DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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La prima volta dei Laici in Convegno per chiedere chiarezza al Pontefice

Ultimo Aggiornamento: 05/05/2017 15.06
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23/04/2017 21.12
 
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Il direttore Cascioli con gli ospiti del pomeriggio

Il successo del convegno internazionale al Columbus promosso in Vaticano da Bussola e Timone "A un anno da Amoris Laetitia, fare chiarezza". Giornalisti, esperti, curiosi, semplici fedeli. Laici da tutto il mondo per la prima volta escono allo scoperto nel dibattito post sinodale con franchezza e amore per la Chiesa.

-LIMINSKI: L'INDISSOLUBILITA' CONVIENE ALLA SOCIETA'

-COLLIN: NON E' QUESTO IL DISCERNIMENTO DI S.IGNAZIO

-FARROW: ALLE RADICI DELLA CRISI ATTUALE

-SILVAS: AMORIS LAETITIA, AMBIGUITA' VOLUTA

-MESSINA: IL CASO AFRICANO

-PIERANTONI: MAGISTERO E TRADIZIONE: MAI SEPARATI

di Lorenzo Bertocchi

«Non siamo qui per una battaglia ideologica», ha detto il direttore Riccardo Cascioli, «ma perchè ci sentiamo chiamati a una responsabilità». Con questa affermazione si è chiuso ieri il convegno “A un anno da Amoris laetitia. Fare chiarezza”, tenutosi in una sala dell'Hotel Columbus a due passi da piazza S. Pietro organizzato e promosso da La Nuova BQ e il Timone.

Un convegno convocato da laici, con relatori laici da tutto il mondo. Molti i giornalisti presenti, ricordiamo solo alcune grandi firme del vaticanismo italiano come Sandro Magister, Luigi Accattoli, Giuseppe Rusconi e Aldo Maria Valli. Tra gli stranieri Edward Pentin del National Catholic Register. Circa 200 le persone che hanno seguito i lavori di una giornata intensa.

Proprio il ruolo dei laici è la sottolineatura più rilevante dell'evento all'hotel Columbus, come ha giustamente notato Valli in un suo articolo prima del convegno e pubblicato sul suo blog.

«Ben di rado», ha scritto, «si vedono laici cattolici riuniti da soli, senza la guida di un cardinale, un vescovo, un monsignore o almeno un semplice prete, per discutere di questioni che riguardano in prima istanza i contenuti fondamentali della fede. E ancora più raro è vedere laici che decidono di uscire allo scoperto per rivolgersi ai pastori con un ammonimento che suona così: “Scusate tanto, ma guardate che secondo noi in ciò che avete prodotto c’è qualcosa che non funziona e che può diventare pericoloso non solo e non tanto in senso astratto, ma proprio per la salvezza delle anime”».

La relatrice Anna Silvas, professoressa universitaria australiana, nel suo intervento ha scomodato la grande saga di Tolkien per ricordare che i laici sono come gli hobbit della Terra di mezzo. «Poco potenti, ma con un ruolo fondamentale nella battaglia per il trionfo del bene». Proprio il direttore Cascioli ha ricordato nell'introduzione quali sono gli elementi di preoccupazione che hanno animato l'organizzazione del convegno. «Nella diatriba su Amoris Laetitia è implicato il significato di ben tre Sacramenti: matrimonio, penitenza e soprattutto l’Eucarestia. Abbiamo conferenze episcopali, singoli vescovi, sacerdoti che sui temi più delicati danno interpretazioni e indicazioni anche opposte. Siamo all’assurdo che, tanto per fare un esempio, le indicazioni ai fedeli sull’accesso ai Sacramenti cambiano non solo da paese a paese, ma anche da diocesi a diocesi e da parrocchia a parrocchia». Di qui la richiesta di chiarezza che prende le mosse dai cinque dubia che quattro cardinali hanno rivolto al Papa affinché sciolga i nodi su temi fondamentali che riguardano la dottrina morale cattolica e la prassi pastorale che ne consegue.

I relatori intervenuti, ha spiegato Cascioli, «provengono da culture diverse, da esperienze ecclesiali diverse, esprimono anche sensibilità diverse e anche il modo di affrontare la situazione attuale non è identico. Ma in comune tutti noi abbiamo la percezione della gravità della crisi della Chiesa e il desiderio di giocare la nostra responsabilità personale fino in fondo per contribuire al bene della Chiesa stessa, fino a richiamare i pastori al loro dovere».

I lavori si sono aperti con l'intervento di Jurgen Liminski, direttore dell'Institute for Demography, Welfare and Family (Germania), che ha sottolineato il valore sociale dell'indissolubilità del matrimonio. «Il matrimonio durevole», ha detto, «garantisce un clima di fiducia nei legami affettivi e la fiducia è un cemento della società. Per questo le relazioni stabili e non liquide sono un capitale culturale utile alla società e anche all'economia».

Molto articolata la relazione di Douglas Farrow, docente di filosofia cristiana a Montreal. Ha ricordato un certo «rischio gnostico che c'è nel dividere un Dio giudice da un Dio misericordioso. E la sfida per la Chiesa di oggi è quella di alzare gli occhi a un Dio che non ha bisogno di attenuare la giustizia per dare misericordia». Se la tradizione «non può contraddire sé stessa, il paragrafo 303 di Amoris laetitia pone il problema di come si intende la coscienza rispetto a quanto insegna il paragrafo n° 56 dell'enciclica di san Giovanni Paolo II Veritatis splendor».

Anche la relazione del filosofo parigino Thibaud Collin ha osservato che questo tema del rapporto tra coscienza e legge naturale, tra ordine oggettivo e responsabilità soggettiva, è al cuore dei cinque dubia che i cardinali hanno rivolto al pontefice. «La legge di Dio», ha detto Collin, «non può diventare un elemento tra gli altri, da ponderare in base alle situazioni». La relazione di Collin, molto approfondita, sarà pubblicata integralmente in italiano nei prossimi giorni, insieme a quelle di tutti gli altri relatori. Il francese ha anche affrontato la questione del possibile sviluppo che Amoris laetitia avrebbe apportato nella continuità di Familiaris consortio e Veritatis splendor, rilevando una serie di incongruenze affatto risolte.

La Silvas aveva anche accennato ad un certo spirito della modernità che sembra essere inseguito da molti pastori, come per «ottenere facili approvazioni», sembra, ha detto, «aleggiare uno spirito hegeliano, lo spirito profondo della modernità». Ha concluso il suo intervento dicendo che finché i dubia dei quattro cardinali non troveranno risposta «sarà difficile evitare la confusione delle interpretazioni, perchè il testo di Amoris laetitia, oggettivamente, lascia aperture evidenti». Tra l'altro ha ricordato lo strano caso della nota 329 al testo di Amoris laetitia, «richiama Guadium et spes in un passo che riguarda gli sposi, ma lo applica a coppie che sposi non sono. Perchè?».

Il professor Claudio Pierantoni, Cile, ha specificato che, in un certo senso, i dubia sono inediti, perchè «chiedono qualcosa su cui il magistero si era già più volte chiaramente espresso». In Amoris laetitia, secondo Pierantoni, «l'indissolubilità del matrimonio viene affermata, poi vi sono rinnovamenti nella prassi che la contraddicono».

Il contributo di Jean Paul Messina, professore camerunense, si è concentrato soprattutto sul problema della poligamia che in Africa è un vero e proprio rischio per il Vangelo della famiglia e del matrimonio cristiano.

 «Questo convegno», ha ribadito Cascioli, «non è un atto di rivolta contro il Papa, né intende porre ultimatum né ha intenzioni scismatiche. Le critiche a certi passi – contenuti specie nel capitolo VIII – dell’Amoris laetitia, nonché a certe interpretazioni da parte di conferenze episcopali come quelle tedesca e maltese e di singoli cardinali, vescovi, religiosi, sono semplicemente una testimonianza di chiarezza». 

LE RELAZIONI saranno disponibili in italiano nei prossimi giorni, ed anche noi qui aggiorneremo la pagina

-LIMINSKI: L'INDISSOLUBILITA' CONVIENE ALLA SOCIETA'

-COLLIN: NON E' QUESTO IL DISCERNIMENTO DI S.IGNAZIO

-FARROW: ALLE RADICI DELLA CRISI ATTUALE

-SILVAS: AMORIS LAETITIA, AMBIGUITA' VOLUTA

-MESSINA: IL CASO AFRICANO

-PIERANTONI: MAGISTERO E TRADIZIONE: MAI SEPARATI






In attesa dei testi in italiano, ricordiamo l'articolo precedente che spiega le motivazioni del Convegno:

IL CONVEGNO DELLA BUSSOLA
 Il libro
 

Era tutto già scritto. Alcune interpretazioni del capitolo VIII di Amoris laetitia riprendono vecchie teorie. Lo dimostra un libro scritto della San Paolo nel 2005 dai cardinali Kasper e Martini. In punta di penna si sono battute linee precise su liturgia, ecumenismo, morale.

di Lorenzo Bertocchi

«Era tutto già scritto», dice il teologo che da anni insegna in importanti atenei, «in fondo Amoris laetitia riprende vecchie teorie che fin dagli anni settanta hanno i loro sponsor tra teologi e pastori». Nel frattempo porge un libro da sfogliare. Il titolo è importante: Fedeltà e rinnovamento. Il Concilio Vaticano II 40 anni dopo, a cura di monsignor Bruno Forte e un parterre de rois imponente di co-autori. Lo edita San Paolo nel 2005, poco dopo l’elezione di Joseph Ratzinger a pontefice.

Ci sono i defunti cardinali Loris Capovilla, già segretario di san Giovanni XXIII, e Carlo Maria Martini, “Ante-papa” per sua definizione; l’ex cerimoniere liturgico di Giovanni Paolo II, monsignor Piero Marini; infine, il cardinale Walter Kasper, allora presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Un gruppo significativo di pastori e teologi che, senza troppa fantasia, si potrebbe definire come una dependance di quel “Gruppo di San Gallo”, composto da eminentissimi cardinali del centro nord europa, che si ritrovava nella cittadina svizzera a meditare e fare squadra rispetto alla riforma della Chiesa. E’ un segreto di Pulcinella rivelare che i cardinali Walter Kasper, Karl Lehmann, Achille Silvestrini, Basil Hume, Cormac Murphy-O'Connor, Godfried Danneels e Carlo Maria Martini si ritrovassero a San Gallo, e non è un segreto neppure dire che non avessero particolare sintonia con il papa polacco e il suo prefetto dell’ex Sant’Ufficio.

La svolta nella dottrina morale della Chiesa, intesa anche nella sua applicazione pastorale, da realizzarsi sulle ali di un certo “spirito del Concilio” si manifestò con particolare evidenza dopo l’enciclica del beato Paolo VI, Humanae vitae (1968), che ribadiva l’insegnamento tradizionale sulla contraccezione e sull’amore umano. Il pontificato di Giovanni Paolo II, e poi quello di Bendetto XVI, agli occhi di molti rappresentavano un freno alle istanze di una “nuova” Chiesa. C’è stato chi non si è dato per vinto e ha occupato con imponenza la parte “culturale” della chiesa. Libri, cattedre, riviste, seminari, salotti, venivano ben presidiati da chi voleva andare anche oltre la lettera del concilio. In punta di penna, in modo raffinato, si sono battute linee precise sulla liturgia, l’ecumenismo, la morale, indipendentemente dal fatto che da Paolo VI in poi i papi si premurassero di avvertire che non si doveva fare a pezzi tutto ciò che era prima.

Sfogliando il libro pubblicato nel 2005 ci si rende facilmente conto di quale passione animasse chi voleva andare comunque oltre. Il cardinale Kasper in quel libro riflette sulla costituzione pastorale Gaudium et spes che il Concilio dedicò, non senza travaglio, ad un rinnovato rapporto tra Chiesa e mondo moderno. E’ tutto nuovo, scrive il cardinale tedesco, ciò che promana da quel testo, non solo nuovi temi (scienza, cultura, famiglia, matrimonio, pace, guerra), ma soprattutto «nuovo è il modo in cui il documento li affronta: un atteggiamento dialogico».

La Chiesa, spiega Kasper, «non offre più con toni apocalittici che tutto nel mondo è male, quasi opera del maligno; piuttosto sa riconoscere anche ciò che esiste di positivo». Questa attenzione si rivolge alle situazioni della «vita vissuta concreta» e comporta proprio l’essenza della pastoralità intesa come il calare della dottrina nelle situazioni. «La Chiesa», scandisce il cardinale, «non ha nessuna competenza dottrinale che le permette di formulare un giudizio definitivo sulle situazioni concrete». La sua attenzione quindi si rivolge al tema della coscienza, ravvisando, a suo giudizio, che il Concilio aveva lasciato aperte le porte per una ulteriore riflessione sulle situazioni di «oscuramento e accecamento» oltre la condizione di “invincibile ignoranza”.

Nonostante l’enciclica Veritatis splendor (1993), che ribadiva molto chiaramente l’esistenza dei cosiddetti “assoluti morali”, secondo Kasper, «rimangono tuttavia dei punti da chiarire e approfondire» sul tema della coscienza e della legge morale naturale. A questo punto l’esempio che viene proposto dal cardinale nel libro del 2005 è rivelatore, e spiega perché si può dire: «era tutto già scritto».

Qual è l’ambito su cui occorre portare avanti le linee che Kasper intravede in Gaudium et spes? Nel «rapporto tra ordine oggettivo e ordine soggettivo, tra norma oggettiva e situazione concreta e soprattutto cosa significhi concretamente questa legge naturale in una situazione di enormi mutamenti culturali e sociali». A questo punto basta rileggere la relazione Kasper al concistoro 2014, quello che ha dato avvio alla riflessione del doppio sinodo sulla famiglia, oppure le interpretazioni del capitolo VIII di Amoris laetitia fornite, ad esempio, dal cardinale Francesco Coccopalmerio o dal professor Rocco Buttiglione, per rendersi conto del fatto che “era tutto già scritto”.

L’articolazione tra ordine oggettivo e responsabilità soggettiva è al cuore delle aperture per l’accesso ai Sacramenti dei divorziati risposati anche conviventi more uxorio. Ossia un caso che appare rientrare a tutti gli effetti nell’adulterio, e quindi tra quegli intrinsece mala da non commettere mai come indica appunto l’enciclica Veritatis splendor.

Nel 2005, anno di pubblicazione del libro collettaneo curato dal teologo Forte, erano passati dodici anni dalla pubblicazione di quell’enciclica su “alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa”, e viene spontaneo domandarsi quale docile accoglienza avesse veramente ricevuto da parte dei pastori. Non solo. Nell’anno 1993, cioè lo stesso anno di Veritatis splendor, tre vescovi tedeschi, lo stesso Kasper, Karl Lehmann e Oskar Saier, pubblicarono una lettera pastorale che apriva all’accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati. Lettera che trovò risposta ferma nel 1994 con un documento della Congregazione della Dottrina della fede, a firma Joseph Ratzinger, che ribadiva espressamente l’insegnamento e la prassi già prevista dalla Chiesa con l’esortazione Familiaris consortio n°84.

Eppure dodici anni dopo Veritatis splendor, e undici dopo la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Kasper scriveva che il Concilio era solo «l’inizio di un cammino, ma non ne rappresenta già la fine». E così arriviamo ai giorni nostri, dove alcuni interpretano Amoris laetitia dicendo che, in certi casi, anche due divorziati risposati conviventi more uxorio possono accedere all’Eucaristia. Ma se esistono assoluti morali la cui trasgressione non può mai permettere di raggiungere il bene, come è possibile che gli atti coniugali di un uomo e una donna che sposi non sono, possa in qualche modo rappresentare un eccezione all’adulterio?

I quattro cardinali che hanno posto i “Dubia” al Papa sull’interpretazione di Amoris laetitia, al quinto dubbio si pongono, in effetti, questa domanda: «Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?»

La domanda è di assoluto interesse. Anche perché se in Amoris laetitia c’è un nuovo paradigma morale per l’articolazione tra ordine oggettivo e ordine soggettivo che comporta eccezioni all’adulterio, un domani su cosa si eserciterà la prossima eccezione?



 

[Modificato da Caterina63 23/04/2017 21.16]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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VERSO IL CONVEGNO
Karl Rahner
 

Rahner è stato di fatto presente al Sinodo sulla famiglia. E' la tesi sostenuta dall'ultimo libro di Stefano Fontana La Nuova Chiesa di Rahner. Un'analisi dei semi del pensiero di Rahner nel dibattito sinodale. Che intaccano profondamente Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II. Il punto principale della presenza della "teologia" rahneriana riguarda l’accesso alla comunione dei divorziati risposati. 

di Stefano Fontana

I temi che verranno affrontati nel corso del Convegno internazionale organizzato da La Nuova BQ e Il Timone in programma domani hanno la loro origine nel Sinodo sulla famiglia del 2015. Per questo motivo pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un capitolo del libro scritto da Stefano Fontana in uscita in questi giorni La Nuova Chiesa di Karl Rahner edito da Fede e cultura.

