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Papa Pio VII, prigioniero e vicino al gregge

Ultimo Aggiornamento: 25/02/2017 18.21
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Papa Pio VII, prigioniero e vicino al gregge



Pio VII, anche durante la quinquennale residenza coatta a Savona e Fontainebleau, continuò a essere vicino ai fedeli con serena fermezza e misericordia


di Lorenzo Cappelletti - da 30Giorni  maggio 2008

 
Papa Pio VII in un dipinto 
di Jacques-Louis David, Museo del Louvre, Parigi

Papa Pio VII in un dipinto di Jacques-Louis David, Museo del Louvre, Parigi

Papa Benedetto XVI, nella visita a Savona e Genova del 17-18 maggio scorsi, ha ricordato il lungo esilio a cui papa Pio VII fu costretto a Savona dall’estate 1809 a quella del 1812, quando, per ordine di Napoleone, fu trasferito a Fontainebleau, come nuova residenza coatta, da dove sarebbe tornato a Roma solo dopo altri due anni. 

La quinquennale prigionia di Pio VII (ma si potrebbe estendere l’affermazione all’intero suo pontificato) sconta, non solo a livello divulgativo, un deficit di conoscenza anche fra gli stessi cattolici, dovuto alla prevalente attenzione riservata nel bene e nel male alla figura di Napoleone. 
Non sarà inutile pertanto rievocare brevemente qualche aspetto di quella prigionia. 

Innanzitutto bisogna ricordare che Pio VII (eletto a Venezia dopo un lungo conclave nel 1800) era stato il Papa dei concordati con la Repubblica Francese e quella Cisalpina fra il 1801 e il 1803, nonché colui che aveva consacrato Napoleone imperatore a Parigi nel 1804. Tutto questo aveva creato l’aspettativa di averlo dalla propria parte. Di fronte, però, alle ripetute dimostrazioni di indipendenza che Pio VII dà negli anni successivi, Roma viene occupata dai francesi già all’inizio del 1808 e nel luglio dell’anno seguente il Papa stesso viene prelevato e portato a Savona dopo un viaggio di sei settimane affannoso e ondivago, perché solo strada facendo Napoleone è messo al corrente della cattura operata dai suoi venerabili generali.
Già all’inizio di questo lungo viaggio appare quella «dolce tristezza e il naturale sorriso» di Pio VII (come si esprime Jean Leflon, uno dei più importanti studiosi del pontificato di Pio VII e autore del volume XX del 
Fliche – Martin) «che durante la sua prigionia caratterizzerà il suo consueto atteggiamento». Ma accade anche che nel tragitto da tragicommedia (il Papa stesso usò termini del genere) che si svolge fra l’Italia e la Francia, Pio VII sia accompagnato e consolato da «dimostrazioni di rispetto e di simpatia che gli tributano popolazioni silenziose e costernate».

In particolare papa Benedetto XVI ha ricordato «l’amore e il coraggio con cui i savonesi sostennero il Papa nella sua residenza coatta». Il conflitto giurisdizionale e il conseguente esilio, infatti, si sviluppa parallelamente a un intenso ministero pastorale del Papa, tanto più proficuo quanto più scevro (per obbiettive condizioni di inermità) da preoccupazioni di successo. Fino magari a suscitare la grazia della conversione, come attesta la lettera recentemente ripubblicata di un soldato piemontese a guardia del Papa (vedi box). Il trasferimento a Fontainebleau, oltre che per fiaccarne la resistenza (il Papa fu sul punto di morire lungo il percorso), sembra sia stato motivato anche dalla volontà di impedire questa vicinanza del Papa ai fedeli, paradossalmente cresciuta negli anni savonesi. 

