DIFENDERE LA VERA FEDE
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Ultimo Aggiornamento: 22/01/2018 16.12
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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE  

 

Il sacerdote nell'Offertorio della S. Messa

 

«Nella Chiesa antica esisteva la consuetudine che il vescovo o il sacerdote dopo l'omelia esortasse i fedeli esclamando "Conversi ad Dominum" - volgetevi ora verso il Signore. Ciò significava anzitutto che essi si voltassero verso l'oriente, nella direzione da cui sorge il sole in quanto segno di Cristo che ritorna, all'incontro con il quale noi andiamo nella celebrazione eucaristica. Dove per qualche ragione questo non era possibile, essi volgevano lo sguardo all'immagine di Cristo nell'abside oppure alla croce, per orientarsi verso il Signore. Perché, in definitiva, si trattava di questo fatto interiore: della conversio, del dirigere la nostra anima verso Gesù Cristo e, in questo modo, verso il Dio vivente, verso la luce vera»[1]. Queste parole del Santo Padre Benedetto XVI ci permettono di introdurre al tema che ora ci interessa: «Il sacerdote nell'Offertorio della Santa Messa».

Terminata la Liturgia della Parola, entriamo nella Liturgia Eucaristica. Come è noto, entrambe le parti della Messa «sono strettamente unite tra loro e formano un unico atto di culto»[2]. Di qui che la oblatio donorum, o presentazione delle offerte, primo gesto che il sacerdote, rappresentando Cristo Signore, realizza nella Liturgia Eucaristica[3], non è semplicemente un "intermezzo" tra questa e la Liturgia della Parola, bensì costituisce un punto di unione tra queste due parti strettamente connesse per formare, senza confondersi, un unico rito. Di fatto, la Parola di Dio, che la Chiesa legge e proclama nella liturgia, conduce all'Eucaristia.

La Liturgia della Parola è un vero discorso, che attende ed esige una risposta. Essa possiede il carattere di proclamazione e di dialogo: Dio che parla al suo popolo e questo che risponde e fa sua la Parola divina per mezzo del silenzio e del canto; che aderisce ad essa professando la propria fede nella professio fidei e che, pieno di fiducia si presenta con le sue richieste al Signore[4]. Di conseguenza, il reciproco rivolgersi di colui che proclama verso chi ascolta, e viceversa, implica che sia ragionevole che si pongano l'uno di fronte all'altro[5].

Tuttavia, quando il sacerdote lascia l'ambone o la sede, per salire all'altare - centro di tutta la Liturgia Eucaristica[6] - ci prepariamo in modo più immediato alla preghiera comune che sacerdote e fedeli dirigono al Padre, attraverso Cristo, nello Spirito Santo[7]. In questa parte della celebrazione, il sacerdote parla al popolo unicamente dall'altare[8], dato che l'azione sacrificale che ha luogo nella Liturgia Eucaristica non si dirige principalmente alla comunità. Di fatto, l'orientamento spirituale ed interiore di tutti, del sacerdote - come rappresentante di tutta la Chiesa - e dei fedeli, è versus Deum per Iesum Christum. In questo modo, comprendiamo meglio l'esclamazione della Chiesa antica: Conversi ad Dominum. «Sacerdote e fedeli certamente non pregano l'uno verso l'altro, bensì verso l'unico Signore. Pertanto, durante la preghiera guardano nella stessa direzione, verso un'immagine di Cristo nell'abside, o verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come fece il Signore nell'orazione sacerdotale la notte prima della sua Passione»[9].

La oblatio donorum, vale a dire l'Offertorio o presentazione dei doni, prepara il sacrificio. Agli inizi si trattava di una semplice preparazione esteriore del centro e vertice di tutta la celebrazione, che è la Preghiera Eucaristica. Così si vede nelle testimonianze di Giustino[10], o nello sviluppo più elaborato che presenta l'Ordo Romanus I già nel secolo VII. Ad ogni modo, limitarsi a considerare l'offerta dei fedeli, in questi primi secoli, a partire solo dalla semplice apparenza esterna preparatoria, significherebbe svuotare il suo significato ideale e concreto[11].

In realtà, molto presto si intese questo gesto materiale in modo molto più profondo. Tale preparazione non sarà concepita unicamente come un'azione esteriore necessaria, bensì come un processo essenzialmente interiore. Per questo si relazionò con il gesto del capofamiglia giudaico che eleva il pane verso Dio, per riceverlo di nuovo da Lui, rinnovato. In un secondo momento, inteso in modo più profondo, questo gesto si associa con la preparazione che Israele fa di se stesso per presentarsi davanti al suo Signore. In questo modo, il gesto esterno di preparare i doni si comprenderà, sempre più, come un prepararsi interiormente dinanzi alla vicinanza del Signore, che cerca i cristiani nelle loro offerte. In realtà «si fa manifesto che il vero dono del sacrificio conforme alla Parola siamo noi, o almeno dobbiamo arrivare ad esserlo, con la partecipazione all'atto con il quale Gesù Cristo offre se stesso al Padre»[12].

Questo approfondimento del gesto della presentazione dei doni risulta una conseguenza logica della stessa forma esterna che presenta la Santa Messa[13]. Il suo elemento primordiale, il novum radicale che Gesù inserisce nella cena sacrificale giudaica, è precisamente l'«Eucaristia», cioè il fatto che sia un'orazione memoriale di azione di grazie. Questa oratio - la solenne Preghiera Eucaristica - è qualcosa di più che una serie di parole: è actio divina che si realizza attraverso il discorso umano. Per mezzo di essa, gli elementi della terra sono transustanziati, strappati, per dir così, dal loro radicamento creaturale, assunti nel fondamento più profondo del proprio essere e trasformati nel Corpo e Sangue del Signore. Noi stessi, partecipando a questa azione, siamo trasformati e ci convertiamo nel vero Corpo di Cristo.

Si comprende, così, che «il memoriale della sua totale donazione non consiste nella ripetizione dell'Ultima Cena, bensì propriamente nell'Eucaristia, vale a dire, nella novità radicale del culto cristiano. Gesù ci ha affidato così il compito di partecipare alla sua hora. L'Eucaristia ci inserisce nell'atto oblativo di Gesù. Non riceviamo il Logos solamente in modo passivo; siamo invece coinvolti nella dinamica della sua donazione. Egli ci attrae verso di sé»[14].

