DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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OLOCAUSTO CATTOLICO (la persecuzione ai Cattolici nel mondo)

Ultimo Aggiornamento: 21/05/2015 11.11
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Jorge Humberto Echeverri Garro era impegnato nel distretto di Arauca

Catechista assassinato
in Colombia


Bogotà, 16. La Chiesa in Colombia esprime preoccupazione per il crescente clima di violenza nel Paese, in seguito all'assassinio di un docente e catechista, Jorge Humberto Echeverri Garro, avvenuto nei giorni scorsi nel distretto di Arauca. Il Segretariato nazionale di pastorale sociale, a firma del suo direttore, monsignor Héctor Fabio Henao Gaviria, ha diffuso un comunicato nel quale condanna l'omicidio e sottolinea i rischi "per il persistente coinvolgimento della società civile nel conflitto armato, a scapito degli spazi umanitari e neutrali che la Chiesa cattolica apre in questa terra e in ogni Paese".
 
Come riferisce il comunicato, il catechista era impegnato in una riunione di pastorale sociale che verteva sui progetti della Chiesa nel distretto, promossi in collaborazione, fra l'altro, con la Caritas in Germania. Nel corso dell'incontro, improvvisamente si è presentato un gruppo di guerriglieri, che hanno colpito a morte l'uomo.
 
Il comunicato spiega inoltre che l'operatore pastorale "era membro della rete di docenti nell'ambito di un'altra proposta di pastorale sociale che coinvolge i centri educativi gestori di pace e convivenza".
L'assassinio di Echeverri Garro non è un gesto solitario:  lo stesso Segretariato ricorda infatti che quest'anno sono stati uccisi altri tre docenti provenienti da zone considerate "di difficile accesso".

Il testo prosegue rinnovando "il sostegno e la solidarietà della Chiesa nei confronti della popolazione che vive nel distretto di Arauca, esortandola a non cedere alla disperazione". In particolare, la comunità ecclesiale rivolge un appello ai guerriglieri "affinché i civili non vengano coinvolti negli scontri, garantendo così il rispetto dei diritti umani".

"Con fede rinnovata - conclude quindi il comunicato - la Chiesa continuerà nel suo impegno per la costruzione della pace in Colombia, accompagnando e rafforzando le persone più vulnerabili e colpite dal conflitto armato in corso nel Paese, lottando inoltre per la dignità di ogni essere umano e per fare della Colombia una terra di pace".

I vescovi della Colombia sono intervenuti in più riprese per condannare le violenze, stigmatizzando fra l'altro la pratica dei rapimenti adottata dai guerriglieri delle Farc. "La Chiesa - è evidenziato in uno dei comunicati - è stata e sarà sempre disposta a promuovere, facilitare e accompagnare tutti quei processi orientati alla costruzione di una Colombia riconciliata, dove vi sia pace e giustizia sociale". Si tratta - è specificato - di una volontà "motivata dalla nostra fede e dal nostro impegno di credenti. Ciò che ci spinge ad agire a sostegno dei fratelli sofferenti è il valore della vita, il rispetto della dignità umana e dei diritti, le esigenze evangeliche di perdono e riconciliazione e, soprattutto, la carità".

In Colombia sono diverse decine le persone tenute ancora in ostaggio dai guerriglieri. A tale proposito, i presuli "si dicono addolorati per i tanti fratelli vittime dei rapimenti, i quali, oltre a essere privati ingiustamente della libertà, sono sottomessi a trattamenti inumani e condizioni di vita che vanno contro il rispetto dei diritti umani".
 


In Messico uccisi
un sacerdote e due seminaristi



Città del Messico, 16. Anche in Messico si registra un altro grave atto contro religiosi:  un sacerdote, Habacuc Oregon, e due seminaristi sono stati assassinati da alcuni uomini armati. Il sacerdote e i seminaristi viaggiavano su un'auto lungo una strada di Arcelia, nel sud del Paese, quando sono stati bloccati e colpiti da pallottole. L'arcivescovo di Acapulco, Felipe Aguirre Franco, ha affermato che "i sacerdoti si stanno trasformando in ostaggi di un violento confronto".

 







(©L'Osservatore Romano - 17 giugno 2009)

       




[Modificato da Caterina63 16/06/2009 19.50]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La preoccupazione della Conferenza episcopale per il clima nel Paese

Le minacce
ai vescovi del Nicaragua


 Managua, 25. A pochi giorni dall'allarme lanciato dal clero messicano costretto a subire minacce e soprusi, anche la Conferenza episcopale del Nicaragua denuncia episodi di criminalità nei confronti di alcuni sacerdoti.
Nei giorni scorsi una minaccia di morte è giunta per posta elettronica alla redazione dell'emittente cattolica "Radio Nicaragua", oggetto della minaccia il vice presidente della Conferenza episcopale del Nicaragua, monsignor Juan Abelardo Mata Guevara, vescovo di Estelí, il vescovo di Granada, monsignor Bernardo Hombach e il vescovo di Juigalpa, monsignor Jirón René Sócrates Sándigo. Le minacce sono giunte dopo che l'arcidiocesi di Managua aveva condannato gli attacchi, avvenuti il 9 agosto scorso, ai danni di alcuni membri del coordinamento civile all'interno della cattedrale.

Il procuratore generale dei diritti umani del Nicaragua, Omar Cabezas, durante una trasmissione televisiva, ha accusato i vescovi Mata e Hombach di essere agenti della Cia.

Nonostante le minacce, i vescovi del Nicaragua continuano a lavorare. Il presidente della Conferenza episcopale e vescovo di Managua monsignor Leopoldo José Brenes Solórzano, ha dichiarato che i vescovi continueranno a denunciare i problemi del Paese, come parte della loro missione pastorale. "Attenzione, questo non è un incidente isolato e non va sottovalutato - si legge in un documento della Conferenza episcopale - nel Paese si respira una politica di intolleranza e mancanza di rispetto per la libertà di espressione e di movimento a cui ogni cittadino ha diritto".

Nel documento, i vescovi del Nicaragua esortano il Paese alla pace, che per i cristiani significa assenza di qualsiasi forma di violenza e al tempo stesso impegno per il benessere degli altri a prescindere dall'ideologia, dall'appartenenza politica o dallo stato sociale.
"Questa pace - hanno concluso - si costruisce con l'autenticità e la coerenza tra parole e fatti, bandendo il cinismo degli slogan che manipolano i valori religiosi"
Il messaggio invita il popolo a praticare la tolleranza, la pace e l'uso della ragione per spiegare e difendere le proprie idee.



                                                       

Il cardinale Gracias nell'anniversario delle violenze verso i cristiani

La speranza per un futuro
di pace in India


New Delhi, 25. "Uno dei più tristi momenti nella storia dell'India":  sono le parole usate dal cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Bombay, in occasione dell'anniversario dell'ondata di violenza contro la comunità cristiana. In questi giorni, in Orissa e in altri Stati, si susseguono le cerimonie di commemorazione, le veglie di preghiera e le manifestazioni, in ricordo delle oltre cento vittime e delle distruzioni provocate dagli attacchi dei fondamentalisti indù, a partire dall'agosto 2008. "È stato un anno terribile - ha scritto il cardinale in un messaggio - segnato da numerosi atti d'intolleranza religiosa e le morti avvenute nel distretto di Kandhamal (Orissa) sono uno dei più tristi momenti nella storia dell'India. Oggi, a un anno di distanza, chiediamo a Dio di benedire la nostra nazione con la pace e l'armonia e di prendersi cura della memoria dolorosa e delle ferite causate da questa orribile violenza anticristiana".

Il cardinale ha voluto offrire i suoi pensieri anche agli ispiratori e autori del clima di odio. "Le nostre preghiere - ha detto - sono anche per coloro che hanno ispirato e attuato i crimini, affinché essi possano comprendere il male che hanno fatto".

"Sono rimasto molto addolorato - ha sottolineato - per l'immagine che l'India ha offerto di sé e lo sono tuttora. Quanto accaduto nel Kandhamal è una vergogna per tutta la nazione. L'anniversario delle violenze contro i cristiani è un giorno di preghiera in tutte le chiese dell'India. Preghiamo per tutto il Paese, perché tutti possano vivere come fratelli e sorelle nella nostra amata madrepatria e perché le violenze anticristiane non oltraggino più il ricco patrimonio di cultura e tradizione dell'India".

Il cardinale passa poi a esaminare la questione della sicurezza. "Nel Kandhamal - ha osservato - la nostra comunità cristiana, che è una minoranza, non è stata protetta. La libertà religiosa è stata completamente calpestata. Io stesso ho criticato il Governo per non aver garantito la sicurezza di una minoranza. Il nostro popolo è stato lasciato alla mercè dei fondamentalisti, la legge e l'ordine sono stati entrambi demoliti".

Il cardinale non nasconde il fatto che il futuro resta ancora pieno d'incognite. "Ora sono - ha spiegato - ancora preoccupato per le nostre minoranze e anche per la libertà religiosa. Mi rendo conto che nel Kandhamal e in molti altri posti, il nostro popolo subisce ancora minacce e spesso non ha la libertà di ritrovarsi a pregare insieme". "Molte nostre chiese - ha aggiunto - devono ancora essere restaurate e la paura si annida nei cuori delle comunità cristiane".

Per questo, ha esortato, "il nostro Governo deve avere come sua priorità la libertà religiosa e la sicurezza delle minoranze. Ci sono molte situazioni preoccupanti che devono essere tenute sotto controllo e affrontate in modo adeguato".

Il cardinale, comunque, ha osservato che da parte delle autorità giungono segnali di apertura. "Vedo - ha detto - che il nuovo Governo dell'Orissa desidera davvero aiutare le minoranze e, anche quello federale, intende garantire le loro sicurezza. Mi auguro che entrambi i Governi siano molto più attenti e reattivi rispetto a un anno fa, quando si dimostrarono del tutto inermi". "I nostri appelli - ha ricordato - allora caddero nel vuoto e, uccisioni, rapimenti, incendi e altre violenze, vennero fuori per lungo tempo".

"La mia speranza - ha concluso il cardinale - per un futuro di libertà e di sicurezza per le minoranze religiose non cancella le mie preoccupazioni, ma baso ciò su segni che vedo nella realtà e mi auguro che la fiducia che nutro per il futuro del Paese sia ben fondata". "Oggi chiediamo a Dio - ha aggiunto - di dare al nostro popolo la grazia di un nuovo inizio perché possa vivere nella coesistenza pacifica, nella mutua accettazione, nella tolleranza e nella pace". Per il porporato "gli incontri interreligiosi tra popolazioni di diverse confessioni sarà una delle strade da intraprendere per raggiungere quest'armonia. Deve essere un dialogo a ogni livello, nelle comunità, nella società civile e nelle scuole. L'India deve recuperare la sua gloriosa tradizione di Paese multiculturale, multireligioso e multilinguistico".


 


(©L'Osservatore Romano - 26 agosto 2009)
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25/08/2009 21.26
 
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Per la Chiesa del silenzio

O Signore Gesù, Re dei Martiri, conforto degli afflitti, appoggio e sostegno di quanti soffrono per amor tuo e per la loro fedeltà alla tua Sposa, la Santa Madre Chiesa, ascolta benigno le nostre fervide preghiere per i nostri fratelli della "Chiesa del silenzio", affinché non solo non vengano mai meno nella lotta né vacillino nella fede, ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni di chiamare ad essere tue compagne nell’alto della croce. Per coloro che debbono sopportare tormenti e violenza, fame e fatiche, sii Tu fortezza incrollabile, che li avvalori nei cimenti ed infonda loro la certezza dei premi promessi a chi persevererà sino alla fine.

Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali, molte volte tanto più pericolose quanto più subdole, sii Tu luce che ne illumini le intelligenze, affinché vedano chiaramente il retto cammino della verità, e forza che sorregga le loro volontà, superando ogni crisi, ogni tentennamento e stanchezza.

Per coloro che sono nella impossibilità di professare apertamente la loro fede, di praticare regolarmente la vita cristiana, di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti, d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali, sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile, grazia sovrabbondante e voce paterna, che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti e doni loro gaudio e pace.

Possa la nostra fervorosa orazione essere loro di soccorso; faccia la nostra fraterna solidarietà sentir loro che non sono soli; e sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa, e specialmente per noi che con tanto affetto li ricordiamo.

Concedi, o Signore, che siano abbreviati i giorni della prova, e che ben presto tutti – insieme con loro oppressori convertiti – possano liberamente servire e adorare Te, che col Padre e collo Spirito Santo vivi e regni, per tutti i secoli dei secoli.

Così sia!

* Pio XII *



Il testo, del 16-7-1957, è riportato in "Quello che i Papi dicono del comunismo", a cura di p. Salvatore Manna O.P. e di p. Reginaldo Iannarone O.P., Edizioni Domenicane Italiane, Napoli, 1967, p. 134.

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22/09/2009 21.05
 
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Il vescovo Kussala chiede aiuto alla comunità internazionale

I cristiani nel sud del Sudan
vittime dei guerriglieri




Khartoum, 22. Tre giorni di preghiera, coinvolgendo le comunità cristiane del sud del Paese: è stata la risposta della Chiesa in Sudan alle recenti violenze che hanno visto tra le vittime decine di cristiani, alcuni dei quali rapiti, mutilati e uccisi. In una dichiarazione all'associazione caritativa internazionale "Aiuto alla Chiesa che Soffre", ripresa dall'agenzia Zenit, il vescovo di Tombura-Yambio, Edward Hiiboro Kussala, ha riferito che gli attacchi sono stati portati dal famigerato Lord's resistance army (Lra), il gruppo guerrigliero con base in Uganda protagonista di inaudite violenze anche nelle zone meridionali del Sudan.

Il culmine degli assalti è stato raggiunto ad agosto. A Ezo un gruppo dell'Lra ha fatto irruzione nella chiesa di Nostra Signora della Pace profanandola e rapendo diciassette persone, per la maggior parte adolescenti e giovani. Uno dei sequestrati è stato ritrovato nella boscaglia, torturato e ucciso, tre sono tornati a casa sani e salvi, mentre dei restanti tredici non si hanno notizie (non è escluso che siano stati "arruolati" dai guerriglieri). Una settimana dopo, nella foresta alla periferia di Nzara, è stata tesa un'imboscata a sei persone, anch'esse di fede cristiana, brutalmente assassinate dopo essere state inchiodate a pezzi di legno legati al suolo.

Chi ha rinvenuto i corpi ha affermato che la scena ricordava una crocifissione. Altre dodici persone sono state rapite in un villaggio vicino a Nzara e, ancora a Ezo, una novena di preghiera alla quale partecipavano centinaia di fedeli è stata interrotta dai guerriglieri che hanno strappato i paramenti sacri e profanato le ostie.

In risposta a questi soprusi, monsignor Kussala ha organizzato e guidato una tre giorni di preghiera che ha coinvolto ventimila cristiani. Molti di essi hanno camminato, per più di due chilometri, scalzi e con il capo cosparso di cenere in una protesta silenziosa contro la mancanza di azioni, da parte del Governo provinciale e centrale, per portare sicurezza nella regione. Hanno preso parte all'iniziativa rappresentanti delle istituzioni di Yambio, capoluogo dell'Equatoria Occidentale, e di Juba (Bahr al Jabal).
Secondo il vescovo di Tombura-Yambio, solo l'intervento della comunità internazionale può interrompere le violenze e restituire sicurezza ai cristiani sudanesi. "Il Governo - ha detto Kussala - qui non può risolvere davvero il problema dell'Lra. Ha promesso che avrebbe tenuto la situazione sotto controllo ma ora vediamo la realtà. Nessuno viene in nostro aiuto".

Il sedicente "Esercito di resistenza del Signore" è nato nel 1987 per contrastare il Governo ugandese, ma con il tempo ha esteso le sue azioni terrorizzando anche il sud del Sudan. L'Lra si ispira a un delirante sincretismo religioso che mischia cristianesimo, religioni tradizionali, misticismo e stregoneria e che mira a creare uno Stato teocratico basato sui Dieci comandamenti e sulla tradizione Acholi.

[SM=g1740720]

Cordoglio del Papa
per il missionario
ucciso in Brasile



Profonda solidarietà per la tragica morte di padre Ruggero Ruvoletto, il missionario italiano fidei donum della diocesi di Padova ucciso sabato in Amazzonia, è stata espressa dal Santo Padre in un telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, indirizzato all'arcivescovo di Manaus, Luiz Soares Vieira. Dal Papa anche la ferma condanna per questo "atto vile e crudele contro un pacifico servitore del Vangelo" e la vicinanza spirituale nella preghiera.



(©L'Osservatore Romano - 23 settembre 2009)


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24/09/2009 11.37
 
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Il portavoce vaticano chiede più protezione da parte delle autorità

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 22 ottobre 2008 (ZENIT.org).-
Il direttore della Sala Stampa del Vaticano, padre Federico Lombardi S.I.,
ha dichiarato questo mercoledì che la Santa Sede è estremamente
preoccupata per la violenza contro i cristiani della città irachena di Mosul.

Dopo gli attacchi, ha spiegato, c'è un problema di fondamentalismo islamico
che può diventare ancora più aggressivo nell'attuale situazione del Paese.

Padre Lombardi, in alcune dichiarazioni all'agenzia Reuters raccolte dalla
"Radio Vaticana", si è chiesto se le autorità irachene siano in condizioni
di difendere i cristiani, o se invece non ci sia una volontà sufficiente di difenderli.

La situazione dei cristiani di Mosul è sempre più drammatica. Secondo
dati dell'organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), circa 2.300 famiglie
cristiane sarebbero fuggite dalla città negli ultimi giorni per sfuggire all'ondata
di violenza anticristiana che è già costata la vita a 15 persone.

Dati resi noti dalla "Radio Vaticana" affermano che potrebbero rimanere a Mosul
circa 500 cristiani rispetto ai 25.000 che formavano la comunità cristiana prima
della Guerra del Golfo.

In un comunicato del Ministero iracheno per i Diritti Umani, si informa che
"2.275 famiglie cristiane di Mosul hanno abbandonato la città per lasciarsi
alle spalle la violenza contro la loro comunità", anche se "l'esodo è cessato".

Nonostante le misure di protezione del Governo, pochi cristiani hanno avuto
il coraggio di tornare. Negli ultimi giorni, il Vescovo ausiliare di Babilonia dei
Caldei, monsignor Shlemon Warduni,

ha rivolto un appello durante una riunione con il Primo Ministro iracheno Jalal
Talabani perché le autorità "facciano qualcosa" affinché le famiglie cristiane
possano tornare a vivere in città con sicurezza.

