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Ratzinger Benedetto XVI in Il sale della terra

Ultimo Aggiornamento: 11/01/2017 00.02
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  Benedetto XVI, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI sec


Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo. Un colloquio con Peter Seewald, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2005, € 18 

Questo libro-intervista dell'allora card. Ratzinger è molto interessante ed apre alla fede in modo magnifico.
Mette in risalto diverse cose tra le quali la semplicità con la quale lui si mette a disposizione del giornalista, non dandosi arie da "principe della Chiesa", ma essendo un cristiano molto umile, cosa che ha mostrato anche nel suo pontificato.
Il modo in cui parla della fede e della Chiesa, a mio avviso, riesce ad essere comprensibile a tutti e non solo ad alcuni teologi o studiosi. Molto bella è la parte dove lui parla della fede e soprattutto della fede cattolica.
Si capisce subito che è un innamorato di Dio e della Chiesa. La prima parte, che tratta la fede cattolica, è stupenda e dà degli spunti di riflessione davvero straordinari. A pagina 152 già si parla dei gender così come lo si intende oggi e questo dimostra la lungimiranza di questo uomo di Dio.
Molto interessanti sono le risposte che riguardano l'ecologia, il rapporto che la Chiesa ha con i vari stati europei e mondiali e la spiegazione che il cardinal Ratzinger dà della Teologia della liberazione. Risposte non nuove ma importanti e che fanno riflettere sono quelle che il cardinale offre quando il giornalista gli domanda del celibato, dell'aborto, dei divorziati/risposati e dell'ordinazione delle donne. Sono argomenti sempre attuali a cui il cardinale risponde in modo esemplare.

(Prof. Stefano Coccia il 12 agosto 2015 )

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Il libro, risalente al 1996, è stato ripubblicato, come molti altri testi di Joseph Ratzinger, dopo l’elezione dell’autore al soglio pontificio. Si tratta di un libro intervista col giornalista Peter Seewald, che potrebbe far coppia col più celebre Rapporto sulla fede, anch’esso libro intervista scritto con Vittorio Messori, per accostarsi in maniera scorrevole - ma non per questo banale - al pensiero del regnante pontefice. Benché non sia, ovviamente, un atto pontificio, esso può costituire un invito alla lettura – e un aiuto per la comprensione - del magistero di papa Benedetto XVI. 

Seewald esordisce nella premessa (pp. 5-7) descrivendo « un uomo di aspetto modesto, dai capelli bianchissimi, che dava una certa impressione di fragilità; camminava a piccoli passi, vestito del suo nero abito talare, con una piccolissima e semplice valigia. […] L’atmosfera dell’incontro è stata intensa e seria, ma talvolta questo “principe della Chiesa” sedeva tanto leggero sulla sua sedia che si aveva l’impressione di avere a che fare con uno studente. Una volta egli interruppe la nostra conversazione per ritirarsi in meditazione o, forse, anche per chiedere allo Spirito Santo le parole giuste. Non lo so. Il cardinale Joseph Ratzinger è considerato, soprattutto in patria, un controverso – e discusso – uomo di Chiesa. Tuttavia, molte delle analisi e dei giudizi da lui formulati in determinati momenti si sono nel frattempo avverati, spesso persino nei dettagli. E sono pochi ad avere una tanto dolorosa consapevolezza delle perdite e del dramma della Chiesa del nostro tempo, come questo signore intelligente, che ha le sue radici nella Baviera contadina». 


Segue una parte intitolata «La fede cattolica – Segni e parole» (pp. 9-44) - che si differenzia dai successivi capitoli “a tema” - in cui la chiacchierata tra il giornalista e il cardinale prende le mosse da una battuta: «Eminenza, si dice che il papa talvolta abbia paura di Lei e che gli sia capitato di chiedersi: “Per carità, che cosa ne dirà il cardinal Ratzinger?” – (divertito) Può essere stata una battuta. Ma di sicuro non ha paura di me!». Gli argomenti toccati sono qui molto vari, dai colloqui con Giovanni Paolo II alla vita di fede del cardinale - che afferma «per me avere a che fare con Dio è già di per sé una necessità» - fino alla situazione attuale della barca di Pietro («Vale ancora la pena di salirvi?» chiede Seewald): «Si può anche vedere che il crollo della Chiesa e del cristianesimo cui abbiamo assistito negli ultimi trenta, quarant’anni, è in parte responsabile delle gravi situazioni di sfacelo spirituale, delle difficoltà di orientamento, dell’abbandono e della trascuratezza che noi osserviamo. Per questo io dico: se non ci fosse questa barca, la si dovrebbe inventare». 

Infatti la barca, benché la secolarizzazione ne abbia notevolmente diminuito i passeggeri, e la crisi di vocazioni l’equipaggio, continua a restare a galla e non ci si sta neanche male… basterebbe avere la pazienza di esplorarla prima di dire che è meglio rituffarsi in mare: «l’idea dominante è quella che il cristianesimo già lo si conosce e quindi si deve cercare qualcosa di diverso. Deve venir fuori, per così dire, una nuova curiosità per il cristianesimo, il desiderio di conoscere davvero ciò che esso è». Lo spazio non ci consente di avvertire il clero che la «nuova curiosità per il cristianesimo» non si suscita certo con il piano-bar domenicale, ma per tale aspetto rinviamo agli splendidi scritti di Ratzinger sulla liturgia… 

Tra i numerosi altri argomenti toccati, meritevoli di segnalazione, ci limiteremo solo alla domanda: «Qual è la cosa che più la affascina nell’essere cattolico? - Affascinante è questa grande, viva storia, in cui noi siamo entrati, e questo, anche solo dal punto di vista umano, è già qualcosa di speciale. Affascinante è che una istituzione, con tante debolezze umane e malgrado tanti fallimenti, si mantenga intatta nella sua continuità e che io, vivendo in questa grande comunità, possa sentirmi in comunione con tutti i viventi e i defunti […]». 

