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Quella profezia di Giovanni Paolo II Islam invaderà l'Europa

Ultimo Aggiornamento: 11/12/2017 13.55
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18/11/2017 09.06
 
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Per la verità non è proprio un inedito.... ma c'è qui la versione completa della profezia di Giovanni Paolo II che, senza dubbio, proviene anche dall'autentico terzo segreto di Fatima che questo Papa conosceva bene e decise di non divulgare esplicitamente e completamente   

«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali».

Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione è monsignor Mauro Longhi, della Prelatura dell’Opus Dei.


La visione di Giovanni Paolo II: «L'islam invaderà l'Europa»



«Vedo la Chiesa del terzo millennio afflitta da una piaga mortale, si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente: dal Marocco alla Libia, dall’Egitto fino ai paesi orientali». Questa è la scioccante visione di San Giovanni Paolo II, mai pubblicata prima d’ora. Testimone della confessione destinata a far rumore è monsignor Mauro Longhi, del presbiterio della Prelatura dell’Opus Dei, molto spesso a stretto contatto con il Papa polacco durante il suo lungo pontificato. Il monsignore triestino ha rivelato l’episodio nell’eremo “Santi Pietro e Paolo” di Bienno, in Val Camonica, in una conferenza organizzata in ricordo di Giovanni Paolo II lo scorso 22 ottobre, giorno in cui la Chiesa festeggia la memoria liturgica del santo.

Per fare la necessaria chiarezza e inquadrare la visione profetica di Karol Wojtyla così come riportata da un sacerdote al di sopra di ogni sospetto (monsignor Longhi ha goduto della stima personale non solo di Giovanni Paolo II ma anche di Benedetto XVI, tanto da essere chiamato nel ’97 al Dicastero vaticano della Congregazione del clero) sono necessari alcuni riferimenti geografici e temporali.

Dal 1985 al 1995 l’allora giovane economista bocconiano Mauro Longhi (sarà ordinato sacerdote nel ’95) ha accompagnato e ospitato Papa Wojtyla nelle sue proverbiali sciate e passeggiate in montagna. Regolarmente, quattro-cinque volte l’anno per dieci anni, e lo ha fatto in quella che oggi è la sede estiva del Seminario internazionale della prelatura dell’Opus Dei, ma che allora era una semplice casa di campagna per chi, nell’Opera, voleva prepararsi al sacerdozio e alla docenza di teologia. Siamo in provincia dell’Aquila, a circa 800 metri, in direzione della Piana delle Rocche, frazione di Ocre. «Il Santo Padre usciva con molta riservatezza da Roma, accompagnato su una modesta vettura dal suo segretario Mons. Stanislaw Dziwisz e da qualche amico polacco, e al casello autostradale – unico posto in cui qualcuno poteva riconoscerlo – era solito fingersi intento nella lettura e mettersi un giornale davanti alla faccia». Così mons. Longhi, inaugurando una sfilza infinita di aneddoti succosissimi (spesso accompagnati – da scrupoloso pastore qual è – da opportune spiegazioni teologiche).

Ma è senz’altro il Karol Wojtyla mistico quello su cui il monsignore ha intrattenuto i fortunati uditori saliti a Bienno; quello che pochissimi conoscono, quello segreto e misterioso, grande protagonista di uno dei pontificati più lunghi della Chiesa. È il Papa che monsignor Longhi incontrava di notte nella cappella della casa di montagna inginocchiato per ore sugli scomodi banchi di legno davanti al Tabernacolo. Ed è il Papa che, sempre di notte, chi abitava la casa abruzzese sentiva dialogare, a volte anche animatamente, con il Signore o con la sua amata madre, la Vergine Maria. 