È Dio stesso colui che opera nella Preghiera Eucaristica e noi ci sentiamo attratti verso questa azione di Dio[15]. In questo cammino, che inizia con la presentazione dei doni, il sacerdote esercita una funzione di mediazione, come avviene nel Canone o nel momento della Comunione. Sebbene con l'attuale processione offertoriale venga soprattutto evidenziato il compito dei fedeli, rimane sempre la mediazione sacerdotale perché il sacerdote riceve le offerte e le depone sull'altare[16].

In questo percorso verso la oratio, che comporta l'offerta di sé, le azioni esterne risultano secondarie. Dinanzi alla oratio, l'agire dell'uomo passa in secondo piano. Essenziale è l'azione di Dio, che attraverso la Preghiera Eucaristica vuole trasformare noi stessi e il mondo. Per questa ragione, è logico che alla Preghiera Eucaristica ci accostiamo in silenzio e pregando. E rimane d'obbligo che, al processo esteriore della presentazione dei doni, corrisponda un processo interiore: «La preparazione di noi stessi; ci mettiamo in cammino, ci presentiamo al Signore: gli chiediamo che ci prepari per la trasformazione. Il silenzio comune è pertanto orazione comune, persino azione comune; è porsi in cammino dall'ambito della nostra vita quotidiana verso il Signore, per farci suoi contemporanei»[17].

Pertanto, il momento della oblatio donorum, «gesto umile e semplice, ha un significato molto grande: nel pane e nel vino che portiamo all'altare tutta la creazione è assunta da Cristo redentore per essere trasformata e presentata al Padre»[18]. È ciò che potremmo chiamare il carattere cosmico e universale della Celebrazione eucaristica. L'offertorio prepara la celebrazione e ci inserisce nel «mysterium fidei che si realizza nell'Eucaristia: il mondo nato dalle mani di Dio creatore ritorna a Lui redento da Cristo»[19].

Non è altro il significato del gesto dell'elevazione dei doni e delle orazioni che lo accompagnano: «Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo. Dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo. Lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna». Il contenuto delle preghiere è collegato con le orazioni che gli ebrei recitavano a tavola. Orazioni che, nella forma di benedizioni, hanno per punto di riferimento la Pasqua di Israele e sono pensate, declamate e vissute pensando ad essa. Questo suppone che esse sono state scelte in quanto anticipazione silenziosa del mistero pasquale di Gesù Cristo. Per questo, la preparazione e la realtà definitiva del sacrificio di Cristo si compenetrano in queste parole.

D'altro canto, «portiamo all'altare anche la sofferenza e il dolore del mondo, coscienti che tutto è prezioso agli occhi di Dio»[20]. In realtà, «il celebrante, in quanto ministro del sacrificio, è l'autentico sacerdote, che porta a compimento - in virtù del potere specifico della sacra ordinazione - il vero atto sacrificale che conduce di nuovo tutti gli esseri a Dio. Invece coloro che partecipano all'Eucaristia, senza sacrificare come lui, offrono assieme a lui, in virtù del loro sacerdozio comune, i propri sacrifici spirituali, rappresentati dal pane e dal vino, dal momento della loro preparazione sull'altare»[21].

Il pane e il vino diventano, in un certo senso, simbolo di tutto ciò che l'assemblea eucaristica in quanto tale porta in offerta a Dio e che essa offre in spirito. Questa è la forza ed il significato spirituale della presentazione dei doni[22]. In questa linea si comprende l'incensazione dei doni collocati sull'altare, della croce e dell'altare stesso, che significa l'oblazione della Chiesa e la sua preghiera, che salgono come incenso verso la presenza di Dio[23].

«Si comprende ora meglio perché la Liturgia Eucaristica, con il suo valore di di presentazione e di offerta della creazione e di se stessi a Dio iniziasse, nella Chiesa antica, con l'acclamazione: Conversi ad Dominum - dobbiamo sempre allontanarci dai cattivi sentieri sui quali tanto spesso ci incamminiamo con i nostri pensieri e le nostre opere. Dobbiamo invece sempre dirigerci verso di Lui. Dobbiamo essere sempre convertiti, con la nostra vita intera diretta verso Dio»[24].

Questo cammino di conversione, che deve essere più intenso ed immediato nel momento previo alla Preghiera Eucaristica, dovrebbe essere orientato in primo luogo dalla croce. Una proposta per attuare ciò la segnala Benedetto XVI: «Non procedere a nuove trasformazioni, ma proporre semplicemente la croce al centro dell'altare, verso la quale possano guardare insieme il sacerdote ed i fedeli, per lasciarsi guidare così dal Signore, che tutti insieme preghiamo»[25].

D'altro canto, il gesto di presentazione dei doni e l'atteggiamento con cui si realizza, stimolano il desiderio di conversione e di oblazione di sé. Sono diversi i gesti e le parole che sono finalizzati al raggiungimento di questo obiettivo. Vediamo brevemente due di essi.

a) La preghiera «In spiritu humilitatis...»[26]. Questa formula è entrata nei libri liturgici in Francia nel secolo IX. Appare per la prima volta nel sacramentario di Amiens, nella parte offertoriale[27]. Nella liturgia romana la troviamo già nell'Ordo della Curia e di lì passa nel Messale di san Pio V.

Come segnala Lodi, prima di iniziare il testo della grande Preghiera Eucaristica (o Canone Romano), che deve essere recitato fedelmente e nel quale le intenzioni personali sono più difficilmene esprimibili, troviamo questa orazione che permette al celebrante di esprimere i suoi sentimenti. Allo stesso tempo, per mezzo della Parola biblica che ispira tutta questa orazione, si esprime il senso ultimo di ogni oblazione esteriore: il dono del cuore accompagnato dalla disposizione intima al sacrificio personale[28].