Perché «cattolico» non indica solo un’universalità spaziale, ma anche temporale, una comunione con tutti coloro che nei secoli hanno fatto parte della «famiglia degli amici di Dio» (espressione cara al papa). Come non ripensare alle scene di un anno fa, quando il nuovo pontefice, partendo dalla tomba di Pietro, si apprestava a continuarne la difficile missione accompagnato dal canto delle Laudes Regiae, le invocazioni alla schiera dei santi, a ciascuno dei quali si chiedeva “tu illum adiuva”, “aiutalo”…? 

Nel primo capitolo, «La persona» (pp. 45-136), la conversazione si concentra sulle diverse tappe della vita di Joseph Ratzinger, ultimo di tre fratelli, nato il Sabato Santo del 1927 a Marktl am Inn, in Baviera. Questo capitolo anticipa in gran parte il contenuto del libro «La mia vita», pubblicato da Ratzinger nel 1997 e contenente i suoi ricordi fino alla nomina a cardinale, pertanto più che i passi strettamente biografici segnaleremo qui quelli con ricadute attuali per la vita della Chiesa, cioè l’annoso problema della ricezione e dell’interpretazione del Concilio Vaticano II - problema che sarebbe in realtà risolto da un pezzo, se solo si fosse fatto riferimento ai testi conciliari e all’«interpretatio authentica» che ne hanno dato i successori di Pietro (il cui mestiere è appunto di confermare nella fede i fratelli: cfr. Lc 22,32), invece di rincorrere continuamente i segni dei tempi… per adeguarvisi! 

Seewald, ripercorrendo quegli anni, in cui il giovane teologo Ratzinger era parte attiva del rinnovamento conciliare, gli chiede: «Ci si aspettava un salto in avanti, si è raccolto un “processo di decadimento”. Che cosa è andato storto? – […] tra quel che i padri conciliari volevano e quel che è stato mediato all’opinione pubblica e che, poi, ha finito per impregnare la coscienza comune, c’era una sensibile differenza. I Padri volevano aggiornare la fede, ma, appunto, proprio presentandola in tutta la sua forza. Invece è andata via via formandosi l’idea che la riforma consistesse semplicemente nel gettare la zavorra, così che, alla fine, la riforma è sembrata consistere non in una radicalizzazione della fede, ma in un suo annacquamento. In ogni caso, oggi si vede sempre più chiaramente come non si raggiunge la forma giusta di concentrazione, di semplificazione e di approfondimento limitandosi semplicemente alle facilitazioni, agli adattamenti e alle concessioni. Ciò significa che, fondamentalmente, esistono due concetti di riforma. Il primo consiste più nel rinunciare alla potenza esteriore, a dei fattori esterni, ma per vivere ancora più della fede, l’altro consiste, per dirla in termini caricaturali, nel mettersi comodi nella storia; e poi, ovviamente, le cose vanno male». 

E prosegue concludendo che «la vera eredità del concilio si trova nei suoi testi. Se essi vengono interpretati in modo serio e approfondito, allora si è al riparo da estremismi in entrambe le direzioni; e allora si apre davvero una strada che ha ancora molto futuro davanti a sé». Sono gli stessi concetti che ha espresso, da papa, il 22 dicembre 2005 in un denso discorso sull’argomento, al quale, ovviamente, rimandiamo. 

Prima di passare alla parte successiva, riportiamo solo una frase detta a proposito dei teologi (tra i quali, non dimentichiamolo, c’è anche lui): «noi siamo al servizio della Chiesa, e non coloro che decidono che cosa essa sia». 

Il secondo capitolo (pp. 137-244) si intitola «Problemi della Chiesa cattolica», problemi che si possono riassumere nella drastica riduzione dell’influenza della Chiesa nelle società, e persino sui suoi stessi fedeli – che magari conoscono benissimo la passione di papa Wojtyła per la montagna, o di papa Ratzinger per Mozart, ma ignorano del tutto i loro insegnamenti. Seewald affronta la questione senza falsi pudori, paragonando (l’unico eufemismo è un «quasi») la Chiesa ad un buco nero, ad una stella prossima a spegnersi. L’autorevole interlocutore, altrettanto privo di peli sulla lingua, non si scompone: «In effetti da un punto di vista empirico, le cose possono sembrare davvero così. […] Sarebbe indubbiamente una falsa aspettativa pensare che possa aver luogo un radicale mutamento del trend storico, che la fede diventi nuovamente un grande fenomeno di massa, un fenomeno che domina la storia».
La differenza con la stella, però, è che il cristianesimo non è destinato a spegnersi, ma ad essere sempre una «forza vitale della storia», a prescindere dalle dimensioni – proprio come l’evangelico granello di senape. 

La diagnosi è confermata. Ma quali sono le cause? Innanzitutto la nostra epoca – detta anche post-moderna – non è più quella della secolarizzazione, dell’eccesso di razionalismo, ma al contrario di una ricerca del sacro un po’ selvaggia, al di fuori delle Chiese tradizionali, nelle quali si crede di non poter trovare «la vivacità, la semplicità della fede». La diffidenza verso le istituzioni è una delle caratteristiche della nostra epoca, e Seewald osserva come «non vi sia provocazione maggiore del fatto puro e semplice che esista ancora una Chiesa istituzionale». «Tutto questo, però, - risponde Ratzinger – depone per molti aspetti a favore della Chiesa cattolica, è l’ammissione che essa ha ancora una capacità di provocare, che è ancora un pungolo e un segno di contraddizione o, come dice san Paolo, è “scandalo”, pietra d’inciampo». Del resto, «è davvero divertente osservare quanto rapidamente cambino le mode culturali». 

