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1964 Paolo VI in Terra Santa la seconda volta di un Papa dopo Pietro

Ultimo Aggiornamento: 30/11/2017 18.59
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30/11/2017 18.51
 
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Paolo VI in Terra Santa: 50 anni fa l'inizio dei viaggi papali



Nel gennaio 1964 papa Montini visita la terra di Gesù e abbraccia il patriarca di Costantinopoli Athenagoras. Ecco una cronaca dettagliata di quelle storiche giornate

 

È stato il primo dei nove viaggi fuori Italia compiuti da Paolo VI (dal 1812, anno in cui Pio VII era stato portato da Napoleone all'esilio coatto di Fontainebleau, nessun Pontefice aveva lasciato l'Italia). Papa Montini, nel gennaio 1964, con il Concilio aperto, compie un breve ma intenso pellegrinaggio di tre giorni in Terra Santa toccando ben quindici località in due diversi Paesi. Nel maggio 2014, per commemorare il cinquantesimo anniversario di quella visita, papa Francesco si recherà in Terra Santa dove abbraccerà il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo.

Concludendo i lavori della seconda sessione del Vaticano II, il 4 dicembre 1963 papa Montini a sorpresa annunciava ai padri conciliari: «Piace adesso aggiungere qualcosa per comunicarvi un proposito che già da tempo abbiamo in animo... Siamo così convinti che per ottenere un buon esito del Concilio si devono elevare pie suppliche, moltiplicare le opere, che, dopo matura riflessione e molte preghiere rivolte a Dio, abbiamo deliberato di recarci come pellegrino in quella terra, patria del Signore nostro Gesù Cristo... con l’intenzione di rievocare di persona i principali misteri della nostra salvezza, cioè l’incarnazione e la redenzione». 

«Vedremo quella terra veneranda», aveva detto ancora Paolo VI, «di dove San Pietro è partito e nella quale nessun suo successore è mai tornato. Ma noi umilissimamente e per brevissimo tempo vi ritorneremo in spirito di devota preghiera, di rinnovamento spirituale, per offrire a Cristo la sua Chiesa; per richiamare ad essa, una e santa, i Fratelli separati; per implorare la divina misericordia in favore della pace».

L’idea della visita nella terra di Gesù è fissato in un appunto manoscritto del pontefice, datato 21 settembre 1963. «Dopo lunga riflessione, e dopo aver invocato il lume divino... sembra doversi studiare positivamente se e come possibile una visita del Papa ai Luoghi Santi nella Palestina... Questo pellegrinaggio sia rapidissimo, abbia carattere di semplicità, di pietà, di penitenza e di carità». È l’unico dei viaggi di Paolo VI che non ha alla sua origine una circostanza particolare o un evento da celebrare, né un invito.

Per preparare la visita, il papa invia in Terra Santa, in tutta segretezza, monsignor Jacques Martin, prelato francese della Segreteria di Stato, e il suo segretario particolare, don Pasquale Macchi. Paolo VI avrebbe voluto che il pellegrinaggio comprendesse anche una sosta a Damasco, sulle orme dell’apostolo delle genti, il cui nome il papa aveva scelto, ma il progetto si rivelò inattuabile. Prima della partenza Montini vuole che padre Giulio Bevilacqua predichi un ritiro spirituale per tutti coloro che partecipano al pellegrinaggio. Alla Custodia dei francescani di Terra Santa viene affidato il compito di organizzare le varie funzioni religiose e anche un ufficio informazioni per aiutare le migliaia di giornalisti che seguiranno l’evento.

La mattina del 4 gennaio 1964 a Roma fa freddo, un gelido vento di tramontana sferza la città. La finestra della camera da letto del papa s’illumina alle cinque e un quarto. Ci sono già un migliaio di persone che attendono sulla piazza l’uscita dell’auto di Paolo VI. Alle sette e un quarto, a bordo di una Mercedes scoperta, il pontefice esce dal Vaticano. All’aeroporto di Fiumicino lo attende un Dc8 dell’Alitalia, che per l’occasione ha la coda dipinta con i colori della bandiera pontificia. Ci sono il presidente della Repubblica Antonio Segni e il nuovo presidente del Consiglio, Aldo Moro. Dopo aver sorvolato la Grecia, Rodi, Cipro e Beirut, il Dc8 papale entra nello spazio aereo della Giordania e viene preso in consegna da una squadra di otto caccia che lo affiancano e lo scortano.

Ad accogliere il papa al su arrivo ad Amman c’è re Hussein di Giordania, che offre una targa fatta con il legno degli ulivi del Getzemani. Fa freddo e il volo è durato più del previsto. La cerimonia di benvenuto, che si svolge nel padiglione del cerimoniale, dura pochi minuti. Il re, in uniforme militare, è commosso e ringrazia per l’onore della visita. Papa Montini dice: «Chi vuole amare la vita e vedere lieti i giorni, schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua». Poi parte il corteo che percorrerà i cento chilometri che separano Amman da Gerusalemme. Il re, a bordo di un piccolo aereo personale, segue il tragitto dall’alto. 

La gente attende il papa ai bordi delle strade, spesso l’auto del pontefice è sfiorata dalle tante mani che si protendono. Alle 15.20, la prima sosta. L’auto si avvicina alle rive del Giordano, nel luogo dove secondo la tradizione Gesù ricevette il battesimo dal Battista. Il papa, che indossa il cappotto bianco e il capello «saturno» rosso, scende verso il fiume. Il terreno è scivoloso, Paolo VI vuole avvicinarsi più di quanto era previsto, fino quasi a toccare l’acqua. Vacilla, ma viene sostenuto da due guardie con la kefiah a scacchi bianchi e rossi. L’acqua è fangosa, la corrente crea un piccolo vortice proprio davanti alla roccia dalla quale il pellegrino di Roma intona il «Pater Noster» e benedice la piccola folla raccolta attorno a lui.

