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La Chiesa non può dare la Comunione ai divorziati-risposati perché LI AMA (2)

Ultimo Aggiornamento: 20/04/2017 10.27
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20/04/2017 10.23
 
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Ultima Cena, Duccio di Boninsegna
 

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. È anche misericordia, avviando l'uomo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera. I limiti della partecipazione per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa.

di Padre Riccardo Barile OP



In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali che sono alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia e soprattutto del capitolo VIII (dedicato alle situazione irregolari). Oggi completiamo le riflessioni sull'Eucaristia (qui la prima puntata).

Ultima cena Juan de Juanes

La lavanda dei piedi da parte della Chiesa a tutti gli uomini per accedere all’Eucaristia avviene con il battesimo, con la predicazione della penitenza, con la proposizione della sana dottrina, ecc.: in pratica con una costante e corretta pastorale.

Ma con materna severità anzitutto la Chiesa vieta - ha sempre vietato - di accedere all’Eucaristia in peccato grave o mortale. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha scritto al riguardo: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ecc.» (n. 36). Sono parole pesanti che costringono la Chiesa di sempre a fare i conti con il Concilio di Trento su questo punto.

Il Concilio di Trento parla più volte dell’Eucaristia in relazione al peccato e con una dottrina molto ricca.

Anzitutto «la santità e la divinità di questo celeste sacramento» esigono di riceverlo con «una grande venerazione e santità» e i fedeli devono «accostarsi rivestiti dell’abito nuziale» (Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia dell’11.10.1551, capp. VII-VIII).

Considerando l’Eucaristia come cibo, questa è «l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno e preservati dai peccati mortali» (Ivi, cap. II). Le colpe di ogni giorno sono le imperfezioni e i peccati lievi, secondo una sentenza di sant’Agostino: «Si adatti alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono (Sic vita laudetur, ut venia postuletur)» (Sermone 19,2).

Considerando la condizione base per accedere all’Eucaristia, si esige un “esame di se stesso” (1Cor 11,28) perché «nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla santa Eucaristia senza avere premesso la confessione sacramentale» (Ivi, cap. VII). Si condanna che la sola fede sia «preparazione sufficiente» (Ivi, can. 11). Ad oggi il CCC 1385 ribadisce la medesima dottrina.

Considerando l’Eucaristia come sacrificio, in essa «è contenuto e immolato in modo cruento lo stesso Cristo» che si offrì sulla Croce. In questo senso la Messa è il “propiziatorio” dove possiamo trovare grazia (Eb 4,16) e attraverso il quale il Signore «concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi (crimina et peccata etiam ingentia dimittit)»(Dottrina e canoni su santissimo sacrificio della Messa del 17.9.1562, cap. II).

Abbiamo sempre iniziato con un “Considerando...” perché le affermazioni vivono nel contesto né è legittimo trasferirle altrove. Così, se è vero che l’Eucaristia rimette tutti i peccati anche gravi, ciò è detto in quanto è relativa al sacrificio di Cristo, mentre se si trasferisce la stessa affermazione alle condizioni per accedervi, si azzera il sacramento della Penitenza e si ammettono tutti alla comunione “così come sono”, mentre al riguardo il Concilio di Trento richiede la purificazione dal peccato grave. E questo trasferimento di contesti oggi talvolta lo si fa, con quali conseguenze ognuno lo può immaginare.

Per quali ragioni la Chiesa prescrive di non accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato mortale non confessato?

1. Perché all’Eucaristia si arriva dopo un cammino di conversione.

Dopo l’annunzio del Vangelo, se la risposta è positiva, chi ascolta «si sente chiamato ad abbandonare il peccato» (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti 10) e ad entrare poi nel catecumenato, un itinerario «che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costume» (Ivi, 18,2). Solo avvenuta questa conversione si sarà ammessi all’Eucaristia. Per cui nel tempo successivo «se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione» (Amoris Laetitia 297) e a maggior ragione non può partecipare all’Eucaristia. Solo per ridere: a seguito di questo testo di Amoris Laetitia certi preti e certi vescovi potrebbero celebrare la Messa?

Nell’antichità (sec. III) La Tradizione apostolica (Ippolito) ai capitoli 15-16 dà suggerimenti per accogliere o meno coloro che si presentano per essere fatti cristiani. I suggerimenti concernono l’esame delle condizioni di vita, dei mestieri più o meno leciti e delle situazioni matrimoniali in particolare: i mariti si accontentino delle mogli e viceversa, chi ha una concubina la sposi regolarmente altrimenti sia rimandato, siano rimandati prostitute e invertiti (meretrix vel homo luxuriosus). È chiaro che a questo punto non si pongono più problemi per l’Eucaristia, in quanto vengono risolti molto prima. È chiaro che è storicamente miope chiedere alla Chiesa di oggi di non mettere dei paletti a certi rapporti uomo/donna (e il resto!) in vista dell’Eucaristia: la Chiesa lo faceva già dal III secolo e forse prima in una società dove, come oggi, culturalmente “queste cose” non apparivano poi così gravi.

