DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Noi NON accettiamo alcuna dichiarazione coi Protestanti se non è dottrinale

Ultimo Aggiornamento: 05/04/2017 17.04
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04/11/2016 16.24
 
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"Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno..." (Mt.21.37)

FOCUS 
di padre Riccardo Barile O.P.

Papa Francesco a Lund



Ferma restando la necessità del dialogo ecumenico, è però importante rendersi conto che non è vero che tra cattolici e luterani ci unisce la fede e ci dividono solo delle interpretazioni teologiche. È vero invece che sui sacramenti, l'Eucarestia, l'approccio alle Scritture, il ministero sacerdotale, la Messa come sacrificio, la Madonna è proprio la fede che ci divide.

Molti e positivi sono stati i commenti sul viaggio ecumenico di Papa Francesco in Svezia (31 ottobre - 1 novembre u.s.) per inaugurare l’anno commemorativo del cinquecentesimo anni-versario della Riforma protestante. La positività è stata ovviamente vista nell’incontrarsi e nel prendere coscienza di un riavvicinamento nonché di un diverso contesto storico che postula un nuovo tipo di rapporto. E di prendere coscienza dell’azione dello Spirito Santo.

In parallelo si sono avute perplessità e critiche sia nei riguardi di Papa Francesco, sia per mar-care le differenze tra cattolicesimo e protestantesimo manifestando il timore di una “prote-stantizzazione” della Chiesa Cattolica, che arrecherebbe seri danni alla medesima.

Mi sembra utile proporre alcune riflessioni di metodo, cioè di “come” leggere i vari testi dell’evento. La considerazione generale è che in questi casi i grandi personaggi - politici o uomini di Chiesa - non affrontano in dettaglio le questioni. Così ad esempio avvenne nel primo dei grandi incontri “dopo il Concilio”, quello di Paolo VI con Atenagora il 25 luglio 1967: i due non discussero né del Filioque né del ruolo dei patriarchi nella struttura ecclesiale. Naturalmente tali questioni c’erano e Atenagora le avvertì, risolvendole con la famosa frase rivolta a Paolo VI e giunta attraverso una tradizione non scritta: «Noi andiamo avanti da soli e mettiamo tutti i teologi in un’isola, che pensino». 

Papa Francesco sembra aver adottato esattamente questa prospettiva: poniamo un gesto ecumenico, simbolico e “profetico”, poi toccherà ai teologi mettere le cose a posto. Ma chi sta su di un’isola e legge la Dichiarazione congiunta, le omelie e gli altri interventi, subito vede ciò che i testi non dicono, cioè vede una filigrana talvolta più decisiva del testo. Ed è proprio per avviare tale metodo di lettura in filigrana - metodo che si basa più sul non detto e sul confronto tra i testi che non sull’analisi dei testi stessi - che propongo cinque suggerimenti o stimoli.

1. I due tavoli. Papa Francesco spesso - non sempre - ha giocato su due tavoli: le parole ai protestanti negli incontri ecumenici e le parole ai cattolici nella Messa allo stadio. Nelle parole ai cattolici, riferendosi alla Riforma, non ha potuto non citare i santi, che «ottengono dei cam-biamenti grazie alla mitezza del cuore», atteggiamento tipico cattolico e lontanissimo dai metodi di Lutero. E naturalmente ha citato la Vergine Maria: «Alla nostra Madre del Cielo, Regina di tutti i Santi, affidiamo le nostre intenzioni e il dialogo per la ricerca della piena comunione di tutti i cristiani, affinché siamo benedetti nei nostri sforzi e raggiungiamo la santità nell’unità», «abbiamo sempre l’aiuto e la compagnia della Vergine Maria, che oggi si presenta a noi come la prima tra i Santi, la prima discepola del Signore. Ci abbandoniamo alla sua protezione e le presentiamo i nostri dolori e le nostre gioie, le paure e le aspirazioni. Tutto poniamo sotto la sua protezione, con la certezza che ci guarda e si prende cura di noi con amore di madre». Nella Dichiarazione congiunta e negli interventi ecumenici manca invece questo accenno. Il che sembra normale, ma il teologo sull’isola vede e legge una questione in filigrana: “E se un giorno si arriverà all’unità e si giocherà su di un solo tavolo, si metterà da parte la Vergine Maria o la si farà accettare?”. E la stessa domanda si estende a tanti altri contenuti che forse, prima di essere “cattolici”, sono semplicemente “cristiani”.

2. La convergenza sull’impegno umano è un punto di forza sottolineato soprattutto nella Dichiarazione congiunta. Impegno che va dall’aiuto ai poveri, al perseguimento della giustizia sociale, all’accoglienza dei migranti sino alla custodia della casa comune. Questa base è solida e può sostenere iniziative tra protestanti e cattolici favorendo l’incontro e l’accettazione vicendevole. Ma il teologo sull’isola si domanda: “È una base definitiva?”. No, perché come Gesù Cristo non operò mai dei miracoli senza relazionarli a un ulteriore itinerario - significativo il cieco nato che, dopo la luce della vista, ricevette la rivelazione di Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te» (Gv 9,37) -, così per il discepolo di Cristo l’impegno umano è aperto a un “oltre” da proporre ai destinatari e questo “oltre” nel caso dei cattolici e dei protestanti è diverso e diviso. Che cosa proporremmo a coloro ai quali andiamo incontro: solo la base comune della lectio divina o anche il sacramento della Penitenza, l’adorazione eucaristica, il Rosario ecc.?

3. L’adozione della categoria di differenze teologiche e culturali ha permesso di ritrovare punti di convergenza verso un’unità più profonda: tra noi ci sono state e ci sono «differenze teologiche», pregiudizi «verso la fede che gli altri professano con un accento e un linguaggio diversi», ma - ieri e oggi - con «una sincera volontà da entrambe le parti di professare e difen-dere la vera fede». Ma il teologo sull’isola sospira: “Come sarebbe bello se fosse così!”. Se la fede fosse la stessa e le differenze fossero solo di teologia o di linguaggio, ognuno si terrebbe le proprie differenze e l’unità sulla fede sarebbe fatta. 
Invece non ci si può limitare a differenze nella teologia: vi sono differenze nella formulazione della fede che intaccano la fede stessa, che arrivano ad un “altro” Gesù Cristo e ad una “altra” Chiesa. Il voler ridurre le differenze a sole differenze di teologia all’interno di un’unica fede è un principio troppo facile che porta a conclusioni errate. Ad esempio di recente un teologo ha ipotizzato una ospitalità eucaristica tra cattolici e luterani partendo dal fatto che la fede di entrambi circa il “Fate questo in memoria di me” è identica, anche se poi sussistono spiegazioni teologiche divergenti: non è vero, quelle spiegazioni teologiche sono una diversa fede e il risultato è che quando si celebra così l’Eucaristia non si fa il “questo” richiesto da Gesù, ma si fa “altro”.

4. Bisogna ripensare e ridire la storia. Nei vari discorsi si nota un eccessivo peso sul tale procedimento, ma il teologo sull’isola si domanda: “La storia può essere necessariamente molto diversa da quella che è stata tramandata?”. C’è una verità della Riforma cattolica che non può essere oscurata. Bisogna poi concedere e non demonizzare che da entrambe le parti un qualche appoggio se non politico per lo meno istituzionale fu inevitabile (lo è ancora oggi). Bisogna tenere conto della necessità di segni di distinzione e di identificazione delle diverse culture, per cui - naturalmente senza eccessi - è naturale che protestanti e cattolici abbiano cercato di distinguersi e molti lo facciano ancora oggi. Bisogna infine usare una qualche tolleranza senza condannare sempre tutti gli eccessi, in quanto in una certa misura sono normali e nessuna riforma è mai perfettamente equilibrata. Ecco: che la storia sia andata così è normale ed è onesto così raccontarla e... proseguirla.

5. I primi padri protestanti e i padri del Concilio di Trento furono degli sprovveduti? A fronte di affermazioni tipo che ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide o che Lutero era alla ricerca di un Dio misericordioso e finalmente l’ha scoperto in Gesù Cristo come colui che ci giustifica precedendo la nostra risposta, a fronte di tutto questo così bello ed edificante il teo-logo sull’isola si domanda: “Possibile che i padri del Concilio di Trento fossero così ingenui e sprovveduti da non essersene accorti sino a riscrivere tutto il processo della salvezza cristiana? Possibile che i primi protestanti fossero così in malafede da non accorgersi che Trento parlava quasi come loro? Possibile che solo noi oggi siamo tanto saggi da averlo scoperto?”.

In conclusione, come è stato scritto da diverse parti, i punti di distanza tra cattolici e protestanti sono parecchi e profondi: il sacramento del ministero sacerdotale e per giunta maschile (come Papa Francesco ha ribadito nella conferenza stampa in volo), la Messa come sacrificio, la transustanziazione e il tipo di presenza eucaristica che ne deriva, il numero settenario dei sacramenti, la giustificazione come rinnovamento vero e interiore dell’uomo, l’approccio alle Scritture, la provvidenza di usare un buon sistema filosofico ecc. L’accettazione di tutto ciò, che prima di essere “cattolico” è “cristiano”, è più ipotizzabile come conversioni personali che come avvicinamento tra le due comunità, fermo restando che l’incontro continua ad avere un suo senso e va perseguito grazie a quanto resta di elementi comuni. Naturalmente ogni progresso deve avvenire non come una vittoria della Chiesa Cattolica, ma come una scoperta della vera salvezza offerta da Gesù Cristo e «questo è (quasi) impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,26).


   


  Piccola enciclopedia della commemorazione dell’eretico Lutero 

1.11.16 – 


Anche noi prendiamo le distanze, come Cattolici della Santa Chiesa Romana, da questa Dichiarazione congiunta
 





dichiarazione congiunta
firmata da Jorge Mario Bergoglio, vescovo romano, e Munib Yunan, vescovo luterano.

Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

… siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa.

Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati.

Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica.

Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo.

Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità.

esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera.

___________________________________________________________________________________

Piccolo commento a caldo (di L. P.):

Deo gratias! L’assassino, lo scismatico che ha spezzato la tunica inconsutile della Chiesa, il satanico eversore della dottrina cattolica, colui che definì il Vicario di Cristo “merda del diavolo”, il padre di coloro che oggi celebrano matrimoni sodomiti, il violatore di monache, lo stragista di migliaia di contadini, il crapulone, il suicida Lutero e la sua riforma, sono, secondo Jorge Mario Bergoglio, “un dono di Dio!” e con una Chiesa che, ancora una volta, si prende la colpa. 
Si rinnova il tradimento di Giuda e, con esso, la Passione di Gesù ad opera dei suoi, secondo quanto profetizzò Zaccaria. 
“E a chi lo interrogherà: come mai queste ferite sul tuo corpo?risponderà: Le ho ricevute nella casa di coloro che mi amavano!” (13, 7). 
E se non bastasse Zaccaria a testimoniare il tradimento di Roma, ci sono le visioni della beata Emmerick – e lo sapete anche voi – che vide la protestantizzazione della Chiesa Cattolica. 

Ma “quei che più n’ha colpa / vegg’io a coda d’una bestia tratto / invèr la valle ove mai non si scolpa”  (Purg. XXIV, 82/84). 

Non si sfugge alla vendetta di Dio. Altro che misericordia!!!!

Domine, rumpantur ilia proditoribus nostris.

Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.

_______________________________________________________

SUGGERIAMO A TAL RIGUARDO LA SUPPLICA, I CONSIGLI, L'ACCORATO APPELLO DEL TEOLOGO DOMENICANO PADRE GIOVANNI CAVALCOLI A RIGUARDO DI QUESTA PIETOSA SCELTA DA PARTE DEL PONTEFICE..... con la quale anche lui si preoccupa di questo scenario CLICCARE QUI

IL SANTO PADRE FRANCESCO E L’ARBITRIO SUPER PARTES. IL SOMMO PONTEFICE COME FAUTORE DI UNITÀ E CONCORDIA NELLA CHIESA

Non che il Papa negli incontri ecumenici debba atteggiarsi a maestro tra gli scolaretti o debba proclamare l’Unam Sanctam di Bonifacio VIII. Ma anche così come adesso si comporta, sembra eccessivamente riguardoso e quasi intimidito. A volte sembra anche esagerare nelle manifestazioni d’ affetto, come se avesse a che fare con i suoi più cari amici. Dopotutto, sono “fratelli separati”. Credo che il mantenere una certa dignitosa distanza, senza freddezza o sussiego, sarebbe già un tacito richiamo alla sublime e impareggiabile dignità del suo carisma di servus servorum Dei.

[...] non è affatto proibito a un Papa avere le sue idee od opinioni personali, più o meno discutibili. Non gli è certo proibito seguire una data corrente di opinione. È troppo evidente che il Santo Padre Francesco preferisce il progressismo, con le scelte pastorali o di governo, che da ciò possono discendere. Ma occorre che egli, al di sopra delle sue idee personali, si ricordi della sua delicatissima posizione di Sommo Pontefice super partes, padre di tutti i cattolici, altrimenti rischia di sbilanciarsi da una parte e quindi di non recar giustizia all’altra.

Nei suoi frequenti interventi a braccio e in discorsi improvvisati o nelle sue battute ― pensiamo alle interviste in aereo ― non è sempre chiaro se egli esprime sue opinioni o impressioni personali, soggettive, oppure parla proprio come maestro della fede e della morale, cioè come Papa.
Per questo, sembrerebbe opportuno e utile per la Chiesa che il Papa limitasse i suoi discorsi. Ciò limiterebbe il rischio che l’insegnamento pontificio venga declassato, frainteso e svalorizzato. Dal Papa non si richiede tanto la quantità, quanto piuttosto la qualità ed autorevolezza dei suoi interventi, che possono affrontare quesiti, temi ed argomenti di grande importanza, dove da lui solo si può e si deve avere una risposta o un indirizzo teorico o pratico.
(Padre Giovanni Cavalcoli O.P.)





[Modificato da Caterina63 04/01/2017 11.59]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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discorso di Jorge Mario Bergoglio nella Malmö Arena – 31 ottobre 2016

"rendo grazie a Dio per questa commemorazione congiunta dei 500 anni della Riforma,

riconosciamo che tra di noi è molto più quello che ci unisce di quello che ci separa.

un grande dono che Dio ci fa e, grazie al suo aiuto, siamo oggi qui riuniti, luterani e cattolici, in spirito di comunione

Il dialogo tra di noi ha permesso di approfondire la comprensione reciproca, di generare mutua fiducia e confermare il desiderio di camminare verso la comunione piena 

A noi cristiani oggi è chiesto di essere protagonisti della rivoluzione della tenerezza..."

___________________________________________


Piccolo commento a caldo:

Perché Bergoglio ringrazia Dio per una cosa che ha voluto lui? Forse che Dio ha espresso la sua approvazione? O invece non è crollata la Cattedrale di San Benedetto a Norcia? Una coincidenza? forse sì, ma anche che no, visto che la natura stessa obbedisce agli ordini di Dio.

Dunque il nulla – “quello che unisce” – non può essere “molto di più” del tutto – “quello che ci separa” -. Tranne che Bergoglio non parli per se stesso… 


La rivoluzione della tenerezza è una bestialità linguistica e… quindi… una solenne turlupinatura.
Naum, 1, 2-3 e 7-8

Nella firma in comune nulla vi è detto sulle comunità luterane che, sostenute dai loro pastori, sostengono l'aborto, il divorzio, l'eutanasia, unioni omosessuali, donne "prete", è perciò per noi inaccettabile una Dichiarazione che non chiarisca questi punti eretici.

Sapienza 3,9
Quanti confidano in lui comprenderanno la verità;
coloro che gli sono fedeli
vivranno presso di lui nell'amore,
perché grazia e misericordia
sono riservate ai suoi eletti.

Siracide 5,6
Non dire: «La sua misericordia è grande;
mi perdonerà i molti peccati»,
perché presso di lui ci sono misericordia e ira,
il suo sdegno si riverserà sui peccatori (recidivi).

Siracide 16,13
Tanto grande la sua misericordia,
quanto grande la sua severità;
egli giudicherà l'uomo secondo le sue opere.

Isaia 55,7
L'empio abbandoni la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.

Ecco allora che stiamo vivendo i giorni predetti da San Paolo, i giorni dell’iniquità:
Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. (II Tim 4, 3-4)

Così che per noi cattolici
vale l’ingiunzione:
Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore (II Tim 2, 19)

e incombe il dovere di esclamare a imitazione di Gesù Cristo, alto e forte:
Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini! (Mt 16, 23; Mc. 8, 33)

Galati 1
1 Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti, 2 e tutti i fratelli che sono con me, alle Chiese della Galazia. 3 Grazia a voi e pace da parte di Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo, 4 che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, 5 al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
6 Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. 7 In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 8 Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! 9 L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! 10 Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!
11 Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull'uomo; 12 infatti io non l'ho ricevuto né l'ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Trafiletto di L. P.:


Con commozione, Bergoglio afferma che luterani e cattolici sono “profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, un dono per l’unità dei cristiani”. 

Da ciò consegue che la vera Chiesa è quella luterana che, quale ottavo dono dello Spirito Santo, gode dell’assistenza della Santissima Trinità onde, se fila il sillogismo, noi tutti, cattolici, dovremmo aderire a quella chiesa per poterci sentire nella Chiesa di Cristo 

Ma, beatissimo Papa Bergoglio, noi avremmo delle serie difficoltà a fare il salto del fossato perché dovremmo ritenere: 

1) illegittima la scomunica comminata da Leone X con la bolla “Decet Romanum Pontificem” del 3 gennaio 1521 - 

2) inutile la cosiddetta “Riforma cattolica” attuata dal Concilio di Trento – quella che i nemici definiscono “Controriforma” – 

3) casuale se non superflua o mitologica, come afferma la Scuola di Tubinga, la fioritura di santità che costella luminosa la storia della Chiesa (martiri, confessori, vergini, missionari. . .) – 

4) esclusivi dello scisma luterano i frutti spirituali - 

5) castello di carta tutto l’impianto teologico – N. T., Tradizione, Santi Padri, Dottori – e, quindi, logicamente da rottamare: 
a) la presenza reale di Cristo nell’Eucaristìa - 
b) le opere di bene che necessariamente si affiancano alla fede - 
c) il culto di iperdulìa reso alla Vergine Marìa - 
d) il carattere sacrificale della Santa Messa – 
e) i sacramenti quale via e pratica di salvezza - 
f) il primato di Pietro e l’infallibilità ex cathedra - 
g) l’efficacia dell’indulgenza - 
h) il culto dei santi - 
i) il magistero principe della Chiesa nell’interpretazione biblica – 
l) il sacerdozio maschile – 
m) il celibato del clero – 
n) il libero arbitrio. 

Per contro dovremmo, rispettivamente, credere: 
l’Eucaristìa come simbolo del Corpo di Cristo; 
la “sola fides” come mezzo di salvezza; 
il culto della vergine quale “cancro del cattolicesimo”, siccome afferma Karl Barth; 
la Messa quale semplice memoria della Cena pasquale; 
inutili i sacramenti; 
il Papa un abusivo capo di una chiesa; 
inutili le indulgenze; 
inutile e idolatrico il culto dei santi; 
erroneo il Magistero cattolico; 
valida l’interpretazione personale della Sacra Scrittura; 
liberi il sacerdozio e le dignità episcopale femminile, 
ed, infine, 
legittimo il matrimonio omosessuale celebrato in chiesa.

Santità, vuole sapere come la pensiamo? Glielo diciamo con la coraggiosa, luminosa e chiara risposta data al massone Napoleone Bonaparte da Pio VII: NON POSSUMUS, NON VOLUMUS, NON DEBEMUS – non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo.  

Sacrosanto Concilio Tridentino 

Sessione VI - 13 gennaio 1547


Cànoni sulla Dottrina della Giustificazione

1 - Se qualcuno afferma che l’uomo può essere giustificato davanti a Dio dalle sue opere, compiute con le sole forze umane, o con il solo insegnamento della legge, senza la grazia divina meritata da Gesú Cristo: sia anàtema.

2 - Se qualcuno afferma che la grazia divina meritata da Gesú Cristo viene data solo perché l’uomo possa piú facilmente vivere giustamente e meritare la vita eterna, come se col libero arbitrio, senza la grazia, egli possa realizzare l’una e l’altra cosa, benché faticosamente e con difficoltà: sia anàtema.

3 - Se qualcuno afferma che l’uomo, senza previa ispirazione ed aiuto dello Spirito Santo, può credere, sperare ed amare o pentirsi come si conviene, perché gli venga conferita la grazia della giustificazione: sia anàtema.