In alcune dichiarazioni raccolte da "L'Osservatore Romano", monsignor Warduni
ha criticato il ritardo con cui il mondo e il Governo hanno reagito alla tragedia.

Proprio questo mercoledì era prevista una giornata di digiuno e preghiera nella
chiesa di Santa Maria del Sacro Cuore di Baghdad per le persone assassinate
a Mosul e per le loro famiglie, così come per la pace nel Paese. Doveva essere
presente anche il Nunzio Apostolico in Iraq, monsignor Francis Assisi Chullikatt.

Stabat Mater.





[SM=g1740717] [SM=g1740720]

[SM=g1740750]

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Si legga da qui:

GRAVISSIMO APPELLO DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME (fate conoscere)

per comprendere quanto segue:

Mons. Twal: la Chiesa in Medio Oriente, “Chiesa del calvario”


Spera che il Sinodo aiuti a fermare l'“emorragia umana” delle migrazioni


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 22 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo per il Medio Oriente, in programma in Vaticano dal 10 al 24 ottobre 2010, vedrà i partecipanti portare con sé proposte e speranze, come quella che si trovino dei modi per fermare l'“emorragia umana” delle migrazioni dei fedeli dalla Terra Santa.

Lo ha affermato monsignor Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme, in un'intervista rilasciata alla “Radio Vaticana” dopo le riunioni di lunedì e martedì per avviare l'organizzazione dell'evento, sul tema “La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola”.

“Siamo felici di questa convocazione del Sinodo per il Medio Oriente – ha confessato – e considerando la situazione che vivono i cristiani e che vive tutta la regione, anche i musulmani, gli ebrei, anche noi abbiamo sentito il bisogno di mettere sul tavolo le nostre paure, le nostre angosce, le nostre aspirazioni e magari alcune proposte per il futuro per confermare i nostri fedeli nella loro fede, consolidare la loro presenza contro questa emorragia umana dell’immigrazione”.

“Sentiamo il bisogno di essere insieme alla Santa Sede, sotto l’auspicio del Santo Padre, qui a Roma”.

Monsignor Twal ha ammesso che quella mediorientale è “ancora una Chiesa del calvario, una Chiesa che porta la croce, e spesso ci pare che questo cammino di croce non abbia una fine”.

“Veniamo qui già feriti, sofferenti, però anche pieni di speranza, e dopo il passaggio del Santo Padre da noi in Terra Santa in Giordania e in Palestina e in Israele, vengo a chiedere anche la solidarietà e la preghiera di tutta la Chiesa universale esortando le Conferenze Episcopali, i cristiani, a sentirci corresponsabili della comunità cristiana che è rimasta in Terra Santa”.

“E’ lo stesso appello che il Santo Padre ha fatto e che non faccio che ripetere chiedendo più preghiere, più solidarietà, più vicinanza a noi e sarete tutti benvenuti in Terra Santa!”.

Il Patriarca ha espresso l'auspicio che la Terra Santa “non rimanga per sempre una Terra di conflitto”. “Tocca noi dare tempo al tempo, non perdere mai la speranza”.

Uno degli aspetti fondamentali di cui si parlerà nel Sinodo, ha spiegato, è la necessità della comunione tra i cattolici dei diversi riti. “Poi il dialogo con l’Islam, con Israele. Tanti sono i problemi che ci stanno a cuore”.

“Se facciamo partecipare al massimo i nostri fedeli, devono partecipare al massimo ed essere coinvolti in questo movimento di rinnovamento - ha commentato - . Spero che si potrà portare rimedio a tante angosce, tante paure, tanti ostacoli, tanti problemi che viviamo”.

“Un giorno avremo la gioia di vivere in pace, di avere una vita normale – ha aggiunto –. Non chiediamo nessun privilegio. Vogliamo vivere come tutti gli altri popoli una vita normale e questo non lo abbiamo ancora”.

“Il Signore ce lo ha detto: se qualcuno vuole seguirmi, che porti la sua croce. Noi la portiamo, nella speranza che avremo un giorno la gioia di vivere”, ha quindi concluso.


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Religiose cancellano le celebrazioni
per le minacce dei talebani in Pakistan



Roma, 4. Le minacce islamiche hanno costretto la Congregazione delle Figlie della Croce, che gestisce alcune scuole in Pakistan, a cancellare le celebrazioni del suo giubileo. I festeggiamenti erano previsti per commemorare il 175° anniversario della fondazione delle Figlie della Croce e per l'anno giubilare della Congregazione (2008-2009), ma sono state sospese a causa delle minacce dei talebani e del clima di insicurezza nel Paese. Le religiose, la cui vocazione è l'aiuto e l'educazione dei più svantaggiati, sono presenti nel Paese dalla seconda metà del XIX secolo. Attualmente, dirigono undici conventi, sei scuole, tre residenze per bambine e la St Joseph's convent school, fondata a Karachi nel 1862.

"All'inizio di novembre - ha spiegato all'agenzia Zenit suor Parveen Dildar Jacob - c'è stato un allerta bomba in una delle nostre scuole. Per l'insicurezza crescente nel Paese abbiamo cancellato le riunioni in tutte le città". L'arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence John Saldanha ha sottolineato l'importanza del nome della Congregazione. "La Croce - ha detto - ha un significato speciale in Pakistan, quello delle sofferenze e delle difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno in questo clima di terrore che regna nel Paese".

Di recente, alcune delle scuole femminili gestite dalle religiose hanno ricevuto lettere con minacce di attentati esplosivi nel caso in cui non avessero chiuso. In Pakistan, i talebani ostacolano le scuole per bambine perché si oppongono all'istruzione delle donne. Vari istituti sono stati distrutti o resi inutilizzabili dopo attentati con bombe, soprattutto nel nord-est del Paese, epicentro dei radicali e dei conflitti tra forze governative e talebani. Secondo l'Unicef, gli attentati hanno distrutto duecentotrenta scuole e ne hanno danneggiate più di quattrocento. Il 17 novembre scorso, i talebani hanno colpito una scuola femminile nel distretto di Khyber, in quello che è stato il terzo attacco del mese nella regione.



(©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2009)

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Attacco a una chiesa cattolica
in Sri Lanka

Jaela, 9. "Sento ancora risuonare nelle mie orecchie le loro urla che dicevano "fallo a pezzi, uccidilo"". Padre Jude Lakshman, parroco di Nostra Signora della Rosa Mistica a Crooswatta, in Sri Lanka racconta l'attacco alla sua chiesa avvenuto nella mattina del 6 dicembre. Oltre mille persone armate di bastoni, spade e pietre hanno preso d'assalto la chiesa. Il religioso aveva appena finito di parlare ai fedeli alla messa delle 7. Hanno demolito l'altare, le statue e le sedie; hanno distrutto tutto ciò che c'era.

La folla ha dato fuoco anche ai veicoli parcheggiati fuori dalla chiesa inseguendo e ferendo alcuni dei fedeli. L'assalto del 6 dicembre è l'ennesimo fatto di violenza contro la chiesa del villaggio di Crooswatta, presso Kotugoda. "È evidente - dice padre Lakshman - che l'attacco era ben programmato e che la folla aspettava la nostra uscita dalla chiesa dopo la messa".

Per garantire la sicurezza dei fedeli (sono 293 le famiglie cattoliche della parrocchia) e prevenire nuovi assalti, alcuni soldati del vicino campo dell'aeronautica militare di Ekala presidiano la zona. La polizia ha arrestato undici sospetti indagando tra i gruppi buddisti estremisti che già in passato hanno colpito la chiesa.

Nostra Signora della Rosa Mistica è da tempo causa di attrito tra le comunità cattoliche e buddiste di Crooswatta. Negli ultimi quattro anni estremisti hanno impedito il completamento della costruzione della chiesa che sorge nell'area limitrofa ad un monastero buddista. Già nel 2006 e nel 2007 la chiesa era stata presa di mira da estremisti buddisti portando alla sospensione dei lavori di completamento dell'edificio. Il 28 luglio 2008 la Corte suprema ha dato il via libera per la conclusione della costruzione.

"Abbiamo anche ricevuto - sottolinea il parroco - il permesso per celebrare messa, svolgere il catechismo e altre attività della comunità". Dopo l'ultimo attacco, le autorità hanno riconfermato che nulla
cambia della decisione della Corte sulla chiesa di Crooswatta.

(©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2009)


[SM=g1740720]

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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16/12/2009 19.46
 
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Un altro sacerdote
ucciso in Brasile

Itajai, 16. Un altro sacerdote assassinato in Brasile. Si tratta di don Alvino Broering, 46 anni, accoltellato all'alba del 14 dicembre nello stato meridionale di Santa Catarina (Brasile) da un uomo che poi ha rubato la sua macchina, secondo le informazioni diffuse dalla polizia. Don Alvino era cappellano dell'università di Vale do Itajai e direttore-amministratore della Radio Comunitaria Conceição. È stato anche membro dell'Accademia delle lettere di Itajai, ed era un sacerdote molto attivo nella città e nella regione. Aveva 20 anni di sacerdozio quando fu nominato parroco della cattedrale del Santissimo Sacramento, la chiesa dei Navigatori. I funerali i sono stati celebrati da monsignor Murilo Krieger, arcivescovo di Florianópolis. La comunità ecclesiale è ancora sotto shock per la perdita improvvisa e violenta di don Alvino. Era un sacerdote carismatico e amato da tutti.


(©L'Osservatore Romano - 17 dicembre 2009)

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19/12/2009 16.52
 
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Distrutta la chiesa di Sant'Efrem e danneggiata la Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina

Gli attentati a Mossul
colpiscono
tutti i cristiani



Baghdad, 26. "Ci dispiace, dispiace a tutti i cristiani dell'Iraq, dispiace a tutto il mondo l'attentato che ha raso al suolo la chiesa di Sant'Efrem a Mossul e colpito la Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina". Con queste parole fonti cristiane in Iraq hanno comunicato nel primo pomeriggio al nostro giornale lo sconcerto e il turbamento per gli attacchi dinamitardi compiuti questa mattina nella città. Nel darne notizia, l'agenzia AsiaNews ha aggiunto di non avere notizie di morti o feriti.

Un commando di una decina di persone - riferisce l'agenzia - ha fatto irruzione nella chiesa caldea di Sant'Efrem, situata nel quartiere di al-Jadida, nella parte nuova della città. Gli attentatori hanno fatto uscire le persone che si trovavano all'interno del luogo di culto. Poi hanno posizionato gli ordigni e sono fuggiti. La chiesa è andata completamente distrutta. Successivamente il commando si è diretto alla Casa madre delle suore domenicane di Santa Caterina.

Ricorda la France Presse che sin dal 2008 una campagna sistematica di violenze ha provocato più di quaranta morti tra i cristiani a Mossul, determinando la fuga di più di dodicimila di essi. Inoltre, in un rapporto pubblicato il 10 novembre, l'organizzazione umanitaria Human Rights Watch sottolinea che le minoranze, in particolare quella cristiana, che vivono nel nord dell'Iraq sono le vittime collaterali del conflitto fra arabi e curdi per il controllo del territorio.



(©L'Osservatore Romano - 27 novembre 2009)


La Conferenza episcopale deplora le numerose uccisioni e aggressioni
Ancora violenza in Brasile contro i sacerdoti

Tanabi, 18. Non si placa la violenza contro i sacerdoti in Brasile.
Lunedì 14 dicembre, don Alvino Broering è stato ucciso nello Stato meridionale di Santa Caterina. Il giorno precedente un sacerdote polacco stava celebrando la Messa quando è stato aggredito da uno squilibrato a Tanabi, diocesi di São José do Rio Preto. La Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani (Cnbb) ha pubblicato recentemente una dichiarazione sulla crescente ondata di violenza nel Paese contro i sacerdoti, dal titolo "Non uccidere un fratello!". La dichiarazione deplora le uccisioni, avvenute nel 2009, dei sacerdoti Ramiro Ludeno, di Recife; Gisley Gomes Azevedo, di Brasília; Ruggero Ruvoletto, di Manaus; Evaldo Martiolo Caçador e Hidalberto Henrique Guimarães, a Murici.

"Siamo sconvolti - si legge nella dichiarazione dei presuli - per gli attacchi" contro sacerdoti e missionari. Nel sottolineare il profondo dolore e sgomento della Chiesa cattolica in Brasile per la persecutoria e inumana violenza "contro i suoi amati figli", i presuli ribadiscono il loro corale impegno nella lotta quotidiana "per il raggiungimento della giustizia e della pace che hanno il nome e il volto di Cristo, via, verità e vita".

La dichiarazione della Conferenza episcopale si conclude con un espressione di gratitudine e una invocazione: "Celebrando l'Anno sacerdotale, manifestiamo il nostro amore e la nostra gratitudine ai fratelli sacerdoti del Brasile e preghiamo Dio che, nella fedeltà a Cristo, continuino, perseverando nella fede, a esercitare il servizio pastorale verso i poveri, gli ultimi del mondo e verso chi confida in loro".

Come già accennato, domenica 13 dicembre, il sacerdote polacco Mario Uztazewisck, di 65 anni, è stato aggredito durante la Messa per i bambini che stava celebrando nella sua parrocchia, nella diocesi di São José do Rio Preto, nel comune di Tanabi, a 477 km da São Paulo. Marcos Buzzini Guimarães Teixeira, 30 anni, ha cercato di uccidere il sacerdote versandogli addosso mezzo litro di alcool, sul viso e sui paramenti. Alcuni agenti di polizia che partecipavano alla celebrazione eucaristica sono intervenuti in tempo per fermare l'uomo che poi è stato arrestato. In quel momento erano in chiesa circa 250 persone.

Secondo Egidia Moraes, assistente parrocchiale, il giovane Marcos nei giorni precedenti "era venuto in parrocchia a parlare con il prete dicendo che era un inviato di Davide e che era venuto a salvare il mondo".
Padre Mario, che ha subito solo lievi ferite, ha detto: "Dobbiamo pregare per quella persona e perdonarla. Questa persona ha bisogno di molta luce da Dio, del nostro perdono e della nostra comprensione".
Padre Mario è da 15 anni nella parrocchia di Nostra Signora della Concezione a Tanabi.


(©L'Osservatore Romano - 19 dicembre 2009)


[SM=g1740720]
[Modificato da Caterina63 19/12/2009 16.52]
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05/01/2010 17.03
 
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Il dossier dell'agenzia Fides sui missionari uccisi nel 2009

La Chiesa vera di cui non parlano i giornali


di Lucetta Scaraffia

Trentasette missionari uccisi nell'anno appena concluso. Tranne la lodevole eccezione, in qualche modo scontata, dei giornali cattolici - soprattutto "Avvenire", che ha dedicato una intera pagina alla questione - in Italia i media non hanno dato risalto al dossier, diffuso dall'agenzia Fides, sui cattolici morti a causa del loro apostolato. Questi nel corso del 2009 sono stati quasi il doppio di quelli uccisi l'anno precedente. Un numero così alto non era mai stato raggiunto negli ultimi dieci anni, e la cifra non è definitiva perché probabilmente altre uccisioni non hanno avuto eco.

La notizia non è stata data con rilievo perché contraddice l'immagine della Chiesa dominante sui media. Qui infatti di solito essa viene rappresentata come una struttura ricca e potente, che vuole imporre le sue leggi anche a chi non si sente parte del mondo cattolico, una oligarchia anziana e rigida che sarebbe incapace di capire come è cambiato il mondo:  in sostanza, un anticume da liquidare per la libertà dell'umanità.

Della Chiesa invece si rilevano con molto risalto i difetti e i crimini di alcuni suoi rappresentanti infedeli, come quelli dei preti pedofili in Irlanda. Una istituzione che si preferisce fare rappresentare soltanto dai cardinali, dipinti come stereotipo di uomini di potere, oppure da sacerdoti che danno scandalo per il loro comportamento o per critiche alla Chiesa, piuttosto che da donne e uomini seriamente impegnati in una missione difficile e spesso pericolosa, tanto è vero che perdono la vita a causa di questa scelta di carità coraggiosa.

Questi testimoni di Cristo sono sparsi in tutti i continenti perché, se è vero che in Europa solo un sacerdote è stato ucciso (in Francia), fra le vittime registrate in altri Paesi gli europei sono otto, tutti missionari, gli originari delle Americhe diciannove, sette gli africani e due gli asiatici.

Ma non c'è differenza nella morte fra missionari e cattolici appartenenti alle Chiese locali:  tutti sono stati uccisi in conseguenza della loro decisione di vivere e agire in zone pericolose del mondo, cercando con la loro attività e con il loro esempio di portare a quanti vivono in quei luoghi un messaggio diverso dalla realtà che devono subire tutti i giorni. Il solo fatto di fare questa vita così diversa, e di portare fiducia e aiuto dove non c'è che paura e violenza, li rende pericolosi agli occhi di chi attraverso questa violenza domina e opprime. Ma proprio la loro testimonianza eroica dimostra, se mai ce ne fosse ancora bisogno, quanto sia utile una presenza di questo genere in zone deteriorate e devastate dal sopruso. Senza armi - e spesso con pochissimi mezzi, certo molti di meno di quelli dei poteri violenti che essi combattono - questi cattolici dimostrano con il loro esempio che un altro mondo è possibile, un mondo di solidarietà e verità, di amore gratuito. E già questo basta a renderli un bersaglio mortale.

Perché nessuno ha raccontato la storia di William Quijano, un ragazzo della Comunità di Sant'Egidio? Nel Salvador animava un centro per la cultura della pace - che lì non è tanto una questione di utopia ideologica, ma un concreto insegnamento contro la violenza che dilaga quotidianamente - e per questo è stato ucciso da una di quelle gang violente e pronte a tutto perché quei Paesi rimangano un serbatoio di giovani disposti a sparare e uccidere.

Ma c'è anche la vicenda di don Révocat Gahimbare, ucciso in un agguato in Burundi perché, avendo saputo di un assalto al monastero delle suore "Bene Maria", si stava recando a portare aiuto alle religiose. E, ancora, le storie dei molti uccisi per rapina, perché residenti in zone dove svolgevano la loro missione a contatto con ambienti violenti, vivendo e operando senza alcuna protezione. Luoghi dove quasi mai nessun altro va e che si potrebbero definire abbandonati da Dio, ma che i missionari raggiungono per dare una prova che Dio non abbandona nessuno. Questa è la Chiesa vera, quella di cui non parlano i giornali, neppure quando diventa notizia di cronaca nera.


