglia in una società i cui idoli sono il piacere, le comodità e l’indipendenza, sta nel fatto che gli uomini chiudono il loro cuore e diventano egoisti. La paura di un impegno permanente può cambiare il mutuo amore fra marito e moglie in due amori di se stesso, due amori che esistono l’uno accanto all’altro, finché non finiscono nella separazione.

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna – i quali nel Battesimo divennero membri di Cristo ed hanno il dovere di manifestare nella loro vita gli atteggiamenti di Cristo – ricevono la certezza dell’aiuto di cui hanno bisogno affinché il loro amore cresca in un’unione fedele e indissolubile e possano rispondere generosamente al dono della paternità. Come ha dichiarato il Concilio Vaticano II: “Per mezzo di questo Sacramento, Cristo stesso diviene presente nella vita dei coniugi e li accompagna, affinché possano amarsi a vicenda ed amare i loro figli, proprio come Cristo ha amato la sua Chiesa e ha dato se stesso per lei” (cf. Gaudium et Spes, 48; Ef 5,25).

5. Affinché il matrimonio cristiano favorisca il bene totale e lo sviluppo della coppia, deve essere ispirato dal Vangelo, e così aprirsi alla nuova vita, una nuova vita data e accettata generosamente. I coniugi sono anche chiamati a creare un’atmosfera familiare in cui i figli siano felici e vivano con pienezza e dignità una vita umana e cristiana.

Per poter vivere una vita familiare gioiosa si impongono sacrifici sia da parte dei genitori sia da parte dei figli. Ogni membro della famiglia deve diventare, in modo speciale, il servo degli altri, condividendo i loro pesi. È necessario che ognuno sia sollecito non solo per la propria vita, ma anche per la vita degli altri membri della famiglia: per i loro bisogni, le loro speranze, i loro ideali. Le decisioni riguardo al numero dei figli e ai sacrifici che ne derivano, non debbono essere prese solo in vista di aumentare i propri agi e mantenere un’esistenza tranquilla. Riflettendo su questo punto davanti a Dio, aiutati dalla grazia che viene dal Sacramento, e guidati dagli insegnamenti della Chiesa, i genitori ricorderanno a se stessi che è minor male negare ai propri figli certe comodità e vantaggi materiali che privarli della presenza di fratelli e sorelle che potrebbero aiutarli a sviluppare la loro umanità e realizzare la bellezza della vita in ogni sua fase e in tutta la sua varietà.

Se i genitori comprendessero pienamente le esigenze e le opportunità racchiuse in questo grande Sacramento, non mancherebbero di unirsi a Maria nell’inno di lode all’Autore della vita – a Dio –, che li ha scelti come suoi collaboratori.

6. Tutti gli esseri umani dovrebbero apprezzare l’individualità di ogni persona come creatura di Dio, chiamata ad essere fratello o sorella di Cristo in ragione dell’Incarnazione e Redenzione Universale. Per noi la sacralità della persona umana è fondata su queste premesse. Ed è su queste stesse premesse che si fonda la nostra celebrazione della vita, di ogni vita umana. Ciò spiega i nostri sforzi per difendere la vita umana contro qualsiasi influenza o azione che la possa minacciare o indebolire, come pure i nostri sforzi per rendere ogni vita più umana in tutti i suoi aspetti.

Quindi reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale. Quando il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi reagiremo riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per il bene comune di ogni società, nazione e stato (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio in Audientia Generali, 3 gennaio 1979). Quando poi la libertà viene usata per dominare i deboli, per sperperare le ricchezze naturali e l’energia, e per negare agli uomini le necessità essenziali, noi reagiremo per riaffermare i principi della giustizia e dell’amore sociale. Quando i malati, gli anziani o i moribondi sono abbandonati, noi reagiremo proclamando che essi sono degni di amore, di sollecitudine e di rispetto.

Faccio mie le parole che Paolo VI indirizzò l’anno scorso ai Vescovi Americani: “Inoltre siamo convinti che ogni sforzo fatto per salvaguardare i diritti umani attualmente benefica la vita stessa. Tutto ciò che mira ad abolire le discriminazioni di diritto o di fatto basate su razza, origine, colore, cultura, sesso o religione (cf. Paolo VI, Octogesima Adveniens, 16) è un servizio alla vita. Quando vengono promossi i diritti delle minoranze, quando vengono assistiti gli handicappati nella mente o nel fisico, quando sono ascoltati coloro che vivono ai margini della società: in tutti questi casi si rafforza la dignità della vita e la sacralità della vita umana... In particolare, ogni contributo per migliorare il clima morale della società, per arginare la permissività e l’edonismo, ogni assistenza data alla famiglia, che è la sorgente della nuova vita, sostengono effettivamente il valore della vita” (Paolo VI, Allocutio ad Archiepiscopos et Episcopos VI et VII Regionis pastoralis Foederatum Civitatum Americae Septentrionalis, occasione habita eorum ipsorum visitationis “ad limina”, 26 maggio 1978).

7. Molto resta da fare per poter aiutare coloro la cui vita è minacciata e ravvivare la speranza di quelli che hanno paura della vita. Si richiede coraggio per resistere alle pressioni e ai falsi “slogans”, per proclamare la dignità suprema di ogni vita, ed esigere che la società stessa la protegga. Desidero perciò rivolgere una parola di lode a tutti i membri della Chiesa Cattolica e delle altre Chiese cristiane, a tutti gli uomini e donne dell’eredità giudeo-cristiana, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, affinché si uniscano in uno sforzo comune per la difesa della vita nella sua pienezza e per la promozione di tutti i diritti umani.

La nostra celebrazione della vita fa parte della nostra celebrazione dell’Eucaristia. Il Nostro Signore e Salvatore, per mezzo della sua morte e risurrezione, è diventato per noi “il pane di vita” e il pegno della vita eterna. In lui troviamo il coraggio, la perseveranza e l’inventività di cui abbisogniamo per promuovere e difendere la vita nelle nostre famiglie e nel mondo intero.

Cari fratelli e sorelle: abbiamo fiducia che Maria, la Madre di Dio e la Madre della Vita, ci darà il suo aiuto affinché il nostro modo di vivere rifletta sempre la nostra ammirazione e riconoscenza per il dono dell’amore di Dio che è la vita. Sappiamo che lei ci aiuterà ad usare ogni giorno che ci è dato come un’opportunità per difendere la vita prima della nascita e per rendere più umana la vita dei nostri fratelli, ovunque essi siano.

L’intercessione della Madonna del Rosario, la cui festa celebriamo oggi, ci ottenga di poter tutti pervenire un giorno alla pienezza della vita in Cristo Gesù nostro Signore. Amen.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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