DIFENDERE LA VERA FEDE
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Il Vicario di Cristo il Papa il suo ruolo e la sua rinuncia (2)

Ultimo Aggiornamento: 01/06/2017 00.02
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 a seguito delle dichiarazione di mons. Georg, segretario di Benedetto XVI e al tempo stesso Prefetto della Casa Pontificia del Papa regnante, Francesco, apriamo questo nuovo thread dopo quello precedente, vedi qui, nel quale già si è parlato di questo problema.

ESPLOSIVE DICHIARAZIONI DI MONS. GAENSWEIN: C’E’ UN “MINISTERO ALLARGATO” E BENEDETTO XVI E’ ANCORA PAPA. COM’E’POSSIBILE? COSA C’E’ DIETRO? ED E’ QUESTO CHE ANCORA “IMPEDISCE” A BERGOGLIO DI AFFONDARE IL COLPO DEFINITIVO SULLA CHIESA INDUCENDOLO A MILLE AMBIGUITA’?


 

Il giallo continua e – nella bandiera vaticana – sta ormai sommergendo il bianco. Infatti le dichiarazioni di ieri di mons. Georg Gaenswein, sullo “status” di Benedetto XVI e di Francesco, sono dirompenti (don Georg è segretario di uno e Prefetto della Casa pontificia per l’altro).

A questo punto non si capisce più cosa è accaduto in Vaticano nel febbraio 2013 e cosa sta accadendo oggi.

Prima di vedere queste dichiarazioni riassumo la vicenda che ha messo la Chiesa in una situazione mai vista.

STRANA RINUNCIA

Dopo anni di durissimi attacchi, l’11 febbraio 2013 Benedetto XVI annuncia la sua clamorosa “rinuncia”, sui cui motivi reali sono lecite molte domande (aveva iniziato il suo pontificato con una frase clamorosa: “Pregate per me, perché io non fugga per paura davanti ai lupi”).

Peraltro, a tre anni e mezzo di distanza, si è potuto appurare che non c’erano problemi di salute incombenti, né di lucidità.

La sua “rinuncia” fu formalizzata con una “declaratio”, in un latino un po’ sgangherato (quindi non scritto da lui) e senza richiamare – come sarebbe stato ovvio – il canone del Codice di diritto canonico che regola la stessa rinuncia al papato.

Una svista? Una scelta? Non si sa. In ogni caso la rinuncia al papato non era una novità assoluta. Ce ne sono state altre, in duemila anni, seppure molto rare. Quello che non c’è mai stato è un “papa emerito” perché tutti quelli che hanno lasciato sono tornati al loro status precedente.

Invece Benedetto, circa dieci giorni dopo la rinuncia, e prima dell’inizio della sede vacante, fece sapere – sconfessando anche il portavoce – che egli sarebbe diventato “papa emerito” e sarebbe rimasto in Vaticano.

UNO SCRITTO RISERVATO?

Tale inedita scelta non è stata accompagnata da un atto che la formalizzasse e definisse il “papato emerito” dal punto di vista canonistico e teologico.

E questo è molto strano. Così è rimasta indefinita una situazione delicatissima e dirompente. A meno che vi sia qualcosa di scritto che però è rimasto riservatissimo…

Del resto secondo gli addetti ai lavori la figura del “papato emerito” non c’entra nulla con l’episcopato emerito, istituito dopo il Concilio, in quanto l’episcopato è il terzo grado del sacramento dell’ordine e – quando un vescovo a 75 anni rinuncia alla giurisdizione su una diocesi – resta sempre vescovo (la Chiesa ha precisamente codificato in un atto ufficiale tutte le prerogative dell’episcopato emerito).

Il papato invece non è un quarto grado dell’ordine e i canonisti hanno sempre ritenuto che rinunciandovi si potesse tornare solo vescovi (così è stato per duemila anni).

Invece papa Ratzinger – uomo di raffinata dottrina – è “papa emerito” e ha conservato sia il nome Benedetto XVI che il titolo “Santo Padre” e pure le insegne pontificie nello stemma (cosa che ha stupito perché in Vaticano i simboli sono molto importanti).

Tutto questo non certo per vanità personale. Ratzinger è famoso per il contrario: ha sempre vissuto come un peso le cariche e fece di tutto per non essere eletto papa.

La domanda che dunque rimbalza, da tre anni, nei palazzi vaticani, è questa: si è dimesso davvero o – per ignote ragioni è ancora papa, sia pure in una forma inedita?

Ad alimentare il mistero c’è pure il discorso di commiato che egli fece nell’udienza del 27 febbraio 2013, nel quale – rievocando il suo “sì” all’ elezione, nel 2005 – disse che era “per sempre” e spiegò:

Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’ – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.

Erano parole che avrebbero dovuto mettere tutti sul chi va là (si trattava di una rinuncia al solo “esercizio attivo” del minister petrino? Era plausibile?).

Ma, in quel febbraio-marzo 2013, tutti si guardarono bene dall’andare a chiedere al papa il perché della sua rinuncia, il senso di quelle sue parole del 27 febbraio e la definizione della carica di “papa emerito”.

DUE PAPI?

Lo stesso papa Francesco – eletto il 13 marzo 2013 – si trovò in una situazione inedita che poi lui contribuì a rendere ancora più enigmatica, fin dalla sera dell’elezione, perché si affacciò dalla loggia di San Pietro senza paramenti pontifici e definendosi sei volte “vescovo di Roma”, ma mai papa (oltretutto non ha messo il pallio – simbolo dell’incoronazione pontificia – nello stemma).

Come se non bastasse Francesco ha continuato a chiamare Joseph Ratzinger: “Sua Santità Benedetto XVI”.

Insomma c’era un papa regnante che non si definiva papa, ma vescovo e che poi chiamava papa colui che – stando all’ufficialità – non era più papa, ma era tornato vescovo. Un groviglio incomprensibile.

La Chiesa, per la prima volta nella storia, si trovava con due papi: a dirlo fu lo stesso Bergoglio, nel luglio 2013, sul volo che dal Brasile lo riportava in Italia.

In seguito qualcuno deve avergli spiegato che – per la divina costituzione della Chiesa – non possono esserci due papi contemporaneamente e allora ha ripiegato, nelle successive occasioni, sull’analogia con l’“episcopato emerito”. Ma anche lui sa che non c’è nessuna analogia, per le ragioni che ho detto sopra e perché non c’è nessun atto formale di istituzione del “papato emerito”.

IPOTESI

Qualche canonista ha cercato di decifrare – dal punto di vista giuridico e teologico – la nuova, inaudita situazione.

Stefano Violi, studiando la “declaratio” di papa Benedetto, conclude:

“(Benedetto XVI) dichiara di rinunciare al ‘ministerium’. Non al Papato, secondo il dettato della norma di Bonifacio VIII; non al ‘munus’ secondo il dettato del can. 332 § 2, ma al ‘ministerium’, o, come specificherà nella sua ultima udienza, all’‘esercizio attivo del ministero’…”.

Poi Violi prosegue:

“Il servizio alla chiesa continua con lo stesso amore e la stessa dedizione anche al di fuori dell’esercizio del potere. Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è l’ ‘executio muneris’ mediante l’azione e la parola (agendo et loquendo) non il ‘munus’ affidatogli una volta per sempre”.

Le conseguenze di un fatto simile però sarebbero dirompenti.

Un altro canonista, Valerio Gigliotti ha scritto che la situazione di Benedetto apre una nuova fase, che definisce “mistico-pastorale”, una “nuova configurazione dell’istituto” del Papato che “è attualmente al vaglio della riflessione canonistica”. Anche questo è dirompente.

LA BOMBA DI DON GEORG

Ieri poi, mons. Gaenswein, alla presentazione di un libro su Benedetto XVI, ha spiegato che il suo pontificato va letto a partire dalla sua battaglia contro “la dittatura del relativismo”.

Poi ha testualmente dichiarato:

“Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco – il 13 marzo 2013 – non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani”.

Si tratta di dichiarazioni esplosive, il cui significato è tutto da capire. Che vuol dire infatti che dal 13 marzo 2013 c’è “un ministero (petrino) allargato con un membro attivo e uno contemplativo”?

E dire che Benedetto ha fatto “solo” (sottolineo quel “solo”) un “passo di lato per fare spazio al Successore”? Addirittura parla di “una nuova tappa nella storia del Papato”.

E tutto questo – dice Gaenswein – fa capire perché Benedetto “non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca” e perché “l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora ‘Santità’”.

Una cosa è certa: è una situazione anomala e misteriosa. E c’è qualcosa di importante che non viene detto.

.

Antonio Socci

Da “Libero”, 22 maggio 2016




La notizia come è stata data da Radio Vaticana

Gänswein: nessun corvo o traditore ha spinto Benedetto XVI alla rinuncia

Benedetto XVI saluta prima di partire per Castel Gandolfo, il 28 febbraio 2013 - ANSA

Benedetto XVI saluta prima di partire per Castel Gandolfo, il 28 febbraio 2013 - ANSA

21/05/2016 

“Un Pontificato dell’apertura intellettuale e dell’incontro”. Così è definito il ministero di del Papa emerito da don Roberto Regoli, autore del libro “Oltre la crisi”. Il testo, che intende storicizzare gli otto anni del pontificato di Benedetto XVI, è stato presentato a Roma, nell’Università Gregoriana, dall’arcivescovo Georg Gänswein, segretario particolare del Papa emerito, e dallo storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il servizio di Eugenio Murrali:

Quando il suo biografo, Peter Seewald, chiese a Benedetto XVI se si sentisse "la fine del vecchio o l’inizio del nuovo", Ratzinger rispose con perspicacia, “Entrambi”. Da questa constatazione della complessità del ministero di Papa Benedetto prende le mosse l’analisi storica di don Roberto Regoli. Così l’autore spiega il titolo del suo lavoro:

"'Oltre la crisi' dà l’idea di un Pontificato che si confronta su lungo periodo".

La difficoltà maggiore in quest’opera di storicizzazione è derivata dall’impossibilità di accedere ai documenti degli archivi vaticani che, come è noto, vengono aperti solo dopo molto tempo:

"Mi sono dovuto esercitare su una documentazione non archivistica ma accessibile: i discorsi pubblici del Papato, tutti i documenti di Benedetto XVI, quelli della Curia, le interviste dei cardinali e quelle dei grandi protagonisti dell’epoca e tutte le interpretazioni dei giornalisti, facendo però un’analisi critica". 

Nell’incontro alla Gregoriana, mons. Gänswein, commentando il libro, ha offerto una sua sintesi della figura di Benedetto XVI, a partire dalla battaglia contro il relativismo:

"A una dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io, aveva contrapposto il Figlio di Dio e vero uomo come misura del vero umanesimo". 

L’immagine del Pontefice è stata arricchita anche dalle parole con cui Andrea Riccardi ha insistito sul carattere persuasivo del governo di Ratzinger:

"Il grande equivoco: l’immagine "dura" di Ratzinger. Invece, giustamente, Regoli scrive – e sono parole chiave in questa biografia – “Benedetto vuole convincere, non imporre”. Qui appare una caratteristica di Ratzinger che allo stesso tempo è forza e debolezza del suo Pontificato. A pagina 135, secondo me, c’è la svolta interpretativa. È la sua forza gentile, un magistero articolato, persuasivo che – credo – dovrà essere ripreso e approfondito".

La personalità umana del Papa emerito è stata inoltre raccontata nella sua profondità dalla descrizione che mons. Gänswein ne ha fatto:

"Benedetto non è stato un Papa attore e ancor meno un insensibile Papa automa. Anche sul trono di Pietro è stato ed è rimasto uomo. Non fu un libro ingegnoso, fu un uomo con le sue contraddizioni. È così che io stesso l’ho potuto conoscere e apprezzare quotidianamente".

A queste parole, mons. Ganswein ha aggiunto particolari inediti sul dolore di Ratzinger per la scomparsa inattesa di Manuela Camagni:

"L’autore definisce quel 2010 un anno nero per il Papa e precisamente in relazione al tragico incidente mortale occorso a Manuela Camagni, una delle quattro Memores appartenenti alla piccola famiglia pontificia. Posso senz’altro confermarlo. A confronto con tale disgrazia i sensazionalismi mediatici di quegli anni, pur avendo un certo effetto, non colpirono il cuore del Papa tanto quanto la morte di Manuela, strappata così improvvisamente a noi". 

Inoltre, il presule tedesco ha voluto precisare con parresia come la rinuncia al Soglio pontificio sia stata dettata da una profonda riflessione interiore più che dagli eventi esterni:

"È bene che io dica una volta per tutte, con tutta chiarezza, che Benedetto non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera oppure a causa delle ghiottonerie provenienti dal suo appartamento che nel cosiddetto affare 'Vatileaks' circolarono a Roma come moneta falsa e che furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro. Nessun traditore o corvo o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande è stato il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto". 

Il segretario particolare di Benedetto XVI si è quindi soffermato sulla portata rivoluzionaria del gesto di rinuncia:

"Dall’elezione del suo successore, Papa Francesco - il 13 marzo 2016 - non ci sono dunque due Papi, ma di fatto un ministero allargato con un membro attivo e uno contemplativo. Per questo, Benedetto non ha rinunciato né al suo nome né alla talare bianca. Per questo, l’appellativo corretto con il quale bisogna rivolgersi a lui è ancora 'Santità'. Inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo Successore e a una nuova tappa della storia del Papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la centralità della preghiera e della compassione posta nei Giardini vaticani".

Gli fa eco don Regoli:

"Forse, solo Ratzinger poteva permettersi una cosa del genere, perché tutti i suoi predecessori ci avevano pensato, almeno da alcune testimonianze che abbiamo, ma nessuno aveva voluto compiere un passo del genere. Lui l’ha compiuto come frutto di una riflessione teologica postconciliare. E anche nelle interpretazioni che vediamo da parte di alcuni teologi, anche nella rinuncia a un ministero attivo quell’uomo investito della funzione di Papa rimane Papa, rimane tale. Questo prima non era possibile". 

Per comporre la sua analisi storica, don Roberto Regoli ha dovuto consultare un’imponentissima bibliografia e confrontarsi anche con le informazioni più delicate, ma, ha spiegato l’autore, l’importante è utilizzare i documenti e non farsi usare da essi.










[Modificato da Caterina63 22/05/2016 15.10]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Benedetto XVI "vero profeta che ha letto i segni dei tempi presenti con gli occhi di Dio"

 
Vale la pena riflettere attentamente su alcuni passi dell'intevento ( QUIper intero) che recentemente SER Mons.Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e Segretario di Benedetto XVI, ha pronunciato all'Università Gregoriana in occasione della presentazione del libro di Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di storia della Chiesa nella Pontificia università Gregoriana " Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI " (Lindau 2016, pp. 512).


"Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli. 
Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica.
...
...nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”. (Link sopra)
***
Da un blog autenticamente cattolico prendiamo, come abbiamo fatto in altre occasioni, una seria riflessione di un arguto e devoto teologo.
 
Il papato negli ultimi anni è stato fatto diventare -e Benedetto XVI ne fece cenno- un protagonista per il mondo e per le categorie del mondo, non dello spirito.
 
Dalla ieraticità composta di Pio XII, passando per l'incompatibilità caratteriale per i riflettori di Paolo VI, si è arrivati al personaggio di Giovanni Paolo II, personaggio talmente raro da essere unico, mistico e attore, teologo e sportivo, miracoloso e miracolato, veramente santo, che è stato ancora più vero nella sua malattia mostrata alle telecamere, uno "spettacolo" pluriennale (come scrive san Luca) che pallidamente può rimandare a ciò che Gesù mostrò alla folla che ne vide la passione e crocifissione.
 
Questo per chi nel papa vede Cristo.
 
Ratzinger si è sforzato di aiutare a reinterpretare il papato, cercando di sottrarsi al ruolo di star al quale ormai il mondo lo chiamava, contro il suo carattere.
Ma soprattutto, da vero profeta che legge i segni dei tempi presenti con gli occhi di Dio, colse la deriva mondanizzante di un ruolo soprattutto spirituale, del dolce "Cristo in terra"...
 
 
Ha avuto contro molti personaggi curiali ormai abituati a gestire soldi e potere, lobbies e amicizie influenti.
Il partito sangallese voleva invece il papato per cavalcarne il ruolo a beneficio del proprio programma.
 
 
Anche secondo me il ruolo di papa emerito ha spiazzato un po' le trame di costoro: hanno ottenuto il "loro" papa, stanno vincendo a suon di sinodi e mass media, ma sono sconfitti dall'indisponibilità a riconoscere in questo papato la sana dottrina, che sono in genere proprio quelli che la fede la vivono in modo più spirituale.
 
 
Non so se i due papi, dato che Benedetto XVI lo resta, siano proprio la situazione preconizzata da Caterina Emmerick.
Ne' voglio dare per scontata la "chiusura" del terzo segreto, che molti ritengono potesse parlare di eresie e scismi. 
Lo si è tenuto nascosto proprio negli anni sessanta dell'ottimismo che vola...
Non dimentichiamo mai che il secondo segreto di Fatima parla esplicitamente dell'inferno in cui cadono le anime dei peccatori, mentre oggi la Chiesa pare ritenerlo inesistente o vuoto. 
Parla di penitenza e riparazione, parole ormai espunte dal vocabolario pastorale e dottrinale...
 
In definitiva Benedetto XVI è papa, ancora. 
E Francesco, a modo suo, è papa. 
Benedetto ha promesso obbedienza. 
Umanamente accetta le trame del mondo. 
Tutto il suo pontificato ha insegnato a guardare a un'altra sceneggiatura e a ben altro sceneggiatore.
 
 
Perciò chi oggi inanella "vittorie" e poi ozia a bearsi del favore mondano potrebbe impersonare Pirro.
aveva in mano Roma , ma in fondo gli interessava il mondo intero, "magnà e bbeve"...
 
 
Il profeta vero vede il presente con gli occhi di Dio.
Il falso profeta reinterpreta Dio con gli occhi del mondo...
Lo Spirito di Verità è presente in chi trasmette ciò che ha contemplato e visto, con gli occhi di Dio.
La tradizione a tutto tondo non altera... 
Francesco d'Assisi parlava di vangelo "sine glossa".
Oggi si scrivono esortazioni da trecento pagine, con il succo nelle glosse...
Il papato è bifronte, una moneta a due facce.
Segno di contraddizione, disse Simeone a Maria, parlando di Gesù.
Roba da spada che trapassa l'anima. 
Ma alla fine il fuoco prova e saggia. 
Resta ciò che raffina.
 

***

Aggiornamento canonico: E' Papa e basta!

(qualcosa non è apparso canonicamente esatto dell'intervento postato ieri sera)

1. Non si puo'dire che esistono "due Papi". Il Papa e' uno solo, quello regnante. 
Ed e' Francesco, che ha accettato l'elezione. 
A meno che non si dimostri che l'elezione e' stata invalida (per simonia, o imbrogli nei conteggi o altro). 
Ci sono state delle voci di irregolarita' procedurali, che tali sono rimaste. 
L'elezione resta pertanto valida, sino a prova contraria.
*
2. Non ci possono essere due Papi in carica perche' il Papa e' un monarca elettivo, che ricava il suo potere non dai cardinali che lo eleggono ma da Nostro Signore (anche se il nuovo CIC ha eliminato il riferimento allo "iure divino"), e Nostro Signore l'ha dato al solo Pietro e non a Pietro e ad un altro Apostolo contestualmente. 
La summa potestas, ossia l'equivalente del potere sovrano su tutta la Chiesa non puo' avere due titolari, uno dei quali per di piu' in pensione perche' ha abdicato. 
Il Papa che abdica e' come il re che abdichi: non e' piu' re, anche se si puo' far ancora chiamare maesta', come titolo onorifico. Ratzinger puo' continuare a farsi chiamare Santita' ma non e' piu' Papa perche' ha abdicato, rinunciando non solo all'esercizio della summa potestas sulla Chiesa ma anche alla sua titolarita', che spetta di diritto al suo successore, cosi' come l'esercizio.
*
3. Non si puo' pertanto dire che Bergoglio "e' Papa a modo suo". 
E' Papa e basta
Sarebbe piu' esatto dire che esercita il papato a modo suo, diffondendo una pessima pastorale, che addirittura puzza d'eresia qua e la'.
*
4. Le "dimissioni" cioe' l'abdicazione di Benedetto XVI costituiscono un atto unilaterale del Papa. 
Nessuno puo' trattenerlo, se vuole andarsene. 
L'efficacia della rinuncia alla carica in questo caso non dipende dalla sua accettazione da parte di un altro organo ad esso superiore. 
Ora, tale rinuncia potrebbe considerarsi invalida solo se si dimostrasse (ma da parte di chi?) che e' stata coartata, imposta con la forza, con la pistola alla nuca, per cosi' dire. 
Ma questo non e' il caso, evidentemente. 
Una coercizione puramente spirituale, interiore si deve ritenere ininfluente. 
In ogni caso, non credo che l'eventuale (provata) irregolarita' dell'abdicazione possa influire sull'elezione (regolare) del nuovo Papa. 
Tra le due situazioni non c'e' un rapporto di causa ed effetto. 
Sono diverse e separate.
*
5. La tesi di mons. Gaenswein, secondo la quale, pare di capire, ci sarebbe stata l'intenzione da parte di Benedetto XVI di abdicare in modo da costituire una nuova figura di papato, ossia "allargato" perche' ricomprendente il Papa in carica e l'Emerito, non si sa bene come e in quale funzione (per cio' che riguarda quest'ultimo), non sta ne' in cielo ne' in terra. 
Ossia: se e' esistita ed esiste l'intenzione di costituire un papato "allargato", si tratta di figura che non ha ovviamente nessun collegamento con la Tradizione della Chiesa ed appare intrinsecamente priva di significato, sia dal punto di vista teologico che canonistico. 
Che cosa si verrebbe ad "allargare"? 
L'investitura iure divino del Papa in carica, ricomprendente anche l'Emerito? 
L'esercizio della summa potestas, includente anche l'Emerito? 
Ci si dice che l'Emerito costituirebbe la componente mistica, di preghiera del Papa in carica. 
Ma per far cio' basta a colui che ha dimissionato rinchiudersi in convento e pregare e digiunare come semplice frate o sacerdote, non occorre concepirsi come una sorta di Papa di complemento o emerito, che non si capisce che cosa ci stia a fare. PARVUS
 




Una piccola riflessione del tutto personale

in quanto letto sopra ci sono per altro anche pensieri che ho già condiviso in altre occasioni.
Io penso che... si lo so che non è il massimo ma...
io penso che il Cielo sta dicendo al Papa e ai cardinali - uno di loro futuro papa - che il suo ruolo NON è quello della star o del LEADER ..... non è mescolarsi con il mondo e che fra i due papi che abbiamo oggi, il papa è e resta quello "ritirato" a pregare..... non sto dicendo che Francesco non è papa, attenzione   ma senza dubbio siamo davanti a due papi e a due chiese....
e questa chiesa politicizzata e mischiata con il mondo, cesserà e il Papa tornerà ad essere, come prima, colui che sedendo sul trono petrino (della croce) GUIDERA' il gregge non più affaticato e DISTRATTO DALLE COSE DEL MONDO, ma IN GINOCCHIO, IN ORAZIONE

 







Fraternamente CaterinaLD

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  Benedetto XVI, la fine del vecchio, l'inizio del nuovo, l'analisi di Georg Gänswein


 


Abbiamo fatto delle supposizioni e riflessioni [qui] in seguito a quanto avevo appreso e poi verificato su Radio Vaticana circa le dichiarazioni di Mons. Gänswein. Qui c'è molto di più: il suo intervento in qualità di relatore in occasione della presentazione del volume “Oltre la crisi della Chiesa. Il pontificato di Benedetto XVI (Lindau 2016, pp. 512) di Roberto Regoli, direttore del Dipartimento di storia della Chiesa nella Pontificia università Gregoriana.
Riporto di seguito il testo integrale della relazione [qui], dal quale  c'è molto, di dirompente, da spigolare. Specialmente sulla istituzione del Papa emerito che di fatto esprime una nuova concezione e conseguente esercizio del papato. Innovazione  non da poco, su cui sarà necessario tornare, alla luce degli elementi forniti dal presente scritto che certamente attinge, per via della quotidiana e consolidata dimestichezza, al pensiero stesso del protagonista, Joseph Ratzinger già Benedetto XVI.

Benedetto XVI, la fine del vecchio, l'inizio del nuovo
Di S.Ecc monsignor Georg Gänswein 

In una delle ultime conversazioni che il biografo del Papa, Peter Seewald di Monaco di Baviera, poté avere con Benedetto XVI, nel congedarsi gli chiese: “Lei è la fine del vecchio o l’inizio del nuovo?”. La risposta del Papa fu breve e sicura: “L’una e l’altro” rispose.
 
Il registratore era già spento; ecco perché quest’ultimo scambio di battute non si trova in nessuno dei libri-intervista di Peter Seewald, neanche nel famoso Luce del mondo. Si rinvengono solo in un’intervista, che egli concesse al Corriere della Sera all’indomani della Dichiarazione di rinuncia di Benedetto XVI, nella quale il biografo si ricordò di quelle parole chiave che figurano in certo qual modo come massima sul libro di Roberto Regoli.

In effetti devo ammettere che forse è impossibile riassumere più concisamente il pontificato di Benedetto XVI. E lo afferma chi in tutti questi anni ha avuto il privilegio di fare da vicino esperienza di questo Papa come un classico “homo historicus”, l’uomo occidentale per eccellenza che ha incarnato la ricchezza della tradizione cattolica come nessun altro; e che – nello stesso tempo – è stato talmente audace da aprire la porta a una nuova fase, per quella svolta storica che nessuno cinque anni fa si sarebbe potuto immaginare. Da allora viviamo in un’epoca storica che nella bimillenaria storia della Chiesa è senza precedenti.
 
Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere un unico Papa legittimo. E tuttavia, da tre anni a questa parte, viviamo con due successori di Pietro viventi tra noi – che non sono in rapporto concorrenziale fra loro, e tuttavia entrambi con una presenza straordinaria! Potremmo aggiungere che lo spirito di Joseph Ratzinger in precedenza ha già segnato in modo decisivo il lungo pontificato di san Giovanni Paolo II, che egli fedelmente servì per quasi un quarto di secolo come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo.
 
Ma è già il momento per fare un bilancio del pontificato di Benedetto XVI? In generale, nella storia della Chiesa, solo ex post i papi possono essere giudicati e inquadrati correttamente. E a riprova di questo, Regoli stesso menziona il caso di Gregorio VII, il grande papa riformatore del Medioevo, che alla fine della sua vita morì in esilio a Salerno – da fallito, a giudizio di tanti suoi contemporanei. E tuttavia, proprio Gregorio VII fu colui che, in mezzo alle controversie del suo tempo, plasmò in modo decisivo il volto della Chiesa per le generazioni che seguirono. Tanto più audace, perciò, sembra oggi essere il professor Regoli nel tentare di tracciare già un bilancio del pontificato di Benedetto XVI ancora vivente.
 
La quantità di materiale critico che a questo scopo egli ha visionato e analizzato è poderosa e impressionante. Infatti Benedetto XVI è e resta straordinariamente presente anche con i suoi scritti: sia quelli prodotti da papa – i tre libri su Gesù di Nazaret e sedici (!) volumi di Insegnamenti che ci ha consegnato nel suo pontificato – sia come professor Ratzinger o cardinale Ratzinger, le cui opere potrebbero riempire una piccola biblioteca.
 
E così, quest’opera di Regoli non manca di note a piè di pagina, numerose quanti sono i ricordi che essa risveglia in me. Perché ero presente quando Benedetto XVI, alla fine del suo mandato, depose l’anello piscatorio, come è d’uso all’indomani della morte di un papa, anche se in questo caso egli viveva ancora! Ero presente quando egli, invece, decise di non rinunciare al nome che aveva scelto, come invece aveva fatto papa Celestino V quando il 13 dicembre 1294, a pochi mesi dall’inizio del suo ministero, era ridiventato Pietro dal Morrone.
 