4 - Se qualcuno dice che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio, non coopera in nessun modo esprimendo il proprio assenso a Dio, che lo muove e lo prepara ad ottenere la grazia della giustificazione; e che egli non può dissentire, se lo vuole, ma come cosa senz’anima non opera in nessun modo e si comporta del tutto passivamente: sia anàtema.


5 - Se qualcuno afferma che il libero arbitrio dell’uomo dopo il peccato di Adamo è perduto ed estinto; o che esso è cosa di sola apparenza anzi nome senza contenuto e finalmente inganno introdotto nella chiesa da Satana: sia anàtema.


6 - Se qualcuno afferma che non è potere dell’uomo rendere cattive le sue vie, ma che è Dio che opera il male come il bene, non solo permettendoli, ma anche volendoli in sé e per sé, di modo che possano considerarsi opera sua propria il tradimento di Giuda non meno che la chiamata di Paolo: sia anàtema.


7 - Se qualcuno dice che tutte le opere fatte prima della giustificazione, in qualunque modo siano compiute, sono veramente peccati che meritano l’odio di Dio, e che quanto piú uno si sforza di disporsi alla grazia tanto piú gravemente pecca: sia anàtema.


8 - Se qualcuno afferma che il timore dell’inferno, per il quale, dolendoci dei peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal male, è peccato e rende peggiori i peccatori: sia anàtema.


9 - Se qualcuno afferma che l’empio è giustificato dalla sola fede, cosí da intendere che non si richieda nient’altro con cui cooperare al conseguimento della grazia della giustificazione e che in nessun modo è necessario che egli si prepari e si disponga con un atto della sua volontà: sia anàtema.


10 - Se qualcuno dice che gli uomini sono giustificati senza la giustizia del Cristo mediante la quale egli ha meritato per noi, o che essi sono formalmente giusti proprio per essa: sia anàtema.


11 - Se qualcuno afferma che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia del Cristo, o con la sola remissione dei peccati, senza la grazia e la carità che è diffusa nei loro cuori mediante lo Spirito Santo e inerisce ad essi; o anche che la grazia, con cui siamo giustificati, è solo favore di Dio: sia anàtema.


12 - Se qualcuno afferma che la fede giustificante non è altro che la fiducia nella divina misericordia, che rimette i peccati a motivo del Cristo, o che questa fiducia sola giustifica: sia anàtema.


13 - Chi afferma che per conseguire la remissione dei peccati è necessario che ogni uomo creda con certezza e senza alcuna esitazione della propria infermità e indisposizione, che i peccati gli sono rimessi: sia anàtema.


14 - Se qualcuno afferma che l’uomo è assolto dai peccati e giustificato per il fatto che egli crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che nessuno è realmente giustificato, se non colui che crede di essere giustificato, e che l’assoluzione e la giustificazione venga operata per questa sola fede: sia anàtema.


15 - Se qualcuno afferma che l’uomo rinato e giustificato è tenuto per fede a credere di essere certamente nel numero dei predestinati: sia anàtema.


16 - Se qualcuno dice, con infallibile ed assoluta certezza, che egli avrà certamente il grande dono della perseveranza finale - a meno che sia venuto a conoscere ciò per una rivelazione speciale -: sia anàtema.


17 Se qualcuno afferma che la grazia della giustificazione viene concessa solo ai predestinati alla vita, e che tutti gli altri sono bensí chiamati, ma non ricevono la grazia, in quanto predestinati al male per divino volere: sia anàtema.


18 - Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili a osservarsi: sia anàtema.


19 - Chi afferma che nel Vangelo non si comanda altro, fuorché la fede, che le altre cose sono indifferenti, né comandate, né proibite, ma libere; o che i dieci comandamenti non hanno nulla a che vedere coi cristiani: sia anàtema.


20 - Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato e perfetto quanto si voglia non è tenuto ad osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo non fosse altro che una semplice e assoluta promessa della vita eterna, non condizionata all’osservanza dei comandamenti: sia anàtema.


21 - Se qualcuno afferma che Gesú Cristo è stato dato agli uomini da Dio come redentore, in cui confidare e non anche come legislatore, cui obbedire: sia anàtema.


22 - Se qualcuno afferma che l’uomo giustificato può perseverare nella giustizia ricevuta senza uno speciale aiuto di Dio, o non lo può nemmeno con esso: sia anàtema.


23 - Se qualcuno afferma che l’uomo, una volta giustificato, non può piú peccare, né perdere la grazia, e che quindi chi cade e pecca, in realtà non mai è stato giustificato; o, al contrario, che si può per tutta la vita evitare ogni peccato, anche veniale, senza uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene delle beata Vergine: sia anàtema.


24 - Se qualcuno afferma che la giustizia ricevuta non viene conservata ed anche aumentata dinanzi a Dio con le opere buone, ma che queste sono solo frutto e segno della giustificazione conseguita, e non anche causa del suo aumento: sia anàtema.


25 - Se qualcuno afferma che in ogni opera buona il giusto pecca almeno venialmente, o (cosa ancor piú intollerabile) mortalmente, e quindi merita le pene eterne, e che non viene condannato solo perché Dio non gli imputa a dannazione quelle opere: sia anàtema.


26 - Se qualcuno afferma che i giusti non devono aspettare e sperare da Dio - per la sua misericordia e per tutti meriti di Gesú Cristo - l’eterna ricompensa in premio delle buone opere che essi hanno compiuto in Dio, qualora, agendo bene ed osservando i divini comandamenti, abbiano perseverato fino alla fine: sia anàtema.


27 - Se qualcuno afferma che non vi è peccato mortale, se non quello della mancanza di fede, o che la grazia, una volta ricevuta, non può essere perduta con nessun altro peccato, per quanto grave ed enorme, salvo quello della mancanza di fede: sia anàtema.


28 - Se qualcuno afferma che, perduta la grazia col peccato, si perde sempre insieme anche la fede, o che la fede che rimane non è vera fede, in quanto non è viva, o che colui che ha la fede senza la carità, non è cristiano: sia anàtema.


29 - Se qualcuno afferma che chi dopo il battesimo è caduto nel peccato non può risorgere con la grazia di Dio; o che può recuperare la grazia perduta, ma per la sola fede, senza il sacramento della penitenza, come la santa Chiesa romana e universale, istruita da Cristo Signore e dai suoi Apostoli, ha finora creduto, osservato e insegnato: sia anàtema.


30 - Se qualcuno afferma che dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, a qualsiasi peccatore pentito viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimanga alcun debito di pena temporale da scontare sia in questo mondo sia nel futuro in purgatorio, prima che possa essergli aperto l’ingresso al regno dei cieli: sia anàtema.


31 - Se qualcuno afferma che colui che è giustificato pecca, quando opera bene in vista della eterna ricompensa: sia anàtema.


32 - Se qualcuno afferma che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, cosí da non essere anche meriti di colui che è giustificato, o che questi con le buone opere da lui compiute per la grazia di Dio e i meriti di Gesú Cristo (di cui è membro vivo), non merita realmente un aumento di grazia, la vita eterna e il conseguimento della stessa vita eterna (posto che muoia in grazia) ed anche l’aumento della gloria: sia anàtema.


33 - Se qualcuno afferma che con questa dottrina cattolica della giustificazione, espressa dal santo sinodo col presente decreto, si riduce in qualche modo la gloria di Dio o i meriti di Gesú Cristo nostro Signore, e non piuttosto si manifesta la verità della nostra fede e infine la gloria di Dio e di Gesú Cristo: sia anàtema.



 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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 lo stesso dicasi per la dichiarazione congiunta con gli anglicani, dal momento che, nel documento, non c'è alcun richiamo dottrinale e dei Sacramenti

Papa Francesco e Justin Welby,  l'arcivescovo di Canterbury (credits: Corbis Images)

La visita in Vaticano della regina Elisabetta II ha un sapore particolare. In quanto sovrana d’Inghilterra, infatti, essa è anche Supremo reggente della Chiesa anglicana. Dunque l’incontro con Francesco è stato, in un certo senso, anche l’incontro tra due autorità religiose.

Le origini del titolo di Elisabetta risalgono agli albori della Chiesa anglicana, nata nel Cinquecento. Re Enrico VIII aveva chiesto a papa Clemente VII di annullare il suo matrimonio con Caterina di Aragona (non erano nati maschi, necessari alla successione) per sposare Anna Bolena; Enrico ignorò il rifiuto del Pontefice e sposò Anna: quando giunse la scomunica formalizzò il distacco da Roma e diede vita alla Chiesa anglicana, sottoposta ancora oggi al primato del re. Subito dopo la separazione sono nate diverse correnti all’interno dell’Anglicanesimo, alcune delle quali vicine al Cattolicesimo, ma tra le Chiese rimangono differenze sostanziali dottrinali


CHIESA CATTOLICA

IL RUOLO DEL PAPA: E' GUIDA SUPREMA
Per la Chiesa cattolica, il Papa è il vicario di Cristo e il successore di Pietro, perciò è la più alta autorità religiosa. Viene riconosciuto il dogma dell’infallibilità papale: quando parla “ex cathedra”, cioè dalla “cattedra” di pastore della Chiesa universale, su temi di fede e morale, egli non può sbagliare.

CHI PUÒ FARE IL SACERDOTE? SOLO I MASCHI
Il Sacramento dell’Ordine che abilita all’esercizio del ministero di pastore  prevede tre gradi: diaconato (diacono), presbiterato (sacerdote) ed episcopato (vescovo). Il sacerdozio è riservato agli uomini e c’è l’obbligo del celibato: i preti non possono sposarsi. La Chiesa Cattolica riconosce che questa scelta non è un dogma di fede, ma uno dei più alti e sublimi consigli espressi personalmente da Gesù e lo ha adottato come stile di vita per i sacerdoti, ad imitazione di Cristo stesso. Anche nella Chiesa Ortodossa, dove è ammesso il prete sposato, è caratterizzato da una normativa severa che prevede quanto segue:
il prete non sposato, una volta diventato prete NON può sposarsi più; i vescovi vengono scelti solo ed esclusivamente dal clero non sposato chi è sposato, infatti, non può accedere ad altri gradi della gerarchia.

SACRAMENTI: SONO SETTE
Per la Chiesa cattolica i sacramenti (i segni e gli strumenti attraverso cui lo Spirito Santo diffonde la grazia di Cristo nella Chiesa) sono sette. I tre della Iniziazione: Battesimo, Confermazione (o Cresima) ed Eucaristia; i due della Guarigione: Penitenza e Unzione degli infermi; i due dell’Edificazione della Chiesa: Ordine e Matrimonio. Per definirsi cattolici è necessario credere e professare tutti e sette i Sacramenti, basta escluderne uno per rompere la comunione ecclesiale.

IL MATRIMONIO: SOLO UOMO E DONNA, E INDISSOLUBILE
Condizione essenziale per il matrimonio cattolico è l’essere stati battezzati, aver ricevuto l'Eucaristia, la Penitenza  e cresimati. È indissolubile: non è ammesso il divorzio; un matrimonio, però, può essere riconosciuto nullo quando l’autorità religiosa riconosce la mancanza in partenza di condizioni essenziali. Non si parla assolutamente di nozze omosessuali essendo queste contro-natura e contro la volontà di Dio.

IL BATTESIMO: CONTRO PECCATO E DIAVOLO
Nelle promesse battesimali, i genitori e i padrini devono dichiarare di “rifiutare il peccato” e di “rinunciare al diavolo”. Il Battesimo è fondamentale ed è il primo dei Sacramenti percjé da questo si viene incorporati alla Chiesa in Cristo Gesù, si è rigenerati e si diventa "Figli di Dio" e membra effettive della Chiesa di Cristo, in senso proprio.

LA LITURGIA: E' SACRAMENTO E' PREGHIERA GRADITA A DIO
Si usano diversi messali: quello della Santa Messa (informazioni per chi celebra la Messa perchè nessun sacerdote, o vescovo, può inventare le formule e le parole della Liturgia), breviario (preghiere e letture ordinate secondo le ore obbligatorio per i sacerdoti, facoltativo per i laici), rituale (tutto quanto riguarda i sacramenti) e pontificale (per le celebrazioni del vescovo favente funzioni del Papa nella propria diocesi). L’introduzione della lingua locale nel rito risale al Concilio Vaticano II (1962-1965), ma il latino rimane raccomandato (vedi Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI) specialmente nel Canone di Consacrazione della Messa.

IMMAGINI E RELIQUIE: FONDAMENTALI
Il rapporto con la devozione dei Santi è uno dei punti cruciali e fondamentali della fede cattolica che pronunciamo nella formula del Credo: Credo la Comunione dei Santi. Tutti gli Altari conservano, all'atto della consacrazione dell'altare, una reliquia del Santo di cui la chiesa porta il nome. Le statue o le icone dei Santi sono benedette ma non vengono "adorate". L'alta venerazione che si ha di esse non è all'oggetto, quanto al contenuto e a chi rappresentano. E sia chiaro che l'Eucaristia con la Presenza reale NON è una "reliquia".

MARIA
Due dogmi tratteggiano la figura della Madre di Gesù e hanno chiarito definitivamente (dogmaticamente) il ruolo della Madre di Dio nella Chiesa: l'Immacolata Concezione (proclamato nel 1854) e l'Assunzione (1950). Chi vuole definirsi cattolico, è vincolato a questa fede.


   vediamo ora come è messa LA COMUNITA' ANGLICANA e perchè non è possibile, al momento, la comunione o l'unità con loro

La Comunione anglicana, l’insieme delle 44 chiese ispirate all’Anglicanesimo, raccoglie nel mondo circa 80 milioni di fedeli. Capo di questa comunità è la regina, oggi, d'Inghilterra che delega all'arcivescovo di Canterbury, le mansioni della guida pastorale.

IL RUOLO DEL PAPA? NESSUNO
Gli Anglicani non riconoscono l’autorità del Papa, ma ci sono stati tentativi di dialogo sul tema. Il Supremo reggente della Chiesa è il sovrano d’Inghilterra e ha il compito di nominare i vescovi; l’arcivescovo di Canterbury (dal 2012 è Justin Welby) è la massima autorità spirituale.

CHI FA IL SACERDOTE? MASCHI E FEMMINE
Gli anglicani hanno conservato la stessa struttura che avevano quando erano in comunione con Roma (senza papa oggi, s’intende), con il diaconato, presbiterato ed episcopato. Dal 1992, però, è aperto il sacerdozio alle donne, che possono arrivare fino alla carica di vescovo. Il clero, poi, può sposarsi. Ricordiamo che a seguito di queste ultime scelte, migliaia di anglicani hanno fatto ritorno nella Chiesa cattolica sotto il pontificato di Benedetto XVI che ha concesso loro una struttura idonea a mantenere le sane tradizioni, ma al tempo stesso di vivere la piena comunione ecclesiale con Roma.

SACRAMENTI: SETTE, MA …
Originariamente la Chiesa anglicana ne riconosceva due come obbligò Lutero: Battesimo ed Eucaristia. Poi è tornata a celebrare anche gli altri. Per gli Anglicani, però, tutti possono ricevere la Comunione, anche divorziati e conviventi, a meno che non abbiano commesso grave ingiustizia o violenza. Inoltre, come i luterani, anch'essi non credono nella Presenza reale di Cristo, non credono nella Transustanziazione delle specie del pane e del vino. Riguardo anche al Sacramento della Penitenza, non è come quello insegnato dalla Chiesa, inoltre il loro sacerdozio NON E' VALIDO perchè la comunione con la Successione Apostolica, non c'è più. Insomma, i sette Sacramenti li avrebbero ma... non hanno la stessa dottrina.

IL MATRIMONIO: APERTO A TUTTI
Per sposarsi con il rito anglicano non è necessario essere stati battezzati né cresimati. Recentemente l’arcivescovo di Canterbury ha aperto alle nozze omosessuali, annunciando che la Chiesa anglicana non opporrà più resistenza al matrimonio tra fedeli dello stesso sesso, e così la testimonianza che stanno dando è che ci sono persino pastori e pastore sposate fra persone dello sesso che avrebbero la pretesa di insegnare così, la dottrina di Cristo....  «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!». (Mt.15,13,14)

IL BATTESIMO: CONTRO IL MALE IN TUTTE LE SUE FORME
Molte parrocchie anclicane usano una liturgia in cui nelle promesse sono spariti “peccato” e “diavolo”: in generale si deve “rinunciare al male, a tutte le sue forme e le sue false promesse”, in tal modo però, si viene a deformare il fondamento sacramentale dottrinale e dunque si arriva a non formulare ciò che Cristo ha voluto attraverso Pietro e i suoi Successori.

LA LITURGIA: UN LIBRO PER TUTTI
Messale, breviario, rituale e pontificale sono stati sostituiti fin dal 1549 con il “Book of Common Prayer” (Il “Libro delle preghiere comuni”), il testo liturgico ufficiale che, tra l’altro, sostituì il latino con l’inglese. Il “Libro” è stato revisionato e aggiornato più volte (l’edizione più recente è del 1968). Così anche nella preghiera e nel pregare NON c'è alcuna comunione perché sono state eliminate tutte quelle formule che conducono alla comunione con il Papa, i vescovi e sacerdoti, e tutto il popolo di Dio, unito in una sola comunione sacramentale.

IMMAGINI E RELIQUIE: RIFIUTATE
La dottrina su immagini, reliquie e invocazione dei Santi è considerata senza fondamento, sulla scia luterana e calvinista. Per gli anglicani i cattolici sono e rimangono IDOLATRI.

MARIA: RICONOSCIUTA, MA…
La figura della Madonna è riconosciuta, ma sono rifiutati i dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione. Come i Santi, non dispensa la grazia che viene solo da Dio. Inoltre in molti ambienti è ammesso il dubbio della Verginità perpetua di Maria Santissima, che non costituisce alcun problema dogmatico.

EUCARISTIA: SI, MA....
Hanno conservato la struttura della Messa ereditata dal cattolicesimo ma in essa è il popolo, l'assemblea il protagonista. Credono in una certa presenza "spirituale" di Gesù durante la imitata consacrazione, ma non nella Presenza reale insegnata dalla Chiesa. Rigettano il termine Transustanziazione con tutto ciò che questo comporta. Inoltre, non avendo essi il sacerdozio comune, di fatto non avviene nulla durante la consacrazione che celbrano, effettivamente, non vi è alcun cambiamento nelle specie del pane e del vino che usano, e non hanno alcuna adorazione eucaristica. Tutto è svolto in termini "spirituali", rinnegando una vera Presenza, in anima, corpo, sangue e divinità di Nostro Signore Gesù Cristo.

Comprendiamo bene, allora, perché è per noi impossibile accettare alcuna dichiarazione congiunta se questa non porta in se LA CONVERSIONE DEGLI ERETICI verso la dottrina Cattolica su queste questioni fondamentali.....





Comunicato del Superiore del Distretto di Francia
sulla
Dichiarazione congiunta fra il Papa e la chiesa luterana

2 novembre 2016


Il Superiore del Distetto di Francia della Fraternità Sacerdotale San Pio X
è Don Christian Bouchacourt 


Il comunicato è stato pubblicato sul sito internet del Distretto di Francia della FSSPX:
La Porte Latine


Alla lettura della dichiarazione congiunta che il Papa ha fatto con i rappresentanti della chiesa luterana in Svezia il 31 ottobre, in occasione del quinto centenario della rivolta di Lutero contro la Chiesa cattolica, il nostro dolore è al colmo.

In presenza del vero scandalo che rappresenta una tale dichiarazione: in cui gli errori storici si intrecciano con dei gravi pregiudizi alla predicazione della fede cattolica e con un falso umanesimo fonte di tanti mali, non possiamo rimanere in silenzio.

Sotto il falso pretesto dell’amore per il prossimo e del desiderio di una unità artificiale e illusoria, la fede cattolica viene sacrificata sull’altare dell’ecumenismo, che mette in pericolo la salvezza delle anime. Gli errori più enormi e la verità di Nostro Signore Gesù Cristo sono posti sullo stesso piano.

Come possiamo essere «profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma» quando Lutero ha manifestato un odio diabolico verso il Sommo Pontefice, un disprezzo blasfemo contro il Santo Sacrificio della Messa, insieme con il rifiuto della grazia salvifica di Nostro Signore Gesù Cristo? Egli ha anche distrutto la dottrina eucaristica rifiutando la transustanziazione, ha allontanato le anime dalla Santissima Vergine Maria e ha negato l’esistenza del Purgatorio.

No! Il protestantesimo non ha apportato alcunché al cattolicesimo! Esso ha rovinato l’unità cristiana, ha separato interi paesi dalla Chiesa cattolica, ha sprofondato le anime nell’errore, mettendo in pericolo la loro salvezza eterna. Noi cattolici vogliamo che i protestanti ritornino all’unico ovile di Cristo che è la Chiesa cattolica, e preghiamo per questa intenzione.