Notiamo che l'articolazione al plurale («...sacrificium nostrum...») sembra indicare, una volta di più, che il sacerdote celebrante la pronunzia a nome suo e del popolo. Il fatto che essa sia pronunciata in segreto dal sacerdote non ci sembra ragione sufficiente per qualificarla come una orazione privata. Infatti, le stesse orazioni di presentazione dei doni possono essere pronunciate a voce alta o in segreto e in nessun caso si considerano private.

Il silenzio che si produce in questo momento di preghiera della apologia, e la posizione - profondamente inclinata - del sacerdote, che manifesta una chiara indole penitenziale, facilitano ai presenti alla celebrazione il penetrare nelle cose invisibili e accentuano l'idea della necessità della penitenza e dell'umiltà nell'incontrarci con Dio. Umiltà e riverenza dinanzi ai santi misteri: atteggiamenti che rivelano la sostanza stessa di qualunque liturgia[29].

b) Il lavabo[30]. Il lavabo nella Messa da parte del presbitero non rappresenta una tradizione universale (in Italia e in Spagna non lo si incontra praticamente fino al secolo XV, mentre in Francia fu introdotto a partire dagli Ordines che pervennero da Roma verso il secolo IX[31]). A Roma esso avrà una funzione unicamente pratica, sebbene più tardi acquisisca anche un valore simbolico[32].

Attualmente, il lavabo è un'azione puramente simbolica, come si deduce dalla formula impiegata, come pure dal fatto che, in genere, si lavano unicamente le punte delle dita indice e pollice - quelle che toccheranno la sacra Ostia. Possiamo dire che il rito esprime il desiderio di purificazione interiore[33]. Di qui che alcuni abbiano proposto e continuino a proporre la soppressione di questo rito. Non condividiamo quest'idea, perché pensiamo che esso ha un chiaro valore catechetico e inoltre rappresenta un rinnovato atto penitenziale per il sacerdote, che in quel momento si dispone all'azione eucaristica e si prepara ad essa. Allo stesso tempo, come nota Lodi[34], la formula che accompagna il gesto del lavabo delle mani è presente già dall'antichità cristiana come uso solenne, praticato prima che il sacerdote si raccolga in orazione, come testimoniato da Tertulliano[35] e dalla Traditio apostolica[36].

Il sacerdote conclude la presentazione dei doni rivolgendosi ai fedeli e chiedendo loro che preghino affinché «il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipontente». «Queste parole hanno valore di impegno in quanto esprimono il carattere di tutta la Liturgia Eucaristica e la pienezza del suo contenuto tanto divino quanto ecclesiale»[37]. Lo stesso può dirsi della risposta dei fedeli: «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa». Risulta così logico che «la coscienza dell'atto di presentare le offerte dovrebbe essere mantenuta durante tutta la Messa»[38], perché i fedeli devono imparare ad offrire se stessi all'atto di offrire l'Ostia immacolata, non solo attraverso le mani del sacerdote, ma anche insieme con lui[39].

Note

[1] Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 22.03.2008.

[2] Institutio Generalis Missalis Romani (= IGMR), n. 28; cf. Vaticano II, Sacrosanctum concilium, n. 56.

[3] Cf. IGMR, nn. 72-73.

[4] Cf. IGMR, n. 55.

[5] Cf. J. Ratzinger, El espíritu de la liturgia. Una introducción, p. 102.

[6] Cf. IGMR, n. 73.

[7] Cf. IGMR, n. 78.

[8] Cf. «Pregare "ad Orientem versus"», Notitiae 322, vol. 29 (1993), p. 249.

[9] J. Ratzinger/Benedetto XVI, Gesammelte Schriften, Presentazione al vol. XI: Theologie der Liturgie.

[10] Cf. Giustino di Nablus, I Apologia, 65 ss.

[11] Cf. V. Raffa, «Oblazione dei fedeli», in Liturgia eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 2003, p. 405.

[12] J. Ratzinger, El espíritu de la liturgia. Una introducción, p. 237.

[13] Cf. J. Ratzinger, «Forma y contenido de la celebración eucarística», in La fiesta de la fe, pp. 43-66.

[14] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 11.

[15] «La grandezza dell'opera di Cristo consiste appunto nel fatto che egli non resta isolato e separato di fronte a noi, che non ci rinvia a una semplice passività; non solo ci sopporta, ma ci porta, si identifica con noi, che a lui appartengono i nostri peccati, a noi il suo essere: egli ci accoglie realmente, così che diventiamo attivi con lui e a partire da lui, agiamo con lui e partecipiamo quindi al suo sacrificio, condividiamo il suo mistero. Così anche la nostra vita e la nostra sofferenza, la nostra speranza e il nostro amore diventano fecondi nel nuovo cuore che lui ci ha donato" (J. Ratzinger, Il Dio vicino, pp. 47-48).

[16] Cf. IGMR, n. 73.

[17] J. Ratzinger, El espíritu de la liturgia. Una introducción, p. 236.

[18] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 47.

[19] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 8. «Comunque sia da spiegare la cosa, oggettivamente parlando non sembra potersi negare l'effettivo coinvolgimento già attuale nell'azione e nel movimento, che diremmo di natura oblativa (offerimus), della terra, dell'uomo e della sua attività creativa, ovviamente non come oggetto assoluto chiuso in se stesso e concluso definitivamente nell'attimo fuggente, ma dinamico, aperto a un divenire e mirato a un traguardo futuro in se stesso, ma già presente nella mente e nel cuore. Il sacrificio certo ritualmente si ripresenterà solo nella preghiera eucaristica. Tuttavia non sarà come un evento che emerge del vuoto. Sarà invece il culmine di un'ascesa vissuta interiormente e tutta tesa ad esso» (V. Raffa, Liturgia eucaristica. Mistagogia della Messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale pratica, p. 415).

[20] Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 47.

[21] Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae (24.02.1980), n. 9.

[22] Cf. IGMR, n. 73.

[23] Cf. IGMR, 75.

[24] Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 22.03.2008.

[25] J. Ratzinger/Benedetto XVI, Gesammelte Schriften, Presentazione al vol. XI: Theologie der Liturgie.

[26] Cf. J. Jungmann, El sacrificio eucarístico, II, nn. 52, 58, 60, 105. M. Righetti, Historia de la Liturgia, II, p. 292.