Durante il lungo periodo sinodale sulla famiglia caratterizzato dal Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e da quello ordinario dell’ottobre 2015 si sono potuti verificare molti elementi derivati da una impostazione rahneriana delle cose. Rahner, in altre parole, ancorché morto nel 1984, è stato presente al Sinodo. Si potrebbe anche dire che le notevoli contrapposizioni che sono emerse durante i due Sinodi derivano dallo scontro tra l’area della teologia rahneriana e la controparte.

Elementi fortemente rahneriani erano già emersi nella lezione introduttiva al Sinodo tenuta davanti ai Cardinali da parte del cardinale Walter Kasper nel febbraio 2014. Pensiamo per esempio all’idea che non si possa mai conoscere una situazione oggettiva e pubblica di peccato, quale è appunto quella dei divorziati risposati. La tesi espressa da Kasper era che non esistono i divorziati risposati, ma questo, quello, quell’altro divorziato risposato. La realtà, quindi, non mostra strutture portanti e universali, ma solo situazioni uniche individuali. Questo modo di vedere è di origine nominalistica dato che proprio questo diceva Guglielmo di Occham nel XIV secolo e divenne anche il modo di vedere di Lutero e della filosofia protestante in genere, in quanto è il modo migliore per separare la ragione dalla fede.

Se non esistono nella realtà strutture universali che la ragione possa conoscere con le proprie forze, essa non potrà salire naturalmente dalle cose a Dio, né la rivelazione potrà servirsi del linguaggio della ragione per farsi capire da tutti. La ragione sarà nominalista, ossia potrà fare esperienza di singole cose alle quali, per somiglianza tra loro, potrà poi anche assegnare un nome comune, ma solo un nome che non si riferisce a nessuna realtà oltre le singole cose. La fede sarà fideista. Dio è onnipotente, è il totalmente Altro, è volontà e non verità. La Veritatis splendor di Giovanni Paolo II dice l’opposto di quanto affermato da Kasper, ma quella enciclica aveva alle spalle una diversa filosofia. Anche per Rahner ci sono solo casi particolari da affrontare uno per uno, perché la realtà del mondo è complessa, non c’è una dottrina che vi si possa applicare e non si può conoscere mai se si è o meno davanti ad una situazione di peccato. Davanti ad una coppia di divorziati risposati la Chiesa deva comprendere, accogliere ed accompagnare con un percorso da farsi caso per caso e adoperando il non ben precisato discernimento. Quanto appunto ha proposto il cardinale Kasper.

Durante la discussione sinodale molti vescovi dissero che anche in una relazione omosessuale è presente la grazia di Cristo. Prima, durante e dopo il Sinodo molti vescovi e cardinali si sono detti favorevoli ad affidare compiti ecclesiali agli omosessuali pur se perseveranti nella loro relazione, e ad appoggiare il riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali da parte dell’autorità politica. E’ evidente che queste prese di posizione comportano l’abolizione del diritto naturale e della legge morale naturale e non tengono conto della necessità di rispettare la natura e le sue leggi se si vuole piacere alla soprannatura e alla grazia. Dire che la grazia è presente anche in una relazione omosessuale significa dire, con Karl Rahner, che la grazia è data sempre a tutti perché essa viene data al mondo, ove non esistono situazioni al di fuori della grazia di Dio.

A ben vedere, anche l’invito alla parresia fatto ai Padri sinodali presenta una accentuazione rahneriana. Essa significa l’accettazione del pluralismo dentro la Chiesa nel senso della moderna libertà di espressione. Questa concezione della libertà di espressione è però diversa dalla libertà in senso cattolico. La parresia consiste nel coraggio di annunciare la verità, senza timori umani o reverenziali o senza la preoccupazione di salvare il salvabile. Non può significare la libertà di esprimere, in un consesso ecclesiale tanto importante come un Sinodo, idee scandalose per i fedeli o sconcertanti o che insinuano dubbi su fondamentali verità di fede professata. Il mondo è senz’altro pluralista, ma la Chiesa non può esserlo. Ma se la Chiesa fa parte del mondo anche essa sarà pluralista come Rahner continuamente afferma.

Però il punto principale della presenza della teologia rahneriana al recente Sinodo sulla famiglia riguarda l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, ossia di persone in stato di peccato pubblico e oggettivo. Se il peccato è visto come la morte ontologica (vale a dire del suo stesso essere) dell’anima, allora non si può pensare che sia possibile ricevere la comunione se prima l’anima non rinasce tramite il sacramento della confessione. Se però si vede la cosa non in senso ontologico ma esistenziale, tutto è reversibile nell’esistenza e quindi è possibile prevedere percorsi esistenziali per cui qualcuno possa accostarsi alla comunione pur rimanendo nella situazione oggettiva di peccato. Qui non c’è più la netta distinzione tra vita e morte, tra bene e male, tra grazia e peccato, tra dogma ed eresia, ma c’è una situazione esistenziale oggetto del nostro discernimento personale ed ecclesiale. Nell’esistenza tutto è convertibile, niente è irrevocabile. Tenuto anche conto di quanto si è già detto, ossia della impossibilità per Rahner di conoscere sia le situazioni oggettive e pubbliche di peccato sia quelle personali. Per lui ci sono le leggi di Dio, ma Dio – egli dice - non è il Dio delle leggi.

Non possiamo poi dimenticare che dal Sinodo sulla famiglia non è emersa nessuna indicazione sulla castità né alcuna indicazione se l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio sia peccato. Giovanni Paolo II è stato ampiamente citato ma non lo è stato su due punti in particolare: il divieto di accedere all’eucarestia per i divorziati risposati e l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio, punto ove si decide di accettare o di respingere l’eredità della Humanae Vitae di Paolo VI. Karl Rahner è tra i principali critici di quella enciclica di Paolo VI, anche se certamente non il solo, e per questo si capisce che al Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015 questa pluridecennale opposizione alla morale sessuale dell’enciclica di Paolo VI ha trovato un punto di condensazione importante. Secondo Rahner la Chiesa non deve “moralizzare”, ossia non deve dare precetti, norme, principi, regole, ma deve formare le coscienze. Che essa debba formare le coscienze è certamente vero, ma i precetti di Dio sono soavi e il suo giogo è leggero, ossia le leggi di Dio esprimono il bene dell’uomo e non si contrappongono alla coscienza. I precetti di Dio non sono astratti sicché la coscienza dovrebbe mediarli verso il concreto. Il precetto e la coscienza si corrispondono. La teologia morale di Rahner è diversa da quella della Vertitatis splendor di Giovanni Paolo II e nel Sinodo sulla famiglia è emersa con evidenza.



 

VERSO IL 22 APRILE
 

In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia, soprattutto per ciò che riguarda le situazioni irregolari.
Iniziamo da una prima riflessione sull'Eucarestia, il sacramento maggiormente incompreso e messo in discussione, vedi la possibilità per i divorziati risposati di accedervi.

di padre Riccardo Barile OP

In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali che sono alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia e soprattutto del capitolo VIII (dedicato alle situazione irregolari). Iniziamo perciò da una prima riflessione sull'Eucarestia, il sacramento maggiormente incompreso e messo in discussione da alcune interpretazioni riguardo alla possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti.

Il Cenacolo, Beato Angelico

«(Voi mariti e mogli) non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera» (1Cor 7,3). A partire da qui, san Gerolamo († 420) - notoriamente un “patito” della verginità e della vedovanza, tanto che i suoi avversari lo accusavano di intrattenere più amicizie femminili che maschili (all’epoca era un’accusa; oggi potrebbe essere un complimento di... non essere quello che in idioma felsineo si definisce un “busone”!) - San Gerolamo, dicevo, a partire da qui prosegue: «Che cosa è più grande: pregare o ricevere il corpo di Cristo? Certamente ricevere il corpo di Cristo. Ma se ciò che è di meno (= pregare) è impedito dall’unione carnale, ciò che è di più (= ricevere il corpo di Cristo) ne sarà molto di più impedito» (Lettera 49,15 A Pammachio; cf anche Contro Gioviniano I,7). 

Mai sostenuta in documenti magisteriali di primaria importanza, l’idea e la conseguente prassi che l’accostarsi all’Eucaristia comportasse al meglio l’astensione dai rapporti coniugali in quel giorno o in un lasso di giorni precedenti, divenne un fiume carsico di notevole consistenza, ribadita anche in un lettera da un pastore mite come san Gregorio Magno († 604). Questo “consiglio” fu “anche” uno dei fattori che nella tarda antichità e nel Medioevo contribuì a diradare la pratica della comunione. Con molta attenuazione e con eleganza secentesca francese, anzi savoiarda, è presente ancora in san Francesco di Sales († 1622), che consiglia a una buona signora (e al di lei marito): «È cosa poco conveniente, benché non sia un grande peccato, chiedere la soddisfazione del debito coniugale nel giorno in cui si è fatta la comunione; ma non è sconveniente, anzi direi che è meritorio, renderlo» (Filotea II,20).

Certo che a leggere questi testi l’impressione è di trovarsi in un mondo e in una Chiesa alla rovescia rispetto alle problematiche attuali: altro che comunione ai divorziati risposati e ai conviventi! Ma di che cosa di trattava? Di Vangelo o di cultura?

Per rispondere è utile un salto al 1847. Giuseppe Verdi a Parigi rincontrò stabilmente la prima interprete femminile del Nabucco, Giuseppina Strepponi, ed iniziò con lei una relazione “coniugale” stabile trasferendosi a Busseto, dove però la coppia fu oggetto di critiche e disapprovazioni, soprattutto per la Strepponi, già madre a seguito di due libere relazioni. Tutto si attenuò un poco quando i due si sposarono il 20 agosto 1859 non a Busseto ma in una cittadina della Savoia. La valutazione negativa e scandalosa da dove nasceva? Dalla mentalità cattolica? Forse in gran parte, ma non totalmente.

Un secolo dopo, nel 1946 Nilde Iotti iniziò una relazione stabile con Palmiro Togliatti, regolarmente sposato e che dunque abbandonò la moglie. Il che non fu ben visto da una parte di quelli che allora contavano nel Partito comunista italiano. Ma non si può presupporre che le riserve partissero dalla fedeltà al Vangelo e alla dottrina della Chiesa: erano chiaramente riserve culturali o morali/culturali.

Pochi anni dopo, il 18 aprile 1963 a Milano nella clinica Mangiagalli nacque Massimiliano, figlio “naturale” di Mina e dell’attore Corrado Pani “sposato”. Qui le reazioni furono diverse: mentre alcuni giornali condannarono non la nascita ma la relazione che l’aveva originata e mentre la televisione di stato diradò la presenza di Mina sul piccolo schermo casalingo, una parte crescente di opinione pubblica dimostrò invece una benevola solidarietà e approvazione non dando rilevanza alla relazione “illecita”, tanto che Mina commenterà più tardi: «La gente non si è lasciata condizionare da questo fatto, l’ha superato». Ciò che non era capitato nei due esempi precedenti.

Oltre a Mina si potrebbero portare tanti altri esempi, comunque più o meno dagli anni ’60 cominciò a imporsi un movimento teso a sdoganare da vincoli morali e sociali il rapporto affettivo tra uomo e donna, lasciandolo esclusivamente alla loro scelta. Oggi questo processo è culminato tracimando da uomo/donna ed estendendosi anche a uomo/uomo, donna/donna, adulto/bambino e financo a uomo/animale.

Prima che un problema morale è un problema di cultura e quindi di percezione. La gente “media” percepisce una differenza più o meno giuridica tra chi è sposato in chiesa o in comune e chi non lo è, ma percepisce sempre meno la valenza morale di questi vincoli. Anche il buon fedele che viene in chiesa, se non è oggetto di una catechesi attenta e aggiornata, rischia di restare culturalmente indifferente a fronte dei diversi tipi di vincolo, che, sia nel linguaggio come nella prassi, sono legittimati senza discriminazioni di sorta. Questa è una novità pastorale che esige una precisa reazione al momento in cui la Chiesa incontra le persone.

Ma torniamo all’Eucaristia, ricordando l’Eucaristia da poco celebrata lo scorso Giovedì Santo, all’inizio del triduo pasquale. Quella Eucaristia ha rimandato più di altre alla memoria del Cenacolo, l’Ultima Cena e la prima Eucaristia di Gesù. In essa ci fu un protagonista - Gesù -, ma anche due estremi di partecipanti: da una parte i discepoli preparati e dall’altra Giuda. Così nella prima Eucaristia ci fu la prima comunione “santa” e la prima comunione “sacrilega” e peccaminosa: lo abbiamo mai notato?

Che la comunione di Giuda fosse peccaminosa e sacrilega va da sé e non esige altre spiegazioni. Che la comunione dei restanti discepoli fosse preceduta da una preparazione (peraltro estesa anche a Giuda) da parte di Cristo, lo si evince dal fatto che furono chiamati a seguire per alcuni anni il Maestro nella sua predicazione e fatti oggetto più di una volta di insegnamenti rivolti direttamente a loro. Ma risulta anche dalla lavanda dei piedi, a patto di comprenderla nella sua pienezza. Un certo numero di santi padri - e sant’Ambrogio ne è un testimone autorevole - per la lavanda dei piedi parlavano di “exemplum humilitatis” ma anche di “mysterium sanctificationis”.

Ora ciò che è presente e divulgato nella pastorale attuale è l’esempio di umiltà, cioè il servizio di Gesù e di riflesso dei futuri pastori della Chiesa e di tutti i cristiani. Ciò è vero ma non è tutta la verità. Gv 13,6-10 spiega che lasciarsi lavare i piedi da Gesù è condizione per aver parte con Lui; soprattutto parla di purezza, di purificazione, del fatto che non tutti i presenti sono puri. Per cui la lavanda dei piedi è anche da parte di Gesù un mistero di santificazione, con il quale purifica i discepoli in vista di prendere parte all’Eucaristia. Così una tradizione - oggi scarsamente divulgata nella pastorale spicciola - ha visto nella lavanda dei piedi la figura del Battesimo e delle successive purificazioni per accedere all’Eucaristia.

È determinante che già da parte di Gesù e già nella prima Eucaristia siano presenti la messa in guardia da una comunione sacrilega e il rifiuto di prendere la gente “così come è”, insieme all’offerta di un cammino di purificazione necessario per arrivare all’Eucaristia.

Perché non pensare tutto questo anche in relazione alla mentalità presente circa i rapporti affettivi tra uomo e donna dei quali abbiamo parlato e anche in relazione a tutto il resto del messaggio cristiano, compresa, in questa luce, la parte di verità di 1Cor 7,3, di san Gerolamo, di san Francesco di Sales ecc.?

La Chiesa deve certamente partire dalla gente così come è, ma non può ammetterla all’Eucaristia “così come è”, “così come pensa”, “così come vive”. La Chiesa portando all’Eucaristia non può limitarsi a lavare i piedi nel senso di servire il mondo (degli uomini) offrendo la salvezza, ma deve anche lavare i piedi nel senso di purificare il mondo da ciò che impedisce di arrivare alla Eucaristia.

 


IL PUNTO
 

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. È anche misericordia, avviando l'uomo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera. I limiti della partecipazione per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa.

di padre Riccardo Barile OP

In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali che sono alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia e soprattutto del capitolo VIII (dedicato alle situazione irregolari). Oggi completiamo le riflessioni sull'Eucaristia (qui la prima puntata).

Ultima cena Juan de Juanes

La lavanda dei piedi da parte della Chiesa a tutti gli uomini per accedere all’Eucaristia avviene con il battesimo, con la predicazione della penitenza, con la proposizione della sana dottrina, ecc.: in pratica con una costante e corretta pastorale.

Ma con materna severità anzitutto la Chiesa vieta - ha sempre vietato - di accedere all’Eucaristia in peccato grave o mortale. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha scritto al riguardo: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ecc.» (n. 36). Sono parole pesanti che costringono la Chiesa di sempre a fare i conti con il Concilio di Trento su questo punto.

Il Concilio di Trento parla più volte dell’Eucaristia in relazione al peccato e con una dottrina molto ricca.

Anzitutto «la santità e la divinità di questo celeste sacramento» esigono di riceverlo con «una grande venerazione e santità» e i fedeli devono «accostarsi rivestiti dell’abito nuziale» (Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia dell’11.10.1551, capp. VII-VIII).

Considerando l’Eucaristia come cibo, questa è «l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno e preservati dai peccati mortali» (Ivi, cap. II). Le colpe di ogni giorno sono le imperfezioni e i peccati lievi, secondo una sentenza di sant’Agostino: «Si adatti alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono (Sic vita laudetur, ut venia postuletur)» (Sermone 19,2).

Considerando la condizione base per accedere all’Eucaristia, si esige un “esame di se stesso” (1Cor 11,28) perché «nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla santa Eucaristia senza avere premesso la confessione sacramentale» (Ivi, cap. VII). Si condanna che la sola fede sia «preparazione sufficiente» (Ivi, can. 11). Ad oggi il CCC 1385 ribadisce la medesima dottrina.