(©L'Osservatore Romano - 4-5 gennaio 2010)
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11/01/2010 20.10
 
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In due giorni presi di mira quattro chiese e un convento

Nuovi attacchi in Malaysia
a luoghi di culto cristiani


Kuala Lumpur, 11. Non si allenta la tensione in Malaysia, dove da giorni si susseguono attacchi contro la comunità cristiana:  tra domenica e oggi, lunedì, altri quattro luoghi di culto e un convento sono stati presi di mira da ignoti. Un ordigno incendiario è stato scagliato contro l'ingresso principale di una chiesa evangelica nella regione del Negeri Sembilan, senza causare danni di rilievo.

In precedenza, a essere oggetto di attacchi erano state l'anglicana All Saints church nella città di Taiping, situata nella regione di Perak e la Saint Louis, una chiesa cattolica, che si trova nella medesima città. Anche in questi ultimi due casi, gli attentatori hanno usato delle bottiglie contenenti liquido infiammabile per tentare di bruciare le chiese, ma le loro azioni sono fortunatamente fallite.
Oltre alle chiese, sempre a Taiping, è stato preso di mira anche il convento cattolico di Saint Louis, dove all'interno del cortile la polizia ha rinvenuto ancora una volta una bottiglia incendiaria. Infine, il muro di una chiesa battista nella penisola di Malacca è stato imbrattato con della vernice nera. I nuovi episodi di ostilità si aggiungono a quelli dei giorni scorsi, che avevano coinvolti altri luoghi di culto, contribuendo a rendere sempre più tesa la situazione.

Nonostante il clima di violenza - creatosi dopo il verdetto della Corte Suprema che ha autorizzato il settimanale cattolico "Herald" a usare il termine Allah nella lingua malay, come riferimento a Dio - i fedeli, secondo le fonti locali, hanno assistito regolarmente alle liturgie domenicali, accogliendo così l'invito alla calma lanciato dai religiosi e dalle autorità civili. In particolare, il ministro dell'Interno Hishammuddin Hussein ha ribadito che "la situazione è sotto controllo e la gente non dovrebbe preoccuparsi". Tuttavia, ignoti estremisti continuano ad agire indisturbati, accusando i cristiani di utilizzare la parola Allah per cercare di confondere i musulmani a fini di proselitismo.

Un appello "per disinnescare la conflittualità che i gruppi fondamentalisti vogliono accendere nella nazione" è stato lanciato nel corso dell'assemblea dei vescovi della Conferenza episcopale di Malaysia-Singapore-Brunei che si è aperta oggi a Johor, nella penisola di Malacca. I presuli hanno sottolineato che "sono in corso, e si susseguiranno nei prossimi giorni, incontri con le autorità civili e i leader musulmani". "Occorre agire in sintonia - si sottolinea - e cercare la necessaria collaborazione del Governo e delle alte autorità religiose per ristabilire un clima pacifico alla società malaysiana; anche perché questi episodi stanno "sporcando" la fama dell'Islam malaysiano, noto per la sua moderazione e per la convivenza pacifica con le altre religioni". Alla riunione partecipa, tra gli altri, il delegato apostolico in Malaysia e in Brunei Darussalam e nunzio apostolico in Singapore, l'arcivescovo Salvatore Pennacchio.

In un colloquio con l'agenzia Fides, l'arcivescovo di Kuala Lumpur, Murphy Nicholas Xavier Pakiam, ha affermato che "i cristiani pregano e non risponderanno alle provocazioni". "Attualmente - ha puntualizzato il presule - la situazione è sotto controllo. Circola un po' di timore, ma speriamo che tutto vada per il meglio".
 

Dopo la preghiera domenicale dell'Angelus

Gli immigrati persone da rispettare


Il Papa denuncia anche la violenza contro i cristiani


La violenza "non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà". Lo ha ribadito il Papa all'Angelus di domenica 10 gennaio, in piazza San Pietro, riferendosi alla questione degli immigrati e ai recenti attacchi nei confronti dei cristiani.

Cari fratelli e sorelle,
Due fatti hanno attirato, in modo particolare, la mia attenzione in questi ultimi giorni:  il caso della condizione dei migranti, che cercano una vita migliore in Paesi che hanno bisogno, per diversi motivi, della loro presenza, e le situazioni conflittuali, in varie parti del mondo, in cui i cristiani sono oggetto  di  attacchi,  anche  violenti.

Bisogna ripartire dal cuore del problema! Bisogna ripartire dal significato della persona! Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura, e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare, nell'ambito del lavoro, dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell'ambito delle condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano! Invito a guardare il volto dell'altro e a scoprire che egli ha un'anima, una storia e una vita - è una persona - e che Dio lo ama come ama me.

Vorrei fare simili considerazioni per ciò che riguarda l'uomo nella sua diversità religiosa. La violenza verso i cristiani in alcuni Paesi ha suscitato lo sdegno di molti, anche perché si è manifestata nei giorni più sacri della tradizione cristiana. Occorre che le Istituzioni sia politiche, sia religiose non vengano meno - lo ribadisco - alle proprie responsabilità. Non può esserci violenza nel nome di Dio, né si può pensare di onorarlo offendendo la dignità e la libertà dei propri simili.

 


(©L'Osservatore Romano - 11-12 gennaio 2010)
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19/01/2010 19.33
 
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La Chiesa in Pakistan si oppone alla sentenza del tribunale
Cristiano condannato
all'ergastolo per blasfemia


Faisalabad, 19. Il tribunale di Faisalabad ha condannato all'ergastolo Imran Masih, giovane cristiano, per aver oltraggiato e dissacrato il corano. Il giudice aggiunto, Raja Ghazanfar Ali Khan, ha emesso la sentenza in base all'articolo 295-b del codice penale pakistano - meglio noto come legge sulla blasfemia - perché il ventiseienne avrebbe bruciato "di proposito" versetti del corano e un libro in arabo, per "fomentare l'odio interreligioso e offendere i sentimenti dei musulmani".

Il segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e pace (Ncjp), Peter Jacobs, promette battaglia "per salvargli la vita".

Imran Masih, commerciante di professione, è stato arrestato dalla polizia il 1 luglio scorso con l'accusa di aver appunto bruciato pagine del corano. Per questo era stato anche sottoposto a sevizie da parte di un gruppo di musulmani.

L'11 gennaio il giudice lo ha condannato al carcere a vita, che sconterà nella prigione federale di Faisalabad dove è al momento rinchiuso. Il tribunale ha inoltre comminato una pena aggiuntiva a dieci anni di carcere duro e il pagamento di centomila rupie (poco più di ottocento euro), in base all'articolo 295-a del codice penale.

Peter Jacob, pur non criticando in modo aperto la sentenza, parla di decisione "non buona e di mancanza di libertà" del sistema giudiziario. Il segretario esecutivo di Ncjp annuncia ricorso all'Alta corte e promette che "faremo del nostro meglio per salvargli la vita, perché tutti questi casi di blasfemia sono montati ad arte".


La commissione cattolica chiede anche "serie riforme costituzionali e legali" per sradicare l'estremismo e l'abuso della religione nella vita politica del Pakistan. La religione - si legge in un documento della Commissione giustizia e pace - è il maggior pretesto nelle mani dei partiti politico-religiosi, che hanno ricoperto il ruolo di primo piano nel trascinare la nazione sull'orlo del baratro".

L'arcivescovo di Lahore e presidente della Commissione nazionale di giustizia e pace, monsignor Lawrence John Saldanha, e Peter Jacob, sottolineano che "il Pakistan dovrebbe prendere esempio dal vicino Bangladesh", dove i giudici hanno messo al bando i partiti estremisti. "Gli affari di Stato e la politica - aggiungono - vanno trattati in modo indipendente, non coperti dal manto della religione perché finiscono con l'isolare le minoranze e negare i loro diritti".


La legge sulla blasfemia è stata introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano, Zia-ul-Haq, ed è diventata uno strumento di discriminazione e violenze. La norma è prevista alla sezione 295, comma B e C, del codice penale pakistano e punisce con l'ergastolo chi offende il corano e con la condanna a morte chi insulta il profeta Maometto.


Secondo i dati forniti dalla Ncjp, dal 1986 all'ottobre del 2009 sono quasi mille le persone finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia: il cinquanta per cento musulmani, il trentacinque per cento ahmadi, il tredici cristiani, l'1 per cento indù e l'1 per cento di religione non specificata. Trentatré persone sono state vittime di omicidi dopo l'accusa: quindici musulmani, quindici cristiani, due ahmadi e uno indù. Queste leggi - sottolinea Ncjp - vengono usate in modo indiscriminato contro i cittadini. Il numero delle vittime tra i musulmani è elevato non perché la legge è usata in modo equo tra le diverse componenti della società, ma perché diversi gruppi islamici usano la norma per attaccarsi l'un l'altro. La legge sulla blasfemia, inoltre, costituisce un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi extra-giudiziali.

Nei mesi scorsi, i leader religiosi musulmani avevano riconosciuto che le controverse leggi sulla blasfemia in vigore nel Paese sono state spesso strumentalizzate e hanno chiesto di porre fine a questo abuso.

La legge - concludono i responsabili di Ncjp - è molto discriminatoria poiché si prefigge l'affermazione di una specificità religiosa, nel suo stesso testo e nello scopo che persegue. È giunto il momento di porre fine al terrore e all'ingiustizia perpetrato nel nome della religione: "La comunità internazionale - affermano - ha un compito nel persuadere il Governo a prendere le necessarie iniziative per fermare le discriminazioni e le violenze contro le minoranze religiose".


(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2010)


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17/02/2010 19.44
 
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Prosegue l'uso strumentale della "legge sulla blasfemia"

In Pakistan integralisti
contro la comunità cristiana



Lahore, 17. La comunità cristiana e cattolica del Pakistan è stretta nella morsa della violenza integralista e minacciata dalla "legge sulla blasfemia". La normativa - al centro di un acceso dibattito - prevede il carcere o anche la pena capitale per quanti insultano o dissacrano il nome del profeta Maometto e del Corano.

Un altro episodio di violenza - secondo quanto riferisce l'agenzia Fides - ha toccato nei giorni scorsi una famiglia cattolica in Pakistan. Si tratta del nucleo familiare di Walayat Masih, residente nel villaggio di Shadokey, nel Distretto di Gujranwwala, nei pressi di Lahore.

Tre musulmani hanno più volte minacciato la famiglia, chiedendo ai Masih di vendere la propria casa, confinante con la loro. Walayat Masih ha sempre rifiutato, dato che l'abitazione, sita sulla strada principale del villaggio, era eredità dei suoi avi. Dopo numerose pressioni e minacce, il 26 gennaio scorso i tre, insieme con un gruppo di altri musulmani, hanno dato alle fiamme la casa dei Masih, distruggendola.

Con il sopruso anche la richiesta di "convertirsi all'islam" e di lasciare la zona. La famiglia di Walayat Masih, con moglie e quattro figli, si è trovata all'improvviso senza tetto, nella miseria e nella disperazione. Walayat si è recato all'ufficio della polizia locale per denunciare l'accaduto, ma ha ricevuto altre minacce dalla polizia che si è rifiutata di registrare la denuncia.

"È un atto gravissimo di intimidazione. Ed è l'ennesimo caso di palese ingiustizia ai danni di cittadini cristiani. Le istituzioni e la polizia dovrebbero proteggerli e garantire la legalità, invece di rendersi complici dell'illegalità", ha dichiarato Xavier Williams, vicepresidente dell'ong "Life for All", che opera per l'istruzione, la promozione sociale e i diritti umani della comunità cristiana in Pakistan. "Sembra - evidenzia - che le autorità locali tacciano o appoggino queste clamorose violazioni dei diritti personali"

Di recente una ragazza cattolica Shazia, è stata uccisa, dopo violenze, da un ricco avvocato musulmano di Lahore. La polizia si era rifiutata di registrare la denuncia della famiglia e solo dopo il clamore delle proteste il caso è stato portato all'attenzione dell'opinione pubblica, delle autorità e del tribunale.

Intanto, come accennato all'inizio, la "legge sulla blasfemia" ha innescato un acceso dibattito nella società pakistasna. Alcuni ne vorrebbero una "revisione", come il ministro federale per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti; altri ne chiedono la cancellazione immediata, come l'arcivescovo di Lahore, monsignor Lawrence Saldanha e la Commissione "Giustizia e Pace". La Conferenza degli "Jamiat Ulema del Pakistan" la ritiene invece "intoccabile" e minaccia dure proteste in caso contrario.

Gruppi musulmani integralisti si sono sempre opposti fortemente a ogni progetto di revisione o revoca della legge. Il cammino, dunque, sarà molto lungo e difficile.

Grazie ai dati raccolti e concessi dal "Christian Study Center" di Rawalpindi e dalla "Commissione giustizia e pace" della Conferenza episcopale, l'agenzia Fides ricorda gli ultimi gravi incidenti che hanno riguardato nel 2009 i cristiani accusati di "blasfemia". Il 30 giugno 2009 a Bahmniwala, Kasur (Punjab) oltre 110 famiglie cristiane, accusate di blasfemia, sono state costrette a fuggire dalle loro case per paura di attacchi da parte di musulmani dei villaggi vicini.

Apparentemente la tensione è iniziata con una scaramuccia tra giovani cristiani e musulmani poi degenerata in violenza religiosa. Il 30 luglio 2009, a Korian, Gojra (Punjab), durante un matrimonio, circa quaranta famiglie cristiane, accusate di violazione delle leggi sulla blasfemia, sono state attaccate da alcuni incendiari che hanno devastato le loro proprietà. Il primo agosto 2009, a Gojra (Punjab), una folla inferocita ha assediato l'area residenziale e appiccato il fuoco a case e persone cristiane, accusate di blasfemia.
 
Nove donne e bambini, impossibilitati a scappare o a nascondersi, sono stati bruciati vivi.
Responsabile del gesto è un'organizzazione militante già bandita dal Governo. Prove circostanziali hanno messo in luce il ruolo di "copertura" giocato dall'amministrazione locale. Il 15 settembre 2009, a Jethike, Sialkot (Punjab), il corpo di un ragazzo cristiano, Robert Fanish Masih, è stato trovato impiccato in una prigione. Secondo la polizia si è trattato di un suicidio. Il ragazzo era stato arrestato alcuni giorni prima con l'accusa di blasfemia. Evidenti segni di tortura e numerose ferite hanno smentito la versione ufficiale.

Gli articoli del Codice penale che compongono la "Legge sulla Blasfemia" sono stati introdotti fra il 1980 ed il 1986 dall'allora presidente del Pakistan, Zia-ul-Haq.

Dal 1986 all'ottobre del 2009, almeno 966 persone sono finite sotto accusa per la legge sulla blasfemia:  50 per cento musulmani, 35 per cento ahmadi, 13 per cento cristiani, 1 per cento indù e 1 per cento di religione non specificata. Almeno 33 persone sono state vittime di omicidi dopo l'accusa:  15 musulmani, 15 cristiani, 2 ahmadi e 1 indù. La legge è usata in modo indiscriminato per colpire i cittadini non musulmani in controversie per proprietà, denaro, e inimicizie d'ogni genere. Il numero delle vittime è alto anche fra i musulmani perché diversi gruppi islamici militanti la usano per attaccarsi l'un l'altro.


(©L'Osservatore Romano - 18 febbraio 2010)

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Uccise tre persone a Mossul

di Francesco Ricupero

La persecuzione dei cristiani in Iraq non conosce tregua. Un commando armato ha fatto irruzione, martedì pomeriggio, in un'abitazione nella parte est di Mossul e ha ucciso un uomo e i suoi due figli, tutti e tre di fede cristiana. Le tre vittime, Aishua Maroki e i figli Mokhlas e Bassem, erano siro-cattolici. I tre sono stati colpiti a morte nella loro abitazione. Secondo il comandante della polizia, Khalaf al Juburi, gli aggressori hanno lasciato in vita solo la moglie di Maroki e sono fuggiti portando via dei beni appartenenti alla famiglia.

Secondo un vicino della famiglia Maroki, gli assalitori erano in tre e sono giunti a bordo di motociclette.
Un terzo figlio, Mazen Maroki, sacerdote, che vive in un'altra abitazione, era stato rapito e poi liberato due anni fa. Altri cinque cristiani erano stati uccisi nelle scorse due settimane.

I funerali delle tre vittime sono stati celebrati mercoledì mattina nella chiesa siro-cattolica di Mar Benham e Sara, a Karakosh.
"È una specie di pulizia etnica che si svolge quotidianamente - ha raccontato un sacerdote caldeo all'agenzia di stampa argentina Aica - tra il silenzio e l'indifferenza. Siamo profondamente preoccupati perché anche la polizia irachena ha qualche difficoltà nell'arginare questo clima di violenza nei nostri confronti. La gente ha paura ed è disperata - ha proseguito il sacerdote - molte famiglie cristiane sono costrette a lasciare le loro case nella speranza di poter salvare i loro bambini e garantirgli un futuro sereno".

L'attacco alla famiglia Maroki è avvenuto all'indomani di un appello degli arcivescovi siro-cattolico, siro-ortodosso e caldeo-cattolico di Mossul per fermare la nuova ondata di uccisioni di cristiani. I presuli hanno chiesto, in un messaggio, alle autorità irachene "di assumersi la piena responsabilità, di operare per la sicurezza dei cittadini, specialmente per i fedeli delle minoranze cristiane, che sono i più vulnerabili e anche i più pacifici fra i pacifici".

Le autorità di Mossul e l'organizzazione "Human Rights Watch" temono che i cristiani siano le principali vittime di un'escalation di violenze.

Il quadro, purtroppo, si è fatto più rischioso in vista delle elezioni politiche del prossimo 7 marzo, quando il voto della minoranza cristiana, secondo gli esperti, sarà determinante in una contesa segnata dallo scontro tra la fazione curda e quella araba.
"Human Rights Watch" ha sollecitato il Governo iracheno a "fermare questa campagna di violenze contro i cristiani".

Tutti i leader cristiani in Iraq, si stanno unendo con viva partecipazione alle sofferenze dei cristiani di Mossul e hanno chiesto una vasta mobilitazione delle Chiese a livello internazionale per salvare la presenza cristiana in Iraq: è quanto l'agenzia di stampa Fides ha appreso dal Consiglio dei leader delle Chiese cristiane, il nuovo organo di coordinamento che riunisce i capi di quattordici Chiese del Paese.