2. Perché l’Eucaristia è l’incontro santo con il Dio santo.

La già citata Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) è il più recente documento completo sull’Eucaristia, in cui san Giovanni Paolo II ne elenca le caratteristiche tenuto conto delle acquisizioni del passato e del presente. L’Eucaristia, con la proclamazione della Parola e sotto forma di convito rituale, «è il sacrificio della Croce che si perpetua dei secoli» e «questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti» (11-12). Con il sacrificio della Croce, l’Eucaristia rende presente «anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento» (14). Tutto ciò implica una «specialissima presenza» (15) vera, reale, sostanziale di Cristo, che «attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, ci comunica anche il suo Spirito» (17). E non bisogna dimenticare che l’Eucaristia, come e più del Padre nostro, ci pone in comunione con il Padre per Cristo e nello Spirito. Veramente l’Eucaristia è il nostro roveto ardente in cui incontriamo il Dio tre volte Santo tra gli angeli e i santi (Es 3,1-6; Is 6,1-7). Come non sentire l’esigenza di purificazione non solo dalle colpe quotidiane, ma prima ancora dal peccato grave?

3. Perché l’Eucaristia postula un retto rapporto tra ciò che essa è e ciò che noi siamo.

Rivolgendosi ai fedeli - la maggioranza analfabeti - sant’Agostino spiegava: «Se voi siete il Corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero, ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo” e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del Corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen» (Sermones 272).

San Tommaso d’Aquino tira le conseguenze implicite del discorso agostiniano: «Chiunque riceve questo sacramento, pone un atto che significa di essere unito a Cristo e alla sue membra (la Chiesa). Ma ciò avviene attraverso la fede viva, che nessuno possiede mentre è in peccato mortale. Dunque è chiaro che chiunque assume questo sacramento mentre è in peccato mortale, provoca una falsità nel sacramento stesso (falsitatem in hoc sacramento committit) e anche un sacrilegio» (III, q 80, a 4).

Due frasi oggi correnti sembrano far saltare tutto in aria. La prima è citata molto spesso: «L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47, citato in AL 351). È vero: nessuno ha diritto all’Eucaristia come premio. Va però notato che il peccatore «intraprende il cammino della penitenza mosso dalla grazia di Dio misericordioso / mosso dallo Spirito Santo» (Rito della Penitenza 5-6) e dunque sotto l’influsso della misericordia di Dio che lo conduce all’Eucaristia: questa penitenza è il “rimedio” e “l’alimento per i deboli”, da accogliere consapevolmente. In questo senso va intesa la frase e non come un lasciapassare.

La seconda frase è di sant’Ambrogio ed è riportata in nota nel passo citato di EG 47: «Devo riceverlo sempre (il pane eucaristico), perché sempre perdoni i miei peccati. Io, che sempre pecco, sempre devo avere la medicina» (De Sacramentis IV,6,28). A questa si potrebbe aggiungere: «Ogni volta che tu bevi (il sangue di Cristo) ricevi la remissione dei peccati e ti inebri dello Spirito» (Ivi, V,3,17). Queste affermazioni fanno saltare il Concilio di Trento e tutto il resto e aprono oggi l’Eucaristia a chiunque? Assolutamente parlando sì; se sono contestualizzate no. Sant’Ambrogio parla dell’Eucaristia in relazione al sacrificio di Cristo e non alle condizioni esatte per riceverla. Tant’è vero che raccomanda la recezione quotidiana del pane eucaristico, ma aggiunge immediatamente: «Vivi in modo tale da poterlo ricevere ogni giorno» (Ivi, V,4,25). E poi sant’Ambrogio sapeva benissimo che, a fronte di un adulterio, bisognava entrare in tempi prolungati di penitenza.

Come sempre, san Tommaso d’Aquino offre una distinzione che permette di ben interpretare questa e altre frasi: mentre «il battesimo e la penitenza sono medicine purgative che vengono date per togliere la febbre del peccato» l’Eucaristia è «una medicina confortativa, che non si deve dare se non a quanti sono già stati liberati dal peccato» (III, q 80, a 4, ad 2um).

Tirando le fila, l’opera di purificazione che la Chiesa deve compiere per avviare a una degna recezione dell’Eucaristia, compreso lo stabilire dei limiti precisi quanto al peccato grave, è abbastanza e in genere ostacolata per il venire meno del senso della santità dell’Eucaristia, della sua qualità di essere il “roveto ardente” che ci avvicina al Dio tre volte santo. Onestamente va precisato che tale venir meno non può addebitarsi all’Eucaristia stessa, ma alla pastorale che si pone in atto, a come si parla dell’Eucaristia, a come la si celebra ecc.

