DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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OLOCAUSTO CATTOLICO (la persecuzione ai Cattolici nel mondo)

Ultimo Aggiornamento: 21/05/2015 11.11
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10/11/2010 13.02
 
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[SM=g1740720] donline: Terribili immagini dalla Cattedrale Siro-Cattolica di Bagdad

ATTENZIONE LE IMMAGINI SONO CRUDELI E SPIETATE COME LA TRISTE REALTA' DELLE RECENTI PERSECUZIONI CONTRO I CATTOLICI... qui è l'ultima strage e i due Sacerdoti uccisi mentre celebravano la Santa Messa... Abbiamo il coraggio, oggi, noi nell'opulento occidente, di accogliere la sfida di essere Cattolici SENZA PIU' FARE COMPROMESSI?

Immagini dure, per non dimenticare, per pregare, per condividere... Per il sangue dei martiri, fa' fiorire la tua Chiesa, Signore, come giardino di speranza per l'umanità.Spero che non si dica che sono morti per caso, come troppo spesso si dice oggi di tanti martiri cristiani.


www.gloria.tv/?media=108797



[SM=g1740720]

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[Modificato da Caterina63 10/11/2010 13.07]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/11/2010 16.05
 
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LETTERA DEL SANTO PADRE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN, 11.11.2010

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, S.E. Mahmoud Ahmadinejad. La Lettera è stata consegnata al Presidente iraniano dall’Em.mo Card. Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso, nel corso di un incontro avvenuto il 9 novembre a Teheran.


LETTERA DEL SANTO PADRE

A Sua Eccellenza Mahmoud Ahmadinejad
Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran
Signor Presidente
,

Le scrivo per ringraziarla per le cortesi parole di saluto e per le riflessioni che Sua Eccellenza mi ha gentilmente inviato attraverso i buoni uffici di Sua Eccellenza il Signor Hojjat ol Eslam Haj Sayyed Mohammad Reza Mir Tajjadini, vicepresidente della Repubblica Islamica dell'Iran.

E' mia profonda convinzione che il rispetto della dimensione trascendente della persona umana sia una condizione indispensabile per la costruzione di un giusto ordine sociale e di una pace stabile. La relazione con Dio è infatti il fondamento ultimo della dignità inalienabile e del carattere sacro di ogni vita umana.

Quando la promozione della dignità della persona umana è l'ispirazione fondamentale dell'attività politica e sociale impegnata nella ricerca del bene comune, si creano basi solide e durature per la costruzione della pace e dell'armonia tra i popoli.

La pace è soprattutto un dono di Dio, ricercato nella preghiera, ma è anche il risultato degli sforzi di persone di buona volontà. In questa prospettiva, i credenti di ogni religione hanno una speciale responsabilità e possono giocare un ruolo decisivo, cooperando in iniziative comuni. Il dialogo interreligioso e interculturale è una via fondamentale per la pace.

Fortemente convinta di questo, la recente
Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, che ha avuto luogo in Vaticano dal 10 al 24 ottobre, è stata un momento significativo di riflessione e di condivisione sulla situazione in Medio Oriente e sulle grandi sfide a cui devono far fronte le comunità cattoliche ivi presenti.

In alcuni Paesi queste comunità affrontano situazioni difficili, discriminazione e perfino violenza, e non hanno la libertà di vivere e professare pubblicamente la loro fede. Sono certo che l'opera del Sinodo porterà buoni frutti per la Chiesa e per tutta la società.

I cattolici presenti in Iran e quelli di tutto il mondo si sforzano di collaborare con i loro concittadini per contribuire in modo onesto e leale al bene comune delle società in cui vivono, facendosi costruttori di pace e di riconciliazione.

In questo spirito, esprimo la speranza che le cordiali relazioni già felicemente esistenti tra la Santa Sede e l'Iran continuino a progredire, così come quelle della Chiesa locale con le autorità civili. Sono anche convinto che l'avvio di una Commissione bilaterale sarebbe particolarmente utile per affrontare questioni di interesse comune, inclusa quella dello status giuridico della Chiesa cattolica nel Paese.

Con questi sentimenti, colgo l'occasione di rinnovarle, Signor Presidente, l'assicurazione della mia più alta considerazione.

Dal Vaticano, 3 novembre 2010

BENEDICTUS PP. XVI


                                   

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/11/2010 18.50
 
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[SM=g1740720] I martiri della chiesa di Nostra Madre “Signora del Perpetuo Soccorso” hanno mostrato al mondo, ancora una volta, chi siamo noi, cristiani dell’Iraq, e si sono uniti ai martiri della nostra Chiesa, coloro che hanno sacrificato la loro vita, per offrirla a Cristo, nostro Signore, che ci ha insegnato a testimoniare per la risurrezione, per la vita, per il perdono, per la speranza, per l’amore, per la fede, per la gioia.

Il sangue dei nostri eroi caduti, grida al mondo e a tutta l’umanita, e spinge noi cristiani dell’Iraq, ovunque siamo, a “predicare” al mondo il Cristo sofferente e risorto che vive nella nostra terra ferita.

I cristiani dell’Iraq hanno sperimentato in maniera profonda il senso della vita perché ne hanno vissuto le gioie dopo averne gustato l’amaro delle tristezze; ne hanno vissuto la speranza dopo aver sperimentato la potenza della tragedia; ne hanno vissuto il riso dopo aver versato le lacrime; e ne hanno vissuto il sorriso dopo aver visto la volontà rotta dalla violenza. Questi sono realmente i cristiani dell’Iraq. Volete un esempio di tutto questo?!

Ve lo mostra la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, che vi parlerà a nome di tutti i cristiani dell’Iraq e vi darà esempi scritti col sangue dei suoi martiri. Avete sentito in che modo sono morti in questo massacro i due preti coraggiosi, Wasim Sabieh e Thaier Saad Abdal?! Sapevate che hanno difeso i fedeli e hanno cercato di salvarli offrendo la loro vita non appena i criminali hanno messo piede in chiesa?!

Lo sapevate che un padre ha protetto il suo figlioletto coprendolo totalmente con il corpo mentre erano sdraiati a terra, ed è morto con una raffica di proiettili per far soppravvivere il figlio?!
Avete sentito che gli assassini hanno ucciso una bimba di 4 mesi e un bimbo di 4 anni e una giovane che nel giono della sua morte aveva ricevuto la notizia più bella, e cioè che era incinta, e per questo era andata in chiesa per ringraziare il Signore per questo dono?!
O popoli del mondo, questi sono i cristiani dell’Iraq. Udite e testimoniate a tutti!

" Quando ha sparato a Oday (il fratello) era vicino a me, e suo figlio, Adam, ha gridato “Basta! Basta!”. Eppure ha solo 3 anni, non è grande, ma continuava a dire “Basta!”, e io non potevo alzarmi ed abbracciarlo, perché il terrorista era in piedi vicino alla mia testa, ma Adam continuava a urlare. E poi prima dell'ingresso delle forze di polizia nella chiesa, erano quasi le 11 di sera, perché siamo rimasti lì per circa 5 ore, non ho più udito la voce di Adam. E mentre Oday, che era ferito ad una mano, era in mezzo a noi a terra, uno dei terroristi ha detto ad un altro: “Spara di nuovo a quell'uomo a terra. E gli ha sparato”."

E voi cristiani dell’Iraq, se la tristezza riempe le vostre anime e non vedete il futuro, guardate lassù, al Dio dei Cieli e della Terra, e ricordatevi bene di chi siete e fatelo sapere al mondo!
Che le coscienze vedano quanto ci sta accadendo, e che sentano coloro che hanno tappato gli orecchi e parlino coloro che hanno serrato le labbra e dicano che siamo noi, i cristiani dell’Iraq!

[SM=g1740720]

it.gloria.tv/?media=109585




[SM=g1740753]


Fraternamente CaterinaLD

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15/11/2010 16.38
 
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Echi dall’Iraq crocifisso


di Robert Cheaib

ROMA, lunedì, 15 novembre 2010 (ZENIT.org).- Quando si tratta di bambini che muoiono in nome di un’ideologia che crede di fare la volontà di Dio uccidendo lattanti, giovani incinte, sacerdoti e anziani, un giornalista cristiano non può essere professionale se non professa il suo sdegno, e se non cerca di essere, non solo eco indifferente dei fatti, ma voce che fa la differenza; di essere voce di chi la voce non ce l’ha più perché il suo grido è stato soffocato dalla violenza e annegato dalle lacrime.

Tante persone vorrebbero dare una mano ai cristiani perseguitati in Iraq, ma spesso si trovano senza mezzi o senza idee. La preghiera è senz’altro fondamentale, ma la preghiera vera si corona con la concretezza. Per questo, l’edizione araba di ZENIT ha deciso di dare voce a persone coinvolte da vicino nel dramma iracheno, per sentire da loro non tanto le grida di disperazione, ma le proposte di speranza e gli echi di una risurrezione possibile per i cristiani crocifissi dell’Iraq.

Per tutelare la privacy e la sicurezza delle persone che abbiamo interpellato, nonché dei loro familiari in Iraq, abbiamo preferito riportare le iniziali dei cognomi.

Il ruolo dei media

Il sacerdote iracheno Albert N., amico e collega di studio dei padri Thaer e Wassim, ci ha scritto: «Come cristiano e iracheno io chiedo a tutti di impegnarsi per far sentire in tutto il mondo la voce dei cristiani iracheni usando l’autorità dei mezzi di comunicazione, perché i nostri mezzi propri sono limitati e poveri, e abbiamo veramente bisogno di un mezzo mediatico forte e multilingue per far giungere la nostra voce e il nostro grido alle autorità governative internazionali».

Ha inoltre spiegato che quello che si conosce delle sofferenze dei cristiani in Iraq è soltanto una goccia in un oceano. I loro drammi non si limitano certamente alla strage della chiesa di Saydet Al-Najat. Per questo ha invitato a rendere noti «tutti i violenti omicidi, eccidi, persecuzioni e rapimenti ai quali i cristiani sono esposti quotidianamente» senza attirare i riflettori dei media. Ed ha insisto nel dire che quest’opera è una «testimonianza necessaria alla verità, l’unica capace di salvare il mondo».

Gli iracheni in diaspora

Un’altra lettera ci è pervenuta dal sacerdote libanese padre Antonio F., che da diversi anni aiuta i rifugiati iracheni, musulmani e cristiani, in Monte Libano. Il sacerdote ci ha chiesto di attirare l’attenzione non solo sui cristiani presenti in Iraq, ma anche sui tanti iracheni, cristiani e musulmani, dimenticati da diversi anni in piccole nazioni come il Libano. Dimenticati perché non fanno notizia o scoop, anche se «ammontano a diverse migliaia, e richiedono un reale sostegno materiale e morale».

Migliaia di iracheni sono stati accolti nei Paesi confinanti, e nel caso del Libano – come ci ha spiegato padre Antonio – ci sono serie difficoltà nel portare avanti economicamente questo impegno assunto con gratuità e generosità. Pertanto, ha lanciato l’appello alle grandi organizzazioni umanitarie affinché diano una mano alle chiese, ai conventi e alle piccole comunità libanesi che da anni si dedicano ad aiutare i rifugiati iracheni.

Creare futuro

La dottoressa W. W., attivista umanitaria irachena che ha perso nell’ultimo attentato ben sette amici, ha descritto così la situazione: «I cristiani in Iraq sono divisi tra chi vuole resistere e rimanere, e chi ha paura e vuole andarsene perché la situazione è veramente e gravemente precipitata». Ed ha aggiunto: «So che la Chiesa desidera che la gente non emigri, ma la situazione ora è molto più grave del preservare la tradizione e la civiltà cristiane tanto radicate in questa terra… in gioco ci sono le vite di persone e non posso immaginare che la Chiesa, che è madre e maestra, preferisca le pietre alle persone».

Da qui ha invitato tutti i cristiani del mondo, e soprattutto in Occidente, a fare dei passi concreti per creare futuro per i cristiani dell’Iraq, aiutandoli a trasferirsi in altre nazioni: «Sapendo che è utopico chiedere a ogni famiglia in Europa di adottare una famiglia irachena, suggerisco una cosa più pratica: che ogni parrocchia adotti una famiglia cristiana dall’Iraq, per permetterle di ripartire con una vita dignitosa».

Una nuova diffusione della fede

Infine, il monaco Boulos M. ha chiesto alle autorità internazionali e alle comunità cristiane di esigere dalle nazioni islamiche e dai musulmani una denuncia aperta e chiara di questi atti barbarici, ed ha invitato a non rimanere spettatori passivi dinanzi a questo eccidio «perché se lo rifiutano veramente allora lo devono anche denunciare apertamente». E assieme ai passi concreti, ha incoraggiato a elevare lo sguardo verso la nostra speranza cristiana «giacché la Chiesa è iniziata così: dopo la Pentecoste è venuta la persecuzione, e proprio con la persecuzione si è diffusa la Chiesa».

In questo contesto, ha ricordato il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente tenutosi in Vaticano dal 10 al 24 ottobre scorsi e che è stato paragonato a «una nuova Pentecoste», ed ha aggiunto: «ecco, dopo questa nuova Pentecoste, si ripete lo stesso scenario antico e sopraggiunge la persecuzione. Gioite quindi cari martiri perché il Signore ha ascoltato il grido del vostro sangue che sarà le fondamenta di nuove chiese e il seme di nuovi cristiani».

Ed ha citato un passo ancora attuale di sant’Ignazio d’Antiochia che scrive: «Per gli altri uomini “pregate senza interruzione”. In loro vi è speranza di conversione perché trovino Dio. Lasciate che imparino dalle vostre opere. Davanti alla loro ira siate miti; alla loro megalomania siate umili, alle loro bestemmie opponete le vostre preghiere; al loro errore “siate saldi nella fede”; alla loro ferocia siate pacifici, non cercando di imitarli. Nella bontà troviamoci loro fratelli, cercando di essere imitatori del Signore. Chi più di lui ha sofferto di più l'ingiustizia? Chi come di lui ha avuto più privazioni?». E infine ha concluso dicendo: «Tutto ciò che possiamo fare è mostrare al mondo che l’amore è più forte della spada».

Fraternamente CaterinaLD

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ACTA MARTYRUM da Baghdad la lettera-testimonianza delle Piccole Sorelle sull'eccidio di cristiani

Ho trovato nel Blog di Marco Tosatti questa impressionante lettera scritta da Baghdad da due Piccole Sorelle, testimoni oculari dell'effetto del massacro islamico perpetrato ai danni della comunità siro-cattolica (qui la notizia del 31 ottobre da AsiaNews). Sembra proprio di leggere i documenti del II-III secolo dell'era cristiana, che ci testimoniano il martirio dei primi cristiani.
Una lettera del genere, nella sua spaventosa chiarezza, non può non commuovere e dovrebbe spingere il Santo Padre, una volta appurati i fatti, a dichiarare al più presto martiri della fede e santi della Chiesa universale questi fratelli siriaci che hanno mescolato il loro sangue a quello del sacrificio redentore che stavano celebrando.
Leggete e pregate:

la Chiesa Siro-Cattolica di Sayida al-Nejat
Cari fratelli e sorelle ovunque,
Vogliamo cominciare questa lettera ringraziandovi tutti per tutti i messaggi di comunione e di solidarietà che abbiamo ricevuto. Ci sono molte catastrofi naturali in questo momento nel mondo che fanno molte più vittime che da noi, ma la causa non è l’odio, e questo fa tutta la differenza. La nostra chiesa è abituata ai colpi duri, ma è la prima volta che ne riceve di così violenti e selvaggi e soprattutto è la prima volta che questo accade all’interno della chiesa, di norma fanno esplodere delle bombe nei cortili delle chiese. La chiesa di Nostra Signora dell Perpetuo Soccorso è una delle tre chiese siro-cattoliche di Baghdad; la maggior parte di quelli che la frequentano sono dei cristiani di rito siriaco originari di Mossul o di tre villaggi cristiano-siriaci vicini a Mossul: Qaragosh, di cui sono originari le nostre sorelle Virgin Hanan e Rajah Nour; Bartolla e Bashiqa di cui è originaria Mariam Farah. Grazie a Dio nessuna di loro ha avuto parenti prossimi uccisi o feriti gravemente.

La chiesa è stata presa d’assalto domenica 31 ottobre dopo mezzogiorno, proprio dopo l’omelia di padre Tha’er ch celebrava la messa. Padre Wasim, che è il figlio di una cugina di sorella Lamia, confessava al fondo della chiesa; padre Raphael era nel coro. Gli attaccanti erano persone molto giovani (14-15 anni) non mascherati, armati di mitra e di granate e portavano una cintura esplosiva. Hanno aperto subito il fuoco, uccidendo padre Wasim che cercava di chiudere la porta della chiesa, poi hanno sparato alla cieca, dopo aver ordinato alle persone di gettarsi a terra, di non muoversi e di non gridare. Qualcuno è riuscito a mandare messaggi con il cellulare, ma dopo gli attaccanti sparavano su chiunque vedevano usare il telefonino. Il padre Tha’er che continuava a celebrare è stato ucciso all’altare nei suoi paramenti liturgici, suo fratello e sua madre sono stati uccisi anch’essi. Dopo è stato il massacro, non possiamo raccontare tutto ciò che le persone ci hanno detto, anche i bambini che piangevano sono stati uccisi. Alcune persone si erano rifugiate nella sacrestia e hanno barricato la porta, ma gli attaccanti sono saliti sulla terrazza della chiesa e hanno gettato delle bombe a mano attraverso le finestre della sacrestia che sono in alto.

Tutto ciò fa pensare che si trattasse di un attacco ben preparato, e che hanno avuto dell’aiuto dall’esterno; come hanno potuto forzare lo sbarramento della polizia (nella strada che va alla chiesa) e conoscere la via per arrivare alla terrazza, ecc.? Hanno mitragliato anche gli apparecchi dell’aria condizionate in modo che il gas, uscendo, asfissiasse quelli che erano vicini. Hanno mitragliato la croce, ridendo e dicendo alle persone: “Ditegli di salvarvi”. Poi hanno lanciato l’appello alla preghiera: “Allau akbar, la ilah illa allahu…”, e alla fine, quando l’esercito era sul punto di entrare si sono fatti esplodere. L’esercito e gli aiuti ci hanno messo circa due ore ad arrivare, così come gli americani che sorvolavano in elicottero, ma l’esercito non è addestrato a gestire queste situazioni, e non sapevano bene che cosa fare. Perché ci hanno messo tanto tempo ad arrivare? Tutto è finito verso le 10h30 – 11h di sera, è durato molto e pensiamo che molte persone siano morte in seguito alla perdita di sangue e alle ferite. Dopo i feriti sono stati condotti nei diversi ospedali e i morti in obitorio.