Ma quel che più colpisce è che lo stesso persecutore, diciamo così, non è estraneo all’accoglienza del pastore: più volte è attestato che il Papa chiama Napoleone «un caro figlio», «un po’ caparbio, ma sempre un figlio». Il Papa, per il bene della Chiesa, vorrebbe venire incontro alle pressioni che giungono dall’imperatore. E siccome, per sollecitare la sua propria liberazione, si era attestato sul rifiuto di concedere il mandato canonico ai vescovi scelti da Napoleone in base al concordato, Pio VII, almeno in tre occasioni negli anni savonesi e poi di Fontainebleau, fu sul punto di cedere e di dare tale mandato perché i fedeli di numerose diocesi, compresa quella parigina, non rimanessero senza i legittimi pastori, che poi voleva dire senza sacramenti. 

In questo quadro di «serena fermezza», come ha detto Benedetto XVI parlando della prigionia di Pio VII, non manca però una tenebra, una sorta di radicale tradimento proprio da parte di alcuni della cerchia più vicina al Papa, a cominciare dal medico che gli era stato messo accanto, dallo stesso vescovo di Savona (forse uno dei motivi della scelta di quella città), e da altri vescovi che a turno cercano di approfittare con inganni degli istanti di debolezza del Papa. 


Pio VII viene portato prigioniero a Savona, Galleria Clementina, Biblioteca Apostolica Vaticana

Pio VII viene portato prigioniero a Savona, Galleria Clementina, Biblioteca Apostolica Vaticana

Dopo le prime severe sconfitte di Napoleone in Russia e in Sassonia, Pio VII, all’inizio del 1814, può di nuovo far rotta verso Roma, facendo una sosta nella cara Savona (non sarà l’ultima perché, durante i “cento giorni” che precedettero Waterloo, Pio VII tornò ancora a visitare quel santuario di Nostra Signora della Misericordia che era stata la sua prima meta appena arrivato là prigioniero nel 1809). Ritornato a Roma, il Papa non parteciperà alla damnatio memoriae del suo antico persecutore, di cui anzi, al momento della definitiva carcerazione a Sant’Elena, cercherà di alleviare le sofferenze, intercedendo, presso gli alleati fin troppo zelanti, per il «povero esiliato». 


Così come al momento della cattura di Pio VII, secondo le 
Mémoires del cardinal Pacca, «nessuna protesta si fece sentire, non una sola voce protettrice discese dai troni cattolici in favore di quest’illustre carcerato», altrettanto avvenne al momento dell’esilio a Sant’Elena di Napoleone, salvo appunto la misericordia di quello che era stato suo prigioniero.
La madre del Bonaparte lo riconosceva in una lettera del 27 maggio 1818 al segretario di Stato: «La sola consolazione che mi sia concessa è quella di sapere che il Santissimo Padre dimentica il passato per ricordare solo l’affetto che dimostra per tutti i miei. Noi non troviamo appoggio ed asilo se non nel governo pontificio, e la nostra riconoscenza è grande come il beneficio che riceviamo».
 

«[…] Bella Immortal! benefica / Fede ai trionfi avvezza! / Scrivi ancor questo, allegrati; / Ché più superba altezza / Al disonor del Golgota / Giammai non si chinò. // Tu dalle stanche ceneri / Sperdi ogni ria parola: / Il Dio che atterra e suscita, / Che affanna e che consola / Sulla deserta coltrice / Accanto a lui posò».
Chissà che anche il Manzoni, quando scriveva di getto questa famosa ode all’indomani della morte di Napoleone, non fosse stato toccato dall’esempio di Pio VII. 




La lettera di un soldato 

«Io che ero nemico dei preti...» 

Riportiamo uno stralcio della lettera di un soldato piemontese a guardia di Pio VII in esilio a Savona. La lettera, conservata nell’Archivio vescovile di Alba, è pubblicata all’interno degli Atti del Congresso storico internazionale (Cesena – Venezia, 15-19 settembre 2000). 