In questi giorni in cui celebriamo Tutti i Santi, noi ci appelliamo a San Pio V, a San Carlo Borromeo, a Sant’Ignazio e a San Pietro Canisio che hanno combattuto eroicamente l’eresia protestante e salvato la Chiesa cattolica.

Invitiamo i fedeli del Distretto di Francia a pregare e a fare penitenza per il Sommo Pontefice, affinché Nostro Signore, di cui è il Vicario, lo preservi dall’errore e lo mantenga nella verità di cui è custode.

Io invito i sacerdoti del Distretto a celebrare una Messa di riparazione e a organizzare un’Ora Santa davanti al Santissimo Sacramento per chiedere perdono per questi scandali e per supplicare Nostro Signore di calmare la tempesta che scuote la Chiesa da più di mezzo secolo.

Madonna Santa, Ausilio dei cristiani, salva la Chiesa cattolica e prega per noi!

Don Christian Bouchacourt
Superiore del Distretto di Francia della Fraternità Sacerdotale San Pio X

Suresnes, 2 novembre 2016, commemorazione di tutti i fedeli defunti.



[Modificato da Caterina63 06/11/2016 08.57]
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Due profezie di Paolo VI, il papa più amato da Bergoglio. Entrambe avverate



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Paolo VI


di Sandro Magister

Se c'è un papa al quale Jorge Mario Bergoglio dice di volersi ispirare di più, questo è sicuramente Paolo VI. L'ha detto e ridetto più volte, soprattutto nell'omelia della messa di beatificazione di questo suo amato predecessore, il 19 ottobre 2014, in cui lo elesse a umile e coraggioso "profeta" dei nuovi tempi della Chiesa.

E infatti, come non riconoscere un'affinità tra ciò che disse Paolo VI sul tema dell'ecumenismo, nell'udienza generale del 22 gennaio 1969, e ciò che papa Francesco dice e pratica oggi?

Disse Paolo VI in quella sua catechesi di 47 anni fa:

"Verso i cristiani separati dobbiamo guardare con nuovo spirito. Non possiamo più rassegnarci alle situazioni storiche della separazione. Dobbiamo umilmente riconoscere la parte di colpa morale che i cattolici possano avere avuto in tali rovine. Dobbiamo apprezzare ciò che di buono si è conservato e coltivato del patrimonio cristiano presso i fratelli separati".

Poche righe più avanti, però, Paolo VI cambiò musica. E qui di colpo sparisce l'affinità tra lui e l'attuale pontefice, specie dopo la trasferta luterana di Lund.

Proseguì così papa Giovanni Battista Montini, con impressionante anticipazione dell'oggi:

"Ma facciamo attenzione, figli carissimi, di non compromettere il cammino e l’esito d’una causa di somma importanza, qual è quella dell’autentico ecumenismo, con procedimenti superficiali, frettolosi e controproducenti. Si notano infatti fenomeni pericolosi e dannosi in questo improvviso entusiasmo di riconciliazione fra cattolici e cristiani da noi separati. Alcuni aspetti di questa incauta precipitazione ecumenica devono essere tenuti presenti affinché tanti buoni desideri e tante fortunate possibilità non abbiano a perdersi nell’equivoco, nell’indifferenza, nel falso irenismo.

"Quelli, ad esempio, che vedono tutto bello nel campo dei fratelli separati, e tutto pesante e censurabile nel campo cattolico non sono più in grado di promuovere efficacemente ed utilmente la causa dell’unione. Come osservava con tristezza ironica uno dei migliori ecumenisti contemporanei, protestante costui: "Il più grande pericolo per l’ecumenismo è che i cattolici vengano ad entusiasmarsi per tutto ciò di cui noi abbiamo riconosciuto la nocevolezza, mentre essi abbandonano tutto ciò di cui noi abbiamo riscoperto l’importanza". È questo un atteggiamento servile, né vantaggioso, né decoroso.

"Così potremmo dire di quell’altro atteggiamento, oggi anche più diffuso, che pretende ristabilire l’unità a scapito della verità dottrinale. Quel credo, che ci fa e che ci definisce cristiani e cattolici, sembra, in tale modo, diventare l’ostacolo insuperabile alla restaurazione dell’unità stessa. Esso pone certamente delle esigenze molto severe e molto gravi; ma la soluzione delle difficoltà che ne derivano non può consistere, pena l’incomprensione della realtà delle cose, pena il tradimento della causa, nel sacrificare la fede, nell’illusoria fiducia che a ricomporre l’unità basti la carità; basti cioè la pratica empirica, spoglia da scrupoli dogmatici e da norme disciplinari.

"Gli episodi della così detta 'intercomunione', registrati in questi ultimi mesi, si iscrivono in questa linea, che non è la buona e che dobbiamo lealmente riprovare. Ricordiamo il Concilio, il quale 'esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell’unità' (Unitatis redintegratio n. 24)".

Il grande ecumenista citato da Paolo VI è Louis Bouyer, che da luterano si convertì a cattolico e per poco non fu fatto cardinale dallo stesso papa Montini.

Ma vale riprendere di Paolo VI anche un altro passaggio, dall'udienza generale della settimana successiva a quella ora citata. Un passaggio anch'esso tanto "profetico" da sembrare un ritratto della Chiesa d'oggi:

"Perché, sotto certi aspetti, la Chiesa dopo il Concilio non si trova in condizioni migliori di prima? Perché tante insubordinazioni, tanto decadimento della norma canonica, tanti tentativi di secolarizzazione, tanta audacia nell’ipotizzare trasformazioni di strutture ecclesiali, tanta voglia di assimilare la vita cattolica a quella profana, tanto credito alle considerazioni sociologiche in luogo di quelle teologiche e spirituali?

"Crisi di crescenza, si dice da molti; e sia. Ma non è anche crisi di fede? Crisi di fiducia di alcuni figli della Chiesa nella Chiesa stessa? Vi è chi, scrutando questo allarmante fenomeno, parla d’uno stato d’animo di dubbio sistematico e debilitante in mezzo alle file del clero e dei fedeli. E chi parla di impreparazione, di timidezza, di pigrizia. E chi addirittura accusa di paura sia l'autorità ecclesiastica che la comunità dei buoni, quando l’una e l’altra lasciano prevalere, senza ammonire, senza rettificare, senza reagire, certe correnti di manifesto disordine nel campo nostro, e cedono, quasi per un complesso d’inferiorità, al dominio affermato nell’opinione pubblica, mediante poderosi mezzi di comunicazione sociale, di tesi discutibili, e spesso punto conformi allo spirito del Concilio stesso, per timore del peggio, si dice; o per non apparire abbastanza moderni e pronti all’auspicato aggiornamento".





EDITORIALE
Jurgen Moltmann
 

Il quinto centenario della riforma luterana ha riportato d'attualità il tema della comunione insieme cattolici e protestanti, teorizzata ad esempio dal teologo riformato Jurgen Moltmann. Ma la Chiesa ha sempre detto no, perché non basta il Battesimo a giustificare qualsiasi cosa. E a Moltmann ha risposto Giovanni Paolo II.

di mons. Nicola Bux

Le celebrazioni del quinto centenario della Riforma luterana, e i gesti ecumenici che ne hanno accompagnato l'inizio, hanno portato alcuni settori della Chiesa cattolica ad approfondire e anche sostenere il tema dell'intercomunione. Ad esempio sull'Osservatore Romano del 26-27 settembre 2016, è stata riportata una tesi del teologo protestante Jurgen Moltmann, il quale sosteneva che la vera comunità cristiana «nasce quando i cristiani sentono la chiamata di Cristo e insieme vanno verso l’altare dove Cristo li aspetta. Che parliamo di “comunione” cattolica o di “santa cena” evangelica, si tratta sempre del “sangue di Cristo versato per voi” e “corpo di Cristo offerto per voi”. Come possiamo rimanere separati di fronte al Cristo crocifisso per noi?».
Si tratta della cosiddetta "open Communion", già praticata da molte denominazioni protestanti, in cui sono ammessi alla comunione, senza restrizioni, cristiani di altre denominazioni.

Perché questa idea di Moltmann è contraria alla Scrittura e alla Tradizione, cioè alle due Fonti della Rivelazione, come insegna il Concilio Vaticano II, e quali rischi correrebbero i fedeli, se essa diventasse normale? 

San Tommaso,  alla Questione IIIª q. 80 a. 4 co. risponde: 

"In questo come negli altri sacramenti il rito sacramentale è segno della cosa prodotta dal sacramento. Ora, la cosa prodotta dal sacramento dell'Eucaristia è duplice, come sopra abbiamo detto: la prima, significata e contenuta nel sacramento, è Cristo stesso; la seconda, significata e non contenuta, è il corpo mistico di Cristo, ossia la società dei santi. Chi dunque si accosta all'Eucaristia, per ciò stesso dichiara di essere unito a Cristo e incorporato alle sue membra. Ma questo si attua per mezzo della fede formata, che nessuno ha quando è in peccato mortale [e tanto meno se la fede, oltre a non essere formata, è anche deficiente nelle cose da credere n.d.r]. È chiaro dunque che chi riceve l'Eucaristia con il peccato mortale commette una falsità nei riguardi di questo sacramento. Perciò si macchia di sacrilegio come profanatore del sacramento. E quindi pecca mortalmente".

Se io faccio la Comunione, dichiaro di essere un tutt'uno con Cristo, a tal punto che lo "mangio"; ma la separazione reale (o unione meramente potenziale) da Cristo e dalla Chiesa è stato oggettivo in cui si trovano:
a) chi non ha la grazia e b) chi non ha la fede. Costoro rendono il "mangiare" Cristo (ovvero il dichiarare di essere un tutt'uno con Lui - realmente presente - e con la Chiesa - significata), una menzogna.

Di conseguenza:

1) Sia leggendo il vangelo di Giovanni cap.6, sia leggendo in specie la Prima lettera di san Paolo ai Corinzi cap.11, si comprende che ciò è contrario alla Scrittura, alla Tradizione e al Magistero della Chiesa, perché, per ricevere la Comunione bisogna aver fatto l'iniziazione cristiana (battesimo e confermazione); e inoltre, se si fosse caduti in peccato grave, aver fatto l'itinerario penitenziale, in specie la confessione sacramentale.
Proprio l'itinerario di iniziazione e quello penitenziale, dimostrano che colui che vuole comunicarsi, deve prima essere entrato nella comunione di fede della Chiesa; o se si fosse allontanato a causa di un peccato grave o di scisma o di eresia, deve ri-entrare con la penitenza. 

Alla tesi di Moltmann ha risposto, in certo senso, Giovanni Paolo II, con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia, quando scrive: "La celebrazione dell'Eucaristia, non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione. Il Sacramento esprime tale vincolo di comunione sia nella dimensione invisibile che,in Cristo, per l'azione dello Spirito Santo, ci lega al Padre e tra noi,sia nella dimensione visibile implicante la comunione della dottrina degli Apostoli, nei Sacramenti e nell'ordine gerarchico"(35)

2) Se per assurdo la Sede Apostolica cambiasse la regola, cioè alla Comunione ci si potesse accostare senza aver fatto l'iniziazione cristiana (battesimo e confermazione) oppure, senza aver fatto la confessione sacramentale, si andrebbe contro la Rivelazione e contro il Magistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, inducendo i fedeli a commettere una empietà e un sacrilegio.

E' vero che tutte le confessioni cristiane si  riferiscono a Gesù Cristo,ma «secondo la persuasione dei cattolici - ricordava Giovanni Paolo II, il 17 novembre 1980, al Consiglio della Chiesa evangelica di Germania - il dissenso verte "su ciò che è di Cristo", su "ciò che è suo": la sua Chiesa e la sua missione,il suo messaggio, i suoi sacramenti e i ministeri posti al servizio della parola e del sacramento». 

Dunque, la fede che i Protestanti professano al battesimo, non è quella cattolica; in particolare, perché non hanno il sacramento della Confermazione: pertanto, non potendo fare l'itinerario di Iniziazione, non possono arrivare all'Eucaristia.

Infine, i Protestanti non hanno il sacramento della Penitenza (Confessione e Riconciliazione): pertanto, non possono ritornare alla Comunione eucaristica.

Chi dicesse che questo è un linguaggio di condanna e non di misericordia, o che esprime la rigidità e non la comprensione,vorrebbe che quei "farmaci" speciali, che sono i sacramenti, in primis il farmaco d'immortalità che è l'Eucaristia, fossero amministrati e assunti, anche in presenza di "controindicazioni", ovvero l'assenza delle disposizioni richieste dal Catechismo della Chiesa Cattolica; così facendo però, li si priverebbe degli effetti di grazia e si danneggerebbero le anime che li ricevessero, in questo mondo e per la vita eterna.

Risultati immagini per sant'Ignazio loyola

L'ecumenismo di sant'Ignazio di Loyola 

"Mentre, dunque, andava per la sua strada, lo raggiunse un moro che cavalcava un mulo. Conversando tra loro, il discorso cadde sulla Madonna. Il moro sosteneva che, anche secondo lui, la Vergine aveva concepito non ad opera d'uomo; ma, che avesse partorito restando vergine, questo non lo poteva credere. A ciò adduceva gli argomenti naturali che si offrivano. Il pellegrino [cioè sant'Ignazio], per quante ragioni portasse, non riuscì a smuoverlo da quella opinione.

Il moro si allontanò tanto in fretta, che lo perse di vista, ed egli se ne restò a riflettere su ciò che gli era accaduto con lui. Quindi gli vennero dei pensieri che gli rattristarono l'anima: gli sembrava che non avesse fatto il suo dovere; provava indignazione contro il moro; gli pareva di aver fatto male nel consentire che un moro avesse detto tali cose della Madonna, e che era obbligato a badare all'onore di Lei.

Gli venivano desideri di andare a cercare il moro, e prenderlo a pugnalate per ciò che aveva detto; e poiché questi pensieri in lotta duravano tanto, alla fine restò col dubbio, senza sapere che cosa doveva fare.
Il moro, prima di allontanarsi, gli aveva detto che era diretto in un luogo, di lì poco distante, sul suo stesso percorso, molto vicino alla via principale ...
Ormai stanco di esaminare ciò che era bene fare, non avendo trovato una soluzione certa a cui attenersi, decise proprio questo: avrebbe lasciato andare la mula a briglia sciolta fin dove le strade si dividevano; che, se la mula fosse andata per la via del paese, egli avrebbe cercato il moro e l'avrebbe preso a pugnalate; se invece non fosse andato verso il paese, ma per la via principale, lo avrebbe lasciato andare.

[...] Nostro Signore volle che la mula se ne andasse per la via principale, e lasciasse quella del paese".






[Modificato da Caterina63 02/01/2017 20.14]
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Suprema Sacra Congregazione del Sant'Uffizio
Istruzione «Ecclesia Catholica» 
agli Ordinari diocesani, 
sul «Movimento ecumenico»

20 dicembre 1949

La Chiesa Cattolica, pur non prendendo parte ai congressi ed alle altre riunioni ecumeniche, tuttavia non ha mai desistito - come molti documenti pontifici dimostrano - né mai in futuro desisterà di perseguire con particolare impegno e con assidue preghiere a Dio ciò che tanto sta a cuore a Cristo Signore, cioè che tutti coloro che credono in Lui «siano riuniti insieme» (Gv., XVII, 23).

Ed infatti con affetto materno essa abbraccia tutti coloro che tornano a lei come all’unica vera Chiesa di Cristo; non possono mai essere abbastanza approvati e promossi tutti gli sforzi e le iniziative che, con il consenso dell’Autorità Ecclesiastica, sono stati intrapresi e portati a termine nella giusta istruzione di quanti desiderano convertirsi e nella maggiore formazione di coloro che ad essa si sono convertiti.

In molte parti del mondo, infatti, sia da molti eventi esterni e per mutazioni degli animi, sia soprattutto per le comuni preghiere dei fedeli, sotto il soffio della grazia dello Spirito Santo, nell’animo di molti dissidenti dalla Chiesa Cattolica è andato crescendo il desiderio di tornare all’unità di tutti coloro che credono in Cristo Signore. La qual cosa è senza dubbio motivo di santa letizia nel Signore per tutti i figli della Chiesa, ed insieme invito per aiutare coloro che cercano sinceramente la verità, invocando con la preghiera la luce e la forza su di essi.

I tentativi finora intrapresi da persone e gruppi diversi per la riconciliazione dei dissidenti cristiani con la Chiesa Cattolica, pur essendo ispirati da ottime intenzioni, non sempre sono informati a retti principi e, anche se questo avviene, nondimeno sono scevri dai pericoli, come l’esperienza dimostra.

Per la qual cosa a questa Suprema Sacra Congregazione, che ha la funzione di conservare integro e di proteggere il deposito della fede, è parso opportuno ricordare ed ordinare quanto segue:

1. Poiché la suddetta riunione è di pertinenza specialissima della funzione e dell’ufficio della Chiesa, è necessario che se ne interessino i Vescovi, che «lo Spirito Santo pose al reggere la Chiesa di Dio» (Atti, XX, 28). Essi dunque non solo dovranno sorvegliare con diligenza ed efficacia tutta questa attività, ma anche promuoverla e dirigerla con prudenza, sia per aiutare coloro che cercano la verità e la vera Chiesa, sia per allontanare dai fedeli i pericoli che possono facilmente seguire l'attività di questo Movimento.

Per la qual cosa essi dovranno essere continuamente aggiornati su tutto ciò che nelle loro diocesi viene realizzato e promosso per mezzo di detto Movimento. Essi designeranno a tal scopo Sacerdoti idonei che si attengano scrupolosamente alla dottrina ed alle norme prescritte dalla Santa Sede, cioè a quanto nelle Lettere Encicliche Satis cognitum, Mortalium animos e Mystici Corporis Christi riguarda il Movimento ecumenico e che vi facciano riferimento, nei modi e nei tempi stabiliti.

Con cura particolare controlleranno le pubblicazioni che su questo argomento in qualsiasi modo siano edite dai cattolici e si adopreranno perché vengano osservati i sacri canoni «Sulla previa censura dei libri e sulla loro proibizione» (can. 1384 sgg.). Non ometteranno parimenti di agire allo stesso modo per quanto concerne le pubblicazioni degli acattolici che su questo argomento siano destinate all’acquisto, alla lettura o alla vendita da parte dei cattolici.

Favoriranno poi diligentemente gli acattolici, che desiderano conoscere la fede cattolica, in tutto ciò che possa loro essere utile. Designeranno persone ed Uffici che possano essere di aiuto e consiglio agli acattolici e faranno in modo che chi si sia già convertito alla fede possa ricorrervi, perché sia istruito con maggior cura e profondità nella fede cattolica, perché partecipi attivamente alla vita religiosa, soprattutto per mezzo di riunioni e conferenze, Esercizi Spirituali ed altre opere di pietà.

2. Per quanto concerne il modo e il criterio di procedere in quest’opera, i Vescovi prescriveranno ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare, ed esigeranno che le loro prescrizioni siano da tutti osservate. Parimenti vigileranno perché, col pretesto che si dovrebbe dare maggiore considerazione a quanto ci unisce che a quanto ci separa dagli acattolici, non venga favorito l’indifferentismo, sempre pericoloso, specialmente presso coloro che sono poco istruiti nelle materie teologiche e poco praticanti la religione.

Si deve infatti evitare che, per uno spirito, chiamato oggi «irenico», l’insegnamento cattolico (si tratti di dogma o di verità connesse col dogma) venga talmente conformato o accomodato con le dottrine dei dissidenti (e ciò col pretesto dello studio comparato e per il vano desiderio dell’assimilazione progressiva delle differenti professioni di fede) che ne abbia a soffrire la purezza della dottrina cattolica e ne venga oscurato il senso genuino e certo.

Si deve anche evitare quel modo di esprimersi da cui hanno origine opinioni false e speranze fallaci che non possono mai attuarsi; come per esempio, dicendo che non deve essere preso in tanta considerazione l’insegnamento dei Romani Pontefici, contenuto nelle encicliche, sul ritorno dei dissidenti alla Chiesa, sulla costituzione della Chiesa e sul Corpo Mistico di Cristo, perché non è tutto di fede, oppure (ancora peggio) perché in materia di dogmi nemmeno la Chiesa cattolica possiede più la pienezza del Cristo, ma essa può venire perfezionata dalle altre chiese.

Prenderanno diligenti precauzioni, e vi insisteranno con fermezza, perché nell’esporre la storia della Riforma o dei Riformatori, non siano così esagerati i difetti dei cattolici e invece così dissimulate le colpe dei riformati, oppure messi così in evidenza gli elementi piuttosto accidentali che a stento si riesca a scorgere e a sentire ciò che soprattutto è essenziale, cioè la definizione della fede cattolica.