Le persone hanno cominciato ad arrivare per sapere che cosa era successo e avere notizie dei parenti, ma l’accesso alla chiesa era proibito e le persone hanno cominciato a peregrinare di ospedale in ospedale alla ricerca dei loro cari. Abbiamo visto persone che hanno cercato qualcuno fino alle 4h del mattino per scoprirlo infine all’obitorio. All’indomani ci sono state le esequie nella chiesa caldea vicina, la chiesa era piena, era impressionante, c’erano quindici bare allineate nel coro, le altre vittime sono state sepolte nei loro villaggi o separatamente, secondo i casi. C’erano rappresentanti di tutte le comunità cristiane come del governo, il nostro patriarca ha parlato così come il portavoce del governo e un religioso, capo di un partito islamico, Moammar el Hakim. La preghiera ha avuto luogo con grande dignità e senza manifestazioni rumorose. Padre Saad, responsabile di questa chiesa ha aiutato le persone a pregare man mano che arrivavano, prima che cominciasse la cerimonia. I due giovani sacerdoti sono stati sepolti nella loro chiesa devastata. C’è un cimitero sotto la chiesa, e prima di seppellirli hanno fatto passare le bare nella chiesa in modo che potessimo dire loro addio.

All’inizio non sapevamo niente delle vittime, non conoscevamo nessuno direttamente, salvo padre Raphael, un sacerdote molto anziano; siamo andate all’ospedale per visitarlo e visitare i feriti che erano là. Erano le famiglie che ci accompagnavano di stanza in stanza, così come la gente dell’ospedale ci indicava i feriti. Per caso erano tutte donne o ragazze, ferite da proiettili, non era come un’esplosione in cui può accadere di perdere un braccio o una gamba. Siamo rimaste al loro fianco senza parlare molto, erano loro che parlavano o le loro famiglie, ciascuno riviveva la sua storia e la raccontava. Dal momento che l’attacco ha avuto luogo di domenica alla messa, membri di una stessa famiglia sono stati feriti o uccisi, alcuni proteggendo i loro bambini. Siamo stati colpiti dalla loro calma e dalla loro fede quando raccontavano, sentivamo che erano persone venute da un altro mondo e che in quel momento là nulla contava più se non l’incontro vicino con il Signore non pensavano più a nulla e pregavano solo, e questo è durato cinque ore.

Il venerdì dopo pranzo i giovani di molte parrocchie sono venuti ad aiutare a spazzare i detriti e a pulire un po’, e la domenica seguente, 7 novembre, tutti i preti siriaci e caldei di Baghdad che erano liberi hanno celebrato la messa nella chiesa vuota e devastata su un altare di fortuna; c’erano poche persone perché questa messa non era stata annunciata. Non ci siamo andate perché non l’abbiamo saputo. Era molto commovente. C’è stato un soprassalto di fede e di determinazione soprattutto nei preti che restano a Baghdad che dicono: vogliono cacciarci e sterminarci ma noi siamo qui e ci resteremo, dopo 14 secoli non potrete finirla con noi. La storia dei cristiani d’Iraq è una lunga storia di persecuzione, di martiri, di cristiani cacciati e mandati via. Pensiamo alla frase del salmo 69: “Più numerosi dei capello della testa coloro che mi odiano senza causa” e noi pensiamo soprattutto a Gesù, odiato senza ragione, mentre passava e faceva del bene. Terminiamo questa lettera con il grido di un bambino di tre anni che ha visto uccidere suo padre e che gridava “basta, basta” prima di essere ucciso anche lui. Sì, veramente con il nostro popolo gridiamo anche noi: basta.

Le vostre piccole sorelle di Baghdad, Alice e Martina.

Fonte: AsiaNews

Foto dei funerali dei Santi Martiri di Baghdad:
I parenti degli uccisi al funerale

L'interno della Chiesa in cui si è perpetrata la carneficina dei 55 cristiani: una donna accende candele votive:

Un diacono incensa i nomi dei martiri e le candele in loro onore poste sul pavimento della Chiesa di Nostra Signora del Soccorso:



Testo preso da: http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz15SrKIEvh
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A San Pietro la messa del cardinale Sandri per le vittime dell'attentato in Iraq

Per ricostruire
fiducia e convivenza civile


"Quanto altro dolore per le proprie convinzioni dovranno subire persone di ogni età e condizione, di ogni religione e cultura, degne invece del rispetto dovuto indistintamente a ogni uomo e a ogni donna? Ci chiediamo:  perché non si leva costantemente la voce di chi ha responsabilità, accanto a quella degli uomini di buona volontà, in difesa di una reale libertà di religione e di coscienza?".
 
Un velo di commozione, mista a una sensazione di angoscia, suscitano queste domande del cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, formulate durante l'omelia della messa celebrata giovedì pomeriggio, 25 novembre, nella basilica di San Pietro, in suffragio delle vittime dell'attentato del 31 ottobre scorso alla cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del perpetuo soccorso a Baghdad, a causa del quale hanno perso la vita 58 iracheni e 75 sono rimasti feriti.

Ai piedi dell'altare della Cattedra a raccogliere queste domande numerosi membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede. Anzi proprio a loro direttamente si rivolge il cardinale quando, dopo averli ringraziati per avere "voluto essere presenti numerosi a questa celebrazione liturgica, pur appartenenti a diverse confessioni religiose, per condividere il nostro lutto e mostrare tutto il loro interesse", aggiunge che la loro "è una partecipazione che ci rincuora perché siamo certi che vorranno adoperarsi, particolarmente presso i rispettivi Governi, per favorire ovunque la serena convivenza dei singoli e delle comunità, e il rispetto dei loro diritti, appoggiando ogni intento per ridare al Vicino Oriente il suo volto multireligioso e multiculturale, civile e solidale. I cristiani debbono poter restare dove sono nati per offrire personalmente e attraverso le opere della Chiesa, senza alcuna discriminazione, il loro insostituibile contributo di carità sul piano educativo e culturale, assistenziale e sociale.
 
Essi desiderano concorrere al progresso del loro amato Paese in generosa apertura verso i musulmani e tutti i loro connazionali. Con quanta riconoscenza apprezzeremo il coinvolgimento dei cristiani e dei loro pastori da parte delle autorità civili nella adozione di tutte quelle misure che riguardano direttamente le loro persone, la loro sicurezza e il loro futuro".
 
Tra i fedeli presenti ci sono anche una quarantina di iracheni, a Roma in questi giorni per assistere i familiari rimasti feriti nell'attentato e ricoverati ora al policlinico Gemelli. Li rincuora il cardinale alimentando la speranza che viene dall'abbandono in Dio e che "fa crescere - dice - l'unità tra di noi, rendendo le nostre voci più convincenti nel chiedere anche agli uomini verità, giustizia e pace. Il pensiero, il cuore e la preghiera vanno in Iraq e in tante altre parti del mondo, dove in fedeltà al battesimo ancora ai giorni nostri si risponde col sangue a Colui che ci ha amati fino alla Croce".
 
E poi si ricollega alla ricorrenza liturgica di una santa orientale venerata in tutta la Chiesa:  Caterina d'Alessandria. "Nel suo amore verginale per Cristo - spiega - seppe dare tutto, anche la vita, e ora è nella pienezza dell'Amore trinitario, accanto alla Madre di Dio e ai santi. La passione della martire Caterina è prodiga nel descrivere la gloria che la stessa Chiesa terrena le ha tributato". La Chiesa non diminuisce con le persecuzioni, anzi si sviluppa, e il campo del Signore si arricchisce di una messe sempre più abbondante "quando i chicchi di grano caduti a uno a uno, tornano a rinascere e moltiplicarsi".

Anche la fede della Chiesa, fiorita sulla Parola di Dio, "ci conforta e sostiene la supplica all'Onnipotente - aggiunge il porporato - perché conceda l'eterna ricompensa a quanti hanno perso la loro "unica vita" mentre erano convocati nel giorno del Signore per il sacrificio di Cristo". Ricordando le vittime di "quella santa Eucaristia, nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad" dice che "essi hanno lavato le loro vesti nel suo sangue e sono passati attraverso la grande tribolazione di una morte cruenta, rimanendo saldi nella confessione del nome di Cristo Dio". Prima e dopo quel drammatico evento "altri innocenti sono stati colpiti in Iraq contro ogni giustizia". Per tutti costoro la Chiesa prega. Risponde così all'invito di Benedetto XVI che all'Angelus del 1° novembre scorso, all'indomani della strage, aveva chiesto preghiere per le "vittime di questa assurda violenza, tanto più feroce in quanto ha colpito persone inermi, raccolte nella casa di Dio, che è casa di amore e di riconciliazione".

"Condividiamo - assicura il cardinale  Sandri  - la sollecitudine che egli ha espresso all'arcivescovo siro di Baghdad perché "i cristiani sono divenuti oggetto di efferati attacchi, che, in totale disprezzo della vita, inviolabile dono di Dio, vogliono minare la fiducia e la civile convivenza". Nello stesso tempo, sentiamo ancora vibrare nei cuori il suo appello, e lo facciamo nostro pregando perché "il sacrificio di questi nostri fratelli e sorelle possa essere seme di pace e di vera rinascita e perché quanti hanno a cuore la riconciliazione, la fraterna e solidale convivenza, trovino motivo e forza per operare il bene"".

Poi il porporato si rivolge al patriarca di Antiochia dei Siri Youssef iii Younan, per esprimere gratitudine "per essere qui - dice - a concelebrare l'Eucaristia del suffragio e del conforto. Le affidiamo l'augurio per i feriti che ella ha visitato al policlinico Gemelli e che incontrerà nell'imminente viaggio a Parigi".

Riconoscenza esprime anche ai concelebranti. Tra di loro ci sono, tra gli altri, l'arcivescovo Cyril Vasil', segretario della Congregazione per le Chiese Orientali; l'arcivescovo Luigi Travaglino, nunzio apostolico; il procuratore del patriarcato siro a Roma, l'arcivescovo Jules Mikhael Al-Jamil; il vescovo armeno del Cairo, Krikor Coussa, il vescovo di Kosice per i cattolici di rito bizantino, Milan Chautur; il vescovo di Luqsor dei copti, Zakaria Youhannes; Grégoire Ghabroyan, vescovo di Sainte-Croix-de-Paris degli armeni, il vescovo emerito di Buchach degli ucraini, Irynej Bilyk, e monsignor Maurizio Malvestiti, sotto-segretario della Congregazione. Alla celebrazione ha assistito il cardinale Ignace Moussa i Daoud. Il rito è diretto da monsignor Guillermo Javier Karcher.

Un saluto particolare il cardinale Sandri lo riserva infine ai religiosi, alle religiose e ai numerosi fedeli, specialmente agli iracheni che partecipano al rito insieme agli educatori e studenti dei pontifici collegi e delle istituzioni orientali a Roma.

Nel concludere l'omelia il pensiero del prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali torna alle vittime dell'attentato, in particolare a padre Thaer e padre Wassim, due sacerdoti dice che "hanno effettivamente compiuto il sacramento eucaristico nella vita, precedendo i loro fedeli" e che con la carne e il sangue hanno "annunciato la morte di Cristo e proclamato la sua risurrezione nell'attesa della sua venuta. Si è avverata la promessa di Dio:  "Chi dona la sua vita, risorge nel Signore"". La testimonianza di questi fratelli e sorelle "ci apre con fiducia - afferma - al nuovo avvento di Cristo e ci spinge a supplicarlo:  "Vieni Signore Gesù, perché solo tu sei il Principe della Pace"". Al termine della messa il patriarca Ignace Youssif iii Younan guida la preghiera di suffragio in lingua siriaca.


(©L'Osservatore Romano - 26 novembre 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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07/12/2010 23.03
 
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Aiuto alla Chiesa che Soffre aiuta i cristiani che fuggono dall'Iraq

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I fedeli lasciano Mosul e Baghdad per intimidazioni e violenze


ROMA, martedì, 7 dicembre 2010 (ZENIT.org).- L'associazione caritativa cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) sta fornendo aiuti d'emergenza ai cristiani iracheni che fuggono dalle persecuzioni a Mosul e Baghdad.

L'associazione, che aiuta i cristiani oppressi e sofferenti, ha garantito sovvenzioni per 15.000 euro per le vittime del massacro del 31 ottobre scorso nella Cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo
Soccorso di Baghdad, che ha provocato 58 morti e più di 70 feriti.

Ulteriori 10.000 euro verranno inviati ai cristiani di Baghdad fuggiti verso le città irachene di Kirkuk e Sulaymaniyah.

Nella Diocesi di Zakho, nel nord del Paese, ACS ha inoltre messo a disposizione 25.000 euro per fornire pacchi di alimenti a centinaia di famiglie cristiane.

Gli aiuti verranno distribuiti dalle suore caldee della Congregazione delle Figlie di Maria Immacolata.

Nelle ultime settimane, 500 famiglie cattoliche – per un totale di oltre 2.000 persone – hanno lasciato Baghdad e Mosul a causa delle continue intimidazioni e violenze.

L'ultimo atto cruento è di questo lunedì, quando sono stati uccisi due anziani coniugi, Hekmet Jaboure Samak e sua moglie Samira, freddati nella loro casa nel distretto di Bealdeyat, a Baghdad.

Dopo l'omicidio, i malviventi hanno saccheggiato l'abitazione. “Hanno preso tutto”, hanno riferito fonti ecclesiali.

Parlando dal nord dell'Iraq, l'Arcivescovo Bashar Warda di Erbil ha ringraziato ACS per il suo aiuto continuo, affermando che i cristiani vivono nella paura.

“I cristiani a Baghdad e a Mosul non hanno una vita degna – ha denunciato –. Hanno paura perfino in casa propria. Non si possono muovere liberamente”.

“Devono pensarci due volte prima di andare in chiesa la domenica”, ha aggiunto.

“Se potessero, le persone se ne andrebbero immediatamente”, ha sottolineato l'Arcivescovo.

“L'unica cosa che le ferma è che in molti casi sono povere, e se se ne andassero avrebbero molte difficoltà a trovare un lavoro, scuole per i propri figli e una casa in cui vivere”.

Il presule ha anche dichiarato che gli agenti immobiliari di Baghdad hanno ridotto il valore delle proprietà dei cristiani.

Ciò significa che se le vendessero, considerando i bassi introiti, avrebbero difficoltà a trovare un'alternativa degna.


*******************************************************************

forme di donazione  anche on-line 

POS
Presso la sede romana del Segretariato Italiano di ACS a Trastevere - Piazza S. Calisto, 16 - è attivo un punto POS, riservato a coloro che desiderano fare una donazione con Carta di credito e Bancomat . L'operazione è effettuata con il supporto dei nostri collaboratori.

Bonifico bancario
Si esegue sul conto corrente bancario intestato a "Aiuto alla Chiesa che Soffre - Piazza San Calisto 16 - 00153 Roma" - Banca Intesa Sanpaolo - Coordinate IBAN - IT 11  H 03069 05066 011682210222 - SWIFT CODE BCITITMM

Dopo aver effettuato il bonifico, vi preghiamo di comunicarci via e-mail all'indirizzo ba@acs-italia.org il vostro nome, cognome, indirizzo e causale della donazione affinchè possiamo ricollegarla al donatore.



Ordine di bonifico permanente

Con l'ordine di bonifico permanente non dimenticherai mai di aiutare la Chiesa che soffre. Puoi far giungere - periodicamente, più volte l'anno, in date prefissate - un sostegno a "Aiuto alla Chiesa che Soffre" dando alla tua Banca un ordine di bonifico permanente comunicando le coordinate IBAN (vedi sopra). L'ordine può essere revocato in qualsiasi momento.

 

Conto corrente postale

Per fare una donazione puoi utilizzare i bollettini già prestampati oppure quelli in bianco disponibili in tutti gli uffici postali. Il numero di conto corrente postale di ACS è 932004, l'indirizzo è "Aiuto alla Chiesa che Soffre"- Piazza S. Calisto, 16 - 00153 Roma.



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20/12/2010 21.29
 
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[SM=g1740738] Siamo a Natale e desideriamo condividervi la speranza del popolo iracheno recentemente oppresso da ondate di violenza, specialmente contro le Comunità Cristiane!

L'Ordine di san Domenico, lì presente con comunità di Frati e Suore, per mezzo del Maestro Generale, fr. Bruno Cadorè, ci dona un Messaggio di SPERANZA che vogliamo condividervi....



Il canto gregoriano di sottofondo è quello tradizionale dell'Ordine, dedicato a san Domenico al quale vogliamo così affidare l'accorata Preghiera:



Lumen Ecclesiae

O lumen Ecclesiae, / Doctor veritatis, / Rosa patientiae, / Ebur castitatis, / Aquam sapientiae / propinasti gratis, / Praedicator gratiae / nos junge beatis.


Luminare della Chiesa, / dottore di verità, / miracolo di pazienza, / splendore di castità, / gratuitamente hai effuso ovunque / la luce della sapienza: / predicatore della grazia, / ricongiungi anche noi ai santi del cielo.

V. Prega per noi, San Domenico.
R. E saremo degni delle promesse di Cristo.

Preghiamo.
Per intercessione di S. Domenico, nostro Padre e Protettore, ti supplichiamo, Dio Onnipotente, di sollevarci dal peso dei nostri peccati. Per Cristo nostro Signore.

Amen.



O SPEM MIRAM



O spem miram quam dedisti mortis hora te flentibus dum post mortem promisisti te profuturum fratibus.
Imple, pater, quod dixisti nos tuis juvans precibus.
Qui tot signis claruisti in aegrorum corporibus nobis opem ferens christi aegris medere moribus.
Imple, pater, quod dixisti nos tuis juvans precibus.


San Domenico, tu nell'ora della morte hai lasciato ai tuoi figli in lacrime una mirabile speranza, quando hai detto: "Vi sarò di aiuto più dal cielo che dalla terra"!
Compi ora, Padre, la tua promessa, venendo in nostro aiuto con la tua preghiera.
Tu che splendevi per tanti miracoli compiuti sui corpi degli infermi, abbi cura della debolezza del nostro spirito recandoci la potenza di Cristo.
Compi ora, Padre, la tua promessa, venendo in nostro aiuto con la tua preghiera.
Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo.
Compi ora, Padre, la tua promessa, venendo in nostro aiuto con la tua preghiera.
Amen.

V. Prega per noi, San Domenico.
R. E saremo degni delle promesse di Cristo.
O Dio, che hai fatto risplendere la tua Chiesa con le opere e la predicazione di S. Domenico nostro Padre, dona ai suoi figli di crescere nell'umile servizio della verità.
Per Cristo nostro Signore.

Amen.

Movimento Domenicano del Rosario

www.sulrosario.org

info@sulrosario.org

******************

it.gloria.tv/?media=118402





[SM=g1740717]


[SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]

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Pakistan: bambina cattolica di 9 anni stuprata da un musulmano
dove sta ora l'indignazione dei media?


ROMA, lunedì, 20 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Una bambina cattolica di 9 anni è stata violentata da un uomo musulmano nel distretto di Tehsil Samundari, nel territorio della Diocesi di Faisalabad, in Pakistan.

Riporta la notizia l'agenzia Fides, sottolineando che la piccola, di nome Gulfam, è ora sotto shock e “in preda a un trauma fisico e psicologico”.

La Chiesa locale ha espresso a Fides profonda preoccupazione per le condizioni delle famiglie cristiane più povere, vittime di discriminazioni, violenze e abusi.

“L’episodio è terrificante”, ha affermato monsignor Joseph Coutts, Vescovo di Faisalabad. “Ho incontrato le vittime e ho espresso loro il mio conforto. Credo occorra studiare una strategia, pastorale e legale, per frenare il fenomeno dell’abuso sulle bambine cristiane”.