"Condanniamo i conflitti e gli atti di violenza contro le comunità cristiane presenti in Iraq - ha sottolineato il segretario generale del Consiglio dei capi delle comunità cristiane in Iraq, monsignor Avak Asadourian, arcivescovo della Chiesa ortodossa armena in Iraq - soprattutto quelli che in questi giorni si stanno abbattendo contro i fedeli di Mossul. Ma noi cristiani dobbiamo perseverare nel compiere gesti di bontà ed essere "buoni samaritani" verso tutti, senza alcuna differenza di religione o gruppo etnico".

Monsignor Asadourian - riferisce l'agenzia Fides - invoca una "vasta mobilitazione di tutte le Chiese cristiane a livello internazionale per salvare la presenza cristiana in Iraq. In questo momento di sofferenza - ha affermato l'arcivescovo - chiediamo con forza al Governo iracheno di fare il proprio dovere nel mantenere la pace e garantire la sicurezza per tutti i cittadini dell'Iraq.
Chiediamo a tutte le Chiese nel mondo e a tutti gli uomini di buona volontà di alzare la voce e di mettere in atto tutti i mezzi pacifici e diplomatici per aiutarci. I cristiani in Medio Oriente - ha ricordato monsignor Asadourian - hanno dato un notevole contributo alla cultura e al progresso di questa terra, dove vivono da millenni. Consideriamo il nostro impegno nella società dove viviamo come espressione di carità, di testimonianza cristiana, di passione umana. Senza la nostra presenza, molto si perderebbe per la regione del Medio Oriente, che ha dato al mondo il Salvatore dell'umanità, il Signore Gesù Cristo".

Parlando dell'Iraq, l'arcivescovo della Chiesa ortodossa armena, ha sottolineato che "purtroppo negli anni scorsi i cristiani in Iraq sono stati oggetto di violenti attacchi da parte di forze che hanno intenzioni e obiettivi malvagi. Ma la nostra fede cristiana ci insegna a perseverare contro le forze del male e a continuare a fare del bene: questo i cristiani hanno sempre fatto nella terra fra il Tigri e l'Eufrate, come componente importante della società irachena. In questi tempi terribili per il nostro Paese - ha concluso l'arcivescovo Asadourian - ricordiamo costantemente le parole del nostro Signore che ha detto: "Non abbiate paura di chi uccide il corpo, in quanto non si può uccidere l'anima" (Matteo, 10, 28). Possiamo vincere il male con il bene, con la misericordia e la preghiera. In questo modo noi scegliamo di vivere la nostra vita nel nostro Paese: l'Iraq".

Il Consiglio dei leader cristiani in Iraq è stato istituito il 10 febbraio scorso a Baghdad come organismo di coordinamento fra i leader cristiani in Iraq. Ne fanno parte quattordici comunità, tra cui la Chiesa cattolica caldea, la Chiesa assira, la Chiesa assiro-cattolica, la Chiesa siro-ortodossa, la Chiesa ortodossa-armena, la Chiesa cattolica armena, la Chiesa greco-cattolica, la Chiesa greco-ortodossa, la Chiesa cattolica latina, la Chiesa presbiteriana, la Chiesa evangelica assira, la Chiesa avventista del settimo giorno e la Chiesa copto-ortodossa.






Resa nota una lettera inviata il 2 gennaio dal cardinale segretario di Stato al premier al-Maliki
Il Papa chiede rispetto
per i diritti dei cristiani in Iraq

Papa Benedetto XVI, impegnato negli esercizi spirituali insieme ai suoi collaboratori della Curia romana, ha appreso con profondo dolore che nella zona di Mossul continuano le uccisioni di cristiani: le ultime risalgono alla giornata di ieri, con l'assassinio di tre membri di una famiglia siro-cattolica. Il Pontefice è vicino a quanti soffrono le conseguenze della violenza con la preghiera e l'affetto. Sulle violenze contro le minoranze e in particolare contro i cristiani, il cardinale segretario di Stato aveva richiamato l'attenzione del primo ministro Nouri Kamil Mohammed al-Maliki già all'inizio dello scorso gennaio.

A Sua Eccellenza
Nouri Kamil Mohammed Hasan al-Maliki
Primo Ministro della Repubblica dell'Iraq
Baghdad
Eccellenza,

ricordo con piacere la sua importante visita in Vaticano nel 2008, quando Sua Santità Papa Benedetto XVI l'ha accolta e, dopo l'incontro, è stata espressa la speranza comune che, attraverso il dialogo e la cooperazione fra i gruppi etnici e religiosi del suo Paese, incluse le sue minoranze, la Repubblica dell'Iraq sarebbe stata in grado di effettuare una ricostruzione morale e civile, nel pieno rispetto dell'identità propria di quei gruppi, in uno spirito di riconciliazione e alla ricerca del bene comune.

Ricorderà anche come Sua Santità ha esortato al rispetto in Iraq per il diritto alla libertà di culto e ha chiesto la tutela dei cristiani e delle loro chiese. In quell'occasione, anche io ho sollevato tale questione con Lei, e Lei mi ha assicurato che il suo Governo prendeva molto seriamente la situazione della minoranza cristiana che vive da così tanti secoli accanto alla maggioranza musulmana, contribuendo in modo ingente al benessere economico, culturale e sociale della nazione.

Il Santo Padre mi ha chiesto di scriverLe ora per trasmettere la sua sincera solidarietà a Lei, Eccellenza, e a quanti sono stati uccisi o feriti nella recente serie di attacchi a edifici governativi e luoghi di culto in Iraq, sia islamici sia cristiani. Prega con fervore per la fine della violenza e chiede al Governo di fare tutto il possibile per aumentare la sicurezza intorno ai luoghi di culto in tutto il Paese, in particolare alla luce della solennità del Natale.

Infine, mi permetta di esprimere il mio apprezzamento per le numerose iniziative intraprese a beneficio dell'intera comunità irachena.
Colgo questa occasione per rinnovare a Lei, Eccellenza, l'assicurazione della mia più alta stima.

Dal Vaticano, 2 gennaio 2010

Cardinale Tarcisio Bertone
Segretario di Stato



(©L'Osservatore Romano - 25 febbraio 2010)



[SM=g1740720]
[Modificato da Caterina63 24/02/2010 18.44]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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23/03/2010 18.43
 
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Le organizzazioni cattoliche nazionali esprimono "ferma condanna" per il grave episodio

Ucciso un cristiano in Pakistan
per non avere abiurato


Islamabad, 23. È deceduto ieri sera presso l'ospedale "Sacra Famiglia" di Rawalpindi, in Pakistan, Arshed Masih, il trentottenne domestico, di fede cristiana, arso vivo venerdì scorso in questa città da un gruppo di fanatici musulmani perché si era rifiutato di convertirsi all'islam.

La moglie della vittima, Marta Arshed, è tuttora ricoverata nel reparto femminile della stessa struttura ospedaliera per aver subito gravi lesioni a causa dello stupro subito, sembra da parte di alcuni agenti, dopo aver denunciato al commissariato locale l'attentato subito dal marito.

Riporta AsiaNews che Peter Jacob, segretario nazionale della Commissione giustizia e pace della Chiesa cattolica pachistana, ha espresso "la più ferma condanna" per l'uccisione dell'uomo e la violenza alla moglie. L'organismo cattolico si è già attivato per garantire la tutela legale alla donna e ai figli della vittima.

Rana Sanaullah, ministro della Giustizia del Governo del Punjab, la regione dove si trova Rawalpindi, ha deciso di coordinare personalmente le indagini su questo grave episodio di fanatismo religioso. I parenti del defunto hanno chiesto alle autorità che venga eseguita l'autopsia del corpo prima dei funerali che dovrebbero svolgersi questo pomeriggio. Quando Arshed Masih era stato ricoverato, i medici dell'ospedale avevano diagnosticato gravi ustioni estese su oltre l'ottanta per cento della superficie della pelle. La moglie ha riferito di aver subito violenza davanti ai suoi tre figli tra i sette e i dodici anni.

Prima della violenza, Arshed Masih e la moglie lavoravano insieme come domestici nella villa di Sheikh Mohammad Sultan, un ricco uomo d'affari, di fede musulmana, che varie volte aveva sollecitato i due coniugi a convertirsi all'Islam.

Dopo il rifiuto posto dalla coppia, era iniziate le pressioni da parte di alcuni fanatici che minacciavano terribili conseguenze se i coniugi non si fossero subito convertiti. La situazione era peggiorata alcuni giorni addietro quando il datore di lavoro aveva accusato la coppia cristiana di avergli rubato una ingente cifra di denaro. Gli investigatori, che avevano seguito le indagini sul presunto furto, hanno escluso che i due domestici cristiani potessero avere un qualche ruolo nel furto. Nonostante questo, Sheikh Mohammad Sultan aveva nuovamente minacciato Arshed Masih intimandogli di convertirsi immediatamente o altrimenti non sarebbe più stato in grado di rivedere i suoi figli. Pochi giorni dopo queste minacce, alcuni estremisti hanno fermato il domestico per strada e, dopo averlo cosparso di benzina, hanno appiccato il fuoco.





Estremisti islamici in Bangladesh
assaltano una chiesa cattolica


Dhaka, 23. Oltre cinquecento estremisti islamici hanno attaccato sabato scorso la chiesa cattolica di Cristo Salvatore a Boldipukur, una località distante circa trecento chilometri da Dhaka, capitale del Bangladesh.

Riporta AsiaNews che nell'assalto degli estremisti contro l'edificio sacro sono rimasti feriti alcuni operai che stavano lavorando in un cantiere affianco la chiesa. Cinque di questi lavoratori, tutti di fede cattolica, sono stati ricoverati in ospedale in seguito ai colpi di bastone ricevuti. Anche padre Leo Desai, parroco della chiesa danneggiata, si è dovuto recare in ospedale per aver subito delle percosse. Il sacerdote ha affermato che, il giorno prima dell'assalto, giovani musulmani avevano inscenato una manifestazione anti-cristiana al termine della riunione di preghiera.

Padre Leo ha anche sottolineato che i rapporti tra le due comunità di credenti nella zona si sono mantenute sempre pacifici fin quando non sono intervenuti gli estremisti che hanno preso a pretesto la lotta contro i cattolici per rivendicare la proprietà di alcuni lotti di terreno. Benché il tribunale civile abbia ribadito, anche in seconda istanza, che la terra appartiene alla chiesa parrocchiale, la protesta si è fatta ora più violenta.



 


(©L'Osservatore Romano - 24 marzo 2010)

[Modificato da Caterina63 23/03/2010 18.45]
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A colloquio con il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali

Il martirio dei cristiani d'Oriente
nell'indifferenza generale


di Nicola Gori

I cristiani in Medio Oriente stanno subendo discriminazioni, con conseguenze anche sulla ripresa sociale ed economica di quelle terre. La violenza nei confronti di chi crede nel Vangelo mortifica l'azione pastorale della Chiesa e provoca condizioni di martirio. Tutto quanto avviene nell'indifferenza generalizzata dell'Occidente. Non si possono lasciare i cristiani di quelle terre soli e in balia del terrore e dei soprusi. La verità dei fatti deve essere riconosciuta e non taciuta. È la denuncia rivolta dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, all'opinione pubblica mondiale e ai responsabili delle nazioni in quest'intervista al nostro giornale.

Nell'imminenza della Pasqua il pensiero torna alla Terra Santa e alle innumerevoli difficoltà e speranze dei suoi abitanti. Per quali motivi?

La Pasqua ha la capacità di condurre i discepoli di Cristo, appartenenti alle diverse Chiese e comunità ecclesiali, senza alcuna distinzione, ma anche tanti cercatori di Dio, sulle orme storiche di Gesù di Nazaret. Il cuore rivive le sue parole e i segni che egli ha compiuto, soprattutto la sua immolazione sulla croce, e si rafforza la speranza nella sua risurrezione. Ci si sente spiritualmente a Gerusalemme. Si avverte la decisiva importanza del carico di profezia, di consolazione e di contraddizione di cui è portatrice quella santa Città. Si risveglia la responsabilità di condividere la missione insita nel suo stesso nome di "città della pace".

Nella recente lettera per la colletta pro Terra Sancta, la Congregazione ha lanciato un appello ai vescovi di tutta la Chiesa perché sostenga quella comunità. Qual è il senso di questo appello?

La lettera che la Congregazione per le Chiese Orientali, ogni anno, in occasione della Quaresima invia a tutti i vescovi cattolici esprime la coscienza che gli eventi e i luoghi della salvezza cristiana contengono un "mistero di vita e di pace", che è un patrimonio destinato alla Chiesa universale e all'umanità. Ma può essere percepito solo grazie alla vitalità delle comunità cristiane operanti in quella Terra, le quali hanno bisogno dell'aiuto spirituale e materiale di tutta la Chiesa. Esse sono chiamate a confermare l'annuncio della morte e della risurrezione di Cristo, e a tenere viva l'attesa del suo ritorno glorioso, proprio da quei "luoghi singolari" che la fede e la storia bimillenaria del cristianesimo ci hanno reso familiari.

C'è un giorno specifico in cui è chiesta la preghiera e la solidarietà materiale per i cristiani della terra di Gesù?

I Pontefici hanno più volte e fortemente raccomandato la preghiera e la carità per la Terra Santa, dando al riguardo disposizioni ufficiali. Per attestare l'importanza di tale intenzione hanno scelto il Venerdì Santo, la cui portata simbolica è ben comprensibile:  è il giorno del silenzio di Dio, che assicura il suo amore misericordioso e indefettibile per la Chiesa e l'umanità. In quel giorno i cristiani di Terra Santa, partecipi anche oggi del martirio del loro Signore e delle sofferenze conosciute dalla Chiesa in tutta la sua storia, sono nel cuore del Papa che, insieme a tutti i cattolici, li affida al cuore trafitto del Crocifisso. Evidentemente, la colletta materiale, che è necessaria all'azione pastorale, educativa e sociale della comunità cattolica può avvenire nelle occasioni e nei momenti più opportuni a livello locale. Ma è un sostegno che non deve mancare:  le opere ecclesiali sono di rilevante portata e ne beneficiano tutti gli abitanti di Terra Santa. Le Chiese del mondo intero continuano a dare prova della loro generosità. Desidero ringraziarle, ricordando a ciascuna la riconoscenza espressa costantemente dal Pontefice a nome delle stesse Chiese Orientali cattoliche. Il mio grazie si estende ai sacerdoti e ai seminaristi, ai quali vorrei affidare a motivo dell'Anno sacerdotale in corso un sensibile impegno a favore dei seminari e delle istituzioni formative alla vita consacrata.

A chi è destinata concretamente la colletta pro Terra Sancta?

All'intera comunità cattolica, secondo norme stabilite dalla Santa Sede. L'animazione dell'iniziativa e il suo coordinamento sono affidati alla Congregazione per le Chiese Orientali, la quale per mandato del Papa si impegna affinché la carità della Chiesa universale giunga in modo ordinato, equo e sicuro a tutti. Intendo parlare della Custodia francescana di Terra Santa, ivi operante con circa trecento frati; della diocesi patriarcale di Gerusalemme dei Latini, della Chiesa melchita, che è tra le più numerose, delle altre Chiese Orientali cattoliche presenti, anche se talora modeste numericamente, e animate da sincero spirito ecumenico e interreligioso per edificare la pace e l'unità anticipate dal Signore sulla croce, delle innumerevoli e benemerite famiglie religiose maschili e femminili. La Terra Santa in senso ecclesiale comprende oltre a Israele e Palestina, la Giordania, raggiunge la Siria, il Libano, l'Egitto, le isole di Cipro e di Rodi. Ma il pensiero va anche all'Iraq, dove si trova l'antica Ur, che Abramo lasciò obbedendo al comando di Dio. Sono Paesi che rivestono un ruolo del tutto speciale per l'area circostante, oltre che per la comunità cristiana mondiale.

Lei ha parlato di "martirio" riferendosi alla situazione dei cristiani di Terra Santa. Può dirci una parola sulle loro sofferenze?

L'evangelica immagine del "seme che muore per portare frutto" esalta il sacrificio di Cristo e descrive la costante condizione di quanti egli ha chiamato a seguirlo portando la croce. Dobbiamo riconoscere con dolore e denunciare con la mite forza del Vangelo le discriminazioni che in Medio Oriente subiscono i cristiani. Esse hanno conosciuto livelli di massima preoccupazione, specie in Iraq. Penso a un sacerdote siro-cattolico di Mossul, che recentemente ha perso il padre e due fratelli in uno stesso atto di violenza. Il 24 marzo di ogni anno la Chiesa prega per i missionari martiri del nostro tempo. È una intenzione che condividiamo ben volentieri. Ma sono veramente innumerevoli più in generale i martiri cristiani, cattolici e fratelli e sorelle di altre Chiese cristiane, che diventano missionari autentici di Cristo con la loro fedeltà al battesimo fino alla suprema testimonianza. Con il loro sacrificio, con il sangue versato, anticipano il canto escatologico dell'unità dei cristiani che si compirà attorno all'Agnello immolato e glorificato. Siamo tornati alla multitudo ingens, attestata dall'Apocalisse e ripresa dall'antica liturgia per inneggiare ai martiri che fecondarono col loro sangue gli inizi del cristianesimo a Roma. Tanti Paesi del mondo, soprattutto dell'Occidente, che è cristiano almeno storicamente, sembrano assistere alla loro immolazione in una tristissima indifferenza.

Quali le conseguenze?

Le vittime innocenti, prima di tutto. Poi la condizione di insicurezza. E il blocco di ogni tentativo di ripresa sociale ed economica per una vasta area, che priva soprattutto le giovani generazioni del presente e del futuro. L'instabilità si diffonde in strati sempre più ampi, poiché si riflette sulla consistente diaspora orientale in ogni continente. La violenza mortifica l'azione pastorale della Chiesa, l'impegno nelle numerose scuole, nei centri di assistenza sanitaria e caritativa, aperti sempre alla popolazione di altre religioni. Tutto si riassume nel flusso inarrestabile di emigranti che dall'Oriente vanno in ogni parte del mondo. Ciò colpisce fortemente le più antiche Chiese, che rischiano di estinguersi là dove sono nate. È una tremenda ingiustizia verso l'Oriente che vede vanificarsi un'essenziale componente della sua identità multireligiosa. È da temere che saranno sia l'Oriente sia la comunità internazionale a fare i conti con la storia se perderanno quella garanzia di speranza e di pace che accompagna la presenza cristiana. Se essa svanisce, si favorisce il pericolo sempre latente dell'integralismo religioso, con possibili derive violente e persino terroristiche.

E quali potrebbero essere i rimedi?