Considerando l’Eucaristia come sacrificio, in essa «è contenuto e immolato in modo cruento lo stesso Cristo» che si offrì sulla Croce. In questo senso la Messa è il “propiziatorio” dove possiamo trovare grazia (Eb 4,16) e attraverso il quale il Signore «concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi (crimina et peccata etiam ingentia dimittit)»(Dottrina e canoni su santissimo sacrificio della Messa del 17.9.1562, cap. II).

Abbiamo sempre iniziato con un “Considerando...” perché le affermazioni vivono nel contesto né è legittimo trasferirle altrove. Così, se è vero che l’Eucaristia rimette tutti i peccati anche gravi, ciò è detto in quanto è relativa al sacrificio di Cristo, mentre se si trasferisce la stessa affermazione alle condizioni per accedervi, si azzera il sacramento della Penitenza e si ammettono tutti alla comunione “così come sono”, mentre al riguardo il Concilio di Trento richiede la purificazione dal peccato grave. E questo trasferimento di contesti oggi talvolta lo si fa, con quali conseguenze ognuno lo può immaginare.

Per quali ragioni la Chiesa prescrive di non accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato mortale non confessato?

1. Perché all’Eucaristia si arriva dopo un cammino di conversione.

Dopo l’annunzio del Vangelo, se la risposta è positiva, chi ascolta «si sente chiamato ad abbandonare il peccato» (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti 10) e ad entrare poi nel catecumenato, un itinerario «che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costume» (Ivi, 18,2). Solo avvenuta questa conversione si sarà ammessi all’Eucaristia. Per cui nel tempo successivo «se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione» (Amoris Laetitia 297) e a maggior ragione non può partecipare all’Eucaristia. Solo per ridere: a seguito di questo testo di Amoris Laetitia certi preti e certi vescovi potrebbero celebrare la Messa?

Nell’antichità (sec. III) La Tradizione apostolica (Ippolito) ai capitoli 15-16 dà suggerimenti per accogliere o meno coloro che si presentano per essere fatti cristiani. I suggerimenti concernono l’esame delle condizioni di vita, dei mestieri più o meno leciti e delle situazioni matrimoniali in particolare: i mariti si accontentino delle mogli e viceversa, chi ha una concubina la sposi regolarmente altrimenti sia rimandato, siano rimandati prostitute e invertiti (meretrix vel homo luxuriosus). È chiaro che a questo punto non si pongono più problemi per l’Eucaristia, in quanto vengono risolti molto prima. È chiaro che è storicamente miope chiedere alla Chiesa di oggi di non mettere dei paletti a certi rapporti uomo/donna (e il resto!) in vista dell’Eucaristia: la Chiesa lo faceva già dal III secolo e forse prima in una società dove, come oggi, culturalmente “queste cose” non apparivano poi così gravi.

2. Perché l’Eucaristia è l’incontro santo con il Dio santo.

La già citata Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) è il più recente documento completo sull’Eucaristia, in cui san Giovanni Paolo II ne elenca le caratteristiche tenuto conto delle acquisizioni del passato e del presente. L’Eucaristia, con la proclamazione della Parola e sotto forma di convito rituale, «è il sacrificio della Croce che si perpetua dei secoli» e «questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti» (11-12). Con il sacrificio della Croce, l’Eucaristia rende presente «anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento» (14). Tutto ciò implica una «specialissima presenza» (15) vera, reale, sostanziale di Cristo, che «attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, ci comunica anche il suo Spirito» (17). E non bisogna dimenticare che l’Eucaristia, come e più del Padre nostro, ci pone in comunione con il Padre per Cristo e nello Spirito. Veramente l’Eucaristia è il nostro roveto ardente in cui incontriamo il Dio tre volte Santo tra gli angeli e i santi (Es 3,1-6; Is 6,1-7). Come non sentire l’esigenza di purificazione non solo dalle colpe quotidiane, ma prima ancora dal peccato grave?

3. Perché l’Eucaristia postula un retto rapporto tra ciò che essa è e ciò che noi siamo.

Rivolgendosi ai fedeli - la maggioranza analfabeti - sant’Agostino spiegava: «Se voi siete il Corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero, ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo” e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del Corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen» (Sermones 272).

San Tommaso d’Aquino tira le conseguenze implicite del discorso agostiniano: «Chiunque riceve questo sacramento, pone un atto che significa di essere unito a Cristo e alla sue membra (la Chiesa). Ma ciò avviene attraverso la fede viva, che nessuno possiede mentre è in peccato mortale. Dunque è chiaro che chiunque assume questo sacramento mentre è in peccato mortale, provoca una falsità nel sacramento stesso (falsitatem in hoc sacramento committit) e anche un sacrilegio» (III, q 80, a 4).

Due frasi oggi correnti sembrano far saltare tutto in aria. La prima è citata molto spesso: «L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47, citato in AL 351). È vero: nessuno ha diritto all’Eucaristia come premio. Va però notato che il peccatore «intraprende il cammino della penitenza mosso dalla grazia di Dio misericordioso / mosso dallo Spirito Santo» (Rito della Penitenza 5-6) e dunque sotto l’influsso della misericordia di Dio che lo conduce all’Eucaristia: questa penitenza è il “rimedio” e “l’alimento per i deboli”, da accogliere consapevolmente. In questo senso va intesa la frase e non come un lasciapassare.

La seconda frase è di sant’Ambrogio ed è riportata in nota nel passo citato di EG 47: «Devo riceverlo sempre (il pane eucaristico), perché sempre perdoni i miei peccati. Io, che sempre pecco, sempre devo avere la medicina» (De Sacramentis IV,6,28). A questa si potrebbe aggiungere: «Ogni volta che tu bevi (il sangue di Cristo) ricevi la remissione dei peccati e ti inebri dello Spirito» (Ivi, V,3,17). Queste affermazioni fanno saltare il Concilio di Trento e tutto il resto e aprono oggi l’Eucaristia a chiunque? Assolutamente parlando sì; se sono contestualizzate no. Sant’Ambrogio parla dell’Eucaristia in relazione al sacrificio di Cristo e non alle condizioni esatte per riceverla. Tant’è vero che raccomanda la recezione quotidiana del pane eucaristico, ma aggiunge immediatamente: «Vivi in modo tale da poterlo ricevere ogni giorno» (Ivi, V,4,25). E poi sant’Ambrogio sapeva benissimo che, a fronte di un adulterio, bisognava entrare in tempi prolungati di penitenza.

Come sempre, san Tommaso d’Aquino offre una distinzione che permette di ben interpretare questa e altre frasi: mentre «il battesimo e la penitenza sono medicine purgative che vengono date per togliere la febbre del peccato» l’Eucaristia è «una medicina confortativa, che non si deve dare se non a quanti sono già stati liberati dal peccato» (III, q 80, a 4, ad 2um).

Tirando le fila, l’opera di purificazione che la Chiesa deve compiere per avviare a una degna recezione dell’Eucaristia, compreso lo stabilire dei limiti precisi quanto al peccato grave, è abbastanza e in genere ostacolata per il venire meno del senso della santità dell’Eucaristia, della sua qualità di essere il “roveto ardente” che ci avvicina al Dio tre volte santo. Onestamente va precisato che tale venir meno non può addebitarsi all’Eucaristia stessa, ma alla pastorale che si pone in atto, a come si parla dell’Eucaristia, a come la si celebra ecc.

A un livello più concreto, c’è il pericolo di una selezione indebita dei peccati gravi o mortali. No l’Eucaristia agli scafisti, ai mafiosi, ai profanatori ecologici, ai guerrafondai ecc., ma non solleviamo troppi problemi sui rapporti uomo/donna a oltre.

Quest’ultimo “indebolimento” di gravità dipende senz’altro dalla troppa accoglienza del dato culturale odierno che ha tolto molta rilevanza morale al problema. Per contro la Tradizione apostolica testimonia che nell’antichità la Chiesa sapeva andare controcorrente bloccando l’itinerario battesimale/eucaristico a quanti non avevano in animo di risolvere situazioni che pure il comune modo di vivere non riteneva troppo gravi.

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. Verso l’uomo è anche misericordia, avviandolo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera.

Infine il lavoro di purificazione positiva per avviare all’Eucaristia e l’indicare i limiti della partecipazione, per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa. Sì, perché, come annota san Tommaso d’Aquino, «In questo sacramento è contenuto tutto il mistero della nostra salvezza» (III, q 83, a 4) e di conseguenza «l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses 4,18,5)» (CCC 1327).





[Modificato da Caterina63 23/04/2017 21.26]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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IL CASO - per comprendere la confusione che regna
 

Dieci giorni fa Vatican Insider pubblicava un’intervista al teologo domenicano Giovanni Cavalcoli e la stessa intervista è stata ripresentata, con altri elementi, su Avvenire alla vigilia della conclusione del Sinodo. I due testi contengono affermazioni abbastanza forti destinate a far discutere anche dopo il Sinodo.

di padre Riccardo Barile OP
del 29.10.2015

Dieci giorni fa (19.10.2015) Vatican Insider, il sito di informazione religiosa a cura di Andrea Tornielli pubblicava un’intervista al teologo domenicano nonché docente emerito padre Giovanni Cavalcoli e la stessa intervista è stata ripresentata - con tagli ma anche con elementi nuovi - su Avvenire di sabato 24 ottobre alla vigilia della conclusione del Sinodo. I due testi contengono affermazioni abbastanza forti - di aperture, di metodo, di valutazione - che potrebbero essere esaminate alla luce del recentissimo documento sinodale. Preferisco invece valutare alcuni contenuti che sono un modo di impostare le questioni, destinato a durare nel dopo Sinodo.

1) «Per un cattolico è assolutamente impensabile che un Sinodo sotto la presidenza del Papa possa compiere un attentato alla sostanza di qualunque sacramento» (nel nostro caso del Matrimonio e dell’Eucaristia concedendo la comunione ai divorziati risposati). No, è pensabile perché il Sinodo non è infallibile: deve solo dare consigli al Papa. D’altra parte ci furono oscillazioni dottrinali nei papi Liberio († 366), Onorio I († 638), Giovanni XXII († 1334), peraltro rientrate presto attraverso il successivo Magistero della Chiesa, che è la «casa di Dio, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15). Certo, il presupposto è che ciò capiti rarissimamente - di fatto con il Sinodo non è capitato! -, ma non è “assolutamente impensabile”.

2). «La disciplina dei sacramenti è un potere legislativo che Cristo ha affidato alla Chiesa» per cui «il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia». Dunque se «la Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, può mutare le leggi da lei emanate», nel nostro caso «l’attuale regolamento sui divorziati risposati». Naturalmente bisognerà spiegare a tanti poveretti e poverette che per secoli e con sacrificio e sino a oggi hanno obbedito a queste norme, che si è trattato solo di determinazioni transitorie, le quali ora cambiano. Cioè bisognerà prenderli in giro. Ma per fortuna non è così. Infatti, se è vero che vi sono nei sacramenti determinazioni di consuetudine ecclesiastica di per sé modificabili, il Magistero soprattutto recente ha legato la norma della non comunione ai divorziati alla “sostanza” del sacramento. 

Seguendo il n. 84 della Familiaris consortio (22.11.1981) di Giovanni Paolo II, l’esortazione postsinodale Sacramentum caritatis (22.2.2007) ha confermato che la prassi di non ammettere alla comunione i conviventi e i divorziati risposati praticanti una attiva vita sessuale è «fondata sulla Sacra Scrittura (cf Mc 10,2.12)» e motivata dal fatto che «il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cf Ef 5,31-32)», per cui la condizione dei divorziati risposati contraddice oggettivamente «quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nel’Eucaristia» (nn. 27, 29). Dunque, dato il fondamento nella Scrittura e data la motivazione simbolica determinante, come si fa a parlare di una legge solo ecclesiastica e liturgica modificabile? E poi, se si trattasse solo di una legge ecclesiastica, perché fermarsi ai divorziati risposati? Perché non ammettere all’Eucaristia ortodossi e protestanti? Sarebbe un bel modo di accelerare l’ecumenismo, tanto che, avendo raggiunto il suo traguardo, non avrebbe più ragione di essere, a meno che... a loro volta siano gli ortodossi a non ammettere alla comunione questa razza di cattolici!

3) «Non esistono “condizioni peccaminose”, perché il peccato è un atto, non è una condizione, né è uno stato permanente». Certo il peccato è un atto e non si prolunga indefinitamente nel tempo - per fortuna! -; esiste però un «comportamento esterno gravemente, manifestamente e “stabilmente” contrario alla norma morale» di fronte al quale la Chiesa «non può non sentirsi chiamata in causa» interdicendo la partecipazione ai sacramenti (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia /17.4.2003/, n. 37; cf anche Can. 915). Così è per le persone delle quali si parla, ovviamente senza con ciò escluderle dalla partecipazione alla vita della Chiesa, anzi. Ma il nostro teologo sembra ignorare questa dimensione.

4) Un’annotazione sulla coscienza raschia però il fondo del barile: «Spesso mi vengono a trovare persone divorziate e risposate. La richiesta è sempre la stessa: perché non posso fare la comunione? Allora io invito questi fedeli a guardarsi dentro, a verificare la serenità della propria coscienza. Se in buona fede avvertono di essere in pace con se stesse, con le persone a cui vogliono bene e con Dio, dico loro di stare tranquille: hanno raggiunto, anche senza sacramenti, lo stato di grazia. Questo è un mistero bellissimo». Certo che, avendo il nostro teologo spiegato che «il problema dei divorziati risposati è che l’adulterio, con l’aggravante del concubinato, è peccato mortale», con premesse del genere non è tanto facile sentirsi la coscienza tranquilla...

Qui comunque casca l’asino, perché il Concilio di Trento, nel Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), al capitolo IX scrive che: «Come nessun uomo religioso deve dubitare della misericordia di Dio, dei meriti di Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, così ciascuno, riflettendo su se stesso, sulla propria debolezza e disordine, ha motivo di temere e paventare del suo stato di grazia (de sua gratia formidare et timere potest); infatti nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di avere ottenuto la grazia di Dio (cum nullus scire valeat ... se gratiam Dei esse consecutum)» (D 1534). 

Dunque, la valutazione di essere in grazia sarà una prudente e saggia probabilità che non può essere affidata alla sola riflessione della coscienza così come è descritto sopra. Perché se è vero che «il giudizio sullo stato di grazia ... spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (Ecclesia de Eucharistia, n. 37), vige il dovere non solo di consultare la propria coscienza, ma di formarla. Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor (6.8.1993) legge nelle parole di Gesù sull’occhio lucerna del corpo «un invito a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene ... Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristiani l’hanno nella Chiesa e nel suo Magistero ... la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità ... il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede» (n. 64).

Se poi un prete incontra dei divorziati risposati che gli pongono delle domande, non può accontentarsi di rispondere: «Guardatevi dentro. La vostra coscienza è a posto? Allora siete a posto anche di fronte a Dio!». Un prete - un teologo emerito! - deve illuminare la coscienza e senza il timore di “entrare in camera da letto”. Nel Nuovo Testamento il Battista ha rimproverato Erode per ragioni matrimoniali (Mt 14,3-12; Mc 6,17-19; Lc 3,19-20); Gesù è intervenuto su matrimonio, divorzio e continenza (Mt 5,32; 19,1-12; Mc 10,1-12; Lc 16,18); gli scritti apostolici sono intervenuti su incesto (1Cor 5,1ss.), santità del matrimonio (Eb 3,4), relazioni anche intime tra i coniugi e morale domestica (1Cor 7,1-16; Ef 5,21-33; Fil 3,18-21; 1Pt 3,1-7), condizione delle vergini (1Cor 7,25ss.) e delle vedove (1Tm 5,11-14), proponendo non solo la parola autorevole del Signore, ma «un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia» o un «mio parere» perché «credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio» (1Cor 7,25.40). Dopo aver ricevuto simili parole attualizzate all’oggi, la coscienza di conviventi “irregolari” non potrà sentirsi tranquilla e “in grazia”: piuttosto comincerà a sentirsi “nella verità”.

Le proposte del teologo intervistato sembrano strade poco percorribili. Alla fine però, se possono sembrare normali evoluzioni e svolte del suo pensiero, è meno comprensibile come mai affermazioni del genere abbiano trovato ospitalità generosa e acritica su Avvenire. Non si può pensare a una distrazione, perché durante il Sinodo ciò che un giornale come Avvenire pubblica in argomento non può che essere attentamente vagliato. Bisogna dunque pensare a uno stile e a una scelta di parte abbastanza determinata, comportante disinvolte revisioni di un Magistero non solo antico, ma recente. Presupponendo poi una normale dose di prudenza (umana) per cui in genere non si rischia a vuoto, bisogna concludere che per ora chi opera tali scelte ha le spalle coperte. E a questo punto, sulle coperture e su quelli che ti aspettano per “farti fuori” quando qualcosa cambierà, viene in mente il consiglio dell’Imitazione di Cristo: «Non fare gran caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quel che fai» (II,2,1). Vero. Ma qui Dio da che parte sta?