[27] Cf. P. Tirot, «Histoire des prières d'offertoire dans la liturgie romaine du VIIe au XVIe siècle», Ephemerides Liturgicae 98 (1984), p. 169.

[28] Cf. E. Lodi, «Les prières privées du prêtre dans le déroulement de la messe romain», en L'Eucharistie: célebrations, rites, piétés, BEL Subsidia 79, CLV-Edizioni Liturgiche, Roma 1995, p. 246.

[29] Cf. Giovanni Paolo II, Messaggio all'Assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (21.09.2001).

[30] Cf. J. Jungmann, El sacrificio eucarístico, nn. 83-84. M. Righetti, Historia de la Liturgia, II, pp. 282-284.

[31] Cf. P. Tirot, «Histoire des prières d'offertoire dans la liturgie romaine du VIIe au XVIe siècle», pp. 174-177.

[32] Conviene non dimenticare che un'abluzione simbolica si trova da tempi molto antichi nella liturgia della Messa in Oriente. Essa è attestata già nella catechesi mistagogica attribuita a san Cirillo di Gerusalemme morto nel 387 (cf. Catechesi mistagogiche, V, 2: ed. A. Piédagnel, SCh 126, 146-148) nonché, tra V e VI secolo, nello Pseudo-Dionigi (cf. Ecclesiastica Hierarchia, III, 3, 10: PG 3, 437D-440AB).

[33] IGMR, n. 76: «Deinde sacerdos manus lavat ad latus altaris, quo rito desiderium internae purificationis exprimitur».

[34] Cf. E. Lodi, «Les prières privées du prêtre dans le déroulement de la messe romain», p. 246.

[35] Cf. Tertulliano, De oratione, III: CSEL 20, 188.

[36] Cf. Tradition Apostolique, 41, SCh 22bis, 125.

[37] Giovanni Paolo II, Dominicae Cenae (24.02.1980), n. 9.

[38] Ibid.

[39] Cf. Vaticano II

     





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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  Il mio parroco ha cambiato la formula durante la Consacrazione. La comunione era ancora valida? Ovvio che "NO!" non è valida, ma cerchiamo di capire il perché....



 



Un lettore ci chiede: «Ammettiamo che il prete cambi la formula per la transustanziazione. L’ostia è divenuta lo stesso il Corpo di Cristo?»


Don Enrico Finotti, direttore della rivista “Culmen et fons” premette: «L’uomo comunica con gli altri attraverso la persona, il gesto e la parola, in modo che la persona spieghi con la parola il senso preciso dei suoi gesti».


«L’eterno Padre – prosegue il liturgista – comunica con noi nello stesso modo, inviandoci, nella pienezza dei tempi, il Suo Figlio divino, il Verbo incarnato, che, incontrandosi personalmente con gli uomini, compie i suoi gesti salvifici, illuminandoli con la potenza della sua parola mirabile ed efficace».


LA MISSIONE DELLA CHIESA


La Chiesa, «obbediente al comando del Salvatore», evidenzia Finotti, «attualizza nei secoli l’opera della nostra Redenzione, mediante la persona dei suoi ministri, che, agendo in persona Christi capitis, compiono, in modo sacramentale, i medesimi gesti del Signore e pronunziano le Sue stesse parole per la realizzazione efficace, qui ed ora, dei suoi Misteri (Sacrificio e Sacramenti)».


MINISTRO, MATERIA E FORMA


La teologia, «in perfetta coerenza con questo processo», denomina «i tre elementi intrinsecamente cooperanti – persona, gesto e parola – con i termini tecnici di ministro, materia e forma».


Nel caso specifico dell’Eucaristia, sottolinea il liturgista, «la sua celebrazione valida esige il ministro idoneo (il sacerdote validamente ordinato), la materia autentica (il pane e il vino), la forma stabilita (le parole stesse del Signore)».


QUANDO LA CELEBRAZIONE E’ ILLECITA


L’omissione o l’alterazione sostanziale di uno di questi tre elementi necessari (intrinseci e indissolubili) «provoca l’invalidità del sacramento, ossia la sua inesistenza fin dal principio. Mentre, la loro attuazione in modalità e condizioni difformi dalle leggi liturgiche della Chiesa rende la celebrazione illecita».


LE PAROLE DI GESU’


La Chiesa Cattolica ha dichiarato che «la forma necessaria per realizzare il Sacrificio sacramentale – sottolinea il liturgista – é costituita dalle medesime parole pronunziate dal Signore sul pane e sul calice, così come sono attestate dalla costante tradizione liturgica della Chiesa e contenute nelle Preci eucaristiche approvate».


LA FORMULA CONSACRATORIA


Finotti evidenzia la «formula consacratoria» stabilita nel vigente Messale Romano:



(forma ordinaria)


(sul pane)  Accipite et manducate ex hoc omnes:


hoc est enim Corpus meum,


quod pro vobis tradétur.
(sul calice) Accipite et bibite ex eo omnes:

hic est enim calix Sanguinis mei,

novi ed aeterni testamenti,

qui pro vobis et pro multis effundetur

in remissionem peccatorum.

Hoc facite in meam commemorationem.

(forma extraordinaria)

(sul pane)         Hoc est enim Corpus meum.

(sul calice) Hic est enim calix Sanguinis mei,

novi ed aeterni testamenti:

mysterium fidei:

qui pro vobis et pro multis effundetur

in remissionem peccatorum.

LA LEZIONE DEL CONCILIO

«Il monito conciliare – … assolutamente nessuno, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica (SC 22), se riguarda ogni rito liturgico e ciascuna sua parte, vale in modo del tutto speciale (stricte) per la forma della Consacrazione eucaristica e per quella di ognuno degli altri Sacramenti».

NESSUNA MODIFICA

A nessuno è quindi lecito aggiungere, togliere o mutare, conclude il liturgista, «alcunché delle parole con le quali l’autorità della Chiesa, in coerenza con la tradizione perenne, ha stabilito di voler realizzare sacramentalmente il mistero (“transustanziazione”) del Corpo e Sangue del Signore nell’atto stesso del Suo Sacrificio incruento».