Infine cureranno che, per zelo esagerato e falso o per imprudenza ed eccessivo ardore nell’azione, non si nuoccia invece di servire al fine proposto.

La dottrina cattolica dovrà dunque essere proposta ed esposta totalmente ed integralmente: non si dovrà affatto passare sotto silenzio o coprire con parole ambigue ciò che la verità cattolica insegna sulla vera natura e sui mezzi di giustificazione, sulla costituzione della Chiesa, sul primato di giurisdizione del Romano Pontefice, sull’unica vera unione che si compie col ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo.

Si insegni loro che essi, ritornando alla Chiesa, non rinunceranno a nessuna parte del bene che, per grazia di Dio, è finora nato in loro, ma che col loro ritorno questo bene sarà piuttosto completato e perfezionato. Non bisogna però parlare di questo argomento in modo tale che essi abbiano a credere di portare alla Chiesa, col loro ritorno, un elemento essenziale che ad essa sarebbe mancato fino al presente.

Queste cose devono essere dette chiaramente ed apertamente, sia perché essi cercano la verità, sia perché non si potrà ottenere una vera unione fuori della Chiesa. [...]

Data a Roma, dal Palazzo del Sant'Officio, il 20 Dicembre 1949

+ Francesco Card. Marchetti Selvaggiani, Segretario
+ Alfredo Ottaviani, Assessore

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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1517-2017:
500 anni di sovversione protestante




Sintesi storica del protestantesimo
 
di Vincent Lhermite

Pubblicato su Le Sel de la terre n° 99 - inverno 2016-2017

Le immagini nel testo sono nostre


Tutti i Padri hanno errato nella fede, e se non se ne sono pentiti prima di morire, essi sono dannati per l’eternità.
San Gregorio è l’autore di tutte le favole sul Purgatorio e delle Messe per i morti. Agostino si è sbagliato spesso, non si può contare su di lui. 
Gerolamo è un eretico che ha scritto molte cose empie; non c’è nessuno dei Padri che io detesti più di lui: egli ha sempre il digiuno e la verginità sulla bocca. 
Non faccio neanche più caso a Crisostomo, che è un oratore sterile. 
Basilio non è buono a niente, è un puro monaco. 
Tommaso d’Aquino è solo un nano teologico: è un pozzo di errori, un miscuglio di ogni sorta di eresie che annientano il Vangelo. (1)

Queste dichiarazioni sono state fatte da Martin Lutero e dimostrano che egli non ha fatto una riforma, ma una rivoluzione, poiché i più vecchi dottori che egli attacca vissero nel IV secolo. E tuttavia egli spiega altrove:
Io sostengo in ogni occasione che Agostino è d’accordo con noi, a causa dell’alta stima nella quale ciascuno tiene questo dottore; ma è sicuro che egli non ha mai ammesso la giustificazione per la sola fede (2).

Questa duplicità è rappresentativa dell’insieme dell’opera teologica di Martin Lutero. La sua morale individuale è dello stesso genere. Su una Bibbia conservata in Vaticano, egli ha lasciato, scritte di suo pugno, queste parole:

Mio Dio, per la vostra bontà, provvedeteci di vitelli belli grassi, di giovenche, di molte donne e di pochi figli. Ben bere e ben mangiare è il mezzo per non s’annoiare (3).

O ancora:
Se nostro Signore e Dio mi vuol perdonare per averlo crocifisso e martirizzato per vent’anni celebrando la messa, egli può anche essermi grato per bere una buona coppa in suo onore (4).

Si viene presi dall’indignazione quando si vede Francesco recarsi in Svezia per aprire i festeggiamenti del cinquecentesimo anniversario di questa «Riforma», con una celebrazione ecumenica congiunta con il presidente e il segretario generale della Federazione Luterana Mondiale (31 ottobre 2016).


Pari indignazione di fronte alla dichiarazione congiunta sulla giustificazione, firmata con i luterani il 31 ottobre 1999 ad Augusta, la quale lascia credere che il problema dottrinale sarebbe ormai risolto, mentre essa non è altro che un’altalena tra un paragrafo luterano e un altro più o meno cattolico. 
La data scelta, il 31 ottobre, è quella in cui Lutero affisse, nel 1517, le 95 tesi contro le indulgenze sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg; mentre il luogo, Augusta, richiama la confessione di Augusta (1530), principale «confessione di fede» dei luterani.

 
Ancora pari indignazione di fronte alla dichiarazione di Francesco del 27 giugno 2016 a proposito di Lutero e della giustificazione: «su questo punto così importante egli non aveva sbagliato (5)». Bisogna concluderne che si siano sbagliati i Padri del Concilio di Trento? Vero è peraltro che già Giovanni Paolo II, a Magonza, nel 1980, aveva dichiarato: «Oggi vengo io a voi, all’eredità spirituale di Martin Lutero; vengo da pellegrino (6)».

Per valutare l’ampiezza dello scandalo, bisogna conoscere cosa fu la rivolta del 1517; comprendere la dinamica rivoluzionaria che essa ha scatenato sia nella Chiesa sia nella società; soppesarne tutte le conseguenze; per rendersi conto che Lutero è l’antenato comune del modernismo e della contemporanea società permissiva, che confonde instancabilmente la libertà con la licenza.

Prima di intraprendere questo giro d’orizzonte sul protestantesimo, precisiamo da dove viene il suo nome. 
Dopo la condanna di Lutero da parte della Chiesa e dell’Impero, si riunì una prima dieta [assemblea] a Spira, in Germania, nel 1526. I negoziati tra i rappresentanti dell’Imperatore e gli eretici fallirono e venne proclamato il principio: cujus regio, hujus religio (7). Carlo V, scontento, ritornò sulla questione nella dieta di Spira del 1529; il partito imperiale tentò di fare ammettere la libertà della religione cattolica negli Stati tedeschi in cui il luteranesimo era già dominante. Questo tentativo sollevò tra i príncipi tedeschi una protesta, che è all’origine del nome protestante.


Gli antecedenti del protestantesimo

Ogni eresia è un rigetto dell’autorità di Dio e della sua Chiesa. A questo titolo, l’eresia protestante si accomuna a tutte quelle che l’hanno preceduta. Alcune di esse, però, l’hanno maggiormente prefigurata e come preparata.

Berengario di Tours, nell’XI secolo, attaccò il dogma della Presenza Reale e della consacrazione, ma non adottò una posizione netta, oscillando continuamente tra diverse concezioni, tra cui l’impanazione: Cristo nell’Eucarestia si unirebbe al pane e al vino in maniera simile all’unione ipostatica che realizza l’Incarnazione.

Nel secolo successivo, abbiamo Pietro di Bruys (morto verso il 1137), prete interdetto, nativo del Delfinato, che imperversò per vent’anni in Linguadoca e in Provenza.
Egli rigettava il battesimo dei bambini, la Messa, l’Eucarestia, il culto delle immagini e della Croce, le preghiere e le offerte per i morti, il celibato ecclesiastico e religioso, l’uso di edificare le chiese; i suoi partigiani fanatizzati maltrattavano i chierici e i monaci per costringerli al matrimonio, rovesciavano gli altari e i crocifissi. 
Egli fu gettato tra le fiamme dagli abitanti di Saint-Gilles, indignati nel vederlo far cuocere della carne con un pezzo di crocifisso (8).

Bisogna anche menzionare Pietro Valdo (1140- 1206), mercante lionese che vendette tutti i suoi beni e distribuì il ricavato alla moglie e ai poveri; benché laico, partì per predicare il Vangelo, praticando una grande povertà. Indubbiamente ben intenzionato, all’inizio, ma preso da un grande orgoglio, si rifiutò di sottomettersi alle interdizioni che gli vietavano di darsi alla predicazione. Egli se la prese col clero al quale rimproverò di possedere dei beni. La scomunica che lo colpì non lo indusse alla resipiscenza, si ostinò e scivolò con uno zelo imprudente nell’eresia.
Per giustificare la sua condotta, arrivò a negare il sacramento dell’Ordine, affermando che ogni fedele è sacerdote e può consacrare se conduce una vita da santo. I suoi discepoli, chiamati valdesi, si sono mantenuti e poi si sono associati ai calvinisti.

Nel XIV secolo, in Inghilterra imperversò John Wycliffe (1324-1384), chierico da un orgoglio tale che lo portò ad agognare una carica episcopale che non ottenne; cosa di cui s’adombrò. Nel 1366, il Papa Urbano V reclamò dal Re Edoardo III il pagamento di un tributo che l’Inghilterra doveva pagare alla Santa Sede a partire da Giovanni Senza Terra, ma che non era stato pagato da più di 33 anni. Il parlamento rifiutò di autorizzare la spesa e Wycliffe lo sostenne contro l’autorità della Chiesa. Egli venne severamente rimproverato e, pur mantenendo una certa riservatezza, coltivò del rancore. Il grande scisma d’Occidente, che si verificò nel 1378, gli permise di consumare pubblicamente la sua rottura.
Secondo lui, la Bibbia è la sola autorità in materia religiosa; il battesimo dev’essere conservato, ma la transustanziazione è assurda; la confessione sarebbe stata inventata da Innocenzo III. A questo si aggiungono alcuni elementi di panteismo. A partire dal 1380, egli si ritirò allo scopo di scrivere. La sua opera principale è il Trialogus, in cui fa dialogare la verità, la menzogna e la prudenza. I suoi discepoli si riuniranno in seguito con una setta preesistente: i Lollardi, di cui conservarono il nome, e si uniranno agli eretici del XVI secolo.

I principii del wycliffismo furono condannati, ma anche studiati, al pari degli altri errori, nelle Università. E’ nell’Università di Praga che cercheranno di svilupparsi.
Qui Jean Hus (1369-1415) faceva il professore e predicava la riforma della Chiesa e un ritorno alla povertà dell’età apostolica. Egli si lasciò sedurre dagli scritti di Wycliffe e si mise a predicare un wycliffismo privo degli errori sull’Eucarestia e del panteismo. Nella sua opera principale: De Ecclesia, dove espone l’essenziale della sua dottrina, egli afferma la necessità delle buone opere. I suoi discepoli, chiamati Hussiti, si divisero in seguito in due gruppi, i moderati: calixtini, e gli esaltati: taboriti o horebiti. Tuttavia, erano tutti degli utraquisti, che reclamavano cioè la Comunione sotto le due specie [sub utraque specie].
I calixtini si allearono con i cattolici contro gli esaltati, che vennero sconfitti e sparirono, ma in seno ai calixtini nacquero dei nuovi esaltati che persistettero per secoli. Nel corso del tempo si verificarono nuove divisioni da cui sorsero i Fratelli Moravi e i Fratelli Cechi, questi due gruppi si unirono ai luterani.

A queste sette va aggiunto lo spirito che l’Umanesimo contribuiva a diffondere vantando senza riserve l’antichità pagana: spirito di indipendenza nei confronti della fede o, quanto meno, dell’autorità ecclesiastica.
Erasmo (1467-1536) affermava: «Ogni uomo, che sia contadino o tessitore, possiede la vera teologia, ispirato e guidato dallo spirito di Cristo (9)». 
Mettendo l’uomo in primo piano, l’Umanesimo l’ha allontanato da Dio e l’ha condotto ad emanciparsene.

Il terreno era pronto, il seme era già gettato, la zizzania aveva solo da germogliare…


La rivoluzione luterana

Martin Lutero (1483-1546)

Martin Lutero, nativo di Eisleben, fu colui che permise che tutto si cristallizzasse. Temperamento scrupoloso ed angosciato, egli entrò nel convento degli eremiti di Sant’Agostino a Erfurt, nel 1505, pensando di trovare nel chiostro la pace dell’anima; venne ordinato prete nel 1507. Nel 1508 fu nominato professore all’Università di Wittenberg, incaricato di insegnarvi filosofia, materia che non lo interessava, mentre invece era appassionato di esegesi. 
Era sempre tormentato dalle sue angosce che lo serravano sempre più. Egli riteneva che la confessione distruggesse e sradicasse il peccato e quindi si disperava nel vedersi sempre tentato nonostante le sue confessioni e penitenze. Partì in viaggio per Roma verso la fine del 1510, con l’autorizzazione del suo superiore Staupitz, per fare lì una buona confessione generale e trovarvi la pace dell’anima. Ma non accadde niente, e non poteva essere diversamente viste le sue errate concezioni. 
Nel 1512, divenne professore di Sacra Scrittura. Egli iniziò con un commento ai Salmi, in cui non si riscontra alcun errore, se non delle originalità da cui è impossibile giungere al suo futuro sistema. Nel 1515, tiene un corso sulla Lettera di San Paolo ai Romani, nel quale si ritrova il fondamento della sua dottrina. Della frase dell’Apostolo: «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge» (Rm. 3, 28), egli dà quell’interpretazione che calmerà le sue angosce: poco importa ciò che si compie; ciò che giustifica è la fede, quella fiducia nel fatto che Cristo, per bontà, ci applica da fuori la sua giustizia. 
Con tale interpretazione, la fede è solo fiducia in Dio, una fede fiduciale, ma essa sola, che basta da sola per la salvezza.


Se la rivolta di Lutero ha inizio nel 1517, quand’egli affigge le sue 95 tesi contro le indulgenze, in effetti essa è già matura nel 1515. La diatriba delle indulgenze non è quindi all’origine della sua dottrina, ma è solo l’occasione per esprimerla pubblicamente.

All’epoca la Santa Sede, avendo deciso la costruzione della Basilica di San Pietro, fece appello alle donazioni dei fedeli. Per assicurarsi delle elemosine più abbondanti, si accordarono ai donatori delle indulgenze come ricompensa della loro generosità. Lutero si trovò così di fronte a ciò che negava: le opere. Egli si servì di questa occasione per predicare la sua dottrina. Venne invitato a tacere. Su richiesta del Papa e con una grande bontà, nell’ottobre del 1518 arrivò da Roma il Gaetano, per cercare di ricondurlo alla fede, ma senza successo. Leone X, il 9 novembre, pubblicò il decreto Cum postquam, spiegando le indulgenze. 
Il Sommo Pontefice fece tenere un’udienza a Lipsia, dal 27 giugno al 15 luglio, in cui Lutero poté esporre le sue tesi in compagnia di uno dei suoi discepoli, il Carlostadio(10) (1480-1541); lo scopo era quello di convincerlo che fosse in errore, ma non fu così. Leone X allora si decise a condannarlo con la bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1520. Carlo V, giovane Imperatore, fece lo stesso nella dieta di Worms nel 1521.

Alcuni elementi essenziali della sua dottrina

Il nostro proposito non è innanzi tutto dottrinale, quindi ci limiteremo ai grandi temi della dottrina luterana:

- La giustificazione è operata da Dio che ci applica dall’esterno la giustizia di Cristo, senz’altra partecipazione da parte nostra se non la fede in questa giustificazione. Le opere non servono a niente per la salvezza, perché il peccato non ha solo ferito l’uomo, ma lo ha corrotto totalmente: egli pecca qualunque cosa faccia. Le opere umane sono tutte sistematicamente affette da peccati e se, malgrado tutto, esse mirano a fare il bene, non fanno altro che manifestare il perdono che Dio ci accorda: esse non sono affatto una qualche forma di nostra collaborazione all’opera della nostra redenzione. La giustificazione non comporta alcuna trasformazione interiore. Quanto alla Lettera di San Giacomo che dice esplicitamente che la fede non può essere separata dalle opere e che senza di queste essa è morta (Gc, 2, 14), Lutero dichiara che è una lettera di paglia.
Questa nozione della giustificazione è il punto centrale del luteranesimo e di tutte le credulità che produrrà.

- Cambia anche la natura della fede. Essa non è più una virtù infusa da Dio nell’anima, che porta quest’ultima ad aderire a ciò che Lui le rivela con l’insegnamento della Chiesa; non è neanche il contenuto dottrinale di questo insegnamento; essa è solo la fiducia in Dio, il solo autore della giustificazione.

- Lo Spirito Santo ispira direttamente ad ogni uomo come comprendere la Sacra Scrittura. Ognuno quindi è abilitato ad interpretarla come gli sembra meglio, senza che qualcuno abbia la possibilità di costrizione su altri. Tutti sono dunque rigorosamente uguali e non esiste alcun magistero esterno. Il che è quanto si è convenuto di chiamare libero esame. 
La gerarchia è solo qualcosa al servizio dell’organizzazione, essa insegna, ma ognuno è assolutamente libero di non seguirla; almeno in teoria, perché in pratica il luteranesimo conosce la legge del doppio ritmo: da una parte il libero esame in base al quale ognuno interpreta da sé la parola di Dio, dall’altra la vigilanza che devono esercitare le autorità statuite al fine di conservare una certa coesione nel luteranesimo. Cosa con la quale si produce un trasferimento d’autorità dai vescovi ai príncipi (11). Lutero è l’autore di entrambi gli aspetti di questa legge.

- Dei sacramenti, i soli che rimangono sono il battesimo e l’Eucarestia, chiamata cena. A proposito di quest’ultima, Lutero insegna la consustanziazione, teoria secondo la quale la sostanza del pane e del vino coesiste con quella di Cristo. Tuttavia, tali sacramenti sono solo dei simboli che dimostrano l’azione di Dio, essi non cambiano alcunché.

- La Bibbia è la sola che contenga la parola di Dio: è l’unica fonte della Rivelazione.

Lutero elabora via via il suo sistema in funzione dei suoi bisogni, mescolandoli a imprecazioni e oscenità; il ruolo di teologo viene svolto dal suo discepolo Philiph Schwartzherdt, detto Melantone (1497-1560). Lo stesso Lutero dirà: «Il dottor Philiph è sempre preoccupato per le grandi questioni dello Stato e della religione, mentre io mi vedo ossessionato dalle preoccupazioni personali (12)».

Completiamo lo schema osservando che il luteranesimo è stato in Germania la religione di Stato, come il calvinismo lo sarà in altri paesi, in particolare in diversi cantoni svizzeri. Tuttavia, certi protestanti rifiutarono questa nozione di religione di Stato.

Ufficialmente, ancora oggi, il luteranesimo si basa, oltre che sulla Bibbia, su sette testi di riferimento, detti «libri simbolo» (i cattolici direbbero testi del magistero). Essi sono: 1, il Simbolo degli Apostoli; 2, il Simbolo di Nicea-Costantinopoli; 3, il Simbolo di Sant’Atanasio; 4, la formula di concordia del 1577-1580; 5, La confessione di Augusta redatta da Melantone nel 1530, che è il testo di riferimento dei luterani e che riassume la loro credenza; 6, l’apologia della confessione di Augusta redatta dallo stesso autore nel 1531; 7, un insieme di testi costituiti dal piccolo catechismo e dal grande catechismo redatti da Lutero, nonché gli articoli di Smalcalda del 1536 e i loro annessi del 1537 redatti da Melantone.

Questi ultimi sono quindi di una certa importanza: essi descrivono chi è il protestante. Melantone finisce con l’ammettere i sette sacramenti, il criterio della tradizione patristica e ciò che egli chiama: sinergismo, e cioè che l’essere umano deve collaborare alla sua salvezza e può accettare o rifiutare la grazia. Che rimane della fede fiduciale di Lutero? 
Egli però rifiuta l’autorità della Chiesa. Questa sua evoluzione gli procurerà l’opposizione dei luterani puri e duri, come il tale Mattia Flacio Illirico (1520-1575).

Nel 1525, Lutero constatava, amareggiato ma per nulla pentito, le conseguenze della sua dottrina: «Vi sono tante sette e tanti Credo quante teste. Punte di volgarità così grossolana che immaginano di aver ricevuto una rivelazione dallo Spirito Santo e si erigono a profeti per aver sognato o immaginato qualcosa. (13)».

Dinamiche rivoluzionarie

Niente di più logico di tale deflagrazione. Dal momento che ognuno è in contatto diretto con Dio, che l’ispira personalmente, ecco che può fabbricare un sistema a sua convenienza. Mai messi in questione, tali princípi finiranno col distruggere tutto: la Rivelazione, la società, la stessa setta, che non smetterà mai di dividersi e di suddividersi.

La Rivelazione

La Chiesa insegna che Dio si rivela a noi esteriormente e che questa Rivelazione ci viene trasmessa da due fonti: la Tradizione e la Sacra Scrittura. L’elenco dei libri canonici è stabilito dal magistero, cosa che dimostra il carattere primario della Tradizione rispetto alla Bibbia.

