DIFENDERE LA VERA FEDE
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LETTERE OMELIE DISCORSI di Agostino di Ippona

Ultimo Aggiornamento: 15/02/2017 09.24
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Sant'Agostino - Augustinus HipponensisHomeLETTERE
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LETTERA 1

Scritta alla fine del 386 o all'inizio del 387.

A. spiega a Ermogeniano perché gli Accademici usarono un linguaggio ermetico adatto al loro tempo (n. 1), ma presentemente pericoloso, poiché potrebbe indurre all'agnosticismo (n. 2); gli chiede infine un giudizio su quanto afferma alla fine del III 1. del dialogo Contra Academicos (n. 3).

AGOSTINO AD ERMOGENIANO

Perché gli Accademici occultarono la verità.

1. Io non oserei mai, nemmeno scherzando, attaccare gli Accademici; come potrebbe infatti non impressionarmi l'autorità di persone tanto grandi, se non ritenessi che essi la pensavano molto diversamente da come si è creduto di solito? Perciò li ho imitati, per quanto mi è stato possibile, piuttosto che tentare di confutarli, cosa che non sono affatto capace di fare. Mi pare infatti si addicesse perfettamente a quei tempi che, se qualcosa di puro sgorgava dal fonte Platonico, lo si facesse scorrere tra macchie oscure e piene di spine, così da servire di nutrimento a pochissimi uomini, piuttosto che, effondendosi per luoghi facilmente accessibili, non potesse in alcun modo conservarsi limpido e puro per l'irrompere in esso delle bestie da ogni parte e senz'ordine. Che v'è infatti che più si addica a una bestia del ritenere corporea l'anima? Contro individui di tal fatta io penso che sia stato utilmente escogitato quell'accorto metodo di nascondere la verità. Ma nell'età nostra, in cui non vediamo più filosofi salvo che nel mantello (e questi io in verità non li posso reputare degni di un nome così venerabile), mi sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità, se qualcuno l'opinione degli Accademici ne ha distolto con la sottigliezza dei loro discorsi dal cercare di comprendere le cose; affinché quello che, date le circostanze, fu opportuno per estirpare degli errori profondamente radicati, non incominci ora ad essere di ostacolo nell'inculcare il sapere.

Il loro metodo può favorire l'agnosticismo.

2. Mi spiego: allora la passione per le ricerche filosofiche da parte delle varie scuole era così ardente che niente altro si doveva temere se non di prendere per vero il falso. Ognuno poi, distolto per quelle argomentazioni da ciò che di saldo e inconcusso aveva creduto di possedere, ricercava qualcosa di diverso con tanto maggiore costanza e cautela quanto più grande era lo zelo nel campo della morale e si riteneva che la verità si nascondesse quanto mai profonda e involuta nella natura e nelle menti. Ma ora così grande è la ripugnanza per la fatica e l'incuria per gli studi liberali che, non appena si sente dire che dei filosofi molto acuti hanno creduto che nulla si possa conoscere con certezza, gli uomini si perdono d'animo e rinunziano per sempre ai propri progetti. Non osano infatti ritenersi più acuti di quelli, sicché possa rivelarsi loro con chiarezza ciò che Carneade non è stato capace di trovare con tanto zelo, ingegno e tempo a disposizione; per di più con una cultura così vasta e molteplice e infine anche nel corso di una vita lunghissima. E se pure, resistendo un poco alla pigrizia, leggono i libri medesimi in cui pare sia dimostrato che alla natura umana è negata la conoscenza, si addormentano di un sonno così profondo che non si sveglierebbero neppure al suono della celeste tromba.

Agostino chiede il parere di Ermogeniano.

3. Perciò, essendo a me graditissimo il tuo sincero giudizio sui miei scritti, e tenendoti io in sì gran conto che, a mio avviso, l'errore non può trovare posto nella tua esperienza né la simulazione nella tua amicizia, più vivamente ti chiedo di esaminare con maggiore attenzione e poi di rispondermi se approvi quello che io, sulla fine del terzo libro, in modo forse più congetturale che certo, e tuttavia (a mio giudizio) con utilità maggiore di ciò che può esserci di inverosimile, ho pensato si debba credere. Effettivamente, qualunque sia il valore di quell'opera, mi compiaccio non tanto di aver vinto, come tu dici, gli Accademici (lo scrivi infatti mosso forse dall'affetto più che dal rispetto per la verità), quanto di essermi spezzato quell'odiosissimo freno per cui io ero tenuto lontano dal seno della filosofia per sfiducia di poter attingere la verità, che è il nutrimento dello spirito.




LETTERA 2

Scritta nello stesso tempo (386-7).

A. esprime a Zenobio la brama d'intrattenersi con lui anche di persona e di terminare la questione che avevano cominciato a discutere.

AGOSTINO A ZENOBIO

1. Siamo fra noi perfettamente d'accordo, come io penso, che tutte le cose che la nostra percezione fisica può attingere, non possono neppure per un istante rimanere nello stesso stato, ma passano, spariscono e non hanno nulla di attuale: cioè, per parlare chiaro, non hanno vera esistenza. Per questo la vera divina filosofia esorta a frenare e a sopire l'amore per esse, che è quanto mai funesto e fonte di moltissime pene; affinché l'anima, anche durante il tempo in cui guida questo corpo, con tutto il suo essere tenda e ardentemente aneli verso ciò che persiste sempre nel medesimo stato e non piace per una bellezza peregrina. Stando così le cose, e sebbene la mia mente ti veda in se stessa reale e schietto, come ti si può amare senza alcuna inquietudine, tuttavia confessiamo che quando ti diparti da noi fisicamente e sei in luoghi lontani, cerchiamo di incontrarti e di vederti e perciò lo desideriamo finché è possibile. Questo difetto, se ben ti conosco, senza dubbio non ti dispiace in noi, e, pur desiderando ogni bene per le persone a te più care ed intime, hai paura che esse ne siano guarite. Se poi tu hai una tale forza d'animo da poter riconoscere questa trappola e ridere di coloro che vi sono incappati, sei davvero grande e diverso. Io, per parte mia, desidero essere rimpianto nella misura in cui rimpiango un assente. Tuttavia faccio attenzione, per quanto posso, e mi sforzo di non amare nulla che possa essere lungi da me mio malgrado. Insieme con questo dovere io ti ricordo anche, qualunque sia la tua disposizione in proposito, che bisogna concludere la discussione iniziata con te, se abbiamo cura di noi stessi. Infatti non permetterei in nessun modo che si concludesse con Alipio, anche s'egli lo volesse. Ma non lo vuole, giacché l'educazione non gli permette ora d'adoprarsi meco per intrattenerti con noi col maggior numero possibile di lettere, dato che cerchi di evitarlo per non so quale necessità.




LETTERA 3

Scritta all'inizio del 387.

A. risponde a Nebridio che, ignorando molte cose, non può essere chiamato felice (n. 1). La vera felicità (n. 2); più che il corpo si deve amare l'anima (n. 3-4). Una questioncella grammaticale (n. 5).

AGOSTINO A NEBRIDIO

La felicità esclude l'ignoranza.

1. Resto incerto se io debba considerarlo effetto di non so quale tuo "blandiloquio", per così dire, oppure se la cosa stia veramente in questo modo: è infatti accaduto all'improvviso e non ho ancora chiarito abbastanza fino a che punto vi si debba credere. Tu attendi di sapere di che si tratti. Che cosa pensi? Tu mi hai quasi convinto, non che io sia beato (giacché un tale bene è possesso esclusivo del sapiente), ma certo quasi beato: come diciamo di uno che è "quasi uomo", paragonandolo alla immagine perfetta dell'uomo quale lo concepiva Platone, o diciamo "quasi rotonde" o "quasi quadrate" le cose che vediamo, sebbene siano molto lontane dal somigliare alle figure che pochi competenti vedono con gli occhi della mente. In verità ho letto la tua lettera al lume della lucerna, quando avevo già cenato; era vicino il momento di andarmi a riposare, ma non a dormire: e infatti, disteso nel letto, ho riflettuto a lungo tra me e me ed ho fatto, io Agostino, questi discorsi con Agostino: È dunque vero quello che pensa Nebridio, cioè che io sono felice? No di certo: giacché neppure lui osa negare che io sia ancora stolto. E se anche agli stolti potesse toccare una vita beata? È difficile: quasi che la stoltezza fosse una piccola miseria o vi potesse essere qualche altra miseria oltre ad essa. Perché dunque a lui è parso così? Forse che, dopo aver letto quei miei scritti, ha osato credermi anche sapiente? Non è così temeraria l'allegria, per quanto sia sfrenata, soprattutto in una persona che ben sappiamo con quanta ponderatezza proceda nelle sue considerazioni. È così, dunque: ha scritto quello che pensava mi avrebbe fatto molto piacere, poiché anche a lui ha fatto molto piacere tutto ciò che io ho messo in quello scritto; ed ha scritto in preda alla gioia, senza preoccuparsi di quello che conveniva affidare ad una penna trasportata dall'allegria. Che cosa sarebbe capitato, se avesse letto i Soliloqui ? La sua gioia sarebbe molto più grande e tuttavia non troverebbe un appellativo più elevato da darmi di quello di beato. Ha dunque avuto troppa fretta di spendere per me il nome più alto, e non si è riservato nulla da attribuirmi quando fosse più allegro. Vedi gli effetti dell'allegria!

In che consiste la felicità.

2. Ma dov'è questa vita beata dove, dove mai? Oh, se consistesse nel rigettare la dottrina di Epicuro sugli atomi! Oh, se consistesse nel sapere che in basso non vi è nulla ad eccezione del mondo! Oh, se consistesse nel sapere che i punti all'esterno di una sfera nuotano più lentamente del suo centro ed altre cose di questo genere che noi parimenti conosciamo! Ora invece, come ed in che grado posso essere beato io che non so perché il mondo sia grande così, mentre l'essenza delle figure che lo compongono non impedirebbe affatto che fosse più grande quanto si vuole? Oppure come non mi si obietterebbe, anzi non saremmo costretti ad ammettere che i corpi sono divisibili all'infinito, così da potersi ricavare come da una data base un numero determinato di corpuscoli in una determinata quantità? Perciò, mentre non si ammette che esista un corpo che sia il più piccolo possibile, come possiamo ammettere che ne esista uno grandissimo, tanto che non ve ne possa essere uno più grande? A meno che non abbia un grande valore quello che dissi una volta in gran segreto ad Alipio: poiché il numero intelligibile cresce all'infinito, ma non decresce all'infinito (infatti non è possibile scomporlo oltre la monade), al contrario il numero sensibile (che altro è infatti il numero sensibile se non qualcosa di materiale, vale a dire la quantità dei corpi?) può diminuire all'infinito ma non può crescere all'infinito. E per questo forse a ragione i filosofi pongono la ricchezza nelle cose intelligibili, la povertà in quelle sensibili. Che cosa v'è infatti di più miserabile che poter diminuire all'infinito? E quale ricchezza più grande che crescere quanto vuoi, andare dove vuoi, tornare indietro quando vuoi e fin dove vuoi ed amare grandemente ciò che non può diminuire? Infatti chi comprende tali numeri, ama nulla tanto quanto la monade. E non è strano, dato che è grazie ad essa che si arriva ad amare tutti gli altri. Ma ciononostante perché mai il mondo è grande così? Avrebbe infatti potuto essere o più grande o più piccolo. Non lo so: in realtà è così. E perché è qui piuttosto che là? Neppure di ciò si deve far questione, altrimenti si dovrebbe fare sulla posizione di qualsiasi cosa. Soltanto questo mi turbava molto, cioè che i corpi fossero divisibili all'infinito. Al che si è forse dato una risposta con la teoria della proprietà contraria del numero intelligibile.

Il mondo e le immagini fisiche.

3. Ma aspetta un istante; vediamo che cos'è questo non so che, che mi viene in mente: certamente si dice che il mondo sensibile è immagine di non so quale mondo intelligibile. Ora è singolare quello che vediamo nelle immagini riflesse dagli specchi. Infatti per quanto grandi siano gli specchi, non rendono le immagini più grandi di quello che sono i corpi, per quanto piccolissimi, messi loro davanti. Negli specchi piccoli invece, come nelle pupille degli occhi, anche se si mette davanti ad essi un gran volto, si forma un'immagine piccolissima, proporzionata alla misura dello specchio. Dunque è possibile diminuire anche le immagini dei corpi, usando specchi più piccoli, ma non si può aumentarle usando specchi più grandi. Qui senza dubbio c'è sotto qualcosa, ma adesso bisogna dormire. E infatti non è cercando che appaio beato a Nebridio, ma forse scoprendo qualcosa. E che cos'è questo qualcosa? È forse quel ragionamento che son solito accarezzare come mio particolare e di cui son solito rallegrarmi molto?

Si deve amare più l'anima che il corpo.

4. Di che cosa siamo composti? D'anima e di corpo. E di queste due parti qual è la migliore? L'anima, evidentemente. Che cosa si loda nel corpo? Nient'altro, vedo, che la bellezza. Che cos'è la bellezza fisica? La giusta proporzione delle parti, accompagnata da una certa vaghezza di colorito. Questa forma leggiadra è migliore dove è vera o dove è falsa? Chi oserebbe porre in dubbio che sia migliore dove è vera? Orbene, dove è vera? Nell'anima, naturalmente. Quindi l'anima si deve amare più del corpo. Ma in quale parte dell'anima si trova questa verità? Nella mente e nell'intelligenza. Che cosa offusca l'intelligenza? I sensi. Bisogna dunque resistere ai sensi con tutte le forze dell'anima? È evidente. E se le cose sensibili ci dilettano troppo? Si faccia in modo che non ci dilettino. Come si fa? Abituandoci a farne a meno e a desiderare cose migliori. E se l'anima muore? Allora anche la verità muore, o l'intelligenza e la verità non s'identificano, oppure l'intelligenza non ha sede nell'anima, oppure può morire una cosa in cui ha la sua sede alcunché d'immortale: ma che nessuna di queste eventualità possa verificarsi già è detto nei miei Soliloqui ed è sufficientemente dimostrato; ma per non so quale abitudine ai mali siamo atterriti e titubanti. Infine, anche se l'anima è soggetta alla morte, il che vedo assolutamente impossibile, tuttavia in questo periodo di riposo ho sufficientemente accertato che la vita beata non consiste nel godimento delle cose sensibili. Forse per queste e simili ragioni appaio al mio Nebridio, se non beato, almeno quasi beato. Potrei sembrarlo anche a me: che cosa ci perdo o perché dovrei rifiutare la buona stima? Questo mi dissi; poi, come al solito, mi misi a pregare e m'addormentai.

Una questioncella di prosodia.

5. Ecco quanto mi è piaciuto di scriverti. In verità mi allieta il fatto che tu mi ringrazi se non ti nascondo nulla di ciò che mi viene in bocca e sono contento di piacerti così. Con chi dunque dovrei scherzare più volentieri che con colui al quale non posso dispiacere? E se poi è in potere della fortuna che un uomo ami un altro uomo, vedi quanto sia fortunato io che godo tanto dei favori della fortuna e, lo confesso, desidero che tali beni mi crescano copiosamente. Ma i sapienti più autentici, che soli è lecito chiamare beati, non hanno voluto né che si temessero i beni della fortuna né che si desiderassero (cupi cupiri? veditela tu). E questo è venuto a proposito. Desidero infatti che tu mi dia chiarimenti su tale coniugazione; giacché, quando coniugo verbi di questo tipo, sono molto incerto. Cupio, infatti, come fugio, sapio, iacio, capio, sono verbi affini; ma non so se l'infinito sia fugiri fugisapiri sapi.Potrei propendere per iaci capi, se non temessi che mi prendesse e mi gettasse a suo capriccio, dove gli aggradi, chi riuscisse a convincermi che una cosa è iactum captum, un'altrafugitum, cupitum, sapitum. Così pure ignoro parimenti se queste ultime tre forme si debbano pronunciare con la penultima lunga ed accentata oppure non accentata e breve. Vorrei indurti a scrivere una lettera più estesa; mi auguro di poterti leggere un po' più a lungo. Giacché non sono in grado di dire appieno quanto mi faccia piacere leggerti.



LETTERA 4

Scritta dopo la precedente.

Agostino annuncia a Nebridio i progressi, fatti durante il suo ritiro, nella conoscenza degl'intelligibili (n. 1) per cui è convinto che la mente è superiore ai sensi (n. 2).

AGOSTINO A NEBRIDIO

Contemplazione delle cose eterne.

1. È assai strano quanto inaspettatamente mi sia accaduto che, mentre esaminavo a quali delle tue lettere mi fosse rimasto da rispondere, ne ho trovato una soltanto per cui ero ancora in debito, nella quale mi chiedi di informarti dei progressi che ho fatti nel discernere la natura sensibile e quella intelligibile, impiegando tutto il tempo che fra te credi o insieme con me desideri che io abbia. Ma io non penso che tu ignori che, se ciascuno tanto più si radica nelle false opinioni quanto più a lungo e familiarmente si immerge in esse, questo con molto maggior facilità accade alla mente in materia di verità. Però in tal modo progrediamo a poco a poco, come avviene per l'età. Giacché, sebbene grandissima sia la differenza tra un bambino ed un giovane, nessuno, se lo si è interrogato quotidianamente fin dalla puerizia, si dirà mai giovane.

La mente è superiore ai sensi.

2. Non voglio però che tu interpreti ciò in un senso tale da pensare che in questo campo io sia giunto, per così dire, ad una specie di giovinezza intellettuale per il vigoroso appoggio di una più sicura intelligenza. Sono infatti un bambino ma forse, come si suol dire, di belle speranze e non cattivo. Mi spiego: agli occhi della mia mente, stravolti e pieni di affanni per le violente impressioni prodotte dalle cose sensibili, solitamente procura respiro e sollievo quel modesto ragionamento, a te ben noto, che la mente e le facoltà intellettive sono superiori agli occhi e alla comune facoltà visiva. Il che non si verificherebbe se ciò che percepiamo per mezzo dell'intelligenza non fosse più reale di ciò che vediamo. Ti prego di esaminare attentamente con me se esista qualche valida obiezione a questo ragionamento. Intanto io, confortato da esso, allorché, invocato l'aiuto di Dio, ho cominciato a sentirmi elevare verso di Lui e verso le realtà assolutamente vere, in certi momenti sono preso da un così vivo pregustamento delle cose eterne, che talvolta mi meraviglio di aver bisogno di quel ragionamento per credere all'esistenza di cose che sono in noi tanto presenti quanto ciascuno è presente a se stesso. Controlla anche tu (giacché riconosco che in questo sei più preciso) se per caso io, senza saperlo, non sia ancora in debito di qualche risposta. Infatti non mi persuade il trovarmi così all'improvviso libero da un numero tanto grande di debiti di cui un giorno avevo fatto il conto: sebbene io non dubiti che tu abbia ricevuto da me delle lettere di cui non ho le risposte.



LETTERA 5

Scritta tra il 388 e il 391.

Nebridio si lamenta che i concittadini di A. ne disturbino la contemplazione coi loro affari e lo invita nella propria villa.