Perciò, dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente Dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti “come un fulmine a ciel sereno”. Era la mattina di quello stesso giorno in cui, di sera, un fulmine chilometrico con un’incredibile fragore colpì la punta della cupola di San Pietro posta sopra la tomba del Principe degli apostoli. Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica. Ma la mattina di quell’undici febbraio il decano del Collegio cardinalizio Angelo Sodano concluse la sua replica alla Dichiarazione di Benedetto XVI con una prima e analogamente cosmica valutazione del pontificato, quando alla fine disse: “Certo, le stelle nel cielo continueranno sempre a brillare e così brillerà sempre in mezzo a noi la stella del suo pontificato”.
 
Ugualmente brillante e illuminante è l’esposizione approfondita e ben documentata di don Regoli delle diverse fasi del pontificato. Soprattutto dell’inizio di esso nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”. L’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”. Questa parte dell’intelligente analisi di Regoli oggi si legge quasi come un giallo mozzafiato di non troppo tempo fa; mentre invece la “dittatura del relativismo” da tempo si esprime in modo travolgente attraverso i molti canali dei nuovi mezzi di comunicazione che, nel 2005, a stento si potevano immaginare.
 
Già il nome che il nuovo papa si diede subito dopo la sua elezione rappresentava perciò un programma. Joseph Ratzinger non divenne Giovanni Paolo III, come forse molti si sarebbero augurati. Si riallacciò invece a Benedetto XV – l’inascoltato e sfortunato grande papa della pace degli anni terribili della Prima guerra mondiale – e a san Benedetto di Norcia, patriarca del monachesimo e patrono d’Europa. Potrei comparire come superteste per testimoniare come, negli anni precedenti, mai il cardinale Ratzinger aveva premuto per assurgere al più alto ufficio della Chiesa cattolica.
 
Già sognava invece vivamente una condizione che gli avrebbe permesso di scrivere in pace e tranquillità alcuni, ultimi libri. Tutti sanno che le cose andarono diversamente. Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un “vero shock” e provò “turbamento”, e che si sentì “come venire le vertigini” non appena capì che “la mannaia” dell’elezione sarebbe caduta su di lui. Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro ci ricorda.
 
Regoli tratteggia i diversi anni di ministero in modo affascinante e commovente, rievocando la maestria e la sicurezza con la quale Benedetto XVI esercitò il suo mandato. E che emersero sin da quando, pochi mesi dopo la sua elezione, invitò per una conversazione privata tanto il suo antico, accanito antagonista Hans Küng quanto Oriana Fallaci, l’agnostica e combattiva grande dame di origine ebraica dei mass media laici italiani; oppure quando nominò Werner Arber, evangelico svizzero e Premio Nobel, primo Presidente non cattolico della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Regoli non sottace l’accusa di scarsa conoscenza degli uomini che spesso è stata mossa al geniale Teologo nei panni del Pescatore; capace di valutare in modo geniale testi e libri difficili e che ciononostante, nel 2010, con franchezza confidò a Peter Seewald quanto trovasse difficili le decisioni sulle persone perché “nessuno può leggere nel cuore dell’altro”. Quanto è vero!
 
Giustamente Regoli definisce quel 2010 un “anno nero” per il Papa, e precisamente in relazione al tragico incidente mortale occorso a Manuela Camagni, una delle quattro Memores appartenenti alla piccola “Famiglia pontificia”. Posso senz’altro confermarlo. In confronto con tale disgrazia i sensazionalismi mediatici di quegli anni – dal caso del vescovo tradizionalista Williamson sino a una serie di attacchi sempre più malevoli contro il Papa –, pur avendo un certo effetto, non colpirono il cuore del Papa tanto quanto la morte di Manuela, strappata così improvvisamente di mezzo a noi. Benedetto non è stato un “papa attore”, e ancor meno un insensibile “papa automa”; anche sul trono di Pietro è stato ed è rimasto un uomo; ovvero, come direbbe Conrad Ferdinand Meyer, non fu un “libro ingegnoso”, fu “un uomo con le sue contraddizioni”. È così che io stesso l’ho potuto conoscere e apprezzare quotidianamente. E così è rimasto sino a oggi.
 
Regoli osserva però che dopo l’ultima enciclica, la Caritas in veritate del quattro dicembre 2009, un pontificato dinamico, innovativo e con una forte carica dal punto di vista liturgico, ecumenico e canonistico, è come se improvvisamente apparisse “rallentato”, bloccato, impantanato. Anche se è vero che negli anni successivi il vento contrario aumentò, non posso confermare questo giudizio. I suoi viaggi nel Regno Unito (2010), in Germania e a Erfurt, la città di Lutero (2011), oppure nell’infuocato Medio Oriente – dai preoccupati cristiani del Libano (2012) – sono tutti stati pietre miliari ecumeniche in questi anni recenti. La sua condotta decisa per la soluzione della questione degli abusi è stata e resta un’indicazione decisiva su come procedere. E quando, prima di lui, c’è mai stato un Papa che – insieme al suo gravosissimo compito – abbia scritto anche dei libri su Gesù di Nazaret che forse saranno anch’essi considerati come il suo lascito più importante?
 
Non è necessario qui che mi soffermi su come egli, che era stato tanto colpito dall’improvvisa morte di Manuela Camagni, più tardi soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele, membro anche lui della stessa “Famiglia pontificia”.  E tuttavia è bene che io dica una buona volta con tutta chiarezza che Benedetto alla fine non si è dimesso a causa del povero e mal guidato aiutante di camera, oppure a causa delle “ghiottonerie” provenienti dal suo appartamento che nel così detto “affare Vatileaks” circolarono a Roma come moneta falsa ma furono commerciate nel resto del mondo come autentici lingotti d’oro. Nessun traditore o “corvo” o qualsivoglia giornalista avrebbe potuto spingerlo a quella decisione. Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto più grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto.
 
L’esposizione di questi avvenimenti da parte di Regoli merita considerazione anche perché egli non avanza la pretesa di sondare e spiegare completamente quest’ultimo, misterioso passo; non arricchendo così ulteriormente quel pullulare di leggende con ulteriori supposizioni che nulla o quasi hanno a che vedere con la realtà. E io pure, testimone immediato di quel passo spettacolare e inaspettato di Benedetto XVI, devo ammettere che per esso mi viene sempre di nuovo in mente il noto e geniale assioma con il quale nel Medioevo Giovanni Duns Scoto giustificò il divino decreto per l’immacolata concezione della Madre di Dio:
 
“Decuit, potuit, fecit”.
 
Vale a dire: era cosa conveniente, perché era ragionevole. Dio poteva, perciò la fece. Io applico l’assioma alla decisione delle dimissioni nel modo seguente: era conveniente, perché Benedetto XVI era consapevole che gli veniva meno la forza necessaria per il gravosissimo ufficio. Poteva farlo, perché già da tempo aveva riflettuto a fondo, dal punto di vista teologico, sulla possibilità di papi emeriti per il futuro. Così lo fece.
 
Le dimissioni epocali del Papa teologo hanno rappresentato un passo in avanti essenzialmente per il fatto che l’undici febbraio 2013, parlando in latino di fronte ai cardinali sorpresi, egli introdusse nella Chiesa cattolica la nuova istituzione del “Papa emerito”, dichiarando che le sue forze non erano più sufficienti “per esercitare in modo adeguato il ministero petrino”. La parola chiave di quella Dichiarazione è munus petrinum, tradotto – come accade il più delle volte – con “ministero petrino”. E tuttavia, munus, in latino, ha una molteplicità di significati: può voler dire servizio, compito, guida o dono, persino prodigio. Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune, come se con questo volesse ribadire ancora una volta l’invito contenuto in quel motto che l’allora Joseph Ratzinger si diede quale arcivescovo di Monaco e Frisinga e che poi ha naturalmente mantenuto quale vescovo di Roma: “cooperatores veritatis”, che significa appunto “cooperatori della verità”. Infatti non è un singolare, ma un plurale, tratto dalla Terza Lettera di Giovanni, nella quale al versetto 8 è scritto: “Noi dobbiamo accogliere queste persone per diventare cooperatori della verità”.
 
Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato – con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano – come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.
 
È stato “il passo meno atteso nel cattolicesimo contemporaneo”, scrive Regoli, e tuttavia una possibilità sulla quale il cardinale Ratzinger aveva riflettuto pubblicamente già il 10 agosto 1978 a Monaco di Baviera in un’omelia in occasione della morte di Paolo VI. Trentacinque anni dopo egli non ha abbandonato l’ufficio di Pietro – cosa che gli sarebbe stata del tutto impossibile a seguito della sua accettazione irrevocabile dell’ufficio nell’aprile 2005. Con un atto di straordinaria audacia egli ha invece rinnovato quest’ufficio (anche contro l’opinione di consiglieri ben intenzionati e senza dubbio competenti) e con un ultimo sforzo lo ha potenziato (come spero). Questo certo lo potrà dimostrare unicamente la storia. Ma nella storia della Chiesa resterà che nell’anno 2013 il celebre Teologo sul Soglio di Pietro è diventato il primo “Papa emeritus” della storia. Da allora il suo ruolo – mi permetto ripeterlo ancora una volta – è del tutto diverso da quello, ad esempio, del santo papa Celestino V, che dopo le sue dimissioni nel 1294 avrebbe voluto ritornare eremita, divenendo invece prigioniero del suo successore Bonifacio VIII (al quale oggi dobbiamo nella Chiesa l’istituzione degli anni giubilari). Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato. Per questo non è sorprendente che da taluni sia stato percepito come rivoluzionario, o al contrario come assolutamente conforme al Vangelo; mentre altri ancora vedono in questo modo il papato secolarizzato come mai prima, e con ciò più collegiale e funzionale o anche semplicemente più umano e meno sacrale. E altri ancora sono dell’opinione che Benedetto XVI, con questo passo, abbia quasi – parlando in termini teologici e storico-critici – demitizzato il papato.
 
Nella sua panoramica del pontificato, Regoli espone tutto questo chiaramente come mai nessuno prima. La parte forse più commovente della lettura è stata per me il passo dove, in una lunga citazione, egli ricorda l’ultima udienza generale di Benedetto XVI il ventisette febbraio 2013 quando, sotto un indimenticabile cielo limpido e terso, il Papa che di lì a poco si sarebbe dimesso riassunse il suo pontificato così:
 
“E’ stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma anche momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli Apostoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate e il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sempre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. E il Signore non la lascia affondare; è Lui che la conduce, certamente anche attraverso gli uomini che ha scelto, perché così ha voluto. Questa è stata ed è una certezza, che nulla può offuscare”.
 
Devo ammettere che, a rileggere queste parole, quasi potrebbero ancora venirmi le lacrime agli occhi, e tanto più per avere io visto di persona e da vicino quanto incondizionata, per sé e per il suo ministero, sia stata l’adesione di Papa Benedetto alle parole di san Benedetto, per cui “nulla è da anteporre all’amore di Cristo”, nihil amori Christi praeponere, come è detto nella regola tramandataci da Papa Gregorio Magno. Ne fui allora testimone, ma tuttora rimango affascinato dalla precisione di quell’ultima analisi in Piazza San Pietro che suonava così poetica, ma era nient’altro che profetica. Infatti sono parole che oggi anche Papa Francesco immediatamente potrebbe sottoscrivere e sottoscriverebbe senz’altro. Non ai papi ma a Cristo, al Signore stesso e a nessun altro appartiene la navicella di Pietro frustata dalle onde del mare in tempesta, quando sempre di nuovo temiamo che il Signore dorma e che non gli importi delle nostre necessità, mentre gli basta una sola parola per far cessare ogni tempesta; quando invece a farci cadere di continuo nel panico, più che le alte onde e l’ululato del vento, sono la nostra incredulità, la nostra poca fede e la nostra impazienza.
 
Così questo libro getta ancora una volta uno sguardo consolante sulla pacifica imperturbabilità e serenità di Benedetto XVI, al timone della barca di Pietro negli anni drammatici 2005-2013.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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25/05/2016 15.11
 
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ESTERNAZIONI

 




Le dichiarazioni di mons. Gänswein, segretario di Benedetto XVI e Prefetto della Casa Pontificia lasciano di stucco teologi e canonisti. Che si chiedono come possa esistere un "munus petrino allargato". Padre Scalese: "Se il Papa è colui che governa la Chiesa, non può rimanere tale rinunciando al governo"



di Lorenzo Bertocchi



Benedetto XVI e Francesco



Quello che molti pensano in Vaticano, ma non dicono a microfoni aperti, è che le parole di Mons. Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare del Papa emerito, hanno aperto una voragine. Il riferimento è a un preciso passaggio del suo recente discorso tenuto in occasione della presentazione di un libro di don Regoli sul pontificato di Benedetto XVI.


«La rinuncia di papa Ratzinger ha fatto sì - dice Gänswein - che il ministero papale non sia più quello di prima». Ma il passaggio che lascia di stucco tanti uditori è quello riferito ad un imprecisato «ministero [petrino, NdA] allargato, con un membro attivo ed uno contemplativo». Cosa può voler significare che «non ci sono due papi», mentre, nello stesso tempo, vi è un «munus petrino allargato» con due modi di esercitarlo? E' questa la domanda più pericolosa che solleva il discorso di Mons. Gänswein.


Il problema, prima ancora che giuridico, è di carattere teologico. Di certo ci si trova di fronte ad una novità assoluta, per cui non esistono facili criteri di lettura. Ad onor del vero la questione era già emersa in tutta la sua portata al momento della rinuncia di Benedetto XVI nel febbraio 2013, con un dibattito che fece intervenire diversi studiosi.


«Che la rinuncia di papa Benedetto XVI sia legittima», dice alla Nuova BQ il teologo barnabita Padre Giovanni Scalese, «direi che è fuori di ogni dubbio. La possibilità di rinuncia è prevista dal can. 332 § 2. Le uniche condizioni previste per la validità della rinuncia sono la sua piena libertà e la sua debita manifestazione. Per quanto riguarda, invece, il titolo di “papa emerito”, di cui parla chiaramente Mons. Gänswein, anche in questo caso direi che si potrebbero trovare delle ragioni per cui nulla osta. Però si dovrebbe chiaramente indicare che il “papa emerito” non è più Papa».


A questo proposito anche un altro canonista contattato dalla Bussola, sostiene che in sé si potrebbero trovare ragioni per il titolo di “papa emerito”, purché si sottolinei, appunto, che non ci sono due papi. «Sono d'accordo - dice Scalese - si dovrebbe dire che non ci sono due Papi, come non ci sono due Vescovi in una diocesi, quando uno va in pensione. Non ci sono due Papi: il Papa è uno solo; l'altro è "emerito", cioè è stato Papa, ma non lo è più. Che poi continui a pregare e a far penitenza per la Chiesa, mi sembra non solo possibile, ma doveroso: lo fa, penso, qualsiasi Vescovo emerito per la propria diocesi; così come lo fa qualsiasi religioso in pensione nei confronti del proprio istituto (i gesuiti, ad esempio, nel loro annuario, accanto al nome dei religiosi quiescenti scrivono: "Prega per la Compagnia")».


Rimane però la questione di cui accennavamo all'inizio. Non ci sono due papi, ma, secondo Ganswein, c'è un “ministero [petrino] allargato”. Quindi?


«Le espressioni usate da Mons. Gänswein mi sembrano sinceramente eccessive. Parlare di una "dimensione collegiale e sinodale" del munus petrinum; parlare di un "ministero in comune" o di un "ministero allargato" con un membro attivo e uno contemplativo, mi sembra davvero troppo. Non so se ci si renda conto della portata di certe affermazioni: non mi meraviglia che poi qualcuno possa giungere a conclusioni estreme. Così come mi sembra del tutto fuori luogo parlare di "una nuova tappa nella storia del papato" o affermare che “con un atto di straordinaria audacia [Benedetto XVI] ha rinnovato quest'ufficio ... e con un ultimo sforzo lo ha potenziato”. Che la rinuncia al supremo pontificato sia una eventualità prevista dall'ordinamento canonico, d'accordo; ma fare di essa un rinnovamento e un potenziamento del ministero petrino, mi sembra semplicemente una sciocchezza. Anche la citazione di Scoto, «Decuit, potuit, fecit», mi sembra fuori luogo: non c'è dubbio che poteva farlo (e lo ha fatto); ma che fosse conveniente, si potrebbe discuterne a lungo».


In effetti da tempo che alcuni teologi stanno tentando di trovare una giustificazione ad un duplice modo di esercizio del munus petrino: uno sarebbe esclusivamente spirituale e l'altro, invece, amministrativo-esecutivo. Per cui Ratzinger avrebbe rinunciato al secondo modo, rimanendo, invece, partecipe del “munus” per quanto riguarda il primo. Ma, secondo altri, ciò non risolve il problema, anzi, semmai lo aggrava. Infatti, sono molte le domande che vengono a galla. Dopo l'abdicazione, il Papa che lascia rimane in qualche modo Papa? Se il Papa è colui che governa la Chiesa, come può rimanere tale rinunciando al governo? Da cosa è dato, allora, il carattere pontificale, cioè: perchè è ancora Papa dopo l'abdicazione?


A questo proposito nei sacri palazzi non mancano coloro che criticano le parole di Mons. Gänswein. Parole che aprono fronti molto caldi, e per cui sarebbe auspicabile arrivasse un qualche chiarimento. Perchè, dicono i critici, il ministero petrino è uno, il Papa è uno. E Benedetto XVI non è Papa, perchè non esiste un munuspetrino che possa essere in qualche modo allargato.


 






Fraternamente CaterinaLD

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"Eretico". Il verdetto del cardinale Müller sul primo consigliere del papa



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fernandez


In un'intervista sull'ultimo numero di "Herder Korrespondenz" il cardinale Gerhard L. Müller ha dato nientemeno che dell'"eretico" a un tizio che passa come "uno dei più stretti consiglieri del papa".


Ecco che cosa ha detto il prefetto della congregazione per la dottrina della fede:


"L'insegnamento sul papato come istituzione divina non può essere relativizzato da nessuno, perché questo vorrebbe dire voler correggere Dio stesso. […] Qualche tempo fa c'è stato chi è presentato da certi media di parte come uno dei più stretti consiglieri del papa, secondo il quale si può benissimo spostare la sede del papa a Medellin o sparpagliare gli uffici di curia in differenti Chiese locali. Ciò è fondamentalmente sbagliato e anche eretico [sogar häretisch]. In questa materia, basta leggere la costituzione dogmatica 'Lumen gentium' del Concilio Vaticano II per riconoscere l'assurdità ecclesiologica di questi giochi mentali. La sede del papa è la Chiesa di san Pietro in Roma".


Müller ha aggiunto che l'esplicita missione di san Pietro, di "guidare l'intera Chiesa come suo supremo pastore", è stata trasmessa "alla Chiesa in Roma e, con essa, al suo vescovo, il papa". E questo "non è un gioco organizzativo, ma è per preservare l'unità data da Dio" e riguarda anche "il ruolo dell'alto clero della Chiesa romana, i cardinali, che aiutano il papa nell'esercitare il suo primato".


Non è difficile indovinare chi è colui che Müller prende di mira. È l'arcivescovo Víctor Manuel Fernández, rettore della Universidad Católica Argentina di Buenos Aires e confidente di lunga data di Jorge Mario Bergoglio, nonché, effettivamente, suo teologo di fiducia e principale estensore dei suoi maggiori documenti, dalla "Evangelii gaudium" alla "Amoris laetitia", quest'ultimo addirittura saccheggiando brani di articoli scritti dallo stesso Fernández dieci anni fa:


> "Amoris laetitia" ha un autore ombra. Si chiama Víctor Manuel Fernández


Ciò che il cardinale Müller proprio non ha mandato giù, di Fernández, è quello che disse in un'intervista al "Corriere della Sera" del 10 maggio 2015:


"La curia vaticana non è una struttura essenziale. Il papa potrebbe pure andare ad abitare fuori Roma, avere un dicastero a Roma e un altro a Bogotá, e magari collegarsi per teleconferenza con gli esperti di liturgia che risiedono in Germania. Attorno al papa quello che c’è, in un senso teologico, è il collegio dei vescovi per servire il popolo. […] Gli stessi cardinali possono sparire, nel senso che non sono essenziali".


E ancora Fernández disse, prendendosela proprio con il cardinale prefetto, che in un'intervista a "La Croix" del 29 marzo aveva assegnato alla congregazione per la dottrina della fede la "missione di strutturazione teologica" di un pontificato eminentemente "pastorale" come quello di Francesco:


"Ho letto che alcuni dicono che la curia romana fa parte essenziale della missione della Chiesa, o che un prefetto del Vaticano è la bussola sicura che impedisce alla Chiesa di cadere nel pensiero light; oppure che quel prefetto assicura l’unità della fede e garantisce al pontefice una teologia seria. Ma i cattolici, leggendo il Vangelo, sanno che Cristo ha assicurato una guida e una illuminazione speciale al papa e all’insieme dei vescovi ma non a un prefetto o ad un altra struttura. Quando si sentono dire cose del genere sembrerebbe quasi che il papa fosse un loro rappresentante, oppure uno che è venuto a disturbare e che dev’essere controllato".


Più di un anno è passato da queste sparate del sedicente teologo argentino, delle quali papa Francesco non si dolse affatto, visto che se lo è tenuto ancora più stretto a sé.


E ora che Müller ha emesso contro Fernández il verdetto di "eresia", è sicuro che a cadere ancora più in basso nel punteggio del papa sarà lui, il cardinale. Che già non conta più nulla come prefetto della congregazione per la dottrina della fede, tanto meno per la "strutturazione teologica" di questo pontificato.


Al cui proposito non è escluso che soprattutto con Müller se la prendesse papa Francesco quando, nel suo terzo sermone ai sacerdoti in ritiro spirituale, il 2 giugno scorso, ha detto commentando l'incontro tra Gesù e l'adultera:


"A volte mi dà un misto di pena e di indignazione quando qualcuno si premura di spiegare l’ultima raccomandazione, il 'non peccare più'. E utilizza questa frase per 'difendere' Gesù e che non rimanga il fatto che si è scavalcata la legge".


Il cardinale Müller aveva infatti scritto, nel prendere posizione nel 2013 in vista del sinodo sulla famiglia:


"Un’ulteriore tendenza a favore dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti è quella che invoca l’argomento della misericordia. Poiché Gesù stesso ha solidarizzato con i sofferenti donando loro il suo amore misericordioso, la misericordia sarebbe quindi un segno speciale dell’autentica sequela. Questo è vero, ma è un argomento debole in materia teologico-sacramentaria, anche perché tutto l’ordine sacramentale è esattamente opera della misericordia divina e non può essere revocato richiamandosi allo stesso principio che lo sostiene.


"Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia.


"Gesù ha incontrato la donna adultera con grande compassione, ma le ha anche detto: 'Va’, e non peccare più' (Giovanni, 8, 11). La misericordia di Dio non è una dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della Chiesa; anzi, essa concede la forza della grazia per la loro piena realizzazione, per il rialzarsi dopo la caduta e per una vita di perfezione a immagine del Padre celeste".


E altrettanto Müller ha scritto in un libro-intervista del 2014 e in un altro del 2016.


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NOTA BENE !


Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.


Gli ultimi tre servizi di "www.chiesa":


9.6.2016
> O tutti o nessuno. La sinodalità che fa naufragare il Concilio
A pochi giorni dalla sua apertura, il Concilio panortodosso rischia di fallire. I patriarcati di Bulgaria, di Georgia e di Antiochia annunciano il ritiro, e Mosca dà loro man forte. A seminare discordia l'abbraccio tra Kirill e papa Francesco

7.6.2016
> Alice nel paese di "Amoris laetitia"
La folgorante critica di una studiosa australiana all'esortazione postsinodale. "Abbiamo perso ogni punto d'appoggio e siamo caduti come Alice in un universo parallelo, dove nulla è ciò che sembra essere"

3.6.2016
> "Scholas Occurrentes": la rivoluzione pedagogica di Francesco
Insegnamento cattolico addio. La rete mondiale di scuole che il papa cura e promuove con grande fervore ha un paradigma educativo totalmente secolarizzato. Al posto dei santi, i divi dello spettacolo e dello sport




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Il papa non è infallibile. Eccone otto prove

Equivoci, gaffe, vuoti di memoria, leggende metropolitane. Un elenco degli errori nei discorsi di Francesco. Il più disastroso in Paraguay 

di Sandro Magister




ROMA, 13 giugno 2016 – "Come aveva detto Benedetto XVI, la tolleranza deve essere zero": così papa Francesco nella sua intervista a "La Croix" del 16 maggio scorso, a proposito degli abusi sessuali sui minori.

Ma se si ripercorrono tutti gli scritti e i discorsi di papa Joseph Ratzinger, la formula "tolleranza zero" proprio non la si trova. Mai. E nemmeno qualche formula equivalente.

Eppure essa ritorna nelle cronache vaticane come un mantra, l'ultima volta pochi giorni fa, il 4 giugno, in occasione dell'uscita del motu proprio per la rimozione dei vescovi colpevoli di "negligenza" nel trattare i casi di abuso.

Ma mentre Francesco l'ha fatta propria più volte, ad esempio nella conferenza stampa del volo di ritorno dalla Terra Santa, attribuirla – come ha fatto – anche a Benedetto XVI non corrisponde a verità.

Ed è l'ultima delle non poche inesattezze che costellano l'eloquio pubblico dell'attuale papa.

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La penultima inesattezza è del 24 aprile, durante la visita che papa Francesco improvvisò a Villa Borghese, nel centro di Roma, ai focolarini riuniti in una manifestazione in difesa della natura.

Disse il papa, nel suo discorso improvvisato:

"Una volta qualcuno mi ha detto – non so se è vero, se qualcuno vuole può verificare, io non ho verificato – che le parola 'conflitto' nella lingua cinese è fatta da due segni: un segno che dice 'rischio', e un altro segno che dice 'opportunità'. Il conflitto, è vero, è un rischio ma è anche una opportunità".

In realtà questa immaginaria traduzione ad effetto della parola cinese "weiji" è un artificio oratorio inventato in Occidente. Fu lanciata per la prima volta da John Kennedy in un discorso a Indianapolis del 12 aprile 1959 e da lì in avanti ripresa numerose volte da lui e da altri leader politici americani, da Nixon ad Al Gore a Condoleezza Rice, diventando ricorrente anche nella stampa popolare di lingua inglese e non.

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Una terza imprecisione è nella conferenza stampa del 16 aprile di quest'anno sul volo di ritorno dall'isola di Lesbo.

Nel rispondere al fuoco di fila delle domande sulla "Amoris laetitia", Francesco indicò nel cardinale Christoph Schönborn l'interprete giusto del documento. E nel tesserne l'elogio – "è un grande teologo" e "conosce bene la dottrina della Chiesa" – aggiunse: "Lui è stato segretario della congregazione per la dottrina della fede". Cosa non vera, perché di questa congregazione Schönborn è stato ed è solo membro.

Inoltre, in quella stessa conferenza stampa, Francesco replicò con un inverosimile "Io non ricordo quella nota" a una domanda sulla cruciale nota 351 della "Amoris laetitia", quella che prospetta "l'aiuto dei sacramenti" ai divorziati risposati.

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Con un altro implausibile "Io non ricordo bene quel documento" Francesco rispose anche alla domanda se la nota dottrinale della congregazione per la dottrina della fede del 2003 che vieta ai parlamentari cattolici di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso "ha ancora un valore".

Questo durante la conferenza stampa sul volo di ritorno dal Messico, il 17 febbraio 2016. E proprio mentre in Italia una legge di quel tipo era sul punto di essere approvata.

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Nella stessa conferenza stampa sul volo dal Messico a Roma, altro passo falso, questa volta con Paolo VI a farne le spese.

Disse papa Francesco:

"Paolo VI – il grande! – in una situazione difficile, in Africa, ha permesso alle suore di usare gli anticoncezionali per i casi di violenza".

