DIFENDERE LA VERA FEDE
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La Chiesa non può dare la Comunione ai divorziati-risposati perché LI AMA (2)

Ultimo Aggiornamento: 11/06/2017 08.45
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20/04/2017 10.23
 
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Ultima Cena, Duccio di Boninsegna
 

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. È anche misericordia, avviando l'uomo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera. I limiti della partecipazione per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa.

di Padre Riccardo Barile OP



In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali che sono alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia e soprattutto del capitolo VIII (dedicato alle situazione irregolari). Oggi completiamo le riflessioni sull'Eucaristia (qui la prima puntata).

Ultima cena Juan de Juanes

La lavanda dei piedi da parte della Chiesa a tutti gli uomini per accedere all’Eucaristia avviene con il battesimo, con la predicazione della penitenza, con la proposizione della sana dottrina, ecc.: in pratica con una costante e corretta pastorale.

Ma con materna severità anzitutto la Chiesa vieta - ha sempre vietato - di accedere all’Eucaristia in peccato grave o mortale. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha scritto al riguardo: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ecc.» (n. 36). Sono parole pesanti che costringono la Chiesa di sempre a fare i conti con il Concilio di Trento su questo punto.

Il Concilio di Trento parla più volte dell’Eucaristia in relazione al peccato e con una dottrina molto ricca.

Anzitutto «la santità e la divinità di questo celeste sacramento» esigono di riceverlo con «una grande venerazione e santità» e i fedeli devono «accostarsi rivestiti dell’abito nuziale» (Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia dell’11.10.1551, capp. VII-VIII).

Considerando l’Eucaristia come cibo, questa è «l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno e preservati dai peccati mortali» (Ivi, cap. II). Le colpe di ogni giorno sono le imperfezioni e i peccati lievi, secondo una sentenza di sant’Agostino: «Si adatti alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono (Sic vita laudetur, ut venia postuletur)» (Sermone 19,2).

Considerando la condizione base per accedere all’Eucaristia, si esige un “esame di se stesso” (1Cor 11,28) perché «nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla santa Eucaristia senza avere premesso la confessione sacramentale» (Ivi, cap. VII). Si condanna che la sola fede sia «preparazione sufficiente» (Ivi, can. 11). Ad oggi il CCC 1385 ribadisce la medesima dottrina.

Considerando l’Eucaristia come sacrificio, in essa «è contenuto e immolato in modo cruento lo stesso Cristo» che si offrì sulla Croce. In questo senso la Messa è il “propiziatorio” dove possiamo trovare grazia (Eb 4,16) e attraverso il quale il Signore «concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi (crimina et peccata etiam ingentia dimittit)»(Dottrina e canoni su santissimo sacrificio della Messa del 17.9.1562, cap. II).

Abbiamo sempre iniziato con un “Considerando...” perché le affermazioni vivono nel contesto né è legittimo trasferirle altrove. Così, se è vero che l’Eucaristia rimette tutti i peccati anche gravi, ciò è detto in quanto è relativa al sacrificio di Cristo, mentre se si trasferisce la stessa affermazione alle condizioni per accedervi, si azzera il sacramento della Penitenza e si ammettono tutti alla comunione “così come sono”, mentre al riguardo il Concilio di Trento richiede la purificazione dal peccato grave. E questo trasferimento di contesti oggi talvolta lo si fa, con quali conseguenze ognuno lo può immaginare.

Per quali ragioni la Chiesa prescrive di non accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato mortale non confessato?

1. Perché all’Eucaristia si arriva dopo un cammino di conversione.

Dopo l’annunzio del Vangelo, se la risposta è positiva, chi ascolta «si sente chiamato ad abbandonare il peccato» (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti 10) e ad entrare poi nel catecumenato, un itinerario «che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costume» (Ivi, 18,2). Solo avvenuta questa conversione si sarà ammessi all’Eucaristia. Per cui nel tempo successivo «se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione» (Amoris Laetitia 297) e a maggior ragione non può partecipare all’Eucaristia. Solo per ridere: a seguito di questo testo di Amoris Laetitia certi preti e certi vescovi potrebbero celebrare la Messa?

Nell’antichità (sec. III) La Tradizione apostolica (Ippolito) ai capitoli 15-16 dà suggerimenti per accogliere o meno coloro che si presentano per essere fatti cristiani. I suggerimenti concernono l’esame delle condizioni di vita, dei mestieri più o meno leciti e delle situazioni matrimoniali in particolare: i mariti si accontentino delle mogli e viceversa, chi ha una concubina la sposi regolarmente altrimenti sia rimandato, siano rimandati prostitute e invertiti (meretrix vel homo luxuriosus). È chiaro che a questo punto non si pongono più problemi per l’Eucaristia, in quanto vengono risolti molto prima. È chiaro che è storicamente miope chiedere alla Chiesa di oggi di non mettere dei paletti a certi rapporti uomo/donna (e il resto!) in vista dell’Eucaristia: la Chiesa lo faceva già dal III secolo e forse prima in una società dove, come oggi, culturalmente “queste cose” non apparivano poi così gravi.

2. Perché l’Eucaristia è l’incontro santo con il Dio santo.

La già citata Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) è il più recente documento completo sull’Eucaristia, in cui san Giovanni Paolo II ne elenca le caratteristiche tenuto conto delle acquisizioni del passato e del presente. L’Eucaristia, con la proclamazione della Parola e sotto forma di convito rituale, «è il sacrificio della Croce che si perpetua dei secoli» e «questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti» (11-12). Con il sacrificio della Croce, l’Eucaristia rende presente «anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento» (14). Tutto ciò implica una «specialissima presenza» (15) vera, reale, sostanziale di Cristo, che «attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, ci comunica anche il suo Spirito» (17). E non bisogna dimenticare che l’Eucaristia, come e più del Padre nostro, ci pone in comunione con il Padre per Cristo e nello Spirito. Veramente l’Eucaristia è il nostro roveto ardente in cui incontriamo il Dio tre volte Santo tra gli angeli e i santi (Es 3,1-6; Is 6,1-7). Come non sentire l’esigenza di purificazione non solo dalle colpe quotidiane, ma prima ancora dal peccato grave?

3. Perché l’Eucaristia postula un retto rapporto tra ciò che essa è e ciò che noi siamo.

Rivolgendosi ai fedeli - la maggioranza analfabeti - sant’Agostino spiegava: «Se voi siete il Corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero, ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo” e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del Corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen» (Sermones 272).

San Tommaso d’Aquino tira le conseguenze implicite del discorso agostiniano: «Chiunque riceve questo sacramento, pone un atto che significa di essere unito a Cristo e alla sue membra (la Chiesa). Ma ciò avviene attraverso la fede viva, che nessuno possiede mentre è in peccato mortale. Dunque è chiaro che chiunque assume questo sacramento mentre è in peccato mortale, provoca una falsità nel sacramento stesso (falsitatem in hoc sacramento committit) e anche un sacrilegio» (III, q 80, a 4).

