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"E' lecito pagare il tributo a Cesare?" (Matteo 22,17)

Ultimo Aggiornamento: 06/10/2012 21:51
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27/12/2008 16:32
 
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SI DERUBA CESARE SE NON SI DÀ A DIO[SM=g1740730]


Vittorio Possenti www.avvenire.it


Non espellere Dio dalla vita pubblica dei popoli
, come con rinnovato vigore ha chiesto Benedetto XVI domenica scorsa, nel discorso di apertura del Sinodo, comporta non ridurre la religione ad un fatto meramente privatistico.
Nelle fogge più varie individui e civiltà stanno in rapporto con Dio, e da ciò traggono l'essenziale del loro valore-disvalore. Vi sono età più religiose, altre più profane, ma tutte stanno "dinanzi a Dio". Non muta il "dinanzi"; muta il modo. Anche per questo è una strada che non conduce lontano quella di rendere Dio superfluo per l'uomo, secondo l'intento del secolarismo europeo, forse l'unica civiltà che pretenda di essere completamente libera da ogni religione e di ripudiare il proprio passato: la vicenda del silenzio sulle radici cristiane dell'Europa l'ha ben evidenziato.


Sul nesso fra Dio, religione e politica, l'insegnamento di Gesù Cristo si pone come evento inedito per quanto concerne la diversità fra Dio e Cesare: la novità cristiana è racchiusa nella nota frase: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Si tratta di un detto instauratore, capace di introdurre un passo in avanti nell'esperienza spirituale e politica dell'umanità.


Venne così introdotta la duplicità della rappresentanza (spirituale e temporale) al posto dell'unità tipica della città antica in cui si congiungeva in un solo vertice (nell'imperatore che era anche pontefice) la rappresentanza sacrale e quella civile. La diversità cristiana apparve un attentato di cospicue dimensioni alla politica poiché, introducendo la "laicità" sconosciuta alle culture antiche, apriva inedite possibilità di liberazione e di dissidio.


Quasi superfluo richiamare la dialettica fra cristianesimo e Impero roman o, tra il papato e il Sacro Romano Impero, la lotta per le investiture, i variabili rapporti fra Stato e Chiesa nella modernità, e via discendendo sino alle ideologie intramondane e totalitarie del secolo passato. Queste hanno voluto con ogni mezzo rendere Dio straniero in casa sua con i sanguinosi esiti che ben si conoscono.


Come spesso ha rivelato Joseph Ratzinger, la frase di Gesù sottolinea non solo che occorre marcare i confini fra Dio e Cesare, ma che occorre rendere o dare. Il risuonare di tale verbo cambia la prospettiva della semplice separatezza fra Dio e Cesare. Il rendere a Cesare quanto è necessario: giustizia, pace, diritti, rispetto, è qualcosa di grande. Ma Cesare non è Dio.


Cesare può essere patria temporale, ma non è patria definitiva per alcun uomo. Il rendere a Cesare implica, perché sia autentico e pieno, il rendere a Dio quanto è necessario e salutare. Dare solo a Cesare senza dare a Dio è rovina. Il versetto evangelico domanda un doppio dare, e l'uno non può stare senza l'altro.


Il secolarismo europeo è esattamente definito dal dare a Cesare senza minimamente dare a Dio, mediante l'ipocrisia di confinare Dio nella più remota privatezza della coscienza, come ha denunciato domenica Benedetto XVI. In questo modo si sterilizza il contributo che la religione offre al miglioramento civile. Mirando al vigore della vita morale e delle virtù, essa raggiunge la società nel suo punto più nevralgico.


 Contrariamente all'asserto del materialismo storico marxista, l'anatomia della società civile è l'etica, non l'economia politica. Chi riesce a migliorare il comportamento morale delle persone adempie il compito più importante nella società. Non ve ne è nessuna che, per quanto dotata di istituzioni molto elaborate, possa sussistere in maniera decente e cos tituire una vita civile accettabile, se i suoi cittadini cedono troppo ai vizi e allo scatenamento delle passioni.

Se lo Stato può soggiacere a smisurate richieste eudaimonistiche ma non può garantire i propri fondamenti morali, deve trovare fuori di sé, ossia nella società, tali basi: che oggi sono messe a rischio dal relativismo intellettuale e morale, e dal secolarismo.