E aggiunse che "evitare la gravidanza non è un male assoluto, e in certi casi, come in quello che ho menzionato del beato Paolo VI, [ciò] era chiaro".

Due giorni dopo, anche padre Federico Lombardi ritirò fuori la stessa storia, in un'intervista alla Radio Vaticana fatta con l'intento di raddrizzare ciò che era andato storto nelle dichiarazioni del papa riprese dai media, che sul via libera agli anticoncezionali avevano già cantato vittoria:

"Il contraccettivo o il preservativo, in casi di particolare emergenza e gravità, possono anche essere oggetto di un discernimento di coscienza serio. Questo dice il papa. […] L’esempio che [Francesco] ha fatto di Paolo VI e della autorizzazione all’uso della pillola per delle religiose che erano a rischio gravissimo e continuo di violenza da parte dei ribelli nel Congo, ai tempi delle tragedie della guerra del Congo, fa capire che non è che fosse una situazione normale in cui questo veniva preso in considerazione".

In realtà che Paolo VI abbia esplicitamente dato quel permesso non risulta per niente. Nessuno è mai stato capace di scovare una sola sua parola in proposito.

Eppure questa leggenda metropolitana continua a stare in piedi da decenni e puntualmente ci sono cascati anche Francesco e il suo portavoce.

Come veramente si svolse quella  vicenda è stato ricostruito per filo e per segno in questo servizio di www.chiesa:

> Paolo VI e le suore violentate in Congo. Ciò che quel papa non disse mai

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Sesto e più disastroso errore: quello in cui è caduto Francesco ad Asunción l'11 luglio 2015, nel discorso ai rappresentanti della società civile del Paraguay, con in prima fila il presidente Horacio Cartes e le altre autorità del paese.

Lì il papa a un certo punto improvvisò, abbandonando il testo scritto:

"Ci sono cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c'è anche il presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: 'Senta, il tale si trova sequestrato dall'esercito, faccia qualcosa!'. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso era allontanare la gente, o con l'esilio o con la prigione; o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte. Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome".

Il nome che Francesco non aveva "sentito bene" era quello di Edelio Murinigo, un ufficiale sequestrato da più di un anno non dall'esercito regolare del Paraguay – come invece il papa aveva capito – ma da un sedicente "Ejército del pueblo paraguayo", un gruppo terrorista marxista-leninista attivo nel paese dal 2008.

Eppure, nonostante la dichiarata ed enfatizzata sua ignoranza del caso, Francesco non temette di utilizzare i pochi e confusi dati da lui malamente raccolti poco prima per accusare l'incolpevole presidente del Paraguay addirittura di un crimine assimilato ai peggiori misfatti nazisti e stalinisti.

Onore al presidente Cartes per la signoria con cui lasciò cadere nel vuoto l'impressionante pubblico affronto.

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Altro errore, la citazione immaginaria che Francesco ha messo in bocca al musicista Gustav Mahler nel discorso – zeppo di rimproveri – rivolto a Comunione e liberazione il 7 marzo 2015:

"Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – 'significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri'. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri".

Ogni volta che il papa fa una citazione, la squadra che dà poi forma ufficiale ai suoi discorsi la correda con il riferimento al testo da cui è tratta. Ma in questo caso ciò non è avvenuto. Perché non poteva avvenire.

In nessuno scritto di Mahler, infatti, si ritrova la frase citata da Francesco.

Va però notato che pochi giorni prima, nel concludere gli esercizi spirituali d'inizio Quaresima ai quali anche il papa aveva partecipato, il predicatore incaricato, il carmelitano Bruno Secondin, aveva costruito l'ultima sua meditazione proprio su quella citazione attribuita a Mahler anche da altri prima di lui e ormai entrata nell'uso corrente, sebbene senza riscontro nella realtà.

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E infine un'altra frase carissima a Jorge Mario Bergoglio ma di autore immaginario: "Ipse harmonia est".

La prima volta che la citò fu il 15 marzo 2013, due giorni dopo che era stato eletto papa, nel discorso rivolto ai cardinali reduci dal conclave: "Io ricordo quel Padre della Chiesa che definiva lo Spirito Santo così…".

Anche allora l'ufficio vaticano che si occupa di mettere in bella copia i discorsi del papa e di corredarli di riferimenti bibliografici si arrovellò per trovare chi e dove avesse detto quella frase. Ma non ci riuscì. La massima andò agli atti senza padre, senza madre, senza genealogia.

Ma Francesco non si diede per vinto e venti mesi dopo tornò a citare la massima attribuendogli lui una paternità: "'Ipse harmonia est', dice san Basilio". E anche questa volta essa finì agli atti senza la nota a piè di pagina, perché nessuno riuscì a scovare dove san Basilio avesse detto quelle parole.

Era il 22 dicembre 2014, e il discorso era quello poi divenuto famoso delle quindici "malattie" sbattute in faccia ai cardinali e vescovi di curia.

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Gli ultimi tre precedenti servizi di www.chiesa:

9.6.2016
> O tutti o nessuno. La sinodalità che fa naufragare il Concilio
A pochi giorni dalla sua apertura, il Concilio panortodosso rischia di fallire. I patriarcati di Bulgaria, di Georgia e di Antiochia annunciano il ritiro, e Mosca dà loro man forte. A seminare discordia l'abbraccio tra Kirill e papa Francesco

7.6.2016
> Alice nel paese di "Amoris laetitia"
La folgorante critica di una studiosa australiana all'esortazione postsinodale. "Abbiamo perso ogni punto d'appoggio e siamo caduti come Alice in un universo parallelo, dove nulla è ciò che sembra essere"

3.6.2016
> "Scholas Occurrentes": la rivoluzione pedagogica di Francesco
Insegnamento cattolico addio. La rete mondiale di scuole che il papa cura e promuove con grande fervore ha un paradigma educativo totalmente secolarizzato. Al posto dei santi, i divi dello spettacolo e dello sport

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Per altre notizie e commenti vedi il blog che Sandro Magister cura per i lettori di lingua italiana:

> SETTIMO CIELO


Ultimi tre titoli:

Tango argentino. Bergoglio e amici sbattono la porta in faccia a Macri

"Eretico". Il verdetto del cardinale Müller sul primo consigliere del papa

Un motu proprio per rimuovere i vescovi "negligenti". Tranne qualcuno

 



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13.6.2016 



e per una maggior comprensione:


POSSIBILE E NECESSARIA LA CRITICA A PRONUNCIAMENTI PAPALI SENZA COPERTURA NELLA SCRITTURA E NEL CREDO

di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI

 

«Si dovrebbe evitare soprattutto l’impressione che il papa (o l’ufficio in genere) possa solo raccogliere ed esprimere di volta in volta la media statistica della fede viva, per cui non sia possibile una decisione contraria a questi valori statistici medi (i quali sono poi anche problematici nella loro constatabilità).

La fede si norma sui dati oggettivi della Scrittura e del dogma, che in tempi oscuri possono anche spaventosamente scomparire dalla coscienza della (statisticamente) maggior parte della cristianità, senza perdere peraltro in nulla il loro carattere impegnante e vincolante.

In questo caso la parola del papa può e deve senz’altro porsi contro la statistica e contro la potenza di un’opinione, che pretende fortemente di essere la sola valida; e ciò dovrà avvenire con tanta più decisione quanto più chiara sarà (come nel caso ipotizzato) la testimonianza della tradizione.

Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale.

Dove non esiste né l'unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità».

Fede, ragione, verità e amore, p. 400 (Lindau 2009)


 

[Modificato da Caterina63 13/06/2016 10.48]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Ancora mons. Gänswein. Sulle dimissioni di papa Benedetto 'la natura ha parlato'


 


Riprendiamo, nella nostra traduzione, un articolo del 25 giugno scorso di Anian Christoph Wimmer (Catholic News Agency). Stile molto colloquiale. In realtà nulla di nuovo rispetto all'intervento di Mons Georg Gänswein [qui] - da me commentato qui - che ha suscitato le reazioni di cui si parla. Tranne la notazione finale sulla cosiddetta 'Profezia dei Papi' di Malachia, che francamente appare sorprendente sia nella domanda che nella risposta. E anche col riferimento indecifrabile, che io ne sappia, a San Filippo Neri.




Mons Georg Gänswein, il collaboratore personale più stretto del Papa Emerito Benedetto XVI, in una nuova intervista parla delle dimissioni di Benedetto, della reazione negativa alle sue recenti affermazioni su un "ministero petrino allargato", e altro ancora.


Qual è il punto di vista di Benedetto XVI sulle sue storiche dimissioni? Il suo segretario monsignor Georg Gänswein com'è arrivato alla controversa osservazione su un "ministero petrino allargato"? Che dire della "Profezia di Malachia", che vede presumibilmente Francesco come l'ultimo pontefice?

In una recente e franca conversazione col veterano corrispondente da Roma di EWTN, Paul Badde, Gänswein ha espresso la sua opinione su queste ed una serie di altre questioni.
L'arcivescovo tedesco attualmente è al servizio di Papa Francesco come Prefetto della Casa Pontificia e ha inoltre mantenuto le sue funzioni di segretario del pontefice in pensione [!?] Benedetto XVI. La conversazione precede di poco il 65° anniversario della ordinazione sacerdotale di Papa Benedetto, per il quale è fissata una cerimonia in Vaticano il 28 giugno prossimo.

'La Natura ha parlato'
Quando un enorme fulmine ha illuminato la cima della cupola di San Pietro, la sera dell'11 Febbraio 2013, molti osservatori hanno voluto interpretarlo come una reazione divina all'annuncio storico delle dimissioni di Papa Benedetto, rese proprio quella mattina.
Come suo segretario personale, Gänswein, ha ricordato, circa il fulmine, come sia lui che Benedetto lo abbiano scoperto solo dopo l'evento.
"L'impressione è stata quella di un segno dall'alto, una reazione", ha detto Badde. Quando [Gänswein] ha mostrato a Benedetto le immagini dell'incidente spettacolare pochi giorni dopo, il Papa ha chiesto se si trattasse di una specie di montaggio digitale, Gänswein ha detto, aggiungendo: "Tuttavia, la natura ha parlato."

Come Papa Benedetto vede oggi la sua decisione sulle dimissioni.
Gänswein ha ricordato il doloroso impatto emotivo dell'addio di Benedetto all'ufficio papale e alla casa. "Infatti, mi sono trovato costretto a piangere apertamente", ha detto. Tuttavia, con i tre anni trascorsi, "c'è stata molta riflessione, inclusa quella personale."
Egli ha affermato che "Papa Benedetto era - e ciò vale ogni giorno di più - molto in pace con la sua decisione di dimettersi, e che fosse il passo giusto da fare. Mi ha aiutato personalmente a superare la mia resistenza iniziale e accetto che Papa Benedetto abbia preso, dopo molta battaglia interiore e preghiera, quella che si rivelava la decisione giusta. E poi ha deciso".
Gänswein ha detto che le gioie più grandi di Benedetto XVI dopo il ritiro sono: "avere il tempo per la preghiera, la riflessione e la lettura -, ma anche per gli incontri personali", nonostante viva anche "la vita di un monaco" nel monastero dove ora risiede..

Un 'Ministero petrino allargato?'
Paul Badde durante l'intervista ha accennato ad certo numero di cardinali che sono "sconvolti quando sentono che la Chiesa attualmente ha due successori di Pietro viventi. Recentemente lei ha parlato di un ufficio petrino allargato, che si dice Papa Benedetto abbia introdotto. Ci può spiegare qualcosa in più? "
"Ho esaminato le reazioni e mi è stato imputato di aver detto una serie di cose che non ho detto. Naturalmente, Papa Francesco è il papa legittimo e legittimamente eletto ", ha detto Gänswein.
"Qualsiasi affermazione riguardante due papi, legittimo uno, illegittimo l'altro, è quindi errata." Quello che in realtà intendevo dire, ha aggiunto Gänswein, è che Benedetto continua ad essere presente nella preghiera e nel sacrificio, che porta frutti spirituali.
L'arcivescovo ha anche respinto qualsiasi allusione a problemi o anche ad una qualche forma di rivalità. Ha detto: "Quando si applica il buon senso, la fede e un po 'di teologia, ciò dovrebbe essere chiaro".

La 'Profezia dei Papi'
Durante l'intervista, Badde fa riferimento ad una vecchia presunta profezia recentemente ripresa in alcune discussioni clericali: La "Profezia dei Papi", conosciuta anche come la "profezia di Malachia," - la previsione è attribuita a San Filippo Neri (?) - secondo la quale, Papa Francesco può essere considerato l'ultimo papa.
Gänswein. ha ammesso: "Infatti, se si considera la profezia, e come in essa ci siano precisi riferimenti ai papi citati nella sua storia - ciò mi dà i brividi".
Anche se i cattolici non sono tenuti ad accettare la profezia, "parlando per esperienza storica, bisogna dire: "Sì, è un campanello d'allarme"

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]



Che tipo di “dimissioni” sono quelle di Benedetto XVI?


A proposito delle recenti dichiarazioni di Mons. Gänswein 


24 giugno 2016, San Giovanni Battista


Abbiamo ricevuto il seguente testo:

Cara Redazione di Disputationes Theologicae,

                  ho letto la conferenza di Mons. Gänswein del 21 maggio scorso sulle “dimissioni” di Benedetto XVI. Che cosa dobbiamo pensare di un testo del genere? Chi è il Papa ? Sono inquieto per la Chiesa e prego incessantemente per questa situazione che mi sembra incomprensibile e quasi apocalittica.

Vi ricordo tutti nel Rosario
                                                                                                Cesare Bin



Ringraziamo il lettore Cesare Bin per aver scritto alla nostra Redazione. Fermo restando che sulla legittimità dei Pontificati solo la Chiesa ha diritto a pronunciarsi in maniera dirimente, resta giusto interrogarsi sulla natura e le circostanze di un atto “eccezionale”, soprattutto se esso appare difficilmente inquadrabile in un contesto teologico e canonico finora noto. In attesa che la Storia ci offra ulteriori dati, risponderemo proponendo alcune riflessioni, che evidentemente - vista la complessa e delicata materia - rimangono suscettibili di rilettura anche in funzione dei futuri pronunciamenti ufficiali dell’autorità ecclesiastica.

Prima d’analizzare il testo di Mons. Gänswein è forse necessario fare un passo indietro.

Nel 1294 Pietro da Morrone veniva eletto Pontefice con il nome di Celestino V. L’umile - ed oggettivamente inadeguato - monaco degli Abruzzi si ritrovava così sul soglio di Pietro. Presto si rese conto di quanto difficile fosse il compito che aveva accettato e cominciò a riflettere sull’opportunità d’una rinuncia. Furono interrogati i più insigni canonisti (tra i quali i Cardinali Benedetto Caetani e Gerardo Bianchi) e - per evitare accuratamente quei problemi che possono presentarsi quando un Papa regolarmente eletto resta in vita dopo la rinuncia - si redassero dei  documenti d’abdicazione che non lasciassero adito a dubbi e che specificassero accuratamente che Celestino V lasciava per sempre il Papato e tutto quanto esso comporta. E’ noto che i Cardinali si rifiutarono di accondiscendere alle richieste di Celestino che voleva mantenere l’uso delle insegne pontificali durante le celebrazioni[1]. Egli ridiventava ormai solo Pietro da Morrone e rivestiva il rude sacco monastico.

Questa per sommi capi la storia di una rinuncia al Pontificato che si svolse, seppur in vicende travagliate, con una chiarezza canonica che la fece assurgere a paradigma futuro per gli studiosi di storia della Chiesa, di teologia e di diritto canonico, fino all’approdo al recente canone 332 del Codice di Diritto Canonico[2].
  La scelta di Celestino però che “era ridiventato Pietro da Morrone” - ci dice Mons. Gänswein[3] - non è paragonabile a quella di Benedetto XVI, che ancor oggi deve essere chiamato “Sua Santità Papa Benedetto XVI”.

Mons. Gänswein, nel citato intervento, non si stanca di ripetere che l’atto del 21 febbraio 2013 fu un atto sui generis, specifica che esso non è inquadrabile in un precedente storico o canonico e che “Da allora viviamo in un’epoca storica che nella bimillenaria storia della Chiesa è senza precedenti”. 
Citiamo : “Perciò dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat)”.

Aggiunge il Segretario di Papa Benedetto: “Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo”. Mons. Gänswein si interroga anche se davvero sia venuto il momento di giudicare tale Pontificato e rimanda al Pontificato di San Gregorio VII, il Papa riformatore - eterno bersaglio del pensiero liberale e dei nemici della Chiesa - che morì in esilio a Salerno, talmente avversato dai potenti di turno che l’Imperatore gli oppose un antipapa.

Quello compiuto da Benedetto XVI è descritto come un “passo di millenaria portata storica”, un “misterioso passo”.

E più in basso: “Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato”.

Ma citiamo l’intera frase che ancora una volta prende nettamente le distanze dal precedente canonico di Celestino V:

“Ma nella storia della Chiesa resterà che nell’anno 2013 il celebre Teologo sul Soglio di Pietro è diventato il primo “Papa emeritus” della storia. Da allora il suo ruolo - mi permetto ripeterlo ancora una volta - è del tutto diverso da quello, ad esempio, del santo papa Celestino V, che dopo le sue dimissioni nel 1294 avrebbe voluto ritornare eremita, divenendo invece prigioniero del suo successore Bonifacio VIII (al quale oggi dobbiamo nella Chiesa l’istituzione degli anni giubilari). Un passo come quello compiuto da Benedetto XVI fino ad oggi non c’era appunto mai stato.”

L’interrogativo teologico e canonico sorge dunque spontaneamente, poiché se è un atto che “non c’era mai stato” e che “è del tutto [addirittura “del tutto”, ndr] diverso da quello, ad esempio, del Santo papa Celestino V”, è naturale interrogarsi in sede teologica e canonica sulla sua natura e le sue conseguenze, anche perché a tali impressionanti affermazioni non hanno fatto seguito delle spiegazioni proporzionate. Non sappiamo nemmeno se esistono altri testi che specifichino e precisino canonicamente tali novità, magari redatti nei giorni precedenti o immediatamente successivi all’11 febbraio 2013, giorni in cui la potestà era certamente ancora plenaria e indiscussa.

 La questione si complica ulteriormente perché tali affermazioni seguono la questione - inaudita fino al 2013 - del “Papa emerito”. Che si tratti di una novità da non sottovalutare che preoccupò lo stesso Benedetto XVI è detto nel testo, che parla di una sua profonda riflessione: “già da tempo aveva riflettuto a fondo, dal punto di vista teologico,sulla possibilità di papi emeriti per il futuro”. Ora, la questione della rinuncia al Soglio Pontificio è questione da tempo definita, non solo a seguito di Papa Celestino, ma anche in tante altre discussioni teologiche, come per esempio gli approfonditi studi messi a punto per trovare una via d’uscita allo Scisma d’Occidente[4]. Non poteva certo sfuggire al Papa teologo che non è necessario riflettere molto a lungo, né dal punto di vista teologico né dal punto di vista canonico, sulla natura, le modalità e le conseguenze di tale atto, se si intende porlo nelle formule classiche di Celestino. Eppure ci viene detto che fu necessaria una riflessione “a fondo” - si badi bene - non già sull’opportunità e le circostanze prudenziali, ma “dal punto di vista teologico”. Su cosa c’è da riflettere ?

Quest’ultima dichiarazione tra l’altro insiste sul fatto che ciò che ha impegnato lungamente la riflessione teologica di Benedetto XVI sia stato il ruolo di “Papa emerito”. Sembrerebbe quindi da escludersi, come semplicisticamente affermato in più sedi, che l’appellativo di “Papa emerito” sia da prendere come qualcosa di meramente metaforico, quasi ad indicare un’affezione speciale al Papato. Un simile richiamo al ruolo passato, ove fosse solo d’ordine affettivo-orante e niente affatto giurisdizionale, può comportare molte preghiere e qualche lacrima nostalgica al limite, ma non esige certo lunghe riflessioni teologiche. Mentre qui si parla di una questione non solo totalmente nuova, ma anche lungamente meditata dal punto di visto teologico.

Nel punto specifico, del quadro teologico e canonico classico, manca il chiaro ritorno a “Pietro da Morrone”. Una tale assenza - nelle rinunce classiche - “fino ad oggi non c’era appunto mai stat(a)”.

Mons. Gänswein afferma quindi implicitamente che l’intentio di Papa Benedetto - e tutti intuiscono l’importanza dell’intentio in un atto del genere - è sempre stata la stessa. “Prima e dopo le sue dimissioni”, ma soprattutto “prima”.
  Citiamo: “Prima e dopo le sue dimissioni Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione a un tale “ministero petrino”. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune”.

Quindi l’intentio di Benedetto XVI nel porre l’atto fu quella dell’abbandono del ministero petrino…senza però abbandonarlo affatto? Ora, l’unico modo di leggere questa frase perché essa abbia un senso e rimanendo nella logica classica, che è l’unica a fondare il Diritto, è che l’abbandono di cui si parla non sia avvenuto “sotto lo stesso rapporto”. Si sta dicendo che c’è stato l’abbandono di un aspetto del ministero, ma non di un altro? Si sta forse parlando di un’intenzione ad un abbandono parziale di tale ministero?

E si parla non a caso di “partecipazione a un tale ministero petrino”. “Partecipare” vuol dire “partem habere”, ma che partecipazione al ministero (ed è detto che non si tratta di una partecipazione meramente simbolica, ma “quasi un ministero in comune”) può avere un ecclesiastico, alla Plenaria et Suprema Potestas, se non gli è data dal Papa stesso?  E soprattutto come può qualcuno conferire a se stesso la partecipazione “a un tale ministero” per l’avvenire, presumibilmente fino alla propria morte, prima ancora che il Successore sia eletto? Questa “continuità di partecipazione” dopo le “dimissioni” su cosa riposa se non sul potere delle Chiavi?

E’ noto in proposito il parere autorevole del canonista Stefano Violi, professore di Diritto Canonico della Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, che, specificando la singolarità della rinuncia di Benedetto XVI, ha scritto : “Il fondamento teologico giuridico è laplenitudo potestatis sancita dal can. 331. Proprio nel fascio delle potestà inerenti l’ufficio è compresa anche la potestà privativa ovvero la facoltà libera e insindacabile di rinunciare a tutte le potestà stesse senza rinunciare al munus”[5].
  Ora, anche facendo astrazione dal problema non secondario di cosa possa e cosa non possa essere ceduto del potere pontificio, rimane assodato che chi può decidere cosa ritenere personalmente e cosa dare in collazione (personale o collegiale) del ministero petrino, è solo colui che detiene la Potestas in maniera suprema e plenaria[6].

Mons. Gänswein poche righe prima aveva esordito sottolineando l’importanza e la perennità del Papato monarchico: “Come ai tempi di Pietro, anche oggi la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica continua ad avere un unico Papa legittimo”. Ora ci parla di una “integrazione” secondo la quale pur restando l’ “ufficio personale” si può introdurre una dimensione che prevede “quasi un ministero in comune”. Quel “quasi” si rende necessario perché in effetti non esiste - e mai potrà esistere - un Papato che non sia monarchico.

Non è facile determinare con chiarezza di cosa si stia parlando. In linea con altre affermazioni, sta forse parlando di una sorta d’associazione al potere pontificio di un secondo soggetto oltre al Papa regnante? Certo non è limpido in che misura questo secondo soggetto, che non sarebbe Papa, ma piuttosto quasi una sorta di “Super-Vescovo-associato”, potrebbe esercitare “di fatto” delle prerogative papali in un “ministero allargato” e a che titolo potrebbe fregiarsi dell’appellativo di “Papa”, soprattutto se non ha il munus, ma solo un’associazione al ministerium. Mons. Gänswein sottolinea tra l’altro che “La parola chiave di quella Dichiarazione è munus”. E questo è evidente, poiché è proprio l’assenza da tale Dichiarazione di una esplicita rinuncia al “munus” che ha fatto correre tanto inchiostro.

Continua il Segretario del Papa, dando ragione del perché Benedetto sia ancora Sua Santità: “Dall’elezione del suo successore Francesco il 13 marzo 2013 non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato - con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è “Santità”; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano - come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato che egli, con quel passo, ha arricchito con la “centrale” della sua preghiera e della sua compassione posta nei Giardini vaticani.”

Il problema rimane, seppur diversamente espresso, ed è che se qualcosa di papale persiste in Benedetto XVI per sua volontà “prima e dopo le dimissioni” - addirittura il titolo di “Santità” che appunto fa riferimento alla santità non dell’uomo, ma del munus - ciò sembra potersi produrre solo in virtù di quella giurisdizione che Cristo Gli ha conferito nell’aprile 2005.

Una delle traduzioni più calzanti di “munus” in un contesto canonico è forse proprio la parola “ufficio”. Dice il Segretario di Benedetto: “egli non ha abbandonato l’ufficio di Pietro - cosa che gli sarebbe stata del tutto impossibile a seguito della sua accettazione irrevocabile dell’ufficio nell’aprile 2005. Con un atto di straordinaria audacia egli ha invece rinnovato quest’ufficio (anche contro l’opinione di consiglieri ben intenzionati e senza dubbio competenti)”.

Né si capisce perché abbandonare l’ufficio “gli sarebbe stato del tutto impossibile”, se non per un motivo volontario, perché - come fece Celestino - è certamente possibile abbandonare l’ufficio petrino. La frase conferma comunque l’importanza della “parola chiave munus” e dell’assoluta novità della situazione, nel contempo viene anche svelata la contrarietà degli esperti (verosimilmente teologi e canonisti) a tale soluzione “eccezionale”.

Il tempo porterà certamente nuova luce, ma i quesiti ecclesiali sollevati dalle suddette dichiarazioni restano di grande portata.

Sulle circostanze dell’atto infine, la cui importanza è tale da condizionarne la moralità nel senso più ampio del termine e che forse racchiudono la vera chiave di lettura, lasciamo ancora una volta la parola al Segretario di Benedetto XVI:

Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”. L’elezione era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a “una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” aveva contrapposto un’altra misura: “il Figlio di Dio e vero uomo” come “la misura del vero umanesimo”.


La Redazione di Disputationes Theologicae






[1] P. Herde,Celestino V, Santo, in Enciclopedia dei Papi, II, p. 268. Sulla documentazione storica e canonica e sui testi raccolti sotto il Pontificato di Bonifacio VIII, cfr. anche Idem, Celestino V (Pietro del Morrone). Il Papa angelico, L’Aquila 2004; V. Gigliotti «Fit monachus, qui papa fuit»: la rinuncia di Celestino V tra diritto e letteratura inRivista di Storia e letteratura religiosa, 44 (2008), pp. 257-323.
[2] Il citato canone è in continuità con la costante tradizione canonistica, dal Liber Sextus Decretalium di Bonifacio VIII fino al suo immediato precedente, il can. 221 del Codice di Diritto Canonico del 1917.
[3] Georg Gänswein, Intervento del 21 maggio 2016, Città del Vaticano. Cfr. Benedetto XVI, la fine del Vecchio, l’inizio del nuovo, l’analisi di Georg Gansweinhttp://www.acistampa.com/story/bendetto-xvi-la-fine-del-vecchio-linizio-del-nuovo-lanalisi-di-georg-ganswein-3369. I grassetti sono nostri.
[4] Cfr. Johannes Grohe, Deposizioni, abdicazioni e rinunce al Pontificato tra 1046 e 1449, in Chiesa e Storia 4 (2014), pp. 55-72.
[5] S. Violi, La rinuncia di Benedetto XVI. Tra storia, diritto e coscienza, in Rivista teologica di Lugano 18 (2013) pp. 155-166.

[6] Sull’origine e la natura del potere di giurisdizione papale e la collazione di giurisdizione cfr. anche S. Carusi,Episcopalismo, collegialismo e Sommo Pontificato, in Disputationes Theologicae del 29 giugno 2014.

Pubblicato da Disputationes Theologicae 





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Se fosse una fiction ci divertiremmo

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di Satiricus

Sono stato a distanza dalle critiche verso l’attuale Pontefice, un po’ per prudenza e un po’ per senso di inutilità delle medesime, un po’ perché non ho capito se c’è o no un Pontefice.