Due frasi oggi correnti sembrano far saltare tutto in aria. La prima è citata molto spesso: «L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47, citato in AL 351). È vero: nessuno ha diritto all’Eucaristia come premio. Va però notato che il peccatore «intraprende il cammino della penitenza mosso dalla grazia di Dio misericordioso / mosso dallo Spirito Santo» (Rito della Penitenza 5-6) e dunque sotto l’influsso della misericordia di Dio che lo conduce all’Eucaristia: questa penitenza è il “rimedio” e “l’alimento per i deboli”, da accogliere consapevolmente. In questo senso va intesa la frase e non come un lasciapassare.

La seconda frase è di sant’Ambrogio ed è riportata in nota nel passo citato di EG 47: «Devo riceverlo sempre (il pane eucaristico), perché sempre perdoni i miei peccati. Io, che sempre pecco, sempre devo avere la medicina» (De Sacramentis IV,6,28). A questa si potrebbe aggiungere: «Ogni volta che tu bevi (il sangue di Cristo) ricevi la remissione dei peccati e ti inebri dello Spirito» (Ivi, V,3,17). Queste affermazioni fanno saltare il Concilio di Trento e tutto il resto e aprono oggi l’Eucaristia a chiunque? Assolutamente parlando sì; se sono contestualizzate no. Sant’Ambrogio parla dell’Eucaristia in relazione al sacrificio di Cristo e non alle condizioni esatte per riceverla. Tant’è vero che raccomanda la recezione quotidiana del pane eucaristico, ma aggiunge immediatamente: «Vivi in modo tale da poterlo ricevere ogni giorno» (Ivi, V,4,25). E poi sant’Ambrogio sapeva benissimo che, a fronte di un adulterio, bisognava entrare in tempi prolungati di penitenza.

Come sempre, san Tommaso d’Aquino offre una distinzione che permette di ben interpretare questa e altre frasi: mentre «il battesimo e la penitenza sono medicine purgative che vengono date per togliere la febbre del peccato» l’Eucaristia è «una medicina confortativa, che non si deve dare se non a quanti sono già stati liberati dal peccato» (III, q 80, a 4, ad 2um).

Tirando le fila, l’opera di purificazione che la Chiesa deve compiere per avviare a una degna recezione dell’Eucaristia, compreso lo stabilire dei limiti precisi quanto al peccato grave, è abbastanza e in genere ostacolata per il venire meno del senso della santità dell’Eucaristia, della sua qualità di essere il “roveto ardente” che ci avvicina al Dio tre volte santo. Onestamente va precisato che tale venir meno non può addebitarsi all’Eucaristia stessa, ma alla pastorale che si pone in atto, a come si parla dell’Eucaristia, a come la si celebra ecc.

A un livello più concreto, c’è il pericolo di una selezione indebita dei peccati gravi o mortali. No l’Eucaristia agli scafisti, ai mafiosi, ai profanatori ecologici, ai guerrafondai ecc., ma non solleviamo troppi problemi sui rapporti uomo/donna a oltre.

Quest’ultimo “indebolimento” di gravità dipende senz’altro dalla troppa accoglienza del dato culturale odierno che ha tolto molta rilevanza morale al problema. Per contro la Tradizione apostolica testimonia che nell’antichità la Chiesa sapeva andare controcorrente bloccando l’itinerario battesimale/eucaristico a quanti non avevano in animo di risolvere situazioni che pure il comune modo di vivere non riteneva troppo gravi.

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. Verso l’uomo è anche misericordia, avviandolo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera.

Infine il lavoro di purificazione positiva per avviare all’Eucaristia e l’indicare i limiti della partecipazione, per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa. Sì, perché, come annota san Tommaso d’Aquino, «In questo sacramento è contenuto tutto il mistero della nostra salvezza» (III, q 83, a 4) e di conseguenza «l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses 4,18,5)» (CCC 1327).





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Si può accedere all'Eucarestia solo se purificati

di padre Riccardo Barile OP

Il Cenacolo, Beato Angelico

«(Voi mariti e mogli) non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera» (1Cor 7,3). A partire da qui, san Gerolamo († 420) - notoriamente un “patito” della verginità e della vedovanza, tanto che i suoi avversari lo accusavano di intrattenere più amicizie femminili che maschili (all’epoca era un’accusa; oggi potrebbe essere un complimento di... non essere quello che in idioma felsineo si definisce un “busone”!) - San Gerolamo, dicevo, a partire da qui prosegue: «Che cosa è più grande: pregare o ricevere il corpo di Cristo? Certamente ricevere il corpo di Cristo. Ma se ciò che è di meno (= pregare) è impedito dall’unione carnale, ciò che è di più (= ricevere il corpo di Cristo) ne sarà molto di più impedito» (Lettera 49,15 A Pammachio; cf anche Contro Gioviniano I,7). 

Mai sostenuta in documenti magisteriali di primaria importanza, l’idea e la conseguente prassi che l’accostarsi all’Eucaristia comportasse al meglio l’astensione dai rapporti coniugali in quel giorno o in un lasso di giorni precedenti, divenne un fiume carsico di notevole consistenza, ribadita anche in un lettera da un pastore mite come san Gregorio Magno († 604). Questo “consiglio” fu “anche” uno dei fattori che nella tarda antichità e nel Medioevo contribuì a diradare la pratica della comunione. Con molta attenuazione e con eleganza secentesca francese, anzi savoiarda, è presente ancora in san Francesco di Sales († 1622), che consiglia a una buona signora (e al di lei marito): «È cosa poco conveniente, benché non sia un grande peccato, chiedere la soddisfazione del debito coniugale nel giorno in cui si è fatta la comunione; ma non è sconveniente, anzi direi che è meritorio, renderlo» (Filotea II,20).

Certo che a leggere questi testi l’impressione è di trovarsi in un mondo e in una Chiesa alla rovescia rispetto alle problematiche attuali: altro che comunione ai divorziati risposati e ai conviventi! Ma di che cosa di trattava? Di Vangelo o di cultura?

Per rispondere è utile un salto al 1847. Giuseppe Verdi a Parigi rincontrò stabilmente la prima interprete femminile del Nabucco, Giuseppina Strepponi, ed iniziò con lei una relazione “coniugale” stabile trasferendosi a Busseto, dove però la coppia fu oggetto di critiche e disapprovazioni, soprattutto per la Strepponi, già madre a seguito di due libere relazioni. Tutto si attenuò un poco quando i due si sposarono il 20 agosto 1859 non a Busseto ma in una cittadina della Savoia. La valutazione negativa e scandalosa da dove nasceva? Dalla mentalità cattolica? Forse in gran parte, ma non totalmente.

Un secolo dopo, nel 1946 Nilde Iotti iniziò una relazione stabile con Palmiro Togliatti, regolarmente sposato e che dunque abbandonò la moglie. Il che non fu ben visto da una parte di quelli che allora contavano nel Partito comunista italiano. Ma non si può presupporre che le riserve partissero dalla fedeltà al Vangelo e alla dottrina della Chiesa: erano chiaramente riserve culturali o morali/culturali.