Il problema è dunque cambiato rispetto a qualche tempo fa: se prima il rischio era la secolarizzazione, adesso è la soggettivizzazione della religione, sia nel senso che essa è divenuta una sorta di bricolage, in cui ciascuno toglie o aggiunge secondo i propri comodi, sia nel senso che la religione in quanto tale è relegata nel privato, e lì deve restare: «la religione non è affatto scomparsa, ma si è spostata nell’ambito del soggettivo. La fede è allora tollerata come una delle forme soggettive di religiosità, oppure mantiene un certo spazio come fattore culturale». Date queste premesse non stupisce la lucidità con cui il card. Ratzinger dice che «una dittatura anticristiana del futuro sarà presumibilmente molto più sottile di quelle che abbiamo conosciuto finora. Essa si mostrerà apparentemente aperta alle religioni, ma a condizione che non si vada a toccare il suo modello di condotta e di pensiero». 

Basterebbe aguzzare un po’ la vista per osservare questo sottile anticristianesimo già al lavoro, e scoprire sotto i rassicuranti proclami buonisti della mentalità odierna (e persino di certo volontariato) le aggressioni alla libertà religiosa, alla vita umana nascente, alla famiglia naturale, o alla semplice possibilità che la ragione umana (anche di un ateo) possa cogliere qualcosa della Verità, qualcosa di più di una semplice opinione da tenere per sé. 

Tornando alla perdita d’influenza della Chiesa cattolica, il cuore del discorso di Ratzinger è che i problemi non si risolvono annacquando la fede, ma, al contrario, vivendola più intensamente. Presunte terapie, come il sacerdozio alle donne, o una maggiore elasticità circa la morale sessuale, non avrebbero alcuna utilità, né per la Chiesa – basti l’esempio delle numerose comunità protestanti, cui tutte queste concessioni non hanno provocato altro che uno svuotamento delle panche – che inoltre è vincolata dalla parola di Dio e dalla legge naturale; né per gli uomini, poiché in tal modo la Chiesa non servirebbe più loro, ma i loro capricci. Ratzinger ne parla qui per diverse interessantissime pagine ma conclude andando, ancora una volta, all’essenziale: «Sono convinto che nel momento in cui si verificherà una svolta spirituale, questi problemi perderanno di importanza in modo altrettanto improvviso, come sono emersi. Perché, in ultima analisi, non sono i veri problemi dell’uomo». 

Infine arriviamo al terzo capitolo, «Alle soglie di una nuova epoca» (pp. 245-320), che inizia con un bilancio di fronte alle tante critiche (di cui sarebbe buona norma accertare la veridicità e il pulpito di provenienza…) rivolte ai cristiani del passato: «è davvero necessario che la Chiesa reciti il suo “mea culpa”, perché possa porsi con sincerità davanti a Dio e agli uomini. È altrettanto importante, però, non ignorare che, nonostante tutti gli errori e le debolezze, la parola di Dio è sempre stata annunciata e i sacramenti impartiti, e che, di conseguenza, erano comunque percettibili le forze della salvezza, forze che hanno posto argini al male». 

Argomento centrale del capitolo sono, tuttavia, le ipotesi, sollecitate da Seewald, circa l’avvenire della Chiesa e del suo ruolo nel mondo. Ratzinger, nonostante abbia alle spalle numerose diagnosi confermate col passare del tempo, è un po’ restio ad avventurarsi in «prospettive future, rispetto alle quali sono molto cauto», ma questo non gli impedisce di presentare all’interlocutore (e ai lettori) qualche riflessione sul domani. Concetto chiave è il fatto che «la Chiesa di domani […] sarà più chiaramente di oggi la Chiesa di una minoranza»: il mondo va in direzione opposta e l’ambiente sociale che circonda il singolo non trasmette più la fede, come avveniva in passato, dunque, poiché «non si può essere cristiani da soli […] è la Chiesa stessa che deve costruirsi delle cellule vitali», che deve sopperire alla disgregazione degli “ambienti”. Eppure, «proprio un’epoca di cristianesimo quantitativamente ridotto può suscitare una nuova vitalità di un cristianesimo più consapevole. Di fronte a noi c’è un nuovo tipo di epoca cristiana». 
Ma qual è la funzione di questa Chiesa di minoranza, che in condizioni difficili ritrova la sua vitalità, all’interno di un mondo in gran parte ostile? La risposta ci ricollega al titolo del libro: «Con le immagini bibliche del sale della terra e della luce del mondo si spiega la funzione di rappresentanza della Chiesa. “Sale della terra” presuppone che non tutta la terra sia sale». E il sale -come osservava a tale proposito Gilbert Keith Chesterton - notoriamente condisce in quanto ha un sapore radicalmente diverso da quello del cibo, talvolta persino in contraddizione… proprio come accade tra la Chiesa e il mondo! 

Stefano Chiappalone



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Card. Joseph Ratzginer  


Tratto dal libro  
Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio.  
Un colloquio con Peter Seewald, 
Cinisello Balsamo: Ed. S.Paolo, pp. 199-202.