[Modificato da Caterina63 26/09/2017 13.08]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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[SM=g1740720] "Eccellenza, Reverendo: non le è consentito!" Una bellissima predica infuocata contro il prete che non crede al Credo e in difesa della fede cattolica. Bravissimo don Priola!

Per la nostra edificazione spirituale pubblichiamo oggi il testo finale di un'Omelia semplicemente cattolica (ma molto infuocata - al modo di tanti Santi di altre epoche- ) che fa gustare la fierezza di essere cattolici e la responsabilità, comune ai consacrati e ai fedeli laici, di difendere la vera fede!
Avevamo bisogno, come terra deserta arida senz'acqua assetata di pioggia rigenerante, di un'omelia autenticamente cattolica: pronunciata a braccio, durante la S. Messa di mezzogiorno della festa del Battesimo del Signore, domenica 7 gennaio 2018, dal Rev.do don Salvatore Priola, Parroco e Rettore del celebre Santuario della Madonna della Milicia nell'Arcidiocesi di Palermo "il primo e più insigne luogo di culto mariano della Chiesa palermitana".

Quanti Sacerdoti e quanti Religiosi sofferenti a colpa dell'attuale confusione ecclesiale si identificano in quell'Omelia!!!

Preghiamo per i Consacrati e soprattutto per le nuove vocazioni !
E complimenti al reverendo don Priola! Grazie e complimenti! Servono preti come lui!
AC

Trascrizione (dal min.05:23) da Youtube
www.youtube.com/watch?v=JprnC16xnpg&feature=share

Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo come noi diciamo nel Credo, come diremo fra poco nel Credo, benchè ci sia qualche prete stralunato che ultimamente sproloquia, insieme a tanti altri, persino dall’ambone nel dire stupidaggini enormi quanto l’universo. (Il Parroco si riferisce alla scandalosa vicenda torinese del prete che alla Messa della Notte di Natale ha detto «Io al Credo non ci credo» sostituendolo con il canto di "Dolce è sentire" )

Il Credo, di cui facciamo ogni domenica professione, contiene la maturazione nel tempo dal punto di vista teologico e dottrinale di un incontro, di un’esperienza, di un vissuto esistenziale con Gesù Cristo : non sono parole al vento!

Quei 12 articoli del Credo che noi ogni domenica ripetiamo "non sono un formuletta", una "tiritera" imparata a memoria da ripetere scriteriatamente senza consapevolezza.


Nel Concilio di Efeso nel 431 i Padri della Chiesa dopo quattro secoli dagli eventi accaduti a Gerusalemme, a Nazaret, in Galilea, in Giudea; dopo quattro secoli di riflessione, di dialogo, di confronto, di studio, di approfondimento i Padri della Chiesa hanno formulato la dottrina cattolica sulla divinità del Figlio di Dio Cristo Gesù - e ora dopo 1600 anni c'è qualche prete e forse persino qualche vescovo che si permette di turlupinare l’intelligenza la buona fede e la semplicità del cuore di tanti fedeli a cui veramente poi i media danno risonanze planetarie perché certo non verranno a sentire la predica di un prete cattolico NO! Dovranno dare risonanza alle parole stralunate di un prete che ha perso la fede e che ancora il vescovo tiene al suo posto.

La nostra fede è in Gesù Cristo Figlio di Dio vero Dio e vero uomo e chi non la vuole accettare se ne stia a casa, diventi pure testimone di Geova faccia quello che vuole - ma questa è la nostra fede da 2000 anni e siamo arrivati al punto di svenderla, di essere accondiscendenti con un buonismo stupido.
Dobbiamo custodire la fede!
Che cosa abbiamo fatto barzellette in questi giorni?
Che cosa siamo venuti a vedere in questi giorni?
Qual' è la testimonianza che Dio ci da su quel Bambino che è nato?
Possiamo mettere in dubbio tutto: tutto possiamo mettere in dubbio ma dobbiamo avere la decenza di prendere le distanze fisiche, concettuali, teologiche, prendere le distanze e non dichiararci più cristiani cattolici.

Che siano vescovi, che siano preti o che siano pure dei semplici fedeli laici: se uno ha perso la fede abbia il coraggio di deporre i segni del cristianesimo e di non infettare la fede semplice delle persone che ancora credono.
E voi fratelli e sorelle abbiate il coraggio, mi dispiace che si sono messi a ridere a Torino, bisognava che ci fosse in mezzo al popolo di Dio, dovete avere il coraggio quando sentite un prete dire cose contrarie alla fede cattolica: dovete avere il coraggio di alzarvi e di dirlo anche durante la messa: "questo non le è consentito!"

E’ tempo di mettersi in piedi quando sentite dire cose contrarie al nostro Credo anche se le dice un Vescovo anche se le dice un prete mettetevi in piedi e ditelo: "Padre, Eccellenza non le è consentito" perché c’è un Vangelo, perché c’è un catechismo della chiesa cattolica universale e non si può pestare sotto il piedi il Vangelo siamo tutti sotto il Vangelo, siamo tutti sotto il vangelo dal Papa a scendere: siamo tutti sotto il Vangelo:
non è consentito a nessuno alterare la fede che abbiamo ricevuto in dono: a nessuno è consentito - siamo tutti servi della Parola, tutti!

Dobbiamo essere tutti fedeli a quel Credo che abbiamo ricevuto: alla comprensione del mistero della fede che i padri ci hanno consegnato e che noi abbiamo il dovere di custodire e di tramandare.

Siamo arrivati a un livello di confusione, a un livello di stupidaggini , di eresie, di cretinate proclamate con una solennità come se fossero dogmi di fede e i pastori della chiesa a cominciare dai vescovi sono più colpevoli dei preti deficienti che si permettono di dire certe cose; perché loro dovrebbero vigilare “episcopos” in greco vuol dire “colui che vigila” e se il vescovo è troppo impegnato alle sue faccende renderà conto a Dio di quello che fa.