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Questo dare a Cesare e dare a Dio ..dovrebbe farci riflette sul nostro essere COERENTI....alla fede che professiamo....
Cristo rievoca la cosiddetta "legge del taglione" prima di insegnare il PORGERE L'ALTRA GUANCIA.....:
"Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente...MA IO VI DICO CHE....."
Gesù fa capire qui IL CONCETTO DI PENA CHE SE PER LA GIUSTIZIA UMANA E' LEGITTIMO DISTRIBUIRLA CON UN PARI COERENTE AL DELITTO COMMESSO......Egli AGGIUNGE che un Cristiano può fare di meglio, può fare di più....ed è la strade che apre alla SANTITA' come ci ha dimostrato il martirio di don Andrea!

Questa legge del Taglione - al di là della sua formulazione che suona brutale ai nostri orecchi - non è nient'altro che una colorata definizione della giustizia distributiva: a un delitto deve corrispondere una pena del tutto pari e coerente.

Gesù non vuole negare il principio della giustizia ma - come avviene in tutta la serie di casi che egli propone in quel discorso - vuole suggerire al suo discepolo di procedere oltre, imboccando la via dell' amore, del perdono, della non-violenza....che attenzione NON E' IL PACIFISMO......


Ecco, allora, il suo insegnamento affidato a un trittico di esempi che sono simili a mini-parabole:
"Io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; a chi ti vuol chiamare in causa per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello; e se uno ti costringe a fare un miglio, tu fanne con lui due".
Alla stessa legge di Lamek nell'A.T. che pone appunto il concetto della legittima reazione pari al danno subito...... egli opporrà questa legge antitetica: "Non perdonerai fino a sette volte sette ma fino a settanta volte sette" (Matteo 18,22). E Gesù sarà sempre coerente con questo suo principio: si pensi al suo arresto e all' invito rivolto al suo discepolo che tenta di difenderlo con una spada ("Rimetti la spada nel fodero..."), o al silenzio davanti a Pilato, al silenzio durante la flagellazione, fino al Calvario, fino sulla Croce.....

L'INSEGNAMENTO DI GESU' CONDUCE ALLA CROCE QUELLO DEL MONDO CONDUCE ALLA GUERRA......s09c#07

Ora, nello spirito di tutto quel discorso della Montagna nelle beatitudini - Gesù non vuole imporre UNA IDEA LEGISLATIVA O GOVERNATIVA, no! Lui INSEGNA LA RADICALITA'......possiamo definirlo UN FONDAMENTALISMO CHE SI RIVELERA' ESSERE L'UNICA STRADA PER LA RISURREZIONE...o se preferite la STOLTEZZA DELLA CROCE, LO SCANDALO come la definiosce san Paolo.... Egli delinea un atteggiamento radicale, una vera e propria opzione della coscienza; la sua è una spina messa nel fianco del buonsenso, dell'ovvio, del luogo comune così da mostrare una più alta potenzialità di vita, una ben diversa società, una meta, possibile eppur desueta, aperta all'uomo; certo per Gesù stesso E' LEGITTIMO CHE L'UOMO APPLICHI LA LEGGE DEL TAGLIONE.....MA QUESTA NON CONDURREBBE ALLA CROCE......[SM=g7831]

In questa luce solo chi NON COMPRENDE E CHI VUOLE RESTARE ATEO PARLA di... utopia...... ma questa utopia cristiana lo è nel senso più alto del termine e Gesù incarna in modo supremo la missione genuina delle religioni. Esse non devono ridursi a gestire la propria fede, come deve fare uno Stato, né ridursi a dover fare compromessi per barattare la verità (essendo poi Gesù la Verità, sarebbe come BARATTARE LUI), ma bensì far tendere l'umanità verso un Oltre e un Altro.

In questa prospettiva si muove tutto il magistero di Giovanni Paolo II, ed oggi quello di Benedetto XVI con l'Enciclica Deus Caritas Est.....così come LE AMMONIZIONI DEI VESCOVI della Chiesa......, anche in occasione degli attuali eventi tragici.... la Chiesa è qui a ricordare questa VERITA' INESPUGNABILE.......