Pochi anni dopo, il 18 aprile 1963 a Milano nella clinica Mangiagalli nacque Massimiliano, figlio “naturale” di Mina e dell’attore Corrado Pani “sposato”. Qui le reazioni furono diverse: mentre alcuni giornali condannarono non la nascita ma la relazione che l’aveva originata e mentre la televisione di stato diradò la presenza di Mina sul piccolo schermo casalingo, una parte crescente di opinione pubblica dimostrò invece una benevola solidarietà e approvazione non dando rilevanza alla relazione “illecita”, tanto che Mina commenterà più tardi: «La gente non si è lasciata condizionare da questo fatto, l’ha superato». Ciò che non era capitato nei due esempi precedenti.

Oltre a Mina si potrebbero portare tanti altri esempi, comunque più o meno dagli anni ’60 cominciò a imporsi un movimento teso a sdoganare da vincoli morali e sociali il rapporto affettivo tra uomo e donna, lasciandolo esclusivamente alla loro scelta. Oggi questo processo è culminato tracimando da uomo/donna ed estendendosi anche a uomo/uomo, donna/donna, adulto/bambino e financo a uomo/animale.

Prima che un problema morale è un problema di cultura e quindi di percezione. La gente “media” percepisce una differenza più o meno giuridica tra chi è sposato in chiesa o in comune e chi non lo è, ma percepisce sempre meno la valenza morale di questi vincoli. Anche il buon fedele che viene in chiesa, se non è oggetto di una catechesi attenta e aggiornata, rischia di restare culturalmente indifferente a fronte dei diversi tipi di vincolo, che, sia nel linguaggio come nella prassi, sono legittimati senza discriminazioni di sorta. Questa è una novità pastorale che esige una precisa reazione al momento in cui la Chiesa incontra le persone.

Ma torniamo all’Eucaristia, ricordando l’Eucaristia da poco celebrata lo scorso Giovedì Santo, all’inizio del triduo pasquale. Quella Eucaristia ha rimandato più di altre alla memoria del Cenacolo, l’Ultima Cena e la prima Eucaristia di Gesù. In essa ci fu un protagonista - Gesù -, ma anche due estremi di partecipanti: da una parte i discepoli preparati e dall’altra Giuda. Così nella prima Eucaristia ci fu la prima comunione “santa” e la prima comunione “sacrilega” e peccaminosa: lo abbiamo mai notato?

Che la comunione di Giuda fosse peccaminosa e sacrilega va da sé e non esige altre spiegazioni. Che la comunione dei restanti discepoli fosse preceduta da una preparazione (peraltro estesa anche a Giuda) da parte di Cristo, lo si evince dal fatto che furono chiamati a seguire per alcuni anni il Maestro nella sua predicazione e fatti oggetto più di una volta di insegnamenti rivolti direttamente a loro. Ma risulta anche dalla lavanda dei piedi, a patto di comprenderla nella sua pienezza. Un certo numero di santi padri - e sant’Ambrogio ne è un testimone autorevole - per la lavanda dei piedi parlavano di “exemplum humilitatis” ma anche di “mysterium sanctificationis”.

Ora ciò che è presente e divulgato nella pastorale attuale è l’esempio di umiltà, cioè il servizio di Gesù e di riflesso dei futuri pastori della Chiesa e di tutti i cristiani. Ciò è vero ma non è tutta la verità. Gv 13,6-10 spiega che lasciarsi lavare i piedi da Gesù è condizione per aver parte con Lui; soprattutto parla di purezza, di purificazione, del fatto che non tutti i presenti sono puri. Per cui la lavanda dei piedi è anche da parte di Gesù un mistero di santificazione, con il quale purifica i discepoli in vista di prendere parte all’Eucaristia. Così una tradizione - oggi scarsamente divulgata nella pastorale spicciola - ha visto nella lavanda dei piedi la figura del Battesimo e delle successive purificazioni per accedere all’Eucaristia.

È determinante che già da parte di Gesù e già nella prima Eucaristia siano presenti la messa in guardia da una comunione sacrilega e il rifiuto di prendere la gente “così come è”, insieme all’offerta di un cammino di purificazione necessario per arrivare all’Eucaristia.

Perché non pensare tutto questo anche in relazione alla mentalità presente circa i rapporti affettivi tra uomo e donna dei quali abbiamo parlato e anche in relazione a tutto il resto del messaggio cristiano, compresa, in questa luce, la parte di verità di 1Cor 7,3, di san Gerolamo, di san Francesco di Sales ecc.?

La Chiesa deve certamente partire dalla gente così come è, ma non può ammetterla all’Eucaristia “così come è”, “così come pensa”, “così come vive”. La Chiesa portando all’Eucaristia non può limitarsi a lavare i piedi nel senso di servire il mondo (degli uomini) offrendo la salvezza, ma deve anche lavare i piedi nel senso di purificare il mondo da ciò che impedisce di arrivare alla Eucaristia.

         


AMORIS LAETITIA
Prete in confessionale
 

È possibile che in una situazione oggettiva di peccato si possa essere comunque in stato di grazia? È l'interrogativo che nasce dal numero 305 di Amoris Laetitia. Esaminando tutte le possibilità, esiste una sola, ristretta, possibilità, che in ogni caso non può che essere transitoria.

di padre Riccardo Barile OP

«A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato - che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno - si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (AL = Amoris laetitia 305).

AL 305 vanifica i discorsi sulla santità dell’Eucaristia e il criterio di quanti vi devono o non vi devono essere ammessi? Qualcuno lo sostiene, ma il discorso è più complesso.

NECESSARIE DISAMBIGUAZIONI

Facciamo il punto: di chi sta parlando AL 305? Parla di coppie non “regolarmente e cattolicamente” sposate - semplici conviventi, sposati solo civilmente, divorziati risposati ecc. -, con un periodo di convivenza che garantisca la serietà e l’impegno e magari con figli, coppie che praticano normali rapporti sessuali e che si sentono o possono essere veramente in grazia di Dio per via di fattori attenuanti. E che di conseguenza accedono all’Eucaristia.

La questione che si pone è: come fanno costoro ad essere a posto o a sentirsi tali? Le risposte possono essere molte, anche se quella accettabile sembra una sola:

1. O perché tra persone “libere” da vincoli matrimoniali è possibile l’attività sessuale sia subito, sia con maggiori ragioni dopo un periodo di convivenza. Ma questo non può stare in piedi ed è talmente ovvio che risparmio le citazioni magisteriali di supporto.

2. O perché, pur continuando a sussistere canonicamente un precedente matrimonio, dopo una nuova unione consolidata è possibile avere rapporti sessuali per tante ragioni, quali il “bene essere” della nuova unione o, più in radice, perché la morte dell’amore ha portato con sé anche la morte del precedente matrimonio. Ma questo non può stare in piedi: il matrimonio non può essere sciolto, i coniugi restano tali davanti a Dio e gli atti sessuali sono leciti solo all’interno del matrimonio valido (CCC 1614, 1640, 2382, 1649, 2390). A meno di entrare nella prospettiva di alcune Chiese ortodosse, le quali però prevedono un secondo matrimonio con dei testi liturgici da far morire di vergogna i nubendi: «Dona loro la conversione del pubblicano, le lacrime della cortigiana, la confessione del ladrone ... abbi pietà delle colpe dei tuoi servi, che non avendo sopportato la calura della giornata e la febbre della carne, vengono ad unirsi con un secondo legame matrimoniale».