   


SINODO
 

C’è una metodologia pastorale che si caratterizza dal partire dal positivo anche nelle situazioni più difficili per arrivare a trovare anche «nelle famiglie patchwork esempi di generosità sorprendente».
Di questa metodologia sono interpreti il cardinale Christoph Schönborn e una parte dei Padri del Sinodo. Nella sua ambiguità, tale metodo vuole fondare teologicamente e pastoralmente un approccio che eviti di affrontare ciò che non va, l’irregolarità, il peccato.


di padre Riccardo Barile OP 

del 23.10.2015

Nelle coppie irregolari etero e anche in quelle omo ci sono tanti atti buoni perché nessuno nella vita - per fortuna! - pecca al 100%. Da qui si sta facendo strada in modo trasversale una metodologia pastorale o nuovo approccio, che si caratterizza dal partire dal positivo: «dal desiderio profondo inscritto nel cuore di ognuno ... vedere quello che c’è di positivo nelle situazioni più difficili ... spesso nelle famiglie patchwork si trovano esempi di generosità sorprendente ... i veri cristiani sanno guardare e discernere in una coppia, in un’unione di fatto, dei conviventi, gli elementi di vero eroismo, di vera carità, di vero dono reciproco, anche se dobbiamo dire: non è ancora una piena realtà del sacramento». Chi fa altrimenti corre il rischio di parlare «con una lingua fatta di concetti vacui», mentre invece «bisogna staccarsi dai nostri libri per andare in mezzo alla folla e lasciarsi toccare dalla vita delle persone».

Il cardinale Christoph Schönborn in una recente intervista a Civiltà Cattolica (Quaderno 3966 del 26.09.2015) - le citazioni precedenti sono sue - ha anche formulato il principio teologico ecclesiale del metodo positivo: come secondo la Lumen Gentium 8 «l’unica Chiesa di Gesù Cristo sussiste nella Chiesa cattolica» sussistendo però al di fuori dei suoi confini visibili elementi di verità e di santificazione, così, analogamente, il vero matrimonio sussiste nel sacramento della Chiesa, ma al di fuori di esso ci sono «elementi del matrimonio che sono segnali di attesa, elementi positivi». Il presente intervento non è una polemica verso il cardinale Schönborn - che nell’intervista in più passi è dottrinalmente ineccepibile, moralmente esigente e pastoralmente equilibrato, tranne che nella ipotesi di riservare a un confessore/direttore spirituale il giudizio sull’ammissione ai sacramenti in casi limite (suppongo di coppie che praticano una vita sessuale, altrimenti il problema non si porrebbe) -, ma l’intervista è citata perché esprime una tendenza trasversale con molta chiarezza e anche con una gradevole dose di pathos.

A questo punto è opportuno passare a una minima digressione sulla comunicazione. In uno scritto o discorso articolato è, infatti, abbastanza evidente che: esiste una verità delle singole proposizioni e una dell’insieme e non è detto che coincidano; esiste una verità del testo e una verità della recezione, che talvolta non coincidono; esiste una verità teorica che giustifica il dire certe cose e un’opportunità pastorale che sconsiglia di divulgarle (chi scrive è un domenicano e non dovrebbe mai sostenere l’ultima contrapposizione - dire, ma non in pubblico -, che è alquanto gesuitica, ma siccome oggi i gesuiti vanno di moda...). Ecco, leggendo la motivata giustificazione del metodo positivo, mentre le singole frasi sono accettabili, l’insieme genera un sottile disagio di trovarsi fuori strada, per non parlare poi di come il discorso potrebbe essere recepito.

Il “partire dal positivo” è senz’altro un metodo valido, ma, senza la dichiarazione esplicita del peccato dal quale ritrarsi - per lo meno il “peccato oggettivo” come è formulato nella “dottrina” -, il metodo unicamente positivo rischia di non arrivare mai a indurre alla conversione, cioè rischia di fallire; inoltre oggi si basa su due discorsi equivocamente proposti come novità mentre non lo sono. Quali sono le novità che non sono tali? La prima è l’esigenza di accogliere coppie irregolari etero e, a un diverso livello, omo. Gli ultimi decenni del recente Magistero sono talmente zeppi di affermazioni in tal senso che dispensano dalla documentazione, se non per concludere che questa, oggi come oggi, non è una via nuova. Più intrigante il secondo equivoco, e cioè che nelle persone di cui sopra ci sono dei valori e degli atti positivi: affermazione contestualizzata nel gioioso stupore di aver finalmente scoperto qualcosa che da anni - da secoli? - ci era vicino e non abbiamo visto... Ahimè, non è vero che non l’abbiamo visto! Da sempre la rivelazione, la sana ragione, la Chiesa, la teologia ecc. hanno insegnato che il male assoluto non esiste perché il male è privazione del bene e dunque sussiste in qualcosa di bene (San Tommaso I-II, q 43, a 1.3; D 3251) e così neppure i demoni hanno una “inclinazione naturale” verso qualche male e dunque non sono “naturalmente” cattivi (I-II, q 63, a 4). Passando dai demoni agli uomini, il Magistero ha dichiarato errata la proposizione giansenistica di Baio († 1589) secondo il quale «tutte le opere degli infedeli sono peccati e le virtù dei filosofi sono vizi» (D 1925). A questo punto figurarsi se - da sempre - non si è pensato che anche chi vive in situazioni irregolari compie alcuni atti buoni e non solo in relazione a Dio e agli altri, ma anche a “l’altro” o a “l’altra”!

Ma la questione non è questa, bensì quella di un tipo di vincolo relazionale che cristianamente non è ammesso ed è peccato. Ed è per questo che sino a poco tempo fa si è parlato di irregolari, di conversione, di astensione dai rapporti sessuali quando la convivenza non può essere prudentemente sciolta ecc.: non perché si fosse tanto antievangelici da non praticare l’accoglienza o tanto giansenisti da non ammettere atti buoni in queste persone! Ci si potrebbe allora domandare come mai si fanno questi discorsi inutili. Una prima risposta è: perché si vuol dire altro. Dunque, invece di scomodare l’accoglienza e la presenza di molti atti buoni nelle coppie irregolari, sarebbe più onesto dichiarare: «Io sono (noi siamo) per l’ammissione alla comunione delle coppie irregolari, omo comprese, purché vivano con una certa stabilità con lo stesso partner... un rito sacramentale delle nozze omo no, le seconde nozze perdurante il primo vincolo restano un cantiere aperto, per tutti poi gli irregolari una benedizione all’inizio della nuova convivenza non farebbe male, anzi». Questo sarebbe un parlare chiaro e onesto.

Una seconda risposta sembra scontata: si vuole fondare teologicamente e pastoralmente un approccio che eviti di affrontare ciò che non va, l’irregolarità, il peccato. E qui, in altri campi, la situazione diventerebbe comica. Sarebbe come se uno, affetto da un cancro alla prostata, andasse da un urologo e questi gli proponesse: «Lasciamo stare il cancro. In realtà lei digerisce quasi bene: cerchiamo di partire dal positivo ottimizzando la sua digestione con qualche farmaco». Chi andrebbe una seconda volta da un simile dottore? Eppure tante proposte pastorali, tanti articoli di riviste pastorali, qualche teologo... Dicevamo che il metodo unicamente positivo rischia di non arrivare mai a indurre alla conversione, cioè rischia di fallire. Ovvio che il traguardo della conversione suppone che la situazione attuale si configuri come un “peccato oggettivo” dal quale uscire. Per cui partire dal positivo è vero e opportunamente pastorale solo se è accompagnato dalla manifestazione del negativo, della irregolarità, del peccato ecc., sempre fatta salva la buona fede o una soggettività che fa fatica a discernere la propria situazione di fronte a Dio.

Una cosa, infatti, è l’itinerario di Paolo: «dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14); un’altra cosa invece sono inviti che presuppongono sì un itinerario, ma di conversione: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,3.5), «non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio» (Gv 5,14), «va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11), «tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvagie» (Zc 1,4). Nel primo caso c’è un procedere in linea retta, nel secondo caso un cambio di direzione. Ora, non far emergere la dottrina sul male di certe relazioni affettive e vitali, pone tutti e senza distinzione - cristiani ferventi, convivenze etero irregolari, convivenze omo - nella situazione di san Paolo proteso verso il meglio e già in una situazione buona senza richiedere ad alcuno un cambiamento di rotta. E questo è pastoralmente deviante. Per non parlare poi della ingiustizia e della umiliazione che si infligge a quanti con sforzo si stanno adeguando alla legge di Dio e che devono sempre tacere perché a ogni loro parola scatta l’accusa di moralisti, ipocriti, ingiustamente divisori della Chiesa e dell’umanità in buoni e cattivi ecc.

Ma perché ci sia un cambiamento di rotta occorre aiutare a capire che qualcosa non è a posto con Dio/Cristo/Chiesa a livello di “peccato” e non solo a livello dei buoni rapporti umani con il coniuge precedente o con l’attuale. È vero, ciò crea una certa tensione, ma è benefica perché richiama alla conversione e mantiene nella verità. San Gregorio Magno spiega che «il rimprovero è una chiave. Apre,  infatti, la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l’ha commessa» (LdO, Uff. lett., II lett. Domenica XXVII ord.), nel nostro caso apre anche alla prospettiva di un nuovo traguardo, di una nuova bellezza, di una nuova pace. Poiché il fondo dell’imbuto si concretizza ecclesialmente e personalmente il più delle volte nel colloquio con un presbitero nel sacramento della Penitenza o fuori di esso, c’è da domandarsi se un prete così procedendo non risulti crudele, disumano, incapace in ogni caso di comprendere e di consolare ecc. No, perché la valorizzazione del positivo rimane: ci mancherebbe!

Ma anche nel portare alla luce il peccato, il disordine, la brutta bestia dello intrinsece malum (per il commento a questa espressione si rilegga l’intervista citata), il presbitero resta umano se sa coniugare la preoccupazione di mantenere il “odore delle pecore” (l’espressione è di papa Francesco) restando però «modello del gregge» (1Pt 5,3) (l’espressione è dello Spirito Santo e dunque ha una marcia in più), cioè la fraternità e la paternità. La fraternità ammettendo la difficoltà per tutti e anche per lui di vivere casti e di aver in ogni caso trovato Gesù Cristo che sostiene la fragilità; la paternità dettando le regole e ricostituendo un mondo ordinato nel quale reinserirsi, ma insieme manifestando l’amore del Padre che segue tutti e ognuno con la sua provvidenza in vista della salvezza e solo per questo. A meno che uno sia pregiudizialmente maldisposto, questo amore, che passa attraverso la pazienza dell’ascolto e la preghiera, si percepisce e risulta una preziosa consolazione anche umana.




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si legga anche: - IL CARDINALE MARX? PARLA COME LUTERO
di A. Pellicciari


Il problema dell’accesso dei divorziati risposati alla comunione è davvero così difficile da risolvere? Un gruppo di porporati di lingua tedesca suggerisce la quadratura del cerchio: si tratta di consentire a quanti si trovano nella spinosa situazione di voler fare la comunione pur senza averne diritto, di decidere cosa fare a livello personale, a livello di “foro interno”, con l’aiuto, va da sé, di un padre spirituale.

Portata alle estreme conseguenze la soluzione suggerita dal gruppo tedesco opta per un deciso ricorso al relativismo: non c’è una verità assoluta perché le cose cambiano col variare delle situazioni e ciascuno può valutare in coscienza la cosa migliore da fare. Padre di questa posizione è un altro tedesco, un tedesco famoso: Martin Lutero.

Mutatis mutandis anche Lutero si trova a dover prendere posizione su un caso spinoso: è lecito al langravio Filippo d’Assia, luterano della prima ora, definito dal “profeta della Germania” il “nuovo Arminio”, diventare bigamo? Vizioso e lussurioso, Filippo scrive a Lutero per ottenere il suo consenso alla celebrazione in pubblico di seconde nozze - cui la prima moglie acconsente - con la diciassettenne damigella di corte Margherita di Saale. Il caso non è di facile soluzione perché, se Lutero rifiuta, il suo braccio destro può passare armi e bagagli nelle fila del cattolico imperatore Carlo V. Vista la delicatezza del momento Lutero e Melantone rispondono immediatamente, il giorno dopo aver ricevuto la lettera: in pubblico non si può celebrare nessun matrimonio perché lo scandalo sarebbe troppo grande; se però il langravio insiste, gli si può concedere una dispensa perché il “matrimonio supplementare” non ha nulla contro la legge di Dio e può essere determinato da una “necessità di coscienza”: “l’uomo può col consiglio del suo pastore, prendersi ancora un’altra donna”.

 
 


 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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24/04/2017 10.13
 
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 torniamo così ora, al convegno del 22 aprile.....


Il convegno del Columbus
 

L'evento della Nuova BQ e del Timone ha dimostrato che c'è un mondo di laici capace di assumersi la responsabilità di parlare con franchezza sui problemi che la Chiesa sta vivendo, che rischiano di mettere in pericolo l'essenza di tre Sacramenti.

La Nuova BQ vuole offrire ai lettori un sintentico prontuario delle frasi più significative pronunciate dai relatori. Perché sia di stimolo a tutta la Chiesa in quella che è l'urgenza del chiarimento e della verità.

di Andrea Zambrano

Una cosa è certa. L'evento del Columbus organizzato da La Nuova BQ e dal Timone ha dimostrato che c'è un mondo fatto di laici e di fedeli che ha deciso di assumersi la responsabilità di parlare con franchezza sui problemi che la Chiesa sta vivendo. Un popolo di Dio preparato, libero, per nulla intimorito e soprattutto innamorato della Chiesa. Che ha alzato la mano per dire che con il capitolo VIII di Amoris Laetitia è successo qualcosa che non solo non si comprende, ma che rischia di mettere in pericolo l'essenza stessa di ben tre sacramenti. Negli interventi dei sei relatori non c'è saccenza, non c'è spirito di rivalsa e nemmeno quel suffragettismo laicale con cui molti eccelsiastici vorrebbero liquidare quello che solo artatamente potrebbe essere definito dissenso. 

E' un parlare con franchezza piuttosto, a proposito di ciò che sta più a cuore ad ogni battezzato, la sua appartenenza a Cristo, e che la provenienza da sei paesi diversi nel mondo dei relatori certifica come un'esigenza universale e non una questione di campanile o una pretesa solo di una parte di cattolici, magari circoscritti in questo o quell'ambiente tradizionalista. Un'appartenenza che è ragione di vita, non bene da possedere per interessi mondani o brame di potere. 

In sala nell'hotel Columbus c'era una rappresentanza di un popolo che non ha padroni, nè complessi di inferiorità, ma che nel parlare cerca e vuole essere aderente a quel Magistero e a quella dottrina che ha riconosciuto come feconda prima di tutto nella propria vita secondo l'insegnamento che gli è proprio, quello dell'esperienza. Per esercitare una prerogativa data ad ogni laico battezzato: vivere nel mondo e avvertire i propri pastori, se è il caso e con rispetto, dei disagi e degli errori a cui si sta andando incontro. Parlando di indissolubilità matrimoniale, di discernimento, di Magistero, di famiglia e matrimonio, di tradizione. E' la tanto decantata parresia, che come sottolineato, è un parlare con franchezza e senza sconti. Per il bene della Chiesa, cioè di tutti. 

Riassumere i contenuti delle sei relazioni di Anna Silvas, Jean Paul Messina, Jurgen Liminski, Thibaud Collin, Claudio Pierantoni e Douglas Farrow non è stato facile. La Nuova BQ vuole offrire ai suoi lettori un sintentico prontuario diviso per tematiche delle frasi più significative pronunciate dai relatori del convegno. Perché sia di stimolo a tutta la Chiesa in quella che per moltissimi è ormai l'urgenza del chiarimento e della verità. 