Il protestantesimo non ha mai potuto trovare un equilibrio stabile nella concezione degli elementi fondamentali. Già il ministro calvinista Pierre Jurieu (1637-1713), messo con le spalle al muro da Bossuet, affermava che la religione, essendo vivente, non poteva che evolversi, perché non è un cadavere. Qualcuno dei suoi correligionari, comprendendo l’abbaglio di cui era vittima, non riprese i suoi argomenti, dei quali in un primo tempo andò fiero, prima di rendersi conto del suo errore. Ma il male era fatto ed era anche rivelatore: in assenza di un magistero esterno, appoggiandosi solamente sull’interpretazione personale della parola di Dio, niente più ne garantiva la stabilità. Jurieu, senza volerlo, annunciò la deliquescenza della nozione di Rivelazione e di tutta la dogmatica dei protestanti.

Jurieu era calvinista, ma le conseguenze saranno simili anche presso i luterani. Le stesse cause producono gli stessi effetti.

Gotthold Lessing (1729-1781) per primo: distingue la religione di Cristo dal dogma cristologico. La prima sarebbe fatta di pietà, che a poco a poco si ridurrà ad una sentimentale vita interiore; il secondo sarebbe una formulazione speculativa puramente umana.

Alla stessa epoca, Emmanuel Kant (1724-1804) elabora il suo sistema filosofico idealista e Friedrich Hegel (1770-1831), con la sua fenomenologia e la sua dialettica, conduce la ragione umana ad evolversi verso la divinità. Questi sistemi filosofici avranno un’importanza considerevole nello sviluppo del pensiero protestante e oltre.

Friedrich Schleiermacher (1768-1834) è il teologo dell’esperienza spirituale fondata sul sentimento religioso. Cristo è semplicemente colui che ha preso meglio coscienza di ciò che siamo, poiché non vi è alcuna Rivelazione oggettiva. La Chiesa non è altro che la messa in comune delle esperienze individuali. Il dogma è solo la formulazione speculativa fatta in un dato momento, che manifesta la coscienza collettiva in quel momento della storia; una semplice testimonianza dello stato di un’epoca.

Schleiermacher ebbe un discepolo in Francia in Auguste Sabatier (1839-1901) che dipese molto dalle teorie tedesche e per il quale la religione si fonda sulla presenza di Dio in noi e si sviluppa col sentimento. Nel 1897 pubblicò un’opera considerata da alcuni come la più importante dopo l’Istituzione della religione cristiana del 1536 di Giovanni Calvino: Esquisse d’un philosophie de la religion.

Giunti a questo punto, che ne è del Nuovo Testamento? 
David Friedrich Strauss (1808-1874) ne contesta logicamente l’autenticità e Friedrich Christian Baur (1792-1860) lo completa affermando che il cristianesimo è solo il frutto dell’evoluzione della ragione.

Albert Ritschl (1822-1889) vorrebbe ritornare alle norme dell’obiettività, ma dove trovarle dal momento che si ha per principio il libero esame? Ma nel Nuovo Testamento! Così da essere a contatto diretto con la personalità di Cristo! E chi l’ha conosciuto meglio? La prima generazione dei Suoi discepoli! Ma, attenzione, bisognerà liberare le parole di Cristo da tutti gli apporti che la comunità primitiva vi ha aggiunto.
Insomma Ritschl si dà ad una vera inchiesta storica e la porta avanti. Ma che rimane del suo lavoro tra i suoi epigoni? Certi insisteranno soprattutto sull’aspetto morale, e allora si parlerà di etica; altri spingeranno sull’aspetto sociale; ma tutti, al seguito del loro maestro, finiranno col fare della religione un bisogno naturale.

Rudolf Bultmann (1884-1976) realizza una cesura radicale tra il Cristo storico, che deriva dal dominio delle scienze umane, senza peraltro che possano coglierlo con certezza, e il Cristo della fede, che tocca la nostra esperienza.

Adolf Harnack (1851-1930) si dà ad una sistematica demolizione della Sacra Scrittura. Secondo lui, il Nuovo Testamento non è altro che un affastellamento di apporti filonici, ellenici, rabbinici, mescolati ad alcuni versetti del Vecchio Testamento. Trascorrerà la sua vita lavorando a questo vero massacro della Sacra Scrittura.

Wilhelm Hermann (1846-1922) propugna i diritti della fede personale, l’indipendenza delle coscienze, il carattere sacro dell’esperienza religiosa individuale. Per lui, l’individuo crea la religione.
Nessuno ha il potere di imporci delle idee estranee, che vengano dagli Apostoli o da Gesù stesso: sarebbe obbligarci a rinunciare alla religione personale: «l’invito – egli dice – di aderire alla religione altrui è assurdo e immorale. […] La religione è una vita; niente di ciò che rassicura le collettività deve sostituirsi alle spontaneità della coscienza. […] Il concetto di chiesa è antireligioso. Si lasci che le coscienze protestanti seguano ciascuna il suo cammino: più esse divergeranno, più testimonieranno dell’intensità della vita religiosa che circola in esse. Il giorno in cui si cristallizzeranno nell’unità di una fede e nella stabilità di un dogma, la chiesa sarà senza dubbio alla vigilia della sua ricostituzione, ma con delle anime spogliate dalla vera vita divina (14).

Theodor Haering (1884-1964) insegna che «La religione è l’opera degli individui e il grido di un tempo» (15).
[Egli] distingue accuratamente la nozione di fede religiosa dalla scienza della fede. La fede è un’adesione a dei concetti che la coscienza talvolta adotta, talvolta modifica, talvolta rigetta. Essa è mutevole; essa segue l’evoluzione della vita. Vi è contraddizione interna a parlare di scienza della fede, la prima implica infatti la stabilità e l’universalità necessarie, la seconda, la mobilità e la contingenza. Non si può avere quindi una scienza delle verità che dovremmo credere, come fossero giunte ad uno stadio di immutabile perfezione. (16). 

Segnaliamo infine, senza pretendere di essere esaustivi, Oscar Cullmann (1902-1999) che, da parte luterana, è stato uno degli iniziatori del dialogo ecumenico con i cattolici, cosa che gli è valsa l’essere uno degli osservatori protestanti al concilio Vaticano II.

All’inizio del XX secolo, il luteranesimo è diviso in due tendenze: i radicali, che più tardi verranno denominati liberali, e i conservatori più o meno moderati, come Paul Lobstein (1850-1922), i quali scivoleranno pian piano verso coloro che pretendevano di combattere e che l’avranno vinta del loro conservatorismo.


   continua............





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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18/03/2017 09.07
 
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L’atomizzazione delle sette

Anabattisti e Mennoniti

Il principio del libero esame implica di per sé il regno della discordia. E questa non tarderà ad arrivare. Fin dagli inizi della rivoluzione luterana sorsero gli anabattisti, così chiamati perché si opponevano al battesimo dei bambini. Gli iniziatori: Nicolas Storch (1500-1530) e Thomas Münzer (1490-1525), ai quali si aggiunse Carlstadt, sollevano i contadini in arme e cominciano a dare battaglia, abbandonandosi alla violenza più estrema. Lutero non consiglia la guerra ai contadini, ma rivolge loro dei discorsi tali da indurveli. Una volta avvenuti i misfatti, l’ecclesiaste di Wittenberg, come amava essere chiamato, rivolge ai príncipi dei discorsi di repressione; bilancio: più di 100.000 morti. Gli anabattisti vennero schiacciati, i sopravvissuti si nascosero e poi emigrarono, finendo col porsi sotto le direttive di un prete apostata, Menno Simons (1496-1561), da cui il nome di mennoniti. Essi esistono tuttora e perpetuano l’anabattismo; nel loro seno vi è  una comunità particolare – gli amish – che prendono il nome dal pastore Jakob Ammann (1656-1730). Quest’ultima comunità vive negli Stati Uniti e rifiutano più o meno le tecniche e le tecnologie apparse dopo la loro fondazione; i componenti hanno il tasso di natività più alto al mondo: da sei a otto figli. 

Calvinisti

Nel 1536, un giovane francese si distinse pubblicando L’istituzione della religione cristiana. L’autore, Jehan Cauvin (1509-1564), passerà alla storia come Giovanni Calvino. Dopo gli studi di diritto, divenne riformato e si stabilì a Ginevra, su invito di Guillaume Farel (1489-1565). Quest’ultimo, che aveva fatto parte del Cenacolo di Meaux (17), aderì alla riforma, fu predicatore itinerante e nel 1532 si stabilì a Ginevra, dove più tardi fece venire Calvino. Nel 1538, il Consiglio della città li espulse. Farel andò ad abitare a Neuchatel, Calvino andò a Strasburgo su invito di Martin Bucer(1491-1551), domenicano  apostata divenuto luterano che organizzò la riforma in Alsazia e poi dovette andare in esilio in Inghilterra. Nel 1541, Calvino ritornò a Ginevra e a poco a poco vi stabilì la sua dittatura. Inviò dei predicatori dappertutto e in particolare in Francia. Gli successe Teodoro di Beza (1519-1605).

Per Giovanni Calvino, alla cena Cristo è presente spiritualmente, niente di più. Egli rigetta, non solo la verità cattolica espressa dal termine transustanziazione, ma anche l’eresia luterana detta consustanziazione. Egli sostiene anche la doppia predestinazione assoluta: teoria secondo la quale Dio predestina ciascuno alla salvezza o alla dannazione eterne, senza che si possa cambiare alcunché. Da cui la concezione secondo la quale la ricchezza è una benedizione di Dio e un segno di salvezza, mentre la povertà è il contrario.

Un po’ dopo, con le stesse idee di Calvino, Ulrich Zwingli (1484-1531) installa la rivoluzione a Zurigo, gli succede Heinrich Bullinger (1504-1575); Giovanni Ecolampadio (1482-1531), prima discepolo e poi avversario di Lutero, si stabilì a Basilea e Pierre Viret (1510-1571) a Losanna, dopo aver influito sulla decisione del cantone di Vaud al momento della disputa di Losanna nell’ottobre del 1536. Più tardi, andrà a predicare nel Sud della Francia.
Segnaliamo anche Antoine Marcout (1485-1561), redattore dei manifesti [contro la Messa] affissi nella notte [in Francia] tra il 17 e il 18 ottobre 1534.

Anglicani

Nel 1531, il Re d’Inghilterra, Enrico VIII (1491-1547), si proclama da sé capo della Chiesa e del clero d’Inghilterra, in seguito al fatto che non riuscì ad ottenere dal Papa la dichiarazione di nullità del suo matrimonio con Caterina d’Aragona. Egli fece uccidere i recalcitranti. Non era un eretico e nel passato aveva scritto contro Lutero e la sua nuova dottrina, ma ruppe con Roma e aprì la porta all’eresia. Alla sua morte, il figlio divenne Re col nome di Edoardo IV (1537-1553), ma non aveva ancora 10 anni. Lo zio materno Lord Seymour divenne reggente. Sotto la sua direzione, Thomas Cranmer (1489-1556), arcivescovo di Canterbury, installò l’eresia nel regno e pubblicò, nel 1549, il Book of common prayer o Prayer book [Il libro delle preghiera comune o Libro della preghiera], il quale venne rivisto una prima volta nel 1552 per sopprimervi le volontarie ambiguità introdotte nella prima edizione, e una seconda volta nel XVII secolo. La regina Elisabetta I (1533-1603), dopo il breve ritorno al cattolicesimo sotto Maria Tudor (1516-1558), riaffermò l’eresia e, nel 1559, impose l’Atto di conformità; dopo, nel 1571, promulgò i 39 articoli redatti nel 1563, che contengono ciò a cui devono aderire gli anglicani. Lei si proclama «governatrice» e non più «capo» della Chiesa e del clero d’Inghilterra, per significare che non intendeva esercitare la sua autorità in materia dottrinale.

L’anglicanesimo è diviso in tendenze: la High Church [Chiesa Alta], i cui membri amano farsi chiamare anglo-cattolici, cosa che indica di per sé la loro inclinazione, anche se rimangono fuori dalla Chiesa cattolica; la Low Church [Chiesa bassa], apertamente protestante; e la Radical christianity [Cristianità radicale] i cui membri sono dei liberali.
L’anglicanesimo si è diffuso con le conquiste coloniali dell’Impero britannico e, in definitiva, può ricondursi a quattro princípi: la Bibbia, l’episcopato (che non è valido), il Prayer book e la corona.

Presbiteriani e Congregazionalisti

John Knox (1513-1572) impiantò il calvinismo in Scozia, fondando i Presbiteriani, che rifiutano l’episcopato. Essi riassumono le loro credenze nella Confessione di Westminster, elaborata nel 1647-48. Sono i cosiddetti Puritani. Nel 1590, su istigazione di Robert Browne (1550-1633) ed Henry Barrow (1550-1593), si divisero e nacque una nuova denominazione: i Congregazionalisti, che propugnano l’uguaglianza. I presbiteriani avevano soppresso i vescovi, i congregazionalisti aboliscono i pastori. Finiranno con l’essere perseguitati e molti di loro partiranno nel 1620 per l’America con la nave Mayflower…

Battisti

Nel 1602, un gruppo di congregazionalisti inglesi diretto da John Smyth (1554-1612) accolse gli anabattisti fuggiti dal continente per scampare alle persecuzioni. A poco a poco essi adottarono le opinioni dei rifugiati sul battesimo e John Smyth si ribattezzò lui stesso nel 1609. Nacquero così i Battisti. Al pari degli altri si divisero in due gruppi: i generali e i particolari, a seconda dell’estensione che attribuivano alla salvezza di Cristo.

Le contestazioni teologiche a tutto campo e la legge del doppio ritmo

Sul continente si manifesta una nuova tendenza; gli Arminiani, il cui nome deriva da Arminius, soprannome di Jacob Harmensen (1560-1609), il quale pur rimanendo calvinista non intendeva aderire alla doppia predestinazione assoluta. In occasione del sinodo calvinista di Dordrecht, nel 1618, gli arminiani avanzarono delle rimostranze, cosa che li portò ad essere chiamati Remostranti. Un teologo calvinista sostenitore della doppia predestinazione assoluta: François Gomar (1563-1641), intervenne contro di loro, il sinodo lo seguì e gli arminiani furono condannati e poi perseguitati.

Tutte le opinioni sono libere, perché ispirate dallo Spirito Santo, ma i più forti impongono le loro agli altri, che si devono sottomettere: in effetti, se il protestantesimo ha soppresso il magistero, non ha abolito l’autorità, l’ha semplicemente trasferita dai vescovi ad altri (príncipi, assemblee, sinodi, popolo, ecc.) che vegliano per mantenere una certa coesione sociale; è anche questa un’applicazione della legge del doppio ritmo, che si ritrova sia tra i calvinisti, sia tra i luterani.

Altro esempio dell’applicazione di questa legge: sul piano della dottrina, diversi, come Kaspar Schwenckfeld von Ossig (1490-1561), danno preminenza, sulla Bibbia, ad una luce divina interiore ricevuta da ogni uomo. Da qui, ad identificare questa luce divina con la ragione umana non v’è che un passo, che sarà presto compiuto. A questo stadio, i dogmi proclamati nei primi secoli della Chiesa, e che né Lutero né Calvino mettevano in discussione, sono tutti distrutti. La Trinità, l’Incarnazione, la Redenzione, il peccato originale, tutto passa al vaglio della ragione. Ed ecco i neo-ariani, gli antitrinitari o unitariani e altri sociniani, dei quali le figure principali sono: Lelio Sozzini [Socinus o Socini] (1525-1562) e suo nipote Fausto Sozzini (1539-1604) o Michel Servet (1511-1553) che Calvino mandò al rogo: altra messa in opera, quantunque anteriore, della legge del doppio ritmo.

Pietisti

L’invasione di questo razionalismo antidogmatico che in definitiva ridusse la religione ad una specie di morale, annientò ogni vita interiore. Ma l’inevitabile moto di bilanciamento provocherà l’eccesso opposto. Nel XVII secolo, in seno al luteranesimo farà la sua comparsa un movimento indicato come pietismo, il cui fondatore fu Johann Arndt (1555- 1621), e che arriverà al suo apogeo nel 1675 con la pubblicazione del libro di Philip Jacob Spener (1635-1705): Pia desideria. 
Questa corrente ricordava, molto giustamente, che il cristiano deve tendere alla perfezione, ma commise l’errore di rigettare la teologia concettuale, col pretesto che essa condurrebbe al razionalismo antidogmatico.
Considerando lo svuotamento progressivo di tutta la Rivelazione presso i protestanti, il timore sembrerebbe legittimo; l’errore sta nel non aver capito che la teologia, la sana teologia, quella che opera sotto l’occhio vigile e benevolo del magistero e non nega il valore soprannaturale delle buone opere, ci permette di conoscere meglio Dio e di nutrire la nostra vita spirituale preservandola così dal sentimentalismo.

Quaccheri

George Fox (1624-1691), nel 1648, fondò la Società degli Amici, i cui membri sono conosciuti col nome di Quaccheri. Egli soppresse ogni cerimonia esteriore nel culto e ogni funzione gerarchica; i sacramenti sono solo interiori, gli elementi esteriori sono inutili e ingannevoli. Di buona eloquenza, egli ottenne un gran successo che, aggiunto alla sua dottrina, attirò su lui e i suoi amici la persecuzione. Essi emigrarono negli Stati Uniti dove uno di essi, William Penn (1644-1718), titolare di un credito col Re d’Inghilterra, ottenne in cambio la concessione di un vasto territorio, dove poterono recarsi i rifugiati della Società degli Amici. E’ dal suo nome che quel territorio boscoso è conosciuto come Pennsylvania. In più, padre Chéry O. P. ritiene che i loro princípi abbiano fortemente impregnato la Costituzione americana.

Metodisti

In reazione al razionalismo del XVIII secolo, in Inghilterra, John Wesley (1703-1791) e suo fratello Charles Wesley (1707-1788) fondarono il metodismo. Essi rifiutarono la dottrina della predestinazione su motivazioni ispirate al luteranesimo e intesero condurre una seria vita spirituale, incitando gli altri a fare lo stesso, cosa che procurerà loro numerose difficoltà. Il metodismo, al pari di molti altri errori, emigrò negli Stati Uniti dove si diffuse.

Darbisti

Agli inizi del XIX secolo, un pastore anglicano nato in Irlanda, John Nelson Darby(1800-1882) si mise a pensare  che il potere degli Apostoli non fosse trasmissibile, per cui non può aversi alcuna gerarchia ecclesiastica. Egli predicò la sua dottrina in Irlanda, in Inghilterra, in Francia, in Svizzera, negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda, dove si fece dei discepoli, chiamati darbisti, ma il cui nome ufficiale è Assemblea dei Fratelli. Secondo loro, il ritorno di Cristo sarebbe prossimo, bisogna dunque preparare il gregge dei veri fedeli che Gli andrà incontro. La setta si è divisa tra i fratelli stretti, che rifiutano ogni collaborazione con gli altri cristiani, e i fratelli larghi, che l’accettano.

Mormoni

Nella stessa epoca, negli Stati Uniti, Joseph Smith (1805-1844), nato in una famiglia presbiteriana, fondò la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, i cui membri sono meglio noti col nome di mormoni. John Smith pretese di aver avuto delle rivelazioni che gli permisero di trovare e di tradurre il Libro di Mormon, libro santo di valore pari alla Bibbia, che contiene delle rivelazioni di profeti sconosciuti. I mormoni, all’inizio erano poligami e vennero perseguitati sulla costa est, partirono quindi per il Far West fermandosi al Lago Salato, dove costruirono la città che prese il nome di Salt Lake City. In seguito rinunciarono alla poligamia per mettersi in regola con la Costituzione americana. Credono che Gesù Cristo ritornerà e regnerà in America.

Avventisti

A partire dal 1833, William Miller (1782-1849), proveniente dall’ambito battista, comincia predicare il prossimo ritorno di Cristo, di cui fissa la data al 22 marzo 1844, poi al 22 ottobre dello stesso anno. Dopo questi due fallimenti, le 100.000 persone che si erano fidate di lui, l’abbandonarono, sia per ritornare alla loro confessione d’origine, sia per aderire ad uno dei gruppi fondati dopo tale scacco. Uno di questi gruppi era diretto da James White (1821-1881), predicatore al servizio di Miller, e da sua moglie Ellen White (1827-1915), «profetessa» proveniente dall’ambito metodista. Fu lei che diede l’impulso definitivo a ciò che divenne la Chiesa degli Avventisti del Settimo Giorno. Costoro hanno 28 credenze fondamentali, osservano come festività il sabato, si astengono da alcool, tè, caffè, tabacco, dalla carne in generale e da quella di porco in particolare, da quasi tutti i pesci e i frutti di mare. Quando Cristo ritornerà, regnerà mille anni con 144.000 avventisti perfetti. Non conoscono il culto dei Santi, né i suffragi per i morti; la morte, d’altronde, non sarebbe altro che uno stato d’incoscienza fino al ritorno di Cristo. La cena è preceduta dalla lavanda dei piedi.

