DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Quando e come un Papa favorisce l'eresia... (2)

Ultimo Aggiornamento: 15/06/2017 08.29
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20/12/2016 14.38
 
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 la situazione è attualmente aggrovigliata che non possiamo ignorare i fatti che stanno avvenendo. Apriamo una seconda pagina (essendo saturata la prima  - vedi qui - anche con oltre semila visite in pochi mesi), per continuare a spiegare che noi, qui, non giudichiamo affatto il Santo Padre Francesco, bensì discutiamo sul suo pensiero poco cattolico, portandovi i fatti, le prove, i testi..... Qui non si fanno processi alle persone, men che meno al Papa, ma abbiamo il dovere di giudicare i fatti, i testi, le parole, i pensieri....


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Dal vangelo secondo Scalfari, “ispirato” da Francesco (di mestiere papa)

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I grandi difensori di Papa Francesco continuano a sostenere che certe “confidenze” private all’amico Scalfari, non sono magistero ufficiale del Papa e, di conseguenza, non ci riguarda. Tuttavia, queste confidenze, vengono poi rese pubbliche dal sito ufficiale de L’Osservatore Romano che, non per nulla, si chiama la “voce del Papa”, e qui vengono pubblicati i Documenti ufficiali del ministero petrino. Quindi non è giustificato il dire che ciò che il Papa dice – in confidenza – all’amico Scalfari o ad altri, non ci riguarda, dal momento che queste confidenze sono di dominio pubblico.

E le ultime “confidenze” sono davvero drammatiche a livello dottrinale. Scalfari arriva a descrivere un “vangelo nuovo” scaturito  dalle riflessioni che egli attribuisce a Papa Francesco, ma che il Papa non smentisce. E sono pensieri gravissimi, eretici, senza sé e senza ma, sono eretici. Qui troverete il testo integrale di Scalfari. Ecco alcune “perle”:

– nel “nuovo vangelo” secondo Scalfari: per Bergoglio il sacerdozio è secondario, e così sarebbe stato nei primi tempi del cristianesimo, tesi luterana che Bergoglio appoggia, secondo Scalfari, ma anche tesi condannata dal concilio di Trento… da qui il luteranesimo, pur tenendosi i “vescovi” ha eliminato di fatto il clero inventandosi i “pastori” senza alcun sacramento dell’Ordine Sacro… Secondo il vangelo di Scalfari, Bergoglio gli avrebbe confidato che Gesù ha istituito SOLO due Sacramenti, il resto “sono venuti DOPO”… dando così l’impressione di sostenere la tesi protestante…. che di fatto ha tolto gli altri sacramenti;

– nel “nuovo vangelo” secondo Scalfari: Bergoglio è d’accordo non sull’unicità di Dio (dottrina cattolica) ma su un dio unico per il mondo (tesi mondialista e dell’Anticristo di Soloviev);

– nel “nuovo vangelo” secondo Scalfari: per Bergoglio, naturalmente è sempre Scalfari che racconta, ma le definisce “confidenze”, Gesù è “realmente un uomo con tutte le passioni, le debolezze, le virtù d’un uomo (qui manca di unirci Dan Brown con la Maddalena sposa di Gesù e siamo a posto!);

Quest’ultima novità è di una gravità, perché detta da un Papa, o a lui attribuita dal suo amico, senza precedenti nella storia della Chiesa. Gesù è Dio e di conseguenza non essendoci in Lui il germe del “Peccato Originale” non vi è neppure la concupiscenza della carne che è la nostra debolezza umana. Se in Maria Vergine, Concepita Immacolata, è stata preservata dal peccato originale come dice il dogma, in Cristo non è un dogma della Chiesa che stabilisce l’innocenza di Gesù, bensì è proprio la Sua situazione di “Dio incarnato” ad offrire a Maria questa primizia di innocenza e alla Sua Chiesa LA VERITA’ ASSOLUTA.

Il Verbo Divino, nato appunto da un grembo verginale reso immune dal peccato originale, essendo Dio vivo e vero, non recava con Se le debolezze e le virtù degli uomini. Il pensiero attribuito al Papa è gravissimo perché attribuisce, persino all’uomo, virtù – ma capovolgendo il donatore – che Dio avrebbe assunto in Se con l’incarnazione mentre – queste virtù – sono suoi, sono DONI DI DIO nella coscienza originale dell’uomo, prima del peccato, e che a causa di questo l’uomo ha dimenticato.

Gesù non aveva in sé nessuna debolezza! E l’unica passione che lo animava, in quanto uomo, era quella giustizia divina che l’uomo aveva ricevuto prima del peccato originale, e che questi ha oscurato, offuscato, fatto dimenticare.

Nel Getsemani non vi è affatto “la debolezza del Cristo”, ma quella lotta giusta che fu abbandonata dal peccato originale: l’uomo ha per istinto la sopravvivenza, ed ha in orrore la morte (entrata per invidia del demonio), il soffrire – nel Libro di Giobbe è spiegato assai bene – inoltre Gesù non soffre per “se stesso” in quel frangente nell’orto degli Ulivi, ma “vede” tutto il male degli uomini in ogni tempo, fino alla fine, e ne ha orrore. Da qui la supplica al Padre: “se puoi allontana da me questo calice…”Questa supplica non è l’indice di una debolezza del Cristo, al contrario, è la prova – anche – della nostra sofferenza nei confronti della giustizia, della verità, del recupero dell’uomo afflitto dal peccato originale.

Il Peccato originale, oltre che con il Battesimo che ci dona la Grazia, ci rende Figli adottivi di Dio in senso proprio, lo si vince con ATTI DI VOLONTA’ al progetto di salvezza del Padre. Questo è il Getzemani che ogni uomo deve superare. Gesù anche nel Getzemani insegna, è maestro, sulla propria pelle, di come l’uomo può vincere. Egli assumendo su di sé il peccato degli uomini, soffre nella carne quello che l’uomo soffre nell’anima.

È gravissimo che un Pontefice confidi ad un amico ateo – e gaio di esserlo – che Gesù Cristo avrebbe incarnato in se anche le debolezze degli uomini le quali provengono esclusivamente dal Peccato Originale.

È gravissimo che un Pontefice confidi ad un amico ateo – e gaio di esserlo – che il sacerdozio è roba secondaria, ed è FALSO affermare che: “Così avveniva nei primi secoli del cristianesimo, quando i Sacramenti erano direttamente celebrati dai fedeli e i presbiteri facevano soltanto il servizio…” (parole attribuite al Papa da Scalfari, e dal Papa non smentite). Ma basta leggere i primi capitoli degli Atti degli Apostoli per capire che qui si sta manipolando la Scrittura! Gli Apostoli nominano i diaconi per “occuparsi del servizio ai poveri” e lasciare agli Apostoli il compito DEI SACRAMENTI. Cristo affida solo agli Apostoli il  Sacramento della Riconciliazione; Giacomo descrive che compito dei presbiteri era quello di portare il Sacramento detto “Viatico” o di consolazione ai moribondi: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15).

Il sacerdozio non è affatto “secondario” ma primario, e la malattia del clericalismo nasce purtroppo quando il prete pretende di comandare nell’imporre le sue opinioni personali. Il prete ricopre un ruolo AUTOREVOLE nell’eseguire i comandi del Signore, in questo senso è: «Alter Christus, il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso forma di servo, è diventato servo (Fil 2,5-11), e diventa un despota quando, deposta la sana dottrina, vuole comandare per imporre la sua visione di Chiesa. Questo fu uno dei peccati di Lutero: pretendere di comandare e di dire alla Chiesa cosa fosse giusto fare in base alle sue opinioni.

I Sacramenti sono 7 e tutti riportati nella Sacra Scrittura: «La Chiesa si riceve e insieme si esprime nei sette Sacramenti, attraverso i quali la grazia di Dio influenza concretamente l’esistenza dei fedeli affinché tutta la vita, redenta da Cristo, diventi culto gradito a Dio» (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis n. 16). E del resto lo afferma il Catechismo della Chiesa: «I sacramenti della Nuova Legge sono istituiti da Cristo e sono sette, ossia: il Battesimo, la Confermazione, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine e il Matrimonio» (CCC n. 1210). Come fa un Pontefice a dire all’amico ateo che non è così? O Scalfari capisce fischi per fiaschi, ma è grave che l’amico Papa non smentisca mai, oppure ci troviamo davanti ad un Papa che – nelle confidenze ad un amico ateo – MENTE SAPENDO DI MENTIRE, per non dire di peggio, che è convinto degli errori che confida all’amico, felice di essere ateo.

Non spetta a noi trarne delle conclusioni, il dibattito rimane aperto, perché qui non si fa processo a nessuno, ma si ragiona con vigilanza, onestà di mente e di cuore, memori delle parole di San Paolo: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1,6-10).

E stendiamo un velo pietoso sul quel concetto dell’unicità di Dio completamente stravolto e distorto da queste “confidenze”. Il Papa, secondo Scalfari, avrebbe detto testuali parole: «Per me esiste l’Assoluto, la nostra fede ci porta a credere nel Dio trascendente, creatore dell’Universo. Tuttavia ciascuno di noi ha un relativismo personale, i cloni non esistono. Ognuno di noi ha una propria visione dell’Assoluto: da questo punto di vista il relativismo c’è e si colloca a fianco della nostra fede…». Grave! Gravissimo! Inaudito ed eretico!

Il Vangelo di Nostro Signore e la Predicazione apostolica intendeva proprio eliminare quel relativismo della vera Fede a cominciare, infatti, dalla discussione sulla circoncisione (At 15). Perché dunque non usiamo più circonciderci? Il relativismo non si colloca affatto “a fianco della nostra fede” ma piuttosto la relativizza, gli toglie la vera unicità, e conduce la nostra fede A CREARCI UN DIO FATTO A NOSTRA IMMAGINE. Eccolo il capovolgimento del gesuita Karl Rahner di cui, purtroppo, è affetto anche Bergoglio, che male consiglia all’amico fiero di essere ateo.

Secondo Scalfari il Papa avrebbe affermato che “auspica” l’arrivo di una RELIGIONE UNICA nel mondo, in cui ci sia posto non per l’Unico Dio, incarnato, ma per un dio generico FRUTTO DELLA FEDE RELATIVA degli uomini, che però metta “tutti d’accordo”. Qui siamo ad uno stadio superato e ben peggiore dell’eresia ariana.

Gesù è venuto proprio a togliere le personali visioni dell’Assoluto (ora si chiama così, non più Dio, sic!): «Chi ha visto me ha visto il Padre… Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse…» (Gv 14,10-11), accogliere e seguire Gesù, per andare dal Padre, non è un optional, non è un punto di vista soggettivo e relativo…

Ma nel Bergoglio secondo Scalfari, la VERITA’ ASSOLUTA NON ESISTE ed è ovvio che se non esiste tutto diventa relativo e a seconda delle nostre opinioni soggettive. Dunque, ci chiediamo, Gesù che dice: “io sono la Verità…”, esiste o no? E’ Persona viva e vera oppure è solo frutto del nostro relativismo fidei? Un Pontefice non può seminare questi dubbi, non può affermare queste eresie all’amico ateo. E’ ovvio che poi il Papa dica, pubblicamente, che davanti alla sofferenza non abbiamo risposte, oppure che nel Presepe troveremo il “bambinello migrante”. L’uomo è stato messo al posto di Dio! Eresia modernista e del gesuita Rahner, ed oggi di questo magistero liquido. Siamo davanti ad un Papa che invece di correggere gli erranti, si fa confermare da un ateo, felicemente ateo.




ULTIM'ORA: Card. Burke dà utlimatum al Papa: "Deve chiarire i dubia o dopo l'Epifania potrebbe arrivare l'atto formale di correzione"

 
Il Card. Burke pone un limite di tempo al Papa per rispondere, e avvisa: "O risponde dopo l'Epifania o si dovrà procedere con l'atto formale di correzione, dopo l'Epifania. 
L'articolo ricorda un precedente: un atto di formale correzione da parte di teologi dell'Università di Parigi che ammonirono e corressero Papa Giovanni XXII nel XVI secolo. Più che giusto, alla luce anche del ben più autorevole precedente: la correzione che San Paolo ebbe a fare a San Pietro "pubblicamente, perchè ne andava della fede". 
Citiamo, circa la legittimazione dei 4 cardinali (che non sono più soli!) di correggere il Papa, quanto scrissero San Tommaso e sant'Agostino (come riportato da Corrispondenza Romana in un interessantissimo studio di don P. Leoni del 14.12.2016):

"Scrive San Tommaso d’Aquino (ad Gal.2.14): “Essendovi un pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte di quelli che sono loro soggetti. Così San Paolo, che era soggetto a San Pietro, lo riprese pubblicamente, in ragione di un pericolo imminente di scandalo in materia di fede”.
E Sant’Agostino commenta: “Lo stesso San Pietro dette esempio a coloro che governano, affinché essi, allontanandosi qualche volta dalla buona strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dal loro soggetti”.
Riferendosi di nuovo alla critica pubblica di San Paolo a San Pietro, scrive ancora San Tommaso: “La riprensione fu giusta ed utile, ed il suo motivo non fu di poco conto: si trattava di fatti di un pericolo per la preservazione della verità evangelica… il modo della riprensione fu conveniente, perché fu pubblico e manifesto. Perciò San Paolo scrive: ‘Parlai a Cefa’ cioè a Pietro ‘di fronte a tutti’ perché la simulazione operata da san Pietro comportava un pericolo per tutti.” 
Questo è lo spirito dunque in cui sarà intrapresa la critica delle dottrine o dei gesti che seguono, con la pietà dovuta di un figlio verso il proprio padre spirituale, capo visibile della santa Chiesa di Dio. Le dichiarazioni (o i gesti) trattati riguarderanno solo tre punti determinati: 1) l’Ecumenismo, 2) l’Eroticismo, e 3) l’Adulterio. (segue nell'articolo "Non si può più tacere") "
 
Roberto

Intervista al Card. Burke (19.12.2016)
Traduzione di MiL:

In un'intervista esclusiva con LifeSiteNews(19.12.2016), il cardinale Raymond Burke ha dato un'indicazione del possibile termine entro cui dovràavvernire una "correzione formale" di Papa Francescoqualo lo stesso pontefice dovesse non rispondere ai cinque dubia, che chiedono chiarezza su Amoris Laetitia, presentatigli da quattro cardinali, tra cui il cardinale Burke. 

"I dubia devono avere una risposta perché hanno a che fare con i fondamenti stessi della vita morale e del costante insegnamento della Chiesa in materia di bene e male, per quanto riguarda le varie realtà sacre come il matrimonio e la Santa Comunione e così via,"  ha detto il Card. Burke durante una intervista telefonica. 
"Ora, naturalmente, siamo negli ultimi giorni, giorni di forte grazia prima della Solennità della Natività di Nostro Signore, e poi abbiamo l'ottava della Solennità e le celebrazioni di inizio del nuovo anno - cioè di tutto il mistero della nascita di Nostro Signore e della sua Epifania - quindi  il termine potrebbe essere fissato qualche giorno dopo".

Il cardinale, che è il patrono del Sovrano Ordine di Malta, ha detto che la forma della correzione sarebbe "molto semplice": "Sarebbe diretta (anche perchè i dubbi, se risolti, non lascerebbero più spazio ad altre domande) e si potrebbe fare confrontando le dichiarazioni confuse in Amoris Laetitia con quanto è stato il costante insegnamento e la prassi della Chiesa, e correggendo in tal modo Amoris Laetitia," 

L'esortazione ha causato confusione diffusa nella Chiesa cattolica dalla sua uscita nel mese di aprile 2016, in gran parte a causa della sua ambiguità su importanti questioni morali.Questo ha permesso a vari vescovi e alle conferenze episcopali di  interpretare il documento, a volte in modi che sono in contrasto con la dottrina cattolica sul matrimonio, sulla sessualità, sulla coscienza, e sulla ricezione della Santa Comunione.  
Ad esempio, i vescovi di Buenos Aires e il vescovo Robert McElroy di San Diego hanno interpretato il documento per consentire ai divorziati cattolici risposati civilmente e che vivono quindi in adulterio di ricevere in alcuni la Santa Comunione. 
 Il Papa stesso ha scritto ai vescovi di Buenos Aires per lodare le loro linee guida, dicendo che non c'era "nessun' altra interpretazione possibile."

Il cardinale Burke, insieme a cardinali Walter Brandmüller, Carlo Caffarra, e Joachim Meisner, ha presentato nel mese di settembre 2016 i dubia, cinque domande a cui si deve rispondere sì o no, alla ricerca di chiarezza da parte di Papa Francesco sul fatto che l'esortazione siaconforme o non alla dottrina morale cattolica.  
Poichè il Papa dopo due mesi non aveva dato alcuna risposta dopo due mesi, i cardinali li hanno reso pubblici i dubia. 
 E 'stato dopo questo che il cardinale Burke ha rivelato che un atto formale di correzione sarebbe necessario, se il Papa si rifiutasse di chiarire il significato della sua esortazione. 

Mentre un tale atto di correzione formale è qualcosa di raro nella vita della Chiesa, non è comunque senza precedenti. Papa Giovanni XXII nel XIV secolo è stato pubblicamente sfidato da cardinali, vescovi e teologi laici dopo aver negato la dottrina che le anime dei giusti sono ammessi alla visione beatifica dopo la morte, insegnando invece che il cielo è ritardatofino alla risurrezione generale alla fine di tempo. Papa Giovanni alla fine ritrattatò la sua posizione, dovuta in parte a una lettera congiunta di teologi dell'Università di Parigi, che professavano sì una totale obbedienza al papa, ma mettevano in chiaro  che il suo insegnamento era contraddetto dalla fede cattolica. 
Burke ha chiamato la procedura di correggere l'errore di un pontefice un "modo di salvaguardia che l'ufficio e il suo esercizio. e che sarebbe 'realizzata con il rispetto assoluto per l'ufficio del Successore di San Pietro".



 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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  LA SAGGEZZA DI IPAZIA GATTA ROMANA. LA SCIATTERIA CLERICALE È DIVENUTA QUELL’OTTAVO SACRAMENTO CHE IL SOMMO PONTEFICE ESALTA. APPELLO: REGALATE UN SATURNO DI CASTORINO AL PADRE ARIEL, SARÀ LIETO DI INDOSSARLO

Oggi, per udire il Santo Padre usare la parola «vergogna», bisogna respingere i colonizzatori islamici dell’Europa, o chiudere le porte a delinquenti e potenziali terroristi fatti passare in modo truffaldino per profughi, oppure bisogna indossare una talare; quella talare che da sempre, i preti, hanno usato come segno di sobrietà e di distacco dalla mondanità, ma anche come segno di quella riconoscibilità da alcuni pagata sino allo spargimento del proprio sangue.

Autore Ipazia gatta romana
Autore
Ipazia gatta romana
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Preti mondani vanitosi come le donne – il Beato Rolando Rivi, seminarista, in talare e saturno, ucciso a 15 anni in odio alla fede cattolica per essersi rifiutato di togliersi la talare di dosso

Durante un briefing col Gruppo della Azione Gattolica Italiana dedicato a Gatto Pio, martire della rivoluzione spagnola del 1937, commentando l’ultima perla uscita della Domus Sanctae Marthae diffusa da Zenit [cf. QUI], gattopardesca agenzia stampa fondata dai Legionari di Cristo, emblema ieri del rigore e dellasanta tradizione sotto i pontificati di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, oggi ridotta ad una succursale della Teologia della Liberazione, ho espresso a gatti e gatte che se il mio direttore spirituale, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo, fosse il rettore di un seminario, oggi avrebbe difficoltà a istruire i candidati al sacerdozio. Per esempio sullo stile di linguaggio del sacerdote, che può essere anche deciso e duro, quando il caso lo richiede. Come a volte sono richiesti giudizi netti, laddove non è possibile chiamare diversamente il male, che tale va’ sempre chiamato, indicato e fuggito. Ammesso che in tal senso il Vangelo e la letteratura di San Paolo Apostolo abbiano sempre un significato ben preciso.

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Preti mondani vanitosi come le donne – il cadavere del Presbitero Umberto Pessina, ucciso in odio alla fede cattolica e morto dentro la sua mondana talare

Il parlare del Sacerdote, ad alto o basso tono, amorevole o severo secondo quanto richiesto dal caso, deve essere mosso sempre da spirito di imparzialità. Il sacerdote deve essere equilibrato, non lasciarsi influenzare dagli umori personali e meno che mai dall’orgoglio ferito.

Per meglio trasmettere il messaggio, potrei portare più esempi di vita vissuta del mio direttore spirituale, che ogni tanto si confida con me, specie la sera prima di dormire, quando io mi metto sul suo letto in fondo ai suoi piedi recitando la coroncina a Gatto Pio. Ricordo per esempio che il mio buon Padre fu chiamato anni fa da due prelati per dare un parere su un certo sacerdote, al quale essi stavan guardando per un particolare incarico. Questo sacerdote, quando il mio buon Padre si stava preparando ai sacri ordini, tentò di rendergli il percorso vocazionale un inferno, d’impedirgli l’accesso al sacerdozio, ma soprattutto di divenire sacerdote in quella diocesi, ricorrendo a tal fino a illazioni, alla semina di veleni e via dicendo. Ciò non perché vi fossero motivi, ma perché aveva deciso di nutrire verso di lui antipatia. Tutto questo motivato dal fatto che in lui, anziché un futuro confratello, aveva deciso di vedere un potenziale concorrente, secondo lo stile di quei preti che considerano il presbiterio un pollaio del quale si sentono i galletti incontrastati.

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Preti mondani vanitosi come le donne – il Presbitero Giovanni Minzoni, ucciso a bastonate dentro la sua mondana talare

Quale occasione migliore poteva presentarsi al mio buon Padre? Due prelati dai quali dipendeva quell’incarico, che si rimettevano al suo parere, sapendo che lui conosceva il soggetto in questione, loro no. Quell’episodio mi ha insegnato, come futura filosofa metafisica, che gli uomini dotati dell’animo sacerdotale e dello spirito di governo pastorale, non devono mai cedere agli umori personali …

… fu così che il mio buon Padre rispose nel merito della domanda a lui rivolta su uno dei suoi più feroci nemici, affermando in modo imparziale: «Per questo genere di incarico non vedrei elemento migliore di questo giovane sacerdote al quale voi avete pensato, non ultimo anche in considerazione del livello molto basso dei membri di quel presbitèrio».

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Preti mondani vanitosi come le donne – se questo prete non fosse stato un rigido e un mondano, si sarebbe fatto fucilare in bermuda con al collo una stola fatta coi colori della bandiera della pace.

Questo galletto seguita tutt’oggi a odiare il mio buon Padre, mosso da un malanimo affatto mitigato ma accresciuto nel corso degli anni. Lungi dal darsi pace, ha tentato di creargli ulteriori problemi in quel presbiterio, usando come braccio armato la propria adorante corte di omuncoli, se non peggio didonnette. Forse costui pensa che l’incarico avuto a suo tempo dipenda da chissà qualiprelatoni ammaliati dalla sua scienza e dal suo irresistibile fascino intellettuale, mentre invece – come a volte può accadere nella Chiesa –, dipende dal giudizio positivo dato da un prete imparziale relegato da sempre nei margini più periferici di quella struttura ecclesiastica sempre più simile allaCamorra, alla N’drangheta ed a Cosa Nostra. Giudizio – quello del mio buon Padre – che a suo tempo fu preso letteralmente come oro colato, proprio perché considerato leale e imparziale. 

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Preti mondani vanitosi come le donne – il Presbitero Virginio Icardi, un altro giovane mondano ucciso dentro la sua talare

Al ché mi chiedo – sempre se per ipotesi il mio buon Padre fosse rettore di un seminario – in che modo potrebbe istruire i seminaristi alla imparzialità e alla fuga dall’agire umorale? Correrebbe il rischio che qualche seminarista dotato di un neurone in più, gli risponda: «Il Papa, però, in quanto a parzialità, spirito umorale e giudizi avventati giocati sul caricaturale e persino sul discredito altrui, non è che ci vada poi tanto leggero».

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Preti mondani vanitosi come le donne – il Presbitero Mario Borzaga, altro giovane prete vanitoso ucciso dentro la sua talare

In effetti, il Sommo Pontefice ha gridato quasi allo scandalo verso i preti “mondani” con la talare e col saturno in testa, ma non ha mai espresso una parola sui numerosi preti che disattendendono le norme canoniche, per esempio andando in giro con i jeans e le magliette variopinte. Non una parola ha mai espresso il Santo Padre su quei preti che in estate si presentano in sacrestia con i bermuda a fiori e le ciabatte ai piedi, indossando un camice e una sciarpina coi colori arcobaleno che vorrebbe essere una stola, ed andando parati in modo così indecente all’altare per celebrare la Santa Messa. Può essere però che quelli, per il Santo Padre, non siano preti mondani, ma preti di frontiera, pretidi periferia, preti di strada, forse prossimi alla nomina episcopale, mica come queimondanacci che osano indossare sempre le talari, memori non ultimo di quanti loro confratelli, anche in tempi recenti, dentro le talari ci sono morti di morte violenta.

Prendo quindi atto che il mio buon Padre è un prete mondano, perché la talare la indossa sempre, tutti i giorni. E le sue talari sono di eccellente fattura, fatte su misura dal sarto e rigorosamente pagate da sua madre e da suo fratello, i quali più volte, quando gli hanno chiesto di che cosa in particolare avesse bisogno, in varie occasioni si sono sentiti rispondere: «Una bella talare nuova, perché usandola tutti i giorni, già si cominciano a vedere i segni del tempo».

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Preti mondani vanitosi come le donne – il Presbitero Francesco Spoto, morto martire in odio alla fede dentro la sua talare

Tra il mio buon Padre, che rientra a quanto pare nella categoria dei mondani, ed i preti sociali, preti di strada, preti di periferia e di frontiera oggi tanto di moda e tanto beneamati dal Santo Padre, c’è però una gran differenza: dopo che il suo cellulare pagato 48 euro ad un discount si spense dopo tre anni di uso e non si riaccese mai più, sua cognata gli regalò un suo vecchio telefono cellulare di seconda mano e di quarta generazione addietro. E ciò al contrario dei tanti preti sociali, preti di strada, preti di periferia e di frontiera oggi tanto di moda e tanto beneamati dal Santo Padre, i quali sempre e di rigore hanno gli ultimi e più costosi modelli di telefono cellulare.

Dall’anno 2010 il mio buon Padre usa un computer portatile acquistato durante le liquidazioni ai magazzini vaticani, mentre i tanti preti sociali, preti di strada, preti di periferia e di frontiera oggi tanto di moda e tanto beneamati dal Santo Padre, quelli per intendersi che si presentano a far gioire l’Augusto Inquilino della Domus Sanctae Marthae con i loroclergyman scollacciati e sdruciti, hanno di prassi e di rigore i gadget elettronici di ultima generazione, più costosi e soprattutto più inutili, il costo dei quali equivale a tre volte tanto quello di una talare di buona fattura. E molti di costoro non esitano a celebrare la Santa Messa dentro i cocci di terracotta colorata, semmai spiegando ai fedeli che «Papa Francesco vuole una Chiesa povera per i poveri». Però, dopo avere messo il Preziosissimo Corpo e Sangue di Cristo dentro scodelle di terracotta, nelle loro abitazioni private hanno maxi schermi televisivi pagati migliaia di euro.
Il mio buon Padre, emblema della mondanità in talare, è stato per anni senza avere il televisore in casa; e quando infine lo ha acquistato – non reputando opportuno privarne il suo collaboratore che da anni vive con lui –, ha speso 188 euro per acquistare una modesta sottomarca anonima. Però … è unmondano in talare. E non approfondiamo neppure il tema dei tanti preti sociali, preti di strada, preti di periferia e di frontiera oggi tanto di moda e tanto beneamati dal Santo Padre, che pur provedendo da famiglie povere o molto modeste, dopo essere entrati in seminario con le pezze attaccate addosso e dopo essere stati mantenuti per tutto il ciclo formativo dalle diocesi o da qualche benefattore, dopo avere indossato per tutta la vita abiti civili squallidi e paramenti sintetici logori e puzzolenti per le sacre celebrazioni, alla loro morte lasciano in eredità due o tre appartamenti di pregio agli amati nipoti e un consistente gruzzolo di danaro, ed al tempo stesso le spese del funerale da pagare a carico diocesi. E vogliamo forse parlare dei tanti preti sociali, preti di strada, preti di periferia e di frontiera oggi tanto di moda e tanto beneamati dal Santo Padre, che hanno venduto agli antiquari ed ai collezionisti d’arte preziosi paramenti antichi, suppellettili d’altare e opere d’arte? Perché se qualcuno crede che lo abbiano fatto per sfamare i poveri, in tal caso mostrerebbe di vivere veramente nella fantasia diAlice nel Paese delle Meraviglie.

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Preti mondani vanitosi come le donne – il giovane Presbitero Ubaldo Marchionne, ucciso all’altare a colpi di mitra mentre stava distribuendo la Comunione.

Mi dispiace che il Santo Padre abbia abbinato la talare alla mondanità, ben guardandosi però dal parlare dei preti mondani in jeans e maglietta variopinta che spesso traboccano vizi pessimi e quasi di rigore sempre molto costosi. Ma soprattutto, una cosa che respingo al Venerabile Mittente, è l’infelice paragone tra la vanitosità delle donne e certi indossatori di talari. La respingo per un motivo semplice: il mio buon Padre la talare la porta anche per nascondere in modo discreto ciò che ci porta sotto dalla vita in giù. Perché di questi tempi e in questa Chiesa così mal ridotta, per diventare preti occorrono, oltre al dono di grazia di una fede granitica, anche degli attributi virili notevoli e pure lodevoli. Attributi che sarebbe sconveniente far intravedere dai pantaloni. Anche per questo motivo egli porta la talare, per una questione di comune senso del pudore.

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Preti mondani vanitosi come le donne – la pisside forata da un proiettile tenuta in mano dal giovane Presbitero Ubaldo Marchionne ucciso rivestito delle insegne sacerdotali col Santissimo Sacramento in mano

Detto questo rimando i Lettori ad un articolo pubblicato in passato da Ariel S. Levi di Gualdo per le nostre colonne di Theologica, dove si parla e si spiega l’alto valore spirituale, pastorale e anche sociologico dell’abito del prete, che per la legge ecclesiastica disattesa, malgrado alcuni decenni di richiami in tal senso da parte dei tre predecessori del Pontefice Regnante, rimane la talare, ma soprattutto rimane sempre obbligatoria. Perché dunque, il Santo Padre, invece di ricordare che la talare è obbligatoria e che ilclergyman può essere usato solo in alternativa, nei casi di necessità e mai di usuale prassi, si è preso invece beffa di chi rispetta ancor oggi una legge canonica della Chiesa, dopo avere indicato in varie altre circostanze il rispetto della legge come rigidità e l’uso dell’abito ecclesiastico come sinonimo di mondanità ?

modello di saturno in castorino, sarebbe un ottimo regalo natalizio per il Padre Ariel [cf. QUI]

Ma d’altronde, oggi,per udire il Santo Padre usare la parola «vergogna», bisogna respingere i colonizzatori islamici dell’Europa, o chiudere le porte a delinquenti e potenziali terroristi fatti passare in modo truffaldino per profughi, oppure bisogna indossare una talare; quella talare che da sempre, i preti, hanno usato come segno di sobrietà e di distacco dalla mondanità, ma anche come segno di quella riconoscibilità da alcuni pagata sino allo spargimento del proprio sangue. E quando il bene è mutato in male ed il male in bene, il rispetto delle leggi canoniche è sbeffeggiato come rigidità e lo sprezzo delle leggi canoniche elevato a segno di grande apertura pastorale e sociale; quando il decoro esteriore della dignità sacerdotale è mutato in mondana vanità e la sciatteria pretesca elevata a rango di grande apertura sociale e di alta pastoralità, vuol dire che siamo messi molto male, o come dice un triste ma saggio detto popolare: «Il pesce puzza a partire dalla testa».

arresto-e-schedatura
Romolo, gatto del quartiere Centocelle, condannato a due anni e tre mesi per atti di vandalismo, è uno dei diversi gatti assistiti in carcere dall’Azione Gattolica Italiana di Ipazia gatta romana

Se in occasione del Santo Natale, qualche Lettore volesse donare un saturno di castorino al Padre Ariel, egli sarà ben lieto di indossarlo in memoria del Beato Antonio Rivi, il giovane seminarista ucciso in odio alla fede dopo che gli fu comandato di togliersi di dosso la talare. Rispose il martire ragazzino: «Non me la tolgo, perché è il segno che io appartengo a Gesù».

Ricordo ai nostri Lettori che col Gruppo dell’Azione Gattolica Italiana, sono dedita all’assistenza dei gatti in carcere, ai quali garantiremo una particolare vicinanza spirituale durante questo Santo Natale. 

 

vedere articolo  cliccando sotto:

I MUSULMANI OSTENTANO, I PRETI SI NASCONDONO. IL CONCETTO TEOLOGICO DELL’ABITO SACERDOTALE E RELIGIOSO: «SIA CHE MANGIATE, SIA CHE BEVIATE …»



NOVITA' PER IL 2017
 

È ormai palese l'intenzione di procedere all'ordinazione di "probati viri" in Amazzonia, con il pretesto di supplire alla scarsità di clero nelle aree di indigeni, la cui cultura non comprenderebbe il celibato. Ragioni già smentite dalla Vergine di Guadalupe, ma si vuole aprire la porta all'abolizione del celibato sacerdotale.

di Guido Villa
Amazzonia
 

Dato il ruolo che il portale Vatican Insider riveste nel farsi interprete e portavoce degli umori e delle intenzioni che muovono i Sacri Palazzi, non può passare inosservato l’articolo “Amazzonia, dove i preti sono un lusso” (vedi qui), pubblicato il 21 dicembre a firma di Rafael Marcoccia, nel quale viene rivelato un importante progetto prossimo venturo: l’ordinazione sacerdotale in Amazzonia di “probati viri”, anche sposati. Conseguenza di tale iniziativa sarebbe, prima o poi, l’abolizione dell’obbligo del celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica di rito latino.

Come sempre accade quando si vogliono introdurre novità eclatanti, ciò viene passato gradualmente: è la nota tecnica della “rana bollita”, che se fosse subito gettata nell’acqua bollente, reagirebbe, quindi si cerca di bollirla a fuoco lento, affinché non se ne accorga.

Nel caso concreto, la novità viene introdotta in aree limitate, cercando la “situazione limite” che apparentemente ne giustifichi l’attuazione senza troppe proteste: per l’ordinazione sacerdotale dei “probati viri” quale area di sperimentazione si è scelto il Brasile, più precisamente l’area amazzonica, vastissima dal punto di vista territoriale e con pochi sacerdoti attivi.

Nell’articolo di Rafael Marcoccia si sottolinea la necessità di “soluzioni concrete e coraggiose” che la Chiesa amazzonica attenderebbe, e cioè che «papa Francesco possa annunciare a breve delle iniziative per facilitare il lavoro di evangelizzazione e la celebrazione più frequente della Messa in un’area sterminata e con severa scarsità di sacerdoti». L’idea centrale è quella di creare un clero autoctono e indigeno che possa prendersi cura delle comunità più isolate. Tale clero dovrebbe essere «coinvolto realmente nella cultura, nella storia, nei problemi, nei sogni e nei progetti del popolo amazzonico, includendo in modo particolare l’universo dei popoli indigeni, che sono i popoli originari della regione». 

