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ATTENZIONE: LETTERA DI BENEDETTO XVI CONTRO GLI ABUSI SESSUALI NELLA CHIESA

Ultimo Aggiornamento: 12/04/2018 17.14
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20/03/2010 12.09
 
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Il testo del documento firmato dal Papa nella solennità di san Giuseppe
con l'intenzione di favorire un «processo di pentimento, guarigione e rinnovamento»

Lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici d'Irlanda



È stato reso noto sabato mattina, 20 marzo, il testo della lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici irlandesi. Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione italiana dall'originale in lingua inglese.


Lettera Pastorale
del Santo Padre
Benedetto XVI
ai cattolici d'Irlanda

1. Cari fratelli e sorelle della Chiesa in Irlanda, è con grande preoccupazione che vi scrivo come Pastore della Chiesa universale. Come voi, sono stato profondamente turbato dalle notizie apparse circa l'abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che molti di voi hanno sperimentato al venire a conoscenza di questi atti peccaminosi e criminali e del modo in cui le autorità della Chiesa in Irlanda li hanno affrontati.
Come sapete, ho recentemente invitato i vescovi irlandesi a un incontro qui a Roma per riferire su come hanno affrontato queste questioni nel passato e indicare i passi che hanno preso per rispondere a questa grave situazione. Insieme con alcuni alti prelati della Curia Romana ho ascoltato quanto avevano da dire, sia individualmente che come gruppo, mentre proponevano un'analisi degli errori compiuti e delle lezioni apprese, e una descrizione dei programmi e dei protocolli oggi in essere. Le nostre riflessioni sono state franche e costruttive. Sono fiducioso che, come risultato, i vescovi si trovino ora in una posizione più forte per portare avanti il compito di riparare alle ingiustizie del passato e per affrontare le tematiche più ampie legate all'abuso dei minori secondo modalità conformi alle esigenze della giustizia e agli insegnamenti del Vangelo.

2. Da parte mia, considerando la gravità di queste colpe e la risposta spesso inadeguata a esse riservata da parte delle autorità ecclesiastiche nel vostro Paese, ho deciso di scrivere questa Lettera Pastorale per esprimervi la mia vicinanza, e per proporvi un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.

In realtà, come molti nel vostro Paese hanno rilevato, il problema dell'abuso dei minori non è specifico né dell'Irlanda né della Chiesa. Tuttavia il compito che ora vi sta dinnanzi è quello di affrontare il problema degli abusi verificatosi all'interno della comunità cattolica irlandese e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti, ma molto di più resta da fare. C'è bisogno di perseveranza e di preghiera, con grande fiducia nella forza risanatrice della grazia di Dio.
Al tempo stesso, devo anche esprimere la mia convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la Chiesa in Irlanda debba in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre a uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro.
Mentre affrontate le sfide di questo momento, vi chiedo di ricordarvi della "roccia da cui siete stati tagliati" (Is 51, 1). Riflettete sui contributi generosi, spesso eroici, offerti alla Chiesa e all'umanità intera dalle passate generazioni di uomini e donne irlandesi, e lasciate che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale. La mia preghiera è che, assistita dall'intercessione dei suoi molti santi e purificata dalla penitenza, la Chiesa in Irlanda superi la presente crisi e torni a essere una testimone convincente della verità e della bontà di Dio onnipotente, rese manifeste nel suo Figlio Gesù Cristo.

3. Storicamente i cattolici d'Irlanda si sono dimostrati una enorme forza di bene sia in patria che fuori. Monaci celtici come San Colombano diffusero il vangelo nell'Europa Occidentale gettando le fondamenta della cultura monastica medievale. Gli ideali di santità, di carità e di sapienza trascendente che derivano dalla fede cristiana, hanno trovato espressione nella costruzione di chiese e monasteri e nell'istituzione di scuole, biblioteche e ospedali che consolidarono l'identità spirituale dell'Europa. Quei missionari irlandesi trassero la loro forza e ispirazione dalla solida fede, dalla forte guida e dai retti comportamenti morali della Chiesa nella loro terra natìa.
Dal Cinquecento in poi, i cattolici in Irlanda subirono un lungo periodo di persecuzione, durante il quale lottarono per mantenere viva la fiamma della fede in circostanze pericolose e difficili. Sant'Oliviero Plunkett, l'arcivescovo martire di Armagh, è l'esempio più famoso di una schiera di coraggiosi figli e figlie dell'Irlanda disposti a dare la propria vita per la fedeltà al Vangelo. Dopo l'Emancipazione Cattolica, la Chiesa fu libera di crescere di nuovo. Famiglie e innumerevoli persone che avevano preservato la fede durante i tempi della prova divennero la scintilla di una grande rinascita del cattolicesimo irlandese nell'Ottocento. La Chiesa fornì scolarizzazione, specialmente ai poveri, e questo avrebbe apportato un grande contributo alla società irlandese. Tra i frutti delle nuove scuole cattoliche vi fu un aumento di vocazioni:  generazioni di sacerdoti, suore e fratelli missionari lasciarono la patria per servire in ogni continente, specie nel mondo di lingua inglese. Furono ammirevoli non solo per la vastità del loro numero, ma anche per la robustezza della fede e la solidità del loro impegno pastorale. Molte diocesi, specialmente in Africa, America e Australia, hanno beneficiato della presenza di clero e religiosi irlandesi che hanno predicato il Vangelo e fondato parrocchie, scuole e università, cliniche e ospedali, che hanno servito sia i cattolici, sia la società in genere, con particolare attenzione alle necessità dei poveri.

In quasi tutte le famiglie dell'Irlanda vi è stato qualcuno - un figlio o una figlia, una zia o uno zio - che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie irlandesi hanno in grande stima e affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un amorevole servizio di Dio e del prossimo.

4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un velocissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all'insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal concilio Vaticano ii fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt'altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da una buona intenzione ma errata, a evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell'abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt'altro che piccola all'indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.

Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare:  procedure inadeguate per determinare l'idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.

5. In diverse occasioni sin dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ho incontrato vittime di abusi sessuali, così come sono disponibile a fare in futuro. Mi sono soffermato con loro, ho ascoltato le loro vicende, ho preso atto della loro sofferenza, ho pregato con e per loro. Precedentemente nel mio pontificato, nella preoccupazione di affrontare questo tema, ho chiesto ai vescovi d'Irlanda, in occasione della visita ad Limina del 2006, di "stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte a evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi" (Discorso ai Vescovi dell'Irlanda, 28 ottobre 2006).
Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore.
 
6. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie

Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi hanno sperimentato che, quando erano sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto era loro accaduto, nessuno li ha ascoltati. Voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti proviamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa. So che alcuni di voi trovano difficile anche entrare in una chiesa dopo quanto è avvenuto. Tuttavia, le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale - anche nelle situazioni più buie e senza speranza - che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio.

Rivolgendomi a voi come pastore, preoccupato per il bene di tutti i figli di Dio, vi chiedo con umiltà di riflettere su quanto vi ho detto. Prego che, avvicinandovi a Cristo e partecipando alla vita della sua Chiesa - una Chiesa purificata dalla penitenza e rinnovata nella carità pastorale - possiate arrivare a riscoprire l'infinito amore di Cristo per ciascuno di voi. Sono fiducioso che in questo modo sarete capaci di trovare riconciliazione, profonda guarigione interiore e pace.


7. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi

Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che sono sacerdoti hanno violato la santità del sacramento dell'Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.
Vi esorto a esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e a esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia della vera correzione. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.

8. Ai genitori

Siete stati profondamente sconvolti nell'apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l'ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto a essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, a essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino a una sana stima di sé e alla felicità duratura. Questo compito nobile ed esigente è affidato in primo luogo a voi genitori. Vi esorto a fare la vostra parte per assicurare la miglior cura possibile dei ragazzi, sia in casa che nella società in genere, mentre la Chiesa, da parte sua, continua a mettere in pratica le misure adottate negli ultimi anni per tutelare i giovani negli ambienti parrocchiali ed educativi. Mentre portate avanti le vostre importanti responsabilità, siate certi che sono vicino a voi e che vi porgo il sostegno della mia preghiera.

9. Ai ragazzi e ai giovani dell'Irlanda

Desidero offrirvi una particolare parola di incoraggiamento. La vostra esperienza di Chiesa è molto diversa da quella dei vostri genitori e dei vostri nonni. Il mondo è molto cambiato da quando essi avevano la vostra età. Nonostante ciò, tutti, in ogni generazione, sono chiamati a percorrere lo stesso cammino della vita, qualunque siano le circostanze. Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cfr. Eb 13, 8). Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia! Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare alle vostre vite il loro significato più pieno, indirizzandole al servizio degli altri. Tenete gli occhi fissi su Gesù e sulla sua bontà e proteggete nel vostro cuore la fiamma della fede. Insieme con i vostri fratelli cattolici in Irlanda guardo a voi perché siate fedeli discepoli del nostro Dio e contribuiate con il vostro entusiasmo e il vostro idealismo tanto necessari alla ricostruzione e al rinnovamento della nostra amata Chiesa.

10. Ai sacerdoti e ai religiosi dell'Irlanda

Tutti noi stiamo soffrendo come conseguenza dei peccati di nostri confratelli che hanno tradito una consegna sacra o non hanno affrontato in modo giusto e responsabile le accuse di abuso. Di fronte all'oltraggio e all'indignazione che ciò ha provocato, non soltanto tra i laici ma anche tra voi e le vostre comunità religiose, molti di voi si sentono personalmente scoraggiati e anche abbandonati. Sono consapevole inoltre che agli occhi di alcuni apparite colpevoli per associazione, e siete visti come se foste in qualche modo responsabili dei misfatti di altri. In questo tempo di sofferenza, voglio darvi atto della dedizione della vostra vita di sacerdoti e religiosi e dei vostri apostolati, e vi invito a riaffermare la vostra fede in Cristo, il vostro amore verso la sua Chiesa e la vostra fiducia nella promessa di redenzione, di perdono e di rinnovamento interiore del Vangelo. In questo modo, dimostrerete a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr. Rm 5, 20).

So che molti di voi sono delusi, sconcertati e adirati per il modo in cui queste questioni sono state affrontate da alcuni vostri superiori. Ciononostante, è essenziale che collaboriate da vicino con coloro che hanno l'autorità e che vi adoperiate a far sì che le misure adottate per rispondere alla crisi siano veramente evangeliche, giuste ed efficaci. Soprattutto, vi esorto a diventare sempre più chiaramente uomini e donne di preghiera, seguendo con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione. In questo modo, la Chiesa in Irlanda trarrà nuova vita e vitalità dalla vostra testimonianza al potere redentore del Signore reso visibile nella vostra vita.

11. Ai miei fratelli vescovi

Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori abbiano mancato, a volte gravemente, nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi. Seri errori sono stati commessi nel trattare le accuse. Capisco quanto era difficile afferrare l'estensione e la complessità del problema, ottenere informazioni affidabili e prendere decisioni giuste alla luce di consigli divergenti di esperti. Ciononostante, si deve ammettere che sono stati commessi gravi errori di giudizio e che si sono verificate mancanze di governo. Tutto questo ha seriamente minato la vostra credibilità ed efficacia. Apprezzo gli sforzi che avete fatto per porre rimedio agli errori del passato e per assicurare che non si ripetano. Oltre a mettere pienamente in atto le norme del diritto canonico nell'affrontare i casi di abuso dei ragazzi, continuate a cooperare con le autorità civili nell'ambito di loro competenza. Chiaramente, i  superiori  religiosi  devono  fare  altrettanto. Anch'essi  hanno partecipato a recenti incontri qui a Roma intesi a stabilire un approccio chiaro e coerente a queste questioni. È doveroso che le norme della  Chiesa  in  Irlanda  per  la tutela dei ragazzi siano costantemente riviste e aggiornate e che siano applicate in modo pieno e imparziale in conformità con il diritto canonico.

Soltanto un'azione decisa portata avanti con piena onestà e trasparenza potrà ripristinare il rispetto e il benvolere degli Irlandesi verso la Chiesa alla quale abbiamo consacrato la nostra vita. Ciò deve scaturire, prima di tutto, dall'esame di voi stessi, dalla purificazione interiore e dal rinnovamento spirituale. La gente dell'Irlanda giustamente si attende che siate uomini di Dio, che siate santi, che viviate con semplicità, che ricerchiate ogni giorno la conversione personale. Per loro, secondo l'espressione di Sant'Agostino, siete vescovi; eppure con loro siete chiamati a essere seguaci di Cristo (cfr. Discorso 340, 1). Vi esorto dunque a rinnovare il vostro senso di responsabilità davanti a Dio, a crescere in solidarietà con la vostra gente e ad approfondire la vostra sollecitudine pastorale per tutti i membri del vostro gregge. In particolare, siate sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei vostri sacerdoti. Siate un esempio con le vostre stesse vite, siate loro vicini, prestate ascolto alle loro preoccupazioni, offrite loro incoraggiamento in questo tempo di difficoltà e alimentate la fiamma del loro amore per Cristo e il loro impegno nel servizio dei loro fratelli e sorelle.

Anche i laici devono essere incoraggiati a fare la loro parte nella vita della Chiesa. Fate in modo che siano formati in modo tale che possano dare ragione in modo articolato e convincente del Vangelo nella società moderna (cfr. 1 Pt 3, 15), e cooperino più pienamente alla vita e alla missione della Chiesa. Questo, a sua volta, vi aiuterà a ritornare a essere guide e testimoni credibili della verità redentrice di Cristo.

12. A tutti i fedeli dell'Irlanda

L'esperienza che un giovane fa della Chiesa dovrebbe sempre portare frutto in un incontro personale e vivificante con Gesù Cristo in una comunità che ama e che offre nutrimento. In questo ambiente, i giovani devono essere incoraggiati a crescere fino alla loro piena statura umana e spirituale, ad aspirare ad alti ideali di santità, di carità e di verità e a trarre ispirazione dalle ricchezze di una grande tradizione religiosa e culturale. Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbiamo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell'amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa. Nell'affrontare la presente crisi, le misure per occuparsi in modo giusto dei singoli crimini sono essenziali, tuttavia da sole non sono sufficienti:  vi è bisogno di una nuova visione per ispirare la generazione presente e quelle future a far tesoro del dono della nostra comune fede. Camminando sulla via indicata dal Vangelo, osservando i comandamenti e conformando la vostra vita in modo sempre più vicino alla persona di Gesù Cristo, farete esperienza del profondo rinnovamento di cui oggi vi è così urgente bisogno. Vi invito tutti a perseverare lungo questo cammino.

13. Cari fratelli e sorelle in Cristo, è con profonda preoccupazione verso voi tutti in questo tempo di dolore, nel quale la fragilità della condizione umana è stata così chiaramente rivelata, che ho desiderato offrirvi queste parole di incoraggiamento e di sostegno. Spero che le accoglierete come un segno della mia spirituale vicinanza e della mia fiducia nella vostra capacità di rispondere alle sfide dell'ora presente traendo rinnovata ispirazione e forza dalle nobili tradizioni dell'Irlanda di fedeltà al Vangelo, di perseveranza nella fede e di risolutezza nel conseguimento della santità. Insieme con tutti voi, prego con insistenza che, con la grazia di Dio, le ferite che hanno colpito molte persone e famiglie possano essere guarite e che la Chiesa in Irlanda possa sperimentare una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale.