3. Per ignoranza della norma o per una diminuita pienezza dell’atto volontario. Questa sembra l’unica via praticabile per interpretare cattolicamente AL 305.

CONOSCERE E NON CONOSCERE?

Prendiamo dunque in considerazione le attenuanti, che AL descrive tenendo conto della situazione attuale: «I limiti [di certe situazioni] non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma» e, «pur conoscendo bene la norma, un soggetto può avere grande difficoltà nel comprendere valori insiti nella norma morale» (AL 301). Altri condizionamenti nascono da violenza, timore, immaturità affettiva, angoscia, fattori psichici e sociali (cf AL 302, che cita a sua volta il CCC 1735 e altri documenti).

Mentre gli ultimi condizionamenti sono scontati, il discorso sull’ignoranza è relativamente nuovo: ci può essere ignoranza anche conoscendo la norma! Perché l’affermazione non risulti contraddittoria (conoscere e nello stesso tempo essere ignoranti), penso che bisogna distinguere tra la conoscenza di una affermazione e l’accettazione della sua autorevolezza. La quale autorevolezza viene minata o per lo meno diluita quanto più l’informazione è abbondante. La presenza di tantissime informazioni non “dall’altra sponda” ma dalla stessa comunità cristiana di appartenenza, fa sì che esse si relativizzino a vicenda e siano poste sullo stesso livello di elenco di notizie o di pareri. Da qui la difficoltà a comprendere i valori insisti nella norma morale (anche grazie alla spintarella di qualche teologo...); da qui una maggior facilità ad emettere un giudizio di coscienza difforme dalla norma soprattutto quanto si tratta di resistere alla seconda serie di condizionamenti quali immaturità, angoscia, modelli sociali ecc.: «Ma se uno (vescovo) dice così o un altro (vescovo) dice cosà, chi me lo fa fare a caricarmi della croce solo per seguire il parere di alcuni che non è condiviso da altri? E poi ho sentito dire che ci sono delle aperture da parte di papa Francesco...». Quante persone reagiscono così, condizionate dalle tante notizie, dalle immagini, dalla comunicazione informatica?

Anche se espresso in modo un po’ scanzonato, tutto questo porta a una conclusione seria: parecchia gente è così e seriamente la pastorale da qui deve partire.

Ma c’è un’altra conclusione altrettanto seria: così non dovrebbe essere, perché una buona frequentazione della comunità cristiana dovrebbe produrre un’altra situazione e non ci si può rassegnare ad accettare il dato di fatto.

COLORO CHE SI AUTOASSOLVONO

Sorge allora l’interrogativo: che fare per non trasformare in normale e abituale la situazione descritta in AL 305? La riposta è diversa a seconda di due gruppi di persone implicate:

- quanti, “irregolari”, in un modo o nell’altro si sentono “a posto” in forza di AL 305 e dunque hanno deciso di accedere all’Eucaristia senza più consultarsi con un sacerdote «o con laici che vivono dediti al Signore» (AL 312) (tra questi vanno annoverati anche quanti si sono consultati una volta con un prete, il quale ha detto loro che va bene così);

- quanti, “irregolari”, chiedono consiglio e instaurano un rapporto dialogico con un prete o con dei laici “dediti al Signore”.

Riservando a un successivo intervento alcune considerazioni sul secondo tipo di persone, consideriamo qui i primi, cioè persone che non possono essere “agganciate” direttamente in un dialogo pastorale.

Riguardo a questa tipologia, è anzitutto scorretto generalizzare, come se tutti o la maggior parte degli “irregolari” fossero nella situazione descritta in AL 305: ancora oggi c’è chi conosce in modo giusto la dottrina di Cristo e della Chiesa e, quando sbaglia, si ritiene peccatore! Anzi, si tratta di un piccolo gruppo, se consideriamo che AL 305 comporta la clausola «... che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno» e che il giudizio erroneo ma in buona fede della coscienza non lo si può presupporre «quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato» (GS 16). Se applichiamo questi due criteri, quanti restano presumibilmente in grazia pur «entro una situazione oggettiva di peccato» (AL 305)?

“LE COSE SANTE AI SANTI!”

In ogni caso, non potendo agganciare le singole persone, la Chiesa è tenuta a predicare l’ideale del matrimonio e questo va da sé. Ma più in profondità la Chiesa è tenuta a salvaguardare la santità dell’Eucaristia e il modo santo di accedervi.

San Giustino nel sec. II scriveva: «Questo cibo è chiamato da noi Eucaristia e a nessun altro è consentito parteciparne eccetto a colui che crede essere vere le cose insegnate da noi e a colui che si sarà bagnato nel lavacro per la remissione dei peccati e per la rigenerazione e che vive nel modo che Cristo ha insegnato» (Apologia I,66,1). È così scontato che molti “irregolari” vivano nel modo che Cristo ha insegnato?

Molte liturgie orientali prima della comunione prevedono l’ammonimento: «Ta àghia tois aghìois / Le cose sante ai santi». Ne è testimone già Cirillo di Gerusalemme al sec. IV nella Catechesi mistagogica V,19, il quale parla anche di “tremenda vittima” o “sacrificio terrificante” (V,9) presente nell’Eucaristia (nota bene: “dopo il concilio” la Catechesi è citata con compiacenza sul prendere la comunione in mano [V,21], ma ci si guarda bene dal citare V,9 sul “sacrificio terrificante”!). Certo, non si tratta di introdurre parole e riti estranei alla nostra liturgia latina, ma di parlare dell’Eucaristia “anche” in questo senso: accedere all’Eucaristia è accostarsi a un roveto ardente, a un sacrificio benevolmente tremendo, che richiede sempre un esame della nostra vita, della nostra situazione. E forse, accedendo con questa coscienza, si esaminerebbe meglio la propria vita e non sarebbe così facile dichiararsi in grazia di Dio pur entro una situazione oggettiva di peccato.

Ma infine può capitare che qualcuno sia realmente convinto di non trovarsi in peccato grave per via delle attenuanti, in primis l’ignoranza nella accezione contemporanea evocata prima. Ebbene, san Tommaso d’Aquino ritiene che se uno riceve l’Eucaristia «in peccato mortale senza averne coscienza e affetto» (questa frase sembra richiamare la clausola di AL 305), accostandosi all’Eucaristia «con devozione e riverenza, attraverso l’Eucaristia conseguirà la grazia della carità, la quale porterà a compimento la contrizione e la remissione del peccato» (III, q 79, a 3).

Cioè l’Eucaristia stessa porterà a far evolvere la situazione verso la verità della dottrina e della vita. Perché la situazione descritta in AL 305 è vera, ma non può che essere transitoria.