NEBRIDIO AD AGOSTINO

1. È dunque così, Agostino mio? Spendi energie e pazienza nelle faccende dei tuoi concittadini e non ti si restituisce ancora la sospirata tranquillità? Di grazia, chi ha il coraggio di importunare te che sei tanto buono? Credo quelli che non sanno quale sia l'oggetto del tuo amore e del tuo ardente desiderio. Non c'è nessuno dei tuoi amici che riveli loro le tue predilezioni? Né Romaniano né Luciniano? Ascoltino almeno me. Io proclamerò, io attesterò che tu ami Dio, vuoi servirlo ed essere a Lui unito. Vorrei attirarti nella mia casa di campagna e che ivi tu stessi tranquillo. Non avrò infatti paura d'essere chiamato seduttore dai tuoi concittadini che ami troppo e dai quali sei troppo amato.



LETTERA 6

Scritta nello stesso tempo (388-91).

Nebridio sottopone ad A. il problema della memoria la quale, a suo parere, è inseparabile dall'immaginazione (n. 1); questa poi ricava le sue immagini non tanto dai sensi quanto da sé medesima (n. 2).

NEBRIDIO AD AGOSTINO

Memoria e immaginazione.

1. Provo un grande piacere nel conservare le tue lettere come se si trattasse degli occhi miei. Infatti sono importanti non per l'estensione bensì per gli argomenti, e contengono importanti dimostrazioni di problemi importanti. Esse mi parleranno di Cristo, di Platone, di Plotino. Di conseguenza saranno per me piacevoli ad udirsi per la loro eloquenza, facili a leggersi per la loro brevità e salutari ad intendersi per la loro sapienza. Avrai cura perciò di farmi conoscere quello che a tuo parere sembrerà santo e buono. A questa lettera poi risponderai quando avrai esaminato più accuratamente il problema dell'immaginazione e della memoria. Io credo infatti che, sebbene non ogni immaginazione sia accompagnata dalla memoria, ogni ricordo tuttavia non possa verificarsi senza l'immaginazione. Ma tu mi obietti: che cosa accade quando ricordiamo di aver compreso o pensato qualche cosa? Contro questa osservazione io rispondo dicendoti che ciò si è verificato perché quando abbiamo percepito o pensato alcunché di corporeo e di soggetto al tempo, noi abbiamo prodotto una cosa che interessa la fantasia: infatti o abbiamo rivestito di parole le nostre percezioni e i nostri pensieri (e queste parole non sono indipendenti dal tempo e interessano i sensi o la fantasia), oppure il nostro intelletto o il nostro pensiero hanno subito una qualche impressione tale da poter lasciare una traccia nella fantasia. Queste cose io le ho dette senza averci pensato a lungo e in modo confuso, secondo il mio solito: tu le esaminerai e, rigettato ciò che vi è di falso, raccoglierai quello che c'è di vero in una lettera.

Le immagini della fantasia.

2. Senti un'altra cosa: perché, di grazia, non diciamo che la fantasia ricava tutte le immagini da se stessa, piuttosto che dai sensi? Infatti come l'intelletto è spinto dai sensi a vedere il mondo intelligibile, che gli è proprio, piuttosto che ricevere qualcosa da essi, così può darsi che anche la fantasia sia spinta dai sensi a contemplare le immagini che sono in lei piuttosto che attingere qualcosa da essi. Giacché può darsi che per questo avvenga che quello che i sensi non vedono essa tuttavia lo possa vedere: e questo è un indizio che ha in sé e da sé tutte le immagini. Anche su questo problema mi risponderai esponendomi il tuo pensiero.




LETTERA 7

Scritta nello stesso tempo (388-91).

A. risponde alla lettera precedente dicendo che la memoria può esistere anche senza l'immaginazione (n. 1); i fantasmi sono generati nell'anima attraverso i sensi (n. 2-3); essi sono di tre generi (n. 4); e possono influire nefastamente sull'anima (n. 5): risolve un'obiezione ed esorta Nebridio a resistere ai fantasmi prodotti dai sensi (n. 6-7).

AGOSTINO A NEBRIDIO

Può darsi memoria senza immaginazione.

1. 1. Lascerò da parte i preamboli e comincerò prontamente a trattare quello che impazientemente desideri che io ti dica, tanto più che non arriverò presto alla fine. Tu credi che non possa esservi affatto memoria senza quelle immagini o rappresentazioni, che sono frutto di immaginazione, che hai voluto chiamare fantasie; io la penso diversamente. Bisogna dunque, innanzitutto, osservare che noi non ci ricordiamo sempre di cose che passano, ma per lo più di cose che durano. Perciò, sebbene la memoria rivendichi a sé il compito di ricordare fedelmente il passato, tuttavia è certo che essa in parte è memoria di cose che ci lasciano, in parte di cose che sono lasciate da noi. Infatti, quando mi ricordo di mio padre, evidentemente ricordo una cosa che mi ha lasciato ed ora non è più; quando invece mi ricordo di Cartagine, ricordo una cosa che esiste e che io ho lasciato. Tuttavia in entrambi questi casi la memoria conserva il ricordo del passato. Giacché tanto quell'uomo quanto questa città io li ricordo per quello che ho visto, non per quello che vedo.

La memoria e l'atto di ricordare.

1. 2. A questo punto tu forse domandi: a che mirano codeste tue considerazioni? Tanto più che osservi come entrambe queste cose non possano giungere alla memoria se non attraverso la visione fantastica. Ma a me basta avere intanto dimostrato che si può parlare di memoria anche a proposito di cose che non sono ancora passate. Procura comunque di ascoltare attentamente che vantaggio io ne tragga. Alcuni criticano, senza fondamento, quella celeberrima scoperta di Socrate per cui si sostiene che ciò che apprendiamo non s'imprime in noi come cosa nuova, ma è richiamato alla memoria per reminiscenza, e sostengono che la memoria riguarda le cose passate e che invece quello che noi apprendiamo per mezzo dell'intelligenza, per asserzione dello stesso Platone, dura sempre e non può perire e perciò non è passato. Costoro però non badano al fatto che è passata la visione durante la quale abbiamo un tempo contemplato con la mente queste cose; e poiché ci siamo allontanati da esse ed abbiamo cominciato a vedere altri oggetti in modo diverso, le rivediamo per reminiscenza, cioè per mezzo della memoria. Perciò se, per omettere altri esempi, l'eternità in sé dura sempre e non ha bisogno di alcuna immagine fantastica per servirsene quasi come veicolo per giungere alla nostra mente (e tuttavia non potrebbe giungervi se non la ricordassimo), si può avere memoria di certe cose senza alcuna immaginazione.

L'anima senza l'uso dei sensi non può avere immagini.

2. 3. Quanto poi alla tua opinione che l'anima possa immaginare oggetti corporei anche senza servirsi dei sensi, si dimostra falsa in questo modo: se l'anima, prima di far uso dei sensi per la percezione dei corpi, può con la fantasia rappresentarsi questi stessi corpi, e (cosa che nessuna persona sana di mente mette in dubbio) si trovava in uno stato migliore prima di essere impigliata in questi sensi ingannatori, si trovano in uno stato migliore le anime delle persone che dormono che le anime di quelle che sono deste, quelle dei frenetici che quelle di coloro i quali non sono affetti da una tale calamità: infatti sono colpite dalle stesse immagini da cui erano colpite prima di avere i sensi, questi messaggeri quanto mai fallaci; e allora o sarà più vero il sole che essi vedono di quello che vedono le persone sane e deste o le cose false saranno superiori a quelle vere. Se queste conclusioni sono assurde, come effettivamente lo sono, l'immaginazione, o mio Nebridio, non è altro che una ferita che giunge [all'anima] attraverso i sensi; per opera dei quali avviene non un'evocazione, come tu scrivi, in modo che si formino nell'anima siffatte visioni, ma l'azione stessa di introdurre o, per dirlo più precisamente, di imprimere [in essa] queste false immagini. Quanto poi alla tua osservazione, come sia possibile che immaginiamo dei volti e delle figure che non abbiamo mai viste, essa è acuta. Perciò farò una esposizione che renderà questa lettera più lunga del normale: non però ai tuoi occhi, cui nessuno scritto è più gradito di quello che mi reca a te più loquace del solito.

Le varie specie d'immaginazioni.

2. 4. Io vedo che tutte queste immagini che tu, con molti, chiami fantasie si dividono molto opportunamente e veracemente in tre categorie, la prima delle quali è stata impressa [in noi] dalle cose percepite attraverso i sensi, la seconda da quelle opinate e la terza da quelle trovate razionalmente. Esempi del primo tipo si hanno quando la mia mente si raffigura il tuo volto o Cartagine o il nostro defunto amico Verecondo e qualsiasi altra delle cose che esistono ancora o sono scomparse, che però io ho visto e sentito. Nella seconda categoria si devono mettere le cose che noi pensiamo siano state o siano in un determinato modo, ad esempio quando per esporre la nostra opinione su qualcosa facciamo volutamente delle supposizioni che non sono affatto di ostacolo per giungere alla verità, oppure quello che immaginiamo quando leggiamo la storia e quando ascoltiamo delle favole o le componiamo o le inventiamo. Io infatti mi immagino come mi piace e come mi viene in mente il volto di Enea, quello di Medea coi suoi serpenti alati legati al giogo, quello di un Cremete e di un Parmenone. A questa categoria appartengono anche quelle cose che hanno raccontato sia i saggi, adombrando qualche verità sotto tali figurazioni, sia, come verità, gli stolti fondatori delle svariate e false religioni: ad esempio il tartareo Flegetonte, le cinque grotte degli abitanti delle tenebre infernali, l'asse settentrionale che tiene insieme il cielo, e mille altre invenzioni fantastiche dei poeti e dei seguaci di false dottrine. Però diciamo anche nel corso di un ragionamento: supponi che vi siano uno sull'altro tre mondi fatti come lo è questo; e: supponi che la terra abbia forma quadrata, e cose di questo genere. Tutto ciò infatti noi immaginiamo e ipotizziamo a seconda delle circostanze in cui si svolge il nostro ragionamento. Quanto poi alle cose riguardanti la terza specie di immagini, si tratta soprattutto di numeri e di dimensioni. Ciò in parte trova riscontro in natura, ad esempio quando per via di ragionamento si trova la forma del mondo, e a questa scoperta segue, nella mente di colui che pensa, l'immagine; in parte nelle scienze che formano oggetto di insegnamento, come le figure geometriche, i ritmi della musica e l'infinita varietà dei numeri. Queste cose, per quanto vengano colte, come io penso, nella loro verità, tuttavia producono delle false immaginazioni cui l'intelletto stesso a stento riesce a sottrarsi; sebbene neppure in un ragionamento condotto con metodo rigoroso sia facile sottrarsi a questo inconveniente, quando nelle distinzioni e nelle conclusioni facciamo conto quasi di usare dei sassolini fatti per il calcolo (4 bis).

L'anima è soggetta alle falsità delle immagini.

2. 5. In tutta questa selva d'immagini, io sono convinto che tu non credi che la prima specie riguardi l'anima prima che sia connessa coi sensi, e su questo punto non c'è bisogno di indugiare a discutere. Sulle altre due si potrebbe ancora a buon diritto porre il quesito se non fosse palese che l'anima, quando ancora non è stata colpita da ciò che vi è di vano nelle cose sensibili e nei sensi, è meno soggetta ad ingannarsi: ma chi potrebbe mettere in dubbio che codeste immagini siano molto meno vere delle cose sensibili? Infatti ciò che pensiamo e crediamo oppure inventiamo è in ogni parte assolutamente falso, e certamente, come tu capisci, è molto più vero quello che vediamo e sentiamo. Infine, per la terza specie, qualsiasi spazio corporeo io mi rappresenti con la mente, sebbene il pensiero sembri averlo creato in base a rigorosi principi scientifici che non permettono il minimo errore, io dimostro irrefutabilmente che è falso poiché sono di nuovo questi stessi principi a provarlo. Perciò io non posso credere in nessun modo che l'anima quando ancora non percepiva attraverso il corpo, quando ancora non era stata colpita, tramite i sensi sommamente fallaci, da sostanza mortale e passeggera, giacesse in tanta e così vergognosa falsità.

Si risolve una obiezione.

3. 6. Donde ha dunque origine il fatto che noi ci rappresentiamo le cose che non abbiamo mai viste? Che cosa puoi pensare se non che vi è una facoltà di diminuire e di aumentare, insita nell'anima, che essa porta necessariamente con sé dovunque vada? Questa facoltà si può avvertire specialmente nel campo dei numeri. Per essa accade che, se ci si pone per dir così dinanzi agli occhi la figura di un corvo, per esempio, che cioè ci sia nota per averla già osservata, col togliere e con l'aggiungere ad essa qualcosa, si trasforma in una figura qualsivoglia assolutamente mai vista. Per essa accade che, indugiando abitualmente il nostro spirito in siffatte cose, figure di questo genere invadono quasi spontaneamente i nostri pensieri. È dunque possibile all'anima, servendosi dell'immaginazione, formare da quello che il senso ha introdotto in essa (togliendo, come si è detto, e aggiungendo qualche cosa) delle immagini che nessun senso riesce a cogliere nella loro totalità, ma che sono parti di ciò che aveva colto in questo o quell'oggetto. Così noi da fanciulli, pur nati ed allevati nell'entroterra, vedendo l'acqua anche solo in un piccolo bicchiere, potevamo già immaginarci il mare; mentre il sapore delle fragole e delle corniole in nessun modo ci sarebbe venuto in mente prima che le gustassimo in Italia. Da questo dipende il fatto che coloro che sono ciechi fin dalla tenera infanzia, quando vengono interrogati sulla luce e sui colori non sanno che cosa rispondere. Giacché nessuna immagine del colore possono avere quelli che non hanno mai percepito alcuna immagine.

Si deve resistere alle immaginazioni sensibili.

3. 7. Né devi stupirti come mai gli oggetti, che in natura hanno una forma e possono immaginarsi, non si trovino fin da principio insiti nell'anima che è in ciascuno, non avendoli essa mai percepiti dall'esterno attraverso i sensi. Infatti anche noi quando, per lo sdegno o la gioia e per gli altri sentimenti dell'animo di tal fatta, produciamo nel nostro corpo vari atteggiamenti e colori, il nostro pensiero non può concepire tali immagini prima che noi possiamo provocarle. Queste cose avvengono secondo quei mirabili procedimenti (che lascio alla tua meditazione), che si verificano quando nell'anima si agitano i numeri in essa nascosti senza alcuna falsa rappresentazione corporea. Di conseguenza io vorrei che tu, poiché avverti che vi sono tanti moti dell'anima privi di tutte le immagini su cui ora vai investigando, capissi che l'anima ha in sorte il corpo per qualsivoglia altro impulso piuttosto che per aver pensato a forme sensibili, che io ritengo non possa in alcun modo percepire prima di far uso del corpo e dei sensi. Pertanto per la nostra amicizia e per la fedeltà alla stessa legge divina, amico carissimo e amabilissimo, io vorrei caldamente raccomandarti di non stringere alcuna amicizia con codeste ombre infernali e di non indugiare a rompere quella che da te è stata stretta con esse. Giacché in nessun modo si resiste ai sensi, e questo è per noi il dovere più sacro, se accarezziamo le piaghe e le ferite da essi inferteci.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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24/06/2016 09.34
 
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Tavola 
Cronologica

Indice

Omelia 1

Omelia 2

Omelia 3

Omelia 4

Omelia 5

Omelia 6

Omelia 7

Omelia 8

Omelia 9

Omelia 10

Omelia 11

Omelia 12

Omelia 13

Omelia 14

Omelia 15

Omelia 16

Omelia 17

Omelia 18

Omelia 19

Omelia 20

Omelia 21

Omelia 22

Omelia 23

Omelia 24

Omelia 25

Omelia 26

Omelia 27

Omelia 28

Omelia 29

Omelia 30

Omelia 31

Omelia 32

Omelia 33

Omelia 34

Omelia 35

Omelia 36

Omelia 37

Omelia 38

Omelia 39

Omelia 40

Omelia 41

Omelia 42

Omelia 43

Omelia 44

Omelia 45

Omelia 46

Omelia 47

Omelia 48

Omelia 49

Omelia 50

Omelia 51

Omelia 52

Omelia 53

Omelia 54

Omelia 55

Omelia 56

Omelia 57

Omelia 58

Omelia 59

Omelia 60

Omelia 61

Omelia 62

Omelia 63

Omelia 64

Omelia 65

Omelia 66

Omelia 67

Omelia 68

Omelia 69

Omelia 70

Omelia 71

Omelia 72

Omelia 73

Omelia 74

Omelia 75

Omelia 76

Omelia 77

Omelia 78

Omelia 79

Omelia 80

Omelia 81

Omelia 82

Omelia 83

Omelia 84

Omelia 85

Omelia 86

Omelia 87

Omelia 88

Omelia 89

Omelia 90

Omelia 91

Omelia 92

Omelia 93

Omelia 94

Omelia 95

Omelia 96

Omelia 97

Omelia 98

Omelia 99

Omelia 100

Omelia 101

Omelia 102

Omelia 103

Omelia 104

Omelia 105

Omelia 106

Omelia 107

Omelia 108

Omelia 109

Omelia 110

Omelia 111

Omelia 112

Omelia 113

Omelia 114

Omelia 115

Omelia 116

Omelia 117

Omelia 118

Omelia 119

Omelia 120

Omelia 121

Omelia 122

Omelia 123

Omelia 124

 

Inizio ]







LETTERA 197

Scritta alla fine del 419 o all'inizio del 420.

Agostino a Esichio, vescovo di Salona, sulle settimane di Daniele e la fine dei tempi, dimostrando che quelle riguardano la prima venuta di Cristo (nn. 1 e 5) e che la fine del mondo non può venire prima che sia predicato il Vangelo a tutte le genti (nn. 2-4).

AGOSTINO A ESICHIO BEATISSIMO SUO SIGNORE.

Le settimane di Daniele.

1. Posso finalmente rispondere alla Santità tua approfittando del ritorno di Cornuto, tuo figlio e nostro collega nel sacerdozio, latore della lettera con cui hai avuto la cortesia d'informarti presso la mia umile persona, e compio il dovere di contraccambiarti i saluti rispettosi raccomandandomi vivamente alle tue preghiere assai gradite al Signore, o beatissimo mio signore e fratello. Quanto a certe espressioni profetiche spesso ripetute, sulle quali hai desiderato che io ti scrivessi qualcosa, mi è parso più opportuno inviare alla tua Beatitudine le spiegazioni delle medesime espressioni tratte dai trattati di quel santo e dottissimo personaggio che è Girolamo, caso mai tu non le avessi. Se invece tu le avessi già e non avessero soddisfatto il tuo quesito, ti chiedo che non ti dispiaccia di farmi sapere la tua opinione a tal riguardo e in qual senso tu stesso intendi i medesimi vaticini profetici. Per conto mio penso che le settimane di cui parla Daniele bisogna intenderle riferite soprattutto al tempo passato, poiché non oso computare il tempo (che ci separa) dalla seconda venuta del Salvatore, la quale avverrà alla fine del mondo. Non penso nemmeno che alcun profeta abbia fissato in anticipo il numero degli anni che passeranno prima di detta fine, ma che abbiano molto più peso le parole del Signore: Nessuno può conoscere i tempi che il Padre ha riserbati al proprio arbitrio 1.