Bisogna vigilare sulla fede del popolo perché oggi c’è troppa confusione: dentro la chiesa c’è troppa confusione.
Dobbiamo rinnovare la nostra professione di fede dobbiamo recuperare la gioia di essere cristiani cattolici, la fierezza!
Dobbiamo recuperare i caratteri precisi della nostra cristianità che è fedeltà al Vangelo, non è fedeltà a forme tradizionali perchè non si tratta di essere tradizionalisti o progressisti: nella chiesa queste categorie sono fasulle! Non ci sono tradizionalisti e non ci sono progressisti nella chiesa: queste cose lasciatele alla politica.

Nella chiesa si è fedeli a Cristo o si è infedeli a Cristo, si è fedeli al Vangelo o non si è fedeli al Vangelo!
Non è questione di restare attaccati, come diceva Gustave Thibon il filosofo contadino, non è questione di restare attaccati ai parapetti della strada per non volersi muovere per paura di fare un passo in avanti, come farebbero i tradizionalisti e non è questione di essere progressisti i quali vorrebbero che dalle strade a precipizio si togliessero i parapetti così che qualcuno possa rovinare giù e precipitare.

Non è questo il punto non è restare attaccati a delle forme vuote ai dei contenitori vuoti - qui in gioco non ci sono "forme" qui in gioco c'è la fede perchè quando si arriva a negare validità al Credo quando un prete piuttosto che far fare la professione di fede dopo il vangelo, dopo l'omelia fa suonare Dolce è sentire non ha capito più niente si è perso e sta facendo perdere gli altri : tutti quelli che seduti lì a Torino si sono messi a ridere mentre avrebbero dovuto alzarsi e dire "scusi reverendo non le è consentito di fare questo "perchè la liturgia della chiesa non è del prete è della Chiesa la liturgia!" e se io impazzissi in questo momento e incominciassi a dire ... non non leggiamo più il Vangelo di Marco li leggo una bella pagina del libro Cuore .... voi vi dovete alzare in piedi e dire "caro padre Salvo non ti è consentito fare questo" non possono omettere parti della messa non si possono cambiare parti della messa (tantomeno inventarsi delle preghiere eucaristiche , tralaltro ambigue e inefficaci, come ha fatto don Fredo sempre nella stessa Messa della Notte di Natale. N.d.R.).

Cè qualche altro prete che ha detto "siccome siamo in tempo di amicizia con i luterani", i quali non credono nella Presenza Reale di Gesù nell'Eucaristia, che si permette di saltare la parte dove il Sacerdote dice: Pregate fratelli e sorelle perchè il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Onnipotente e sapete perchè lo saltano?
Perchè non credono più questi preti diventati luterani!


Non credono più che quel Pane e quel Vino sull'Altare sono il il Corpo e il Sangue del Signore e questo in nome di che cosa?
Di un ecumenismo fasullo.

E' tempo che ci mettiamo in piedi là dove vediamo la fede cattolica pestata sotto i piedi anche dai pastori della chiesa: ci dobbiamo mettere in piedi e dirlo chiaramente: "Eccellenza, Reverendo non le è consentito!"

Perchè la fede non è dei preti, non è dei vescovi non è proprietà loro : la fede è della Chiesa e voi fratelli e sorelli voi siete pietre vive della Chiesa di Cristo
Voi fratelli e sorelle: tutti noi in comunione siamo membra vive del corpo di Cristo di cui l'unico capo e Signore è Gesù Cristo, non un uomo , Gesù Cristo l'Unigenito Figlio di Dio che ha fatto di tutti noi figli di Dio, di noi tutti figli di Dio.

Noi non siamo aderenti di un'associazione religiosa , a un movimento religioso,non abbiamo preso una tessera di appartenenza, non siamo stati fidelizzati: noi siamo figli di Dio e abbiamo il dovere dei figli e abbiamo anche i diritti di figli e voi , voi avete diritto di avere dai pastori il cibo buono.

Come i figli hanno diritto di sedersi a tavola e di non essere avvelenati dai genitori così voi avete diritto di esigere dai pastori della Chiesa che diano a voi il cibo buono
quello che viene dal Vangelo che è fedele al deposito della fede, così si chiama tecnicamente

Sapete qual'è il deposito della fede?

E' il Credo: 12 articoli intoccabili, immodificabili che sintentizzano 2000 anni di comprensione del mistero della fede che Dio ha rivelato in Cristo Gesù : "Il Figlio amato" nel quale Dio ha posto il Suo compiacimento.
Questa è la nostra fede questa è la fede della Chiesa.
Continuate voi ( i fedeli) : "E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore. Amen".
E allora professiamola questa fede
Credo in un solo Dio... "





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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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20/01/2018 09.28
 
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  •   SALVIAMOLECHIESE

"Chiese proibite per usi profani". Firmato: un vescovo

A Valencia il cardinale Arcivescovo scrive un atto rivolto a fedeli e sacerdoti nel quale proibisce l'utilizzo delle chiese per scopi profani. E raccomanda la comunione in ginocchio e in bocca. "La secolarizzazione interna alla Chiesa è la più grave di tutte".


“Il mio tempio è una casa di orazione”: partendo dalla frase del Vangelo il cardinale arcivescovo di Valencia, Antonio Llovera Canizares, ha scritto qualche giorno fa una lettera ai sacerdoti della sua diocesi per indicare come si possa – e soprattutto come non si possa – usare una chiesa. È un argomento particolarmente attuale e interessante, soprattutto da noi, dove l’abitudine – la moda? – di usare le chiese per allestire pranzi e cene, e altri usi ancora, sta dilagando come la Nuova BQ sta mostrando da settimane con la campagna #salviamolechiese. Un fenomeno di imitazione cominciato con la mensa in San Petronio durante la visita del Pontefice, e che si è diffuso qua e là anche altrove; nonostante in moltissimi casi non siano certo i locali a disposizione che mancano alle chiese e alle diocesi…E il card. Canizares raccomanda anche di ricevere l’eucarestia in ginocchio e in bocca, anche se è permesso ricevere l’ostia nella mano.

“Cari fratelli sacerdoti, cari tutti: vi scrivo questa lettera con tutto l’affetto a la preoccupazione e il massimo interesse affinché i templi – cattedrale, basiliche, chiese parrocchiali, cappelle, eremitaggi con culto abituale –siano case di orazione e non si trasformino, o non le convertiamo in luoghi profani”.