Per indagare il mistico Karol Wojtyla (cosa che fece magistralmente Antonio Socci nel suo ben documentato “I segreti di Karol Wojtyla”, edito da Rizzoli nel 2008) monsignor Longhi ha raccontato quanto gli confidò Andrzej Deskur, cardinale polacco che di Giovanni Paolo II è stato compagno di seminario, quello clandestino di Cracovia. Deskur, per anni Presidente della Pontificia Commissione per le Comunicazioni sociali (1973-1984), può senz’altro considerarsi il più grande amico di Wojtyla, colui che per sostenere il pontificato dell’amico Lolek si era offerto come vittima – accogliendo la volontà divina dell’ictus e la conseguente paralisi – dentro quel mistero profondissimo che è la “sostituzione vicaria” (sarà proprio per andare a trovare in ospedale l’amico sofferente che la sera stessa dell’elezione Giovanni Paolo II farà la sua prima, incredibile e “clandestina” fuga dal Vaticano).

Così racconta Mons. Longhi: «“Lui ha il dono della visione”, mi confidò Andrzej Deskur. Al che gli chiesi cosa significasse. “Lui parla con Dio incarnato, Gesù, vede il suo volto e vede anche il volto di sua madre”. Da quando? “Dalla sua prima Messa, il 2 novembre 1946, durante l’elevazione dell’ostia. Era nella cripta di San Leonardo della cattedrale di Wawel, a Cracovia, è lì che ha celebrato la sua prima messa, offerta in suffragio dell’anima di suo padre». Monsignor Longhi aggiunge che il segreto svelatogli dal cardinal Deskur – quegli occhi di Dio che si fissano su Wojtyla ogni volta che questi eleva il calice e l’ostia – si può paradossalmente intuire leggendo l’ultima enciclica di Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia. Qui, al numero 59 della “Conclusione”, proprio mentre il papa polacco ricorda il momento della sua prima messa, lui stesso finisce per svelare il mistero che lo ha accompagnato tutta la vita: «I miei occhi si sono raccolti sull'ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo “contratti” e il dramma del Golgota si è ripresentato al vivo, svelando la sua misteriosa “contemporaneità”».

Tra i tanti raccontati, però, l’episodio che più ha colpito la platea dell’eremo di Bienno, e che si inserisce nella cornice di una delle tante passeggiate sul Massiccio del Gran Sasso, è senza dubbio quello che ha come fuochi l’islam e l’Europa. Monsignor Longhi fa precedere le parole del santo polacco – oggettivamente impressionanti – da un prologo molto umano, a tratti inaspettatamente ilare, fatto di battute, di panini scambiati, di rimproveri teatrali sulla pubblicazione anticipata di quel Catechismo della Chiesa Cattolica fortissimamente voluto da Wojtyla (il non attendere l’editio typica latina, infatti, innesterà errori a cui si dovrà rimediare con precipitose correzioni). In quell’occasione il Santo Padre e il monsignore, evidentemente più veloci degli altri, avevano staccato il gruppo, nel quale – come sempre quando il Papa usciva da Roma –  c’era il suo segretario particolare, quel fidatissimo Stanislao Dziwisz, che nel 2006 Benedetto XVI creerà cardinale e che oggi è arcivescovo emerito della Diocesi di Cracovia. Il passaggio di mons. Longhi (con le sue tappe di avvicinamento alla terribile visione mistica del Papa) va dunque riportato interamente (la conferenza è su YouTube, dal minuto 48 è possibile guardare il passaggio che stiamo raccontando) https://www.youtube.com/watch?v=gyDTvJhal9g 