Ignota a tutti la fine del mondo.

2. Riguardo a ciò che dice Cristo in un altro passo, e cioè: Nessuno sa né il giorno né l'ora 2alcuni lo intendono nel senso che pensano di poter computare i tempi ma che nessuno può sapere solo il giorno e l'ora precisi. Ora, senza dire che la Sacra Scrittura usa spesso il termine " giorno " e " ora " nel senso di " tempo " in genere, nella Scrittura è detto assai chiaramente che quei tempi ci sono ignoti. Il Signore, infatti, interrogato dai suoi discepoli su tale argomento, rispose loro: Nessuno può sapere i tempi che il Padre ha riserbati al suo arbitrio 3. Ora Gesù non disse: " il giorno " o " l'ora ", ma: i tempi, termine, questo, che non suole essere usato per indicare un breve spazio di tempo come un giorno o un'ora, soprattutto se teniamo presente l'espressione della lingua greca, dalla quale sappiamo che è stato tradotto nella nostra lingua il medesimo libro dove sta scritto, sebbene la traduzione latina non lo abbia reso con sufficiente fedeltà. Nel greco infatti si legge:  i nostri invece traducono questi due termini con la parola " tempi ", sebbene essi abbiano tra di loro una notevole differenza. I Greci infatti chiamano bensì  tempi determinati, ma non quelli che passano nel volgere delle età, bensì quelli che si pensa siano relativi a circostanze opportune o inopportune per fare qualcosa, come la mietitura, la vendemmia, il caldo, il freddo, la pace, la guerra eccetera, mentre chiamano  il corso normale dei tempi.

Differenza tra  e 

3. Gli Apostoli inoltre non rivolsero certo quella domanda come se volessero sapere solo l'ultimo giorno o l'ultima ora, cioè una piccola parte del giorno, ma se era quello il tempo opportuno in cui sarebbe stato ricostituito il regno di Israele. Fu allora che sentirono rispondersi: Nessuno può conoscere i tempi che il Padre si è riserbati al proprio arbitrio; cioè i . Ora, se questi termini si traducessero in latino con tempora aut opportunitates, neppure così si renderebbe l'esatto senso di essi, poiché sono chiamati  le circostanze sia opportune che inopportune. Calcolare dunque i tempi, cioè i  per sapere quando sarà la fine del mondo e la venuta del Signore, mi pare non sia altro che voler sapere ciò che Cristo stesso ha detto che nessuno può sapere.

Il mondo finirà dopo l'annuncio del Vangelo a tutte le genti.

4. Orbene, l'opportunità di quel tempo non giungerà prima che il Vangelo sia predicato in tutto il mondo per servire di testimonianza a tutte le genti. Ciò è affermato in modo assai chiaro dal Salvatore che dice:Questo Vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo a testimonianza per tutte le genti e allora verrà la fine 4. Che cosa vuol dire: allora verrà, se non che " non verrà prima "? Noi dunque non sappiamo quanto tempo dovrà passare in seguito, ma non dobbiamo affatto dubitare che non verrà prima d'allora. Se dei servi di Dio si sobbarcassero alla fatica di percorrere tutta la terra per calcolare nel miglior modo possibile a quanti popoli non è stato ancora predicato il Vangelo, potremmo in qualche modo sapere quanto tempo ancora dovrà passare fino alla fine del mondo. Se poi a causa di regioni irraggiungibili e inabitabili non si può pensare che dei servi di Dio possano percorrere tutta la terra e riferire con esattezza quanti popoli e quanti abitanti sono ancora all'oscuro del Vangelo di Cristo, penso che sia molto meno possibile capire nelle Sacre Scritture quanto spazio di tempo ci separi ancora dalla fine del mondo, dal momento che leggiamo in esse: Nessuno può conoscere i tempi riserbati dal Padre al proprio arbitrio 5Pertanto, anche se ci fosse stato riferito con assoluta certezza che il Vangelo è predicato tra tutti i popoli, nemmeno allora potremmo dire quanto tempo resterebbe ancora prima della fine; potremmo solo dire che questa s'avvicina ormai sempre più. Ma ci si potrebbe replicare che i popoli romani e la maggior parte di quelli barbari furono evangelizzati in brevissimo tempo e che la conversione di alcuni popoli alla fede cristiana non è stata lenta, ma talmente rapida che non è incredibile possano essere evangelizzati completamente tutti i rimanenti popoli nei pochi anni, se non della nostra vita, che siamo già vecchi, almeno dei giovani destinati ad arrivare alla vecchiaia. Ma se la cosa avverrà proprio così, sarà più facile dimostrarlo con esperienza diretta quando sarà avvenuta, che scoprirlo nelle Sacre Scritture prima che avvenga.

Meglio una prudente ignoranza che una falsa scienza.

5. Mi ha costretto a dire ciò l'opinione di un tale che anche il presbitero Girolamo 6 bolla di temerarietà per avere osato spiegare le settimane di Daniele come riguardanti la seconda venuta di Cristo e non già la prima. Se per i tuoi meriti superiori Dio rivelerà o ha già rivelato qualcosa di meglio alla santa umiltà del tuo cuore, ti prego di volermelo cortesemente comunicare. Accogli inoltre questa mia risposta come quella d'una persona la quale preferirebbe sapere anziché ignorare ciò che mi hai domandato; siccome però non sono riuscito a saperlo, preferisco confessare una cauta ignoranza anziché professare una falsa scienza.




 

DISCORSO 299/A
DISCORSO SUL NATALE DEGLI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Il medesimo giorno, non il medesimo anno, il martirio degli Apostoli. La triplice domanda del Signore a Pietro.

1. Oggi è sorto il giorno natalizio dei beatissimi Apostoli Pietro e Paolo; non del natale per cui si entra in relazione con il mondo, ma di quello che libera dal mondo. In realtà, a causa della debolezza umana, l'uomo nasce per la tribolazione; per la carità di Cristo, i martiri nascono per la corona. E per loro merito, questo giorno ci è stato fissato per celebrarne la solennità e per imitarne la santità: in modo che, avendo presente il ricordo della gloria dei martiri, siamo indotti ad amare in loro quel che odiarono i loro uccisori e, resi amanti della virtù, possiamo onorarne la passione. Nella virtù è acquistato il merito, nella passione è resa la ricompensa. Unico il giorno dei due martiri, dei due Apostoli: secondo quanto abbiamo ricevuto dalla tradizione della Chiesa, subirono il martirio non in un solo giorno, ma nello stesso giorno. Oggi, per primo, lo subì Pietro, oggi, in un altro anno, lo subì Paolo: il merito rese pari la passione, la carità fu ansiosa di andare incontro a quel giorno; queste disposizioni coltivò negli Apostoli colui che viveva in loro, che in loro era tribolato, che con loro pativa, che li sosteneva combattenti, che li coronava vincitori. Ascoltiamo pertanto dal Vangelo il merito di Pietro; dalla Lettera dell'Apostolo ascoltiamo il merito di Paolo. Il Vangelo è stato appena proclamato, abbiamo ora ascoltato: Il Signore disse a Pietro: Simon Pietro, mi ami tu? Quello rispose: Ti amo, Signore. Gli disse di nuovo il Signore: Pasci le mie pecore 1Una terza volta altro non gli chiede che quanto gli aveva domandato per due volte. Al Signore importava rivolgergli una triplice domanda; dovendo rispondere una terza volta, Pietro era ormai turbato. Dice infatti il Vangelo: Pietro rimase addolorato che il Signore lo interrogasse per la terza volta e disse: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo. E il Signore: Pasci le mie pecore 2. Egli che domanda quel che sa, vuole insegnare qualcosa. Il Signore che sapeva, rivolgendo una terza volta la domanda, che volle allora insegnare a Pietro? Che pensiamo, Fratelli, se non che la carità volesse ritemprare la debolezza e Pietro potesse capire come chi aveva negato tre volte per timore era tenuto ad una triplice confessione per amore? Il merito di Pietro, aver pascolato le pecore di Dio; dall'altra parte, ascoltiamo il merito di Paolo: annunziandogli la sua futura passione, e per affrancarlo dal timore con il suo esempio, diceva al proprio discepolo: Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno. Lo vincolò con la sua testimonianza e soggiunse: Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna 3.

Sacrificio a Dio il martirio di Paolo. Il dolce di questa vita non è il paradiso. Dio debitore in forza della sua promessa.

2. Convinti di questo anche noi, secondo la nostra capacità, ci rendiamo opportuni per quelli che sono ben disposti e inopportuni per quelli di cattiva volontà. Si rende opportuno all'affamato chi porge il pane; si rende inopportuno al malato chi costringe a prender cibo. All'uno il cibo viene presentato, all'altro viene imposto: all'uno la refezione torna gradita, all'altro spiacevole, ma l'amore non trascura nessuno dei due. Riceviamo perciò quali esempi i meriti degli Apostoli e liberiamoci non solo dal timore delle sofferenze, ma, se sarà necessario, assoggettiamoci persino ad esse. Ascoltate quel che giunge a dire il medesimo Apostolo: Presto sarò immolato 4. L'immolazione serve al sacrificio: sapeva che la sua passione era un sacrificio a Dio. Non offerto da coloro che uccidevano, ma, ad offrire al Padre un tale sacrificio, era quel Sacerdote che aveva detto: Non temete coloro che uccidono il corpo 5Dice Paolo: È imminente l'ora della mia liberazione 6. Che dici dunque o Paolo, o infaticabile: è per il riposo che speri in quella liberazione? È imminente - dice - l'ora della mia liberazione. Che hai fatto? Che speri? Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede 7. Come ha conservato la fede se non in quanto non si è lasciato intimorire dai persecutori? Annunzia la parola in ogni occasione opportuna e non opportuna. Quanto ci è funesto allora se, presi da timore, veniamo meno alla fedeltà verso colui che ci insegna ad amare le cose migliori ed a temere quelle assai grandi! Tutto ciò che di dolce può avere questa vita non è il paradiso, non è il cielo, non è il regno di Dio, non è la società degli Angeli, non è la comunità di vita con quei cittadini della Gerusalemme celeste. Si levi il cuore al cielo e si abbia la terra sotto i piedi. Il Signore ci ha insegnato a non far conto delle cose della terra e ad amare quelle eterne. Ci ha istruiti, ci ha guariti e ci guarisce per sua degnazione: non ha trovato infatti dei sani, ma il medico viene dai malati. Il calice della passione è amaro, ma guarisce completamente ogni malattia; il calice della passione è amaro, ma per primo lo ha bevuto il medico, perché il malato non esitasse a bere. Si beva dunque questo calice, dal momento che lo ha dato chi sa cosa dare e a chi dare: se, invece, non vuole che sia bevuto, può guarire in altro modo, purché tuttavia guarisca. Quanto a noi, almeno mettiamoci sicuri nelle mani di così esperto Medico, assolutamente certi che egli non vorrà valersi di ciò che non ci giova. Il debito, infatti, che esigeva Paolo, lo richiedeva come dovuto per merito. E che merito? Ho terminato la corsa, ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede. Queste cose hai compiuto: che attendi? Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi renderà in quel giorno 8. Non dice 'dà', ma 'renderà': se renderà, era in debito. Ma aveva forse ricevuto un prestito da diventare debitore? Deve la corona, rende la corona, non in quanto debitore dietro un nostro prestito, ma dietro sua promessa: quando infatti ne coronava i meriti, non è che non coronava i doni suoi.


[Modificato da Caterina63 27/06/2016 18.47]
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OMELIA 119


La croce una cattedra.


La croce alla quale erano confitte le membra di Cristo morente, diventò la cattedra del suo insegnamento.


1. Dopo che il Signore fu crocifisso e dopo che i soldati si divisero le sue vesti tirando a sorte la tunica, vediamo il seguito del racconto dell'evangelista Giovanni. Questo dunque fecero i soldati. Presso la croce di Gesú stavano sua madre e la sorella di lei, Maria di Cleofa e Maria Maddalena. Vedendo la madre, e accanto a lei il discepolo che egli amava, Gesú disse a sua madre: Donna, ecco tuo figlio. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa (Gv 19, 24-27). Questa è l'ora della quale Gesú, nel momento di mutare l'acqua in vino, aveva parlato alla madre, dicendo: Che c'è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora venuta (Gv 2, 4). Egli aveva annunciato quest'ora, che non era ancora giunta, e nella quale, morendo, avrebbe riconosciuto colei dalla quale aveva ricevuto questa vita mortale. Allora, quando stava per compiere un'opera divina, sembrava allontanare da sé, come una sconosciuta, la madre, non della divinità ma della sua debolezza umana; al contrario, ora che stava sopportando sofferenze proprie della condizione umana, raccomandava con affetto umano colei dalla quale si era fatto uomo. Allora colui che aveva creato Maria, si manifestava nella sua potenza; ora colui che Maria aveva partorito, pendeva dalla croce.


2. C'è qui un insegnamento morale. Egli stesso fa ciò che ordina di fare, e, come maestro buono, col suo esempio insegna ai suoi che ogni buon figlio deve aver cura dei suoi genitori. Il legno della croce al quale erano state confitte le membra del morente, diventò la cattedra del maestro che insegna. E' da questa sana dottrina che l'Apostolo apprese ciò che insegnava, dicendo: Se qualcuno non ha cura dei suoi, soprattutto di quelli di casa, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele (1Tim 5, 8). Chi è più di casa dei genitori per i figli, o dei figli per i genitori? Il maestro dei santi offrì personalmente l'esempio di questo salutare precetto, quando, non come Dio ad una serva da lui creata e governata, ma come uomo alla madre che lo aveva messo al mondo e che egli lasciava, provvide lasciando il discepolo quasi come un altro figlio che prendesse il suo posto. Perché lo abbia fatto viene spiegato da ciò che segue. Infatti l'evangelista dice: e da quel momento il discepolo la prese in casa sua. E' di sé che egli parla. Egli è solito designare se stesso come il discepolo che Gesú amava. E' certo che Gesú voleva bene a tutti i suoi discepoli, ma per Giovanni nutriva un affetto tutto particolare, tanto da permettergli di poggiare la testa sul suo petto durante la cena (cf. Gv 13, 23), allo scopo, credo, di raccomandare a noi più efficacemente la divina elevazione di questo Vangelo che egli avrebbe dovuto proclamare.


[Si prese cura di Maria.]


3. Ma in che senso Giovanni prese con sé la madre del Signore? Non era egli forse uno di coloro che avevano detto al Signore: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito (Mt 19, 27)? Ma ad essi il Signore aveva anche risposto che qualunque cosa avessero lasciato per seguirlo, avrebbero ricevuto, in questo stesso mondo, cento volte tanto (cf. Mt 19, 29). Quel discepolo pertanto conseguiva il centuplo di quello che aveva lasciato, fra cui anche il privilegio di accogliere la madre del donatore. Il beato Giovanni aveva ricevuto il centuplo in quella società, nella quale nessuno diceva proprio qualunque suo bene, in quanto tutto era comune a tutti; come appunto si legge negli Atti degli Apostoli. E cosí gli Apostoli non avevano niente e possedevano tutto (cf. 2 Cor 6, 10). In che modo, dunque, il discepolo e servo ricevette la madre del suo maestro e Signore tra i suoi beni, in quella società dove nessuno poteva dire di avere qualcosa di suo? Poco più avanti, nel medesimo libro, si legge: Quanti possedevano terreni e case, li vendevano e ne portavano il ricavato e lo deponevano ai piedi degli Apostoli; ed esso veniva man mano distribuito a ciascuno proporzionalmente al bisogno (At 4, 34-35). Da queste parole si può arguire che a questo discepolo venne assegnato quanto personalmente egli aveva bisogno e in più quanto gli era necessario per il mantenimento della beata Maria, considerata come sua madre. Non è forse questo il senso più ovvio della frase: da quel momento il discepolo la prese in casa sua, che cioè egli prese su di sé l'incarico di provvedere a lei in tutto? Egli se la prese con sé, non nei suoi poderi, perché non possedeva nulla di proprio, ma tra i suoi impegni, ai quali attendeva con dedizione.


4. Continua: Dopo di ciò, sapendo che tutto era compiuto, affinché la Scrittura si adempisse, Gesú disse: Ho sete! C'era là un vaso di aceto. E i soldati, inzuppata una spugna nell'aceto, la posero in cima ad una canna d'issopo, e gliel'accostarono alla bocca. Quando Gesú ebbe preso l'aceto disse: tutto è compiuto! E, chinato il capo, rese lo spirito (Gv 19, 28-30). Quale uomo è in grado di disporre le proprie cose, come dimostrò quest'uomo di poter disporre tutte le circostanze della sua passione? Ma questi è il mediatore tra Dio e gli uomini. E' colui del quale sta scritto: E' un uomo, ma chi lo riconoscerà?, perché gli uomini che eseguivano tutte queste cose, non lo riconoscevano come uomo Dio. Colui che appariva come uomo, nascondeva la sua divinità: l'umanità visibile accettava le sofferenze della passione, che la divinità nascosta disponeva in tutti i particolari. Vide dunque che si era compiuto tutto ciò che doveva accadere prima di prendere l'aceto e di rendere lo spirito; e affinché si adempisse anche la Scrittura che aveva predetto: Nella mia sete mi hanno fatto bere aceto (Sal 68, 22), disse: Ho sete: come a dire: Fate anche questo, datemi ciò che voi siete. I Giudei stessi erano aceto, essi che avevano degenerato dal buon vino dei patriarchi e dei profeti; e il loro cuore era come la spugna, piena di cavità tortuose e subdole, spugna imbevuta dell'iniquità di questo mondo, attinta come da un vaso ricolmo. E l'issopo, sopra il quale posero la spugna imbevuta d'aceto, è un'umile pianta dotata di virtù purgative, immagine dell'umiltà di Cristo, che i Giudei avevano insidiato e credevano di aver eliminato. Ecco perché il salmo dice: Purificami con issopo e sarò mondo (Sal 50, 9). Noi veniamo purificati dall'umiltà di Cristo: se egli non si fosse umiliato facendosi obbediente fino alla morte di croce (cf. Fil 2, 8), il suo sangue non sarebbe stato versato per la remissione dei peccati, cioè per la nostra purificazione.