Prima di arrivare a Gerusalemme, un’altra tappa a Betania, nel piccolo villaggio sul monte degli ulivi. Paolo VI, accompagnato dai francescani della Custodia entra a visitare i resti della casa di Lazzaro, si ferma a pregare nella chiesetta di pietra gialla, poi all’uscita libera una colomba. 

Il viaggio attraverso il deserto è ormai finito. Papa Montini intravede già dall’auto le possenti mura del Solimano che circondano la città santa. L’auto con la bandierina vaticana, accolta da due ali di folla, si avvicina mentre su Gerusalemme sta ormai calando il tramonto. La porta di Damasco è illuminata a giorno, e imbandierata con i vessilli della Giordania e della Santa Sede. Due grandi fotografie in bianco e nero campeggiano sopra lo storico ingresso che introduce nei vicoli della città vecchia: quella di Paolo VI e quella di re Hussein. Papa Montini viene circondato dalla gente. A nulla valgono gli sforzi delle guardie che devono garantire l’incolumità dell’ospite.

Così descrive la scena uno degli inviati del settimanale «Epoca», Domenico Agasso: «Nella mischia terribile scatenata dall’apparizione del Papa, accadde di tutto. Disperse le due siepi di “angeli” con l’incenso che non fecero in tempo ad accendere; patriarchi, vescovi, ministri e generali sballottati contro le mura; un monsignore della Segreteria di Stato abbattuto da una randellata della Legione Araba, che con alcune jeep traboccanti di mitragliatrici cercava di raggiungere il Papa, con i soldati che agitavano sulle teste rami di palma, bastoni e fucili. E lui, Paolo VI, galleggiava in quel mare, circondato da un anello di quattro o cinque militari che si tenevano per mano e lo proteggevano con una terribile stretta, trascinandolo e spingendolo a piccoli balzi di pochi centimetri di qua e di là, su e giù».

Le immagini mostrano il Pontefice bresciano attorniato dai soldati giordani, mentre viene trascinato da una parte e dall'altra per i vicoli della Città Santa. Pallido, ma sorridente, Paolo VI riuscì ad arrivare incolume alla meta, il Santo Sepolcro, dove avrebbe celebrato la messa. Quella sera padre Giulio Bevilacqua, amico del Papa, rivelò a un gruppo di giornalisti radunati fuori della Delegazione apostolica di Gerusalemme che molti anni prima Montini gli aveva confidato: «Sogno un Papa che viva libero dalla pompa della corte e dalle prigionie protocollari. Finalmente solo in mezzo ai suoi diaconi». Ecco perché, aveva concluso Bevilacqua, «sono convinto che oggi, sebbene travolto dalla folla, egli sia più contento di quando scende in San Pietro sulla sedia gestatoria tra le alabarde delle guardie e le porpore dei cardinali».

Il segretario del papa, don Macchi, viene violentemente allontanato e riesce a raggiungerlo soltanto al Santo Sepolcro grazie a un passaggio in motocicletta.
Nel tragitto della «Via dolorosa», il papa procede tra la calca della folla stipata fino all’inverosimile negli antichi vicoli di Gerusalemme dalle cui botteghe e friggitorie si alza un acre odore di spezie. A volte il pellegrino di Roma sembra finire inghiottito. Ma il suo volto è sereno. Solleva le mani benedicenti, mentre viene sorretto dalle guardie reali. Solo l’aiutante di camera Franco Ghezzi è riuscito a inserirsi nel corteo seguendo a poca distanza il pontefice. Alla quinta stazione della «Via Crucis», qualcuno urla: «Il papa sta male!». Ma non appena il capo di Montini riemerge dalla marea umana che lo circonda, si vede che non è vero. Si decide comunque di fare una sosta non prevista nella cappella delle Piccole sorelle di Gesù, presso la sesta stazione della «Via Crucis», per far riprendere fiato all’ospite.

Finalmente, dopo aver percorso l’ultimo tratto, il papa si trova di fronte la basilica che racchiude il Golgota e la tomba di Gesù rimasta vuota. La chiesa è illuminata a giorno da potenti riflettori, anche all’interno è tutta una calca, il papa quasi non ha spazio per celebrare la messa. Durante la celebrazione, salta l’impianto elettrico e la basilica piomba nell’oscurità, rischiarata soltanto dalla luce fioca delle candele.
Accompagnato da due cerimonieri, Paolo VI entra nel sepolcro, depone un ramo d’ulivo in oro sul marmo che ricopre la pietra dov’era stato deposto il corpo di Cristo morto in croce. Il papa si accascia, in ginocchio.
Alla fine, commosso, recita la sua personale preghiera:

«Siamo qui, Signore Gesù.
Siamo venuti come colpevoli che ritornano
al luogo del loro delitto.
Siamo venuti come colui che Ti ha seguito,
ma Ti ha anche tradito,
tante volte fedeli e tante volte infedeli.
Siamo venuti per riconoscere il misterioso rapporto
tra i nostri peccati e la tua Passione,
l’opera nostra e l’opera tua.
Siamo venuti per batterci il petto e domandarTi perdono,
per implorare la tua misericordia.
Siamo venuti perché sappiamo che Tu puoi
che tu vuoi perdonarci
perché hai espiato per noi:
Tu sei la nostra redenzione e la nostra speranza».

La celebrazione di fronte all’ingresso del Santo Sepolcro è per Montini il momento più emozionante e commovente della giornata, come lui stesso rivelerà ai cardinali che lo accolgono il giorno del suo rientro a Roma.