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Peter Seewald  
Mi chiedo perché la Chiesa non trasmetta meglio la fede a noi ignari e cristiani analfabeti, perché non ricordi più spesso la grandezza del Cattolicesimo, la libertà di pensiero, il perdono e la misericordia. Mi mancano anche i suoi riti tradizionali, le sue usanze e le feste che potrebbe celebrare con orgoglio e con la capacità derivatale da duemila anni di esperienza. In un libro di Isaac Singer ho trovato la descrizione della tradizionale festa ebraica delle capanne: il rabbino salmodiò la preghiera di benedizione del pasto e tenne una predica; i Chassidim si entusiasmarono perché una tale interpretazione della Torà non era mai stata data. Il rabbino aveva svelato dei santi segreti. Alla sera la tavola fu apparecchiata con la tovaglia dei giorni festivi. Poi fu deposto un pezzo di pane e vicino fu collocata una caraffa piena di vino e un calice per il qiddush. I partecipanti ebbero l'impressione che la capanna, allestita in una delle loro case, si trasformasse nella dimora di Dio. Da noi avviene piuttosto che le feste cristiane si trasformino in feste popolari con pâté di fegato e birra. 
 

Card. Joseph Ratzinger  
Qui si riaffaccia il tema della fusione di Cristianesimo e società e della penetrazione del Cristianesimo nelle usanze e nelle feste sociali, di cui abbiamo già parlato. In questo contesto però vorrei introdurre un altro tema. Il rabbino non ha detto certo niente di nuovo, ma il rito, svoltosi in modo devoto e festoso, ha proposto il contenuto in modo davvero nuovo e rendendolo nuovamente presente. 
Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta". In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. 
Allorché l'Ebraismo perse il Tempio, rimase legato alle feste e ai riti sinagogali, e fu tenuto unito proprio grazie a questi grandi riti, in quanto celebrazioni della casa rimasta fedele al culto di Dio. Nei riti c'è una forma comune di vita, che non dipende solo da ciò che si comprende a livello superficiale, ma che ha a che fare con la grande continuità della storia della fede, che in essa si manifesta, e che rappresenta un'autorità, che non viene dal singolo. Il prete non è un presentatore che si inventa qualcosa e lo comunica abilmente. Può essere al contrario completamente sprovveduto come presentatore, perché comunque rappresenta qualcosa d'altro che non dipende affatto da lui. 
Naturalmente anche la comprensibilità fa parte della liturgia e per questo la parola di Dio deve essere presentata bene e, poi, altrettanto bene spiegata e interpretata. Ma alla comprensibilità della parola contribuiscono altre modalità di comprensione. Prima di tutto essa non è qualcosa che viene continuamente inventato da nuove commissioni. Altrimenti diverrebbe qualcosa di fatto in casa, a propria misura, tanto se le commissioni si riuniscono a Roma, a Treviri o a Parigi. Invece essa deve avere la sua continuità, una sua non arbitrarietà ultima, in cui io possa incontrare i millenni e, attraverso essi, l'eternità, e in cui possa entrare in rapporto con una comunità in festa, che è qualcosa di ben diverso da ciò che un comitato o l'organizzazione di una festa potrebbero mai inventarsi. 
Credo che proprio su questo punto sia nato un nuovo tipo di clericalismo, a partire dal quale si Può comprendere meglio la richiesta del sacerdozio femminile. Viene attribuita importanza al sacerdote in persona, nella sua persona; egli deve essere abile e saper rappresentare tutto molto bene. È lui il vero centro della celebrazione. Di conseguenza, ci si chiede perché solo certe persone possono farlo. Se egli, al contrario, si fa indietro in quanto persona ed è davvero solo un rappresentante, e si limita a compiere con fede quel che gli è richiesto, allora quel che avviene non gira più intorno a lui, non ha la sua persona come centro, ma egli si fa da parte ed emerge finalmente qualcosa di più grande. In questo si deve vedere ancora di più la forza dirompente della tradizione non manipolabile. La sua bellezza e la sua grandezza toccano anche chi non sa elaborare e capire razionalmente tutti i dettagli. Al centro sta allora la parola, che viene annunciata e spiegata.


Peter Seewald  
Per reagire a questo appiattimento e a questa perdita di fascino e di sacralità, non sarebbe opportuno pensare a un recupero dell'antico rito? 
 

Card. Joseph Ratzinger  
Da sola, questa non è una soluzione. Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? Ma un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento, insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. Deve diventare nuovamente chiaro che la scienza liturgica non esiste per produrre continuamente nuovi modelli, come può valere per l'industria automobilistica. 
Esiste per introdurre l'uomo nelle feste e nella celebrazione, per disporre gli uomini ad accogliere il Mistero. Ce lo insegnano le chiese orientali, ma anche le religioni di tutto il mondo, che sanno come la liturgia sia qualcosa di diverso dall'invenzione di testi e riti e che essa vive proprio di ciò che non è manipolabile. 
I giovani ne hanno una profonda percezione. I luoghi dove la liturgia viene celebrata senza fronzoli e in modo riverente esercitano notevole forza di attrazione, anche se non si capisce ogni suo singolo elemento. Abbiamo bisogno di luoghi come questi, capaci di offrire dei modelli. Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Cosi siamo sicuramente su una strada sbagliata.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Il celibato sacerdotale nelle risposte del card. Ratzinger a Peter Seewald nel libro-intervista "Il sale della terra" (1996)


 



Grazie al sapiente e preziosissimo lavoro della nostra Gemma leggiamo le risposte dell'allora card. Ratzinger a Seewald nel libro intervista "Il sale della terra". Si tratta di un testo davvero illuminante.
Davvero un bel regalo :-)

R.

Da Joseph Ratzinger, "Il sale della terra: Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo" – Un colloquio con Peter Seewald, Edizioni San Paolo 2005

II. Problemi della Chiesa cattolica

Il celibato

Stranamente niente provoca più rabbia nella gente che il problema del celibato. Anche se questo riguarda solo una minima parte della popolazione della Chiesa. Perché esiste il celibato?