14. Desidero proporvi alcune iniziative concrete per affrontare la situazione.

Al termine del mio incontro con i vescovi dell'Irlanda, ho chiesto che la quaresima di quest'anno sia considerata tempo di preghiera per una effusione della misericordia di Dio e dei doni di santità e di forza dello Spirito Santo sulla Chiesa nel vostro Paese. Invito ora voi tutti a dedicare le vostre penitenze del venerdì, per un intero anno, da ora fino alla Pasqua del 2011, per questa finalità. Vi chiedo di offrire il vostro digiuno, la vostra preghiera, la vostra lettura della Sacra Scrittura e le vostre opere di misericordia per ottenere la grazia della guarigione e del rinnovamento per la Chiesa in Irlanda. Vi incoraggio a riscoprire il sacramento della Riconciliazione e ad avvalervi con maggiore frequenza della forza trasformatrice della sua grazia.

Particolare attenzione dovrà anche essere riservata all'adorazione eucaristica, e in ogni diocesi vi dovranno essere chiese o cappelle specificamente riservate a questo fine. Chiedo che le parrocchie, i seminari, le case religiose e i monasteri organizzino tempi per l'adorazione eucaristica, in modo che tutti abbiano la possibilità di prendervi parte. Con la preghiera intensa di fronte alla reale presenza del Signore, potete compiere la riparazione per i peccati di abuso che hanno recato tanto danno, e al tempo stesso implorare la grazia di una rinnovata forza e di un più profondo senso della missione da parte di tutti i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i fedeli.

Sono fiducioso che questo programma porterà a una rinascita della Chiesa in Irlanda nella pienezza della verità stessa di Dio, poiché è la verità che ci rende liberi (cfr. Gv 8, 32).

Inoltre, dopo essermi consultato e aver pregato sulla questione, intendo indire una visita apostolica in alcune diocesi dell'Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose. La visita si propone di aiutare la Chiesa locale nel suo cammino di rinnovamento e sarà stabilita in cooperazione con i competenti uffici della Curia romana e la Conferenza episcopale irlandese. I particolari saranno resi noti a suo tempo.

Propongo inoltre che si tenga una missione a livello nazionale per tutti i vescovi, i sacerdoti e i religiosi. Nutro la speranza che, attingendo dalla competenza di esperti predicatori e organizzatori di ritiri sia dall'Irlanda che da altrove, e riesaminando i documenti conciliari, i riti liturgici dell'ordinazione e della professione e i recenti insegnamenti pontifici, giungiate a un più profondo apprezzamento delle vostre rispettive vocazioni, in modo da riscoprire le radici della vostra fede in Gesù Cristo e da bere abbondantemente dalle sorgenti dell'acqua viva che egli vi offre attraverso la sua Chiesa.

In questo Anno dedicato ai Sacerdoti, vi raccomando in modo del tutto particolare la figura di san Giovanni Maria Vianney, che ebbe una così ricca comprensione del mistero del sacerdozio. "Il sacerdote, scrisse, ha la chiave dei tesori del cielo:  è lui che apre la porta, è lui il dispensiere del buon Dio, l'amministratore dei suoi beni". Il Curato d'Ars ben comprese quanto grandemente benedetta è una comunità quando è servita da un sacerdote buono e santo:  "Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il tesoro più grande che il buon Dio può dare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della divina misericordia".

Per intercessione di san Giovanni Maria Vianney possa il sacerdozio in Irlanda riprendere vita e possa l'intera Chiesa in Irlanda crescere nella stima del grande dono del ministero sacerdotale.

Colgo questa opportunità per ringraziare fin d'ora tutti coloro che saranno coinvolti nell'impegno di organizzare la visita apostolica e la missione, come pure i molti uomini e donne che in tutta l'Irlanda stanno già adoperandosi per la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali. Fin da quando la gravità e l'estensione del problema degli abusi sessuali dei ragazzi in istituzioni cattoliche cominciarono a essere pienamente comprese, la Chiesa ha compiuto una grande mole di lavoro in molte parti del mondo, al fine di affrontarlo e di porvi rimedio. Mentre non si deve risparmiare alcuno sforzo per migliorare e aggiornare procedure già esistenti, mi incoraggia il fatto che le prassi vigenti di tutela, fatte proprie dalle Chiese locali, siano considerate, in alcune parti del mondo, un modello da seguire per altre istituzioni.

Desidero concludere questa Lettera con una speciale Preghiera per la Chiesa in Irlanda, che vi invio con la cura che un padre ha per i suoi figli e con l'affetto di un cristiano come voi, scandalizzato e ferito per quanto è accaduto nella nostra amata Chiesa. Mentre utilizzerete questa preghiera nelle vostre famiglie, parrocchie e comunità, possa la Beata Vergine Maria proteggervi e guidarvi lungo la via che conduce a una più stretta unione con il suo Figlio, crocifisso e risorto. Con grande affetto e ferma fiducia nelle promesse di Dio, di cuore imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica come pegno di forza e pace nel Signore.

Dal Vaticano, 19 marzo 2010, Solennità di San Giuseppe

 



 

 

Preghiera per la Chiesa in Irlanda


Dio dei padri nostri,
rinnovaci nella fede che è per noi vita e salvezza,
nella speranza che promette perdono e rinnovamento interiore,
nella carità che purifica ed apre i nostri cuori
ad amare te, e in te, tutti i nostri fratelli e sorelle.
Signore Gesù Cristo,
possa la Chiesa in Irlanda rinnovare il suo millenario impegno
alla formazione dei nostri giovani sulla via della verità,
della bontà, della santità e del generoso servizio alla società.
Spirito Santo, consolatore, avvocato e guida,
ispira una nuova primavera di santità e di zelo apostolico
per la Chiesa in Irlanda.
Possano la nostra tristezza e le nostre lacrime,
il nostro sforzo sincero di raddrizzare gli errori del passato,
e il nostro fermo proposito di correzione,
portare abbondanti frutti di grazia
per l'approfondimento della fede
nelle nostre famiglie, parrocchie, scuole e associazioni,
per il progresso spirituale della società irlandese,
e per la crescita della carità, della giustizia, della gioia e della pace,
nell'intera famiglia umana.
A te, Trinità,
con piena fiducia nell'amorosa protezione di Maria,
Regina dell'Irlanda, Madre nostra,
e di San Patrizio, di Santa Brigida e di tutti i santi,
affidiamo noi stessi, i nostri ragazzi,
e le necessità della Chiesa in Irlanda.
Amen.








[Modificato da Caterina63 20/03/2010 19.10]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Sommario
della Lettera Pastorale del Papa ai fedeli irlandesi

Il Papa ha indirizzato una Lettera Pastorale a tutti i Cattolici dell’Irlanda per esprimere lo sgomento per gli abusi sessuali commessi sui giovani da parte di esponenti della Chiesa e per il modo in cui essi furono affrontati dai vescovi irlandesi e dai superiori religiosi. Egli chiede che la Lettera sia letta con attenzione nella sua interezza. Il Santo Padre parla della sua vicinanza nella preghiera a tutta la comunità cattolica irlandese in questo tempo pieno di amarezza e propone un cammino di risanamento, di rinnovamento e di riparazione.

Chiede loro di ricordarsi della roccia da cui sono stati tagliati (cfr Is 51, 1), e in particolare del bel contributo che i missionari irlandesi apportarono alla civilizzazione dell’Europa e alla diffusione del cristianesimo in ogni continente. Negli ultimi anni si sono verificate molte sfide alla fede in Irlanda, al sopraggiungere di un rapido cambiamento sociale e di un declino nell’attaccamento a tradizionali pratiche devozionali e sacramentali. Questo è il contesto all’interno del quale si deve comprendere il modo con cui la Chiesa ha affrontato il problema dell’abuso sessuale dei ragazzi.

Molti sono i fattori che hanno originato il problema: una insufficiente formazione morale e spirituale nei seminari e nei noviziati, una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità, una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali hanno portato alla mancata applicazione, quando necessarie, delle pene canoniche che erano in vigore. Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla crisi è possibile identificarne con precisione le cause e trovare rimedi efficaci.

Durante la loro visita ad Limina a Roma nel 2006 il Papa ha esortato i vescovi irlandesi a “stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i princìpi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”. Da quel momento egli ha voluto incontrare vittime in più di una occasione, ascoltando le loro vicende, pregando con loro e per loro, ed è pronto a farlo di nuovo in futuro. Nel febbraio 2010 ha chiamato a Roma i vescovi irlandesi per  esaminare con loro le misure che stanno prendendo per porre rimedio al problema, con particolare riferimento alle procedure e ai protocolli ora in vigore per assicurare la tutela dei ragazzi negli ambienti ecclesiali e per rispondere con prontezza e con giustizia alle denunce di abusi. In questa Lettera Pastorale egli parla direttamente a una serie di gruppi all’interno della comunità cattolica irlandese, alla luce della situazione che si è creata.

Rivolgendosi in primo luogo alle vittime di abuso, egli prende atto del tremendo tradimento del quale hanno sofferto e dice loro quanto egli è dispiaciuto per ciò che hanno sopportato. Riconosce come in molti casi nessuno era disposto ad ascoltarli quando trovavano il coraggio di parlare di quanto era accaduto. Si rende conto di come coloro che dimoravano in convitti dovevano essersi sentiti, rendendosi conto che non avevano modo di sfuggire alle loro sofferenze. Pur riconoscendo quanto deve risultare difficile per molti di loro perdonare o riconciliarsi con la Chiesa, li esorta a non perdere la speranza. Gesù Cristo, lui stesso vittima di ingiuste sofferenze, comprende gli abissi della loro pena e il perdurare del suo effetto sulle loro vite e sulle loro relazioni. Ciononostante proprio le sue ferite, trasformate dalle sue sofferenze redentrici, sono i mezzi attraverso i quali il potere del male viene infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Il Papa esorta le vittime a cercare nella Chiesa l’opportunità di incontrare Gesù Cristo e di trovare risanamento e riconciliazione riscoprendo l’infinito amore che Cristo ha per ciascuno di essi.

Nelle sue parole ai sacerdoti e ai religiosi che hanno commesso abusi sui giovani, il Papa ricorda loro che devono rispondere davanti a Dio e a tribunali debitamente costituiti, per le azioni peccaminose e criminali che hanno commesso. Hanno tradito una fiducia sacra e rovesciato vergogna e disonore sui loro confratelli. Un grande danno è stato arrecato, non soltanto alle vittime, ma anche alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa in Irlanda. Mentre esige da loro che si sottomettano alle esigenze della giustizia, ricorda loro che non devono disperare della misericordia di Dio, che egli ha liberamente offerto anche ai peccatori più grandi, se si pentono delle loro azioni, fanno penitenza e con umiltà implorano perdono.

Il Papa incoraggia i genitori a perseverare nel difficile compito di educare i figli a riconoscere che sono amati e desiderati e a sviluppare una sana stima di sé. I genitori hanno la responsabilità primaria di educare le nuove generazioni ai princìpi morali che sono essenziali per una civiltà civile. Il Papa invita i ragazzi e i giovani a trovare nella Chiesa un’opportunità per un incontro vivificante con Cristo, e a non lasciarsi frenare dalle mancanze di alcuni sacerdoti e religiosi. Egli guarda al contributo dei giovani per il rinnovamento della Chiesa. Esorta anche i sacerdoti e i religiosi a non scoraggiarsi, ma al contrario a rinnovare la loro dedizione ai rispettivi apostolati, operando in armonia con i loro superiori in modo da offrire nuova vita e dinamicità alla Chiesa in Irlanda attraverso la loro vivente testimonianza all’opera redentrice del Signore.

Rivolgendosi ai vescovi irlandesi, il Papa rileva i gravi errori di giudizio e il fallimento della leadership di molti di loro, perché non applicarono in modo corretto le procedure canoniche nel rispondere alle denunce di abusi. Sebbene risultasse spesso difficile sapere come affrontare situazioni complesse, rimane il fatto che furono commessi seri errori e che di conseguenza essi hanno perso credibilità. Il Papa li incoraggia a continuare a sforzarsi con determinazione per porre rimedio agli errori del passato e per prevenire ogni loro ripetersi, applicando in modo pieno il diritto canonico e cooperando con le autorità civili nelle aree di loro competenza. Invita inoltre i vescovi ad impegnarsi a diventare santi, a presentarsi come esempi, ad incoraggiare i sacerdoti e i fedeli a fare la loro parte nella vita e nella missione della Chiesa.

Infine, il Papa propone alcuni passi specifici per stimolare il rinnovamento della Chiesa in Irlanda. Chiede a tutti  di offrire le loro penitenze del venerdì, per il periodo di un anno, in riparazione dei peccati di abuso che si sono verificati. Raccomanda di ricorrere con frequenza al sacramento della riconciliazione e alla pratica dell’adorazione eucaristica. Annuncia l’intenzione di indire una Visita Apostolica di alcune diocesi, congregazioni religiose e seminari, con il coinvolgimento della Cura Romana, e propone una Missione a livello nazionale per i vescovi, i sacerdoti e i religiosi in Irlanda.

In questo Anno dedicato in tutto il mondo ai Sacerdoti, presenta la persona di San Giovanni Maria Vianney come modello e intercessore per un rivivificato ministero sacerdotale in Irlanda. Dopo aver ringraziato tutti coloro che si sono impegnati con alacrità per affrontare con decisione il problema, conclude proponendo una Preghiera per la Chiesa in Irlanda, da usare da tutti i fedeli per invocare la grazia del risanamento e del rinnovamento in questo tempo di difficoltà.


  

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Gli interventi di Benedetto XVI sulla questione degli abusi






La Lettera ai cattolici d'Irlanda è solo l’ultima presa di posizione di Benedetto XVI sullo scandalo degli abusi sessuali sui minori all’interno della Chiesa. Con sofferenza e determinazione, specie negli ultimi quattro anni, il Papa ha affrontato in diverse circostanze il grave fenomeno, con parole di netta condanna per i colpevoli e di pietà per le vittime. Alessandro De Carolis le ricorda in sintesi in questo servizio:

“Profonda vergogna” per gli abusi e per un tradimento così ignominioso da parte di un ministro consacrato. Schiettezza nel riconoscere l’errata gestione del fenomeno nel passato, rigore nel colpirlo, ma soprattutto solidarietà e “assistenza” alle vittime, accompagnate da una volontà di “riconciliazione” e da un deciso lavoro di rinnovamento morale del clero e della società. Sono questi i concetti-cardine che Benedetto XVI ha messo in chiaro in questi anni, ogniqualvolta la situazione di Chiese particolari – in Irlanda, Stati Uniti, Australia, Canada – ha reso necessario un suo intervento sui temi degli abusi sui minori. E’ un sabato, il 28 ottobre 2006, quando proprio al cospetto dei vescovi irlandesi che sono in Vaticano in visita ad Limina, il Papa si sofferma su casi di abuso – tanto più “dolorosi”, ammette, quando a “compierli è un ecclesiastico” – delineando una linea di comportamento:

 
“It is important to establish the truth…
E’ importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi”.
 