Gulfam (che significa “come un fiore”) frequenta la terza elementare. Il 10 dicembre scorso era tornata da scuola e sua cognata l’ha mandata insieme al cuginetto di 7 anni a prendere della legna per cucinare.

Dopo un po’, il bambino è tornato a casa raccontando che Gulfam era stata presa e trascinata da un uomo in un campo. Quando i parenti sono giunti su posto, hanno colto in flagrante l’uomo che abusava della bambina e che è subito fuggito.

I genitori hanno denunciato lo stupro alla polizia e l’uomo è stato arrestato, ma la famiglia è terrorizzata perché il villaggio è a maggioranza musulmana e i parenti dello stupratore hanno già cercato di intimidire e minacciato i familiari di Gulfam perché ritirassero le accuse.

La bambina ha raccontato che l’uomo le ha offerto del denaro e, al suo rifiuto, l’ha presa con la forza, le ha tappato la bocca e l’ha stuprata. Le ha detto anche “di stare tranquilla perché ha fatto lo stesso servizio ad altre bambine cristiane”.

“E’ vergognoso”, hanno riferito fonti locali di Fides, denunciando che “tali episodi avvengono con frequenza”.

“Le bambine cristiane sono considerate merce da stropicciare comodamente. Abusare di loro è un diritto, nella mentalità comune non è nemmeno reato. I musulmani le considerano un bottino di guerra”.

Gulfam è ora affidata alle cure di alcune suore.

Secondo il “Centre for Legal Aid Assistance and Settlement” (CLAAS), che offre assistenza legale gratuita alle vittime, sequestri e violenze sessuali ai danni delle ragazze cristiane e indù sono in crescita in Pakistan, spesso al fine di conversioni e matrimoni forzati.

Secondo la ONG pakistana “Alleanza contro la Violenza Sessuale” (“Alliance Against Sexual Harassment”), il 91% delle lavoratrici domestiche dichiara di aver subito abusi o violenze sessuali.

Le giovani appartenenti alle minoranze religiose sono particolarmente vulnerabili, sottolinea l'organizzazione, per la quale ogni anno ci sono molte denunce relative anche a veri e propri sequestri subiti dalle lavoratrici, spesso strappate alle famiglie cristiane e costrette a sposare ricchi uomini di affari e a convertirsi all’islam.

Molti altri casi restano sconosciuti perché le famiglie, intimidite, non sporgono denuncia.

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26/12/2010 15.00
 
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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 26.12.2010

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo secondo Luca racconta che i pastori di Betlemme, dopo aver ricevuto dall’angelo l’annuncio della nascita del Messia, "andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia" (2,16). Ai primi testimoni oculari della nascita di Gesù si presentò, dunque, la scena di una famiglia: madre, padre e figlio neonato. Per questo la Liturgia ci fa celebrare, nella prima domenica dopo il Natale, la festa della santa Famiglia. Quest’anno essa ricorre proprio all’indomani del Natale e, prevalendo su quella di santo Stefano, ci invita a contemplare questa "icona" in cui il piccolo Gesù appare al centro dell’affetto e delle premure dei suoi genitori. Nella povera grotta di Betlemme – scrivono i Padri della Chiesa – rifulge una luce vivissima, riflesso del profondo mistero che avvolge quel Bambino, e che Maria e Giuseppe custodiscono nei loro cuori e lasciano trasparire nei loro sguardi, nei gesti, soprattutto nei loro silenzi. Essi, infatti, conservano nell’intimo le parole dell’annuncio dell’angelo a Maria: "colui che nascerà sarà chiamato Figlio di Dio" (Lc 1,35).

Eppure, la nascita di ogni bambino porta con sé qualcosa di questo mistero! Lo sanno bene i genitori che lo ricevono come un dono e che, spesso, così ne parlano. A tutti noi è capitato di sentir dire a un papà e a una mamma: "Questo bambino è un dono, un miracolo!". In effetti, gli esseri umani vivono la procreazione non come mero atto riproduttivo, ma ne percepiscono la ricchezza, intuiscono che ogni creatura umana che si affaccia sulla terra è il "segno" per eccellenza del Creatore e Padre che è nei cieli.

Quant’è importante, allora, che ogni bambino, venendo al mondo, sia accolto dal calore di una famiglia! Non importano le comodità esteriori: Gesù è nato in una stalla e come prima culla ha avuto una mangiatoia, ma l’amore di Maria e di Giuseppe gli ha fatto sentire la tenerezza e la bellezza di essere amati.

Di questo hanno bisogno i bambini: dell’amore del padre e della madre. E’ questo che dà loro sicurezza e che, nella crescita, permette la scoperta del senso della vita. La santa Famiglia di Nazareth ha attraversato molte prove, come quella – ricordata nel Vangelo secondo Matteo – della "strage degli innocenti", che costrinse Giuseppe e Maria ed emigrare in Egitto (cfr 2,13-23). Ma, confidando nella divina Provvidenza, essi trovarono la loro stabilità e assicurarono a Gesù un’infanzia serena e una solida educazione.

Cari amici, la santa Famiglia è certamente singolare e irripetibile, ma al tempo stesso è "modello di vita" per ogni famiglia, perché Gesù, vero uomo, ha voluto nascere in una famiglia umana, e così facendo l’ha benedetta e consacrata. Affidiamo pertanto alla Madonna e a san Giuseppe tutte le famiglie, affinché non si scoraggino di fronte alle prove e alle difficoltà, ma coltivino sempre l’amore coniugale e si dedichino con fiducia al servizio della vita e dell’educazione.

DOPO L’ANGELUS DOPO L’ANGELUS

In questo tempo del Santo Natale, il desiderio e l’invocazione del dono della pace si sono fatti ancora più intensi. Ma il nostro mondo continua ad essere segnato dalla violenza, specialmente contro i discepoli di Cristo. Ho appreso con grande tristezza l’attentato in una chiesa cattolica nelle Filippine, mentre si celebravano i riti del giorno di Natale, come pure l’attacco a chiese cristiane in Nigeria. La terra si è macchiata ancora di sangue in altre parti del mondo come in Pakistan.

                            A priest leads worshippers as they attend Christmas Eve mass at a Catholic church in Wuhan, central China's Hubei province on December 24, 2010. Pope Benedict XVI rapped China for its curbs on religion and freedom of conscience in his Christmas message on December 25, reflecting the tense relations between the Vatican and Beijing.

Desidero esprimere il mio sentito cordoglio per le vittime di queste assurde violenze, e ripeto ancora una volta l’appello ad abbandonare la via dell’odio per trovare soluzioni pacifiche dei conflitti e donare alle care popolazioni sicurezza e serenità. In questo giorno in cui celebriamo la Santa Famiglia, che visse la drammatica esperienza di dover fuggire in Egitto per la furia omicida di Erode, ricordiamo anche tutti coloro – in particolare le famiglie - che sono costretti ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, della violenza e dell’intolleranza. Vi invito, quindi, ad unirvi a me nella preghiera per chiedere con forza al Signore che tocchi il cuore degli uomini e porti speranza, riconciliazione e pace.


                            


Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. Auguro a tutti di vivere in serenità e armonia questi giorni, condividendo la gioia profonda che scaturisce dalla Nascita di Cristo.
Buona domenica!

                              Pope Benedict XVI leads his Sunday Angelus blessing to the crowd gathered below in Saint Peter's Square at the Vatican December 26, 2010.


   
A Chinese woman holds a cross as she joins hundreds of worshipper as they attend Christmas Eve mass at a Catholic church in Wuhan, central China's Hubei province on December 24, 2010. Pope Benedict XVI rapped China for its curbs on religion and freedom of conscience in his Christmas message on December 25, reflecting the tense relations between the Vatican and Beijing.Pope Benedict XVI salutes the faithful gathered on St. Peter's square during his Angelus prayer to mark the St. Stephen festivity on December 26, 2010. Pope Benedict XVI deplored the 'absurd violence' against Christians after attacks on churches in Nigeria and the Philippines over the Christmas holiday.



Messaggio Urbi et Orbi Natale 2010 e la libertà religiosa



Fraternamente CaterinaLD

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Il cardinale Jean-Louis Tauran sugli attentati di Natale

La persecuzione non ferma
la testimonianza cristiana


di Mario Ponzi


"Nessuno riuscirà a sradicare la presenza dei cristiani dal Medio Oriente. Fanno parte della storia della Chiesa in quelle terre. Sono storia essi stessi. Ma hanno bisogno della nostra solidarietà". Per il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, è una certezza:  nonostante il Natale di sangue causato da violenze e persecuzioni, oltreché in Nigeria, in Paesi del medio e lontano oriente, la testimonianza dei cristiani nelle regioni in cui sono radicati da secoli non verrà mai meno. "Si tratta solo di aiutare le diverse comunità religiose a conoscersi di più, a imparare a lavorare insieme per il bene comune. Solo così sarà possibile isolare i fondamentalisti e sconfiggere la violenza". La condizione dei cristiani in questa vasta area del mondo è stata certamente la fonte di maggiore preoccupazione per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in questo anno che sta per concludersi. Non a caso il cardinale Tauran ha compiuto ben dieci viaggi in Paesi a maggioranza islamica o comunque paesi nei quali la presenza islamica è significativa e richiede un'attenzione specifica per trovare i modi per sviluppare il dialogo tra le diverse religioni. Ne parla in questa intervista al nostro giornale.

Cosa dire davanti a episodi così drammatici come i sanguinosi attentati di questi giorni contro i cristiani, seguiti alla strage nella cattedrale di Baghdad in ottobre?

Si tratta certamente di episodi molto gravi che fanno capire quali livelli di crudeltà può assumere il terrorismo. Prima almeno i luoghi sacri venivano rispettati; ora invece diventano bersaglio preferito soprattutto quando accolgono gente che prega. Si tratta, ne sono convinto, di azioni che giungono da ambienti estremisti che non raccolgono in consenso del mondo islamico. Personalmente ho ricevuto tante testimonianze di solidarietà e parole di condanna da tutti i capi religiosi sia dell'Iraq sia di altri paesi. Ma ho ricevuto anche tante sollecitazioni a promuovere nuove e più continue iniziative di dialogo, con l'assicurazione da parte dei maggiori responsabili della comunità islamica, di voler continuare sulla strada del rispetto e del dialogo per isolare sempre più quanti invece tentano di strumentalizzare le differenze ai fini politici o di potere.

Ma allora dov'è il problema?

Il problema è, secondo la mia opinione, nel far penetrare il frutto del grande lavoro che si fa tra capi religiosi sino alla base, e di farlo poi giungere ai vertici dei sistemi legislativi perché si trasformi in leggi a protezione. Non solo:  l'attenzione va rivolta al mondo dell'informazione e a quello della formazione. Bisogna promuovere il rispetto e la conoscenza gli uni degli altri. A cominciare dalle scuole, aiutandosi con libri di testo, di storia soprattutto. Su questo bisogna lavorare:  far capire l'importanza del sistema educativo per superare certe diffidenze.

Dove ha trovato maggior disponibilità al dialogo?

A livello di responsabili e capi religiosi non c'è mai stata alcuna difficoltà. I nostri interlocutori sono sempre stati professori e esperti dunque tutta gente capace di imbastire un discorso. Poi però resta la difficoltà di trasmettere il messaggio. I cristiani continuano a essere considerati persone con una cittadinanza incompleta. Almeno è quello che essi percepiscono nelle società musulmane nelle quali vivono.

Perché, come denuncia spesso il Papa i cristiani  sono  i  più perseguitati nel mondo?

Forse perché la loro presenza è sempre un interrogativo. Il cristianesimo è associato all'idea della contestazione e il Vangelo a un segno di contraddizione. C'è chi pretende di sopraffare questo cristianesimo con la forza dei pugni, cioè con la violenza. Ma non si ottiene nulla con la forza. Apparteniamo tutti alla stessa umanità. Dunque meglio dialogare, parlare insieme, esporre i nostri principi, confrontarci. Naturalmente ciò non significa cedere al sincretismo. Ognuno deve restare ancorato alla propria tradizione nella continua ricerca della verità.

Libertà di religione significa anche libertà di cambiare, se si è convinti, la propria religione?

Per i cristiani è lecito. Per i musulmani la punizione dell'"apostata" è la pena capitale, anche se non viene sempre applicata.

Si fa ancora oggi confusione tra libertà religiosa e libertà di culto?

C'è ancora molta confusione. In certi paesi islamici non è consentito per esempio esercitare il culto della propria fede. Quindi è negata non solo la possibilità di avere chiese, ma anche quella di avere scuole, giornali, esprimersi liberamente in luoghi pubblici. In altri contesti invece gli stessi capi musulmani mandano i loro figli nelle scuole cristiane e si curano nelle cliniche cattoliche. Dipende dunque molto dall'intelligenza e dall'apertura di chi guida il Paese.

Perché accade?

Credo soprattutto per una mancanza di rispetto effettivo della dignità e dei diritti dell'altro. Già durante il recente Sinodo il problema è stato sollevato. Sul campo è più evidente. Ricordo per esempio proprio quanto detto dai due rappresentanti islamici che hanno partecipato all'assemblea sinodale. Sono rimasti impressionati soprattutto dalla libertà con la quale si esprimevano i vescovi e tutti gli altri padri sinodali. E sono rimasti anche impressionati dalle continue richieste di proseguire nel dialogo con i musulmani.

L'uomo della strada, sia esso musulmano o cristiano, è pronto all'incontro e al dialogo?

Non tutti. E questo è il grande problema. Confido molto in quello che potrà fare la scuola. Il Libano in questo senso resta un esempio. Ho vissuto diversi anni in Libano svolgevo il servizio militare ma facevo l'insegnante. Bene, in quegli anni sino al percorso universitario i giovani - drusi, cristiani, altri musulmani - sedevano tutti tra gli stessi banchi, l'uno accanto all'altro con gli stessi libri che raccontavano la storia di tutti. Lì nasceva il senso della convivenza pacifica. È il suggerimento che continuiamo a diffondere in tutti i contesti con i quali veniamo a contatto:  adottare libri storici che parlano delle religioni per farle conoscere.

È soddisfatto di come è andato il 2010 dal punto di vista del dialogo interreligioso?

Sì, in particolare perché è cominciato a passare il messaggio che alla fine il dialogo aiuta anche ad approfondire la propria fede. E questo nel mondo di oggi è molto importante.

Specialmente per i cristiani poiché nel confronto con i musulmani, per quanto riguarda la conoscenza della fede, i cristiani escono sicuramente sconfitti.

Sì, soprattutto in occidente. Molti cristiani ignorano il contenuto della propria fede. Per questo personalmente considero una grazia avere questo Pontefice che insegna, che è un vero maestro nella fede.

Quale valore danno i musulmani alla preghiera?

I musulmani non solo pregano molto, ma pregano anche in pubblico. Ma rispettano anche chi prega. E anche noi abbiamo grandi assemblee che pregano. Ho fatto quest'anno una bella esperienza al meeting di Rimini. L'ospite musulmano che ha seguito con me i lavori è rimasto impressionato dal modo di pregare dei nostri giovani. E allora ho capito bene il valore di quanto mi diceva proprio un giovane di una comunità cristiana in un paese a maggioranza islamica:  "È vero siamo una minoranza, ma siamo una minoranza che conta". La nostra parola, la parola del Papa, è sempre attesa. Poi le istituzioni cattoliche che offrono formazione o anche assistenza sanitaria, sono tra le migliori e sicuramente le più ricercate anche da chi non è cattolico, né cristiano.

Lo scorso anno ha viaggiato molto, soprattutto verso l'oriente. Che idea si è fatta sul campo dello stato del dialogo interreligioso?

Mi sono convinto, per esempio, che il dialogo comincia sempre con il contatto con le persone. Non sono infatti le religioni che dialogano tra loro ma i credenti. Uomini e donne concreti che condividono gioie e prove della vita. Viaggio per incontrare i cristiani nelle loro case, e per andare incontro ai non cristiani. Vado per esprimere agli uni la solidarietà della Chiesa universale e agli altri l'amicizia.

Cosa l'ha colpita di più?

Non una, ma tante. Se devo indicarne una su tutte mi soffermerei sulla constatazione che, anche nei paesi in cui i cristiani vivono in situazione di minoranza, o addirittura perseguitati, non  è  mai stato messo in forse il dialogo.

Su cosa si fonda oggi il dialogo?

Su tre dimensioni precise:  innanzitutto la riaffermazione della propria identità spirituale. Significa che il fedele deve prendere coscienza del proprio profilo spirituale, poiché la fede ha un contenuto di cui si deve avere ben coscienza. Poi bisogna essere consapevoli che la persona che abbiamo accanto, con la quale ci dobbiamo confrontare, è comunque un credente, quindi meritevole di rispetto, di comprensione e di libertà di esprimersi. Infine il rispetto della pluralità, consapevoli che Dio è all'opera in ogni uomo. Questa è la nostra "filosofia".

L'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha contribuito a rilanciare il dialogo?

È stato sicuramente l'avvenimento più rilevante di quest'anno. Il Medio Oriente è una terra che vive una situazione difficile e per i cristiani questa situazione si trasforma il più delle volte in dramma, come abbiamo potuto constatare proprio in questi tragici giorni di Natale. Molti fuggono da quella terra, nonostante sia la terra dei loro padri e nonostante siano arrivati prima di tutti gli altri, musulmani compresi. Il Sinodo è stato senza dubbio un modo eccellente per far sentire alle Chiese nel Medio Oriente la vicinanza della Chiesa universale. Una vicinanza spirituale certamente, e anche materiale. Ma è servito soprattutto a far capire ai cristiani che essi hanno un ruolo da interpretare in Medio Oriente. Lì sono stati piantati da Dio e dunque lì devono fiorire.

Cosa ci aspetta nel prossimo anno?

Conto di recarmi in Bangladesh, in India e nella Corea del Sud. C'è da proseguire un dialogo anche con le religioni che sono lontane da noi e non solo geograficamente. Dunque è il momento di riprendere il dialogo anche con loro. E io vado perché mi sono reso conto che è molto importante l'incontro fisico. Ciò vale soprattutto per le comunità cattoliche che si sentono rafforzate. Vedono l'arrivo del cardinale come se ad arrivare, nella loro piccola realtà, fosse la Chiesa universale. Anzi in quei momenti si sentono pienamente parte della Chiesa universale.

E nei paesi a maggioranza musulmana?

Vado ovunque nel mondo vi sia un piccolo gregge e ovunque è la stessa cosa. In Pakistan ho recentemente celebrato una messa nella cattedrale di Islamabad. C'erano oltre duemila cinquecento fedeli. La stessa cosa è capitata a Lahore. Ed è stato importante anche nei confronti delle autorità civili perché hanno costatato che dietro queste piccole comunità c'è realmente la grande Chiesa di Dio. Ecco perché andiamo a visitare questi nostri fratelli. Vogliamo far capire che se soffrono, soffriamo con loro; se gioiscono, gioiamo con loro.

Nel messaggio per la giornata della pace 2011 il Papa si sofferma molto sul valore del dialogo tra le religioni.