Esso è legato a una frase di Cristo: Ci sono coloro - si legge nel Vangelo- che per amore del regno dei cieli, rinunciano al matrimonio e, con tutta la loro esistenza, rendono testimonianza al regno dei cieli. 
La Chiesa è arrivata molto presto alla convinzione che essere sacerdoti significa dare questa testimonianza per il regno dei cieli. Essa poteva riallacciarsi analogamente a un parallelo veterotestamentario di altra natura. Israele entra nella terra promessa, undici tribù ricevono ciascuna la propria porzione di territorio; solo la tribù di Levi, quella dei sacerdoti, non riceve territorio né eredità; la sua eredità è solo Dio. 
Praticamente ciò significa che i suoi membri vivono solo dei doni del culto e non, come le altre famiglie, della coltivazione della terra. Il punto essenziale è che essi non hanno alcuna proprietà. Il salmo 16 dice: tu sei la mia parte di eredità e il mio calice, ti ho ricevuto in sorte, Dio è la mia terra. Questa figura, che cioè nell’Antico Testamento il sacerdote non ha terra e vive, per così dire, di Dio – e perciò lo testimonia davvero –in seguito, in riferimento alla parola di Gesù è stata interpretata così: la porzione di terra in cui vive il sacerdote è Dio stesso.
Oggi possiamo capire con difficoltà questa rinuncia, poiché il rapporto con il matrimonio e i figli si è modificato. Dover morire senza figli, un tempo voleva dire aver vissuto senza scopo: una volta dispersa la traccia della mia vita, io sono morto del tutto. Se invece ho dei figli, continuerò a vivere in loro, grazie a una specie di immortalità, ottenuta attraverso la discendenza. Perciò è una superiore condizione di vita l’aver eredi e restare, attraverso di loro, nella terra dei viventi.
La rinuncia al matrimonio e alla famiglia è quindi da intendersi nella seguente prospettiva: rinuncio a ciò che per gli uomini non solo è l’aspetto più normale, ma il più importante. Rinuncio a generare io stesso vita dall’albero della vita, ad avere una terra in cui vivere e vivo con la fiducia che Dio è davvero la mia terra. Così rendo credibile anche agli altri che c’è un regno dei cieli. 
Non solo con le parole, ma con questo tipo di esistenza sono testimone di Gesù Cristo e del Vangelo e gli metto così a disposizione la mia vita.
Il celibato ha dunque un significato contemporaneamente cristologico e apostolico. Non si tratta solo di risparmiare tempo - ho un po’ di tempo a disposizione perchè non sono un padre di famiglia – il che sarebbe troppo banale e pragmatico. Si tratta di un’esistenza che punta tutto sulla carta di Dio, e tralascia proprio quanto normalmente rende matura e promettente un’esistenza umana.

D’altra parte qui non si tratta di un dogma. Il problema sarà forse, un giorno, aperto al dibattito, nel senso di una libera scelta tra una forma di vita celibataria e una non celibataria?

Si, certo, non si tratta di un dogma. E’ una consuetudine venutasi a creare assai presto nella Chiesa, a seguito di sicuri riferimenti biblici. Ricerche più recenti dimostrano che il celibato risale a molto prima di quanto permettono di riconoscere le fonti del diritto di solito conosciute, fino al secondo secolo. 
Anche in Oriente era molto più diffuso di quanto potevamo sapere finora. Qui solo nel secolo VII le due strade si separano. Da sempre in Oriente il monachesimo rappresenta la base portante del sacerdozio e della gerarchia e, per questo, aanche lì il celibato ha davvero grande importanza.
Non è un dogma, è un modo di vivere che è cresciuto nella Chiesa e che naturalmente comporta sempre il pericolo di una caduta. Se si punta così in alto, ci possono essere delle cadute. Penso che ciò che oggi irrita la gente nei confronti del celibato è che essa vede quanti preti non sono interiormente d’accordo e lo vivono ipocritamente, male, o non lo vivono affatto o solo con tormento e dicono…

…che distrugge gli uomini… 

Quanto più un’epoca è povera di fede, tanto più frequenti sono le cadute. 
Così il celibato perde di credibilità e il suo vero messaggio non viene alla luce. Si deve chiarire che i periodi di crisi del celibato corrispondono sempre a periodi di crisi del matrimonio. Infatti oggi non viviamo solo la crisi del celibato, lo stesso matrimonio viene sempre più messo in discussione come fondamento della nostra società. 
Nelle legislazioni degli Stati occidentali esso è sempre più messo allo stesso livello di altri stili di vita e viene così dissolto anche come forma giuridica. La fatica di vivere veramente il matrimonio non è in fondo da meno. In pratica, con l’abolizione del celibato assisteremmo solo alla nascita di un nuovo tipo di problematica, quella dei preti divorziati. La Chiesa evangelica conosce bene questo problema. Se ne deduce che le forme elevate di esistenza umana sono sempre soggette a qualcosa che le minaccia. La conseguenza che ne trarrei, non è, però, di perdere la speranza e dire: “non ci riusciamo più”, ma dobbiamo tornare a credere, ad avere più fede. E, ovviamente, dobbiamo essere ancora più cauti nella scelta degli aspiranti sacerdoti. L’importante è che uno scelga davvero liberamente e non dica: “ si, voglio diventare prete, e allora mi carico anche di questo”, oppure; “in fondo le ragazze non mi interessano più di tanto, quindi non sarà un gran problema”. Questo non è un corretto punto di partenza. L’aspirante sacerdote deve riconoscere nella sua vita la forza della fede e deve sapere che solo in essa può vivere il celibato. Allora il celibato può diventare una testimonianza che dice qualcosa agli uomini e che riesce anche a dar loro coraggio in relazione al matrimonio. Entrambe le istituzioni sono strettamente legate l’una all’altra. Se una fedeltà non è più possibile, anche l’altra non ha più senso: l’una sostiene l’altra.