1. continua

 

 


[Modificato da Caterina63 08/06/2017 10.47]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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SAN PAOLO RISPONDE AI DUBIA E METTE IN CHIARO LA FONTE: «AGLI SPOSATI ORDINO, NON IO, MA IL SIGNORE...»

L'inciso "in caso di unione illeggitima" a proposito dell'indissolubilità del matrimonio non è una corbelleria bella e buona, ma è la giusta traduzione

Quesito

Caro Padre Angelo,
ti scrivo perché ogni tanto non capisco come mai la traduzione del Vangelo cambi. La ratio sarebbe per facilitare la lettura ed avvicinarla alla lingua parlata corrente, ma così non mi pare. Il Vangelo di questa sera parla del ripudio della moglie, che non deve essere esercitato per non esporre la moglie ad adulterio.
A parte che si parla sempre dell’indissolubilità del matrimonio e si omette il caso di porneia, che evidentemente richiederebbe il ripudio,  giustificato da Gesù stesso. 
In questo caso porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte. Tutto ciò viene sempre sorvolato e non ne ho mai sentito trattare da nessun sacerdote durante l’omelia. Capisco che si intenda glissare, perché altrimenti tutti i matrimoni decadrebbero all’istante, ma non mi sembra corretto alterare la scrittura in modo così marcato. 
Nel  foglietto che ho trovato in Chiesa questa sera si è tradotto porneia con unione illegale!!!!!! Ma questa è una corbelleria bella e buona, notare che subito dopo Gesù dice: dite si al si e no al no, tutto il resto viene dal maligno!
Perché non si dicono le cose come stanno? 
Perché non si dice la verità e la si nasconde con giravolte linguistiche?
Tutto ciò altro non fa che alimentare la tesi che la Chiesa abbia manipolato nei secoli la Parola di Gesù a suo uso e consumo. Che ne dici?
“Io invece vi dico che chiunque ripudia la propria donna (= moglie), ad eccezione del caso di fornicazione (in greco: porneia), fa sì che essa sia adultera e chi sposa una donna ripudiata, commette adulterio” (Mt 5,32). 
Eugenio


Risposta del sacerdote

Caro Eugenio,
1. secondo il Vangelo di Matteo Gcsù viene interrogato da alcuni Farisei sull'argomento
del matrimonio. 
I moralisti di quel tempo si dividevano in due scuole riguardo al divorzio.

Alcuni, che appartenevano alla scuola di Hillel, lo consideravano possibile per numerosi e
svariati motivi... 
A questi liberali si opponevano i discepoli di Shammai che lo permettevano
soltanto in caso di condotta immorale o di adulterio della moglie. 
I Farisei che interrogano
Gesù sembrano essere della scuola più rigorosa, quella di Shammai. 
Essi si scandalizzavano per il fatto che Gesù mangiasse con i pubblicani e i peccatori e anche perché nel suo insegnamento presentava una concezione meno rigorista della loro sul riposo del sabato.
Proprio per questo erano portati a pensare che Gesù si schierasse da parte dell’altra scuola.

2. Lo interrogarono dunque chiedendo: “È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” (Mt 19,3).
Gesù non si lascia prendere nel tranello facendo proprie le opinioni degli uni o degli altri, ma dà una risposta che esclude il divorzio: “Ora io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie - salvo il caso di
porneia - e ne sposa un'altra, commette adulterio” (Mt 19,9).

3. L'inciso di Matteo - salvo il caso di porneia - ha fatto pensare ad  alcuni che Gesù concedesse il divorzio in caso di adulterio e la possibilità per il coniuge leso di risposarsi. 
Ma se questo fosse stato il pensiero di Gesù, si sarebbe schierato dalla parte della scuola di Smammai, mentre chiaramente Gesù si pone al di sopra delle parti.
Inoltre i discepoli con la loro reazione: “Se tale è la
condizione dell'uomo verso la donna, non conviene sposarsi” (Mt 19,10), fanno intendere che hanno capito in senso assoluto l'insegnamento di Gesù, e non nel senso di Shammai perché altrimenti non si sarebbero stupiti.

4. Ma che cos’è questa porneia?
Certamente non si tratta di adulterio, perché in greco l’adulterio o il tradimento coniugale vengono indicato con un termine proprio: “moicheia”.
La traduzione della CEI del 1974 aveva tradotto: “eccetto in caso di concubinato”.
L’attuale (del 2008) traduce: “in caso di unione illegittima”.
L’attuale “in caso di unione illegittima” rende meglio l’idea e fa capire che si tratta di un falso matrimonio.
La traduzione precedente diceva “concubinato” e il concubinato non è un vero matrimonio, ma un falso matrimonio.
In sostanza dunque non cambia nulla. L’espressione “unione illegittima” è più intelligibile di quella di concubinato.

5. Per comprendere bene questo inciso è opportuno notare anche che né Marco né Luca ne fanno menzione e non danno alcuna possibilità di divorzio: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 19,11-12); oppure ancora: “Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16,18).

6. Va ricordato anche che sempre nel Vangelo di Matteo, nel contesto del discorso della montagna, Gesù esclude in ogni caso un secondo matrimonio per i divorziati: “Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di porneia (unione illegittima), la espone all'adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt
5, 32).
Questa dottrina è ripresa da san Paolo quando dice: “La donna sposata, infatti, per legge è legata al marito finché egli vive; ma se il marito muore, è liberata dalla legge che la lega al marito. Ella sarà dunque considerata adultera se passa a un altro uomo mentre il marito vive; ma se il marito muore ella è libera dalla legge, tanto che non è più adultera se passa a un altro uomo” (Rm 7,2-3) e “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito - e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito - e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11).

7. Da questi diversi testi emerge la seguente dottrina: 

1- il matrimonio è indissolubile; 
2- chi ripudia la moglie la espone a diventare adultera, e di ciò diviene colpevole; 
3- e se ne sposaun'altra commette adulterio; 
4- in caso di infedeltà della moglie, l'uomo dandole il libello del ripudio non l'esporrà all'adulterio, e quindi non ne sarà colpevole, poiché l'adulterio è già stato commesso, ma egli non potrà risposarsi, come neanche la moglie ripudiata, senza commettere adulterio.

8. Tu dici: “porneia è traducibile con fornicazione, per intendersi tradimento, atti sessuali con altro uomo o donna, che non sia il legittimo consorte”.
Dici bene, ma solo in parte. 
Si può tradurre, sì, con fornicazione. Ma che cos’è la fornicazione?
Per fornicazione s’intende il rapporto sessuale tra due persone che non sono sposate.
Il concubinato è uno stato di fornicazione permanente.
È un’unione, sì, ma è un’unione illegittima perché le persone non sono sposate.

9. Tu non commetti un errore quando scrivi: “porneia è traducibile con fornicazione”, ma lo commetti quando scrivi: “per intendersi tradimento”.
No, la fornicazione non è la stessa cosa che un tradimento. Il tradimento è nel genere dell’adulterio, è un venir meno alla fedeltà coniugale.