Il Papa continua a raccomandare e a promuovere questo dialogo. Lo fa in ogni occasione. Durante i suoi viaggi pastorali l'incontro con i capi religiosi è un momento fisso del programma; nella sua agenda sono periodicamente previste udienze ai responsabili delle diverse religioni; nei discorsi importanti, così come in diversi atti magisteriali, difficilmente manca un richiamo alla necessità del dialogo. Nel messaggio per la prossima giornata della pace è come riassunto questo magistero. La Chiesa annuncia Cristo ma non esclude il dialogo e la ricerca comune della verità in diversi ambiti. Rispetta il modo di vivere e i precetti e le dottrine di tutte le religioni perché, anche se differiscono, riflettono un messaggio di quella verità che illumina gli uomini. Con la stessa determinazione rifiuta ogni violenza e promuove il dialogo.

Eppure nonostante tutti gli appelli la violenza torna sempre a riproporsi puntuale, come per esempio è accaduto proprio in Iraq subito dopo il Sinodo, in Egitto poco dopo e ora nelle festività natalizie.

La storia della Chiesa è segnata dalle persecuzioni. La croce è il nostro emblema, il simbolo della lotta tra il bene e il male, ma soprattutto è il simbolo della vittoria del bene sul male. Il cristianesimo è ed è stato sempre scomodo per quanti pretendono costruirsi una fede su misura. E questo provoca reazioni. Anche violente.

Alla luce di quanto è successo in questi giorni, i cristiani in Medio Oriente resteranno o saranno allontanati per sempre?

Sono sicuro che resteranno. È la storia della Chiesa. Loro sono la storia della Chiesa in Medio Oriente.


(©L'Osservatore Romano - 29 dicembre 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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21/01/2011 15.27
 
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Iraq: “Non ingannate i cristiani!”


Un Arcidiacono chiede di difendere i seguaci di Gesù


KÖNIGSTEIN IM TAUNUS, giovedì, 20 gennaio 2011 (ZENIT.org).- L'Arcidiacono Emanuel Youkhana, coordinatore degli aiuti umanitari alle famiglie cristiane in Iraq, ha chiesto in una conversazione con  l'associazione cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre che il mondo occidentale e il Governo iracheno “chiamino le cose con il loro nome, cioè (dicano) che i cristiani sono vittime di attacchi sistematici per cacciarli dal Paese”.

Padre Youkhana ha criticato il fatto che il Governo iracheno lo neghi e che nella comunità internazionale sorgano sempre più voci che affermano che il terrore “non è rivolto contro i cristiani, ma contro tutti”.

Per il sacerdote, è chiaro che gli attacchi si rivolgono contro i cristiani, per cui chiede che non si continui a ingannarli, perché non esiste un progetto per contrastare “il piano premeditato di mettere in fuga i cristiani iracheni”.

L'Arcidiacono ha sottolineato che non basta condannare ciò che accade. A questo proposito, si è riferito all'attentato alla Cattedrale di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad, nel quale il 31 ottobre scorso sono morte più di 50 persone. La chiesa era già stata bersaglio di un attentato nel 2004, ha avvertito. “Le condanne non sono servite a nulla”.

Padre Youkhana ha spiegato che la paura maggiore dei cristiani non sono gli attentati, ma il futuro, “ciò che deve avvenire”.

I fedeli, ha aggiunto, temono la crescente islamizzazione della società. Per questo, molte donne cristiane escono di casa solo con il velo, perché la pressione sociale è molto forte e le persone non accettano chi non è come loro.

L'Arcidiacono ha anche spiegato che poco tempo fa è stata chiusa la Facoltà di Musica dell'Università di Baghdad perché la musica non è compatibile con la sharia, la legge islamica. Alcuni leader musulmani, inoltre, chiedono che nelle università ci sia una separazione in base al sesso.

Il sacerdote ha criticato il fatto che la Costituzione irachena discrimini i cristiani imponendo che il Tribunale Costituzionale del Paese conti sempre su leader spirituali musulmani di spicco.

“La Costituzione deve concedere ai cristiani gli stessi diritti, e non trasformarli in cittadini di seconda o terza categoria”, ha sottolineato, aggiungendo che non basta nemmeno “limitarsi a difendere meglio le chiese, perché che cosa accade allora con le scuole, le abitazioni e la vita quotidiana?”.

Padre Youkhana ha citato il caso di un ingegnere cristiano che la polizia aveva avvertito di non lasciare la propria casa, chiedendo ai vicini di fargli la spesa.

“Come può vivere una famiglia in queste condizioni?”, si è chiesto. Dall'altro lato, ha definito “ingenua” l'offerta dei Paesi occidentali di accogliere i rifugiati iracheni, perché in questo modo contribuiscono in modo indiretto alla scomparsa della presenza cristiana in Iraq. A suo avviso, bisogna aiutare la gente perché resti nel proprio Paese d'origine.

Il sacerdote ha poi segnalato che la vita dei cristiani subisce limitazioni sempre maggiori, e che molti non pensano che a fuggire. Del milione di cristiani che c'era, ne restano solo 300.000, ha segnalato.

Ogni settimana, quattro voli partono da Baghdad alla volta della capitale libanese Beirut, e la maggior parte dei passeggeri è composta da cristiani. Spesso famiglie intere decidono di fuggire all'improvviso. Prendono la decisione in una notte e lasciano tutto ciò per cui i loro antenati hanno lottato per secoli: casa, impiego, tutto.

Alcuni fuggono anche da zone sicure in cui non c'è violenza, perché non vedono più un futuro per la propria famiglia.

Secondo l'Arcidiacono, il compito più importante delle Chiese cristiane è infondere fiducia e speranza.

“Già prima che il Paese cadesse, la gente è sprofondata psicologicamente. Tutto il Paese è traumatizzato”, ha spiegato, precisando che le terapie per curare i traumi sono particolarmente importanti per i bambini e i giovani.

L'Arcidiacono sostiene la necessità di rimediare al danno sociale frutto delle guerre e dei violenti conflitti interni e di ristabilire la consapevolezza della dignità umana.

La Chiesa, constata, svolge in questo contesto un ruolo chiave, perché trasmette un messaggio di speranza e dice “Non temete!”. Ad ogni modo, riconosce il presbitero, è anche importante il sostegno materiale. Neanche Gesù, infatti, si è limitato a predicare, dando invece aiuti in modo concreto e materiale.

Padre Youkhana ha segnalato che bisogna aiutare soprattutto le famiglie che fuggono da Baghdad verso le città più piccole del nord. Spesso sono persone con una laurea che non trovano lavoro e devono ricominciare da zero. “Il primo giorno dopo la fuga l'unica cosa che conta è avere un posto sicuro in cui dormire, ma poi si ha anche bisogno di lavoro, infrastrutture, scuole”, ha spiegato.

Il futuro dei cristiani iracheni, a suo parere, non dipende da loro. Il Governo iracheno non fa nulla, e i cristiani sono “indifesi, ma non sfiduciati”. Anche se la speranza non può fondarsi sulle parole, ha segnalato, è comunque importante che i mezzi di comunicazione informino sulla situazione dei cristiani.

La Chiesa universale e associazioni come Aiuto alla Chiesa che Soffre rappresentano una “forte solidarietà morale e materiale”, ma la Chiesa non dispone di risorse per preparare tutte le infrastrutture o per operare cambiamenti politici. Da questo punto di vista, segnala padre Youkhana, devono agire i governanti.

Ci sono esperti che assicurano che l'attuale persecuzione dei cristiani in Iraq è la peggiore dei nostri tempi. Poche settimane fa, una cellula irachena del gruppo terroristico Al Qaeda ha dichiarato che tutti i cristiani del Vicino Oriente sono “obiettivi legittimi” di attentati. E gli attacchi e i sequestri non accennano a cessare.

Fraternamente CaterinaLD

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22/01/2011 20.10
 
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Aumentano i sacrilegi in Messico, rivela un rapporto


Ogni settimana vengono assaltati 26 centri di culto


CITTA' DEL MESSICO, venerdì, 21 gennaio 2011 (ZENIT.org).- Un rapporto elaborato dall'unità di indagine del Centro Cattolico Multimediale (CCM) e dal Consiglio degli Analisti Cattolici del Messico (CACM) ha reso noto lunedì che è aumentato dal 2 al 12% il sacrilegio deliberato delle zone sacre nelle varie province ecclesiali della Repubblica Messicana, secondo i dati dal 1993 a oggi.

In base al rapporto – la cui prima parte è stata appena resa pubblica –, in Messico, ogni settimana, circa 26 zone sacre di tutto il Paese sono attaccate con violenza.

“Si tratta di una tendenza che interessa annualmente il 12% degli oltre 11.000 templi cattolici che compongono le 18 province ecclesiali del Paese”.

Il fenomeno, avverte lo studio, coordinato dal giornalista Gustavo Antonio Rangel, è aumentato negli ultimi 17 anni del 600%.

Dal 2000 al 2006, la cifra ha visto un incremento al 4%, equivalente a 8 templi offesi ogni settimana; dal 2007 a oggi è arrivato al 12%, corrispondente a 26 chiese non rispettate.

Il Messico è il primo Paese in America Latina per attacchi violenti a zone sacre, seguito da Colombia, Brasile, Guatemala, Venezuela, El Salvador e Argentina. Alle autorità civili viene denunciato solo il 6% di tutti i casi di violazione di templi cattolici, il che ha fatto sì che i malviventi agiscano nella totale impunità.

Gran parte degli attentati è costituita da furti, soprattutto di opere d'arte sacra e dell'epoca dei viceré, di cui i templi cattolici del Messico conservano resti straordinari, malgrado il costante saccheggio al quale sono sottoposti da almeno 200 anni.

Secondo il rapporto, gli assalitori dei templi sono per il 21% ladri “espressi”, che prendono oggetti o saccheggiano le cassette dell'elemosina. Il 42% è costituito da “professionisti” del furto organizzato, specializzati in arte sacra, mentre il restante 37% attacca i templi per intolleranza al cattolicesimo.

Alcuni delinquenti, detti dai fedeli “metaleros” o “delinquenti del rame”, rubano circa 50 campane l'anno. Il loro obiettivo principale è il furto di campane che hanno più di due secoli, per la purezza del materiale.

Tra gli esperti di furto di arte sacra, con connessioni internazionali, figurano quei soggetti che appartengono a una rete ben strutturata di delinquenti che operano in modo sistematico.

Secondo il rapporto, questi individui “possiedono cataloghi di opere d'arte che mostrano ai propri clienti e diffondono il materiale attraverso Internet – posta elettronica –. In alcuni casi, si sa che 'lavorano' su incarico per presunte gallerie che si prestano alla vendita o al deposito delle opere”.

Si stima che i ladri di opere d'arte del periodo dei viceré ottengano introiti annuali di 83 milioni di pesos (circa 8 milioni di dollari), e si presume che i loro clienti principali si trovino in Messico, Stati Uniti, Sudamerica e Asia.

Sette luoghi santi profanati su 10 sono santuari mariani. Secondo lo studio, l'immagine più oltraggiata per danni o furto di opere d'arte è quella della Madonna di Guadalupe.

Allo stesso modo, sono anche aumentate le estorsioni ai danni di parroci di varie zone del Messico.

A volte le intimidazioni sfociano in atti di violenza. Lo confermano i registri, che indicano come dal 1993 ad oggi siano stati perpetrati 18 crimini contro un Cardinale, 13 contro sacerdoti, 3 contro religiosi e uno contro un sagrestano. Di questi, sette assalti a presbiteri sono avvenuti in una chiesa.

Nel 2010, due sacerdoti e un laico sono stati uccisi a sangue freddo. “La statistica dei casi di omicidi di presbiteri in Messico rivela che il 46% di essi deriva da un attacco deliberato a una zona sacra”, spiega il rapporto.

Fraternamente CaterinaLD

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04/03/2011 18.52
 
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A Islamabad la messa di suffragio per il ministro Bhatti

Una vita per la pace


Il presidente Giorgio Napolitano chiede più sicurezza per i cristiani

ISLAMABAD, 4. "Shahbaz Bhatti è un uomo che ha seguito il piano di Dio sulla sua vita. È un uomo che ha fatto la volontà di Dio, con fede, obbedienza, speranza, certezza del Regno": è un passaggio dell'omelia pronunciata dal vescovo di Islamabad-Rawalpindi, Rufin Anthony, nella chiesa di Nostra Signora di Fatima, per la celebrazione delle pubbliche esequie del ministro delle Minoranze, Shahbaz Bhatti, ucciso mercoledì da estremisti musulmani.

La celebrazione si è svolta, tra imponenti misure di sicurezza, alla presenza dei familiari del defunto ministro, dei rappresentanti del Governo, tra cui il primo ministro Yousuf Raza Gilani, del segretario della Nunziatura Apostolica in Pakistan, il reverendo José Luís Diaz-Mariblanca Sánchez, dei diplomatici di vari Paesi e dei leader politici, oltre a numerosi fedeli. Nel tratteggiare la figura del ministro, monsignor Anthony ha ricordato la sua nascita a Khushpur, un villaggio cattolico fondato dai domenicani, in cui "Bhatti aveva ricevuto una formazione spirituale molto solida".
 
Nel villaggio, ha spiegato il presule, la convivenza con i musulmani "è in perfetta armonia, all'insegna del dialogo di vita, e quell'esempio Bhatti lo ha portato con sé come modello in tutta la sua esperienza di impegno sociale e politico". Nel suo servizio, ha concluso il vescovo, "Bhatti ha compiuto la volontà di Dio e ha aderito al progetto di vita che il Signore aveva per lui". Il vice presidente della Conferenza episcopale in Pakistan, il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, che ha celebrato il funerale privato del ministro, svoltosi successivamente nel suo villaggio natale, ha "evidenziato che la voce della verità non sarà mai ridotta al silenzio e non permetteremo che l'oscurità prenda il sopravvento sulla luce. Il suo lavoro non si fermerà con la sua morte, lo continueremo noi".

Shahbaz Bhatti, consapevole dell'impegnativa e rischiosa strada intrapresa, aveva condensato lo scopo della sua missione in una sorta di "testamento spirituale" - estratto da una raccolta di testi personali contenuti nel libro "Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza" edito da Marcianum Press - pubblicato nel sito della Fondazione Internazionale Oasis. Sottolinea Bhatti: "Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo".

L'uccisione del ministro ha scosso profondamente la coscienza della nazione e fatto riemergere in maniera inquietante la capacità dei gruppi fondamentalisti islamici di agire impunemente. Stamani, intervenendo al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, si è detto "profondamente scioccato e sgomento" per l'assassinio del ministro e ha sottolineato che "gruppi vulnerabili, quali sono le comunità cristiane in alcuni Paesi, richiedono una speciale protezione", aggiungendo che "la libertà religiosa diviene un faro di speranza e potente rassicurazione per tutte le minoranze, garantendone identità e sicurezza ed eliminando la percezione delle ostilità e delle minacce".

Intanto, alcune fonti locali hanno diffuso la notizia che la polizia ha compiuto una serie di arresti di persone sospettate dell'omicidio, che ha suscitato sdegno anche nella comunità musulmana. Il leader della moschea Badshahi, a Lahore, si è detto "scioccato" per la morte del ministro che ha definito "un amico". Il leader musulmano ha puntualizzato che "coloro che hanno rivendicato l'assassinio non sono musulmani né esseri umani, perché l'islam è una religione di pace che insegna a rispettare le minoranze". Manifestazioni di protesta della comunità cristiana e dei rappresentanti di altre minoranze, che chiedono più sicurezza, sono proseguite anche ieri in alcune città, tra cui la capitale Islamabad.



(©L'Osservatore Romano - 5 marzo 2011)




Il Papa ricorda Shahbaz Bhatti: la sua morte spinga tutti a difendere la libertà religiosa (AsiaNews)

VATICANO

Il Papa ricorda Shahbaz Bhatti: la sua morte spinga tutti a difendere la libertà religiosa

Benedetto XVI all’Angelus ha parlato del “commovente sacrificio della vita” del ministro pakistano. Un pensiero accorato per le vittime degli scontri in Libia. L’esortazione a non fondare la propria vita sul potere, sul denaro, sul successo e sull’attivismo, ma sulla parola di Dio.

Città del Vaticano (AsiaNews)

Benedetto XVI ha ricordato oggi all’Angelus “il commovente sacrificio della vita” del ministro pakistano Shahbaz Bhatti, ucciso il 2 marzo davanti alla sua abitazione da un “commando” armato. (02/03/2011Ucciso Shahbaz Bhatti, ministro pakistano che ha difeso Asia Bibi). Dopo il commento al Vangelo del giorno, Benedetto XVI ha detto i seguire “continuamente con grande apprensione le tensioni” che si sviluppano in questi giorni in alcuni paesi dell’Asia e dell’Africa. E ha parlato dell’uccisione del leader cattolico in questi termini: “Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del Ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.

Il Pontefice ha avuto un pensiero anche per quanto sta accadendo sulla costa meridionale del Mediterraneo: “Il mio accorato pensiero si dirige poi alla Libia, dove i recenti scontri hanno provocato numerose morti e una crescente crisi umanitaria. A tutte le vittime e a coloro che si trovano in situazioni angosciose assicuro la mia preghiera e la mia vicinanza, mentre invoco assistenza e soccorso per le popolazioni colpite”.

E nel commento al testo evangelico, Benedetto XVI ha esortato a “edificare la nostra vita” non sulla sabbia, ma “su una base solida”. Solo l’amore per Cristo, non il potere, il denaro o il successo costituisce la vera roccia su cui costruire la propria esistenza. “Ma spesso l’uomo non costruisce il suo agire, la sua esistenza, su questa identità, e preferisce le sabbie del potere, del successo e del denaro, pensando di trovarvi stabilità e la risposta alla insopprimibile domanda di felicità e di pienezza che porta nella propria anima”.

Il Papa si è poi chiesto: “ E noi, su che cosa vogliamo costruire la nostra vita? Chi può rispondere veramente all’inquietudine del cuore umano? Cristo è la roccia della nostra vita! Egli è la Parola eterna e definitiva che non fa temere ogni sorta di avversità, ogni difficoltà, ogni disagio”.
Benedetto ha messo in guardia dal fare per il fare senza pensare alla necessità di un alimento spirituale: “Cari fratelli, vi esorto a fare spazio, ogni giorno, alla Parola di Dio, a nutrirvi di essa, a meditarla continuamente. È un prezioso aiuto anche per mettersi al riparo da un attivismo superficiale, che può soddisfare per un momento l’orgoglio, ma che, alla fine, lascia vuoti e insoddisfatti”.





[Modificato da Caterina63 06/03/2011 17.46]
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21/03/2011 16.28
 
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COLLETTA DEL VENERDÌ SANTO
A FAVORE DELLA TERRA SANTA
 
CITTA' DEL VATICANO, 21 MAR. 2011 (VIS). Il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha indirizzato una lettera a tutti i Vescovi del mondo per la colletta del venerdì Santo a favore della Terra Santa.
 