I due sono appoggiati ad una roccia, l’uno di fronte all’altro, mangiando un panino e aspettando l’arrivo del gruppo. Questo il racconto testuale del monsignore: «Avevo posato lo sguardo su di lui pensando che poteva aver bisogno di qualcosa, lui però si accorge che io lo guardo, aveva il fremito nella mano, era l’inizio del Parkinson. “Caro Mauro, è la vecchiaia..”, ed io subito: “Ma no, Santità, lei è giovane!”. Quando lo si contraddiceva in certi colloqui familiari diventava una belva. “Non è vero! Dico che sono vecchio perché sono vecchio!”». A parere del monsignore è proprio lo scorrere del tempo insieme all’incedere della malattia a portare il Papa polacco a sentire la necessità impellente di trasmettergli quella visione mistica. «Ecco allora che Wojtyla cambia tono e voce – continua il monsignore – e facendomi partecipe di una delle sue visioni notturne, mi dice: “Ricordalo a coloro che tu incontrerai nella Chiesa del terzo millennio. Vedo la Chiesa afflitta da una piaga mortale. Più profonda, più dolorosa rispetto a quelle di questo millennio”, riferendosi a quelle del comunismo e del totalitarismo nazista. “Si chiama islamismo. Invaderanno l’Europa. Ho visto le orde provenire dall’Occidente all’Oriente”, e mi fa una ad una la descrizione dei paesi: dal Marocco alla Libia all’Egitto, e così via fino alla parte orientale. Il Santo Padre aggiunge: “Invaderanno l’Europa, l’Europa sarà una cantina, vecchi cimeli, penombra, ragnatele. Ricordi di famiglia. Voi, Chiesa del terzo millennio, dovrete contenere l’invasione. Ma non con le armi, le armi non basteranno, con la vostra fede vissuta con integrità”».

Questa la preziosa testimonianza di chi per anni è stato a stretto contatto con il Santo Padre, e con questi ha concelebrato molte volte. Inutile sottolineare poi come la confessione di Papa Wojtyla risalga al marzo del 1993, e 24 anni fa molto diversi erano sia il quadro sociale che i numeri della presenza islamica in Europa. Non è un caso, forse, che nell’ormai dimenticata esortazione apostolica del 2003, Ecclesia in Europa, Giovanni Paolo II parlasse chiaramente di un rapporto con l’islam che doveva essere «corretto», condotto con «prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti», avendo coscienza del «notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano» (n.57). Pur con il linguaggio proprio di un documento magisteriale, per sua natura trattenuto, sembrava che il santo Padre implorasse l’instaurarsi di una conoscenza dell’islam «obiettiva» (n.54). Un paradigma e una sensibilità, dunque, chiari e inequivocabili, specie se si considera un altro passaggio di Ecclesia in Europa, quello in cui in cui Papa Wojtyla – dopo aver stigmatizzato «la frustrazione dei cristiani che accolgono» e che invece in molti paesi islamici «si vedono interdire l'esercizio del culto cristiano» (n.57) – parlando dei flussi migratori arrivava addirittura ad auspicare una «ferma repressione degli abusi» (n.101).

C’è da prendere atto che siamo di fronte alla lettura polically uncorrect del fenomeno islam da parte di un Papa canonizzato dalla Chiesa cattolica; una lettura prima “profetica” e poi magisteriale (non è difficile ipotizzare che la scioccante visione profetica giovanpaolina abbia influenzato la sua scrittura di Ecclesia in Europa). «L’islam ci invaderà». Forse lo sta già facendo. Mentre, inesorabile, si va spegnendo la luce sull’Europa cristiana, ridotta a una cantina piena solo di vecchi cimeli e ragnatele. “Karol il Grande” ha parlato, ancor più oggi ci invita a resistere all'invasione con la fede vissuta integralmente.











Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Europa e islam, chi ha paura di Giovanni Paolo II?

 




Caro direttore,

Sono sorpreso per l'eco che hanno avuto le mie parole pronunciate nella conferenza tenuta a Bienno il 22 ottobre scorso. Vedo che alcuni le interpretano in chiave di "battaglia tra cristiani e musulmani". Mi addolora molto questa lettura e chiedo scusa se, per mancanza mia di chiarezza, posso aver indotto a questa interpretazione: nella mente di Giovanni Paolo II non c'era alcuna idea di "battaglia", al contrario c'era ricerca di relazioni.
Nella conversazione con il Papa di cui ho parlato nella conferenza e che è stata diffusa dalla "Nuova Bussola Quotidiana", il Papa si riferiva a certi gruppi di terroristi che già allora iniziavano ad agire, utilizzando il nome di Dio (come tante volte ricorda oggi Papa Francesco) e nei suoi commenti non c'era nessun tipo di generalizzazione.