10. Allora se vuoi tradurre “fornicazione”, puoi farlo.
Ma devi intendere per fornicazione quello che questa parola significa, senza confonderla con l’adulterio.
La CEI avrebbe potuto tradurre “fornicazione”, ma subito tanti sarebbero caduti nell’errore in cui involontariamente sei caduto anche tu: di intenderla per adulterio.
“Fornicazione”, “unione illegittima”, “falso matrimonio”, “concubinato” si equivalgono.

Ecco, come vedi la Chiesa non manipola i testi sacri. Sa che sono parola di Dio. Come potrebbe permetterselo?
Ti ringrazio comunque del quesito che sarà servito per chiarire a molti le idee.
Ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo



 

Un sacerdote risponde

Un sacerdote ha amministrato la santa Cresima a una persona adulta, divorziata e sposata civilmente

Quesito

Caro Padre Angelo,
Sono un sacerdote e vorrei ringraziarla per il suo servizio a noi pastori, nel porre con chiarezza il deposito della Fede, così da poter illuminare le coscienze. Un sacerdote ha amministrato la santa Cresima a una persona adulta, divorziata e sposata civilmente. Certo della validità del Sacramento mi pongo qualche interrogativo circa la liceità dello stesso e della spirituale crescita del fedele. Il sacerdote "si giustifica" additando all'invito del Pontefice di usare misericordia (ormai ridotta a luogo comune), ma penso che sia fuorviante "appiccicare un bollo" senza coltivare una reale conversione interiore, attraverso un cammino mistagogico. Attendo un suo autorevole parere, in comunione di preghiera.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. i problemi coinvolti nell’amministrazione della cresima nel caso esposto sono due.
Il primo riguarda la sostanza: il sacramento della Confermazione viene dato per la testimonianza da rendere a Cristo.
Il secondo riguarda la validità del sacramento quando viene amministrato da un sacerdote senza il mandato del Vescovo.

2. Circa il primo problema: l’amministrazione della Cresima ad un adulto divorziato e sposato civilmente.
Se c’era pericolo di morte, allora il sacerdote doveva impartirgli la cresima, previa confessione e pentimento per la situazione vissuta.

3. Il nostro punto di partenza è costituito dalle parole di  Cristo: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10,11-12). 
Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica riprendendo le parole di Gesù menzionate nel Vangelo di Marco e afferma: “La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio
Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. (…).
La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza” (CCC 1650).

4. A proposito del divorzio il Catechismo afferma: “Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l’uno con l’altro fino alla morte. Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno. 
Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente” (CCC 2384).

5. Orbene: il Sacramento della Cresima viene dato per comunicare forza (ad robur) in ordine alla vita cristiana e alla testimonianza.
In passato si diceva che la Confermazione fa diventare soldati di Cristo. Oggi si preferisce un’altra espressione, ugualmente bella: impegna ad essere testimoni di Cristo.
Testimoni anche degli impegni assunti nel giorno del matrimonio, e cioè di essere segno visibile della fedeltà di Dio e di Cristo nei confronti della Chiesa nella buona e nella cattiva sorte.
Ora nel divorziato risposato quale testimonianza di fedeltà si può vedere nei confronti della propria moglie quando di fatto vive con un’altra?

6. Nel caso che mi hai esposto sarebbe stato meglio attendere e verificare attraverso il tribunale ecclesiastico la validità del matrimonio, in modo da regolarizzare successivamente l’attuale unione civile.
Secondo i nuovi criteri dati da Papa Francesco il tribunale ecclesiastico deve emettere la sentenza entro un anno. 
Sarebbe stato più opportuno fare tutto con ordine evitando di far pensare che tutto sommato la Cresima non serve a poco o a nulla, se viene conferita anche a chi di fatto vive in uno stato di contro testimonianza.

7. Rimane da risolvere ancora il problema della validità dell’amministrazione del sacramento.
Tu scrivi: “Certo della validità del Sacramento mi pongo qualche interrogativo circa la liceità dello stesso”.
Se il sacerdote che ha impartito la Cresima era stato autorizzato dal Vescovo  l’ha amministrata validamente e lecitamente.
Ma se non aveva ricevuto questa facoltà l’amministrazione è invalida.
Il Codice di diritto canonico dice: “Ministro ordinario della confermazione è il Vescovo; conferisce validamente questo sacramento anche il presbitero provvisto di questa facoltà in forza del diritto comune o per speciale concessione della competente autorità” (Can 882).
Da ciò (e anche da altri canoni) si arguisce che chi non è provvisto di questa facoltà non amministra validamente il sacramento e commette peccato di sacrilegio, a meno che il battezzato non sia in pericolo di vita.

8. Se il sacerdote in questione invece ha ricevuto la facoltà dal Vescovo significa – almeno in teoria - che si tratta di un caso particolare per cui si è giudicato opportuno conferirgli la cresima perché c’erano tutte le condizioni (stato di grazia, confessione, pentimento…) e non veniva pregiudicata la testimonianza cristiana.

Ti ringrazio per la fiducia. 
Auguro anche a te un fruttuoso ministero della vigna del Signore e ti assicuro la mia preghiera.
Padre Angelo



[Modificato da Caterina63 05/06/2017 09.11]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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AMORIS LAETITIA
 

Ci sono molte ambiguità attorno al termine discernimento, un concetto che viene usato per concedere l'Eucaristia a chi si trova in situazione irregolare. Ma non è questo il significato che viene dalle Scritture e dal Magistero. Ecco, passo per passo, come accompagnare e accogliere.

di Padre Riccardo Barile OP

«A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato - che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno - si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (AL = Amoris laetitia 305).

Sì, ma come si fa a sapere se io sono - noi siamo - in questa situazione? In un precedente intervento ho considerato il caso di chi decide da sé e si accosta all’Eucaristia. Adesso consideriamo il caso di chi viene a confrontarsi con un sacerdote o un laico che vive dedito al Signore (AL 312). La richiesta di un confronto è un atto di onestà e di maturità.

A questo punto entra in scena il discernimento, perché un confronto su AL 305 in concreto - o anche su altri punti - non potrà che essere un discernimento, metodo sponsorizzatissimo da AL e risalente alla formazione gesuitica dell’attuale Romano Pontefice.

In realtà il discernimento non è solo una roba da gesuiti, ma è testimoniato dalle Scritture. Per restare al NT, il discernimento è espresso con i termini di “dokimàzô”: mettere alla prova, nel senso di pesare, in italiano “soppesare” (Lc 12,56; Rm 2,18; 12,2; 1Cor 3,13; 11,28; Gal 6,4; Fil 1,10; 1Ts 5,21; 1Gv 4,1) e “diakrìnô”: “separare tra” e cioè saper distinguere perché si ha l’intelligenza di una cosa o di una situazione (Mt 16,3; 1Cor 6,5; 11,29.31; 12,10; 14,29; Eb 5,14). 

Purtroppo l’attuale Bibbia CEI rende i due termini con vocaboli molto diversificati - discernere, distinguere, esaminare, fare da arbitro, giudicare, interpretare, mettere alla prova, provare, vagliare, valutare -, per cui il lettore non sempre si accorge che si sta parlando di discernimento. Per il nostro discorso in particolare sono importanti tre citazioni: 1Cor 11,28-29.31, che parla di esaminarsi prima di accedere all’Eucaristia; Eb 5,14, secondo cui i cristiani maturi «hanno le facoltà esercitate a distinguere il bene dal male»; 1Cor 12,10, che ha l’espressione tecnica “discernimento degli spiriti”, visto però come un carisma donato a qualcuno e non come una... autocertificazione!