«Savona, 12 gennaio 1810 
[…] Io che ero nemico dei preti bisogna che confessi la verità, che costretto sono. […] Pel tempo che il Papa è cui rilegato in questo palazzo vescovile e guardato a vista non solo da noi ma nell’interno della casa, vi posso dire che questo sant’uomo è il modello dell’umanità e della moderazione e di tutte le virtù sociali, che innamora tutti, che addolcisce gli spiriti più forti e fa diventare amici quelli istessi che sono gli più acerrimi nemici.
Il Papa sta quasi sempre in orazione, spesso prostrato con la faccia a terra ed il tempo che li rimane si occupa a scrivere o a dar udienza nell’anticamera piena, e a dare la benedizione all’immenso popolo che accorre da tutte le parti, dalla Francia, dalla Svizzera e dal Piemonte, dalla Savoja e dal Genovesato. Non essendovi più abitazioni per dormire in questa città si sono fatte baracche nella piazza del vescovado ove stanno notte e giorno ad onta delli rigori della stagione per poterlo vedere e ricevere la benedizione. Fa veramente tenerezza nel sentire le grida di un immenso popolo di ogni sesso, di ogni età e persino i protestanti colle ginocchia a terra gridano Santo Padre benedite le nostre anime, li nostri figli; sappiamo che siete perseguitato ingiustamente, ma anche fu perseguitato ingiustamente il nostro Signore Gesù Cristo, esso vi salverà e saranno confusi i nostri nemici. […]». 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Benedetto XVI su unioni civili, vita e politica: le profezie e come parlerebbe oggi


11 febbraio 2016 ore 12:51, Americo Mascarucci


 

Tre anni fa, esattamente l'11 febbraio del 2013, Benedetto XVI a sorpresa annunciava l'intenzione di lasciare il Pontificato fissando al successivo 28 febbraio la data della sua uscita di scena.
Sulle motivazioni di questa decisione si è detto e scritto di tutto, sono state avanzate le tesi più disparate ma ancora oggi l'unica verità resta quella specificata dallo stesso Ratzinger; ossia quel venir meno delle forze e il timore di non poter essere all'altezza delle sfide che la Chiesa era chiamata ad affrontare.

Benedetto XVI ha mantenuto l'impegno preso al momento di lasciare il soglio di Pietro, aveva assicurato che si sarebbe ritirato ad una vita di silenzio e preghiera e così ha fatto. Le uniche sue uscite sono state soltanto in occasioni di cerimonie ufficiali al fianco del suo successore (ma sempre un passo indietro) ma per il resto silenzio assoluto anche nei giorni caldi del Sinodo sulla Famiglia quando in tanti avrebbero auspicato un suo commento. 

Un silenzio che, se da un lato è sembrato chiaramente orientato a non interferire nelle scelte di Papa Francesco, dall'altro tuttavia ha lasciato immutate le posizioni espresse da Ratzinger negli anni del pontificato. In tanti ad esempio avrebbero auspicato che Benedetto XVI si fosse pronunciato contro la riammissione dei divorziati risposati all'Eucaristia; non l'ha fatto ma rispettando la consegna del silenzio ha tuttavia rimarcato quel "no" più volte ribadito da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e da Papa.

Un pontificato durato otto anni quello di Ratzinger che tuttavia non ha lasciato soltanto il segno della rinuncia.

Benedetto XVI è stato il Pontefice che più di tutti si è battuto contro il relativismo etico. Una battaglia che oggi sembra pressochè relegata ai margini rispetto ad altre priorità che sembrano contraddistinguere il pontificato di Bergoglio.
Quando Francesco è andato negli Usa e secondo gli analisti più critici avrebbe sposato "l'agenda Obama" parlando di difesa dell'ambiente, di pace, di sviluppo sostenibile, relegando ai margini i temi etici, molti si sono chiesti quanto sarebbe stato diverso l'intervento di Benedetto XVI davanti al congresso americano e alle Nazioni Unite.

A proposito di pace e di difesa dell'ambiente Papa Benedetto ebbe a dire: ""Come si può pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell'ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell'aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l'inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l'uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace". 