Questo, però, non significa che la morale religiosa (e cristiana in particolare ) debba escludere la giustizia e la storicità con tutto il suo peso.....
Leggiamo altre parti del Vangelo evitando di dividere quello che ci fa comodo....Gesù stesso polemizza aspramente, per esempio.... con la gestione del potere politico e religiosa di allora, facendo denuncie specifiche ( si legga, ad esempio, Matteo 23 ) ma anche col suo celebre detto: "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" riconosce un' autonomia al potere politico...ed insegna ai SUOI L'AUTONOMIA DEL POTERE DI DIO CHE SOVRASTA ANCHE IL POTERE DI CESARE..... [SM=g7574]

Paolo nella Lettera ai Romani affronta la questione fiscale affermando la legittimità dell'autorità costituita - che nella fattispecie era quella imperiale di Nerone - così come del suo sistema penale perché "non invano essa porta la spada" ( 13,1-7 ) . L' Apocalisse, invece, attacca aspramente le repressioni e le ingiustizie di quello stesso potere romano, raffigurato sotto l' immagine di Babilonia....ma non è una contraddizione come potrebbe apparire è bensì una denuncia ed una condanna AGLI ABUSI DEL POTERE DI CESARE......

Ecco, allora....che proprio da san Paolo arriva la costante necessità per i cristiani di non perdere di vista l'ideale, riducendosi a un partito o a movimento di opinione, ma anche di non astrarsi dalla realtà racchiudendosi nel bozzolo della tensione apocalittica o mistica....Paolo INVITA A REAGIRE SOPRATTUTTO CON LA PAROLA-L'EVANGELIZZAZIONE-IL GRIDARE DAI TETTI LA VERITA': DATE RAGIONE SEMPRE A CHI VI CHIEDE MOTIVO DELLA VOSTRA FEDE......
E' un difficile equilibrio che comporta, da un lato, la continua affermazioni dei grandi valori, della moralità alta, di ideali anche supremi, e d'altro lato, la necessità della loro "incarnazione" e quindi del confronto col groviglio delle vicende sociali, politiche, economiche DI OGNI TEMPO E SOTTO OGNI CESARE DI TURNO perchè, dirà Paolo....I GOVERNI SI SUSSEGUONO LA CHIESA RESTA ETERNA........

Riferirci alla legittima difesa che di per sé eccede rispetto alla logica del "porgere l'altra guancia"....... naturalmente si colloca nel piano più "basso" della norma di giustizia e questo proprio secondo la mentalità di Cesare e del mondo....... Famosa è la giustificazione etica addotta da San Tommaso d' Aquino: "L'azione di difendersi reca con sé un duplice effetto: l'uno è la conservazione della propria vita, l'altro è la morte dell'aggressore. Il primo è quello veramente voluto, l'altro non lo è" (Summa Theologiae II-III,64,7).....

La tradizione cristiana preciserà questa regola del "duplice effetto" in ambito pubblico elencando le condizioni da rispettare per ammettere la legittimità di questa autodifesa: che tutti gli altri mezzi si rivelino impraticabili e inefficaci, che l'uso di armi non crei mali e disordini più gravi del male da eliminare (proibita sarebbe, perciò, l'opzione nucleare), che non si colpiscano innocenti, che il danno inflitto dall' aggressore sia durevole, grave e provato nelle sue responsabilità.

E' ciò che è affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 (nn.2.263e 2.309) ed è ciò che è stato ripetuto dalla lettera dei vescovi cattolici americani al presidente Bush da Giovanni paolo II: "La nostra nazione ha il diritto morale e il grave obbligo di difendere il bene comune contro tali attacchi terroristici...Ma ogni risposta militare dev'essere in accordo con i sani principi morali quali la probabilità di successo, l'immunità dei civili e la proporzionalità".........

Ma lo stesso testo comprende anche una eco del principio evangelico da cui siamo partiti, formulato attraverso l'invito a impegnarsi per rimuovere le cause strutturali ingiuste, a ripudiare l'intolleranza etnica e religiosa, a considerare sempre arabi e musulmani come fratelli e sorelle, "parte della nostra famiglia nazionale e umana", e - citando una frase di Giovanni Paolo II - a "non cedere alla tentazione dell'odio e della violenza, impegnandosi al servizio della giustizia e della pace"........

La chiesa, quindi, pur coinvolta nella giustizia che dovrebbe reggere la città di Cesare, non deve mai dimenticare la legge ultima del Regno di Dio........ma questo non toglie il fatto che ogni MEMBRO DELLA CHIESA NON DEBBA IN QUALCHE MODO DIFENDERSI DALLE INGIUSTIZIE QUANDO LO STATO SI DIMOSTRASSE ASSENTE O INCAPACE DI FAR FRONTE ALLE SITUAZIONI PIU' DISPERATE........