In sintesi, il Rito della Penitenza o Confessione (RP) spiega che «il discernimento degli spiriti è l’intima cognizione dell’opera di Dio nel cuore degli uomini: dono dello Spirito Santo e frutto della carità» (19).

Vediamo ora come in concreto può esercitarsi il discernimento su AL 305 e su tutta AL.

 

IL POSITIVO DEL DISCERNIMENTO

L’atteggiamento positivo di fondo si rinchiude in due parole: “accompagnare e accogliere”. Il RP 44 prevede che «il sacerdote procuri di adattarsi in tutto, sia nelle parole che nei consigli, alla condizione del penitente». Ciò suppone di valutare sinceramente, e non per strategia, quanto c’è di buono nell’interlocutore, anche in una “situazione oggettiva” di peccato. Suppone di adattarsi all’uso sociale che vede nell’interlocutore una persona normale e non un peccatore, per cui correzioni e superamenti saranno motivati dalla vita nuova in Cristo che rivela la vera dignità umana e non tanto da mettersi a posto socialmente. Suppone di evitare l’equivoco di una sottovalutazione degli atti coniugali che «devono essere rispettati (nell’originale latino “reverendi”) con grande stima» (GS 51) e che sono «onesti e degni» (GS 49): la loro messa in questione dipende unicamente da un matrimonio precedente che la Chiesa considera ancora in essere.

 

IL NEGATIVO DEL DISCERNIMENTO

La prima partenza negativa del discernimento è vedere la legge come una camicia di forza. Per la verità l’attuale Romano Pontefice in una intervista a Civiltà Cattolica (no.3918, del 19 settembre 2013, p. 452) disse di se stesso: «Io sono un indisciplinato nato, nato, nato». Ciò spiega un rapporto problematico con la legge ricorrente con abbondanza: un certo uso delle leggi le riduce a «pietre che si lanciano contro la vita delle persone» da parte di «cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa» (AL 305); c’è «una morale fredda da scrivania» che si contrappone a «un discernimento pastorale carico di amore misericordioso» (AL 312); bisogna «evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti» (AL 308), tant’è vero che alcuni si comportano come «controllori della grazia e non come facilitatori» (AL 310). 

Chi parte unicamente da qui non farà di certo un buon discernimento. Consideriamo invece che l’antica legge fu data direttamente da Dio (Es 12,1; 20,1.22; Lv 1,1; 20,8-21; Dt 5,5), compreso il divorzio che Gesù supererà (Dt 24,1-4; Mt 19,1ss.). Nel NT Gesù non è venuto ad abolire tutto questo ma a portarlo a compimento (Mt 5,17); Zaccaria ed Elisabetta osservavano tutte le leggi del Signore, Gesù è portato al tempio secondo la legge di Mosè, le donne il giorno dopo la morte di Gesù osservarono il riposo come era prescritto (Lc 1,6; 2,22ss.; 23,56). Dunque la legge è un modello che mette in moto energie positive e... lo afferma anche AL 295: «La legge è dono di Dio che indica la strada, dono per tutti senza eccezioni, che si può vivere con la forza della grazia». Dunque per un buon discernimento sul matrimonio e sulle situazioni difficili, scegliamo il meglio e partiamo da AL 295.

La seconda partenza negativa è di invocare un discernimento nello Spirito Santo oltre la legge. In realtà sant’Ignazio di Loyola († 1556) spiega che esistono «tre tipi di pensieri, cioè un mio proprio che deriva unicamente dalla mia libertà e volontà, e altri due che provengono dall’esterno, uno dallo spirito buono e l’altro dal cattivo» (Esercizi spirituali, I Settimana, n. 32). Dunque il discernimento si fa proprio per verificare se una certa situazione è ispirata dallo Spirito Santo, dall’uomo o dal demonio (ne ha scritto bene G. Scalese sul sito Querculanus del 18 aprile 2017).

La terza partenza negativa è di valutare impossibile la castità in un coppia “irregolare”. La convivenza di coppia senza rapporti sessuali in vista di poter accedere alla mensa eucaristica - soluzione di Familiaris consortio 84 e CCC 1650 - è stata definita da un noto teologo italiano una soluzione... buona solo per i teologi. Chi parte da qui farà un discernimento che non avrà il coraggio di proporre una soluzione ritenuta quasi ridicola e arriverà per forza ad approvare i rapporti sessuali in una coppia irregolare. Bisogna invece partire dalla fiducia che Dio possa dare questo dono. In fondo AL 325 si conclude con una preghiera alla Santa Famiglia - Gesù, Maria e Giuseppe -, una famiglia vera ma al cui interno nessuno dei tre... “faceva sesso” e questo riferimento esemplare non dice forse che anche oggi la castità è possibile - anche se forse rara - come dono di Dio e buon proposito umano?

IL LAVORO CRITICO DEL DISCERNIMENTO

In primo luogo bisogna prendere coscienza che siamo in una situazione non normale, come dal titolo del capitolo ottavo: “Accompagnare, Discernere e Integrare la Fragilità”. Di fragilità si tratta, di percorsi tortuosi, di rotture ecc., per cui, volendo sanare “questa” situazione senza separazioni, la soluzione non potrà in ogni caso essere un ritorno alla normalità come se “questo” fosse un vero matrimonio.

Come secondo passo non ci si può accontentare della coscienza di chi si ha di fronte. I presbiteri devono «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento», che però «non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa» (AL 300). Di conseguenza gli interlocutori «non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri», ma riceveranno in ogni caso una luce «che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale» (AL 312).

Come terzo passo bisogna istruire e proporre. Il CCC 1793 fa notare che, anche in caso di coscienza non colpevolmente erronea, il male commesso «resta un male, una privazione, un disordine. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori». Soprattutto in confessione, il ministro di Dio deve formulare un «giudizio spirituale» (RP 6,b), «accogliere il peccatore» e «guidarlo alla luce della verità» (RP 10,c) e «lo istruisca, qualora ce ne fosse bisogno, sui doveri della vita cristiana» (RP 18). Nel nostro caso si tratta di «proporre l’ideale pieno del matrimonio», al quale la Chiesa «in nessun modo deve rinunciare» (AL 307) e l’ideale pieno della continenza nei casi “irregolari” secondo la soluzione di Familiaris consortio 84 e CCC 1650, sino ad ora mai formalmente ritrattata dal magistero.

Alcune volte si tratterà anche di verificare se, alla luce dei condizionamenti e del nuovo senso dell’ignoranza, il precedente matrimonio fu veramente tale e di avviare verso il riconoscimento canonico di nullità.

 

IL FONDO DELL’IMBUTO O L’ULTIMO ATTO DEL DISCERNIMENTO

Se il discernimento è ben fatto - e normalmente prevede più di un colloquio e molta preghiera e anche una certa dose di sofferenza - la «situazione oggettiva di peccato» (AL 305) sarà ben conosciuta e i condizionamenti perderanno la loro forza.