Il porporato inizia raccomandando il silenzio, dovuto ai luoghi sacri, e ricorda come sin da bambino gli sia stato insegnato dai genitori a mantenere il silenzio in chiesa. Un silenzio che, osserva, “si vede alterato con troppa frequenza e indebitamente nel rito della pace, così come alla fine della celebrazione, o all’ingresso nel tempio”.

Dopo aver ricordato che per entrare in chiesa è necessario un abbigliamento adeguato, e che è opportuno ricordarlo con cartelli all’ingresso delle chiese, parla poi delle fotografie. “Senza impedire il ricordo, che capisco sia gradito di conservare in fotografia. Si possono fare fotografie, è normale che si desideri. Però non possiamo convertire il tempio in un salone di fotografie né in un momento di divertimento e frivolezza”.

Continua poi in questo piccolo saggio di etichetta sacra: “Mi permetto di richiamare la vostra attenzione a come ci comportiamo quando passiamo davanti al tabernacolo; a volte si passa davanti al tabernacolo senza fare nessun gesto di riverenza né genuflessione, come si deve. I bambini passano davanti al tabernacolo in cui sta Gesù presente, consacrato. Bisogna educarli, e bisogna educare i grandi”.

I punti centrali della lettera però riguardano la comunione, e l’uso improprio dei luoghi di culto. Fa riferimento a una lettera pastorale di qualche anno fa: “In questa stessa lettera ricordavo come darsi la pace e comunicarsi. Vi confesso che ci sono volte che sto male vedendo come si avvicinano alcuni, senza nessun raccoglimento e devozione, senza nessun gesto di adorazione, come si prende un biscotto o qualche cosa di simile. Insisto in quello che dicevo nella lettera citata sull’Eucarestia: ci si può comunicare direttamente in bocca, o con la mano per poi portarsi il corpo di Cristo alla bocca. Però devo aggiungere che la forma più consona con il mistero del Corpo di Cristo che si riceve è comunicarsi in ginocchio, e in bocca. Non sono retrogrado in questo, ma segnalo solo ciò che si accorda alla comunione”.

E l’ultima parte è centrata sull’uso corretto delle chiese, e sulla lotta alla secolarizzazione interna nella Chiesa: “Infine, i templi devono essere rispettati per quello che sono: Tutti abbiamo visto male che in Catalogna si siano utilizzati i templi, per esempio, per metterci le urne del recente voto. E vediamo con quanta tranquillità, senza scomporsi, con un certo gusto anzi, non so se per snobismo o per quale ragione – si usano i templi con la migliore buona intenzione ma senza testa, per altri usi, per i quali si potrebbero usare altri locali; chiaro salvo casi di emergenza o necessità? Rispetto a ciò devo dire per fedeltà e rispetto a quello che è il tempio che proibisco severamente altri usi profani che, salvo casi di emergenza o di necessità maggiore o inevitabile che lo richiedano, e questo con autorizzazione almeno del vicario di zone. Non contribuiamo alla secolarizzazione, la secolarizzazione interna alla Chiesa è la più grave di tutte”.

La lettera si chiude con una richiesta paterna: “Non prendete in mala parte ciò che dico; è per il vostro bene e il bene delle nuove generazioni e della Chiesa…. Non dimentichiamo mai le parole di Gesù stesso, mosso con tutto il suo zelo di Figlio per la gloria del Padre, in tutta la loro gravità e profondità: ‘La mia casa è casa di orazione’. Contribuiremo, se lo facciamo, seguendo le indicazioni che offro ad andare superando la secolarizzazione così grande che subiamo e che è necessario superare. In questo modo contribuiremo al culto in “spirito e verità” come ci dice Gesù, e a compiere quello che ordina il primo comandamento, di amare Dio sopra ogni cosa”. A Valencia c’è un vescovo. 

 
[Modificato da Caterina63 20/01/2018 09.29]
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22/01/2018 16.11
 
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RIFLESSIONE DEL CARD. JOSÉ SARAIVA MARTINS


Il sacerdote e la santità


...Questa lieta circostanza ci invita a riflettere con gratitudine sulla sublime grandezza del sacerdozio ministeriale, istituito da Cristo, e da Lui lasciato come il più prezioso testamento alla sua Chiesa. 
Giovanni Paolo II nel libro "Dono e Misterodice che "il sacerdote, con tutta la Chiesa, cammina con il proprio tempo, e si fa ascoltatore attento e benevolo, ma insieme critico e vigile, di quanto matura nella storia" (p. 95)...

Per ben cogliere tutta la stupenda realtà del sacerdozio ministeriale, esso va visto, innanzitutto, nella sua dimensione essenzialmente cristologica, ossia in rapporto a Cristo, l'unico ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza. Nell'ordinazione sacerdotale Cristo imprime in coloro che ha scelto per il ministero una impronta nuova, interiore, indelebile, che conforma, rende simili a Lui. Ogni sacerdote diviene così un "alter Christus", o, come ama dire qualcuno, "ipse Christus". Cristo, diceva Paolo VI, "ha stampato in ciascuno di loro il suo volto umano e divino, conferendo ad essi una sua ineffabile somiglianza" (Congresso Eucaristico Internazionale di Bogotà, VI, 1968, 364-365).

Il sacerdote rimane, in tal modo, abilitato ad agire "in persona Christi", a fare le veci della persona di Cristo sommo Sacerdote, che, per mezzo di lui, continua a rendere gloria al Padre e a salvare il mondo, comunicandogli la sua vita divina.

Questo emerge in modo quanto mai chiaro da alcuni fatti biblici riguardanti il ministero apostolico. Gesù sceglie degli uomini, come segno di predilezione verso di loro, li distingue dagli altri e li prepara al futuro ministero, che consisterà nel fare ciò che hanno visto fare a Lui; li costituisce suoi inviati, comunicando ad essi i suoi stessi poteri, in modo che ascoltare loro è ascoltare Lui stesso:  "Chi ascolta voi ascolta me" (Lc 10, 16)...