Il motivo per il quale si insiste molto sul fatto che si debba trattare di clero autoctono che è testimone vivente della cultura locale viene espresso senza mezzi termini: «Potrebbero essere scelti anche uomini sposati che notoriamente guidano con saggezza le loro famiglie. “Questo sarebbe importante perché la cultura indigena non comprende il celibato”, afferma il vescovo di São Gabriel da Cachoeira». Il celibato non è compreso dalle popolazioni amazzoniche, quindi va tolto di mezzo.

A parole, la dottrina quindi non cambierebbe, muterebbe solamente l’applicazione pastorale della stessa - un concetto già espresso durante il dibattito sui sacramenti ai divorziati risposati - e soprattutto è da applicare caso per caso, cioè deve rispettare le culture locali e sottomettersi a essa.

Ma una dottrina che si pieghi agli usi e costumi delle varie popolazioni cui viene annunciata, non è più dottrina cattolica, cioè universale. A questo proposito, il Cielo ha parlato, proprio in America latina, mostrando la totale estraneità di tali affermazioni con la fede cattolica: quando la Beata Vergine Maria, oggi venerata come Nostra Signora di Guadalupe - la Morenita -, impresse la propria immagine sul mantello di san Juan Diego nel Messico nel 1531, ella si mostrò con i capelli sciolti, segno che per la cultura azteca stava ad indicare la verginità. 

In questo modo la Madonna presentava non solamente la sua natura di eternamente vergine, bensì anche il valore della verginità perpetua per il Regno dei Cieli, cosa del tutto sconosciuta alle popolazioni indigene. La Madonna ribadiva quindi la dottrina eterna della Chiesa, non annacquandola agli usi locali, bensì, semplicemente, utilizzando un linguaggio comprensibile per i fedeli del posto.

Un aspetto essenziale della questione della progettata ordinazione sacerdotale dei “probati viri” è che questo esperimento, sebbene per il momento limitato alla sola area amazzonica, verrebbe subito reclamato da altri. Che differenza c’è, ad esempio, tra le difficoltà provocate dalla scarsità di sacerdoti in Amazzonia e quelle esistenti in Germania, Belgio, o Francia? L’eccezione diventerebbe subito regola, e l’inevitabile conseguenza dello spuntare un po’ ovunque del clero uxorato rappresentato dai probati viri ordinati sacerdoti, porterebbe subito gli altri sacerdoti a reclamare anche per sé la possibilità di abbandonare da subito il celibato.

Lo stesso accade con l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati: dal ‘caso per caso’ si passerà subito a una regola generale che permetterà a tutti loro di accedere ai sacramenti pur continuando a vivere in uno stato matrimoniale irregolare. Così anche il card. Kasper, a proposito della cosiddetta ‘Intercomunione’, chiede che essa sia autorizzata solamente per i casi di coppie miste cattolico-protestanti (vedi qui), poi, dal caso eccezionale, si passerebbe molto presto a una regola generale che l’autorizza per tutti i fedeli cattolici e protestanti.

La notizia delle possibili ordinazioni di “probati viri” in Brasile non rappresenta una novità: alla fine del 2014 il vaticanista Marco Tosatti rivelò l’esistenza di una lettera di papa Francesco al cardinale Hummes, brasiliano, già prefetto della Congregazione per il clero, che trattava appunto la possibilità di ordinazione dei “viri probati” per le diocesi dell’Amazzonia (vedi qui). Rispose il portavoce vaticano, con quella che a molti apparve un’excusatio non petita: padre Lombardi smentì l’esistenza di una lettera del Papa che riguardasse il celibato sacerdotale, cosa che Tosatti non aveva scritto, limitandosi a parlare dell’ordinazione di “probati viri” (vedi qui).

La questione è quindi assai grave. In questi giorni anche l’ex frate francescano brasiliano Leonardo Boff (vedi qui l'originale, e qui come è stata riportata in italiano da Marco Tosatti) chiede egualmente il clero uxorato per supplire il problema della mancanza di sacerdoti. Del resto, mentre Vatican Insider va con i piedi di piombo perché diretto a un pubblico italiano, in Germania il portale ufficiale della Conferenza Episcopale Tedesca, katholisch.de riporta le parole di Boff con malcelata soddisfazione (vedi qui), come se fosse un’iniziativa della quale i vescovi tedeschi attendono con ansia gli sviluppi per poterla applicare anche in Germania. 



[Modificato da Caterina63 03/01/2017 15.33]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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IL LIBRO

Aldo Maria Valli

 



Il vaticanista Aldo Maria Valli pubblica un pamphlet sui quattro anni di Papa Francesco. E non tace sugli interrogativi garbati che suscitano alcune posizioni. A cominciare dal "caso per caso" eretto a sistema. Un libro costellato di domande, scritto con rispetto da un figlio della Chiesa. 



di Lorenzo Bertocchi


La documentata raccolta di quasi quattro anni di pontificato di Papa Francesco, messa in pagina dal vaticanista del Tg1, lascia il lettore con un enorme punto di domanda. Come un quiz irrisolto.

Aldo Maria Valli in circa 200 pagine (266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P., Liberilibri, euro 16) offre una lunga e dettagliata serie di episodi e citazioni del 266° Successore di Pietro, sollevando interrogativi garbati, ma che non lasciano dubbi sulle perplessità che Papa Bergoglio ha sollevato.

In principio fu il cardinale Kasper; come tutti ricordano al primo Angelus, Papa Francesco fece una citazione con lode del cardinale e teologo tedesco, allora un po' ai margini della intellighenzia cattolica. Definito come un «teologo in gamba, un buon teologo», e lodato per un suo libro sul tema della misericordia, Kasper può essere considerato il riferimento “accademico” di ciò che poi è diventato (guarda caso?) il cuore del pontificato di Francesco: la Misericordia. Sempre al cardinale Kasper bisogna ritornare per comprendere il doppio sinodo sulla famiglia, quello che ha trovato sintesi nella discussa esortazione Amoris laetitia. Fu dalla famigerata relazione Kasper al concistoro del febbraio 2014 che prese avvio la lunga maratona sinodale, che ha portato, in certi casi, all'accesso all'eucaristia per i divorziati risposati conviventi more uxorio

Al netto delle possibili dissertazioni sulla interpretazione (controversa) della misericordia divina secondo Kasper, rimane il passaggio di paradigma che sembra guidare il pontificato di Bergoglio, un uomo di azione e non certo un teologo o un filosofo: dalla logica del dottore della legge a quella del samaritano. Peccato, scrive Valli, che questo passaggio «comporta numerosi problemi». Il più grave, soprattutto alla luce del “caso per caso” eretto a sistema, parrebbe essere quello del «trionfo del contingente sull'assoluto, del transitorio sullo stabile, del possibile sul necessario». A colpi di “discernimento” e “accompagnamento” ci si chiede se la realtà non finisca per risolversi solo nell'esperienza del singolo come unico giudice di sé. Qualcuno, in più occasioni, ha parlato di oblio degli assoluti morali e trionfo dell'etica della situazione, quella già condannata da san Giovanni Paolo II nell'enciclica Veritatis Splendor. Domande che incalzano nelle pagine del libro di Valli, domande condensate nei famosi 5 “dubia” presentati da quattro cardinali a proposito del capitolo VIII di Amoris laetitia.

Il Papa del “chi sono io per giudicare un gay”, frase cult estrapolata da una delle sue prime interviste in alta quota, è il Papa dei ripetuti e confidenti incontri con il re dei laicisti italici Eugenio Scalfari, in cui ha espresso altri tormentoni come ad esempio il citatissimo “Dio non è cattolico”. Ha definito Lutero come una “medicina” per la Chiesa che era malata, e ha partecipato alla commemorazione dei 500 anni dalla Riforma, balenando possibili cammini verso quell'intercomunione che già trattò in modo confuso con i luterani di Roma nel 2015. Nel viaggio papale in Svezia per la festa della Riforma ha dato per scontato il superamento dei problemi sulla dottrina della giustificazione (c'è la Dichiarazione congiunta del 1999 a cui lavorò con solerzia il cardinale Kasper) che però non ha risolto tutti i problemi.

Riguardo all'Islam e al terrorismo, secondo Valli, il punto è che Francesco tace «circa il problema che l'islam ha con la violenza. Quantomeno riduttiva», aggiunge il vaticanista, «è poi la lettura soltanto sociologica ed economica del terrorismo». Sul tema del terrore c'è un altro tormentone: quello del “fondamentalismo” cattolico messo sostanzialmente sullo stesso piano di quello islamico. Di ritorno dal viaggio in Polonia, in aereo, il Papa disse ai giornalisti che non gli «piace parlare di violenza islamica perché tutti i giorni quando sfoglio i giornali vedo violenze qui in Italia: quello che uccide la fidanzata, un altro che uccide la suocera...E questi sono violenti cattolici battezzati! Sono violenti cattolici...Se io parlassi di violenza islamica, dovrei parlare anche di violenza cattolica».

Gli aspetti socio-economici sono un altro dei temi ripetuti delle analisi proposte da Francesco: entrano in ballo anche per la questione della cura dell'ambiente, espressa nell'enciclica Laudato sii, e sopratutto nei rapporti con quei movimenti popolari che spesso hanno una chiara matrice marxista. Più volte ha attaccato genericamente “il sistema” e “l'idolo denaro”, indicati anche come causa della difficoltà di sposarsi.

Tutto ciò, e molto di più, si trova nelle 200 pagine di Aldo Maria Valli che si tormenta a furia di domande di fronte alle perplessità che gli solleva la cronaca papale. A un certo punto c'è un dialogo con un giornalista misterioso, il quale offre una sintesi del Bergoglio Papa. Si dice che il pontefice argentino sia leggermente ripetitivo e così il misterioso giornalista fa un riassunto delle frasi e temi ricorrenti: «Dio? Misericordioso [Dio è più grande del nostro peccato, nda]. La Chiesa? Sia povera e per i poveri, in uscita e verso le periferie, e curi i feriti in un ospedale da campo. La pastorale? Non introduca dogane, ma faciliti l'incontro con il Signore. Poi ci sono i corollari, altrettanto ripetuti: i pastori portino l'odore delle pecore, non facciano pettegolezzi e non pensino alla carriere. La società? Combatta la cultura dello scarto e il dio denaro [e la corruzione che è un male più grave del peccato, nda]. I nonni siano rispettati. Casa, terra e lavoro siano garantiti».

Al lettore che prenderà in mano il pamphlet di Aldo Maria Valli lasciamo la scoperta degli ultimi punti di domanda che costellano le ultime pagine di un libro libero, scritto con rispetto da un figlio della Chiesa. 


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“La Verità” intervista Aldo Maria Valli: «Un papa non può guidare la Chiesa con i “forse”, i “dipende”, i “però”»

In un pamphlet su papa Francesco, il vaticanista (progressista) del Tg1 è critico su questo pontificato: «Nelle sue parole segni di relativismo. Non indica una via sicura ai credenti. Vedo una grande confusione».

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di Lorenzo Bertocchi (07-01-2017)

Nel 2007, un gruppo di intellettuali firmò un appello, promosso dal professor Giuseppe Alberigo, fondatore della Scuola di Bologna, perché la Gerarchia non s’immischiasse con la politica (ce l’avevano con il card. Camillo Ruini). Il gruppo progressista voleva il silenzio rispetto al dibattito allora in corso a proposito dei DiCo, versione soft di quella che poi è diventata la legge Cirinnà, in materia di unioni civili. Di questo gruppo, facevano parte, tra gli altri: Franco Bassanini, Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida, Vito Mancuso e Alberto Melloni. E poi c’erano un po’ di giornalisti, come Raniero La Valle, Giancarlo Zizola e Aldo Maria Valli, tutti di sinistra certificata.

Aldo Maria Valli

Valli, attuale vaticanista del Tg1, che allora firmò per il silenzio delle gerarchie, oggi dà alle stampe un pamphlet perplesso sul pontificato di Jorge Mario Bergoglio. Il libro sul 266° successore di Pietro (266. Jorge Mario Bergoglio. Franciscus PP., Liberilibri) pone una garbata ma scottante sequela di interrogativi su papa Francesco. «Non so se la mia si possa chiamare una conversione», dice Valli a La Verità«per che continua a non piacermi l’ingerenza della Gerarchia sulla politica politicante, ma di certo oggi penso che ci sia bisogno di un intervento più elevalo del Magistero che aiuti il laico cattolico con indicazioni morali e antropologiche chiare, in modo da abituare il pensiero a fuggire dal rischio della facile omologazione». Padre di 6 figli e nonno di 2 nipoti. Valli è in Rai dal 1988. Era il vaticanista del Tg3, alias Telekabul. Dal 2007 e passato al Tg1. Per anni ha collaborato con il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire, ma anche con Europa, l’organo (oggi defunto) della Margherita. Oggi, da padre di famiglia, sembra preoccupato dalle ambiguità di un’antropologia liquida che si spinge fino ad accarezzare la fluidità dei sessi come una possibilità tra le altre. «La liquidità culturale e morale», dice Valli, «è figlia del soggettivismo imperante, secondo il quale non c’è un bene oggettivo, ma ciò che conta è il modo in cui una data esperienza, in un dato momento, è vissuta in coscienza dal soggetto, centro e fine di tutto. L’utero in affitto, tanto per fare un esempio concreto, e una pratica figlia di questa concezione; il soggetto al centro, con la tecnologia come strumento per massimizzare il suo tornaconto individuale e il suo piacere».

Ma, allora, i cattolici del Family Day 2016 non sono stati lasciati troppo soli dalle gerarchia ecclesiastiche?

«Non so se siano stati lasciati soli o meno. Quello che so è che nei seminari e nelle università cattoliche è difficile trovare chi insegni filosofia cristiana. Così come e difficile imbattersi in pubblicazioni in grado di offrire ai credenti solidi punti di riferimento. Cornelio Fabro, grande teologo e filosofo cattolico, scrisse che siamo tutti malati di parole: non conosciamo più parole che siano solido criterio e fondamento di verità. Non conosciamo più parole uniche, perenni, immutabili».

C’era una volta Caterina Caselli che cantava «nessuno mi può giudicare», non vorrà dire che anche il Papa è di ventato un fan del relativi amo romantico?

«Non penso che il Papa sia un relativista consapevole, però di fatto alcune sue parole approdano a conclusioni dal sapore relativista. Quando per esempio, dialogando con Eugenio Scalfari, sostiene che “il proselitismo è una solenne sciocchezza” e che “ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male” e “noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”, è davvero difficile non riscontrare lì segni evidenti di relativismo. In alcuni suoi interventi ha denunciato la cultura del relativismo, salvo poi enunciare un’idea di misericordia dalla quale sembra estromesso il giudizio. Ma la prima forma di misericordia non dovrebbe essere mostrare con chiarezza la distinzione tra bene e male e indicare una via sicura verso il bene per opporsi al male? Se e il Papa e la Chiesa rinunciano a questa funzione di giudizio, non si appiattiscono su una visione relativista dell’uomo e del mondo?».

Si può essere padri senza mettere qualche paletto?

«La mia risposta è semplice: è impossibile. Qualunque padre lo sa. Se il padre rinuncia alla sua funzione di giudizio e di indirizzo morale, di fatto non è un padre. Può essere un amico, un compagno di strada, ma non è padre. Non significa cadere nell’autoritarismo: significa esercitare l’autorità, della quale i figli hanno bisogno. Abbiamo davanti agli occhi i risultati di una cultura che ha rinunciato all’autorità e al giudizio: è lo sbandamento morale».

A proposito di padri e madri: il matrimonio dopo l’Amoris Laetitia sembra un sacramento che, in certa pastorale, diventa a velocità variabile. Ora qui, ora là, l’indissolubilità è una questione del “caso per caso”?

«Quest’esortazione post-sinodale che tanto ha fatto discutere è stata per me come uno spartiacque. Quel testo, letto e riletto, mi ha convinto sempre meno e, a un certo punto, ho avvertito la necessità di aprire il mio cuore ai lettori. L’Amoris Laetitia è un documento lungo e complesso, nel quale si può trovare un po’ di tutto. Vi è dipinta la bellezza del matrimonio cristiano, ma vi troviamo anche l’idea che ogni esperienza, se vissuta in coscienza come buona, sia buona in sé, il che è in aperto contrasto con la dottrina cattolica, ma soprattutto non è di aiuto alla crescita morale della persona e alla salvezza dell’anima. Inoltre l’indissolubilità e l’apertura alla vita vengono presentati non tanto come valori oggettivi bensì come ideali a cui tendere. Ecco di nuovo che soggettivismo e relativismo si insinuano nelle pieghe dell’insegnamento del papa. Questa è misericordia? Secondo me no».

Quattro cardinali hanno sollevato cinque dubia sull’interpretazione di un capitolo dell’Amoris Laetitia. Qualcuno li ha accusati di lesa maestà.

«A parte il fatto che i prelati in questione sono sei e non quattro, benché due abbiano chiesto di non apparire, credo che con la loro iniziativa si siano fatti interpreti di un disagio mollo diffuso tra il popolo cattolico. Tuttavia il Papa, che parla spesso del popolo e gli attribuisce tanta importanza, non risponde, e così facendo viene meno al suo compito fondamentale, che è confermare i fratelli nella fede. Oltre ai dubia dei cardinali ci sono quelli di tanti vescovi, preti e comuni fedeli. La situazione è di grande confusione, e la confusione ha ben poco a che fare con la misericordia. “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no”, insegna Gesù. Qui invece siamo in balia del “sì ma anche”, del “forse si forse no”, del “dipende”».

Nel libro lei accenna all’ambiguità in campo ecumenico. Qualcuno dice che il Papa applica una pastorale alla Jovanotti: «Esiste solo una grande “Chiesa” che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa»?

«Eh, il rischio c’è, purtroppo. Certe aperture di Francesco – penso in particolare al caso dei luterani, con la visita in Svezia – sono davvero troppo generiche. Bergoglio ama dire che non bisogna occuparsi troppo delle questioni teologiche, ma che è bene fare qualcosa insieme. Per questa via, però, le Chiese si riducono ad agenzie sociali e, ancora una volta, si rinuncia a indagare sulla verità e sul bene. Non si può bollare la teologia come una sorta di fissazione da esperti avulsi dalla realtà».

Papa Francesco

Ma papa Francesco dice di riferirsi proprio alla realtà.

«Sì, ama dire che la realtà è più importante dell’idea. Bisognerebbe capire che cosa intende per realtà. Il mondo dei fenomeni può nascondere all’uomo la sua stessa realtà più vera e profonda».

In una delle sue interviste, il Papa ha messo praticamente sullo stesso piano il fondamentalismo islamico con quello cattolico. Anche questo è ecumenismo?

«No, questa è confusione pericolosa. Tutte le fedi possono certamente scivolare verso forme di fondamentalismo, ma non tutte le fedi sono uguali. Se un cristiano utilizza la violenza in nome del Vangelo va contro il Vangelo. L’islam ha un evidente problema con la violenza, e la radici del problema sono nel Corano. Benedetto XVIlo disse chiaramente e fu trattato come sappiamo».

Con queste posizioni, visto il suo passato di “martiniano di ferro”, essendo lei stato molto vicino al cardinale Carlo Maria Martini, la accusano di aver tradito. Non è più “fedele alla linea”?

«Non sono mai stato fedele ad alcuna linea, se non a quella di cercare di capire il mondo con il massimo di onestà intellettuale, al netto dei miei peccati, dei miei limiti e delle mie debolezze. L’amicizia con il cardinale Martini è stato un grande dono della provvidenza. Il suo invito a suddividere le persone non fra credenti e non credenti, ma fra pensanti e non pensanti, mi ha spinto a utilizzare la libertà cristiana senza paura. Non eravamo sempre d’accordo.
Circa l’aborto, per esempio, arrivai a dirgli che, secondo me, da parte sua c’era un eccesso di giustificazionismo. Ricordo che quando gli chiesi di approfondire la questione del dialogo, mi consigliò di rileggermi l’Ecclesiam suam, dove Paolo VI chiede prima di tutto alla Chiesa di meditare su sé stessa. C’è una certa differenza con Bergoglio, che chiede alla Chiesa di uscire da sé stessa. Con Martini c’era un costante, rigoroso aggancio alla Scrittura. Non temeva di confrontarsi con le grandi questioni della modernità. Si poteva essere d’accordo o meno con lui, ma di certo non lo si poteva accusare di superficialità. Chi dice che Bergoglio sta realizzando l’idea di Chiesa di Martini probabilmente non conosce Martini, ma forse nemmeno Bergoglio».

(fonte: laverita.info)



[Modificato da Caterina63 07/01/2017 23.04]
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  ATTENZIONE: INTERVISTA IMPONENTE, IMPORTANTE E GRAVISSIMA DEL CARDINALE CAFFARRA

su i Dubia e la crisi nella Chiesa....


“Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”. Intervista al cardinale Caffarra


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“La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco. Non il suo effetto. Insulti e minacce di sanzioni canoniche sono cose indegne”. “Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”.

di Matteo Matzuzzi (14-01-2017)

Bologna – «Credo che vadano chiarite diverse cose. La lettera – e i dubia allegati – è stata lungamente riflettuta, per mesi, e lungamente discussa tra di noi. Per quanto mi riguarda, è stata anche lungamente pregata davanti al Santissimo Sacramento». Il cardinale Carlo Caffarrapremette questo, prima di iniziare la lunga conversazione con Il Foglio sull’ormai celebre lettera “dei quattro cardinali” inviata al Papa per chiedergli chiarimenti in relazione all’Amoris laetitìa, l’esortazione che ha tirato le somme del doppio Sinodo sulla famiglia e che tanto dibattito – non sempre con garbo ed eleganza – ha scatenato dentro e fuori le mura vaticane. «Eravamo consapevoli che il gesto che stavamo compiendo era molto serio. Le nostre preoccupazioni erano due. La prima era di non scandalizzare i piccoli nella fede. Per noi pastori questo è un dovere fondamentale. La seconda preoccupazione era che nessuna persona, credente o non credente, potesse trovare nella lettera espressioni che anche lontanamente suonassero come una benché minima mancanza di rispetto verso il Papa. Il testo finale quindi è il frutto di parecchie revisioni: testi rivisti, rigettati, corretti».

Fatte queste premesse, Caffarra entra in materia. «Che cosa ci ha spinto a questo gesto? Una considerazione di carattere generale-strutturale e una di carattere contingente-congiunturale. Iniziamo dalla prima. Esiste per noi cardinali il dovere grave di consigliare il Papa nel governo della Chiesa. È un dovere, e i doveri obbligano. Di carattere più contingente, invece, vi è il fatto – che solo un cieco può negare – che nella Chiesa esiste una grande confusione, incertezza, insicurezza causate da alcuni paragrafi di Amoris laetitìa. In questi mesi sta accadendo che sulle stesse questioni fondamentali riguardanti l’economia sacramentale (matrimonio, confessione ed eucaristia) e la vita cristiana, alcuni vescovi hanno detto A, altri hanno detto il contrario di A. Con l’intenzione di interpretare bene gli stessi testi».

«questo è un fatto, innegabile, perché i fatti sono testardi, come diceva David Hume. La via di uscita da questo “conflitto di interpretazioni” era il ricorso ai criteri interpretativi teologici fondamentali, usando i quali penso che si possa ragionevolmente mostrare che Amoris laetitìa non contraddice Famìliaris consortio. Personalmente, in incontri pubblici con laici e sacerdoti ho sempre seguito questa via». Non è bastato, osserva l’arcivescovo emerito di Bologna. «Ci siamo resi conto che questo modello epistemologico non era sufficiente. Il contrasto tra queste due interpretazioni continuava. C’era un solo modo per venirne a capo: chiedere all’autore del testo interpretato in due maniere contraddittorie qual è l’interpretazione giusta. Non c’è altra via. Si poneva, di seguito, il problema del modo con cui rivolgersi al Pontefice. Abbiamo scelto una via molto tradizionale nella Chiesa, i cosiddetti dubia». Perché? «Perché si trattava di uno strumento che, nel caso in cui secondo il suo sovrano giudizio il Santo Padre avesse voluto rispondere, non lo impegnava in risposte elaborate e lunghe. Doveva solo rispondere “Sì” o “No”. E rimandare, come spesso i Papi hanno fatto, ai provati autori (in gergo: probati auctores) o chiedere alla Dottrina della fede di emanare una dichiarazione congiunta con cui spiegare il Sì o il No. Ci sembrava la via più semplice. L’altra questione che si poneva era se farlo in privato o in pubblico. Abbiamo ragionato e convenuto che sarebbe stata una mancanza di rispetto rendere tutto pubblico fin da subito. Così si è fatto in modo privato, e solo quando abbiamo avuto la certezza che il Santo Padre non avrebbe risposto, abbiamo deciso di pubblicare».

È questo uno dei punti su cui maggiormente s’è discusso, con relative polemiche assortite. Da ultimo, è stato il cardinale Gerhard Ludwig Muller, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, a giudicare sbagliata la pubblicazione della lettera. Caffarra spiega: «Abbiamo interpretato il silenzio come autorizzazione a proseguire il confronto teologico. E, inoltre, il problema coinvolge così profondamente sia il magistero dei vescovi (che, non dimentichiamolo, lo esercitano non per delega del Papa ma in forza del sacramento che hanno ricevuto) sia la vita dei fedeli. Gli uni e gli altri hanno diritto di sapere. Molti fedeli e sacerdoti dicevano “ma voi cardinali in una situazione come questa avete l’obbligo di intervenire presso il Santo Padre. Altrimenti per che cosa esistete se non aiutate il Papa in questioni così gravi?”. Cominciava a farsi strada lo scandalo di molti fedeli, quasi che noi ci comportassimo come i cani che non abbaiano di cui parla il Profeta. Questo è quanto sta dietro a quelle due pagine».

nxvfh7vckjlk_s4Eppure le critiche sono piovute, anche da confratelli vescovi o monsignori di curia: «Alcune persone continuano a dire che noi non siamo docili al magistero del Papa. È falso e calunnioso. Proprio perché non vogliamo essere indocili abbiamo scritto al Papa. Io posso essere docile al magistero del Papa se so cosa il Papa insegna in materia di fede e di vita cristiana. Ma il problema è esattamente questo: che su dei punti fondamentali non si capisce bene che cosa il Papa insegna, come dimostra il conflitto di interpretazioni fra vescovi. Noi vogliamo essere docili al magistero del Papa, però il magistero del Papa deve essere chiaro. Nessuno di noi – dice l’arcivescovo emerito di Bologna – ha voluto “obbligare” il Santo Padre a rispondere: nella lettera abbiamo parlato di sovrano giudizio. Semplicemente e rispettosamente abbiamo fatto domande. Non meritano infine attenzione le accuse di voler dividere la Chiesa. La divisione, già esistente nella Chiesa, è la causa della lettera, non il suo effetto. Cose invece indegne dentro la Chiesa sono, in un contesto come questo soprattutto, gli insulti e le minacce di sanzioni canoniche».

Nella premessa alla lettera si constata «un grave smarrimento di molti fedeli e una grande confusione in merito a questioni assai importanti per la vita della Chiesa». In che cosa consistono, nello specifico, la confusione e lo smarrimento? Risponde Caffarra: «Ho ricevuto la lettera di un parroco che è una fotografia perfetta di ciò che sta accadendo. Mi scriveva: “Nella direzione spirituale e nella confessione non so più che cosa dire. Al penitente che mi dice: vivo a tutti gli effetti come marito con una donna che è divorziata e ora mi accosto all’Eucarestia, propongo un percorso, in ordine a correggere questa situazione. Ma il penitente mi ferma e risponde subito: guardi, padre, il Papa ha detto che posso ricevere l’eucaristia, senza il proposito di vivere in continenza. Io non ne posso più di questa situazione. La Chiesa mi può chiedere tutto, ma non di tradire la mia coscienza. E la mia coscienza fa obiezione a un supposto insegnamento pontificio di ammettere all’eucaristia, date certe circostanze, chi vive more uxorio senza essere sposato”. Così scriveva il parroco. La situazione di molti pastori d’anime, intendo soprattutto i parroci – osserva il cardinale – è questa: si ritrovano sulle spalle un peso che non sono in grado di portare. È a questo che penso quando parlo di grande smarrimento. E parlo dei parroci, ma molti fedeli restano ancor più smarriti. Stiamo parlando di questioni che non sono secondarie. Non si sta discutendo se il pesce rompe o non rompe l’astinenza. Si tratta di questioni gravissime per la vita della Chiesa e per la salvezza eterna dei fedeli. Non dimentichiamolo mai: questa è la legge suprema nella Chiesa, la salvezza eterna dei fedeli. Non altre preoccupazioni. Gesù ha fondato la sua Chiesa perché i fedeli abbiano la vita eterna, e l’abbiano in abbondanza».

La divisione cui si riferisce il cardinale Carlo Caffarra è originata innanzitutto dall’interpretazione dei paragrafi di Amoris laetitia che vanno dal numero 300 al 305. Per molti, compresi diversi vescovi, qui si trova la conferma di una svolta non solo pastorale bensì anche dottrinale. Altri, invece, che il tutto sia perfettamente inserito e in continuità con il magistero precedente. Come si esce da tale equivoco?

«Farei due premesse molto importanti. Pensare una prassi pastorale non fondata e radicata nella dottrina significa fondare e radicare la prassi pastorale sull’arbitrio. Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante. La Verità di cui noi parliamo non è una verità formale, ma una Verità che dona salvezza eterna: Veritas salutaris, in termini teologici. Mi spiego. Esiste una verità formale. Per esempio, voglio sapere se il fiume più lungo del mondo è il Rio delle Amazzoni o il Nilo. Risulta che è il Rio delle Amazzoni. Questa è una verità formale. Formale significa che questa conoscenza non ha nessuna relazione con il mio modo di essere libero. Anche se la risposta fosse stata il contrario, non sarebbe cambiato nulla sul mio modo di essere libero. Ma ci sono verità che io chiamo esistenziali. Se è vero – come Socrate aveva già insegnato – che è meglio subire un’ingiustizia piuttosto che compierla, enuncio una verità che provoca la mia libertà ad agire in modo molto diverso che se fosse vero il contrario. Quando la Chiesa parla di verità – aggiunge – parla di verità del secondo tipo, la quale, se obbedita dalla libertà, genera la vera vita. Quando sento dire che è solo un cambiamento pastorale e non dottrinale, o si pensa che il comandamento che proibisce l’adulterio sia una legge puramente positiva che può essere cambiata (e penso che nessuna persona retta possa ritenere questo), oppure significa ammettere sì che il triangolo ha generalmente tre lati, ma che c’è la possibilità di costruirne uno con quattro lati. Cioè, dico una cosa assurda. Già i medievali, dopotutto, dicevano: theoria sine pratii, currus sine ati; pratis sine tìieoria, caecus in via».

La seconda premessa che l’arcivescovo di Bologna fa riguarda «il grande tema dell’evoluzione della dottrina, che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano. E che sappiamo è stato ripreso in maniera splendida dal beato John Henry Newman. Se c’è un punto chiaro, è che non c’è evoluzione laddove c’è contraddizione. Se io dico che s è p e poi dico che s non è p, la seconda proposizione non sviluppa la prima ma la contraddice. Già Aristotele aveva giustamente insegnato che enunciare una proposizione universale affermativa (e. g. ogni adulterio è ingiusto) e allo stesso tempo una proposizione particolare negativa avente lo stesso soggetto e predicato (e. g. qualche adulterio non è ingiusto), non si fa un’eccezione alla prima. La si contraddice. Alla fine, se volessi definire la logica della vita cristiana, userei l’espressione di Kierkegaard: “Muoversi sempre, rimanendo sempre fermi nello stesso punto”». Il problema, aggiunge il porporato, «è di vedere se i famosi paragrafi nn. 300-305 di Amoris laetitia e la famosa nota n. 351 sono o non sono in contraddizione con il magistero precedente dei Pontefici che hanno affrontato la stessa questione. Secondo molti vescovi, è in contraddizione. Secondo molti altri vescovi, non si tratta di contraddizione ma di uno sviluppo. Ed è per questo che abbiamo chiesto una risposta al Papa».

Si arriva così al punto più conteso e che tanto ha animato le discussioni sinodali: la possibilità di concedere ai divorziati e risposati civilmente il riaccostamento all’eucaristia. Cosa che non trova esplicitamente spazio in Amoris laetitia, ma che a giudizio di molti è un fatto implicito che rappresenta nulla di più se non un’evoluzione rispetto al n. 84 dell’esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II.

03282012080753sacramentum-caritatis-copy«Il problema nel suo nodo è il seguente», argomenta Caffarra: «Il ministro dell’eucaristia (di solito il sacerdote) può dare l’eucaristia a una persona che vive more uxorio con una donna o con uomo che non è sua moglie o suo marito, e non intende vivere nella continenza? Le risposte sono solo due: Sì oppure No. Nessuno per altro mette in questione che Familiaris consortio, Sacramentum Caritatis, il Codice di diritto canonico, e il Catechismo della Chiesa cattolica alla domanda suddetta rispondano No. Un No valido finché il fedele non propone di abbandonare lo stato di convivenza more uxorio. Amoris laetitia ha insegnato che, date certe circostanze precise e fatto un certo percorso, il fedele potrebbe accostarsi all’eucaristia senza impegnarsi alla continenza? Ci sono vescovi che hanno insegnato che si può. Per una semplice questione di logica, si deve allora anche insegnare che l’adulterio non è in sé e per sé male. Non è pertinente appellarsi all’ignoranza o all’errore a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio: un fatto purtroppo molto diffuso. Questo appello ha un valore interpretativo, non orientativo. Deve essere usato come metodo per discernere l’imputabilità delle azioni già compiute, ma non può essere principio per le azioni da compiere. Il sacerdote – dice il cardinale – ha il dovere di illuminare l’ignorante e correggere l’errante».

«Ciò che invece Amoris laetitia ha portato di nuovo su tale questione, è il richiamo ai pastori d’anime di non accontentarsi di rispondere No (non accontentarsi però non significa rispondere Sì), ma di prendere per mano la persona e aiutarla a crescere fino al punto che essa capisca che si trova in una condizione tale da non poter ricevere l’eucaristia, se non cessa dalle intimità proprie degli sposi. Ma non è che il sacerdote possa dire “aiuto il suo cammino dandogli anche i sacramenti”. Ed è su questo che nella nota n. 351 il testo è ambiguo. Se io dico alla persona che non può avere rapporti sessuali con colui che non è suo marito o sua moglie, però per intanto, visto che fa tanto fatica, può averne… solo uno anziché tre alla settimana, non ha senso; e non uso misericordia verso questa persona. Perché per porre fine a un comportamento abituale – un habitus, direbbero i teologi – occorre che ci sia il deciso proposito di non compiere più nessun atto proprio di quel comportamento. Nel bene c’è un progresso, ma fra il lasciare il male e iniziare a compiere il bene, c’è una scelta istantanea, anche se lungamente preparata. Per un certo periodo Agostino pregava: “Signore, dammi la castità, ma non subito”».