 ***

INDISSOLUBILITÀ

• “Ogni caso è unico, ma l'indissolubiIità ha una portata generale. Minare il principio significa umanizzazione Dio” (Liminski)

• “Secondo vari studi la vita nel matrimonio procura vantaggi concreti ai due coniugi” (Liminski)

• “Il matrimonio tra uomo e donna è garanzia di futuro” (Liminski)

• “L’indissolubilità viene affermata, poi vi sono rinnovamenti nella prassi che la contraddicono” (Pierantoni) 

• “Se il matrimonio è indissolubile, ma pure in alcuni casi si può dare la comunione ai divorziati risposati, sembra evidente che questa indissolubilità non è più considerata assoluta, ma solo una regola generale che può soffrire eccezioni. Ora questo, come ha  ben spiegato il Card. Caffarra, contraddice la natura del sacramento del matrimonio, che non è una semplice promessa, sia pure solenne, fatta davanti a Dio, ma un’azione della grazia che agisce al livello propriamente ontologico. L’azione che fa di due una sola carne, ha infatti carattere definitivo e non può essere cancellata. In più quest’azione della grazia, fondata sull’ordine stesso della creazione e finalizzata al bene delle persone, come sacramento assume la funzione di significare l’unione indissolubile fra Cristo sposo e la sua Chiesa”. (Pierantoni)

FEDELTÀ

• “Il matrimonio durevole garantisce clima di fiducia nei legami affettivi. La fiducia è cemento della società”. (Liminski)

• “Le relazioni stabili sono un capitale culturale utile a società e economia” (Liminski)

• “Nelle coppie sposate religiosamente e pregano insieme solo 1 matrimonio su 1429 si dissolve”. (Liminski)

• “La stabilità emotiva nel bambino crea sinapsi nel cervello, gli psicologi dello sviluppo affermano che l’attaccamento precede la comprensione e la competenza sociale. Gli esperti la definiscono "Intelligenza emotiva". L’attaccamento precede l’educazione. Un attaccamento riuscito conduce a una piena dignità umana. Il matrimonio indissolubile offre il miglior contesto per questo”. (Liminski)

FAMIGLIA E MATRIMONIO

• “La famiglia è il grembo intellettuale con cui inserirsi nella società” (Liminski)

• “Riconoscere la natura umana è ciò che fa la differenza. La famiglia precede qualsiasi autorità pubblica”. (Liminski)

• “Dobbiamo decidere se seguire Sartre il quale diceva che la natura dell’uomo non esiste o se invece esiste uno schema direttivo e molto più di un caso dovuto all’evoluzione. Questo masterplan è l’amore, è il dna del capitale umano. Questo poggia sul matrimonio e la famiglia. Infatti Giovanni Paolo II definiva l’educazione un Dono di umanità”. (Liminski)

• “La morale cristiana sul matrimonio e la famiglia è oggi a dura prova. Ma è al cuore dell’evangelizzazione”. (Messina)

• “Anche in Africa la famiglia è in crisi. Poligamia, povertà, unione libera, il divorzio sono minacce”. (Messina)

• “La poligamia è un grande problema per la vocazione cristiana in Africa. Le principali vittime sono le donne” (Messina)

• “AL si è concentrata poco sul tema della poligamia, assumendo uno sguardo forse troppo eurocentrico” (Messina) 

• “Le nostre chiese devono essere prudenti, evitando soluzioni pastorali divergenti davanti a situazioni simili”. (Messina)

• “Molti argomenti utilizzati durante il sinodo sulla famiglia sono gli stessi utilizzati per contrastare Humanae vitae”. (Collin)

• "Il matrimonio tra uomo e donna garantisce il futuro delle comunità. La famiglia produce una solidarietà che ha una efficacia che non si trova in nessun altra parte della società. Il matrimonio è vantaggioso per lo Stato, le relazioni stabili riducono la povertà e la malattia. I sociologi parlano a proposito del matrimonio di capitale culturale, che rafforza i sistemi sociali e l’economia. A Wall Street e nella Silicon Valley il tasso di divorzio è superiore al cento per cento: le persone divorziano più volte perché il lavoro monopolizza tutto”. (Liminski)

• “La rivoluzione sessuale ha realizzato una generazione assorbita nella mentalità contraccettiva” (Farrow)

• “In questo contesto il Sacramento del matrimonio è in forte crisi. Il  corpo è ormai solo un oggetto ludico”. (Farrow)

CHIESA

• “Nella Chiesa c'è oggi una crisi di unità”. (Farrow) 

• “Una crisi della Chiesa per certi aspetti completamente inedita”. (Pierantoni)

• “Oggi vi è una deformazione dottrinale che non è di oggi, ma che vediamo in alcuni passaggi ambigui di AL”. (Pierantoni)

• “La modernità sembra divenuta una parola d'ordine nella Chiesa. Anche se mancano definizioni precise”. (Silvas)

• “Il culto della modernità diventa come una idolatria per ottenere approvazioni”. (Silvas)

• “Vedo un punto in comune tra il monachesimo e i laici che oggi cercando di dimorare nella Parola di Dio”. (Silvas)

• “Gli hobbits della Terra di mezzo non erano tra i potenti, eppure hanno avuto un ruolo fondamentale. Così i laici”. (Silvas)

• “La preghiera come atto politico più urgente”. (Silvas)

• “La Chiesa è in crisi perché deve di nuovo affrontare dentro se stessa la questione della sua fedeltà a Dio padre e nostro Signore Gesù Cristo”. (Farrow) 

GIUSTIZIA E MISERICORDIA

• “E' un pericolo gnostico nel dividere un Dio giudice da un Dio misericordioso”. (Farrow) 

• “La misericordia senza verità è la madre della dissoluzione”. Silvas

• “Sfida per la Chiesa oggi è alzare gli occhi a Dio che non ha bisogno di attenuare la giustizia per dare misericordia”. (Farrow)

• “E’ in atto un neo marcionismo evidente che oppone la giustizia alla misericordia. Vi è quasi sempre un problema dottrinale attaccato a un problema morale persistente: è tipico dell’uomo caduto”. (Farrow)

• “Come dice Sant’Ireneo è l’opposizione tra queste due grandi perfezioni di Dio, ovvero la sua giustizia e la sua misericordia. Una misericordia che possa sostituire il potere giudiziale di rimprovero del Padre pensando di aver trovato un Dio senza rabbia, un Dio che giudica e un altro che salva così dividendo Dio inconsapevolmente negano l’intelligenza della divinità ponendo fine alla divinità perché se il giudizio non è in grado di premiare chi lo merita non sarà un giudice saggio. I nostri neo marcioniti sono più sottili: non parlano di due dei ma di un Dio come se fosse carente del giudizio o come se fosse conoscibile solo dalla sua misericordia”. (Farrow)

COSCIENZA

• “La coscienza non può assumere giurisdizione sulla legge naturale. Questa è la preoccupazione principale dei Dubia”. (Farrow)

• “Il n°303 di Amoris Laetitia pone il problema di come si intende la coscienza rispetto a Veritatis splendor n°56”. (Farrow)

• “La nozione di coscienza non può scomparire in un buco nero di soggettività”. (Farrow)

TRADIZIONE

• “La tradizione non può contraddire sé stessa”. (Farrow) 

• “Gesù senza registratore? Pensare che il Verbo, la sapienza divina non sia in grado di scegliere il mezzo più adatto al corpo della sua chiesa è una contraddizione. E’ un rischio ariano di chi pensa che Gesù non sia in grado di parlare ad ogni tempo. Contraddice il suo essere il Verbo incarnato”. (Pierantoni)

• “Il generale non è sfiorato dalla riflessione che, se l’eterna Sapienza avesse pensato che un registratore fosse il mezzo più idoneo per farci conoscere le Sue parole, lo avrebbe senz’altro scelto. E, con la saccenteria dell’homo technologicus, viene a dirci che una macchina, un essere inanimato, sarebbe un mezzo più efficace della viva tradizione di esseri umani, che passa attraverso il cuore e la fede degli Apostoli e dei loro successori, che a questo preciso fine furono da Lui stesso prescelti”. (Pierantoni)

• “Il Deposito della fede, conservato dalla Tradizione, non è un sistema di pensiero meramente umano, fallibile, dove possa introdursi un elemento incoerente o erroneo, che potrebbe essere quindi corretto senza danno, anzi con profitto della verità”. (Pierantoni)

DUBIA E AMORIS LAETITIA

• “Il quinto dubium non può avere altra risposta che nel chiarificare il n°303 di AL”. (Farrow) 

• “I dubia sono a loro modo inediti in quanto chiedono qualcosa che il magistero aveva già ben definito” (Pierantoni)

• “Fino a quando i Dubia non troveranno risposta sarà difficile evitare la confusione delle interpretazioni di AL”. (Silvas) 

• “I Dubia sono pertinenti, viste la interpretazioni contraddittorie che possono avvenire sul capitolo VIII”. (Collin)

• “Come possiamo far vedere il giusto amore verso il santo padre? La situazione si è evoluta in modo tale che i Dubia sono necessari e devono necessariamente avere una risposta. La mia preoccupazione non è tanto nel "processo" ma nella sostanza”. (Farrow)

• “I dubia sono un mezzo con cui si chiede all’autorità competente di chiarire. La caratteristica inedita dei Dubia è che si domanda qualche cosa che è già chiarito dal Magistero. E’ un gesto questo dei cardinali coraggioso perché senza dirlo direttamente dicono che si sta dicendo il contrario di un Magistero infallibile”. (Pierantoni) 

• “In questa situazione, i Dubia, queste cinque domande presentate dai Quattro Cardinali, sono stati certamente un punto fondamentale di svolta, una potente luce di verità che si è proiettata su questo caos, e per questo li dobbiamo ringraziare profondamente”. (Pierantoni) 

• “Per quanto siano pochi e apparentemente isolati, le loro domande sono comunque coraggiose affermazioni di verità. In realtà, non sono solo loro che parlano, ma lo stesso Logos, “dalla cui bocca esce una spada affilata”. (Pierantoni)

• “La discussione su AL per molti è solo dovuto a cattiva interpretazione del testo. Ma il testo ha aperture evidenti”. (Silvas)

• “La nota 329 di AL che richiama Gaudium et spes, riferita agli sposi, è applicata a coloro che sposi non sono. Perchè?”. (Silvas)

• “Perchè nella Relatio finale del Sinodo 2014 sono state inserite proposte che non avevano maggioranza?”. (Silvas) 

• “Il capitolo VIII di AL cambia in modo omogeneo rispetto al magistero precedente?”. (Collin)

• “La legge di Dio non può diventare un elemento tra gli altri, da ponderare in base alle situazioni”. (Collin)

• “Oggi, non a caso, in varie parti della chiesa Humanae vitae è semplicemente ignorata”. (Collin)

• “Nella diatriba su Amoris Laetitia è implicato il significato di ben tre Sacramenti: matrimonio, penitenza e soprattutto l’Eucarestia. Abbiamo conferenze episcopali, singoli vescovi, sacerdoti che sui temi più delicati danno interpretazioni e indicazioni anche opposte. Siamo all’assurdo che, tanto per fare un esempio, le indicazioni ai fedeli sull’accesso ai Sacramenti cambiano non solo da paese a paese, ma anche da diocesi a diocesi e da parrocchia a parrocchia”. (Silvas)

• “Il Papa si trova in un vicolo cieco, incastrato tra il rischio dell'eresia formale e quello di doversi espressamente smentire”. (Pierantoni) 

PAPISMO

• “Il papismo affettivo di molti cattolici, giusto sentimento, non può occultare alcune problematiche di AL”. (Silvas)

DOTTRINA E MAGISTERO

• “Se la legge di Dio è solo un semplice ideale, questa rimane solo un opzione tra le altre”. (Collin)

• “Diversamente da questi due Papi che per pressioni esterne avallarono formule errate senza aderirvi essi stessi, oggi è in atto una grave deformazione dottrinale che deriva da Lutero e dal modernismo e che trova espressione nell’Amoris Laetitia senza che ciò sia la conseguenza di pressioni esterne”. (Pierantoni)

• “L’errore di questo atteggiamento consiste non solo e non tanto nel negare uno o anche più punti specifici della dottrina cattolica, ma proprio nello screditare la sua natura stessa di “dottrina” e il suo necessario aggancio con la ragione. Infatti, se “la realtà è superiore all’idea”, a perdere rilevanza non è solo una dottrina, ma la dottrina stessa”. (Pierantoni)

• “Quello che invece salta all’occhio nella situazione attuale è proprio la deformazione dottrinale di fondo che, pur abile nello schivare formulazioni direttamente eterodosse, manovra tuttavia in modo coerente per portare avanti un attacco non solo contro dogmi particolari come l’indissolubilità del matrimonio e l’oggettività della legge morale, ma addirittura contro il concetto stesso della retta dottrina e, con esso, della Persona stessa di Cristo come Logos”. (Pierantoni)

• “Il magistero di Veritatis splendor è ben chiaro e stabilito. E praticamente è di magistero infallibile”. (Pierantoni) 

• “Chiarezza è importante per evitare che vi siano interpretazioni erronee rispetto alla continuità del magistero”. (Pierantoni) 

• “GPII e BXVI hanno opposto un magistero molto preciso contro il dilagare dei valori della modernità nella Chiesa”. (Silvas) 

DISCERNIMENTO

• “Mai S.Ignazio utilizza il discernimento sugli atti considerati intrinsecamente malvagi”. (Collin)

• “La più grande sfida della chiesa è passare dal discernimento delle situazioni al discernimento di Dio, un Dio che non deve attenuare la giustizia per far emergere la misericordia”. (Farrow)

• “Ora, è chiaro che proprio il discernimento e l’accompagnamento contrastano direttamente con la supposizione che il soggetto rimanga, a tempo indefinito, inconsapevole della sua situazione. E il redattore, lungi dal percepire tale contraddizione, la spinge fino all’ulteriore assurdo di affermare che un approfondito discernimento può portare il soggetto ad avere la sicurezza che la sua situazione, oggettivamente contraria alla legge divina, sia proprio ciò che Dio vuole da lui. Cioè: l’elemento soggettivo dell’ignoranza, che può certamente diminuire la responsabilità in molti casi, qui paradossalmente si trasforma in un elemento di scienza, in base al quale il soggetto può arrivare a stabilire con certezza che Dio vuole da lui un comportamento oggettivamente contrario allaSua stessa legge, quella legge che emana dalla sua eterna e infallibile Sapienza”. (Pierantoni) 

• “Una cosa è la legge positiva che regola la circolazione di un’auto in un certo Paese; altra cosa è il libretto di istruzioni scritto dal fabbricante del veicolo. Se io supero un limite di velocità, supponiamo per un’emergenza vitale, posso anche essere moralmente giustificato, perché la regola, in sé giusta, non è però assoluta, perché non è intrinsecamente legata all’essenza del veicolo. Se invece contravvengo all’indicazione del fabbricante, che mi dice che l’automobile è stata disegnata per funzionare con la benzina, nessuna emergenza o eccezione, nessun discernimento, certamente, servirà a far sí che l’auto funzioni col gasolio. Mettervi del gasolio non è quindi un male perché sia  “proibito” da una qualche legge esterna, ma è intrinsecamente irrazionale, perché contraddice la natura stessa del veicolo”. (Pierantoni) 

PARRESIA

• “Il Papa ha il diritto di aspettarsi che noi gli parliamo con parresia, che in greco vuol dire: "dire tutto" anche a costo di rimetterci. Parresia significa dire qualche cosa che dà fastidio, la usa Pietro con gli ebrei quando ricorda loro che "questo messia voi lo avete crocifisso". Questa è la parresia. La stessa che Paolo usa con Pietro”. (Pierantoni)

• “Di questa deformazione dottrinale la prima vittima è proprio il Papa, che di essa, mi azzardo a ipotizzare, è assai poco consapevole, vittima di un’alienazione generalizzata ed epocale dalla Tradizione, in ampi strati dell’insegnamento teologico; dietro a lui, innumerevoli sono le vittime che cadono in inganno”. (Pierantoni)

• “Una correzione fraterna, infine, non è né un atto di ostilità, né una mancanza di rispetto, né una disobbedienza. Non è altro che una dichiarazione di verità: caritas in veritate. Il Papa, ancor prima di essere papa, è nostro fratello, e questo è quindi un primordiale dovere di carità nei suoi confronti. Del suo destino ci sarà chiesto conto, come anche di quello di tutti coloro che si affidano alla sua guida. L’empio, dice Dio attraverso il profeta Ezechiele, “morirà per il suo peccato”, ma se tu, sentinella, non lo avverti, “della sua morte chiederò conto a te” (Ezech. 33,8). (Pierantoni)

• “Per finire, dal confronto della situazione attuale con quella dei precedenti “papi eretici”, emerge una somiglianza, ma anche una netta differenza. La somiglianza è data dal fatto che in tutti e tre i casi, in fondo, quello che si ricerca è una formula di compromesso, una soluzione politica che possa riscuotere il maggior numero di consensi, senza però approfondire il suo contenuto veritativo e la sua coerenza con la Tradizione. La storia insegna che questi tentativi sono destinati al fallimento, perché il successivo sviluppo della riflessione fa inevitabilmente venire a galla le contraddizioni che si era cercato di dissimulare”. (Pierantoni) 

• “Senza togliere nulla né alla gravità delle antiche controversie trinitarie e cristologiche, né alla drammaticità degli eventi che coinvolsero Liberio e Onorio, né alle loro responsabilità, tuttavia, in confronto con la situazione attuale, le loro deviazioni dottrinali appaiono limitate a punti particolari, sia pure molto importanti, e derivate in gran parte, più che dalla mente eretica dei Pontefici, dalle pressioni politiche e da una terminologia teologica ancora in via di formazione”. (Pierantoni)

•“Alla luce di tutto ciò, si rende quindi più che mai necessario, un ulteriore atto di coraggio, di verità e di carità, da parte dei Cardinali, ma anche dei Vescovi e poi di tutti i laici qualificati che volessero aderirvi. In una situazione così grave di pericolo per la fede e di scandalo generalizzato, è non solo lecito, ma addirittura doveroso per l’inferiore correggere fraternamente il superiore, sempre che si faccia nella carità; neppure l’obbedienza gerarchica o religiosa può essere utilizzata, in questo caso di pericolo generale, come una scusa per tacere la verità”. (Pierantoni)


EDITORIALE
Un'immagine del convegno
 

l convegno del 22 aprile ha contribuito a spiegare la gravità della situazione e la profondità della crisi che si è ormai creata nella Chiesa cattolica a proposito di accesso ai sacramenti. Questo indica che anche il tempo della battaglia sulle interpretazioni  è ormai passato...

di Riccardo Casciol

Non c’è dubbio che il convegno internazionale “Fare chiarezza – A un anno dalla Amoris Laetitia”, svoltosi a Roma il 22 aprile e organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana e Il Timone, sia stato un evento eccezionale. Non solo è il primo appuntamento che affronta in modo sistematico le parti controverse della esortazione apostolica Amoris Laetitia, ma - come ho avuto modo di rilevare già in apertura del convegno - esso è stato pensato, voluto e realizzato esclusivamente da laici. E laici sono stati anche i relatori, di grande livello e preparazione, provenienti da ogni parte del mondo. 