  Nella lettera, firmata anche dall'Arcivescovo Cyril Vasil, S.I., Segretario del medesimo Dicastero, si legge: "La Terra Santa attende la fraternità della Chiesa universale e desidera ricambiarla nella condivisione dell'esperienza di grazia e di dolore che segna il suo cammino. Vuole riconoscere, prima di tutto, la grazia del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente e quella della Visita Papale a Cipro. Tali eventi hanno accresciuto l'interesse del mondo e il ritorno di tanti pellegrini sulle orme storiche del Signore Gesù. Ma è sensibile anche al dolore per l'acuirsi delle violenze verso i cristiani nelle regioni orientali, le cui conseguenze si avvertono fortemente in Terra Santa. I cristiani d'Oriente esperimentano l'attualità del martirio e soffrono per l'instabilità o l'assenza della pace. Il segnale più preoccupante rimane il loro esodo inarrestabile. Qualche segno positivo in talune situazioni non è sufficiente, infatti, ad invertire la dolorosa tendenza dell'emigrazione cristiana, che impoverisce l'intera area delle forze più vitali costituite dalle giovani generazioni".
 
  "Il presente appello alla Colletta si inscrive nella causa della pace, di cui i fratelli e le sorelle di Terra Santa desiderano essere efficaci strumenti nelle mani del Signore a bene di tutto l'Oriente".
 
  "Esso giunge all'inizio dell'itinerario quaresimale verso la Pasqua e potrà trovare il suo apice nel Venerdì Santo, oppure in occasioni considerate più favorevoli in ciascun contesto locale. Ma la Colletta rimane, ovunque, la via ordinaria e indispensabile per promuovere la vita dei cristiani in quella amata Terra".
 
  "La Congregazione per le Chiese Orientali si fa portavoce delle necessità pastorali, educative, assistenziali e caritative delle loro Chiese".  Il Prefetto e il Segretario sottolineano che Benedetto XVI "ci invita, però, ad andare al di là del gesto pur encomiabile dell'aiuto concreto. Il rapporto deve farsi più intenso per giungere ad una 'vera spiritualità ancorata alla Terra di Gesù'".
 
  Una relazione che accompagna la lettera spiega che la Custodia Francescana di Terra Santa, la cui missione è di "conservare viva la liturgia dei luoghi di culto, di accogliere i pellegrini, intensificare le opere di apostolato, sostenere la comunità cristiana", nel 2009/2010 ha dedicato particolare attenzione alla pianificazione ed alla realizzazione di progetti ed opere. Fra i progetti è da menzionare il Santuario di San Giovanni Battista ad Ain Karem, il Santuario della Trasfigurazione sul Monte Tabor; borse di studio per studenti universitari, l'edificazione di case per i poveri e i giovani sposi, e così via.


Chi desidera contattare l'Associazione Aiuto alla Chiesa che Soffre,
impegnata da oltre mezzo secolo
nel sostenere i cristiani perseguitati
e minacciati a motivo della fede,
può scrivere o telefonare a:
 
Aiuto alla Chiesa che Soffre
Piazza san Calisto, 16
00153 Roma
tel. 06/698.939.20


Quanti vogliono affidare al Santo Padre il loro dono possono farlo tramite versamento su: 

Conto corrente postale n. 603035 delle Poste Italiane
intestato a Pontificio Consiglio COR UNUM 
V- 00120 Città del Vaticano 
Si prega di  specificare la causale e di indicare chiaramente il proprio nome ed indirizzo. 

Bonifico bancario in Euro dall'Italia:

Pontificio Consiglio “Cor Unum”
Conto N. 603035
Banca:          Banco Posta, Poste Italiane S.p.A.
Indirizzo:      Viale Europa, 175
                    I-00144 Rome, Italy
Codice IBAN: IT20 S 07601 03200 000000 603035 

Si prega di specificare la causale e di indicare chiaramente il proprio nome ed indirizzo.

Bonifico bancario in Euro dall'estero: 

Pontificio Consiglio “Cor Unum”
Conto N. 603035
Banca:          Banco Posta, Poste Italiane S.p.A.
Indirizzo:      Viale Europa, 175
                     I-00144 Rome, Italy
Codice BIC-SWIFT per Poste Italiane S.p.A.:  BPPIITRRXXX 

Si prega di specificare la causale e di indicare chiaramente il proprio nome ed indirizzo.
 


Bonifico bancario in altre valute dall'estero (Dollaro Americano USD,  Dollaro Australiano AUD, Dollaro Canadese CAD, Sterlina Britannica GBP, Franco Svizzero CHF, Yen Giapponese JPY):
  

Pontificio Consiglio "Cor Unum

Conto N.: 603035
Banca: Banco Posta, Poste Italiane S.p.A.

Indirizzo:        Viale Europa, 175; I-00144 Roma, Italia
 
Codice BIC-SWIFT per la Banca Popolare di Sondrio: POSOIT22XXX


Si prega di specificare la causale e di indicare chiaramente il proprio nome ed indirizzo.

Donazioni in altre valute possono anche essere effettuate all’ordine di: 

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Dopo 18 anni un arcivescovo visita in segreto i cristiani del Bhutan
di mons. Thomas Menamparampil, sdb

In Bhutan i cristiani sono in aumento, ma le autorità vietano qualsiasi forma di proselitismo, non permettono la costruzione di chiese e la celebrazione in pubblico delle messe. Mons. Menamparampi, arcivescovo di Guwahati (India), racconta ad AsiaNews la vita delle piccole comunità cristiane, di cui molte mai visitate da un prelato. Il fervore dei cristiani testimoni di Cristo nonostante i soprusi e i divieti del governo. 

Timphu (AsiaNews) – Costretti a pregare nelle proprie abitazioni, discriminati nell’istruzione e nelle cariche pubbliche e sempre tenuti sotto stretta osservazione dalle autorità, i cristiani del Bhutan sono in crescita. È quanto emerge dalla recente visita di mons. Thomas Menamparampi, arcivescovo di Guwahati (India). Il prelato racconta ad AsiaNews il suo viaggio iniziato lo scorso 9 marzo e conclusosi in questi giorni, dove ha verificato la situazione di cattolici e protestanti di 9 fra città e villaggi del Paese.  

Mons. Menamparampi è riuscito a entrare nel piccolo regno himalayano grazie a un programma di formazione per i giovani bhutanesi, dopo quasi 20 anni di continui divieti da parte delle autorità. La sua ultima visita alle comunità cristiane è avvenuta nel 1993. A tutt’oggi le autorità non permettono l’ingresso di missionari. Il Paese è compreso all’interno della diocesi di Darjeeling (India), ma il governo  vieta qualsiasi forma di proselitismo, non permette la costruzione di chiese e la celebrazione in pubblico delle messe. A tutt’oggi l’unico sacerdote ammesso in Bhutan è p. Kinley sj, che organizza con il permesso del governo programmi di formazione e istruzione per i giovani, anche se in questi anni alcuni sacerdoti sono riusciti periodicamente a officiare messe private. 

Ho iniziato il mio viaggio lo scorso 9 marzo partendo da Phuntsholing. C’erano con me tre amici cattolici che negli ultimi anni si sono impegnati nella formazione dei giovani bhutanesi. Il nostro viaggio ci ha portato nelle città di Geddu, Timphu, Tongsa, Bumthang, Mongar, Tashigang, Kanglung e Sandrup Jongkhar, dove abbiamo incontrato circa trecento cristiani, che vivono divisi in piccole comunità sparse per il regno.

L’11 marzo siamo giunti nella capitale Timphu, dove ho celebrato messa insieme agli unici cattolici del luogo, che da decenni  si riuniscono in silenzio in una piccola sala poco appariscente. Si ricordavano ancora la mia ultima visita avvenuta circa 18 anni fa, quando p. Mackay sj, stava ancora lavorando in Bhutan. Dopo la sua morte, non vi è più stato un missionario cattolico nel regno. La comunità di Timphu è formata da un vecchio gruppo di cristiani che in passato avevano incontrato il cattolicesimo a Darjeeling e sono rimasti fedeli per tutti questi anni. La loro abitudine al silenzio e alla discrezione, imparata sotto il regime assoluto di re Jigme Singye Wangchuck, li ha fatti accettare dalle autorità, che a volte permettono anche ad alcuni stranieri di unirsi a loro in preghiera.

Tutte gli altri cristiani presenti in Bhutan sono protestanti di gruppi indipendenti  vicini alle chiesa pentecostale. Piccole comunità di 10-20 famiglie, spesso senza alcun contatto con gli altri cristiani della zona. In questi mesi la nostra diocesi ha inviato nei vari distretti alcuni volontari dei programmi di formazione che ci hanno aiutato a organizzare il nostro tour.

Ovunque siamo stati accolti con entusiasmo, anche se sapevano che eravamo cattolici e che io ero un arcivescovo. Le lunghe strade tortuose sono state estenuanti, per andare da un villaggio all’altro abbiamo impiegato ogni volta circa sette ore di auto. Ma questo è ciò che ha reso speciale la nostra visita fra la popolazione. Infatti, non credevano che avessimo attraversato pericoli e fatiche sulle strade del Bhutan solo per incontrali e portare loro coraggio. Molti non volevano lasciarci partire.

Nei piccoli villaggi a oltre 2500 metri di quota, ho trovato una popolazione molto salda nella propria fede e desiderosa di conoscere e imparare il cristianesimo.  Nonostante la poca formazione, i pastori amano la Bibbia, che ciascuno custodisce gelosamente, e hanno una certa familiarità con i testi. Qui tutti aspettano con ansia la visita di credenti cristiani che può dare loro ulteriori istruzioni.

L’impressione che ho avuto è quella di vivere ai tempi degli Atti degli apostoli. Molti gruppi sono organizzati, ma non hanno dei riconoscimenti ufficiali da parte della comunità protestanti. Altri ci hanno dato l’impressione di essere dei cristiani “fai da te”, mentre alcuni danno sembrano ancora in ricerca. Tuttavia abbiamo provato in mezzo a loro una sensazione di calore, intimità, fiducia, di entusiasmo e di attesa che ci ha testimoniato la presenza viva dello Spirito Santo fra quella gente.  Questi cristiani si radunano in case private per pregare e a turno ogni  famiglia mette a disposizione la propria abitazione per la riunione. Il loro culto è molto semplice: cantano inni, leggono la Bibbia e ne commentano i brani e terminano con una preghiera collettiva. Durante queste riunioni condividono la loro esperienza e ascoltano le testimonianze di altri cristiani. A volte invitano anche gli amici non cristiani ad unirsi a loro. Alcuni si convertono, soprattutto se la preghiera aiuta a guarire dalle malattie.

Quello che ho notato è un deciso aumento dei cristiani dall’ultima visita. Secondo alcuni i fedeli sono oltre 10mila e le conversioni avvengono soprattutto fra la comunità di origine nepalese, divenuti cittadini del Bhutan. Infatti, le Chiese evangeliche hanno fatto dei passi avanti in Nepal e questi cambiamenti hanno influenzato anche la popolazione nepalese del Bhutan. Tuttavia, serviranno anni per poter interpretare questa tendenza. La maggior parte dei nepalesi che sono emigrati nel Paese proviene da un contesto indù e sono circa il 40% della popolazione. L’etnia dominante è quella tibetana di religione buddista, che rappresenta circa il 60% su 800mila abitanti.  

Fra i cristiani la coscienza religiosa è in una fase iniziale e la maggior parte accetta il cristianesimo nella sua totalità, ma non è disposta a seguire i dettami di una chiesa particolare. Tuttavia il loro fervore è grande. L’aumento dei cristiani in Nepal – Stato laico dal 2006 – dimostra che con una maggiore libertà religiosa anche in Bhutan i cristiani potrebbero essere centinaia di migliaia. Le autorità sono più tolleranti rispetto al passato, ma vietano ancora il culto pubblico e le conversioni

Anche se non vi è una persecuzione diretta, il governo scoraggia le religioni diverse dal buddismo in vari modi. In caso di domande per concorsi scolastici e lavoro nell’amministrazione pubblica occorre specificare la propria fede religiosa e spesso per i cristiani è difficile ottenere un appuntamento, vincere un concorso o accedere alla scuola superiore. Le autorità hanno anche altri modi meno espliciti, ma più duri per fare pressioni sui cristiani. In uno dei villeggi ci hanno raccontato che l’amministrazione ha tagliato loro l’elettricità, dopo che ha scoperto la presenza di cristiani. Non contente le autorità hanno anche ordinato lo stop di qualsiasi attività religiosa, minacciando di tagliare l’acqua e di demolire le abitazioni utilizzate come luoghi di culto. Di solito queste misure così drastiche avvengono quando vi è una denuncia da parte degli abitanti di religione buddista o indù.    

Nonostante questa situazione, non ho trovato cristiani preoccupati o scoraggiati.  Anzi molti di loro pregano e attendono con ansia il giorno in cui il governo accetterà la libertà di culto anche in pubblico. Essi pensano che trattando con gentilezza e amore i buddisti potranno ottenere un giorno la libertà religiosa. Alcuni gruppi di cristiani stanno già pianificando tranquillamente la costruzione di chiese, ma devono fare attenzione. Infatti, la lobby dei monaci buddisti è ancora molto potente e non perde occasione per ricordare la supremazia e l’importanza della cultura buddista in Bhutan.

Il concetto di "Cultura" è un argomento molto sensibile in Asia. La maggior parte delle persone non sanno fare una distinzione tra cultura e religione. Comunicare il cristianesimo è possibile solo se non si compromettono le varie identità culturali e purtroppo oggi i cristiani non sempre riescono in questo intento.  Ma gli asiatici sono persone molto profonde e anche i semplici abitanti dei villaggi sono in grado di giudicare ciò che è reale e da ciò che non lo è, ciò che arricchisce l'identità e aumenta la loro cultura e cosa no. La nostra sfida in tali situazioni è invitare le persone a una più profonda riflessione sulla propria identità, sul loro compito sulla terra e sul loro destino. In Bhutan i giovani sono dotati, sono desiderosi di imparare e seguono i nostri programmi di formazione con grande interesse. Stiamo cercando di creare gruppi di sostegno che sponsorizzano la formazione, le competenze e la diffusione dei nostri programmi, nei nostri viaggi nei Paesi dell'Asia meridionale. I giovani bhutanesi meritano questo aiuto e sono sicuro che il loro lavoro sarà sempre più fecondo in futuro. 

Queste parole di Isaia 2:2-4 mi ispirato durante questi giorni: "Avverrà negli ultimi giorni che il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti, e sarà più alto dei colli; e tutte le nazioni affluiranno ad esso, e molte di coloro che vengonodicono: 'Venite, saliamo al monte del Signore ... perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri' ". Non è senza ragione che il Signore ha sollevato l'Himalaya sopra tutte le colline e li ha fatti suoi. Avremo bisogno di discernere le vie del Signore su queste alte montagne e tra questa gente meravigliosa.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Iraq: la comunità cristiana scossa da un omicidio "disumano"


87 i cristiani iracheni uccisi nel 2010, secondo l'Assyria Council of Europe


 

di Paul De Maeyer

ROMA, mercoledì, 25 maggio 2011 (ZENIT.org).- Una pattuglia della polizia irachena ha trovato lunedì 16 maggio a Kirkuk il corpo senza di vita di un giovane cristiano, Ashur Issa Yaqub (scritto anche Jacob). Il cadavere del ventinovenne, che era sposato ed aveva tre figli, era orrendamente sfigurato.

Come ha dichiarato all'Agence France-Presse (16 maggio) il capo della polizia della provincia di Kirkuk, il maggiore generale Jamal Taher Bakr, gli autori dell'omicidio hanno staccato quasi completamente la testa alla vittima. Il capo del dipartimento della Sanità della provincia, Sadiq Omar Rasul, ha confermato il lugubre fatto ed ha aggiunto che il corpo di Yacub presentava "segni di tortura e morsi di cani". Dettagli ancora più raccapriccianti sono stati forniti dall'Assyrian International News Agency (16 maggio). A Yacub sono infatti stati strappati gli occhi dalle orbite e tagliati gli orecchi. Come se non bastasse, la povera vittima è stata ritrovata con il volto scuoiato.

Yacub, che lavorava per una società edile, era stato rapito tre giorni prima, cioè sabato 14 maggio, sempre a Kirkuk, capoluogo dell'omonima provincia petrolifera situata in territorio curdo, a circa 250 chilometri a nord della capitale irachena Bagdad. I sequestratori, che secondo la polizia appartengono forse ad una cellula della rete terroristica di Al Qaeda, avevano chiesto alla famiglia della vittima un riscatto di ben 100.000 dollari, ma secondo una fonte di AsiaNews (16 maggio) le trattative "non sono andate a buon fine". Infatti, 100.000 dollari è una cifra molto alta per un Paese dove, secondo l'agenzia AFP, la retribuzione media giornaliera di un operaio edile è l'equivalente di 21 dollari.

Come ha riferito a Compass Direct News (18 maggio) un pastore evangelico, precedentemente al sequestro sconosciuti si sarebbero rivolti al datore di lavoro di Yacub, intimandogli di licenziare l'operaio "perché era un cristiano, ma lui ha rifiutato". Trattandosi di un imprenditore ricco ma irraggiungibile - così ha raccontato sempre il pastore, che per motivi di sicurezza ha voluto mantenere l'anonimato - hanno rapito e purtroppo anche ucciso Yacub.

L'uccisione definita "bestiale" e "un crimine efferato contro la religione, la nazione e l'umanità" dal segretario generale dell'Unione degli studenti e dei giovani assiro-caldei, Kaldo Oghanna, ha scosso profondamente la comunità cristiana. "E' una situazione molto grave, e tutti, la gioventù, si sentono senza speranza", ha detto l'esponente cristiano a Compass. Durissima è stata anche la condanna da parte dell'arcivescovo caldeo di Kirkuk, monsignor Louis Sako. "Nessun uomo che crede in Dio e ha un rispetto per la vita può commettere simili atti", così ha dichiarato in una prima reazione il presule, che ha parlato di un "gesto disumano" (AsiaNews).

L'arcivescovo è inoltre convinto che l'operaio sia stato sequestrato per i soldi. "E' stato rapito per il denaro. Questo succede, ma normalmente i rapinatori non torturano ed uccidono in questo modo", ha spiegato Sako in una conversazione al telefono con Compass Direct News. "E' come se fossero animali", ha continuato Sako. "Lo hanno ucciso immediatamente per spaventare la gente di Kirkuk e mandare il messaggio che se vengono rapiti devono pagare".

Invece per il deputato cristiano Imad Yohanna, anche lui di Kirkuk, Yacub è stato rapito a causa della sua appartenenza alla comunità cristiana. Secondo Yohanna -come ha riferito l'agenzia Associated Press (14 maggio) -, i cristiani sono obiettivi "facili" perché di norma pagano il riscatto senza opporsi, al contrario delle tribù arabe, che non esitano a ricorrere alle armi per liberare le persone sequestrate.

Anche se monsignor Sako dubita che si sia trattato di un gesto anti-cristiano, teme tuttavia che il brutale assassinio del padre di famiglia spingerà molti cristiani ad abbandonare la città. "A Kirkuk, pochissime famiglie cristiane avevano lasciato la città, ma questo è scioccante. Credo che dopo questo se ne andranno, perché questo è molto serio", ha detto l'arcivescovo a Compass.

L'accaduto rischia dunque di alimentare l'incessante flusso migratorio dall'Iraq dei cristiani o "assiri", come vengono anche chiamati. Un nuovo rapporto (1) realizzato dall'Assyria Council of Europe (ACE) - un organismo indipendente che mira ad aumentare all'interno dell'Unione Europea la sensibilità per la situazione dei cristiani iracheni - conferma infatti il drammatico calo del numero di cristiani nel Paese.