A scorrere i dubia, pare di comprendere che in gioco, forse più di Familiaris consortio, ci sia Veritatis splendor. È così? «Sì», risponde Carlo Caffarra. «Qui è in questione ciò che insegna Veritatis splendor. Questa enciclica (6 agosto 1993) è un documento altamente dottrinale, nelle intenzioni del Papa san Giovanni Paolo II, al punto che – cosa eccezionale ormai nelle encicliche – è indirizzata solo ai vescovi in quanto responsabili della fede che si deve credere e vivere (cfr. n° 5). A essi, alla fine, il Papa raccomanda di essere vigilanti circa le dottrine condannate o insegnate dall’enciclica stessa. Le une perché non si diffondano nelle comunità cristiane, le altre perché siano insegnate (cfr. n° 116). Uno degli insegnamenti fondamentali del documento è che esistono atti i quali possono per sé stessi ed in se stessi, a prescindere dalle circostanze in cui sono compiuti e dallo scopo che l’agente si propone, essere qualificati disonesti. E aggiunge che negare questo fatto può comportare di negare senso al martirio (cfr. nn. 90-94). Ogni martire infatti – sottolinea l’arcivescovo emerito di Bologna – avrebbe potuto dire: “Ma io mi trovo in una circostanza… in tali situazioni per cui il dovere grave di professare la mia fede, o di affermare l’intangibilità di un bene morale, non mi obbliga più”. Si pensi alle difficoltà che la moglie di Tommaso Moro faceva a suo marito già condannato in prigione: “Hai doveri verso la famiglia, verso i figli”. Non è, quindi, solo un discorso di fede. Anche se uso la sola retta ragione, vedo che negando resistenza di atti intrinsecamente disonesti, nego che esista un confine oltre il quale i potenti di questo mondo non possono e non devono andare. Socrate è stato il primo in occidente a comprendere questo. La questione dunque è grave, e su questo non si possono lasciare incertezze. Per questo ci siamo permessi di chiedere al Papa di fare chiarezza, poiché ci sono vescovi che sembrano negare tale fatto, richiamandosi ad Amoris laetitia. L’adulterio infatti è sempre rientrato negli atti intrinsecamente cattivi. Basta leggere quanto dice Gesù al riguardo, san Paolo e i comandamenti dati a Mosè dal Signore».

Ma c’è ancora spazio, oggi, per gli atti cosiddetti “intrinsecamente cattivi”. O, forse, è tempo di guardare più all’altro lato della bilancia, al fatto che tutto, dinanzi a Dio, può essere perdonato? Attenzione, dice Caffarra: «Qui si fa una grande confusione. Tutti i peccati e le scelte intrinsecamente disoneste possono essere perdonate. Dunque “intrinsecamente disonesti” non significa “imperdonabili”. Gesù tuttavia non si accontenta di dire all’adultera: “Neanch’io ti condanno”. Le dice anche: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv. 8,10). San Tommaso, ispirandosi a sant’Agostino, fa un commento bellissimo, quando scrive che “Avrebbe potuto dire: va’ e vivi come vuoi e sii certa del mio perdono. Nonostante tutti i tuoi peccati, io ti libererò dai tormenti dell’inferno. Ma il Signore che non ama la colpa e non favorisce il peccato, condanna la colpa… dicendo: e d’ora in poi non peccare più. Appare così quanto sia tenero il Signore nella sua misericordia e giusto nella sua Verità” (cfr. Comm. a Gv. 1139). Noi siamo veramente, non per modo di dire, liberi davanti al Signore. E quindi il Signore non ci butta dietro il suo perdono. Ci deve essere un mirabile e misterioso matrimonio tra l’infinita misericordia di Dio e la libertà dell’uomo, il quale deve convertirsi se vuole essere perdonato».

9788831508292_0_0_978_80Chiediamo al cardinale Caffarra se una certa confusione non derivi anche dalla convinzione, radicata pure tra tanti pastori, che la coscienza sia una facoltà per decidere autonomamente riguardo ciò che è bene e ciò che è male, e che in ultima istanza la parola decisiva spetti alla coscienza del singolo.

«Ritengo che questo sia il punto più importante di tutti», risponde. «È il luogo dove ci incontriamo e scontriamo con la colonna portante della modernità. Cominciamo col chiarire il linguaggio. La coscienza non decide, perché essa è un atto della ragione; la decisione è un atto della libertà, della volontà. La coscienza è un giudizio in cui il soggetto della proposizione che lo esprime è la scelta che sto per compiere o che ho già compiuto, e il predicato è la qualificazione morale della scelta. È dunque un giudizio, non una decisione. Naturalmente, ogni giudizio ragionevole si esercita alla luce di criteri, altrimenti non è un giudizio, ma qualcosa d’altro. Criterio è ciò in base a cui io affermo ciò che affermo e nego ciò che nego. A questo punto risulta particolarmente illuminante un passaggio del Trattato sulla coscienza morale del beato Rosmini: “C’è una luce che è nell’uomo e c’è una luce che è l’uomo. La luce che è nell’uomo è la legge di Verità e la grazia. La luce che è l’uomo è la retta coscienza, poiché l’uomo diventa luce quando partecipa alla luce della legge di Verità mediante la coscienza a quella luce confermata”. Ora, di fronte a questa concezione della coscienza morale si oppone la concezione che erige come tribunale inappellabile della bontà o malizia delle proprie scelte la propria soggettività. Qui, per me – dice il porporato – c’è lo scontro decisivo tra la visione della vita che è propria della Chiesa (perché è propria della Rivelazione divina) e la concezione della coscienza propria della modernità».

«Chi ha visto questo in maniera lucidissima – aggiunge – è stato il beato Newman. Nella famosa Lettera al duca di Norfolk, dice: “La coscienza è un vicario aborigeno del Cristo. Un profeta nelle sue informazioni, un monarca nei suoi ordini, un sacerdote nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi. Per il gran mondo della filosofia di oggi, queste parole non sono che verbosità vane e sterili, prive di un significato concreto. Al tempo nostro ferve una guerra accanita, direi quasi una specie di cospirazione contro i diritti della coscienza”. Più avanti aggiunge che “nel nome della coscienza si distrugge la vera coscienza”. Ecco perché fra i cinque dubia il dubbio numero cinque è il più importante. C’è un passaggio di Amoris laetitia, al n° 303, che non è chiaro; sembra – ripeto: sembra – ammettere la possibilità che ci sia un giudizio vero della coscienza (non invincibilmente erroneo; questo è sempre stato ammesso dalla Chiesa) in contraddizione con ciò che la Chiesa insegna come attinente al deposito della divina Rivelazione. Sembra. E perciò abbiamo posto il dubbio al Papa».

«Newman – ricorda Caffarra – dice che “se il Papa parlasse contro la coscienza presa nel vero significato della parola, commetterebbe un vero suicidio, si scaverebbe la fossa sotto i piedi”. Sono cose di una gravità sconvolgente. Si eleverebbe il giudizio privato a criterio ultimo della verità morale. Non dire mai a una persona: “Segui sempre la tua coscienza”, senza aggiungere sempre e subito: “Ama e cerca la verità circa il bene”. Gli metteresti nelle mani l’arma più distruttiva della sua umanità».

(Fonte: IlFoglio.it)




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Il dolore innocente e la risposta cristiana. Che c’è

Nell’udienza generale di mercoledì 4 gennaio, la prima del 2017, papa Francesco è tornato sulla questione del dolore innocente. Ne aveva già parlato nel dicembre scorso, durante il discorso rivolto alla comunità dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù, e di nuovo, come in quella occasione, rispetto al testo scritto ha voluto fare un’integrazione a braccio.

Il 15 dicembre 2015, improvvisando, Francesco disse: «Perché i bambini soffrono? Non c’è risposta. Soltanto guardare il Crocifisso, lasciare che sia Lui a darci la risposta».

E continuò con un  dialogo immaginario: «Tu potrai dirmi: “Ma lei, Padre, non ha studiato teologia?”». «Sì!». «E  ha letto libri su questo?». « Sì! E la risposta non c’è! Guarda il Crocifisso: soffre e piange, e questa è la nostra vita. Io non voglio vendere ricette che non servono, questa è la realtà: il pianto, il dolore come Gesù in croce. Piangere con lui, con lei, soltanto questo. Perché soffrono i bambini? Una delle domande aperte della nostra esistenza: non sappiamo. Dio è ingiusto? Eh sì! È stato ingiusto con  suo Figlio, lo ha mandato in croce! Eh, se seguiamo questa logica, dobbiamo dire questo? Ma è la nostra esistenza umana, è la nostra carne che soffre in quel bambino. E quando si soffre non si parla: si piange e si prega, in silenzio».

Molto simili le espressioni usate il 4 gennaio 2017, quando, dopo aver spiegato che «il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini», il papa di nuovo ha sentito il bisogno di un’integrazione a braccio. La seguente: «Quando qualcuno si rivolge a me e mi fa domande difficili, per esempio: “Mi dica, padre: perché soffrono i bambini?”, davvero io non so cosa rispondere. Soltanto dico: “Guarda il Crocifisso: Dio ci ha dato il suo Figlio, Lui ha sofferto, e forse lì troverai una risposta”. Ma risposte di qua non ci sono. Soltanto guardando l’amore di Dio che dà suo Figlio, che offre la sua vita per noi, può indicare qualche strada di consolazione. E per questo diciamo che il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini; ha condiviso ed ha accolto la morte; la sua Parola è definitivamente parola di consolazione, perché nasce dal pianto».

Forse qualcuno ricorderà che a proposito del primo discorso, quello del 15 dicembre 2016, fece scalpore la frase sul «Dio ingiusto». Un’eresia, anzi una bestemmia, commentò qualcuno. In realtà, rileggendo l’integrazione pronunciata dal papa a braccio e nel suo italiano sempre un po’ immaginifico, ci si rende conto che Francesco ha sostenuto che Dio sarebbe «ingiusto» solo se seguiamo «questa logica», ovvero, sembra di capire, la logica terrena, esclusivamente umana. Se invece guardiamo al Crocifisso, non è così.

Ma il punto su cui vorrei puntare l’attenzione è un altro. Sia il 15 dicembre sia il 4 gennaio Francesco ribadisce con decisione che di fronte al dolore innocente «la risposta non c’è». Nel primo discorso lo dice chiaramente: «Non c’è risposta», «La risposta non c’è». E nel secondo aggiunge: «Davvero io non so cosa rispondere». In entrambi i discorsi il papa lascia intendere che uno può anche aver studiato teologia, può essere anche papa, ma una risposta non è possibile. L’unica cosa che si può fare è contemplare il Crocifisso.

Ora la domanda è: siamo sicuri che sia proprio così? È plausibile sostenere che per un credente la risposta non c’è? E il papa, in quanto papa, può dire «davvero io non so che cosa rispondere»?

In realtà, dottrina e tradizione ci dicono che, per un credente, la risposta c’è. Dio non ha creato il male e la sofferenza, che sono conseguenze del peccato. Ecco la risposta, sconvolgente per la mentalità secolarizzata, ma inequivocabile per la Chiesa: il peccato. Un peccato al quale Dio, però, non ci abbandona come a una condanna inevitabile. Il Padre, infatti, manda suo Figlio ad assumere su di sé tutti i peccati, per sconfiggere la morte. Un’altra risposta sconvolgente, anzi scandalosa, per la mentalità secolarizzata. Ma altrettanto inequivocabile.

I due misteri, quello del male e del dolore innescato dal peccato, e quello della redenzione permessa dal sacrificio del Figlio di Dio, sono strettamente connessi.  Come spiegò Giovanni Paolo II in un’udienza generale del 1986 (10 dicembre) «il mistero del male e del peccato, il “mysterium iniquitatis”, non può essere compreso senza riferimento al mistero della redenzione, al “mysterium paschale” di Gesù Cristo».  E nella «Salvifici doloris», la lettera apostolica dedicata proprio al senso cristiano della sofferenza, Giovanni Paolo II scrive: «La sofferenza deve servire alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene nel soggetto, che può riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come scopo di superare il male, che sotto diverse forme è latente nell’uomo, e di consolidare il bene sia in lui stesso, sia nei rapporti con gli altri e, soprattutto, con Dio».

Dunque le risposte ci sono, e la Chiesa, anche di recente, le ha formulate con chiarezza. Certo, se non si fa riferimento al peccato, diventa impossibile cogliere il significato della sofferenza come richiamo alla conversione.

Il peccato, fin da quello di Adamo: ecco la risposta. Un peccato, il primigenio, che è stato di disobbedienza: l’uomo, la creatura, che pretende di fare la sua volontà e non quella del Creatore.

Si tratta di una verità che la Chiesa ha costantemente ribadito, come leggiamo nella «Gaudium et spes»: «Costituito da Dio   . . . l’uomo fin dagli inizi della storia abusò della libertà sua, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio».

Ma l’uomo, Adamo, non ha fatto tutto da solo. È stato tentato da qualcuno. E da chi? Dal Maligno. Un’altra risposta inequivocabile. Perché, come si legge nel Libro della Sapienza (Sap 2, 24): «. . . la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono».

Le risposte ci sono, sono chiare. La Chiesa le possiede e le insegna da sempre.

Lungo i secoli, il problema del dolore innocente ha interpellato schiere di filosofi, teologi, scrittori, pensatori. La questione è quella alla quale gli atei fanno ricorso più volentieri per giustificare il loro non credere in Dio: se Dio c’è, ed è buono, come può permettere la sofferenza, sommamente ingiusta, dell’innocente?

Ecco, chi è senza risposte è appunto l’ateo. Ma il credente la risposta ce l’ha. Ed è una risposta che apre a infinite riflessioni. A partire da questa: il peccato fa irruzione nel mondo a opera di un solo uomo, Adamo, ma si riverbera sull’umanità intera. Allo stesso modo, il riscatto, la redenzione, è operata da un solo uomo, Gesù Cristo, ma va a beneficio di tutti. Non ce n’è abbastanza per interrogarci, in quanto credenti, sullo spessore della nostra responsabilità individuale nell’eterna battaglia tra la luce e le tenebre, tra il bene e il male?

Sì, la Chiesa ha le risposte, e il suo insegnamento sorregge l’opera dei santi.

Il beato don Carlo Gnocchi, il prete che dedicò la vita ai bambini disabili, nel suo libro «Pedagogia del dolore innocente» dice che attraverso il dolore dei bimbi «si ha in mano la chiave per comprendere ogni dolore umano e consolare la pena di ogni uomo percosso ed umiliato dal dolore». Risposta alla luce della fede.

In questi casi penso sempre a quei genitori che hanno avuto figli gravemente disabili o hanno fatto l’esperienza della perdita di un figlio. Ne ho conosciuti alcuni che, dopo un primo momento di ribellione totale a Dio («perché mi hai fatto questo?»), hanno poi trovato la risposta proprio in Gesù. Ricordo in particolare una mamma che mi ha detto: «Per lungo tempo non ho capito, ma ora so che l’esperienza della malattia di mio figlio aveva ed ha un significato. Ho scoperto la solidarietà di altre persone, mi si sono aperti gli occhi su ciò che conta davvero, ho percepito la bontà disinteressata. Mio figlio non ha sofferto invano. La sua sofferenza ci ha toccato nel cuore e ci ha migliorati».

Certo, approdare alla risposta non è facile. Ma la risposta c’è. Ha un nome e un volto.

Sostenere che una risposta non c’è non è forse in aperta contraddizione con la fede di quanti, e sono tanti, l’hanno trovata proprio nel valore redentivo del dolore innocente unito alla passione di Cristo e nella partecipazione al mistero della Redenzione?

Mi scrive un amico prete: «Grazie alla Croce di Cristo, il dolore innocente non è un enigma senza risposte, ma un mistero in cui entrare con fede e speranza, alla luce della Pasqua. Il Signore non ha lasciato senza risposta lo scandalo di Pietro di fronte alla croce né la tristezza dei discepoli di Emmaus, ma spiegò loro  quello che in tutte le Scritture si riferiva a Lui e disse: ”Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24, 26). Del resto Paolo, maestro di Luca, era convinto che la sofferenza, accolta nella fede, compie ciò che manca in noi dei patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24)».

Dunque le risposte, alla luce della fede, ci sono. Difficili, difficilissime da accogliere per la ragione umana, ma ci sono. E, se ci sono, non andrebbero forse formulate dal pastore in modo che il gregge le possa meditare, accogliere e vivere? Il compito del pastore è quello di dire «non ho risposte» o è quello di confermare i fratelli nella fede?

Forse Francesco ha voluto dire: non ci sono risposte razionali, non ci sono risposte sul piano della sola ragione umana. Il problema è che lui ha detto: «Io non ho risposte» e «io non voglio vendere ricette che non servono» . Cioè: io prete, io padre gesuita, io vescovo e papa, non ho risposte.

Non solo. Ha anche detto che la Parola di Dio, in proposito, «può indicare qualche strada di consolazione». Ma, di nuovo, siamo sicuri che sia così? «Qualche strada di consolazione» non suona, per lo meno, riduttivo? La Parola di Dio non è forse Parola di Verità e di Vita? Gesù, con il suo sacrificio, non sconfigge forse la morte? E non siamo qui nel cuore stesso del mistero cristiano? La fede pasquale può essere ridotta a «qualche strada di consolazione»?

Ripeto: è probabile che Francesco abbia soltanto voluto mettersi dalla parte del senso comune, magari pensando di avvicinare, così, i lontani. Ma quanto è compatibile questo argomentare con il dovere di confermare i fratelli nella fede?

Il 29 maggio 1994, in un Angelus domenicale dai toni quasi mistici, san Giovanni Paolo II, reduce dal ricovero di un mese al Policlinico Gemelli per la frattura di un femore, parlò della sua sofferenza come di «un dono necessario», legato al mese mariano, e precisò: «Il Papa doveva trovarsi al Policlinico Gemelli, doveva essere assente da questa finestra per quattro settimane, quattro domeniche, doveva soffrire: come ha dovuto soffrire tredici anni fa, così anche quest’anno».

Il riferimento a tredici anni prima è ovviamente all’attentato del 13 maggio 1981. Poi papa Wojtyla spiega: «Ho meditato, ho ripensato di nuovo a tutto questo durante la mia degenza in ospedale. E ho trovato di nuovo accanto a me la grande figura del cardinale Wyszynski, primate della Polonia (del quale ricorreva ieri il tredicesimo anniversario della morte). Egli, all’inizio del mio pontificato, mi ha detto: “Se il Signore ti ha chiamato, tu devi introdurre la Chiesa nel terzo millennio”. Lui stesso ha introdotto la Chiesa in Polonia nel secondo millennio cristiano. Così mi disse il cardinale Wyszynski. E ho capito che devo introdurre la Chiesa di Cristo in questo terzo millennio con la preghiera, con diverse iniziative, ma ho visto che non basta: bisognava introdurla con la sofferenza, con l’attentato di tredici anni fa e con questo nuovo sacrificio. Perché adesso, perché in questo anno, perché in questo Anno della famiglia? Appunto perché la famiglia è minacciata, la famiglia è aggredita. Deve essere aggredito il Papa, deve soffrire il Papa, perché ogni famiglia e il mondo vedano che c’è un Vangelo, direi, superiore: il Vangelo della sofferenza, con cui si deve preparare il futuro, il terzo millennio delle famiglie, di ogni famiglia e di tutte le famiglie. Volevo aggiungere queste riflessioni nel mio primo incontro con voi, carissimi romani e pellegrini, alla fine di questo mese mariano, perché questo dono della sofferenza lo devo, e ne rendo grazie, alla Vergine Santissima. Capisco che era importante avere questo argomento davanti ai potenti del mondo. Di nuovo devo incontrare questi potenti del mondo e devo parlare. Con quali argomenti? Mi rimane questo argomento della sofferenza».

C’è da restare senza fiato davanti a questo papa che, meditando sul mistero del dolore, non solo trova la risposta nel «Vangelo superiore», ma addirittura ringrazia la Vergine per il dono della sofferenza e proclama che per lui diventerà argomento privilegiato nel confronto che dovrà sostenere con i potenti della terra (la cui logica, evidentemente, è ben diversa da quella evangelica) per difendere la famiglia.

Le risposte, dunque, alla luce della fede, ci sono. E che risposte!

Aldo Maria Valli





Quella lettera del Papa al cardinale Burke
di Riccardo Cascioli
02-02-2017

Il Papa con il card. Burke

Si tratta della lettera inviata dopo il colloquio personale che il cardinale Burke aveva avuto il 10 novembre con papa Francesco, a cui aveva spiegato la delicata situazione dell’Ordine riguardo alla posizione di Albrecht Boeselager, di cui raccontiamo nell’altro articolo. Questa lettera, resa nota anche a tutti i membri del Consiglio sovrano dell’Ordine, è stata fin qui usata come capo d’accusa (gravissimo) contro lo stesso cardinale Burke. 

Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, è infatti intervenuto dopo la destituzione di Boeselager per contestare al cardinale patrono di aver millantato il sostegno di papa Francesco al siluramento di Boeselager. Questa è stata anche la base per il successivo intervento di segreteria di Stato e Papa che hanno portato alla richiesta di dimissioni al Gran Maestro Matthew Festing e al commissariamento dell’Ordine. Burke in realtà ha sempre negato di essere stato l’ispiratore del siluramento o di avere usato in modo fraudolento le parole del Papa, ma la lettera in realtà ha toni ben meno concilianti di quelli pretesi dal cardinale Parolin.

Il Papa, dopo aver richiamato il cardinale Burke alla vigilanza «in esecuzione del suo compito di “promuovere gli interessi spirituali dell’Ordine e dei suoi membri ed i rapporti fra la Santa Sede e l’Ordine” (Carta Costituzionale, art. 4 par. 4)», afferma anzitutto che «si dovrà evitare che nell’Ordine si introducano manifestazioni di spirito mondano, come pure appartenenze ad associazioni, movimenti e organizzazioni contrari alla fede cattolica o di stampo relativista». Il riferimento è alla presunta infiltrazione della massoneria tra i Cavalieri di Malta che il Papa, in colloqui privati, ha evocato più volte. «Qualora ciò dovesse verificarsi – prosegue papa Francesco – si inviteranno i Cavalieri che eventualmente fossero membri di tali associazioni, movimenti ed organizzazioni a ritirare la loro adesione, essendo essa incompatibile con la fede cattolica e l’appartenenza all’Ordine».

Il secondo capitolo riguarda il problema della diffusione dei contraccettivi nei paesi poveri: «Andrà inoltre particolarmente curato – si legge nella lettera – che nelle iniziative e opere assistenziali dell’Ordine non vengano impiegati e diffusi metodi e mezzi contrari alla legge morale. Se in passato è sorto qualche problema in questo ambito, mi auguro che possa essere completamente risolto. Mi dispiacerebbe sinceramente, infatti, se alcuni alti Ufficiali – come Lei stesso mi ha riferito – pur sapendo di queste prassi, concernenti soprattutto la distribuzione di contraccettivi di qualsiasi tipo, non siano finora intervenuti per porvi fine».

Chiaro dunque l’obiettivo posto dal Papa. Ma come affrontare i responsabili dello scandalo? «Non dubito però – scrive papa Francesco – che, seguendo il principio paolino di “operare la verità nella carità” (Ef 4, 15), si riuscirà a entrare in dialogo con loro ed ottenere le necessarie rettifiche».

Un’indicazione chiara anche qui, ma soprattutto un auspicio. Cosa succede infatti se i responsabili non intendono risolvere il problema? Come abbiamo spiegato nell’articolo principale, infatti, non si tratta di un piccolo problema isolato ma di pratiche svolte almeno fino a tempi recentissimi e soprattutto condivise ideologicamente da responsabili come Boeselager che fino al 2014 è stato il diretto responsabile di questi progetti. Da tutte le ricostruzioni della vicenda appare chiaro che c’è stato il tentativo del Gran Maestro di richiamare Boeselager alle sue responsabilità, cosa che è stata rifiutata, spingendo allora il Gran Maestro alla destituzione di Boeselager e il Consiglio sovrano a eleggere il suo successore come Gran Cancelliere.

Come poi sono andate le cose è storia recente, ma leggendo le chiare indicazioni di papa Francesco, non ci si può non stupire che il risultato finale sia che il responsabile oggettivo dei progetti condannati dal Papa sia oggi stato riabilitato e risulti il vincitore mentre coloro che hanno cercato di seguire le indicazioni del Papa sono stati silurati, umiliati e sottoposti alla gogna mediatica.

La lettera conferma anche che tra il Papa e il suo segretario di Stato emergono posizioni diverse sul caso Ordine di Malta, con un cardinale Parolin decisissimo a sostenere Boeselager e il commissariamento vero e proprio dell’Ordine. Un fatto che desta qualche curiosità, aumentata da un altro dettaglio finora non comunicato. La Santa Sede ha infatti deciso l’annullamento e l’invalidità di tutti gli atti del Gran Maestro e del Consiglio Sovrano dal 6 dicembre scorso. In questo modo viene resa nulla la destituzione di Boeselager ma anche – e sta qui il dettaglio – la nomina di una commissione d’inchiesta interna voluta dal Gran Maestro per indagare sul misterioso lascito di 120 milioni, depositati in Svizzera, di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane e di cui il Gran Maestro era sostanzialmente all’oscuro. Informato (e interessato) pare invece lo fosse Boeselager. Ora questa commissione d’inchiesta non ci sarà più.

   


[Modificato da Caterina63 04/02/2017 21.31]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  ECCO LA PROVA CHE I 4 CARDINALI HANNO RAGIONE E CHE PAPA FRANCESCO DEVE RISPONDERE PER CORREGGERE GLI ERRORI   Giovanni Paolo II e Benedetto XVI riportano, magistralmente I LIMITI DELL'AUTORITA' DEL PAPA 

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Non lo inventiamo noi, è tutto sancito, definito categoricamente dal magistero petrino nel solco della tradizione della Chiesa e di tutti i Pontefici, nel corso dei duemila anni di autentica pastorale per il bene degli uomini.

“Dio e il mondo” è il titolo del libro che l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha scritto con il giornalista Peter Seewald. Del volume, frutto di un lungo colloquio tenuto nel febbraio 2000 nell’abbazia benedettina di Montecassino, portiamo questo imponente passaggio sul compito specifico del Pontefice:

PS – Molti considerano la Chiesa un apparato di potere.

JR – «Sì, ma si dovrebbe innanzitutto tenere conto che queste strutture devono esistere in funzione del servizio. Il papa non è il signore supremo – dall’epoca di Gregorio Magno ha assunto il titolo di “servo dei servi di Dio” – ma dovrebbe essere – amo dire – il garante dell’obbedienza, della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, escludendo ogni arbitrio da parte sua. Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio. Se nella Chiesa sorgono tentazioni a fare diversamente, a scegliere la via più comoda, deve chiedersi se ciò è lecito. Il papa non è dunque un organo che possa dare vita a un’altra Chiesa, ma è un argine contro l’arbitrio. Faccio un esempio: dal Nuovo Testamento sappiamo che il matrimonio sacramentale è indissolubile. Ci sono correnti d’opinione che sostengono che il papa potrebbe abrogare quest’obbligo. Ma non è così. E nel gennaio del 2000, rivolgendosi ai giudici romani, il papa ha detto che, rispetto alla tendenza a voler vedere revocato il vincolo dell’indissolubilità del matrimonio, egli non può fare tutto ciò che vuole, ma deve anzi accentuare l’obbedienza, deve proseguire anche in questo senso il gesto della lavanda dei piedi».

Provvidenziale e diremo anche profetico che l’allora cardinale Prefetto della difesa della vera Fede abbia usato, proprio come esempio, la difesa del vincolo del Matrimonio cristiano, il Sacramento del Matrimonio che – è evidente – era già minacciato da queste innovazioni che oggi, purtroppo, vengono invece imposte nella Chiesa sotto la falsa dottrina della prassi.

_07-papa-deve-rispondere-ai-dubia-2Che cosa diceva Giovanni Paolo II in difesa della stessa Familiaris consortio, oggi volutamente abusata?

“Per questo sottolineavo il “dovere fondamentale” della Chiesa di “riaffermare con forza, ­ come hanno fatto i Padri del Sinodo, la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio”(n.20), anche al fine di dissipare l’ombra che, sul valore dell’indissolubilità del vincolo coniugale, sembrano gettare alcune opinioni scaturite nell’ambito della ricerca teologico – canonistica. Si tratta di tesi favorevoli al superamento dell’incompatibilità assoluta tra un matrimonio rato e consumato (cfr.CIC,can. 1061) e un nuovo matrimonio di uno dei coniugi, durante la vita dell’altro…”

E’ chiaro? E’ evidente allora che quanto espresso dai cardinali nei Dubia e soprattutto nell’ultima intervista del cardinale Caffarranon soltanto è loro lecito chiedere, ma dovere del Papa è dare una risposta chiara ed univoca.

Il Papa è infatti: “il garante dell’obbedienza, della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, escludendo ogni arbitrio da parte sua..” Il servizio di cui tanto si parla e che a Papa Francesco piace tanto nella pratica simbolica della lavanda dei piedi, non è servire l’uomo per compiere la sua volontà, ma servire l’uomo per compiere la volontà di Dio che si esprime nei Suoi Decreti, Sacramenti e Comandamenti. E non ce lo inventiamo noi. Leggiamo quest’altro passaggio dal Discorso di Giovanni Paolo II sopra citato:

“Gli sposi cristiani, che hanno ricevuto “il dono del sacramento”, sono chiamati con la grazia di Dio a dare testimonianza “alla santa volontà del Signore: “Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”(Mt.19,6),ossia all’inestimabile valore dell’indissolubilità … matrimoniale” (FC,n.20). Per  questi  motivi – afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica – “la Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (Mc.10,11-12…), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio” (n. 1650).”

Abbiamo letto bene? Giovanni Paolo II cita il Catechismo della Chiesa Cattolica – e non poteva essere diversamente – per frenare l’avanzata dei modernisti che pretendevano, e pretendono, di SANTIFICARE GLI ADULTERI, i matrimoni civili: “ la Chiesa… non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio”.

Ma da quella intervista con il cardinale Ratzinger, c’è un’altro passaggio interessante. Peter Seewald chiede al futuro Pontefice, Benedetto XVI, se nei Vangeli ci sono dei passi o episodi da cui ci si potrebbe congedare, in futuro, perché confutati da nuove teorie e nuove acquisizioni, perché magari reinterpretati dalle nuove teologie moderne… bella domanda! Ecco la risposta di Ratzinger:

 «NO! Forse emergeranno nuovi accenti nell’interpretazione dei testi. Ma ciò che dicono i Vangeli è stato fissato per iscritto a ridosso dello svolgimento dei fatti narrati e non può perciò essere rimesso in discussione da nuove acquisizioni contemporanee. La testimonianza che i Vangeli ci danno di Gesù Cristo (e di tutto il Suo insegnamento), rimane e conserva per sempre tutta la sua validità».

Ancora non basta? Leggiamo allora il monito di Giovanni Paolo II che descrive IL LIMITE DEL PONTEFICE. Con molta e vera umiltà il papa diceva “non possumus”, a riguardo proprio della superba presunzione di voler modificare la prassi dei Sacramenti:

L’odierno incontro con voi, membri del Tribunale della Rota Romana, è  un  contesto adeguato per parlare anche a tutta la Chiesa sul limite della potestà del Sommo Pontefice nei confronti del matrimonio rato e consumato, che “non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte”. Questa formulazione del diritto canonico non è di natura  soltanto  disciplinare  o  prudenziale, ma corrisponde ad una verità dottrinale da sempre mantenuta nella Chiesa.

Tuttavia, va diffondendosi l’idea secondo cui la potestà del Romano Pontefice, essendo vicaria della potestà divina di Cristo, non sarebbe una di quelle potestà umane alle quali si riferiscono i citati canoni, e quindi potrebbe forse estendersi in alcuni casi anche allo scioglimento dei matrimoni rati e consumati. Di fronte ai dubbi e turbamenti d’animo che ne potrebbero emergere, è necessario riaffermare che il matrimonio sacramentale rato e consumato non può mai essere sciolto, neppure dalla potestà del Romano Pontefice. L’affermazione opposta implicherebbe la tesi che non esiste alcun matrimonio assolutamente indissolubile, il che sarebbe contrario al senso in cui la Chiesa ha insegnato ed insegna l’indissolubilità del vincolo matrimoniale.”

“di fronte ai dubia”…. come direbbe ancora oggi Giovanni Paolo II, e come hanno chiesto i cardinali onesti, anche il suo Successore, Papa Francesco, ha L’OBBLIGO E IL DOVERE di rispondere che neppure lui ha il potere di trattare i Sacramenti con suo libero arbitrio! Giovanni Paolo II aveva già chiarito quali fossero le risposte da dare:

“Il  Romano  Pontefice, infatti, ha  la  “sacra potestas”  di insegnare  la  verità  del  Vangelo, amministrare i sacramenti e governare pastoralmente  la  Chiesa  in  nome  e  con  l’autorità  di Cristo, ma tale potestà non include in sé alcun potere sulla Legge divina naturale o positiva. Né la Scrittura né la Tradizione conoscono una facoltà del Romano Pontefice per lo scioglimento del matrimonio rato e consumato; anzi, la prassi costante della Chiesa dimostra la consapevolezza sicura della Tradizione che una tale potestà non esiste. Le forti espressioni dei Romani Pontefici sono soltanto l’eco fedele e l’interpretazione autentica della convinzione permanente della Chiesa.

_07-papa-deve-rispondere-ai-dubia-3Emerge quindi con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni sacramentali rati e consumati è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente, anche  se  essa  non  è  stata dichiarata  in  forma solenne mediante  un  atto  definitorio. Tale dottrina infatti è stata esplicitamente proposta dai Romani Pontefici in termini categorici…”

Possiamo concludere che comprendiamo perfettamente come Papa Francesco sia stato messo “con le spalle al muro” dalla Lettera dei cardinali sui Dubia, ma come giustamente spiega Caffarra nell’intervista: “La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco. Non il suo effetto. Insulti e minacce di sanzioni canoniche sono cose indegne.. (..) Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante”.

Il problema l’hanno creato coloro che hanno scritto il testo Amoris laetitia, e colui che l’ha firmato – il Papa – il quale firmando, ha approvato le loro aberrazioni. Un Papa come Francesco che continua a ripetere “anche io sono peccatore, tutti siamo peccatori… pregate per me, pregate per me…”, dovrebbe ora mettere in pratica ciò che dice a parole e fare un atto di grande umiltà riconoscendosi non peccatore astratto, ma di aver commesso uno sbaglio per essersi fidato di quelle persone alle quali ha dato mano libera per la composizione del testo post-sinodale.

O se proprio non arrivare a questo per proteggere la Sede Petrina da chi ne approfitterebbe per attaccarla, potrebbe semplicemente far proprie le parole di Giovanni Paolo II che dicono chiaramente: “è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente, anche  se  essa  non  è  stata dichiarata  in  forma solenne mediante  un  atto  definitorio. Tale dottrina infatti è stata esplicitamente proposta dai Romani Pontefici in termini categorici…”

I termini SONO CATEGORICI a tal punto che la parola FINE la espresse Benedetto XVI nella Sacramentim Caritatis al n.29, mai citato da Papa Francesco, e dove dice:

Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr.Mc.10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia.(…) È necessario, evitare di intendere la preoccupazione pastorale come se fosse in contrapposizione col diritto. Si deve piuttosto partire dal presupposto che fondamentale punto d’incontro tra diritto e pastorale è l’amore per la verità..”

Di tutti i mali che, per così dire, avvelenano gli individui, i popoli, le nazioni, e così spesso turbano l’animo di molti, causa e radice è l’ignoranza della verità. E non l’ignoranza soltanto, ma talvolta anche il disprezzo e uno sconsiderato disconoscimento del vero…” (San Giovanni XXIII – Ad Petri Cathedram – 29.6.1959)

Laudetur Jesus Christus

QUI LA FONTE DELL'ARTICOLO



E IN GERMANIA SI PARLA DI SCISMA
 

Un editoriale del giornale dei vescovi "demolisce" le parole di Caffarra su dubia e AL e cita l'ormai celebre lettera del Papa. Che però è una missiva privata. La posta in gioco merita un atto di magistero più chiaro e preciso. Intanto in Germania Die Tagespost parla apertamente di scisma. 

di Lorenzo Bertocchi

L’intervista che il cardinale Carlo Caffarra ha concesso al quotidiano Il Foglio sui “dubia” presentati al Papa in merito ad Amoris laetitia, secondo il quotidiano dei vescovi italiani non è altro che un pretestuoso dibattere. La questione, infatti, scrive Luciano Moia su Avvenire, è già chiusa: tutto è chiaro nell’esortazione, e se proprio non lo fosse c’è sempre la lettera che il papa ha scritto ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires. La comunione ai divorziati risposati more uxorio, in certi casi, non solo si può, ma si deve dare.