Evento eccezionale, dunque, ma non estemporaneo. Esso è il frutto di un lavoro che va avanti da anni con le nostre testate giornalistiche, che hanno nel Dna l’amore a Cristo e alla Chiesa, e che vogliono giudicare tutta la realtà alla luce del magistero. Nasce dunque dal constatare il disorientamento di tanti cattolici e la confusione che nella Chiesa oggi regna sovrana. E certamente il lavoro non finisce con questo convegno.

Nato con lo scopo di ridare voce ai Dubia dei quattro cardinali (Brandmuller, Burke, Caffarra, Meisner), ai quali non è giunta ancora alcuna risposta da parte del papa, ha certamente contribuito a chiarire i problemi legati alla Amoris Laetitia e a come è stata generalmente interpretata.

Mi pare di poter dire con certezza che si esce dal convegno di sabato con la accresciuta consapevolezza di una crisi molto grave che la Chiesa sta vivendo, una crisi che presenta analogie con altri momenti complicati nella storia della Chiesa, ma anche con delle caratteristiche inedite. Si tratta di una crisi che non nasce certo con la Amoris Laetitia o con i Sinodi sulla famiglia che ne sono la principale fonte, ma non c’è dubbio che l’esortazione apostolica in questione abbia avuto l’effetto di aprire i cancelli e lasciare circolare liberamente nella Chiesa idee e prassi eterodosse. E in gioco ci sono le fondamenta stesse della Chiesa cattolica.

Il problema infatti non è solo il testo della Amoris Laetitia – le cui contraddizioni sono state ben spiegate -, c’è soprattutto il contesto. Ovvero, da una parte altri discorsi e scelte di papa Francesco che danno forza alle interpretazioni più “progressiste”, ad esempio per quel che riguarda l’accesso dei divorziati risposati all’Eucaristia; dall’altra la situazione di Chiesa in cui questo documento è stato calato. E qui sappiamo che in tante diocesi ormai “discernimento” è diventato sinonimo di “comunione per tutti”.

Il punto a cui siamo arrivati ci fa dire che sembra ormai superato il momento in cui si poteva combattere sull’interpretazione. Se resta comunque valida l’indicazione di interpretare le indicazioni, laddove il testo è ambiguo, in continuità con il Magistero precedente (secondo le linee guide elaborate da alcuni docenti dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia), ma la situazione attuale richiede un passo ulteriore. Se dei sacerdoti vengono puniti dai loro vescovi perché ritengono in coscienza di non poter dare la comunione ai divorziati risposati; se tanti vescovi lasciano che il richiesto discernimento delle situazioni personali si traduca in accesso libero alla comunione (quando non sono i vescovi stessi a chiederlo); se è ormai giustificata e promossa a valore positivo l’omosessualità; e se ciò accade ormai in tutto il mondo, è chiaro che c’è bisogno anche di altro.

In questi mesi si è parlato tante volte di correzione fraterna da parte dei quattro cardinali, e il tema è stato evocato anche al convegno del 22 aprile, ma è un’ipotesi che comprensibilmente si cerca di evitare. Le contraddizioni però non possono reggere a lungo e per poter evitare che l’errore dilaghi è necessario che si chieda con forza al Papa di intervenire per chiarificare la materia.


[Modificato da Caterina63 24/04/2017 10.20]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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25/04/2017 18.36
 
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  “Fare chiarezza”. I dubia e l’urgenza di verità. Intervento di Anna Silvas


 


Nella nostra traduzione dall'originale inglese pubblichiamo l'intervento tenuto il 22 aprile durante il Convegno di Roma - l'Hotel Columbus, da Anna M. Silvas, australiana di rito orientale, studiosa dei Padri della Chiesa e docente alla University of New England, che sottolinea il pericolo che la Chiesa cattolica si inoltri anch'essa sulla strada già percorsa secoli fa dai protestanti e dagli ortodossi verso il divorzio e le seconde nozze: proprio ora che la Chiesa copta sta tornando all'indissolubilità senza eccezioni del matrimonio cristiano. 


Un anno dopo l’Amoris Laetitia: una parola tempestiva
“Fare chiarezza. I dubia e l’urgenza di verità – la verità vi farà liberi” (“Seeking Clarity. The Dubia and the Need for Truth – The Truth Will Set You Free”).
Anna M. Silvas, Sabato 22 aprile 2017

“Vidi le menzogne che il nemico spargeva in tutto il mondo e dissi, gemendo: ‘Cosa può sconfiggere così tante menzogne?’, e udii una voce dal cielo che mi rispondeva: ‘L’umiltà’”, affermò Sant’Antonio il Grande, padre di tutti i monaci.

È la stessa sensazione che provo io all’accettare di parlarvi in questo momento, un anno dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia. Vi chiedo di perdonarmi, perché mi sembra che vi siano molti fedeli più qualificati di me che dovrebbero parlare al posto mio. L’ambito ecclesiastico contemporaneo è così disseminato di menzogne canoniche, teologiche ed ecclesiologiche e quest’epoca della Chiesa è così strana che è molto difficile azzardarsi a dire qualcosa.
 
Se dovessi identificare in un solo punto la questione della crisi attuale della Chiesa, utilizzerei il termine ‘modernità’ e la tendenza della Chiesa ad apprezzare in modo così esagerato la ‘modernità’, costi quel che costi. La teologa Tracey Rowland sottolinea che ‘il moderno’ a cui siamo esortati ad aggiornarci non è stato mai definito nei documenti del Vaticano II, il che rappresenta una lacuna veramente straordinaria. Ella afferma: “L’assenza di un esame teologico di questo fenomeno culturale chiamato ‘modernità’ o ‘il mondo moderno’ dai Padri conciliari negli anni 1962-65 è forse uno degli elementi più sorprendenti dei documenti del Concilio Vaticano Secondo”.
 
La parola latina moderna significa ‘il momento presente’, ‘le ultime novità’, ‘ciò che è più recente’. Il culto della modernità nasce quando facciamo di essa un oggetto di desiderio prioritario per ottenere l’approvazione delle élites, dei proprietari dei media e degli arbitri della cultura. Se nel fare una diagnosi dovessi puntare il dito contro qualcosa, lo farei esattamente contro questo desiderio di emulazione.

Circa due anni fa, una mia giovane amica insegnante, appassionatamente impegnata nella fede cattolica, ha trovato lavoro in una nuova scuola cattolica. Un giorno uno dei suoi studenti di ottavo anno ha fatto un esercizio sulla ‘politica’. I suoi studenti frequentavano il secondo anno di high-school [equivalente alla nostra terza media, N.d.T.], sicché avevano ricevuto otto anni di insegnamento cattolico ed erano già passati per il ‘programma’ (parola orribile: che significa?) sacramentale completo. La mia amica chiese agli alunni quale sarebbe stata la loro politica se fossero stati candidati per le prossime elezioni. Con sua grande sorpresa, tutti loro – eccetto un ragazzo – inclusero il matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’agenda LGBT; per cui cercò di porre riparo con una conversazione. Ciò mi ha fatto capire fino a che punto i valori di una modernità puramente secolare fanno più breccia nei ‘cattolici’ di oggi rispetto ai valori della vita in Cristo e all’insegnamento della Chiesa. L’immersione nelle pratiche della modernità ha portato a una situazione de facto per cui il mythos della modernità si è insediato nel midollo stesso e nelle vene dei cattolici, permeando il loro modo di pensare e agendo in modo implicito. Mi guardo intorno e comincio a chiedermi con raccapriccio quanto questa considerazione possa essere applicata alle gerarchie della Chiesa, forse persino ai suoi migliori componenti. Quanti di loro sono più profondamente, profondamente tributari al ‘programma’ del mondo moderno piuttosto che essere veramente obbedienti alla chiamata di Cristo rivolta alla parte più profonda delle nostre menti e dei nostri cuori?
 
Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II ci sembrava che le cose fossero tornate in qualche modo ‘a posto’ per un certo tempo, per lo meno in alcuni ambiti, specialmente vista la sua intensa spiegazione del mistero nuziale della nostra prima creazione in supporto dell’Humanae Vitae. Questa situazione è continuata sotto Benedetto XVI, con qualche tentativo di porre riparo alla decadenza liturgica e alla ‘feccia’ morale degli abusi sessuali ad opera dei sacerdoti. Avevamo sperato che perlomeno si stessero ponendo dei rimedi. Ora, nei pochi anni del pontificato di Papa Francesco, lo spirito ammuffito e stantio degli anni Settanta è risorto, portando con sé sette altri demoni. E qualora al principio lo dubitassimo, lo scorso anno l’Amoris Laetitia e i suoi postumi hanno reso perfettamente chiaro che questa è la nostra crisi. Il fatto che quello spirito estraneo sembri aver alla fine ingoiato il Soglio di Pietro, trascinando coorti sempre più estese di una compiacente gerarchia ecclesiastica all’interno della sua rete, è l’aspetto più inquietante e veramente scioccante per molti di noi fedeli cattolici laici. Osservo un gran numero di alti prelati, vescovi e teologi e non riesco a riscontrare in loro, ve lo giuro, la benché minima presenza del sensus fidelium: e questi sarebbero i latori dell’officio dell’insegnamento della Chiesa? Chi rischierebbe la propria anima immortale affidandosi al loro giudizio morale nella Confessione?

*   *   *

Preparando questo intervento, ho riletto attentamente l’Amoris Laetitia dopo quasi un anno. Navigando per le acque torbide del Capitolo Ottavo, mi si è confermata l’impressione che avevo avuto nella mia lettura dell’hanno prima. In realtà, mi è sembrato un documento ancor peggiore di quanto mi forse apparso a una prima lettura, e sì che ne avevo un’opinione veramente negativa.
 
Non c’è bisogno di offrirne qui altre analisi dettagliate oltre a quelle effettuate da tanti commentatori scrupolosi in quest’ultimo anno, come i primi eroici critici Robert Spaeman e Roberto De Mattei, il Vescovo Schneider [e qui], i ’45 Teologi’, Finis e Grisez e molti altri [vedi indice], ciascuno dei quali dovrebbe essere portato in trionfo quando la storia di questi tempi verrà scritta.
 
Tuttavia, vi è un gruppo il cui approccio trovo molto strano: quello di alti prelati e teologi sinceramente ortodossi che trattano il tumulto provocato dall’Amoris Laetitia come una questione di ‘fraintendimento’. Si basano esclusivamente sul testo, astraendo da tutti gli antecedenti conosciuti relativi alle parole e alle azioni di Papa Francesco o del suo più vasto contesto storico. È come se volessero interporre un abisso che non possa essere attraversato tra la persona del papa – da cui il documento è stato firmato – da una parte e il ‘testo’ del documento dall’altra. Una volta posto il Santo Padre al sicuro, in quarantena, fuori dal centro dell’attenzione, sono liberi di affrontare il problema, che identificano nell’‘uso improprio’ del testo, per poi esprimere il pio auspicio che il Santo Padre ‘corregga’ questi errori.
 
Non c’è dubbio sul fatto che la reverenza nei confronti del successore di Pietro abbia a che vedere con queste manovre contorte. Lo so, lo so! Abbiamo avuto a che fare con questo dilemma per un anno o ancor di più. Ma ad ogni lettore in pieno possesso delle sue facoltà mentali che – come ha espresso la Censura dei 45 Teologi – non ‘stia cercando di piegare in qualsiasi direzione le parole del documento, bensì … di carpire una percezione naturale o immediata del significato delle parole da correggere’, tutto questo stride come un’artificialità altamente distorta.
 
Il ‘tentativo’ operato da Papa Francesco in questo testo è perfettamente decifrabile a partire dal testo stesso, leggendolo in modo normale e naturale e senza filtri. Facciamo alcuni esempi.
 
Il primo dei Cinque Dubia dei Cardinali conclude: “L’espressione ‘in certi casi’ che si trova alla nota 351 dell’esortazione Amoris Laetitia si può applicare alle persone divorziate che si trovano in una nuova unione e che continuano a vivere more uxorio?”. È fuor di dubbio che una chiarificazione da parte del papa sul proposito della sua nota a piè di pagina sia di urgente importanza per la Chiesa. Tuttavia, ciò che il papa intendeva dire è chiaro dall’inizio dello stesso paragrafo 301, il cui argomento è costituito dalle “persone che vivono in ‘situazioni irregolari’”. Tutto quanto è detto poche linee più in basso su quanti si trovano in situazioni di peccato oggettivo, vale a dire che possano crescere in grazia, carità e santificazione, forse con l’aiuto dei sacramenti, in particolare della Santa Comunione, viene affermato sotto il titolo ‘situazioni irregolari’.
 
Il fatto che nel novero delle persone ammesse all’Eucarestia pur trovandosi in ‘situazioni irregolari’ cosiddette ‘santificanti’ siano compresi i divorziati e risposati civilmente che non hanno intenzione di rinunciare ad avere relazioni sessuali è segnalato nel paragrafo 298, in cui la nota a piè di pagina 329, un passo di Gaudium et Spes, 41 che abborda la questione della continenza temporanea all’interno del matrimonio così come viene insegnata da San Paolo, viene oltraggiosamente applicata alle persone che non si trovano in un matrimonio cattolico, bensì in ‘situazioni irregolari’, e utilizzata come argomento per sostenere che non debbano vivere come fratelli e sorelle. L’intenzione, introdotta da un travisamento di San Giovanni Paolo e da una sfacciata menzogna sul significato di GS, 51 è ben chiara. Dov’è dunque la difficoltà nel comprendere cosa intenda dire il papa?
 
Nel paragrafo 299 Papa Francesco ci chiede di discernere ‘quale delle varie forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possa essere superata’, il che mostra con sufficiente chiarezza il suo obiettivo: come possiamo superare queste ‘esclusioni’, principalmente liturgiche, che sono ancora praticate? Dov’è la difficoltà nel comprendere le intenzioni di Papa Francesco?
 
E vi sono molte altre frasi simili. Già nella prefazione egli avverte che “tutti dovrebbero sentirsi provocati dal Capitolo Ottavo” e più in basso, in quel capitolo (par. 308) ammette indirettamente che questo approccio possa dar adito a confusione. Prestiamogli fede: è proprio questo il suo intento, e non è poi così difficile capirlo.
 
Abbiamo quindi notato il concentrarsi in modo astratto sul solo testo che esclude puntigliosamente le azioni e la persona di Papa Francesco da ogni considerazione relativa ai propositi del documento. Ma anche gli antecedenti storici più ampi sono rigidamente scartati come mezzi di decifrare il pensiero del papa. Per menzionarne solo alcuni tra una galassia di incidenti, possiamo citare la pratica risaputa dell’Arcivescovo Bergoglio di ammettere tacitamente alla Santa Comunione, nella sua arcidiocesi, tutte le persone che vi si accostavano, le persone che coabitavano, i divorziati e i risposati civilmente; l’aver scelto personalmente il Cardinal Kasper come autore del discorso introduttivo del Sinodo del 2014, come a voler educatamente chiudere un occhio all’intero passato delle attività di Kasper su queste questioni; i vari modi in cui questi due sinodi sono stati manipolati, come per esempio l’ordine papale di includere nella relazione finale una proposizione sulla comunione ai divorziati e risposati cui i vescovi avevano votato contro nel Sinodo del 2014; la sua accesa condanna dei farisei e di altre persone rigide nel suo discorso conclusivo del Sinodo del 2015; e, più recentemente, il suo caloroso apprezzamento nei confronti di Bernard Häring, il decano dei teologi morali dissenzienti negli anni Settanta e Ottanta, il cui libro del 1989 sull’ammissione dei divorziati e risposati civilmente all’Eucarestia, ad imitazione dell’oikonomia ortodossa orientale, è stata una munizione per il cannone di Kasper. E poi, ovviamente, vi è l’approvazione da parte di Papa Francesco dell’‘interpretazione’ dell’AL dei vescovi argentini, ossia esattamente nel modo in cui lui voleva: “No hay otras interpretaciones”. Voi conoscete bene tutti questi incidenti, e ve ne sono molti altri che si verificano quotidianamente che permettono di carpire molto bene le intenzioni di Francesco.