Il 15 aprile 2008, Benedetto XVI è in volo verso gli Stati Uniti dove è consapevole che ad attenderlo vi sono una Chiesa in “crisi” per lo scandalo e una società che aspetta da lui parole di giustizia. E il Pontefice non si sottrae fin dalle risposte offerte ai cronisti che lo interpellano sull’aereo papale:
 
“We will absolutely exclude paedophiles from...
Escluderemo rigorosamente i pedofili dal sacro ministero: è assolutamente incompatibile e chi è veramente colpevole di essere pedofilo non può essere sacerdote. Ecco, a questo primo livello possiamo fare giustizia ed aiutare le vittime, che sono profondamente provate (…) Poi, c’è il piano pastorale. Le vittime avranno bisogno di guarire e di aiuto e di assistenza e di riconciliazione”.

 
Il giorno successivo, il 16 aprile, incontrando i vescovi statunitensi a Washington, Benedetto XVI afferma pubblicamente di provare “profonda vergogna” per quanto è successo. Confessa un “enorme dolore” per il “comportamento gravemente immorale” di tanti sacerdoti e riconosce che la pur non facile vicenda “è stata talvolta gestita in pessimo modo”. La pietà del Papa è tutta per le vittime degli abusi e lo sprone per i vescovi è perché adottino “misure e strategie” a tutela dei soggetti più “vulnerabili”, i bambini:

 
“Children deserve to grow up with…
I bambini hanno diritto di crescere con una sana comprensione della sessualità e il ruolo che le è proprio nelle relazioni umane. Ad essi dovrebbero essere risparmiate le manifestazioni degradanti e la volgare manipolazione della sessualità oggi così prevalente; essi hanno il diritto di essere educati negli autentici valori morali radicati nella dignità della persona umana".
 
C’è in queste parole un’eco nemmeno troppo lontana per quella dura frase di Gesù del Vangelo di Marco – “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli passassero al collo una mola da asino e lo buttassero in mare – rievocata dal Papa l’8 febbraio di quest’anno nell’udienza alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Un’eco presente anche il 17 aprile 2008, nella Messa celebrata al Nationals Stadium di Washington, quando dopo averlo fatto con i vescovi per il Papa arriva il momento di esprimere la propria sofferenza e il proprio desiderio di rinascita al cospetto dell’intera America:

 
“No words of mine could describe the pain...
Nessuna mia parola potrebbe descrivere il dolore ed il danno recati da tale abuso. È importante che a quanti hanno sofferto sia riservata un’amorevole attenzione pastorale. Né posso descrivere in modo adeguato il danno verificatosi all’interno della comunità della Chiesa. Sono già stati fatti grandi sforzi per affrontare in modo onesto e giusto questa tragica situazione e per assicurare che i bambini – che il nostro Signore ama così profondamente e che sono il nostro tesoro più grande – possano crescere in un ambiente sicuro”.
 
Un momento delicato e toccante matura nel pomeriggio di quella giornata. Nella Cappella della Nunziatura a Washington, Benedetto XVI riceve alcune vittime di abusi sessuali da parte del clero, ascolta le loro storie, li consola, incoraggia le loro famiglie. Una scena che si ripete in modo analogo tre mesi dopo. Lo scenario questa volta è l’Australia, dove il Pontefice si è recato per gli atti conclusivi della Gmg. L’incontro avviene a Sydney il 21 luglio, durante una Messa che il Papa celebra alla presenza di un gruppo rappresentativo di vittime. Ma anche in questo caso, già sull’aereo che il 12 luglio è in viaggio per l’Australia, Benedetto XVI condanna la pedofilia e quella corrente di pensiero che a metà del secolo scorso aveva tentato di affrancarla:
 
“Now, it must be stated clearly...
Ora, chiariamo che la dottrina cattolica non ha mai fatto sua questa idea. Esistono cose che sono sempre cattive, e la pedofilia è sempre cattiva. Nella nostra educazione, nei seminari, nella formazione permanente che offriamo ai sacerdoti dobbiamo aiutarli a essere veramente vicini a Cristo (…) quindi, faremo tutto il possibile per chiarire qual è l'insegnamento della Chiesa e per aiutare nell'educazione, nella preparazione al sacerdozio (...) Penso che questo sia il senso fondamentale del ‘chiedere scusa’.”

 
E il Papa non si stanca di manifestare il proprio dispiacere una settimana più tardi, nella Messa concelebrata con il clero locale, condannando “in modo inequivocabile” quelli che definisce “misfatti che costituiscono un così grave tradimento della fiducia”. E ancora, quello degli abusi è un dolore che si rinnova il 29 aprile 2009, quando Benedetto XVI riceve in udienza una delegazione di aborigeni canadesi. Durante l’incontro si parla, tra l’altro, delle violenze fisiche e sessuali inflitte ad alcuni dei bambini autoctoni che frequentavano le scuole cosiddette “residenziali” istituite a fine Ottocento dal governo federale canadese e in parte gestite dalla Chiesa locale.

Fraternamente CaterinaLD

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Ho terminato di leggere la Lettera, due volte....un capolavoro stile Ratzinger: dolce e mite, buono ma fermo nella correzione fraterna e ferreo nella fedeltà alla Chiesa con tutti gli annessi e connessi...

Vorrei sottolineare due aspetti della Lettera un pò trascurati dal giornalismo portavoce

1) Il Papa richiama, fra le tante cause che hanno portato a questo dramma, anche LE  FALSE INTERPRETAZIONI DELLE VOLONTA' DEL CONCILIO
un riferimento oserei dire molto importante perchè questo, come sappiamo, coinvolge anche la questione MORALE dell'Uomo stesso in tutto il mondo e non soltanto nei casi di pedofilia, ma proprio nella concezione dell'Uomo e della Donna e della loro missione nel mondo...

2) il Papa chiede UN ANNO DI PENITENZA...
 PENITENZA...  un termine quasi abolito dai Canfessionali insieme ai confessionali...
Il Papa lo riporta agli antichi splendori ed al suo profondo significato, chiede dunque che si faccia un anno di penitenza...

Chiedo a tutti i Lettori e partecipanti della Rete di farsi promotori di questa Lettera del Santo Padre: distribuiamola, facciamola nostra, alimentiamo le iniziative richieste dal Santo Padre, chiediamo ai Sacerdoti di attivarsi in questo senso...


Grazie Santo Padre, grazie di cuore!
Filialmente CaterinaLD




Fraternamente CaterinaLD

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La “Lettera ai cattolici dell’Irlanda”. Il Papa e la rivoluzione culturale degli anni 1960


di Massimo Introvigne

È evidente che la “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” di Benedetto XVI non è rivolta ai sociologi. Il Papa parla a una Chiesa ferita e disorientata dalle notizie relative ai preti pedofili. Denuncia con voce fortissima i “crimini abnormi”, “la vergogna e disonore”, la violazione della dignità delle vittime, il colpo inferto alla Chiesa “a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”. A nome della Chiesa “esprime apertamente la vergogna e il rimorso”. Affronta il problema dal punto di vista del diritto canonico – ribadendo con forza che è stata la sua “mancata applicazione” da parte talora anche di vescovi, non le sue norme come una certa stampa laicista pretenderebbe, a causare la “vergogna” – e della vita spirituale dei sacerdoti, la cui trascuratezza è alle radici del problema e cui chiede di ritornare attraverso l’adorazione eucaristica, le missioni, la pratica frequente della confessione. Se questi rimedi saranno presi sul serio è possibile che la Provvidenza, che sa trarre il bene anche dal peggiore di mali, possa nell’Anno Sacerdotale avviare per i sacerdoti “una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale”, dimostrando “a tutti che dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia (cfr Rm 5, 20)”. Peraltro, “nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo”.

Tuttavia il Papa – che pure non intende certamente rubare il mestiere ai sociologi – offre anche elementi d’interpretazione delle radici di un problema che, certo, “non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa”. Dopo avere evocato le glorie plurisecolari del cattolicesimo irlandese – una storia di santità che non può e non deve essere dimenticata –, Benedetto XVI fa cenno agli ultimi decenni e alle “gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese”. “Si è verificato – spiega il Papa – un rapidissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. C’è stata una “rapida” scristianizzazione della società, e c’è stata contemporaneamente anche all’interno della Chiesa “la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo”. “Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso”. “Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali” furono “disattese”. “È in questo contesto generale” di “indebolimento della fede” e di “perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti” “che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell’abuso sessuale dei ragazzi”.

In questo quarto paragrafo della “Lettera ai cattolici dell’Irlanda” Benedetto XVI entra su un terreno che è anche quello del sociologo, e che naturalmente non è rigidamente separato dagli altri elementi d’interpretazione. Certo, le norme del diritto canonico furono violate. Certo, la vita di pietà di molti sacerdoti si affievolì. Ma perché, precisamente, questo avvenne? E quando? Riprendendo temi familiari del suo magistero, Benedetto XVI elenca fra le cause il “fraintendimento” del Concilio – altrove ha parlato di una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” –, non i documenti del Vaticano II in se stessi. Ma anche questo “fraintendimento” fu possibile in un quadro generale da cui la Chiesa non poteva completamente tenersi fuori, e che oggi è al centro di un vasto dibattito.

Benedetto XVI entra così nel vasto dibattito che è al centro della sociologia delle religioni contemporanea, quello sulla “secolarizzazione”. Il dibattito è stato particolarmente caldo alla fine del secolo XX, ma – anche attraverso scambi fra studiosi non sempre cortesi – è arrivato a un risultato che oggi la maggior parte dei sociologi condivide. Se le dimensioni della religione sono tre – le “tre B”, in inglese “believing” (credere), “belonging” (appartenere) e “behaving” (comportarsi) – tutti concordano che non c’è, in Occidente – perché è dell’Occidente che si parla, mentre per l’Africa o per l’Asia i termini sono diversi – una significativa secolarizzazione delle credenze (believing). La grande maggior parte delle persone si dichiara ancora credente. Nonostante un’attiva propaganda, il numero degli atei non aumenta. È invece chiaro a tutti che c’è un’ampia secolarizzazione dei comportamenti (behaving). Dal divorzio all’aborto e all’omosessualità la società e le leggi tengono sempre meno conto dei precetti delle Chiese. Il dibattito rimane vivo sulla secolarizzazione delle appartenenze (belonging) e sulla diminuzione della pratica religiosa, perché sul modo di raccogliere le statistiche ci sono molte polemiche e fra Stati Uniti ed Europa, così come fra diversi Paesi europei, i numeri variano. Non c’è dubbio, però, che in alcuni Paesi il numero di praticanti cattolici e protestanti sia sceso in modo particolarmente drastico negli ultimi cinquant’anni e che fra questi ci siano le Isole Britanniche, anche se in Irlanda le cifre assolute, pure in discesa, rimangono più alte della media europea.

Attenuatesi le polemiche sulla nozione di secolarizzazione, il dibattito si è ampiamente spostato sulle cause e le date d’inizio del processo, con un fitto dialogo fra storici e sociologi. Oltre una decina di anni di discussioni ha convinto la maggioranza degli studiosi che non si è trattato di un processo graduale. C’è stata una drammatica accelerazione della secolarizzazione – dei comportamenti e delle appartenenze, non delle credenze – negli anni 1960. Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano “the Sixties” (“gli anni Sessanta”) e noi, concentrandoci sull’anno emblematico, “il Sessantotto” appare sempre di più come il tempo di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla religione. C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa: proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI, una contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano recentemente scomparso Ralph McInerny – Vaticano II - Che cosa è andato storto? – rappresenta un punto di non ritorno nella crisi del principio di autorità nella Chiesa Cattolica. Ci si può anche chiedere se sia venuto prima l’uovo o la gallina, cioè se sia stato il Sessantotto nella società a influenzare quello nella Chiesa, o se non sia anche avvenuto il contrario. All’inizio degli anni 1990 un teologo cattolico poteva per esempio scrivere che la “rivoluzione culturale” del 1968 “non fu un fenomeno d’urto abbattutosi dall’esterno contro la Chiesa bensì è stata preparata e innescata dai fermenti postconciliari del cattolicesimo”; lo stesso “processo di formazione del terrorismo italiano dei primi anni ’70”, il cui legame con il 1968 è a sua volta decisivo “rimane incomprensibile se si prescinde dalla crisi e dai fermenti interni al cattolicesimo postconciliare”. Il teologo in questione era il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo libro Svolta dell’Europa?.

Ma – ancora – perché gli anni 1960? Sul tema, per rimanere nelle Isole Britanniche, Hugh McLeod ha pubblicato nel 2007 presso Oxford University Press, un importante volume – The Religious Crisis of the 1960s – che fa il punto sulle discussioni in corso. Due tesi si sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui a determinare la rivoluzione degli anni 1960 è stato il boom economico, che ha diffuso il consumismo e ha allontanato le popolazioni dalle chiese, e quella di Callum Brown secondo cui il fattore decisivo è stata l’emancipazione delle donne dopo la diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola anticoncezionale e dell’aborto. McLeod pensa, a mio avviso giustamente, che un solo fattore non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (le “nuove teologie”).

Senza entrare negli elementi più tecnici di questa discussione, Benedetto XVI nella sua “Lettera” si mostra consapevole del fatto che ci fu negli anni 1960 un’autentica rivoluzione, non meno importante della Riforma protestante o della Rivoluzione francese, che fu “rapidissima” e che assestò un colpo durissimo alla “tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici”. Con molto acume un pensatore cattolico brasiliano, Plinio Corrêa de Oliveira, parlò a suo tempo di una Quarta Rivoluzione – successiva appunto alla Riforma, alla Rivoluzione francese e a quella sovietica – più radicale delle precedenti perché capace di penetrare “in interiore homine” e di sconvolgere non solo il corpo sociale, ma il corpo umano.
Nella Chiesa Cattolica della portata di questa rivoluzione non ci fu subito sufficiente consapevolezza. Anzi, essa contagiò – ritiene oggi Benedetto XVI – “anche sacerdoti e religiosi”, determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò “insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati”. In questo clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati dal clima successivo agli anni Sessanta, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili: sappiamo dalle statistiche che il numero reale dei preti pedofili è molto inferiore a quello proposto da certi media. E tuttavia questo numero non è uguale – come tutti vorremmo – a zero, e giustifica le severissime parole del Papa. Ma lo studio della “Quarta Rivoluzione” degli anni 1960, e del 1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per trovare rimedi reali. Se questa rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano: occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi. E abbiamo tutti molto bisogno del Papa: di questo Papa, che ancora una volta – per riprendere il titolo della sua ultima enciclica – dice la verità nella carità e pratica la carità nella verità.

Nota: trovate qui
http://www.facebook.com/note.php?note_id=409803781356 una sintesi della lettera del Papa compilata dall'amico di Facebook Marco Ciamei

 


 
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23/03/2010 10.51
 
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L'esame di Massimo Introvigne (sopra riportato) è azzeccata ed è uno dei commenti, sull'argomento, più importante perchè non scrive semplicemente per "difendere" il Papa dagli attacchi, bensì descrive una situazione entro la quale il Papa è davvero l'unico garante della condanna di tale fenomeno e la chiave per uscirne fuori.... 