Inoltre, dice Moia, riprendendo un concetto già espresso in altre occasioni, l’esito di Amoris laetitia «non è un invenzione del Papa», ma il frutto di un lunghissimo cammino sinodale che ha coinvolto la Chiesa intera. Altri commentatori, come ad esempio il professor Andrea Grillo del Sant’Anselmo di Roma, attribuiscono all’arcivescovo emerito di Bologna una specie di senescente nostalgia per una chiesa che non è più. Caffarra, secondo Grillo, poggia le sue «deboli» argomentazioni «facendo ricorso in modo vistoso alle fragili teorie massimaliste che Veritatis Splendor (VS) ha introdotto avventatamente nel magistero ecclesiale». Quindi, per il teorico del “bene possibile” sembra che l’enciclica di san Giovanni Paolo II si possa tranquillamente discutere perché avventata, massimalista e vecchia, mentre l’esortazione Amoris laetitia, finalmente, rimette le cose a posto, aprendo praterie ad una teologia morale finalmente moderna e plurale. Si profila così un magistero à la carte, o in evoluzione darwiniana permanente continua.

Per tornare all’articolo di Avvenire, si prende atto che lo stesso Moia riconosce che l’interpretazione data ad Amoris laetitia non è la stessa in tutto l’orbe cattolico, sebbene giudichi come «prevalente» quella che ammette l’accesso ai sacramenti, in certi casi, per i divorziati risposati conviventi more uxorio. Non sappiamo se le cose stiano precisamente così, perché al netto di quelle dei vescovi argentini, e quelle recentissime dei vescovi di Malta, le indicazioni date nelle diocesi in giro per il mondo offrono un quadro abbastanza eterogeneo: in una diocesi l’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati conviventi more uxorio viene ammesso, nell’altra no (se non impegnandosi a vivere in continenza), nell’altra ancora c’è un mix di “sì” e “no” per cui non vorremmo essere nei panni del sacerdote chiamato a discernere. Il commento di Caffarra, «solo un cieco può negare che nella Chiesa esiste una grande confusione», non sembra poi così pretestuoso come vorrebbe l’articolista di Avvenire.

L’altro argomento utilizzato da Moia per dire che il discorso è chiuso considera la lettera che il Papa ha inviato per approvare le linee guida dei vescovi di Buenos Aires. In quella lettera Francesco dice che il testo dei vescovi argentini è «molto buono, spiega completamente il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni». Ma visto che la lettera inviata dal Papa ai vescovi argentini risulta essere una missiva privata, poi resa pubblica, ci si potrebbe chiedere se la posta in gioco possa meritare un atto di magistero più chiaro e preciso, per dipanare il proliferare di interpretazioni diverse che comunque restano. 

D’altra parte la citazione da parte di Moia del cardinale brasiliano Cláudio Hummes, a proposito del fatto che «quei cardinali sono in quattro, dall’altra parte c’è tutta la Chiesa», non è un gran servizio alla realtà della situazione. Limitandosi a un conteggio del vaticanista Sandro Magister, ci sono state una quindicina di prese di posizione pubbliche a favore dei “dubia” da parte di altri vescovi o cardinali (vedi QUI e QUI), senza contare che vi sono stati molti interventi da parte di laici cattolici e studiosi in varie parti del mondo. 

Tra l’altro anche l’andamento del doppio sinodo mostra che il cammino per arrivare all’approvazione dei paragrafi su questo tema dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati è stato accidentato, e il Papa ha dovuto decidere di tenere vivo l’argomento inserendo i testi dei paragrafi che non avevano ottenuto il necessario passaggio formale al termine del primo sinodo 2014. Se ciò non fosse stato fatto, contrariamente alla prassi usuale, questo argomento non sarebbe mai entrato nel documento di lavoro del sinodo dell’ottobre 2015 che ha portato alla Relatio finale, e quindi ad Amoris laetitia che ha ulteriormente implementato il testo con opportune note per aprire alla possibilità, in certi casi, dell’accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. 

Come dice Caffarra, «l’evoluzione della dottrina ha sempre accompagnato il pensiero cristiano.  [Ma] se c’è un punto chiaro, è che non c’è evoluzione laddove c’è contraddizione». E sul punto in questione è innegabile che rispetto al magistero precedente (Familiaris consortio n°84, Sacramentum caritatis n°29, etc.) qualcosa da chiarire rimane. La domanda a cui sarebbe opportuno dare risposta è sempre la stessa: se è possibile far accedere all’eucaristia un divorziato risposato convivente more uxorio, allora si deve anche insegnare che l’adulterio non è in sé e per sé male?

Non si capisce perché secondo Avvenire questa sarebbe una domanda pretestuosa, visto che anche il quotidiano tedesco Die Tagespost in un recente editoriale (vedi QUI) ha parlato apertamente di una situazione talmente confusa che assomiglia sempre più ad un vero e proprio «scisma di fatto».





Monsignor Vincenzo Paglia
 

Era già tutto organizzato nei minimi dettagli, ma il seminario internazionale del 2 marzo per i trenta anni della Donum Vitae, è stato prima rinviato, e ora annullato.
È solo l’ultimo episodio che racconta dello smantellamento della Pontificia Accademia per la Vita come papa Giovanni Paolo II l'aveva voluta nel 1994 per rispondere all’attacco del mondo contro la vita e la dignità umana.
Sono bastati pochi mesi al nuovo presidente monsignor Vincenzo Paglia per imporre una svolta che snatura l’Accademia.


- COSA DICE LA DONUM VITAEdi T. Scandroglio

di Riccardo Cascioli

 

Emblematica questa ultima mossa. Il 22 febbraio prossimo ricorrono i trenta anni dalla promulgazione dell’Istruzione Donum Vitae, a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede e approvata da papa Giovanni Paolo II (clicca qui per una breve spiegazione del documento). Sviluppo dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae (1968) - aggiornata alle ultime scoperte scientifiche e alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia – e fondamento di successive encicliche, la Donum Vitae è una pietra miliare nella costruzione di quella “cultura della vita” a cui Giovanni Paolo II teneva moltissimo per contrastare quella che lui definiva “cultura della morte”, ormai maggioritaria in Occidente.

Quasi scontato che la Pontificia Accademia pro Vita volesse dedicare a questo documento un grande seminario. Era infatti in calendario per il 2 marzo, con il titolo “Technology and Human Generation”, con un programma già definito da tempo. Poi all’improvviso, prima di Natale, è stato rinviato prendendo a pretesto il «recente rinnovo dello Statuto dell’Accademia» e alcune non meglio specificate «questioni organizzative connesse» (l’avviso è ancora sul sito). 

Gli ottimisti pensavano che il rinvio seguisse quello dell’assemblea generale dell’Accademia, spostata a giugno per dare tempo di effettuare le nuove nomine. Era un’illusione, vero obiettivo era far saltare tutto, il tema e l’approccio pro-vita che caratterizzava il “workshop” non sono graditi alla nuova presidenza. 

Così, senza farlo sapere pubblicamente, il 13 gennaio scorso i moderatori delle varie sessioni del workshop si sono visti arrivare una lettera in cui il cancelliere dell’Accademia, monsignor Renzo Pegoraro, annuncia la definitiva cancellazione del seminario, con parole da cui si evince che il vero problema è che si preferisce evitare il tema. Dovendo giustificarsi, monsignor Pegoraro afferma infatti da una parte che la nomina dei nuovi membri dell’Accademia «richiederà un certo tempo»: «Saremo in grado di fissare il seminario solo dopo che il processo sarà portato a termine», dice. Ma poi ecco che arriva la vera spiegazione: «Analogamente, nel programmare un nuovo seminario dovremo considerare la nuova direzione e le nuove sfide dell’Accademia». 

In altre parole, scordatevi di concentrarvi ancora su fecondazione artificiale, maternità surrogata e cose di questo genere. La musica è cambiata e gli studi dell’Accademia sono destinati a mutare indirizzo. Monsignor Paglia infatti, ha più volte dimostrato di ritenere troppo stretti i vestiti del Magistero cattolico, ribadito sia nella Humanae Vitae sia nella Donum Vitae, a cui faranno riferimento anche l’enciclica Evangelium Vitae (1995) e l’Istruzione Dignitas Personae (2008). 

La conferma del rapporto essenziale e vincolante tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale è il fondamento che porta alla condanna della contraccezione da una parte e della fecondazione in vitro dall’altra. Pare che nel nuovo corso della Chiesa anche questi siano diventati muri da abbattere, tanto è vero che da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, monsignor Paglia ha chiamato a tenere lezioni e dettare le linee teologico-morali ai membri di quel Consiglio il teologo moralista milanese don Maurizio Chiodi, decisamente più liberal in materia. E si rischia di essere un po’ scontati nel prevedere che proprio don Chiodi sarà uno dei chiamati nella nuova Accademia per la Vita.

E infatti per poter cambiare musica più rapidamente, monsignor Paglia sta mettendo mano anche ai suonatori. Il nuovo Statuto dell’Accademia per la Vita, in vigore dal 1° gennaio scorso, prevede infatti un grande rimescolamento tra i membri ordinari: non più nomine a vita di esperti, basate su competenze scientifiche e accademiche oggettive coniugate alla sincera dedizione a favore della vita, bensì nomine di cinque anni eventualmente rinnovabili. La disposizione ha valore retroattivo, per cui si può già scommettere che nei prossimi mesi si assisterà al “pensionamento” di esperti totalmente in sintonia con la Donum Vitae (tanto per capirsi) e all’ingresso di nuovi membri decisi a superare la lezione di san Giovanni Paolo II. Non per niente il nuovo Statuto ha molto attenuato la necessità di una visione in sintonia con la dottrina della Chiesa per poter entrare nell’Accademia: per i membri ordinari è stata eliminata l’obbligatorietà della sottoscrizione della “Attestazione dei servitori della vita” e sparisce la Congregazione per la dottrina della fede come organismo vaticano di cooperazione con l’Accademia.

Per rendersi maggiormente conto della portata della svolta, bisogna ricordare che l’istruzione Donum Vitae, analogamente a quanto successo con la Humanae Vitae, ha provocato molte reazioni negative da parte di alcuni scienziati ed esperti cattolici già impegnati in ricerche sulle tecniche procreative, ritenute dalla dottrina della Chiesa moralmente illecite. Così ci sono stati anche diversi episodi di aperta ribellione, con Università e ospedali cattolici che hanno proseguito per la loro strada. La situazione era diventata tale che a quasi due anni dalla promulgazione della Donum Vitae, il 21 dicembre 1988 l’Osservatore Romano interviene con una nota (clicca qui)per ribadire che l’Istruzione in questione ha valore dottrinale perché «sulla dignità della persona, il valore della vita umana e la nobiltà dell’amore coniugale» propone un insegnamento che «appare assolutamente essenziale all’espletamento della missione salvifica della Chiesa».

Ora, con Paglia alla guida della Accademia è facile prevedere uno spostamento graduale verso le posizioni delle cliniche universitarie cattoliche ribelli. Uno spostamento che passa anche dalla relativizzazione del problema: è stato lo stesso monsignor Paglia a spiegare che la Pontificia Accademia per la Vita è chiamata ad allargare i propri orizzonti. Non si parlerà soprattutto dell’origine della vita, questione che stava a cuore a Giovanni Paolo II, ma di «tutto quel che concerne la persona umana, nelle diverse età della vita, nel rispetto tra generi e generazioni, nella difesa della persona umana, nella promozione della qualità della vita, che integri “il valore materiale e spirituale”». Si noti anche l’introduzione di una nuova terminologia, come quella di “generi”, decisamente più in linea con lo spirito del mondo.

Ad ogni modo è evidente che l’obiettivo è cancellare ogni traccia dell’insegnamento e dell’azione di san Giovanni Paolo II.

 

[Modificato da Caterina63 23/01/2017 14.01]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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02/02/2017 00.08
 
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  Abbiamo già segnalato prese diposizione di vescovi e presbiteri, molti dei quali stanno dando corso a una specie di gara a chi più si discosta dalla dottrina e pastorale cattolica.


Riportiamo oggi una lettera aperta di un giornalista non sempre attento al Magistero, Aldo Maria Valli, in quanto voce ex altera pars: cioè efficacissima testimonianza della crescente confusione e disorientamento provocato dalle aperture all'adulterio e al divorzio.
Le stesse perplessità sulla Amoris Laetitae sono state espresse, più profondamente, da Stanislaw Grygiel, amico di Karol Wojtila e già consigliere di San Giovanni Paolo II : http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/05/26/il-dramma-di-papa-francesco___1-v-142525-rubriche_c396.htm

 

Lettera agli amici
di Aldo Maria Valli, 29 maggio 2016

Un  giornalista non dovrebbe mai parlare di se stesso, se non altro per buon gusto. Faccio un’eccezione, e prometto che resterà tale, per rispondere ai tanti amici che hanno reagito ai miei ultimi articoli, nei quali non ho nascosto le perplessità circa Amoris laetitia e altre affermazioni di papa Francesco.

Amoris laetitia in un primo tempo mi è piaciuta. Ci ho visto lo sforzo sincero di calarsi nella realtà. Poi però, leggendo e rileggendo, ecco le perplessità e i dubbi. Riconducibili a una domanda che mi assilla: ma il paradigma della situazione, fatto proprio da Francesco quando suggerisce di procedere secondo la logica del caso per caso, non finisce per giustificare tutto? E, così facendo, non scivola nel relativismo? E non sarà forse per questo che Francesco è tanto applaudito da atei e laicisti, che scambiano la sua misericordia per un lasciapassare? Ecco perché ho scritto l’articolo nel quale esprimo tutte le mie perplessità su quella che ho definito la Chiesa del “ma anche”. Una Chiesa che, attraverso il paradigma della situazione contingente, alla fin fine risponde sì, ma anche no, no, ma anche sì, una Chiesa che cerca di tenere assieme ciò che assieme non può stare e che in questo modo non porta all’integrazione, ma alla confusione.

Scrivendo, avevo in mente tanti amici divorziati e risposati, così come tanti amici omosessuali, i quali, da credenti, mi hanno sempre detto di aspettare dal papa una parola sicura.

Da parte mia, nessuna “manovra”, nessun progetto di chissà quale natura, nessuna decisione di abbandonare un partito (ma quale?) per entrare in un altro (ma quale?). Solo la manifestazione sincera, e anche dolorosa, di un dubbio. Dolorosa perché voglio molto bene al papa. Ma è proprio perché gli voglio bene che lo prendo sul serio. Ed è proprio perché lo prendo sul serio che mi interrogo su quanto insegna. A partire dal concetto di misericordia, che Francesco ha messo al centro del suo magistero.

Vi dicevo di altre perplessità suscitate in me dalle parole del papa. Mi limito a due circostanze. La prima, quando, in un video dedicato al dialogo tra le religioni, Francesco ha sostenuto che “in questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni e assenza di religioni, vi è una sola certezza: siamo tutti figli di Dio”. La seconda, quando, nella chiesa luterana di Roma, con un lungo intervento a braccio, ha detto che la possibilità o meno di fare la comunione insieme (luterani e cattolici) “è un problema a cui ognuno deve rispondere”.

Come sarebbe a dire che la “sola certezza” è che siamo tutti figli di Dio? E il Vangelo di Gesù? Non è quella la nostra certezza? Mi chiedo: qui non siamo, di nuovo, di fronte a parole dal sapore relativista (e, in questo caso, anche sincretista)? E come sarebbe a dire che la comunione, cuore della vita cristiana, è un problema a cui ognuno deve rispondere? Non siamo qui, ancora, nel relativismo? Su una questione così importante non dovrebbe essere proprio il papa, il nostro pastore, a rispondere?

Alla luce di queste perplessità, ho riletto anche la famosa frase sul “chi sono io per giudicare?”, che all’inizio mi era apparsa molto evangelica, e pian piano è cresciuto dentro di me il dubbio: non c’è forse, anche lì, il germe del relativismo?

Lo ripeto: voglio bene al papa, molto bene. Per questo mi faccio tante domande che, fra l’altro, mi creano un sacco di problemi. Quanto sarebbe più comodo starsene tranquilli e ripetere, senza troppi pensieri, le parole che vanno per la maggiore, come misericordia, periferie, Chiesa in uscita, eccetera. Invece no: mi interrogo. Perché non mi sembra serio, oltre che ben poco cristiano, recepire tutto in modo fintamente neutro. Il buon Dio ci ha dotato di cuore e cervello, ed è contento se li usiamo.

Come molti di voi sanno, io sono un papà di sei figli. Un papà ormai un po’ attempato (e adesso anche nonno), ma che è ancora in servizio attivo (quattro le figlie che vivono con me e mia moglie Serena) e ancora, di conseguenza, si confronta ogni giorno con il problema delle risposte da dare ai figli su molteplici questioni: andare al mare in auto e fermarsi fino a tardi, dormire fuori con il fidanzato, stare a casa per evitare il compito in classe di latino, comprare o meno un vestito nuovo, cercare un appartamento per andare a vivere da sola…

Ora, mi chiedo e chiedo a voi: che padre sarei se alle mie figlie, di fronte alle mille domande che mi pongono, rispondessi: sì, ma anche no; no, ma anche sì, fate voi. Che padre sarei se rispondessi che dipende dalla situazione contingente? Se rispondessi così, non lascerei credere alle mie figlie che non esistono il bene e il male in quanto tali ma esiste solo l’esperienza individuale e quella è la misura di tutto? Che padre sarei se rispondessi che non è mio compito giudicare? Come potrei mantenere la mia credibilità se fossi un padre del “ma anche”? Che cosa significa, per un padre, essere misericordioso? Giudicare la realtà e dare risposte certe, attraverso rigorose argomentazioni, o affidarsi al paradigma della situazione?

Badate bene: io sono convinto che il relativismo sia nell’aria che respiriamo. Pertanto, tutti ci possiamo cadere, anche inavvertitamente. Ma proprio per questo motivo dobbiamo vigilare, prima di tutto nei confronti di noi stessi.

Cari amici miei, non so se sono riuscito a spiegarmi. Il discorso dovrebbe essere molto più lungo, ma credo di aver detto l’essenziale e non voglio annoiarvi.

Ringrazio tutti per l’attenzione che mi riservate: davvero non avrei mai immaginato di poter suscitare tante reazioni.

A chi poi paventa che, dietro le mie ultime uscite, ci sia una sorta di manovra per “lanciare” un nuovo libro, rispondo: magari potessi scrivere un nuovo libro su questi argomenti! Vorrebbe dire che avrei le idee chiare. E invece mi trovo a essere così pieno di dubbi, così turbato e perplesso.

Ma sursum corda!  E duc in altum!

Grazie a tutti. Aldo Maria Valli


La Chiesa e la logica del “ma anche”

Noi cristiani lo sappiamo, o dovremmo saperlo: la nostra fede è all’insegna dell’et et, non dell’aut aut. Non siamo esclusivisti. Dio è uno e trino. È Padre e Figlio e Spirito Santo. Gesù è Dio e uomo, vero Dio e vero uomo. Per il cristiano, l’uomo è carne e spirito, corpo e anima. Al cristiano piace integrare, includere, non ergere barriere. Con l’incarnazione Dio si è fatto uomo. La Chiesa stessa vive all’insegna dell’et et. È Chiesa di preghiera e di azione, di grandi asceti e grandi lavoratori, di contemplazione di missione. Ora et labora, non ora aut labora. La Chiesa ha i predicatori e i confessori, i monaci e le monache di clausura e i preti di strada. La Chiesa accoglie tutti: poveri e ricchi, colti e incolti, giovani vecchi.

Da qualche tempo però sembra di notare che alla logica dell’et et si stia sostituendo nella nostra Chiesa una logica diversa: quella del non solum, sed etiam, cioè del «non solo, ma anche». Potrebbe sembrare che, tutto sommato, non vi siano differenze, ma non è così.

Pensiamo ad Amoris laetitia, nella quale la logica del «ma anche» si trova un po’ ovunque. Dando vita spesso ad affermazioni singolari. Prendiamo per esempio il punto 308, dove si dice: «I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti». Dobbiamo dedurne che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del Vangelo?Quanto poi alla vexata quaestio circa la comunione ai divorziati risposati, qual è la conclusione? Dopo aver letto e riletto il testo più e più volte, la risposta è: comunione sì, ma anche no. Oppure: comunione no, ma anche sì. Nel documento, in effetti, entrambe le conclusioni sono legittimate. A ciò conduce la logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione. Mi devo considerare un peccatore? Sì, ma anche no. No, ma anche sì. Dipende.

I sintomi della logica del «ma anche» emergono qua e là, in occasioni diverse, ma sono sempre più frequenti.

Vado in ordine sparso.

Primo esempio. Quando papa Francesco si è recato in visita alla chiesa luterana di Roma e gli è stato chiesto se un cattolico e un luterano possono partecipare alla comunione, Bergoglio, attraverso una lunga risposta a braccio, ha detto in sostanza: no, ma anche sì, bisogna vedere caso per caso, perché «è un problema a cui ognuno deve rispondere».

Secondo esempio. Quando, nella sala stampa vaticana, il cardinale Schönborn, commentando Amoris laetitia, ha detto che il divieto di fare la comunione, per i divorziati risposati, non è stato revocato, ma,  attraverso la via caritatis indicata da Francesco, «si può dare anche l’aiuto dei sacramenti in certi casi», in pratica ha detto:  no, ma anche sì; sì, ma anche no.

Terzo esempio. Quando Francesco, prendendo parte a un video sul dialogo interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, un buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri.

Quarto esempio. Quando eminenti esponenti della curia romana ci dicono che la Chiesa, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, ha sì un  unico papa legittimo, però ha in effetti due successori di Pietro, entrambi viventi ed entrambi pienamente papi, si vede anche lì all’opera la logica del «ma anche»: abbiamo un papa, ma anche due. E se qualcuno, inopportunamente, sostenesse che non possono essere entrambi pienamente papi, la risposta sarebbe assicurata: perché no? Lo è l’uno, ma anche l’altro.

Mi fermo con gli esempi e vengo al dunque. Attenzione: i cattolici sono pluralisti e non amano l’uniformità. Fin dall’inizio le comunità cristiane nascono all’insegna dell’inculturazione della fede e dunque sono multiformi. Tanto è vero che ancora oggi abbiamo riti diversi. La Chiesa si incultura in Occidente e in Oriente, al Nord e al Sud, in ogni contesto. In quanto cattolica, è opportuno ripeterlo, si rivolge a tutti e tutti accoglie: non seleziona a priori su base di censo o di conoscenza. Altrimenti sarebbe settaria, non cattolica. E fin qui siamo in pieno nella logica dell’et et.

La logica del «ma anche» però è un’altra cosa. È la pretesa di tenere uniti gli opposti o comunque qualcosa che insieme non ci può stare, o ci può stare solo a prezzo di forzature. C’è una differenza profonda  tra la logica dell’et et e quella del «ma anche». Se l’et et unisce, il «ma anche» più che altro giustifica. Se l’et et rispetta la complessità e la riporta a unità, il «ma anche» cerca di superare la complessità attraverso qualche scorciatoia logica ed etica. Laddove l’et et unisce, il «ma anche» banalizza. Mentre l’et et punta alla verità, il «ma anche» si mette al servizio dell’utilità.

Qualcuno dirà: scusa tanto, ma che c’è poi di male nella Chiesa del «ma anche»? È così bello poter dire sì ma anche no, no ma anche sì. È umano. Noi siamo creature complesse, dunque perché andare alla ricerca di impossibili risposte nette e univoche? È tanto bello e buono non giudicare e prendere la realtà per quella che è, cioè complicata e contraddittoria. Perché dobbiamo sottoporre le persone a dure prove? Non è meglio smussare gli angoli e giustificare?

Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del «ma anche» sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito.

D’altra parte, mentre suscita gli entusiasmi degli atei e dei laicisti, che vi trovano conferme e giustificazioni, la logica del «ma anche» lascia perplessi coloro che sono in cerca della fede. Chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso.

Lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo. Più che colpevoli, sono vittime. Perché la logica del «ma anche» è nell’aria che respiriamo.

Essere uomini e donne dell’et et significa non essere ambigui e non lasciare spazio alla confusione.  La logica dell’et et sfocia nell’inclusione, non nella confusione. Gesù, campione dell’et et e non dell’aut aut, ha raccomandato che il nostro parlare sia «sì sì, no no». La confusione e la doppiezza sono specialità del diavolo, che in questo modo persegue il suo obiettivo: separare.

Personalmente, proprio perché so che, come tutti, respiro ogni giorno aria impregnata dalla logica del «ma anche», per cercare di stare in guardia uso un semplice espediente: ogni volta che in un’argomentazione trovo sintomi di «ma anche», lascio che un campanello squilli nella testa e nel cuore. Lì, mi dico, c’è qualcosa che non va. Lì il soggettivismo è in agguato. E quando poi il soggettivismo, come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente «ma io, in coscienza…», il campanello suona ancora più forte. E mi viene in mente il cardinale Newman, per il quale la coscienza non era la scorciatoia verso l’etica della situazione, ma l’originario vicario di Cristo.

Sentiamo in proposito le cristalline parole di  Benedetto XVI (20 dicembre 2010): «Nel pensiero moderno, la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui “coscienza” significa la capacità di verità dell’uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza — religione e morale — una verità, “la” verità. La coscienza, la capacità dell’uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all’uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza, un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell’obbedienza verso la verità che, a passo a passo, si apriva a lui».

Il che spiega perché, nella famosa Lettera al Duca di Norfolk, Newman scrisse che, nel caso avesse dovuto portare la religione in un brindisi, certamente avrebbe brindato per il papa, ma prima per la coscienza e poi per il papa. Ovvero: prima per la ricerca della verità, poi per l’autorità.

Ecco: coscienza è capacità di verità. Quando la coscienza del cristiano abbandona il sentiero stretto e impervio di questa ricerca e si incammina lungo i boulevard del «ma anche» (illuminati dai mass media e gratificanti, ma senza uscita), ho l’impressione che rischi fortemente di perdersi. E di finire dritta dritta nella tana del lupo.

Aldo Maria Valli


Un Papa violento?

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(di Roberto de Mattei

Contro l’evidenza c’è poco da argomentare. La mano tesa di papa Bergoglio nei confronti della Fraternità San Pio X è la stessa che si abbatte in questi giorni sull’Ordine di Malta e sui Francescani dell’Immacolata.

La vicenda dell’Ordine di Malta si è conclusa con la resa incondizionata del Gran Maestro e il ritorno del potere di Albrecht von Boeslager e del potente gruppo tedesco che egli rappresenta. 

La vicenda è stata riassunta in questi termini da Riccardo Cascioli su La Nuova Bussola quotidiana: il responsabile della deriva morale dell’Ordine è stato riabilitato e chi ha cercato di fermarlo è stato mandato a casa .

Ciò è avvenuto in pieno dispregio per la sovranità dell’Ordine, come emerge dalla lettera del 25 gennaio, indirizzata ai membri del Sovrano Consiglio dal segretario di Stato Pietro Parolin a nome del Santo Padre, con cui la Santa Sede ha di fatto commissariato l’Ordine.

Sarebbe logico che gli oltre 100 Stati che mantengono rapporti diplomatici con l’Ordine di Malta ritirino i loro ambasciatori, dal momento che le relazioni possono essere direttamente intrattenute con il Vaticano, da cui ormai l’Ordine dipende in toto.

Il disprezzo che papa Francesco dimostra verso la legge si estende dal diritto internazionale al diritto civile italiano.

Un decreto emesso dalla Congregazione dei Religiosi con l’assenso del Papa, impone a padre Stefano Maria Manelli, superiore dei Francescani dell’Immacolata, di non comunicare con i mezzi di informazione, né apparire in pubblico; di non partecipare ad alcuna iniziativa o incontri di alcun genere; e soprattutto «di rimettere entro il limite di 15 giorni dalla consegna del presente decreto il patrimonio economico gestito dalle associazioni civili e ogni altra somma a sua disposizione nella piena disponibilità dei singoli istituti», cioè di devolvere alla Congregazione dei Religiosi beni patrimoniali di cui, come è stato confermato dal Tribunale del Riesame di Avellino, padre Manelli non dispone, perché essi appartengono ad associazioni legalmente riconosciute dallo Stato italiano.

«Nel 2017, nella Chiesa della Misericordia», commenta Marco Tosatti, «mancano i tratti di corda, e la maschera di ferro, e il catalogo è completo».

Come se non bastasse, mons. Ramon C. Arguelles, arcivescovo di Lipa nelle Filippine, è venuto a sapere delle sue dimissioni da un comunicato della Sala Stampa vaticana.

 Si ignorano le ragioni di tale provvedimento ma le si possono intuire: mons. Arguelles ha canonicamente riconosciuto un’associazione che raccoglie un gruppo di ex-seminaristi dei Francescani dell’Immacolata, che hanno abbandonato il loro ordine, per poter studiare e prepararsi al sacerdozio in piena libertà e indipendenza. Si tratta di una colpa, a quanto pare imperdonabile.

Sorge qui la domanda se papa Francesco non sia un Papa violento, intendendo bene il senso di questo termine. La violenza non è la forza esercitata in maniera cruenta, ma la forza applicata in maniera illegittima, in spregio al diritto, per raggiungere il proprio scopo.

Il desiderio di mons. Bernard Fellay di regolarizzare la posizione canonica della Fraternità San Pio X con un accordo che in nulla leda l’identità del suo istituto è certamente apprezzabile, ma viene da chiedersi: è opportuno mettersi sotto l’ombrello giuridico di Roma proprio nel momento in cui il diritto viene ignorato, o addirittura usato come mezzo per reprimere chi vuole restare fedele alla fede e alla morale cattolica?

 (di Roberto de Mattei)



[Modificato da Caterina63 03/02/2017 19.37]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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12/02/2017 08.51
 
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Valli: le mie domande al Papa di cronista e cristiano
di Tommaso Scandroglio12-02-2017
Aldo Maria Valli



Se Dio non è cattolico – parola di Papa Francesco riportata da Civiltà Cattolica – allora è perlomeno lecito dubitare che lo stesso papa non sia cattolico.

Con questo fulminante sillogismo prende l’abbrivio 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P. (Edizioni Liberilibri), ultima fatica del vaticanista del Tg1 Aldo Maria Valli, agile libretto in cui il segno di interpunzione più ricorrente è il punto interrogativo. Una sterminata serie di punti interrogativi ad indicare – ci pare – più domande retoriche che dubbi sul pontificato di Francesco.

Due sono gli elementi di maggior interesse di questa inchiesta giornalistica. Innanzitutto l’esaustività dei temi trattati: la misericordia, la pastorale vs la dottrina, i principi non negoziabili, l’accesso alla comunione per i divorziati risposati, la nullità canonica del matrimonio, il Giubileo appena conclusosi, i due sinodi sulla famiglia, il “chi sono io per giudicare” (ormai vero e proprio topos teologico), l’omosessualità, il proselitismo, l’emigrazione, il rapporto con l’Islam, i protestanti e le chiese ortodosse, il Family Day, le conferenze stampa ad alta quota e il problema della comunicazione in Vaticano, la povertà evangelica e quella socialista, e molto molto altro ancora.

Il secondo aspetto pregevole di "266..." risiede nel fatto che Valli non si accontenta di fare l’inventario delle parole e gesti del Papa più problematici, ma  - confrontandoli con il Magistero di sempre – risale alle fonti teologiche e culturali che li hanno prodotti per arrivare a domandarsi se nello scafo della barca del successore di Pietro si siano aperte le falle del relativismo e del soggettivismo. Perché se fosse così tutti i cattolici ivi imbarcati starebbero peggio dei profughi di Lampedusa.

Un libro da consigliare soprattutto ai normalisti (copyright Mario Palmaro), cioè a tutti coloro i quali fanno spesso i carpiati doppi per tentare di ricondurre nell’alveo della sana dottrina alcune affermazioni del Santo Padre – ritenute da molti – disinvolte, sconnesse se non incongrue. La Nuova BQ l'ha intervistato

Perdoni la franchezza: a cosa serve un libro come il suo? E per analogia a cosa servono dubia e missive indirizzate al Papa per denunciare ambiguità o persino errori dottrinali del suo pontificato?

Un piccolo libro come il mio serve soprattutto a me stesso, e non sto scherzando. Serve a mettere in fila i fatti cercando il filo conduttore. Un cronista vive la quotidianità all’insegna della fretta. Ho quindi avvertito il bisogno di fare il punto della situazione individuando i motivi di una crescente inquietudine che ho avvertito in me stesso, come credente e come figlio della Chiesa, soprattutto dopo la lettura e la rilettura di Amoris laetitia. Il librino è stato accolto molto bene, siamo alla terza edizione, e ciò significa che evidentemente le mie perplessità sono condivise da molte persone. Anche su questo dato bisognerebbe interrogarsi. Quanto ai dubia, è preciso dovere, non solo diritto, dei cardinali, in quanto principali collaboratori del papa, esprimere con rispetto le proprie valutazioni quando in gioco ci sono la retta dottrina e il rischio che i fratelli non siano confermati nella fede, con grande pericolo per la salvezza delle anime. Il dibattito, in tutte le sue implicazioni, probabilmente sfugge a molti fedeli, ma certamente se i cardinali evitassero di porre certe questioni commetterebbero un peccato di omissione.

Esiste un fronte interno alla Chiesa fatto da laici preparati e alti prelati che la pensa come lei? È numeroso e soprattutto è capace di incidere efficacemente?

Sinceramente non lo so. Dai sacri palazzi non ho ricevuto reazioni o commenti. Sono numerosissimi invece i fedeli laici e i semplici preti che mi hanno scritto, dicendosi a loro volta perplessi e disorientati. Sono tutte persone innamorate di Gesù e della Chiesa. Persone che nella stragrande maggioranza dei casi non si pongono problemi di schieramento, ma desiderano soltanto che nella dottrina non ci siano zone d’ombra e che l’insegnamento della Chiesa non ceda, magari inconsapevolmente, alle linee di pensiero dominanti oggi nel mondo, ovvero un certo sincretismo, un diffuso relativismo, un sempre più marcato soggettivismo.

Il cattolico della domenica nutre le sue stesse riserve sull’operato di questo Papa?

Anche in questo caso non sarei onesto se rispondessi con un sì o un no. Non possiedo gli elementi per una valutazione accurata. Posso dire che quando vado in una parrocchia incontro sempre qualcuno che mi ringrazia per aver dato voce a dubbi e perplessità. In genere mi ringraziano anche per il tono che ho usato e per non essere diventato aggressivo. Ma incontro anche chi mi dice di non condividere le mie osservazioni critiche. Anche tra i lettori del mio blog rilevo le stesse reazioni, con una maggioranza di persone che mi ringrazia e una minoranza che invece esprime il suo disaccordo. Purtroppo c’è anche qualcuno che trascende, ma credo che sia inevitabile quando si usano i social media. In generale noto che nella comunità cattolica c’è un grande desiderio di Verità.    