5. E non ci deve sorprendere il fatto che essi abbiano potuto accostare la spugna alle labbra di Cristo, che, essendo in croce, stava ben sollevato da terra. Giovanni omette un particolare, ricordato invece dagli altri evangelisti: si ricorse ad una canna (cf. Mt 27, 48; Mc 15, 36), per fare arrivare fino in cima alla croce la bevanda di cui era intrisa la spugna. La canna era simbolo della Scrittura, che si adempiva con quel gesto. Allo stesso modo infatti che si dà il nome di lingua all'idioma greco o latino, o a qualsiasi altro che sia composto di suoni articolati con la lingua, cosí si può dare il nome di "canna" (penna) alle lettere che, appunto, si scrivono con la canna. E' molto più comune chiamare col nome di lingua l'insieme dei suoni articolati dalla voce umana che chiamare canna le lettere scritte: per cui chiamare canna la Scrittura acquista un maggior significato mistico, appunto perché è un uso meno comune. Un empio popolo commetteva queste crudeltà, e Cristo misericordioso le sopportava. Chi faceva tutto questo non sapeva quel che faceva, mentre colui che tutto sopportava non solo sapeva quello che essi facevano e perché lo facevano, ma dal male che essi facevano egli sapeva trarre il bene.


6. Quando Gesú ebbe preso l'aceto disse: Tutto è compiuto! Che cosa era compiuto, se non ciò che la profezia tanto tempo prima aveva predetto? E siccome non rimaneva nulla che ancora si dovesse compiere prima che egli morisse, siccome aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla di nuovo (cf. Gv 10, 18), essendosi compiuto tutto ciò che aspettava si compisse, chinato il capo, rese lo spirito. Chi può addormentarsi quando vuole, cosí come Gesú è morto quando ha voluto? Chi può deporre la sua veste, cosí come egli ha deposto la carne quando ha voluto? Chi può andarsene quando vuole, cosí come egli è morto quando ha voluto? Quanta speranza, e insieme quanto timore, deve infonderci la potenza di colui che verrà per giudicarci, se tanto potente si è manifestato nella sua morte!




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LETTERA 149


Scritta alla fine del 415.


Agostino lieto delle notizie ricevute e dolente per le lettere spedite ma non recapitate a Paolino (nn. 1-2) risponde ai suoi quesiti tratti dai Salmi (nn. 3-10), da S. Paolo (nn. 11-30) e dal Vangelo (nn. 31-33) propostigli da Paolino nella precedente lettera 121: tra l'altro parla del mistero della salvezza (n. 19), la cui unica via è Cristo (n. 17), dei reprobi (n. 18) e dei predestinati (nn. 21-22), della falsa umiltà (nn. 27-28). Infine invia saluti all'amido e a un altro Paolino (n. 34).


AGOSTINO SALUTA NEL SIGNORE IL BEATISSIMO PAOLINO, VENERABILMENTE AMATO E AMABILMENTE VENERATO, SANTO E SANTAMENTE CARISSIMO FRATELLO E COLLEGA NELL'EPISCOPATO


Agostino lieto delle buone notizie.

1. 1. Ringrazio anzitutto Iddio che conforta gli afflitti e consola gli umili 1 per averci presto rallegrato con l'arrivo tanto propizio di Quinto, nostro fratello e collega nel sacerdozio, e dei suoi compagni di traversata e ringrazio altresì la sincerità del tuo cuore mentre rispondo alla lettera della Santità tua che ce ne dava la notizia; rispondo approfittando dell'occasione, che proprio ora mi si è offerta del figlio nostro Rufino, nostro collega nel diaconato. E' partito difatti dal porto di Ippona. Approvo il consiglio di misericordia, che il Signore ti ha ispirato e di cui hai cortesemente messo a parte anche me: lo favorisca e lo faccia riuscire bene Iddio, che già in gran parte ha alleviata la mia ansia col far giungere quel prete, di cui mi parli tanto bene e mi è carissimo, non solo per le sue buone opere, ma, anche per le tue sante preghiere.


Invia copia di lettere non giunte a Paolino.

1. 2. Mi è giunta la lettera della tua Reverenza, nella quale mi poni molti quesiti e m'inviti a fare ricerche e, mentre chiedi il mio parere, mi dai degli insegnamenti. Ma, come ho potuto costatare da questa tua ultima lettera, non è stata recapitata alla tua Reverenza quella che t'inviai senza indugio in risposta ai tuoi quesiti per mezzo di persone da cui viene la nostra santa consolazione. Purtroppo non sono riuscito a ricordarmi in qual modo e in qual senso rispondevo con quella lettera ad alcuni tuoi quesiti e non ho potuto nemmeno rintracciarne la copia per fare un riscontro. Sono tuttora sicurissimo di aver risposto ad alcuni quesiti, ma non a tutti, poiché la fretta del latore mi faceva pressione perché la terminassi presto. Contemporaneamente t'avevo spedito anche, come mi chiedevi, la copia della lettera, che avevo scritta in risposta alla tua Carità e inviata a Cartagine, riguardo alla risurrezione dei corpi, in cui era venuta fuori la questione dell'uso che avremmo fatto delle membra. Adesso quindi t'invio la copia di tale lettera e quella d'una altra lettera che presumo non sia giunta nelle tue mani neppure essa, dato che mi interroghi di nuovo su certi argomenti, a cui, leggendo, ricordo di aver già risposto allora. Ma non so più per mezzo di chi te l'ho spedita. Come lo attesta la medesima lettera, gli scritti della tua Carità, ai quali risposi con quella mia lettera, mi furono inviati da Ippona da parte dei nostri, quando mi trovavo presso il santo nostro fratello Bonifacio, collega nell'episcopato, ma non vidi il latore e risposi immediatamente per iscritto.


Risposta al primo quesito sul Salmo 16, 14a.

1. 3. Allora, come ti scrissi, non avevo potuto consultare i manoscritti greci circa alcuni versetti del salmo decimo sesto: in seguito li trovai e li consultai. Uno recava la lezione dei nostri manoscritti latini:Signore, mandali in rovina e disperdili dalla terra 2Un altro recava la lezione concordante con la tua: " (Separali) dal piccolo numero della terra ". Il senso della prima lezione è chiaro: " Sopprimili dalla terra, che tu hai loro data, e disperdili tra i pagani ". Questo accadde loro, quando furono vinti e sterminati in una terribile guerra. Non vedo invece in qual senso si debba intendere l'altra lezione, senonché, a paragone del gran numero (degli Ebrei) periti, si salvò solo una piccola parte dei restanti, precisamente in rapporto al pochi, dai quali la Sacra Scrittura preannunziò che dovevano essere spartiti, cioè divisi e separati, tutti gli altri, dicendo: Signore, a eccezione dei pochi, cioè del piccolo numero di coloro che hai risparmiati tra quella gente, disperdili dalla terra. Per " terra " bisogna intendere la Chiesa e l'eredità dei fedeli e dei santi, la quale è chiamata anche terra dei viventi 3, la quale può essere indicata anche nel passo evangelico che dice: Beati i mansueti, poiché possederanno in eredità la terra 4All'espressione:Separali ad eccezione dei pochi dalla terra fu aggiunto: nella loro vita, perché si capisse chiaramente che ciò sarebbe dovuto accadere durante la loro vita terrena. Difatti molti vengono separati dalla Chiesa, ma solo quando muoiono; mentre invece vivono, sembrano uniti alla Chiesa per mezzo della comunione dei sacramenti e dell'unità cattolica. Costoro dunque sono separati dal piccolo numero di coloro che credettero, dalla terra coltivata come un campo proprio dall'agricoltore che è il Padre 5; rimangono poi separati durante la loro vita, cioè quaggiù, come vediamo chiaramente. Il versetto seguente del salmo dice: E dei tuoi segreti s'è riempito il loro ventre, cioè, oltre al fatto di rimanere separati notoriamente, il loro ventre s'è riempito anche delle tue segrete sentenze che tu pronunci alla occulta coscienza dei malvagi. Per " ventre " il salmista volle indicare i segreti dei pensieri più interni e reconditi.


Si spiega il v. 14b.

1. 4. Ho già detto che cosa mi sembra voglia dire il versetto che segue: Si saziarono di carne porcina. Ma la lezione degli altri manoscritti greci, ai quali si attribuisce una fedeltà più, aderente al testo originale, poiché gli esemplari più accurati, mediante il segno dell'accento proprio della scrittura greca, dissipano l'ambiguità d'una stessa parola greca, tale lezione - dico - è bensì piuttosto oscura, ma sembra meglio accordarsi con un senso preferibile. Il Salmista aveva detto: Il loro ventre si è riempito dei tuoi segreti. Con queste parole volle significare gli occulti disegni di Dio, poiché occultamente infelici, anche se godono nei mali, sono tutti coloro che Dio abbandona ai malvagi desideri del loro cuore 6. Come se si fosse chiesto al Salmista in qual modo si possano conoscere coloro, che occultamente sono pieni dell'ira di Dio, e avesse risposto con le parole scritte nel Vangelo: Li conoscerete dai loro frutti 7Continuando. poi: Si saziarono dei figli, cioè dei frutti o, per dirla più esplicitamente, delle loro opere. Ecco perché in un altro passo si legge: Ecco, ha partorito l'ingiustizia, ha concepito il dolore e ha partorito l'iniquità 8e in un altro passo: La concupiscenza poi, quando ha concepito, partorisce il peccato 9I figli malvagi sono, dunque, le opere cattive, da cui si riconoscono anche coloro che, nell'intimo dei loro pensieri, come in un ventre, sono ripieni delle occulte sentenze di condanna pronunciate da Dio. Le opere buone invece sono i figli buoni. Parlando alla Chiesa, sua sposa, (Cristo) così dice: I tuoi denti sono come un gregge di pecore tosate che escono dal lavacro; tutte figliano i gemelli e fra esse non ce n'è neppure una sterile 10Nei loro gemelli si deve riconoscere la duplice azione della carità, cioè, verso Dio Signore e verso il prossimo. Questi due precetti compendiano tutta la Legge e i Profeti 11.


Che significa: Saturati sunt filiis.

1. 5. Questo significato, che attribuisco ora alla frase: Si saziarono di figli, non mi era venuto alla mente nella prima risposta; ma riesaminai attentamente una brevissima esposizione del medesimo salmo, che avevo già dettata prima e mi accorsi di avere toccato questo punto appena di sfuggita. Consultai anche le edizioni greche, per vedere se in esse la parola filiis fosse un dativo o un genitivo, usato in quella lingua invece dell'ablativo, e trovai che era genitivo; traducendo il termine alla lettera, si sarebbe scritto: Saturati sunt filiorum; ma il traduttore latino ne espresse bene il senso, e seguendo le regole della sua lingua, scrisse: Saturati sunt filiis. Quanto alla frase che viene dopo: e lasciarono i resti ai loro piccoli, penso che per " piccoli " debbano intendersi evidentemente i figli della carne. Perciò anche preferendo il terminefiliis all'altro porcina, resta il medesimo senso dell'altra frase: Il sangue di costui sopra noi e sopra i nostri figli 12. In questo senso appunto gli empi lasciarono ai propri figli gli avanzi delle loro azioni inique.


Risposta al secondo quesito sul Salmo 15, 2.

1. 6. Nella frase del salmo decimo quinto: Rese (oppure: renda) mirabili tutte le disposizioni della sua volontà in mezzo ad essi 13, nulla impedisce di leggere in illis (" in essi ") invece che inter illos (" in mezzo ad essi "), anzi quest'ultima lezione sembra la più giusta. Così appunto si legge nei manoscritti greci. Ma spesso, quando in quella lingua ricorre in illis, i nostri traducono inter illos ogniqualvolta ciò sembra adattarsi al senso. Possiamo dunque accogliere la lezione confermata da parecchi codici: A pro' dei santi che sono nella terra di Lui rese mirabili in essi tutte le disposizioni della sua volontà, e possiamo intendere volontà nel senso dei suoi doni di grazia, largiti gratuitamente, ossia non dovuti ma concessi di propria volontà. Ecco perché sta scritto: Ci hai circondati quasi con lo scudo della tua benevolenza 14 e: Mi hai guidato con la tua volontà 15; e: Ci generò volontariamente mediante la parola della verità 16; e: Tu, o Dio, riservi una pioggia volontaria per i tuoi eredi 17; e: Dividendo a ciascuno i propri doni, come vuole 18. E così innumerevoli altri simili passi. In quali persone inoltre egli mostrò tutte le mirabili disposizioni della sua volontà, se non nei santi, che sono sulla sua terra? Ora, se il termine " terra ", come ho mostrato più sopra, può essere preso in un senso non peggiorativo, anche quando non c'è l'aggiunta di eius, cioè " sua ", quanto più avrà questo senso quando è detto terra eius, cioè " la sua terra ". Dio dunque mostrò mirabili tutte le disposizioni della sua volontà a loro riguardo, perché li liberò in modo miracoloso dalla disperazione.


La Legge e la grazia.

1. 7. Compreso di questa ammirazione l'Apostolo esclama: O profonda ricchezza della sapienza e della scienza di Dio! 19 Egli poco prima aveva detto: Dio lasciò tutti nell'infedeltà, per usare misericordia con tutti 20Lo stesso concetto esprime il salmo, dicendo: Si moltiplicarono le loro debolezze (morali); poi si affrettarono 21. Il Salmista usò il termine " debolezze " nel senso di " peccati ", come l'Apostolo chiama infermi gli empi, quando parla ai Romani: Se infatti è vero che Cristo è morto per gli empi, al momento fissato, mentre eravamo infermi 22Poco dopo, ripetendo lo stesso pensiero, dice: Dio ci dà la prova più efficace del suo grande amore per noi, poiché, quando eravamo ancor peccatori, Cristo mori per noi 23chiama qui peccatori quelli che prima aveva chiamato infermi. Così pure, svolgendo il medesimo concetto con altre parole, soggiunge: Se noi, ch'eravamo nemici, ci siamo riconciliati con Dio, mediante la morte del Figlio suo 24. Perciò la frase: Si moltiplicarono le loro infermità va intesa come quest'altra: " Si moltiplicarono i loro peccati " Subentrò infatti la Legge, perché abbondasse il peccato; ma siccome dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia 25, perciò in seguito si affrettarono. Cristo infatti non venne a chiamare i giusti, ma i peccatori: perché del medico han bisogno non i sani, ma i malati 26. Ora le infermità di costoro s'erano moltiplicate al punto che, per risanarli, c'era bisogno della medicina di una grazia sovrabbondante e che amasse molto colui al quale si rimettono molti peccati 27.


Si spiega Salmo 15, 4.

1. 8. Ciò era simbolizzato ma non effettuato dalla cenere della vacca sacrificata, dall'aspersione del sangue e dal moltiplicarsi di vittime cruente. Ecco perché il Salmista soggiunge: Non riunirò le loro assemblee ove si versa il sangue 28; cioè degli animali offerti in sacrificio che s'immolavano a prefigurare il sangue di Cristo. Né ricorderò i loro nomi con le mie labbra, poiché i loro nomi erano sinonimi delle numerose infermità e cioè: fornicatori, idolatri, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, rapaci, ubriaconi, detrattori, e tutti gli altri viziosi che non possederanno il regno di Dio 29. Ma allorché, abbandonando il peccato, sovrabbondò la grazia 30in seguito si affrettarono. E tali erano certamente, ma vennero lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio 31. Egli perciò non ricorderà i loro nomi con le sue labbra 32. I manoscritti più corretti e più autorevoli non recano la lezione voluntates suas ("le sue disposizioni") bensì voluntates meas ("le mie disposizioni") ch'è altrettanto valida, perché si parla in persona del Figlio. E' Lui in persona a parlare e Lui denotano evidentemente le parole che usano gli Apostoli: Non lascerai l'anima mia nell'inferno e non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione 33. Perfettamente identici sono infatti i doni di grazia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e perciò il Figlio può dire giustissimamente: le disposizioni della propria volontà.


Risposta al quesito sul Salmo 58, 12.

1. 9. Quanto poi alla frase riguardante i Giudei che si trova nel salmo 58: Non ucciderli, affinché non si dimentichino della tua Legge 34, mi pare che sia giusto intenderla come una profezia relativa a quel popolo, che cioè, sebbene vinto in guerra e distrutto, non avrebbe abbracciato le superstizioni del popolo vincitore, ma sarebbe rimasto fedele alla Legge antica, affinché in esso ci fosse la testimonianza delle Scritture Sacre in tutto il mondo, dovendo poi da esso nascere la Chiesa. Con nessun documento più evidente di questo si mostra ai pagani un fatto che riesce sommamente più salutare mettere in risalto, che cioè non si tratta di un progetto inaspettato e improvviso dello spirito della presunzione umana, che il nome di Cristo goda di si grande autorità riguardo alla speranza dell'eterna salvezza, ma di un fatto preannunciato dalla S. Scrittura tanti secoli prima di Lui. Infatti che cos'altro sarebbe giudicata la profezia medesima se non un'invenzione nostra, qualora non fosse comprovata dai libri dei nostri avversari? Perciò sta scritto: Non ucciderli; vale a dire, non cancellare il nome di questo popolo, perché un giorno non dimentichino la tua Legge. Ciò sarebbe accaduto senz'altro, se i Giudei, costretti a osservare in pieno i riti e i sacrifici dei pagani, non avessero potuto conservare neppure il nome della loro religione. Quale prefigurazione di quel popolo è quel che afferma la Sacra Scrittura di Caino, che il Signore impresse su di lui un segno di riconoscimento, perché nessuno lo uccidesse 35. Infine, dopo aver detto: Non ucciderli, perché non dimentichino la tua Legge, come se chiedesse che cosa dovesse farsi di quella gente, perché non venisse uccisa, cioè venisse estinta e dimenticasse la Legge di Dio, affinché testimoniasse in qualche modo la verità, soggiunse: Disperdili con la tua potenza 36. Se, infatti, i Giudei fossero rimasti in un solo luogo della terra, non avrebbero giovato con la loro testimonianza alla predicazione del Vangelo, che porta i suoi frutti in tutto il mondo. Ecco perché sta scritto: Disperdili con la tua potenza, acciocché siano testimoni di Colui del quale furono negatori, persecutori, uccisori, e lo siano per mezzo della Legge stessa, che non dimenticano, e nella quale è preannunziato Colui che essi non seguono. Ma ad essi nulla giova il fatto di non dimenticare la Legge, poiché altro è avere nella memoria la Legge di Dio, altro è comprenderla e praticarla.


Risposta al quesito sul Salmo 67, 22.

1. 10. Mi chiedi poi il significato della frase che ricorre nel salmo 67: Ma Dio schiaccerà la testa dei suoi nemici, la cima dei capelli di coloro che camminano nei loro peccati 37Mi sembra voglia dire semplicemente che Dio schiaccerà la testa dei suoi nemici, che troppo insuperbiscono e troppo si esaltano nei loro peccati. Con un'iperbole volle indicare la superbia, che innalza la cresta, incede con tanta protervia da dare l'impressione di calpestare, camminando, la cima dei capelli. Mi chiedi poi spiegazione delle parole scritte nel medesimo salmo: La lingua dei cani i quali per opera di Lui diventano tuoi da nemici che erano 38Non sempre i cani vanno intesi in senso cattivo, altrimenti non verrebbero biasimati dal profeta Isaia i cani muti, che non sanno abbaiare e hanno voglia di sonnecchiare 39; sarebbero certo cani degni di lode, se sapessero abbaiare e avessero voglia di far la guardia. E certo quei trecento, numero di profondo senso mistico per la lettera della croce, che bevvero l'acqua lambendola come cani 40, non sarebbero stati scelti per conseguire la vittoria, se non fossero stati il simbolo di qualcosa di grande. I buoni cani vegliano e abbaiano a difesa della casa e del padrone, del gregge e del pastore. Infine anche nel nostro salmo, fra le lodi della Chiesa, espresse in forma profetica, è ricordata la lingua dei cani, ma non si parla di denti. Il salmista, dunque, dice: Dei cani tuoi da nemici, cioè che da nemici diventano cani tuoi e abbaiano per te, mentre prima incrudelivano contro di te. Aggiunse poi: per opera di Lui, affinché essi intendessero che questo non era accaduto per merito loro, ma per opera di Lui, cioè per sua misericordia e grazia.