Interessante infatti quando spiega che: 
Tuttavia il Papa – che pure non intende certamente rubare il mestiere ai sociologi – offre anche elementi d’interpretazione delle radici di un problema che, certo, “non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa”. 
 
Il ruolo del Papa che è quello di essere Vicario di Cristo offre al mondo non solo l'immagine ma anche l'unica vera scuola DI UMANESIMO attraverso il quale l'Uomo può davvero non solo imparare su se stesso, ma uscire fuori dalle crisi culturali di questo tempo che gli hanno fatto smarrire l'identità... 
 
I "fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio " hanno generato una serie di problemi fra i quali quello di una perdita di identità del chi siamo... ed era ovvio che nei soggetti più deboli sempre esistiti (la Chiesa è santa ma abitata da peccatori in formazione di perfezione), questo ha determinato un crollo non solo dei controlli ma soprattutto NELLA FORMAZIONE... 
 
La Chiesa per esempio, ha sempre denunciato il turismo sessuale, piaga anch'essa iniziata negli anni 70-80 ma stranamente mai cavalcata dai Media se non periodicamente...Tuttavia sarebbe abnorme dissociare questi problemi dalla CRISI DELLA FAMIGLIA (divorzio),e  DALL'ABORTO  problemi attraverso i quali i soggetti più deboli della società sono stati letteralmente abbandonati a se stessi, ma che sempre dentro la società sono rimasti finendo per infliggere ad essa una formazione errata sulle responsabilità comunitarie e appunto, sociologiche... 
A differenza di ogni altra Istituzione però, la Chiesa è colei che unicamente ha sempre condannato il tutto, tutto ciò che deforma l'uomo lo degrada e con esso degrada la società...

Dagli Anni '60 la Chiesa non ha più avuto nemici solo esterni, ma anche INTERNI.... è come se due nemici SI FOSSERO ALLEATI tentando di dare la colpa ad una sociologia dell'Uomo secondo loro errata: leggasi il celibato dei sacerdoti, il sacerdozio femminile, l'emancipazione femminile gridata con un esasperante femminismo che ha finito per omosessualizzare gli Uomini più deboli....l'inutilità del Matrimonio "per sempre", il sesso LIBERO senza se e senza ma....non dimentichiamo il crollo dell'istruzione e l'ignoranza dilagante...non solo l'analfabetismo non è stato debellato, ma molti di coloro che sanno leggere e scrivere non sanno neppure le più elementari nozioni di storia e geografia... l'abbandono della lettura e il dilagare della tecnologia usata malamente per chat, mp3, film, e milioni di pagine web cariche di spiritualità stile New-Age..... 
E potremo continuare.... 
 
La Chiesa non è stata immune da tutto questo! 
Da un lato ha continuato a combattere, grazie a Dio, ogni deformazione, ma dall'altra parte persone di Chiesa sono riuscite ad occupare anche posti importanti continuando dall'interno a devastare quel poco che s'era salvato:
LA DOTTRINA SOCIALE SULL'UOMO di cui la Chiesa è sempre stata MADRE E MAESTRA.... 

Come ebbi modo di dire, da dopo il Concilio, TUTTO nella Chiesa ha subito una devastazione a partire dalla Messa non più insegnata come SACRIFICIO redentore ma come BANCHETTO FESTANTE ORGIASTICO....non a caso a Vienna ci fu lo scandaloso dipinto dell'Ultima Cena in senso orgiastico nel Duomo....

....l'Uomo dipinge QUEL CHE VEDE...quello che vive e gli viene insegnato, da qui le CHIESE ORRENDE di ultima generazione private della cultura Cattolica ed identificate in un contesto dentro il quale non c'è alcuna identità e dove il concetto di UGUAGLIANZA, malamente interpretato, sta alla base di nuove dottrine distruttive della vera identità Cattolica.... 

Uno dirà: ma cosa c'entra con la pedofilia? 
c'entra eccome! perchè non è il singolo caso che deve interessarci, ma il contesto sociale e culturale che lo ha fomentato, protetto, mal-gestito ed usato come un male di cui responsabile sarebbe la dottrina cattolica sul celibato....(sic!) 
 
Infine, tutta la questione, ha dimostrato ancora una volta di come certo potere dato alle Conferenze Episcopali sia stato controproducente a tal punto che alla fine è sempre il Papa quello più esposto e che alla fine dei giochi ha dovuto metterci una pezza....senza il Vicario di Cristo, senza il Papa, questi Vescovi non avrebbero mai risolto la situazione...
la descrizione della situazione fatta dal vescovo di Trieste (CHE TROVATE CLICCANDO QUI) dove parla di una situazione "grave", descrive ciò che dicendo da tempo venivamo denigrati: l'esistenza di pastorali parallele, di disobbedienza al Pontefice, di UNA CHIESA PARALLELA... 

Qualcuno finalmente comincia ad aprire gli occhi?


 Occhiolino
Fraternamente CaterinaLD

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Contro gli scandali Benedetto prepara la "rivoluzione" dei maestri e dei santi

lunedì 12 aprile 2010

La lettera di Carrón ci ricorda che i preti pedofili esistono. A molti di noi piacerebbe che si trattasse solo di un brutto sogno, o di calunnie della stampa laicista. Non è quello che scrive Carrón, e non è quello che c’insegna il papa. Nella magnifica Lettera ai cattolici dell’Irlanda del 19 marzo 2010 Benedetto XVI denuncia con voce fortissima i «crimini abnormi», «la vergogna e disonore», la violazione della dignità delle vittime, il colpo inferto alla Chiesa «a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». A nome della Chiesa «esprime apertamente la vergogna e il rimorso».

Certo, il papa affronta il problema dal punto di vista del diritto canonico ribadendo con forza che è stata la sua «mancata applicazione», da parte talora anche di vescovi, non le sue norme come una certa stampa laicista pretenderebbe, a causare la «vergogna». Certo, il papa fa cenno al fatto che il problema della pedofilia non tocca soltanto - e neppure principalmente - i sacerdoti, così che non è senza malizia che certi media concentrano il loro fuoco sulla Chiesa e sul pontefice. Ma il papa, come Carrón, si pone ultimamente su un piano diverso. Parla della vita spirituale dei sacerdoti, la cui trascuratezza è alle radici del problema e cui chiede di ritornare attraverso l’adorazione eucaristica, le missioni, la pratica frequente della confessione. E il ritorno a Cristo non è solo per i preti: è per tutti noi.

 

Com’è potuta accadere, infatti, una tragedia così immane? Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano the Sixties («gli anni ’60») e noi, concentrandoci sull’anno emblematico, «il Sessantotto» appaiono sempre di più come gli anni o il tempo di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla religione. C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa: proprio il 1968 è l’anno del dissenso pubblico contro l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI.

 

Con molto acume un pensatore cattolico brasiliano, Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), parlò a suo tempo di una “IV Rivoluzione” - successiva alla Riforma, alla Rivoluzione francese e a quella sovietica - più radicale delle precedenti perché capace di sconvolgere non solo il corpo sociale, ma il corpo umano. Nella Chiesa Cattolica della portata di questa rivoluzione non ci fu subito sufficiente consapevolezza. Anzi, essa contagiò - spiega nella sua lettera Benedetto XVI - «anche sacerdoti e religiosi», determinò «fraintendimenti» nell’interpretazione del Concilio, causò «insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati». In questo clima certamente non tutti i sacerdoti insufficientemente formati o contagiati dal clima successivo agli anni ’60, e nemmeno una loro percentuale significativa, divennero pedofili. E tuttavia questo numero non è uguale - come tutti vorremmo - a zero, e giustifica le severissime parole del papa.

 

Lo studio della “IV Rivoluzione” degli anni ’60, e del 1968, è cruciale per capire quanto è successo dopo, pedofilia compresa. E per trovare rimedi reali, che la Chiesa ha cominciato a porre in essere. Se questa rivoluzione, a differenza delle precedenti, è morale e spirituale e tocca l’interiorità dell’uomo, solo dalla restaurazione della moralità, della vita spirituale e di una verità integrale sulla persona umana potranno ultimamente venire i rimedi. Ma per questo i sociologi, come sempre, non bastano: occorrono i padri e i maestri, gli educatori e i santi.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=78855



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/04/2010 17.21
 
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La storia di un prete in prima linea contro la pedofilia


di Maurizio Tripi

ROMA, lunedì, 12 aprile 2010 (ZENIT.org).- Nelle ultime settimane si è parlato molto di pedofilia e di responsabilità all’interno della Chiesa Cattolica.

A questo proposito, l’Elledici ha pubblicato di recente un libro dal titolo “Corpi da gioco” di don Fortunato Di Noto, pioniere nella lotta alla pedofilia e fondatore dell'Associazione Meter onlus (www.associazionemeter.org).

Nello spiegare le ragioni di un libro-intervista contro la pedofilia, don Giuseppe Maria Polizza, Direttore editoriale della Elledici, ha detto a ZENIT: “Già da tempo avevamo in programma un libro su questo triste fenomeno. Gli ultimi fatti poi ci hanno convinto quanto fosse necessario far vedere che esistono anche preti che la pedofilia la combattono e da anni”.

“L'intervista poi – ha aggiunto – si presta meglio per mettere in luce i punti caratteristici di un pensiero, oltre ad essere di facile lettura e agevole per molti”.

Infatti, ha spiegato don Polizza, “c'è molta confusione su questo argomento e molta mistificazione. La piaga si nasconde in tutti gli strati della società. Un tempo anche intellettuali di fama si vantavano di questo tipo di relazione. Oggi tutto questo sembra dimenticato e si puntano i fari solo sui casi di preti pedofili”.

“Don Di Noto enuncia alcuni elementi che, a mio parere, dovrebbero esser tenuti in gran conto nelle case di formazione – ha sottolineato il Direttore editoriale della Elledici –. Inoltre, sulla sessualità la nostra società è molto confusa, procede per slogan. Senza collegare quanto detto prima con quanto detto subito dopo”.

“Ma è interessante notare come al di là delle vicende tristi, stia emergendo una profonda domanda di santità – ha osservato infine –. Dal prete ci si aspetta Dio. Se il prete non dà Dio, allora è inevitabile che offra qualcosa d'altro e talvolta questo qualcosa d'altro è soltanto la sua povertà”.


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Goebbels e l’operazione preti pedofili

Nel 1937 il ministro della propaganda nazista organizzò una campagna per screditare la Chiesa cattolica in risposta all’enciclica «Mit brennender Sorge». E il capo del controspionaggio militare tedesco, Wilhelm Canaris, fece arrivare i documenti del piano a Pio XII


DI MASSIMO INTROVIGNE

«Ci sono casi di abusi sessuali che vengono alla luce ogni giorno contro un gran numero di membri del clero cattolico.
Purtroppo non si può più parlare di casi individuali, ma di una crisi morale collettiva che forse la storia culturale dell’umanità non ha mai conosciuto in una dimensione così spaventosa e sconcertante. Numerosi sacerdoti e religiosi sono rei confessi. Non c’è dubbio che le migliaia di casi venuti a conoscenza della giustizia rappresentino solo una piccola frazione dell’ammontare autentico, dal momento che molti molestatori sono stati coperti e nascosti dalla gerarchia».

Un editoriale di un grande quotidiano laico del 2010? No:
 un discorso del 28 maggio 1937 di Joseph Goebbels (1897­1945), ministro della propaganda del Terzo Reich. Questo discorso, di grande risonanza internazionale, si situa al culmine di una campagna lanciata dal regime nazista per screditare la Chiesa cattolica coinvolgendola in uno scandalo di preti pedofili.

276 religiosi e 49 sacerdoti secolari sono arrestati nel 1937.

Gli arresti si susseguono in tutte le diocesi tedesche, in modo da tenere gli scandali sempre sulla prima pagina dei giornali.

Il 10 marzo 1937 con l’enciclica Mit brennender Sorge papa Pio XI (1857-1939) condanna l’ideologia nazista.
Alla fine dello stesso mese il Ministero della Propaganda guidato da Goebbels lancia la campagna contro gli abusi sessuali dei sacerdoti. La programmazione e la gestione di questa campagna è nota grazie a documenti la cui storia è all’altezza dei migliori romanzi di spionaggio.

Nel 1937 il capo del servizio di controspionaggio militare tedesco è l’ammiraglio Wilhelm Canaris (1887-1945). È diventato gradualmente antinazista e sta maturando le convinzioni che lo porteranno a organizzare il fallito attentato a Hitler del 1944, in seguito al quale sarà impiccato nel 1945. Canaris disapprova le manovre di Goebbels contro la Chiesa e incarica l’avvocato cattolico Josef Müller (1878-1979) di portare a Roma una serie di documenti segretissimi sul tema.

A diverse riprese Müller – prima di essere arrestato e internato nel campo di sterminio di Dachau, cui sopravvivrà diventando nel dopoguerra ministro della giustizia della Baviera – porta i documenti segreti a Pio XII (1876-1958), che chiede alla Compagnia di Gesù di studiarli.

Con l’approvazione della segreteria di Stato le indagini sul complotto nazista contro la Chiesa sono affidate al gesuita tedesco Walter Mariaux (1894­1963), che dopo avere animato in Germania l’organizzazione antinazista Pauluskreis è stato prudentemente inviato come missionario in Brasile e in Argentina. Qui come dirigente della Congregazione Mariana esercita la sua influenza su tutta una generazione di laici cattolici, tra cui il noto pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), che frequenta un suo gruppo a San Paolo. Mariaux pubblica nel 1940 a Londra in inglese e nel 1941 a Buenos Aires in spagnolo, con lo pseudonimo di 'Testis Fidelis', due volumi sulla persecuzione anti-cattolica nel Terzo Reich: oltre settecento pagine di documenti commentati, che suscitano una grande emozione in tutto il mondo.

L’espressione 'panico morale' è stata coniata dai sociologi solo negli anni 1970 per identificare un allarme sociale creato ad arte amplificando fatti reali ed esagerandone il numero attraverso statistiche folkloriche, nonché 'scoprendo' e presentando come 'nuovi' avvenimenti in realtà già noti e risalenti nel tempo. Alla base ci sono eventi reali, ma è il loro numero che è sistematicamente distorto. Anche senza avere a disposizione la sociologia moderna, Goebbels risponde all’enciclica Mit brennender Sorge nel 1937 con un’operazione da manuale di creazione di un panico morale.
 
Come sempre nei panici morali, i fatti non sono totalmente inventati.
Prima dell’enciclica vi erano stati in Germania alcuni casi di abusi su minori. Lo stesso Mariaux considera colpevoli un religioso di una scuola di Bad Reichenall, un professore laico, un giardiniere e un bidello condannati nel 1936, rilevando però che la sanzione decisa dal Ministero della Pubblica Istruzione della Baviera – la revoca dell’autorizzazione a gestire istituti scolastici a quattro ordini religiosi – è del tutto sproporzionata e si collega alla volontà del regime di stroncare le scuole cattoliche.