Dopo la messa, il papa riceve nella delegazione apostolica di Gerusalemme le visite del patriarca greco ortodosso Benedictos e del patriarca armeno Yeghische Derderian. Poco dopo, Paolo VI restituisce la visita a Benedictos, quindi incontra la comunità cattolica di rito orientale nella chiesa di sant’Anna e conclude la sua giornata al Getzemani, per partecipare alla preghiera dell’«ora santa» nella chiesa dedicata all’agonia di Gesù. Anche qui, il papa è accolto da una grande folla, che lo attornia e quasi gli impedisce di entrare. Sono le undici e mezzo di sera di una giornata straordinaria, che per Montini è iniziata prima dell’alba. 

La mattina di domenica 5 gennaio, alle nove del mattino, il papa entra nello stato d’Israele. Lo accolgono il presidente Salman Shazar e il rabbino capo Nissim. L’incontro avviene sul colle di Meghiddo, un luogo carico di storia e di significati, citato nell’Apocalisse. Il papa saluta ripetendo la parola «shalom», pace, mentre passa in rassegna il picchetto d’onore e arriva sul palco imbandierato di vessilli con la stella di David. Il presidente dice: «Con profondo rispetto e nella piena coscienza della portata storica di un evento senza precedenti nelle generazioni passate, a nome mio e dello Stato d’Israele accolgo il Sommo Pontefice...». Paolo VI, che nel suo discorso non pronuncia mai le parole «stato di Israele», risponde: «Volentieri ricordiamo i figli del “Popolo dell’Alleanza” il cui compito nella storia religiosa dell’umanità non possiamo dimenticare».

Dopo la sosta a Meghiddo, il papa riprende il suo serrato cammino verso la Galilea in direzione di Nazaret. È commosso e tremante mentre entra nella piccola grotta scavata nella roccia, quel che resta della casa di Maria. Il papa celebra la messa e parla di Nazaret come di una «scuola del Vangelo». E pronuncia una rivisitazione moderna delle beatitudini evangeliche. «Beati noi, se, poveri nello spirito, sappiamo liberarci dalla fallace fiducia nei beni economici e collocare i nostri primi desideri nei beni spirituali e religiosi; e abbiamo per i poveri riverenza ed amore, come fratelli e immagini viventi del Cristo. Beati noi se, formati alla dolcezza dei forti, sappiamo rinunciare alla potenza funesta dell’odio e della vendetta e abbiamo la sapienza di preferire al timore che incutono le armi la generosità e il perdono, l’accordo nella libertà e nel lavoro, la conquista della bontà e della pace».

Il pellegrinaggio prosegue. È ormai uno splendido mezzogiorno di sole quando Paolo VI, sorridente, percorre la ripida scala intagliata nella roccia a Tabga sostenuto dal sostituto Angelo Dell’Acqua, per raggiungere la riva del «mar di Galilea», il lago di Tiberiade, sulle cui acque navigava la barca di Pietro. All’orizzonte si profilano le colline della Siria. Il papa si ferma a pregare in ginocchio sulla roccia che sorge nel luogo in cui, secondo la tradizione, Gesù affidò il primato a Simon Pietro. Poi una breve sosta a Cafarnao, dove Montini visita gli scavi archeologici che hanno messo in luce i resti del villaggio dove vivevano Pietro e il fratello Andrea, e dove sorgeva la sinagoga nella quale Gesù prese la parola.

La tappa successiva è il Monte delle Beatitudini. Qui Paolo VI comunica la nomina episcopale di monsignor Giovanni Kaldany, vicario generale del patriarcato latino, e di monsignor Martin, che aveva preparato lo storico pellegrinaggio. Nel pomeriggio il papa sale sul monte Tabor e, scrive Macchi «vive un momento di grande emozione e spiritualità evangelica: il sole al tramonto si riverberava nell’abside della Basilica, con tali effetti di luce da evocare quasi l’immagine della Trasfigurazione». 

Si torna quindi a Gerusalemme, nella parte ebraica. Ad accogliere Paolo VI ci sono il primo ministro Abba Eban e il sindaco della città. Il papa conclude la sua giornata con una preghiera nel Cenacolo. S’inginocchia sul pavimento, quindi scende nella chiesa della Dormizione. 

Prima di far rientro nella parte araba della città, il pellegrino di Roma è salutato nuovamente dal presidente israeliano Shazar. Il papa risponde ringraziando per «questa giornata indimenticabile», e aggiunge delle parole in difesa della memoria di papa Pacelli. È un intervento non previsto, deciso dal pontefice la sera precedente. 

«Contro la memoria di questo grande Pontefice si sono voluti gettare sospetti e perfino accuse.... Chi come noi, ha conosciuto da vicino quest’anima degna di ammirazione, sa fin dove fosse capace di giungere la sua sensibilità, la sua compassione per le sofferenze umane, il suo coraggio, la delicatezza del suo cuore. Lo sanno bene anche coloro che, alla fine della guerra, vennero con le lacrime agli occhi, a ringraziarlo di aver salvato loro la vita».

La sera del 5 gennaio, nella sede della delegazione, avviene il primo incontro e il primo abbraccio con il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras I, giunto a Gerusalemme per salutarlo. Pietro e Andrea si ritrovano insieme dopo secoli di divisione. Il papa e il patriarca recitano il «Pater Noster», insieme alle rispettive delegazioni nelle due lingue, latina e greca. Athenagoras auspica che quell’incontro «sia l’alba di un giorno luminoso e benedetto, quando le generazioni future comunicheranno al medesimo calice del Santo Corpo e del Prezioso Sangue del Signore». Montini offre ad Athenagoras un calice d’oro. 