Risposta al quesito su Eph 4, 11.

2. 11. Riguardo ai profeti di cui parla l'Apostolo ove dice: Dio ha costituito alcuni come apostoli, altri come profeti nella Chiesa 41intendo, come tu stesso hai scritto, che sono stati chiamati profeti in questo passo quelli, nel numero dei quali era Agabo 42, non quelli che predissero la venuta del Signore in carne. Troviamo poi tra gli evangelisti alcuni come Luca e Marco che non si legge fossero Apostoli. Quanto inoltre, ai pastori e dottori, che hai voluto che distinguessi in particolar modo io penso che siano le medesime persone, come è parso anche a te, sicché non c'è bisogno d'intendere alcuni come pastori e altri come dottori. L'Apostolo, dopo aver parlato di " pastori ", aggiunse " dottori ", per far capire ai pastori che era loro dovere l'insegnare. Non disse perciò: Alcuni costituì quali pastori, altri quali dottori, come aveva distinto le precedenti categorie di persone, con lo stesso modo di esprimersi: Alcuni apostoli, altri invece profeti, altri poi evangelisti, ma con due termini abbracciò un unico e medesimo ufficio: altri poi pastori e dottori.


Risposta al quesito su 1 Tim 2, 1.

2. 12. Assai difficile a distinguersi è il senso dei termini, usati dall'Apostolo, nella Lettera a Timoteo: Ti scongiuro dunque innanzitutto che si facciano suppliche, preghiere, istanze e ringraziamenti 43La distinzione dev'essere fatta tenendo presente la lingua greca, poiché non si trova quasi alcuno dei nostri traduttori che si sia preoccupato di tradurli in latino con diligenza e perizia. Ecco infatti come li hai resi tu stesso: Obsecro fieri obsecrationes, mentre l'Apostolo, che scrisse l'epistola in greco, non usò per i due concetti lo stesso verbo. Al posto del verbo latino obsecro ("scongiuro"), egli disse in greco: ("raccomando"). Al posto di obsecrationes, come ha il vostro traduttore latino, l'Apostolo usò  ("suppliche"). Per di più, altri manoscritti, fra i quali i nostri, hanno deprecationes e non obsecrationes. Le tre parole che seguono: orationes, interpellationes, gratiarum actiones, si trovano nella maggior parte dei manoscritti latini.


Differenza tra precationes, deprecationes, orationes.

2. 13. Se quindi volessimo distinguere questi termini secondo la proprietà della lingua latina parlata, forse manterremmo un senso nostro o qualsiasi altro: ma sarebbe un miracolo, se riuscissimo a mantenere il senso espresso dalla lingua greca o dall'uso corrente di quella lingua. Molti dei nostri credono che precatio deprecatio significhino la medesima cosa e una tale opinione è ormai prevalsa, senz'altro, nell'uso quotidiano. Ma coloro, che parlavano con maggiore precisione il latino, usavano la parola precatio per desiderare dei beni, deprecatio invece per evitare dei mali. Dicevano che precari voleva dire " desiderare pregando (precando) dei beni ", mentre imprecari (ossia " desiderare ") il male equivaleva a ciò che si dice volgarmente " maledire, deprecari invece voleva dire " allontanare i mali pregando ". Ma continuiamo ormai a seguire l'uso del parlare abituale e, sia che troviamo precationes, sia deprecationes, che i Greci dicono , non preoccupiamoci di correggere. Quanto al termine orationes con cui vien tradotto il greco  assolutamente difficile distinguerlo dai termini latini preces precationes. Alcuni manoscritti, invece di orationes hanno adorationes, perché in greco non è detto  ma . Non credo che tale traduzione sia esatta, poiché è risaputo che per dire orationes i Greci usano il termine . In effetti altro è pregare, altro adorare. Non è questo il verbo che si usa in greco, ma un altro, nella frase: Adorerai il Signore Dio tuo 44 e: mi prostrerò in adorazione presso il tuo santo tempio 45, e in altre frasi somiglianti.

 continua..........




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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29/06/2016 00.12
 
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Intepellationes e postulationes sinonimi di *Enteuxeis*

2. 14. In luogo di interpellationes, che hanno i nostri esemplari, tu hai scritto postulationes, conforme - suppongo - ai vostri manoscritti. Con due diversi termini tradussero i nostri l'unico termine greco  alcuni cioè tradussero postulationes, altri interpellationes. Naturalmente tu sai bene che una cosa è interpellare, un'altra postulare. Noi infatti non siamo soliti dire: Postulant interpellaturi, (" fanno un'istanza per interpellare "), ma interpellant postulaturi, cioè " interpellano per fare un'istanza ". Tuttavia un termine usato nel senso di un altro affine, il cui senso è reso chiaro per così dire da quello affine, non è da bollare come un errore. Dello stesso nostro Signore Gesù Cristo è detto che intercede per noi 46forse che intercede senza anche domandare? Anzi, proprio perché domanda,- è detto che intercede. In un altro passo è detto di Lui chiaramente: Se qualcuno ha peccato, abbiamo come difensore, presso il Padre, Gesù Cristo, il Giusto, ed Egli è l'intercessore per i nostri peccati 47. Può darsi che anche in questo passo, che riguarda il Signore Gesù Cristo, i vostri manoscritti non abbiano interpellat (" intercede "), ma postulat pro nobis (" domanda per noi "). Nel testo greco infatti il termine corrispondente ainterpellationes (" istanze ") e che tu hai tradotto con postulationes (" domande ") è il medesimo usato nel passo della Scrittura che dice: intercede per noi.

Precatio, oratio, interpellatio, postulatio.

2. 15. Siccome quindi chi supplica, prega e chi prega, supplica e chi interpella Dio, lo fa per pregarlo e supplicarlo, che cosa significa questa distinzione fatta dall'Apostolo e che noi non dobbiamo trascurare? Lasciando da parte il significato generico e l'uso ordinario di parlare, secondo il quale sia che si dica precatio, sia oratio, sia interpellatio, sia postulatio, s'intende sempre la stessa e unica cosa, cioè la preghiera, bisogna tuttavia ricercare il significato proprio e particolare di ciascuno di questi termini ma è difficile trovarne uno chiaro e preciso, poiché in questo campo si possono fare molte affermazioni criticabili.

Significato proprio dei suddetti termini.

2. 16. Orbene, io preferisco dare a questi vocaboli il significato che è solita dare tutta o quasi tutta la Chiesa, intendendo per precationes le preghiere, che recitiamo nella celebrazione dei sacri misteri, prima d'iniziare a benedire le oblate poste sulla mensa del Signore; per orationes le preghiere che recitiamo, quando si benedicono e si consacrano, e si spezzano per distribuirle ai fedeli: questa preghiera è conclusa da quasi tutta la Chiesa con l'orazione del Signore. A intendere così, ci aiuta anche l'etimologia della parola greca. Difatti raramente la Sacra Scrittura usa la parola  per indicare orationem, ma per lo più, anzi, più frequentemente chiama  il votum (voto, supplica, preghiera) e chiama sempre orationem (orazione), la parola greca di cui ci stiamo, occupando. Alcuni, come ho già detto poco prima, comprendendo meno bene l'etimologia della parola, vollero tradurre il termine  con adorationem, anzichè con orationem: ma adoratio corrisponde piuttosto al termine greco. Siccome però oratio si dice talvolta , hanno pensato che  fosse adoratio. Inoltre se, come ho detto, nelle Sacre Scritture  si traduce più frequentemente con votum, lasciando da parte il termine generico di preghiera, per orazione dobbiamo intendere in senso proprio quella che formuliamo per un voto, cioè . Orbene, si fa voto a Dio di tutto ciò che gli si offre, soprattutto l'offerta del santo altare, col quale mistero si designa il nostro massimo voto, per cui ci consacriamo a rimanere in Cristo, cioè nell'unità del corpo di Cristo. Il significato segreto e profondo di questa realtà divina è che essendo il pane uno solo, noi, benché siamo molti, formiamo un unico corpo 48Penso quindi che nella preparazione di questo rito sacro l'Apostolo esortasse, precisamente a fare delle  cioè delle orazioni o adorazioni, come traducono alcuni meno bene poiché quel termine vuol dire preparazione al voto, il quale nella Scrittura si chiama più frequentemente . Le interpellationes o, come recano i vostri manoscritti, postulationes, hanno luogo quando si benedice il popolo: allora infatti i vescovi, come avvocati difensori, presentano alla onnipotente misericordia di Dio i loro protetti con l'imposizione della mano. Terminato questo, rito con la partecipazione dei fedeli all'Eucarestia, il rito sacro della Messa si conclude col rendimento di grazie, messo in risalto come ultimo atto dall'Apostolo anche in questi termini.

Cristo, unica via di salvezza.

2. 17. Il motivo principale, per cui l'Apostolo disse queste cose fu quello che, dopo aver indicato assai brevemente queste specie di preghiera, non, si pensasse che fosse da trascurare quanto dice subito dopo: di pregare cioè per tutti gli uomini, per i re e per le autorità costituite, affinché trascorriamo una vita pacifica e tranquilla, con tutta pietà e carità 49Volle che nessuno pensasse, data la debolezza del pensiero umano, che non si dovesse pregare per coloro dai quali la Chiesa soffriva persecuzione, dato che le membra di Cristo si dovevano raccogliere tra gente d'ogni razza. Ecco perché subito dopo afferma: La pratica(di pregare così) è buona e gradita a Dio, Salvatore nostro, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla piena conoscenza della verità 50. E perché nessuno dicesse che per salvarsi bastasse una condotta buona e prestare il culto all'unico e onnipotente Dio senza la partecipazione al corpo e al sangue di Cristo: C'è un sol Dio, aggiunse, e un solo mediatore fra Dio e gli uomini, cioè l'uomo Gesù Cristo.L'Apostolo parla così per far capire che l'altra sua affermazione: Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi non si attua in nessun altro modo se non per mezzo del Mediatore Gesù Cristo, non in quanto Dio e nello stesso tempo Verbo eterno, ma in quanto uomo, poiché il Verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi 51.

Spiega Rom 11, 28: perché esistono i reprobi.

2. 18. Non t'impressioni ciò che lo stesso Apostolo dice dei Giudei: Riguardo al Vangelo, sono bensì nemici per motivo di voi ma, per quanto concerne l'elezione (alla grazia), sono amati per motivo dei loro antenati 52Poiché la profondità dei tesori della sapienza e scienza di Dio, i suoi imperscrutabili disegni e il suo incomprensibile modo d'agire 53, generano grande stupore nei cuori dei fedeli che non dubitano della sapienza di Dio, la quale si estende da un estremo all'altro, con fortezza, e dispone con soavità tutte le cose 54, ma non sanno spiegarsi perché a Lui piaccia di far nascere, crescere, moltiplicarsi coloro che Egli, pur non avendoli creati cattivi, sapeva che sarebbero diventati cattivi. Troppo profonde e nascoste sono le sue disposizioni con cui fa servire al bene anche i malvagi a vantaggio dei buoni, facendo risplendere anche in ciò l'onnipotenza della sua bontà. Come è proprio della malvagità dei cattivi fare cattivo uso delle buone opere di Dio, così è proprio della sapienza di Dio fare buon uso delle cattive opere dei malvagi.

Il mistero della salvezza.

2. 19. Ecco in qual modo l'Apostolo mette in rilievo la profondità di questo piano misterioso : Non voglio, o fratelli, che ignoriate questa disposizione misteriosa di Dio affinché non siate sapienti ai vostri occhi, poiché in Israele solo parzialmente si è prodotto un accecamento che durerà finché non sarà entrata nel Vangelo la totalità dei pagani e così tutto Israele sarà salvato 55Dice: parzialmente, perché non tutti rimasero ciechi alla verità: c'erano fra di loro alcuni che credettero in Cristo. Entra poi (nel Vangelo) la totalità dei pagani, formata da quanti furono chiamati secondo l'arcana disposizione di Dio e così sarà salvo tutto Israele, perché dei Giudei e dei pagani, che furono chiamati secondo l'arcano disegno divino 56, si forma il vero Israele, di cui lo stesso Apostolo dice: La pace sarà anche sopra l'Israele di Dio 57. Gli altri Israeliti li chiama Israele secondo la carne: Guardate - dice - l'Israele secondo la carne 58Paolo inserisce poi la testimonianza del Profeta: Verrà da Sion chi rimuoverà e stornerà da Giacobbe l'empietà: e questo è il patto che farò con loro, quando cancellerò i loro peccati 59Non di tutti i Giudei - s'intende - ma degli eletti.

La parte per il tutto nel linguaggio della S. Scrittura.

2. 20. Paolo prosegue poi con le parole, che hai sottoposte al mio giudizio: Riguardo poi al Vangelo essi sono motivo di voi. Il prezzo della nostra redenzione è il sangue di Cristo, che certo non poté essere ucciso se non dai suoi nemici. Ecco qui l'uso che Dio fa dei malvagi a vantaggio dei buoni. Con l'aggiungere: Ma riguardo all'elezione sono amati a causa dei loro padri, Paolo fa vedere che sono amati non come nemici, ma come eletti. Le Sacre Scritture han l'abitudine di parlare della parte come se si trattasse del tutto. Così, al principio della sua lettera ai Corinti, li loda come se degni di lode fossero tutti, mentre lo erano solo alcuni. Più avanti, in alcuni passi della medesima lettera, li rimprovera come se fossero tutti colpevoli, a causa di alcuni che erano tali. Chiunque considera attentamente quest'abitudine delle Sacre Scritture, che ricorre assai spesso nella raccolta delle lettere di S. Paolo, n'esce a spiegare molte apparenti contraddizioni. Paolo, dunque, chiama alcuni nemici, altri amici: ma siccome formavano un solo popolo, si ha l'impressione, che li chiami tutti con lo stesso appellativo. D'altronde molti degli stessi nemici, che, crocifissero il Signore, si convertirono e apparvero eletti. Riguardo all'inizio. della salvezza, essi furono eletti, quando si convertirono, ma riguardo alla prescienza di Dio, non furono eletti allora, bensì prima ancora della creazione del mondo 60come dice lo stesso Apostolo. Così per due motivi diversi sono nemici ed amici di Dio: sia perché gli uni e gli altri appartenevano allo stesso popolo, sia perché dei nemici che incrudelirono sino a macchiarsi del sangue di Cristo, alcuni erano diventati amici, secondo l'elezione, che era nascosta nella prescienza di Dio, L'Apostolo aggiunse: a causa dei loro padri, perché bisognava che si adempisse la promessa fatta ai Patriarchi, come dice espressamente alla fine della lettera ai Romani: Io affermo che, Cristo si è fatto ministro dei, circoncisi per dimostrare la veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai Patriarchi, mentre i Pagani devono dar gloria a Dio per la sua misericordia usata verso di loro 61Secondo questa misericordia, disse: Nemici per motivo di voi, come aveva detto anche sopra: Dal loro peccato è derivata la salvezza per i pagani.

I predestinati.

2. 21. Dopo aver detto: Secondo l'elezione alla fede, sono amati per amore dei loro padri, Paolo aggiunse: Poiché i doni e la vocazione di Dio non vanno soggetti a pentimento. Da queste parole tu comprendi che sono indicati coloro che appartengono al numero dei predestinati. Di essi l'Apostolo in, un altro passo dice: Sappiamo che per quelli che amano Dio ogni cosa cospira a buon esito, per quelli cioè che sono stati chiamati alla salvezza secondo il suo disegno 62. Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti 63. Gli eletti però sono quelli chiamati secondo il disegno divino, e nei riguardi di essi non può affatto ingannarsi la prescienza di Dio: Coloro infatti che Dio ha preconosciuti e predestinati, li ha voluti pure conformi all'immagine del Figlio suo, affinché Egli sia come il primogenito tra molti fratelli. Quelli poi che li ha predestinati, li ha pure chiamati 64Ecco la vocazione secondo il disegno divino che quindi non ammette pentimento. Quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati: e quelli che ha giustificati, li ha pure glorificati. Se Dio è per noi, chi mai sarà contro di noi? 65

Perchè solo alcuni sono predestinati.

2. 22. Non sono compresi in questa vocazione coloro che, pur vivendo un po' di tempo nella fede, la quale opera per mezzo della carità 66, non vi perseverano sino alla fine. Certo potrebbero essere strappati da questa vita, perché la malizia non guastasse il loro modo di pensare 67, se facessero parte di quella predestinazione e vocazione ad essi offerta conforme al disegno divino e non soggetta a pentimento. Ma nessuno giudichi con tanta presunzione i segreti pensieri degli altri da affermare: Non furono tolti da questa vita prima di diventare apostati dalla fede ' perché in questa vita non si comportarono secondo i precetti della fede e Dio ben lo leggeva nei loro cuori, benché agli uomini sembrasse diversamente. Che cosa un tal presuntuoso dovrebbe infatti dire dei bambini appena nati che, per la maggior parte, se partissero subito da questa vita dopo aver ricevuto in quella tenera età il sacramento della grazia, senza dubbio apparterrebbero alla vita eterna e al regno dei cieli, mentre Dio li lascia crescere e alcuni diventano perfino apostati? Perché avviene ciò, se non perché non appartengono alla predestinazione e alla vocazione, conforme alla libera decisione di Dio, giammai soggetta a pentimento da parte sua? Il motivo poi per cui alcuni vi appartengano, altri no, può essere occulto, ma non può essere ingiusto. Ci può essere forse ingiustizia in Dio? No, assolutamente! 68 Anche ciò fa parte di quella profondità di decisioni, a considerar la quale l'Apostolo rimase stupito e quasi spaventato. Egli chiama giudizi le decisioni di Dio, perché non si creda che siano effetto dell'iniquità o della temerità del loro autore o perché qualche cosa accada per caso e senza un disegno prestabilito nel corso dei secoli che Dio ha disposti con somma sapienza.

Risposta al quesito preso da Col 2, 18.