Però, come sapete, in estate le giornate si allungano e bisogna pur riempire il tempo, per cui nessuno si allerti se rispolvero una puntata dell’ambita serie “I Bergoglioni”. I Bergoglioni ha un vago precedente nei Cesaroni, che a loro volta si ispirano a Los Serrano. Tutte fiction che piacciono ai media e alla critica, ma chefanno accapponare la pelle se riportare a vita reale.

I Cesaroni parla di due ex fidanzati, Giulio e Lucia, che riscoprono il loro amore, si sposano e vanno a vivere a casa di lui, a Roma, con i tre figli di lui e le due figlie di lei; i Cesaroni sono inoltre circondati da parenti e amici, etc. (fonte: wiki). I Bergoglioni invece tratta di una scena surreale in cui due pontefici con i relativi seguiti di livree e di fedeli vanno a vivere assieme e si trovano tutti d’amore e d’accordo, tra colpi di scena e momenti di suspense, che però tradiscono ad ogni ciack l’immancabile lieto fine. Quello dei Bergoglioni è il mondo “tout va très bien madame la marquise” in cui giornali, radio, TV, curie e sempre meno fedeli vivono da alcuni anni in qua.

Per darvene un esempio, di recente ho avuto modo di raccogliere uno sketch bergoglione che grossomodo viaggiava su questi toni: «Il Papa non parla 'ai lontani', ma parla all'uomo post-moderno [3], e se non usa quei criteri (umani e non teologici [2]) non passerebbe nessun messaggio. Così dimostra che è necessario rifondare le basi umane prima ancora che convertire [1]), sennò in sostanza farebbe le cose a metà o non si partirebbe nemmeno [4]. La situazione ecclesiale poi non mi pare una cosa così ingestibile e non CREDO ancora che possa portare grandi drammi nella Chiesa [5]».

Quindi? Quindi “tout va très bien madame la marquise” (applausi!). Una bella puntata, non c’è che dire, a patto che la si guardi con attitudine da telespettatore. Se invece ci trovassimo nella vita reale, allora qualche obiezione andrebbe mossa e senza tanti complimenti. La prima è stata suggerita sopra: sono sempre meno i fedeli convinti di questa tranquillità di fondo: si tratti di teologi, chierici e non, che hanno risposto con durezza sorprendente ad alcune recenti dichiarazioni e pubblicazioni papali, o di più semplici opinionisti e giornalisti, che da gioviali estimatori del Pontefice sono divenuti suoi aperti e scientifici critici.
Lasciatemi fare pochi nomi, tra i laici: Maurizio Blondet, che prima ha elogiato e poi, dopo alcuni mesi, demolito Francesco; il Mastino, che prima ha criticato, poi salvato, poi ignorato e ora (mi pare) di nuovo piccona sul pontificato; Langone, che biasimava Gnocchi&Palmaro per le loro visioni retrive, ma ormai li ha pareggiati ampiamente; la Miriano – mi dicono – che in punta di tacchi qualcuna indietro gliel’ha rimandata, a Giorgione; Aldo Maria Valli, che non ha mancato recenti esternazioni sul suo blog. Sono alcuni esempi, cui andrebbero aggiunte decine di insabbiati. Non si smuovono invece, sempre tra i laici, gli inossidabili: Socci e Gnocchi sul fronte dei critici, Tornielli e Bianchi su quello degli adulatori.

E sia, il mare dei bergoglioni è ancora abbastanza vasto e carico di ottime convinzioni. Convinzioni che mettono tristezza a tutti, tranne al telespettatore. Ma insomma, voi cosa rispondereste al monologo della marchesa appena citato? Io basito ho risposto per punti, ma sapendo che si tratta di un gioco che non interessa a nessuno, non serve a nessuno e non giova a nessuno: 

Punto primo [1], rifondare e convertire non sono due step che possano essere separati in tutto e per tutto, anche Hegel col suo sistema dialettico potrebbe insegnarcelo (così, tanto per citare un eretico, che magari lo ascoltano più volentieri). 

Punto secondo [2], umano e teologico non si contrappongono, ma si intersecano; la scissione tra natura e soprannatura (detta duplex ordo) è stata mortalmente ferita proprio nel contesto conciliare, possibile che il più conciliarista dei pontificati abbia oscurato questo sapere teologicamente aggiornatissimo? 

Punto terzo
 [3], mi pare che il Papa in realtà stia ancora parlando all'uomo moderno, per il semplice fatto che il post-moderno ha rotto gli argini spaziali, temporali e culturali in ogni direzione; esemplifico per non annoiare: Radio Spada è ospite graditissimo del post-moderno, ospite sgraditissimo del moderno (questa analisi farà pure indispettire tutti, ma questo è il post-moderno e non per mia scelta) – del resto non mi stupirei se persino in Vaticano non avessero chiaro la cosa (non coloro che hanno voce in capitolo). 

Punto quarto [4], ci manca solo che il Vangelo univocamente inteso (cioè senza cedere a contraddizioni, eresie materiali, luteranismi) non sia più sufficiente ad evangelizzare, almeno per l'azione dello Spirito che agisce tramite esso: il Papa rappresenta Cristo, non lo sostituisce, e nel Vangelo è Gesù che seda la tempesta, Pietro ben che vada affonda tra le onde. 

Punto quinti
 [5], io SPERO che i drammi che Cristo ha finora permesso e ancora permetterà tramite l'attuale stagione servano a purificarci, o almeno a purificare me. Per il resto, godetevi il prosieguo dei Bergoglioni, per essere intrattenimento è anche piacevole, esilarante a tratti, guardando per esempio alle incestuosità dottrinali che l’ecumenismo ispira a passi presti e svelti.



[Modificato da Caterina63 05/07/2016 10.11]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Due papi come mai nella storia, da vero "stato d'eccezione"



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papi


Ricevo e pubblico.


*


LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI E L'OMBRA DI CARL SCHMITT


 


di Guido Ferro Canale


Il recente intervento di Mons. Georg Gänswein sulla rinuncia di Benedetto XVI al pontificato ha suscitato clamore e riflessioni soprattutto perché sembrerebbe offrire un supporto alla teoria dei “due papi”. Senza entrare nel dibattito su quest’aspetto, o sulla problematica distinzione tra esercizio attivo e passivo del ministero petrino, vorrei attirare l’attenzione su un punto differente del testo, le cui implicazioni mi paiono meritevoli di approfondimento.


Mi permetto di esordire additando, in primo luogo, il titolo scelto dall’illustre Autore: “Benedetto XVI, la fine del vecchio, l’inizio del nuovo”. Egli lo giustifica in esordio, affermando che egli “ha incarnato la ricchezza della tradizione cattolica come nessun altro; e che – nello stesso tempo – è stato talmente audace da aprire la porta a una nuova fase, per quella svolta storica che nessuno cinque anni fa si sarebbe potuto immaginare”. In altri termini: l’“inizio del nuovo” non lo ravvisa in uno qualsiasi dei molti atti di governo o di magistero, ma proprio nella rinunzia e nella situazione inedita che essa crea.


Situazione che egli non descrive solo nei termini della dicotomia nell’esercizio del ministero. Impiega anche – sebbene in modo meno evidente – un’altra categoria, lo stato di eccezione.


La introduce in maniera obliqua, come riferendo un’opinione altrui: “Molti continuano a percepire ancor oggi questa situazione nuova come una sorta di stato d’eccezione voluto dal Cielo”. Tuttavia, poi, la fa propria, come estendendola all’intero pontificato ratzingeriano: “Dall’undici febbraio 2013 il ministero papale non è più quello di prima. È e rimane il fondamento della Chiesa cattolica; e tuttavia è un fondamento che Benedetto XVI ha profondamente e durevolmente trasformato nel suo pontificato d’eccezione (Ausnahmepontifikat), rispetto al quale il sobrio cardinale Sodano, reagendo con immediatezza e semplicità subito dopo la sorprendente dichiarazione di rinuncia, profondamente emozionato e quasi preso dallo smarrimento, aveva esclamato che quella notizia era risuonata fra i cardinali riuniti ‘come un fulmine a ciel sereno’”.


La lettura sembra piuttosto chiara: quello di Benedetto XVI diventa un “pontificato di eccezione” in forza della rinuncia e nel momento della rinuncia.


Ma perché l’espressione è riportata anche in tedesco, come "Ausnahmepontifikat"?


In italiano, “pontificato di eccezione” suona semplicemente come “fuori del comune”. Ma il riferimento alla sua lingua materna fa capire che Mons. Gänswein non ha in mente una simile banalità, bensì la categoria dello “stato di eccezione” (Ausnahmezustand).


Una categoria che qualunque tedesco di media cultura associa immediatamente alla figura e al pensiero di Carl Schmitt.


Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. […] Qui con stato di eccezione va inteso un concetto generale della dottrina dello Stato, e non qualsiasi ordinanza d’emergenza o stato d’assedio. […] Infatti non ogni competenza inconsueta, non ogni misura o ordinanza poliziesca d’emergenza è già una situazione d’eccezione: a questa pertiene piuttosto una competenza illimitata in via di principio, cioè la sospensione dell’intero ordinamento vigente. Se si verifica tale situazione, allora è chiaro che lo Stato continua a sussistere, mentre il diritto viene meno” (C. Schmitt, "Teologia politica", in Id., "Le categorie del politico”, Bologna, 1972, pagg. 34 e 38-9).


"Aus-nahme": letteralmente, “fuori-legge”. Uno stato di cose che non può essere regolato a priori e quindi, se si verifica, obbliga a sospendere l’intero ordinamento giuridico.


Un "Ausnahmepontifikat", dunque, sarebbe un pontificato che sospende, in qualche modo, le regole ordinarie di funzionamento dell’ufficio petrino o, come dice Mons. Gänswein, “rinnova” l’ufficio stesso.


E, se l’analogia corre, questa sospensione sarebbe giustificata, o piuttosto imposta, da un’emergenza impossibile ad affrontarsi altrimenti.


In un altro testo, "Il custode della costituzione", Schmitt ravvisa il potere di decidere sul caso di eccezione nel presidente della repubblica di Weimar e lo ritiene funzionale alla custodia della costituzione. Forse questo aspetto del pensiero schmittiano non è pertinente, ma certo dà l’idea della gravità della crisi richiesta da uno stato di eccezione.


Possibile, allora, che un concetto dalle implicazioni simili sia stato impiegato con leggerezza, in modo impreciso, magari solo per alludere alla difficoltà di inquadrare la situazione creatasi con la rinuncia secondo le regole e i concetti ordinari?


Non mi sembra possibile, per tre ragioni.


1) L’improprietà di linguaggio non si presume, a fortiori trattandosi di uno dei concetti più conosciuti di uno studioso che, almeno in Germania, è noto "lippis et tonsoribus".


2) L’enfasi, evidente fin dal titolo, su effetti e portata della rinuncia, che non è certo considerata una possibilità di rara occorrenza ma tranquillamente prevista dal codice di diritto canonico (si consideri che è definita, tra l’altro, “ben ponderato passo di millenaria portata”);


3) I possibili riferimenti alla situazione critica concreta che mi sembra di ravvisare nell’intervento di Mons. Gänswein.


Si consideri quanto egli dice sull’elezione di Benedetto XVI “a seguito di una drammatica lotta”: “Era certamente l’esito anche di uno scontro, la cui chiave quasi aveva fornito lo stesso Ratzinger da cardinale decano, nella storica omelia del 18 aprile 2005 in San Pietro; e precisamente lì dove a ‘una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’ aveva contrapposto un’altra misura: ‘il Figlio di Dio e vero uomo’ come ‘la misura del vero umanesimo’.”.


Uno scontro dove, se non in conclave, nel cuore della Chiesa?


Se ne indicano anche i protagonisti. E non è un mistero per nessuno, ormai, che il “gruppo di San Gallo” è tornato in azione nel 2013.


Quanta parte delle difficoltà del pontificato di Benedetto XVI si può spiegare proprio con questo scontro magari sotterraneo, ma incessante, tra chi resta fedele all’immagine evangelica del “sale della terra” e chi vorrebbe prostituire la Sposa dell’Agnello alla dittatura del relativismo? Questo scontro, che non è solo una lotta per il potere, ma semmai una lotta sovrannaturale per le anime, è la ragione principale per cui gli uni hanno amato Benedetto XVI, gli altri lo hanno odiato.


E proseguiamo nella lettura.


“Durante l’elezione, poi, nella Cappella Sistina fui testimone che visse l’elezione come un ‘vero shock’ e provò ‘turbamento’, e che si sentì ‘come venire le vertigini’ non appena capì che ‘la mannaia’ dell’elezione sarebbe caduta su di lui. Non svelo qui alcun segreto perché fu Benedetto XVI stesso a confessare tutto questo pubblicamente in occasione della prima udienza concessa ai pellegrini venuti dalla Germania. E così non sorprende che fu Benedetto XVI il primo papa che subito dopo la sua elezione invitò i fedeli a pregare per lui, fatto questo che ancora una volta questo libro [di Roberto Regoli] ci ricorda.”.


Ma più del “soprattutto mi affido alle vostre preghiere” pronunciato subito dopo l’elezione, non ricordiamo forse l’invito drammatico della messa per l’inizio del ministero petrino: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”? Nella parabola del Vangelo il cattivo pastore non fugge per paura. Fugge perché “è un mercenario, e non gli importa delle pecore”.


Credo, quindi, che Benedetto XVI stesse confessando una paura concreta. E che pensasse a lupi molto concreti. Credo anche che questo spiegasse shock, turbamento e vertigini.


E forse un altro riferimento si trova nell’accenno ad una critica piuttosto frequente: “Regoli non sottace l’accusa di scarsa conoscenza degli uomini che spesso è stata mossa al geniale teologo nei panni del Pescatore; capace di valutare in modo geniale testi e libri difficili e che ciononostante, nel 2010, con franchezza confidò a Peter Seewald quanto trovasse difficili le decisioni sulle persone perché ‘nessuno può leggere nel cuore dell’altro’. Quanto è vero!”.


Quando i lupi sono travestiti da agnelli, o da pastori; quando i loro pensieri non sono stampati su carta e passibili di raffinata analisi teologica; come smascherarli? Come capire di chi fidarsi, e a chi affidare parte dell’autorità sul gregge del Signore?


Per questo, mi sembra che anche la frase “Benedetto XVI era consapevole che gli veniva meno la forza necessaria per il gravosissimo ufficio” acquisti un senso meno anodino e, forse, più sinistro. Gravosissimo sarebbe, l’ufficio, non per la molteplicità di impegni esteriori, senz’altro stancanti, ma per l’estenuante lotta interna. Tanto estenuante che, non sentendosi più in grado di sostenerla…


Forse sto leggendo troppo all’interno di questo testo. Forse Mons. Gänswein ama le immagini colorite o le frasi ad effetto. Di sicuro qualcuno non mancherà di dirlo. E sono il primo ad ammettere che il gusto per l’analisi mi può prendere la mano.


Ma se posso sbagliare nella ricostruzione dell’emergenza concreta, non credo che sia possibile liberare la rinuncia dall’ombra che vi getta quell’espressione pesante come un macigno: "Ausnahme". Non ho evocato io l’ombra di Carl Schmitt: mi sono limitato ad indicare il punto in cui Mons. Gänswein l’ha resa visibile, oserei dire palpabile.


Resta aperto un interrogativo, però: in che modo, in che termini la rinuncia, con l’introduzione del “papa emerito”, costituirebbe una reazione adeguata all’emergenza?


Si può pensare alla forza spirituale dell’esempio di distacco dal potere, o più semplicemente al fatto che l’esercito di Cristo avrebbe avuto un nuovo comandante, non ancora logorato dalla lotta in questione e in grado di condurla meglio. Ma queste ragioni valgono per la rinunzia, non per l’“emeritato”.


Forse, un accenno può emergere dall’affermazione che Benedetto XVI ha "arricchito" il papato “con la ‘centrale’ della sua preghiera e della sua compassione posta nei giardini vaticani”.


La compassione, di questi tempi sarà il caso di ricordarlo, non è la misericordia. In teologia ascetica o mistica, è l’unirsi alle sofferenze di Cristo crocifisso, offrendo sé stessi per la santificazione del prossimo.


Un servizio di com-passione da parte del papa si rende necessario – a mio avviso – solo quando la Chiesa pare vivere in prima persona il Venerdì Santo. Quando debbono riecheggiare le parole amarissime: "Haec est hora vestra et potestas tenebrarum".


Beninteso, con questo non denuncio complotti e non formulo accuse: lo stato di eccezione può essere benissimo “voluto dal Cielo”, dato che le tenebre non avrebbero potere alcuno senza una permissione divina. E noi sappiamo che esiste pure una misteriosa necessità del "mysterium iniquitatis": “È necessario che sia tolto di mezzo ciò che lo trattiene”. A maggior ragione, dunque, rientreranno nel piano di Dio gli anticristi minori e le ore di tenebra.


Io non possiedo né posso offrire risposte certe sulle cause concrete della rinunzia di Benedetto XVI, né sulle ragioni teologiche o personali che possono averlo indotto a definirsi “papa emerito”, meno ancora sui piani soprannaturali della Provvidenza. Ma che oggi gli anticristi siano scatenati – soprattutto quelli che dovrebbero pascere il gregge del Signore – mi sembra incontestabile.


Allora, comunque ci si sia arrivati, è senz’altro tempo di com-passione.


Tempo di opporre la speranza cristiana all’“impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”, allo “pseudo messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne” (Catechismo della Chiesa cattolica, 675).


Tempo di affrettare con la sofferenza cristiana, l’arma spirituale più potente che ci sia dato impiegare, il momento in cui Iddio interverrà, nel modo a lui noto "ab aeterno", per ristabilire verità, diritto e giustizia.


Kyrie, eleison!


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NOTA BENE !


Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.


Gli ultimi tre servizi di "www.chiesa":


6.7.2016
> "Amoris laetitia". Consigli minimi per non perdere la strada
Li formula il cardinale Ennio Antonelli, che chiede però anche "ulteriori indicazioni da parte della competente autorità". Per ovviare a "rischi e abusi sia tra i pastori che tra i fedeli"




DA LEGGERE, UN VERO CAPOLAVORO!!!!

Brandmüller: "La rinuncia del papa è possibile, ma è da sperare che non succeda mai più"

Il cardinale tedesco, autorevole storico del cristianesimo, interviene sulla questione sempre più incandescente delle dimissioni di Benedetto XVI. Che a suo giudizio non hanno fatto bene alla Chiesa 

di Sandro Magister




ROMA, 18 luglio 2016 – La disputa, sempre più accesa, sulla novità assoluta di "due papi" contemporaneamente in essere, uno regnante e uno "emerito", il primo "attivo" e il secondo "contemplativo", ha da oggi un nuovo contendente di assoluto rilievo, il cardinale Walter Brandmüller, che è entrato in campo con un articolo sull'autorevole rivista giuridica on line "Statoechiese.it":

> "Renuntiatio Papae". Alcune riflessioni storico-canonistiche

Brandmüller, 87 anni, tedesco, è un'autorità in materia. È stato per molti anni professore ordinario di storia della Chiesa nell'università di Augsburg. In Vaticano ha presieduto dal 1998 al 2009 il pontificio comitato di scienze storiche. Ed è stato fatto cardinale da Benedetto XVI nel 2010.

È stato uno dei sostenitori più risoluti del pontificato di Joseph Ratzinger. Non ha però accolto pacificamente la sua rinuncia al papato. È sua convinzione, infatti, che simili rinunce siano possibili, ma non tutte siano anche moralmente lecite, cioè orientate al "bonum commune" della Chiesa.

Tanto meno, poi, Brandmüller accetta che il dopo rinuncia abbia la forma che sta assumendo oggi con la figura del tutto inedita di un "papa emerito", con i rischi gravissimi, anche di uno scisma, che ciò a suo giudizio comporta.

Nel suo articolo, Brandmüller neppure usa la formula di "papa emerito". Anzi, definisce "necessaria e urgente una legislazione che definisca e regoli" lo statuto di chi è stato papa.

Qui di seguito è riprodotta quasi integralmente (e senza le note) la quinta e ultima parte dell'articolo del cardinale, con cinque proposte di regolamentazione della figura dell'ex-papa.

Una figura – si vedrà – radicalmente diversa da quella che oggi sta prendendo forma, specie dopo l'esplosivo intervento del 21 maggio scorso, alla Pontificia Università Gregoriana, dell'arcivescovo Georg Gänswein, il segretario di Ratzinger:

> Non un papa ma due, uno "attivo" e uno "contemplativo"

E a maggior ragione Brandmüller è lontanissimo dal condividere anche l'enigmatica definizione di "pontificato d'eccezione" (Ausnahmepontifikat) applicata da Gänswein a quello di Benedetto XVI proprio in virtù della sua rinuncia, con una formula che rimanda alle tesi di Carl Schmitt sullo "stato d'eccezione" come sospensione delle regole ordinarie di governo e come innovazione delle stesse ad opera esclusiva del sovrano, in questo caso successore di Pietro.

Si vedano, in proposito, questi due commenti rispettivamente del canonista Guido Ferro Canale e del vaticanista Aldo Maria Valli:

> La rinuncia di Benedetto XVI e l'ombra di Carl Schmitt

> Ratzinger, Schmitt e lo "stato d'eccezione"

Anche papa Francesco, rispondendo a una giornalista durante il volo di ritorno dall'Armenia, il 26 giugno, ha mostrato di rifiutare l'idea di "quasi un ministero in comune" tra i due papi. Anzi, ha rivendicato unicamente a sé l'esercizio del primato; ha rimarcato "l'obbedienza" promessa dal papa emerito al successore; e non si è trattenuto dal raccogliere e propalare anche lui la "chiacchiera" secondo cui "alcuni sono andati a lamentarsi [da Ratzinger] perché 'questo nuovo papa…', e lui li ha cacciati via":

> Conferenza stampa del Santo Padre…

E poi ancora, in un'intervista sul quotidiano argentino "La Nación" del 3 luglio, Francesco ha asserito che l'abdicazione di Benedetto XVI "non ha avuto a che vedere con niente di personale", in apparente contrasto con quanto dichiarato dallo stesso Benedetto all'atto delle sue dimissioni, che motivò col venir meno delle sue forze:

> Cariño y respeto notable a Benedicto

La questione, insomma, è più che mai incandescente.

Sta di fatto che al termine del suo saggio la conclusione del cardinale Brandmüller  è perentoria: "La rinuncia del papa è possibile e si è fatta. Ma è da sperare che non succeda mai più".

__________



È necessaria una legge che definisca lo statuto dell'ex-papa

di Walter Brandmüller


Un futuro regolamento giuridico della rinuncia papale […] è tanto più difficile quanto la figura di un papa emerito è estranea a tutta la tradizione canonistica-teologica.

La rinuncia del papa è possibile (can. 332 § 2). Ciò non significa che sia senz’altro anche moralmente lecita. Per la liceità ci vogliono motivi oggettivi, istituzionali, orientati verso il "bonum commune Ecclesiae", non motivi personali. Come esempio di rinuncia si può addurre quella di Gregorio XII, fatta nel 1415 per mettere fine allo scisma. Pure Pio VII e Pio XII prepararono delle bolle di rinuncia per l’eventuale prigionia ad opera di Napoleone o di Hitler.

Dal punto di vista pastorale, invece, sembra particolarmente urgente combattere l’errore – ampiamente diffusosi nella situazione creata con la rinuncia di Benedetto XVI – di ritenere che, attraverso la rinuncia, il ministero del successore di Pietro sia spogliato del suo carattere unico e sacro e messo sullo stesso piano di funzioni democratiche temporanee. 

Oggi è urgente il pericolo che questa comprensione secolare-politica del papato porti al punto che d’ora in poi possano essere indirizzate ad un papa, similmente come a detentori di cariche secolari, richieste di dimettersi quando la persona del papa o il suo esercizio dell’ufficio incontra opposizione.

Occorrono intense riflessioni su quali convenzioni di linguaggio e/o quali gesti simbolici ecc. siano necessari per far fronte agli evidenti pericoli e per l’unità della Chiesa. Magari non sarebbe inutile accennare in qualche forma a questo punto particolare, in un futuro testo legislativo.

Come già detto, la rinuncia di un papa presuppone – e al contempo crea – una situazione ecclesiale pericolosissima. Non mancano in questo momento persone o gruppi seguaci del papa rinunciatario i quali, scontenti dell’accaduto, potrebbero minacciare l’unità della Chiesa e persino provocare uno scisma. Sembra, quindi, che un futuro regolamento giuridico della rinuncia papale non possa prescindere da questa prospettiva.

In ogni modo nella situazione precaria di una rinuncia papale è necessaria la scelta della "via tutior". Lasciare, invece, scoperta la notevole "lacuna legis" per ora esistente non significa altro che aumentare le incertezze in un momento pericoloso e di vitale importanza per la Chiesa. 

Anzitutto ha bisogno di integrazione il can. 332 § 2, che stabilisce soltanto che la rinuncia del papa all’ufficio “libere fiat et rite manifestetur”. Il riferimento – ovvio – ai cann. 185 e 186 che regolano generalmente la rinuncia a un ufficio ecclesiastico non è adatto al caso eccezionale della rinuncia del papa. Inoltre non basta la semplice dichiarazione della persona interessata di rinunciare liberamente, perché a seconda delle circostanze quella dichiarazione facilmente potrà essere forzata e quindi la rinuncia invalida.

Da tali situazioni può nascere uno scisma. È, quindi, indispensabile stabilire la modalità per accertare l’effettiva libertà dell’atto. Non basta il richiamo all’atto valido fino a prova contraria, perché – trattandosi del papa – alla rinuncia deve seguire subito l’elezione del successore. Se, in questo caso, fatta l’elezione si presentassero delle prove della mancata libertà della rinuncia le conseguenze sarebbero disastrose. La libertà dell’atto di rinuncia dovrebbe essere confermata, ad esempio, dalla dichiarazione dei capi dei tre ordini cardinalizi.

Infatti si solleva in tale contesto pure la questione di un coinvolgimento del collegio cardinalizio nella rinuncia papale. Già nel caso di san Celestino V i canonisti discutevano su questo problema. […] La stessa decretale "Quoniam" di Bonifacio VIII evidenzia il ruolo dei cardinali nella rinuncia del papa sottolineando che Celestino abbia preso la decisione di dimettersi “deliberatione habita cum suis fratribus cardinalibus… de nostro et ipsorum omnium concordi consilio et assensu”.

Questo ruolo dei cardinali trova un suo fondamento pure nella prassi dei papi i quali a partire dall’undicesimo secolo in molti importanti documenti usarono la formula “de fratrum nostrorum consilio”. A ciò corrisponderà l’uso della sottoscrizione dei cardinali “qui actui interfuerunt” sui documenti relativi. Ancora oggi – per esempio – prima di canonizzare i santi i singoli cardinali vengono invitati ad esprimere i loro voti a proposito.

Lo stesso san Giovanni Paolo II invece parlò addirittura – cosa problematica, anzi impossibile – di sottomettere una eventuale rinuncia al giudizio dei cardinali.
Certamente nel caso di un’eventuale rinuncia la proposta dell’audizione – nella forma da stabilire – non può essere una "conditio sine qua non" per la validità dell’atto del pontefice. Ma anche se si trattasse di una venerabile consuetudine o prassi non potrebbe essere facilmente trascurata.

Per tutto ciò è necessaria e urgente una legislazione complementare che definisca e regoli:

1. Lo status dell’ex-papa. Nella storia si possono ritrovare, se non proprio dei precedenti, dei casi analoghi per una soluzione. Gli antipapi Giovanni XXIII (Baldassare Cossa) e Felice V (Amedeo di Savoia) dopo la loro riconciliazione vennero subito creati cardinali. Analogamente dopo la sua rinuncia un ex-papa subito potrebbe essere creato cardinale ma certamente senza diritto elettorale attivo o passivo.