La mattina dopo, 6 gennaio, festa dell’Epifania, Paolo VI si reca a Betlemme. Vi arriva scortato dai cavalieri della Legione Araba, accolto anche qui da una grande folla. Lo attendono i francescani della Custodia e il patriarca latino di Gerusalemme, che porgono al papa una statua raffigurante Gesù Bambino deposto nella mangiatoia. Qui il papa tocca con mano le dolorose divisioni in seno al mondo cristiano e i rigidi orari stabiliti dallo «status quo» nei luoghi santi. È costretto a terminare la messa alle 8.30 e durante la funzione vengono celebrati altri due culti non cattolici. Inoltre, al pontefice rivestito dei paramenti liturgici è vietato l’attraversamento della navata centrale della basilica, affidata alla custodia dei greco-ortodossi. 

Nell'omelia Il papa parla di ecumenismo spiegando che l’unità «non può essere ottenuta a scapito delle verità di fede» ma ripete: «Noi siamo disposti a prendere in considerazione tutti i mezzi ragionevoli in grado di appianare le vie del dialogo». Paolo VI rinnova anche il suo appello per la pace: «I Governanti ascoltino questo grido del nostro cuore e proseguano generosamente i loro sforzi per assicurare all’umanità quella pace alla quale essa aspira con tanto ardore» e «per evitare a ogni costo le angosce e il terrore di una nuova guerra mondiale, le cui conseguenze sarebbero incalcolabili».

Il papa fa quindi ritorno a Gerusalemme e restituisce la visita della sera precedente ad Athenagoras. Nel discorso che consegna di legge: «Da una parte e dall’altra le vie che conducono all’unione sono lunghe e disseminate di difficoltà. Ma le due strade convergono l’una verso l’altra e approdano alle sorgenti del Vangelo. Non è di buon auspicio che questo incontro di oggi avvenga proprio su questa Terra dove il Cristo ha fondato la sua Chiesa e ha versato il suo Sangue per lei?».

Athenagoras regala al pontefice una croce d’oro del millenario del Monte Athos e un engolpion, il medaglione di forma ovale raffigurante Cristo, insegna episcopale della tradizione bizantina, aiutando personalmente il pontefice a indossarlo. L’incontro si conclude con la lettura del capitolo 17 del vangelo di Giovanni, da parte del papa e del patriarca, in greco e in latino, alternativamente, da una stessa copia del vangelo. Quindi viene recitato, questa volta insieme, in greco e latino, il «Padre nostro». Infine il papa e il patriarca benedicono congiuntamente i presenti. Qualche tempo dopo, il papa confiderà a monsignor Johannes Willebrands: «Non ho mai saputo che in un incontro così breve potesse nascere un’amicizia così profonda».

Alla fine della mattinata, il papa incontra la comunità cattolica di rito latino, con il patriarca Alberto Gori, e fa visita a un paralitico da molto tempo immobilizzato a letto. Quindi rientra nella delegazione apostolica, per salutare il gruppo di pellegrini milanesi. Il viaggio è ormai alle ultime battute. Il papa riprende la strada verso Amman, dove ritrova re Hussein, che all’aeroporto lo saluta riprendendo le parole sulla pace pronunciate a Betlemme. Paolo VI inizia il suo ultimo saluto pronunciando alcune parole in arabo, applauditissime dalla folla che assiste al commiato.

L’aereo con a bordo il pontefice atterra a Ciampino alle 18.30 del 6 gennaio. La sorpresa forse più entusiasmante è l’accoglienza che i romani riservano al loro vescovo pellegrino in Terra Santa. Migliaia di persone lo aspettano il passaggio lungo le strade da Ciampino al Colosseo, dove Paolo VI è atteso dalla giunta comunale e dal sindaco di Roma. L’auto fino a san Pietro procede quasi a passo d’uomo. Paolo VI si affaccia dalla finestra del suo studio, per un ultimo saluto alla folla. Dice che l’accoglienza «Avete compreso che il mio viaggio non è stato soltanto un fatto singolare e spirituale: è diventato un avvenimento che può avere una grande importanza storica». Come segno tangibile e ricordo del suo passaggio, il papa vuole che si costruisca nei dintorni di Gerusalemme un centro di studi ecumenici e a Betlemme un istituto per la rieducazione dei non udenti.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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SOLENNE CHIUSURA DELLA SECONDA SESSIONE DEL CONCILIO


ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE PAOLO VI


Mercoledì, 4 dicembre 1963

Risultati immagini per Paolo VI Terra Santa

   

Venerabili Fratelli,

 

1. È ormai giunta l’ora di porre fine a questa seconda fase del Concilio Ecumenico Vaticano II.

2Già da lungo tempo, vigilantissimi Pastori, mancate dalle vostre proprie sedi, dove l’adempimento del sacro ministero esige la vostra presenza, la vostra consulenza, la vostra alacrità; già pesante, onerosa e prolungata è divenuta la fatica che avete sostenuto durante il tempo di questo Concilio, sia per le cerimonie religiose, sia per gli studi, sia per le adunanze; già siamo entrati nei sacri giorni dell’Avvento, con i quali i nostri animi si preparano a celebrare degnamente il ricordo del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo, che ritorna ogni anno sempre solenne, sempre meraviglioso, sempre piissimo; né in questo atteso periodo dell’anno alcuno di noi può dedicarsi ad altri pensieri, anche se eccelsi e santi, se non alla celebrazione di quell’ineffabile mistero per cui il Verbo di Dio si è fatto carne; né alcuno di noi può officiare questi sacri riti in altra sede, per quanto nobile e venerabile, se non in quella che la provvidenza di Dio ha affidato a ciascuno di noi, o una data Chiesa, o una data comunità, o un dato incarico sacerdotale o Pastorale.

3. Bisogna dunque che interrompiamo un’altra volta la serie di queste importantissime adunanze sinodali; bisogna che ci diamo e ci scambiamo saluti fraterni e pacifici; bisogna che di nuovo sperimentiamo il venire e il passare degli eventi che il tempo produce e assorbe, bisogna che ci separiamo, dopo che abbiamo goduto di giorni e di avvenimenti, conversando quasi come fratelli di argomenti sublimi.