Suppone quindi che esista una relazione tra la crisi del celibato e quella del matrimonio

Mi sembra molto evidente. 
In entrambi i casi la persona singola si trova di fronte al problema di una scelta di vita definitiva: a 25 anni posso già disporre di tutta la mia vita? E’ qualcosa di commisurato all’uomo? C’è la possibilità di farcela, di crescere e di maturare in modo vivo oppure devo tenermi costantemente aperto per nuove possibilità? La domanda fondamentale è la seguente: può l’uomo prendere una decisione definitiva per quel che riguarda l’aspetto centrale della sua vita? Può egli sostenere per sempre un legame nella decisione circa il modo della sua vita? Al riguardo mi permetto due osservazioni: lo può solamente se è ancorato saldamente alla fede; secondo: solo in questo caso egli perviene alla piena dimensione dell’amore e della maturazione umana. Tutto ciò che resta al di sotto del matrimonio monogamico è comunque troppo poco per l’uomo.

Ma se i numeri sulle infrazioni del celibato sono esatti, allora, de facto, esso è già fallito da molto tempo. Per ripeterlo ancora una volta: forse un giorno si arriverà ad aprire il dibattito circa la possibilità di una libera scelta?

Libera deve esserlo in ogni caso. Infatti, prima dell’ordinazione si deve confermare con una promessa solenne che lo si fa e lo si vuole in tutta libertà. Ho sempre una brutta sensazione, quando in seguito si dice che si è trattato di un celibato forzato, che è stato imposto. Ciò va contro la parola che si è data all’inizio. Nell’educazione dei sacerdoti si deve far attenzione che questa promessa sia presa sul serio. Questo è il primo punto. Il secondo è che dove vive la fede e nella misura in cui una Chiesa vive la fede, allora vien fuori anche la forza di sostenere queste scelte.
Credo che, rinunciando a questa convinzione, non migliori nulla, ma si finisca per passare sopra a una crisi della fede. Naturalmente si tratta di una tragedia per una Chiesa, quando molti conducono, più o meno, una doppia vita
Non sarebbe, purtroppo, la prima volta che accade. Nel tardo medioevo abbiamo avuto una situazione simile, che poi fu una delle cause che portarono alla Riforma protestante. Si tratta di un avvenimento tragico sul quale bisogna riflettere, anche per amore degli uomini che poi soffrono davvero molto profondamente. Ma credo, e stando ai risultati dell’ultimo sinodo questo è anche il convincimento della grande maggioranza dei vescovi, che il vero problema sia la crisi della fede, e che non si hanno preti migliori e più numerosi dissociando il ministero e lo stato di vita, perché in tal modo si finisce solo per ignorare una crisi di fede e per farsi ingannare da soluzioni solo apparenti.

Ritorniamo ancora alla mia domanda: crede che i preti forse un giorno potranno scegliere liberamente tra una vita celibataria ed una non celibataria?

Questo l’avevo già capito. Dovevo solo chiarire che, comunque, secondo quel che ciascuno dice prima di essere ordinato sacerdote, non ci sono persone costrette al celibato. Si viene accettati come prete solo se lo si vuole spontaneamente. 
La domanda è allora: quanto profondamente sono legati tra loro sacerdozio e celibato? La volontà di optare soltanto per uno solo dei due termini non implica già di per sé una minore considerazione del sacerdozio? Credo che su questo punto non ci si possa richiamare semplicemente alle Chiese ortodosse e alla cristianità protestante. Quest’ultima ha una visione completamente diversa del ministero: è una funzione, un servizio derivato dalla comunità, ma non è un sacramento, non è il sacerdozio in senso proprio. 
Nella Chiesa ortodossa, abbiamo, da un lato, la forma perfetta di sacerdozio, cioè i preti-monaci, gli unici che possono diventare vescovi. Accanto a loro ci sono i preti secolari che, se vogliono sposarsi, devono farlo prima della loro consacrazione; essi si occupano poco della cura delle anime, ma propriamente, sono solo ministri del culto. 
Per questo aspetto è quasi un’altra concezione di sacerdozio. Noi, invece , riteniamo che chiunque sia sacerdote, deve esserlo nella maniera di un vescovo e che non deve esistere una tale divisione.
Nessuna consuetudine di vita della Chiesa deve essere interpretata come un assoluto, per quanto sia profondamente radicata e fondata. Sicuramente la Chiesa si dovrà porre ancora il problema, lo ha già fatto recentemente in due sinodi. Ma penso che a partire da tutta la storia della cristianità occidentale e anche dall’intima concezione che sta alla base di tutto ciò, la Chiesa non deve credere di ottenere molto orientandosi verso la dissociazione di sacerdozio e celibato; se lo facesse, finirebbe comunque per perdere qualcosa.

Si può quindi concludere che Lei non crede che un giorno ci saranno preti sposati nella Chiesa cattolica?

Comunque non in un futuro prevedibile. Per essere sincero, devo dire che abbiamo già dei preti sposati, arrivati a noi come convertiti dalla Chiesa anglicana o da diverse comunità evangeliche. Quindi, in casi eccezionali, questo è possibile, ma si tratta, appunto, di eccezioni. E penso che anche in futuro rimarranno tali.

Ma l’obbligo del celibato non dovrebbe venire meno, anche solo in considerazione del fatto che la Chiesa, diversamente, non avrà più preti?