2. Pure la denominazione del dimissionario dev’essere definita. Per evitare l’apparenza dell’esistenza di due papi pare conveniente riprendere il nome di famiglia. Sotto lo stesso profilo andrebbe regolato il vestito.

3. Di non poca importanza è anche il domicilio da assegnargli ed il sostentamento del dimissionario.

4. Un problema particolare è il regolamento degli eventuali suoi contatti sociali e mediatici, in modo tale che da una parte venga rispettata la sua dignità personale, dall’altra venga escluso ogni pericolo per l’unità della Chiesa.

5. Alla fine ci vorrebbe pure un cerimoniale per il defunto dimissionario che non può essere quello previsto per un papa.

Questi sarebbero dei punti da chiarire "de lege ferenda".

Occorrerebbe, comunque, una visione teologica e canonistica approfondita del ministero petrino, atta a suscitare nei fedeli una vera venerazione del ministero e della persona del sommo pontefice successore dell’apostolo san Pietro, motivata da autentica fede.

Del resto, riprendendo il giudizio sopramenzionato: la rinuncia del papa è possibile e si è fatta. Ma è da sperare che non succeda mai più.

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Gli ultimi tre precedenti servizi di www.chiesa:

14.7.2016
> Gesù tornerà da Oriente. Ma in Vaticano hanno perso la bussola
La Santa Sede sconfessa il cardinale Sarah, che nella messa vuole che preti e fedeli siano tutti "rivolti al Signore". Ma lui non cede e rilancia la proposta. Da Ratzinger a Bergoglio, l'incerto destino della "riforma della riforma"

11.7.2016
> La povertà secondo Francesco. Virtù e vizio insieme
È caposaldo del magistero del papa. Che la esalta come valore salvifico ma nello stesso tempo la condanna come nemico da combattere. Un filosofo analizza questa non risolta contraddizione del pontificato

6.7.2016
> "Amoris laetitia". Consigli minimi per non perdere la strada
Li formula il cardinale Ennio Antonelli, che chiede però anche "ulteriori indicazioni da parte della competente autorità". Per ovviare a "rischi e abusi sia tra i pastori che tra i fedeli"



[Modificato da Caterina63 18/07/2016 23.59]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La Rinuncia di Benedetto XVI e il cardinale Brandmüller



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Oggi ci occuperemo di una cronaca papale che sta a cuore a molti. Lo faremo approfondendo, ulteriormente, riprendendo alcuni commenti interessanti scaturiti da una discussione di FB – vedi qui – a riguardo dell’imponente testo redatto dal cardinale Walter Brandmüller riportato da Sandro Magister – vedi qui – il 18 luglio, sulla Rinuncia di Benedetto XVI e l’attuale situazione la quale necessiterebbe – è evidente – di urgenti chiarimenti ufficiali.


Intanto partiamo dal fatto che ciò che è accaduto è senza precedenti nella storia bimillenaria della Chiesa. Lo stesso cardinale, nello spiegare i singoli episodi avvenuti in passato, lo espone benissimo e ci colpisce infatti una delle frasi che l’illustre dice con un tono, lo immaginiamo, di profondo dolore e preoccupazione:


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Il card. Brandmüller

La rinuncia del papa è possibile (can. 332 § 2). Ciò non significa che sia senz’altro anche moralmente lecita. Per la liceità ci vogliono motivi oggettivi, istituzionali, orientati verso il bonum commune Ecclesiae, non motivi personali…


Non motivi personali, dunque, ma motivi oggettivi… una bella gatta da pelare, non c’è che dire! È ovvio che, come fa capire Brandmüller – qui testo integrale -, non si mette in discussione la validità del suo Successore, ma non è meno inquietante laddove dice, seppur per ipotesi: “Se, in questo caso, fatta l’elezione si presentassero delle prove della mancata libertà della rinuncia le conseguenze sarebbero disastrose….


Disastrose perché la situazione non solo non è stata chiarita, ma disastrose anche per il governo della Chiesa stessa. Del resto, come è stato fatto osservare nella discussione su FB: “Le considerazioni dei post precedenti rendono conto della grande confusione tra i fedeli e dei gravissimi pericoli insiti in una rinuncia papale. Brandmuller fa il punto della situazione da un punto di vista canonistico, distinguendo tra ciò che attiene alla costituzione divina della Chiesa – come tale irreformabile – e al diritto positivo vigente che smentisce sia la tesi socciana che tutte le altre fantasiose ricostruzioni dei poteri papali. Fa inoltre delle valutazioni de iure condendo nella malaugurata ipotesi che il caso abbia a ripetersi. Niente di più.”


Prendiamo atto che il testo di Brandmüller  non intende mettere in dubbio né la validità della Rinuncia di Benedetto, e neppure l’invalidità dell’elezione del legittimo Successore, questo sia chiaro. Noi andiamo a sbirciare un po’ più dentro il testo, visto che la confusione, senza dubbio, regna.


E’ vero quanto qui riportato, Brandmüller sollecita infatti ad aggiungere al Diritto Canonico ciò che manca per la gestione di un fatto anomalo come questo che, appunto, essendo un fatto unico e nuovo senza precedenti, necessita di una legge specifica che liberi il campo da ogni supposizione che oggi viene anche usata o per delegittimare la libera scelta della rinuncia da parte di un Papa, oppure il rischio della invalidità di una successione a causa di una rinuncia non completa, come è questo caso in cui, infatti, Benedetto XVI ha messo un poco in imbarazzo tutti i canonisti allorquando ha specificato: non me ne vado, resto… Ma senza mai dire “resto Papa”, questo è venuto dopo, ma nessuno si è chiesto: perché dopo e non quando ha letto la Rinuncia ufficiale


In che modo allora può restare Papa? Questo è il problema che affronta Brandmüller, semplicemente perché “non può rimanere Papa”, non è contemplato nel primato petrino. Per questo ci chiediamo: “possibile che Ratzinger non sapesse tutto ciò”?


Ci sono alcuni passaggi, dal testo del cardinale Brandmüller che definiamo inquietanti, o allarmanti fate voi, ma che meritano di essere sottolineati.


– Brandmüller dice: “Parimenti incomprensibile pare il concetto, inventato in questo contesto, di una ‘renuntiatio mystica’ e, nemmeno, il tentativo di stabilire una specie di parallelismo contemporaneo di un papa regnante e di un papa orante. (…) Questo silenzio eloquente non ammette altra conclusione che: i canoni in parola hanno ovviamente l’obiettivo di aprire una via d’uscita da una situazione di estrema emergenza ecclesiale, la quale è pensabile, ma de facto non capita. (..) Questa opinione viene confermata dai Sommi Pontefici Paolo VI e San Giovanni Paolo II. Ambedue ritenevano la dimissione dal ministero petrino moralmente inaccettabile. Lo stesso beato Paolo VI – dopo qualche incertezza – disse che una rinuncia “sarebbe un trauma per la Chiesa” e sentiva il “grave obbligo di coscienza di continuare a svolgere il proprio ufficio”…”


Viene dunque specificato, da Brandmüller, che il motivo per una Rinuncia (ha fatto anche l’esempio di Pio VII e di Pio XII) riguarda il caso in cui fosse messo a rischio il papato. Conoscendo la grandezza intellettuale e morale di Benedetto XVI, non possiamo non domandarci: non sarà che forse, sotto molta pressione, vide in pericolo il primato petrino e non ha trovato altro modo che la Rinuncia per metterlo al sicuro, facendo passare il tutto come un problema personale legato al suo stato di salute? Chi potrebbe scartare questa ipotesi?


La dichiarazione di rinuncia di Benedetto XVI diffuso dalla Sala Stampa Vaticana.
La dichiarazione di rinuncia al papato di Benedetto XVI diffuso dalla Sala Stampa Vaticana.

– Un’altro passaggio interessante è infattiquello sulla precisazione che la rinuncia deve riguardare un fatto oggettivo e non una scelta a situazioni personali; qui c’è poco da commentare. Nel testo ufficiale della Rinuncialeggiamo una motivazione del tutto personale: “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…”.


Attenzione, ripetiamo che Brandmüller nel testo non sta cercando prove di una Rinuncia fallita o di una nuova elezione illegittima, ma siamo noi che stiamo analizzando più approfonditamente il testo perché le domande senza risposte sono tante, troppe. E per quanto l’atteggiamento da assumere è quello della preghiera, della prudenza, dell’attesa paziente, che non ci facciamo venire meno, l’analisi di certi passaggi ci possono aiutare ad esercitare ancor di più le virtù.


– Brandmüller riporta l’espressione addolorata di Giovanni Paolo II nella quale diceva che “non esiste un papa emerito”; e Ratzinger lo sapeva bene tanto che non è stato lui a darsi questo titolo, lui lo ha solo accettato, dopo la Rinuncia, ed è questo che vogliamo provare qui con voi. Inoltre, due giorni dopo la Rinuncia, all’Udienza del 13 febbraio, specifica: ” ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede…”


Intanto va chiarito che molti parlavano e parlano di “abdicazione”, ma da subito Benedetto XVI non ha mai usato questo termine, bensì “rinuncia”, un rinunziare che per noi cattolici suona davvero sinistro perché, attenti all’etimologia delle parole, il termine è composto della particella “re” che significa anche “respingere” e il nuntiare, il far sapere. Un termine, per altro, intrinseco all’uso dell’ annunziare. Con tale “rinuncia” sembra proprio che il Papa abbia misurato assai le parole. Dunque “rinunciare”,  far sapere che si lascia, si abbandona, ci si ritrae.


L’altro aspetto è che mai Benedetto XVI ha parlato di diventare un emerito! Sempre nel testo ufficiale della Rinuncia egli specifica bene: “… dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005..“. Come spiega Brandmüller: “…la rinuncia si riferisce all’ufficio di Vescovo di Roma, al quale è unito quello di successore dell’apostolo San Pietro e quindi del Supremo Pastore della Chiesa di Cristo. Tutti e due gli elementi si distinguono sostanzialmente. Mentre l’episcopato viene conferito tramite ordinazione sacramentale che imprime nell’anima dell’ordinato un carattere indelebile, il Primato Petrino è – nonostante l’istituzione divina – di natura giuridica (..) La rinuncia, quindi, si riferisce soltanto agli aspetti giuridici dell’ufficio. Il dimissionario, per conseguenza, non è più né vescovo di Roma né Papa, e neppure cardinale


Del resto il diritto canonico non riconosce la figura di un Papa emeritus. – e spiega il cardinale – Il tentativo di ridefinire il munus Petrinum in tal senso è inaccettabile dal punto di vista teologico e comporterebbe una minaccia all’unità della Chiesa. Perciò senz’altro va rifiutato. Insomma: la sostanza del papato è così chiaramente definita dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione autentica, cosicché nessun Papa può essere autorizzato a ridefinire il suo ufficio. Il luogo ecclesiologico di un Papa dimissionario, quindi, viene determinato solamente dalla sua ordinazione episcopale, in virtù della quale fa parte del Collegio Episcopale e partecipa della responsabilità spirituale per la Chiesa…”


A queste lucidissime analisi non possiamo non farci questa domanda: ma dal momento che tutti conosciamo la grandezza intellettuale teologica di Ratzinger, e la precisione canonista in quanto Benedetto XVI, come è possibile che si sia lasciato cadere in questi errori? Non sapeva Ratzinger che “nessun Papa può essere autorizzato a ridefinire il suo ufficio”? O non vi è forse stato il pericolo di far abdicare con Benedetto XVI anche i suoi otto anni di pontificato con tutto il suo ricco magistero? E’ una provocazione, ma pensateci bene.


Si evince chiaramente che o Brandmüller ha torto e Ratzinger ragione, o viceversa, non possono avere ragione entrambi. Ma anche dessimo ragione a Ratzinger i conti non tornerebbero, perché Brandmüller non ha affatto torto… Nell’ultimo Angelus, Benedetto XVI specificava ulteriormente, ma sempre lo stesso ritornello: “Cari fratelli e sorelle… Il Signore mi chiama a “salire sul monte”, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze.” (24.2.2013).


Le parole più chiare, ma al tempo stesso più nebulose a quanto detto anche da Brandmüller, sono quelle che Benedetto XVI ha pronunciato nell’ultima Udienza: ” Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio..” (27.2.2013)


Non possiamo non domandarci se si sta pensando ad un papato “attivo”, con un Pontefice vigoroso regnante, insieme ad uno “passivo” (nel senso che  non è giuridico), ma anziano e a “riposo orante”… E’ del resto quello che scongiura proprio Brandmüller.


Ma soprattutto non possiamo non domandarci: perché Benedetto XVI, proprio all’ultima udienza quando c’erano tutti i cardinali presenti, o quasi, ha voluto rilasciare quelle parole dalle mille interpretazioni? “Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo.”


E’ in queste parole che scaturisce quel “resto papa” come a mettere al sicuro i suoi otto anni di Pontificato con il magistero che ne è scaturito, e di conseguenza l’emerito che gli sarà attribuito dopo. Ma a chi lo stava dicendo Benedetto XVI? Era forse in pericolo il suo magistero che qualcuno voleva far sparire insieme alla sua rinuncia? E’ una provocazione, ma pensateci bene. Forse non avremo mai una risposta, ma queste domande sono lecite e legittime.


Vediamo che non ha mai parlato di Papa Emerito, ma ha resistito fino alla fine per difendere la sua “nuova” posizione: “Voi sapete che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra…” (28.2.2013 da Castel Gandolfo).


Come abbiamo provato, mai e poi mai, Ratzinger ha parlato di essere ancora “Papa” e men che meno “emerito”, ma è anche evidente che in quella ultima udienza qualcosa di simile l’ha detta eccome. Le discussioni su quale titolo avrebbe dovuto assumere, scaturirono dopo e per rinfrescarvi la memoria cliccate qui.


C’è anche un’altro passaggio inquietante alle riflessioni del cardinale:


– Brandmüller sottolinea (attenzione è una ipotesi che fa, non collegata a questa Rinuncia né a questo Pontificato regnante), ipotizza il pericolo di uno scisma: “va preso in considerazione – data l’eccezionalità della rinuncia papale – il pericolo di uno scisma. (..) Come già detto, la rinuncia di un papa presuppone – e al contempo crea – una situazione ecclesiale pericolosissima.”


Però subito dopo non ipotizza più: “Non mancano in questo momento persone o gruppi seguaci del papa rinunciatario i quali, scontenti dell’accaduto, potrebbero minacciare l’unità della Chiesa e persino provocare uno scisma…”


Noi caliamo l’ipotesi nel caso che stiamo analizzando, dal momento che il cardinale parla di un “momento” specifico: “questo”. Appare chiaro che l’allarme ha davvero dell’inquietante perché non risultano gruppi “del papa rinunciatario” pronti a fare opposizione al Papa regnante…  a meno che, quei vescovi e cardinali come Caffarra – vedi qui – che stanno chiedendo al Papa di chiarire le sue idee su di un testo papale che sta gettando scompiglio e divisione a livello dottrinale, si debba interpretare come un gruppo scismatico, di persone che rifiutano il magistero corrente… capiamoci bene eh! La qualcosa sarebbe davvero inaccettabile! Scismatico anche Spaemann – vedi qui – coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi, per aver detto: “Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità”… riferendosi ai problemi dottrinali creati da questo magistero pontificio regnante?


Ora possiamo provare a concludere, cercando di rimettere un po’ insieme i pezzi di questo puzzle


Noi riteniamo che Papa Benedetto XVI sia stato in qualche modo spinto, magari molto elegantemente, ad andarsene. E non per motivi personali quali la salute, ma per difendere la Chiesa, per amore alla Chiesa. Ricattato non per questioni personali, ma ricattata era la Chiesa.


Benedetto regala a Francesco un vero tesoro: il proprio magistero.
Benedetto regala a Francesco un vero tesoro: il proprio magistero. (Città del Vaticano, 28-06-2016)

Il tassello che inseriamo è quello di un articolo firmato da Blondet assai interessante – vedi qui – il quale riporta questa notizia: “Quando una banca o un territorio è escluso dal Sistema, come lo fu nel caso del Vaticano nei giorni che precedettero le dimissioni di Benedetto XVI nel febbraio 2013, tutte le transazioni sono bloccate. Senza aspettare l’elezione di papa Bergoglio, il  sistema Swift  è stato  sbloccato all’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI...”


Forse qualcuno di voi stracciandosi le vesti ci griderà che siamo complottisti. Forse sì, ma anche no, perché allora dovreste spiegarci come mai che i primi atti ufficiali del nuovo Papa appena eletto, riguardarono lo IOR? Ed oggi, a distanza di tre anni, avete più sentito parlare dello IOR? Consigliamo di leggere anche questo articolo di Sandro Magister: ” gli uomini più ricchi del mondo e i super-potenti della finanza fanno ressa per essere ricevuti da lui (il Papa). E lui non solo li accoglie a braccia spalancate, ma li ricopre di elogi…” –vedi qui –


Tornando alla Rinuncia, Benedetto XVI la descrive come un fatto personale, eppure lui conosce a memoria tutto ciò che ha riportato Brandmüller è evidente allora che le questioni sono due:


1) Benedetto XVI fa parte di una cospirazione che vuole cambiare il primato petrino…


Oppure:


2) o Benedetto XVI è stato costretto ad andare via, e mite ed umile quale è sempre stato, se ne è assunto la responsabilità ma con un paletto chiaro: Bene, me ne vado come volete voi, ma “Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo.”


Come a dire: mi assumo la responsabilità del gesto e delle conseguenze per amore alla Chiesa, ma non potete chiedermi di abdicare a quel giuramento fatto, restituisco il mandato “a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005..“, ma non quel giuramento fatto a Cristo.


Vaneggiamo? Forse sì, ma anche no! Del resto la recente uscita di mons. Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI e Prefetto della Casa Pontificia – che non chiarisce affatto, al contrario, ingarbuglia di più la situazione, inquietando maggiormente gli animi – è davvero l’atto più strano e strampalato che sia accaduto sulla vicenda…. – vedi qui tutta la raccolta di interventi sull’argomento – e riteniamo plausibile che proprio questa recente uscita abbia sollecitato il cardinale Brandmüller a scrivere questo suo saggio.


Mons. Gänswein
Mons. Gänswein

Quelle affermazioni di mons. Gänswein possono “comprendersi” solo all’interno di un “gioco” più grande di noi, che sta avvenendo dal 2005 nella Chiesa…. Di fatti strani ne riscontriamo almeno tre:


1) mons. Georg aveva scritto il testo, quindi si era preparato: a chi era indirizzato? non certo a noi “comuni mortali”….


2) che il suo testo fosse indirizzato a “qualcuno” è chiaro perchè dopo non ha fatto smentite o altre interviste importanti per spiegare meglio il suo messaggio e tutti gli interventi che ne erano scaturiti. Perché non rispondere alle mille domande che le sue parole avevano suscitato da molti ambienti?


3) che cosa c’entrava tirare in ballo il “Gruppo di San Gallo” e il conclave del 2005?


Dice mons. Georg: “…nel conclave dell’aprile del 2005, dal quale Joseph Ratzinger, dopo una delle elezioni più brevi della storia della Chiesa, uscì eletto dopo solo quattro scrutini a seguito di una drammatica lotta tra il cosiddetto “Partito del sale della terra” (“Salt of Earth Party”) intorno ai cardinali López Trujíllo, Ruini, Herranz, Rouco Varela o Medina e il cosiddetto “Gruppo di San Gallo” intorno ai cardinali Danneels, Martini, Silvestrini o Murphy-O’Connor; gruppo che, di recente, lo stesso cardinal Danneels di Bruxelles in modo divertito ha definito come “una specie di mafia-club”…


E allora: o si è davvero sprovveduti a tal punto che nessuno sa più cosa dice o fa; oppure è chiaro che è in atto una guerriglia interna alla Chiesa e la posizione assunta da Benedetto XVI sarà, alla fine, una vera protezione alla supremazia del papato, una protezione che ha pagato con la Rinuncia.


Facciamo nostre le riflessioni di un teologo: “Ratzinger si è sforzato di aiutare a reinterpretare il papato, cercando di sottrarsi al ruolo di star al quale ormai il mondo lo chiamava, contro il suo carattere.


Ma soprattutto, da vero profeta che legge i segni dei tempi presenti con gli occhi di Dio, colse la deriva mondanizzante di un ruolo soprattutto spirituale, del dolce “Cristo in terra”… Ha avuto contro molti personaggi curiali ormai abituati a gestire soldi e potere, lobbies e amicizie influenti. Il partito sangallese voleva invece il papato per cavalcarne il ruolo a beneficio del proprio programma. Anche secondo me il ruolo di papa emerito ha spiazzato un po’ le trame di costoro: hanno ottenuto il “loro” papa, stanno vincendo a suon di sinodi e mass media, ma sono sconfitti dall’indisponibilità a riconoscere in questo papato la sana dottrina, che sono in genere proprio quelli che la fede la vivono in modo più spirituale…”


Del resto lo stesso Benedetto XVI, da quando si è ritirato, ha mantenuto e sta mantenendo fede alla parola data: “tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza.” (28 febbraio 2013)


Oseremo dire, come fanno rilevare altri vaticanisti, che forse è il Papa regnante a cercare ogni tanto, dalla presenza di Benedetto XVI, una sorta di conferma pubblica al suo mandato, non certamente il contrario.






quasi puntuale arriva questa intervista
a mons. Gänswein: la dottrina non si cambia con mezze frasi
21-07-2016 da laBussola
Monsignor Georg Gaenswein

Lunedì sul quotidiano tedesco Schwäbische Zeitung è stata pubblicata un'ampia intervista concessa dal Prefetto della Casa Pontificia, monsignor Georg Gänswein, a Hendrik Groth (clicca qui per la versione originale). Data la delicatezza dei temi trattati e le prevedibili reazioni che essa susciterà, proponiamo ai lettori della Bussola la traduzione in italiano delle principali domande e risposte (Traduzione di Katharina Stolz).

Come sta papa Benedetto?
Non è più Papa, ma emerito. Nel mese di aprile ha compiuto 89 anni e ha recentemente celebrato il suo 65° anniversario di sacerdozio. Per questo c'è stata una piccola cerimonia con Papa Francesco, alcuni cardinali e ospiti invitati personalmente. La testa è lucida, brillante, in ordine. Le gambe sono diventate un po’ stanche […] Un Papa emerito è una persona soggetta alle leggi naturali.

Lei è anche intermediario tra il papa in carica Francesco e Benedetto. Poco dopo l’elezione del nuovo Papa ha affermato che tra le vedute teologiche di Benedetto XVI e quelle di Francesco non entra nemmeno un foglio di carta (espressione per dire che non c’è disunione, n.d.t.). Lei ribadirebbe questa convinzione, dopo un po’ di anni?
[…] Per quanto riguarda i principi base delle loro convinzioni teologiche c'è sicuramente una continuità. Naturalmente, sono anche consapevole che occasionalmente si potrebbero originare dubbi a motivo delle diverse modalità di rappresentazione e formulazione.  Ma quando un Papa vuole cambiare qualcosa nella dottrina, allora deve dirlo con chiarezza, in modo che sia vincolante. Importanti concetti dottrinali non possono essere cambiati da mezze frasi o da qualche nota a piè di pagina formulata in modo generico. La metodologia teologica ha criteri chiari a riguardo. Una legge che non è chiara in se stessa, non può obbligare. Lo stesso vale per la teologia. Le dichiarazioni magisteriali devono essere chiare, affinché siano vincolanti. Dichiarazioni che aprono a diverse interpretazioni sono rischiose.

Non è una questione di mentalità? Il Papa viene da Buenos Aires…
Naturalmente, la mentalità gioca un ruolo. Papa Francesco è fortemente influenzato dalla sua esperienza come provinciale dei Gesuiti e soprattutto come arcivescovo di Buenos Aires, in un momento in cui il paese era economicamente veramente messo male. Questa metropoli è poi diventata il luogo delle sue fatiche e delle sue gioie. Già in quella grande città e mega-diocesi, si era capito che ciò di cui lui è convinto, lo fa e lo porta fino in fondo senza scrupoli. Questo vale anche adesso come Vescovo di Roma e come Papa. Che nei discorsi, rispetto ai suoi predecessori, di tanto in tanto sia un po' impreciso, e addirittura irrispettoso, si deve solo accettare. Ogni Papa ha il suo stile personale. È il suo modo di parlare, anche correndo il rischio che ciò possa dar adito ad equivoci, a volte anche a interpretazioni avventurose. Continuerà anche in futuro a non aver peli sulla lingua.

C’è una rottura all’interno dei cardinali e tra i cardinali dei vari continenti, che vedono e comprendono il Papa in modo diverso?
Prima del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre si parlava di una sorta di un quadro di favorevoli e contrari a Papa Francesco. Non so chi abbia diffuso questo scenario. Io mi guarderei dal parlare di una distribuzione geografica dei pro e dei contro. È vero che in alcune questioni, per esempio, l'episcopato africano ha parlato molto chiaramente. Episcopati, cioè intere conferenze episcopali e non solo singoli vescovi. Questo in Europa e in Asia non si è verificato. Tuttavia, non credo a questa teoria della rottura. Per amore della verità, devo anche aggiungere che alcuni vescovi hanno davvero la preoccupazione che l’edificio della dottrina possa subire delle perdite a motivo di un linguaggio non cristallino.

Si ha a volte l’impressione che i cattolici conservatori, che durante il pontificato di Benedetto XVI pretendevano fedeltà al Papa dai loro confratelli e sorelle progressisti, ora, sotto Francesco, abbiano un problema a riguardo. È così?
La certezza che il Papa sia una roccia nei marosi, ritenuto come l'ultima ancora, ha iniziato in effetti a vacillare. Se questa percezione corrisponda alla realtà e se riproduca correttamente l'immagine di Papa Francesco, o se sia piuttosto un’immagine dei media, non posso giudicarlo. Incertezze, a volte anche confusione e caos sono, a dire il vero, cresciuti. Papa Benedetto XVI parlava poco prima delle sue dimissioni, riguardo al Concilio Vaticano, di un autentico "Concilio dei padri" e un "Concilio dei media" piuttosto virtuale. Adesso forse si può dire una cosa simile anche di papa Francesco. C'è un divario tra la realtà dei media e quella effettiva.

D’altro canto a Francesco riesce bene a entusiasmare la gente per la Chiesa cattolica.
In effetti papa Francesco riesce ad attirare l’attenzione pubblica su di sé e a legarla a sé. E ciò ben oltre i confini della Chiesa. Forse addirittura più all’esterno che all’interno della Chiesa cattolica. L’attenzione che il mondo non cattolico, anche in Germania, dà al Papa è notevolmente più grande che per i predecessori. Naturalmente ciò è legato anche al suo stile piuttosto non convenzionale e al fatto che, attraverso i suoi simpatici gesti inattesi, attira a sé i media […]

Con Francesco, c’è una svolta epocale nella Chiesa? C’è un inizio in una direzione tutta nuova?
Se lei considera la sua vita spirituale, se ascolta quello che predica, che chiede e annuncia, allora può riconoscere in lui un classico gesuita della vecchia scuola ignaziana, nel miglior senso della parola. Se quest’uomo introduce una svolta epocale, lo fa per il fatto di fare affermazioni chiare, senza rispetto per ilpolitically correct. Questo è liberante; fa bene ed è necessario […] Un vescovo, pochi mesi dopo l’elezione di papa Francesco, ha parlato di “effetto-Francesco” e, tutto impettito, ha aggiunto che adesso era di nuovo bello essere cattolici. Adesso si poteva percepire di nuovo pubblicamente uno slancio nella fede e nella Chiesa. Ma questo accade davvero? Non dovrebbe esserci una vita cattolica più viva, le Messe più frequentate, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa aumentate, e un maggior ritorno degli uomini che hanno lasciato la Chiesa? Cosa significa “effetto-Francesco” concretamente per la vita della fede nella nostra patria [Germania, n.d.t.]? Dall’esterno non si percepisce un nuovo inizio. La mia impressione è che papa Francesco goda di grande simpatia come uomo più di tutti gli altri leader del mondo. Ma riguardo alla vita e all’identità della fede, però, questa sua simpatia non sembra avere grande influenza. I dati statistici, se non mentono, mi danno purtroppo ragione.