4. Non vogliamo però che ciò avvenga prima che rendiamo grazie a Dio per i benefici che ci ha concessi in questo spazio di tempo e in questa occasione. Né possiamo tralasciare di manifestare la Nostra riconoscenza a coloro che sono intervenuti a questa tappa del Concilio Vaticano ed hanno concorso in qualunque modo al suo felice esito. Vogliamo esprimere un Nostro particolare sentimento di gratitudine ai Padri del Concilio Ecumenico, al Consiglio di Presidenza, alla Commissione "per il coordinamento dei lavori del Concilio", ai Moderatori; e in modo speciale alla cosiddetta Segreteria Generale, alle varie Commissioni così chiamate, ai Periti, a coloro che per far conoscere questo nostro lavoro si sono prestati o comunicando le notizie a mezzo stampa o diffondendone le immagini con la televisione; a quelli che hanno preparato e adattato la Basilica Vaticana alle esigenze del Concilio; e ancora a coloro che hanno contribuito a dare ospitalità e a coadiuvare nei vari servizi i Padri Conciliari. È gradito infine rivolgere un distinto ringraziamento a quei Padri che o hanno permesso con i loro contributi la conveniente organizzazione di questo evento, o sono venuti in aiuto ai Fratelli nell’Episcopato indigenti, o sono venuti incontro alle ingenti necessità della Chiesa, o hanno soccorso le persone colpite dalle recenti calamità.

5. Prima di concludere questi nostri lavori non sarebbe fuori luogo riassumerli brevemente e puntualizzare quale fu la loro trafila, quali sono stati i risultati. Questo però sarebbe troppo lungo, e al tempo stesso non permetterebbe di esporre tutto in dettaglio; in verità molti elementi di questo Concilio rientrano nell’ambito della grazia, in quella sfera interiore alla quale non è sempre facile l’accesso. Si aggiunga che molti frutti dei lavori non sono ancora giunti a maturazione, ma, non diversamente dei semi affidati ai solchi, aspettano un loro vero e salutare sviluppo sia dal tempo avvenire sia dall’aiuto divino.

6Tuttavia, perché non sembri che ce ne andiamo da questa sacra sede del Concilio Ecumenico immemori dei divini benefici che sono scaturiti da questo avvenimento, è con estremo piacere che constatiamo anzitutto che il Concilio ha felicemente raggiunto, almeno in parte, qualcuno degli scopi ai quali mirava. Infatti, se la Chiesa si era proposta di arrivare ad una coscienza ed una nozione più piena di se stessa, ora di fatto tra i Pastori e i Maestri è stato avviato un’imponente riflessione sul mistero dal quale la Chiesa ha tratto la sua origine e la sua conformazione. Quest’indagine però non è stata ancora condotta a termine; ma la difficoltà di concludere l’esame già dimostra a sufficienza la profondità e l’ampiezza di tale dottrina, e stimola noi tutti a riunire insieme i tentativi e le forze per comprenderla ed adeguatamente esprimerla. Simili tentativi hanno sicuramente questo di vantaggioso, che indirizzano necessariamente le menti nostre, e dei nostri fedeli che avessero seguito con attenzione le nostre sessioni, a Cristo, dal quale tutto proviene ed al quale tutto vogliamo riportare: "riconciliare in lui tutte le cose" (Col 1,20 Vlg); fanno anche sì che non solo si accresca la nostra gioia per la nostra appartenenza al Corpo mistico di Cristo, ma anche che sia ravvivata la nostra mutua carità, dalla quale tutta la vita della Chiesa è permeata e governata. Rallegriamoci, Venerabili Fratelli! Quando mai come ora la Chiesa ha acquisito una così piena coscienza di se stessa, ha amato Cristo con amore così intenso, ha cercato di imitare Cristo con volontà così gioiosa, così concorde, così dinamica, e si è infine fatta così sollecita della missione a lei affidata? Rallegriamoci, Venerabili Fratelli! Abbiamo infatti imparato a conoscerci ed a dialogare tra di noi. Noi che prima eravamo convenuti qui quasi come estranei l’uno all’altro, ora siamo legati da vincoli di amicizia. Non abbiamo forse sperimentato quanto siano veritiere quelle bellissime parole di San Paolo, con le quali viene appunto descritta la Chiesa: "Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù" (Ef 2,19-20)? Non è forse legittimo intravvedere già ora il futuro progresso delle leggi canoniche dalle quali è retta la Chiesa? Questo progresso pensiamo che non possa vertere su altro che sul riconoscere al massimo ai singoli membri della Chiesa ed alle singole cariche la dignità di responsabile e sull’attribuire una più ampia facoltà di agire; e poi nel rafforzare sempre più la sacra potestà per la quale la compagine dell’intera comunità cattolica rimane stabile nei diversi gradi della gerarchia; e questo come per una spinta ricevuta dall’interno: cioè per l’incremento dell’amore, della concordia e del reciproco rispetto. Bisogna dunque considerare questo Concilio un avvenimento certamente grande e un dono inestimabile fatto da Dio alla sua Chiesa, dal momento che i nostri animi si infiammano così veementemente a questi pensieri, a questi propositi.