Fraternamente ....http://digilander.libero.it/le.faccine/faccinea/timido/00013039.gif.....Caterina


Tra religione e politica

Dare a Cesare
quel che è suo


Esce martedì 12 agosto negli Stati Uniti un nuovo libro di Charles Joseph Chaput, cappuccino e arcivescovo di Denver (Render Unto Caesar. Serving the Nation by Living Our Catholic Beliefs in Political Life, New York, Doubleday, 2008, pagine 258, dollari 21,95). Ne pubblichiamo in anteprima una recensione.

di Robert Imbelli
Docente di teologia al Boston College
Massachusetts, Stati Uniti d'America



Questo libro, benché sia rivolto principalmente ai cattolici, servirà anche a promuovere un dibattito molto necessario all'interno della Chiesa e al di fuori di essa. Inoltre, viene pubblicato in un momento particolarmente significativo:  la vigilia di una delle più importanti elezioni presidenziali della storia americana recente. Il testo può essere letto a diversi livelli, che si illuminano a vicenda.
Il primo livello ci viene suggerito dal sottotitolo:  "Servire la nazione vivendo il nostro credo cattolico nella vita politica".

Al centro della posizione dell'autore c'è il fatto che la fede, sebbene intensamente ed essenzialmente personale, non è però mai privata. Il rapporto con Dio attraverso Gesù Cristo è anche rapporto con altri in Gesù Cristo, come spiega benissimo la scena del giudizio nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Tuttavia, anche a prescindere da questo, la fede biblica ha sempre implicazioni sociali e persino politiche. Chiunque prenda sul serio la tradizione profetica dell'Antico Testamento lo riconosce subito. Il compimento della rivelazione in Gesù Cristo non fa che intensificare la vocazione del credente a promuovere l'avvento del Regno in ogni dimensione della vita umana.


La dottrina sociale della Chiesa cattolica - dalla Rerum novarum di Leone xiii, passando per la Gaudium et spes del Vaticano ii fino al recente discorso alle Nazioni Unite di Benedetto XVI - è l'applicazione permanente di questa tradizione profetica ai contesti mutevoli della storia mondiale. L'arcivescovo Chaput esprime così la propria convinzione:  "La Chiesa non rivendica il diritto di dominare la dimensione secolare, ma ha tutto il diritto - di fatto l'obbligo - di impegnare l'autorità secolare e di sfidare quanti la esercitano a soddisfare le esigenze di giustizia. In questo senso, la Chiesa cattolica non può stare, non è mai stata e non starà mai "fuori dalla politica". La politica implica l'esercizio del potere. L'uso del potere ha un contenuto morale e conseguenze umane. Il benessere e il destino della persona umana sono decisamente materia, e speciale competenza, della comunità cristiana" (pp. 217-218; i corsivi sono nel testo originale).
D'altro canto vi sono personalità influenti, sia negli Stati Uniti sia in Europa, che cercano di ridurre la religione e la fede a un'opzione privata senza un ruolo pubblico da svolgere. Quindi cercano di edificare ciò che un critico definisce a naked public square, "una nuda pubblica piazza", rinchiudendo così la religione tra le pareti domestiche e secolarizzando totalmente la dimensione pubblica.

Per l'arcivescovo Chaput questa strategia non solo snatura la religione, e in particolare il cattolicesimo, ma è in profonda contraddizione con l'unicità storica dell'"esperimento americano della democrazia". Il cosiddetto "muro di separazione" fra Stato e Chiesa negli Stati Uniti - un'espressione utilizzata spesso in maniera fuorviante - non ha mai voluto escludere il pieno impegno dei credenti nella vita politica e civile della nazione, e l'ingiunzione della Costituzione americana contro il "riconoscimento" istituzionale della religione è stata una preziosa tutela contro l'intrusione arbitraria dello Stato negli affari religiosi.


L'autore si ispira in modo significativo al pensiero del teologo gesuita John Courtney Murray, che al Vaticano ii svolse un ruolo importante nell'elaborazione della pionieristica dichiarazione conciliare Dignitatis humanae sulla libertà religiosa. Murray sosteneva - e Chaput è d'accordo - che i documenti fondanti della democrazia americana avevano fatto ricorso a un'idea di legge naturale che afferma le verità universali sulla condizione umana. Quindi i cattolici, con il loro impegno per la tradizione della legge naturale, possono apportare un contributo importante alla vita pubblica e al processo politico americani. Infatti, come si può contribuire al bene comune se non si portano nei dibattiti e nelle discussioni le proprie convinzioni morali e i propri valori profondi?
Inoltre, le figure più autorevoli della tradizione cattolica, come san Tommaso d'Aquino, riconoscono la legittima autonomia della dimensione secolare. La pretesa di "Cesare" alla lealtà e alla dedizione dei cittadini è legittima, ma la lealtà non può mai usurpare l'obbedienza e il culto che si devono solo a Dio.