*   *   *

Sono sicura che Papa Francesco è ben consapevole della dottrina dell’infallibilità papale e sa quanto elevati siano i suoi limiti, ed è quindi abbastanza astuto per non far scattare mai i suoi meccanismi. Il prestigio unico del papato nella Chiesa cattolica, oltre al papismo pratico e affettivo di molti cattolici, sono utili vantaggi che sfrutterà fino in fondo. Perché dobbiamo finalmente capire che per Francesco l’infallibilità non conta assolutamente nulla, purché egli riesca ad essere quella sorta di agente di cambiamento della Chiesa che vuole essere. Che sia veramente questo il suo spirito lo si apprende dal paragrafo 3 dell’AL, in cui afferma:
“Dato che ‘il tempo è più grande dello spazio’, vorrei puntualizzare che non tutte le discussioni su questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere concluse da un intervento del magistero. L’unione dell’insegnamento con la pratica è certamente necessaria nella Chiesa, ma ciò non preclude vari modi di interpretare alcuni aspetti di tale insegnamento o di trarre certe conclusioni da esso. Ciò si verificherà ogniqualvolta lo Spirito ci guiderà all’intera verità (cfr. Gv 16, 13), finché ci introdurrà pienamente nel mistero di Cristo e ci renderà capaci di vedere tutte le cose come Lui”.
Ma io penso che ‘lo spirito’ cui Francesco allude così affabilmente ha molto di più a che vedere col Geist di Hegel che con lo Spirito Santo di cui Nostro Signore parla, lo Spirito della Verità che il mondo non può ricevere, perché né lo vede né lo conosce (Gv 14, 17). D’altra parte il Geist hegeliano si manifesta tra contraddizioni e opposizioni, superandole in una nuova sintesi senza eliminare le polarità o riducendo l’una all’altra. Questo è lo spirito gnostico del culto della modernità.
 
Pertanto, Francesco perseguirà la sua agenda senza l’infallibilità papale, e senza preoccuparsi dei pronunciamenti magisteriali. Ci troviamo qui in un mondo di fluidità dinamica, di avvio di processi aperti, di spargimento dei semi del cambiamento desiderato che trionferà col tempo. Vi sono altri teorici – qui in Italia avete per esempio Gramsci e il suo manifesto del marxismo culturale – insegnano come realizzare la rivoluzione di nascosto. Così, all’interno della Chiesa Francesco e i suoi collaboratori non si confrontano con temi relativi alla dottrina affrontando a viso aperto la dottrina – perché sanno che se lo facessero sarebbero sconfitti –, bensì con un cambiamento incrementale della prassi realizzato al suono della marcia di persuasioni plausibili finché la prassi si consolida sufficientemente nel tempo arrivando a un punto di non ritorno. Queste tattiche occulte vengono chiaramente operate al ritmo della dialettica hegeliana. Per comprendere che questo è realmente il modus operandi di Papa Francesco, si consideri un certo ‘incidente dietro le quinte’ avvenuto nel Sinodo del 2015: “Se parliamo esplicitamente della comunione ai divorziati e risposati”, ha affermato l’Arcivescovo Forte, riportando una battuta di Papa Francesco, “non avete nemmeno idea del tumulto che scateniamo. Così non ne parleremo in modo esplicito, [ma] lo faremo in modo tale che le premesse vengano piantate, e poi trarremo le conclusioni”. “Tipicamente gesuita”, ha scherzato l’Arcivescovo Forte.
 
Poi, lentamente, regione per regione, vari vescovi in tutto il mondo cominceranno a ‘interpretare’ l’AL per far capire che la Chiesa ha ormai ‘sviluppato’ la sua prassi pastorale per ammettere i divorziati e civilmente risposati all’Eucarestia, mettendo da parte la clausola sacramentale condizionale più importante che ha retto fino ad ora, a condizione che venga suonata una sonora nota di ‘accompagnamento’. E quanto Papa Francesco vedrà succedere tutto ciò, quale sarà la sua reazione? Si rallegrerà nel constatare che tali vescovi hanno saputo carpire i suoi suggerimenti contenuti nell’AL: ho già menzionato il suo famoso “No hay otras interpretaciones” rivolto ai vescovi argentini; l’ultimo caso è la sua lettera di ringraziamento ai vescovi di Malta per le loro interpretazioni.
 
Credo sia un’ingiustizia accusare questi vescovi di fare un ‘cattivo uso’ dell’AL. Al contrario, essi hanno tratto conclusioni appropriate per ogni lettore scrupoloso e attento del documento papale. Il biasimo e la tragedia per la Chiesa vanno attribuiti piuttosto all’intento nascosto e ben articolato all’interno della stessa Amoris Laetitia e al papismo ingenuo di una parte dei vescovi, che hanno un concetto così povero dell’obbedienza alla fede imperitura della Chiesa che non riescono nemmeno ad accorgersi quando essa viene gravemente attaccata, anche da parte dei suoi quartieri alti.
 
In questo gioco di sotterfugi e di intento incrementale, il discorso elaborato sul ‘discernimento’ e sull’‘accompagnamento’ sofferti o sulle situazioni moralmente difficili ha una funzione specifica: quella di essere un velo temporaneo che nasconda il fine ultimo. Non abbiamo visto come funzionano le arti oscure del ‘gioco sporco’ della politica secolare, utilizzato per attivare la fase successiva della trasformazione sociale? Ebbene, adesso vengono utilizzate non solo in politica ma anche all’interno della Chiesa. Il risultato finale coinciderà esattamente con la tacita pratica messa in atto per anni dall’Arcivescovo Bergoglio a Buenos Aires. Non ci si lasci trarre in inganno: il risultato finale sarà più o meno un permesso indifferente ad accedere alla Santa comunione a chiunque vi si presenti. E così si ottengono l’inclusione universale e la ‘misericordia’ volute dal cielo, vale a dire la banalizzazione terminale dell’Eucaristia, del peccato e della penitenza, del sacramento del Matrimonio, di ogni fede in una verità oggettiva e trascendente, dello svisceramento del linguaggio e di ogni atteggiamento di compunzione di fronte al Dio vivo, al Dio della Santità e della Verità. Se mi è consentito di parafrasare qui un detto di San Tommaso d’Aquino, la misericordia senza la verità è la madre della dissoluzione.
 
Papa Francesco non ha assolutamente intenzione di giocare seguendo le ‘regole’ di nessuno – men che meno le ‘regole’ vostre o le mie o di chicchessia sul papato. Sapete bene cosa ne pensa delle ‘regole’. Ce lo ripete costantemente. È uno degli spropositi più leggeri all’interno della sua ben nota riserva di insulti. Quando sento parlare quanti ci fanno la lezioncina sostenendo che Papa Francesco è la voce dello Spirito Santo nella Chiesa di oggi, non so se ridere dell’ingenuità di questa affermazione o se piangere per i danni che vengono fatti alle anime immortali. Direi che Francesco è veramente l’agente di uno spirito, ma del Geist hegeliano della ‘modernità’ che tanto sta operando all’interno della Chiesa. Si tratta, come ho detto prima, di uno spirito ammuffito e stantio, di un vecchio spirito che non ha vita in sé, di una forza privativa che sa solo nutrirsi in modo parassitico di quanto già esiste. Non sono così sicura del fatto che il saggio di Newman Lo sviluppo della dottrina cristiana non possa fornirci tutto ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare la crisi attuale. Nelle sue sette ‘note’ o criteri per distinguere tra uno sviluppo genuino della dottrina e la sua corruzione, ci fornisce le risposte necessarie alla prassi hegeliana che prevale dialetticamente sulla teoria. La settima nota è il “vigore cronico”. Col passare del tempo, una corruzione si mostra eccessivamente vigorosa, ma solo all’inizio dell’“infezione”, poiché non ha la vitalità sufficiente per sostenersi da sola a lungo termine. Farà il suo corso e morirà. La Vita di Grazia, invece, possiede in se stessa la Vita Divina e pertanto prima o poi espellerà tutto ciò che la combatte. La verità perdura. Vi saranno momenti altamente drammatici, ma alla fine essa prevarrà. Questo è il modo in cui la grazia agisce nello sviluppo organico della natura, l’esatto contrario del concetto gnostico secondo il quale “il tempo è più grande dello spazio”.
 
Miei cari fratelli nella fede nel Cristo Gesù Nostro Signore, questo falso spirito alla fine non prevarrà. Nel XVI secolo l’insurrezione protestante ha rimosso il Matrimonio dalla lista dei sacramenti e ha messo in moto la sua secolarizzazione nell’Occidente. Costantinopoli ha cominciato a perdere la sua conoscenza dell’accuratezza del Vangelo del Matrimonio con l’Imperatore Giustiniano e con suo codice civile romano sul divorzio. Poco a poco gli scandalosi esempi di imperatrici e imperatori adulteri risposati quando i loro legittimi coniugi erano ancora vivi sono penetrati nella Chiesa orientale e sono divenuti un’abitudine, e così si è formata la corrispondente teologia dell’oikonomia per mascherare questa grave breccia con la maschera della santa Tradizione. Questo è ciò che Häring, Kasper e compagnia, nella loro ignorante follia, hanno invocato come un esempio che dovremmo seguire. Ma fino ad ora la Chiesa cattolica in comunione con Roma ha mantenuto saldo l’insegnamento domenicale e apostolico sulla sacramentalità e sull’indissolubilità del matrimonio cristiano. Ve lo assicuro: dovreste studiare la storia recente della Chiesa copta su questo tema, perché è molto ispiratrice e incoraggiante. Prendiamo i copti come nostri alleati, in questo e in altri ambiti.
 
La proposta del Cardinale di pubblicare una correzione fraterna al papa rimane ancora in piedi? Ne abbiamo sentito parlare lo scorso mese di novembre, e ha sicuramente sollevato i nostri spiriti angustiati. Ma siamo già a fine aprile, e non è successo niente. Non posso fare a meno di pensare alla frase di Shakespeare: Una marea muove le vicende umane…, e mi chiedo se la marea è venuta e se n’è già andata e se noi fedeli laici siamo rimasti di nuovo abbandonati sulla spiaggia.
 
Eppure il Cardinal Burke ha recentemente affermato: “Fino a quando non sarà data una risposta a queste domande, una confusione assai pericolosa continuerà a spargersi nella chiesa, e una delle questioni fondamentali è quella che ha a che vedere con la verità secondo la quale vi sono degli atti che sono sempre e in ogni momento sbagliati, che chiamiamo atti intrinsecamente cattivi, e così noi cardinali continueremo a insistere per avere una risposta a queste domande oneste”.
 
Beh, cari cardinali, lo spero. Lo spero proprio. Noi fedeli vi supplichiamo: smettetela di calcolare gli esiti prudenti. La vera prudenza dovrebbe suggerirvi quando è ormai tempo di dare una testimonianza coraggiosa, altrimenti detta martirio.
 
Papa Francesco non presterà mai ascolto a nessuna correzione fraterna, come fece una volta Giovanni XXII. E sapete una cosa? Non sarebbe nemmeno un successo se pubblicasse davvero delle dichiarazioni su queste linee. Lasciate passare un ciclo di 24 ore e possiamo scommettere sul fatto che pronuncerà altre affermazioni che mineranno sottilmente o contraddiranno apertamente quanto ha detto il giorno prima. Se arrivati a questo punto ancora non abbiamo imparato qual è il suo modo di procedere, siamo davvero le pecore più stupide – o i pastori, secondo i casi. Vi chiedo perdono se mi azzardo a dire questo, ma prendiamone atto, in questo momento il papato non sta funzionando nella Chiesa. Pietro è divenuto di nuovo uno skandalon, la ‘roccia’ è diventata una pietra d’inciampo (cfr. Mt 16, 16-24). Finché saremo costretti ad affrontare questa realtà, per quanto incredibile possa sembrare, saremo incatenati dall’intimidazione e dall’illusione, e la soluzione (1 Cor 10,13) che il Signore ci offre sarà rimandata. Quale tipo di profeta volete che vi mostri in che tempi viviamo? Anania o Geremia? Scegliete voi.
 
In quale ginepraio noi fedeli laici ci troviamo in questi giorni di dura prova per la Chiesa? Non potrei rispondere in modo migliore che attraverso il seguente commento a un articolo dell’onesto e coraggioso combattente della verità Steve Skojec, apparso su One Peter Five. Pregate per Steve e per la sua famiglia. L’autore del commento è Roderick Halvorsen, di Santa (Idaho). Roderick si è convertito al cattolicesimo dal protestantesimo qualche anno da, e non ha alcuna intenzione di abiurare, ma vede le stesse follie del protestantesimo progressista rilasciare le sue metastasi nella Chiesa cattolica. Egli parla in questo modo di noi fedeli laici:
 
Ma in realtà, Dio sta mettendo alla prova noi. Ci sta chiedendo di stare in relazione con LUI, sì, personalmente, intimamente e veramente. Ha tolto al cattolicesimo tutte le ‘stampelle’; il potere, la gloria, il rispetto del mondo, leader e modelli affidabili, in breve, tutto quanto può aiutare i fedeli, ma non è necessario per la fede, e – come la ricchezza e il successo mondano – può diventare una fonte di indebolimento della nostra fede, quando cominciamo a riporre la nostra fiducia non più nella persona della nostra fede, Gesù Cristo, ma nella ‘cultura’ della fede.
 
“Gli rispose Gesù: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui’” (Gv 14, 23). Pertanto, dobbiamo camminare verso questo dimorare, a questo abitare, a questo essere nascosti con Cristo in Dio (Col 3, 3).
 
Nel mezzo del collasso sociale, culturale ed ecclesiale è straordinario osservare i segni di una causa comune tra il monachesimo e i fedeli laici che stanno cercando questa dimora interiore insieme al Cristo. L’opzione Benedetto di Rod Dreher, libro apparso poche settimane fa, attesta questo movimento. Poiché non è nei programmi politici efficienti, ma ‘sotto radar’, così per dire, nell’umile vita di comunità ordinata in Cristo, in comunità monastiche tranquillamente stabilite che risiedono gli avamposti di un nuovo universo liturgico tra le rovine dell’Impero Romano occidentale. Noi fedeli laici, sia pure in un altro modo, abbiamo in mente le chiese domestiche rappresentate dalle famiglie, percepiamo le crisi in aumento di questi tempi e intuiamo che per superarle il terreno della lotta spirituale si trova nelle comunità locali, in ciò che è piccolo, in ciò che è nascosto, in ciò che non è importante agli occhi del mondo. Noi fedeli laici abbiamo un ruolo piccolo o nullo nel mondo ecclesiastico, e in molti casi non abbiamo nemmeno successo mondano. Persone come noi hanno sete di una liturgia alternativa di vita e di comunità, di preghiera e di opere, e alcuni di noi percepiscono che il monachesimo più profondo ha qualcosa da dirci. Conor Sweeney, un caro amico del John Paul II Institute a Melbourne, che purtroppo verrà presto chiuso, ama utilizzare gli hobbit della mitologia di Tolkien come allegoria di questo stile di vita alternativo cristiano. Poiché furono gli hobbit, un popolo insignificante che non aveva posto nei consigli dei potenti, a ricevere, contro ogni previsione, il ruolo decisivo nel rovesciamento delle potenti forze del Signore oscuro che minacciavano di trascinare la Terra di Mezzo in un regno di barbarie.
 
Per un altro mio amico, Michael Ryan, uomo sposato e padre, la brillante fonte di ispirazione tra i santi è San Bruno. Ve lo immaginate, il testimone della vita monastica più intensamente contemplativa della Chiesa occidentale, quella dei certosini, diventare il faro di speranza dei fedeli laici? Perché il monachesimo profondo ha tutto a che vedere con la moné, con la ‘dimora’ o con l’‘abitare’ in Cristo, con l’aspettare e osservare con fede piena di speranza, ‘utili’ come il profeta Abacuc che rimane ad osservare sulla torre di guardia, ‘utili’ come Simeone e Anna che frequentano il tempio e aspettano tutta la vita la luce nascente della salvezza e la riconoscono quando arriva, ‘utili’ come le donne che sedevano a distanza e vigilavano la tomba di Nostro Signore il giorno dopo il primo Venerdì Santo, ‘utili’ come la Nostra Santissima Signora, Maria, che rimane in piedi presso la Croce.
 
Forse la preghiera, una preghiera di questo tipo, è l’atto politico più radicale di tutti, e il nucleo autentico del cristianesimo. Cattolici, dove ci eravamo persi?
 