Dopo i tristi eventi che ho ricordato, dal Libano è partita una campagna di preghiera e di sensibilizzazione pubblica per la pace e la giustizia, animata dal nuovo Patriarca siro-cattolico, alla quale hanno subito aderito il rappresentante pontificio e i capi delle Chiese cristiane. Sono lieto che il Libano confermi  la vocazione  che Giovanni Paolo ii e Benedetto xvi gli hanno riconosciuto, quella di essere un "messaggio" di convivenza antica e nuova tra cittadini di diverse religioni. Accompagno con fervido incoraggiamento ogni tentativo in questa direzione. L'opinione pubblica e i responsabili delle nazioni del mondo, persi talora in problemi molto più secondari, dovranno richiamare a tutti, sulla verità dei fatti, l'urgenza del rispetto dei diritti fondamentali, e tra questi quello di una reale libertà religiosa. Essa è come la cartina di tornasole di ogni altra libertà, perché difende l'intimo della persona, la coscienza, dalla quale scaturisce l'irrinunciabile riferimento a Dio. Le Chiese cristiane del mondo animate da sensibilità ecumenica e interreligiosa dovranno fare la loro parte nella denuncia e nella solidarietà perché il più possibile i cristiani rimangano in Oriente, come è loro diritto e dovere, ma anche accogliendoli quando sono proprio costretti a cercare un'altra patria.

Quale apporto potrà offrire lo speciale Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente, che si svolgerà a Roma dal 10 al 24 ottobre prossimi?

Il Pontefice lo ha annunciato ai patriarchi e arcivescovi maggiori cattolici nello storico incontro a Castel Gandolfo del 19 settembre scorso. È la prima assemblea che coinvolge direttamente la realtà mediorientale e potrà essere nel suo insieme un'alta parola di pace in nome di Cristo. Non sarebbe un regalo straordinario per i popoli della terra sapere che, anche grazie all'iniziativa sinodale, la comunità delle nazioni intende riaffermare la volontà di elaborare un reale piano di pace e intende seguirlo con tenacia e determinazione per assicurarla finalmente a tutti? Non sarà senz'altro disattesa l'opportunità di pace che offrirà il Sinodo delle Chiese orientali e latine già vivacemente impegnate nella sua preparazione sulla base dei Lineamenta, un documento puntuale, elaborato sotto il coordinamento della segreteria generale del Sinodo dei vescovi, che tocca gli aspetti fondamentali della vita dei cristiani mediorientali. È crescente l'interesse da parte dell'intera comunità cattolica. Sono certo che riuscirà a sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale sul problema migratorio, ad esempio, per ribadire l'assoluta urgenza di una stabile pace su basi di diritto riconosciute a livello internazionale e che a tutti, anche ai cristiani, offrano garanzie essenziali ma sufficienti a una dignitosa permanenza in Oriente. Il titolo scelto dal Papa costituisce, tuttavia, il vero obiettivo sinodale:  comunione e testimonianza. Sono doni anch'essi che vengono da Dio. Vanno chiesti con la preghiera insistente. E accolti col proposito sincero dei singoli cristiani. Comunione e testimonianza nascono nel cuore di ogni battezzato coerente e poi si espandono irresistibilmente alla comunità ecclesiale, a quella delle religioni e a tutte le nazioni. È questo il mio augurio pasquale per i cristiani d'Oriente, soprattutto per quelli che sono nella prova. A loro nome ringrazio Benedetto xvi per il dono del prossimo Sinodo. Da esso trarranno forza e conforto per le loro tribolazioni, che sembrano interminabili, ma possono costituire il terreno buono dove il seme della fede cristiana patisce e muore per portare molto frutto.


(©L'Osservatore Romano - 24 marzo 2010)
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29/03/2010 18.57
 
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Intervento della Santa Sede

Un nuovo impegno
contro
l'intolleranza religiosa


Pubblichiamo la nostra traduzione italiana dell'intervento pronunciato dall'arcivescovo Silvano M. Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'ufficio delle Nazioni Unite e istituzioni specializzate a Ginevra, alla XIII sessione ordinaria del Consiglio dei diritti dell'uomo sulla lotta contro l'intolleranza religiosa, svoltasi il 23 marzo a Ginevra: 

Presidente,
l'aumento degli esempi di derisione della religione, mancanza di rispetto per le personalità e i simboli religiosi, discriminazione e uccisione di seguaci di religioni minoritarie e una generalizzata considerazione negativa della religione nella pubblica arena danneggiano la coesistenza pacifica e feriscono i sentimenti di considerevoli segmenti della famiglia umana.

Questi fenomeni sollevano questioni politiche e giuridiche sul modo e sulla misura della realizzazione dei diritti umani, e specificatamente del diritto alla libertà religiosa, che dovrebbero proteggere le persone nell'esercizio personale e collettivo della fede e delle loro convinzioni. La tutela del diritto alla libertà religiosa è particolarmente importante perché i valori religiosi sono un ponte verso tutti i diritti umani. Permettono, infatti, alla persona di orientarsi verso ciò che è vero e reale. La dignità umana, infatti, è radicata nell'unità delle componenti spirituali e materiali della persona.

Facendo parte di una comunità, la cultura e la religione sono anche parte dell'esperienza umana, sebbene rimangano al servizio dello sviluppo integrale della persona, che costituisce la base dell'universalità dei diritti umani. L'interesse legittimo, quindi, a evitare la derisione o gli insulti alle religioni dovrà tener conto dell'interdipendenza, che deriva dal rapporto naturale della persona umana con gli altri, fra l'individuo e la comunità. Poiché i sistemi di credo sono diversi e persino contrastanti fra loro, la giustificazione del loro rispetto dovrà derivare da un fondamento universale che è la persona umana. Gli obblighi della società ne deriveranno di conseguenza. L'Udhr e altri strumenti per i diritti umani forniscono un chiaro orientamento.

Quindi la legislazione relativa dovrebbe essere orientata al bene comune e basarsi su valori, principi e regole che riflettano la natura umana e siano parte della coscienza della famiglia umana piuttosto che l'una o l'altra religione, considerando pure tutte le implicazioni della libertà di espressione e di religione. Il rispetto del diritto di tutti alla libertà religiosa non richiede la totale secolarizzazione della sfera pubblica né l'abbandono di tutte le tradizioni culturali e il rispetto della libertà di espressione non autorizza la mancanza di rispetto per i valori comunemente condivisi da una particolare società. Un quadro legislativo di tutela del bene comune e dell'uguaglianza dei cittadini in società sempre più pluralistiche implica che i sistemi normativi applicabili ai credenti non debbano essere imposti ai seguaci di altre religioni e ai non credenti, altrimenti i diritti umani e il diritto alla libertà religiosa potrebbero divenire uno strumento politico di discriminazione piuttosto che uno strumento per intrattenere rapporti interpersonali etici.

Né lo Stato può divenire un arbitro di correttezza religiosa deliberando su questioni teologiche o dottrinali:  sarebbe la negazione del diritto della libertà di religione.

Gli attuali strumenti giuridici vincolanti nazionali e internazionali, se correttamente applicati, possono porre rimedio a offese gratuite alle religioni e al credo facendo entrare in vigore misure a tutela del bene comune e dell'ordine pubblico. Gli attuali dibattiti sull'opportunità o meno di nuovi strumenti per prevenire la discriminazione e l'intolleranza religiosa possono offrire la possibilità di riprendere in esame la proposta di una convenzione sulla libertà di religione. Questo compito è interrotto da molti anni e riunirebbe gli argomenti suggeriti dalle nuove forme di pluralismo sociale e una comprensione più accurata della dignità umana.

D'altro canto, la delegazione della Santa Sede, è anche convinta del fatto che una buona strada verso una coesistenza pacifica sia un atteggiamento più positivo verso le religioni e le culture. Ciò si può ottenere attraverso un dialogo migliore fra fedi differenti, una sincera promozione del diritto alla libertà di religione in tutti i suoi aspetti e un dialogo franco e aperto fra i rappresentanti dei diversi sistemi di credo, come garantito dal diritto alla libertà di espressione.

Combattere gli atteggiamenti offensivi verso la religione allontanandosi dall'universalità offerta dall'umanità comune e affidandosi alla discrezione dello Stato con l'introduzione di un vago concetto di "diffamazione" nel sistema di diritti umani, non è una soluzione concreta e soddisfacente. Esiste il reale rischio aggiuntivo che l'interpretazione di ciò che la diffamazione implica cambi secondo l'atteggiamento del censore verso la religione o il credo, spesso a spese tragiche delle minoranze religiose.

Purtroppo è proprio ciò che accade negli Stati che non distinguono fra questioni civili e questioni religiose, si identificano con una religione particolare o con una certa setta nell'ambito di quella religione e interpretano la diffamazione secondo le convinzioni della religione o dei credi a cui aderiscono, discriminando così inevitabilmente alcuni cittadini che non condividono le stesse convinzioni. L'esperienza con le legislazioni nazionali che applicano concetti quali "diffamazione della religione" suggerisce che un eventuale strumento internazionale sulla diffamazione della religione porterebbe soltanto a un'oppressione ulteriore delle minoranze religiose, come si può verificare in quei Paesi.

Presidente,
in conclusione, la Santa Sede chiede ai Paesi che sono membri di questo rispettato Consiglio di trasformare questi sgradevoli incidenti di intolleranza religiosa e la cultura che li sostiene in un'opportunità di nuovo impegno per il dialogo e per la riaffermazione del diritto e del valore di appartenere a una comunità di fede o di credo. Comunque, questa scelta individuale,  quale  espressione  dei  diritti umani fondamentali, è stata sempre operata nel contesto del bene comune.


(©L'Osservatore Romano - 29-30 marzo 2010)
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PERSECUZIONI ANTICRISTIANE: “cristianofobia” su scala mondiale

Articoli CR
Giovedì 25 Marzo 2010 09:02
CR n.1135 del 27/3/2010

www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&I...


I primi mesi del 2010 hanno aggiunto nuovi tasselli al tragico quadro delle persecuzioni anticristiane nel mondo. In Iraq, i cristiani ancora rimasti nel Paese (ben 500.000 sono quelli che lo hanno finora lasciato), vivono nel terrore, soprattutto nell’area di Mossul, dove subiscono sequestri e omicidi; in India, nelle città di Batala e Jalandar gli induisti hanno attaccato le chiese, le abitazioni e i negozi dei cristiani; in Pakistan, a Lahore, una ragazza cattolica di dodici anni è stata torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un noto avvocato musulmano; in Laos i cristiani sono arrestati e i loro beni confiscati, sotto l’imputazione di minacciare con la loro fede il governo comunista del Paese; in Nigeria, le comunità cristiane sono aggredite manu militari da gruppi musulmani che ne saccheggiano i beni e ne devastano le chiese.

Queste persecuzioni non sono gesti isolati, ma il frutto di una vera e propria campagna di “cristianofobia” che si allarga in maniera preoccupante, nel silenzio della comunità internazionale. Per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno è utile leggere i due libri-inchiesta recentemente pubblicati di Thomas Grimaux (Il libro nero delle nuove persecuzioni anti-cristiane, Fede e Cultura, Verona 2009, pp. 170) e René Guitton (Cristianofobia. La nuova persecuzione, Lindau, Torino 2010, pp. 316).

Entrambi gli autori sono francesi, scrittori e giornalisti di successo. I loro volumi sono basati su fonti di prima mano, ma anche sulla loro esperienza diretta di viaggiatori nei Paesi di persecuzione, tra Oriente e Occidente. Essi si rivolgono non solo ai cattolici, ma a tutti i “laici” che abbiano a cuore i “diritti dell’uomo” e la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Il libro di Guitton ci offre un quadro raccapricciante che dai Paesi del Maghreb (Tunisia, Libia, Marocco, Algeria, Mauritania) si estende alla Terra Santa, e di qui all’Egitto, alla Siria, alla Turchia, all’Iraq e all’Iran, fino al lontano Oriente: India, Pakistan, Sri Lanka, Corea del Nord, Vietnam, Cina e Indonesia.

Le scene si ripetono ovunque: profanazione di chiese e di cimiteri, stupri e violenze di ogni tipo, crocifissioni, roghi di persone vive, decapitazioni a colpi di accetta o di machete, ma anche intimidazioni, scherni, discriminazioni legali. «I cristiani del Maghreb, dell’Africa sub sahariana, del Medio e dell’Estremo Oriente – scrive Guitton – sono perseguitati, muoiono o scompaiono in una lenta emorragia, vittime del crescente anticristianesimo».

Se il libro di Guitton ha un filo conduttore geografico, quello di Grimaux si propone di risalire alle origini del fenomeno, individuandole nel fanatismo islamico, induista, buddista e comunista. L’Islam, per la sua portata planetaria, il numero e il grado delle violenze, la radicalità degli obiettivi e l’ampiezza dei mezzi utilizzati, costituisce la radice principale delle nuove persecuzioni. Ma anche induismo e buddismo, che ci vengono spesso presentati come pacifiche religioni da cartoline turistiche, sono mosse da un’avversione feroce verso il Cristianesimo. La realtà vissuta dai cristiani in India, Sri Lanka, Nepal, Mongolia, e Myanmar (ex Birmania) prova che il fondamentalismo induista e buddista si propone di estirpare il cristianesimo da quelle terre, attraverso i mezzi della discriminazione politica e sociale e della violenza.

Né va dimenticato il comunismo, che imperversa in Cina, a Cuba, nel Vietnam, in Corea del Nord, che va riprendendo vigore in America Latina e che, dalla Spagna di Zapatero alla Russia di Putin, non è scomparso dall’Europa. La lotta religiosa ha costituito, e rimane, la sua essenza. Il genocidio dei cristiani, cioè la volontà di uccidere i cristiani in quanto tali, a motivo della loro religione, è una realtà del presente. Il Rapporto 2009 pubblicato ogni anno dall’Associazione Aiuto alla Chiesa che soffre conferma che il 75 per cento delle persecuzioni religiose in atto nel mondo colpisce le comunità dei cristiani. Un libro a parte meriterebbe la cristianofobia in Europa, che si esprime attraverso la proclamazione dei cosiddetti “nuovi diritti”, a cominciare da quello all’omosessualità, ma anche attraverso le interdizioni delle istituzioni europee e le offese e gli scherni espressi nei confronti del Cristianesimo da libri, film, canzoni, pubblicità, siti internet.

La sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, del 3 novembre 2009, che pretende di interdire all’Italia l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, segna l’avvio di un “salto di qualità” nella persecuzione giudiziaria. Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, ricordando la difficile situazione in cui versano le comunità cristiane mediorientali, ha ribadito però la volontà di non arrendersi. «Noi dobbiamo restare e portare la croce, essere testimoni, anche con il sangue di chi è stato ucciso» (“L’Osservatore Romano”, 24 febbraio 2010).

La partecipazione al Sacrificio di Cristo deve caratterizzare la vita di ogni cristiano. E ogni cristiano sa di dover seguire Cristo percorrendo la strada della Croce. Gesù nel Vangelo parla delle insidie, delle macchinazioni, delle uccisioni da parte di coloro che avendo perseguitato il Maestro perseguitano anche i discepoli (Mt 10, 16-24) e raccomanda la costanza nelle tribolazioni, nelle calunnie, nei processi ingiusti, nella morte (Lc 21, 12-19).

Infatti, dice san Paolo, «tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (II Tim 3, 12). Ingiurie, calunnie, percosse, vessazioni di ogni genere, fino alla morte, non devono fermare l’apostolo, ma anzi rendere più forte la sua voce. La lotta tra i testimoni della fede e i persecutori si è sempre conclusa con la sconfitta di questi ultimi. I persecutori possono uccidere il corpo, ma non possono soffocare la voce della verità, che echeggia nei secoli. «Dio non muore!» gridava il presidente dell’Ecuador Garcia Moreno, pugnalato a morte da un massone sulla soglia della cattedrale di Quito. Ciò che è drammatica, più ancora della persecuzione in atto, è l’indifferenza dell’Occidente e dello stesso mondo cattolico. I cristiani perseguitati chiedono una mobilitazione internazionale, per spingere i governi dei diversi Paesi a intervenire, ma senza successo. Questo scandalo deve cessare. Davanti alla voce del sangue che grida dalla terra al Signore, non possiamo voltare la testa e rispondere: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4, 9).

Il Cristianesimo non è una religione individuale, ma un unico Corpo Mistico, pervaso da una solidarietà sociale, in cui ognuno partecipa i beni spirituali degli altri. Ogni membro di questo Corpo Mistico offre le sue azioni per lo sviluppo e il perfezionamento dell’intero organismo. Se una solidarietà naturale, fondata sulla comune origine della natura umana, ci lega a tutti i nostri simili, una solidarietà soprannaturale ci vincola a tutti i fratelli nella fede. San Giustino presenta i martiri come tralci di una vite che vengono potati perché la vite possa produrre frutti più abbondanti: «Mentre infatti siamo colpiti con le spade, mentre siamo crocifissi, mentre siamo gettati alle belve, in carcere, nelle fiamme, mentre siamo esposti a tutti gli altri tormenti, non ci allontaniamo, come è evidente, dalla professione della fede. Ma quanto più ci sono inflitti tali tormenti, tanto più altri diventano fedeli e pii nel nome di Gesù. Come una vite, se qualcuno pota quelle parti che producono frutti, ne riceve tale vantaggio che nuovamente emette altri tralci fiorenti e fruttiferi, così avviene con noi» (Dialogo con Trifone, 110). Il sangue dei martiri è seme di cristiani, non solo nel numero, ma soprattutto nella purezza e nell’integrità della fede che viene difesa. È anche grazie a loro che la Chiesa continua la sua missione nella storia, superando ogni crisi e difficoltà.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La Nazione sconvolta da ripetute violenze

Dai cristiani in Thailandia
un appello alla pace


Bangkok, 20. "Noi cattolici, parte della società Thai, non possiamo restare indifferenti in questa delicata situazione di conflitto. Tutti gli uomini sono figli di Dio:  urge rispettare il valore della vita e la dignità umana. I principi di amore, compassione e perdono sono gli unici strumenti per uscire dalla crisi presente". Lo sottolineano, in un documento congiunto inviato all'agenzia Fides, la Conferenza episcopale della Thailandia, l'Associazione dei superiori maggiori degli ordini religiosi (maschili e femminili), le aggregazioni e i movimenti laicali ecclesiali, le scuole e istituti cattolici, l'Associazione delle donne e quella degli imprenditori cattolici.
 
Tutte le componenti più significative della comunità cattolica thailandese, a tutti i livelli, si sono unite e hanno lanciato - con unica voce - un appello per una pronta soluzione della crisi sociale e politica nel Paese, chiedendo a tutti di abbandonare la strada della violenza e di non permettere che vi sia altro spargimento di sangue.