Non sempre però segue che l’interlocutore sia disposto ad adeguarsi in tutto alla norma della Chiesa, per cui «il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti», che possono essere «un piccolo passo» (AL 305) nel senso di «ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio» (AL 303). Questo “piccolo passo” può comportare un miglioramento di vita, che non prevede l’astensione dai rapporti sessuali, ma che comporta in ogni caso il ricevere «l’aiuto della Chiesa», che «in certi casi, potrebbe anche essere l’aiuto dei Sacramenti» (AL 305, nota 351).

A questo punto, chi conduce il discernimento con l’autorevolezza della Chiesa, si trova di fatto a un bivio: o discernere che i condizionamenti da una parte e la “mens” del Romano Pontefice Francesco dall’altra sono tali da consigliare di fare la comunione, o restare alla soluzione di Familiaris consortio 84 e CCC 1650.

La soluzione di “aprire” alla mensa eucaristica blocca la situazione e non rispetta il discernimento che «è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni, che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno» (AL 303); inoltre, per essere sicura, avrebbe bisogno di testi che esplicitamente e inequivocabilmente abrogano la disciplina precedente, testi che non figurano in nessuna parte di AL.

La soluzione di frequentare l’Eucaristia ma astenendosi dalla mensa eucaristica pone l’interlocutore nella certezza della verità. Lo pone anche in un itinerario dinamico ed è consona alla lettera di AL 305: partecipare all’Eucaristia senza fare la comunione non è un ricevere l’aiuto dei Sacramenti, sia pure non in modo pieno?

Certo non bisogna nascondersi dietro un dito: il testo di AL 305 non è chiarissimo e un discernimento in senso più “tradizionale” comporta contraddizioni e sofferenze: ma questa è la Chiesa di oggi da vivere e da amare.

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La purezza di cuore (Mt 5,8) esige di accordare «la propria intelligenza e la propria volontà alla santità di Dio, in tre ambiti soprattutto: la carità (1Tm 4,3-9; 2Tm 2,22), la castità o rettitudine sessuale (1Ts 4,7; Col 3,5; Ef 4,19), l’amore della verità e l’ortodossia della fede (Tt 1,15; 1Tm 1,3-4; 2Tm 2,23-26). C’è un legame tra la purezza del cuore, del corpo e della fede» (CCC 2518).

È nell’orizzonte di questo testo sapienziale del CCC che si è scritto quanto sopra. Non per polemizzare con qualcuno, ma per far risplendere a tutti la via della pace e della gioia nella verità.

2. Fine (qui il precedente intervento)

   

Comunione






  EDITORIALE
Il Papa con i vescovi polacchi
 

La Conferenza episcopale polacca ha dichiarato che l’insegnamento della Chiesa per ciò che riguarda le persone che vivono in situazioni di coppie non sacramentali “non è cambiato” dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia. E' la prima conferenza episcopale a dichiarare unitariamente che continuerà a seguire l’insegnamento tradizionale della Chiesa.

di Marco Tosatti

Il 7 giugno la Conferenza episcopale polacca ha chiuso i lavori della sua assemblea generale a Zakopane, sui monti Tatra. E secondo quanto ha dichiarato a Katholish.de il portavoce dei vescovi polacchi, Pawel Rytel-Andrianik, i presuli hanno constatato che l’insegnamento della Chiesa per ciò che riguarda le persone che vivono in situazioni di coppie non sacramentali “non è cambiato” dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

Una dichiarazione pubblica spiega che i cattolici che si trovano in quel tipo di situazioni dovrebbero essere guidati “Verso una vera conversione e a una riconciliazione con il loro coniuge e i figli di quell’unione”. I vescovi si riferivano esplicitamente all’esortazione post-sinodale di Giovanni Paolo II “Familiaris Consortio”, che permette di avvicinarsi ai sacramenti solo se i divorziati-risposati civilmente vivono una relazione come fratello e sorella.

I vescovi polacchi hanno inoltre annunciato che discuteranno in autunno, durante la prossima assemblea generale, le linee guida realtive alla cura pastorale delle persone che vivono in situazioni di coppia “non sacramentali”, e la loro integrazione nella vita della Chiesa. Le nuove linee guida spiegheranno in concreto come dovrà essere svolto l’accompagnamento dei divorziati-risposati.

Questa presa di posizione ufficiale, dopo quelle di segno contrario delle conferenze episcopali della Germania e del Belgio, rende sempre più evidente lo stato di confusione provocato dall’ambiguità delle norme – e soprattutto delle note a piè di pagina – dell’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. Dalla sua pubblicazione si assiste a interpretazioni opposte di cardinali, vescovi,e  conferenze episcopali, mentre la richiesta di chiarimenti rivolta al Pontefice non solo dai cardinali con i “Dubia”, ma da laici, vescovi e studiosi con lettere aperte e petizioni rimane ancora inevasa.

Era prevedibile per altro che la Conferenza episcopale polacca si esprimesse in questa direzione. Già nel novembre scorso mons. Jan Watroba, Presidente del Consiglio per la Famiglia dei vescovi polacchi, aveva dichiarato: “E’ un vero peccato che non esista un’interpretazione unica e un messaggio chiaro del documento, e che si debbano aggiungere interpretazioni a un documento apostolico. Personalmente preferivo documenti come quelli che Giovanni Paolo II scriveva, dove commenti aggiuntivi o interpretazioni relative all’insegnamento di Pietro non erano necessari”. In precedenza il vescovo ausiliario di Lublino Józef Wróbel aveva espresso il suo appoggio ai Dubia. I cardinali “Hanno fatto bene e hanno esercitato correttamente quello che prevede la legge canonica. Credo che sia non solo un diritto, ma anche un dovere. Sarebbe stato giusto rispondere alle loro osservazioni”.

E aveva aggiunto: “Non potevi dare la comunione prima, e non è possibile ora. La dottrina della Chiesa non è soggetta a cambiamenti, altrimenti non si tratta più della Chiesa di Cristo fondata sul Vangelo e sulla Tradizione. Nessuno ha il diritto di modificare la dottrina, perché nessuno è padrone della Chiesa”.

Anche il presidente della conferenza episcopale polacca, mons. Gadecki, nel luglio del 2016 secondo il Tablet aveva negato la possibilità di dare l’Eucarestia ai divorziati risposati. La conferenza episcopale polacca è la prima conferenza episcopale a dichiarare unitariamente che continuerà a seguire l’insegnamento tradizionale della Chiesa sul matrimonio e i sacramenti. In precedenza si erano avute conferenze episcopali regionali, a prendere posizione in merito, e un appello dei vescovi del Kazakhstan al Papa affinché confermasse la prassi immodificabile della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio. Altri vescovi in tutto il mondo hanno preso posizione in difesa della dottrina del matrimonio della Chiesa così come è stata enunciata e praticata fino ad “Amoris Laetitia”.





[Modificato da Caterina63 11/06/2017 08.45]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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