Anche sul caso di alcuni francescani di Waldbreitbach, in Renania, Mariaux rimane aperto all’ipotesi di una colpevolezza degli accusati, benché storici successivi non abbiano escluso una montatura nazista.
I casi – pochissimi ma reali – avevano determinato una fermissima reazione dell’episcopato.
Il 2 giugno 1936 il vescovo di Münster, il beato Clemens August von Galen (1878-1946) – l’anima della resistenza cattolica al nazismo, beatificato nel 2005 da Benedetto XVI – fa leggere nelle Messe domenicali una dichiarazione dove esprime «il dolore e la tristezza» per gli «abominevoli delitti» che «coprono d’ignominia la nostra Santa Chiesa».

Il 20 agosto 1936 dopo i fatti di Waldbreitbach l’episcopato tedesco pubblica una lettera pastorale collettiva nella quale «condanna severamente» i responsabili e sottolinea la collaborazione della Chiesa con i tribunali dello Stato.

Alla fine del 1936 le severe misure prese – a fronte di pochissimi casi, alcuni dei quali dubbi – dai vescovi tedeschi sembrano avere risolto i problemi reali.
Sommessamente, i vescovi fanno anche rilevare che fra i maestri delle scuole di Stato e nella stessa organizzazione giovanile del regime, la Hitlerjugend, i casi di condanne per abusi sessuali sono molto più numerosi che nel clero cattolico.

È l’enciclica contro il nazismo di Pio XI che determina la grande campagna del 1937. Mariaux lo prova pubblicando istruzioni dettagliatissime inviate da Goebbels pochi giorni dopo la pubblicazione della Mit brennender Sorge alla Gestapo, la polizia politica del Terzo Reich, e soprattutto ai giornalisti, invitati a «riscoprire» i casi giudicati nel 1936, e anche episodi più antichi, riproponendoli costantemente all’opinione pubblica.

Alla Gestapo Goebbels ordina di trovare comunque testimoni che accusino un certo numero di sacerdoti, minacciandoli di arresto immediato se non collaborano, anche quando si tratta di bambini. La frase proverbiale 'c’è un giudice a Berlino', che nella tradizione tedesca indica una fiducia nell’indipendenza della magistratura dai potenti di turno, vale però – entro certi limiti – perfino nel Terzo Reich. Dei 325 sacerdoti e religiosi arrestati dopo l’enciclica solo 21 sono condannati. È pressoché certo che fra questi ci siano degli innocenti calunniati. Quasi tutti finiranno nei campi di sterminio, dove molti moriranno.

Il tentativo di squalificare la Chiesa cattolica su scala internazionale tramite le accuse di immoralità e pedofilia ai sacerdoti, invece, non riuscirà.

 Avvenire, 16 aprile 2010
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25/04/2010 11.04
 
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dopo tanti equilibrismi un po' di equilibrio (finalmente)

Pubblichiamo questo articolo di Rodari che fa finalmente chiarezza su una questione che sta facendo soffrire molti per lo scandalo che sta suscitando e che prima di tutto ha già provocato un funestissimo danno spirituale in molte anime a cominciare da quelle delle vittime: per questo bisogna molto pregare e come ci ha esortato il Papa fare penitenza. Nel mistero della Comunione dei Santi la penitenza anche per i peccati altrui per un cristiano è possibile e doverosa.

Siccome il diavolo non fa i coperchi, la pentola è scoperchiata. Ad aprirla è stato il cardinale Darío Castrillón Hoyos, conservatore, capo del clero sotto Giovanni Paolo II. Dopo aver subìto una dura reprimenda pubblica da parte del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, il cardinale non si è tirato indietro e ai microfoni della Cnn ha detto quello che molti in Vaticano pensano in silenzio: la chiesa non ha niente da rimproverarsi per come ha trattato, con discrezione e riservatezza, i casi di pedofilia tra i preti. Altro che rimorso.

La tesi di Castrillón è diametralmente opposta a quella sostenuta due settimane fa dall’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, e non collima di certo con la sostanza della lettera pastorale del Papa al clero irlandese. Per Schönborn nella curia romana ai tempi di Wojtyla c’era chi lavorava per coprire i casi riguardanti preti accusati di pedofilia, tra questi quello del suo predecessore Hans Hermann Groër. Per Castrillón nessuno insabbiava. La prassi era quella di trattare ogni caso con discrezione, il più possibile al riparo dai media.

Dice al Foglio un presule che negli ultimi anni di pontificato di Wojtyla ha avuto un ruolo di responsabilità nella curia romana: “Ha ragione Castrillón. Tutti in curia erano convinti, e secondo me lo sono ancora, che la discrezione sia l’arma migliore per affrontare casi delicati. La giustizia della chiesa si muove su un altro livello rispetto alla giustizia ordinaria. E non sempre i due livelli possono combaciare. Anzi, in certi casi, è opportuno lasciarli distinti, anche per il bene delle vittime. I giornali vorrebbero imporre una ‘totale trasparenza’. Vorrebbero obbligare la chiesa a denunciare alle pubbliche autorità ogni reato i suoi preti commettano. E’ una richiesta subdola. Perché presuppone senza provarlo che fino a oggi la chiesa abbia lavorato per occultare chissà che cosa. Ed è ingannevole perché afferma che soltanto la denuncia alle autorità civili sia la strada legittima tramite la quale la chiesa può trattare questi casi. Si dimentica che la chiesa ha verso i suoi preti una paternità spirituale che nessun tribunale può offrire. Certo, se un tribunale decide di indagare su di un prete nessuno nella chiesa lo ostacolerà. Ma obbligare la chiesa a denunciare i suoi sacerdoti ai tribunali non ha senso. E’ un diritto umano (e non ecclesiastico) che un padre decida di non consegnare un suo figlio all’autorità civile nel momento in cui una terza persona muove un’accusa contro di lui. E’ un diritto che soltanto un rozzo furore giustizialista non riesce ad accettare. La chiesa tratta questi casi con criteri diversi da quelli del mondo e sa che esistono la pietà e la misericordia. Che tra un crimine e una debolezza umana c’è un’enorme differenza. E che esistono il pentimento e il proposito di non peccare più. E che, ancora, esiste il processo canonico le cui pene, se il delitto è accertato, sono per la chiesa ben più importanti degli anni di prigione che un tribunale civile può sentenziare nei confronti di un colpevole”.

Ma Ratzinger nel 2003, all’interno delle linee applicative del Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” pubblicato nel 2001, nel quale avocava alla Dottrina della fede la competenza di tutti i casi di abusi su minori commessi da preti, non aveva scritto che “va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte?”. Risponde il presule: “Certo. Ma un conto è chiedere che si seguano le leggi. Un altro è obbligare i vescovi a denunciare. Questo obbligo non c’è in moltissime leggi civili. Né Benedetto XVI ne ha mai parlato”.

Darío Castrillón Hoyos non è un cardinale qualunque. Ha guidato il clero per otto anni. Per nove è stato a capo dell’Ecclesia Dei mediando con i lefebvriani per un finale rientro nella comunione con Roma. Oggi è un porporato ancora molto attivo: gira il mondo a celebrare messe col rito antico suscitando, anche nella chiesa, sentimenti opposti. Domani, ad esempio, avrebbe dovuto essere al Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington per celebrare una messa antica. Ma le recenti sue dichiarazioni sulla pedofilia nel clero hanno provocato le proteste di un gruppo di vittime di abusi sessuali da parte di preti e così ha dovuto declinare. Prima del 2001 era Castrillón che fungeva da punto di riferimento per i vescovi che nelle proprie diocesi avevano a che fare con casi di pedofilia del clero. E oggi è lui a sollevare un tema divenuto, nelle ultime settimane, tabù.

Tutto comincia pochi giorni fa. Il sito cattolico-progressista francese Golias pubblica la fotocopia di una lettera scritta l’8 settembre 2001 da Castrillón. La lettera è indirizzata al vescovo francese Pierre Pican, oggi a riposo, il quale è stato poco tempo prima condannato a tre mesi con la condizionale per aver rifiutato di denunciare alle autorità civili un suo sacerdote, René Bissey, condannato nell’ottobre del 2000 per abusi sessuali su minori compiuti tra il 1989 e il 1996. Castrillón si congratula con il vescovo francese e gli scrive: “Lei ha agito bene, mi rallegro di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia e di tutti gli altri vescovi del mondo, ha preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi”. Castrillón ricorda che anche san Paolo fu messo in catene. E comunica che la Congregazione del clero “per incoraggiare i fratelli nell’episcopato in una materia così delicata, trasmetterà copia di questa missiva a tutti i vescovi”.

Grazie a Castrillón, Pican viene indicato come esempio per tutti. Pican, il vescovo che non denunciò alle autorità civili un prete accusato di aver abusato di minorenni, viene lodato da uno dei principali collaboratori di Wojtyla. E viene lodato tramite l’invio di una lettera a tutti i vescovi e, dunque, con il placet di Giovanni Paolo II. Il 15 aprile scorso, alla lettera inviata da Castrillón a Pican e pubblicata dal sito Golias, risponde padre Federico Lombardi. In un comunicato sconfessa l’operato di Castrillón: “Questo documento è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione per la dottrina della fede, per garantirne una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal Papa nel 2001”. Ma Castrillón reagisce. E poche ore dopo ai microfoni della Cnn rivendica la giustezza del proprio agire. E insieme porta alla luce un tema che in queste settimane nessuno nella chiesa osa toccare: la trasparenza come il mondo la intende non fa parte del dna della chiesa. Questa non vuole nascondere nulla. Ma nello stesso non dimentica che l’uomo è peccatore. E che il peccato si combatte in modi diversi.

Dice Castrillón: “Se un vescovo sposta un prete responsabile di abusi su minori da una parrocchia a un’altra, non significa che lo sta coprendo ma semmai che gli sta comminando una giusta punizione”. E, pur rilevando che se il prete è colpevole di abusi occorre procedere immediatamente col processo canonico e la sospensione da ogni incarico, spiega: “Quando una persona commette un errore, che molte volte è stato un errore minimo, e questa persona viene accusata e confessa il suo delitto, il vescovo la punisce secondo quanto può fare per il diritto, la sospende o la manda in un’altra parrocchia. Questo significa punirla, non significa che la si vuole lasciare impunita. Questa non è copertura, ma è rispettare la legge, come fa la società civile, come fanno medici e avvocati, che non perdono per sempre il diritto di esercitare la propria professione”.

Benny Lai scrive di cose vaticane dai tempi di Pio XII. Dice: “I vescovi hanno sempre trattato i preti come dei loro figli. Il loro atteggiamento è sempre stato paterno, di correzione ma anche di comprensione e per questo motivo guardano ancora oggi con un certo sospetto la chiamata alla trasparenza totale fatta dai giornali e dall’intellighenzia laica del mondo. Il loro è un rapporto filiale e non giustizialista verso i sacerdoti. Se necessario puniscono i propri preti, li sospendono o nei casi più gravi tolgono loro l’abito, ma senza mai dimenticarsi di aver pietà di loro e dei loro errori. Sanno, insomma, che il peccato è di ogni uomo e diffidano di quelli che, pur criticando quotidianamente la chiesa, la vogliono immacolata esigendo che siano dei tribunali civili a certificarne il grado. Certo, se un prete ha davvero commesso abusi su minori deve essere punito dalla chiesa come anche dall’autorità civile. Ma ciò non cambia la sostanza: la trasparenza non è il modo con cui la chiesa agisce”.

Gabriella Sartori, storica, biblista, già vicepresidente del Movimento per la Vita del Friuli Venezia Giulia, sorride quando le si parla delle richieste di maggiore trasparenza fatte in questi giorni alla chiesa. Dice: “Sento in continuazione personalità del mondo laico chiedere alla chiesa di fare pulizia, di essere più trasparente. Non credo che la chiesa possa prendere lezioni da questa gente che mentre non fa nulla per tutelare i minori decide di stracciarsi le vesti contro la chiesa”. Tonino Cantelmi è presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc) e insegna psicopatologia presso la Pontificia università gregoriana. Racconta: “Quando si chiede più trasparenza si chiede una cosa giusta, sebbene nessuno nella chiesa intenda nascondere nulla. Però occorre sapere bene di cosa si parla. I casi di pedofilia nel clero sono pochissimi. La maggior parte degli abusi sono casi di efebofilia e cioè riguardano minori post puberali. La pedofilia è l’attrazione verso bambini pre puberali. Questa si divide in due tipologie. Quella segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni, spesso soltanto a livello di fantasia, verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo. L’altra è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno. Questo secondo tipo di pedofilia ritengo non possa essere curato. Per questo secondo tipo di patologia occorre puntare al contenimento sociale. E così la chiesa ha sempre cercato di agire. Tra l’altro, in tutta Italia ci sono centri dove queste persone, se davvero hanno problemi, vengono curate”.

Una cosa è la malattia. Un’altra è il peccato. Quest’ultimo la chiesa l’ha “gestito” sempre in forma comunionale. Coi suoi metodi e i suoi mezzi. Perché ogni situazione è diversa dall’altra. E anche perché, per lei, il peccato è una cosa seria. Dice Giorgio Carbone, domenicano, docente di Bioetica e teologia morale presso la facoltà di Teologia di Bologna: “Esiste il sacramento della riconciliazione, volgarmente chiamato confessione. Il sacramento prende il nome dall’azione che Dio compie. Il penitente si confessa e si pente. Dio, invece, riconcilia. Ovvero risana, guarisce. E’ una ‘terapia’ che nessun tribunale civile può dare”. Una terapia sulla quale la chiesa ha sempre imposto il segreto. Perché? “Confessarsi è già di per sé una penitenza. E’ un sacrificio. Il segreto è stato imposto per non rendere ulteriormente odioso questo sacramento. Il confessore non può dire nulla, assolutamente nulla, di quanto viene a sapere nel confessionale. Nemmeno può svelare particolari irrilevanti e che nulla hanno a che fare con i peccati confessati se questi particolari vengono esposti durante il sacramento. E nessun giornale, nessun giudice, potrà esigere la violazione di questo segreto. La pena, del resto, è terribile: per il confessore scatta la scomunica latae sententiae. Nella chiesa Dio agisce. E il mondo non accetta, o probabilmente non capisce, questa azione”.

In fin dei conti questo sembra volere il mondo quando esige una chiesa luogo dell’assoluta trasparenza: il tribunale civile al posto del confessionale. La sentenza al posto della remissione dei peccati. La condanna al posto della penitenza e del perdono. Fu Joseph Ratzinger a scrivere in proposito una pagina memorabile nel 1990. Tenne una conferenza intitolata “Una chiesa sempre riformanda”. Un capitolo lo dedicò alla morale, al perdono e all’espiazione: categorie spesso non comprese dal mondo, non accettate. Categorie che invece Ratzinger ha indicate come l’unico vero centro di effettiva riforma della chiesa: la chiesa che si rigenera grazie alla misericordia e al perdono concessi a chi sbaglia. Nessuna trasparenza. Nessuna democraticità. Solo l’azione di Dio che dall’alto rifà la sua chiesa rigenerandola quando questa si riconosce peccatrice.