"La crisi presente - si legge nel testo - deriva dal conflitto e dalle divisioni in seno alla società, come mai verificatesi prima nella storia nazionale, che hanno causato perdite di vite umane e danni alle proprietà. Se la violenza non si fermerà, condurrà alla catastrofe il nostro amato paese" ammonisce il testo.

I cittadini thai cattolici, sentendosi interpellati direttamente a operare per il bene comune della Nazione, ricordano che "tutti siamo figli di Dio e tutti dobbiamo essere innamorati della nostra nazione, porgendo una attenzione speciale, incondizionata e senza discriminazioni, agli abitanti delle aree rurali".
Per questo ci si appella "al rispetto integrale del valore della vita e della dignità umana", a "tenere come punti fermi i principi dell'amore, della compassione e del perdono, secondo la Parola di Dio:  fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi".

I cattolici chiedono a tutte le forze in campo "di fermare ogni sorta di violenza e di utilizzare mezzi pacifici per la soluzione definitiva del doloroso conflitto in atto, per ricostruire l'armonia sociale nella nazione".

In particolare, in quanto fedeli che professano la fede in Cristo Gesù, tutti si impegnano "a raccogliersi per la celebrazione eucaristica, pregando Dio per la pace, e offrendo preghiere speciali per le vittime del conflitto; a recitare il Santo Rosario per la pace, ogni giorno, per tutto l'anno 2010; a osservare un minuto di silenzio e di raccoglimento ogni sera, alle ore 18, come preghiera per l'unità e la pace nel paese".

Intanto i fedeli cattolici e le chiese della capitale si sono attivate direttamente per l'assistenza agli "sfollati interni" che sono fuggiti dalle aree della città dove vi sono stati, e vi sono ancora, scontri fra manifestanti e forze dell'ordine. La Chiesa thailandese sta organizzando un grande raduno di preghiera, pacifico e pubblico, per domenica prossima, 23 maggio, a Bangkok per invitare i fedeli e tutti gli uomini di buona volontà a dare il primato allo spirito, a invocare Dio, a operare per la riconciliazione della nazione.

Mentre si moltiplicano le analisi e le riflessioni sulla crisi nel Paese, il segretario generale del World Council of Churches (Wcc), reverendo Olav Tveit Fykse, ha inviato un messaggio di solidarietà alla "Chiesa di Cristo in Thailandia".

"È con un profondo senso di tristezza - si legge nella missiva - che riceviamo la notizia della recrudescenza d'una violenza al momento inarrestabile che ha portato alla morte di oltre trenta persone a Bangkok. Noi soffriamo insieme con la gente di Thailandia per questa perdita intollerabile di vite ed estendiamo le nostre condoglianze alle famiglie di coloro che sono morti, esprimendo la nostra vicinanza a quanti sono vittime della violenza". Secondo il segretario del Wcc è più che mai urgente che i leader delle parti in conflitto "percorrano le vie del dialogo e del negoziato anche facendo memoria del dolore e delle sofferenze che il popolo della Thailandia ha sperimentato in passato a seguito della violenza della guerra civile".

La violenza, dunque, "non può essere la via".


(©L'Osservatore Romano - 21 maggio 2010)

Fraternamente CaterinaLD

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La Suora Domenicana irachena che ha partecipato al Convegno sul Rosario, ha spiegato la gravità della situazione e della gravissima persecuzione inflitta ai Cristiani costretti a fuggire oppure a subire ogni sorta di aggressione senza l'intervento di alcuna giustizia....

L'Occidente sa MA FINGE DI NON SAPERE, spesso volta la testa dall'altra parte dimenticando che c'è ed esiste un popolo INERME perseguitato e spietatamente oppresso... i nostri giovani in Italia e in Europa spesso NON sanno perchè i Media e i Telegiornali tacciono su questa situazione...

INVITIAMO TUTTI ALLA CORRETTA INFORMAZIONE, ALLA DIVULGAZIONE DI QUESTO MATERIALE E ALL'INVITO DI PREGARE ASSIDUAMENTE TUTTI INSIEME PER QUESTO POPOLO OPPRESSO.....


CITTA' DEL VATICANO (28 febbraio) - Di appelli per il futuro (molto incerto) dei cristiani in Iraq, Papa Ratzinger ne aveva fatti tanti in questi anni, ma mai così forti come quello che si è sentito stamattina a san Pietro. «Bisogna ripristinare la sicurezza» ha detto chiaro e tondo, denunciando implicitamente le promesse non mantenute dal governo Maliki che si era impegnato proprio a garantirla.

All'Angelus ha fatto cenno alla «delicata fase politica che sta attraversando l'Iraq». Spetta a chi governa a compiere «ogni sforzo per ridare sicurezza alla popolazione e, in particolare, alle minoranze religiose più vulnerabili». In piazza, mescolati tra la folla, erano presenti una cinquantina di iracheni, con tanto di striscioni che inneggiavano alla libertà religiosa. Un diritto a loro ormai conculcato.

Chi è battezzato e vive a Bagdad, a Kirkuk, a Mossul o a Bassora sa bene che i tempi si sono fatti piuttosto difficili. In alcuni quartieri di Mossul, per esempio, i cristiani sanno quando escono di casa, ma non se vi faranno ritorno la sera. Benedetto XVI ha manifestato «profonda tristezza» per «le tragiche notizie delle recenti uccisioni di alcuni cristiani nella città di Mossul» facendo presente la sua «viva preoccupazione» anche per «gli altri episodi di violenza, perpetrati nella martoriata terra irachena ai danni di persone inermi di diversa appartenenza religiosa».

E' uno stillicidio di notizie negative. Il nunzio a Baghdad invia periodicamente in Segreteria di Stato rapporti a tinte fosche, facendo il resoconto di quello che accade. I rapimenti a scopo di estorsione sono all'ordine del giorno, le minacce pure. Tanti negozi sono stati bruciati, studentesse obbligate con la forza a portare il velo, studenti che non possono più frequentare l'università, giovani costretti a farsi crescere la barba secondo i dettami dell'Islam, donne violentate, pestaggi e, purtroppo, anche uccisioni, come è accaduto ultimamente a due ragazzi.

Le fonti caldee presenti nel Paese raccontano persino di rastrellamenti casa per casa, agguati in pieno giorno, minacce pesantissime. Il vescovo di Kirkuk, monsignor Sako, parla di una persecuzione su base religiosa. A farne le spese la minoranza caldea, presente in Iraq da duemila anni. Da 800 mila sono passati a 300 mila, chi può fugge all'estero, raggiungendo parenti o amici. Chi resta è perchè non ha la possibilità di farlo o perchè tenta disperatamente di difendere le proprie proprietà.«Bisogna muovere le coscienze di tutti per fermare questo massacro. Dov'è la coscienza? Dove sono i diritti umani? Cosa n'è dell'uomo se due innocenti possono essere uccisi nella loro casa? Chi compie questi crimini? Perchè?» ha chiesto il vescovo di Baghdad, monsignor Warduni.

Il Papa si augura che possa fallire il piano governativo di creare nella piana di Ninive una enclave tutta cristiana, una zona dove convogliare l'intera comunità caldea, lasciando il resto del Paese nelle mani islamiche. «Mi auguro che non si ceda alla tentazione di far prevalere gli interessi temporanei e di parte sull'incolumità e sui diritti fondamentali di ogni cittadino. Infine, esorto la comunità internazionale a prodigarsi per dare agli iracheni un futuro di riconciliazione e di giustizia».



www.youtube.com/watch?v=_zNCFrBRcUE&feature=channel

[SM=g1740752]


2 maggio 2010
Gli attentati sono stati compiuti con un'autobomba e un ordigno artigianale fatti esplodere al passaggio di autobus che trasportavano studenti residenti nella piu' grande citta' cristiana della zona, Bakhdida, 40 chilometri a est di Mosul. La persona deceduta e' il proprietario di un negozio situato proprio vicino al luogo della duplice esplosione.


www.youtube.com/watch?v=CbhLuuK9opU&feature=channel

[SM=g1740752]


Quando si parla di Iraq o di Medio Oriente si pensa esclusivamente a due categorie: musulmani ed ebrei.... ma spesso si dimentica che esiste una nutrita porzione di CRISTIANI-ARABI.... il Cristianesimo è lì presente ed operante da ben 2000 anni, ma oggi non avrebbero più diritto di vivere nella loro terra perchè sono "cristiani"...
Si parla di "popoli perseguitati" e si fa finta di non sapere che siste UN POPOLO CRISTIANO RADICATO NEL TERRITORIO DA SEMPRE CHE E' PERSEGUITATO E RIDOTTO A MINORANZA e che si vuole completamente distruggere... e l'Occidente tace!

Evitiamo noi di tacere su queste cose....evitiamo di restare indifferenti...


www.youtube.com/watch?v=MDlJRar9p2s&feature=related

[SM=g1740752]


PREGHIAMO....e facciamo conoscere la verità... [SM=g1740720]

Fraternamente CaterinaLD

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06/06/2010 01.08
 
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Non perdere l'occasione di ascoltare gli interventi del Convegno del Rosario del 18 aprile che riguardano la situazione dei Cristiani perseguitati in Medio Oriente... e se puoi, fai conoscere....

       
Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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29/06/2010 22.04
 
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30 dicembre 2009

SPECIALE FIDES www.fides.org


ELENCO DEGLI OPERATORI PASTORALI
SACERDOTI, RELIGIOSI,
RELIGIOSE E LAICI,
UCCISI NELL’ANNO 2009



“La Chiesa annuncia ovunque il Vangelo di Cristo nonostante le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e l’indifferenza, talvolta ostile, che – anzi – le consentono di condividere la sorte del suo Maestro e Signore.”

(Papa Benedetto XVI, Messaggio natalizio, 25 dicembre 2009)



GLI OPERATORI PASTORALI UCCISI NELL’ANNO 2009

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Come è consuetudine, l’Agenzia Fides pubblica alla fine dell’anno l’elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso degli ultimi 12 mesi. Secondo le informazioni in nostro possesso, nell’anno 2009 sono stati uccisi 37 operatori pastorali: 30 sacerdoti, 2 religiose, 2 seminaristi, 3 volontari laici. Sono quasi il doppio rispetto al precedente anno 2008, ed è il numero più alto registrato negli ultimi dieci anni.

Analizzando l’elenco per continente, quest’anno figura al primo posto, con un numero estremamente elevato, l’AMERICA, bagnata dal sangue di 23 operatori pastorali (18 sacerdoti, 2 seminaristi, 1 suora, 2 laici), seguita dall’AFRICA, dove hanno perso la vita in modo violento 9 sacerdoti, 1 religiosa ed 1 laico, dall’ASIA, con 2 sacerdoti uccisi e infine dall’EUROPA, con un sacerdote assassinato.
Il conteggio di Fides non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma tutti gli operatori pastorali morti in modo violento. Non usiamo di proposito il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimone”, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro, e anche per la scarsità di notizie che, nella maggior parte dei casi, si riescono a raccogliere sulla loro vita e perfino sulle circostanze della loro morte.

Come ha detto il Santo Padre Benedetto XVI nel giorno della festa del protomartire Santo Stefano, “la testimonianza di Stefano, come quella dei martiri cristiani, indica ai nostri contemporanei spesso distratti e disorientati, su chi debbano porre la propria fiducia per dar senso alla vita. Il martire, infatti, è colui che muore con la certezza di sapersi amato da Dio e, nulla anteponendo all’amore di Cristo, sa di aver scelto la parte migliore. Configurandosi pienamente alla morte di Cristo, è consapevole di essere germe fecondo di vita e di aprire nel mondo sentieri di pace e di speranza. Oggi, presentandoci il diacono Santo Stefano come modello, la Chiesa ci indica, altresì, nell’accoglienza e nell’amore verso i poveri, una delle vie privilegiate per vivere il Vangelo e testimoniare agli uomini in modo credibile il Regno di Dio che viene” (Angelus del 26 dicembre 2009).

Dalle poche note biografiche di questi fratelli e sorelle uccisi, possiamo leggere l’offerta generosa e senza condizioni alla grande causa del Vangelo, senza tacere la limitatezza della fragilità umana: è questo ciò che li ha uniti nella vita e anche nella morte violenta, pur trovandosi in situazioni e contesti profondamente diversi. Per annunciare l’amore di Cristo, morto e risorto per la salvezza dell’uomo, testimoniandolo in opere concrete di amore ai fratelli, non hanno esitato a mettere quotidianamente a rischio la propria vita in contesti di sofferenza, di povertà estrema, di tensione, di violenza generalizzata, per offrire la speranza di un domani migliore e cercare di strappare tante vite, soprattutto giovani, al degrado e alla spirale della malvivenza, accogliendo quanti la società rifiuta e mette ai margini.

Alcuni sono stati vittime proprio di quella violenza che stavano combattendo o della disponibilità ad andare in soccorso degli altri mettendo in secondo piano la propria sicurezza. Molti sono stati uccisi in tentativi di rapina o di sequestro, sorpresi nelle loro abitazioni da banditi alla ricerca di fantomatici tesori che il più delle volte si sono dovuti accontentare di una vecchia automobile o del telefono cellulare delle vittime, portandosi via però il tesoro più prezioso, una vita donata per Amore. Altri sono stati eliminati solo perché nel nome di Cristo opponevano l’amore all’odio, la speranza alla disperazione, il dialogo alla contrapposizione violenta, il diritto al sopruso.

Ricordare i tanti operatori pastorali uccisi nel mondo e pregare in loro suffragio “è un dovere di gratitudine per tutta la Chiesa e uno stimolo per ciascuno di noi a testimoniare in modo sempre più coraggioso la nostra fede e la nostra speranza in Colui che sulla Croce ha vinto per sempre il potere dell’odio e della violenza con l’onnipotenza del suo amore” (Benedetto XVI, Regina Coeli, 24 marzo 2008).

A questo elenco provvisorio stilato annualmente dall’Agenzia Fides, deve comunque essere sempre aggiunta la lunga lista dei tanti di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. Si tratta di quella “nube di militi ignoti della grande causa di Dio” - secondo l’espressione di Papa Giovanni Paolo II - a cui guardiamo con gratitudine e venerazione, pur senza conoscerne i volti, senza i quali la Chiesa e il mondo sarebbero enormemente impoveriti.

PANORAMA DEI CONTINENTI

AMERICA

I 23 operatori pastorali caduti in America (18 sacerdoti, 2 seminaristi, 1 suora, 2 laici) sono stati uccisi in Brasile, Colombia, Messico, Cuba, El Salvador, Stati Uniti, Guatemala e Honduras.

Sono 6 i sacerdoti uccisi in Brasile, un numero senza dubbio elevato, tanto che il Consiglio Episcopale di Pastorale della Conferenza Episcopale brasiliana, al termine della sua ultima riunione dell’anno, ha pubblicato una preoccupata dichiarazione sulla crescente ondata di violenza nel paese contro i sacerdoti: “la Chiesa cattolica in Brasile si sente profondamente colpita e indignata di fronte alla violenza contro i suoi figli la cui vita è stata stroncata. Riaffermiamo che nulla giustifica la violenza!”.

Tra i sacerdoti uccisi in Brasile figurano lo spagnolo Ramiro Ludeña, noto come “padre Ramiro”, che lavorava da 34 anni in un'associazione di sostegno ai bambini e ai ragazzi di strada, ed è stato ucciso proprio da un giovane di 15 anni per rapina. Il missionario Fidei donum italiano don Ruggero Ruvoletto, ucciso nella sua parrocchia da cui erano stati rubati una cinquantina di Real (circa diciannove Euro). Don Evaldo Martiol, assassinato da due giovani, vittima di un furto finito in omicidio. “Il suo metodo di evangelizzare era l’amicizia” ha ricordato il Vescovo durante i funerali. P. Gisley Azevedo Gomes, CSS, Assessore nazionale della Sezione Giovani della Conferenza Episcopale Brasiliana (CNBB), ucciso da alcuni giovani che lo hanno prima derubato e poi ucciso. “In maniera deplorevole – hanno affermato i Vescovi - è stato vittima di quella violenza che desiderava combattere”.

La Colombia, con 5 sacerdoti ed 1 laico uccisi, è al secondo posto. Tutti i sacerdoti sono rimasti vittime di furti finiti tragicamente: i due sacerdoti redentoristi p. Gabriel Fernando Montoya Tamayo e p. Jesús Ariel Jiménez sono stati uccisi da un uomo che ha fatto irruzione nell'alloggio dei sacerdoti, molto probabilemte alla ricerca di denaro, uccidendoli entrambi mentre questi erano connessi ad Internet. Il corpo senza vita di don Oscar Danilo Cardozo Ossa è stato ritrovato nella canonica della parrocchia, sul posto sono stati ritrovati anche un bavaglio e alcune corde. Anche don Emiro Jaramillo Cardenas è stato ucciso nella notte nella sua abitazione, mentre don Juan Gonzalo Aristizabal Isaza, è stato ritrovato assassinato all’interno dell’automobile di sua proprietà, abbandonata sull’autostrada regionale. A loro si aggiunge il laico Jorge Humberto Echeverri Garro, professore ed operatore pastorale, impegnato come catechista e nella Pastorale Sociale per la pace e la convivenza, ucciso da un gruppo di guerriglieri durante una riunione in cui si discuteva di alcuni progetti della Chiesa.

In Messico sono stati uccisi un sacerdote e due seminaristi: mentre si dirigevano ad una riunione di pastorale vocazionale, il loro veicolo è stato raggiunto da un altro, sono stati fatti scendere e colpiti a morte con armi da fuoco. L’Arcivescovo di Acapulco ha segnalato che in quella regione del Paese prevale la logica di risolvere tutto con la pistola, la logica del regolamento di conti, dello spargimento di sangue, mentre le forze armate non riescono a tenere sotto controllo il narcotraffico e la violenza.
Particolare commozione ha suscitato anche la morte violenta a Cuba di due sacerdoti spagnoli: don Eduardo de la Fuente Serrano, morto in seguito ad un accoltellamento subito in una strada alla periferia della capitale, e don Mariano Arroyo Merino, ucciso nella sua parrocchia. Il suo corpo era ammanettato, imbavagliato e parzialmente bruciato.

Due le vittime in El Salvador, un sacerdote e un giovane laico: il corpo senza vita del redentorista salvadoregno p. Leopoldo Cruz è stato ritrovato alcuni giorni dopo la sua scomparsa in un canale di una zona rurale di San Salvador. Il giovane William Quijano, della Comunità di Sant'Egidio, è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da una delle tante gang violente organizzate che assoldano i giovani poveri nelle periferie del Centro America. Da cinque anni William era impegnato nella Scuola della Pace ai bambini poveri del quartiere di Apopa, nei sobborghi della capitale.