7. Se poi volgiamo la Nostra mente ai lavori del Concilio, ecco che si presenta un nuovo motivo di gioia, perché nell’espletarli voi avete avuto un ruolo così continuo, così assiduo, così attivo. Questa Basilica Vaticana, nella quale è confluita l’affollata e veneranda moltitudine di tutti noi, ha offerto ancora una volta uno spettacolo eccezionale, il quale spettacolo ha ricolmato i nostri animi di ammirazione, di pietà e di gioia soprannaturale. Siamo stati anche molto contenti di aver notato qui presenti gli onorevoli Osservatori, i quali, accogliendo così gentilmente il Nostro invito, hanno seguito i lavori del Concilio. Ci sono stati causa di paterno conforto anche gli Uditori, che silenziosamente ma con animo rispettosissimo hanno preso parte alle vostre adunanze; questi figli a Noi carissimi sono i rappresentanti di quell’innumerevole moltitudine di cattolici nello stato laico che collaborano con le autorità gerarchiche della Chiesa nell’estendere il Regno di Dio. In quest’aula e in quest’ora solenne ogni elemento significa qualcosa di arcano; ogni cosa quasi parla, insomma ogni cosa innalza gli animi degli astanti a contemplare le realtà celestiali ed ad alimentare una speranza superiore.

8. Né da minore compiacenza siamo pervasi se consideriamo il metodo e l’itinerario che il Concilio ha seguito fino a questo giorno.

9. Dobbiamo anche qui rilevare un duplice modo di procedere, considerando che l’attività del Concilio è stata assai laboriosa e del tutto libera nell’esporre i diversi pareri. A Noi pare che questo duplice merito sia veramente da valutare al massimo, perché è stata la nota caratteristica di questo Concilio Ecumenico, e sarà un duraturo modulo di esempio per i posteri. Su questa via procede la Chiesa ai giorni nostri, nei quali si trova in un impegno globale e ad un punto cruciale della sua azione; azione che è estremamente energica e si sviluppa spontaneamente.

10. Se poi sono state numerose, varie e persino anche contrastanti le opinioni che sono state udite nel Concilio, ciò non toglie nulla al nostro compiacimento; questo anzi dimostra con evidenza che gli argomenti delle sessioni sono stati profondi e di eccezionale importanza e che, come abbiamo detto prima, sono stati trattati con la dovuta libertà.

11. Del resto, questa discussione appassionata e complessa non è stata affatto senza un frutto copioso: infatti quel tema che è stato prima di tutto affrontato, e che in un certo senso nella Chiesa è preminente, tanto per sua natura che per dignità - vogliamo dire la sacra Liturgia - è arrivato a felice conclusione, e viene oggi da Noi con solenne rito promulgato. Per questo motivo il Nostro animo esulta di sincera gioia. In questo fatto ravvisiamo infatti che è stato rispettato il giusto ordine dei valori e dei doveri: in questo modo abbiamo riconosciuto che il posto d’onore va riservato a Dio; che noi come primo dovere siamo tenuti ad innalzare preghiere a Dio; che la sacra Liturgia è la fonte primaria di quel divino scambio nel quale ci viene comunicata la vita di Dio, è la prima scuola del nostro animo, è il primo dono che da noi dev’essere fatto al popolo cristiano, unito a noi nella fede e nell’assiduità alla preghiera; infine, il primo invito all’umanità a sciogliere la sua lingua muta in preghiere sante e sincere ed a sentire quell’ineffabile forza rigeneratrice dell’animo che è insita nel cantare con noi le lodi di Dio e nella speranza degli uomini, per Gesù Cristo e nello Spirito Santo.

12. Non possiamo qui passare sotto silenzio quanto sia in onore il culto divino presso i cristiani della Chiesa orientale, e con quale accurata diligenza sia osservato; per quei fedeli la sacra Liturgia è sempre stata una scuola di verità ed una fiamma di carità cristiana.

13. Sarà dunque utile far tesoro di questo risultato del nostro Concilio, come di quello che deve animare e in un certo senso caratterizzare la vita della Chiesa; la Chiesa infatti è soprattutto società religiosa, è comunità orante, è popolo rigoglioso di onestà di coscienza e di amore alla religione, cose che sono alimentate dalla fede e dalla grazia soprannaturale. Se ora abbiamo semplificato qualche forma del culto perché sia meglio compresa dai fedeli e sia più consona alla mentalità contemporanea, non è certo Nostra intenzione dare meno importanza al pregare, né posporlo agli altri impegni del sacro ministero e dell’azione pastorale, né sottrarre qualcosa alla sua forza espressiva e all’eleganza dell’arte antica; bensì ricuperare la sacra Liturgia primitiva, affinché sia più aderente alle caratteristiche proprie della sua natura, sia più vicina alle sue fonti di verità e di grazia, e si traduca più facilmente in spirituale tesoro del popolo.

14. Perché ciò avvenga felicemente, non vogliamo che nessuno vada contro le regole delle preghiere pubbliche della Chiesa, introducendo modifiche private o riti personali; non vogliamo che nessuno si arroghi il potere di applicare a suo arbitrio la Costituzione sulla Sacra Liturgia che oggi promulghiamo, prima che in merito siano divulgate norme opportune e fisse e siano legittimamente approvati i mutamenti che avranno predisposto le Commissioni da istituire appositamente dopo il Concilio. Questa nobile preghiera della Chiesa risuoni con voce concorde in tutto il mondo: nessuno la turbi, nessuno la violi.

15. Un altro frutto, e di non poco peso, del nostro Concilio è il Decreto sui cosiddetti strumenti di comunicazione sociale, che apertamente attesta che la Chiesa gode della capacità di collegare la vita esteriore a quella interiore, l’azione alla contemplazione, l’apostolato alla preghiera. Anche in questo settore il nostro Concilio farà sì che siano correttamente usufruite e potenziate molte impostazioni e forme di attività che, tanto come strumenti che come documenti, già servono nel mondo intero sia all’esplicazione del ministero pastorale che ad ogni industriosità dei cattolici.

16. Sono poi da annoverare tra i frutti del Concilio anche parecchie facoltà che, assecondando il fine pastorale del Concilio stesso, abbiamo voluto attribuire alla competenza dei Vescovi, soprattutto a quelli che godono di giurisdizione ordinaria.