“Penitenza”, non a caso, è una parola spesso ripetuta da Benedetto XVI in questi giorni difficili. Disse Ratzinger nel 1990: “Là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi. A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: ‘Ecce patres, qui tollunt peccata mundi!’. Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato. Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò, come essi ritengono, non hanno bisogno di lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di lui. La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è il ‘prezzo d’acquisto’, l’‘equivalente nello scambio’, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione. La circolarità che esiste tra ‘morale – perdono – espiazione’ non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto”. Morale, perdono, espiazione: tre fasi per rinascere davanti a Dio e lontano dagli occhi del mondo. E’ questa la giustizia della chiesa.

di Paolo Rodari

pubblicato sul Foglio di venerdì 23 aprile 2010
Fraternamente CaterinaLD

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29/04/2010 00.31
 
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I Preti d'Irlanda fanno un incontro con i Bambini per chiedere perdono alle vittime degli abusi dei loro confratelli, alla presenza delle reliquie del santo Curato d'Ars....ma i giornali non danno la notizia.... Occhi al cielo

Nella foto: nella Cattedrale di san Patrizio, il 28.4.2010 il Clero irlandese ha fatto una cerimonia commovente alla presenza delle reliquie del santo Curato d'Ars ed un gruppo nutrito e consistente di Bambini in rappresentanza delle vittime degli abusi da parte di alcuni sacerdoti...

All'incontro, iniziato con delle Preghiere, è seguita la lettura della Lettera del Pontefice alla Chiesa d'Irlanda e con un canto, e le mani tese, hanno chiesto perdono alle vittime e chiesto ai bambini un nuovo rapporto di fiducia e di gioia cristiana!

Al termine della cerimonia ha fatto seguito un festoso trattenimento con i tanti genitori presenti, l'Irlanda e la Chiesa d'Irlanda, vogliono davvero voltare pagina!

Complimenti ai TG e ai Media che hanno taciuto l'evento!

Fraternamente CaterinaLD

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31/05/2010 19.17
 
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Comunicato
sulla visita apostolica in Irlanda


A seguito della Lettera ai cattolici d'Irlanda, in autunno avrà inizio la visita apostolica ad alcune diocesi del Paese, ai seminari e alle congregazioni religiose.

Tale visita vuole essere un aiuto che la Santa Sede intende offrire ai vescovi, al clero, ai religiosi e ai fedeli laici per affrontare adeguatamente la situazione determinata dalle tragiche vicende degli abusi compiuti da sacerdoti e religiosi nei riguardi dei minori e per contribuire al rinnovamento spirituale e morale desiderato e già avviato con decisione dalla Chiesa in Irlanda.

I visitatori apostolici cercheranno di approfondire le problematiche connesse con la trattazione dei casi di abuso e la dovuta assistenza alle vittime, e di verificare l'efficacia e la possibilità di miglioramento delle attuali modalità di prevenzione degli abusi, avendo come riferimento il motu proprio pontificio Sacramentorum sanctitatis tutela e le norme dello Safeguarding Children:  Standards and Guidance Document for the Catholic Church in Ireland, commissionato e prodotto dal National board for safeguarding children in the catholic Church.

La visita inizierà nelle quattro arcidiocesi metropolitane d'Irlanda (Armagh, Dublin, Cashel and Emly, Tuam) e sarà poi estesa ad alcune altre diocesi.

I visitatori nominati dal Papa per le diocesi sono:  il cardinale Cormac Murphy-O'Connor, arcivescovo emerito di Westminster, per l'arcidiocesi di Armagh; il cardinale Sean Patrick O'Malley, arcivescovo di Boston, per l'arcidiocesi di Dublin; monsignor Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, per l'arcidiocesi di Cashel and Emly; monsignor Terrence Thomas Prendergast, arcivescovo di Ottawa, per l'arcidiocesi di Tuam.

Nel desiderio di accompagnare il cammino di rinnovamento dei luoghi di formazione dei futuri sacerdoti della Chiesa in Irlanda, la Congregazione per l'Educazione Cattolica coordinerà la visita dei seminari in Irlanda e del Pontificio Collegio Irlandese a Roma. Pur avendo speciale attenzione alle problematiche che hanno richiesto la visita apostolica, nell'ambito dei seminari essa terrà conto di tutti gli elementi concernenti la formazione sacerdotale. Come visitatore Apostolico è stato nominato monsignor Timothy Dolan, arcivescovo di New York.

La Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, da parte sua, organizzerà in due fasi la visita alle case religiose. Anzitutto condurrà un'indagine attraverso un questionario, inviato a tutti i superiori degli istituti religiosi presenti in Irlanda, al fine di arrivare ad un'adeguata conoscenza della situazione attuale e dei progetti circa l'osservanza e il miglioramento delle norme delle "guidelines". Per la seconda fase i visitatori saranno padre Joseph Tobin, cssr, e padre Gero McLaughlin, sj, per gli istituti maschili; suor Sharon Holland, ihm, e suor Mairin McDonagh, rjm, per gli istituti femminili. Essi compiranno un attento studio di valutazione dei risultati raccolti e dei possibili passi da compiere nel futuro per favorire una stagione di rinascita spirituale della vita religiosa nell'isola.

Il Papa invita tutti i membri della comunità cattolica irlandese a sostenere con la preghiera quest'opera di aiuto fraterno. Egli invoca la benedizione del Signore sui visitatori e su tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici d'Irlanda, affinché la visita possa essere per loro un'occasione di rinnovato fervore nella vita cristiana, possa approfondire la loro fede e rafforzare la loro speranza in Cristo nostro Salvatore.


(©L'Osservatore Romano - 31 maggio 1 giugno 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Preti pedofili? No, omosex

di Roberto Marchesini
28-01-2012


«I casi di abuso dei minori da parte di preti hanno poco a che vedere con la pedofilia, molto di più con l’omosessualità». E’ quanto afferma lo psicoterapeuta olandese Gerard van den Aardweg, rileggendo criticamente i dati delle ricerche compiute per conto della Conferenza Episcopale statunitense dal John Jay College of Criminal Justice. Van den Aardweg è autore di numerosi studi sull’omosessualità, in italiano è stato pubblicato dalla editrice Ares un suo volume, “Omosessualità e speranza”.

Professor van den Aardweg, lo studio del John Jay College offre spunti interessanti per comprendere il problema degli abusi sui minori da parte dei preti. In particolare mostra come la maggior parte degli abusi non hanno niente a che vedere con la pedofilia.
Ci sono due rapporti distinti del John Jay College (JJR), Il primo rapporto (JJR 1), del 2004, presenta statistiche sulle accuse di molestie a minori attribuite a sacerdoti e diaconi tra il 1950 e il 2002. Il secondo rapporto (JJR 2), del 2011 era mirato ad analizzare la personalità dei presunti molestatori e le circostanze esterne che potrebbero averne favorito la condotta, prendendo in esame il periodo dagli anni ’60 fino al 1985, quando le accuse di abusi sono già in diminuzione.
Spesso però si dimentica che tutti i dati contenuti nei JJR sono relativi perché non è mai stato verificato quante di queste accuse si sono poi rivelate vere o false. Se anche un 10% delle accuse fossero state smentite, i risultati della ricerca sarebbero tutti da rivedere.
Le statistiche sulla pedofilia erano già presenti nel primo rapporto, ma gli estensori non spesero troppe parole per dire che il principale problema non era la pedofilia. Nel secondo rapporto questa conclusione viene detta in modo molto più chiaro. Allo stesso tempo però sarebbe esagerato anche dire, al contrario, che la pedofilia non c’entra nulla con le accuse di molestie. Pedofilia significa contatti sessuali di adulti con bambini prima della pubertà, che in generale si assume arrivi attorno agli 11 anni.

Quali sono i dati principali contenuti nel JJR 1 riguardo al comportamento pedofilo dei preti?
Il 12% di tutti i casi tra il 1950 e il 2002 coinvolgeva bambini minori di 11 anni, cosa che viene quindi classificata come pedofilia omosessuale; il 6,6% dei casi riguardava invece le bambine sotto gli 11 anni, quindi pedofilia eterosessuale. Vale a dire che in meno del 20% dei casi totali si trattava di pedofilia. Certo, se consideriamo che ci sono una percentuale di ragazzi fra gli 11 e i 14 anni che non hanno ancora raggiunto la pubertà, possiamo ipotizzare che anche una parte di questi casi sia da classificare come pedofilia, in ogni caso non si supererebbe il 30% dei casi totali. Ma questo è un calcolo teorico, e comunque anche in questo caso il principale problema non è la pedofilia.
Inoltre parliamo di “casi” di pedofilia, non di percentuali di preti pedofili. Infatti nel JJR 1 troviamo che il 3% dei preti accusati erano responsabili del 26% di tutti i casi denunciati tra il 1950 e il 2002. Curiosamente il rapporto non dice l’età e il sesso dei minori molestati da questo 3%. Ma anche se una parte di questi preti fosse pedofila, la percentuale dei preti pedofili tra quelli accusati di molestie è certamente molto al di sotto del 26%.
Per questo il JJR 2 ha dovuto ribadire che è sbagliato definire pedofili tutti i preti accusati di abuso dei minori. Se poi siano il 5 o il 10% o cos’altro, nessuno può dirlo, i due rapporti non lo hanno chiarito.

Ma se il problema principale non è la pedofilia, qual è allora il problema nella sessualità della maggioranza dei preti coinvolti?
L’82% di tutte le presunte molestie consumate tra il 1950 e il 2002 aveva come vittime dei maschi: il 12% sotto gli 11 anni, come abbiamo visto, il restante 70% tra gli 11 e i 17 anni. Il che vuol dire che la grande maggioranza dei casi ha a che fare con l’«ordinaria» omosessualità. In generale i pedofili non si rivolgono a bambini dello stesso sesso, e certamente neanche gli eterosessuali. Inoltre, è innegabile che una rilevante parte di uomini con orientamento omosessuale sia attratta dagli adolescenti e preadolescenti. Secondo una ricerca, circa il 20% dei maschi omosessuali attivi preferisce adolescenti e preadolescenti, un altro 20% preferisce ragazzi nella tarda adolescenza e giovani adulti. Quindi circa il 40% di maschi omosessuali ha un’attrazione per gli adolescenti, che viene chiamata efebofilia.

Una buona notizia è che dagli anni ’80 il numero di casi denunciati di molestie ha iniziato a diminuire, il che sembra coincidere con le misure preventive prese nel 1981 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Ratzinger.
Sì, questo documento vaticano può avere aiutato, soprattutto se lo vediamo come parte di sforzi congiunti durante il pontificato di Giovanni Paolo II per mettere mano alla confusione morale e dottrinale causata dal dissenso nella Chiesa del post-Concilio, che senza dubbio è stato uno dei fattori più importanti nell’abbassare la resistenza di molti preti ai propri impulsi sessuali, omo o eterosessuali che fossero. Ma sicuramente ci sono stati altri fattori a giocare un ruolo in questa diminuzione di casi. Ad esempio, in alcuni paesi a causa dell’abbandono di tanti preti e religiosi, molte scuole e istituzioni educative hanno dovuto chiudere. La frequenza in chiesa dei ragazzi è diminuita drasticamente: in altre parole sono venuti meno quei luoghi dove alcuni preti con problemi potevano avvicinare i ragazzi.
Non dobbiamo però credere che sia calato allo stesso modo il comportamento omosessuale dei preti. Una visione più liberal riguardo al comportamento omosessuale era già penetrata in profondità nella Chiesa. E contemporaneamente molti giovani con orientamento omosessuale erano entrati nei seminari e diventati sacerdoti. Inoltre l'età dei partner sessuali di seminaristi e preti omosessuali si sposta in avanti man mano che il comportamento omosessuale viene sempre più apertamente tollerato e normalizzato.

Eppure il JJR 2 non tira le conclusioni. Anzi, sposta l’attenzione su una rigida educazione moralistica ricevuta in famiglia come causa di comportamenti scorretti, e comunque non rileva alcuna differenza sostanziale tra i preti accusati di abusi e gli altri sacerdoti. Come mai queste conclusioni, peraltro non suffragate da nessun dato oggettivo?
Sicuramente questa è una parte molto debole del rapporto, io credo per due motivi essenzialmente: il primo è che i ricercatori del John Jay College sono incompetenti quanto a investigazioni “psicologiche”. Secondo motivo, sicuramente più importante, è il tentativo di coprire l’evidente “impronta” omosessuale in tutta la faccenda: questo è un tabù che deve essere protetto. Per questo si è evitato di cercare e presentare i dati come una seria ricerca, non viziata da pregiudizi, dovrebbe fare: dividendo tutti i casi in categorie molto ben individuate: quelli che hanno abusato di maschi minori di 11 anni, quelli che hanno abusato di femmine sotto gli 11 anni, quelli che hanno abusato di maschi tra gli 11 e i 13 anni, le femmine della stessa età, e così via. In questo modo la verità emergerebbe con chiarezza.

Quindi le conclusioni del JJR 2 sono fuorvianti…
Lo sono perché cercano di nascondere la realtà, accreditando una delle parole d’ordine del movimento gay: gli omosessuali non hanno una maggiore inclinazione alle molestie rispetto agli eterosessuali. Così si arriva a fare contorsioni linguistiche per non dire ciò che appare evidente. Ad esempio il JJR 2 rifiuta con sdegno “la diffusa speculazione… che l’identità omosessuale è legata agli abusi… soprattutto a causa dell’alto numero di vittime di sesso maschile”. Speculazione? Quasi l’85% delle vittime sono adolescenti maschi e loro pensano di poter liquidare tranquillamente il fattore omosessuale? Questa è cecità voluta. Nessuno che abbia familiarità con il problema delle molestie subite da parte di insegnanti, in istituti, nelle famiglie adottive e così via, può dubitare delle motivazioni omosessuali che sono all’origine della maggioranza dei casi. Piuttosto è la conclusione del JJR 2 secondo cui i preti che abusano di minori non sono distinguibili dagli altri preti a essere pura fantasia. Questo vorrebbe dire che ci sarebbe stato qualche migliaio di normali preti eterosessuali che hanno cercato gratificazione sessuale con ragazzi invece che con ragazze. E’ una cosa priva di senso, chi può darvi credito?


***********

[SM=g1740733] ricordiamo un passo della Lettera del Papa qui integralmente postata in apertura thread:


4. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel vostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese. Si è verificato un velocissimo cambiamento sociale, che spesso ha colpito con effetti avversi la tradizionale adesione del popolo all'insegnamento e ai valori cattolici. Molto sovente le pratiche sacramentali e devozionali che sostengono la fede e la rendono capace di crescere, come ad esempio la frequente confessione, la preghiera quotidiana e i ritiri annuali, sono state disattese. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal concilio Vaticano ii fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt'altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da una buona intenzione ma errata, a evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari. È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere lo sconcertante problema dell'abuso sessuale dei ragazzi, che ha contribuito in misura tutt'altro che piccola all'indebolimento della fede e alla perdita del rispetto per la Chiesa e per i suoi insegnamenti.

Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare:  procedure inadeguate per determinare l'idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona. Bisogna agire con urgenza per affrontare questi fattori, che hanno avuto conseguenze tanto tragiche per le vite delle vittime e delle loro famiglie e hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione.


[SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]

Fraternamente CaterinaLD

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[SM=g1740733]al Documento ufficiale del Santo Padre, uniamo a questo la Premessa del Nuovo Documento varato dalla CEI...