L’unica religiosa uccisa nel continente è Suor Marguerite Bartz, delle Suore del Santissimo Sacramento per gli Indiani e i Negri (SBS), uccisa nel suo convento di Saint Berard, nella zona dei Navajo, nel Nuovo Messico (Stati Uniti d’America). La religiosa era conosciuta per essere una donna da sempre appassionata della ricerca della giustizia e della pace. Sempre negli Stati Uniti, don Ed Hinds, parroco della chiesa di San Patrizio a Chatham, nel New Jersey (USA), è stato ritrovato morto nel Rettorato adiacente alla chiesa, coperto da numerosi traumi e ferite provocate da un’arma da taglio.

In Guatemala ha trovato la morte padre Lorenzo Rosebaugh, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI), rimasto ucciso in seguito ad un assalto avvenuto lungo una strada di campagna, mentre con altri sacerdoti si stava recando ad una riunione pastorale. Due uomini armati di fucile e con il viso coperto hanno fermato l’automobile e, dopo aver sottratto ai missionari ciò che possedevano, hanno sparato uccidendo p. Rosebaugh.
Infine è stato trovato ucciso in una provincia della parte orientale del Guatemala il sacerdote cappuccino guatemalteco p. Miguel Angel Hernandez, da quattro anni responsabile di una parrocchia di Ocotepeque (Honduras), che era stato rapito alcuni giorni prima.

AFRICA

In Africa hanno perso la vita in modo violento 9 sacerdoti, 1 religiosa ed 1 laico, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudafrica, in Kenya ed in Burundi.

Nella martoriata Repubblica Democratica del Congo, dove la Chiesa e la popolazione locale sono oggetto da lungo tempo di brutalità e continue violazioni dei diritti umani, hanno trovato la morte 2 sacerdoti, 1 religiosa e 1 operatore laico della Caritas. Sia don Jean Gaston Buli che don Daniel Cizimya Nakamaga sono stati uccisi da sconosciuti penetrati durante la notte nella loro abitazione, molto probabilmente per rubare, rispettivamente a Bunia e a Kabare. Suor Denise Kahambo Murahirwa, monaca trappista, è stata uccisa da uomini armati in uniforme che sono entrati nel monastero di “Notre Dame de la Clarté” a Murhesa, 20 chilometri da Bukavu, poi fuggiti senza rubare nulla. Il giovane congolese Ricky Agusa Sukaka, operatore della Caritas, è stato ucciso a Musezero, nel nord Kivu, da due uomini che indossavano uniformi dell’esercito.

Anche in Sudafrica sono stati uccisi 4 sacerdoti. Don Daniel Matsela Mahula, della diocesi di Klerksdorp, è stato ucciso mentre era alla guida della sua auto, da quattro banditi di strada. Don Lionel Sham, 66 anni, parroco di Mohlakeng (arcidiocesi di Johannesburg, Sudafrica), è stato ucciso dopo essere stato rapito dalla sua casa. Il corpo di Padre Ernst Plöchl, della Congregazione dei Missionari di Mariannhill, in Sudafrica da oltre 40 anni, è stato trovato nell’isolata stazione missionaria di Maria Zell. Anche Padre Louis Blondel, dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi), è stato ucciso nella notte da alcuni giovani penetrati nell’abitazione dei missionari.

In Kenya sono stati uccisi P. Giuseppe Bertaina, dei Missionari della Consolata, aggredito da alcuni malviventi nell'Istituto di Filosofia dei Missionari della Consolata, a Nairobi, di cui era rettore e amministratore, che lo hanno picchiato, legato e imbavagliato, provocandone la morte per insufficienza respiratoria, e P. Jeremiah Roche, della Società di S. Patrizio per le Missioni Estere, il cui cadavere è stato ritrovato con le mani legate e con ferite di machete alla testa.

Un gesto di altruismo è costato la vita a don Révocat Gahimbare, in Burundi: saputo dell’assalto al monastero delle suore “Bene Maria”, si stava recando a portare aiuto alle religiose, ma i banditi gli hanno teso un agguato lungo la strada, uccidendolo.

ASIA

Due i sacerdoti uccisi in Asia nel 2009. In India don James Mukalel è stato trovato morto nei pressi di Mangalore, stato del Karnataka, nell’India meridionale, probabile vittima di violenza anticristiana, dato che in precedenza nell’area si erano verificati alcuni casi di attacchi di integralisti. Nelle Filippine don Cecilio Lucero, difensore dei più deboli e impegnato per la tutela dei diritti umani, è stato ucciso da un gruppo di uomini armati, nella provincia del Nord Samar, a sud della capitale, Manila.

EUROPA

L’unico sacerdote ucciso di cui si ha notizia è don Louis Jousseaume, aggredito e assassinato nella canonica di Egletons, diocesi di Tulle (Francia), dove era parroco. Impegnato anche nel mondo dell’handicap, è stato ucciso proprio da uno di questi emarginati squilibrati di cui si prendeva cura.



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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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03/07/2010 00.45
 
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 discorso di Benedetto XVI al nuovo ambasciatore della Repubblica dell'Iraq presso la Santa Sede

Musulmani e cristiani insieme
per la pace e la riconciliazione


Le antiche comunità devono poter rimanere nella loro terra ancestrale

Benedetto XVI ha ricevuto nella mattina di venerdì 2 luglio, alle ore 11, in solenne udienza, Sua Eccellenza il Signor Habbeb Mohammed Hadi Ali Al-Sadr, nuovo ambasciatore della Repubblica dell'Iraq presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio. Rilevato alla sua residenza da un Gentiluomo di Sua Santità e da un Addetto di Anticamera, il diplomatico è giunto alle 10.45 al Cortile di San Damaso, nel Palazzo Apostolico Vaticano, ove un reparto della Guardia Svizzera Pontificia rendeva gli onori. Al ripiano degli ascensori, era ricevuto da un Gentiluomo di Sua Santità e subito dopo saliva alla seconda Loggia, dove si trovavano ad attenderlo gli Addetti di Anticamera e i Sediari. Dalla seconda Loggia il corteo si dirigeva alla Sala Clementina, dove l'ambasciatore veniva ricevuto dal prefetto della Casa Pontificia, l'arcivescovo James Michael Harvey, il quale lo introduceva alla presenza del Pontefice nella Biblioteca privata. Dopo la presentazione delle Credenziali da parte dell'ambasciatore avevano luogo lo scambio dei discorsi e, quindi, il colloquio privato. Al termine dell'udienza, nella Sala Clementina il diplomatico prendeva congedo dal prefetto della Casa Pontificia e discendeva nel Cortile di San Damaso, dove si congedava dai Dignitari che lo avevano accompagnato, prima di far ritorno alla sua residenza.

Questo è il testo del discorso del Papa.

Your Excellency,
I am pleased to welcome you at the start of your mission and to accept the Letters accrediting you as Ambassador Extraordinary and Plenipotentiary of the Republic of Iraq to the Holy See. I thank you for your kind words, and I ask you to convey to President Jalal Talabani my respectful greetings and the assurance of my prayers for the peace and well-being of all the citizens of your country.
On 7 March 2010, the people of Iraq gave a clear sign to the world that they wish to see an end to violence and that they have chosen the path of democracy, through which they aspire to live in harmony with one another within a just, pluralist and inclusive society. Despite attempts at intimidation on the part of those who do not share this vision, the people showed great courage and determination by presenting themselves at the polling stations in large numbers. It is to be hoped that the formation of a new Government will now proceed swiftly so that the will of the people for a more stable and unified Iraq may be accomplished. Those who have been elected to political office will need to show great courage and determination themselves, in order to fulfil the high expectations that have been placed in them. You may be assured that the Holy See, which has always valued its excellent diplomatic relations with your country, will continue to provide whatever assistance it can, so that Iraq may assume its rightful place as a leading nation in the region with much to contribute to the international community.
The new Government will need to give priority to measures designed to improve security for all sectors of the population, particularly the various minorities. You have spoken of the difficulties faced by Christians and I note your comments about the steps taken by the Government to afford them greater protection. The Holy See naturally shares the concern you have expressed that Iraqi Christians should remain in their ancestral homeland, and that those who have felt constrained to emigrate will soon consider it safe to return. Since the earliest days of the Church, Christians have been present in the land of Abraham, a land which is part of the common patrimony of Judaism, Christianity and Islam. It is greatly to be hoped that Iraqi society in the future will be marked by peaceful coexistence, as is in keeping with the aspirations of those who are rooted in the faith of Abraham. Although Christians form a small minority of Iraq's population, they have a valuable contribution to make to its reconstruction and economic recovery through their educational and healthcare apostolates, while their engagement in humanitarian projects provides much-needed assistance in building up society. If they are to play their full part, however, Iraqi Christians need to know that it is safe for them to remain in or return to their homes, and they need assurances that their properties will be restored to them and their rights upheld.
Recent years have seen many tragic acts of violence committed against innocent members of the population, both Muslim and Christian, acts which as you have pointed out are contrary to the teachings of Islam as well as those of Christianity. This shared suffering can provide a deep bond, strengthening the determination of Muslims and Christians alike to work for peace and reconciliation. History has shown that some of the most powerful incentives to overcome division come from the example of those men and women who, having chosen the courageous path of non-violent witness to higher values, have lost their lives through cowardly acts of violence. Long after the present troubles have receded into the past, the names of Archbishop Paulos Faraj Rahho, Father Ragheed Ganni and many more will live on as shining examples of the love that led them to lay down their lives for others. May their sacrifice, and the sacrifice of so many others like them, strengthen within the Iraqi people the moral determination that is necessary if political structures for greater justice and stability are to achieve their intended effect.
You have spoken of your Government's commitment to respect human rights. Indeed, it is of the utmost importance for any healthy society that the human dignity of each of its citizens be respected both in law and in practice, in other words that the fundamental rights of all should be recognized, protected and promoted. Only thus can the common good be truly served, that is to say those social conditions which allow people, either as groups or as individuals, to flourish, to attain their full stature, and to contribute to the good of others (cf. Compendium of the Social Doctrine of the Church, 164-170). Among the rights that must be fully respected if the common good is to be effectively promoted, the rights to freedom of religion and freedom of worship are paramount, since it is they that enable citizens to live in conformity with their transcendent dignity as persons made in the image of their divine Creator. I therefore hope and pray that these rights will not only be enshrined in legislation, but will come to permeate the very fabric of society - all Iraqis have a part to play in building a just, moral and peaceable environment.
You begin your term of office, Mr Ambassador, in the months leading up to a particular initiative of the Holy See for the support of the local Churches throughout the region, namely the Special Assembly for the Middle East of the Synod of Bishops. This will provide a welcome opportunity to explore the role and the witness of Christians in the lands of the Bible, and will also give an impetus to the important task of inter-religious dialogue, which has so much to contribute to the goal of peaceful coexistence in mutual respect and esteem among the followers of different religions. It is my earnest hope that Iraq will emerge from the difficult experiences of the past decade as a model of tolerance and cooperation among Muslims, Christians and others in the service of those most in need.
Your Excellency, I pray that the diplomatic mission that you begin today will further strengthen the bonds of friendship between the Holy See and your country. I assure you that the various departments of the Roman Curia are always ready to offer help and support in the fulfilment of your duties. With my sincere good wishes, I invoke upon you, your family, and all the people of the Republic of Iraq, abundant divine blessings.

Questa la traduzione del discorso del Papa all'ambasciatore della Repubblica dell'Iraq.

Eccellenza,
sono lieto di accoglierla all'inizio della sua missione e di accettare le Lettere che la accreditano quale Ambasciatore straordinario e plenipotenziario dell'Iraq presso la Santa Sede.

La ringrazio per le sue gentili parole e le chiedo di trasmettere al Presidente Jalal Talabani i miei saluti rispettosi e l'assicurazione delle miei preghiere per la pace e per il benessere di tutti i cittadini del suo Paese.

Il 7 marzo 2010 i membri del popolo iracheno hanno manifestato chiaramente al mondo il desiderio di vedere la fine della violenza e di aver scelto la via della democrazia, attraverso la quale aspirano a vivere in armonia reciproca, in una società giusta, pluralista e inclusiva. Nonostante i tentativi d'intimidazione da parte di quanti non condividono questa visione, le persone hanno mostrato grande coraggio e determinazione presentandosi, numerose, alle urne. Bisogna sperare che la formazione di un nuovo governo proceda ora velocemente per soddisfare la volontà delle persone di un Iraq stabile e unificato.

Quanti sono stati eletti dovranno mostrare grande coraggio e determinazione per soddisfare le elevate aspettative che le persone riversano su di loro. Sia certo che la Santa Sede, che ha sempre apprezzato le proprie eccellenti relazioni diplomatiche con il suo Paese, continuerà a offrire tutta l'assistenza possibile affinché l'Iraq possa assumere il suo giusto ruolo di nazione guida nella regione, contribuendo molto alla comunità internazionale. Il nuovo governo dovrà accordare priorità a misure volte a migliorare la sicurezza di tutti i settori della popolazione, in particolare delle varie minoranze.

Lei ha parlato delle difficoltà affrontate dai cristiani e noto i suoi commenti sulle misure intraprese dal Governo per concedere loro maggiore protezione. La Santa Sede naturalmente condivide l'opinione da Lei espressa sul fatto che i cristiani iracheni dovrebbero rimanere nella loro patria ancestrale e che quanti si sono sentiti costretti a emigrare dovrebbero presto giudicare sicuro tornare.

Fin dagli inizi della Chiesa, i cristiani sono stati presenti nella terra di Abramo, una terra che è parte del patrimonio comune di ebraismo, cristianesimo e Islam. Bisogna sperare che, in futuro, la società irachena sia caratterizzata da coesistenza pacifica, in sintonia con le aspirazioni di quanti sono radicati nella fede di Abramo. Sebbene i cristiani siano un'esigua minoranza della popolazione irachena, possono rendere un contributo prezioso alla ricostruzione e alla ripresa economica del Paese attraverso i loro apostolati educativi e sanitari, mentre il loro impegno nei progetti umanitari offre un'assistenza molto necessaria nell'edificare la società. Se devono svolgere la loro parte, però, i cristiani iracheni devono sapere che è sicuro per loro restare o tornare nelle loro case, e devono ricevere l'assicurazione che le loro proprietà saranno restituite loro e i loro diritti rispettati.

Negli ultimi anni si sono verificati molti atti tragici di violenza commessa contro membri innocenti della popolazione, sia musulmani sia cristiani, atti che come lei ha evidenziato sono contrari agli insegnamenti dell'Islam nonché a quelli del cristianesimo. Questo dolore condiviso può costituire un vincolo profondo, rafforzando la determinazione dei musulmani e dei cristiani a lavorare per la pace e per la riconciliazione.

La storia ha dimostrato che alcuni degli incentivi più potenti per superare la divisione derivano dall'esempio di quegli uomini e di quelle donne che, avendo scelto la via coraggiosa della testimonianza non violenta di valori più elevati, sono morti a causa di atti codardi di violenza. Quando i problemi attuali saranno ormai una cosa del passato, i nomi dell'Arcivescovo Paulos Faraj Rahho, Padre Ragheed Ganni e molti altri ancora vivranno come esempi luminosi dell'amore che li ha condotti a sacrificare la propria vita per gli altri. Che i loro sacrifici e quelli di così tanti altri come loro rafforzino nel popolo iracheno la determinazione morale che è necessaria se le strutture politiche per maggiore giustizia e stabilità devono raggiungere l'effetto voluto.

Ha parlato dell'impegno del Governo per rispettare i diritti umani. Infatti, è della massima importanza per qualsiasi società sana che la dignità umana di ognuno dei suoi cittadini venga rispettata sia nel diritto sia nella pratica, in altre parole che i diritti fondamentali di tutti vengano riconosciuti, tutelati e promossi. Soltanto in questo modo si può servire veramente il bene comune, ovvero quelle condizioni sociali che permettono alle persone, sia a gruppi sia a singoli individui, di prosperare, di raggiungere la loro piena statura morale e di contribuire al bene degli altri (cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 164-170).

Fra i diritti che devono essere pienamente rispettati se il bene comune deve essere effettivamente promosso, i diritti di religione e di libertà di culto sono fondamentali perché sono quelli che permettono ai cittadini di vivere in conformità con la loro dignità trascendente, come persone fatte a immagine del loro divino Creatore. Quindi, spero e prego affinché questi diritti non solo siano consacrati nella legislazione, ma permeino il tessuto stesso della società. Tutti gli iracheni hanno un ruolo da svolgere nella creazione di un ambiente giusto, morale e pacifico.

Signor Ambasciatore comincia il suo mandato nei mesi che precedono una particolare iniziativa della Santa Sede per il sostegno delle Chiese locali nella regione, ovvero l'Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi. Sarà un'opportunità importante per esaminare il ruolo e la testimonianza dei cristiani che abitano nelle terre bibliche e darà anche impulso al compito importante del dialogo interreligioso, che può contribuire così tanto all'obbiettivo della coesistenza pacifica nel rispetto e nella stima reciproche fra i seguaci di differenti religioni. Spero sinceramente che l'Iraq emerga dalle esperienze difficili dello scorso decennio come modello di tolleranza e di cooperazione fra musulmani, cristiani e altri al servizio dei bisognosi.

Eccellenza, prego affinché la missione diplomatica che comincia oggi rafforzi i vincoli di amicizia fra la Santa Sede e il suo Paese. La assicuro che i vari dicasteri della Curia Romana saranno sempre pronti a porgere aiuto e sostegno nello svolgimento dei suoi doveri. Con i miei sinceri buoni auspici, invoco su di lei, sulla sua famiglia e su tutto il popolo della Repubblica dell'Iraq, abbondanti benedizioni divine.


(©L'Osservatore Romano - 3 luglio 2010)
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21/08/2010 18.30
 
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DA ZENIT AGOSTO 2010   


«Suor Meena, dell’ordine religioso delle Servitrici, svolgeva la sua missione nel centro pastorale Divyajyoti a K Nuagaon, nel distretto di Kandhamal, insieme a un sacerdote, padre Thomas Chellan». Siamo nello stato indiano dell’Orissa. Il 25 agosto 2008 «è stata presa, picchiata, spogliata e fatta andare in giro per il villaggio. A un certo punto i fondamentalisti volevano bruciarla viva insieme al presbitero, ma poi l’hanno violentata. Solo in tarda serata, mentre continuavano ad essere oltraggiati e malmenati, la polizia ha soccorso lei e padre Chellan». Ancora: «Molte suore sono state attaccate, abusate sessualmente, uccise». Tuttavia, in India «ci sono ancora molte vocazioni». Monsignor John Barwa, vescovo di Rourkela e zio della suora, l’ha accompagnata e sostenuta nei giorni del processo contro gli estremisti indù.