2. 23. Ancora non comprendo neppure io del tutto chiaramente il significato dell'espressione che è nell'epistola ai Colossesi: Nessuno vi tragga in inganno con falsa umiltà 69 con tutto il resto che, a quanto dici, ti risulta oscuro. Oh se me lo avessi domandato a viva voce! Poiché, per esprimere il giusto senso, che mi pare di scorgere in queste parole, bisognerebbe dare un'espressione particolare al volto e un tono speciale alla voce, che non può esprimersi per iscritto, perché risulti chiaro almeno in parte. Il senso diventa ancor più oscuro, poiché, a mio giudizio, non è pronunziato esattamente. In realtà quando si legge scritto: Non prendete, non mangiate, non toccate 70, si considera come un precetto dell'Apostolo, che proibirebbe di prendere, mangiare, toccare non so che cosa. Invece è il contrario, se pure, in tanta oscurità, non m'inganno. Paolo usò ironicamente queste espressioni di coloro, dai quali non voleva che fossero ingannati e sedotti coloro i quali, distinguendo i cibi secondo un superstizioso culto degli angeli e giudicando di questo mondo, anche in base a tali superstizioni, dicono: Non prendete, non mangiate, non toccate, mentre al contrario ogni cosa è pura per i puri di cuore 71, e ogni cosa creata da Dio è buona 72; come spiega chiaramente lo stesso Apostolo in un altro passo 73.

Respingere le superstizioni e seduzioni dei filosofi.

2. 24. Esaminiamo dunque tutto il contesto della frase: così, dopo avere capito a fondo l'intenzione dell'Apostolo, riusciremo forse a coglierne, per quanto ci è possibile, il senso. Orbene, Paolo temeva che i destinatari della sua lettera fossero ingannati dalle ombre delle cose sotto l'allettante pretesto della scienza e allontanati dalla luce della verità, che risiede in Gesù Cristo nostro Signore. Capiva bene che i fedeli dovevano guardarsi, sotto il nome capzioso di saggezza o di scienza, dalla preoccupazione di vane e superflue osservanze, dalle superstizioni dei pagani, soprattutto da quelli chiamati filosofi e dal Giudaismo, dove c'erano da rimuovere le cose ch'erano figure simboliche delle cose future, poiché era già venuta la luce che le spiegava, cioè Cristo. Dopo aver ricordato e messo in rilievo tutte le lotte che doveva soffrire per essi, per i Cristiani di Laodicea e per quanti non lo avevano conosciuto di persona, affinché si consolassero nel cuore, uniti nell'amore e in tutti i tesori della completa intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza 74, li esortò a questo modo: Questo poi io lo dico, perché nessuno v'inganni con discorsi, che hanno l'apparenza di verità 75. Poiché essi erano mossi dall'amore della verità, Paolo aveva paura che si lasciassero ingannare dall'apparenza della verità. Raccomandò quindi il tesoro dolcissimo che avevano in Cristo, quello cioè della sapienza e della scienza, dal nome e dalla promessa del quale potevano essere indotti in errore.

Essere uniti a Cristo come il corpo al capo.

2. 25. Poiché anche se io sono assente col corpo - dice l'Apostolo - con lo spirito sono in mezzo a voi rallegrandomi nel costatare la vostra disciplina e ciò che manca alla vostra fede in Dio 76Era in apprensione per essi, perché vedeva ciò che ad essi ancora mancava. Come dunque, continua a dire, avete ricevuto Gesù Cristo nostro Signore, camminate uniti a Lui, ben radicati in Lui ed edificati su di Lui, consolidati nella fede, che v'è stata insegnata, abbondando in ringraziamenti 77. Vuole che si nutrano di fede, per essere capaci di partecipare ai tesori di sapienza e di scienza che sono nascosti in Cristo, per timore che, prima di acquistare tale capacità, siano abbindolati da discorsi che hanno l'apparenza della verità e possano cosi sviarsi dal sentiero della verità. Manifestando quindi più chiaramente quali pericoli tema per loro, prosegue: Badate che nessuno vi accalappi con la sua filosofia vana e ingannatrice, fondata sulla dottrina degli uomini e sui principi elementari del mondo e non sulla dottrina di Cristo: poiché in Lui abita corporalmente tutta la divinità 78Disse corporalmente, perché i seduttori ingannavano mediante vane apparenze; usò un termine traslato, come anche il termine ombra riguardo a questi concetti non è certo appropriato, ma usato metaforicamente per un rapporto di somiglianza. E siete stati riempiti in Lui, continua Paolo, che è il Capo di ogni Principato e di ogni Potestà 79La superstizione dei Pagani o i filosofi seducevano mediante i " principati e le Potestà ", predicando quella ch'essi chiamano teologia, basata sui principi elementari del mondo. Paolo volle che si capisse che Cristo è il Capo e il principio di tutte le cose. Cristo stesso, quando gli fu chiesto: Chi sei tu? rispose: Sono il principio, che parlo anche a voi 80. Poiché ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto 81. In modo sorprendente l'Apostolo vuole far disprezzare ai Colossesi tutte quelle pretese meraviglie, mostrando che essi formano il corpo del Capo, che è Cristo, col dire: E siete ripieni (di sapienza) per mezzo di Lui, che è il Capo di tutti i Principati e di tutte le Potestà.

Per aderire a Dio, rimanere nel corpo di Cristo.

2. 26. Affinché poi non siano ingannati dalle prefigurazioni simboliche del Giudaismo, Paolo soggiunge: In Lui siete stati anche circoncisi, non con la circoncisione fatta da mano di uomo, con l'asportazione di (una parte del) corpo fisico, o come dicono altri manoscritti con l'asportazione dal corpo dei peccati carnali, ma con la circoncisione di Cristo: siete stati sepolti con Lui nel battesimo, in virtù del quale siete anche risuscitati per mezzo della fede nella potenza di Dio, che ha risuscitato Lui dai morti 82Vedi come anche qui l'Apostolo mostra che essi sono il corpo di Cristo, affinché disprezzino le erronee pratiche del mondo, unendosi al loro Capo tanto potente, Gesù Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, senza cercare nessun falso e impotente intermediario, per unirsi a Dio. Voi poi, - soggiunge Paolo - che eravate morti nei peccati e nel prepuzio della vostra carne (chiama prepuzio ciò di cui esso è simbolo, cioè i peccati carnali, di cui ci dobbiamo spogliare). Egli - dice - vi ha richiamati in vita con lui, perdonandovi tutti i peccati, annullando il decreto di condanna firmato contro di noi 83giacché a rendere colpevoli era la Legge, subentrata, perché abbondasse il peccato. Egli, dice Paolo, ha cancellato questo decreto e lo ha inchiodato sulla croce: spogliandosi della sua carne, ha mostrato col suo esempio come si vincono i Principati e le Potestà, trionfando di essi in sé medesimo, con piena libertà 84Non diede certo l'esempio per vincere i principati buoni, ma i cattivi, e così pure le cattive potestà, cioè quelle diaboliche e demoniache; insomma Cristo diede ai suoi seguaci l'esempio che, come egli si spogliò della carne, così dovevano anch'essi spogliarsi dei vizi carnali, per cui i demoni avevano potere su di loro.

Non lasciarsi ingannare da chi affetta umiltà.

2. 27. Considera adesso attentamente quale conclusione tragga Paolo dal suo ragionamento per cui abbiamo ricordato tutto il relativo contesto. Nessuno, dice, vi condanni dunque quanto al cibo 85come se avesse fatto tutto quel discorso poiché, con tali pratiche superstiziose essi erano sviati dalla verità, dalla quale venivano resi liberi della quale nel Vangelo è detto: La verità vi libererà 86cioè " vi renderà liberi ".Nessuno, dunque, vi condanni riguardo al mangiare e al bere o a motivo di feste, di noviluni o di sabati, poiché queste cose non sono che l'ombra di quelle future 87Queste parole furono dette per causa del Giudaismo. Per causa delle superstizioni dei Pagani soggiunge poi: Nessuno v'inganni, poiché siete il corpo di Cristo; è vergognoso - afferma in altre parole - assolutamente assurdo e contrario alla nobiltà della vostra libera condizione che, essendo corpo di Cristo, siate sedotti da ombre, e diate l'impressione di lasciarvi condannare come peccatori, qualora trascuriate di osservare simili pratiche. Essendo dunque corpo di Cristo, nessuno vi condanni facendo finta d'essere umile di cuore 88Se si esprimesse questo concetto con parola greca, sonerebbe anche più familiare alla lingua latina parlata dal popolo. Così per esempio se uno vuol darsi l'aria d'essere ricco, si chiama volgarmente thelodives; chi si dà l'aria d'essere sapiente, thelosapiens, e via di seguito: così anche nel caso nostro thelohumilis, che nella forma più corretta suonathelon humilis, cioè " che vuole, affetta d'essere umile", si spiega così che vuole apparire umile, che finge umiltà. Con siffatte pratiche si pretende rendere umile il cuore dell'uomo, come se rappresentassero la vera religione. Aggiunse poi anche: il culto degli Angeli, o, come recano i vostri manoscritti la religione degli Angeli, che in greco si dice . Con la parola "Angeli" vuole indicare i Principati, venerati come dominatori degli elementi del mondo, che essi credono doveroso onorare con tali pratiche superstiziose.

La suprema superbia è la falsa umiltà.

2. 28. Nessuno dunque, facendo finta d'essere umile di cuore, dice l'Apostolo, poiché siete il corpo di Cristo, v'inganni col culto degli Angeli, cercando d'inculcare ciò che non vide, o come dicono alcuni manoscritti, ciò che vide. Può darsi anche che Paolo volle dire inculcando ciò che non vide, perché gli uomini compiono queste pratiche mossi da congetture e da supposizioni, non perché abbiano la convinzione che si debbano osservare in quel dato modo; oppure disse senz'altro inculcando le cose che vide, cioè tenendole in grande stima, perché le vide praticate in alcuni luoghi da persone alla cui autorità prestava fede anche senza motivi ragionevoli e perciò si crede importante perché ebbe occasione d'assistere ai riti arcani di certi culti. Ma il senso più completo è il seguente: inculcando ciò che non vide, vanamente tronfio della sua mentalità carnale. E' sorprendente come chiami: tronfio dei suoi pensieri carnali colui che poco prima aveva chiamato " theloumile (che affetta d'essere umile) "; ma riguardo all'animo umano succede in modo strano che si gonfi più per falsa umiltà che per superbia, la quale si manifesta apertamente. Non attenendosi al Capo, - soggiunge Paolo - cioè al Cristo, dal quale tutto il corpo, compatto e connesso (con le membra), ricevendo sostentamento e coesione, cresce fino allo sviluppo voluto da Dio. Se siete dunque morti con Cristo agli elementi di questo mondo, perché mai giudicate come se ancora viveste secondo lo spirito del mondo? 89.

Ancora il passo di Col 2, 21.

2. 29. Detto ciò, Paolo introduce le espressioni di coloro che, giudicano di questo mondo in base a queste futili pratiche, che paiono ragionevoli, gonfi d'affettata e falsa umiltà: Non prendete, non mangiate, non toccate 90Per intendere questi precetti dobbiamo ricordare quanto esposto più sopra. Paolo non vuole che i Cristiani siano giudicati riguardo a queste vane prescrizioni formulate con le parole: Non prendete, non mangiate, non toccate; poiché tutte queste cose, egli soggiunge, sono destinate a corrompersi con l'uso che se ne fa 91Egli intende dire che tutte queste cose servono più alla corruzione, quando uno se ne astiene per superstizione, di modo che ne fa un cattivo uso, cioè non ne usa secondo i precetti e le dottrine degli uomini. Ciò è chiaro, ma tu insisti, perché ti spieghi il seguito del passo: Queste pratiche sembrano bensì apparenza di saggezza nella osservanza, nella umiltà di cuore e nella mortificazione del corpo o, secondo la tradizione di altri, nel non indulgere nel corpo, nel non dargli alcun onore, nel saziare gli appetiti carnali. Tu mi chiedi: " Perché mai Paolo dice che queste pratiche hanno un'apparenza di sapienza, se poi le biasima tanto? ".

La sapienza mondana contraria a quella cristiana.

2. 30. Ti risponderò con una osservazione che potresti costatare da te stesso nelle Scritture: spesso la sapienza è riposta nelle cattedre di questo mondo e la Scrittura la chiama più esplicitamente " sapienza di questo mondo ". Non deve impressionarti il fatto che l'Apostolo, parlando della sapienza, non ha aggiunto la specificazione " di questo mondo ", poiché. non l'ha aggiunta neppure in un altro passo ove esclama:Dov'è il sapiente? Dov'è lo scriba? 92, ma si capisce facilmente. Lo stesso dicasi di codesta "apparenza di. Saggezza". Da costoro difatti, a proposito di queste pratiche superstiziose, non si dice nulla che non abbia una certa apparenza di dimostrazione razionale e sapiente dei principi costitutivi di questo mondo. Infatti quando Paolo dice: Badate che nessuno vi abbindoli per mezzo della filosofia, non aggiunge " di questo mondo ". Che cos'è la filosofia, in lingua latina, se non studium sapientiae (" amore della sapienza ")? Queste prescrizioni, conclude Paolo, hanno una certa relazione con la sapienza, vale a dire che se ne può dare una spiegazione secondo i principi costitutivi di questo mondo, secondo i principati e le potestà. Con le pratiche superstiziose e con affettata umiltà; l'effetto di queste pratiche è quello di umiliare il cuore col vizio della superstizione. Con l'usare severità verso il corpo, in quanto lo si priva di quei cibi, da cui è costretto ad astenersi. Non sono affatto, d'onore nel saziare, l'appetito carnale: perché il corpo non si sazia più onoratamente con questo o con quel cibo, dato che alla sua necessità basta che sia rifocillato e sostenuto con qualsiasi cibo adatto alla salute.

Come mai Cristo risorto fu e non fu riconosciuto.

3. 31. Suol creare difficoltà a molte persone un passo oscuro del Vangelo su cui mi consulti e cioè: come mai il Signore, dopo la risurrezione, essendo risuscitato col medesimo corpo, delle persone di ambo i sessi che lo avevano conosciuto, alcune lo riconobbero ed altre no? Il primo quesito che suole discutersi a tal proposito è se si verificò nel corpo del Signore o. meglio negli occhi di quelle persone un cambiamento che impedisse di riconoscerlo. Quando. infatti Il Vangelo dice: I loro occhi erano impediti dal riconoscerlo 93, sembra. indicare che - negli occhi di coloro che lo guardavano si fosse prodotto qualcosa che impedisse di ravvisarlo. Ma poichè in un altro passo si dice chiaramente: Apparve loro in un altro aspetto 94, ciò sembra indicare che nel corpo medesimo, il cui aspetto era diverso, si fosse verificato per coloro che lo guardavano un tale impedimento che i loro occhi stentarono per un certo tempo a riconoscerlo. Due sono le caratteristiche, per cui si riconosce l'aspetto di ognuno: i lineamenti e il colorito. Stando così le cose, mi meraviglio perché mai quando, prima della risurrezione, Cristo si trasfigurò sul monte Tabor in modo che il suo volto divenne splendente come il sole 95, a nessuno fa difficoltà il fatto che poté cambiare il colorito del suo corpo fino ad assumere il più alto grado di luminosità e di splendore mentre poi si trova difficoltà a spiegare come, dopo la risurrezione, i suoi lineamenti si mutassero tanto che non fu più riconosciuto, e con la stessa facoltà e potenza con cui sul Tabor fece scomparire il primitivo colorito, così dopo la risurrezione cambiò un'altra volta le fattezze naturali. I tre discepoli, davanti ai quali si trasfigurò sul monte Tabor, non lo avrebbero riconosciuto, se in tale aspetto si fosse presentato loro proveniente da un altro luogo: ma siccome stavano con Lui, erano sicurissimi che si trattasse di Lui. Ma con tutto ciò era lo stesso corpo, col quale risuscitò. Orbene, che c'entra questo col nostro argomento? C'entra poiché quello era precisamente il corpo col quale s'era trasfigurato sul monte Tabor, era il corpo che aveva da giovane e col quale era nato; eppure se uno, che lo aveva conosciuto da bambino, lo avesse visto all'improvviso da giovane, non lo avrebbe certo riconosciuto. Forse Dio nella sua potenza non può cambiare rapidamente i lineamenti, come lo può l'età dell'uomo attraverso. il lento scorrere degli anni?

Risposta al quesito tratto da Io 20, 17.

3. 32. Quanto alle parole rivolte da Cristo a Maria (Maddalena): Cessa di toccarmi, poiché non sono ancora asceso presso il Padre 96; sappi che le ho intese in un senso diverso dal tuo. Cristo volle indicare in questo modo un contatto spirituale, che cioè egli esige l'accostarsi a lui con la fede, in base alla quale si crede che egli è altissimo come il Padre. Quanto poi al fatto che Cristo fu riconosciuto dai due discepoli nell'atto di spezzare il pane 97 nessuno deve dubitare che significa il sacramento che ci unisce, perché possiamo riconoscerlo.

Le parole di Simeone.

3. 33. In un'altra lettera, di cui t'ho inviato copia poco tempo addietro, ho espresso la mia opinione collimante con una di quelle accennate tra le altre da te riguardo alle parole rivolte da Simeone alla Vergine, madre del Signore: Una spada trafiggerà la tua stessa anima 98Quanto a quello che soggiunge: Affinché i pensieri di molti cuori siano rivelati, credo si debba intenderlo nel senso che nella passione del Signore si manifestarono non solo le trame dei Giudei ma anche la debolezza dei discepoli. E' pertanto credibile che nel termine " spada " si sia voluto indicare il tormento da cui l'anima della madre fu trapassata come da un'intimo spasimo. Questa medesima spada era nella bocca dei persecutori, dei quali si dice in un salmo: Una spada era nella loro bocca 99. Erano essi i figli degli uomini, i cui denti sono armi e saette, la cui lingua una spada affilata 100. Così anche la spada, che trapassò l'anima di Giuseppe 101, è - a mio parere - espressione metaforica di dura tribolazione, poiché è detto chiaramente: Una spada trapassò la sua anima, finché non si adempisse la sua parola 102; cioè rimase acerbamente afflitto finché non si avverò la sua predizione. Per questo fu tenuto in grande stima e venne liberato dalla tribolazione. Ma perché non si attribuisse all'umana sapienza il compimento della sua parola, cioè di quanto aveva predetto, la Sacra Scrittura, come al solito, ne dà gloria a Dio soggiungendo: La parola di Dio lo provò come oro nel fuoco 103.

Saluti e notizie dei confratelli.