Premessa

 

Il triste e grave fenomeno degli abusi sessuali nei confronti di minori da parte di chierici sollecita un rinnovato impegno da parte della comunità ecclesiale, chiamata ad affrontare la questione con spirito di giustizia, in conformità alle presenti Linee guida.

In quest’ottica, assume importanza fondamentale anzitutto la protezione dei minori, la premura verso le vittime degli abusi e la formazione dei futuri sacerdoti e religiosi.

Il Vescovo che riceve la denuncia di un abuso deve essere sempre disponibile ad ascoltare la vittima e i suoi familiari, assicurando ogni curanel trattare il caso secondo giustizia e impegnandosi a offrire sostegno spirituale e psicologico, nel rispetto della libertà della vittima di intraprendere le iniziative giudiziarie che riterrà più opportune.

Una speciale cura deve essere posta nel discernimento vocazionale dei candidati al ministero ordinato e delle persone consacrate, nell’iter di preparazione al diaconato e al presbiterato. Piena osservanza deve essere assicurata alle previsioni contenute nel Decreto generale circa la ammissione in seminario di candidati provenienti da altri seminari o famiglie religiose della Conferenza Episcopale Italiana (27 marzo 1999), riservando una rigorosa attenzione allo scambio d’informazioni in merito a quei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa che si trasferiscono da un seminario all’altro, tra diocesi diverse o tra Istituti religiosi e diocesi.

Il Vescovo tratterà i suoi sacerdoti come un padre e un fratello, curandone la formazione permanente e facendo in modo che essi apprezzino e rispettinola castità e il celibato e approfondiscano la conoscenza della dottrina della Chiesa sull’argomento.

In linea con quanto richiesto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nella Lettera circolare per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici del 3 maggio 2011, il presente testo è diretto a facilitare la correttaapplicazione della normativa canonica vigente in materia  nonché a favorire un corretto inquadramento della problematica in relazione all’ordinamento dello Stato (1).

“LINEE GUIDA DELLA CEI PER I CASI DI ABUSO SESSUALE NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DI CHIERICI”:

 
Clicca qui per leggere il testo integrale.


[SM=g1740733]


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martedì 11 settembre 2012

Le tre lettere inedite del 1988, l'assoluta coerenza nella condotta di Joseph Ratzinger, cardinale e Papa, il diritto penale canonico ed i segni dei tempi. Qualche riflessione (Raffaella)

LE DECISIONI E L'ESEMPIO DI BENEDETTO XVI NEL COMBATTERE LA PIAGA DELLA PEDOFILIA NELLA CHIESA. CRONOLOGIA

LA RISPOSTA DELLA SANTA SEDE ALLA PEDOFILIA NELLA CHIESA: CRONOLOGIA (1917-2005)


Cari amici, sull'Osservatore Romano di ieri sono stati pubblicati stralci di un documento che non esito a definire storico.

Esso ci permette di verificare dal punto di vista cronologico la perfetta coerenza di Joseph Ratzinger, cardinale e Papa.

Esiste, infatti, a mio avviso, un filo rosso ininterrotto che collega quelle tre lettere del 1988 alle norme sui delitti piu' gravi del 2001, passando poi per la Via Crucis del 2005, approdando ai primi incontri del Papa con le vittime di abusi, alla Lettera del Papa ai Cattolici irlandesi per poi arrivare alle modifiche della normativa sui delitti piu' gravi del 2010 e, da ultimo, ad alcune risposte raccolte nel libro intervista "Luce del mondo".
Con buona pace dei commentatori (quelli che oggi si sono espressi e quelli che hanno tenuto la bocca chiusa) non c'e' alcun cambiamento nella posizione dell'attuale Papa.
Egli per primo, gia' nel lontano 1988, intui' la gravita' e l'estensione di certi comportamenti chiedendo prima una revisione delle norme penali, anche in via interpretativa, e poi ottenendo il riconoscimento della competenza esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede in materia di delitti piu' gravi elencati tassativamente, purtroppo solo nel 2001.
Alla luce delle tre lettere pubblicate ieri riusciamo a tracciare un percorso che parte dal 1988 ed arriva al 2010 con una coerenza che definirei granitica.
Cerchiamo di ricostruire questo percorso. Ringrazio un carissimo amico del blog per l'aiuto :-)

Nel 1988 alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF) e' riservato il giudizio sulle "richieste di dispensa dagli oneri sacerdotali assunti con l'ordinazione".
Il card. Ratzinger, con lettera del 19 febbraio 1988, scrive al card. José Rosalío Castillo Lara, presidente della Pontificia Commissione per l'Interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico e denuncia il fatto che la CDF "nell'esaminare le petizioni di dispensa dagli oneri sacerdotali, incontra casi di sacerdoti che, durante l'esercizio del loro ministero, si sono resi colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti, per i quali il cjc, previa apposita procedura, prevede l'irrogazione di determinate pene, non esclusa la riduzione allo stato laicale".

Il cardinale Ratzinger chiede un parere tecnico-giuridico al suo collega per verificare se sia possibile "prevedere, in casi determinati, una procedura più rapida e semplificata", ovviamente per la concessione delle dispense.
Lamenta implicitamente il fatto che la dispensa venga considerata una "grazia" e non una "punizione" compromettendo cosi' il bene dei fedeli in presenza di eventi delittuosi gravi.

IMPORTANTISSIMA IMPLICAZIONE: la lettera del cardinale Ratzinger presuppone che la responsabilità giuridica in materia penale ricada sugli Ordinari o sui superiori religiosi, come risulta dalla lettera del Codex.

Ed ecco che qui capiamo perfettamente il cosiddetto "caso" Kiesle.
In quel caso era il reo a chiedere la dispensa, che e' cosa ben diversa dalla riduzione allo stato laicale, che e' imposta e quindi ha carattere punitivo.
Qui la traduzione puntuale della famosa lettera sbandierata da Ap.
Il card. Ratzinger voleva effettivamente accelerare la procedura ma c'erano comunque delle difficolta' indipendenti dalla sua volonta'. All'epoca non era facile "spretare" una persona prima dei 40 anni. Ne abbiamo parlato qui.
Ringraziamo il dottor Marco Valerio Fabbri per l'aiuto e la cortesia.

Il card. José Rosalío Castillo Lara risponde con lettera del 10 marzo 1988.
Egli comprende "la preoccupazione del card. Ratzinger per il fatto che gli Ordinari interessati non abbiano esercitato prima la loro potestà giudiziaria per punire adeguatamente, anche a tutela del bene comune dei fedeli, tali delitti", ma afferma che "cercare di semplificare ulteriormente la procedura giudiziaria per infliggere o dichiarare sanzioni tanto gravi come la dimissione dallo stato clericale...non sembra affatto conveniente".
I motivi addotti sono prettamente giuridici: accelerare la procedura significava, secondo il card. Lara, pregiudicare il diritto di difesa.
Le considerazioni del card. José Rosalío Castillo Lara sono squisitamente giuridiche.
Nessun appunto possiamo muovere al porporato perche' stiamo parlando di norme penali che non possono essere interpretate discrezionalmente o "forzate" attraverso l'interpretazione della lettera dei canoni. In altre parole: per fare qualcosa serviva modificare il codice.

Il 14 maggio 1988, come e' nel suo stile, il cardinale Ratzinger risponde ringraziando il suo collega per il chiarimento.

MA NON SI ARRENDE :-)

Torna alla carica ma con argomenti diversi.
Lascia perdere il codice di diritto canonico e fa leva sulla costituzione apostolica Pastor bonus, il cui art. 52 cosi' recita: La Cdf "giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano ad essa segnalati e, all'occorrenza, procede a dichiarare o ad infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio".

Ancora pero' non ci siamo perche' la costituzione non elenca quali sono i delitti piu' gravi.
La norma resta quindi sostanzialmente inapplicata come una cornice sprovvista del contenuto.
Serve un elenco tassativo perche' stiamo parlando di norme penali.
Occorreva, in altre parole, rendere effettivo l'art. 52 appena citato.
Finalmente, nel 2001, Giovanni Paolo II riempiva il vuoto normativo assegnando alla CDF la COMPETENZA ESCLUSIVA sui delitti piu' gravi.
Cio' avvenne con il motu proprio «Sacramentorum sanctitatis tutela» del 2001.
Contestualmente veniva promulgata la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede "Ad exsequendam ecclesiasticam legem", nota come "De delictis gravioribus".

Finalmente nel 2001 il cardinale Ratzinger vide soddisfatta la richiesta del 1988.
Inoltre, come afferma Juan Ignacio Arrieta, "dopo il 2001, sulla base dell'esperienza giuridica che affiorava, il cardinale Ratzinger ha ottenuto da Giovanni Paolo II nuove facoltà e dispense per gestire le varie situazioni, giungendo addirittura alla definizione di nuove fattispecie penali".

Nel 2003 vengono elaborate le linee guida antipedofilia, con regolamento interno al Dicastero della Congregazione per la Fede, rese note al pubblico solo nel 2010.

Ora capiamo meglio anche il senso della famosissima meditazione del card. Ratzinger sulla "sporcizia nella Chiesa" durante la Via Crucis del 2005.
Egli sapeva perfettamente di che cosa stava parlando.

Una volta eletto Papa, Joseph Ratzinger non ha certo interrotto ma, anzi, ha intensificato la sua attivita' di pulizia e di purificazione.
Nel 2006 incontra i vescovi irlandesi e pronuncia un durissimo discorso.

Ieri abbiamo appreso che gia' nel settembre 2007 Papa Benedetto XVI ha conferito mandato al Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi di elaborare una bozza con alcune proposte per la riforma del libro vi del Codex iuris canonici, base del sistema penale della Chiesa.

PARLIAMO DEL 2007, BEN PRIMA CHE SCOPPIASSERO GLI SCANDALI DEI PRETI PEDOFILI in tutta Europa o, meglio, che i media si accorgessero che esisteva questa piaga.

A partire dal viaggio negli Stati Uniti il Papa non ha mancato di incontrare le vittime dei preti pedofili. Lo ha fatto a Washington, a Sydney, aRoma, a Malta ed a Londra.
E' il primo Papa in assoluto a fornire conforto diretto alle vittime, come e' il primo Pontefice a dedicare una Lettera Pastorale al tema specifico degli abusi.

E' del marzo 2010 la pubblicazione della Lettera ai Cattolici Irlandesi.

L'attività del Santo Padre è proseguita con l'approvazione delle "Modifiche introdotte nelle Normae de gravioribus delictis" del luglio 2010.

Ma non e' finita qui!
Nel libro intervista "Luce del mondo", il Santo Padre risponde cosi' ad una domanda specifica di Seewald: clicca qui per il testo che trova una perfetta corrispondenza con il quarto paragrafo della Lettera agli Irlandesi.

Il prossimo passo sara' la modifica del codice di diritto canonico.
Tutto questo non dimostra forse l'assoluta e perfetta coerenza di Joseph Ratzinger?
C'e' davvero un filo rosso che collega tutti i suoi interventi e le sue decisioni.
Finora avevamo solo dei tasselli. Da ieri sera vediamo l'intero mosaico.
C'e' da essere orgogliosi di vivere sotto questo Pontificato.
Raffaella


http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.it/2010/12/le-tre-lettere-inedite-del-1988.html
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L’influsso del Cardinal Ratzinger nella revisione del sistema penale canonico (Juan Ignacio Arrieta, Civiltà Cattolica)

LE DECISIONI E L'ESEMPIO DI BENEDETTO XVI NEL COMBATTERE LA PIAGA DELLA PEDOFILIA NELLA CHIESA. CRONOLOGIA

LA RISPOSTA DELLA SANTA SEDE ALLA PEDOFILIA NELLA CHIESA: CRONOLOGIA (1917-2005)


L’influsso del Cardinal Ratzinger nella revisione del sistema penale canonico


S.E.R. Mons. Juan Ignacio Arrieta
Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi

Nelle prossime settimane, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi invierà ai propri Membri e Consultori una bozza contenente alcune proposte per la riforma del Libro VI del Codice di Diritto Canonico, che è la base del sistema penale della Chiesa. Una Commissione d’esperti penalisti ha lavorato per quasi due anni, sottoponendo a revisione il testo promulgato nel 1983, alla luce delle necessità affiorate negli anni successivi. L’intento è quello di mantenere l’impianto generale e la numerazione successiva dei canoni, ma anche, nel contempo, di modificare decisamente alcune scelte dell’epoca rivelatesi in seguito meno riuscite.

L’iniziativa - la cui definitiva messa in atto dovrà aspettare ancora il completamento delle dovute consultazioni prima di essere presentata all’eventuale approvazione del Supremo Legislatore - ha origine dal preciso mandato affidato al Presidente e al Segretario del Pontificio Consiglio da Sua Santità Benedetto XVI, nella prima Udienza concessa ai nuovi Superiori del Dicastero, il 28 settembre 2007, a Castel Gandolfo.

Dallo svolgimento di quell’incontro, e dai concreti problemi di ordine tecnico che in esso affiorarono in maniera spontanea, risultò evidente come l’indicazione rispondesse ad un convincimento profondo del Pontefice, maturato in anni di esperienza diretta, e ad una preoccupazione per l’integrità e la coerente applicazione della disciplina all’interno della Chiesa; convincimento e preoccupazione che – come si vedrà di seguito – hanno guidato i passi dell’attuale Pontefice sin dall’inizio del suo lavoro come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, malgrado le oggettive difficoltà provenienti, tra l’altro, dal particolare momento legislativo che allora viveva la Chiesa, all’indomani della promulgazione del Codice di Diritto Canonico, nel 1983.

Per valutarlo meglio occorre ricordare alcune particolarità del quadro legislativo che a quell’epoca si era appena ridisegnato.

Il sistema penale del Codice del 1983

Il sistema penale del Codice del 1983 possiede un impianto sostanzialmente nuovo rispetto al precedente del Codex del 1917, e s’inquadra nel contesto ecclesiologico disegnato dal Concilio Vaticano II. Per quanto adesso ci riguarda, poi, la disciplina penale vuole ispirarsi anche ai criteri di sussidiarietà e di “decentramento” (5° Principio Direttivo per la Revisione del CIC approvato dal Sinodo dei Vescovi del 1967), concetto usato per indicare la particolare attenzione riservata al diritto particolare e, soprattutto, all’iniziativa dei singoli Vescovi nel governo pastorale, essendo essi, come insegna il Concilio (LG, n. 27), vicari di Cristo nelle loro rispettive diocesi. Nella maggioranza dei casi, infatti, il Codice affida alla valutazione degli Ordinari locali e dei Superiori religiosi il discernimento sull’opportunità o meno d’imporre sanzioni penali, e sul modo di farlo nei casi concreti.