 L'arcivescovo Chaput dedica un capitolo commovente al santo inglese Tommaso Moro, che Papa Giovanni Paolo II definì "il celeste patrono dei governanti e dei politici". La grandezza di Moro sta nella sua lotta coraggiosa per restare fedele al proprio dovere verso il suo sovrano terreno senza mai compromettere la sua dedizione fondamentale ai dettami della propria coscienza come riflesso della sua obbedienza al suo Re celeste. Come è ben noto, questa coerenza alla fine gli costò la vita, ma la sua testimonianza resta una forza potente e una ispirazione per quanti cercano di illuminare l'ordine sociale con la luce del Vangelo.


Il secondo livello di lettura del libro è un appello ai cattolici americani a riacquistare una comprensione salda e completa della propria tradizione di fede. Troppo spesso, nei quarant'anni trascorsi dal concilio, i cattolici si sono ritrovati divisi da appelli selettivi all'uno o all'altro aspetto della tradizione. Questa tendenza a scegliere selettivamente è stata definita cafeteria Catholicism, cattolicesimo à la carte, e il crescente individualismo di una società americana orientata al consumo non ha fatto che esacerbarla. Dunque, invece di essere "lievito" nella società, vi è il rischio di adattarsi indiscriminatamente alla cultura contemporanea, e questo indebolisce la testimonianza evangelica della Chiesa. L'autore lancia una sfida diretta ai cattolici:  "In quanto cattolici dobbiamo guardare in modo più lucido e autocritico a noi stessi come credenti, alle questioni che sono alla base dell'erosione attuale dell'identità cattolica, all'assimilazione totale - ma forse assorbimento è un termine migliore - dei cattolici da parte della cultura americana" (p. 84).


In effetti, l'arcivescovo Chaput pone ai suoi compatrioti la stessa sfida che san Paolo pose ai suoi concittadini dell'impero romano:  "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto" (Romani, 12, 2). La chiave qui è la virtù del discernimento - e questo è sempre un compito arduo. Tuttavia sarebbe ingenuo non ammettere che il discernimento autentico pone problemi particolari nella nostra epoca in cui l'influsso dei mezzi di comunicazione sociale è tanto dilagante. I sistemi di comunicazione immediata offrono di certo dei benefici, ma possono anche, a causa della loro assuefazione all'effimero, impedirci di fare quella necessaria e accurata valutazione che sola può aiutarci a formulare un giudizio valido. Inoltre, gran parte dei mezzi di comunicazione sociale più diffusi (musica, film, videogiochi) promuove un divertimento di pura evasione o di natura violenta, che anestetizza e offusca la coscienza.

 Nessuna meraviglia dunque che l'arcivescovo Chaput ricorra diverse volte all'analisi del critico della cultura contemporanea Neil Postman e al suo libro, dal titolo inquietante, Amusing Ourselves to Death ("Divertirsi da morire").
La valutazione realistica di Chaput della sfida che dobbiamo affrontare sfocia in un rinnovato apprezzamento del costo dell'essere discepoli. Evoca figure come il pastore luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer, il sostenitore americano dei diritti civili Martin Luther King e il vescovo cattolico vietnamita, poi cardinale, François-Xavier Nguyên van Thuân come testimoni esemplari di ciò che una coraggiosa sequela di Cristo può implicare. Di fronte alla loro testimonianza di fede la nostra propensione ai facili compromessi può apparire un tradimento.
Alla fine, il criterio definitivo di un discernimento che sia fonte di vita per un cristiano può essere solo il Signore Gesù. Egli è il tesoro assoluto della Chiesa, il Vangelo di vita che siamo chiamati a condividere. L'autore scrive:  "La fede cattolica è molto più di un insieme di principi sui quali concordiamo. È piuttosto uno stile di vita completamente nuovo. Le persone devono vedere questa nuova vita vissuta. Devono vedere la gioia che essa reca. Devono vedere l'unione del credente con Gesù Cristo" (p. 190; il corsivo è nel testo originale).