Salutisti

Nel 1861, William Booth (1829-1912) rompe con i metodisti e nel 1865 fonda la Missione Cristiana, ben presto denominata Esercito Alleluia, il quale, verso il Natale del 1877, adotterà il nome definitivo di Esercito della Salvezza. Organizzato sul modello dell’esercito inglese, il suo scopo è la salvezza degli uomini attraverso uno slancio missionario verso i più bisognosi. Non si tratta di filantropia, poiché lo scopo finale è la conversione; ma Booth si rende conto «che è difficile salvare un uomo che ha i piedi nel fango (18)». Egli aveva scoperto quello che le opere di carità cattoliche conoscevano da lungo tempo: la salvezza è il punto d’arrivo della trilogia zuppa, sapone, salvezza. Del resto, questo metodo non è infallibile; San Vincenzo di Paola parlava di cristiani della zuppa per indicare quei poveri ai quali offriva un pasto per poter parlare loro di Dio e che da parte loro accettavano il discorso per poter mangiare. E’ questo l’essenziale dell’attività dell’Esercito della Salvezza, che non si cura della dottrina, tranne che non sia anticattolica.

Testimoni di Geova e Amici dell’uomo

Charles Taze Russel (1852-1916), nato in una famiglia presbiteriana, perdette la “fede”. La ritrovò nel 1870 a contatto con gli Avventisti, da cui si separò nel 1874 per fondare la Torre di Guardia, di cui si servì per pubblicare i suoi scritti, che diffuse in America e nel mondo. Fondò l’Associazione degli Studenti della Bibbia, che il suo successore, il giudice Joseph Franklin Rutherford (1869-1942), rinominò: Associazione dei Nuovi Studenti della Bibbia, poi Testimoni di Geova, nel 1931. Essi non credono nella divinità di Gesù Cristo o affermano che è solo stato divinizzato; le interpretazioni che danno della Bibbia sono estremamente fantasiose e danno luogo a dei calcoli sulla data di ritorno di Cristo. Dal loro seno sorsero in particolare, nel 1920, gli Amici dell’uomo, fondati da Alexandre Freytag (1870-1947), i quali si divisero ancora alla morte del messaggero dell’Eterno, come Freytag amava chiamare se stesso.

Pentecostali

Assai diverso è il movimento dei Pentecostali, il quale non ha un preciso fondatore, ma deriva dalla convergenza di gruppi di origine diversa. Si tratta di un movimento di risveglio come ve ne sono stati in seno al protestantesimo nel corso dei secoli precedenti. Come origine possiamo citare: Reuben Archer Torrey (1856-1925), a Los Angeles; Agnès Ozman (1870-1937) e il suo maestro spirituale, il pastore metodista Charles Fox Parham (1873-1929), a Topeka nel Kansas. 
Il 1 gennaio del 1901, Agnès Ozman visse un’esperienza di battesimo nello spirito e di glossolalia (19). Questa donna è all’origine di un movimento che amplierà la sua influenza col pastore nero William Joseph Seymur (1870-1922), a Los Angeles. Questi attirerà alle sue riunioni, che teneva nella via d’Azusa, moltissime persone, compresi dei pastori, provenienti dal mondo intero, le quali ripartivano per propagare dappertutto l’effusione nello spirito.
Segnaliamo anche il risveglio nel Galles dovuto ad un minore entusiasta, EvanRoberts (1878-1951); risveglio che si riversò su tutte le regioni del Regno Unito e giunse anche sul continente. L’attività di Roberts fu di breve durata, perché si ritirò molto presto nella solitudine per pregare, per più di 40 anni. Egli sconfessò il movimento dei pentecostali di cui aveva preparato il terreno.
Movimenti simili si svilupperanno a partire dal 1907 nelle Indie e in Cina.

Questo movimento si inscrive nella lotta contro l’esegesi di critica storica e predica, oltre alla fede fiduciale, il battesimo nello spirito. Sono queste le sue sole preoccupazioni dottrinali, a fianco di una certa tenuta morale, il che lascia uno spazio molto importante a ciò che costituisce il suo nucleo: la ricerca dell’esperienza sensibile e dei carismi. Una nota organizzazione di questa tendenza è quella delle Assemblee di Dio.
Il movimento dei pentecostali si diffuse a macchia d’olio perché corrispondeva alla mentalità moderna: una sensibilità esacerbata, un’assenza, o quasi, di lavoro intellettuale, la ricerca dello straordinario e un’empatia dei membri.

Chiese evangeliche

Il pentecostalismo fa parte della  tendenza evangelica, che è interconfessionale. Essa si caratterizza per il battesimo nello spirito. Le chiese evangeliche si definiscono chiese di professanti, che significa che la «professione di fede» ha valore solo come scelta personale di colui che la fa; dal momento che i bambini non possono farla, sono esclusi dal battesimo, che potranno ricevere solo a partire dall’adolescenza.

In questo modo, esse si ricollegano alla corrente anabattista risalente al XVI secolo; e si rifanno anche al pietismo, al battistismo e al metodismo.
Quanto al pentecostalismo, esso corrisponde ad un «risveglio» che è cominciato in Armenia verso il 1880, ma anche in India, in Cina, nel Cile, nel Galles e negli Stati Uniti, come abbiamo visto prima, ma senza che tali iniziative si siano influenzate le une con le altre.

Statistiche

Le chiese evangeliche compongono il movimento più numeroso. Infatti, nel 2014, l’Alleanza Evangelica Mondiale rivendica più di 600 milioni di aderenti, di cui quasi 300 milioni di pentecostalisti. 
I luterani, la maggior parte dei quali appartengono alla Federazione Luterana Mondiale, i calvinisti, con la loro Comunione mondiale delle Chiesa Riformate e gli anglicani, raggruppano ciascuno quasi 80 milioni di persone. 
I metodisti sono 75 milioni; e i battisti, uniti nell’Alleanza Battista Mondiale, sono 36 milioni. Gli avventisti, 25 milioni; i mormoni, 15 milioni; i testimoni di Geova, 8 milioni; i presbiteriani, 5 milioni; i congregazionalisti, 3 milioni; i darbisti, 3,4 milioni; i mennoniti, raggruppati nella Conferenza Mennonita Mondiale, sono 1,5 milioni; gli amish, 300.000.
A questi bisogna aggiungere tutti quelli di cui non abbiamo parlato, come i discepoli di Simon Kimbangu (1887-1951), che lasciò il battistismo per fondare la sua chiesa nel Congo Belga e che ancora oggi raggruppa 7 milioni di membri.

Il liberalismo

La legge del doppio ritmo, che ha dilagato nel dominio religioso, trova un altro terreno di applicazione: la politica.
Se per la salvezza le opere non servono a niente, quale sarà lo scopo della vita?
La risposta è molto semplice: la prosperità.
La virtù del cittadino, che è il bene comune della società, fa riferimento all’insegnamento cattolico e alle opere che esso esige, ma questo non ha più ragione di esistere in un paese sottomesso alla legge del libero esame.

Molto presto si pone un problema concreto: in seguito alla scoperta dell’America, i papi divisero i territori tra le potenze cattoliche, ma i protestanti, che aborrivano il Papa, non rispettarono le sue direttive. I navigli portoghesi e olandesi diedero inizio ad una guerra di corsa, arrembandosi gli uni gli altri, impedendo così il regolare svolgimento dei commerci. Allora, si fece avanti un uomo, Hugo de Groot, conosciuto col nome di Grotius (1583-1645), giurista, diplomatico e filosofo rinomato, che cercò di risolvere la questione a partire da un substrato comune: le due parti si fanno la guerra e questa intralcia il commercio. Qui poco importa la soluzione concreta da lui proposta (20), importante è notare che egli stabilisce, forse involontariamente, il fondamento del diritto liberale. In effetti, in questa questione non si fa alcun riferimento all’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, che definisce il diritto come l’oggetto della giustizia (21); qui le due parti constatano che si fanno la guerra e non possono più commerciare in tutta sicurezza: non si tratta più di vero, di bene, di giusto, ma solo di interesse; l’interesse generale rimpiazza il bene comune. 
Il fondamento del diritto è più solo l’interesse.

Questo principio posto a livello internazionale, si trasferisce molto facilmente allo Stato. Questo non sarebbe altro che un servizio per organizzare la vita in comune degli individui, e poiché questi hanno più interesse a vivere in società piuttosto che isolati, il loro livello di vita ne guadagna e di molto. Tuttavia, per impedire che chi va ad assumere le funzioni di governo non si serva di tale incarico per il suo profitto personale, occorre inquadrare questo potere. Ecco allora che ci sono diversi princípi liberali: la sovranità dell’uomo, il contratto sociale e la separazione dei poteri (22), che servono ad indebolirlo.
I teorici di riferimento, limitandoci agli autori provenienti dagli ambienti protestanti, sono: Thomas Hobbes (1588-1679) e John Locke (1632-1704).

Il primo ha scritto, tra le altre cose, Leviathan, in esso descrive una società in cui l’uomo esce da un quadro di vita naturale e ogni cosa viene garantita da un sistema invasivo che dirige tutto. Oggi si parlerebbe di sistema burocratico o tecnocrazia. Da notare che Leviathan è il nome che presso i Fenici designava il caos; questo nome è dunque tutto un programma!

Il secondo ha scritto anche lui diverse opere, tra le quali: Lettera sulla tolleranza e Due trattati del governo civile. Nella lettera predica la libertà religiosa nello Stato, poiché la religione incita gli uomini ad essere onesti e dunque a rispettare i loro contratti; essa è buona perché presenta un interesse sociale. Questa tolleranza, però, può essere accordata solo a coloro che ne accettano il principio. Locke sostiene che di tale tolleranza non può godere il cattolicesimo, poiché questo ha la pretesa di detenere la verità, pretesa che nuoce alla libertà. 
Se i protestanti affermano che in materia religiosa ognuno è ispirato dallo Spirito Santo e quindi può interpretare la Bibbia, in materia politica sostengono che ognuno è uguale agli altri e gode pienamente della sua libertà.

Con questi due trattati, Locke pone come principio della società che la libertà è inviolabile e che poggia sulla proprietà; ma dovendo vivere in società, è necessario che l’uomo vi acconsenta: è il contratto sociale; così che i poteri devono essere sia divisi e affidanti a persone diverse, sia designati e controllati da tutti.
Come si vede, si tratta dei princípi dell’attuale regime democratico. Il protestantesimo, in tutta logica, è democratico per principio. E l’esempio migliore che si può fare è quello dei congregazionalisti del Myflowers.

Notiamo infine che questo sistema include l’obbligo per l’oppositore o per colui che si è sbagliato, di fare autocritica e di cambiare opinione, lo esige il contratto sociale. Le leggi sono fatte dai rappresentanti di tutti e quindi tutti devono accettarle.
Siamo di fronte ad un buon esempio dell’applicazione nel dominio politico della legge del doppio ritmo. Il principio è la libertà individuale, ma si è costretti ad uniformarsi al tipo d’uomo. La teoria della volontà generale di Gian Giacomo Rousseau (23) (1712-1778) ne è la formulazione dal punto di vista politico. La volontà generale è manifestata dalla maggioranza, ma non si identica con questa; così, trattandosi della volontà che non è solo della maggioranza, essa si impone a tutti e in particolare alla minoranza.

Tuttavia, il rifiuto delle leggi non è sanzionato uniformemente: certi verranno castigati severamente, certi altri beneficeranno di un’incomprensibile clemenza; incomprensibile per chi non ha compreso la società liberale nella sua essenza. Rifiutare la volontà generale equivale a rifiutare il contratto sociale, e questo significa farsi nemico della società e divenire un essere refrattario.

Vediamo quindi per prima cosa il delinquente. 
Egli non rispetta le leggi, viola la libertà altrui, e per questo dev’essere punito; tuttavia il sistema lo riconosce come uno dei suoi reietti, senza dubbio esorbitante, ma certo non infedele. Il malfattore ama la libertà, la libertà nel senso liberale, e la sua condotta lo prova a sazietà. Quindi, lui in realtà non è in opposizione al sistema, ma semplicemente devia un po’, in avanti. 
In fondo, è particolarmente legato ai princípi del sistema, e nella loro messa in atto è più intransigente del sistema stesso; ed è per questo che il sistema lo protegge. In un sistema democratico esistono sempre delle leggi per garantire il rispetto dei diritti del delinquente; e tali diritti sono peraltro meglio rispettati e difesi di quelli delle sue vittime. E non si tratta di debolezza, ma dell’implacabile applicazione dei princípi liberali. La protezione del delinquente è la garanzia che la società liberale ha sempre come riferimento i princípi che l’hanno fondata.
In fin dei conti, il delinquente è l’eroe della società liberale. 

Quanto alla prosperità che potrebbe patirne, il sistema economico è ormai organizzato per poter elargire agli «eroi» del liberalismo un più ampio margine di manovra.
Riprendiamo Grotius: bisogna evitare la guerra perché essa ostacola il commercio e nuoce così alla prosperità; le nostre società moderne non puniscono più i piccoli misfatti o quelli considerati come tali, e non per mancanza di mezzi, ma per scelta ideologica (24). La vittima di un furto sarà indennizzata dalla sua assicurazione o la modicità del prezzo della cosa rubata permetterà di rimpiazzarla senza nuocere alla libertà del delinquente, arricchendo nel contempo il fabbricante e il venditore. Ormai, la società è abbastanza prospera da poter agire in questo modo ed accordare maggiore libertà a quelli che la vogliono.
Del pari, il mondo conosceva uno stato di guerra permanente, non sempre negli stessi posti e di preferenza non nelle regioni più ricche, perché questa guerra non ostacolava il commercio; al contrario, essa perfino lo favoriva, arricchendo il complesso dell’industria militare. La guerra e i diversi misfatti rappresentano ormai un interesse.

Non è lo stesso per chi rifiuta i princípi del sistema. Rifiutando questi princípi egli rifiuta la volontà generale, il contratto sociale, la nozione liberale di libertà… è un refrattario. E’ un nemico del sistema e come tale l’intero sistema lo combatte e cerca di sbarazzarsene: sia facendolo cambiare, sia escludendolo per neutralizzare il suo potere di resistenza. Nella nostra società democratica mediatizzata, la congiura del silenzio spesso permette un’esclusione sufficiente, ma non soddisfacente. Il sistema deve fagocitare il refrattario, ma il suo scopo resta sempre l’eliminazione del nemico al di là della semplice congiura del silenzio.
Quest’odio che la società liberale nutre per il refrattario deriva dal fatto che egli oppone principio a principio, sistema a sistema. E’ una lotta senza pietà e senza possibile conciliazione; ed essa potrà finire solo con la distruzione dell’uno o l’eliminazione dell’altro (25).
Non bisogna stupirsene, si tratta di una costante talmente importante che Nostro Signore Gesù Cristo si è preoccupato di metterci sull’avviso:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. […] Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; […] Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. […] Chi odia me, odia anche il Padre mio» (Gv. 15, 18-23).

Conclusione

Che si consideri la barca religiosa o la barca politica, per usare una terminologia cara a Mons. Henri Delassus (26), il protestantesimo ha distrutto da cima a fondo la cristianità. 
E’ dunque a Cristo Re che bisogna ritornare per la salvezza delle anime.

Nella barca politica, il protestantesimo ha prodotto il liberalismo e la democrazia moderna, nonché il mondialismo e le diverse violazioni alla morale naturale. La libera circolazione delle persone, dei beni, dei servizi e dei capitali amplia il campo della libertà; intesa ovviamente in senso rivoluzionario e non secondo la magnifica definizione di Leone XIII: «La libertà è la facoltà di muoversi da se stessi nel bene» (27). Lo stesso vale per le violazioni della legge naturale. Già Thomas Malthus(1766-1834), che fu  pastore anglicano, propugnava la limitazione delle nascite…

Nella barca religiosa, il protestantesimo ha prodotto il razionalismo, l’indifferentismo, il sentimentalismo e il modernismo. 
Per darne l’idea, rileviamo tre fatti.

Per primo, il prorompere del protestantesimo non corrisponde per niente alla parola di Nostro Signore Gesù Cristo: «Che siano uno» (Gv. 17, 11, 22 e 23). I protestanti se ne rendono conto e, deplorando la loro frantumazione dottrinale senza poterla risolvere, affermano che l’unità deve farsi col cuore. Cosa che disconosce che l’unità col cuore dipende dalla verità: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.» (Gv. 17, 3). E’ solo dopo aver detto queste parole che il divino Maestro esprime il suo auspicio di unità.

Seconda cosa: quando l’essere umano rifiuta il magistero, egli vaga in balia di ogni vento di dottrina, piomba nell’assurdo e si ribella contro la stessa natura. E’ ciò che ha espresso mirabilmente Gilberth Keith Chesterton (1874-1936): «Rimuovete il soprannaturale, e resta solo ciò che non è naturale» (28).

Infine, come non fare il parallelo con la Chiesa conciliare? 
Studiando l’evoluzione della nozione di Rivelazione presso i teologi protestanti non si può non rimanere colpiti dalla rassomiglianza col modernismo. Si ha l’impressione di leggere le dottrine che condanna San Pio X nell’enciclica Pascendi (8 settembre 1907). E tale somiglianza non è un caso. I modernisti, tutti impregnati di filosofia tedesca, si sono messi al rimorchio dell’esegesi protestante. E’ questo cambiamento di princípi che spiega la dichiarazione congiunta del 1999.

Vediamo allora tutta la nocività del protestantesimo e il rovesciamento che esso opera in ogni dominio, al punto che la sua teologia sovrasta ogni questione politica, prestandole i suoi princípi e fissandone lo scopo.

Noi siamo su questa terra per la gloria, non quella che passa (29), ma quella che resta in eterno, quella che appartiene a Dio e che, nella sua bontà, Egli vuole comunicarci e per la quale ci ha tratti dal nulla. Egli si aspetta da noi la fedeltà e lo zelo per il Suo nome.

Quanto allo zelo, a seguito di San Domenico che bruciava per le anime, noi lamentiamo: «Che ne sarà dei poveri peccatori?», badiamo accuratamente di non dimenticare «quelli che stanno nelle tenebre 
e nell'ombra della morte» (Lc., 1, 79).

Quanto alla fedeltà, a seguito di Mons. Lefebvre:

Noi aderiamo con tutto il cuore e con tutta l’anima alla Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.
Noi rifiutiamo, invece, e abbiamo sempre rifiutato di seguire la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite.
Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito e contribuiscono ancora alla demolizione della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, all’annientamento del Sacrificio e dei Sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa, a un insegnamento naturalista e teilhardiano nelle università, nei seminari, nella catechesi, insegnamento uscito dal liberalismo e dal protestantesimo più volte condannati dal magistero solenne della Chiesa.
[…]
Questa riforma, essendo uscita dal liberalismo e dal modernismo, è tutta e interamente avvelenata; essa nasce dall’eresia e finisce nell’eresia, anche se non tutti i suoi atti sono formalmente ereticali. È dunque impossibile per ogni cattolico cosciente e fedele adottare questa riforma e sottomettersi ad essa in qualsiasi maniera.
L’unico atteggiamento di fedeltà alla Chiesa e alla dottrina cattolica, per la nostra salvezza, è il rifiuto categorico di accettazione della riforma (30). 