Un tema ricorrente è il sistema fiscale della Chiesa tedesca. Benedetto si è più volte espresso a riguardo in modo critico. Questo sistema è anche difficilmente coniugabile con la Chiesa povera che Francesco si augura. È giusto che chi non paga la Kirchensteuer (la tassa alla Chiesa, n.d.t.], per dirla alla buona, sia buttato fuori?
Il tema della Kirchensteuer è un tema senza fine. Ovviamente la domanda se il sistema che adottiamo in Germania per il sostentamento della Chiesa sia la modalità giusta, è giustificata […]. Ci sono due opinioni contrastanti: alcuni dicono basta con la Kirchensteuer, altri la elevano addirittura ad un “depositum fidei”. Entrambi gli estremi non vanno bene […] Ovviamente è qualcosa di molto forte che si venga cacciati fuori se non si vuole più pagare la Kirchensteuer.

Il problema è che chi non paga la Kirchensteuer è in fondo scomunicato?
Sì, questo è un serio problema. Come reagisce la Chiesa cattolica in Germania ad un’uscita dalla Chiesa? Con l’automatica esclusione dalla comunità ecclesiale, il che significa: scomunica. Ciò è eccessivo, incomprensibile. Si possono mettere in dubbio dogmi e nessuno viene cacciato fuori. Forse che il non pagamento della Kirchensteuer è un’infrazione più grave contro la fede che non le trasgressioni contro le verità di fede? L’impressione è che, finché c’è in gioco la fede, non sia così tragico, quando però entra in gioco il denaro, allora non si scherza più. La spada affilata della scomunica per un’uscita dalla Chiesa [per chi non paga la Kirchensteuer, n.d.t.] è inadatta e necessita di correzione.

Vale comunque la frase di papa Benedetto che la Chiesa debba rinunciare ai suoi beni per conservare il suo bene. 
Se i beni sono contrari al bene, cioè alla fede, allora c’è solo una possibilità: bisogna liberarsene. Le casse piene e le chiese vuote: questa è una forbice terribile. Non può continuare a lungo. Se le casse suonano e le panche della chiesa si svuotano sempre di più, allora si giunge prima o poi ad un’implosione. […] A che serve se una diocesi è molto ricca, ma la sua fede si insabbia a poco a poco? Siamo così tanto secolarizzati che la fede non ha più un ruolo o addirittura viene vista come una zavorra? La zavorra viene buttata quando non serve più. Non siamo più in grado di annunciare la fede in modo tale che gli uomini possano sentire che si tratta di qualcosa di grandioso, di bello e che arricchisce e approfondisce la vita?

Quando si tratta di occupare sedi vescovili vacanti in Germania viene spesso fatto il suo nome. Riesce ad immaginarsi in un tale ruolo?
Si portano i favoriti nella corsa per bruciarli. Questo è il vero motivo per cui vengono menzionati: un gioco che si può indovinare. Qui ed ora ho due compiti importanti da adempiere: sono Prefetto della Casa Pontificia e Segretario del papa emerito, al quale, alla sua elezione, ho promesso fedeltà fino alla fine dei suoi giorni […]




[Modificato da Caterina63 23/07/2016 14.25]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Ratzinger sui motivi delle sue dimissioni. Il Papa emerito intervistato da Elio Guerriero
RATZINGER SUI MOTIVI DELLE SUE DIMISSIONI. IL PAPA EMERITO INTERVISTATO DA ELIO GUERRIERO

di Elio Guerriero

A Roma il cielo è carico di nuvole minacciose, ma quando arrivo a Mater Ecclesiae, la residenza del Papa emerito, un inatteso raggio di sole esalta in basso l’armonia della cupola di San Pietro e dei giardini vaticani. "Il mio paradiso", aveva commentato in una precedente visita Benedetto XVI. Vengo introdotto nella sala che è contemporaneamente la biblioteca privata e mi viene spontaneo pensare al titolo del libro di Jean Leclercq, L’amore delle lettere e il desiderio di Dio, da Benedetto XVI citato nel famoso discorso al Chiostro dei Bernardini a Parigi.

Il Papa arriva dopo qualche minuto, saluta con il sorriso e la cortesia di sempre, poi mi dice: "Sono a quindici". Non capisco, per cui ripete: "Ho letto quindici capitoli". Sono francamente sorpreso. Qualche mese prima gli avevo inviato buona parte del libro, mai mi sarei aspettato che lo leggesse per intero. Gli porgo gli altri capitoli e gli dico che ormai mi manca poco. È contento di quel che ha letto per cui aggiungo: "Le dispiace se le faccio alcune domande a modo d’intervista?". Risponde come sempre, gentile e pratico: "Mi faccia le domande, poi mi mandi il tutto e vediamo". Ovviamente seguo le indicazioni. Qualche tempo dopo mi scrive acconsentendo alla pubblicazione. Non mi resta che ringraziare ancora per la fiducia accordata.

Santità, visitando l’ultima volta la Germania, nel 2011, lei disse: “Non si può rinunciare a Dio”. E ancora: “Dove c’è Dio là c’è futuro”. Non le è dispiaciuto dover lasciare nell’anno della fede?
"Naturalmente avevo a cuore di portare a compimento l’anno della fede e di scrivere l’enciclica sulla fede che doveva concludere il percorso iniziato con Deus caritas est. Come dice Dante, l’amor che move il sole e l’altre stelle, ci spinge, ci conduce alla presenza di Dio che ci dona speranza e futuro. In una situazione di crisi, l’atteggiamento migliore è quello di mettersi davanti a Dio con il desiderio di ritrovare la fede per poter proseguire nel cammino della vita. Da parte sua il Signore è ben lieto di accogliere il nostro desiderio, di donarci la luce che ci guida nel pellegrinaggio della vita. È l’esperienza dei santi, di san Giovanni della Croce o di santa Teresa del Bambino Gesù. Nel 2013, tuttavia, vi erano numerosi impegni che non ritenevo più di poter portare a termine".

Quali erano questi impegni?
"In particolare era già stata fissata la data della Giornata Mondiale della Gioventù che doveva svolgersi nell’estate del 2013 a Rio de Janeiro in Brasile. Ora, a questo riguardo, io avevo due convinzioni ben precise. Dopo l’esperienza del viaggio in Messico e a Cuba, non mi sentivo più in grado di compiere un viaggio così impegnativo. Inoltre, con l’impostazione data da Giovanni Paolo II a queste giornate, la presenza fisica del Papa era indispensabile. Non si poteva pensare a un collegamento televisivo o ad altre forme garantite dalla tecnologia. Anche questa era una circostanza per la quale la rinuncia era per me un dovere.
Avevo infine la fiducia certa che anche senza la mia presenza l’anno della fede sarebbe comunque andato a buon fine. La fede, infatti, è una grazia, un dono generoso di Dio ai credenti. Avevo, perciò, la ferma convinzione che il mio successore, così come è poi avvenuto, avrebbe ugualmente portato al buon fine voluto dal Signore, l’iniziativa da me avviata".

Visitando la basilica di Collemaggio all’Aquila, Lei ci tenne a deporre il pallio sull’altare di san Celestino V. Mi può dire quando giunse alla decisione di dover rinunciare all’esercizio del ministero petrino per il bene della Chiesa?
"Il viaggio in Messico e a Cuba era stato per me bello e commovente da molti punti vista. In Messico ero rimasto colpito incontrando la fede profonda di tanti giovani, facendo esperienza della loro gioiosa passione per Dio. Parimenti ero stato colpito dai grandi problemi della società messicana e dall’impegno della Chiesa a trovare, a partire dalla fede, una risposta alla sfida della povertà e della violenza. Non c’è, invece, bisogno di ricordare espressamente come a Cuba restai colpito dal vedere il modo in cui Raul Castro vuole condurre il suo Paese su una nuova strada senza rompere la continuità con l’immediato passato. Anche qui sono stato molto impressionato dal modo in cui i miei fratelli nell’episcopato cercano di trovare l’orientamento in questo difficile processo a partire dalla fede. In quegli stessi giorni, tuttavia, ho sperimentato con grande forza i limiti della mia resistenza fisica. Soprattutto mi sono reso conto di non essere più in grado di affrontare in futuro voli transoceanici per il problema del fuso orario. Naturalmente ho parlato di questi problemi anche con il mio medico, il Prof. Dr. Patrizio Polisca. Diveniva in questo modo chiaro che non sarei più stato in grado di prender parte alla giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro nell’estate del 2013, vi si opponeva chiaramente il problema del fuso orario. Da allora in poi dovetti decidere in un tempo relativamente breve sulla data del mio ritiro".

Dopo la rinuncia molti immaginavano scenari medievali con porte che sbattono e denunce clamorose. Al punto che gli stessi commentatori rimasero sorpresi, quasi delusi, dalla sua decisione di restare nel recinto di san Pietro, di salire al monastero Mater Ecclesiae. Come giunse a questa decisione?
"Avevo visitato molte volte il monastero Mater Ecclesiae fin dalle sue origini. Spesso mi ero recato lì per partecipare ai Vespri, per celebrarvi la Santa Messa per tutte le religiose che vi si erano succedute. Da ultimo vi ero stato in occasione della ricorrenza dell’anniversario di fondazione delle Suore Visitandine. A suo tempo, Giovanni Paolo II aveva deciso che la casa, che in antecedenza era servita come abitazione del direttore della radio vaticana, doveva diventare in futuro un luogo di preghiera contemplativa, come una fonte d’acqua viva in Vaticano. Avendo saputo che in quella primavera scadeva il triennio delle Visitandine, mi si dischiuse quasi naturalmente la consapevolezza che questo sarebbe stato il luogo dove potermi ritirare per continuare a mio modo il servizio della preghiera al quale Giovanni Paolo II aveva destinato questa casa".

 Non so se ha visto anche Lei una foto scattata da un inviato della Bbc che, nel giorno della sua rinuncia, ritraeva la cupola di San Pietro colpita da un fulmine (Benedetto fa cenno con la testa di averla vista). A molti quell’immagine suggerì l’idea della decadenza o addirittura della fine di un mondo. Ora, però, mi viene da dire: si aspettavano di compiangere un vinto, uno sconfitto della storia, ma io vedo qui un uomo sereno e fiducioso.
"Sono pienamente d’accordo. Io avrei dovuto davvero preoccuparmi se non fossi stato convinto, come dissi all’inizio del mio pontificato, di essere un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Dall’inizio ero a conoscenza dei miei limiti e accettai, come ho sempre cercato di fare nella mia vita, in spirito di obbedienza. Poi vi sono state le difficoltà più o meno grandi del pontificato, ma vi sono state anche tante grazie. Mi rendevo conto che tutto quello che dovevo fare non potevo farlo da solo e così ero quasi costretto a mettermi nelle mani di Dio, a fidarmi di Gesù al quale, man mano che scrivevo il mio volume su di lui, mi sentivo legato da un’amicizia antica e sempre più profonda. Poi vi era la Madre di Dio, la madre della speranza che era un sostegno sicuro nelle difficoltà e che sentivo sempre più vicina nella recita del santo Rosario e nelle visite ai santuari mariani. Infine vi erano i santi, i miei compagni di viaggio da una vita: sant’Agostino e san Bonaventura, i miei maestri dello spirito, ma anche san Benedetto il cui motto 'nulla anteporre a Cristo' mi diveniva sempre più familiare e san Francesco, il poverello di Assisi, il primo a intuire che il mondo è lo specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino".

Solo consolazioni spirituali, quindi?
"No. Il mio cammino non era accompagnato solo dall’alto. Ogni giorno ricevevo numerose lettere non solo dai grandi della Terra, ma anche da persone umili e semplici che ci tenevano a informarmi che mi erano vicine, che pregavano per me. Di qui anche nei momenti difficili la fiducia e la certezza che la Chiesa è guidata dal Signore e che, quindi, potevo riporre nelle sue mani il mandato che egli mi aveva affidato nel giorno dell’elezione. Del resto questo sostegno è continuato anche dopo la mia rinuncia, per cui posso essere solo grato al Signore e a tutti quelli che mi hanno espresso e ancora mi manifestano il loro affetto".

Nel suo saluto di commiato dai cardinali, il 28 di febbraio del 2013, fin da allora promise obbedienza al suo successore. Nel frattempo ho l’impressione che lei abbia garantito anche vicinanza umana e cordialità a papa Francesco. Come è il rapporto con il suo successore?
"L’obbedienza al mio successore non è mai stata in discussione. Ma poi vi è il sentimento di comunione profonda e di amicizia. Al momento della sua elezione io provai, come tanti, uno spontaneo sentimento di gratitudine verso la Provvidenza. Dopo due pontefici provenienti dall’Europa Centrale, il Signore volgeva per così dire lo sguardo alla Chiesa universale e ci invitava a una comunione più estesa, più cattolica. Personalmente io rimasi profondamente toccato fin dal primo momento dalla straordinaria disponibilità umana di papa Francesco nei miei confronti. Subito dopo la sua elezione cercò di raggiungermi al telefono. Non essendo riuscito questo tentativo, mi telefonò ancora una volta subito dopo l’incontro con la Chiesa universale dal balcone di san Pietro e mi parlò con grande cordialità. Da allora mi ha fatto dono di un rapporto meravigliosamente paterno-fraterno. Spesso mi giungono quassù piccoli doni, lettere scritte personalmente. Prima di intraprendere grandi viaggi, il Papa non manca mai dal farmi visita. La benevolenza umana con la quale mi tratta, è per me una grazia particolare di quest’ultima fase della mia vita della quale posso solamente essere grato. Quello che dice della disponibilità verso gli altri uomini, non sono solamente parole. La mette in pratica con me. Che il Signore gli faccia a sua volta sentire ogni giorno la sua benevolenza. Per questo prego il Signore per lui".



Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Si “rinuncia” alla GMG, non al Papato!



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Se un Papa si dimette a causa della Gmg, i conti non tornano.


Dall’11 febbraio 2013, la Chiesa intera ed ognuno di noi che porta nel cuore Benedetto XVI e il papato quale istituzione divina,  si domanda che cosa abbia mai spinto il grande Ratzinger alla dolorosa e drammatica Rinuncia. Tra le migliaia di presunte risposte giunge ora quella che dovrebbe essere la più ufficiale e che dovrebbe porre fine ad ogni interpretazione arbitraria, o illazioni speculative.


È lo stesso Benedetto XVI a spiegarlo ad Elio Guerriero, vedi qui, in un libro intervista che uscirà il 30 agosto c.m. laddove dice:


“Nel 2013, tuttavia, vi erano numerosi impegni che non ritenevo più di poter portare a termine”.


Quali erano questi impegni?


“In particolare era già stata fissata la data della Giornata Mondiale della Gioventù che doveva svolgersi nell’estate del 2013 a Rio de Janeiro in Brasile. Ora, a questo riguardo, io avevo due convinzioni ben precise. Dopo l’esperienza del viaggio in Messico e a Cuba, non mi sentivo più in grado di compiere un viaggio così impegnativo. Inoltre, con l’impostazione data da Giovanni Paolo II a queste giornate, la presenza fisica del Papa era indispensabile. Non si poteva pensare a un collegamento televisivo o ad altre forme garantite dalla tecnologia. Anche questa era una circostanza per la quale la rinuncia era per me un dovere. Avevo infine la fiducia certa che anche senza la mia presenza l’anno della fede sarebbe comunque andato a buon fine. La fede, infatti, è una grazia, un dono generoso di Dio ai credenti. Avevo, perciò, la ferma convinzione che il mio successore, così come è poi avvenuto, avrebbe ugualmente portato al buon fine voluto dal Signore, l’iniziativa da me avviata”.


Le parole che ci lasciano perplessi e con  profondo tremore, amaro nel cuore, sono le seguenti: con l’impostazione data da Giovanni Paolo II a queste giornate, la presenza fisica del Papa era indispensabile. Non si poteva pensare a un collegamento televisivo o ad altre forme garantite dalla tecnologia. Anche questa era una circostanza per la quale la rinuncia era per me un dovere…”.


Non possiamo tacere sul dolore e sull’amarezza che – questa motivazione – procura alle nostre riflessioni. È come se due sposi, stanchi di seguire i propri figli o resi impossibilitati a farlo fisicamente, abdicassero al proprio ruolo!


La motivazione che più ci sorprende e ci amareggia perché priva di consistenza biblica e teologica, sta nell’affermare che – avendo – Giovanni Paolo II “imposto” la presenza fisica del Papa alle GmG, trovandosi Benedetto XVI nell’impossibilità fisica di realizzarlo, abbia ritenuto “un dovere” rinunciare non alla GmG ma al papato! Perdonateci, ma non è da Ratzinger e non è teologicamente corretto!


Infatti, egli contraddice se stesso e non solo.


Nel 2005, durante l’aggravarsi della malattia di Giovanni Paolo II (morì in meno di tre mesi), quando — con una certa insistenza — l’episcopato tedesco tornò a parlare di dimissioni di un papa per infermità fisica e anzianità, l’allora cardinale Ratzinger rispose con un netto rifiuto. «Ha ragione Giovanni Paolo II a non dimettersi — spiegò durante un colloquio con il giornalista Bruno Vespa –, perché è Dio ad affidare la missione ad un Pontefice ed è Dio a porvi fine».


Vogliamo piuttosto credere “agli asini che volano”, ossia rispettare che Benedetto XVI voglia imporre questa versione più ufficiale pur di non rivelare la verità sulla sua Rinuncia, piuttosto di non dover scoprire che… davvero il teologo Ratzinger contraddice quanto dalla Chiesa insegnato in materia e quanto lui stesso ha insegnato sul ruolo e la responsabilità di un Pontefice.


Benedetto XVI non aveva affatto alcun obbligo – teologico o morale – di “copiare” il predecessore andando “per forza” alla Gmg magari sulla carrozzella…. che lui lo abbia sentito come un dovere è lodevole e generoso, ma non si rinuncia al governo della Chiesa per una Gmg; non si rinuncia ad essere “Vicario” di Cristo perché non si riesce ad andare a trovare migliaia di giovani radunati in una occasione che può ripetersi a Roma, magari a san Pietro, dove sarebbe il Papa a riceverli. Che poi vien da ridere, se non piangere, che a conti fatti, la Gmg in Polonia è stata un crollo di numeri e di partecipazione, ma guai a dirlo, non sarebbe politicamente corretto.


Cliccando qui troverete l’analisi drammatica ma brillante del cardinale Brandmuller sulla vicenda della Rinuncia.


Ma, infatti, è qui che subentra l’intervento amletico di mons. Georg Gänswein, vedi qui, il quale invece di riportare quanto affermato da Benedetto XVI ad Elio Guerriero nel marzo 2016, due mesi dopo nel seguente mese di maggio, mons. Georg offre tutta un’altra serie di “riflessioni-visioni”, senza mai fare alcun riferimento alle Gmg. Molto strano!


Che si sia verificato un corto circuito nella comunicazione tra Benedetto XVI e il suo prezioso segretario, lo riteniamo impossibile, così come riteniamo inverosimile la motivazione sulla Rinuncia data da Benedetto XVI. La rispettiamo, se Benedetto XVI è questo che ci chiede, se è questa l’interpretazione che vuole ufficializzare, ma lo possiamo fare – questo passo – solo dando onore alla ragione che i conti non tornano, riconoscendo alla ragione stessa che questa motivazione è ancora più grave di ogni altra interpretazione, e fa acqua da tutte le parti. Spiega ancora Benedetto XVI che:


Avevo infine la fiducia certa che anche senza la mia presenza l’anno della fede sarebbe comunque andato a buon fine. La fede, infatti, è una grazia, un dono generoso di Dio ai credenti. Avevo, perciò, la ferma convinzione che il mio successore, così come è poi avvenuto, avrebbe ugualmente portato al buon fine voluto dal Signore, l’iniziativa da me avviata”.


Ma in questi termini anche la Gmg sarebbe andata “a buon fine” senza la sua presenza fisica…. non è forse anche la Gmg “un dono generoso di Dio”? E quale Papa avrebbe potuto nutrire, nell’arco della storia ecclesiale, che un suo Successore “non avrebbe potuto” portare a buon fine ciò che il Signore voleva? No! Questi non sono discorsi “da Ratzinger”! Ci rifiutiamo di credere che Ratzinger abbia capitolato nella fede alla Divina Provvidenza!


Anche se un detto proverbiale evangelico dice che “nessuno è indispensabile-siamo servi inutili”, nessuno può abdicare al proprio compito, al ruolo che il Signore ha dato, Geremia docet… «Ahimè, Signore, Dio, io non so parlare, perché non sono che un ragazzo». Ma il Signore mi disse: «Non dire: ‘Sono un ragazzo’, perché tu andrai da tutti quelli ai quali ti manderò, e dirai tutto quello che io ti comanderò. Non li temere, perché io sono con te per liberarti», dice il Signore. Poi il Signore stese la mano e mi toccò la bocca; e il Signore mi disse: «Ecco, io ho messo le mie parole nella tua bocca. Vedi, io ti stabilisco oggi sulle nazioni e sopra i regni, per sradicare, per demolire, per abbattere, per distruggere, per costruire e per piantare…» (Ger.1,4-10)


Sostituiamo “giovane” con vecchio o anziano o malato, e comprenderemo che non è da Ratzinger ribaltare le parole del Signore. Altrimenti, sempre sull’esempio di due coniugi, dovremo credere legittimo che esista  una sorta di “rinuncia” al proprio ruolo quando sopraggiungesse una malattia…. Ma laddove Giovanni Paolo II avesse “impostato” in senso di obbligo la presenza fisica di un Papa alle Gmg, egli lo previde anche in caso di malattia, ma senza dubbio entro certi limiti plausibili, limiti umanamente accettabili, non certo con un Pontefice portato in barella o con le flebo…. ed in ogni caso non impostò e non previde la Rinuncia al governo della Chiesa in caso di malattia, come ha spiegato bene il card. Brandmuller.


_0055 dimissioni 2E non vogliamo associare l’immagine della leggenda tratta dall’apocrifo Atti di Pietro nel Quo vadis Domine?Dove Gesù risponde a Pietro: Eo Romam, iterum crucifigi(vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente). Il Quo vadis è un apocrifo come, apocrifa, ci sembra tutta questa situazione che stiamo vivendo e che ogni Pontefice dovrebbe percepire come sollecitazione per rimanere nel proprio ruolo. Tuttavia questa Rinuncia, che Benedetto XVI attribuisce al suo fisico non più in grado di seguire fisicamente la Gmg, ci sembra davvero inverosimile, inaccettabile, ancora più drammatica del gesto stesso e spiegherebbe, in definitiva, perché alla fine dei conti Ratzinger ha messo in crisi il Diritto Canonico “rimanendo Papa” lo stesso, non rinunciando alla veste bianca del Pontefice e “facendosi solo da parte” come ha spiegato in termini amletici mons. Georg.


Si rinuncia semmai alla Gmg, non alla guida della Chiesa. Queste affermazioni di Benedetto XVI, dunque, non chiariscono affatto il mistero di questa grave Rinuncia “incompleta”, ossia, rimanendo ugualmente Papa, ma rendono ancor più tortuosa ogni interpretazione.


Naturalmente lasciamo alla storia il compito di far luce sui fatti, a noi non resta che confidare nella parola e nella promessa di Gesù, che le porte degli inferi, nulla prevarrà contro la Chiesa, Sua Sposa “nel Bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, in salute o in malattia”.


Ci chiediamo solo a cosa servono, oggi, queste continue interviste quando, invece di chiarire, aumentano i conflitti, i dubbi e le domande. Più che di interviste che esprimano continuamente pensieri personali, avremo bisogno, da parte di tutti i Pastori, parole di fuoco come queste:



«Oimè, oimè, disavventurata l’anima mia! Aprite l’occhio e ragguardate la perversità della morte che è venuta nel mondo, e singolarmente nel corpo della santa Chiesa. Oimè, scoppi il cuore e l’anima vostra a vedere tante offese di Dio. Vedete, padre, che ‘l lupo infernale ne porta la creatura, le pecorelle che si pascono nel giardino della santa Chiesa; e non si trova chi si muova a trargliele di bocca. (…) Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè che il sangue di Cristo, che è dato per grazia e non per debito, egli sel furano con la superbia, tollendo l’onore che debbe essere di Dio, e dannolo a loro».



[Lettera 16 (XVI) di Santa Caterina da Siena al card. Di Ostia, citata da Paolo VI nella Proclamazione della Santa a Dottore della Chiesa il 4.10.1970].






Enigma Benedetto e la necessità di chiarezza
di Riccardo Cascioli
31-08-2016


Benedetto XVI

In principio fu la promessa di restare «nascosto al mondo», di «salire sul monte», di continuare a servire la Chiesa ritirandosi nella preghiera e nella meditazione, «in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze». Nel febbraio 2013 Benedetto XVI aveva accompagnato così la sua rinuncia al pontificato, che aveva colto tutti di sorpresa. E per un bel po’ effettivamente è stato così, a parte la puntuale risposta nel settembre 2013 al matematico Piergiorgio Odifreddi che aveva criticato il suo libro su Gesù. 

Ma ormai pare proprio che il “papa emerito” Benedetto XVI ci abbia ripensato. E da un po’ di mesi stiamo assistendo a un crescendo di interventi che sta raggiungendo il culmine in questi giorni. Ieri è infatti uscita una biografia di Ratzinger con allegata una intervista concessa all’autore, Elio Guerriero, e anticipata nei giorni scorsi da Repubblica. E il 9 settembre uscirà un libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, lo stesso del precedente libro-intervista (Luce del mondo) uscito nel 2010 in pieno pontificato. Questa volta il titolo è “Benedetto XVI, Ultime conversazioni”. Che poi siano davvero le ultime a questo punto è lecito dubitarne, ma soprattutto è lecito chiedersi il perché di questo improvviso attivismo.

Non c’è bisogno di essere dietrologi o complottisti per osservare che i conti non tornano. I fatti sono chiari: era stato annunciato il silenzio definitivo, sta avvenendo il contrario. Lecito chiedersi quali ragioni abbiano spinto Benedetto XVI a venir meno al suo impegno. Non solo, improvvisamente ha cominciato a parlare anche il suo fido segretario, quel monsignor Georg Ganswein che si definisce fedele al Papa emerito «fino alla morte» ma che è anche Prefetto della casa Pontificia. E mentre Benedetto XVI è attentissimo a usare solo parole positive nel confronti del suo successore, monsignor Ganswein da una parte si lancia in azzardate tesi sul "pontificato allargato", dall'altra non manca di mettere bene in evidenza i punti deboli di Papa Francesco.

Ma al fatto in sé si deve aggiungere anche il contenuto di alcuni interventi, come quello dell’intervista appena pubblicata da Repubblica. Tornando sulle ragioni della rinuncia, e riproponendo il tema della stanchezza, Benedetto XVI aggiunge: «In particolare era già stata fissata la data della Giornata Mondiale della Gioventù che doveva svolgersi nell’estate del 2013 a Rio de Janeiro in Brasile. Ora, a questo riguardo, io avevo due convinzioni ben precise. Dopo l’esperienza del viaggio in Messico e a Cuba, non mi sentivo più in grado di compiere un viaggio così impegnativo. Inoltre, con l’impostazione data da Giovanni Paolo II a queste giornate, la presenza fisica del Papa era indispensabile. Non si poteva pensare a un collegamento televisivo o ad altre forme garantite dalla tecnologia. Anche questa era una circostanza per la quale la rinuncia era per me un dovere». 

Con tutto il rispetto si fa veramente fatica a credere che il motivo della rinuncia – una decisione che lo stesso Benedetto XVI definì allora “grave” e “nuova” -  possa essere stata l’impossibilità di partecipare alla GMG di Rio, quando l’interruzione del suo Pontificato ha significato, ad esempio, lasciare a metà l’enciclica sulla fede che doveva terminare la trilogia dopo quelle sulla carità (Caritas in Veritate) e sulla speranza (Spe salvi).