17. Ma questo non è ancora tutto. Il Concilio è stato indefessamente all’opera e, come ben sapete, ha incominciato a discutere di molte questioni, le cui soluzioni si deve dire che sono già tutte contenute in schemi elaborati che, dopo il dibattito sul relativo argomento, a suo tempo saranno definitivamente proposti e legalmente promulgati.

18. Restano da esaminare e da sottoporre nuovamente a discussione altri problemi, che speriamo poter condurre a felice esito nella prossima terza Sessione, cioè quella che avrà luogo nell’autunno dell’anno venturo. Non però che ci dispiaccia tenere gli animi occupati nel riflettere a lungo su cose tanto gravi. Confidiamo che in questo intervallo di tempo le Commissioni, alle quali incombe il compito e nel cui aiuto attuale riponiamo grande speranza, tenendo presenti le opinioni manifestate dai Padri del Concilio specialmente nelle Congregazioni generali, possano preparare per le future riunioni del Concilio formule studiate a fondo, espresse in termini precisi, opportunamente condensate ed abbreviate, cosicché le discussioni, che vogliamo siano sempre libere, procedano più facili e più spedite.

19Di questo genere è, per fare un esempio, la questione della divina Rivelazione, che il Concilio esaurirà in modo tale che da una parte difenda il sacro complesso delle verità ricevute da Dio contro gli errori, gli abusi, i dubbi dai quali viene compromesso il loro valore soggettivo, dall’altra indirizzi rettamente gli studi sulla Bibbia, sulle opere dei Padri e sulla scienza teologica, che gli eruditi cattolici promuoveranno attivamente, prudentemente e fiduciosamente, aderendo fedelmente al magistero della Chiesa ed usando qualunque adeguato sussidio moderno.

20. Di tal genere similmente è anche la grande e complessa questione dell’Episcopato, che, sia per la logica disposizione degli aspetti da trattare, sia per l’importanza dell’argomento in sé, occupa il primo posto in questo Concilio Ecumenico Vaticano II, che non possiamo ignorare essere come la naturale continuazione e il compimento del Concilio Ecumenico Vaticano I. Questo nostro Concilio, non contrastando ma confermando le prerogative derivate da Cristo e riconosciute al Sommo Pontefice, e munite di ogni autorità necessaria al governo della Chiesa universale, cercherà di porre in luce la natura e la funzione dell’Episcopato volute da Dio, secondo la dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo e l’autentica tradizione ecclesiastica, e di stabilire quali siano i suoi poteri e il loro esercizio quanto ai Vescovi considerati sia singolarmente che nell’insieme; in maniera che sia degnamente illustrato l’altissimo ministero episcopale nella Chiesa di Dio, non come se si trattasse di una istituzione autonoma, indipendente dal Sommo Pontificato di Pietro, e tanto meno ad esso contrapposto, ma rivolto, concordemente con esso e sotto di esso, al bene comune ed al fine supremo della Chiesa. Avverrà così che dall’incremento delle forze la composizione gerarchica della Chiesa sarà rinvigorita, non indebolita; la collaborazione interiore sarà aumentata, non sminuita; l’efficacia apostolica sarà accresciuta, non affievolita; la mutua carità sarà fervente, non ristagnante. Siamo perciò fiduciosi che il Concilio - così si spera - pienamente chiarisca e porti a compimento una cosa di tanto grande importanza.

21. Speriamo infine che il Concilio fornirà la migliore soluzione possibile alla questione dello schema sulla Beata Vergine Maria, in modo cioè che con unanime consenso e somma devozione sia riconosciuta la posizione di gran lunga preminente che è propria della Madre di Dio nella Santa Chiesa, della quale si parla principalmente in questo Concilio; vogliamo dire il posto dopo Cristo, altissimo eppure straordinariamente vicino a noi, cosicché possiamo insignirla del titolo di "Madre della Chiesa"; e questo avvenga ad onore di lei ed a nostro conforto.

22Oltre a queste questioni, che il Concilio ha brevemente toccato, al Concilio ne restano ancora molte altre da trattare, sulle quali però è già stato ampiamente discusso. Noi cureremo di farle ancora esaminare più accuratamente, perché alla prossima sessione del Concilio si possano presentare schemi più brevi, come sopra abbiamo detto, e proposti in modo che il Concilio possa esprimere il suo parere senza troppe difficoltà, e poi trasmetterli per l’interpretazione e la conversione in forma di regolamenti alle Commissioni da istituire dopo il Concilio; tra le quali Commissioni, dovrà senz’altro affrontare la mole più pesante di lavori quella che avrà l’incarico di redigere i nuovi Codici sia della Chiesa Latina che della Chiesa Orientale. Allora, cioè nell’accingersi a questi lavori del Concilio, i Vescovi presteranno la loro preziosissima collaborazione, in forme nuove, quali richiederanno tanto l’occorrenza quanto la struttura della compagine ecclesiastica. Sarà dunque conveniente e a Noi graditissimo scegliere tra i Vescovi di tutto il mondo e tra gli Ordini religiosi i Fratelli più competenti ed esperti, così come è stato fatto per le Commissioni preparatorie del Concilio, perché Ci aiutino con il consiglio e con l’opera, insieme a Padri idonei del Sacro Collegio, a tradurre in normative opportune e particolareggiate i decreti generali del Concilio. Così, sempre ferma restando la potestà del Romano Pontefice definita dal Concilio Ecumenico Vaticano I, la prudenza e l’esperienza Ci suggeriranno, auspice Dio provvidentissimo, come possa essere reso più efficace il pio e faticoso lavoro dei Vescovi per promuovere il bene di tutta la Chiesa.