NOTE

1 – Martin Lutero, dichiarazioni citate in Abbé Joseph-Épiphane Darras, Histoire générale de l’Église, ed. Luis Vivès, 1905, edizione in compendio, t. 4, p. 88.
2 – Citato in L. Marion, Histoire de l’Église, Paris, Pierre Téqui, 1932, t. III, pp. 279-280, n. 3.
3 – Citato in Jacques d’Arnoux, Les sept colonnes de l’héroïsme, Chiré-en-Montreuil, Éditions de Chiré, 1982, p. 35, n. 17.
4 – Citato in L. Marion, ibid., pp. 278-279, n. 3 in fine. Le citazioni potrebbero essere molteplici, ci limitiamo ad aggiungere questa: «Dalla mattina alla sera sono in ozio e ubriaco», estratto di una lettera del 1521 a Melantone, citato da Jacques d’Arnoux, p. 35. N. 17.
5 – Conferenza stampa in aereo, di ritorno dall’Armenia: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/june/documents/
papa-francesco_20160626_armenia-conferenza-stampa.html

6 – Viaggio in Germania, discorso al Consiglio della chiesa evangelica, Magonza, 17 novembre 1980: http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1980/november/
documents/hf_jp_ii_spe_19801117_chiesa-evangelica.html

7 - «di chi [è] la regione, di lui [sia] la religione» – Formula con la quale si designò l’obbligo dei sudditi di seguire la confessione religiosa del loro principe [NdT].
8 - L. Marion, Histoire de l’Église, Paris, Pierre Téqui, 1932, t. II, p. 523.
9 – Citato in Jacques Ploncard d’Assac, L’Église occupée, Chiré-en-Montreuil, éditions de Chiré, 1983, p. 10.
10 - In tedesco Karlstadt, dalla città in cui era nato Andreas Rudolf Bodenstein, che fu dapprima il maestro, poi il discepolo e infine l’avversario di Lutero, quando passò agli anabattisti.
11 – Questo trasferimento facilita il passaggio di certi príncipi al luteranesimo.
12 - 
Don J. Dedieu, Instabilité du protestantisme, Paris, Librairie Bloud & Gay, 1928, p. 33.
13 – Citato in Marion, ibid., t. III. p. 294.
14 – Dedieu, ibid., pp. 117-118.
15 – Ibid., p. 119.
16 – Ibid., p. 118.
17 – Fondato con l’accordo dell’Ordinario, Mons. Guillaume Briçonnet (1470-1534), contava come principale pensatore Jacques Lefèvre d’Étables (1455-1537).
18 – Affermazione riportata dal R. P. Henri-Charles Chéry, O. P., in L’offensive des sectes, Paris, Les éditions du Cerf, 1959, p. 75.
19 – Si tratta del parlare in altre lingue.
20 – Citiamo due delle sue opere: De jure belli ac pacis, e Mare liberum.
21 – S. Th., II-II, q. 57, a. 1.
22 – Legislativo, esecutivo e giudiziario. Il legislativo promulga le leggi, l’esecutivo ne assicura l’applicazione e il giudiziario sanziona le violazioni.
23 – Rousseau ha oscillato tra il calvinismo e il cattolicesimo; è difficile sapere se i suoi molteplici cambiamenti abbiano una spiegazione diversa dall’interesse del momento.
24 – Il bilancio della Francia conosceva un deficit abissale, che permise ai governi successivi che l’hanno accresciuto di chiedere ai Francesi dei contributi sempre più importanti. Tuttavia, a partire del 1 aprile 2016, tutti gli atti (analisi, consulti, ecografie…) legati all’interruzione volontaria della gravidanza sono stati rimborsati al 100% dalla Sécureté Sociale [Previdenza Sociale]; misura economicamente in contrasto con i discorsi tenuti abitualmente, ma che non lo è più se si colloca questa decisione nel quadro ideologico che l’ha prodotta.
25 – La fede ci illumina sulla conclusione di questa lotta.
26 – In particolare nel suo capolavoro La conjuration antichrétienne, pubblicato a Lille nel 1909 da Desclée-de-Brouwer. Quest’opera, esaurita da tempo, è stata ristampata recentemente dalle Éditions Saint-Remi. [Una versione ridotta in italiano è stata pubblicata da Effedieffe, nel 2015, col titolo L’americanismo e la congiura anticristiana]
27 – Leone XIII, enciclica Libertas prestantissimum, 20 giugno 1988.
28 - «Take away the supernatural, and wath remains is the innatural», in Heretics, pubblicato in Inghilterra nel 1905; è una raccolta di saggi pubblicati sul Daily News in tre anni [Ultimamente ripubblicato in italiano dalle Edizioni Lindau, Torino].
29 – La tripla concupiscenza: «La concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita» (1 Gv. 2, 16).
30 - Mons. Marcel Lefebvre, Dichiarazione del 21 novembre 1974.
http://www.unavox.it/Documenti/Doc0286_Dichiarazione_Lefebvre__21.11.1974.html

 

 


marzo 2017
AL SOMMARIO ARTICOLI DIVERSI




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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EDITORIALE
 

In questo 500mo anniversario della Riforma luterana, i cattolici  – soprattutto uomini di Chiesa e teologi – sembra abbiamo scelto di puntare su due aspetti: le sue intenzioni piuttosto che i contenuti dogmatici della Riforma e fare “un tratto di strada insieme”. Ma questo sposa già la prospettiva luterana perché si accettano due importanti presupposti.

Di Stefano Fontana

In questo 500mo anniversario della Riforma luterana, i cattolici  – soprattutto uomini di Chiesa e teologi – sembra abbiamo scelto di puntare su due aspetti. Il primo è quello delle intenzioni soggettive di Lutero piuttosto che i contenuti dogmatici della Riforma. Il secondo è di fare comunque “un tratto di strada insieme” indipendentemente dalle questioni dottrinali. A ben vedere, però, ambedue queste sottolineature sposano già la prospettiva luterana, sono interne alla Riforma in quanto ne accettano due importanti presupposti.

E’ evidente che la Riforma deve molto alla soggettività di Lutero, alla sua vicenda interiore, al suo carattere. La sua biografia sia psicologica che spirituale non va messa da parte. Su questo hanno scritto – e giustamente – in molti, da Jacques Maritain a Jean Guitton ad Angela Pellicciari. Però non va nemmeno assolutizzata, facendone l’unico focus.

La tendenza odierna è invece proprio questa, sostenendo che Lutero non voleva una rivoluzione ma una riforma della Chiesa. Fino a ieri la linea cattolica era di dire che la Riforma non è stata una riforma ma una rivoluzione. Ora si dice il contrario. Il cardinale Kasper nel suo ultimo libretto su Lutero edito dalla Morcelliana dice infatti: “Lutero era un uomo desideroso di rinnovamento, non un Riformatore. Con questa istanza evangelica Lutero si poneva nella lunga tradizione dei rinnovatori cattolici che lo avevano preceduto. Si pensi soprattutto a Francesco d’Assisi“.

Sembra che le cose siano poste in questo modo: le intenzioni originarie di Lutero erano buone e legittime, poi la storia ha prodotto ostacoli e intralci di vario genere, causati non da ultima dalla Chiesa cattolica, provocando anche difficoltà di comunicazione come scrive Padre Pani sul numero 4000 de “La Civiltà Cattolica”, sicché se si tolgono di mezzo gli ostacoli e le incomprensioni e se ci si ricollega alle intenzioni originarie di Lutero tutto può essere messo a posto. L’accostamento temerario tra Lutero e San Francesco la dice lunga sugli obiettivi di questa strategia.

Questa impostazione mette in secondo piano gli elementi di contenuto dottrinali della Riforma per incentrarsi sulla buona fede del testimone. Ma un testimone è attendibile non solo per la sua buona fede bensì anche per le verità che dice. La concentrazione sulle intenzioni soggettive di Lutero accoglie già l’impostazione luterana delle cose. La fede, infatti, è sia l’atto del soggetto che crede, sia il contenuto creduto (gli esperti parlano di fides qua e di fides quae). Ora, per il cattolico le due cose vanno tenute insieme, ma per il luterano no, vale solo la prima. La fede nel senso luterano del termine è un “fidarsi”, è una fede fiduciale in Cristo. Padre Coggi OP, nel suo ultimo libro su Lutero edito dallo Studio Domenicano di Bologna, spiega bene che quella di Lutero è una “fede senza dogmi”.

Concentrare l’attenzione solo sulle intenzioni soggettive di Lutero è quindi già un collocarsi nella prospettiva luterana della centralità della coscienza individuale e di una fede senza argomenti.

Anche l’altro aspetto su cui i cattolici insistono in questo cinquecentesimo anniversario presenta queste caratteristiche. “Fare una tratto di strada insieme” significa anteporre la prassi, un comune agire, alla dottrina. E’ difficile fare una simile proposta ai Riformati. Se si vuole fare un tratto di strada insieme nonostante le diversità dottrinali ci si dovrebbe rifare alla legge morale naturale, che però Lutero nega, in quanto frutto di una ragione “meretrice”. Non è difficile riscontrare, nel dialogo ecumenico, una notevole difficoltà a trovare accordi pratici per esempio sulle questioni di bioetica e biopolitica e sui cosiddetti “nuovi diritti”, il che dimostra come sia impossibile “camminare insieme” senza i dovuti chiarimenti dottrinali. 

In ogni caso, questa priorità della prassi sulla dottrina è una posizione tipicamente luterana. Il Monaco infatti era interessato non a conoscere ma a sentirsi in grazia, come acutamente fanno notare tanti suoi interpreti da Maritain a Coggi. Il suo interesse non era per Cristo in sé, ma per Cristo per lui. Egli mirava a fare esperienza della salvezza di Cristo, non a conoscerlo. Il suo intento, in altri termini, era eminentemente pratico. Anche tra i cattolici oggi si pensa alla fede più come esperienza che come conoscenza e viene da chiedersi se non sia per effetto dell’influenza protestante. La verità di Cristo viene in secondo piano per Lutero, che separa il Cristo della fede dal Cristo della storia. La demitizzazione del Vangelo potrebbe diventare anche totale, come cercherà di fare Rudolf Bultmann, ma ciò non intaccherebbe la fede, che non ha bisogno di argomenti. 

Come motivare la scelta di queste due ottiche così consenzienti nei confronti della Riforma se non come segno di una disponibilità perfino eccessiva ad affrettare i tempi su molte questioni ecumeniche spinose? 




LUTERO NON ERA UN RIFORMATORE MA RIVOLUZIONARIO ERETICO

Basta con le menzogne! C’è un limite a tutto! Nessun Vescovo e nessun Papa, in nome della pace e del dialogo o dell’ecumania, possono imporre una visione distorta della storia.

E’ di questi giorni la notizia di solite manovre occulte, per imporre alla Chiesa, visioni distorte della storia. In questo sito francese, vedi qui – è riportato che si sta svolgendo in Vaticano, fino al 31 marzo, un incontro dal titolo: «Lutero, 500 anni dopo. Una rilettura della Riforma luterana nel suo contesto storico ecclesiale» dove per concetto di “rilettura della Riforma” si intende con ciò RIABILITARE Lutero, riletto appunto distorcendo la storia. Infatti, in una conferenza stampa che si è tenuta ieri 22 marzo 2017, nella Sala Stampa della Santa Sede, il Presidente del Comitato, il Padre Ardura, assistito dal prof. Johannes Grohe, storico che insegna alla Pontificia Università della Santa Croce, ha spiegato ai giornalisti che questo seminario di studi consiste in «una ricerca della verità» in un contesto storico ed economico complesso:

«Lutero voleva fare inizialmente una riforma dall’interno, non voleva provocare uno scisma» – ha dichiarato. «All’inizio voleva fare una riforma all’interno della Chiesa, come è stato spesso il caso nel corso dei secoli. Egli compì un cammino spirituale, il punto di partenza quindi era buono. Ma in seguito ci sono state delle pressioni da tutti i lati, degli elementi che sono sopraggiunti dall’esterno, storici, politici ed economici, che hanno influenzato l’evoluzione della stessa Riforma e hanno condotto alla rottura.»

Insomma, detto in breve, il Padre Ardura, mentre afferma da un lato di non sapere se Papa Francesco voglia riabilitare Lutero, dall’altro professa, abusivamente – diciamo chiaro -, che cattolici e protestanti hanno «una comunione nella stessa fede», grazie ad «un accordo tra le due Chiese»!

Tutto ciò E’ FALSO! Clamorosamente falso! Mentono sapendo di mentire, e questo è inaccettabile! In questo link – Ripensando  Lutero – avevamo già dato prova, attraverso il domenicano Padre Coggi, che questa visione benevola, ma modernista, delle azioni di Lutero, non erano affatto di RIFORMA ma di  RIVOLUZIONE. Lutero è stato un rivoluzionario, non un riformatore. Chi sono infatti i veri Riformatori? SONO I SANTI e non gli ereticiSant’Ignazio di Lojola fonda la Compagnia per contrastare l’eresia luterana, senza alcun patteggiamento, senza alcun compromesso!

Lutero inizia la sua avventura NON per una benevola Riforma interna alla Chiesama perché NON sopportava più il voto celibatario. In quanto monaco agostiniano, non accettava più di doversi “contenere” e da qui inizia senza dubbio la sua “bella” ricerca del Volto misericordioso di Dio, ma lo fa per un motivo personale soggettivo, che appartiene alle incontinenze e non al cuore… Il suo interessamento contro i vizi e i peccati nella Chiesa, la vendita delle indulgenze, ed altre immoralità, è solo una fase successiva che sarà usata da Lutero come manganello e ricatto.

Nei vari racconti biografici e storici, si evincono due periodi di Lutero durante la sua permanenza da monaco: la prima parte molto regolare e serena, ma sopraggiunta una certa rilassatezza e a causa di un temperamento eccitabile e nervoso, cominciò a non sopportare più le privazioni soprattutto quelle legate al celibato e dunque alla continenza e piuttosto che ammettere di non essere magari portato alla vita monastica, tentò di trovare nella Scrittura una sorta di “nuova giustificazione” ai suoi tormenti e tentazioni legate sempre alla concupiscenza, alla carne. Lutero era tormentato dal sentimento di trovarsi sempre in uno stato di peccato e fatte le dovute confessioni, penitenze, digiuni ripetuti con ansia sempre più inquieta, cede davanti al dubbio atroce di non poter resistere davanti all’inesorabile maestà di Dio; di qui inizia l’atroce dubbio di ritrovarsi nel numero dei dannati. Questa tensione crebbe a livelli davvero esasperati da farlo diventare davvero morbosamente angoscioso ed inquieto.

I veri motivi, spiega poi nel libro Padre Coggi, furono di natura strettamente teologica e soprattutto legati al dramma interiore che egli viveva…. Anche il domenicano Padre Riccardo Barile – vedi qui – ha espresso chiarissimamente in un articolo a La Nuova Bussola Quotidiana del novembre scorso, una preoccupante riflessione: “Ferma restando la necessità del dialogo ecumenico, è però importante rendersi conto che non è vero che tra cattolici e luterani ci unisce la fede e ci dividono solo delle interpretazioni teologiche. È vero invece che sui sacramenti, l’Eucarestia, l’approccio alle Scritture, il ministero sacerdotale, la Messa come sacrificio, la Madonna è proprio la fede che ci divide…”

Lutero ROMPE CON LA FEDE DELLA CHIESA da subito, fin dall’inizio della sua ricerca del Volto misericordioso di Dio, negando, poiché non lo accettava, la dottrina MORALE della Chiesa Cattolica. Per Lutero doveva esserci UN’ALTRA interpretazione della Scrittura e finisce per trovarla con il suo metodo: il “Sola Scriptura”, ossia, abbandonare tutto il magistero dei Papi e RILEGGERE quello patristico e la Scrittura, in senso letterale e UMANO, soggettivo, orizzontale.

Quale vero RIFORMATORE ha reagito in questo modo? Ditecelo, ve ne preghiamo, portateci qualche esempio concreto perché noi non ne abbiamo trovati.

Quando nel Libro del Siracide 16,13 troviamo scritto: “Tanto grande la sua misericordia, quanto grande la sua severità; egli giudicherà l’uomo secondo le sue opere…” Lutero lo cancella, risolve il problema relegando questi Libri nell’indice, e con quale autorità fece questo? Lutero mette da parte il concetto delle “opere” perché sa bene che significa che avrebbe dovuto resistere semplicemente alle tentazioni della carne (opera volontaria del libero arbitrio dell’uomo, ma negato da Lutero), e non trovare la scorciatoia, da qui inventa il “Sola fidei”, cioè, non siamo salvati per le opere, ma solo per la fede, da qui il famoso “pecca quanto vuoi, purché tu abbi fiducia salda, che Cristo copre i tuoi peccati con la sua giustizia…”

Scriveva la Civiltà Cattolica nel 1918, quando era ancora cattolica, vedi qui testo originale – “tutto il sistema di Lutero riposa sul falso: nella Scrittura non c’è un testo che lo legittimi. Lutero con audacia bronzea torse in parte violentemente la Scrittura, e in parte vi sostituì le sue falsificazioni… “.

E’ forse cambiata la Scrittura, oggi, e non ce ne siamo accorti, o cos’altro di ben peggiore sta accadendo nella Chiesa di oggi? Questi Pastori odierni, apostati ed eretici, ben sapendo che non possono usare la Scrittura per legittimare Lutero, cosa stanno facendo? Lo fanno apparire come VITTIMA DELL’OSCURANTISMO CATTOLICO DI IERI. E così “Lutero non fu compreso”…. Lutero non voleva rompere con la Chiesa, è ovvio, pretendeva solo che la Chiesa modificasse la sua dottrina secondo la sua interpretazione. Ed infatti: non è che la chiesa odierna si è un tantino protestantizzata tanto da abbracciare le tesi di Lutero, in campo dottrinale, e di conseguenza riabilitarlo nel tentativo di dare forza alle sue nuove rivendicazioni moderniste? Provateci il contrario! Portate le prove per dirci che siamo in torto!

E attenzione, qui il Concilio Vaticano II non c’azzecca nulla! Qui siamo oltre, siamo forse ad un Vaticano III senza accorgercene? Il secondo infatti ammoniva: “Gli episodi della così detta ‘intercomunione’, registrati in questi ultimi mesi, si iscrivono in questa linea, che non è la buona e che dobbiamo lealmente riprovare. Ricordiamo il Concilio, il quale ‘esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell’unità’ (Unitatis redintegratio n. 24)”.

Vogliamo concludere queste riflessioni invitandovi AD UNA RESISTENZA A NON ACCETTARE ALCUNA RIABILITAZIONE DI LUTERO (e nessun Papa può imporlo, fino a prova contraria), attraverso le parole della Civiltà Cattolica del 1918, che suonano davvero come profezia per questi nostri tempi:

Questo è il Lutero storico, cioè, vero. I suoi partigiani, numerosi come legione e inconcussi più che scogli, lo possono esaltare come e quanto vogliono fino alle stelle.. (…) In questa sfera Lutero fu forse il più grande figlio “del mondo”: iniziò il movimento di ribellione contro ogni autorità che non sia la forza di ferro, aprì il campo del soggettivismo, vide le cose non come erano, ma come voleva che fossero, fece legge morale il placito della sua volontà…

Se così non fosse, dovremo forse dare ragione a Lutero quando predicava che: “Dalla nostra parte sta il Cristo, dalla parte del papa sta il diavolo!”  giudicate voi! ma non possono avere ragione entrambi!

Consigliamo vivamente, a chi volesse approfondire i fatti, i seguenti libri:

– Angela Pellicciari, Martin Lutero;

– Angela Pellicciari, Martin Lutero il lato oscuro di un rivoluzionario;

– Padre Roberto Coggi O.P. Ripensando Lutero

   



[Modificato da Caterina63 05/04/2017 17.03]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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05/04/2017 17.04
 
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LETTERA ENCICLICA
MORTALIUM ANIMOS
DI SUA SANTITÀ 
PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, 
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI 
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI 
CHE HANNO PACE E COMUNIONE 
CON LA SEDE APOSTOLICA

SULLA DIFESA DELLA VERITÀ
RIVELATA DA GESÙ 

Risultati immagini per Pio XI

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Forse in passato non è mai accaduto che il cuore delle creature umane fosse preso come oggi da un così vivo desiderio di fraternità — nel nome della stessa origine e della stessa natura — al fine di rafforzare ed allargare i rapporti nell’interesse della società umana. Infatti, quantunque le nazioni non godano ancora pienamente i doni della pace, ed anzi in talune località vecchi e nuovi rancori esplodano in sedizioni e lotte civili, né d’altra parte è possibile dirimere le numerosissime controversie che riguardano la tranquillità e la prosperità dei popoli, ove non intervengano l’azione e l’opera concorde di coloro che governano gli Stati e ne reggono e promuovono gli interessi, facilmente si comprende — tanto più che convengono ormai tutti intorno all’unità del genere umano — come siano molti coloro che bramano vedere sempre più unite tra di loro le varie nazioni, a ciò portate da questa fratellanza universale.

Un obiettivo non dissimile cercano di ottenere alcuni per quanto riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Cristo Signore. Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio.

Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. Non è forse giusto — si va ripetendo — anzi non è forse conforme al dovere che quanti invocano il nome di Cristo si astengano dalle reciproche recriminazioni e si stringano una buona volta con i vincoli della vicendevole carità? E chi oserebbe dire che ama Cristo se non si adopera con tutte le forze ad eseguire il desiderio di Lui, che pregò il Padre perché i suoi discepoli « fossero una cosa sola »? [1]. E lo stesso Gesù Cristo non volle forse che i suoi discepoli si contrassegnassero e si distinguessero dagli altri per questa nota dell’amore vicendevole: « In ciò conosceranno tutti che siete miei discepoli se vi amerete l’un l’altro»? [2]. E volesse il Cielo, soggiungono, che tutti quanti i cristiani fossero « una cosa sola »; sarebbero assai più forti nell’allontanare la peste dell’empietà, la quale, serpeggiando e diffondendosi ogni giorno più, minaccia di travolgere il Vangelo.