Non sappiamo ancora cosa ci sarà nel prossimo libro-intervista, anche se probabilmente in linea con le ultime uscite non c’è da aspettarsi rivelazioni clamorose. Ma il fatto è che già le affermazioni poco credibili fatte a proposito della rinuncia, da una parte alimentano voci e pettegolezzi sui reali motivi della decisione, dall’altra aumentano le preoccupazioni di chi vede per la Chiesa la pericolosità di una situazione del genere, a partire dalla possibilità stessa che si possa parlare di un “papa emerito”.  Di queste preoccupazioni si è fatto recentemente interprete il cardinale tedesco Walter Brandmüller, grande amico di Ratzinger ma fortemente critico sia della decisione della rinuncia sia soprattutto del “dopo”. Brandmüller ritiene infatti «necessaria e urgente una legislazione che definisca e regoli» lo statuto di chi è stato Papa, perché la decisione di istituire un papato emerito – lasciandolo peraltro indefinito – sta creando una situazione pericolosa per la Chiesa al punto da poter portare a uno scisma. 

Da qualsiasi parte si prenda la questione, resta il fatto che in tempi di grave confusione per la Chiesa, si aggiungono purtroppo – aldilà delle intenzioni - altri motivi di confusione. Non è certo di questo che oggi abbiamo tutti bisogno. Per questo c’è solo da augurarsi che si chiarisca presto almeno il motivo di questi strani interventi.

   




Fraternamente CaterinaLD

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Socci, il sospetto terrificante: complotto contro Cav e Ratzinger



Robert Spaemann e Josef Seifert, due filosofi cattolici, amici e collaboratori di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, demoliscono l' Amoris laetitia (e il pensiero) di Bergoglio. Il cardinale Mueller definisce «eretica»
l' affermazione di «uno dei più stretti consiglieri» di Bergoglio.

Mentre il catto-conservatore americano George Weigel, che sta con Bergoglio, se la prende con Benedetto XVI perché è ancora «papa emerito», mentre - secondo lui - doveva tornare semplicemente vescovo.
Sono fatti di questi giorni.

Nella Chiesa è in corso un terremoto. Ma per capirlo bisogna partire dagli antefatti.
Non era mai accaduto, in 2000 anni, che un papa iniziasse il suo pontificato dicendo: «Pregate per me perché io non fugga per paura davanti ai lupi».
Per un curioso caso proprio quel papa, senza alcun grosso motivo dichiarato, poi «rinuncia» al ministero (il diritto canonico lo ammette, ma per gravissimi motivi).
Tuttavia decide - primo nella storia - di essere «papa emerito», dicendo nel suo ultimo discorso: «La mia decisione di rinunciare all'esercizio attivo del ministero, non revoca questo».

Fu vera rinuncia? Nel febbraio del 2014 pubblicai su Libero un' inchiesta su questa domanda e sulle cause di quella vicenda misteriosa, anche perché era evidente che Ratzinger non aveva problemi di salute.
Un vaticanista andò a disturbarlo. E alla domanda sul perché era rimasto papa emerito (invece di tornare vescovo), si sentì rispondere: «Il mantenimento dell' abito bianco e del nome Benedetto è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c' erano a disposizione altri vestiti».

La veste misteriosa - Una raffinata e ironica elusione della domanda: come si poteva credere che, invece di tornare vescovo (come di prassi), Benedetto fosse rimasto papa per motivi sartoriali? In tutto il Vaticano non c' era una tonaca nera? Una tale risposta faceva capire che, in quel momento, il papa non poteva ancora parlare e c' era un mistero. Solo ora, dopo tre anni, i veli finalmente si stanno squarciando.

Il 21 maggio scorso infatti mons. Georg Gaenswein, segretario di Ratzinger, ha tenuto un' esplosiva conferenza dove ha ribaltato la «tesi sartoriale», rivelando che dal 2013 c' è un «ministero (petrino) allargato. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l' appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è "Santità". Egli non ha abbandonato l' ufficio di Pietro, egli ha invece rinnovato quest' ufficio». Inoltre siamo in «una sorta di stato d' eccezione» e quello di Benedetto è un «pontificato d' eccezione».

Il fulmine di quel giorno su San Pietro? «Di rado il cosmo ha accompagnato in modo più drammatico una svolta storica». Gaenswein ha pure spiegato che Benedetto non si è dimesso per la vicenda Vatileaks: «Quello scandalo era troppo piccolo per una cosa del genere e tanto piú grande il ben ponderato passo di millenaria portata storica che Benedetto XVI ha compiuto». Dunque tutt' altro che un banale andare in pensione con la veste bianca perché era nell' armadio. Oggi si scopre che si tratta di un «passo di millenaria portata storica» in cui Benedetto «non ha affatto abbandonato questo ministero».
Il terremoto in corso nella Chiesa ruota attorno a questi eventi. Ma va letto all' interno di un complicato scontro geopolitico e ideologico planetario.
In esso c' è anche la chiave per capire i fatti politici degli ultimi anni: l' egemonia tedesca della Ue che ha terremotato la nostra economia; la defenestrazione di Berlusconi del 2011 e l' arrivo di Monti e Renzi; la criminalizzazione e l' isolamento di Putin; il tumulto per la Brexit (forse pure il crollo del prezzo del petrolio).

L'alleanza proibita - I contorni di questa guerra non convenzionale emergono ora grazie al tramonto di Obama, all' irrompere dei cosiddetti «populismi» che in Europa sono nati per reazione alla Ue tecnocratica (tedesca) e grazie al terremoto rappresentato dal successo di Trump, un corpo estraneo per la Casta americana, fatta di Democratici, di Wall Street e (alcuni) Repubblicani.

In sintesi l' obiettivo strategico della Casta americana - rappresentata da Obama e dalla Clinton - è impedire che si saldi la storica alleanza fra Europa e Russia che farebbe la fortuna di entrambe: la prima ha un' enorme potenza tecnologica e industriale, la seconda è un immenso scrigno di risorse naturali.
Una tale alleanza euro-asiatica, di 800 milioni di persone unite da una storia che affonda le sue radici nel cristianesimo (fortemente riscoperto nella Russia di Putin), diventerebbe inevitabilmente interlocutrice della Cina (il più grande mercato del pianeta) e produrrebbe di fatto un mondo multipolare.
Gli Usa hanno cercato di far saltare questa prospettiva anzitutto destabilizzando alcuni paesi ex sovietici, in particolare l' Ucraina, sostenendo lì regimi antirussi. Poi costringendo l' Europa a imporre sanzioni economiche alla Russia per isolare Putin (sanzioni che all' Italia costano tantissimo). Infine cercando addirittura di allargare la Nato fino ai Paesi baltici, con strategie aggressive e provocatorie (come le esercitazioni militari Anaconda 2016 di questi giorni). Lo scopo è creare un corridoio che dall' Europa occidentale arriva fino all' Asia (l' Ucraina è fondamentale).
Questa strategia americana presuppone però un' Europa unificata sotto la Germania, come tecnocrazia, e sotto un' ideologia «liberal» (ovvero laicista), per isolare Putin. Per conseguire tale obiettivo dovevano essere spazzati via i soggetti estranei a questo progetto. Per esempio - in Italia - quel Berlusconi che prendeva le distanze dalla tecnocrazia Ue e propagandava l' amicizia e l' alleanza con Putin. Silurato.

Ieri il «populista» Nigel Farage ha fatto la «vera storia d' Europa» di questi anni in una mirabolante intervista al Corriere della Sera dove spiega come siamo diventati «una colonia tedesca».
Ma uno degli intoppi per questo progetto era rappresentato anche dalla Chiesa di Benedetto XVI. Paradossalmente il papa tedesco era un ostacolo per una Ue a guida tedesca, sotto l' egemonia «liberal» obamiana.
Fu prospettato a Benedetto XVI di accettare una «riunificazione ecumenica» con i protestanti del Nord Europa e del Nord America per dar vita a una sorta di «religione comune dell' Occidente».
Per la Chiesa Cattolica significava sciogliersi nel minestrone del pensiero unico «politically correct». Diventando un irrilevante museo folk in un' Europa «multiculturale». A questa «dittatura del relativismo» Benedetto XVI disse no. Rispose: finché ci sono io non accadrà. Il «caso» volle che dopo un po' sentì venir meno il vigore e fu costretto a rinunciare all'«esercizio attivo» del ministero petrino (rinuncia a metà?).
Dentro la Chiesa - ha spiegato Gaenswein - era in corso un «drammatico scontro» fra la fazione progressista e quanti seguivano Ratzinger nella sua lotta contro «la dittatura del relativismo». I progressisti persero al Conclave del 2005, ma, dopo la rinuncia, vinsero nel 2013.

Religione imperiale - Ora papa Bergoglio ha fatto sua l' Agenda Obama. Il 18 maggio, a Washington, al Catholic-Evangelical Leadership Summit, Obama ha affermato che le chiese devono lasciar perdere i «temi divisivi» come aborto e matrimoni gay e dedicarsi al problema della povertà.
L' Impero vuole una Chiesa «assistente sociale» che consola i perdenti nell' ospedale da campo dei poteri forti, ma non disturba i manovratori.
La candidata Hillary Clinton un anno fa, a un convegno di femministe abortiste, ha addirittura affermato: «I codici culturali profondamente radicati, le credenze religiose e i pregiudizi strutturali devono essere modificati».
Le chiese dunque devono arrendersi al laicismo «liberal» dell' Impero. Di fatto Bergoglio ha abbandonato i «principi non negoziabili». E ora lui, da sempre in ottimi rapporti con i protestanti americani, si prepara al viaggio del 31 ottobre in Svezia per celebrare Lutero e «ricucire» a 500 anni esatti dallo scisma. Prove di nuova religione imperiale?
Antonio Socci


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CLAMOROSE DICHIARAZIONI DEL CARD. MÜLLER. GRANDI MANOVRE PER EVITARE NUOVI DERAGLIAMENTI DI BERGOGLIO E SCONGIURARE LO SCISMA

SCRITTO IL 

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Winston Churchill diceva che il Cremlino (a quel tempo c’era il regime comunista) era “un dilemma avvolto in un mistero, racchiuso in un enigma”.

Qualcosa di simile potremmo dire oggi del Vaticano. Forse è anche per quest’aura di segreto – oltre alla solennità e alla bellezza della “location” – che ha tanto successo una serie, pur banale e surreale, come “The young pope”.

Molto più appassionanti della fiction sono i misteri del Vaticano vero. Dove, per la prima volta nella storia della Chiesa, un papa – dopo mesi di pesanti attacchi – si è “dimesso” (per ragioni oscure), ma in realtà rimanendo papa.

Un Vaticano dove oggi convivono due papi, senza che nessuno abbia spiegato com’è possibile, dal momento che è sempre stato insegnato che può esserci un solo Successore di Pietro.

Dove – probabilmente – qualcosa di importante sta accadendo in questi giorni, dietro il silenzio impenetrabile dei sacri palazzi.

Purtroppo i media da tempo sembrano disinteressati all’informazione sulla Chiesa e la Santa Sede, forse perché troppo impegnati nelle celebrazioni e negli osanna.

Fatto sta che nessuno, almeno in Italia, sembra essersi accorto di una intervista esplosiva del numero 2 della Chiesa, il card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (è il ruolo che ricoprì il card. Ratzinger al tempo di Giovanni Paolo II).

Fu Benedetto XVI a chiamarlo lì e fu poi Francesco a confermalo e crearlo cardinale, anche se i rapporti fra i due, per le profonde divergenze sulle riforme dottrinali volute da Francesco nei due sinodi sulla famiglia, hanno portato al sostanziale isolamento di Müller rispetto al gruppo dirigente di Francesco.

CLAMOROSA INTERVISTA

Dunque Müller, che è anche curatore dell’opera omnia di Ratzinger, l’altroieri ha rilasciato un’intervista all’edizione tedesca della Radio vaticana dove, per la prima volta, un alto esponente del Vaticano pone il problema della convivenza dei due papi, dove rivela sommessamente che c’è un dibattito in corso oltretevere e dove prospetta uno scenario sorprendente.

Il cardinale ha detto:

Per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo il caso di due legittimi papi viventi. Certamente solo Papa Francesco è il Papa, ma Benedetto è l’emerito, perciò in qualche modo ancora legato al papato. Questa situazione inedita deve essere affrontata teologicamente e spiritualmente. Su come farlo, ci sono diverse opinioni. Io ho mostrato che pur con tutte le diversità che riguardano la persona e il carattere, che sono date dalla natura, tuttavia anche il legame interno deve essere reso visibile”.

Ma – chiede la giornalista – in cosa consiste questo legame interno? La risposta di Müller:

“Si tratta del confessare [proclamare la fede in] Gesù Cristo, che è la ‘ratio essendi’, il vero fondamento del Papato, che tiene insieme la Chiesa nell’unità in Cristo…”.

Sembra una risposta astratta, teologica, ma in realtà rimanda alle sue parole precedenti, facendo capire che il “ministero petrino” di Benedetto XVI continua tuttora. Cosa che trova conferma nel seguito dell’intervista.

Infatti la giornalista chiede: “Cosa offrono alla Chiesa due papi insieme” (due che sono papi in contemporanea)?

Risposta di Müller:

“entrambi esercitano un ufficio che non sono stati loro a darsi e che loro non possono nemmeno definire, un ufficio che è già ‘de-finito’ da Cristo stesso, così come è stato compreso dalla coscienza credente della Chiesa. E ognuno sperimenta nell’ufficio papale, così come in ogni altro officio ecclesiale, un peso che si può portare solo con l’aiuto della grazia”.

Sono parole sorprendenti. Perché qua Müller non dice affatto – come finora si è sentito – che Benedetto XVI sostanzialmente non è più papa, non dice affatto che è un pensionato che non ha più nessun ruolo nella Chiesa, non dice affatto che è qualcosa di simile ai “vescovi emeriti”, come afferma papa Bergoglio.

Dice che, Francesco e Benedetto XVI, “entrambi esercitano un ufficio” che è l’ “ufficio papale”. E dice che questa situazione inedita, di “due legittimi papi viventi”, “deve essere affrontata teologicamente e spiritualmente”.

Dunque Müller sembra andare nella stessa direzione della clamorosa conferenza, del 21 maggio scorso, alla Gregoriana, di mons. Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI e Prefetto della Casa pontificia di Francesco.

DUE PAPI

In quell’intervento, che in Vaticano ebbe un effetto dirompente (ma la stampa lo ignorò), Gänswein disse fra l’altro:

“Prima e dopo le sue dimissioni, Benedetto ha inteso e intende il suo compito come partecipazione al ‘ministero petrino’. Egli ha lasciato il Soglio pontificio e tuttavia, con il passo dell’11 febbraio 2013, non ha affatto abbandonato questo ministero. Egli ha invece integrato l’ufficio personale con una dimensione collegiale e sinodale, quasi un ministero in comune”.

E ancora:

“Dall’elezione del suo successore Francesco, il 13 marzo 2013, non vi sono dunque due papi, ma de facto un ministero allargato, con un membro attivo e un membro contemplativo. Per questo Benedetto XVI non ha rinunciato né al suo nome, né alla talare bianca. Per questo l’appellativo corretto con il quale rivolgerglisi ancora oggi è ‘Santità’; e per questo, inoltre, egli non si è ritirato in un monastero isolato, ma all’interno del Vaticano, come se avesse fatto solo un passo di lato per fare spazio al suo successore e a una nuova tappa nella storia del papato”.

Dunque non un passo indietro, ma solo un passo di lato. La conferenza di mons. Gänswein è stata dirompente, ma si è dovuto aspettare un paio di mesi per avere una qualche reazione: un’intervista a un canonista di Curia, dove non era mai nominato Gänswein, che era titolata così: “Non può esistere un papato condiviso”.

Il giornalista bergogliano Andrea Tornielli, autore dell’intervista, iniziava dicendo che lo stesso Francesco aveva già risposto: “ ‘C’è un solo Papa. Benedetto XVI è l’emerito’. Lo scorso giugno, durante il volo di ritorno dall’Armenia, Francesco aveva risposto in modo chiaro e preciso a una domanda sulle teorie riguardanti la possibilità di un ministero papale ‘condiviso’ ”.

Se già aveva risposto il papa che necessità c’era di far parlare, due mesi dopo, anche un canonista? Forse perché la questione non era affatto chiusa? Forse perché – come dice oggi Müller – “ci sono diverse opinioni”?

In effetti le dichiarazioni di mons. Gänswein prima e del card. Müller oggi, dimostrano che la questione è del tutto aperta.

PER SEMPRE

Ma soprattutto è stato lo stesso Benedetto XVI ad aprirla, non solo con la scelta del papato emerito, ma anche con le parole del suo ultimo discorso, dove spiegò che il ministero petrino era “per sempre” nella sua vita e aggiunse: La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo”.

Poi nel suo recentissimo best-seller, “Ultime conversazioni”, papa Benedetto ha dedicato una pagina a spiegare la sua attuale situazione e lo ha fatto con poche sobrie parole, ma in perfetta consonanza con l’intervento di maggio del suo segretario e con quello dell’altroieri di Müller. Dice infatti che la sua non è stata “una fuga, ma un altro modo di restare fedele al mio ministero”. E aggiunge che continua ad essere papa “in un senso più profondo, più intimo”.

Oggi Müller afferma che “deve essere reso visibile” quel “legame interno” che lega i due papi e li vincola alla custodia del “Depositum fidei”, cioè alla difesa della fede cattolica.

ULTIMA OCCASIONE?

Forse è una scialuppa di salvataggio che Benedetto sta offrendo a Francesco, per aiutarlo a continuare la sua opera, ma restando dentro i binari dell’ortodossia. Scongiurando così scelte sbagliate (e Bergoglio ne fa a iosa) e tragici scismi.

Alla luce di ciò si comprendono meglio i toni collaborativi che Benedetto usa con Francesco nel suo libro e anche il nuovo volume di Müller che tenta di riconciliare i due pontificati sotto il titolo “Benedetto & Francesco. Successori di Pietro al servizio della Chiesa”.

.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 ottobre 2016





[Modificato da Caterina63 28/10/2016 21.36]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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“Gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano per le dimissioni di Benedetto XVI”. Parla mons. Negri



“Gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano per le dimissioni di Benedetto XVI”. Parla mons. Negri - 6.3.2017

"Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda".

"Benedetto XVI ha subito pressioni enormi", spiega il vescovo che ha iniziato il suo ministero episcopale nella diocesi di San Marino Montefeltro e lo sta concludendo a Ferrara. Con lui "mi sono sentito a casa mia". Il presente della chiesa è segnato da "molta confusione in tanta ecclesiasticità" e gli antipapisti di un tempo sono diventati iperpapisti per proprio uso e consumo. Ma Negri parla anche di famiglia, del rischio che corre la democrazia in Italia per la criminalizzazione delle opinioni non “mainstream”, di Comunione e liberazione e tanto altro.

L’incontro con monsignor Luigi Negri avviene nella sede dell’Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio il giorno in cui festeggia i 4 anni dalla sua nomina a vescovo. “Quattro anni bellissimi e faticosissimi” spiega Negri che, raggiunti i 75 anni di età, il prossimo 3 giugno lascerà la guida della diocesi ferrarese a monsignor Gian Carlo Perego.
Una cerimonia che definire sobria sarebbe un’esagerazione: un bicchiere d’acqua, una candelina su un pasticcino salato, due battute con i collaboratori.

Monsignor Negri, una curiosità da profano assoluto: ma un prete può andare in pensione? Se è una missione e non un lavoro, come si fa a dire ad una persona “adesso basta”?

“Non si può dire, e infatti io continuerò a lavorare. Al massimo mi possono dire che non ho più la guida operativa della diocesi di Ferrara e Comacchio che ho accettato con umiltà e spirito di servizio su richiesta di Benedetto XVI. Ma rimango arcivescovo emerito, non decado dalla responsabilità di guidare i cattolici, cosa che farò senz’altro, anche se con altre modalità. Mi dedicherò soprattutto al versante culturale. Cercherò di portare avanti un discorso di sensibilizzazione, in linea con la tradizione cattolica. Tenterò di attuare pienamente questo impegno con grande libertà, confortato da tanti autorevoli amici”.

E’ noto il suo grande rapporto con il papa emerito Benedetto XVI…
“In questi ultimi 4 anni ho incontrato diverse volte Benedetto XVI. E’ stato lui a chiedermi di guidare la diocesi di Ferrara, perché molto preoccupato della situazione in cui versava la diocesi. Con Benedetto è nato un rapporto di forte amicizia. Mi sono sempre rivolto a lui nei momenti più importanti per discutere delle scelte da fare e non mi ha mai negato il suo parere, sempre in spirito di amicizia”.

Visto questo rapporto, si è fatto un’opinione sul perché Benedetto abbia rinunciato al papato, un gesto clamoroso nella millenaria storia della Chiesa?
“Si è trattato di un gesto inaudito. Negli ultimi incontri l’ho visto infragilito fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. Ho poca conoscenza – per fortuna – dei fatti della Curia romana, ma sono certo che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi. Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d’inchiesta per indagare se l’amministrazione di Barack Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale “fine del mondo” e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda”.

Dopo la “rinuncia” di Benedetto si è assistito ad una svolta nella Chiesa. E’ un dato di fatto che il pontificato di Francesco sia al centro di discussioni. Da una parte, magari storicamente lontana dalla Chiesa, si assiste ad una celebrazione del nuovo papa, da ambienti definiti più tradizionalisti vengono critiche e dubbi…
“La Chiesa deve a Benedetto la straordinaria coniugazione di Fede e Ragione. La Ragione per indagare e la Fede come verifica. Con l’applicazione di questo metodo mi sono sentito a casa mia, in una sorta di ideale continuazione degli anni d’intesa con don Luigi Giussani.
L’attualità vede un grande dibattito e molta confusione in tanta ecclesiasticità, viene il sospetto che non siano chiare le linee di comprensione autentica, perché avvalorate dalla tradizione, dell’intero dogma cristiano. L’ipotesi è quella di far coincidere il cammino della Chiesa con il presente, ma non si considera che, senza tener conto della tradizione, questo tentativo è destinato all’infecondità.
Inoltre è scattata una damnatio memoriae dell’opera immensa dei pontificati di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.
Tra le altre cose è incomprensibile che abbiano trovato accreditamento in Santa Sede personalità equivoche e discutibili. Equivoci perché privi di competenza scientifica. Dalla “Gaudium e Spes” emerge che la Chiesa deve rispettare la libertà e l’autonomia della ricerca tecnica e scientifica (“la legittima autonomia delle realtà terrene”), perché la ricerca, con metodi veramente scientifici e secondo le norme morali, non è in contrasto con la fede. E’ giusta la reazione a queste scelte incomprensibili da parte di tanti ambienti scientifici, che si vedono preferire scienziati meno competenti ed ideologizzati in senso anti cattolico”.

Le cronache forniscono sempre nuovo materiale per la fondamentale questione bioetica. Su questo punto, anche solo dal punto di vista di un osservatore dei media, appare evidente un affievolirsi della voce della Chiesa Cattolica.
“Questo è un aspetto sconcertante. Il ministero non deve essere mai taciuto. Anche in questo caso sembriamo aver dimenticato lo splendore dei pontificati del XX secolo. In quei casi assistevamo ad una pertinenza assoluta nel giudicare, per poi far scaturire, da questo giudizio, la carità.
Adesso assistiamo ad una “vulgata” che mette in dubbio le stesse parole di Dio, c’è una contrapposizione tra dottrina e pastorale, tra verità e carità.
Su questo punto basterebbe la folgorante definizione del Cardinal Cafarra: “La pastorale senza verità è puro arbitrio”.
La Chiesa adesso purtroppo pullula di associazioni e gruppi che danno indicazioni e norme di comportamento su tutte le questioni, senza considerare la verità.
La Chiesa si è sempre battuta per difendere l’umano. Se il mondo distrugge l’umano e io aiuto il Mondo, allora anch’io distruggo l’umano. Purtroppo l’impressione è che persone vicine alla Chiesa aiutino questa distruzione dell’umano”.

Una vicenda che sta dividendo il mondo cattolico è rappresentata dai “dubia” sollevati da quattro cardinali sull’esortazione apostolica Amoris Laetitia di papa Bergoglio. La risposta a questi “dubia” non arriva, a suo giudizio papa Francesco dovrebbe affrontare i problemi posti?
“L’Amoris Laetitia ha bisogno di una specificazione, purtroppo la guida ultima della Chiesa ancora tace. Io penso che il Santo Padre debba rispondere, anche se sembrerebbe aver deciso per il contrario. Purtroppo si è scatenata un’autentica isteria contro questi quattro cardinali che sono stati accusati di tutto. C’è chi è arrivato a suggerire di togliere loro la berretta cardinalizia. Si tratta di episodi stomachevoli. Gli antipapisti di un tempo diventano iperpapisti per proprio uso e consumo”.

Anche Lei nella sua vita non si è mai risparmiato nel dibattito pubblico e spesso ha dovuto subire offese ed insulti.
“Mi sono sempre gloriato, come suggerisce San Paolo, delle offese che ho ricevuto per la difesa della fede e della carità. Sono in gioco questioni più profonde della mia singolare vicenda personale. Un esempio di questo modo di procedere l’ho vissuto proprio a Ferrara quando ho sollevato la questione della “movida” notturna davanti alla cattedrale. Ho posto il tema fondamentale dell’educazione, di cosa si facesse per quei giovani sbandati che rendevano un luogo come il sagrato della cattedrale un postribolo. Per questa mia presa di posizione, che era su un tema fondamentale e ineludibile – la questione educativa -, sono stato attaccato da pseudomoralisti presenti anche nelle istituzioni, ma nessuno ha risposto nel merito del tema che ho sollevato. Sono stato lasciato solo in questa battaglia da tutte le istituzioni, tranne il Prefetto di allora che, guarda caso, fu prontamente sostituito. Sono stato accusato di essere un reazionario, di moralismo, di non conoscere i giovani. Io non conosco i giovani? Come si può dire una cosa del genere? In tutta la mia esperienza nel movimento di Comunione e Liberazione sono sempre stato e sono tuttora a contatto con migliaia di giovani. Il problema è che diventa più facile criminalizzare che misurarsi sui problemi reali, e più facile offendere che discutere con chi pone delle questioni razionali e di buon senso.
Il problema è che dopo 4 anni la situazione non è cambiata, adesso non c’è più la movida notturna davanti alla cattedrale solo perché ci sono i lavori. Il dramma è che nessuno ancora si interroga sul futuro di questi giovani”.

Dalla lettura dei suoi testi, soprattutto quelli relativi alla storia della Chiesa e di quelli di Benedetto XVI emergono molte critiche agli stati moderni, a tratti ho avuto quasi l’impressione di trovarmi di fronte ad un “anarchismo cattolico”.
“Non mi piace l’espressione anarchismo. Nel solco di una solida tradizione ho individuato alcuni problemi. La Chiesa ha sempre ribadito che qualsiasi istituzione non ha diritti sulle questioni religiose. Origene, nel II secolo, affermava a proposito dell’imperatore: “Tu sei una grande cosa sotto il cielo, ma i diritti di Dio sono più grandi dei tuoi”. Quindi c’è sempre stata una chiara posizione della Chiesa su questi temi.
Lo stato moderno e contemporaneo ha messo in atto un tentativo terribile di assolutizzazione della politica e quindi dell’ideologia politica. La Chiesa ha combattuto questa deriva e ha impedito che il totalitarismo trionfasse. Lo stato deve restare nei suoi ambiti.
C’è anche un altro aspetto importante. Come diceva Hannah Arendt la democrazia non è una procedura, ma un costume. Se manca il costume, cioè il dialogo tra le parti, la democrazia può essere violata. Quando vedo che alcune opinioni non vengono neppure prese in considerazione temo per la democrazia. Per paradosso nell’Italia nel 2017, dove le opinioni diverse, non “mainstream”, vengono spesso criminalizzate, la democrazia corre un forte rischio, più grosso che in passato”.