Non credo che quest’argomento sia veramente adeguato. 
Il problema delle vocazioni sacerdotali va visto sotto molti aspetti. Ha prima di tutto a che fare con il numero di bambini. Quando oggi il numero medio di bambini per famiglia è 1,5, il problema dei candidati al sacerdozio si pone in modo ben diverso dai periodi in cui le famiglie erano notevolmente più numerose. 
Nelle famiglie, poi, ci sono ben altre aspettative. Oggi sperimentiamo che i maggiori ostacoli al sacerdozio frequentemente vengono dai genitori, che hanno ben altre attese per i loro figli. Questo è il primo punto. Il secondo è che il numero di cristiani praticanti è molto diminuito e perciò si è ridotta anche la base di selezione. Considerato il numero dei bambini e il numero dei praticanti, probabilmente il numero dei nuovi sacerdoti non è affatto diminuito. Quindi bisogna tener conto di questa proporzione. La prima domanda allora è: ci sono credenti? Solo dopo viene la seconda domanda: da essi escono dei sacerdoti?


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il primo libro di Ratzinger da papa e la sorpresa di un teologo che si stupisce

Da “il Foglio” del 27 ottobre 2005. L’autore è critico letterario e studioso di teologia 

di Andrea Monda

La pubblicazione della prima enciclica di papa Ratzinger è attesa per l’8 dicembre prossimo, in simbolica concomitanza con la chiusura del Concilio Vaticano II , l’8 dicembre 1965. 

L’11 ottobre scorso, in altrettanto simbolica concomitanza con l’apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962, è uscito il primo libro firmato non più Joseph Ratzinger ma Benedetto XVI: “La rivoluzione di Dio”. 

Si tratta della raccolta di tutti i discorsi pubblici tenuti da papa in Germania nei giorni della XX Giornata Mondiale della Gioventù, divisi secondo il criterio dei destinatari: i giovani, la chiesa tedesca, la comunità ebraica, quella musulmana. A presentare il libro monsignor Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio consiglio dei laici, l’organizzatore della GMG, e il cardinale Camillo Ruini che ne ha anche scritto. 

Qual è il profilo di Benedetto XVI che va delineandosi in questo inizio di pontificato? 

Una prima risposta l’ha data il cardinal Ruini che ha chiuso la presentazione del libro definendo il papa “un pastore che conosce la strada per introdurci nell’intimità di Dio: un catecheta di straordinaria profondità e chiarezza che è però, ancora prima, un evangelizzatore che dolcemente sa quasi costringere a prestare attenzione a Cristo”. 

Tutto il mondo, pian piano, si sta ormai abituando alla ferma dolcezza ratzingeriana, dismettendo così la frustra immagine del cardinale teutonico, “sergente di ferro della fede”, che per lungo tempo ha riempito le pagine dei mass-media dedicate all’ex- prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede. Ma altri aspetti si stanno scoprendo di Benedetto XVI che si ritrovano in questo suo primo libro, in attesa della prima enciclica. 

In particolare è forse ormai il caso di segnalare un aspetto singolare di papa Ratzinger: il suo stupore. Niente provoca più stupore dello stupore e quindi si deve parlare di uno stupore al quadrato, quello suo, del papa, e quello che provoca negli altri spesso colti come in contropiede proprio dalla capacità di meraviglia dell’anziano pontefice. 

Aristotele afferma che la filosofia nasce dallo stupore (taumàzein) e in questo Benedetto XVI si conferma papa filosofo; Joseph Ratzinger è un uomo che si stupisce, lo si coglie negli occhi, dai gesti, dal movimento del corpo, lo si è capito sin dal pomeriggio del 19 aprile, lo si legge in queste pagine rivolte per lo più ai giovani e dedicate alla riflessione sulle figure dei Magi (la GMG era ispirata dal passo di Matteo “Siamo venuti per adorarlo”, anche in considerazione che a Colonia si venerano tradizionalmente le reliquie dei Magi). 

“Possiamo immaginare lo stupore dei Magi davanti al Bambino in fasce!”, esclama Benedetto XVI arrivando a bordo del battello sul Reno il 18 agosto nel primo discorso ai giovani, intitolato significativamente “Lasciatevi sorprendere da Cristo!”, e di seguito continua con l’unica citazione di tutti i suoi discorsi di quei giorni (se si escludono i rinvii ai discorsi del suo predecessore), presa dal Sermone n. 160 di S. Pietro Crisologo: “I Magi sono pieni di stupore davanti a ciò che vedono; il cielo sulla terra e la terra nel cielo; l’uomo in Dio e Dio nell’uomo; vedono racchiuso in un piccolissimo corpo chi non può essere contenuto da tutto il mondo”. 

È lo stupore il “vangelo” di Benedetto XVI, la buona notizia che lui intende annunciare al mondo. Basta con i dubbi eretti a sistema, sembra dichiarare papa Ratzinger, è ora, per l’uomo, di stupirsi. Solo lo stupore può superare le secche di un dubbio che sembra aver prosciugato le sorgenti della fede. 

Con un’espressione più volte ricordata anche da Ruini, il papa rileva che “In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente senza di lui”: è un rilevare pieno di stupore, la dimenticanza è appunto “strana”. Il candore del papa è disarmante, non a caso i suoi interlocutori rimangono a loro volta stupiti da questo “evangelizzatore che dolcemente sa quasi costringere a prestare attenzione a Cristo”. Con la forza dello stupore i ragionamenti del papa finiscono per mettere in crisi i dubbiosi e gli scettici. Anche quando, introducendo il Sinodo sull’Eucaristia, ha affermato che dichiarare ad un tempo l’importanza “privata” di Dio e negarne la dimensione pubblica non è democrazia ma ipocrisia, anche quella stessa fortissima affermazione, è frutto di quello stupore. Pure la ormai famosa affermazione che, ribaltando la sentenza di Grozio (e di Bonhoeffer), invita i non credenti a vivere “come se Dio ci fosse” è frutto di quello stupore che provoca altro stupore. Così come la constatazione, dopo quella della “strana dimenticanza di Dio”, della presenza di “come un boom del religioso”. “Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto”, dice il papa, “Può esserci la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne profitto”. 