A un livello più concreto, c’è il pericolo di una selezione indebita dei peccati gravi o mortali. No l’Eucaristia agli scafisti, ai mafiosi, ai profanatori ecologici, ai guerrafondai ecc., ma non solleviamo troppi problemi sui rapporti uomo/donna a oltre.

Quest’ultimo “indebolimento” di gravità dipende senz’altro dalla troppa accoglienza del dato culturale odierno che ha tolto molta rilevanza morale al problema. Per contro la Tradizione apostolica testimonia che nell’antichità la Chiesa sapeva andare controcorrente bloccando l’itinerario battesimale/eucaristico a quanti non avevano in animo di risolvere situazioni che pure il comune modo di vivere non riteneva troppo gravi.

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. Verso l’uomo è anche misericordia, avviandolo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera.

Infine il lavoro di purificazione positiva per avviare all’Eucaristia e l’indicare i limiti della partecipazione, per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa. Sì, perché, come annota san Tommaso d’Aquino, «In questo sacramento è contenuto tutto il mistero della nostra salvezza» (III, q 83, a 4) e di conseguenza «l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses 4,18,5)» (CCC 1327).





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Si può accedere all'Eucarestia solo se purificati

di padre Riccardo Barile OP

Il Cenacolo, Beato Angelico

«(Voi mariti e mogli) non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera» (1Cor 7,3). A partire da qui, san Gerolamo († 420) - notoriamente un “patito” della verginità e della vedovanza, tanto che i suoi avversari lo accusavano di intrattenere più amicizie femminili che maschili (all’epoca era un’accusa; oggi potrebbe essere un complimento di... non essere quello che in idioma felsineo si definisce un “busone”!) - San Gerolamo, dicevo, a partire da qui prosegue: «Che cosa è più grande: pregare o ricevere il corpo di Cristo? Certamente ricevere il corpo di Cristo. Ma se ciò che è di meno (= pregare) è impedito dall’unione carnale, ciò che è di più (= ricevere il corpo di Cristo) ne sarà molto di più impedito» (Lettera 49,15 A Pammachio; cf anche Contro Gioviniano I,7). 

Mai sostenuta in documenti magisteriali di primaria importanza, l’idea e la conseguente prassi che l’accostarsi all’Eucaristia comportasse al meglio l’astensione dai rapporti coniugali in quel giorno o in un lasso di giorni precedenti, divenne un fiume carsico di notevole consistenza, ribadita anche in un lettera da un pastore mite come san Gregorio Magno († 604). Questo “consiglio” fu “anche” uno dei fattori che nella tarda antichità e nel Medioevo contribuì a diradare la pratica della comunione. Con molta attenuazione e con eleganza secentesca francese, anzi savoiarda, è presente ancora in san Francesco di Sales († 1622), che consiglia a una buona signora (e al di lei marito): «È cosa poco conveniente, benché non sia un grande peccato, chiedere la soddisfazione del debito coniugale nel giorno in cui si è fatta la comunione; ma non è sconveniente, anzi direi che è meritorio, renderlo» (Filotea II,20).

Certo che a leggere questi testi l’impressione è di trovarsi in un mondo e in una Chiesa alla rovescia rispetto alle problematiche attuali: altro che comunione ai divorziati risposati e ai conviventi! Ma di che cosa di trattava? Di Vangelo o di cultura?

Per rispondere è utile un salto al 1847. Giuseppe Verdi a Parigi rincontrò stabilmente la prima interprete femminile del Nabucco, Giuseppina Strepponi, ed iniziò con lei una relazione “coniugale” stabile trasferendosi a Busseto, dove però la coppia fu oggetto di critiche e disapprovazioni, soprattutto per la Strepponi, già madre a seguito di due libere relazioni. Tutto si attenuò un poco quando i due si sposarono il 20 agosto 1859 non a Busseto ma in una cittadina della Savoia. La valutazione negativa e scandalosa da dove nasceva? Dalla mentalità cattolica? Forse in gran parte, ma non totalmente.

Un secolo dopo, nel 1946 Nilde Iotti iniziò una relazione stabile con Palmiro Togliatti, regolarmente sposato e che dunque abbandonò la moglie. Il che non fu ben visto da una parte di quelli che allora contavano nel Partito comunista italiano. Ma non si può presupporre che le riserve partissero dalla fedeltà al Vangelo e alla dottrina della Chiesa: erano chiaramente riserve culturali o morali/culturali.