Il tema del “fine vita” è tra i più dibattuti. Si ha talvolta la sensazione che emerga una volontà di negare la sofferenza, come se non dovesse più esistere per l’uomo contemporaneo. Platone, al contrario, nella sua concezione filosofica, affermava che uno dei metodi per arrivare alla conoscenza è proprio la sofferenza. Inutile aggiungere che questo concetto trova il suo apice nel Cristianesimo, nella Passione e nella Croce. Insomma, questo voler cancellare la sofferenza sembra voler negare una possibile via di conoscenza.
“La concezione post illuministica, maggioritaria nel mondo contemporaneo, vede la conoscenza come una “sistemazione di oggetti”, dove tutto è catalogato e spiegabile. La conoscenza autentica è invece l’aprirsi al mistero della vita, è la ricerca del senso di questa vita terrena. La sofferenza è un aspetto fondamentale della comprensione di questa realtà. Ora invece si banalizza la sofferenza, predomina un’antropologia dove la sofferenza non ha posto. Ma la realtà è testarda e rimane, prende il sopravvento tutte le volte che il mistero di Dio lo consente”.

Altre vicende sociali stanno infiammando il dibattito, come quelle relative alla famiglia. E spesso vicende molto complesse vengono risolte da sentenze giuridiche.
“Nel nostro paese è in corso, legittimamente, un dibattito dove sta emergendo un’antropologia che vede la vita come oggetto di una procedura manipolabile, alterabile, dove si avanzano pretese e diritti. Chi si batte contro questa visione propone invece un’antropologia dove la vita è considerata un dono.
C’è solo un luogo dove queste vicende possono essere discusse ed è il parlamento che rappresenta l’espressione della sovranità popolare.
Altri tentativi di risolvere questi problemi, come succede sempre più spesso attraverso la sentenze dei giudici non sono legittimi. La sentenza dei giudici di Trento, che riconosce due padri a figli nati con la procreazione assistita, è vergognosa. I giudici, la magistratura devono applicare ciò che è stabilito dal parlamento. Purtroppo negli ultimi 30 anni abbiamo assistito troppo spesso a delle prese di posizione di parte della magistratura che rappresentano delle lesioni alla democraticità del nostro paese”.

Leggendo e studiando i lavori di molti esponenti della Chiesa definiti come “tradizionalisti”, a volte mi sorprendo a trovare affermazioni che a mio modo di vedere sono rivoluzionarie. Pero siete sempre definiti “retrogradi”, perché si applicano etichette spesso fuorvianti?
“C’è una splendida pagina del Manzoni in cui si afferma: “Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”. E’ la perfetta rappresentazione della nostra epoca. Il senso comune è imposto da efficaci mass media che sono guidati dai grandi potentati economici e politici. Assistiamo a negazioni del buon senso assolute. Viene negata la bellezza dell’amore tra uomo e donna, la capacità di sacrificio, viene negata quella che Benedetto definisce la vita buona e bella. La tradizione deve essere condannata perché nega questo progressismo che non ha fondamento razionale e non è positivo sociologicamente. I paladini di queste prese di posizione non sentono neppure la necessità di giustificare queste affermazioni. Se uno si permette di contestare il senso comune viene accusato di lesa maestà. E il delitto di lesa maestà non è espressione di democrazia. Infatti la nostra democrazia è fragile, sembra spegnersi”.

E cosa si può fare per impedire che questo avvenga?
“La gente che non si sente definita da questo conformismo deve esprimere le proprie convinzioni, sia a livello individuale che collettivo. Poi, ed è questo l’aspetto più importante, deve verificare l’esito delle sue azioni. Questo è un grande insegnamento di Giussani: la verifica”.

Giussani e Cl, una parte fondamentale della sua vita. Lei è stato uno dei protagonisti di questo movimento, adesso non sembra in sintonia con i vertici.
“Cl è un’esperienza straordinaria di fede viva, di incontro reale con Gesù Cristo, che abbiamo amato più di nostro padre e di nostra madre. Giussani ci ha fomentato, ci ha portato ad essere figli della Chiesa e suoi umili servitori. Giussani ci ha insegnato a fare riferimento rigoroso alla tradizione teologica.
Adesso è innegabile che si propongano altre visioni, su cui non c’è stata talvolta coincidenza di vedute, ma mi auguro che la mia maggior libertà e la possibilità di stare sistematicamente a Milano rendano possibile non tanto la ripresa, ma la nascita di un dialogo che spero collaborativo”.

fonte vedi qui






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Inedito: I veri rapporti tra 'i due papi'


 


Riprendo nella nostra traduzione da Benoit et moi, 22 marzo. Un ulteriore quadro della situazione da una fonte attendibile supportato dai link ai testi qui disponibili sugli eventi chiamati in causa.



Strana 'protezione' et alia: nel discorso per il 65° di sacerdozio


Premessa di Benoit e moi

Le poche notizie sul Papa emerito che emergono in quella che alcuni chiamano "la stampa di regime" fanno regolarmente riferimento ai buoni rapporti di amicizia e di complicità tra il Papa emerito e quello regnante. E ogni celebrazione è un'occasione perché Benedetto XVI costituisca l'opportunità di mettere in risalto Francesco, come se il primo potesse esistere solo attraverso il secondo, o in riferimento a lui. "Opporre" i due Papi è un esercizio politicamente e religiosamente scorretto o almeno riservato ai malvagi "nostalgici" e agli altri seguaci della teoria del complotto. 

Di seguito  un articolo quasi caricaturale proprio in questo senso pubblicato in questi giorni su un sito italiano tutto a favore di Francesco (ad una lettura superficiale l'articolo può passare come amichevole, ma ad uno sguardo più attento, è sottilmente malevolo nei confronti di Benedetto XVI).
Sensazioni che trovano (o sembrano trovare) conferma nelle numerose interviste rilasciate da Mons Gänswein (doveva servire da ponte tra i due Papi: ma potrebbe fare qualcos'altro?) E soprattutto nelle parole di Benedetto XVI in persona, nel corso delle sue interviste con Peter Seewald (datate, ricordiamolo, le prime settimane dopo le sue dimissioni, vale a dire all'inizio del regno di Francesco, che sono più neutre di quello che se ne dice nei commenti). Eppure, a più riprese, ad un osservatore attento avrebbero dovuto affiorare molti dubbi. È proprio vera questa bella intesa? È di per sé realistica, considerato il carattere di due uomini che in realtà sono all'opposto in tutto, comprese le loro visuali della Chiesa e del papato (e anche della fede)?

Di seguito la traduzione di un articolo di Giuseppe Nardi che riporta le osservazioni di uno dei vaticanisti tedeschi favorevoli a Francesco, Andreas Englisch. Anche se non fornisce prove formali (i turiferari bergogliani non ne portano certamente di più) ma soltanto il suo sentire personale, ciò che dice conferma i dubbi sorti dalla lettura di alcuni resoconti e dall'attenta osservazione di alcune immagini. E in ogni caso, questo è attendibile.
(...) poche cose legano Francesco a Benedetto XVI: questi è relegato ad un ruolo di mera comparsa, in occasione delle sue apparizioni pubbliche,  ma il papa regnante coglie l'occasione per la facciata e lo fa entrare in scena in caso di necessità. Su questo sfondo, l'assenza di Benedetto nell'ultimo concistoro del 19 novembre 2016 acquista una nuova dimensione.
Andreas Englisch: I Papi Benedetto e Francesco hanno proprio litigato
Giuseppe Nardi - www.Katholisches.info

(Roma) Papa Francesco e il suo predecessore Benedetto XVI sarebbero in pieno contrasto: «Non si parlano». È questa una delle notizie sensazionali riportate dal vaticanista Andreas Englisch, lo scorso 16 marzo, durante una conferenza tenuta a Limburg (Germania).
 
Englisch, per molti anni, è stato il corrispondente da Roma dei media del gruppo Axel-Springer per l’Italia e il Vaticano. Con i suoi trent’anni di esperienza romana, è considerato un eccellente conoscitore del Vaticano.
 
La conferenza del giornalista si è tenuta nella sala Josef Kohlmaier sul tema: “Francesco - combattente in Vaticano”, con fondamento su “I segreti svelati” del Nassauische Neue Post, secondo quanto riportato nel numero del 18 marzo. Ma lo scenario che aperto al suo pubblico da Andreas Englisch, su ciò che accade in Vaticano dietro le quinte, è molto più sensazionale rispetto a quanto riportato dall’articolo del giornale regionale.

Francesco e Benedetto non si parlano

Il giornalista non ha fatto mistero della sua simpatia per papa Francesco, ben nota a tutti. Englisch sa come affascinare il suo pubblico: Sì, Monsignor Tebartz-van Elst (vescovo emerito di Limburg, che ha dovuto dimettersi nel 2014, accusato di condurre una vita lussuosa, NdT) [il caso del vescovo di Limburg, qui], ha ricevuto un nuovo incarico in Vaticano, dove lo si trova all’«ufficio postale» (una sorta di deposito). Sotto il pontificato di Francesco, egli dice infatti, non c’è più spazio per coloro i quali «si pongono sopra l’insegnamento di Gesù Cristo e guardano dall’alto i semplici fedeli». Parole forti di Englisch a proposito del papa, e del papa a proposito di un confratello. Quello che Englisch non ha detto è che per Francesco, quelli che sono buoni solo «per l’ufficio postale», non lo sono a causa delle «vasche da bagno d’oro», reali o immaginarie, ma a causa della loro visione della Chiesa. La dimensione sociale, con il suo mito dell’«impegno per i poveri», è ben accolta da un uditorio ma, in realtà, significa ben poco e serve più che altro da copertura.

Ben più esplosivo rispetto al caso di Limburg – per via della portata molto più ampia – è ciò che Englisch ha rivelato del rapporto tra Francesco e Benedetto XVI. Secondo il giornalista, il papa regnante e il Papa emerito avrebbero proprio litigato. Essi non si parlerebbero più. E ciò non da ieri. E cos'altro? Per sua stessa ammissione, Benedetto XVI non fa più apparizioni pubbliche, se non in risposta a un desiderio esplicito di papa Francesco. Ciò che viene mostrato in queste rare occasioni non sarebbe, se si presta fede alle affermazioni di Andreas Englisch, che uno scambio di convenevoli, in cui i protagonisti fingono di essere amici. La ragione della divergenza sarebbe da cercare, secondo il giornalista, nel caso di Limburg, nel quale Benedetto avrebbe preso le difese del vescovo Tebarzt-van Elst. Tutt'al più, si tratta di un aspetto della vicenda. Ma Limburg non è certamente la causa principale di una frattura così profonda nelle relazioni tra i due papi.

Francesco “sa quello che vuole” e fa “quello che vuole”

Il corrispondente da Roma rappresenta Francesco come una personalità forte. «Sa quello che vuole» e lo fa sapere. Al contrario, Benedetto sarebbe «un buon teologo», ma avrebbe mostrato una «debole attitudine al comando». Per decenni i media tedeschi, quando parlavano del “Pantzerkardinal inflessibile”, usavano un linguaggio ben diverso. Da sempre, per favorire una determinata direzione, tutti i mezzi sembrano buoni, in minore o maggior misura. In ogni caso, Benedetto, sempre secondo Englisch, ha lasciato decidere a molte altre persone, mentre Francesco fa «quello che vuole».

Se si spingono fino alle loro ultime conseguenze le dichiarazioni di Englisch, significherebbe che ben Francesco e Benedetto XVI hanno ben poche cose in comune: questi è ridotto, nelle sue apparizioni pubbliche, a un ruolo di mera comparsa, ma il papa regnante lo utilizza all'occorrenza per la facciata e lo fa entrare in scena, in caso di necessità. In questo contesto, l’assenza di Benedetto durante l’ultimo concistoro del 19 novembre 2016 acquista una nuova dimensione.
 
Le promozioni cardinalizie fanno parte di queste poche occasioni in cui il papa regnante ha invitato il suo predecessore a una cerimonia pubblica. Al momento della creazione dei nuovi cardinali nel 2014 e 2015, Benedetto XVI fece un’apparizione nella Basilica di San Pietro [vedi]. Ma nel corso dell’ultimo Concistoro era assente; e Francesco ha riunito i neo-cardinali da Benedetto, senza tante formalità, nel monastero Mater Ecclesiæ. Evidentemente anche per troncare sul nascere, secondo Englisch, possibili illazioni. Ovviamente Francesco sospettava che l’assenza di Benedetto potesse essere un gesto dimostrativo [vedi e qui].

Le pressioni sulla rinuncia di Benedetto XVI

La cronologia dei fatti, in ogni caso, non induce a pensare a una semplice visita di cortesia – come il Vaticano ha presentato l’avvenimento –, ma contiene qualcosa di esplosivo. Cinque giorni prima del Concistoro, quattro cardinali, Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, avevano pubblicato i loro dubia sulla controversa esortazione post-sinodale Amoris Lætitia, poiché papa Francesco, dopo due mesi, ancora non aveva dato loro alcuna risposta. Con i dubia, essi si sono opposti frontalmente a Francesco, che da allora ha lasciato decadere la questione, costringendo i suoi più stretti collaboratori e sostenitori a una estenuante ginnastica verbale. Francesco può prolungare il suo silenzio, ma non esce meno indebolito dal conflitto, apparendo come un papa che si rifiuta di rispondere a domande su temi fondamentali della fede e della morale. Una macchia sulla sua immagine, che incombe come un’ombra sul suo pontificato.

Il Nassauische Post ha taciuto su un altro aspetto sollevato da Englisch: varie forze all’interno della Chiesa avrebbero esercitato pressioni su Benedetto XVI perché si dimettesse. Questa affermazione è dinamite! Le circostanze nelle quali ha avuto luogo la rinuncia del Papa – fatto unico nel suo genere nella storia della Chiesa – non cessano da allora di alimentare dubbi. Dove è esattamente la linea di demarcazione tra una forte pressione e una costrizione? Benedetto stesso ha assicurato di essersi dimesso di sua spontanea volontà. Fino a prova contraria, occorre prendere per buone queste sue parole. Tuttavia, al di là dell’aspetto giuridico, rimane una sensazione indefinibile. E ciò ancor più se si considera la forte pressione esercitata nel giugno 2012 dal cardinale Carlo Maria Martini su Benedetto XVI perché si dimettesse e il ruolo giocato dal club di San Gallo (fondato da Martini) in occasione dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio [vedi e qui].

Il fatto è che Benedetto XVI ha lasciato il campo libero, un campo che il team Bergoglio (prodotto dal club segreto di San Gallo) ha occupato come un vero e proprio stato maggiore senza pensare affatto ad una evacuazione.
Giuseppe Nardi


L’apostasia nella Chiesa secondo sant’Agostino: l’anticristo siederà nel tempio di Dio

pio-xi

L’apostasia nella Chiesa è stata predetta da san Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi. I padri della Chiesa ne hanno spesso parlato, per cercare di capire.

Tra questi sant’Agostino, nel libro XX del De civitate dei.

Di seguito alcuni passi:

Noto che si devono tralasciare molti brani del Vangelo e degli Apostoli sull’ultimo giudizio di Dio, affinché questo libro non si estenda in un’eccessiva lunghezza, ma non si deve tralasciare affatto l’apostolo Paolo. Egli, scrivendo ai fedeli di Tessalonica, dice: Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui

di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v’inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l’apostata e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell’empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d’empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell’errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità.


Non v’è dubbio che ha espresso questi concetti sull’Anticristo e che non si avrà il giorno del giudizio, considerato come giorno del Signore, se prima non verrà colui che egli chiama apostata fuggitivo, evidentemente, da Dio Signore. Se questo epiteto si può applicare rettamente a tutti gli empi, molto di più a lui. Però è incerto in quale tempio sederà, se sulla rovina del tempio costruito dal re Salomone ovvero nella Chiesa. L’Apostolo non considererebbe tempio di Dio il tempio di un dio o di un demone. Perciò alcuni sostengono che nel passo per Anticristo non s’intende il capo stesso, ma in senso figurato tutto il suo corpo, cioè la moltitudine di uomini che a lui appartiene come capo. Pensano inoltre che anche in latino più correttamente si dice, come in greco, non nel tempio di Dio, ma: segga in qualità di tempio di Dio, come se egli sia il tempio di Dio che è la Chiesa. Diciamo, ad esempio: Siede in qualità di amico, cioè come amico, o altri casi in cui si è soliti esprimersi con questo tipo di linguaggio. Una riflessione sulla frase: E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione; sapete, cioè, che cosa è in ritardo e qual è la causa della dilazione affinché avvenga a suo tempo. Poiché ha detto che lo sapevano, non ha inteso dirlo apertamente. Perciò noi, che non sappiamo quel che essi sapevano, desideriamo ma non siamo in grado di giungere, sia pure con insistenza, a ciò che pensava l’Apostolo, soprattutto perché i concetti, che ha aggiunto, rendono più astruso il significato. Infatti che significa: Già il mistero dell’iniquità è in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché sia tolto di mezzo, e allora sarà rivelato l’empio? Io confesso che proprio non capisco quel che ha detto. Tuttavia non passerò sotto silenzio le ipotesi di uomini che ho avuto possibilità di ascoltare o leggere…

Alcuni invece pensano che le frasi: Sapete che cosa impedisce la sua manifestazione, e: Il mistero dell’iniquità è già in atto, siano dette soltanto dei malvagi e dei falsi cristiani, che appartengono alla Chiesa, finché giungano a un numero tale da costituire un numeroso popolo per l’Anticristo e che questo è il mistero dell’iniquità perché sembra occulto. Pensano che per questo l’Apostolo esorta i fedeli a perseverare con fermezza nella fede che professano, dicendo: Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché sia tolto di mezzo, cioè finché esca di mezzo alla Chiesa il mistero dell’iniquità che ora è occulto. Pensano che al medesimo mistero si riferisca quel che nella sua lettera dice Giovanni evangelista: Ragazzi, questa è l’ultima ora e come avete udito che l’Anticristo dovrà venire, di fatto ora molti sono divenuti anticristi; da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri. Che se fossero dei nostri, certamente sarebbero rimasti con noi. Come dunque, affermano questi testi, prima della fine, in quest’ora che Giovanni considera l’ultima, sono usciti dalla Chiesa molti eretici, che egli reputa come molti anticristi, così alla fine usciranno da essa tutti coloro che non apparterranno a Cristo, ma all’Anticristo, e allora si manifesterà…”.

Si aggiunga un fatto: Paolo parla, come si è visto, di qualcuno che “ora lo trattiene”, di qualcuno che impedisce all’anticristo, o al suo corpo (l’insieme dei malvagi), di trionfare.

La tradizione di solito identifica questo katechon nel pontefice.

In sintesi: sembra che il trionfo del male nasca da dentro la Chiesa, da parte di coloro che sono nella Chiesa ma non sono della Chiesa, e dal loro manifestarsi palese, dal loro abbandonare palesemente (di qui la parola apostasia: allontanamento) la fede prima professata, causa il cedimento, o la scomparsa, o l’abdicazione… di “colui che trattiene”, cioè il pontefice.

 

Da circa 50 anni l’idea sostentuta da molti è che Fatima abbia rivelato proprio l’imminenza di questa apostasia.

vedi ad es: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/03/il-iii-segreto-di-fatima-una-grave-crisi-nella-chiesa/

 

Così il Catechismo della Chiesa cattolica:

L’ultima prova della Chiesa

675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. 637 La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra 638 svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.

676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ». 

677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. 642 Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa 643 secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male644 che farà discendere dal cielo la sua Sposa. 645 Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio 646 dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa. 647




[Modificato da Caterina63 23/03/2017 23.05]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Francesco e l'eredità dello scontro Kasper-Woijtyla

di Matthew Schmitz

31-05-2017

Questo articolo sui rapporti di forza tra Benedetto XVI e Papa Francesco è apparso sulla rivista statunitense First thing. Ne pubblichiamo ampi stralci tradotti. 

***

Sebbene Benedetto sia ancora in vita, Francesco sta tentando di seppellirlo. Da quando è stato eletto nel 2013, Francesco ha iniziato a perseguire un’agenda che Joseph Ratzinger aveva osteggiato in tutta la sua carriera. La sottolineatura sulla pastorale in opposizione all’aspetto dottrinale, la promozione di differenti discipline e approcci dottrinali nelle chiese locali, l’apertura della comunione ai divorziati-risposati - tutti questi progetti erano stati soppesati e rigettati da Ratzinger più di 10 anni prima, in un acceso dibattito con Walter Kasper. Nel bene o nel male, ora Francesco cerca di annullare Ratzinger.

Il conflitto iniziò con una lettera del 1992 che riguardava “gli elementi fondamentali che devono essere ritenuti fermi” quando i teologi cattolici compiono il loro lavoro. Alcuni teologi avevano suggerito che, mentre la dottrina può essere universale e immutabile, essa però potrebbe essere piegata per venire incontro alle differenti realtà pastorali […]

Per mettere in guardia da quest’idea, Papa Giovanni Paolo II e Ratzinger … avevano insistito sul fatto che la Chiesa universale è “una realtà ontologicamente e temporalmente precedente ad ogni Chiesa particolare” […].

Dietro questo dibattito apparentemente accademico circa la Chiesa locale e universale, sorse un disaccordo sulla comunione ai divorziati-risposati. Nel 1993 Kasper sfidò Giovanni Paolo, affermando che ciascun vescovo dovrebbe poter decidere se dare o meno la comunione ai divorziati-risposati. Frenando la possibilità di intenderlo come un cambiamento di dottrina, il cardinale disse che ci sarebbe dovuto essere “uno spazio per una pastorale flessibile nei casi individuali complessi”.

Nel 1994, il Vaticano rigettò la proposta di Kasper con una lettera firmata da Ratzinger. “Se i divorziati sono civilmente risposati, si trovano in una situazione che oggettivamente contraddice la legge di Dio. Di conseguenza, essi non possono ricevere la santa comunione fino a quando questa situazione persiste”. Kasper non era disposto ad arrendersi. In un Festschrift (volume pubblicato in onore di qualcuno, n.d.t.), criticò la lettera del Vaticano del 1992 e ribadì la legittima indipendenza delle chiese locali.

Ratzinger rispose l’anno seguente a titolo personale […]. Egli descrive la Chiesa come “una storia d’amore tra Dio e l’umanità”, che tende verso l’unità. Egli percepisce il Vangelo come una specie di nona sinfonia teologica, in cui tutta l’umanità è raccolta insieme nell’unità:

L’idea basilare della storia sacra è quella di raccogliere insieme, di riunire gli esseri umani nell’unico corpo di Cristo, di realizzare l’unione degli uomini e attraverso gli uomini di tutta la creazione con Dio. C’è una sola sposa, un solo corpo di Cristo, non molte spose e neppure molti corpi.

La Chiesa non è “semplicemente una struttura che può essere cambiata o distrutta a piacere, che potrebbe non avere nulla a che fare con la realtà della fede in quanto tale”. Una “forma di corporeità appartiene alla Chiesa stessa”. Questa forma, questo corpo, deve essere amato e rispettato e non torturato.

Qui si inizia a vedere come la questione dell’universalità della Chiesa riguarda altre questioni apparentemente non collegate, come la comunione e i divorziati-risposati. Ratzinger cita la prima lettera ai Corinti, dove Paolo descrive l’unità della Chiesa nei termini dei due sacramenti  - comunione e matrimonio. Come due diventano una carne nel matrimonio, così nell’Eucaristia i molti diventano un solo corpo […]

I collegamenti che Paolo delinea tra matrimonio, Eucaristia e unità della Chiesa dovrebbero servire come un avvertimento per chiunque volesse alterare uno dei tre […]

La replica di Kasper giunse con un saggio pubblicato in inglese da America. Si tratta della prima e più sintetica espressione di ciò che sarebbe divenuto il programma di Papa Francesco. Inizia con una distinzione capitale: “Sono arrivato alla mia posizione non partendo da ragionamenti astratti ma dall’esperienza pastorale”. Kasper quindi denuncia “l’ostinato rifiuto della comunione a tutte le persone divorziate e risposate, e le regole altamente restrittive circa l’ospitalità eucaristica”. Qui troviamo tutte le controversie dell’era Francesco, più di 10 anni prima della sua elezione […].

Sospeso sullo sfondo di questa disputa, come di molte dispute cattoliche, si trova la questione della liturgia. Ratzinger era già conosciuto come un avvocato della “riforma della riforma” - un programma che intende evitare la rottura liturgica, riconducendo lentamente la liturgia nella continuità con la sua forma storica. Kasper, al contrario, utilizza la rottura che ha seguito il Vaticano II per giustificare ulteriori cambiamenti nella vita cattolica: “La nostra gente è ben consapevole della flessibilità delle leggi e delle regole; ne ha fatto notevolmente l’esperienza nei decenni trascorsi. Ha vissuto attraverso cambiamenti che nessuno prevedeva e neppure si ritenevano possibili” […]

Il cardinale si lamenta che Ratzinger non la veda così: “purtroppo, il cardinale Ratzinger ha affrontato il problema della relazione tra Chiesa universale e chiese locali da un punto di vista meramente astratto e teoretico, senza tener conto delle concrete situazioni ed esperienze pastorali” […]

Gli editori di America invitarono Ratzinger a rispondere ed egli accettò, anche se a malincuore. La sua replica fa notare che il battesimo è un evento veramente trinitario; noi siamo battezzati non solamente nel ma dentro il nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Non siamo resi membri di una delle varie associazioni cristiane locali, ma veniamo uniti a Dio. Per questa ragione, “chiunque viene battezzato nella chiesa in Berlino è sempre a casa nella Chiesa presente a Roma o a New York, a Kinshasa o a Bangalore o in qualunque altro posto, come se lui o lei fossero stati battezzati lì. Lui o lei non hanno bisogno di cambiare l’indirizzo; si tratta dell’unica e medesima Chiesa”.

Kasper chiuse il dibattito nel 2001 con una lettera all’editore, nella quale sosteneva che “non si può essere assolutamente in errore nel chiedere azioni concrete, non nella vita politica, ma in quella pastorale”. La controversia sembrò finire. Ratzinger divenne Papa e la linea di Kasper fu dimenticata.

Dodici anni più tardi, il neo-papa eletto Francesco diede nuova vita alla proposta di Kasper. Nel suo primo Angelus, Francesco elogiò Kasper, reintroducendolo nella Chiesa universale come “un buon teologo, un teologo di talento”, il cui ultimo libro venne considerato dal Papa “molto buono”. Noi ora sappiamo che Francesco aveva letto attentamente Kasper per molti anni. Sebbene egli sia solitamente raffigurato come spontaneo e non ideologico, Francesco ha costantemente portato avanti l’agenda che Kasper aveva delineato dieci anni prima.

Di fronte a questo cambiamento, Benedetto ha mantenuto un pressoché perfetto silenzio. Difficilmente c’è bisogno di aggiungere qualcosa a parole nelle quali aveva sonoramente rigettato il programma di Kasper e Francesco. Eppure la difficoltà resta. A memoria d’uomo, nessun Papa si è così direttamente opposto al suo predecessore - che, in questo caso, abita appena in cima al colle. Questo il motivo per cui i sostenitori dell’agenda di Francesco si innervosiscono ogni volta che Benedetto parla, come ha fatto di recente in elogio del cardinal Sarah […].

E così i due papi, quello attivo e l’emerito, quello che parla e quello silenzioso, restano in disaccordo. Alla fine non è importante ci è l’ultimo o chi parla di più; ciò che importa è chi pensa con la mente della Chiesa, che ha visto eresie senza numero andare e venire. Quando le affascinanti parole di Benedetto vengono paragonate alle banalità del suo successore, è difficile non notare una differenza: un Papa riecheggia gli apostoli, e l’altro ripete a pappagallo Walter Kasper. Poiché questa differenza nel parlare riflette una differenza nel credere, si può fare una previsione. Indipendentemente da chi morirà per primo, Benedetto sopravviverà a Francesco.

Traduzione di Luisella Scrosati





Fraternamente CaterinaLD

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