Può stupire che un papa si stupisca ma è così. Al “mito” del dubbio Ratzinger osa contrapporre la realtà dello stupore che comprende e supera il dubbio. Ecco perché alla domanda rivolta al cardinale Ruini sul “lucido pessimismo” di Benedetto XVI Ruini ha risposto parlando di acuta consapevolezza del Pontefice ma avrebbe potuto citare una battuta di Chesterton, geniale poeta dello stupore che nel suo “Ortodossia” afferma: “Spesso ho preferito chiamarmi ottimista per evitare la troppo evidente bestemmia del pessimismo. Ma tutto l’ottimismo dell’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece e’ basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo”. 

È noto che il papa sia stato lettore di Chesterton che ritroviamo citato quasi alla lettera nel discorso del 21 agosto alla Conferenza Episcopale Tedesca: “In realtà l’uomo diventa libero quando si lega, quando trova le radici, perché allora può crescere e maturare” e nello stesso discorso, con la stessa candida fermezza dello scrittore inglese, risistema gli accenti su un altro grande “mito” moderno, quello della ricerca. 

Se rispetto al dubbio il papa propone lo stupore, alla ricerca egli aggiunge l’attesa e l’incontro. “Molte persone oggi sono alla ricerca. Anche noi lo siamo. In fondo, in una differente dialettica, devono esserci sempre ambedue le cose. Dobbiamo rispettare la ricerca dell’uomo, sostenerla, fargli sentire che la fede non è semplicemente dogmatismo in sé completo che spegne la ricerca, la grande sete dell’uomo, ma che invece proietta il suo pellegrinaggio verso l’infinito; che noi, in quanto credenti, siamo sempre contemporaneamente coloro che cercano e coloro che trovano”. 

Ai giovani seminaristi due giorni prima aveva detto: “Più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo”. L’incontro è più importante della ricerca, la precede, la fonda, l’alimenta; la risposta è più grande della domanda e, soprattutto, esiste. Del resto anche l’incontro dei Magi, filo conduttore dei discorsi tedeschi di Benedetto XVI, non si è svolto nel modo atteso, immaginato. 

Su questo punto il papa si è soffermato a lungo: le aspettative umane sono sempre spiazzate dall’infinita realtà di Dio e del suo mistero. Il gesuita William Lynch negli anni 70 ha dedicato molti studi e diversi testi a questo tema del rapporto tra fede e immaginazione. In “Faith and Imagination” Lynch descrive la fede come “attesa e sorpresa”, come rapporto dinamico tra l’atteso e l’inatteso: ad Abramo viene promessa una discendenza infinita ma poi gli si chiede di sacrificare il figlio; dalle promesse di Dio scaturisce l’attesa dell’avvento del Messia, ma il modo come arriva è inaspettato. 

Il titolo dato al libro è tratto dall’affermazione per cui “solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo” proclamata da Benedetto XVI durante la veglia di preghiera del 20 agosto. Già nel 1996 nel libro-intervista “Il sale della terra”, l’allora cardinale aveva affermato che era necessaria “una rivoluzione della fede in senso molteplice. Anzitutto ne abbiamo bisogno per ritrovare il coraggio di andare contro le opinioni comuni […]. Per questo dovremmo avere il coraggio di metterci in cammino, anche contro quello che viene visto come la “normalità” per l’uomo della fine del secolo XX, e di riscoprire la fede nella sua semplicità”. 

Il già citato Chesterton, considerato un tradizionalista, in “La Chiesa cattolica e la conversione” diceva che il cattolicesimo è “una religione nuova, vale a dire una rivoluzione” e quindi “non sarà mai una tradizione. Sarà sempre una cosa scomoda, nuova e pericolosa”. Anche Ratzinger, come Chesterton, è considerato un tradizionalista in quanto espressione massima della Chiesa intesa come istituzione, gerarchia, potere. La questione che i moderni fanno fatica a cogliere è che “in un tempo nel quale si negava e disprezzava stupidamente la tradizione, la Chiesa ha difeso la tradizione. Ma ciò fu soltanto perché la Chiesa è sempre la sola disposta a difendere tutto ciò che in un dato momento viene stupidamente disprezzato. E come già nel diciannovesimo secolo diventò campione della tradizione, sta per diventare nel ventesimo il campione della ragione”. Ed è a queste parole dello scrittore inglese – datate 1926, un anno prima della nascita di Ratzinger – che aderiscono perfettamente quelle del prefetto della Congregazione della fede quando invitava i cattolici a “ritrovare il coraggio di andare contro le opinioni comuni”. La Chiesa è sempre scomoda e pericolosa perché, osserva sempre Chesterton “Non c’è invece niente di così pericoloso e di così eccitante come l’ortodossia: l’ortodossia è la saggezza e l’essere saggi è più drammatico che l’essere pazzi. La chiesa non scelse mai le strade battute, ne accettò i luoghi comuni, non fu mai rispettabile. E’ facile essere pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un’epoca si metta alla testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa; è sempre facile essere modernisti, come è facile essere snob”. 

Nel libro ci sono ovviamente molti altri spunti sui quali è giusto e importante ritornare: gli incontri con i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, con gli ebrei, con i musulmani, il tema dell’ecumenismo, quello del dialogo interreligioso, quello del “nuovo paganesimo” che esiste anche all¿interno del cattolicesimo. Sono tutti temi fondamentali ma è opportuno ricordare con quale “stile”, perché lo stile fa l’uomo, questo papa affronterà queste sfide. È lo stupore la “cifra” dell’inizio del pontificato di Ratzinger. 




 

Fraternamente CaterinaLD

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