Dal 2004 al 2010, più del 60% della comunità assira ha abbandonato l'Iraq a causa del clima di terrore e i continui attacchi contro obiettivi cristiani. Con una popolazione stimata intorno ai 2 milioni, gli assiri - noti anche come siriaci e caldei - costituivano nel 2004 (ovvero il 1° anno dopo la caduta di Saddam Hussein) ancora il terzo più numeroso gruppo etnico dell'Iraq. Oggi, così ribadisce il rapporto, questo numero oscilla fra i 400.000 e i 600.000.

Secondo i dati dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR o UNHCR), il 13% di tutti i profughi iracheni registrati in Siria, Giordania, Libano, Turchia ed Egitto sono cristiani. Da parte sua, l'agenzia AINA calcola che fino al 40% dei rifugiati iracheni in Siria e Giordania è di origine assira. Inoltre, gli sfollati interni in Iraq sono circa 2,8milioni, di cui il 5% sono cristiani.

Il rapporto rivela inoltre che (almeno) 87 assiri sono stati uccisi nel periodo che va da gennaio a dicembre dello scorso anno, un dato che trasforma il 2010 nel secondo anno più sanguinoso dopo il 2004 (115 vittime). Mentre il maggior numero di singoli incidenti è stato registrato nella terza città dell'Iraq, cioè Mosul, la città con il più alto numero di cristiani uccisi è la capitale Bagdad, questo a causa dell'attacco terroristico del 31 ottobre scorso contro la cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora della Salvezza.

Il clima di insicurezza e l'estremismo colpiscono in particolare le donne e i bambini appartenenti alle varie minoranze, che secondo l'organizzazione Minority Groups International rappresentano "la sezione più vulnerabile della società irachena". Non portare il velo islamico (hijab) o vestirsi all'occidentale significa guai per le donne. Come indica il rapporto dell'Assyria Council of Europe, anche nei campi profughi le donne e le ragazze cristiane non sono al sicuro: sono molto esposte alla tratta di esseri umani e allo sfruttamento sessuale o sono costrette a prostituirsi.

"Oggi la situazione in Iraq è complessa", ha dichiarato Oghanna (Compass Direct News)."Noi temiamo - ha continuato il segretario generale della Chaldo-Assyrian Student and Youth Union - che i giorni a venire saranno duri per noi cristiani". C'è da sperare che si stia sbagliando...

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1) http://www.aina.org/reports/acehrr2010.pdf

 

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Assaliti con due figli nella loro auto

Coniugi cristiani uccisi a Mosul


 

di FRANCESCO RICUPERO

Ancora dolore e paura per la comunità cristiana di Kirkuk. Martedì sera, l'ennesimo agguato contro una famiglia caldea. Adnan Elia Jakmakji, 34 anni, e la moglie Raghad al Tawil, 25 anni, sono stati brutalmente uccisi e i loro due figli sono rimasti feriti in un agguato mentre erano a bordo della loro auto. Adnan Elia e Raghad erano commercianti. Usciti dal loro piccolo negozio, non appena sono saliti a bordo della loro auto sono stati improvvisamente raggiunti da una raffica di proiettili che non ha dato scampo alla giovane coppia cristiana. Gli assassini, al momento ancora ignoti, sono riusciti a fuggire facendo perdere le loro tracce. "Purtroppo, il clima che si respira a Mosul e a Baghdad - spiega a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo di Kirkuk dei Caldei, monsignor Louis Sako - è piuttosto pesante. Non si riesce a garantire la sicurezza alla piccola comunità cristiana. Le forze di polizia non sono sufficientemente preparate per tutelare la loro incolumità. Più volte abbiamo esortato ad alzare il livello di attenzione e di sicurezza ma i risultati raggiunti sono affatto incoraggianti. Speriamo che la situazione non si aggravi con la partenza del contingente americano. Fra pochi giorni è Natale - prosegue l'arcivescovo - e anche quest'anno i cristiani di Mosul e di Baghdad dovranno celebrare le festività in incognito e con la paura che da un momento all'altro gruppi armati facciano irruzione nelle loro abitazioni o nelle comunità e fare fuoco senza un'apparente ragione".
Nonostante la situazione, per i cristiani di Kirkuk, di Erbil e di altri paesi del nord dell'Iraq sia relativamente tranquilla, monsignor Sako ha espresso preoccupazione per il futuro dei cristiani nel Paese. "Le nostre radici sono ben salde e la nostra fede è solida - ribadisce l'arcivescovo di Kirkuk dei Caldei - ma bisogna intervenire in maniera decisa per assicurare a queste persone e a tutte le minoranze il diritto di professare le propria religione senza il rischio di essere, minacciati, perseguitati o uccisi da un momento all'altro".

Monsignor Sako non ha dubbi che l'attentato di martedì sera sia opera di gruppi estremisti che vogliono intimidire le comunità cristiane e le minoranze del Paese. "I due coniugi uccisi erano delle bravissime persone e gran lavoratori. Che minaccia poteva rappresentare una famiglia di commercianti di religione cristiana? Non si può - conclude il presule - vivere quotidianamente nell'angoscia e nel terrore. Adesso che ne sarà dei due figli gravemente feriti?".

I funerali di Adnan Elia Jakmakji e della moglie Raghdad al Tawil sono stati celebrati martedì sera nella chiesa caldea della Vergine Immacolata di Kirkuk, la stessa chiesa che il 7 dicembre del 2004 e il 17 gennaio del 2008 subì due attentati da parte degli estremisti.




(©L'Osservatore Romano 15 dicembre 2011)


[Modificato da Caterina63 14/12/2011 22.54]
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Tutte le persecuzioni dei cristiani nel mondo

 (Fonte: Il Giornale)

L’India è lo specchio del mondo. Quello che accade qui vale anche altrove. Accade in Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Algeria. Sudan, ultimamente anche in Egitto. È un attacco pesante, che ha radici forti e non risparmia nessuno.

Le comunità cristiane locali danno fastidio perché con la loro stessa esistenza diffondono una religione, una cultura e un sistema di vita fondati sul valore assoluto della persona umana, quindi sulla libertà, l’eguaglianza di tutti di fronte allo Stato, la donna con gli stessi diritti dell'uomo, la democrazia, la giustizia sociale.

Ecco perché le persecuzioni anti-cristiane dovrebbero interessare molto di più giornali, televisione, programmi culturali e università. Questa violenza non riguarda solo una religione, quella cristiana, ma un intero sistema di valori, visto che il cristianesimo è alla radice del nostro modo di vita occidentale. Non illudiamoci, oggi la persecuzione anti-cristiana è contro l'Occidente democratico e dei diritti dell'uomo e della donna. Se nei Paesi altri risultassero vincenti l’ideologia indutva e il fondamentalismo islamico, o anche il comunismo del boom economico di Cina e Vietnam, sarebbe in pericolo non il cristianesimo (noi crediamo per fede che non corre questo rischio), ma l’Occidente stesso. È questo il problema. Questo è il dramma.

L’indutva, cioè l’ideologia religioso-culturale-politica del nazionalismo indiano, ha molte radici tra cui anche quella religiosa e non è facile per il Paese liberarsene. E la cronaca lo conferma. Il fatto grave degli assalti ai cristiani nello stato di Orissa è la continuità di queste manifestazioni d’intolleranza indù, strumentalizzata dal Bharatiya Party, verso le minoranze religiose: i musulmani (circa il 13% degli indiani), ma questi rispondono colpo su colpo, mentre i cristiani (2,5%) si difendono, ma senza odio e senza sentimenti di vendetta e di rivalsa.

L’opinione pubblica occidentale è abituata a pensare che i cristiani sono perseguitati soprattutto nei Paesi islamici o a regime comunista. Ma sta venendo alla ribalta il fondamentalismo indù, che le autorità di un Paese democratico come l’India tollerano o non riescono a dominare. Quel che preoccupa la Chiesa indiana, e dovrebbe ottenere maggior attenzione nei mass media occidentali, non sono i singoli casi di persecuzione, ma l’atmosfera generale d'intolleranza che sta crescendo nei confronti dei cristiani. È bene anche conoscere i motivi di questa persecuzione. Un volantino, distribuito a Bangalore nel Natale 2007 elenca i «crimini» dei cristiani: trattare tutti allo stesso modo, educazione delle donne, rifiuto del sistema delle caste. Nel testo, firmato da gruppi nazionalisti indù, si legge che i cristiani dello Stato meridionale del Karnataka «devono abbandonare immediatamente il territorio indiano, oppure tornare alla religione madre dell'induismo». Altrimenti «dovranno essere uccisi da tutti i bravi indiani». In questo elenco dei «crimini» cristiani manca il principale. Le chiese, le loro scuole e opere di promozione umana, lavorano soprattutto fra i più poveri, che sono i «paria» (fuori casta), circa 130 milioni su un miliardo e 60 milioni, ancor oggi discriminati. Grazie alle scuole missionarie si è creata nei «paria» una coscienza nuova dei loro diritti e questo dà fastidio sia ai rigidi custodi della tradizione religiosa (che considera i paria «intoccabili» per motivazioni religiose), sia a tutti quelli (specie proprietari terrieri) che li hanno sempre considerati come servi della gleba. È questo che fa paura: la libertà cristiana e occidentale.


[SM=g1740720]


Introvigne denuncia: intolleranza e discriminazione contro i cristiani

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Intolleranza e discriminazione contro i cristiani. L'intervento di Massimo Introvigne in Kazakhstan

mercoledì 30 giugno 2010 alle ore 7.24
Conferenza diplomatica delll’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa)
Astana, Kazakhstan, 29-30 giugno 2010

Massimo Introvigne

Relazione introduttiva

L’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani, come contro i membri di altre religioni, possono verificarsi quando la libertà religiosa o non è garantita oppure è travisata. Le mie osservazioni si fondano sulla convinzione che la dottrina sociale della Chiesa, e in particolare i documenti più recenti di Papa Benedetto XVI – che partono da argomenti di ragione e non solo di fede –, possono essere d’interesse generale, anche per I non cristiani e i non credenti, e offrire un aiuto a tutti.
I principi della libertà religiosa sono in genere affermati dale costituzioni e dalle leggi degli Stati membri dell’OSCE. Rimangono tuttavia tre possibili aree di equivoco.

La prima riguarda lo statuto della libertà religiosa. La libertà di religione non è solo uno fra I tanti elementi di una lunga lista di diritti e di libertà. È la pietra angolare di una vita sociale in cui le altre libertà possono fiorire. Parlando a Washington il 17 aprile 2008 Benedetto XVI ha citato un pensatore francese, non credente, Alexis de Tocqueville (1805-1859), il quale insegnava che «la religione e la libertà sono “intimamente legate” nel contribuire a una democrazia stabile». Quando la libertà religiosa è considerate un diritto minore, o secondario rispetto ad alltri, la libertà in generale non può essere veramente garantita.

La seconda concerne l’estensione della libertà religiosa. L’Instrumentum laboris della prossima Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi cita il fatto che in alcuni Paesi «libertà di religione vuol dire solitamente libertà di culto. Non si tratta dunque di libertà di coscienza, cioè della libertà di credere o non credere, di praticare una religione da soli o in pubblico senza alcun impedimento, e dunque della libertà di cambiare religione. […] Cambiare religione è ritenuto un tradimento verso la società, la cultura e la Nazione costruita principalmente su una tradizione religiosa». Al contrario, una vera libertà religiosa deve comprendere la libertà di predicare, di convertire e di convertirsi.
In terzo luogo, in alcuni Paesi la libertà di religione è considerata da alcuni con sospetto, come se inplicasse necessariamente il relativismo e la negazione dell’eredità spirituale nazionale. La Chiesa Cattolica ha dovuto affrontare lo stesso problema quando si è trovata di fronte ai problemi d’interpretazione della dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae del Concilio Ecumenico Vaticano II. Alcuni, anche all’interno della Chiesa, temevano che la proclamazione della libertà religiosa potesse promuovere il relativismo e l’indifferentismo. Ma in realtà, come Papa Benedetto XVI ha ripetutamente mostrato, la libertà religiosa e una ferma difesa della propria identità religiosa contro il relativismo possono e devono coesistere. La libertà religiosa è relativa all’immunità individuale e collettiva dei credenti da ogni coercizione dello Stato laico moderno nel momento della formazione e dell’annuncio della propria esperienza religiosa. Non implica invece che il credente non abbia il diritto e il dovere di esercitare un «adeguato discernimento» tra le diverse proposte religiose, come il Papa ha sottolineato nella sua enciclica del 2009 Caritas in veritate: «La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali» (n. 55).

Con riferimento alla città sede dell’OSCE, possiamo dire che questi tre equivoci creano problemi sia a Est di Vienna sia a Ovest di Vienna. A Est di Vienna, I problemi circa l’estensione della libertà religiosa e il timore che la libertà di religione in senso occidentale possa indurre relativismo e un tradimento delle culture tradizionali può generare forme normative che danneggiano le Chiese e le comunità cristiane. Tra queste ci sono il rifiuto della registrazione legale e dell’esenzione fiscale, e il rifiuto di concedere visti ai missionari o licenze per costruire edifici di culto. In alcuni Paesi una virulenta propaganda anti-cristiana ha portato a una diffusa violenza.

A Ovest di Vienna troppo spesso assistiamo alla marginalizzazione dei cristiani, i cui diritti di partecipare pienamente al dialogo sociale annunciando la loro fede sono limitati in nome del laicismo. Parlando alle Nazioni Unite a New York il 18 aprile 2008 Benedetto XVI ha affermato che «è inconcepibile che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti. I diritti collegati con la religione sono quanto mai bisognosi di essere protetti se vengono considerati in conflitto con l’ideologia secolare prevalente [...]. Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale». La causa di questi problemi sembra essere il primo dei tre equivoci che ho citato. La libertà religiosa è considerata solo come uno fra tanti diversi diritti, e la sua importanza cruciale è sistematicamente sottovalutata. E il problema diventa peggiore quando tra i diritti che s’invocano per limitare la libertà religiosa ci sono – secondo l’espressione della Caritas in veritate – «presunti diritti, di carattere arbitrario e voluttuario», e perfino «diritti» «addirittura alla trasgressione e al vizio» (n. 42). Il riconoscimento dei diritti delle minoranze religiose è certo uno sviluppo importante dei sistemi giuridici moderni. Ma I diritti delle minoranze non devono essere usati per negare i diritti delle maggioranze. Anche le maggioranze hanno i loro diritti. I cristiani, dove sono maggioranza culturale, sono oggi nel mirino di quanti pensano che la migliore società possible debba essere completamente secolarizzata e non religiosa.

Il tempo mi permette di citare solo due esempi. Il primo riguarda un numero ormai ampio d’incidenti in Europa dove predicatori cristiani, compresi predicatori di strada, e istituzioni ecclesiali sono stati incriminati o citati in giudizio per avere criticato stili di vita e atteggiamenti relativi alla sessualità che considerano peccaminosi. Alcuini genitori sono stati multati o incriminati per avere rifiutato di mandare I loro figli a cosiddetti corsi anti-discriminazione che, a loro avviso, promuovono stili di vita che non approvano. In quest’area, come in altre, come minimo dev’essere sempre riconosciuto un ampio diritto all’obiezione di coscienza. Le proposte di legge che intendono punire come incitamento all’odio la critica religiosa di stili di vita alternativi sono percepite da molte Chiese e comunità cristiane come una seria minaccia alla loro libertà di predicazione.

Il secondo esempio riguarda la sentenza del 2009 Lautsi c. Italia, con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha deciso che la presenza di crocefissi nelle scuole pubbliche italiane viola i diritti dei non credenti e degli alunni che in Italia, un Paese a larga maggioranza cattolico, appartengono a minoranze religiose. Il caso è riesaminato dalla Camera Superiore della Corte Europea dei Diritti Umani il 30 giugno. I sondaggi hanno confermato che un’ampia maggioranza degli italiani (82%: cfr. Franco Garelli - Gustavo Guizzardi - Enzo Pace [a cura di], Un singolare pluralismo: Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani, il Mulino, Bologna 2003, pp. 146-147) – compresa una solida maggioranza degli italiani che non sono cattolici praticanti – è favorevole a mantenere nelle scuole il crocefisso, un simbolo della più alta forma di amore oltre che dell’identità e della storia nazionale particolarmente amato in Italia. Questo sembra un caso particolarmente chiaro dove i diritti di un’ampia maggioranza sono ignorati in nome dei diritti di una minoranza, o dell’opinione di un numero molto limitato di militanti del laicismo.

Ci sono naturalmente molti altri esempi di discriminazione contro I cirstiani, sia a Ovest di Vienna sia a Est di Vienna. Ma credo che questi casi siano sufficienti a confermare che quello dell’intolleranza e della discriminazione contro i cristiani è un problema molto grave, che merita la più grande attenzione di questo autorevole consesso.


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[Modificato da Caterina63 16/07/2012 23.52]
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IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA (chi vuol fare qualcosa per lei veda sotto questo articolo)

9 dicembre 2012 / In News

Asia Bibi, una madre di cinque figli, è in carcere da tre anni ed è stata condannata a morte per impiccagione perché cristiana a 1700 anni esatti dall’Editto di Costantino.

La libertà di coscienza, cioè il riconoscimento pubblico della dignità umana, cominciò proprio quel giorno di febbraio del 313.

Il primo seme (ancora tanta strada c’era da fare) fu proprio quell’Editto di Milano, firmato da Costantino, a cui è dedicata la grande mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale del capoluogo lombardo.

L’editto concedeva “anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita” e decretò quindi “che non si debba vietare a nessuno la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi più adatta a se stesso”.

Da lì, pian piano, sarebbero nate tutte le libertà (infatti con quella dichiarazione di fatto iniziava a nascere anche la laicità dello Stato, perché il potere non poteva più essere divinizzato).

Eppure oggi, a 1700 anni da quella storica svolta, i cristiani nel mondo continuano ad essere perseguitati e massacrati per la loro fede in Gesù Cristo. Anzi, lo sono oggi più ancora che nell’antica Roma.

Il caso simbolo è appunto quello di Asia Bibi, una madre di cinque figli. Dal giugno 2009 è rinchiusa in una cella senza finestre nel carcere di Sheikhupura in Pakistan. Ha subito atrocità e umiliazioni ed è stata condannata a morte per la sola “colpa” di essere cristiana.

In questo paese a stragrande maggioranza musulmana infatti il regime fondamentalista da anni ha varato la terrificante “legge sulla blasfemia” che è come un spada di Damocle sui cristiani, la cui vita, i cui figli, i cui beni sono così alla mercé di chiunque li denunci di aver offeso Maometto.

Ieri “Avvenire” ha pubblicato una lettera di Asia Bibi dove fra l’altro si legge: “Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a un morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam”.

Questa mamma coraggio gli ha risposto: “preferisco morire da cristiana, che uscire dal carcere da musulmana. ‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto -. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’ ”.

Sono parole impressionanti, pronunciate da una povera donna inerme, alla mercé dei suoi aguzzini, con cinque figli piccoli che l’aspettano in una povera casa.

Parole che sembrano davvero tratte dagli “Atti dei martiri” dei primi secoli cristiani.