Il sacerdote è, insomma, nel tempo e nella storia, l'icona della presenza viva ed operante di Cristo, il segno-persona del Signore risorto Capo della Chiesa, il suo sacramento radicale, la sua trasparenza. Ecco, dunque, il compito fondamentale del sacerdote in rapporto a Cristo:  renderlo presente, in modo visibile, nella sua vita e nel suo ministero, dopo il suo ritorno al Padre. Rispecchiare sul suo volto, il volto di Cristo risorto.

Oggi nella festa di S. Caterina da Siena, Dottore della Chiesa e patrona d'Italia, mi piace ricordare che questa santa diceva che i sacerdoti sono "i ministri del Sole", in quanto luminosi dispensatori dei misteri di Cristo, in particolare dell'Eucaristia che lei definiva il "Sole" della Chiesa...

Ma oltre a questa dimensione verticale, cristologica, il sacerdozio ministeriale ha una dimensione orizzontale, ecclesiologica. L'ordinazione, oltre ad essere una consacrazione definitiva a Cristo, è altresì, per ciò stesso, una consacrazione al "Cristo totale", per usare la felice espressione di Sant'Agostino, Vescovo di Ippona. Nell'ordinazione il sacerdote diventa servo, ministro di Cristo, per diventare, a partire da Lui, per Lui e con Lui, anche servo, ministro della Chiesa...

Il suo amore alla Chiesa, il sacerdote lo esprime, in maniera concreta ed efficace, nel servizio della Parola:  accogliendola, interiorizzandola, proclamandola al popolo nell'assemblea liturgica; nella celebrazione dei sacramenti, specie dell'Eucaristia; e prendendola come criterio e norma d'interpretazione dei fatti, degli avvenimenti, della storia.

Va sottolineato, per quanto concerne la proclamazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti, lo stretto legame tra la parola annunciata e la parola celebrata, si tratta di "due momenti successivi di un unico cammino di salvezza, di cui il primo costituisce l'inizio, e il secondo il compimento. Ci vuole la parola che suscita la fede, senza la quale i sacramenti non sono efficaci. E ci vuole poi il sacramento che porta a compimento quello che la parola ha annunciato" (cfr Magrassi M. in Canonaro S., in "Essere preti in un mondo che cambia", Edizioni La Scala, Noci [Bari], 2003, 119).

La diaconia sacerdotale così intesa, attesta e garantisce non soltanto che l'amore del Padre verso gli uomini è immutabile, ma anche che il Signore risorto è presente ed operante in mezzo al Popolo, che ha conquistato con il suo sangue. E questa presenza non può non essere sorgente di speranza per l'uomo pellegrino nel tempo:  di quella speranza che non delude, perché fondata sul mistero pasquale del Signore (cfr Saraiva Martins J., Il sacerdozio ministeriale. Storia e teologia, Urbaniana University, 1991, p. 124).

Il sacerdozio ministeriale ha, infine, una dimensione pneumatologica. "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato e mandato ad annunciare il lieto messaggio" (Lc 4, 18). Queste parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth, si adempiono in ogni ordinazione sacerdotale. In essa, infatti, il Vescovo ordinante chiede al Padre di rinnovare nell'ordinando l'effusione del suo Spirito di santità (Rituale). La consacrazione a Cristo e alla Chiesa e la loro missione di annunciare la lieta notizia, avvenuta nella ordinazione sacerdotale, sono opera dello Spirito.

Ma lo Spirito di Cristo non è soltanto all'origine del ministero del sacerdote. Egli è altresì il vero protagonista della santità a cui egli, proprio in virtù del ministero a cui è stato chiamato, è, in modo speciale, chiamato. "La vocazione sacerdotale, rileva il Santo Padre, è essenzialmente una chiamata alla santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell'Ordine. La santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo, povero, casto ed umile; è amore senza riserve alle anime e donazione al loro bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato" (Insegnamenti, VIII/2, 1984, 839).

La santità sacerdotale, da raggiungere non accanto, ma attraverso il ministero, richiede, innanzitutto, un'intima unione con Cristo, che è la stessa santità di Dio incarnata. Il sacerdote deve poter dire come San Paolo:  "mihi vivere Christus est! - per me vivere è Cristo" (Fil 1, 21). Il "rimanete in me ed io in voi" di Gesù (Gv 15, 1.4-5) deve costituire la sua principale preoccupazione, il cuore, il criterio e la norma di tutta la sua vita. I cristiani vogliono trovare nel sacerdote non solo l'uomo che li accoglie, che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera simpatia, ma anche, e soprattutto, un uomo innamorato di Dio, che appartiene al Signore, che li aiuta a guardare a Lui, a pensare a Lui, a salire verso di Lui (cfr PDV, 47).

Una autentica santità sacerdotale esige, inoltre, una intensa vita di preghiera, intesa, questa, come un incontro vivo e personale con il Signore, come un dialogo che si fa partecipazione al colloquio filiale di Gesù con il Padre.

Orbene, il vero protagonista di suddetta santità sacerdotale è lo Spirito Santo. Lo sottolinea con forza il Papa. Rivolgendosi a 5.000 sacerdoti provenienti da tutto il mondo, egli parlò del "ruolo essenziale che lo Spirito Santo svolge nella specifica chiamata alla santità, che è propria del ministero sacerdotale ... L'intima comunione con lo Spirito di Cristo, mentre garantisce l'efficacia dell'azione sacramentale che ponete "in persona Christi'", chiede anche di esprimersi nel fervore della preghiera, nella coerenza della vita, nella carità pastorale di un ministero instancabilmente proteso alla salvezza dei fratelli. Chiede, in una parola, la vostra personale santificazione" (Insegnamenti, VII/2, 1984, 839).

Ciò significa che il sacerdote, nell'esercizio del suo ministero, deve basare la sua vita spirituale e i suoi programmi pastorali, non sulla "sapienza" umana, bensì sull'impulso, sul dono dello Spirito. Ciò significa, inoltre, che il sacerdote deve essere sempre docile alla voce dolce e all'azione possente dello Spirito. Come Cristo, anche lui deve lasciarsi trascinare dallo Spirito. E nella misura in cui lo farà, la sua vita diventerà irradiazione di santità, di luce e di calore per i fratelli.




[Modificato da Caterina63 22/01/2018 16.12]
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