Questi ed altri simili argomenti esaltano ed eccitano coloro che si chiamano pancristiani, i quali, anziché restringersi in piccoli e rari gruppi, sono invece cresciuti, per così dire, a schiere compatte, riunendosi in società largamente diffuse, per lo più sotto la direzione di uomini acattolici, pur fra di loro dissenzienti in materia di fede. E intanto si promuove l’impresa con tale operosità, da conciliarsi qua e là numerose adesioni e da cattivarsi perfino l’animo di molti cattolici con l’allettante speranza di riuscire ad un’unione che sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, alla quale certo nulla sta maggiormente a cuore che il richiamo e il ritorno dei figli erranti al suo grembo. Ma sotto queste insinuanti blandizie di parole si nasconde un errore assai grave che varrebbe a scalzare totalmente i fondamenti della fede cattolica.

Pertanto, poiché la coscienza del Nostro Apostolico ufficio ci impone di non permettere che il gregge del Signore venga sedotto da dannose illusioni, richiamiamo, Venerabili Fratelli, il vostro zelo contro così grave pericolo, sicuri come siamo che per mezzo dei vostri scritti e della vostra parola giungeranno più facilmente al popolo (e dal popolo saranno meglio intesi) i princìpi e gli argomenti che siamo per esporre. Così i cattolici sapranno come giudicare e regolarsi di fronte ad iniziative intese a procurare in qualsivoglia maniera l’unione in un corpo solo di quanti si dicono cristiani.

Dio, Fattore dell’Universo, Ci creò perché lo conoscessimo e lo servissimo; ne segue che Egli ha pieno diritto di essere da noi servito. Egli avrebbe bensì potuto, per il governo dell’uomo, prescrivere soltanto la pura legge naturale, da lui scolpitagli nel cuore nella stessa creazione, e con ordinaria sua provvidenza regolare i progressi di questa medesima legge. Invece preferì imporre dei precetti ai quali ubbidissimo e nel corso dei secoli, ossia dalle origini del genere umano alla venuta e alla predicazione di Gesù Cristo, Egli stesso volle insegnare all'uomo i doveri che legano gli esseri ragionevoli al loro Creatore: « Iddio, che molte volte e in diversi modi aveva parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del figlio » [3]. Dal che consegue non potersi dare vera religione fuori di quella che si fonda sulla parola rivelata da Dio, la quale rivelazione, cominciata da principio e continuata nell’Antico Testamento, fu compiuta poi nel Nuovo dallo stesso Gesù Cristo. Orbene, se Dio ha parlato, e che abbia veramente parlato è storicamente certo, tutti comprendono che è dovere dell’uomo credere assolutamente alla rivelazione di Dio e ubbidire in tutto ai suoi comandi: e appunto perché rettamente l’una cosa e l’altra noi adempissimo, per la gloria divina e la salvezza nostra, l’Unigenito Figlio di Dio fondò sulla terra la sua Chiesa. Quanti perciò si professano cristiani non possono non credere alla istituzione di una Chiesa, e di una Chiesa sola, per opera di Cristo; ma se s’indaga quale essa debba essere secondo la volontà del suo Fondatore, allora non tutti sono consenzienti. Fra essi, infatti, un buon numero nega, per esempio, che la Chiesa di Cristo debba essere visibile, almeno nel senso che debba apparire come un solo corpo di fedeli, concordi in una sola e identica dottrina, sotto un unico magistero e governo, intendendo per Chiesa visibile nient’altro che una Confederazione formata dalle varie comunità cristiane, benché aderiscano chi ad una chi ad altra dottrina, anche se dottrine fra loro opposte. Invece Cristo nostro Signore fondò la sua Chiesa come società perfetta, per sua natura esterna e sensibile, affinché proseguisse nel tempo avvenire l’opera della salvezza del genere umano, sotto la guida di un solo capo [4], con l’insegnamento a viva voce [5], con l'amministrazione dei sacramenti, fonti della grazia celeste [6]; perciò Egli la dichiarò simile ad un regno [7], a una casa [8], ad un ovile [9], ad un gregge [10]. Tale Chiesa così meravigliosamente costituita, morti il suo Fondatore e gli Apostoli, che primi la propagarono, non poteva assolutamente cessare ed estinguersi, poiché ad essa era stato affidato il compito di condurre alla salvezza eterna tutti gli uomini, senza distinzione di tempo e di luogo: « Andate adunque e insegnate a tutte le genti » [11]. Ora, nel continuo adempimento di questo ufficio, potranno forse venir meno alla Chiesa il valore e l’efficacia, se è continuamente assistita dallo stesso Cristo, secondo la solenne promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo »? [12].

Necessariamente, quindi, non solo la Chiesa di Cristo deve sussistere oggi e in ogni tempo, ma anzi deve sussistere quale fu al tempo apostolico, se non vogliamo dire — il che è assurdo — che Cristo Signore o sia venuto meno al suo intento, o abbia errato quando affermò che le porte dell’inferno non sarebbero mai prevalse contro la Chiesa [13].

E qui si presenta l’opportunità di chiarire e confutare una falsa opinione, da cui sembra dipenda tutta la presente questione e tragga origine la molteplice azione degli acattolici, operante, come abbiamo detto, alla riunione delle Chiese cristiane.

I fautori di questa iniziativa quasi non finiscono di citare le parole di Cristo: « Che tutti siano una cosa sola … Si farà un solo ovile e un solo pastore » [14], nel senso però che quelle parole esprimano un desiderio e una preghiera di Gesù Cristo ancora inappagati. Essi sostengono infatti che l’unità della fede e del governo — nota distintiva della vera e unica Chiesa di Cristo — non sia quasi mai esistita prima d’ora, e neppure oggi esista; essa può essere sì desiderata e forse in futuro potrebbe anche essere raggiunta mediante la buona volontà dei fedeli, ma rimarrebbe, intanto, un puro ideale. Dicono inoltre che la Chiesa, per sé o di natura sua, è divisa in parti, ossia consta di moltissime chiese o comunità particolari, le quali, separate sinora, pur avendo comuni alcuni punti di dottrina, differiscono tuttavia in altri; a ciascuna competono gli stessi diritti; la Chiesa al più fu unica ed una dall’età apostolica sino ai primi Concili Ecumenici. Quindi soggiungono che, messe totalmente da parte le controversie e le vecchie differenze di opinioni che sino ai giorni nostri tennero divisa la famiglia cristiana, con le rimanenti dottrine si dovrebbe formare e proporre una norma comune di fede, nella cui professione tutti si possano non solo riconoscere, ma sentire fratelli; e che soltanto se unite da un patto universale, le molte chiese o comunità saranno in grado di resistere validamente con frutto ai progressi dell’incredulità.

Così, Venerabili Fratelli, si va dicendo comunemente. Vi sono però taluni che affermano e ammettono che troppo sconsigliatamente il Protestantesimo rigettò alcuni punti di fede e qualche rito del culto esterno, certamente accettabili ed utili, che la Chiesa Romana invece conserva. Ma tosto soggiungono che questa stessa Chiesa corruppe l’antico cristianesimo aggiungendo e proponendo a credere parecchie dottrine non solo estranee, ma contrarie al Vangelo, tra le quali annoverano, come principale, quella del Primato di giurisdizione, concesso a Pietro e ai suoi successori nella Sede Romana. Tra costoro ci sono anche alcuni, benché pochi in verità, i quali concedono al Romano Pontefice un primato di onore o una certa giurisdizione e potestà, facendola però derivare non dal diritto divino, ma in certo qual modo dal consenso dei fedeli; altri giungono perfino a volere lo stesso Pontefice a capo di quelle loro, diciamo così, variopinte riunioni. Che se è facile trovare molti acattolici che predicano con belle parole la fraterna comunione in Gesù Cristo, non se ne rinviene uno solo a cui cada in mente di sottomettersi al governo del Vicario di Gesù Cristo o di ubbidire al suo magistero. E intanto affermano di voler ben volentieri trattare con la Chiesa Romana, ma con eguaglianza di diritti, cioè da pari a pari; e certamente se potessero così trattare, lo farebbero con l’intento di giungere a una convenzione la quale permettesse loro di conservare quelle opinioni che li tengono finora vaganti ed erranti fuori dell’unico ovile di Cristo.

A tali condizioni è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo. Ma potremo Noi tollerare l’iniquissimo tentativo di vedere trascinata a patteggiamenti la verità, la verità divinamente rivelata? Ché qui appunto si tratta di difendere la verità rivelata. Gesù Cristo inviò per l’intero mondo gli Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni; e perché in nulla avessero ad errare volle che anzitutto essi fossero ammaestrati in ogni verità, dallo Spirito Santo [15]; forse che questa dottrina degli Apostoli venne del tutto a meno o si offuscò talvolta nella Chiesa, diretta e custodita da Dio stesso? E se il nostro Redentore apertamente disse che il suo Vangelo riguardava non solo il periodo apostolico, ma anche le future età, poté forse l’oggetto della fede, col trascorrere del tempo, divenire tanto oscuro e incerto da doversi tollerare oggi opinioni fra loro contrarie? Se ciò fosse vero, si dovrebbe parimenti dire che la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e la perpetua permanenza nella Chiesa dello stesso Spirito e persino la predicazione di Gesù Cristo da molti secoli hanno perduto ogni efficacia e utilità: affermare ciò sarebbe bestemmia. Inoltre, l’Unigenito Figlio di Dio non solo comandò ai suoi inviati di ammaestrare tutti i popoli, ma anche obbligò tutti gli uomini a prestar fede alle verità che loro fossero annunziate « dai testimoni preordinati da Dio » [16], e al suo precetto aggiunse la sanzione « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato » [17].

Ma questo doppio comando di Cristo, da osservarsi necessariamente, d’insegnare cioè e di credere per avere l’eterna salvezza, neppure si potrebbe comprendere se la Chiesa non proponesse intera e chiara la dottrina evangelica e non fosse immune da ogni pericolo di errore nell’insegnarla. Perciò è lontano dal vero chi ammette sì l’esistenza in terra di un deposito di verità, ma pensa poi che sia da cercarsi con tanto faticoso lavoro, con tanto diuturno studio e dispute, che a mala pena possa bastare la vita di un uomo per trovarlo e goderne; quasi che il benignissimo Iddio avesse parlato per mezzo dei Profeti e del suo Unigenito perché pochi soltanto, e già molto avanzati negli anni, imparassero le verità rivelate, e non per imporre una dottrina morale che dovesse reggere l’uomo in tutto il corso della sua vita.

Potrà sembrare che questi pancristiani, tutti occupati nell’unire le chiese, tendano al fine nobilissimo di fomentare la carità fra tutti i cristiani; ma come mai potrebbe la carità riuscire in danno della fede? Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, San Giovanni (il quale nel suo Vangelo pare abbia svelato i segreti del Cuore sacratissimo di Gesù che sempre soleva inculcare ai discepoli il nuovo comandamento: « Amatevi l’un l’altro »), ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: « Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno » [18]. Quindi, appoggiandosi la carità, come su fondamento, sulla fede integra e sincera, è necessario che i discepoli di Cristo siano principalmente uniti dal vincolo dell’unità della fede.

Come dunque si potrebbe concepire una Confederazione cristiana, i cui membri, anche quando si trattasse dell’oggetto della fede, potessero mantenere ciascuno il proprio modo di pensare e giudicare, benché contrario alle opinioni degli altri? E in che modo, di grazia, uomini che seguono opinioni contrarie potrebbero far parte di una sola ed eguale Confederazione di fedeli? Come, per esempio, chi afferma che la sacra Tradizione è fonte genuina della divina Rivelazione e chi lo nega? Chi tiene per divinamente costituita la gerarchia ecclesiastica, formata di vescovi, sacerdoti e ministri, e chi asserisce che è stata a poco a poco introdotta dalla condizione dei tempi e delle cose? Chi adora Cristo realmente presente nella santissima Eucaristia per quella mirabile conversione del pane e del vino, che viene detta transustanziazione, e chi afferma che il Corpo di Cristo è ivi presente solo per la fede o per il segno e la virtù del Sacramento? Chi riconosce nella stessa Eucaristia la natura di sacrificio e di Sacramento, e chi sostiene che è soltanto una memoria o commemorazione della Cena del Signore? Chi Stima buona e utile la supplice invocazione dei Santi che regnano con Cristo, soprattutto della Vergine Madre di Dio, e la venerazione delle loro immagini, e chi pretende che tale culto sia illecito, perché contrario all’onore « dell’unico mediatore di Dio e degli uomini » [19], Gesù Cristo? Da così grande diversità d’opinioni non sappiamo come si prepari la via per formare l’unità della Chiesa, mentre questa non può sorgere che da un solo magistero, da una sola legge del credere e da una sola fede nei cristiani; sappiamo invece benissimo che da quella diversità è facile il passo alla noncuranza della religione, cioè all’indifferentismo e al cosiddetto modernismo, il quale fa ritenere, da chi ne è miseramente infetto, che la verità dogmatica non è assoluta, ma relativa, cioè proporzionata alle diverse necessità dei tempi e dei luoghi e alle varie tendenze degli spiriti, non essendo essa basata sulla rivelazione immutabile, ma sull’adattabilità della vita. Inoltre in materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli. La virtù soprannaturale della fede, avendo per causa formale l’autorità di Dio rivelante, non permette tale distinzione. Sicché tutti i cristiani prestano, per esempio, al dogma della Immacolata Concezione la stessa fede che al mistero dell’Augusta Trinità, e credono all’Incarnazione del Verbo non altrimenti che al magistero infallibile del Romano Pontefice, nel senso, naturalmente, determinato dal Concilio Ecumenico Vaticano. Né per essere state queste verità con solenne decreto della Chiesa definitivamente determinate, quali in un tempo quali in un altro, anche se a noi vicino, sono perciò meno certe e meno credibili? Non le ha tutte rivelate Iddio? Il magistero della Chiesa — che per divina Provvidenza fu stabilito nel mondo affinché le verità rivelate si conservassero sempre incolumi, e facilmente e con sicurezza giungessero a conoscenza degli uomini, — benché quotidianamente si eserciti dal Romano Pontefice e dai Vescovi in comunione con lui, ha però l’ufficio di procedere opportunamente alla definizione di qualche punto con riti e decreti solenni, se accada di doversi opporre più efficacemente agli errori e agli assalti degli eretici, oppure d’imprimere nelle menti dei fedeli punti di sacra dottrina più chiaramente e profondamente spiegati. Però con questo uso straordinario del magistero non si introducono invenzioni né si aggiunge alcunché di nuovo al complesso delle dottrine che, almeno implicitamente, sono contenute nel deposito della Rivelazione divinamente affidato alla Chiesa, ma si dichiarano i punti che a parecchi forse ancora potrebbero sembrare oscuri, o si stabiliscono come materia di fede verità che prima da taluno si reputavano controverse.

Pertanto, Venerabili Fratelli, facilmente si comprende come questa Sede Apostolica non abbia mai permesso ai suoi fedeli d’intervenire ai congressi degli acattolici; infatti non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono: a quella sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti. Poiché la mistica Sposa di Cristo nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi, secondo le parole di Cipriano: «Non può adulterarsi la Sposa di Cristo: è incorrotta e pudica. Conosce una casa sola, custodisce con casto pudore la santità di un solo talamo » [20]. Pertanto lo stesso santo Martire a buon diritto grandemente si meravigliava come qualcuno potesse credere « che questa unità la quale procede dalla divina stabilità ed è saldata per mezzo di sacramenti celesti, possa scindersi nella Chiesa e separarsi per dissenso di volontà discordanti » [21]. Essendo il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa [22] uno, ben connesso [23]; e solidamente collegato, come il suo corpo fisico, sarebbe grande stoltezza dire che il corpo mistico possa essere il risultato di componenti disgiunti e separati. Chiunque perciò non è con esso unito, non è suo membro né comunica con il capo che è Cristo [24].

Orbene, in quest’unica Chiesa di Cristo nessuno si trova, nessuno vi resta senza riconoscere e accettare, con l’ubbidienza, la suprema autorità di Pietro e dei suoi legittimi successori. E al Vescovo Romano, come a Sommo Pastore delle anime, non ubbidirono forse gli antenati di coloro che sono annebbiati dagli errori di Fozio e dei riformatori? Purtroppo i figli abbandonarono la casa paterna, ma non per questo essa andò in rovina, sostenuta come era dal continuo aiuto di Dio. Ritornino dunque al Padre comune; e questi, dimenticando le ingiurie già scagliate contro la Sede Apostolica, li riceverà con tutto l’affetto del cuore. Che se, come dicono, desiderano unirsi con Noi e con i Nostri, perché non si affrettano ad entrare nella Chiesa, « madre e maestra di tutti i seguaci di Cristo » [25]?

Ascoltino le affermazioni di Lattanzio: a « Soltanto … la Chiesa cattolica conserva il culto vero. Essa è la fonte della verità; questo è il domicilio della fede, questo il tempio di Dio; se qualcuno non vi entrerà, o da esso uscirà, resterà lontano dalla speranza della vita e della salvezza. E non conviene cercare d’ingannare se stesso con dispute pertinaci. Qui si tratta della vita e della salvezza: se a ciò non si provvede con diligente cautela, esse saranno perdute e si estingueranno » [26].

Dunque alla Sede Apostolica, collocata in questa città che i Prìncipi degli Apostoli Pietro e Paolo consacrarono con il loro sangue; alla Sede « radice e matrice della Chiesa cattolica » [27], ritornino i figli dissidenti, non già con l’idea e la speranza che la « Chiesa del Dio vivo, colonna e sostegno della verità » [28] faccia getto dell’integrità della fede e tolleri i loro errori, ma per sottomettersi al magistero e al governo di lei.

Volesse il cielo che toccasse a Noi quanto sinora non toccò ai nostri predecessori, di poter abbracciare con animo di padre i figli che piangiamo separati da Noi per funesta divisione; oh! se il nostro divin Salvatore « il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità » [29], ascoltando le Nostre ardenti preghiere si degnasse richiamare all’unità della Chiesa tutti gli erranti! Per tale obiettivo, senza dubbio importantissimo, disponiamo e vogliamo che si invochi l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della divina grazia, debellatrice di tutte le eresie, aiuto dei Cristiani, affinché quanto prima ottenga il sorgere di quel desideratissimo giorno, quando gli uomini udiranno la voce del Suo divin Figlio « conservando l’unità dello Spirito nel vincolo della pace » [30].

Voi ben comprendete, Venerabili Fratelli, quanto desideriamo questo ritorno; e bramiamo che ciò sappiano tutti i figli Nostri, non soltanto i cattolici, ma anche i dissidenti da Noi: i quali, se imploreranno con umile preghiera i lumi celesti, senza dubbio riconosceranno la vera Chiesa di Cristo e in essa finalmente entreranno, uniti con Noi in perfetta carità. Nell’attesa di tale avvenimento, auspice dei divini favori e testimone della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo di tutto cuore l’Apostolica Benedizione.

 Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, festa della Epifania di N.S. Gesù Cristo, l’anno 1928, sesto del Nostro Pontificato.

 

PIUS PP. XI 


[1Ioann., XVII, 21.

[2Ioann., XIII, 35.

[3Hebr., I, 1 seq.

[4] Matth., XVI, 18 seq.: Luc., XXII, 32; Ioann., XXI, 15-17.

[5Marc., XVI, 15.

[6Ioann., III, 5; VI,48-59; XX, 22 seq.; cf. Matth., XVIII, 18; etc.

[7Matth., XIII

[8] Cf. Matth., XVI, 18.

[9Ioann., X, 16.

[10Ioann., XXI, 15-17.

[11Matth., XXVIII, 19.

[12Matth., XXVIII, 20.

[13Matth., XVI, 18.

[14Ioann., XVII, 21; X, 16.

[15] Ioann., XVI, 13. 1

[16Act., X, 41.

[17Marc., XVI, 16.

[18II Ioann., 10.

[19] Cf. I Tim., II, 5.

[20De cath. Ecclesiae unitate, 6.

[21Ibidem.

[22I Cor., XII, 12.

[23Eph., IV, 15.

[24] Cf. Eph., V, 30; I, 22.

[25] Conc. Lateran. IV, c. 5.

[26Divin instit., IV, 30, 11-12.

[27] S. Cypr., Ep. 48 ad Cornelium, 3.

[28I Tim., 111, 15.

[29I Tim., II, 4.

[30] Eph., IV, 3.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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