3. 34. Per quanto ho potuto, ho cercato di rispondere ai tuoi quesiti con l'aiuto delle tue preghiere e delle argomentazioni stesse da te inviatemi. In realtà allorché tu discuti nell'esporre i tuoi quesiti, non solo interroghi acutamente ma insegni umilmente. E' utile d'altronde che a proposito di passi oscuri delle Sacre Scritture, permessi da Dio' affinché fossimo indotti alla riflessione e alla ricerca, s'incontrino molte opinioni, purché la divergenza delle interpretazioni non sia in contrasto con la fede e la dottrina che ci salvano. Vorrai certamente scusarmi d'averti scritto in fretta e furia, per poter raggiungere di persona il corriere che s'era già imbarcato. Colgo l'occasione di questa lettera per salutare di nuovo con particolare premura Paolino, nostro dolcissimo figlio nell'amore di Cristo, e brevemente, data la mia ' fretta, ' lo esorto a ringrazia, re quanto più gli è possibile la misericordia del Signore, il quale, poiché sa dare aiuto nella tribolazione, dopo una violentissima tempesta lo fece approdare nel porto dove con un mare abbastanza più tranquillo giungesti tu che non avevi alcuna fiducia nella calma del mare di questa vita; fu Dio a metterlo sotto la tua direzione spirituale per accoglierlo nel suo noviziato e corroborarlo; esclami quindi con tutta l'anima: O Signore, chi è simile a te? 104In realtà, nel leggere o nell'ascoltare i miei insegnamenti o le mie discussioni o nel ricevere le mie infervorate esortazioni d'ogni specie, non ritrarrà maggior frutto di quello che ritrae dal vedere gli esempi della tua vita. I fratelli che servono Dio con me ricambiano i saluti alla tua santa e sincerissima Benignità. Non è ancora tornato a Ippona il nostro collega di diaconato Pellegrino da quando partì da me col santo nostro fratello Urbano, allorché andò ad assumere la carica. So tuttavia da una sua lettera e da voci a noi giunte che per grazia di Cristo stanno bene. Saluto con affetto fraterno il mio collega di sacerdozio Paolino e tutti quelli che godono nel Signore della tua presenza.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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DALLE PAROLE DEL VANGELO DI GIOVANNI (14, 6):
IO SONO LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA "

 

La verità scoperta dai filosofi secondo questo mondo non è la Via.

1. Leggendosi il santo Vangelo, avete udito tra l'altro ciò che afferma il Signore Gesù: Io sono la via, la verità e la vita 1. Ogni uomo desidera la verità e la vita, ma non ogni uomo trova la via. Anche alcuni filosofi secondo questo mondo hanno riconosciuto che Dio è una certa qual vita eterna, immutabile, intellegibile, intelligente, sapiente, datore agli uomini di sapienza. Senza dubbio riconobbero che la verità è fissa, irremovibile, immutabile, comprensiva di ogni ragione d'essere di tutte le cose create, ma a distanza; l'avvistarono, ma attenendosi a false credenze; e proprio per questo non trovarono la via per la quale giungere a quel così alto, inesprimibile e beatificante possesso. Infatti scoprirono anch'essi (per quanto può essere colto dagli uomini) il creatore attraverso la creatura, il fattore attraverso la fattura, il costruttore del mondo attraverso il mondo; ne è testimone l'apostolo Paolo, al quale tutti i Cristiani sono senz'altro tenuti a credere. Riferendosi a costoro, afferma: L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà. Queste, come riconoscete, sono parole dell'apostolo Paolo. L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che recludono la verità nell'ingiustizia 2. Ha detto forse di loro che non possiedono la verità? Ma recludono la verità nell'ingiustizia. E' un bene ciò che possiedono, ma è un male che lo tengano dove viene recluso. Recludono la verità nell'ingiustizia.

Come hanno intravisto la verità.

2. Ma bisognava che gli si dicesse: Com'è che quegli empi possiedono la verità? Dio ha forse parlato con qualcuno di loro? Forse che hanno ricevuto la legge come il popolo degli Israeliti per mezzo di Mosè? Come dunque possiedono la verità addirittura nella stessa ingiustizia? Ascoltate quanto segue e lo spiega. Poiché ciò che di Dio si può conoscere - dice - è loro manifesto; Dio stesso infatti lo ha loro manifestato. A quelli si manifestò, a quanti non aveva dato la legge? Si manifestò, ascolta in che modo: Le sue perfezioni invisibili possono infatti essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute. Interroga il mondo, la magnificenza del cielo, lo splendore e l'armonia degli astri, il sole rispondente alle esigenze del giorno, la luna a moderare l'oscurità della notte; interroga la terra feconda di erbe e di alberi, piena di animali, ordinata per gli uomini; interroga il mare che contiene gran quantità e varietà di animali acquatici; interroga l'atmosfera, cui conferisce vivacità un gran numero di volatili; interroga tutte le cose e vedi se, a loro modo, non ti rispondono: Dio ci ha fatti. Filosofi nobili hanno fatto di queste ricerche, e dall'opera compiuta hanno conosciuto l'Artefice. Che dunque? Per quale ragione l'ira di Dio si rivela contro ogni empietà? Perché recludono la verità nell'ingiustizia? Venga [l'Apostolo], dimostri in che modo. Ha già detto infatti come sono giunti a conoscere. Le sue, cioè di Dio, perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, anche la sua eterna potenza e divinità, perché siano inescusabili. Infatti, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa; infatti mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 3. Ciò che scoprirono spinti dalla brama di sapere lo perdettero per superbia. Mentre si dichiaravano sapienti, cioè, attribuendo a se stessi il dono di Dio, sono diventati stolti. Ripeto, sono le parole dell'Apostolo: Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti.

Stoltezza degli adoratori degli idoli.

3. Dimostra, prova la stoltezza di costoro. Spiega, o Apostolo, e come hai fatto capire a noi, in che modo ad essi è stato possibile giungere al concetto di Dio, poiché le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, così spiega ora in che modo mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti. Ascolta: Perché - egli afferma - hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio nella somiglianza della figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili 4. Infatti, della figura di questi animali i Pagani se ne fecero dèi. Tu hai trovato Dio e adori un idolo. Hai scoperto la verità ed è appunto la verità che recludi nell'ingiustizia. E per via di ciò che è esecuzione della mano dell'uomo, perdi quello che hai conosciuto attraverso le opere di Dio. Hai considerato tutto ciò che esiste; hai colto nell'insieme la disposizione ordinata del cielo, della terra, del mare e di tutti gli elementi; non vuoi fare attenzione a questo: il mondo è opera di Dio, un idolo è fattura di un artigiano. Se l'artigiano desse all'idolo anche una mente, come ha dato la forma, l'artigiano sarebbe adorato dallo stesso idolo. Infatti, o uomo, a quel modo che Dio è il tuo artefice, così l'uomo è artefice dell'idolo. Chi è il tuo Dio? Colui che ti ha formato. Chi è il Dio dell'artigiano? Colui che lo ha formato. Chi è il Dio dell'idolo? Colui che lo ha formato. Quindi, se l'idolo avesse una mente, non adorerebbe l'artigiano che lo ha formato? Ecco in quale ingiustizia hanno relegato la verità, ma non hanno trovato la via che conduceva al possesso di quella verità che avevano intravisto.

Cristo si è fatto via.

4. Ma Cristo che presso il Padre è verità e vita, è il Verbo di Dio del quale è stato detto: La vita era la luce degli uomini  5. Appunto perché presso il Padre è verità e vita e noi non avevamo una via da seguire per giungere alla verità, il Figlio di Dio, che nel Padre è per l'eternità verità e vita, assumendo la natura dell'uomo si è fatto via. Passa attraverso l'uomo e giungi a Dio. Per lui passi, a lui vai. Non cercare al di fuori di lui per dove giungere a lui. Se egli non avesse voluto essere la via, saremmo sempre fuori strada. Perciò si è fatto la via per dove puoi andare. Non ti dico: Cerca la via. E' la via stessa a farsi incontro a te: Alzati e cammina. Cammina con la condotta, non con i piedi. Molti infatti hanno un passo regolare, ma con il comportamento procedono male. A volte quegli stessi che vanno avanti bene finiscono per cadere. Troverai senz'altro uomini di vita onesta, ma non Cristiani. Vanno di buon passo e bene, ma la loro sollecitudine non è lungo la via. Quanto più si affrettano, tanto più si sbandano perché si allontanano dalla vera via. Nel caso, invece, che uomini tali giungano alla vera via e senza deviare, questa è allora la sicurezza perché e camminano speditamente e non si smarriscono. Ma se sono sviati, vadano pure avanti bene quanto si vuole, come c'è da compiangere! E' preferibile camminare zoppicando sulla via, ad un incedere energico fuori strada. Queste cose bastino alla Carità vostra. Rivolti al Signore...

LA DISCIPLINA CRISTIANA

 

Nella Chiesa i cristiani vengono istruiti da Cristo stesso a vivere bene.

1. 1. La parola di Dio ci è stata rivolta: è stata pronunciata al fine di esortarci, come dice la Scrittura: Accogliete l'istruzione nella casa dell'istruzione 1. Istruzione viene da istruire, e la casa dell'istruzione è la casa di Cristo. Chiediamoci l'oggetto e il fine di questa istruzione: chi viene istruito e chi impartisce l'istruzione. Si impara a vivere bene, e il fine per cui si impara a vivere bene è di giungere a vivere per sempre. A questo vengono istruiti i cristiani, e Cristo è colui che insegna. Chiariamo con ordine questi punti: in che cosa consista il vivere bene, quale sia il premio di una vita condotta bene; chi siano veramente i cristiani discepoli, chi sia il vero maestro. Noi diremo poche cose, così come il Signore ci farà dono di dirle, e voi abbiate la compiacenza di ascoltare. Premetto che tutti noi siamo nella casa che è scuola di vita cristiana, ma molti non sono disposti a ricevere l'istruzione, e la rifiutano - questo è male - benché appartengano a tale casa. Dovrebbero ricevere qui gli insegnamenti per metterli in pratica anche nelle loro case: ma in queste preferiscono vivere in modo sregolato, e per di più amano portare la stessa sregolatezza anche nella casa dove si insegna la regola di vita. La mia esortazione dunque ad accogliere quello che il Signore vorrà ora suggerirmi di dire, è rivolta a coloro presso i quali non cade invano la parola di Dio e che prestano ascolto con il cuore oltre che con le orecchie. Costoro non sono strada da cui gli uccelli portano via il seme caduto; non sono terreno sassoso in cui il seme non può mettere radice profonda - spunta subito un germoglio che però secca nella calura -; e neppure sono campo coperto di spine - dove il germoglio viene soffocato appena spunta e comincia e crescere -; sono invece terreno buono, pronto a ricevere il seme e a dare frutto abbondante, cento, sessanta o trenta volte in più 2. - Preciso, per coloro che devono ancora imparare, che ho attinto queste immagini dal Vangelo -. Ho elencato chi sono coloro che potranno accogliere quello che il Signore si degna di dire per mezzo di me. Chi semina è il Signore, e io sono appena la cesta in cui il seminatore si degna di mettere i semi da spargere su di voi: non ha valore la cesta, ma grande è il pregio del seme, e grande il potere del seminatore. A questo fate attenzione.

I molti precetti della Legge compendiati nell'unica Parola.

2. 2. Vediamo in che cosa consista quel vivere bene che si impara qui. Nella legge di Dio troviamo molti precetti che definiscono la vita buona, la comandano, la insegnano: sono addirittura innumerevoli, tanto che si stenta a contare le pagine in cui sono contenuti. E poiché molti avrebbero potuto addurre come scuse per la propria inosservanza, o la mancanza di tempo per leggere o la propria incapacità di leggere o di capire bene, Dio non volle che tali scuse valessero nel giorno del giudizio e decise che la sua parola si realizzasse sulla terra in una espressione compendiosa, così come il profeta aveva predetto e noi leggiamo nella Scrittura: Dio darà compimento sulla terra al suo Verbo con pienezza e la farà breve 3. Dio volle esser lui questo Verbo perfetto, breve e chiaro, perché nessuno avesse la possibilità di dire che non aveva tempo di leggere o facoltà di comprendere: le sacre Scritture offrono un grande tesoro di molti mirabili insegnamenti che sono come molte gemme e monili preziosi o grandi vasi di pregiato metallo, ma ci si chiede chi sia in grado di penetrare un tale tesoro traendone profitto e cogliendone tutti i significati. Nel Vangelo il Signore fa questa similitudine: Il regno dei cieli è simile a un tesoro trovato nel campo 4. Ma subito, per timore che qualcuno si ritenga incapace di esplorare tale tesoro, aggiunge di seguito quest'altra similitudine: Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra 5. Si può essere pigri a esplorare un tesoro, non a prendere una sola pietra preziosa che, tenuta sotto la lingua, permette di andare senza timore dove si vuole.

Il precetto di amare Dio e il prossimo. Ogni uomo è prossimo per ogni uomo.

3. 3. Questa è la parola perfetta e compendiosa: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti 6. Nella scuola dunque di vita cristiana si impara ad amare Dio e ad amare il prossimo: Dio come Dio, il prossimo come te stesso. Non si può trovare qualcuno pari a Dio che possa esserti indicato come misura dell'amore dovuto a Dio. Come regola dell'amore del prossimo ti è invece indicato l'amore di te stesso, che sei riconosciuto di valore pari al tuo prossimo. E per capire come amare il prossimo, sei invitato a fare riferimento a come ti ami, per amare allo stesso modo il tuo prossimo: non puoi sbagliare. Intendo quindi mettere nelle tue mani il prossimo da amare così come ami te stesso, ma mi resta qualche esitazione e desidero chiarire prima bene con te in qual modo devi amare te stesso. Non avertene a male perché, dovendoti affidare il prossimo, non posso farlo alla leggera, in modo sbrigativo. Tu sei una persona, il tuo prossimo è formato da molte persone. Anzitutto non devi intenderlo limitato ai fratelli e alla parentela diretta e indiretta. Ogni uomo è prossimo per ogni altro uomo. Come si riconoscono prossimo padre e figlio, suocero e genero, così l'uomo è prossimo per l'uomo nel senso più stretto. Ma pur limitandoci a riconoscere come prossimo le persone che nascono dallo stesso ceppo, se guardiamo ad Adamo e Eva, ecco che ci ritroviamo tutti fratelli e se siamo fratelli in quanto siamo uomini, a maggior ragione lo siamo in quanto cristiani. In quanto uomini abbiamo tutti Adamo come padre, Eva come madre; in quanto cristiani, abbiamo Dio come unico padre, e come unica madre la Chiesa.

Va chiarito come tu debba amare te stesso.

4. 4. Voi dunque vedete come sia esteso il prossimo di ciascuno: comprende tutte le persone in cui uno si imbatte e tutte quelle alle quali può unirsi. E` dunque cosa da chiarire bene come uno debba amare se stesso, dato che il suo amore deve comprendere un prossimo così esteso. Nessuno dunque se ne abbia a male che io mi soffermi su questo punto: mentre io svolgerò la riflessione, ciascuno esaminerà se stesso. Io parlo proprio perché ciascuno si interroghi e arrivi a una conoscenza chiara di sé, senza nascondersi, e non si butti dietro alle spalle l'immagine di sé, ma fissi bene gli occhi su di essa: mentre io parlerò, ciascuno farà questo esame di sé, senza che io ne sappia nulla. Come dunque ami te stesso? Ti invito a esaminarti mentre qui ora, in questa scuola di vita cristiana, tu mi ascolti e anzi attraverso me ascolti Dio. Alla domanda se ti ami, tu rispondi di si perché - dici - nessuno si odia. E poiché nessuno si odia, tu, amando te stesso, non puoi amare il male. Se infatti amassi il male, ti inviterei ad ascoltare non quello che dico io, ma quello che dice il Salmo: Chi ama l'iniquità odia la propria anima 7. Ma se tu ami l'iniquità, ascolta la verità che senza blandimenti ti dice apertamente che tu ti odi. Hai tanto più odio di te quanto più dichiari di amarti, perché è scritto appunto: Chi ama l'iniquità, odia la propria anima. Mi riferisco all'anima, ma potrei dire lo stesso quanto alla carne, che è la parte di minor valore dell'uomo: chi ama l'iniquità e odia la propria anima, tratta con turpitudine la propria carne. Se poi tu ami l'iniquità e mandi in rovina te stesso, non è possibile che tu pretenda ti sia affidato il prossimo da amare come te stesso, perché come perderesti te stesso con il tuo modo di amarti, così faresti perdere il tuo prossimo amandolo allo stesso modo. Ti proibisco dunque di amare alcuno, perché sia tu solo a perderti. Ti pongo l'alternativa: o correggere il tuo modo di amare o astenerti da ogni rapporto con altri.

Come amare Dio e il prossimo insieme: i due precetti sono un precetto solo.

5. 5. Tu vorrai giustificarti dicendomi che tu ami il tuo prossimo come te stesso. E` vero - io ti rispondo -: tu vuoi amarlo come te stesso per ubriacarti insieme, e lo esorti a godere con te, bevendo quanto potete. Tu attiri a te il tuo prossimo secondo il modo in cui ami te stesso e gli vuoi far fare quello che piace a te. Riveli la bestialità della tua natura piuttosto che la tua umanità, poiché ami quello che amano le bestie. Dio ha fatto le bestie con la testa piegata verso terra perché da terra cerchino di che pascersi; te invece ha fatto poggiare su i due piedi, eretto su da terra, perché vuole che tu tenga alto il tuo volto. E il tuo cuore deve avere lo stesso atteggiamento: non deve stare piegato in giù mentre il volto guarda in alto. Ascolta dunque la verità e mettila in pratica. Sia in alto il tuo cuore : non mentire in questa scuola di vita cristiana. Devi dare una risposta a quello a cui presti ascolto, ma una risposta che sia sincera. Così devi amare te stesso, e amerai il prossimo come te stesso. Infatti tenere in alto il cuore ha lo stesso significato delle parole che ho riferito prima: Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente 8. Due dunque i precetti; ma basta enunciarne uno, purché venga capito. Infatti la Scrittura - precisamente Paolo - dice: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare, e qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore 9. L'amore è il voler bene. Il testo di Paolo sembra non dica niente del voler bene a Dio, ma afferma che basta voler bene al prossimo per adempiere alla legge. Tutta la sostanza dei comandamenti è ricapitolata in una sola frase e in questa sola ha il suo compimento: Ama il prossimo tuo come te stesso 10. Ecco l'unico comandamento, il quale comprende entrambi i comandamenti su cui sono totalmente fondati Legge e profeti.

6. 5. Vedete come tutto è stato condensato in breve: eppure noi siamo ancora pigri. Di due comandamenti ne è stato fatto uno solo. Dunque ama il prossimo, e questo è sufficiente. Amalo con lo stesso amore che hai per te stesso, non con lo stesso odio. Ma per amare il tuo prossimo come te stesso, importa prima che tu ami veramente te stesso.

Per amare veramente se stesso, l'uomo deve amare Dio.

6. 6. Se chiederai in che modo tu debba amare te stesso, ti sentirai rispondere: Ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima 11. Come infatti l'uomo non poté crearsi da sé, così non è in grado di darsi da sé la felicità. Da altri, non da sé è stato fatto; da altri, non da sé gli verrà la felicità. L'uomo stesso, facendo esperienza dell'errore, vede di non poter farsi felice da sé e volge l'amore a qualcos'altro da cui attingere felicità. Ama quello che crede possa farlo felice. Per questo fa oggetto del suo amore il denaro, l'oro, l'argento, i beni, il che viene tutto riassunto nel vocabolo pecunia il cui significato, in latino, comprende sia il denaro sia tutto quello che gli uomini possiedono sulla terra, tutto quello di cui sono padroni: servo, vaso, campo, bestiame, tutto è pecunia. E questo si spiega con l'etimologia del vocabolo da pecus che significa bestiame, poiché la ricchezza degli antichi consisteva nel bestiame, e anche dei Patriarchi leggiamo che erano ricchi pastori. Tu dunque, uomo, ami il denaro: credi il denaro possa farti felice, e lo ami fortemente. Ma se ti proponi di amare il prossimo come te stesso, devi dividere con lui i beni che hai. Mentre cercavamo di chiarire che cosa significhi amare il prossimo, tu già hai potuto conoscere te stesso, ti sei visto nel profondo, ti sei vagliato. Non sei disposto a dividere il tuoi beni con il prossimo. La risposta viene dall'avidità che hai in te abbondante. Essa risponde che dividendo i beni con l'altro, sia io che l'altro possediamo meno: diminuirebbero le ricchezze che amo, che non sarebbero più possesso intero né mio né dell'altro. Invece, amando l'altro come me stesso in quanto mio prossimo, io vorrei che la ricchezza di lui uguagli la mia senza che la mia diminuisca.