                                                                                                                  Mauro Longhi

Caro monsignor Longhi,

non si deve scusare. Lei è stato molto chiaro nel riportare semplicemente un episodio della vita di san Giovanni Paolo II di cui è stato personalmente testimone e che apre una finestra sull’esperienza mistica di Karol Wojtyla. A scusarsi dovrebbero essere piuttosto quegli ambienti curiali che hanno voluto ridurre la visione di Giovanni Paolo II nei propri schemi ideologici o quelle testate clericali che hanno costruito improbabili dietrologie sui motivi del suo racconto e del nostro articolo. Noi abbiamo semplicemente riportato le sue parole secondo cui Giovanni Paolo II ha pre-visto una invasione islamica dell’Europa, e ha detto che bisogna opporsi soprattutto con la nostra «fede vissuta con integrità».

Disturba parlare di invasione? Ma se lo ha detto anche papa Francesco in una intervista del 2 marzo 2016 al settimanale francese La Vie: «È in atto una invasione araba dell’Europa», aveva affermato pur mostrandosi ottimista sull’esito di questa invasione. E appena due mesi fa, come ha ricordato ieri Marco Tosatti su queste colonne, è stato il cardinale Schönborn a paventare una «conquista islamica» dell’Europa.

Disturba allora parlare della necessità di una «fede vissuta con integrità»? Ma non è questo il compito di tutti i cattolici, islam o non islam? E comunque la reale alternativa che l’Europa ha di fronte l’aveva spiegata molto bene il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, più o meno nello stesso periodo della visione di san Giovanni Paolo II: «L'Europa – aveva detto - o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la "cultura del niente", della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa "cultura del niente" (sorretta dall'edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all'assalto ideologico dell'islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell'avvenimento cristiano come unica salvezza per l'uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell'antica anima dell'Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto».

Significa questo forse chiamare alle crociate? O rifuggire dal dialogo e dalla relazione? Ma un vero dialogo è possibile soltanto tra due identità chiare; se io sono consapevole della mia identità e conosco il mio interlocutore, i suoi valori, cosa e come pensa. Ma il cattolicesimo oggi dominante sta allegramente rinunciando alla propria identità e non ha neanche la minima idea di chi ha di fronte, solo un po’ di solidarismo sentimentale.

San Giovanni Paolo II aveva visto proprio questo e nel riascoltare la sua testimonianza, caro monsignor Longhi, non possiamo non guardare con stupore ai grandi doni spirituali che san Giovanni Paolo II aveva ricevuto. Chi poteva immaginare nel 1993 ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti?

Solo pochi allora in Europa erano in grado di riconoscere il manifestarsi di una rinascita islamica, figurarsi pensare a una “invasione” dell’Europa. Addirittura in quel marzo 1993, data del suo dialogo con san Giovanni Paolo II, si respirava un grande clima di ottimismo internazionale: c’erano in atto promettenti colloqui di pace tra Israele e palestinesi che di lì a pochi mesi (settembre 1993) sarebbero sfociati negli storici accordi di Oslo che sarebbero valsi anche il premio Nobel per la Pace al premier israeliano Yitzhak Rabin e al leader palestinese Yasser Arafat. Il terrorismo islamista era ancora di là da venire, mentre il comunismo sovietico era appena crollato e con esso era finita la Guerra Fredda, lasciando spazio alla speranza di un Nuovo Ordine Mondiale pacifico.

Certo, ben presto gli avvenimenti avrebbero preso un’altra piega e a maggior ragione oggi possiamo dunque apprezzare quanto le parole di san Giovanni Paolo II fossero profetiche, e non solo riguardo all’invasione islamica. Così come profetiche restano le parole pronunciate da Benedetto XVI a Ratisbona, laddove sfida sia l’Occidente sia l’islam a coniugare ragione e fede.

Ma oggi purtroppo sembra che la principale preoccupazione di certo mondo cattolico sia solo quella di mettere a tacere queste voci.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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