Infine, il terzo possibile livello di lettura del libro è quello di una lettura del Concilio Vaticano ii. Sebbene non utilizzi il termine e nemmeno affronti la questione ex professo, l'arcivescovo legge chiaramente il Vaticano ii attraverso la lente di una "ermeneutica della riforma" all'interno della tradizione millenaria della Chiesa.


Di fronte a frequenti appelli allo "spirito" del Concilio, afferma esplicitamente:  "L'insegnamento del Vaticano ii è innanzi tutto e soprattutto nei documenti conciliari stessi. Nessuna interpretazione del concilio ha valore a meno che non proceda organicamente da cosa ha effettivamente detto, e poi vi rimanga fedele" (p. 112; il corsivo è nel testo originale). Inoltre, quanto il concilio ha effettivamente affermato va compreso nel contesto del suo intero complesso di insegnamenti. Quindi, per quanto siano importanti la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra aetate) o la dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae), esse devono sempre essere lette nel contesto generale fornito dalle quattro "costituzioni" - i principali pilastri del Vaticano ii.

In particolare esse vanno lette alla luce della visione cristocentrica del concilio che trae il suo orientamento dalla confessione della Lumen gentium che "Cristo è la luce delle genti" (n. 1) e dalla gioiosa affermazione della Gaudium et spes che "Cristo rivela pienamente l'uomo a se stesso e gli rende chiara la sua altissima vocazione" (n. 22).
È vero naturalmente che i lavori conciliari sono stati focalizzati sull'ecclesiologia e che il concilio non ha dedicato un documento specificamente alla cristologia. Nonostante questo la visione del concilio è stata permeata dalla cristologia - e in particolare da una cristologia "alta". Ho scritto altrove a proposito della "profonda grammatica" cristologica del Vaticano ii:  come cioè tutto l'insegnamento del Vaticano ii deve essere letto alla luce della sua confessione dell'unicità di Gesù Cristo. Nel libro dell'arcivescovo Chaput ritrovo questa stessa convinzione. Per esempio scrive:  "Dobbiamo radicare la dimensione sociale della nostra fede cattolica e qualunque altra cosa facciamo nell'amore di Dio, che alimenta la nostra missione di evangelizzazione. Non possiamo offrire un'azione sociale cattolica agli uomini e alle donne del mondo senza al contempo offrire loro Gesù Cristo" (p. 193).


La missione e l'identità cattoliche sono inseparabili e trovano espressione sacramentale nell'Eucaristia, fonte e culmine della vita cattolica:  ecclesia de Eucharistia. L'arcivescovo afferma:  "La Chiesa cattolica è una rete di rapporti basati sulla relazione più importante di tutte:  il dono di sé di Gesù Cristo nell'Eucaristia per la nostra salvezza. Nessuno di noi si guadagna il dono dell'amore di Cristo. Nessuno di noi "merita" l'Eucaristia" (p. 223).

In uno degli ultimi capitoli l'autore affronta alcune questioni pastorali relative all'accesso all'Eucaristia da parte di personalità pubbliche che sostengono pratiche giudicate dalla Chiesa intrinsecamente malvagie, per esempio l'aborto.

L'atteggiamento dell'arcivescovo è sensibile dal punto di vista pastorale e convincente da quello teologico. Aiuterà a fare chiarezza nell'attuale dibattito e nel discernimento su questa delicata materia - una materia che esige di essere affrontata per il bene dell'integrità della fede.
Insomma, l'arcivescovo Chaput ha scritto un libro documentato, equilibrato, civile e incisivo. Andrebbe letto, discusso, preso a cuore negli Stati Uniti e altrove. Per molti versi il suo messaggio è semplice, ma di certo non semplicistico. Pone esplicitamente la domanda che cosa debbano fare i cattolici oggi per il loro Paese, e risponde in modo altrettanto esplicito:  "La risposta è:  non mentire. Se ci professiamo cattolici, dobbiamo dimostrarlo. La vita pubblica americana ha bisogno di persone che difendano a fronte alta, senza infingimenti, la verità della fede cattolica e i comuni valori umani che essa sostiene" (p. 197; il corsivo è nel testo originale). Io trovo qui una chiara eco di ciò che l'apostolo Paolo indica agli Efesini (4, 25) come requisito della loro unione in Cristo:  "Lasciate dunque la menzogna:  dite la verità, ciascuno al proprio prossimo; siamo infatti membra gli uni degli altri".




(©L'Osservatore Romano - 11-12 agosto 2008)

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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