23. Perciò, mentre concludiamo questa sessione del Concilio Ecumenico, rileviamo volontieri che essa, tutto sommato, ha avuto un valore positivo. Essa ha compiuto un grande lavoro; ha esaurito alcuni dei temi prestabiliti; ha bene avviato la trattazione degli altri argomenti proposti; ha attestato che le diverse opinioni possono essere liberamente espresse; ha dimostrato che la concordia degli animi sulle questioni della massima importanza di cui si discute è desiderabile e possibile; ha rivelato che tutti aderiscono fermamente e apertamente alle verità dogmatiche che appartengono al tesoro della dottrina cattolica; ha alimentato in noi tutti la carità, che in noi non deve mai essere disgiunta dallo studio e dalla professione della verità; ha avuto sempre presenti le finalità del Concilio riguardanti i compiti dei sacri Pastori; non ha mai tralasciato di adottare metodi ed espressioni che ci conciliassero gli animi dei fratelli separati; finalmente, in tutti i suoi lavori, ha supplicato con preghiere Dio, fonte e principio di ogni buona speranza.

24. Ma al contempo, raggiunto il termine di questa sessione, vediamo più concretamente quello che ancora resta da fare, ed insieme sentiamo più intensamente nei nostri animi che non possiamo non fare in modo di rendere la Chiesa più idonea a portare agli uomini contemporanei il messaggio della verità e della salvezza.

25. Né la nostra sollecitudine si è distolta dalle condizioni dei tempi presenti, né si è affievolita la nostra fiamma di carità con cui abbracciamo il genere umano. E ciascuno alimenterà con cura nel suo animo questa più ardente sequela della carità quando tornerà alla sua sede e alle sue mansioni consuete.

26Prima ancora che questa grandiosa assemblea affronti i problemi dell’apostolato sacro, noi tutti già sappiamo, si può dire, come essi vanno risolti; infatti sia l’insegnamento della Chiesa, notevole per ricchezza e per chiarezza, sia gli esempi dei Fratelli migliori ci hanno già indicato la strada da seguire. Rientrati nella vostra patria, non potreste già ora dare saggi di una più attiva virtù pastorale, rivolgendo parole esortative e consolatorie ai vostri fedeli e a tutti coloro che la vostra sacra missione può raggiungere? Non potremmo fin d’ora, quasi per preparare degnamente la prossima sessione del Concilio, coltivare con maggiore applicazione la nostra vita spirituale e prestare orecchi più attenti alla voce di Dio? Non potreste portare al vostro clero un messaggio di carità più accesa? Indirizzare ai laici un saluto ed esortazioni piene di fiducia? Incitare la gioventù a mete più alte? Offrire alle persone colte qualche bagliore di verità? Dare agli operai e ai lavoratori una testimonianza di speranza e di amore? Spiegare ai poveri ed agli indigenti che soprattutto ad essi si riferisce la prima beatitudine Evangelica?

27. Siamo persuasi che questa pratica più diligente del ministero sacro ci può rendere capaci a fare in modo che, a Dio piacendo, questo grande Concilio si converta in frutti salutari di vita cristiana.

28. Piace adesso aggiungere qualcosa per comunicarvi un proposito che già da tempo abbiamo in animo ed abbiamo deciso di manifestare oggi, in questa distintissima e autorevolissima assemblea.

29. Siamo così convinti che per ottenere un buon esito del Concilio si devono elevare pie suppliche, moltiplicare le opere, che, dopo matura riflessione e molte preghiere rivolte a Dio, abbiamo deliberato di recarCi come pellegrino in quella terra, patria del Signore Nostro Gesù Cristo.

30. È perciò nostro intendimento nel prossimo mese di gennaio andare, con l’aiuto di Dio, in Palestina, dove Cristo nacque, visse, morì e risorto da morte salì al cielo, con l’intenzione di rievocare di persona i principali misteri della nostra salvezza, cioè l’Incarnazione e la Redenzione. Vedremo quella terra veneranda, di dove San Pietro è partito e nella quale nessun suo Successore è mai tornato. Ma Noi umilissimamente e per brevissimo tempo vi ritorneremo in spirito di devota preghiera, di rinnovamento spirituale, per offrire a Cristo la sua Chiesa; per richiamare ad essa, una e santa, i Fratelli separati; per implorare la divina misericordia in favore della pace, che in questi giorni sembra ancora vacillante e trepidante; per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta l’umanità. Preghiamo la Beatissima Vergine Maria che sia guida al cammino; gli Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi ci assistano benignamente dall’alto.

31. Come Noi ci ricorderemo di voi in quel piissimo pellegrinaggio, così chiediamo a voi, Venerabili Fratelli, di accompagnarCi con le vostre preghiere affinché questo Concilio giunga a buon fine, a gloria di Cristo e per il bene della sua Chiesa.

32. Ringraziamo e salutiamo tutti; esterniamo anche l’animo riconoscente e rispettoso agli Osservatori, e lo stesso esprimiamo ai cari Uditori e a tutti quelli che hanno supplicato Dio per il Concilio e vi hanno lavorato.

33. Il Nostro pensiero amorevole ma triste corre anche soprattutto ai Nostri Fratelli nell’Episcopato assenti e posti nella tribolazione, che con somma gioia avremmo voluto abbracciare e le cui preghiere, rese più preziose dalle sofferenze, hanno contribuito con tanta efficacia - ne siamo sicuri - al favorevole svolgimento dei lavori di questa seconda sessione. Onorandoli con paterno ricordo e incoraggiandoli a perseverare con fermezza nella fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, li benediciamo con particolare affetto. Del pari impartiamo ben volentieri a tutti i fedeli della comunità cattolica e a coloro che sono illuminati dalla luce di Cristo Redentore la Benedizione Apostolica, propiziatrice di doni celesti; per tutti gli uomini dotati di buona volontà invochiamo poi ogni prosperità ed ogni bene (AAS 56 (1964), pp. 31-40).




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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