                                                   



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13/10/2010 21.17
 
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Un uomo armato di pugnale bloccato durante la messa
Aggredito a Khartoum il cardinale Zubeir Wako


[IMG]http://img.youtube.com/vi/WMErsRdW2O4/0.jpg[/IMG]

Khartoum, 13. Il cardinale arcivescovo di Khartoum, Gabriel Zubeir Wako, è scampato domenica scorsa a un tentativo di aggressione condotto nel corso di una celebrazione eucaristica per la festa di san Daniele Comboni. A darne notizia è la Conferenza episcopale sudanese.

L'aggressore, che ha riferito di chiamarsi Hamdan Mohamed Abdurrahman e di essere un arabo misseriya dello Stato meridionale del Kordofan, è stato bloccato dal maestro di cerimonie Barnaba Matuech Anei, dopo che era riuscito ad eludere il controllo del servizio di sicurezza. Abdurrahman, confusosi tra i fedeli che in quel momento stavano cantando e danzando, si è fatto strada sino alle scale che conducevano all'altare brandendo un pugnale.

A quel punto è stato notato da Matuech Anei, che è riuscito a bloccarlo: "Non so dire con certezza quali fossero le reali intenzioni dell'aggressore - ha raccontato il maestro di cerimonie - ma credo che la sua intenzione fosse quella di uccidere qualcuno". Insieme con il cardinale erano presenti anche un vescovo etiope e il vescovo coadiutore di El Obeid, Michael Didi.



(©L'Osservatore Romano - 14 ottobre 2010)
[Modificato da Caterina63 13/10/2010 21.18]
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14/10/2010 11.26
 
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Pakistan: ragazze e donne cristiane vittime di stupri e omicidi


ROMA, mercoledì, 13 ottobre 2010 (ZENIT.org).- La comunità cristiana del Pakistan è sotto shock per le violenze che continuano ad avere come bersaglio ragazze e donne cristiane.

L'agenzia Fides riporta gli ultimi, brutali casi: Lubna Masih, 12 anni, è stata violentata e uccisa da un gruppo di musulmani a Rawalpindi, mentre Kiran Nayyaz, 13enne cattolica di Faisalabad, è stata stuprata da un giovane musulmano e ora è incinta, sotto la protezione della Chiesa cattolica locale.

Fonti di Fides hanno affermato che Lubna Masih, figlia unica di una famiglia cristiana, era uscita di casa alle 6.30 del 27 settembre per comprare il latte. Un gruppo di cinque giovani musulmani l'ha fermata, costringendola a salire su un'automobile e portandola nel cimitero di Dhoke Ellahi Buksh, dov'è stata violentata e uccisa. Il suo corpo è stato abbandonato lì. Alcuni passanti hanno chiamato ore dopo la polizia.

I genitori di Luba sono sotto shock e terrorizzati, e per questo non hanno ancora voluto sporgere denuncia o rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale.

Un altro caso riguarda Kiran Nayyaz, 13enne cattolica di Faisalabad che lavorava come domestica nella casa di un ricco latifondista musulmano ed è stata stuprata da Muhammad Javed, un giovane musulmano impiegato come autista presso la stessa famiglia.

Ora Kiran è incinta. L’episodio è avvenuto nel villaggio di Chak Jhumra, a 35 chilometri da Faisalabad, nell’aprile scorso, ma solo il 2 ottobre è stata presentata una formale denuncia alle autorità contro lo stupratore, grazie all’intervento della “Commissione Giustizia e Pace” e alla “Commissione per le Donne” della Diocesi di Faisalabad.

“La situazione è drammatica: la Chiesa cattolica locale ha assunto le difese della famiglia e ha denunciato il caso alla polizia che attualmente sta svolgendo indagini”, ha riferito all'agenzia padre Khalid Rashid Asi, Vicario Generale di Faisalabad.

La ragazza è ora sotto la protezione della Chiesa, che si prende cura di lei. “La famiglia è traumatizzata e tutta la comunità cattolica teme ritorsioni. Ma casi di violenza come questi sono purtroppo frequenti”, ha sottolineato il sacerdote. “Si aggiunge, poi, il dramma di una adolescente che darà alla luce un bimbo, frutto della violenza. Come cattolici, anche in questa tragedia, siamo a favore della vita”.

Secondo fonti di Fides, “episodi di violenza e sopraffazione sulle ragazze cristiane sono all’ordine del giorno. Quelli più clamorosi sono solo la punta di un iceberg”.

Secondo il “Centre for Legal Aid Assistance and Settlement” (CLAAS), sequestri e violenze sessuali ai danni delle ragazze cristiane e indù sono infatti in crescita nel Paese, spesso al fine di conversioni e matrimoni forzati.

Il CLAAS, che offre assistenza legale gratuita alle vittime, ha ricordato altri casi recenti, rimasti impuniti: nel luglio scorso una ragazza cristiana di 16 anni è stata sequestrata, stuprata e torturata da tre musulmani, mentre un’altra 12ennne cristiana è stata violentata da un gruppo di studenti musulmani a Gujar Khan, nel distretto di Rawalpindi.

Secondo la ONG pakistana “Alleanza contro la Violenza Sessuale” (“Alliance Against Sexual Harassment”), il 91% delle lavoratrici domestiche dichiara di aver subito abusi o violenze sessuali.

Le giovani appartenenti alle minoranze religiose sono particolarmente vulnerabili, sottolinea l'organizzazione, per la quale ogni anno ci sono molte denunce relative anche a veri e propri sequestri subiti dalle lavoratrici, spesso strappate alle famiglie cristiane e costrette a sposare ricchi uomini di affari e a convertirsi all’islam.

Molti altri casi restano sconosciuti perché le famiglie, intimidite, non sporgono denuncia.

Secondo i dati forniti dalla Fondazione, nel 2009 si sono verificati 1.052 omicidi di donne, 71 casi di stupro con omicidio, 352 stupri, 265 stupri di gruppo, 1.452 casi di torture e 1.198 sequestri.

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01/11/2010 15.37
 
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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 01.11.2010 e l'accorato appello del Papa dopo la strage di ieri in una Chiesa a Bagdad e l'uccisione di 50 cristiani DURANTE LA MESSA: uno dei due sacerdoti è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa mentre stava celebrando la Messa....

Alle ore 12 di oggi, Solennità di tutti i Santi, il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

La solennità di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci invita ad innalzare lo sguardo al Cielo e a meditare sulla pienezza della vita divina che ci attende.
Siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2): con queste parole l’apostolo Giovanni ci assicura la realtà del nostro profondo legame con Dio, come pure la certezza della nostra sorte futura. Come figli amati, perciò, riceviamo anche la grazia per sopportare le prove di questa esistenza terrena – la fame e sete di giustizia, le incomprensioni, le persecuzioni (cfr Mt 5,3-11) – e, nel contempo, ereditiamo fin da ora ciò che è promesso nelle beatitudini evangeliche, “nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura” (
Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano 2007, 95).

La santità, imprimere Cristo in sé stessi, è lo scopo di vita del cristiano.

Il beato Antonio Rosmini scrive: “Il Verbo aveva impresso se stesso nelle anime dei suoi discepoli col suo aspetto sensibile … e con le sue parole … aveva dato ai suoi quella grazia … con la quale l’anima percepisce immediatamente il Verbo” (Antropologia soprannaturale, Roma 1983, 265-266). E noi pregustiamo il dono e la bellezza della santità ogni volta che partecipiamo alla Liturgia eucaristica, in comunione con la “moltitudine immensa” degli spiriti beati, che in Cielo acclamano in eterno la salvezza di Dio e dell’Agnello (cfr Ap 7,9-10). “Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Enc.
Deus caritas est, 42).

Consolati da questa comunione della grande famiglia dei santi, domani commemoreremo tutti i fedeli defunti. La liturgia del 2 novembre e il pio esercizio di visitare i cimiteri ci ricordano che la morte cristiana fa parte del cammino di assimilazione a Dio e scomparirà quando Dio sarà tutto in tutti.

La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo.

Al riguardo,
san Gregorio di Nissa affermava: “Chi ha creato ogni cosa nella sapienza, ha dato questa disposizione dolorosa come strumento di liberazione dal male e possibilità di partecipare ai beni sperati” (De mortuis oratio, IX, 1, Leiden 1967, 68).

Cari amici, l’eternità non è “un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità” (Enc. Spe salvi, 12).

Alla Vergine Maria, guida sicura alla santità, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo la sua materna intercessione per il riposo eterno di tutti i nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione.

DOPO L’ANGELUS

Ieri sera, in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, ci sono state decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la Santa Messa domenicale. Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace: essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!


Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i partecipanti alla manifestazione “La corsa dei Santi”, promossa dai Salesiani per sostenere progetti di solidarietà in situazioni di estremo bisogno, come ad Haiti e in Pakistan. Saluto inoltre il gruppo di ragazzi di Modena che si stanno preparando al Sacramento della Confermazione. A tutti auguro pace e serenità nella spirituale compagnia dei Santi.

                                              Pope Benedict XVI delivers his blessing during the Angelus noon prayer he celebrated from the window of his studio overlooking St. Peter's square at the Vatican, Sunday, Oct. 31, 2010.
[Modificato da Caterina63 01/11/2010 15.37]
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 messaggio per le esequie delle vittime e all'Angelus Benedetto XVI condanna il gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad

Una feroce violenza contro persone inermi


I cristiani sono oggetto di efferati attacchi che vogliono minare la fiducia e la convivenza civile

Da anni in Iraq i cristiani "sono divenuti oggetto di efferati attacchi" che "vogliono minare la fiducia e la civile convivenza". Lo scrive Benedetto XVI nel messaggio inviato a monsignor Athanase Matti Shaba Matoka, arcivescovo di Baghdad dei Siro-Cattolici, in occasione delle esequie - celebrate oggi, martedì 2 novembre - delle vittime del gravissimo attacco terroristico sferrato domenica scorsa contro la cattedrale siro-cattolica della capitale irachena. Secondo le ultime notizie, la battaglia, durata tre ore, tra i miliziani del gruppo Stato islamico in Iraq, considerato espressione dell'organizzazione terroristica internazionale Al Qaeda, e le forze di pronto intervento irachene, ha provocato 58 morti, tra i quali donne e bambini, oltre a due giovani sacerdoti. Ottanta sarebbero i feriti.
 
Di seguito il testo del messaggio.


Profondamente commosso per la violenta morte di tanti fedeli e dei Rev.di Sacerdoti Tha'ir Saad e Boutros Wasim, desidero, in occasione del Sacro Rito delle esequie, farmi spiritualmente partecipe, mentre prego che questi fratelli e sorelle siano accolti dalla misericordia di Cristo nella Casa del Padre.
Da anni questo amato Paese soffre indicibili pene e anche i cristiani sono divenuti oggetto di efferati attacchi che, in totale disprezzo della vita, inviolabile dono di Dio, vogliono minare la fiducia e la civile convivenza.
Rinnovo il mio appello affinché il sacrificio di questi nostri fratelli e sorelle possa essere seme di pace e di vera rinascita e perché quanti hanno a cuore la riconciliazione, la fraterna e solidale convivenza, trovino motivo e forza per operare il bene.
A tutti voi, cari fratelli e figli, giunga la mia confortatrice Benedizione Apostolica, che volentieri estendo ai feriti e alle vostre famiglie così duramente provate
.
 

BENEDICTUS PP. XVI


Già lunedì scorso durante l'Angelus nella solennità di Tutti i Santi, il Papa aveva condannato "la feroce violenza contro persone inermi" a Baghdad.

Ieri sera, in un gravissimo attentato nella cattedrale siro-cattolica di Bagdad, ci sono state decine di morti e feriti, fra i quali due sacerdoti e un gruppo di fedeli riuniti per la Santa Messa domenicale. Prego per le vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione. Esprimo inoltre la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, nuovamente colpita, e incoraggio pastori e fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Davanti agli efferati episodi di violenza, che continuano a dilaniare le popolazioni del Medio Oriente, vorrei infine rinnovare il mio accorato appello per la pace:  essa è dono di Dio, ma è anche il risultato degli sforzi degli uomini di buona volontà, delle istituzioni nazionali e internazionali. Tutti uniscano le loro forze affinché termini ogni violenza!


(©L'Osservatore Romano - 2-3 novembre 2010)

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Le reazioni internazionali alla strage di Baghdad

Chi attacca la libertà religiosa
colpisce i diritti di ogni uomo


Per "Le Monde" quello dei cristiani è un "dramma che riguarda tutti"

Baghdad, 3. Un dramma che non riguarda solo i cristiani iracheni. Il giorno dopo i funerali di alcune delle vittime della strage compiuta domenica all'interno di una chiesa della capitale irachena, è il tempo della solidarietà. E della presa di coscienza di una situazione che, per gravità e dimensioni, non può più restare circoscritta all'interno dei confini nazionali.

Il patriarca di Babilonia dei Caldei, cardinale Emmanuel iii Delly, celebrando ieri il rito funebre dei due sacerdoti e di alcuni dei fedeli uccisi, si è fatto interprete del dolore dei cristiani iracheni. Una condanna netta degli attentatori - "Le vittime sono state colpite dalla mano del diavolo" - ma senza cedere allo sconforto, con parole che guardano soprattutto al futuro e spronano le istituzioni. "Non abbiamo paura della morte né delle minacce. Siamo figli di questo Paese - ha detto - e continueremo a stare con i nostri fratelli musulmani".

Il premier iracheno uscente, Nouri al-Mlliki, ha istituito una commissione d'inchiesta per far piena luce sull'attacco alla chiesa siro-cattolica. E ha lanciato un appello ai cristiani a restare in Iraq e a "non consentire al nemico di svuotare il Paese delle sue comunità cristiane".

In un messaggio di cordoglio inviato al Papa, il patriarca supremo Karekin ii, Catholicòs di tutti gli armeni, chiede alle autorità competenti "che i diritti e la libertà delle comunità cristiane in Iraq siano protetti". Tra le numerose espressioni di condanna, quella del presidente del Parlamento europeo, Jerzy Buzek. "Il terrorismo non è mai una risposta, qualsiasi siano le differenze. Il rispetto reciproco è la sola via su cui proseguire per costruire un futuro di pace in Iraq".

E "la sicurezza e i diritti di tutte le minoranze, compresi i gruppi religiosi, devono essere rispettati e protetti in tutte le società".

Anche dal mondo islamico sono arrivati attestati di solidarietà. Mohamed Refaa al Tahtawi, portavoce di Al Azhar, importante centro di teologia sunnita del Cairo, ha riferito che il grande imam Sheikh Ahmed El Tayyeb, attualmente in Francia per un intervento chirurgico, ha condannato l'attacco. Le minacce contro la Chiesa copta egiziana lanciate dal gruppo iracheno che fa capo ad Al Qaeda e che ha rivendicato la strage nella chiesa di Baghdad sono "totalmente inaccettabili e servono solo ad alimentare le divisioni confessionali". Secondo il capo di Al Azhar, ha detto il portavoce, sferrare attacchi terroristici contro innocenti è "assolutamente contro l'islam", che invece "criminalizza qualsiasi attacco alle Chiese".

Dello stesso tenore anche l'organizzazione Fratelli musulmani, che sul suo sito internet definisce gli attentati contro luoghi di culto "un crimine contro l'islam" e ritiene che "gli autori devono essere puniti severamente". Inoltre, i Fratelli musulmani ricordano "a tutti e soprattutto ai musulmani che la protezione dei luoghi di culto dei fedeli di qualsiasi confessione è la responsabilità della maggioranza dei musulmani".

Vasta l'eco anche sulla stampa internazionale. In particolare, un editoriale del francese "Le Monde" affronta oggi in prima pagina il tema dell'esodo dei cristiani dall'Oriente, definendolo come "un dramma che riguarda tutti noi". Per il quotidiano transalpino è "difficile parlare di "terrorismo cieco" quando sacerdoti e fedeli che assistono alla messa domenicale vengono uccisi nella loro chiesa". Quella irachena - viene ricordato - è la comunità cristiana del Medio Oriente che ha subito "la più forte emorragia in questi ultimi decenni". E "per le comunità interessate, al di là dell'islam radicale, si tratta ormai di un confronto  quotidiano  con  un  islam  politico che rende difficile la sopravvivenza della cultura e delle tradizioni cristiane".

Sul "New York Times", in un articolo pubblicato anche in Italia da "la Repubblica", Anthony Shadid riferisce del massacro come di "un colpo al cuore dell'Iraq tollerante". E ricorda come "una volta l'Iraq era una singolare mescolanza di fedi, costumi e tradizioni", mentre "con le vittime di domenica si è tracciato un altro confine in una nazione definita soprattutto dalla guerra". Ai fatti iracheni il quotidiano italiano dedica un dossier intitolato I nuovi martiri cristiani. In particolare, Marco Ansaldo sottolinea che "il mondo sta diventando un campo di battaglia pieno di croci" e "la parola martirio suona di tremenda attualità su diverse latitudini".


(©L'Osservatore Romano - 4 novembre 2010)




Nella basilica di San Pietro
messa di suffragio per le vittime dell'attentato


La Segreteria di Stato informa le missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede che, giovedì 25 novembre 2010, alle ore 17, nella basilica Vaticana, presso l'Altare della Cattedra, su iniziativa della Procura della Chiesa siro-cattolica di Roma, sarà celebrata dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, una messa di suffragio per i due sacerdoti e i fedeli ferocemente uccisi lo scorso 31 ottobre nella cattedrale di Baghdad.

I diplomatici che lo desiderano possono partecipare a questa celebrazione. Per assicurare loro i posti necessari, la Segreteria di Stato sarà lieta di essere avvisata anticipatamente, al più tardi entro martedì 23 novembre tramite fax:  (06 69885514) circa il numero e l'incarico delle persone di ogni Missione che hanno intenzione di parteciparvi. Si prega di trovarsi sul posto entro le 16.45.

Chi intende concelebrare, può telefonare al numero 06 69883626  o inviare un fax allo 06 69885514


(©L'Osservatore Romano - 20 novembre 2010)



[Modificato da Caterina63 19/11/2010 18.05]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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