Benedetto XVI ha sempre difeso come prioritario il diritto all'obiezione di coscienza dei medici e operatori sanitari riguardo all'applicazione di leggi che prevedano la legalizzazione di aborto o eutanasia. "E' anche un'importante cooperazione alla pace - dichiarava- che gli ordinamenti giuridici e l'amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all'uso del principio dell'obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l'aborto e l'eutanasia".

Sui matrimoni Gay Ratzinger ribadiva: "I tentativi di rendere il matrimonio fra un uomo e una donna giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione sono un'offesa contro la verità della persona umana e una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. La struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale".

Come dimenticare poi la battaglia di Benedetto XVI contro il relativismo. Da Papa ebbe a denunciare: "La società odierna è simile a quella francese dell'epoca della Rivoluzione. La fede cristiana, infatti, deve affrontare sfide anche più complesse di quelle del post-1789. Se allora c'era la 'dittatura del razionalismo', nell'epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di 'dittatura del relativismo'. Entrambe appaiono risposte inadeguate alla giusta domanda dell'uomo di usare a pieno la propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità". 

Forse oggi saprebbe comprendere alla perfezione anche le ragioni dell'esplodere del radicalismo religioso rifuggendo da motivazioni banali. Fui sempre lui durante il Pontificato ad affermare: "La libertà religiosa è oggi minata da due tendenze opposte, due estremi negativi. Da una parte il laicismo, che, in modo spesso subdolo, emargina la religione per confinarla nella sfera privata. Dall’altra il fondamentalismo che invece vorrebbe imporla a tutti con la forza. Dove si riconosce effettivamente la libertà religiosa, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice e si rafforzano le stesse istituzioni e la convivenza civile".

Laicismo e radicalismo dunque le facce della stessa medaglia.

Ma prima che essere Papa, Ratzinger è stato un grande teologo. Negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II al quale partecipò come convinto riformista, di fronte alle errate interpretazione dello spirito conciliare il professor Joseph Ratzinger profetizzò: "Siamo a un enorme punto di svolta nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante". Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale A quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti. 
"Una condizione non molto diversa - spiegava - potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata dalla tentazione di ridurre i preti ad assistenti sociali e la propria opera a mera presenza politica. Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti". 

Una profezia che Ratzinger definiva però "a lungo termine".
In molti vedono quei tempi ormai ravvicinati. 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La profezia dimenticata di Ratzinger sul futuro della chiesa



Ad una settimana dal clamoroso annuncio di Benedetto XVI affiora un suo significativo pronunciamento

 

 

 
 
 
 
Pubblicato il 18/02/2013
Ultima modifica il 27/02/2013 alle ore 16:46
MARCO BARDAZZI



Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.

Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.


La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona. 

Come teologo si era trovato isolato, dopo aver rotto con gli amici “progressisti” Küng, Schillebeeckx e Rahner sull’interpretazione del Concilio. E’ in quel periodo che si consolidano per lui nuove amicizie con i teologi Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, con i quali darà vita a una rivista, “Communio”, che diventa presto la palestra per alcuni giovani sacerdoti “ratzingeriani” oggi cardinali, tutti indicati come possibili successori di Benedetto XVI: Angelo Scola, Christoph Schönborn e Marc Ouellet.

In cinque discorsi radiofonici poco conosciuti – ripubblicati tempo fa dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future” – il futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa. E’ soprattutto l’ultima lezione, letta il giorno di Natale ai microfoni della “Hessian Rundfunk”, ad assumere i toni della profezia.


Ratzinger si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. “Siamo a un enorme punto di svolta – spiegava – nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti. 


Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata secondo Ratzinger dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. “Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto.

Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”. 


Quello che Ratzinger delineava era “un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di “indescrivibile solitudine” e avendo perso di vista Dio, “avvertiranno l’orrore della loro povertà”. 


Allora, e solo allora, concludeva Ratzinger, vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”. 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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