Anche Nostro Signore soleva alzarsi molto prima dell’alba e vigilare durante le ore notturne, persino nei giorni di ministero più intenso. I discepoli, meravigliati un giorno dal mistero della Sua preghiera, provarono un’attrazione profonda: Signore, insegnaci a pregareQuesto è il desiderio da emulare di cui abbiamo veramente bisogno: Gesù, l’unico modello alla cui imitazione possiamo dedicarci totalmente senza rimanere delusi. Possiamo davvero farlo? È davvero possibile imparare qualcosa dei sentimenti che riempivano quella mente e quel cuore in quelle ore solitarie di intimità con Suo Padre? Sì, lo è, perché nella Sua immensa compassione Egli l’ha condivisa con noi sotto forma di parole: parole sacre e sante di potere e verità assolutamente degne di fiducia:
Abba! Abbuna de b’ashmayo, yithqaddash shm’okh.Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo nome…
Chi è interessato può trovare qui il testo del Padre nostro in aramaico (qui per ascoltarlo in mp3), insieme a quello in ebraico, in greco e nella Vulgata.
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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05/05/2017 15.06
 
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Il clero ha devastato la Chiesa, i laici la salveranno. Il male del modernismo è penetrato troppo in profondità nella Chiesa ha inquinato tutto, i seminari, i libri di teologia, la pastorale, la liturgia, perfino l’arte sacra 


Il clero ha devastato la Chiesa, i laici la salveranno

di Francesco Lamendola

 

                                                    

È molto, ma molto improbabile che la Chiesa possa essere salvata dal clero, da quello stesso clero, profondamente infiltrato dall’eresia modernista - con tutto ciò che ne consegue, a cominciare dalla smania malsana di voler piacere al mondo e andare d’accordo con il mondo, anche nelle sue manifestazioni più aberranti - che l’ha condotta a un passo dal disastro e che l’ha fatto scientemente, pervicacemente, testardamente e orgogliosamente.  

No: il male del modernismo è penetrato troppo in profondità, ha inquinato tutto, i seminari, i libri di teologia, la pastorale, la liturgia, perfino l’arte sacra: un’architettura che sa più di fabbrica o di palazzo dei congressi, che di chiesa; una pittura e una scultura che riflettono le angosce dell’immanenza radicale, non l’anelito verso Dio; una musica “sacra” che di sacro non ha più nulla, ma che è sempre più sguaiata, frivola, banale e mondana, e che, invece di elevare l’anima verso il cielo, la trascina nel ritmo quotidiano delle cose di quaggiù, e fa perno non su Dio, ma sull’ego dell’uomo. Lo si vede, fra l’altro, da come cantano i bambini, e spesso anche gli adulti, nei cori parrocchiali, durante la santa Messa: buttando fuori la voce con petulanza, con superficialità, con il narcisistico desiderio di attirare l’attenzione su di sé, e non suggeriscono a chi ascolta, e tanto meno a se stessi, il senso della trascendenza, della spiritualità, della mistica purezza che predispone all’incontro con Dio. E tutto questo è avvenuto con la connivenza, o - più spesso - con l’attiva ed entusiastica partecipazione, perfino con il forsennato incitamento, del clero. 

Un clero totalmente fuorviato dal senso ultimo della propria missione, totalmente secolarizzato, totalmente immerso nelle dinamiche sociali, nel senso deteriore della parola: l’emotività, la polemica, il rancore, il gusto della contraddizione e della contrapposizione, non di rado rivolti proprio contro la Chiesa, la propria madre, contro la Gerarchia e contro il Magistero, e anche contro il sommo pontefice: beninteso, quando si trattava di Benedetto XVI, non certo ora che, finalmente, il papa è uno dei loro.

Evidentemente, la malattia del modernismo è penetrata molto più in profondità di quel che si potesse immaginare, stando alle apparenze. Fino al pontificato di Pio XII, poteva quasi sembrare che la malattia fosse rientrata; ma subito dopo, a partire dal Concilio Vaticano II, essa è riemersa con veemenza raddoppiata e triplicata, mostrando chiaramente quanto fosse stata lucida e precisa la diagnosi di san Pio X, quanto necessaria e tempestiva la sua opera di repressione, che ancora oggi tutti gli storici cattolici politically correct continuano a rimproverargli, paragonandola al terrore giacobino e sostenendo, in maniera assurda e inverificabile, che essa abbia fatto alla Chiesa più male ancora di quanto gliene avesse fatto, o avrebbe potuto fargliene, il modernismo stesso. 

Al contrario! San Pio X aveva visto giusto: questo umile prete di campagna, salito al soglio di san Pietro passando per la gavetta, dal gradino più basso, con il suo sano buon senso contadino, aveva visto giusto, era stato un gigante; mentre tutti i don Milani, i padre Turoldo, per non parlare degli Enzo Bianchi (che non è nemmeno un prete), al confronto, appaiono sempre più, non come dei precursori di chi sa mai quali magnifiche sorti e progressive, quali ce li vuol dipingere la vulgata progressista, ma come dei nani, dei ritardatari, dei banali rimestatori di vecchi pregiudizi e di schemi mentali che poco o nulla hanno di cristiano e di cattolico, e che, semmai, sono interamente debitori del mondo, nel senso profano del termine, delle sue illusioni, delle sue cantonate, dei suoi abbagli (il primo e il più vistoso di tutti: il tragico e clamoroso fallimento dell’utopia marxista). 

Oggi, quindi, si può vedere e misurare con mano quanto avesse visto giusto san Pio X e quanto la Chiesa del dopo Concilio sia stata abbagliata da falsi profeti, da cattivi maestri, e si sia lasciata traviare, peraltro del tutto consenziente, da illusioni ed utopie che la storia si è incaricata di sbugiardare pienamente, anche se quei signori non avranno mai l’onestà di ammetterlo, e ciò per l’ottima ragione che la neochiesta gnostico-massonica, nella quale essi ora militano, ha colmato i vuoti di tutti quelli che se ne sono andati, piazzando al loro posto gli orfanelli dell’altra chiesa mondana, quella comunista. In tal modo essi pensano e s’illudono di aver chiuso la partita in parità, mentre la verità è che stanno raschiando il fondo del barile e che, quando si sarà allontanata l’ultima generazione d’illusisi e d’ingannati, non resterà più nessuno, e la Chiesa cattolica avrà fatto la fine delle tante sette protestanti: quella di restare vuota e deserta, nella perfetta indifferenza di quel “mondo” che essa si è ostinata a corteggiare, e dal quale ha voluto essere applaudita ed approvata. Infatti: dove sono i giovani cattolici, oggi? Spariscono, semplicemente, subito dopo la Cresima.

No: il clero ha prodotto il disastro, e non sarà il clero a porvi rimedio. Sia ben chiaro: preti come si deve, vescovi come si deve, autentici pastori d’anime, ce ne sono ancora, grazie a Dio; ci sono ancora frati e suore come si deve, animati dalla vera fede, e guidati dai sani principi del Magistero: ma sono così pochi che, per vestirli, basta poco panno, come direbbe il padre Dante. Sono pochi e, per giunta, disorientati: non sono abituati all’idea che il pastore del gregge non è più tale, che non sta guidando la Chiesa nella direzione giusta, che non si cura di salvare le sue pecorelle, anzi, è lui che le spinge di qua e di là, e sembra trarre una maligna, diabolica soddisfazione nel fare di tutto per confonderle, scandalizzarle, demoralizzarle. 

Diciamo la verità: non sono abituati a pensare da soli, a esercitare la facoltà critica, a uscire dal grigiore del conformismo e assumersi delle responsabilità autonome, in caso di assoluta ed urgente necessità. Perciò è rimasta loro addosso l’abitudine di credere e obbedire alla Gerarchia, ma, guarda caso, dopo decenni di tiro al bersaglio contro di essa. Sicché ora credono ciecamente e passivamente non al vero e santo Magistero, ma a un magistero taroccato, posticcio, a volte perfino blasfemo; un magistero che nasce dallo spirito del mondo e che non è ispirato, consigliato, confortato e sostenuto dallo Spirito di Dio. No, non è da questo clero, nel suo complesso, e neppure da una parte significativa di esso, che verrà la salvezza. La vicenda dei quattro cardinali lo ha abbondantemente mostrato. Come! Quattro eminenti cardinali, a nome di migliaia di sacerdoti e di milioni di fedeli, chiedono chiarimenti su di un importante documento papale, che sembra introdurre una disastrosa difformità nel Magistero della Chiesa, e nessuno si degna di risponder loro, a distanza di sette mesi! 

A quel punto, se nel clero cattolico vi fossero ancora sufficienti energie sane, ci sarebbe stato un sommovimento, un qualche segnale di risveglio: altri cardinali  e altri vescovi, e sacerdoti e religiosi, si sarebbero risvegliati, avrebbero fatto sentire la loro voce, avrebbero preteso una risposta. Non si tratta di una questione privata, di un contenzioso fra specialisti di teologia! Si tratta di una questione assolutamente vitale per la Chiesa tutta, giacché da essa dipende la retta interpretazione di ben tre sacramenti – la Confessione, il Matrimonio e l’Eucarestia – e, ancor più, perché da essa dipende il principio della oggettività della legge morale. Se passa l’interpretazione più permissiva di Amoris laetitia, sarà la fine della legge morale: ciascuno sarà libero di farsi la sua legge morale personale e privata, e sarà in diritto di pretendere che nessuno altro venga a ficcarci il naso.

Il Concilio di Trento, decidendo l’istituzione dei seminari, era corso ai ripari per porre fine al disordine e all’ignoranza dilaganti nella formazione del clero, sia a livello intellettuale, sia a livello spirituale; oggi bisogna avere il coraggio di fare un mesto bilancio e riconoscer che i seminari, come luogo di formazione del clero, hanno fallito il loro compito, perché sono stati infettati dall’eresia modernista e da tutta una serie di altri vizi, sia intellettuali, sia spirituali, a causa dei quali i sacerdoti delle ultime generazioni, generalmente parlando, non hanno saputo essere all’altezza dei loro predecessori, non sono stati capaci nemmeno di assolvere alla funzione minima e indispensabile della loro vocazione alla vita consacrata: la fedele custodia e trasmissione della vera dottrina e l’esempio vivente, ai fedeli, di una spiritualità bene orientata. 

Vorremmo dire di più: non hanno neanche saputo, in molti casi – lo si vede da come parlano, da come predicano, da come agiscono, da quello che non dicono e da quello che non fanno – tenere accesa in se stessi la fiammella della fede, probabilmente perché hanno smesso di pregare e di rivolgersi a Dio, tutti presi da cento altre cose, le quali, pur lodevoli in se stesse - magari non tutte, ma molte – li hanno distratti e allontanati dalla sola cosa che è veramente essenziale, per qualunque cristiano e a maggior ragione per un sacerdote: la preghiera, il rapporto continuo con Dio, l’ascolto della Sua voce, il conforto della Sua presenza, il lasciar fare a Lui,  smettendola di voler fare tutto da soli. Il prete si è dimenticato di non essere un superuomo, ma, semplicemente, e molto più incisivamente e impegnativamente, un uomo di Dio. L’uomo di Dio non conta sulle proprie forze, perché sa che le sue forze, per quanto possano essere grandi, sono sempre limitate e penosamente inadeguate al compito più importante di tutti: la giustificazione davanti a Dio. Le opere sono utili, perfino necessarie – altrimenti avrebbe ragione Lutero – ma non senza la fede, non senza la grazia, e mai nella disattenzione della voce di Dio. 

Una gran parte del clero contemporaneo ha permesso che le voci del mondo superassero, per intensità e quantità, la sola voce che conta davvero, la sola di cui non si può fare a meno: quella di Dio. Di conseguenza, questo clero fuorviato brancola nel buio, scivola nell’errore, si perde e diventa causa di perdizione per le anime: responsabilità gravissima, di cui, comunque, sarà chiamato a rendere conto. Sarebbe stato meglio se certi preti, certi vescovi e cardinali, e il papa Francesco per primo, avessero rinunciato alla vita consacrata, se non si sentivano più capaci di alimentare in se stessi la fiammella della fede: sarebbe stato mille volte meglio di questo tradimento della fede sottile, quotidiano, e veramente diabolico, che dà continuamente scandalo alle anime e le sospinge verso lo smarrimento.

Da questo punto di vista, cioè dal punto di vista dello scandalo dato ai piccoli e ai semplici, la colpa dei preti modernisti è perfino più grave della colpa dei preti moralmente disordinati, come quel parroco di Padova, del quale abbiamo altra volta parlato, che, nella perfetta ignavia del suo vescovo, ha fuorviato decine di anime nella sua parrocchia, praticando forme sempre più disordinate di sessualità e approfittandosi, cosa particolarmente indegna, del suo abito di sacerdote consacrato, per far cadere nella rete delle sue voglie le donne inquiete e insoddisfatte, bisognose di una parola di conforto cristiano. Sì: la colpa del clero modernista è perfino più grave, perché il suo cattivo esempio sul piano liturgico, pastorale e dottrinale, va a colpire direttamente le anime, gettandole nella confusione e sospingendole verso l’errore, mentre la colpa dei preti moralmente indegni, pur essendo una cosa orribile, investe una dimensione più terrena dell’esistenza e non arriva, di per sé, a mettere in pericolo il destino dell’anima immortale, pur se può lasciare delle cicatrici dolorose nel corpo e nell’anima delle vittime. 

Una Chiesa afflitta da sacerdoti moralmente indegni può sopravvivere, nonostante le terribili ferite che essi le infliggono; ma una Chiesa traviata sul piano della dottrina, corre verso l’autodistruzione. Per questo la colpa dei preti modernisti è la peggiore di cui possa macchiarsi un uomo di Dio: invece di accendere una luce di salvezza per le anime, le inganna e la porta verso la morte. La sua opera nefasta assomiglia a quella dei naufragatori: quelle persone che, al tempo della navigazione a vela, accendevano dei fuochi sulla riva del mare, di notte, per trarre in inganno i velieri in difficoltà, sospinti dal mare grosso, e provocarne il naufragio sugli scogli, allo scopo di poterli poi saccheggiare. I naufragatori provocavano a bella posta la rovina degli ignari naviganti; i preti modernisti provocano, in piena consapevolezza, la rovina delle anime immortali che Dio aveva affidato loro, mediante il sacramento dell’Ordine sacro.

E da chi, allora, potrebbe venire la salvezza della Sposa di Cristo, tradita dai suoi ministri, se non dai semplici fedeli, dai laici, costretti, letteralmente costretti dalla gravità e dall’imminenza del pericolo, a prendere il timone della barca di san Pietro, prima che essa vada a fracassarsi contro gli scogli del modernismo, del relativismo, del soggettivismo, di un ecumenismo malinteso e di un dialogo interreligioso che è l’anticamera del suicidio morale per i seguaci del Vangelo di Gesù Cristo? Certo, essi non sono qualificati: lo riconosciamo senz’altro. 

Diremo di più: a partire dal Vaticano II, si è fatta anche troppa retorica pseudo democratica, anzi, demagogica, riguardo al ruolo dei laici nella vita della Chiesa, quasi che non esista una sostanziale differenza fra la vita consacrata a Dio e la vita profana. L’autorizzazione a prendere la Particola consacrata nelle mani e portarla in bocca, da pare dei laici, è solo l’ultimo segno di questa bassa demagogia e di questa irresponsabile negazione del ruolo del sacerdote come tramite indispensabile, come alter Christus, tra il fedele e Dio. Il passo successivo, e ci stiamo arrivando, sarà l’auto-confessione e l’auto-assoluzione, dopo di che non ci sarà più bisogno di preti e di confessionali,  tutti i laici potranno decidere da soli se e quando accostarsi alla santa Eucarestia. Ma, demagogia, a parte, il momento che stiamo vivendo è così grave che un pronto e deciso intervento dei laici non è solo utile, ma indispensabile. Quando un uomo sta morendo, non si chiede a chi lo soccorre se abbia la laurea in medicina. Senza contare che lo Spirito soffia dove vuole: e forse, in quest’ora, sta soffiando più sui laici che sui sacerdoti...

 

Francesco Lamendola

 

Francesco Lamendola è nato a Udine nel 1956. Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia, è abilitato in Lettere, in Filosofia e Storia, Filosofia e Pedagogia, Storia dell’Arte, Psicologia Sociale. Insegna nell’Istituto Superiore “Marco Casagrande” di Pieve di Soligo e ha pubblicato una decina di volumi tra saggi storici, musicali, filosofici, di poesia e di narrativa, di cui ricordiamo “Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C.”, “Il genocidio dimenticato. La soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano”, “Metafisica del Terzo Mondo”, “L’unità dell’Essere”, “La bambina dei sogni e altri racconti”, “Voci di libertà dei popoli oppressi.” Fogli Sparsi (E-Book). Collabora con numerose riviste scientifiche (tra cui “Il Polo” dell’Istituto Geografico Polare e “L’Universo” dell’Ist. Geogr. Militare) e letterarie, su cui ha pubblicato diverse centinaia di articoli e a siti internet “Arianna Editrice”, “Edicola Web” ,”Libera Opinione” e “il Corriere delle Regioni” Quaderni culturali: Giornale Web animato aggiornato sui suoi ultimi scritti. Tiene conferenze per la Società “Dante Alighieri” di Treviso, per l’”Alliance Française”, per l’Associazione Italiana di Cultura Classica, per l’Associazione Eco-Filosofica, per l’Istituto per la Storia del Risorgimento, “Alfa e Omega”, “Il pensiero mazziniano” e per varie Amministrazioni Comunali, oltre alla presentazione di mostre di pittura e scultura.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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