Là in Pakistan del resto perfino uno dei pochi cristiani importanti come Shahbaz Bhatti e un saggio governatore musulmano (di idee liberali) come Salman Taseer sono stati ferocemente assassinati per aver chiesto pubblicamente l’abolizione dell’assurda “legge sulla blasfemia” e la liberazione di Asia Bibi.

C’è qualcuno in Occidente, dove tutti strologhiamo, stando comodi al caldo (e ci piace pure fare i “martiri” per la minima controversia), che sa commuoversi per questo vero e drammatico atto di eroismo?

C’è un municipio che esporrà l’immagine di Asia Bibi o – trattandosi di una cristiana – non interessa a nessuno?

Noi cristiani, semplici fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi e alti prelati ci sentiamo davvero toccati da una testimonianza così?

E se fosse chiesto a noi di rischiare – non dico la vita, ma – qualcosa per la nostra fede, saremmo pronti a dire di sì o rinnegheremmo Gesù Cristo?

E i nostri giornali e i nostri intellettuali, sempre pronti a firmare appelli per tutte le cause “politically correct”, anche meritevoli come quelle di Salman Rushdie o di Sakineh, emetteranno almeno un vagito per Asia Bibi?

Dove sono tutti quei seguaci di Voltaire i quali amano ripetere quella frase (che Voltaire non ha mai pronunciato) secondo cui – pur non condividendo le idee dell’avversario – bisogna essere disposti a dare la vita per permettergli di professarle?

Non ne ho mai visti di eroi simili dalle nostre parti. Dove, del resto, non è chiesto così tanto, ma basterebbe una innocua presa di posizione.

Perché il Pakistan non è proprio un paesello sperduto, ma una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti – il sesto più popoloso del mondo – con un peso geopolitico molto forte.

Per inciso, la potenza ad esso avversa è l’India e anche lì i cristiani non se la passano per niente bene: basti ricordare le atrocità commesse contro di loro da fondamentalisti indù in Orissa.

D’altra parte quello di Asia Bibi è solo uno dei tantissimi casi di cristiani perseguitati. La voce di Benedetto XVI è l’unica ad alzarsi in loro difesa (e in difesa di tutti i perseguitati). Ma sembra del tutto inascoltata. I cristiani sono tornati ad essere “la spazzatura del mondo”.

Il 5 novembre scorso Angela Merkel ha sottolineato che “il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo”. Ebbene, è stata subissata da critiche, anche da associazioni che si occupano di diritti umani. Perché non è “politically correct” affermare una cosa simile.

Eppure la benemerita associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, nel suo “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, ha rilevato che tre casi di discriminazione su quattro (cioè il 75 per cento) riguardano i cristiani.

D’altra parte il Novecento è stato per i cristiani un’immane macelleria. Certo, è stato un secolo di genocidi per tanti altri gruppi umani – a cominciare dal caso più satanico, la Shoah – ma fortunatamente si tratta di orrori universalmente riconosciuti, denunciati e aborriti come tali da tutti noi.

Solo i cristiani pare non abbiano diritto a essere annoverati fra le vittime e i perseguitati. Loro e la Chiesa devono stare sempre e solo sul banco degli accusati o degli irrisi. E senza lamentarsi.

Eppure i cristiani nel Novecento sono stati massacrati a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi. E i dati sono impressionanti e sconosciuti.

Quando, dieci anni fa, scrissi un libro su queste persecuzioni (“I nuovi perseguitati”, Piemme), cercai dei dati statistici ufficiali, di fonte neutra.

Dunque consultai la ricerca sociologica più autorevole, appena uscita presso Oxford University Press, ovvero la “World Christian Encyclopedia” di David B. Barrett, George T. Kurian e Todd M. Johnson.

Da cui appresi che, nei duemila anni di storia cristiana, si potevano quantificare in circa 70 milioni coloro che erano stati ammazzati, per via diretta o indiretta, a causa della loro fede in Gesù. Ma 45 milioni e mezzo erano martiri del XX secolo.

E tuttora ogni anno le vittime si contano in migliaia. Erano (e sono) dati sconvolgenti, però ignorati dai media.

A 1700 anni dall’Editto di Costantino che introdusse nel mondo la libertà di coscienza, una donna cristiana, condannata a morte solo per la sua fede, dal buio del suo carcere, scrive adesso parole che dovrebbero emozionare tutti.

Parole che sembrano arrivare dai primi secoli cristiani e che mostrano ancora oggi che il cristianesimo entrò nel mondo con un annuncio rivoluzionario: mentre le religioni pagane sacralizzavano il Potere, Gesù Cristo sacralizzava la dignità e la libertà di ogni singolo, piccolo essere umano.

“Gesù, nostro Signore e Salvatore” scrive Asia Bibi “ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere”.

Ecco perché il caso di Asia Bibi riguarda chiunque abbia a cuore la propria libertà.

 

Antonio Socci

Da “Libero”, 9 dicembre 2012

Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 

PER CHI VUOL FARE QUALCOSA PER ASIA BIBI

Si può far avere la nostra protesta alle autorità pakistane. Riprendo, da “Avvenire” di oggi: “E’ possibile scrivere all’Ambasciata pachistana, via della Camilluccia 682, 00135 Roma, oppure inviare un fax al numero 06-36301936, o spedire una mail all’indirizzo pareprome1@tiscali.it ”.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Ucciso in Siria padre Frans van der Lugt, gesuita,
testimone del Vangelo e uomo di pace



Gli occhi chiusi per sempre e lividi sul viso: è questa l’ultima immagine di padre Frans van der Lugt, gesuita olandese, ucciso ieri 7 aprile ad Homs, in Siria, con un colpo di pistola alla tempia. Testimone del Vangelo e uomo di pace, padre Frans aveva scelto di non lasciare il Paese, nonostante la guerra, per restare vicino al popolo siriano, stremato dalle atroci sofferenze del conflitto. Il servizio di Amedeo Lomonaco:RealAudioMP3 

Padre Frans aveva 75 anni. Era arrivato in Siria nel 1966. In questi anni di guerra civile non ha mai lasciato la città di Homs, roccaforte dei ribelli assediata da circa un anno dalle forze del presidente Bashar Al Assad. Più volte ha detto che non sarebbe andato via dal Paese fin quando sarebbero rimasti ancora cristiani nelle zone assediate. Tre mesi fa aveva lanciato un accorato appello, tramite internet, perché venisse messa in salvo la popolazione di Homs. “Insieme ai musulmani - diceva - viviamo in una situazione difficile e dolorosa e soffriamo di tanti problemi. Il maggiore di questi è la fame”. “Muore un uomo di pace” - ha detto padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede - che con grande coraggio ha voluto rimanere fedele in una situazione estremamente rischiosa e difficile a quel popolo siriano a cui aveva dedicato da lungo tempo la sua vita e il suo servizio spirituale”. “Dove il popolo muore – ha aggiunto – muoiono con lui anche i suoi fedeli pastori”. In Siria e in tutti i contesti di violenza e di guerra – si legge infine nel comunicato della Congregazione per le Chiese Orientali - non siano dimenticati l’esempio e le parole di padre Frans.

Un “ testimone del Vangelo e della vita cristiana“, questo era padre Frans van der Lugt anche nella testimonianza di un suo confratello, padre Ghassan Sahoui, raggiunto telefonicamente a Homs da Gabriella Ceraso:RealAudioMP3 

R. – E’ vero che c’è tristezza, ma nello stesso momento, quando guardiamo alla sua vita nell’antica città di Homs, vediamo una missione e la chiamata a tutti i cristiani di non lasciare il loro territorio e di rimanere. La sorte di noi cristiani è quella di testimoniare la pace, la riconciliazione e l’amore. E lui era un uomo di pace, era un uomo di dialogo, amato da tutti.

D. – Quindi rimane inspiegabile questo atto: un atto di un singolo, una vendetta, una ritorsione?

R. – Non saprei dire niente ora. Non sappiamo nulla, perché quest’uomo è fuggito subito. Certamente irragionevole, però.

D. – Padre Frans aveva fatto anche, nei mesi scorsi, un appello perché la comunità internazionale non dimenticasse Homs e la gente che lì soffre...

R. – Lui ha parlato della situazione difficile, che rimane difficile; riescono, infatti, a malapena a mangiare.

D. – Voi non siete impauriti da questi episodi? Ricordiamo che c’è anche un altro padre gesuita, padre Paolo Dall’Oglio, che è scomparso. Dopo il sequestro, infatti, non se ne hanno più notizie...

R. – E’ la nostra missione quella di restare fino alla fine. Quindi tutto ciò non ci impaurisce; al contrario, sono esempi che ci danno la forza: sono una luce per noi, in questa situazione molto difficile e complessa.

D. – La comunità locale, che conosceva ovviamente padre Frans, ha reagito in qualche modo, vi sta vicino?

R. – Certamente. Abbiamo ricevuto tanti vescovi, preti, tanta gente: in tanti hanno chiamato, in tanti stanno venendo per pregare con noi e in tanti piangono la sua scomparsa. Noi proviamo a dire che lui ora si trova nella vita, lui è andato a vivere la pienezza della vita, che ha sempre dato agli altri e ha testimoniato fino alla fine con il suo sangue.




Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/04/08/ucciso_in_siria_padre_frans_van_der_lugt,_gesuita,_testimone_del/it1-788792 
del sito Radio Vaticana 


   

 
 

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Punjab pakistano: "branco" stupra una cristiana di 7 anni e rapisce il padre per bloccare la denuncia



Un "branco" composto da quattro uomini di religione musulmana ha violentato una bambina cristiana di soli sette anni, di nome Sara; lo stupro è avvenuto ieri nel villaggio di Mally ki, a Daska, nel distretto di Sialkot (Punjab). La minore - riferisce l'agenzia AsiaNews - si trova ora ricoverata nell'ospedale di Sialkot, nel reparto di terapia intensiva, in condizioni che i medici definiscono "critiche". Nel frattempo la polizia, invece di arrestare i colpevoli, ha aiutato il clan locale a rapire il padre della bambina abusata; Iqbal Masih è stato prelevato e nascosto in un luogo segreto per "costringere la famiglia a non denunciare la vicenda, raggiungere un accordo con i criminali ed evitare una controversia a sfondo confessionale".

In queste ore la comunità cristiana ha cercato in tutti i modi di parlare con le forze dell'ordine, senza riuscirvi. Gli agenti non sembrano intenzionati a intervenire per punire lo stupro e liberare Masih, nelle mani degli aguzzini che hanno abusato della figlia.

Attivisti e organizzazioni pro diritti umani chiedono giustizia e assicurano il loro sostegno alla famiglia. In seguito ai ripetuti appelli e pressioni, la magistratura ha aperto un fascicolo e disposto l'arresto di due persone coinvolte nello stupro; sulla sorte del padre, al momento non vi sono sostanziali novità.

Secondo una recente ricerca, i casi di abusi e violenze sessuali - in particolare ai danni di giovani cristiane - sono in continuo aumento nella provincia del Punjab, nel silenzio della polizia e dell'autorità giudiziaria. Padre Arshad John, sacerdote impegnato nella tutela dei diritti delle minoranze, condanna la violenza sessuale su una bambina di soli sette anni e il rapimento del genitore, "per mettere pressione sulla famiglia perché non sporga denuncia". Il "silenzio" della società civile, aggiunge, acuisce ancor più la drammaticità della vicenda.

Con più di 180 milioni di abitanti (di cui il 97% professa l'islam), il Pakistan è la sesta nazione più popolosa al mondo ed è il secondo fra i Paesi musulmani dopo l'Indonesia. Circa l'80% è musulmano sunnita, mentre gli sciiti sono il 20% del totale. Vi sono inoltre presenze di indù (1,85%), cristiani (1,6%) e sikh (0,04%). Negli ultimi anni si è registrata una vera e propria escalation di violenze contro membri delle minoranze etniche o religiose, in particolare i musulmani sciiti e i cristiani. Decine gli episodi, fra attacchi mirati contro intere comunità - come avvenuto a Gojra nel 2009 o alla Joseph Colony di Lahore lo scorso anno - o abusi contro singoli (Asia Bibi, Rimsha Masih o il giovane Robert Fanish Masih, anch'egli morto in cella), spesso perpetrati col pretesto delle leggi sulla blasfemia. (R.P.)




Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/04/24/punjab_pakistano:_branco_stupra_una_cristiana_di_7_anni_e_rapisce/it1-793431 
del sito Radio Vaticana 








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   Il santo Padre Francesco: copti uccisi perché cristiani, sangue che grida




Una donna cristiana copta in preghiera - AP





16/02/2015 



 


Uccisi solo perché cristiani: è quanto ha affermato il Papa durante un incontro in Vaticano con i rappresentanti della Chiesa Riformata di Scozia, riferendosi agli oltre 20 copti egiziani uccisi dai jihadisti del cosiddetto Stato Islamico. Ce ne parla Sergio Centofanti

Papa Francesco, rispondendo al discorso del moderatore della Chiesa di Scozia, parla a braccio in spagnolo per esprimere il suo profondo dolore per l’esecuzione dei cristiani copti:

“Dicevano solamente: ‘Gesù aiutami’. Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani. Lei, fratello, nel suo discorso ha fatto riferimento a quello che succede nella terra di Gesù. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, copti, luterani non importa: sono cristiani! E il sangue è lo stesso. Il sangue testimonia Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di testimoniare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’uno con l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che ci sta incoraggiando, l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani”. 

Nel suo discorso scritto, Papa Francesco afferma la necessità di condividere il “comune impegno al servizio del Vangelo e della causa dell’unità dei cristiani”. Il Papa ricorda come “allo sviluppo della ricca tradizione storica e culturale della Scozia hanno contribuito illustri e sante figure cristiane appartenenti a diverse confessioni”:

“L’attuale stato delle relazioni ecumeniche in Scozia testimonia quanto ciò che, come cristiani, abbiamo in comune sia più grande di ciò che può dividerci. Su questa base, il Signore ci chiama a ricercare modi ancora più efficaci per superare vecchi pregiudizi e per trovare nuove forme di intesa e di collaborazione”.

Il Papa si rallegra nel constatare che “i rapporti tra la Chiesa di Scozia e la Chiesa cattolica si sono sviluppati, al punto che le sfide poste dalla società contemporanea vengono affrontate attraverso una riflessione comune e, in molti casi – nota - siamo in grado di parlare con una sola voce su questioni che toccano da vicino la vita di tutti i fedeli”:

“Nel nostro mondo globalizzato e spesso disorientato una comune testimonianza cristiana è un requisito necessario per l’incisività dei nostri sforzi di evangelizzazione. Siamo pellegrini e peregriniamo insieme. Dobbiamo imparare ad «affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio» (Evangelii gaudium, 244)”.

“La fede e la testimonianza cristiana – ha proseguito Papa Francesco - si trovano di fronte a sfide tali, che soltanto unendo i nostri sforzi potremo rendere un efficace servizio alla famiglia umana e permettere alla luce di Cristo di raggiungere ogni angolo buio del nostro cuore e del nostro mondo. Possa il cammino di riconciliazione e di pace tra le nostre comunità – è il suo augurio - avvicinarci sempre di più gli uni agli altri, così che, mossi dallo Spirito Santo, possiamo portare a tutti la vita e portarla in abbondanza (cfr Gv 10,10)”:

“Preghiamo gli uni per gli altri e continuiamo a camminare insieme nella via della saggezza, della benevolenza, della fortezza e della pace”.


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
A
L REVERENDO JOHN P. CHALMERS,
MODERATORE DELLA CHIESA DI SCOZIA (RIFORMATA)

 

Lunedì, 16 febbraio 2015

[Multimedia]


 

 

Caro fratello Moderatore, 
cari fratelli e sorelle in Cristo,

 

sono lieto di avere l’opportunità di incontrarvi, quali  rappresentanti della Chiesa di Scozia, e di condividere con voi il nostro comune impegno al servizio del Vangelo e della causa dell’unità dei cristiani.

 

Allo sviluppo della ricca tradizione storica e culturale della Scozia hanno contribuito illustri e sante figure cristiane appartenenti a diverse confessioni. L’attuale stato delle relazioni ecumeniche in Scozia testimonia quanto ciò che, come cristiani, abbiamo in comune sia più grande di ciò che può dividerci. Su questa base, il Signore ci chiama a ricercare modi ancora più efficaci per superare vecchi pregiudizi e per trovare nuove forme di intesa e di collaborazione.

 

Mi rallegra constatare che i rapporti tra la Chiesa di Scozia e la Chiesa cattolica si sono sviluppati, al punto che le sfide poste dalla società contemporanea vengono affrontate attraverso una riflessione comune e, in molti casi, siamo in grado di parlare con una sola voce su questioni che toccano da vicino la vita di tutti i fedeli. Nel nostro mondo globalizzato e spesso disorientato, una comune testimonianza cristiana è un requisito necessario per l’incisività dei nostri sforzi di evangelizzazione.

 

Siamo pellegrini e peregriniamo insieme. Dobbiamo imparare ad «affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio» (Evangelii gaudium, 244).

 

La fede e la testimonianza cristiana si trovano di fronte a sfide tali, che soltanto unendo i nostri sforzi potremo rendere un efficace servizio alla famiglia umana e permettere alla luce di Cristo di raggiungere ogni angolo buio del nostro cuore e del nostro mondo. Possa il cammino di riconciliazione e di pace tra le nostre comunità avvicinarci sempre di più gli uni agli altri, così che, mossi dallo Spirito Santo, possiamo portare a tutti la vita e portarla in abbondanza (cfr Gv 10,10).

 

Me permito recurrir a mi lengua materna para expresar un hondo y triste sentimiento. Hoy pude leer la ejecución de esos 20, 21, 22 cristianos coptos. Solamente decían: “Jesús, ayúdame”. Fueron asesinados por el sólo hecho de ser cristianos. Usted, hermano, en su alocución se refirió a lo que pasa en la tierra de Jesús. La sangre de nuestros hermanos cristianos es un testimonio que grita. Sean católicos, ortodoxos, coptos, luteranos, no interesa: son cristianos. Y la sangre es la misma, la sangre confiesa a Cristo. Recordando a estos hermanos que han sido muertos por el sólo hecho de confesar a Cristo, pido que nos animemos mutuamente a seguir adelante con este ecumenismo que nos está alentando, el ecumenismo de la sangre. Los mártires son de todos los cristianos.

 

[Mi permetto di ricorrere alla mia lingua madre per esprimere un profondo e triste sentimento. Oggi ho potuto leggere dell’esecuzione di quei ventuno o ventidue cristiani copti. Dicevano solamente: “Gesù aiutami!”. Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani. Lei, fratello, nel suo discorso ha fatto riferimento a quello che succede nella terra di Gesù. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, copti, luterani non importa: sono cristiani! E il sangue è lo stesso. Il sangue confessa Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di confessare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’un l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che ci sta dando forza, l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani.]

 

Preghiamo gli uni per gli altri e continuiamo a camminare insieme nella via della saggezza, della benevolenza, della fortezza e della pace. Grazie.








[Modificato da Caterina63 16/02/2015 14.50]
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Via Crucis al Colosseo
 

Il Triduo Pasquale ha al suo centro la preghiera per e con i cristiani perseguitati. La persecuzione è il Venerdì Santo della Chiesa. Essa si svolge, ha detto il Papa, nel nostro «silenzio complice», manifestazione tra le più gravi del peccato da cui il Venerdì Santo ci chiama a convertirci.