Cristo si è fatto povero perché tu avessi un povero a cui dare e un compagno di cammino.

7. 7. Mi auguro davvero che tu non subisca perdite e che si verifichi questo che tu dici o speri. Temo che tu provi invidia; non penso infatti che possa essere condivisa con altri una felicità alla quale provoca tormento la felicità altrui. Ti chiedo se non è vero che, quando il tuo vicino comincia ad arricchirsi, a innalzarsi socialmente, avvicinandosi a te, tu non temi che ti raggiunga e ti superi. Eppure tu dici di amare il tuo prossimo come te stesso. Ma io non intendo parlare delle persone invidiose. Dio tenga lontano la peste dell'invidia dall'animo di tutti, e tanto più dei cristiani: è un vizio diabolico di cui solo il diavolo è reo, reo senza possibilità di espiazione. Quando infatti il diavolo fu condannato, non fu accusato di adulterio o furto o rapina ma di invidia, perché, caduto lui in peccato, provò invidia per l'uomo che era ancor saldo nella sua integrità. L'invidia è dunque vizio diabolico, che è però generato dalla superbia: questa è detta madre dell'invidia. E poiché è la superbia a far nascere gli invidiosi, bisogna spegnere la superbia che ne è la madre, per non essere presi dall'invidia che ne è la figlia. Per questo Cristo ha insegnato l'umiltà. Io dunque non mi rivolgo alle persone invidiose, ma a coloro che amano il bene del loro prossimo desiderando che goda di beni pari ai propri: ma mentre desiderano che siano saziati i loro bisogni, non sono tuttavia disposti ad aiutarli con parte di quanto possiedono. Io chiedo a te che sei cristiano, se credi di poterti vantare di un tale atteggiamento, e dico che è ben migliore di te quel mendicante che [al tuo passare] ti augura che s'accresca la tua fortuna, mentre lui non possiede niente. Tu gli ricambi volentieri l'augurio di bene, ma non gli dai nulla. Io ti esorto a dargli qualcosa come ricompensa per l'augurio che ti fa. Che un povero ti auguri bene, ti dovrebbe liberare dal timore. Ti faccio anche considerare che frequenti la scuola di vita cristiana. E aggiungo quello che già ti ho insegnato: è Cristo quel povero che ti fa l'augurio di bene. Chiede a te lui che prima ha dato a te: ne dovresti arrossire. Lui ricco ha voluto farsi povero perché tu avessi il povero a cui dare. Da' qualcosa a chi è tuo fratello, tuo prossimo, tuo compagno. Tu sei ricco, lui è povero. Questa vita è per entrambi la via su cui siete in cammino insieme.

Non restare impedito dalle ricchezze che porti, ma solleva l'indigenza di Cristo.

8. 8. Ma forse tu dici che nel cammino che fate insieme, davvero tu sei ricco, lui povero. Bisogna però capire che cosa significa questo. Dire che tu sei ricco e lui povero significa solo che, compiendo lo stesso cammino, tu hai un peso da portare, lui procede invece leggero. Quando tu dici: io ricco e lui povero, ricordi il fardello di cui sei carico, vanti il peso che porti. Per di più - e questo è cosa grave - hai legato a te il tuo fardello in modo tale che non puoi neppure porgere la mano. Impedito come sei dal peso e dai lacci, di che cosa ti vai vantando? Sciogli dunque i lacci, alleggerisci il tuo fardello: dando qualcosa a chi ti è compagno di cammino, tu aiuti lui e alleggerisci te. Con il tuo menar vanto del tuo fardello di ricchezze, lasci che Cristo continui a chiedere senza ricevere nulla; e offendi anche il nome stesso di pietà con parole crudeli, quando ti chiedi che cosa lasciare ai tuoi figli. - Io gli pongo davanti il Cristo, e lui mi contrappone i suoi figli. - E` forse vera giustizia che un tuo figlio abbia mezzi così abbondanti da potersi dare ai piaceri, e il tuo Signore resti invece nel bisogno? Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Hai letto questa frase? e l'hai capita bene? Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me 12. Ti chiedo se non hai letto questa frase e non hai avuto timore. Mentre tu fai il conto dei tuoi figli, c'è qualcuno che è nel bisogno. Non ti dico di non fare il conto dei tuoi figli, ma ad essi aggiungine uno, il tuo Signore. Se hai un solo figlio, lui sarà il secondo; se ne hai due, sarà il terzo; se tre, il quarto. Ma tu rifiuti questo. Il tuo modo di amare il prossimo è di unirlo a te nella tua perdizione.

Non lasciarti persuadere a cercare il piacere e a fondarti sulle ricchezze.

8. 9. E` addirittura inutile che ti chieda se ami il tuo prossimo. La risposta che tu, come uomo avido di beni, vai sussurrando a tutti, figlio o fratello o padre, è che quello che più importa, finché siamo in questa vita, è di avere abbondanza di beni. Abbiamo valore per quello che possediamo 13. Fa' mutar la luna e fa' fortuna. Ma codesta risposta che vai sussurrando al tuo prossimo, non l'hai appresa né mai udita nella scuola di vita cristiana.

9. 9. Non voglio assolutamente che tu ami il tuo prossimo in questo modo e, se potessi, ti terrei addirittura separato da tutti, perché: Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi 14. Ma non è possibile tenerti lontano da tutti per impedirti di diffondere questi cattivi principi, che tu non solo non vuoi disimparare, ma che pretendi anche d'insegnare ad altri. Non potendo dunque far sì che gli altri non ti ascoltino, mi rivolgo a quelli da cui ti vuoi far ascoltare per far breccia con le tue parole e arrivare al loro cuore attraverso le orecchie. Mi rivolgo dunque a te che in questa scuola di vita ascolti la parola sana: Chiudi le tue orecchie con siepe spinosa 15Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi: Chiudi le tue orecchie con siepe spinosa. Ti dico di chiuderle con spine perché, se uno osasse importunamente entrare in esse, sarebbe respinto e anche punito. Respingilo dicendogli che, come cristiani entrambi, non questo avete appreso nella scuola di vita cristiana alla quale si accede gratuitamente e dove si viene istruiti da quel maestro che ha la cattedra in cielo. Digli di non accostarsi a te, di non parlarti. Così è scritto: Poni una siepe di spine alle tue orecchie.

Le ricchezze non si possono vedere né mostrare senza la luce.

9. 10. Ora mi rivolgo a costui che è avaro e ama il denaro. Se desideri - gli dico - essere felice, ama il tuo Dio. Il denaro non ti fa felice: tu gli rendi molto onore, ma il denaro non ti ricambia con la felicità. Amando molto il denaro, non esiti - lo vedo - a spingerti là dove questa passione ti sollecita: io invece ti esorto, nella tua pigrizia, a spingerti là dove ti sollecita la carità. Se ti fermi a guardare, ti accorgi subito quale distanza separi il tuo denaro dal tuo Dio. Già lo stesso sole che vediamo brillare qui, è più bello del tuo denaro: eppure il sole non è il tuo Dio, e più bello della luce è colui che l'ha creata. Certo non pretenderai di paragonare alla luce il tuo denaro: senza la luce non lo puoi neanche vedere, e quando il sole è tramontato, non sei neanche in grado di mostrarmi le tue ricchezze. E` vero che esse brillano, è vero che tu sei ricco, ma, se di notte la lucerna si spegne, tu non puoi né vedere né mostrare le tue ricchezze: dove sono tutti i tuoi beni?

10. 10. Tuttavia i nostri occhi non sanno scorgere la paurosa estensione dell'avidità di cui sono colmi gli animi. Constatiamo che sono avare anche persone cieche, e non si capisce per quale ragione, dal momento che non vedendo si può dire che non possiedono neppure quello che hanno: e tuttavia anche il cieco è avaro. Lo è proprio perché crede di possedere: questa fede lo rende ricco, ricco perché crede di esserlo, non perché lo veda. Meglio certo sarebbe che volgesse la sua fede verso Dio. Tu non vedi quello che possiedi, e io ti annuncio Dio che non vedi. Ma se non lo vedi ancora, amalo, e lo vedrai. Tu - o davvero cieco - ami il denaro che non vedrai mai: lo possiedi senza vederlo e senza vederlo morirai, abbandonando qui quello che possiedi. Ma anche in vita, poiché non vedevi quello che avevi, di fatto non lo possedevi.

Amore del denaro e amore della sapienza. Non basta battersi il petto.

10. 11. Quanto a Dio, la stessa Sapienza nella Scrittura ti dice di amarlo come il denaro 16 può sembrare cosa indegna e offensiva un accostamento fra denaro e Sapienza: ma l'accostamento è fatto tra due amori. Io vedo che voi avete tanto amore per il denaro da esserne spinti a intraprendere fatiche, sopportare digiuni, attraversare mari, affidarvi ai venti e ai flutti. Intendo quindi farvi mutare l'oggetto del vostro amore, non farvi accrescere l'amore che volgete ad esso. Dio vi chiede di amarlo nella stessa misura, non di più: rivolgendosi ai cattivi cristiani che sono avari, chiede loro di amarlo tanto quanto amano il denaro. Non pretende un amore maggiore, anche se Dio vale incomparabilmente più del denaro. Da parte nostra copriamoci almeno di rossore, battiamoci il petto, confessiamoci peccatori, non però stendendovi sopra un pavimento [per proseguire nei nostri peccati]. Chi si batte il petto senza correggersi, si indurisce nei suoi peccati senza cancellarli: noi dobbiamo batterci il petto e impegnarci a correggerci, perché non debba poi punirci lui, il nostro maestro. Abbiamo così detto che cosa impariamo qui da lui; chiediamoci ora perché impariamo.

Tutti ambiscono istruirsi per fini terreni. Temono la morte ma non si preparano.

11. 12. Ti chiedo perché da fanciullo andasti a scuola. In essa subisti bastonature; ti avevano accompagnato i genitori e tu tentasti di fuggire, ma, cercato e ritrovato, vi fosti trascinato di nuovo a forza e, ricondotto là, ti buttasti a terra. Tutte queste pene sopportasti nella tua fanciullezza per apprendere a leggere. Saper leggere era infatti il mezzo per poter acquistare ricchezze e onori e raggiungere le più alte dignità sociali. Vedi che, per un bene perituro, tu che pure sei perituro, hai imparato una cosa peritura, con tanta fatica e fra tante pene; chi ti conduceva a penare tanto, ti amava, anzi proprio amandoti ti conduceva a soffrire e, con il suo amore, ti faceva subire le bastonature. E questo solo al fine che imparassi a leggere. Saper leggere è un bene. A questo punto - lo intuisco - tu mi vorresti chiedere perché non insegniamo noi vescovi a leggere, facendo apprendere le sacre Scritture nello stesso tempo che si insegna a scrivere. Si, si potrebbe fare così, ma non era questo il fine con cui ci mandavano a scuola i nostri genitori. Essi non ci esortavano e imparare a leggere perché potessimo accedere ai codici della parola di Dio: neppure i genitori cristiani dicono questo ai loro figli. Essi volevano che diventassimo uomini, non nel senso che fossimo prima animali, non uomini, ma nel senso che ci volevano uomini importanti. Il criterio è quello del proverbio: Quanto possiedi tanto vali 17. Si vuole possedere quanto possiedono gli altri, o piuttosto quanto pochi altri, o anche più degli altri, più dei pochi, al fine di godere prestigio e avere una buona posizione. Ma ci chiediamo dove finirà tutto questo quando verrà la morte. Guardiamo al modo come la paura della morte ci colpisce, ci interpella. Solo il nominare la morte fa spavento a tutti. Anche voi ora avete manifestato la vostra paura: me ne sono accorto, ho proprio udito da voi un gemito. Avete paura della morte. Mi chiedo perché non state in guardia, se avete paura. Voi temete la morte che non v'è ragione di temere. Essa verrà: questo è un fatto. Deve venire sia che la temiamo sia che non la temiamo. Verrà, presto o tardi. E non possiamo ottenere che non venga perché la temiamo.

La buona morte e la cattiva morte. Bisogna vivere bene per morire bene.

12. 13. Devi temere piuttosto qualcos'altro, qualcosa che la tua volontà può impedire che avvenga. Mi riferisco al peccare. Devi temere di peccare, perché, se ne provassi piacere, precipiteresti in un'altra morte che invece puoi evitare non amando il peccato. Ora, vivendo nella perversione del peccato, tu hai più cara la morte che la vita. Forse ti sembra impossibile che esista un uomo che ami la morte più della vita, ma ti dimostro che questo è vero per te. Tu hai cara la tua veste, e la vuoi buona, hai cara la tua villa, e la vuoi buona, ami il figlio, ami l'amico, e li vuoi buoni, e vuoi buona la casa che hai cara. E vuoi buona anche la morte, e lo domandi ogni giorno: dato che la morte deve venire, - tu dici - Dio me la mandi buona e tenga lontano da me la mala morte. Proprio in questo dimostri di amare la morte più della vita: ti fa paura il morire malamente, non il vivere malamente. Ti sollecito dunque: correggi la tua trista vita e temi una trista morte. Ma non devi neppure aver paura, perché non può morire male chi ha vissuto bene. Oso addirittura dire: Ho creduto, per questo ho parlato 18, e confermo che non può morire male chi è vissuto bene. Tu dirai fra te stesso che molti uomini giusti perirono per naufragio. Eppure non può morire male chi è vissuto bene. Ma - tu dici - non perirono molti giusti sotto la spada del nemico? Eppure non può morire male chi è vissuto bene. Molti giusti non furono uccisi dai briganti? molti non furono dilaniati dalle fiere? Eppure non può morire male chi è vissuto bene. Tutto questo non smentisce la mia affermazione perché finire naufraghi, perire di spada, essere dilaniati dalle fiere non possono essere ritenuti una brutta morte se le subirono i martiri dei quali festeggiamo il giorno natalizio. Essi subirono ogni genere di morte. Eppure noi li celebriamo come beati, se siamo cristiani e se ricordiamo di essere nella scuola di vita cristiana, sia quando ci troviamo qui e ascoltiamo, sia quando ce ne andiamo e non dimentichiamo quello che abbiamo ascoltato qui. Se guardiamo alle morti dei martiri con occhi di carne, diciamo che sono finiti male; se le guardiamo con gli occhi della fede, diciamo: Preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi santi 19. Qualunque sia la causa del tuo spavento della morte, sparirebbe del tutto lo spavento, se tu imitassi costoro. Se farai in modo di condurre una vita buona, qualunque situazione ti condurrà a uscire da questo corpo, ne uscirai per il riposo, per la beatitudine, la quale è libera da ogni timore e non ha mai fine. E` apparentemente una buona morte quella del ricco che avviene tra porpora e bisso, ma è davvero una brutta morte che lo conduce a patire la sete, a bramare una goccia d'acqua tra i tormenti. E` in certo modo brutta la morte del povero che finisce disteso sulla soglia della casa del ricco, leccato dai cani, morendo di fame e di sete nella brama delle briciole della ricca mensa: una morte brutta, da tener lontana. Ma poiché sei cristiano, guarda con l'occhio della fede al finale: Un giorno quel povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo 20. Nessun vantaggio diede il sepolcro marmoreo al ricco che finì a patir la sete nell'inferno, mentre nessun danno le vesti imbevute del marciume delle sue piaghe arrecarono al povero, che finì nel riposo entro il seno di Abramo. Da lontano il ricco vide nel suo riposo colui che egli aveva disprezzato nella sua miseria. Ora scegliti quale morte desiderare, e dimmi chi è morto bene, chi è morto male. Credo sia da preferire la morte del povero a quella del ricco, a meno che tu desideri essere sepolto con gli aromi e patire la sete negli inferi. Tu mi rispondi che ti auguri di starne lontano. Chiara credo dunque sia ormai la tua scelta. Imparerai dunque a morire bene, quando avrai imparato a vivere bene. Ricompensa di una vita buona è la vita eterna.

I cristiani imparino a staccarsi dal mondo e a crescere in Dio.

13. 14. Questi insegnamenti sono destinati ai cristiani. Se uno ascolta, ma non vuole imparare, questo non riguarda il seminatore della parola. Sassi o spine non impediscono alla sua mano di seminare: egli getta il seme che ha da spargere. Se avesse timore di spargere il seme sul terreno cattivo, non potrebbe raggiungere neanche il terreno buono. Noi gettiamo semi spargendoli con la nostra parola. C'è chi ci disprezza, chi ci critica, chi ci deride; ma se ci spaventassimo di costoro, smetteremmo di seminare, e al raccolto ci resterebbe di patire la fame. Consideriamo dunque il seme che cade su terra buona. Io so bene che se uno ascolta, e ascolta bene, in qualcosa muore, in qualcosa cresce: muore al peccato e cresce nella verità, si distacca dal mondo e cresce in Dio.

Qui è maestro il Cristo, che ha la sua cattedra in cielo.

14. 15. Per comprendere questo, consideriamo chi è il maestro che insegna qui. Non è un uomo qualsiasi, è l'Apostolo. Ascoltiamo la voce dell'Apostolo, ma non è lui che insegna. Lo dichiara lui: Volete una prova che Cristo insegna in me? 21. E` dunque Cristo che insegna, lui che, come ho detto, ha la cattedra in cielo. La sua scuola è qui sulla terra, è formata dal suo corpo: il capo insegna alle membra, la lingua parla a chi forma i piedi. Cristo insegna, prestiamogli ascolto, temiamolo, mettiamo in opera quello che dice. Non devi disprezzare Cristo in persona: per te egli è nato nella carne, avvolto in veste mortale, per te ebbe fame e sete, e sedette stanco al pozzo, e si addormentò nella barca per la fatica; per te ascoltò ingiurie che non meritava, e sopportò gli sputi che gli gettarono in faccia, e ricevette schiaffi: per te fu appeso alla croce, per te spirò, per te fu messo nel sepolcro. Come potresti non tener conto di tutte queste prove che il Cristo ti ha dato? E se vuoi sapere chi egli è, medita la frase del Vangelo che hai già ascoltato: Io e il Padre siamo una cosa sola 22.

Preghiera finale.

14. 16. Rivolgendoci ora al Signore, supplichiamolo per noi e per tutto il suo popolo qui presente con noi nella sua casa: si degni di custodirlo e di proteggerlo per Gesù Cristo suo Figlio e nostro Signore che con lui vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.




[Modificato da Caterina63 15/02/2017 09.24]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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