Dalla lettura della sua inchiesta pare proprio che il fil rouge di questo pontificato sia una visione solo orizzontale della fede e della morale. Da qui i suoi rilievi in merito ad un certo pragmatismo, populismo, pauperismo e pastoralismo del Pontefice.

Nell’insegnamento di Francesco si trova di tutto, come si vede bene in Amoris laetitia, dove c’è la difesa del matrimonio cristiano, fondato sull’indissolubilità e sull’apertura alla vita, ma c’è pure l’idea che questo in fondo non sia che un ideale, forse un po’ troppo elevato e quindi, alla fine, non adatto alla realtà dei nostri tempi. Francesco può dunque essere citato da “destra” o da “sinistra” (uso queste categorie soltanto per semplicità) con la stessa efficacia. Il problema, a mio avviso, e che, sottesa all’intero magistero, c’è un’idea quanto meno semplificata della misericordia divina. Francesco tende a fare della misericordia un assoluto, sganciato dalla questione della giustizia. Dio è senz’altro un Padre misericordioso, ma non è possibile separare la misericordia dalla giustizia. Se lo facciamo, rischiamo di trasformare la misericordia in un dovere di Dio e l’ottenimento della misericordia in un diritto dell’uomo. Non è così. La misericordia è dono elargito a chi è disposto alla conversione, al pentimento, al riconoscimento del peccato. La misericordia, inoltre, non è il colpo di spugna di un padre che dimentica tutto. Se così fosse, sarebbe azzerato il principio della responsabilità personale e ci sarebbe uno svilimento della libertà. Dobbiamo sempre chiederci qual è il fine: un generico benessere psico-fisico o la salvezza dell’anima? Se non ci poniamo la questione della salvezza, rischiamo di mettere al centro l’uomo, non Dio.       

Vedo poi della superficialità soprattutto a proposito di tre argomenti: l’unità dei cristiani, l’accoglienza dei migranti, il dialogo con l’Islam. Circa l’unità dei cristiani, mi sembra che il papa rischi di fondare il confronto sul nulla quando chiede di tralasciare gli aspetti teologici per concentrarci sulle cose che i cristiani di diverse confessioni possono fare di comune accordo. La Chiesa non è un’agenzia assistenziale, o per lo meno non lo è in primo luogo. Se si riduce tutto all’azione sociale, senza precisare i fondamenti teologici, si rischia di annacquare la fede e di toglierle ogni fondamento. D’altra parte, senza un approfondimento teologico anche il dialogo resta un generico “volersi bene”. Non dobbiamo mai perdere di vista la questione fondamentale della Verità.

Circa l’accoglienza dei migranti, mi sembra che il papa sia troppo generico quando chiede di aprire le porte, senza tenere nel debito conto il problema della difesa dell’identità cristiana e, in particolare, europea. È vero che l’Europa è stata costruita con il contributo di diverse culture, ma è anche vero che non ci sarebbe Europa, come la conosciamo noi oggi, se non ci fosse stato il Cristianesimo e che l’Europa è quella che è oggi anche perché in alcuni frangenti ha saputo difendersi dall’Islam. Proprio per quanto riguarda il dialogo con l’Islam, credo che il papa sia superficiale quando afferma che gli estremismi ci sono in tutte le religioni. Questo è certamente vero, ma è altrettanto vero che l’Islam ha un particolare problema con la violenza, e le origini del problema stanno nel Corano. È un dato di fatto che non possiamo ignorare, e il modo migliore di aiutare i fratelli musulmani è di prenderne consapevolezza.   

Che fare con il caso Bergoglio, come lei l’ha definito? Denunciare e poi?

Non si tratta di denunciare. Si tratta di vivere da cristiani, a testa alta, utilizzando il grande dono della ragione aperta alla trascendenza e al sacro.

Leggiamo nella sfera di cristallo: il prossimo Papa quale scenario si troverà a gestire?

Non lo so. Temo che dopo l’era Francesco, a causa della necessità di rimettere ordine nella dottrina e nella pastorale, si possa arrivare a un pontificato di restaurazione. Ma non dobbiamo mai perdere la fiducia nello Spirito! 

Infine una curiosità. Il libro è stato edito oltre che dalla casa editrice Liberilibri dalla Libreria Editrice Vaticana. Qualcosa non ci torna. Ai piani alti sono così indulgenti verso di lei?

No, no, si tratta di un equivoco. Liberilibri ha chiesto il nullaosta alla Lev per la citazione dei brani del papa, come è tenuta a fare ogni casa editrice, ma non c’è alcuna compartecipazione della Lev nell’edizione del libro. 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  L’“effetto Francesco”




(di Fabio Cancelli)
Si era agli inizi del Pontificato del Papa latino-americano e sociologi, psicologi e operatori pastorali vari si affaccendavano a spiegare, statistiche alla mano, quello che si impose come «effetto Francesco». Cioè, si tentava di dimostrare che non solo il cambio di pontificato era completamente in continuità con quello di Benedetto XVI, ma che addirittura cresceva la domanda circa i sacramenti e la partecipazione alle Messe domenicali.

Si poteva star sereni perché la Chiesa andava a gonfie vele. Non sappiamo quanto gonfie fossero già allora quelle vele, ma sta di fatto che quel cosiddetto «effetto Francesco» finì presto col significare tutt’altro. Gli analisti della prima ora ci dicevano che Francesco era un gesuita conservatore e che nella sua Argentina peronista aveva alzato più volte la voce per domare sentimenti e aperture da teologia della liberazione. Fu certamente anche così, ma sicuramente non per dire che la teologia della liberazione fosse intrinsecamente sbagliata e fuorviante, ma per riportare quegli sconsiderati gesuiti ribelli a un pensiero più moderato, meno progressista.

Per Francesco, infatti, esistono due teologie della liberazione, una buona e una cattiva. Quella cattiva sarebbe l’applicazione del marxismo alla teologia, che finisce inesorabilmente nel conflitto armato e nella lotta di classe; quella buona, invece, una genuina “teologia del popolo”, che prende quanto di meglio vi è dalla teologia della liberazione, per esprimere il desiderio di stare dalla parte dei deboli e di lottare con loro, contro ogni forma di schiavitù e di predominio.

Nella sua ultima intervista a El País, proprio questo Francesco ha dichiarato a proposito della teologia della liberazione: «È stata una cosa positiva in America Latina. È stata condannata dal Vaticano la parte che ha optato per l’analisi marxista della realtà». Quanto a dire, le intenzioni erano buone ma poi le applicazioni, spesso o meglio sempre, sono scadute nell’ideologia comunista. È tipico del personaggio dare un giudizio separando le buone intenzioni dai risultati, così che la realtà appare non in bianco o nero, ma con tante sfumature di grigio.

Un altro esempio, è il giudizio che Francesco dà della Rivoluzione luterana. Lutero, a suo parere, non voleva dividere la Chiesa ma riformarne i costumi. Così anche in ambito ecumenico, saremmo già uniti idealmente a tutti i seguaci della Riforma, perché insieme ci sforziamo di camminare verso il traguardo dell’unità, anche se bisogna ancora risolvere qualche problemino riguardante la dottrina, che meglio si direbbe teoria cristiana. Così egli separa abilmente le buone intenzioni dei Riformatori, di allora e di oggi, dai risultati e dalle divisioni avutesi. Queste sono – quasi sempre – un disastro, ma quelle erano buone.

Questa teologia delle buone intenzioni permette a Francesco di stare in mezzo, per così dire, tra il bianco e il nero: si apprezza Lutero e si criticano le divisioni. Ma è questa la verità? Un Lutero tradito? Una teologia della liberazione tradita? No, il vero problema è che una realtà non si giudica dalle intenzioni, ma dai fatti. Non bastano le intenzioni, per quanto buone e belle, a darci la verità su un evento o per giudicare la moralità di una situazione.

Altrimenti si arriva ad un altro impiccio gravissimo: tra il bianco del sacramento del matrimonio e il nero del divorzio, c’è l’etica della situazione, che permette, in determinate circostanze e dopo un lungo discernimento, di scegliere il grigio, cioè di accostarsi alla Comunione. Così sembra di stare in mezzo, di non apparire né conservatori né progressisti riguardo alla teoria della fede. Di stare con il popolo, di essere dalla parte dei poveri. Con i reietti esclusi dalla gerarchia: i divorziati risposati. Purtroppo però le buone intenzioni non salvano nessuno. Anzi, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno.

Presto l’«effetto Francesco» ha incalzato i credenti, che sempre più smarriti si chiedono cosa veramente sta succedendo nella Chiesa. Alla tentazione continuista di dire che tutto ciò che dice e fa Francesco proviene dallo Spirito Santo, si accompagna anche quella del sedevacantismo, una risposta che sembra la più convincente nello smarrimento presente. Se il ministero petrino è la roccia salda su cui Cristo ha stabilito la sua Chiesa, perché in questo Papa la roccia si è sgretolata? Due sembrano essere le soluzioni: o Pietro è la roccia e conferma nella verità i suoi fratelli, o, visto che tra una sfumatura e l’altra favorisce dottrine eretiche, questo Papa non è Pietro. O, in modo più soft, non è validamente eletto (anche se questo è tutto da provare, con testimonianze di dominio pubblico).

La conclusione è che o Benedetto XVI è ancora il Papa regnante ma a riposo, o la sede è del tutto vacante, in attesa che qualcuno si accomodi. In realtà il problema è più sottile, perché, secondo la teologia. è possibile che un Papa validamente eletto cada in errore e perfino in eresia. La tesi di scuola di un Papa eretico, oggi sembra non essere più un’ipotesi di lavoro. Ad ogni buon modo, il diventare eretico di un Papa non contraddice la sua infallibilità, perché ovviamente lo diventerebbe non ex cathedra – sarebbe una contraddizione in termini – ma solo quando, appunto, rifiutando il suo carisma petrino di confermare infallibilmente i suoi fratelli nella fede, si barcamena come privato maestro in sentieri pericolosi e modernisti.

Qui il Papa si toglierebbe l’anello del Pescatore e indosserebbe il suo sombrero. E se confermasse esplicitamente l’eresia, non sarebbe più papa, ipso facto. Sedevacantismo a parte, questo Papa ha sgretolato tante certezze. Quella certezza che Pietro fosse sempre la Pietra della Chiesa e che l’eresia fosse solo un caso di scuola, è oggi drammaticamente venuta meno.

Un «effetto Francesco» c’è, è indubitabile, ma cosa vorrà insegnare ai cattolici, ora smarriti proprio a causa del Papa? Francesco, se si vuole vedere la realtà nella sua crudezza, appare come un castigo per la Chiesa. Ma come si sa, Dio castiga non per perdere ma per correggere, per insegnarci qualcosa che avevamo dimenticato. E allora proprio in questa logica della divina Provvidenza, che guida sempre la Chiesa e ogni fedele alla salvezza eterna, dobbiamo imparare a leggere in modo sapiente questo cosiddetto effetto.

Proviamo a pensare a quel pane che si nasconde sotto la neve, a quel richiamo amoroso e paterno che accompagna le percosse giuste e misericordiose di Dio. Assistendo giornalmente allo sgretolarsi della roccia di Pietro, possiamo imparare in modo nuovo e più convinto di prima perché Gesù ha istituito il Papato. Non per ragioni di potere, non per fini politici e ideologicamente militanti, ma per un semplice motivo: confermare i suoi fratelli nella fede.

Dopo anni di contestazione liberale e radicale del Papato, dopo tentativi ecumenici di ridisegnare il ministero del successore di Pietro, ora, in realtà, capiamo che staccarsi dalle parole di Gesù non provoca un balzo in avanti, ma un affossamento. La Chiesa è semplicemente il corpo mistico del Signore, il suo unico corpo salvifico. Pietro è per la Chiesa e non la Chiesa per Pietro. Dovevamo finalmente capire che la Chiesa è più grande di Pietro, lo precede nella sua istituzione, al servizio della quale Gesù ha voluto uno che lo rappresentasse. Ma se Pietro venisse meno al suo compito, non viene meno la Chiesa: il suo Sposo vigila perché il suo talamo rimanga inviolato. Sì, diciamolo a tutti i denigratori del Papato, di ieri e di oggi: Pietro è il servo della Chiesa e non la Chiesa serva di Pietro, e attraverso di lui serva delle ideologie del momento, assoggettata a tutti i venti di dottrine e alle mode passeggere.

Dobbiamo anche imparare che il Papa non ha un potere illimitato e autocratico. Il suo “potere” è un munus, un servizio alla verità del Vangelo, mediante l’obbedienza alla verità. Il Papa è sì al di sopra della legge, ma mai contro la legge. È al di sopra in qualità di supremo legislatore, ma non in qualità di giudice arbitrario. Il Papa è al di sopra della legge emanata in quanto la può modificare, ma il suo stesso ministero petrino è legiferato dai canoni e viene non da sé stesso ma da Cristo. «Prima sede a nemine iudicatur» vuole semplicemente esprimere che la Sede di Pietro è vicaria sulla terra della primazia di Cristo.

Se per motivi altri, Pietro si distanzia dalla primazia di verità di Cristo, la sua Sede è più sedia che santa. Il potere di Pietro, che è servizio e non arbitrio, è istituito da Cristo nel “ministero petrino” e si consolida con la fedeltà di Pietro al suo mandato di Roccia della fede. Il potere di Pietro perciò non è di natura politica, da consolidare con i consensi popolari. Francesco, avendo messo da parte il suo munus specifico di Pontefice, sembra che voglia farsi “portare” non dal diritto ma dal popolo.

Probabilmente per quella teologia della liberazione o del popolo che dir si voglia. In modo molto interessante, padre Spadaro, commentando la recente Pasquinata di Roma, diceva che il tentativo nascosto era di staccare Francesco dalla gente. Che Francesco voglia imporsi come leader mondialista è indubitabile. Il popolo però, la plebs sancta, dimostra di essere refrattario a chi, usando il suo potere e la sua immagine di Papa, pretende di giudicare la Chiesa. La migliore risposta che questo popolo darà a Francesco è riscoprire la mano dolce di Dio che percuote la Chiesa. La Chiesa ha bisogno del Papa. Ma soprattutto il Papa ha bisogno della Chiesa.

(Fabio Cancelli)

CHIESA
Il cardinale Burke
 

L'invio (non si sa per quanto tempo) del cardinale Burke in Micronesia per gestire un caso di pedofilia; la rapida sostituzione di monsignor Negri alla guida dell'arcidiocesi di Ferrara con un monsignor Perego dipinto come il suo opposto. Le scelte di Roma sono un messaggio ben preciso.

di Riccardo Cascioli

Il cardinale Raymond Burke spedito nell’isola di Guam, monsignor Luigi Negri a casa per limiti di età ma sostituito da un monsignor Giancarlo Perego che viene da tutti descritto come il suo opposto.

Decisioni di routine, scelte annunciate, coincidenze: tutto quel che si vuole, ma con l’aria che tira a Roma e con quanto sta avvenendo nella Chiesa, non sorprende certo che sui giornali online e sui social sia stata accreditata una interpretazione “punitiva” delle ultime decisioni.

Prendiamo il cardinale Burke: dopo essere stato silurato due anni fa dalla carica di prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica, è stato appena esautorato dal suo ruolo di cardinale patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, per i ben noti eventi. Formalmente riveste ancora quel ruolo, ma nei fatti è stato sostituito da monsignor Angelo Becciu, numero 2 della segreteria di Stato, che il Papa ha nominato Delegato pontificio per riportare sotto controllo l’Ordine di Malta. Burke è l’unico “non pensionato” dei cardinali che hanno presentato i Dubia a papa Francesco sull’Amoris Laetitia, e – vista la durissima campagna stampa che è stata montata contro di lui - nei giorni scorsi ci si chiedeva quale sarebbe stata la sua sorte. Ieri una prima, parziale, risposta. 

Burke è già nella piccola isola della Micronesia, a oltre 12mila chilometri da Roma, famosa solo per ospitare un’importante base aeronavale statunitense. Qui deve raccogliere la deposizione di un ex chierichetto che ha denunciato per molestie l’ex arcivescovo di Guam, Anthony Apuron. Se poi debba istituire e seguire in loco il processo o tornare a Roma in tempi brevi non è dato sapere. Inoltre, formalmente la decisione dell’invio a Guam dipende dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma a nessuno sfugge il forte potere simbolico di questa “missione”: un altro prelato sgradito a papa Francesco viene allontanato da Roma, monito per tanti altri.

Monsignor Luigi NegriMessaggio analogo a quello passato per la sostituzione alla guida dell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio. Monsignor Negri aveva compiuto i canonici 75 anni lo scorso 26 novembre. Non sono neanche passati tre mesi ed è già pronto il suo sostituto, monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes, l'organismo della CEI che si occupa di immigrati. 

A nessuno è sfuggita la rapidità con cui il Papa ha “sistemato” l’arcidiocesi di Ferrara, rapidità che colpisce solo i vescovi non perfettamente allineati; una rapidità sorprendente soprattutto se messa a confronto con la calma con cui si provvede ad altre diocesi (ad Ancona il cardinale Menichelli è già nel terzo anno di proroga, ed è solo un esempio). E anche la persona che succederà a monsignor Negri il prossimo 4 giugno, sembra sia stata scelta apposta per contrapporgli un modello ben diverso di Chiesa: una Chiesa che non vuole conflitti con il mondo, che si occupa soprattutto del sociale, dei poveri e degli immigrati; una Chiesa il cui unico nemico sembra essere chi mostra perplessità sull’accoglienza senza se e senza ma agli immigrati.

Ieri, rivolgendosi alla città, monsignor Negri non ha ovviamente fatto alcun cenno polemico (ha anzi dato un caldo benvenuto al suo successore) ma ha ricordato il senso del cammino di questi quattro anni: amare e confermare la fede del «popolo che mi è stato affidato», nella granitica certezza che «la fede è l’unica vera grande risorsa che rende positiva la vita». Una fede che sa cogliere e accogliere l’umanità che incontra, come ci ricordano le toccanti parole pronunciate da monsignor Negri a commento del recente tragico delitto di Pontelangorino quando un adolescente, con l’aiuto del suo amichetto, ha ucciso i propri genitori. E ancora l’arcivescovo uscente ha ricordato come la Chiesa si edifica attorno alla presenza reale di Cristo nell’Eucarestia. E anche qui, le parole ci richiamano un’altra decisione recente di monsignor Negri, quando ha chiesto che si celebrassero messe di riparazione in tutta la diocesi dopo un furto sacrilego di ostie consacrate.

Non è comunque una Chiesa chiusa o arroccata quella di cui parla monsignor Negri, tutt’altro: è una Chiesa che deve incontrare ed evangelizzare, consapevole di essere immersa in «una società senza Dio e contro Dio», e che proprio per questo mostra il suo «volto diabolico». Parole queste che a Ferrara probabilmente non si risentiranno molto presto.  

   

“Macché punizione del Papa! Guam non è un confino”. Intervista al Card. Raymond Leo Burke

 
Stanze Vaticane - Tgcom24 intervista il card. Burke.

Il cardinale Raymond Leo Burke è il Patrono dell’Ordine di Malta. Da qualche giorno il porporato americano, 68 anni, considerato da molti un oppositore di Papa Francesco per via delle sue posizioni tradizionali, è stato inviato a 12.000 km da Roma, sull’Isola di Guam per indagare su un caso di pedofilia risalente agli anni 70.
Secondo alcuni si tratta di una punizione del Pontefice nei confronti del cardinale, ma a quanto risulta a Stanze Vaticane – Tgcom24, il Papa è stato informato dell’incarico affidato al card. Burke dalla Congregazione per la Dottrina della Fede soltanto a cose fatte, quando il porporato era già sull’isola del Pacifico.

Cardinale Burke come nasce questa missione sull’Isola di Guam?

La missione è nata per una richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede che io servo quale preside del suo Tribunale Apostolico. Dovrò trattare una delicata causa ecclesiastica penale.
 
 
Perché è stato scelto lei?
Il Papa ha affidato la causa alla Congregazione, e la Congregazione ha proceduto secondo la giusta procedura a formare i membri del Tribunale. In ogni caso, penso di esser stato scelto in base ai miei studi di diritto canonico e la mia lunga esperienza con i processi ecclesiastici.

Quindi non è stato il Papa a chiederle di andare?
Il Papa non ha mai parlato con me di questo compito. Ho comunicato esclusivamente con i superiori della Congregazione per la Dottrina della Fede che è la procedura usuale in questi casi.

Quanto durerà questo incarico sull’Isola di Guam?
La parte della mia missione che si deve svolgere a Guam sarà prossimamente completata. Quanto tempo ci vuole per completare tutta l’istruzione della causa non è chiaro, ma spero di poter finire il lavoro prima dell’estate.

In tanti hanno detto che si tratta di una “punizione” del Papa perché lei è un oppositore. È così?
No, non vedo questa missione come una punizione del Papa e certamente non la sto vivendo come una punizione! È normale per un Cardinale, secondo la sua preparazione e disponibilità, di ricevere speciali incarichi per il bene della Chiesa. Non sono stato sorpreso dalla richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede e ho accettato, conscio della grave responsabilità che comport‎ava, ma senza nessun pensiero di altre motivazioni da parte di Papa Francesco o dalla Congregazione.
Fabio Marchese Ragona





[Modificato da Caterina63 19/02/2017 14.15]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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24/02/2017 20.29
 
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Settimo Cielodi Sandro Magister

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Rivisitazioni. Dodici anni fa Bergoglio non aveva i dubbi di oggi

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*

Dei cinque "dubia" sottoposti a papa Francesco e resi pubblici da quattro cardinali riguardanti la retta interpretazione di "Amoris laetitia", tre fanno riferimento a un precedente documento papale, l'enciclica di Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" del 1993. E chiedono se continuano a valere tre verità di fede riaffermate con forza da quell'enciclica.

Nel dubbio numero due è questa la verità di cui i cardinali chiedono conferma:

- l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi (Veritatis splendor, 79).

Nel dubbio numero quattro è quest'altra la verità su cui chiedono lumi:

- l'impossibilità che "le circostanze o le intenzioni" trasformino "un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta" (Veritatis splendor, 81).

E infine, nel dubbio numero cinque è quest'altra ancora la verità su cui attendono un chiarimento:

- la certezza che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto (Veritatis splendor, 56).

A nessuno di questi "dubia" Jorge Mario Bergoglio ha finora dato risposta. Ma se tornasse indietro nel tempo, a quando era arcivescovo di Buenos Aires, le risposte le darebbe. Sicure e rassicuranti.

Nell'ottobre del 2004 si tenne a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della Cátedra Juan Pablo II presso la Pontificia Universidad Católica Argentina, un congresso teologico internazionale di approfondimento proprio della "Veritatis splendor".

Attenzione. La "Veritatis splendor" non è un'enciclica minore. Nel marzo del 2014, in uno dei suoi rari e meditatissimi scritti da papa emerito, Joseph Ratzinger, nell'indicare le encicliche a suo giudizio "più importanti per la Chiesa" delle quattordici pubblicate da Giovanni Paolo II, ne citò dapprima quattro, con poche righe ciascuna, ma poi ne aggiunse una quinta, che era proprio la "Veritatis splendor", alla quale dedicò un'intera pagina, definendola "di immutata attualità" e concludendo che "studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere".

Nella "Veritatis splendor" il papa emerito vedeva restituito alla morale cattolica il suo fondamento metafisico e cristologico, l'unico capace di vincere la deriva pragmatica della morale corrente, "nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio".

In altre parole, bersaglio della "Veritatis splendor" era l'etica "della situazione", la corrente lassista in auge tra i gesuiti nel secolo XVII e poi mai scomparsa, anzi, oggi ancor più diffusa nella Chiesa.

Ebbene, tra i relatori di quel congresso il primo era Bergoglio. E il suo intervento si può rileggere negli atti pubblicati nel 2005 dalle Ediciones Paulinas di Buenos Aires, in un volume dal titolo: "La verdad los hará libres".

Un intervento, quello di Bergoglio, di forte, indubitabile adesione alle verità riaffermate dalla "Veritatis splendor" e in particolare alle tre sopra richiamate, cioè proprio a quelle che oggi sembrano traballare, dopo la pubblicazione di "Amoris laetitia".

Ad esempio, a pagina 34 del libro, l'allora arcivescovo di Buenos Aires scrive che "solo una morale che riconosca norme valide sempre e per tutti, senza alcuna eccezione, può garantire il fondamento etico della convivenza sociale, tanto nazionale quanto internazionale", in difesa degli uguali diritti tanto dei potenti quanto degli ultimi della terra, mentre il relativismo di una democrazia senza valori porta al totalitarismo.

E sarebbe questa una risposta al secondo dubbio dei quattro cardinali.

A pagina 32 Bergoglio scrive che la comprensione dell'umana debolezza "mai può significare un compromesso e una falsificazione del criterio del bene e del male, così da volerla adattare alle circostanze esistenziali delle persone e dei gruppi umani".

E sarebbe una risposta al dubbio numero quattro.

A pagina 30 respinge infine come una "grave tentazione" quella di ritenere impossibile per l'uomo peccatore l'osservanza della legge santa di Dio, e quindi di voler "decidere lui su ciò che è bene e ciò che è male" invece di invocare la grazia, che sempre Dio concede.

E sarebbe una risposta al quinto dubbio.

Ma poi che cosa è successo, dopo quel congresso del 2004 a Buenos Aires?

È successo, tra l'altro, che in reazione al congresso un teologo argentino di nome Víctor Manuel Fernández scrisse nel 2005 e nel 2006 un paio di articoli in difesa dell'etica della situazione.

Fernández era il pupillo di Bergoglio, che lo voleva rettore della Universidad Católica Argentina e che in effetti riuscì nel 2009 a ottenerne la nomina, piegando le comprensibili resistenze della congregazione vaticana per l'educazione cattolica.

Non solo. Quando nel 2013 Bergoglio divenne papa, promosse immediatamente Fernández ad arcivescovo e lo volle vicino a sé nella stesura del documento programmatico del suo pontificato, l'esortazione "Evangelii gaudium", come pure di altri suoi discorsi e documenti di spicco.

Con l'effetto che si è visto in "Amoris laetitia", ampiamente permeata di morale lassista e perfino con alcuni paragrafi copiati da precedenti scritti di Fernández.

Copiati in particolare dai suoi due articoli del 2005 e del 2006 sopra citati:

> "Amoris laetitia" ha un autore ombra. Si chiama Víctor Manuel Fernández

Come pure da altri suoi articoli del 1995 e del 2001:

> Ethicist says ghostwriter’s role in "Amoris" is troubling

E la "Veritatis splendor", così vigorosamente esaltata dal Bergoglio del 2004?

Dimenticata. Nelle duecento pagine di "Amoris laetitia" non vi è citata nemmeno una volta.




 

Quando la correzione pubblica è urgente e necessaria

(di Roberto de Mattei) Si può correggere pubblicamente un Papa per il suo comportamento riprovevole? Oppure l’atteggiamento di un fedele deve essere quello di un’obbedienza incondizionata, fino al punto di giustificare qualsiasi parola o gesto del Pontefice, anche se apertamente scandaloso? Secondo alcuni, come il vaticanista Andrea Tornielli, è possibile esprimere “a tu per tu”, il proprio dissenso al Papa, senza però manifestarlo pubblicamente.

Questa tesi contiene comunque un’importante ammissione. Il Papa non è infallibile, se non quando parla ex cathedra. Altrimenti non sarebbe lecito dissentire neanche in privato, ma la strada da seguire sarebbe solo quella del religioso silenzio. Invece, il Papa, che non è Cristo, ma solo un suo rappresentante sulla terra, può peccare e può errare.

Ma è vero che egli può essere corretto solo privatamente, e mai pubblicamente? Per rispondere è importante ricordare l’esempio storico per eccellenza, quello che ci offre la regola aurea del comportamento, il cosiddetto “incidente di Antiochia”.

San Paolo lo ricorda in questi termini nella Lettera ai Galati, scritta probabilmente tra il 54 e il 57: «(…) Visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti – e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Bàrnaba la destra in segno di comunione, perché noi andassimo tra le genti e loro tra i circoncisi. Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare. Ma quando Cefa (il nome aramaico con cui veniva chiamato Pietro) venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”» (Gal 2, 7-14).

Pietro per timore di urtare la suscettibilità dei Giudei, favoriva con il suo comportamento la posizione dei “giudaizzanti”, i quali credevano che a tutti i cristiani convertiti si dovesse applicare la circoncisione e altre disposizioni della legge mosaica.

San Paolo dice che san Pietro aveva chiaramente torto e perciò gli “resistette in faccia”, cioè pubblicamente, affinché Pietro non fosse di scandalo nella Chiesa, su cui esercitava la suprema autorità. Pietro accettò la correzione di Paolo, riconoscendo con umiltà il suo errore. San Tommaso d’Aquino tratta questo episodio in molte sue opere.

Innanzitutto egli osserva che «l’Apostolo contrastò Pietro nell’esercizio dell’autorità e non nell’autorità di governo» (Super Epistolam ad Galatas lectura, n. 77, tr. it. ESD, Bologna 2006). Paolo riconosceva in Pietro il Capo della Chiesa, ma giudicava legittimo resistergli, data la gravità del problema, che toccava la salvezza delle anime. «Il modo del rimprovero fu conveniente perché fu pubblico e manifesto» (Super Epistolam ad Galatas, n. 84).

L’episodio, osserva ancora il Dottore Angelico, contiene insegnamenti tanto per i prelati quanto per i loro soggetti: «Ai prelati (fu dato esempio) di umiltà, perché non rifiutino di accettare richiami da parte dei loro inferiori e soggetti; e ai soggetti (fu dato) esempio di zelo e libertà, perché non temano di correggere i loro prelati, soprattutto quando la colpa è stata pubblica ed è ridondata in pericolo per molti» (Super Epistulam ad Galatas, n. 77).

Ad Antiochia, san Pietro mostrò profonda umiltà, san Paolo ardente carità. L’Apostolo delle Genti si mostrò non solo giusto, ma misericordioso. Tra le opere di misericordia spirituale c’è l’ammonizione dei peccatori, chiamata dai moralisti “correzione fraterna”. Essa è privata, se privato è il peccato, pubblica se il peccato è pubblico. Gesù stesso ne fissa le modalità. «Se tuo fratello ha mancato contro di te, va e riprendilo fra te e lui solo. Se ti ascolta hai guadagnato tuo fratello. Se poi non ti ascolta, prendi ancora con te una o due persone, affinché ogni cosa sia attestata per bocca di due o tre testimoni. Se non ascolterà neppure essi, fallo sapere alla Chiesa. Se poi non ascolterà la Chiesa tienilo come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto ciò che voi legherete sulla terra sarà legato nel cielo e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche nel cielo» (Mt 19, 15-18). Si può immaginare che dopo aver tentato di convincere privatamente san Pietro, Paolo non esitò ad ammonirlo pubblicamente, ma – dice san Tommaso – «poiché san Pietro aveva peccato di fronte a tutti, doveva essere redarguito di fronte a tutti» (In 4 SententiarumDist. 19, q. 2, a. 3, tr. it., ESD, Bologna 1999).

La correzione fraterna, come insegnano i teologi, è un precetto non opzionale, ma obbligatorio, soprattutto per chi ha incarichi di responsabilità nella Chiesa, perché discende dal diritto naturale e dal diritto positivo divino (Dictionnaire de Théologie Catholique, vol. III, col. 1908). L’ammonimento può essere rivolto anche dagli inferiori verso i superiori, e anche dai laici nei confronti dei prelati. Alla domanda se si è tenuti a riprendere pubblicamente il superiore, san Tommaso nel Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, risponde affermativamente, facendo notare però che bisogna agire sempre con estremo rispetto. Perciò, «i prelati non vanno corretti dai sudditi di fronte a tutti, ma umilmente, in privato, a meno che non incomba un pericolo per la fede; allora infatti il prelato diventerebbe minore, qualora scivolasse nell’infedeltà, e il suddito diventerebbe maggiore» (In 4 Sententiarum, Dist. 19, q. 2, a. 2).

Negli stessi termini il Dottore Angelico si esprime nella Summa Theologiae: «(…) essendovi un pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, perfino pubblicamente, da parte dei loro soggetti. Così san Paolo, che era soggetto a san Pietro, lo riprese pubblicamente, in ragione di un pericolo imminente di scandalo in materia di fede. E, come dice il commento di sant’Agostino, “lo stesso san Pietro diede l’esempio a coloro che governano, affinché essi, allontanandosi qualche volta dalla buona strada, non rifiutino come indebita una correzione venuta anche dai loro soggetti” (ad Gal. 2, 14)» (Summa Theologiae, II-IIae, 33, 4, 2).

Cornelio a Lapide, riassumendo il pensiero dei Padri e dei Dottori della Chiesa, scrive: «(…) I superiori possono essere ripresi, con umiltà e carità, dagli inferiori, affinché la verità sia difesa, è quanto dichiarano, sulla base di questo passo (Gal. 2, 11), sant’Agostino (Epist. 19), san Cipriano, san Gregorio, san Tommaso e altri sopra citati. Essi insegnano chiaramente che san Pietro, pur essendo superiore, fu ripreso da san Paolo […]. A ragione, dunque, san Gregorio disse (Homil. 18 in Ezech.): “Pietro tacque affinché, essendo il primo nella gerarchia apostolica, fosse anche il primo nella umiltà”. E sant’Agostino affermò (Epis. 19 ad Hienonymum): “insegnando che i superiori non devono rifiutare di lasciarsi richiamare dagli inferiori, san Pietro ha dato alla posterità un esempio più eccezionale e più santo di quello di san Paolo insegnando che, nella difesa della verità, e con carità, ai minori è dato avere l’audacia di resistere senza timore ai maggiori» (Ad Gal. 2, II, in Commentaria in Scripturam Sacram, Vivès, Parigi 1876, tomo XVII).

La correzione fraterna è un atto di carità. Tra i più gravi peccati contro la carità, c’è lo scisma, che è la separazione dall’autorità della Chiesa o dalle sue leggi, usi e costumi. Anche un Papa può cadere nello scisma, se divide la Chiesa, come spiega il teologo Suarez (De schismate in Opera omnia, vol. 12, pp. 733-734 e 736-737) e conferma il cardinale Journet (L’Eglise du Verbe Incarné, Desclée, Bruges 1962, vol. I, p. 596). Oggi nella Chiesa regna la confusione. Alcuni coraggiosi cardinali hanno annunciato una eventuale correzione pubblica nei confronti di papa Bergoglio, le cui iniziative diventano ogni giorno più inquietanti e divisive.

Il fatto che egli ometta di rispondere ai “dubia” dei cardinali sul capitolo 8 dell’Esortazione Amoris laetitia, accredita e incoraggia le interpretazioni eretiche o prossime all’eresia in tema di comunione ai divorziati risposati. La confusione, così favorita, produce tensioni e lotte interne, ovvero una situazione di contrapposizione religiosa che prelude allo scisma. L’atto di correzione pubblica si rende urgente e necessario.
(Roberto de Mattei)


[Modificato da Caterina63 25/02/2017 21.50]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  Ratzinger eliminato dal buonismo ipocrita

Certo non sarà un complotto, però gli somiglia un sacco

 
L'ex vescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, si leva un macigno dalla scarpa e dice che «un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano». Si dichiara certo del fatto che Benedetto XVI abbia subito «pressioni enormi». Da parte di chi? Obama? Negri ricorda che, «anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici hanno chiesto al presidente Trump di aprire una commissione di inchiesta». Per quanto riguarda l'interessato, nel recente libro-intervista con Peter Seewald, smentisce: «Nessuno ha cercato di ricattarmi». Sarà. Ci si può chiedere però che credito dare alle ultime parole di Ratzinger, che di fatto contraddicono le prime. All'ora delle dimissioni disse che voleva rinchiudersi nel silenzio e nella preghiera.