Pochi anni dopo, il 18 aprile 1963 a Milano nella clinica Mangiagalli nacque Massimiliano, figlio “naturale” di Mina e dell’attore Corrado Pani “sposato”. Qui le reazioni furono diverse: mentre alcuni giornali condannarono non la nascita ma la relazione che l’aveva originata e mentre la televisione di stato diradò la presenza di Mina sul piccolo schermo casalingo, una parte crescente di opinione pubblica dimostrò invece una benevola solidarietà e approvazione non dando rilevanza alla relazione “illecita”, tanto che Mina commenterà più tardi: «La gente non si è lasciata condizionare da questo fatto, l’ha superato». Ciò che non era capitato nei due esempi precedenti.

Oltre a Mina si potrebbero portare tanti altri esempi, comunque più o meno dagli anni ’60 cominciò a imporsi un movimento teso a sdoganare da vincoli morali e sociali il rapporto affettivo tra uomo e donna, lasciandolo esclusivamente alla loro scelta. Oggi questo processo è culminato tracimando da uomo/donna ed estendendosi anche a uomo/uomo, donna/donna, adulto/bambino e financo a uomo/animale.

Prima che un problema morale è un problema di cultura e quindi di percezione. La gente “media” percepisce una differenza più o meno giuridica tra chi è sposato in chiesa o in comune e chi non lo è, ma percepisce sempre meno la valenza morale di questi vincoli. Anche il buon fedele che viene in chiesa, se non è oggetto di una catechesi attenta e aggiornata, rischia di restare culturalmente indifferente a fronte dei diversi tipi di vincolo, che, sia nel linguaggio come nella prassi, sono legittimati senza discriminazioni di sorta. Questa è una novità pastorale che esige una precisa reazione al momento in cui la Chiesa incontra le persone.

Ma torniamo all’Eucaristia, ricordando l’Eucaristia da poco celebrata lo scorso Giovedì Santo, all’inizio del triduo pasquale. Quella Eucaristia ha rimandato più di altre alla memoria del Cenacolo, l’Ultima Cena e la prima Eucaristia di Gesù. In essa ci fu un protagonista - Gesù -, ma anche due estremi di partecipanti: da una parte i discepoli preparati e dall’altra Giuda. Così nella prima Eucaristia ci fu la prima comunione “santa” e la prima comunione “sacrilega” e peccaminosa: lo abbiamo mai notato?

Che la comunione di Giuda fosse peccaminosa e sacrilega va da sé e non esige altre spiegazioni. Che la comunione dei restanti discepoli fosse preceduta da una preparazione (peraltro estesa anche a Giuda) da parte di Cristo, lo si evince dal fatto che furono chiamati a seguire per alcuni anni il Maestro nella sua predicazione e fatti oggetto più di una volta di insegnamenti rivolti direttamente a loro. Ma risulta anche dalla lavanda dei piedi, a patto di comprenderla nella sua pienezza. Un certo numero di santi padri - e sant’Ambrogio ne è un testimone autorevole - per la lavanda dei piedi parlavano di “exemplum humilitatis” ma anche di “mysterium sanctificationis”.

Ora ciò che è presente e divulgato nella pastorale attuale è l’esempio di umiltà, cioè il servizio di Gesù e di riflesso dei futuri pastori della Chiesa e di tutti i cristiani. Ciò è vero ma non è tutta la verità. Gv 13,6-10 spiega che lasciarsi lavare i piedi da Gesù è condizione per aver parte con Lui; soprattutto parla di purezza, di purificazione, del fatto che non tutti i presenti sono puri. Per cui la lavanda dei piedi è anche da parte di Gesù un mistero di santificazione, con il quale purifica i discepoli in vista di prendere parte all’Eucaristia. Così una tradizione - oggi scarsamente divulgata nella pastorale spicciola - ha visto nella lavanda dei piedi la figura del Battesimo e delle successive purificazioni per accedere all’Eucaristia.

È determinante che già da parte di Gesù e già nella prima Eucaristia siano presenti la messa in guardia da una comunione sacrilega e il rifiuto di prendere la gente “così come è”, insieme all’offerta di un cammino di purificazione necessario per arrivare all’Eucaristia.

Perché non pensare tutto questo anche in relazione alla mentalità presente circa i rapporti affettivi tra uomo e donna dei quali abbiamo parlato e anche in relazione a tutto il resto del messaggio cristiano, compresa, in questa luce, la parte di verità di 1Cor 7,3, di san Gerolamo, di san Francesco di Sales ecc.?

La Chiesa deve certamente partire dalla gente così come è, ma non può ammetterla all’Eucaristia “così come è”, “così come pensa”, “così come vive”. La Chiesa portando all’Eucaristia non può limitarsi a lavare i piedi nel senso di servire il mondo (degli uomini) offrendo la salvezza, ma deve anche lavare i piedi nel senso di purificare il mondo da ciò che impedisce di arrivare alla Eucaristia.

         


Fraternamente CaterinaLD

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