MAPPA DELLA PERSECUZIONE di S. Magni

 

Sono più di 4000 i cristiani uccisi a causa della loro fede nel terribile 2014 e in questo inizio del 2015.

Sono cifre da guerra, ma sono tutti morti in tempo di pace. Il Papa, nella Via Crucis di questo Venerdì Santo ha ricordato a tutti i fedeli il sangue versato dai martiri e dai perseguitati. Da ultimo, a coronamento di un periodo di passione, l’eccidio a Garissa, in Kenya, dove il numero delle vittime è salito a 150 persone. Si è trattato di un massacro religioso, un atto deliberato di persecuzione: i terroristi hanno separato i cristiani dagli altri studenti prima di ucciderli. Le stesse modalità del loro precedente massacro dei passeggeri di un pullman, nel nord del paese. In quell’occasione, come in altri attentati precedenti, dopo aver catturato gli ostaggi, i terroristi Shabaab hanno fatto loro recitare passi del Corano e preghiere musulmane. Quelli che non hanno passato l’ultimo “esame” della loro vita, sono stati condannati e uccisi sul posto.

Gli episodi di violenza contro i cristiani, nell’anno appena incominciato e nel precedente 2014, sono persino troppe per essere elencate tutte. Per rendere l’idea dell’intensità della persecuzione, facendo una media temporale, possiamo vedere che ogni giorno dell’anno sono stati assassinati 10 cristiani a causa della loro fede. Ogni giorno, per tutti i giorni all’anno, sono state distrutte 7 chiese. Ogni giorno, per tutti i giorni all’anno, sono state commesse 24 aggressioni gravi ai danni dei cristiani. La persecuzione non è concentrata in un solo Stato, non è motivata dalla scelta di un singolo imperatore, come avveniva ai tempi dei romani, ma è diffusa in quasi tutto il mondo extra occidentale, ed è motivata soprattutto dalla volontà di estirpare il cristianesimo, dove questo è minoranza. Una volontà che è motivata sia dall’ideologia, negli ultimi regimi comunisti, sia dalle fazioni e partiti estremisti dell’islam e dell’induismo, in alcuni casi (come lo Sri Lanka) anche del buddismo.

Nelle quattordici stazioni della Via Crucis, che abbiamo pubblicato su queste pagine (l’ultima, con l’elenco completo delle precedenti, la potete leggere qui) Anna Bono ha ripercorso tutti i casi più eclatanti di persecuzione e martirio dei cristiani in diverse regioni del mondo. L’associazione Open Doors, che ha fatto unamappa completa della violenza anti-cristiana in tutto il mondo, ci mostra come esista una cintura critica, delineabile quasi fisicamente, che attraversa il mondo da Est a Ovest, dall’appendice orientale dell’Asia (Cina e Corea del Nord), attraversa l’Asia centrale e meridionale, ha il suo epicentro nel grande Medio Oriente (dall’Afghanistan alla Siria), attraversa tutta l’Africa settentrionale fino alla Mauritania, varca l’Atlantico e approda in Messico e Colombia nell’America centrale. L’estremo più a Sud di questa ampia cintura è la Tanzania. L’estremo confine settentrionale è il Kazakhstan (in Asia Centrale).

Persecuzione nel mondo

Le regioni dove la persecuzione dei cristiani è “estrema” sono ben note: la Corea del Nord (dove tutti i credenti finiscono nei campi di concentramento e nella maggior parte dei casi non ne escono vivi), l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iran e adesso, soprattutto, il territorio compreso fra Siria e Iraq, terra di conquista per l’Isis. in Africa la persecuzione più intensa si trova in Somalia, in Sudan, nel Centrafrica lacerato da una guerra civile che è anzitutto quella scatenata dagli islamisti contro la maggioranza cristiana. E nella Nigeria in cui è in azione Boko Haram. Adesso, con l’elezione di un presidente musulmano, qualcosa cambierà, ma probabilmente non in meglio.

Quel che sconcerta è proprio la tendenza al peggioramento, in molti casi anche brusco. Anche laddove i cristiani vivevano relativamente in pace, come in Siria o in Libia, eserciti di integralisti islamici stanno rendendo loro la vita impossibile, costringendoli alla fuga per evitare il genocidio. E non dobbiamo nemmeno dimenticare quei paesi che Open Doors considera caratterizzati da un livello “moderato” di persecuzione. Fra questi, infatti, c’è anche il Kenya. E nella categoria rientra la Cina, dove i cristiani non sono internati e uccisi con la stessa frequenza della Corea del Nord, ma dove comunque, quest’anno, si è registrato un record di distruzione di chiese ordinata dal regime, per evitare il proselitismo cristiano. C’è anche il Messico, che è un caso spesso dimenticato, a fronte delle tragedie in Asia, Africa e Medio Oriente, ma che non può essere trascurato.

In Messico, infatti, sono stati uccisi 6 sacerdoti negli ultimi sei anni e altri 3 sono scomparsi. Attualmente è il paese dell’America latina più pericoloso per chiunque indossi una tonaca. La Chiesa è presa di mira soprattutto dai narcotrafficanti, perché i preti sono in prima linea nelle opere di recupero di giovani tossicodipendenti e spesso denunciano la prepotenza dei boss locali, come si è visto nel caso dei 43 studenti rapiti e scomparsi a Iguala, dove la Chiesa, contrariamente ad autorità tendenzialmente omertose, è vicina ai parenti e molto attiva nella mobilitazione dell’opinione pubblica. In Colombia, altro caso di persecuzione “moderata”, la Chiesa è vittima non solo dei narcotrafficanti (per le stesse ragioni che abbiamo visto in Messico), ma è anche bersaglio di aggressioni da parte di terroristi marxisti (Farc-Eln) e anche di popolazioni indigene, nei territori autonomi, che la vedono come un elemento di disturbo alle loro tradizioni. Sempre più cristiani, nelle aree rurali, vengono scacciati dalle loro terre.

Nonostante tutto, il cristianesimo è sempre in espansione. Anche nei luoghi più remoti e impensati, come buona parte dei paesi in Africa che registra il più alto tasso di crescita del cristianesimo in tutto il mondo: attualmente costituisce il 40% dell’intera popolazione del continente, incluso il Nord musulmano. O come la Cina che potrebbe diventare la più grande nazione cristiana al mondo, visto il ritmo attuale delle conversioni. E probabilmente è proprio per questa “cocciuta” espansione nonviolenta dei cristiani, per la loro capacità di attrazione, che i persecutori si scatenano.

   





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26/04/2015 00.04
 
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  Padre Douglas, il prete iracheno rapito e torturato che insegna ai cristiani perseguitati a perdonare


Aprile 24, 2015 Benedetta Frigerio


Padre Douglas Al Bazi conosce la persecuzione, la perdita della casa, la tortura, ma «non scappo perché amo la mia terra. E non chiamatemi eroe, sono solo fortunato»




 

 


douglas-al-bazi-iraq1Padre Douglas Al Bazi, sacerdote iracheno della diocesi di Erbil, nel Kurdistan, sa bene cosa significhi soffrire la persecuzione, la perdita della casa, la tortura. Dal 2 agosto, si prende cura di centinaia di famiglie scappate dall’Isis. Intervistato dalla Bbc, ha raccontato la sua storia, parlando anche del perdono dei nemici.


IL RAPIMENTO. La vita di Al Bazi, 43 anni, non è mai stata facile. Da bambino ha vissuto la guerra contro l’Iran e dopo l’intervento degli Usa nel paese, è stato colpito da un proiettile. Vicino alla sua chiesa esplose poi una bomba che costrinse la sua famiglia a scappare nuovamente. E nel 2006 fu rapito per nove giorni da terroristi islamici: «Avevo appena finito di celebrare la messa domenicale, salii in macchina per andare a visitare degli amici ma fui circondato immediatamente, mi fecero scendere e mi misero nel bagagliaio. Poi mi dissero di coprire gli occhi, altrimenti mi avrebbero sparato subito. Ma una volta arrivato, mi ritrovai per terra pieno di sangue in faccia e in bocca, perché uno di loro mi aveva preso a calci in faccia. Mi portarono in casa incatenato. E per nove giorni, ogni notte, mi trasferivano in un’altra stanza dove accendevano la tv e mettevano i programmi di lettura del corano: “Così se gridi non ti sente nessuno e poi mostriamo ai vicini quanto siamo religiosi”». 


IL PERDONO. Per torturare il prete gli aguzzini «usavano sigarette, pistole e poi cominciarono a rompermi i denti. Mi dissero: “Non preoccuparti, hai molti denti e abbiamo tutta la notte”. Poi mi ruppero un disco della colonna vertebrale. In seguito fui costretto un anno a letto, perché non potevo muovermi per il dolore». Alla fine la Chiesa riuscì a pagare il riscatto chiesto dai rapitori, «che avevano una lista di gente da sequestrare». Prima di rilasciarlo, «uno di loro mi chiese: “Se un giorno ci incontreremo, cosa farai?”. Risposi: “Per quanto mi riguarda siete già perdonati ma se farete a qualcun altro queste cose dovrei fermarvi e dovreste andare in prigione. Ma per quanto riguarda me, vi porterei a bere un caffè e parlerei con voi di quanto è successo qui».


«NON SONO UN EROE». Non c’è risentimento nelle parole di padre Douglas perché «sì, li ho perdonati al cento per cento», ma per favore, ha precisato, «non sono un eroe, sono solo un ragazzo fortunato». Anche se per i cinque anni successivi «non ricordo di aver dormito profondamente per oltre due ore. E ora non vado più a letto senza essere sicuro che ci sia dell’acqua vicino al mio letto, perché per i primi quattro giorni mi lasciarono senza». Liberato, invece che scappare in Europa, il sacerdote ha deciso di restare in Iraq «perché sono un prete innamorato del mio paese».


SPERANZA PER I CRISTIANI. Le centinaia di cristiani scappati dai jihadisti dello Stato islamico dalle città di Mosul e della piana di Ninive, che lui chiama «fratelli» e che ospita nei suoi centri di accoglienza, ora hanno tutti un lavoro. «Ero nella loro stessa situazione quando nel 1991 con la mia famiglia sono scappato da Baghdad verso nord e poi nel 2003 quando scappai dopo l’attacco alla mia chiesa». Padre Douglas cerca di ricreare un «ambiente sicuro», ma «quando sono arrivati qui in migliaia, erano arrabbiati». All’inizio, infatti, «gli davamo da mangiare e alcuni chiedevano: “Perché devo mangiare? Perché devo vivere? Non ho più nulla, nemmeno una casa, perché ci offri opportunità di vita? Per che cosa?”». I bambini invece «urlavano, erano traumatizzati». Allora «abbiamo aperto tutte le scuole e le chiese e chiesto alle famiglie di ospitarli. Perché sono arrivate 35 mila persone in un giorno nella nostra città». Sono poi sorti quattro centri di accoglienza che il prete dirige e in cui «ci prendiamo cura delle persone, non ci interessa da dove vengono o a che religione appartengano: noi apriamo le porte a tutti». E così la vita dei profughi «è un po’ più normale. Abbiamo trovato loro un lavoro, i bambini vanno a scuola».


SALVARE LA COMUNITÀ. Oggi padre Douglas insegna ad adulti e bambini «a non mollare: dico loro che dobbiamo decidere, che possiamo scegliere se stare o scappare». Personalmente, però, «penso che se rimaniamo forse perdiamo qualcuno, ma non la nostra comunità, se ce ne andiamo invece sopravviviamo tutti ma perdiamo la comunità. Io non ho mai lasciato l’Iraq ma, ripeto, non sono un eroe, semplicemente un prete innamorato del suo paese». La cui unica via d’uscita è il perdono: «In Medio Oriente si cerca sempre la vendetta. Se non perdoniamo continueremo a ucciderci a vicenda». Per questo «lo ricordo sempre, perché dobbiamo fermare il dolore e l’odio e non permettere che sia trasferito da una generazione all’altra. Loro sono il futuro».





Leggi di Più: Iraq. Padre Douglas insegna il perdono | Tempi.it 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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14/05/2015 19.43
 
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Parlamento Usa: suora irakena sul "genocidio" dei cristiani




L'intervento al Parlamento Usa di suor Diana Momeka - AFP





14/05/2015



I cristiani in Iraq sono sono vittime di un “genocidio umano e culturale” che rischia di trascinare “l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe”. È quanto ha detto ieri suor Diana Momeka, religiosa domenicana irakena a Mosul, in un intervento davanti al Parlamento statunitense riunito a Washington. La religiosa, cui era stato rifiutato in un primo momento il visto dalle autorità Usa - riferisce l'agenzia AsiaNews - ha raccontato il dramma della popolazione cristiana, vittima delle atrocità perpetrate dai jihadisti del sedicente Stato islamico. La situazione del Paese e del suo popolo è “grave”, conferma la suora, “ma non priva di speranza”. Al termine dell’intervento suor Diana si è rivolta alla comunità internazionale e al governo degli Stati Uniti, perché “la diplomazia e non il genocidio, il bene comune e non le armi” possano determinare “il futuro dell’Iraq e di tutti i suoi figli”.


Profughi cristiani nel corpo e nell'anima senza umanità e dignità
"Nel giugno dello scorso anno, - ha detto nel suo intervento la suora domenicana -  il cosiddetto Stato islamico in Iraq e in Siria (Is), ha invaso la piana di Ninive. Iniziando con la città di Mosul, l’Is si è impadronita di una città dopo l’altra, dando ai cristiani della regione tre alternative: convertirsi all’islam; pagare un tributo (jizya) allo Stato islamico; abbandonare le città (come Mosul), con nient’altro che i propri vestiti. Dal giugno 2014 in avanti, più di 120mila persone si sono ritrovate sfollate e senza casa nella regione del Kurdistan irakeno, lasciandosi alle proprie spalle il loro patrimonio e tutto ciò per cui avevano lavorato nel corso dei secoli. Questo sradicamento, la depredazione di ogni bene appartenuto sino ad allora ai cristiani, li ha resi profughi nel corpo e nell’anima, strappando via la loro umanità e la loro dignità". 

Il ringraziamento alla Chiesa del Kurdistan
"Grazie a Dio - ha affermato la religiosa - la Chiesa nella regione del Kurdistan si è fatta avanti e ha curato in prima persona i cristiani sfollati, facendo davvero del proprio meglio per far fronte al disastro. Gli edifici appartenenti alla Chiesa sono stati aperti e messi a disposizione per fornire un riparo agli sfollati; hanno fornito loro cibo e altri generi di prima necessità, per far fronte ai bisogni immediati della gente; hanno anche fornito assistenza sanitaria gratuita. Inoltre, la Chiesa ha lanciato appelli cui hanno risposto molte organizzazioni umanitarie, le quali hanno fornito aiuti alle migliaia di persone in situazione di estremo bisogno. Oggi siamo grati per tutto ciò che è stato fatto, con la maggior parte delle persone che hanno trovato un riparo in piccoli container prefabbricati o in alcune case". 

Lo Stato islamico vuole il genocidio umano e culturale dei cristiani
"La persecuzione che la nostra comunità si trova oggi a fronteggiare - osserva suor Diana - è la più brutale della nostra storia. Non solo siamo stati derubati delle nostre case, proprietà e terre, ma è stato distrutto anche il nostro patrimonio. L'Is ha distrutto e continua a demolire e bombardare le nostre chiese, i reperti archeologici e luoghi sacri come Mar Behnam e Sara, un monastero del quarto secolo e il monastero di San Giorgio a Mosul. Sradicati e cacciati a forza, abbiamo capito che il piano dello Stato islamico è di svuotare la terra dai cristiani e ripulire il terreno di ogni minima prova che testimoni la nostra esistenza nel passato. Questo è un genocidio umano e culturale. I soli cristiani che sono rimasti nella piana di Ninive sono quelli che sono stati trattenuti come ostaggi". 

Misure urgente per la comunità cristiana irachena
​"La perdita subita dalla comunità cristiana nella piana di Ninive ha portato l’intera regione sull’orlo di una terribile catastrofe. Oggi per ripristinare, riparare e ricostruire la comunità cristiana in Iraq - ha concluso la religiosa irachena - bisogna adottare con la massima urgenza le seguenti iniziative: liberare le nostre case dalla presenza del sedicente Stato islamico e favorire il nostro rientro; promuovere uno sforzo comune e coordinato per ricostruire ciò che è stato distrutto - strade, acqua, forniture elettriche, ivi compresi i nostri monasteri e le nostre chiese e incoraggiare le imprese per contribuire alla ricostruzione dell’Iraq e del dialogo interreligioso. Questo può essere fatto attraverso le scuole, le accademie e progetti pedagogici ed educativi mirati". (R.P.)





Fraternamente CaterinaLD

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21/05/2015 11.11
 
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Pio XII. Preghiera per i cristiani perseguitati

 
La preghiera è del Papa Pio XII per la « Chiesa del silenzio ». Ma possiamo estenderla ai nostri Fratelli del Medio Oriente e di ogni parte del mondo, compreso il nostro Occidente non più cristiano, in cui anche noi sembriamo votati a divenire « Chiesa del silenzio ».

Papa Pio XII - Preghiera per i cristiani perseguitati 

O Signore Gesù, Re dei martiri,
conforto degli afflitti, appoggio e sostegno
di quanti soffrono per amor tuo
e per la loro fedeltà alla tua Sposa,
la Santa Madre Chiesa,
ascolta benigno le nostre fervide preghiere
per i nostri fratelli della « Chiesa del silenzio », affinché non solo non vengano mai meno nella lotta,
né vacillino nella fede,
ma valgano anzi a sperimentare la dolcezza delle
consolazioni da Te riservate alle anime, che Ti degni chiamare
ad essere tue compagne nell’alto della croce.
Per coloro che debbono sopportare
tormenti e violenze, fame e fatiche,
sii Tu fortezza incrollabile,
che li avvalori nei cimenti
e infonda loro la certezza dei premi promessi 
a chi persevererà sino alla fine.
Per coloro che sono sottoposti a costrizioni morali,
molte volte tanto più pericolose quanto più subdole,
sii Tu luce che ne illumini le intelligenze,
affinché vedano chiaramente
il retto cammino della verità,
e forza che sorregga le loro volontà,
superando ogni crisi,
ogni tentennamento e stanchezza.
Per coloro che sono nella impossibilità
di professare apertamente la loro fede,
di praticare regolarmente la vita cristiana,
di ricevere frequentemente i Santi Sacramenti,
d’intrattenersi filialmente con le loro guide spirituali,
sii Tu stesso ara occulta, tempio invisibile,
grazia sovrabbondante e voce paterna,
che li aiuti, li animi, sani gli spiriti dolenti
e doni loro gaudio e pace.
Possa la nostra fervorosa orazione
essere loro di soccorso;
faccia la nostra fraterna solidarietà
sentir loro che non sono soli;
sia il loro esempio di edificazione per tutta la Chiesa,
e specialmente per noi
che con tanto affetto li ricordiamo.
Concedi, o Signore,
che siano abbreviati i giorni della prova
e che ben presto tutti
- insieme coi loro oppressori convertiti -
possano liberamente servire e adorare Te,
che col Padre e con lo Spirito Santo,
vivi e regni per tutti i secoli dei secoli.
Amen.




   
 

Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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