Ma chi vuol rinchiudersi nel silenzio e nella preghiera rilascia interviste da best-seller? Boh. Permane il fatto che un motivo plausibile per le sue dimissioni non l'ha mai fornito. E non si tratta di questione da prendere sottogamba.
Un papa dimissionario è un fatto epocale per la Chiesa, specialmente se continua a vestirsi da papa e a farsi chiamare papa (emerito). Anzi, il fatto è inaudito. Un altro fatto è questo: via lui, ecco un pontificato nuovo che si preoccupa di fare tutto il contrario di quello precedente. Così come Trump sta demolendo l'obamismo. I punti oscuri sulle dimissioni di Benedetto XVI permangono.

E il fatto che a non vederci chiaro siano proprio i cattolici tradizionalisti non cambia di una virgola l'assunto. Sì, perché gli alberi si giudicano dai frutti, lo dice il Vangelo ma anche il buonsenso. Tanto Ratzinger era vituperato da coloro che contano, tanto Bergoglio è osannato. A Ratzinger fu impedito di parlare alla università di Roma, a Bergoglio l'università di Roma ha steso tappeti rossi. E là Francesco non ha certo pronunciato discorsi epocali come il suo predecessore a Ratisbona. No, ha parlato a braccio, anzi a mano, come si fa al bar tra amici.

Ed è stato un discorso veramente e politicamente corretto. Anche la sua insistenza, opportune et importune, sull'accoglienza indiscriminata dei migranti alimenta i sospetti dei sostenitori del complotto. La dottrina cattolica è giudicata troppo rigida per il «mondo nuovo» che gnomi come Soros vogliono creare, un mondo meticcio e liquido, omosessualizzato e individualizzato, un mondo di consumatori sradicati. Via dunque il papa-teologo e avanti col papa-pastore che annacqua la dottrina e piace tanto ai maestri del politicamente corretto. Verso una Chiesa alla Jovanotti che si amalgama perfettamente col Brave New World prossimo venturo. Non sarà un complotto, certo. Però, se lo fosse, i risultati sarebbero diversi?




NUOVO STILE VATICANO
 

Alla domanda: chi è il portavoce del Papa? Non è così semplice rispondere. C’è Greg Burke, ma è defilato. Per il Papa però parlano molti altri: Scalfari, Padre Spadaro, che denuncia l'odio dei detrattori, ma blocca dai suoi contatti Twitter le voci che non gli vanno a genio. E poi Forte, Pinto, Marx, Coccopalmerio. Quanti prestanome in Vaticano...

di Marco Tosatti

Nei giorni scorsi si è svolto il VII Corso alla Pontificia Università della Santa Croce dedicato ai giornalisti interessati all’informazione vaticana. Nel primo giorno una tavola rotonda ha dibattuto il problema delle fonti; hanno contribuito David Wiley, una firma storica della BBC, Luigi Accattoli, il prof. Giovanni Tridente, della PUSC, e chi scrive.

Una delle particolarità del momento storico ed ecclesiale che stiamo vivendo è emersa dal contesto. Ci ricordavamo, per esempio, dell’epoca di Giovanni Paolo II. In quei tempi era chiaro che il Papa, quando non parlava egli stesso – come per esempio faceva sull’aereo, inaugurando una consuetudine che i suoi successori hanno mantenuto, anche se non con la stessa libertà – aveva una persona delegata a farlo in suo nome. E questa persona era Joaquin Navarro Walls.

Che godeva di un rapporto di fiducia estremo con papa Wojtyla. Tanto che quando – dopo che aveva rivelato, nel corso del viaggio in Ungheria, che Giovanni Paolo II soffriva di sindrome extrapiramidale – una forma di Parkinson – la lettera di licenziamento preparata dalla Segreteria di Stato fu bloccata proprio dall’Appartamento. Anche il segretario particolare, l’adesso cardinale Stanislao Dziwisz, ogni tanto concedeva qualche frammento della mens pontificia, ma con parsimonia.

Benedetto XVI aveva padre Lombardi, e, in estemporanea e salesiana, il suo Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Con quali rismaniera ultati l’abbiamo visto. Non si può parlare di un rapporto felice con i media, nel suo caso. 

E adesso c’è Francesco, ma il problema si pone in maniera del tutto diversa. Alla domanda: chi è il portavoce del Papa? Non è così semplice rispondere. Certo, c’è Greg Burke (nessuna parentela con l’omonimo cardinale) che ha ereditato dal padre Federico Lombardi, SJ, il ruolo di direttore della Sala Stampa della Santa Sede. Ma possiamo dire che finora ha preferito tenere un profilo piuttosto riservato, almeno come portaparola del Pontefice. E non è che gli manchino né capacità né esperienza. Ha fatto il giornalista per molti anni, e ha lavorato come consigliere per i media per vari anni in Segreteria di Stato. Però si sente poco, per ora; e certamente non cerca il palcoscenico.

Per il Papa però parlano molti altri (oltre al Pontefice stesso, che non è certo taciturno…). Abbiamo Scalfari, con le sue interviste non registrate e riportate “ad sensum”. Che presentano però agli esegeti lo stesso problema di alcune, anche famose, apparizioni e rivelazioni sovrannaturali: non sempre è chiaro se il Veggente esprime pensieri e parole sue, oppure del Protagonista dell’apparizione.

Poi c’è naturalmente padre Antonio Spadaro, SJ, Direttore de La Civiltà Cattolica, il vero uomo dei media – compresi i social media, con qualche piccola scivolata – del Pontefice. Che di recente, parlando al SIR, l’agenzia stampa dei vescovi, ha parlato addirittura di “odio” nei confronti del Pontefice. “Quanti criticano pregiudizialmente il Pontefice sono poche persone, che però si esprimono sui social network dove fanno grande chiasso. L’impressione è che siano tanti, ma in realtà il rumore è frutto dell’eco. E ledinamiche di odio(sottolineatura nostra) che si sviluppano non hanno nulla di cristiano”.  Così padre Antonio Spadaro.

Il direttore ha affermato che “Il rispetto della laicità dello Stato è fondamentale. Francesco mostra che per costruire una società non bisogna vincere sugli altri, ma mettere in dialogo tutte le forze vive”. D’altra parte, prosegue, “le persone hanno voglia di partecipare al dibattito culturale e politico, ma faticano a trovare fonti attendibili. Purtroppo prevale la dinamica da ‘camera dell’eco’: chi la pensa in un certo modo, ascolta solo chi la pensa come lui”. Sarà per questo motivo che Padre Spadaro “blocca” (e anche altri divulgatori del cerchio magico del Papa lo imitano) su Twitter le voci perplesse o critiche. Fanno come due delle tre scimmiette: non vedono e non sentono…

Alla Congregazione per i vescovi invece la parola del Pontefice, soprattutto in tema di nomine, la porta il suo segretario particolare, Fabián Edgardo Marcelo Pedacchio Leániz; ma non si possono considerare questi interventi come esternazioni pontificie. Qualcuno invece si trova nominato portaparola papale su designazione diretta. E’ accaduto a Sch?nborn quando è stato chiesto al Pontefice quale fosse l’interpretazione corretta dell’Amoris Laetitia. Ogni tanto – raramente – entra in campo come relatore della mens papale il Sostituto alla Segreteria di Stato, l’arcivescovo Angelo Becciu, mentre appare defilato in questo campo il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin. Non mancano neanche sortite più occasionali.

Memorabile quella dell’arcivescovo Bruno Forte, che ha svelato un retroscena del Sinodo sulla Famiglia, relativo al Pontefice. In un incontro pubblico, il presule ha raccontato che Francesco gli avrebbe detto: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati risposati questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fa in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io.” Dopo aver riportato questa battuta lo stesso Forte ha scherzato dicendo: “Tipico di un gesuita”.

E’ sembrato che parlasse a nome del Pontefice, in maniera indiretta, anche il Decano della Sacra Rota, mons. Pio Vito Pinto, quando suggeriva lo “sberrettamento” dei quattro cardinali dei Dubia, anche se adesso, dopo il pasticcio con lo Stato italiano a proposito degli avvocati e della registrazione delle sentenze di nullità sembra essere scivolato di qualche gradino nella corte pontificia. Il cardinale Coccopalmerio è sembrato rispondere a nome del Papa ai Dubia, mentre in Germania chi parla senza timore dicendo che cosa il Pontefice pensa e vuole è il cardinale di monaco, Marx. Insomma,  non mancano certo i canali di diffusione del papa-pensiero; e si capisce perché in questa folla Greg Burke preferisca non sgomitare.






Le virtù di Bergoglio

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Nonostante ormai sia evidente che, se l’ “effetto Bergoglio” c’è, è il contrario di quello che proponeva, alcuni anni fa, il professor Massimo Introvigne (i fedeli a messa non aumentano ma diminuiscono), forse cercare di capire perchè la chiesa oggi sia così divisa può avere un significato. A costo di comparire nuovamente in una delle liste di proscrizione stilate dai nuovi papisti di RepubblicaCorriere della sera, StampaEspresso… tutti giornali arruolati nella difesa ad oltranza di Bergoglio, almeno quanto erano attivi nell’attacco sistematico a Benedetto, proverò ad analizzare alcune delle evidenti virtù di Bergoglio, all’origine del malessere di moltissimi cattolici.

La prima virtù è la prudenza, soprattutto quando si parla di questioni politiche. Alcuni giorni orsono Bergoglio ha dichiarato che lo Stato italiano gestisce nientemeno che “campi di concentramento” per migranti. Dove abbia potuto ricavare una simile notizia, piuttosto sconvolgente, non è dato saperlo. Ma non è certo la prima volta che Bergoglio fa dichiarazioni clamorose, magari aggiungendo frasi come “a quanto mi hanno detto“, “se è vero quello che mi hanno detto“…

La prudenza diventa esemplare nei viaggi sull’aereo: dopo ogni viaggio, Bergoglio parla di tutto, a braccio, generando equivoci su equivoci, creando ogni volta il panico. Se poi il tema è politico, la prudenza diventa attacco preventivo a candidati presidenziali (vedi il caso Trump), insieme a frasi del tipo “non mi voglio occupare di politica ma“. Se il politico di turno è invece notoriamente anti-cristiano, l’elogio è assicurato: per Bonino, Pannella, Napolitano, Castro, Morales… solo encomi.

Fanno parte del suo atteggiamento prudente anche le relazioni non istituzionali, ma amichevoli e ripetute, con uomini politici come Andrea Orlando, cresciuto nel Pci, lontanissimo da ogni valore cristiano, ma divenuto intimo del pontefice per la sua apertura ad un’amnistia per i carcerati. Sì, perchè se in Parlamento si discute di temi etici, Bergoglio si tiene fuori; se il tema è l’amnistia, o i migranti, l’intervento a gamba tesa è assicurato (tanto la stampa a lui devota non parlerà di ingerenza, come farebbe invece nel caso intervenisse su eutanasia…).

Un’altra virtù, connessa con la prima, è la riservatezza: Bergoglio rilascia interviste ad ogni piè sospinto, quasi fosse un uomo di spettacolo, o un politico. Questa iper-esposizione mediatica rende le su parole sempre meno incisive, generando un senso di sazietà incredibile. Visto poi che i temi che tratta sono sempre gli stessi, l’effetto saturazione è assicurato. Sentir parlare ogni giorno del dovere di accogliere gli emigranti, può generare rigugiti persino nei più accoglienti e nei più disponibili. L’assenza poi, di ogni problematicità, rende certi discorsi imbarazzanti per la loro superficialità.

Un’altra virtù è la varietà: Bergoglio parla di migranti, di “Chiesa in uscita”, attacca i farisei, sostiene che “Dio non è cattolico”… letti tre discorsi, si è letto tutto. Anche perchè non di rado cita se stesso, mentre ha ben poca dimestichezza con il magistero dei suoi predecessori. Se deve parlare di temi più tipicamente cristiani, la vena retorica si secca; se all’ordine del giorno ci sono eutanasia, matrimonio gay, utero in affito, o rimanda al catechismo, o glissa, o lancia qualche singola dichiarazione cui non corrisponde nessuna azione concreta.

Un’altra virtù è la sinodalità e la disponibilità all’ascolto: è vero che parla moltissimo e annuncia novità ad ogni piè sospinto; è vero che sono più le telefonate che fa, che quelle che riceve, ma sa ascoltare. Però alla fine decide tutto lui. I vescovi dell’Emilia Romagna propongono un candidato per Bologna? Cestinato senza problemi. Così quasi sempre. Gli unici ad essere ascoltati sono i soliti: Spadaro, Galantino, Marx, Kasper…

Ai cardinali che pongono dei dubbi, non un cenno di risposta, neppure un incontro personale. Ci sono prima le telefonate a Scalfari, gli incontri con Benigni, le interviste ai giornali…

Il sinodo, pur indirizzato con ogni mezzo nella direzione voluta, non va come vuole lui. Allora ricorda a tutti i padri sinodali che la Chiesa deve agire cum Petro e sub Petro e scrive il documento da solo, mettendo quello che aveva già deciso all’inizio, in nota. Per poi indirizzare gli episcopati amici (Germania, Malta…) ed utilizzarli come ennesimo ariete. L’ascolto diventa eclatante nei casi dei numerosi commissariamenti: destabilizza interi ordini religiosi (vedi Francescani dell’Immacolata), senza neppure ascoltare, una sola volta, i suoi fondatori; crea una situazione inaudita nell’Ordine di Malta, che decapita con una fretta e un durezza senza precedenti; ignora bellamente due Family day, promossi dal laicato cattolico, cui non rivolge neppure un saluto nonostante nella sua predicazione vi sia spesso il riferimento  di rito al ruolo dei laici…

L’umiltà: Bergoglio ha deciso di prendere un nome, quello di Francesco, che nessuno aveva mai osato assumere. Francesco infatti è sempre stato considerato il santo più simile a Gesù, il più inarrivabile. Inoltre è stato un grande riformatore: “va e ripara la mia casa“.

In verità Bergoglio, per ora, non ha toccato la curia; ha lasciato lo Ior come stava; ha piazzato uomini e  donne che poi lui stesso ha dovuto cacciare… ma nessun mea culpa, e nessuno gli toglie dalla testa di essere il salvatore di una chiesa che prima di lui era chiusa, ottusa, corrotta.

Questa umiltà viene ostentata: non vive in Vaticano, e lo fa sapere; come un populista qualsiasi si fa fotografare mentro va al bagno chimico (principale notizia sui social, durante la visita a Milano, diffusa guarda caso in tempo reale dal suo intimo sugeritore ed intervistatore, Antonio Spadaro); dialoga il più possibile con le personalità più alla moda, da Scalfari a Benigni; preferisce la ricchissima ed eretica chiesa tedesca, che continua a imporre una tassa e ad essere la più ricca, quanto a soldi e proprietà, del mondo, ma anche la più povera di vocazioni fedeli.

Un’ultima vitù è la competenza teologica: ma qui l’elenco delle frasi incomprensibili, ambigue, errate sarebbe così lungo che ci vorrebbe almeno un libro. Basti pensare che con poche frasette buttate lì, si gettano al macero 500 anni di interpretazioni magisteriali di Lutero, oltre che i libri di storia.

Ps se qualcuno avesse da obiettare contro questi appunti, in difesa di Bergoglio, tirando in ballo qualche falsa visione dell’infallibilità pontificia, ricordi bene che l’eroe bergogliano di questo 2017 è Martin Lutero, colui che definiva i papi “anticristi”, “demoni incarnati” e che non riconosceva loro alcuna autorità. Se per caso, poi, è cattolico, ricordi l’esempio non solo di Dante, ma dei santi che si sono opposti anche agli errori dei papi, da Paolo ad Atanasio, sino a Caterina da Siena…



[Modificato da Caterina63 10/05/2017 22.10]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Sul tavolo del papa un "Promemoria" contro il generale dei gesuiti. Per quasi eresia

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generale

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*

Tra i sacerdoti nati nella diocesi di Carpi, che papa Francesco visiterà domenica 2 aprile, ce n'è uno che gli dà del filo da torcere.

Si chiama Roberto A. Maria Bertacchini. È cresciuto alla scuola di tre gesuiti di prima grandezza: i padri Heinrich Pfeiffer, storico dell'arte e docente alla Gregoriana, Francesco Tata, già provinciale della Compagnia di Gesù in Italia, e Piersandro Vanzan, scrittore di spicco de "La Civiltà Cattolica". Studioso di Agostino, è autore di libri e saggi su riviste di teologia. È stato ordinato sacerdote nel 2009 da Carlo Ghidelli, rinomato biblista e arcivescovo ora emerito di Lanciano-Ortona, la diocesi nella quale è incardinato.

La scorsa settimana don Bertacchini ha inviato a Francesco e al cardinale Gerhard L. Müller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, un "Promemoria" di sei pagine molto critico delle tesi esposte in una recente intervista dal nuovo preposito generale della Compagnia di Gesù, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, vicinissimo al papa.

Sono tesi, scrive don Bertacchini, "di una gravità tale che non si possono passare sotto silenzio senza farsene complici", perché rischiano di "sfociare in un cristianesimo senza Cristo".

Il testo integrale del "Promemoria" è in quest'altra pagina di Settimo Cielo:

> Promemoria…

Mentre qui di seguito ne è riportata una sintesi.

L'intervista del generale dei gesuiti criticata da don Bertacchini è quella rilasciata al vaticanista svizzero Giuseppe Rusconi e pubblicata sul blog Rossoporpora lo scorso 18 febbraio, dopo che era stata controllata parola per parola dallo stesso intervistato.

Settimo Cielo ne diede un ampio resoconto in più lingue.

*

PROMEMORIA
sull'intervista del generale dei gesuiti circa l'inattendibilità dei Vangeli

 

di Roberto A. Maria Bertacchini

Il generale dei gesuiti a febbraio ha rilasciato un’intervista dove insinua che le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio non siano un punto di stabilità teologica, bensì un punto di partenza della dottrina, che dovrà poi essere convenientemente sviluppato. Ciò che – al limite – potrebbe anche avvenire sostenendo l’esatto contrario, ossia la compatibilità del divorzio con la vita cristiana. Tale iniziativa ha a mio avviso innescato una situazione esplosiva.

Naturalmente Arturo Sosa Abascal S.I. è molto accorto a non cadere in eresia conclamata. E questo, in un certo senso, è anche più grave. Occorre dunque riassumere il filo del suo ragionamento.

La domanda che pone è se gli evangelisti siano attendibili e dice: bisogna discernere. Dunque non è detto che lo siano. Un’affermazione così grave andrebbe argomentata in lungo e in largo, perché si può anche ammettere l’errore in un dettaglio narrativo; ma revocare in dubbio la veridicità di insegnamenti dottrinali di Gesù è altra questione.

Sia come sia, il nostro gesuita non entra nel merito, ma – molto abilmente – si appella al papa. E siccome Francesco, trattando di coppie separate e quant’altro, fino al momento dell'intervista non aveva mai citato passi nei quali Gesù richiamava all’indissolubilità matrimoniale, il messaggio implicito del nostro gesuita era lampante: se il papa non cita quei passi, significa che ha fatto discernimento e li ritiene non gesuani. Dunque non sarebbero vincolanti. Ma tutti i papi hanno insegnato in modo opposto! Che importa? Si saranno sbagliati. Oppure avranno detto e insegnato cose giuste per il loro tempo, ma non per il nostro.

Sia chiaro: l’esimio gesuita non dice questo "apertis verbis", ma lo insinua, lo lascia intendere. E così dà una chiave interpretativa della pastorale familiare del papa, questa: che si discosta dall’insegnamento tradizionale. Infatti, oggi “sappiamo” che molto probabilmente, anzi, quasi certamente, Gesù non ha mai insegnato che il matrimonio è indissolubile. Sono gli evangelisti che hanno capito male.

Un cristianesimo senza Cristo?

La questione è di una gravità tale che non si può passare sotto silenzio, senza farsene complici. Il rischio è di sfociare in un cristianesimo riduttivo del messaggio gesuano, ossia in un cristianesimo senza Cristo.

Nel Vangelo della messa del 24 febbraio scorso v’era il brano di Mc 10, 2-12 sul ripudio. Ebbene è accettabile pensare che non si sa se Gesù abbia proferito quelle parole, e che esse non sarebbero vincolanti?

Il "sensus fidei" ci dice che gli evangelisti sono attendibili. Invece, il nostro generale dei gesuiti rifiuta questa attendibilità, per giunta disinteressandosi del fatto che anche san Paolo aveva ricevuto dalla Chiesa questa dottrina come gesuana, e come tale la trasmetteva alle sue comunità: "Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e, qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito, e il marito non ripudi la moglie" (1 Cor 7, 10,11).

La coerenza di tale passo con i testi dei Vangeli sinottici sul ripudio e sull’adulterio è troppo chiara. E sarebbe assurdo immaginare che essi dipendano da Paolo e non da tradizioni pre-pasquali. Non solo. In Ef 5, 22-33 Paolo riprende il medesimo insegnamento di Gesù e lo rafforza pure. Lo riprende, perché cita il medesimo passo della Genesi citato da Gesù; lo rafforza, perché il Cristo ama la Chiesa in modo indissolubile, sino a dare la sua vita, e oltre la vita terrena. E di tale fedeltà Paolo fa il modello della fedeltà coniugale.

Perciò è del tutto chiaro che vi sia un’evidente continuità d’insegnamento tra la predicazione pre-pasquale e quella post-pasquale; ed è pure chiara la discontinuità col giudaismo, che invece conservava l’istituto del ripudio. Ma se san Paolo stesso fonda su Cristo tale discontinuità, ha senso mettere in dubbio i Vangeli? Da dove viene quel salto che ispirò la prassi della Chiesa antica, se non da Cristo?

Si noti che anche in ambiente greco-romano il divorzio era ammesso, e in più esisteva l’istituto del concubinato, che senza difficoltà poteva sfociare in un successivo legame coniugale, come attesta per esempio la vicenda di sant’Agostino. E in storiografia vale il principio che un’inerzia culturale non si cambia senza causa. Perciò, essendo il cambiamento storicamente attestato, quale la causa se non Gesù? Se poi essa fu il Cristo, perché dubitare dell’attendibilità dei Vangeli?

Infine, se Gesù non disse quelle parole, da dove nasce il commento drastico dei discepoli ("Ma allora non conviene sposarsi!") in Mt 19, 10? Tra quei discepoli vi era anche Matteo, e non fanno una bella figura: si dimostrano tardi a comprendere e attaccati alle tradizioni che Gesù contesta. Dunque, da un punto di vista storiografico, la pericope di Mt 19, 3-12 è del tutto attendibile: e tanto per motivi di critica interna che esterna.

L'orizzonte dogmatico

D’altra parte, affermare che non si sa se Gesù abbia effettivamente proferito quelle parole e che, in buona sostanza, esse non sarebbero vincolanti è, "de facto", un’eresia, perché si nega l’ispirazione della Scrittura. 2 Tm 3 è chiarissimo: "Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia".

"Tutta" include evidentemente anche Mt 19, 3-12. Altrimenti si attesta che vi sia una parola "altra", prevalente sulla Scrittura stessa e sulla sua ispirazione. Infatti, affermata l’inattendibilità di alcune parole di Gesù, è come aprire una fessura nella diga della "fides quae", fessura che porterà l'intera diga a disgregarsi. Esemplifico:

a) Se Gesù non ha detto quelle parole, gli evangelisti non sono attendibili. E, se non sono attendibili, non sono veraci; ma, se non sono veraci, neppure possono essere ispirati dallo Spirito Santo.

b) Se Gesù non ha detto quelle parole, avrà davvero detto tutte le altre che prendiamo per buone? Chi è inattendibile su una questione innovativa, potrebbe esserlo pure su altre parimenti tali, come la risurrezione. E se, per dare il sacerdozio alle donne, "La Civiltà Cattolica" non esita a porre in discussione un magistero solenne invocato come infallibile, non sarà il caos? A quale autorità biblica appellarsi, se gli esegeti stessi sono perennemente e sempre più divisi? Ecco in che senso la diga frana.

E non è finita, perché seguendo i dubbi del generale gesuita, non ci si mette sotto i piedi solo san Paolo, ma anche il Vaticano II. Infatti, ecco cosa si legge in "Sacrosasnctum Concilium" 7:

"Cristo è sempre presente nella sua Chiesa […]. È presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura".

Siccome i passi sull’indissolubilità matrimoniale sono letti nella messa, e precisamente: Mc 10, 2-12 nel venerdì della VII settimana del tempo ordinario e nella domenica XXVII dell'anno B, Mt 19, 3-12 nel venerdì della XIX settimana del tempo ordinario e Mt 5, 27-32 nel venerdì della X settimana, ne segue che il Vaticano II attribuisce in modo certo all’autorità di Gesù quelle parole.

Sicché chi segue i dubbi del generale gesuita non sconfessa solo il Vaticano II e per giunta in una costituzione dogmatica, ma dubita della Tradizione al punto da rendere astratta e irraggiungibile la stessa autorità di Gesù maestro. Perciò siamo di fronte a un vero e proprio bombardamento a tappeto, davanti al quale è assolutamente necessaria la più ferma delle reazioni.

Concludendo, la transizione da una religiosità della legge a una del discernimento è sacrosanta, ma è ricca di insidie. Essa esige una formazione cristiana d’eccellenza, oggi purtroppo rara. E anche che si abbia vero amore e deferenza verso la Parola divina.

In ogni caso, se si liscia il pelo al mondo, col solo fine di evitare conflitti e persecuzioni, non si è solo vili, si è totalmente fuori dal Vangelo, che esige franchezza e fortezza in difesa della Verità. Gesù non ha temuto la croce, né gli apostoli. San Paolo, poi, è chiaro:

"Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo" (Gal 6, 12).

Essere circoncisi voleva dire per un verso rientrare nella religiosità riconosciuta da Roma come legittima, e per un altro compiacere il pensiero corrente. San Paolo sa che la vera circoncisione è quella del cuore, e non cede.

Carpi, 19 marzo 2017

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Una postilla. Nel testo integrale del "Promemoria", don Bertacchini scrive che papa Francesco, il 24 febbraio, pochi giorni dopo la pubblicazione dell'intervista di padre Sosa, "ha riprovato le posizioni del generale gesuita" dedicando l'intera sua omelia in Santa Marta – cosa che non aveva mai fatto in precedenza – al passo del Vangelo di Marco con le nettissime parole di Gesù su matrimonio e divorzio.

Nell'omelia, a giudizio di don Bertacchini, Francesco avrebbe contestato i dubbi di padre Sosa, evidenziando che "Gesù rispose ai farisei quanto al ripudio, e dunque l’evangelista è attendibile".

Propriamente, però, il commento di papa Francesco a quel passo del Vangelo di Marco è apparso piuttosto tortuoso, a giudicare dai resoconti autorizzati dell'omelia pubblicati dalla Radio Vaticana e da "L'Osservatore Romano".

A un certo punto, infatti, il papa è addirittura arrivato a dire che "Gesù non risponde se [il ripudio] sia lecito o non sia lecito".

E anche dove il papa polemizza – giustamente, scrive don Bertacchini – con quella che chiama la "casistica", affiora una contraddizione. Perché che cosa fa di diverso "Amoris laetitia", quando sollecita a discernere caso per caso chi ammettere alla comunione e chi no, tra i divorziati risposati che vivono "more uxorio"?





Angoscianti profezie sulla Chiesa

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Si possono avere, nello stesso tempo storico, preoccupazioni molto molto divergenti. E’ quello che accade oggi nel lacerato mondo cattolico. Da un lato il Vaticano, dall’altra un laicato notevolemente perplesso e smarrito.

Al primo stanno a cuore non più i “principi non negoziabili”, nè la dottrina rivelata

o il catechismo con le verità eterne, ma soprattutto l’ambiente, l’accoglienza agli immigrati, il dialogo con i radicali di Pannella e Bonino…

Di qui il plateale disinteresse per movimenti di popolo come il Family day, per i dibattiti sull’eutanasia in parlamento, per i dubbi di cardinali e sposi sulle nuove ed ardite interpretazioni del sacramento del matrimonio. Massima attenzione, invece, per ogni iniziativa radicale, che sia la marcetta pro amnistia o indulto, o la presentazione del libro celebrativo della vita di Marco Pannellla, “Una libertà felice”, che avrà come relatore il cardinale Vincenzo Paglia, neoeletto presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Mentre in Vaticano trovano accoglienza Scalfari e Bonino, no global e ambientalisti, sostenitori dell’aborto e della sterilizzazione forzata, molti laici cattolici, anch’essi membri della Chiesa, lottano invece per impedire che ai loro figli venga insegnata un’ antropologia del tutto antitetica a quella biblica, tramite le dottrine gender, oppure si impegnano per evitare che il parlamento italiano, dopo il divorzio breve e le unioni civili, imponga al paese il suicidio di stato.

A questa netta divisione ne corrisponde un’altra, quella tra i seguaci di Francesco, pronti a chiedere la galera per un po’ di satira irriverente, o intenti, come Alberto Melloni, ad invocare il ritiro della berretta per il cardinale Gerhard L. Müllere coloro che ritengono che il vero papa sia Benedetto XVI.

Due papi è una fatto davvero anomalo, che diventa ancora più spiazzante nel momento in cui risulta evidente a tutti che i cardinali prediletti da Benedetto (Raymond Burke, Carlo Caffarra, Gerhard L. Müller, Walter Brandmüller…), si trovano a contrastare con fermezza, seppur con molto garbo, il nuovo corso.

A tutto questo bailamme, aggiungete le profezie, e capirete perchè il mondo cattolico è nel caos più totale. Quali profezie? Quelle di Medjugorje, quelle di Anguerra e quelle della religiosa tedesca Caterina Emmerick.

Si sarà notato che Bergoglio critica più volte la “Madonna postina”, che lascia troppi messaggi ai suoi fedeli. Ma “in un momento terribile come questo”, mi confida una teologa che vuole rimanere anonima, “una mamma deve per forza intervenire con la massima solerzia!”.

Senza avere alcuna certezza, è inevitabile notare che la Madonna postina di Medjugorje parla un linguaggio che è diverso da quello di Bergoglio: invita alla preghiera e alla confessione, parla di peccato e di eucaristia, di inferno e di paradiso, e, addirittura, di 10 segreti un po’ apocalittici!

Nulla a che vedere con il magistero di Bergoglio, preoccupato, come si è detto, non tanto della morte dell’anima, quanto dell’ estinzione dei pinguini e del presunto global worming. Oltre ai due papi, a due modi di leggere il Vangelo sul matrimonio, anche due diverse Apocalissi!

Ma la Madonna postina di Medjiugorie non è la sola a spargere allarmismi. Dal Brasile si diffondono sempre più i messagi di Nostra Signora di Anguerra, che la rete diffonde ovunque. Vi si dice che esistono oggi una “vera Chiesa” e una “falsa Chiesa”; una vera dottrina e una falsa dottrina; si attacca con nome e cognome il cardinal Walter Kasper, grande suggeritore di Amoris laetitia; si mette in guardia da “grandi pericoli” imminenti, dal tradimento e dalla apostasia dei chierici e dalla “cecità spirituale” del mondo contemporaneo… Un messaggio più duro, per il Vaticano odierno, sarebbe difficile immaginarlo. Il fatto poi che provenga dall’America latina, complica le cose.

Finita qui? No, certamente, perchè a girare come una trottola sul web sono anche le prefezie di Caterina Emmerick, una monaca agostiniana tedesca vissuta tra il 1774 e il 1824, e beatificata nel 2004 da Giovanni Paolo II.

Costei disse di vedere, nel futuro, una Chiesa con due papi, protestantizzata e infedele: “Vidi anche il rapporto tra i due papi … Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città (di Roma). Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità” (13 maggio 1820); “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini… Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820); “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti, ma false, di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (1820). E ancora: “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana, e stravagante … Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova chiesa … Ma Dio aveva altri progetti” (22 aprile 1823).

Una monaca tedesca che parla di due papi (uno dei quali, se le profezie fossero riferibili ai fatti attuali, tedesco), e di una progressiva protestantizzazione: nel cinquecentenario di Lutero, dopo gli incredibili ed inediti elogi verso il monaco eretico da parte di Bergoglio, mentre la chiesa sembra sempre più vincolata a teologi tedeschi come il gesuita filo-protestante Karl Rahner e nelle mani dei tedeschi Walter Kasper, Reinhard Marx, Albrecht Freiherr von Boeselager…

Come pensare che queste profezie, nel centanario di Fatima, non destino l’interesse e l’attenzione di milioni di cattolici?

 

La Verità, 21 febbraio 2017 (http://www.laverita.info/La-Verita-quotidiano-indipendente-diretto-da-Maurizio-Belpietro



L'elezione del Papa e l'assistenza dello Spirito Santo

Riporto un’interessante risposta che Joseph Ratzinger diede nel 1997 alla domanda sull’azione dello Spirito Santo in Conclave.

È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?, gli fu domandato.

Ratzinger, non rinunciando nel finale a una certa ironia, rispose così: «Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto».

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L’errore, sempre più diffuso è quello di voler giustificare qualsiasi decisione venga presa da un Papa, da un Concilio, da una Conferenza episcopale, in nome del principio per cui «lo Spirito Santo assiste sempre la Chiesa». La Chiesa è indefettibile certo, perché, grazie alla assistenza dello Spirito Santo, «Spirito di Verità» (Gv. 14, 17), ha dal suo Fondatore la garanzia di perseverare fino alla fine dei tempi, nella professione della stessa fede, degli stessi sacramenti, della stessa successione apostolica di governo. Indefettibilità tuttavia non significa infallibilità estesa a tutti gli atti di Magistero e di governo, né tantomeno impeccabilità delle supreme gerarchie ecclesiastiche.


Nella storia della Chiesa, spiega Pio XII, «si sono avvicendate vittoria e sconfitta, ascesa e discesa, eroica confessione con sacrificio dei beni e della vita, ma anche in alcuni suoi membri, caduta, tradimento e scissione. Una testimonianza della storia è univocamente chiara: portae inferi non praevalebunt (Mt. 16, 18); ma non manca anche l’altra testimonianza, anche le porte dell’inferno hanno avuto i loro parziali successi» (Discorso Di gran cuore del 14 settembre 1956). Malgrado i successi parziali e apparenti dell’inferno, la Chiesa non rimane scossa né dalle persecuzioni, né dalle eresie o dai peccati dei suoi membri, anzi attinge nuova forza e nuova vitalità dalle gravi crisi che la colpiscono.

Ma se gli errori, le cadute, le defezioni non ci devono scoraggiare, esse, quando accadono, non possono essere negate. Fu, ad esempio, lo Spirito Santo ad ispirare la scelta di Clemente V e dei suoi successori di trasferire la sede del Papato da Roma ad Avignone? Oggi gli storici cattolici concordano nel definirla una decisione gravemente sbagliata, che indebolì il Papato nel XIV secolo, aprendo la strada al Grande Scisma d’Occidente.

Fu lo Spirito Santo a suggerire l’elezione di Alessandro VI, un Papa che tenne una condotta profondamente immorale prima e dopo la sua elezione? Nessun teologo, ma anche nessun cattolico, potrebbe sostenere che i 23 cardinali che elessero Papa Borgia fossero illuminati dallo Spirito Santo. E se ciò non avvenne in quella elezione, si può immaginare che non avvenne in altre elezioni e conclavi, che videro la scelta di Papi deboli, indegni, inadeguati alla loro alta missione, senza che ciò pregiudichi in alcun modo la grandezza del Papato.

La Chiesa è grande proprio perché sopravvive alle piccolezze degli uomini. Può essere eletto dunque un Papa immorale o inadeguato. Può accadere che i Cardinali del conclave rifiutino l’influsso dello Spirito Santo e che lo Spirito Santo che assiste il Papa nel compimento di tutta la sua missione sia rifiutato. Questo non significa che lo Spirito Santo venga sconfitto dagli uomini o dal demonio. Dio, e solo Lui, è capace di trarre il bene dal male e perciò la Provvidenza guida ogni vicenda della storia. Nel caso del Conclave, spiega nel suo trattato sulla Chiesa il cardinale Journet, assistenza dello Spirito Santo significa che se anche l’elezione fosse il risultato di una cattiva scelta, si ha la certezza che lo Spirito Santo, che assiste la Chiesa volgendo al bene anche il male, permette che ciò avvenga per fini superiori e misteriosi. Ma il fatto che Dio tragga il bene dal male compiuto dagli uomini, come accadde per il primo peccato di Adamo, che fu causa dell’Incarnazione del Verbo, non significa che gli uomini possano commettere il male senza colpa. E ogni colpa va pagata, in cielo o in terra.

Ogni uomo, ogni nazione, ogni assemblea ecclesiastica, deve corrispondere alla Grazia, che per divenire efficace ha però bisogno della cooperazione umana. Di fronte al processo di autodemolizione della Chiesa, di cui già parlava Paolo VI, non si può dunque rimanere con le mani conserte, in uno stato di ottimismo pseudo-mistico. Bisogna pregare ed agire, ognuno secondo le proprie possibilità, perché questa crisi abbia fine e la Chiesa possa mostrare visibilmente quella santità e quella bellezza che non ha mai perso, e mai perderà fino alla fine dei tempi.

di Roberto de Mattei


[Modificato da Caterina63 19/04/2017 09.59]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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05/05/2017 15.04
 
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 Il clero ha devastato la Chiesa, i laici la salveranno. Il male del modernismo è penetrato troppo in profondità nella Chiesa ha inquinato tutto, i seminari, i libri di teologia, la pastorale, la liturgia, perfino l’arte sacra 

Il clero ha devastato la Chiesa, i laici la salveranno


 


di Francesco Lamendola


 



 


È molto, ma molto improbabile che la Chiesa possa essere salvata dal clero, da quello stesso clero, profondamente infiltrato dall’eresia modernista - con tutto ciò che ne consegue, a cominciare dalla smania malsana di voler piacere al mondo e andare d’accordo con il mondo, anche nelle sue manifestazioni più aberranti - che l’ha condotta a un passo dal disastro e che l’ha fatto scientemente, pervicacemente, testardamente e orgogliosamente.  

No: il male del modernismo è penetrato troppo in profondità, ha inquinato tutto, i seminari, i libri di teologia, la pastorale, la liturgia, perfino l’arte sacra: un’architettura che sa più di fabbrica o di palazzo dei congressi, che di chiesa; una pittura e una scultura che riflettono le angosce dell’immanenza radicale, non l’anelito verso Dio; una musica “sacra” che di sacro non ha più nulla, ma che è sempre più sguaiata, frivola, banale e mondana, e che, invece di elevare l’anima verso il cielo, la trascina nel ritmo quotidiano delle cose di quaggiù, e fa perno non su Dio, ma sull’ego dell’uomo. Lo si vede, fra l’altro, da come cantano i bambini, e spesso anche gli adulti, nei cori parrocchiali, durante la santa Messa: buttando fuori la voce con petulanza, con superficialità, con il narcisistico desiderio di attirare l’attenzione su di sé, e non suggeriscono a chi ascolta, e tanto meno a se stessi, il senso della trascendenza, della spiritualità, della mistica purezza che predispone all’incontro con Dio. E tutto questo è avvenuto con la connivenza, o - più spesso - con l’attiva ed entusiastica partecipazione, perfino con il forsennato incitamento, del clero. 

Un clero totalmente fuorviato dal senso ultimo della propria missione, totalmente secolarizzato, totalmente immerso nelle dinamiche sociali, nel senso deteriore della parola: l’emotività, la polemica, il rancore, il gusto della contraddizione e della contrapposizione, non di rado rivolti proprio contro la Chiesa, la propria madre, contro la Gerarchia e contro il Magistero, e anche contro il sommo pontefice: beninteso, quando si trattava di Benedetto XVI, non certo ora che, finalmente, il papa è uno dei loro.

Evidentemente, la malattia del modernismo è penetrata molto più in profondità di quel che si potesse immaginare, stando alle apparenze. Fino al pontificato di Pio XII, poteva quasi sembrare che la malattia fosse rientrata; ma subito dopo, a partire dal Concilio Vaticano II, essa è riemersa con veemenza raddoppiata e triplicata, mostrando chiaramente quanto fosse stata lucida e precisa la diagnosi di san Pio X, quanto necessaria e tempestiva la sua opera di repressione, che ancora oggi tutti gli storici cattolici politically correct continuano a rimproverargli, paragonandola al terrore giacobino e sostenendo, in maniera assurda e inverificabile, che essa abbia fatto alla Chiesa più male ancora di quanto gliene avesse fatto, o avrebbe potuto fargliene, il modernismo stesso. 

Al contrario! San Pio X aveva visto giusto: questo umile prete di campagna, salito al soglio di san Pietro passando per la gavetta, dal gradino più basso, con il suo sano buon senso contadino, aveva visto giusto, era stato un gigante; mentre tutti i don Milani, i padre Turoldo, per non parlare degli Enzo Bianchi (che non è nemmeno un prete), al confronto, appaiono sempre più, non come dei precursori di chi sa mai quali magnifiche sorti e progressive, quali ce li vuol dipingere la vulgata progressista, ma come dei nani, dei ritardatari, dei banali rimestatori di vecchi pregiudizi e di schemi mentali che poco o nulla hanno di cristiano e di cattolico, e che, semmai, sono interamente debitori del mondo, nel senso profano del termine, delle sue illusioni, delle sue cantonate, dei suoi abbagli (il primo e il più vistoso di tutti: il tragico e clamoroso fallimento dell’utopia marxista).

Oggi, quindi, si può vedere e misurare con mano quanto avesse visto giusto san Pio X e quanto la Chiesa del dopo Concilio sia stata abbagliata da falsi profeti, da cattivi maestri, e si sia lasciata traviare, peraltro del tutto consenziente, da illusioni ed utopie che la storia si è incaricata di sbugiardare pienamente, anche se quei signori non avranno mai l’onestà di ammetterlo, e ciò per l’ottima ragione che la neochiesta gnostico-massonica, nella quale essi ora militano, ha colmato i vuoti di tutti quelli che se ne sono andati, piazzando al loro posto gli orfanelli dell’altra chiesa mondana, quella comunista. In tal modo essi pensano e s’illudono di aver chiuso la partita in parità, mentre la verità è che stanno raschiando il fondo del barile e che, quando si sarà allontanata l’ultima generazione d’illusisi e d’ingannati, non resterà più nessuno, e la Chiesa cattolica avrà fatto la fine delle tante sette protestanti: quella di restare vuota e deserta, nella perfetta indifferenza di quel “mondo” che essa si è ostinata a corteggiare, e dal quale ha voluto essere applaudita ed approvata. Infatti: dove sono i giovani cattolici, oggi? Spariscono, semplicemente, subito dopo la Cresima.

No: il clero ha prodotto il disastro, e non sarà il clero a porvi rimedio. Sia ben chiaro: preti come si deve, vescovi come si deve, autentici pastori d’anime, ce ne sono ancora, grazie a Dio; ci sono ancora frati e suore come si deve, animati dalla vera fede, e guidati dai sani principi del Magistero: ma sono così pochi che, per vestirli, basta poco panno, come direbbe il padre Dante. Sono pochi e, per giunta, disorientati: non sono abituati all’idea che il pastore del gregge non è più tale, che non sta guidando la Chiesa nella direzione giusta, che non si cura di salvare le sue pecorelle, anzi, è lui che le spinge di qua e di là, e sembra trarre una maligna, diabolica soddisfazione nel fare di tutto per confonderle, scandalizzarle, demoralizzarle.

Diciamo la verità: non sono abituati a pensare da soli, a esercitare la facoltà critica, a uscire dal grigiore del conformismo e assumersi delle responsabilità autonome, in caso di assoluta ed urgente necessità. Perciò è rimasta loro addosso l’abitudine di credere e obbedire alla Gerarchia, ma, guarda caso, dopo decenni di tiro al bersaglio contro di essa. Sicché ora credono ciecamente e passivamente non al vero e santo Magistero, ma a un magistero taroccato, posticcio, a volte perfino blasfemo; un magistero che nasce dallo spirito del mondo e che non è ispirato, consigliato, confortato e sostenuto dallo Spirito di Dio. No, non è da questo clero, nel suo complesso, e neppure da una parte significativa di esso, che verrà la salvezza. La vicenda dei quattro cardinali lo ha abbondantemente mostrato. Come! Quattro eminenti cardinali, a nome di migliaia di sacerdoti e di milioni di fedeli, chiedono chiarimenti su di un importante documento papale, che sembra introdurre una disastrosa difformità nel Magistero della Chiesa, e nessuno si degna di risponder loro, a distanza di sette mesi!

A quel punto, se nel clero cattolico vi fossero ancora sufficienti energie sane, ci sarebbe stato un sommovimento, un qualche segnale di risveglio: altri cardinali  e altri vescovi, e sacerdoti e religiosi, si sarebbero risvegliati, avrebbero fatto sentire la loro voce, avrebbero preteso una risposta. Non si tratta di una questione privata, di un contenzioso fra specialisti di teologia! Si tratta di una questione assolutamente vitale per la Chiesa tutta, giacché da essa dipende la retta interpretazione di ben tre sacramenti – la Confessione, il Matrimonio e l’Eucarestia – e, ancor più, perché da essa dipende il principio della oggettività della legge morale. Se passa l’interpretazione più permissiva di Amoris laetitia, sarà la fine della legge morale: ciascuno sarà libero di farsi la sua legge morale personale e privata, e sarà in diritto di pretendere che nessuno altro venga a ficcarci il naso.

Il Concilio di Trento, decidendo l’istituzione dei seminari, era corso ai ripari per porre fine al disordine e all’ignoranza dilaganti nella formazione del clero, sia a livello intellettuale, sia a livello spirituale; oggi bisogna avere il coraggio di fare un mesto bilancio e riconoscer che i seminari, come luogo di formazione del clero, hanno fallito il loro compito, perché sono stati infettati dall’eresia modernista e da tutta una serie di altri vizi, sia intellettuali, sia spirituali, a causa dei quali i sacerdoti delle ultime generazioni, generalmente parlando, non hanno saputo essere all’altezza dei loro predecessori, non sono stati capaci nemmeno di assolvere alla funzione minima e indispensabile della loro vocazione alla vita consacrata: la fedele custodia e trasmissione della vera dottrina e l’esempio vivente, ai fedeli, di una spiritualità bene orientata.

Vorremmo dire di più: non hanno neanche saputo, in molti casi – lo si vede da come parlano, da come predicano, da come agiscono, da quello che non dicono e da quello che non fanno – tenere accesa in se stessi la fiammella della fede, probabilmente perché hanno smesso di pregare e di rivolgersi a Dio, tutti presi da cento altre cose, le quali, pur lodevoli in se stesse - magari non tutte, ma molte – li hanno distratti e allontanati dalla sola cosa che è veramente essenziale, per qualunque cristiano e a maggior ragione per un sacerdote: la preghiera, il rapporto continuo con Dio, l’ascolto della Sua voce, il conforto della Sua presenza, il lasciar fare a Lui,  smettendola di voler fare tutto da soli. Il prete si è dimenticato di non essere un superuomo, ma, semplicemente, e molto più incisivamente e impegnativamente, un uomo di Dio. L’uomo di Dio non conta sulle proprie forze, perché sa che le sue forze, per quanto possano essere grandi, sono sempre limitate e penosamente inadeguate al compito più importante di tutti: la giustificazione davanti a Dio. Le opere sono utili, perfino necessarie – altrimenti avrebbe ragione Lutero – ma non senza la fede, non senza la grazia, e mai nella disattenzione della voce di Dio.

Una gran parte del clero contemporaneo ha permesso che le voci del mondo superassero, per intensità e quantità, la sola voce che conta davvero, la sola di cui non si può fare a meno: quella di Dio. Di conseguenza, questo clero fuorviato brancola nel buio, scivola nell’errore, si perde e diventa causa di perdizione per le anime: responsabilità gravissima, di cui, comunque, sarà chiamato a rendere conto. Sarebbe stato meglio se certi preti, certi vescovi e cardinali, e il papa Francesco per primo, avessero rinunciato alla vita consacrata, se non si sentivano più capaci di alimentare in se stessi la fiammella della fede: sarebbe stato mille volte meglio di questo tradimento della fede sottile, quotidiano, e veramente diabolico, che dà continuamente scandalo alle anime e le sospinge verso lo smarrimento.

Da questo punto di vista, cioè dal punto di vista dello scandalo dato ai piccoli e ai semplici, la colpa dei preti modernisti è perfino più grave della colpa dei preti moralmente disordinati, come quel parroco di Padova, del quale abbiamo altra volta parlato, che, nella perfetta ignavia del suo vescovo, ha fuorviato decine di anime nella sua parrocchia, praticando forme sempre più disordinate di sessualità e approfittandosi, cosa particolarmente indegna, del suo abito di sacerdote consacrato, per far cadere nella rete delle sue voglie le donne inquiete e insoddisfatte, bisognose di una parola di conforto cristiano. Sì: la colpa del clero modernista è perfino più grave, perché il suo cattivo esempio sul piano liturgico, pastorale e dottrinale, va a colpire direttamente le anime, gettandole nella confusione e sospingendole verso l’errore, mentre la colpa dei preti moralmente indegni, pur essendo una cosa orribile, investe una dimensione più terrena dell’esistenza e non arriva, di per sé, a mettere in pericolo il destino dell’anima immortale, pur se può lasciare delle cicatrici dolorose nel corpo e nell’anima delle vittime.

Una Chiesa afflitta da sacerdoti moralmente indegni può sopravvivere, nonostante le terribili ferite che essi le infliggono; ma una Chiesa traviata sul piano della dottrina, corre verso l’autodistruzione. Per questo la colpa dei preti modernisti è la peggiore di cui possa macchiarsi un uomo di Dio: invece di accendere una luce di salvezza per le anime, le inganna e la porta verso la morte. La sua opera nefasta assomiglia a quella dei naufragatori: quelle persone che, al tempo della navigazione a vela, accendevano dei fuochi sulla riva del mare, di notte, per trarre in inganno i velieri in difficoltà, sospinti dal mare grosso, e provocarne il naufragio sugli scogli, allo scopo di poterli poi saccheggiare. I naufragatori provocavano a bella posta la rovina degli ignari naviganti; i preti modernisti provocano, in piena consapevolezza, la rovina delle anime immortali che Dio aveva affidato loro, mediante il sacramento dell’Ordine sacro.

E da chi, allora, potrebbe venire la salvezza della Sposa di Cristo, tradita dai suoi ministri, se non dai semplici fedeli, dai laici, costretti, letteralmente costretti dalla gravità e dall’imminenza del pericolo, a prendere il timone della barca di san Pietro, prima che essa vada a fracassarsi contro gli scogli del modernismo, del relativismo, del soggettivismo, di un ecumenismo malinteso e di un dialogo interreligioso che è l’anticamera del suicidio morale per i seguaci del Vangelo di Gesù Cristo? Certo, essi non sono qualificati: lo riconosciamo senz’altro.

Diremo di più: a partire dal Vaticano II, si è fatta anche troppa retorica pseudo democratica, anzi, demagogica, riguardo al ruolo dei laici nella vita della Chiesa, quasi che non esista una sostanziale differenza fra la vita consacrata a Dio e la vita profana. L’autorizzazione a prendere la Particola consacrata nelle mani e portarla in bocca, da pare dei laici, è solo l’ultimo segno di questa bassa demagogia e di questa irresponsabile negazione del ruolo del sacerdote come tramite indispensabile, come alter Christus, tra il fedele e Dio. Il passo successivo, e ci stiamo arrivando, sarà l’auto-confessione e l’auto-assoluzione, dopo di che non ci sarà più bisogno di preti e di confessionali,  tutti i laici potranno decidere da soli se e quando accostarsi alla santa Eucarestia. Ma, demagogia, a parte, il momento che stiamo vivendo è così grave che un pronto e deciso intervento dei laici non è solo utile, ma indispensabile. Quando un uomo sta morendo, non si chiede a chi lo soccorre se abbia la laurea in medicina. Senza contare che lo Spirito soffia dove vuole: e forse, in quest’ora, sta soffiando più sui laici che sui sacerdoti...

 

Francesco Lamendola

 

Francesco Lamendola è nato a Udine nel 1956. Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia, è abilitato in Lettere, in Filosofia e Storia, Filosofia e Pedagogia, Storia dell’Arte, Psicologia Sociale. Insegna nell’Istituto Superiore “Marco Casagrande” di Pieve di Soligo e ha pubblicato una decina di volumi tra saggi storici, musicali, filosofici, di poesia e di narrativa, di cui ricordiamo “Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C.”, “Il genocidio dimenticato. La soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano”, “Metafisica del Terzo Mondo”, “L’unità dell’Essere”, “La bambina dei sogni e altri racconti”, “Voci di libertà dei popoli oppressi.” Fogli Sparsi (E-Book). Collabora con numerose riviste scientifiche (tra cui “Il Polo” dell’Istituto Geografico Polare e “L’Universo” dell’Ist. Geogr. Militare) e letterarie, su cui ha pubblicato diverse centinaia di articoli e a siti internet “Arianna Editrice”, “Edicola Web” ,”Libera Opinione” e “il Corriere delle Regioni” Quaderni culturali: Giornale Web animato aggiornato sui suoi ultimi scritti. Tiene conferenze per la Società “Dante Alighieri” di Treviso, per l’”Alliance Française”, per l’Associazione Italiana di Cultura Classica, per l’Associazione Eco-Filosofica, per l’Istituto per la Storia del Risorgimento, “Alfa e Omega”, “Il pensiero mazziniano” e per varie Amministrazioni Comunali, oltre alla presentazione di mostre di pittura e scultura.





 

Lo ammettono. E' l'enciclica di san Giovanni Paolo II il vero "nemico" e la grande imputata colpevole di aver bloccato la teologia morale. Lo sostiene un fuoco incrociato di teologi à la page con in testa Andrea Grillo. "Veritatis splendor "sbaglia sugli assoluti morali e il rifiuto di un'etica della situazione e perchè è un pronunciamento magisteriale sulla materia morale, che si vuole sganciata dalla Rivelazione. Amoris Laetitia interverrebbe per sanare la frattura". Ma le cose non stanno così perchè contraddirla significa intaccare l'unità della Chiesa. 

di Lorenzo Bertocchi

Dopo il convegno “A un anno da Amoris laetitia. Fare chiarezza”, organizzato a Roma da La Nuova Bussola Quotidiana e dal mensile di apologetica Il Timone, c'è un fatto nuovo e interessante che si inserisce nel dibattito posto dai dubia che quattro cardinali hanno rivolto al pontefice sulle parti ritenute ambigue dell'esortazione apostolica. Un fatto e una domanda. Che meritano di essere conosciuti.

L'ANTEFATTO

Nel settembre 2014 il vescovo di Anversa, Johan Bonny, scrisse una lunga lettera indirizzata ai padri che stavano per riunirsi a Roma in vista del primo round del doppio sinodo sulla famiglia, l'assemblea straordinaria, a cui seguirà poi quella ordinaria del 2015. Il nocciolo di quella lunga missiva era contenuto in poche righe. Queste: «Dopo l'Humanae Vitae e la Familiaris Consortio, la dottrina della Chiesa Cattolica si è trovata legata quasi esclusivamente ad una determinata scuola di teologia morale, costruita su una propria interpretazione della legge naturale».

Occorreva, secondo Bonny, riaprire la porta a quella teologia morale capace di riconoscere «ciò che è umanamente possibile quando ci si trova in circostanze fragili e complesse». Una porta che, sempre secondo Bonny, era stata “marginalizzata” non da un magistero, come ad esempio quello dell'enciclica Veritatis splendor, ma, sostiene il presule, da “uno sviluppo politico ecclesiale”.

IL FATTO

Ma qual è il fatto nuovo che sembra emergere sempre più chiaro nel dibattito sull'Amoris laetitia? Lo scrivono nero su bianco i due curatori di un autorevole volume, Amoris laetitia: un punto di svolta per la teologia morale? (edizioni San Paolo), che nella domanda del titolo contiene già un indizio di questo nuovo elemento.

Il fatto è che l'enciclica di san Giovanni Paolo II Veritatis splendor sarebbe la grande imputata per aver bloccato la teologia morale cattolica (e quindi tutta una serie di questioni legate alla sessualità, alla contraccezione, etc.), dietro a una visione ritenuta unilaterale. Il problema, secondo Stephan Goertz e Antonio Autiero, i curatori del libro presentato giovedì scorso alla Gregoriana, è dato dall'idea «complessiva che con Familiaris consortio e Veritatis splendor sia stata codificata una dottrina completamente inattaccabile dal punto di vista della teologia morale, una dottrina che si basa solidamente sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, una dottrina non più bisognosa di ulteriori sviluppi, ha portato a dei blocchi di pensiero e di azione nella chiesa cattolica. Con Amoris laetitia, papa Francesco si propone di offrire uno spunto a continuare nella ricerca, anche in questo campo».

Sulla stessa lunghezza d'onda il professore Andrea Grillo, insegnante al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo, che ha parlato di “massimalismo morale” nel caso di Veritatis splendor. Anzi, secondo Grillo la rottura con la tradizione l'avrebbe operata proprio l'enciclica di Giovanni Paolo II e ora Amoris laetitia, semplicemente, avrebbe rimesso le cose al loro posto. «La discontinuità», ha scritto sul suo blog Come se non, «era stata introdotta da alcuni documenti del XX secolo – che vanno da Casti Connubii, a Humanae Vitae a Veritatis Splendor – i quali avevano introdotto un “massimalismo morale” del tutto inedito fino ad allora, con una grande forzatura nella lettura delle fonti tradizionali, e rispetto a cui Amoris Laetitia opera un vero e proprio atto di “riconciliazione con la tradizione”».

Che il problema fosse proprio Veritatis splendor, con i suoi chiari riferimenti agli assoluti morali, al rifiuto di una coscienza creativa e di un'etica della situazione, lo ha ribadito anche il redentorista Marcelo Vidal all'Università di Salamanca, durante un recente incontro introdotto dal cardinale di Madrid Carlos Osoro. «Amoris laetitia», avrebbe detto Vidal, come riporta Infocatolica, «è contro Veritatis splendor, vale a dire un testo che abbiamo voluto come risarcimento di quella [enciclica] che ha fermato il rinnovamento della Teologia morale del Vaticano II».

Parole che sanno tanto di rivincita in bocca a Vidal, visto che il redentorista fu “ripreso” dalla congregazione per la Dottrina della fede nel 2001 (vedi QUI), proprio in riferimento a tre suoi libri sull'insegnamento della teologia morale. La “Notificazione” firmata dal prefetto cardinale Ratzinger indicava, tra l'altro, che «consequenziale al modello morale assunto [nei libri di Vidal, nda] è l’attribuzione di un ruolo insufficiente alla Tradizione e al Magistero morale della Chiesa, che vengono filtrati attraverso le frequenti «opzioni» e «preferenze» dell’Autore. Dal commento all’Enciclica Veritatis splendor, in modo particolare, si evince la concezione manchevole della competenza morale del Magistero ecclesiastico». Sul finale poi si legge un passo significativo: «con questa Notificazione, [la congregazione della Dottrina della fede] desidera anche incoraggiare i teologi moralisti a proseguire il cammino di rinnovamento della teologia morale, in particolare nell’approfondimento della morale fondamentale e nell’uso rigoroso del metodo teologico-morale, secondo gli insegnamenti dell’Enciclica Veritatis splendor e con il vero senso di responsabilità ecclesiale».

LA DOMANDA

Se le cose stanno come sostengono il vescovo Bonny, i curatori di un importante libro, il professor Grillo e il redentorista Vidal, viene spontaneo chiedersi quale possa essere stato in quasi venticinque anni il dovuto “ossequio della volontà e dell'intelletto” al magistero autentico rappresentato da Veritatis splendor. Ma non è questa la domanda principale che si propone.

Leggendo le “Osservazioni” della congregazione per la Dottrina della fede a di un libro in lingua tedesca, “Teologia morale fuorigioco? Risposta alla enciclica Veritatis splendor”, è possibile comprendere la portata delle questioni che si sollevano. Tali “osservazioni” furono pubblicate sull'Osservatore romano del 2 febbraio 1996. 

Secondo gli autori di quel testo in lingua tedesca, «la Veritatis splendor sbaglia non solo perché critica delle teorie morali che, a loro avviso, rispondono alla verità, ma soprattutto perché intende essere un pronunciamento magisteriale su una materia - la morale normativa - che di per sé non rientrerebbe nelle competenze del magistero della chiesa, dato che su di essa non esisterebbe un concreto insegnamento specifico nella Rivelazione né sarebbe esistita, almeno fino a questo momento, una dottrina cattolica definita. (…) Conseguentemente alcuni autori sono convinti di poter rendere la "Veritatis splendor" oggetto di una "quaestio disputata", e si sentono autorizzati a favorire il dissenso pubblico da un pronunciamento del magistero ordinario del romano pontefice».

La questione comincia a emergere, e riguarda nello specifico il fatto che Veritatis splendor possa effettivamente essere derubricata a mero “sviluppo politico ecclesiale” rispetto al pluralismo della teologia morale, come ha scritto il vescovo Bonny, oppure a espressione unilaterale di un “massimalismo morale”, come dice, invece, il professore Andrea Grillo; o come un'enciclica che ha “portato a dei blocchi di pensiero” come hanno scritto gli autorevolissimi Stephan Goertz e Antonio Autiero nella post fazione al testo presentato il 4 maggio alla Gregoriana.

Ma quanto spazio ha avuto nella Chiesa questa interpretazione di Veritatis splendor? Quanti i pastori, i teologi e i sacerdoti, che sono andati per la loro strada indipendentemente dall’insegnamento di quell’enciclica? E' questo un esempio di “pluriformità” della Chiesa?

La risposta a queste domande deve tener conto della conclusione di quell’ “Osservazione” pubblicata sull'Osservatore romano nel 1996:

«Come ha ricordato recentemente Giovanni Paolo II (…): “Nelle encicliche Veritatis splendor ed Evangelium vitae, così come nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, ho voluto riproporre la dottrina costante della fede della chiesa, con un atto di conferma di verità chiaramente attestate dalla Scrittura, dalla tradizione apostolica e dall'insegnamento unanime dei pastori. Tali dichiarazioni, in virtù dell'autorità trasmessa al successore di Pietro di "confermare i fratelli" (Lc 22,32), esprimono quindi la comune certezza presente nella vita e nell'insegnamento della chiesa” (Discorso alla sessione plenaria della Congregazione per la dottrina della fede, 24.11.1995, nn. 5-6). «A nessuno sfugge», chiosava la congregazione per la Dottrina della fede, «che contestare in linea di principio il ruolo del magistero della chiesa espresso in queste parole, (...), non costituisce un problema semplicemente disciplinare, bensì intacca profondamente l'unità e l'identità della Parola sulla quale è fondata la chiesa». 





[Modificato da Caterina63 09/05/2017 15.37]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  Caro Papa, dimentichi che la Madonna è la “postina” di Dio da duemila anni, anzi dalle origini! 

Considerazioni escatologiche tra Fatima e Medjugorie

Sabato 13 maggio è stato celebrato, con la santificazione di Giacinta e Francisco, i due più piccoli dei tre pastorelli scelti dal Cielo, il centenario delle apparizioni della Santa Vergine a Fatima. Evento capitale nella storia del XX secolo ed in generale nella storia dell’umanità, anche se la storiografia, di solito, non si occupa di eventi di questo tipo precludendosi, così, una comprensione più alta delle vicende storiche.

Fatima, alla quale sono seguite altre “mariofanie” come a suo completamento, è una profezia ancora ampiamente aperta. Una profezia mal interpretata lungo il XX secolo perché piegata soltanto all’ammonimento del pericolo comunista con chiare implicazioni politiche in senso conservatore e filo-americano. A Fatima la Madonna ha sì, certamente, ammonito l’umanità sul pericolo del comunismo, alle porte nel momento nel quale Ella parlava ai tre pastorelli che non sapevano neanche cosa fosse la Russia e pensarono ad una donna particolarmente cattiva, ma per troppo tempo l’esegesi maggioritaria, sull’ammonimento mariano, in ambito cattolico è stata quella esclusivamente anti-comunista, dimenticando che Maria, in quel 1917, già vedeva oltre la fatidica data del 1989 e, soprattutto, che Lei stessa ha annunciato il trionfo finale del suo Cuore Immacolato.

Le vicende storiche del mondo hanno puntualmente realizzato quanto dalla Madre celeste profetizzato ma dopo Gorbaciov, e la sciagurata partentesi di Eltsin, è arrivato Vladimir Putin con il quale la Russia è tornata all’Ovile. Putin, in epoca sovietica, fu segretamente battezzato dalla madre, ed ha riscoperto la fede cristiana a seguito di un drammatico accadimento che rischiò di cancellare la sua famiglia. Un incendio distrusse la sua dacia dove stava trascorrendo le vacanze con la sua famiglia. L’allora responsabile del Fsb, l’organizzazione succedanea del Kgb, riuscì a sottrarre dalla morte i suoi figli ma – come lo stesso Putin ha pubblicamente ammesso – per un vero e proprio miracolo propiziato da una materna e misteriosa presenza.

Ora è innegabile che il merito principale di Putin è quello di aver ricondotto la Russia alla sua identità cristiana e nazionale, trasformandola sul piano politico nell’antemurale dell’Occidente nichilista ed ateo. Putin, è stato detto, ha messo in pratica la filosofia politica, cristiana e tradizionale, del più autorevole e meno filo-occidentale dei dissidenti russi ovvero Aleksandr Solženicyn, del quale del resto l’attuale Presidente della Russia è stato attento e partecipe lettore. Benché con i necessari adattamenti, richiesti dalla concreta situazione storica, il programma politico di Putin era già tutto contenuto nel noto pamphlet “Come ricostruire la nostra Russia – considerazioni possibili” che lo scrittore russo pubblicò nel 1990.

Gli adattamenti si sono resi necessari soprattutto in ordine alla centralizzazione dell’Autorità politica che lo scrittore avrebbe voluto invece superare, decentralizzando, al fine di oltrepassare l’esperienza sovietica. Putin, invece, ha dovuto mantenere e rafforzare il centralismo sia perché, altrimenti, la Confederazione russa sarebbe andata a scatafascio, sotto le spinte centrifughe alimentate ad arte da oligarchi e lobbies occidentali, sia perché nel mondo globale, succeduto al 1990, un mondo nel quale la finanza transnazionale e apolide è capace di dominare e manipolare l’intero pianeta, non è possibile sottrarsi a tale potere se non contrapponendogli un potere nazionale e/o imperiale fortemente radicato nell’identità popolare. Ma, per il resto, il programma di Putin è quello di Solženicyn: tornare al e difendere il Cristianesimo ortodosso quale fondamento dell’identità storica della Russia e quindi, anche con l’aiuto della Chiesa, rimodellare l’intera struttura politica, sociale ed economica della nazione intorno a questo fondamento, fino a quando è umanamente possibile.

Ebbene: solo i ciechi, anche tra i cattolici, non vedono in tutto questo la mano materna di Maria ed un primo momento del trionfo del suo Cuore Immacolato. Non è pertanto più giustificata – e coloro che continuano con questa esegesi sono solo schiocchi strumenti di strategie geopolitiche americane – la narrazione anti-russa della mariofania di Fatima.

Fatima – al di là del possibile “quarto segreto” ossia della possibile esistenza di un commento autentico di Maria alla visione, svelata da Giovanni Paolo II, del “vescovo vestito di bianco” – è una profezia ancora aperta soprattutto perché la promessa della finale vittoria del Cuore Immacolato di Maria non si è ancora compiutamente avverata: l’umanità è sempre più in caduta libera verso il nichilismo globale. Neanche, del resto, la promessa sulla conversione della Russia si è ancora definitivamente avverata perché se è vero che il comunismo è caduto e che la fede cristiano-ortodossa è fuoriuscita dalle catacombe, è altrettanto vero che la Russia di oggi, la quale come si diceva svolge senza dubbio il ruolo di baluardo al nichilismo dell’Occidente liquido postmoderno egemonizzato dalla finanza transnazionale ed apolide e dal neoliberismo fondato sul relativismo morale e sull’individualismo sociale, non si è ancora riavvicinata alla Chiesa cattolica pur dando segno di filiale rispetto per Roma, come ha dimostrato Putin nelle sue visite al Papa. E’, infatti, nostra convinzione che la profetizzata conversione finale della Russia sottende la conversione al Cattolicesimo.

La Madonna, profetizzando la conversione della Russia, non poteva non riferirsi ad una conversione al Cattolicesimo o comunque ad una riunione o riavvicinamento dell’Ortodossia a Roma, con tempi e modalità ancora ignote ma che una enciclica come la “Ut Unum Sint” di Giovanni Paolo II, nella quale si propone ai fratelli ortodossi, in nome della comune apostolicità, un ritorno nell’esercizio del primato alla prassi del primo millennio fondata sulla collegialità tra i cinque principali patriarcati (Roma, Gerusalemme, Antiochia, Costantinopoli, Alessandria) fermo rimanendo – Papa Woitjla in proposito è stato chiaro – il primato petrino al quale da parte cattolica non si può rinunciare, chiaramente preannuncia.

Ma anche il nome della località portoghese sembra alludere misteriosamente ad un disegno teologico e storico di natura superiore che si va svelando gradualmente. Il nome del paesino delle apparizioni mariane del 1917 ha un’origine davvero singolare che ci consente perfino di ipotizzare un senso escatologico per quanto riguarda i rapporti tra islam e Cristianesimo. In tale prospettiva, secondo alcuni il “trionfo del Cuore Immacolato di Maria” potrebbe alludere anche a qualcosa di più. Molti, tra cui gli islamologi cattolici Louis Massignon e padre Giulio Basetti Sani o.f.m. nonché lo scrittore cattolico Vittorio Messori (di quest’ultimo si vedano i capitoli XVI e XLIX del suo “Ipotesi su Maria”, nei quali tra l’altro si mettono a confronto la devozione per Máryam Sempre Vergine del Corano con l’ingiuria di prostituta indirizzata alla Vergine contenuta nel Talmud), hanno osservato che il nome della località portoghese nella quale apparve la Santissima Vergine Maria non è casuale. Fatima, infatti, è anche il nome della figlia preferita di Maometto, alla quale, secondo un hadith il Profeta avrebbe detto “tu sarai la padrona delle donne del Paradiso, dopo Máryam” (commenta Messori: “Una superiorità, dunque, nello stesso Cielo mussulmano, di quella che i cristiani chiamano Regina Coeli”).

La località portoghese delle apparizioni mariane che hanno illuminato il XX secolo deve il suo nome, Fatima, ad una giovane nobile fanciulla saracena, figlia del governatore del castello di Alcácer do Sal, così chiamata alla nascita dal padre in onore della figlia del Profeta. Questa nobile fanciulla rimase coinvolta nella secolare lotta che nella penisola iberica impegnava cristiani e mussulmani. Di lei infatti si innamorò un celebre paladino della Reconquista cristiana, don Golçavo Hermingués, che la sposò avendo ella accettato il battesimo. Una dolce storia d’amore interrotta però dalla precoce morte della giovane sposa. Don Golçavo, straziato dal dolore, abbandonò le armi e si fece monaco nell’abbazia cistercense di Alcobaça, dove ottenne di trasferire i resti mortali della giovane moglie. Qualche tempo dopo, l’abbazia fondò, a pochi chilometri, un piccolo monastero, superiore del quale fu nominato proprio don Golçavo, il quale fece deporre i resti mortali di Fatima nella nuova chiesa della località fino ad allora deserta e che, in tal modo, prese nome da colei che, nata mussulmana, morì esemplare sposa cristiana. Esiste tuttora una chiesa, dedicata alla Madonna, nella quale – si dice – siano state conservate a lungo le spoglie mortali della giovane Fatima.

Dunque, sin dal medioevo, Dio aveva un disegno molto preciso su Fatima. Sicché non è azzardato avanzare l’ipotesi che, apparendo alla Cova da Iria in quel di Fatima, località che deve il suo nome ad una fanciulla mussulmana, battezzata, che portava il nome della figlia prediletta di Maometto, la Madonna abbia voluto implicitamente indicare, come effetto del futuro ma sicuro trionfo del Suo Cuore Immacolato, anche la finale conversione dei mussulmani a Cristo, Dio-Uomo (divino-umanità, del resto, secondo Massignon e Basetti Sani, già adombrata dallo stesso Corano: una verità al momento non evidente per gli islamici e che sarà loro chiara al momento dovuto, che solo Dio conosce nella Sua Infinita Sapienza).

Lungi da noi qualsiasi accostamento a quei settori conservatori del mondo cattolico che criticano il pontificato bergogliano in particolare per la discontinuità del documento sinodale, fortemente voluto dall’attuale pontefice, “Amoris Laetitia” con la Tradizione. Pur non negando che in quel documento sono presenti problemi maggiori di quelli che con esso si vorrebbe superare – e male, malissimo, ha fatto Papa Bergoglio a non rispondere, come sarebbe stato suo dovere, ai quesiti postigli –, non ci piacciono questi ambienti conservatori perché generalmente sono una cloaca di ipocrisia e perché i loro esponenti abbracciano la Tradizione, difendendo la famiglia, solo ad evidente tutela dei loro interessi sociali ed economici, chiaramente visibili, essendo essi in preponderanza appartenenti a ceti abbienti. E’ infatti notoria la facilità con la quale esponenti di rilievo di questi settori conservatori, mentre pubblicamente militano nella “crociata” in difesa della Tradizione, del diritto naturale e, soprattutto, dell’“America cristiana”, non esitano poi, privatamente, ad abbandonare, in barba alla santità del sacramento, il focolare domestico per fuggire con la prima, avvenente e seducente, donna disponibile.

Lungi da noi anche qualsiasi accostamento allo pseudo-tradizionalismo cattolico che confonde la Tradizione con la musealizzazione e che – giusto per stare al tema di questo nostro intervento –  a causa di questa chiusura spirituale del cuore oppone una presunta Madonna preconciliare, che dice cose gradite alle orecchie tradizionaliste, ad una presunta Madonna post-conciliare non accettabile perché nelle sue manifestazioni non critica il Concilio Vaticano II. Come se fosse questa la missione della Santa Vergine anziché quella di richiamare i suoi figli ad una vita più santa e conforme al Figlio. Richiamo che è poi più di qualsiasi critica, tutte del resto contenendole, alle dottrine umane eventualmente penetrate nel Santuario di Dio.

Ma il lefreviano intransigente ed il sedevacantista perfetto, presi dalle loro ossessioni museali che li spinge a tagliare in due anche il capello del Messale antico alla ricerca di aggiunte post-tridentine da espellere, non sono neanche sfiorati dall’idea la Madonna oggi parla ad una Chiesa ormai già devastata. Sicché se in tempi passati la Madonna, come a La Salette, Ella ammoniva dei pericoli incombenti, ora che la frittata è fatta ha cambiato strategia e preferisca spargere, senza inutilmente piangere sul latte versato, i semi della futura rinascita della Chiesa attraverso l’invito ai sacrifici, al digiuno, alla preghiera ed ad una vita santa, in attesa che gli eventi che dovranno portare al trionfo del suo Cuore Immacolato si compiano.

Chi scrive non contesta Papa Francesco per quel che egli ha finora fatto sul piano della Dottrina Sociale, non a caso invisa ai conservatori e pseudo-tradizionalisti suoi critici – anzi in questo ambito egli ha grandi meriti, soprattutto dopo la sbornia neocons che colpì ampi settori della Chiesa ai tempi di Bush e delle sue guerre pro-Sion – né contesta affatto la sua pastorale della Misericordia, che è del tutto in profetica sintonia con le rivelazioni di Gesù a suor Faustina Kowalska a riguardo della Porta attualmente aperta della Misericordia Divina affinché l’umanità vi entri prima che giunga il tempo della Giustizia.

Lo scrivente, tuttavia, pur nell’obbedienza, non può non criticare il modo con il quale Papa Bergoglio approccia certi temi delicati, come quello della apparizioni mariane, facendone argomento da conferenza stampa, nonostante dovrebbe essere chiaro, innanzitutto ad un Papa,  quanto micidiale sia il gettare in pasto ai media certe questioni. Infatti i media sono il “mondo” nel senso con cui i mistici ed i santi usano questo termine per indicare non certo la creazione, opera originariamente buona di Dio, ma il dominio che Satana, al quale l’uomo ha fatto spazio nel suo cuore, ancora esercita sull’umanità che non guarda a Cristo.

Sappiamo quanto Papa Francesco ama, a nostro umile giudizio fin troppo, la scena mediatica – si pensi alle interviste tragicamente accondiscendenti a personaggi negativi come Eugenio Scalfari – e come questo possa costituire un problema quando non si è prudenti. Anche Giovanni Paolo II ha rilasciato interviste, addirittura un libro intervista, e lo stesso ha fatto Benedetto XVI. Ma sia Papa Wojtila sia Papa Ratzinger hanno scelto giornalisti aperti alla fede se non dichiaratamente cattolici come Vittorio Messori (il quale d’altronde, pur cattolico, non ha affatto risparmiato all’intervistato le “domande scomode”). E non si dica semplicisticamente che è il malato ad aver bisogno del Medico, perché Scalfari è di quel genere di malati che pretendono essi di suggerire la cura al Medico invece di accettare con umiltà di essere da Lui curati.

Quando si è Pontefice è necessario ricordarsi Chi si rappresenta, di Chi si è Vicario in terra e quindi è necessario, per quanto possibile, un certo grado di “spersonalizzazione”. Un Papa non può dire “secondo me …” come fosse un uomo qualsiasi, perché egli ha la grande responsabilità, roba da far tremare i polsi nella prospettiva della salvezza eterna, di guidare il gregge del Signore e di custodire il Depositum Fidei.

Ecco perché discutere con i giornalisti sull’aereo di cose soprannaturali – nella fattispecie di  apparizioni della Madonna ancora in corso – come se si stesse parlando di questioni politiche o simili, ossia di questioni nelle quali il giudizio del Papa non rasenta affatto l’area se non dell’infallibilità quanto meno dell’insegnamento autorevole e in qualche modo indirettamente obbligante, non è uno stile adatto al ruolo di Pontefice. La sciatteria, la faciloneria, su certi temi non paga ed è molto meglio lo stile più sobrio che avevano un Papa Wojtila ed un Papa Ratzinger, solo per citare gli ultimi predecessori di Papa Bergoglio.

Papa Francesco ha sbagliato a confidare ai giornalisti, quindi pubblicamente in mondovisione, il suo personale – e si sottolinei quel “personale” che dunque non implica alcuna autorità magisteriale – giudizio sui fatti di Medjugorie. Anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno espresso il loro personale giudizio su quei fatti, quello di Papa Wojtila assolutamente favorevole e quello di Papa Ratzinger prudente senza sbilanciamenti, ma lo hanno fatto riservatamente, non pubblicamente, anche se la cosa è comunque trapelata. Papa Francesco non sembra, invece, aver alcuna considerazione né per i milioni di fedeli che sono andati in pellegrinaggio, in questi decenni, nel paesino croato, né per le decine di miracoli, alcuni già dichiarati inspiegabili dalla scienza, avvenuti per intercessione di Maria in quella località, né per le numerose conversioni lì avvenute.

Ora se il vero criterio di discernimento – l’unico autentico perché autenticato direttamente da Nostro Signore Gesù Cristo – è quello dei frutti, buoni o malvagi, per riconoscere l’albero, è evidente che è troppo facile archiviare con i propri dubbi personali un evento come quello di Medjugorie. Né il Papa regnante ha tenuto in considerazione che a Civitavecchia una statuina della Madonna di Medjugorie ha lacrimato sangue umano – fatto scientificamente attestato e ecclesiasticamente riconosciuto sia dal vescovo locale che dalla Congregazione per la Dottrina della Fede – sicché i suoi personali dubbi dovrebbero perlomeno confrontarsi con questo riconoscimento ufficiale già avvenuto.

Ma è l’espressione usata dal Papa per esternare i suoi dubbi che è perlomeno irriguardosa. Infatti dopo essersi già espresso in tal modo nel 2010, Papa Francesco, nell’incontro colloquiale con i giornalisti sull’aereo di ritorno dal Portogallo, è tornato, con riferimento a Medjugorie, a dire che la Madonna non fa la postina. Papa Bergoglio, vista l’occasione, ha opposto la Madonna di Fatima – che certo non poteva disconoscere pur avendo egli spesso dichiarato la sua allergia alle manifestazioni del soprannaturale (non è tuttavia il primo Papa ad avere tali allergie né sarà l’ultimo) – alla mariofania di Medjugorie ormai in corso da decenni, evidenziandone l’eccessiva durata e la costanza quasi giornaliera delle apparizioni rispetto alla brevità di quelle di Fatima. Da qui quel suo dire “la Madonna non fa la postina”.

Il regnante Pontefice però sembra dimenticare che, invece, è da duemila anni – ad iniziare dalla “venida” durante i primi anni dell’evangelizzazione della Spagna romana tentata da san Giacomo apostolo – che la Santa Vergine fa esattamente e propriamente la “postina di Dio”. Perché questa è la missione escatologica che Suo Figlio le ha assegnato: accompagnare la Chiesa, di cui Maria è Icona, lungo i secoli, in particolare in quelli più recenti e duri, fino alla Parusia finale.

Maria, Icona della Chiesa, è la Donna del Genesi – la Donna il cui piede o, a seconda delle esegesi che però non si escludono ma anzi si includono a vicenda, la cui Stirpe, ossia Cristo, schiaccia la testa ofidica – ed è al tempo stesso, dato che inizio e fine, e ciascuna parte, della Rivelazione biblica si implicano e si richiamano a vicenda, la Donna dell’Apocalisse, Vestita di sole, con la luna sotto i piedi e la corona di dodici stelle sul capo. Maria è Colei che combatte il Drago, ovvero l’antico Serpente edenico, e contro la Quale quest’ultimo, perseguitando la sua discendenza (“Donna ecco tuo figlio, Giovanni ecco tua madre”, Gv. 19,26-27, così Nostro Signore sulla Croce rivolto a Maria), si scaglia nel tentativo di divorare il Figlio della Donna destinato a governare tutte le nazioni e nel tentativo di travolgerla vomitando un fiume d’acqua dalla sua bocca mentre Dio, con ali d’aquila, La protegge portandola nel deserto e nutrendola – chiaro riferimento all’Eucarestia – per un tempo, due tempi e la metà di un tempo (Cfr. Genesi 3, 14-15; Apocalisse capitolo 12).

Per quanto poi riguarda la eccessiva lunghezza delle apparizioni nella località croata non è la prima volta che manifestazioni mariane durino per decenni. Nel XVII secolo si registrano, e furono accreditate dalle competenti autorità ecclesiastiche, le apparizioni di Maria ad un suora che durarono oltre sessant’anni. C’è inoltre da tenere in considerazione un aspetto del tutto in sintonia con il clima escatologico al quale sempre richiamano le apparizioni della Madre di Dio. Stando alle sue stesse parole, agli inizi delle apparizioni in Medjugorie, queste sarebbero le sue ultime manifestazioni. Perché l’umanità sarebbe vicina ad eventi tali da provocare una vera e propria svolta nel mondo con un generale ritorno alla fede e la conversione dell’umanità intera a Cristo. Esattamente il “trionfo del suo Cuore Immacolato” profetizzato a Fatima. Quasi a dire che la sua missione di Madre sarebbe in procinto di compiersi e che per questo la sua presenza va costantemente aumentando di secolo in secolo. Ora questo collima perfettamente con le rivelazioni di un grande apostolo di Maria, san Luigi Maria Grignon de Montfort.

Se si legge la storia in prospettiva teologica è innegabile che stiamo da secoli assistendo ad un intensificarsi della presenza di Maria nelle vicende umane, in coincidenza con i passaggi più cruciali. Attualmente le apparizioni di Maria nel mondo si contano a centinaia e il caso della Bosnia Erzegovina è solo il più famoso tra i tanti.

San Luigi Maria Grignon de Montfort, nel “Trattato della Vera Devozione alla Vergine Maria”, ha annunciato, per divina rivelazione, che la presenza di Maria si sarebbe sempre più intensificata mano a mano che i secoli, dagli anni nei quali egli scriveva, procedevano verso la fine della storia. Il santo credeva quel giorno, la Parusia, non lontano ed indicava nell’illuminismo l’avanguardia delle forze maligne in procinto di scatenarsi. Giovanni Paolo II era favorevole a Medjugorie proprio perché si era spiritualmente formato sull’opera del grande santo settecentesco al quale, oltretutto, va storicamente ascritto il merito della rievangelizzazione, pochi decenni prima della Rivoluzione Francese, delle regioni del nord ovest della Francia. Opera di apostolato che pose le premesse spirituali dell’insorgenza anti-rivoluzionaria della Vandea tra il 1790 ed il 1794.

Dal XVIII secolo di acqua ne è passata sotto i ponti e le cose sono andate in effetti come annunciato dal santo. Senza arrivare ad affermare, come lui, che la fine della storia sia dietro l’angolo (personalmente credo che così non sia e che se la svolta, ripetutamente annunciata dal Cielo, consisterà nel ritorno del mondo alla fede, e non nel Giorno del Giudizio finale), è innegabile che da Guadalupe in poi, la presenza di Maria si è sempre più universalizzata, dando evidente adempimento storico alla rivelazione apocalittica della “Donna vestita di sole”. Prima, nel medioevo, le sue apparizioni erano legate esclusivamente a questioni locali, come una peste, un cattivo raccolto, una faida et similia. Ma dal XVI secolo in poi Maria si mostra sempre più come baluardo – Turris Eburnea come dicono le litanie del santo rosario – a difesa dei suoi figli e della Chiesa di Suo Figlio.

Così, innegabilmente, fino a Fatima ossia un secolo fa, all’inizio del periodo più buio per la Chiesa che dura tuttora. E poi? Assurdamente secondo Papa Bergoglio e molti pseudo-tradizionalisti, suoi detrattori ma in questo convergenti con i suoi personali giudizi, dovremmo ammettere il silenzio mariano più assoluto proprio mentre l’inferno si scatena sulla terra? Allo scrivente sembra una contraddizione ed una tesi insostenibile alla luce della lettura teologica della storia e dell’ultimo libro della Bibbia.

Il silenzio della Madonna dopo Fatima, ossia proprio nel momento forse più apocalittico della storia umana, quando il male è scatenato e non trova più alcun katéchon, sarebbe del tutto assurdo. Domandiamoci: sarebbe conforme questo silenzio al Libro della Rivelazione che annuncia proprio nella “Donna vestita di sole” colei che viene a soccorrere i figli nei momenti di maggior pericolo? Allo scrivente non pare.

San Luigi Maria Grignon de Montfort, tra le altre cose, ha annunciato non solo l’intensificarsi della presenza di Maria mano a mano che, dopo il secolo dei lumi, l’umanità avrebbe avanzato nel suo cammino storico ma che, vicina alla svolta, essa avrebbe assistito – come in effetti sembra stia accadendo proprio in questi decenni nei quali manifestazioni mariane, innumerevoli, sono segnalate a tutte le latitudini – al proliferare contestuale e contemporaneo, per ogni dove, di quella materna presenza.

La Madonna a Medjugorie appare, secondo i veggenti, per la prima volta il 24 giugno 1981 annunciando una guerra locale imminente. In quell’anno il muro di Berlino era ancora saldamente in piedi e nulla faceva presagire il repentino crollo del comunismo di lì a soli otto anni. La Jugoslavia, benché fosse già morto Josepz Tito, era una realtà che appariva, nonostante i problemi economici tipici del socialismo reale, monolitica. Nessuno avrebbe pensato ad un disfacimento della Federazione titina nel risorgere di atavici e feroci odi etnici. Eppure, esattamente dieci anni dopo la prima apparizione di Maria a Medjugorie, ossia il 24 giugno 1991 iniziava il tragico conflitto balcanico, con le sue orrende pulizie etniche, che avrebbe distrutto l’ex Jugoslavia trascinandosi fino alla guerra del Kossovo. Un caso questa coincidenza di date, considerando che ai veggenti dieci anni prima furono anticipate in visione le scene cruenti della guerra imminente, nello scetticismo generale dato il clima politico, apparentemente immodificabile, interno ed internazionale dell’epoca.

Sempre nel 1981, in Ruanda, a Kibeho, la Madonna è apparsa – in questo caso possiamo dirlo con certezza perché il riconoscimento ecclesiale è ufficialmente avvenuto – presentandosi come “Madre del Verbo” ad alcune ragazze africane di una scuola cattolica, mostrando loro in visione i massacri ed il bagno di sangue che esattamente dieci anni dopo lacerarono quel paese nella lotta, di ataviche radici, tra le etnie tutsi ed hutu. Ma in quel 1981 nessuno segno faceva presagire quanto poi sarebbe accaduto e le ragazze veggenti non furono prese in seria considerazione da nessuno.

Dalle parole di Papa Francesco, nella conferenza stampa aerea, è emerso qualcosa dei risultati raggiunti dalla Commissione istituita dal suo predecessore, su Medjugorie, e presieduta dal cardinale Ruini. La relazione di Ruini, come si evince dalle sue stesse dichiarazioni, è problematica e prudenziale, non riconosce né disconosce. Anzi, per la precisine, afferma l’autenticità delle apparizioni nel primo periodo, quello iniziale, mentre sospende, dubbiosamente, il giudizio per il periodo successivo. Come, però si possa tracciare la linea di demarcazione tra primo e secondo periodo è cosa che non ci è dato di sapere, sempre che la Commissione Ruini abbia provato a dare un criterio in proposito. Gli esti ai quali sembra, dunque, sia pervenuta detta Commissione si devono, molto probabilmente, anche a quanto di eccessivo e plateale ha circondato gli eventi di Medjugorie, con gli stessi veggenti che oggi partecipano a raduni di massa così simili a quelli neo-protestanti nello stile dei predicatori cristianisti americani. Se è vero che non è l’abito a fare il monaco, è pur vero che un diverso stile aiuterebbe le competenti autorità ecclesiali a distinguere.

C’è anche chi rimprovera ai veggenti croati la scelta matrimoniale anziché claustrale, come è stato ad esempio per una Bernadette di Lourdes o per una Lucia di Fatima. Ma, questo, è argomento che non regge, sia perché quello matrimoniale e laicale è uno stato di vita legittimo e santificante per la Chiesa, sia perché, proprio oggi che la famiglia è sotto terribile attacco, la scelta dei veggenti sembra del tutto in sintonia con la testimonianza cristiana a favore della santità del matrimonio e della procreazione. Non stava, del resto, scritto da nessuna parte che santa Bernadette o Lucia di Fatima dovessero necessariamente abbracciare la vita claustrale.

Se la Commissione Ruini è stata, a differenza di Papa Francesco, prudente, è bene anche ricordare le innumerevoli volte nelle quali l’iniziale giudizio delle autorità ecclesiali, in apparenza sul momento irrefutabile ed immodificabile, è stato poi cambiato. I casi della vicenda di un san Pio da Pietrelcina e di una suor Faustina Kowalska, inizialmente sospetti al Sant’Ufficio (ossia alla Santa Inquisizione, e si trattava di quella dura preconciliare!), sono lì a ricordarcelo. E non si tratta solo di casi recenti. Problemi con l’Inquisizione li ebbero, giusto per citare solo alcuni casi più lontani nel tempo, anche Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, per non parlare di Santa Giovanna d’Arco. Ma, alla fine, quando è Dio che opera mediante uomini ed eventi, tutto finisce per chiarirsi e la stessa Chiesa, non per niente guidata dallo Spirito Santo, cambia i suoi iniziale giudizi, senza che questo o quel Papa, questo o quel sant’inquisitore, regga o possa opporsi.

Accennavamo a quanto ha finito per circondare gli eventi di Medjugorie danneggiandone l’immagine. Ma non bisogna colpevolizzare i veggenti, che del resto sono uomini e donne di questo tempo e quindi quanto mai esposti alle lusinghe mediatiche che al tempo di Bernadette o dei pastorelli di Fatima non sussistevano, almeno con l’intensità e la forza attuale.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, anche su questo sito, una grande responsabilità per l’alterazione dell’immagine di Medjugorie deve essere attribuita a padre Livio Fanzaga ed alla sua emittente radiofonica. Per essere più precisi, alla deriva che padre Livio ha consentito in senso politicamente strumentale della propaganda mariana dell’emittente di Erba. Emittente, d’altro canto, meritoria per tanti altri aspetti. Ma l’apertura dei microfoni di Radio Maria a personaggi più che dubbi, militanti nell’area catto-conservatrice e spesso neanche cristiani, ha finito, nei recenti anni del pontificato di Papa Wojtila e di Papa Ratzinger, oltretutto a dispetto dell’opera di questi stessi pontefici, per presentare la Madonna di Medjugorie come l’alfiere, soprattutto dopo l’11 settembre letto come apocalittica aggressione all’“Occidente cristiano” (???!!!), delle politiche bushiste, occidentaliste ed americaniste, in nome dello scontro di civiltà con l’islam. In tal modo all’esegesi esclusivamente anti-comunista di Fatima, che si è visto alla lunga non ha retto, padre Livio ed i suoi collaboratori catto-cons hanno finito per sostituire, quasi a nostalgico rimpiazzo, l’esegesi anti-islamica e filo-occidentale di Medjugorie.

Ci chiediamo – e chiediamo a padre Livio Fanzaga – che cosa mai abbia a che fare il messaggio della Regina della Pace, come significativamente si è presentata la Madonna a Medjugorie, con le esternazioni filo-bushiste e guerrafondaie che abbiamo, anni fa, personalmente ascoltato da Radio Maria per bocca di un noto teorico dello scontro di civiltà come il prof. Sorbi?

Su questo sito, il direttore Maurizio Blondet, che non ha propensioni verso i fatti mariani croati, nel 2010, in occasione della prima esternazione di Papa Bergoglio contro Medjugorie, scriveva: «Papa Francesco, come al suo solito per allusioni, ha attaccato le apparizioni di Medjugorje. “Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna manderà alle 4 del pomeriggio e vivono di questo?”, si è domandato derisorio. “Questa – ha affermato – non è identità cristiana”.
Ora, siccome i credenti (fanatici?)   delle apparizioni sono milioni, e il principale è il celebre Padre Livio Fanzaga, inventore, fondatore di Radio Maria per diffondere i messaggi jugoslavi, massimo cultore dei “veggenti”, posso immaginare e compatire il suo sgomento. Aggiungo che ho stima di padre Livio quando fa’ il catechista; quando pretende di fare il giornalista, è un assoluto succube alla “narrativa” ebraico-neocon e americanista, filo-israeliano forsennato .
In più, fino ad oggi, è stato un esaltatore del Papa Bergoglio, fino a fare epurazioni, a Radio Maria, dei suoi critici (Palmaro e Gnocchi anzitutto
, ma non solo). In una Chiesa rimasta quasi senza fedeli, dove i fervorosi e i semplici sono quasi tutti medjugorjani (ed effettivamente dopo aver “visto Medjugorje” pregano e digiunano), si ammetterà che è interessante seguire quel che viene “dopo” il bombardamento papale dei veggenti, allusivamente accusati di lucrarci (“…E vivono di questo”), sfruttando la credulità dei tanti ingenui: un’accusa di simonìa bella e buona, un peccato mortale. Non c’è male, per un Papa che dichiarò, su altri, “chi sono io per giudicare?”».

Ed ora, come si sentirà padre Livio Fanzaga dopo la nuova, poco pontificale, esternazione di Papa Bergoglio su Medjugorie? Forse è il caso che faccia una profonda riflessione sulle proprie responsabilità per aver contribuito, con la sua emittente manipolata da lobby catto-conservatrici milanesi, a portare le cose a questo punto con il fare della Santa Vergine la “crociata” e la “protettrice” dell’“America cristiana”.

Padre Livio e la sua emittente sono stati la rovina della spiritualità mariana con il loro uso filoccidentale della Madonna. Uso eguale a quello che i fatimiti, ad iniziare dalla Tfp, hanno sempre fatto, in senso esclusivamente anticomunista di Fatima (ora, però, che in Russia non c’è più Stalin ma Putin, il quale venera e bacia le icone, le difficoltà esegetiche dei fatimiti e dei tradizionalisti “americani” sono evidentissime).

Resta, ora, al di là delle responsabilità di chi ha gestito i contorni della mariofania di Medjugorie in modo inappropriato, il fatto che l’attuale Papa, benché con giudizio personale, ha “scomunicato” l’evento. La gente, infatti, non distingue tra dichiarazione ufficiale ed una mera considerazione privata del Papa. La pubblicità che Papa Bergoglio ha dato alle sua personale dichiarazione farà in modo che – salvo diverso e sicuro intervento del Cielo – Medjugorie rimarrà bloccata chissà per quanto tempo, proprio mentre maggiormente la Chiesa ha bisogno di Maria. La Quale, d’altro canto, continuerà ad operare nei cuori inviando da buona “Postina di Dio” i suoi messaggi quotidiani, checché ne pensi, quale giudizio personale e dunque non obbligante, il Papa.

Papa Bergoglio non ha improvviso quella irrisoria definizione. Nel suo libro intervista, col rabbino suo amico Abraham Skorka, ha dichiarato: «Provo un’immediata diffidenza davanti ai casi di guarigione, persino quando si tratta di rivelazioni o visioni; sono tutte cose che mi mettono sulla difensiva» E a proposito di veggenti e segreti: «Dio non è una specie di Correo Andreani [noto corriere espresso argentino, nda] che manda messaggi in continuazione …».

Eppure, Dio parla all’uomo da sempre, in continuazione, sin dal Giardino dell’Eden. E piuttosto l’uomo che non Lo ascolta. Ed lascia l’amaro in bocca sentire un Papa esprimersi in tal modo. Perché una cosa è la prudenza che la Chiesa ha sempre praticato per discernere il vero dal falso soprannaturale – fino, come si è detto, a sottoporre a processo inquisitorio anche futuri esempi e modelli universali di santità, poi riconosciuti come tali – ed altra cosa è il disprezzo, la chiusura preventiva, che da certe esternazioni potrebbe – si badi: è un condizionale! – dedursi.

Non possiamo, d’altro canto, dimenticare che anche un grande pontefice come Pio XI aveva i suoi dubbi su Fatima, che però poi in sintonia con lo Spirito ha finito per avvallare con la sua autorità di Pontefice, e che soleva lamentarsi che se la Madonna aveva qualcosa da dire all’umanità avrebbe dovuto dirlo direttamente a lui, il Vicario di Cristo. Orgoglio clericale o papale? Oppure incapacità “razionalista” (esiste un razionalismo anche teologico) di ammettere una presenza costante ed operativa del Cielo nelle vicende umane?

Quando Bergoglio dice che la parola definitiva di Dio è Gesù dice sicuramente una cosa sacrosanta ma bisogna fare attenzione perché tale affermazione potrebbe essere intesa anche in modo protestante. Infatti per i protestanti la venerazione per la Santa Vergine è idolatria e la mariologia è il cancro del cattolicesimo. In nome del dialogo ecumenico con i “fratelli separati”, al quale, come il ricorrente cinquecentenario luterano ha dimostrato, Papa Bergoglio tiene molto ed in modo succube, si è accettato per decenni di passare sotto silenzio Maria ed il suo ruolo “apocalittico”, ossia rivelatorio nel senso di guida materna del popolo di Dio nell’adempimento della Rivelazione dal Golgota alla Parusia.

La Chiesa, comunque, come non obbliga a credere quando riconosce, come per Lourdes e Fatima, neanche obbliga a negare risolutamente quando non riconosce o quando sospende il giudizio. E’ la grande libertà che Santa Madre Chiesa, fermo il dogma, concede ai suoi figli.

Bergoglio – in questo in controtendenza con i suoi due ultimi predecessori – sembra invece per niente problematico e poco prudente. Secondo il suo atteggiamento sovente frettoloso che tante gaffe gli ha fatto inanellare. Alla fine, riconoscimento o meno, il culto mariano in Bosnia continuerà. Lì, come già accennato, ci sono stati già fatti su cui la scienza non sa dare spiegazioni e molti vi hanno ritrovato la fede. Milioni di persone vi hanno cercato quella Pace e quel senso di Mistero che il razionalismo ecclesiale modernista non sa più dare loro. Fosse solo per queste cose, Bergoglio dovrebbe essere molto più prudente e non uscirsene con ridicolezze come “la Madonna non fa la postina” solo perché qualche donna del popolo gli ha raccontato, con il trasporto esagerato dell’entusiasmo popolare, che la Vergine consegna ogni giorno alle quattro del pomeriggio una lettera. Non stanno così le cose e lui lo sa benissimo. Se non gli piacciono le manifestazioni del soprannaturale – infatti ha praticamente nascosto un miracolo eucaristico, passato positivamente al rigoroso vaglio della scienza, avvenuto in Argentina nella sua diocesi – è un problema suo. Ma non ha nessun diritto di confondere i fedeli approfittando del suo ruolo pontificale.

Fare il Papa è una grandissima responsabilità di cui bisogna rendere conto di fronte a Dio in un modo tutto particolare e più alto dei semplici fedeli. Ecco perché Bergoglio farebbe bene ad essere più prudente. In questa occasione come in altre.

Luigi Copertino

     



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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LE BATTUTE DEL PAPA

 




Con Papa Francesco le cose nella comunicazione sono cambiate. Egli si riserva la libertà di parlare a ruota libera, di entrare in dibattiti e spesso anche di aprirli. E' il metodo della Tertulia, la conversazione in cui si lanciano delle idee anche non verificate. Ma porta a molte incomprensioni e strumentalizzazioni che necessiterebbero di un "guardiaspalle".



di Robi Ronza






Roma locuta, causa soluta” (Roma ha parlato, la questione è risolta): da secoli si era abituati e fermi nell’idea – sintetizzata in tale motto latino - che il Papa parlasse in pubblico solo in modo ufficiale; e che mai aprisse dibattiti,  ma nei dibattiti entrasse soltanto per concluderli.  Con Papa Francesco le cose sono cambiate. Egli si riserva anche la libertà di parlare a ruota libera, di entrare in dibattiti e spesso anche di aprirli. Teniamone conto.

Questo modo di fare può apparirci talvolta imbarazzante. Rispetto però alla Chiesa, e al valore originario ed essenziale della sua unità attorno a Pietro, tutti questi nostri disagi e imbarazzi sono  bruscolini. Più importante allora è comprendere i criteri alla base del modo di comunicare di questo Papa. Con Francesco è giunta alla ribalta del mondo, e prima ancora della Chiesa universale, la tradizione tipicamente ispanica della “tertulia”, della conversazione in cui si lanciano delle idee anche non verificate, attendendosi che poi escano chiarite dal confronto tra i vari interlocutori.

Beninteso, Francesco non fa di certo solo della “tertulia”. La maggior parte dei suoi discorsi pubblici sono papali nel senso più consolidato della parola. Certe sue conferenze stampa sugli aerei, che lo riportano a Roma dalle sue visite apostoliche nel mondo, sono invece chiaramente ispirate allo stile della “tertulia”. E lo stesso si può dire di alcuni passaggi delle sue Esortazioni, che per l’appunto non sono delle Encicliche. 

Facciamo un caso, che deliberatamente scegliamo tra quelli che non hanno rilevanza per la fede e la dottrina della Chiesa. Nel gennaio scorso fece il giro del mondo il passaggio di un’intervista al Papa al quotidiano spagnolo El País in cui egli diceva tra l’altro che quella di Hitler “fu una elezione democratica, non una imposizione. Il popolo lo votò e lui lo portò alla distruzione. Questo è il pericolo che si può correre ancora oggi".

Ebbene, non fu affatto così: Hitler diventò cancelliere del Reich e poi dittatore non per volontà popolare, ma scavalcando il Parlamento democraticamente eletto, dove i nazisti mai ottennero la maggioranza dei seggi. Se mai si fosse dovuto citare questo dato in un documento o discorso ufficiale, di certo Papa Francesco o i suoi collaboratori avrebbero controllato la notizia evitando così di accreditare un’informazione sbagliata, peraltro oggi molto diffusa.

Nel suo stile però in questo caso ciò non era evidentemente necessario. Gli interessa la sostanza delle questioni, e di raggiungere il cuore di quanta più gente possibile; ogni altro dettaglio gli interessa molto meno. Teniamo dunque conto di questo suo stile.

La frase, aggiungiamo, è tratta da un’intervista in cui veniva chiesto al Papa un giudizio sul nuovo presidente americano, Donald Trump, che si era allora appena insediato. Francesco risponde “Si vedrà. Vedremo ciò che fa e allora valuteremo”. Poi però continua osservando "Nei momenti di crisi si perde la lucidità di ragionamento (…). Cerchiamo un salvatore che ci ridia una identità e la difendiamo con ogni mezzo (…). E questo è grave". Fa quindi l’esempio della Germania degli anni ’30 del secolo scorso "Una Germania distrutta che vuole rialzarsi, che cerca una identità, un leader, qualcuno che le restituisca l'identità e si affida a un giovanotto che assicura poterlo fare, Hitler". Prosegue poi dando per buona l’informazione sbagliata di cui si diceva, ossia che Hitler sarebbe stato eletto cancelliere e poi dittatore dal popolo. 

 

In effetti tutto ciò che ha fatto seguito alla prima frase (“Si vedrà. Vedremo ciò che fa e allora valuteremo”) era “tertulia”, ma è stato una manna per El País, vassallo spagnolo del New York Times, il capofila dei giornali Usa schierati a testa bassa contro Trump. A questo punto El País ha potuto cercare di far passare l’idea che per Francesco Trump fosse una specie di reincarnazione di Hitler. Non sorprende - osserviamo concludendo - che qualcuno cerchi per interessi suoi di tirare Francesco dalla sua parte. E non sorprende nemmeno che il Papa scelga di non perdere tempo a correggere le interpretazioni in mala fede che vengono date delle sue parole. Sorprende però che non abbia qualcuno che - come Joaquín Navarro Valls ai tempi di Giovanni Paolo II – gli copra le spalle. Ne avrebbe urgentemente bisogno. 




Fraternamente CaterinaLD

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