Ma un altro fattore ha segnato, in maniera ancor più profonda, il nuovo Diritto Penale canonico: le formalità giuridiche e i modelli di garanzia stabiliti per applicare le pene canoniche (6° e 7° dei Principi Direttivi per la Revisione del CIC). Coerentemente con l’enunciato dei diritti fondamentali di tutti i battezzati, che per la prima volta appariva nel Codice, infatti, si adottarono allora sistemi di protezione e di tutela di questi diritti - in parte presi dalla tradizione canonica della Chiesa, e in parte desunti da altre esperienze giuridiche - talvolta in modo non totalmente rispondente a ciò che era la realtà della Chiesa in tutto il mondo. Le garanzie sono imprescindibili, particolarmente nel sistema penale; occorre, tuttavia, che esse siano bilanciate e consentano anche l’effettiva tutela dell’interesse collettivo. L’esperienza successiva ha dimostrato come alcune delle tecniche adoperate dal Codice a garanzia dei diritti non fossero imprescindibili per assicurare la loro tutela nel modo che la Giustizia esige, e che avrebbero potuto essere sostituite da altre garanzie più consone con la realtà ecclesiale; anzi, dette tecniche rappresentavano, in vari casi, un oggettivo ostacolo, talvolta insuperabile per la scarsità di mezzi, all’effettiva applicazione del sistema penale. Si potrebbe dire, per quanto questa costatazione possa risultare adesso paradossale, che il Libro VI sulle sanzioni penali sia, tra i Libri del Codice, quello che ha potuto “beneficiare” di meno da quelle continue altalene normative che caratterizzarono il periodo post-conciliare. Altri settori della disciplina canonica, infatti, ebbero in quel tempo l’opportunità di confrontarsi con la realtà concreta della Chiesa attraverso svariate norme ad experimentum, che consentirono poi di valutare l’esito dei risultati, positivi o negativi che fossero, al momento di redigere le norme codiciali definitive; il nuovo sistema penale, viceversa, pur essendo “del tutto nuovo”, o quasi, rispetto al precedente, si vide privato di questa “opportunità” di riscontro sperimentale, cosicché partì praticamente “da zero” nel 1983. Il numero dei delitti tipizzati era stato drasticamente ridotto ai soli comportamenti di speciale gravità, e l’imposizione delle sanzioni rimessa ai criteri di valutazione di ciascun Ordinario, inevitabilmente diversi.

C’è da aggiungere, inoltre, che su questo settore della disciplina canonica si sentiva particolarmente – e si sente tutt’oggi – l’influsso di un diffuso anti-giuridismo, che si traduceva, tra l’altro, nella “fittizia” difficoltà di riuscire a comporre le esigenze della Carità pastorale con quelle della Giustizia e del buon governo.
Perfino la redazione di alcuni canoni dello stesso Codice, infatti, contiene alcuni richiami alla tolleranza che, talvolta, potrebbero essere indebitamente letti come volontà di dissuadere l’Ordinario dall’impiego delle sanzioni penali, laddove ciò fosse necessario per esigenze di giustizia.

Queste tracce, naturalmente bisognose di sfumature che in poche righe non è possibile rendere, presentano in termini generali alcune linee di forza del sistema penale contenuto nell’attuale Codice, il quale si inseriva, inoltre, nel generale contesto di altre importanti innovazioni disciplinari e di governo, promosse sì dal Concilio Vaticano II, ma “cristallizzate” soltanto con la promulgazione del corpo codiciale.

La richiesta della Dottrina della Fede (febbraio 1988)

In questo quadro legislativo, che ho cercato di raffigurare, rappresentò un evidente elemento di contrasto una lettera scritta il 19 febbraio 1988dal Prefetto dell’allora Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale Joseph Ratzinger, al Presidente dell’allora Pontificia Commissione per l’Interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico. Si tratta d’un documento importante e unico, ove si denunciano le negative conseguenze che stavano producendo nella Chiesa alcune opzioni del sistema penale stabilito appena cinque anni prima. Lo scritto è riemerso nel quadro dei lavori realizzati in questo periodo dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi per rivedere il Libro VI.

La motivazione della lettera è ben circoscritta. La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede era, a quell’epoca, competente per studiare le richieste di dispensa dagli oneri sacerdotali assunti con l’ordinazione.

La relativa dispensa veniva concessa come materno gesto di grazia da parte della Chiesa, dopo aver, da un lato, vagliato attentamente l’insieme di tutte le circostanze concorrenti nel singolo caso, e, dall’altro, soppesato l’oggettiva gravità degli impegni assunti davanti a Dio e alla Chiesa al momento dell’ordinazione sacerdotale. Le circostanze che motivavano alcune delle richieste di dispensa da questi impegni, tuttavia, erano tutt’altro che meritorie di atti di grazia. Il testo della lettera è sufficientemente eloquente della relativa problematica:

Eminenza, questo Dicastero, nell’esaminare le petizioni di dispensa dagli oneri sacerdotali, incontra casi di sacerdoti che, durante l'esercizio del loro ministero, si sono resi colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti, per i quali il CJC, previa apposita procedura, prevede l’irrogazione di determinate pene, non esclusa la riduzione allo stato laicale.

Tali provvedimenti, a giudizio di questo Dicastero, dovrebbero, in taluni casi, per il bene dei fedeli, precedere l'eventuale concessione della dispensa sacerdotale, che, per natura sua, si configura come 'grazia' a favore dell'oratore. Ma attesa la complessità della procedura prevista a tal proposito dal Codice, è prevedibile che alcuni Ordinari incontrino non poche difficoltà nell’attuarla.

Sarei pertanto grato all'Eminenza Vostra Rev.ma se potesse far conoscere il Suo apprezzato parere circa l'eventuale possibilità di prevedere, in casi determinati, una procedura più rapida e semplificata
.

La lettera rispecchia, innanzitutto, la naturale ripugnanza del sistema di Giustizia a concedere come “atto di grazia” (dispensa dagli oneri sacerdotali) qualcosa che occorre, invece, imporre come castigo (dimissione ex poena dallo stato clericale).

Volendo evitare le “complicazioni tecniche” delle procedure stabilite dal Codice per punire condotte delittuose, infatti, talvolta si faceva ricorso alla “volontaria” richiesta del colpevole di abbandonare il sacerdozio. In questo modo si arrivava, per così dire, allo stesso risultato “pratico” di espellere il soggetto dal sacerdozio – se tale era la sanzione penale prevista –, aggirando al contempo “noiose” procedure giuridiche. Era un modo “pastorale” di procedere, si soleva dire in questi casi, al margine di quanto prevedesse il diritto.

Agendo così, però, si rinunciava anche alla Giustizia e – come motivava il Cardinal Ratzinger – si lasciava ingiustamente da parte “il bene dei fedeli”.


Tale era il motivo centrale della richiesta, nonché la ragione per cui occorreva dare priorità, in questi casi, all’imposizione di giuste sanzioni penali per mezzo di procedure più rapide e semplificate di quelle indicate nel Codice di Diritto Canonico.

Bisogna tener conto che, sebbene il Codice riconoscesse l’esistenza d’una giurisdizione specifica della Congregazione della Dottrina della Fede in materia penale (CIC, can. 1362 § 1, 1°) anche al di fuori dei casi d’evidente carattere dottrinale, per esempio i delitti di eresia - nonché i delitti più gravi riguardanti il sacramento della Penitenza, quale il delitto della sollecitazione - non era affatto evidente, nel contesto normativo di allora, quali altri reati concreti potessero rientrare nella competenza penale di quel Dicastero. Il canone 6 del Codice aveva, peraltro, abrogato espressamente qualunque altra legge penale prima esistente: “entrando in vigore questo Codice, sono abrogati… qualsiasi legge penale, sia universale sia particolare emanata dalla Sede Apostolica, a meno che non sia ripresa in questo stesso Codice”; e, per di più, le norme della Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae universae, del 1967, che fissavano la competenza dei Dicasteri della Curia Romana, si limitavano ad affidare alla Congregazione il compito di “tutelare la dottrina riguardante la fede e i costumi in tutto il mondo cattolico” (art. 29).

La lettera del Prefetto della Congregazione presuppone, perciò, che la responsabilità giuridica in materia penale ricada sugli Ordinari o sui Superiori religiosi, come risulta dalla lettera del Codice.

La risposta della Pontificia Commissione per l’Interpretazione (marzo 1988)

Nel giro di tre settimane arrivò la risposta dell’allora Pontificia Commissione, con lettera del 10 marzo 1988. La tempestività e il contenuto del responso si capiscono se si tiene conto della particolarità del momento legislativo: essendo appena terminato lo sforzo codificatore che per decenni aveva occupato la Commissione, infatti, erano ancora in fase di completamento tutti gli adeguamenti alla nuova disciplina codiciale delle altre norme del diritto universale e particolare, nonché di quelle proprie delle altre istituzioni di governo della Chiesa. La risposta, certo, era di condivisione delle motivazioni addotte e della bontà del criterio d’anteporre le sanzioni penali alla concessione di grazie; inevitabilmente, però, era anche di conferma della necessità prioritaria di dare il dovuto seguito alle norme del Codice appena promulgato da parte di coloro che avevano l’autorità e il potere giuridico di farlo.

Il testo che l’allora Presidente della Pontificia Commissione inviò al Cardinale Prefetto della Dottrina della Fede testimoniava anche la situazione del momento:

Capisco bene la preoccupazione di Vostra Eminenza per il fatto che gli Ordinari interessati non abbiano esercitato prima la loro potestà giudiziaria per punire adeguatamente, anche a tutela del bene comune dei fedeli, tali delitti. Tuttavia il problema non sembra essere di procedura giuridica ma di responsabile esercizio della funzione di governo.

Nel vigente Codice sono stati chiaramente determinati i delitti che possono comportare la perdita dello stato clericale: essi sono configurati ai cann. 1364 § 1, 1367, 1370, 1387, 1394 e 1395. Allo stesso tempo è stata semplificata molto la procedura rispetto alle precedenti norme del CIC 1917, resa così più rapida e snella, anche allo scopo di stimolare gli Ordinari all'esercizio della loro autorità, attraverso il necessario giudizio dei colpevoli "ad normam iuris" e l'applicazione delle previste sanzioni.

Cercare di semplificare ulteriormente la procedura giudiziaria per infliggere o dichiarare sanzioni tanto gravi come la dimissione dallo stato clericale, oppure cambiare l'attuale norma del 1342 § 2 che proibisce di procedere in questi casi con decreto amministrativo extragiudiziale (cfr. can. 1720), non sembra affatto conveniente. Infatti da una parte si metterebbe in pericolo il diritto fondamentale di difesa - in cause poi che interessano lo stato della persona -, mentre dall'altra parte si favorirebbe la deprecabile tendenza - per mancanza forse della dovuta conoscenza o stima del diritto - ad un equivoco governo cosiddetto "pastorale", che in fondo pastorale non è, perché porta a trascurare il dovuto esercizio dell’autorità con danno del bene comune dei fedeli.

Anche in altri periodi difficili della vita della Chiesa, di confusione delle coscienze e di rilassamento della disciplina ecclesiastica, i sacri Pastori non hanno mancato di esercitare, per tutelare il bene supremo della "salus animarum", la loro potestà giudiziaria
.

La lettera fa, poi, un excursus sul dibattito che, nel corso dei lavori di revisione del Codice, s’era sviluppato prima di decidere di non inserirvi la cosiddetta dimissione “ex officio” dallo stato clericale. S’era ritenuto, in effetti, che le cause che avrebbero potuto giustificare tale procedura “ex officio” fossero state quasi tutte tipizzate nei delitti per i quali era prevista la dimissione dallo stato clericale (cfr. Communicationes 14 [1982] 85), sicché, proprio per questo, nemmeno le nuove Norme per la dispensa dal celibato sacerdotale, del 14 ottobre 1980 (AAS 72 [1980] 1136-1137), accennavano a tale procedura, ch’era ammessa, invece, dalle precedenti Norme del 1971 (AAS 63 [1971] 303 - 308).

Tutto ciò considerato – concludeva la risposta – questa Pontificia Commissione è dell'opinione che si debba insistere opportunamente presso i Vescovi (cfr. can. 1389), perché, ogni volta che ciò si renda necessario, non manchino di esercitare la loro potestà giudiziaria e coattiva, invece di inoltrare alla Santa Sede le petizioni di dispensa.

Pur condividendo l’esigenza di fondo di tutelare “il bene comune dei fedeli”, infatti, la Pontificia Commissione riteneva rischioso rinunciare ad alcune concrete garanzie anziché esortare chi ne aveva le responsabilità affinché attuasse le disposizioni del diritto.

Lo scambio di lettere tra i Dicasteri si concluse, all’epoca, con una cortese risposta, il 14 maggio successivo, del Prefetto della Congregazione al Presidente della Pontificia Commissione:

Mi pregio comunicarle che è pervenuto a questo Dicastero il Suo apprezzato voto circa la possibilità di prevedere una procedura più rapida e semplificata dell'attuale per l'irrogazione di eventuali sanzioni da parte dei competenti Ordinari, nei confronti di sacerdoti che si sono resi colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti. Al riguardo, desidero assicurare l'Eminenza Vostra Rev.ma che quanto da lei esposto sarà tenuto in attenta considerazione da parte di questa Congregazione.

La Pastor Bonus estende le competenze della Congregazione (giugno 1988)

La vicenda appariva formalmente chiusa, ma il problema non si era risolto. Di fatto, il primo importante segno di cambiamento della situazione si ebbe, per una via differente, proprio un mese dopo, con la promulgazione della Costituzione apostolica Pastor Bonus che modificò l’assetto complessivo della Curia Romana, stabilito nel 1967 dalla Regimini Ecclesiae universae, riordinando le competenze dei singoli Dicasteri.

L’art. 52 di questa norma pontificia, a tutt’oggi in vigore, stabilisce in forma chiara la giurisdizione penale esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede, non solo rispetto ai delitti contro la fede o nella celebrazione dei Sacramenti, ma anche riguardo ai “delitti più gravi commessi contro la morale”. La Congregazione della Dottrina della fede “giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei Sacramenti, che vengono ad essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o ad infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio” (Pastor Bonus, art. 52).

Questo testo, evidentemente indicato dalla Congregazione presieduta dal Cardinal Ratzinger sulla base della propria esperienza, risulta in diretta relazione con quanto stiamo vedendo, ed è ancor più significativo se si tiene conto del fatto che la precedente “bozza” della legge – lo Schema Legis Peculiaris de Curia Romana, preparato tre anni prima –, si limitava quasi a riprodurre la formulazione delle competenze per quel Dicastero fatta nel 1967 dalla Regimini, dicendo semplicemente che la Congregazione “delicta contra fidem cognoscit, atque ubi opus fuerit ad canonicas sanctiones declarandas aut irrogandas, ad normam iuris procedit” (Schema Legis Peculiaris de Curia Romana, art. 36, Typis Polyglottis Vaticanis 1985, p. 35).

Rispetto alla situazione precedente, quindi, il cambiamento della Costituzione apostolica Pastor Bonus è di evidente rilievo, tanto più che questa volta veniva fatto nell’orizzonte normativo del Codice del 1983, e con riferimento ai delitti in esso definiti, oltre che al “diritto proprio” della Congregazione stessa. In un quadro normativo presieduto dai ricordati criteri di “sussidiarietà” e di “decentramento”, dunque, la Costituzione apostolica Pastor Bonus realizzava adesso un atto giuridico di “riserva” alla Santa Sede (cfr. CIC, can. 381 § 1) di un’intera categoria di delitti, che il Sommo Pontefice affidava alla giurisdizione esclusiva della Congregazione della Dottrina della Fede.

E’ assai dubbio che una scelta del genere, la quale determinava meglio le competenze della Congregazione e modificava il criterio del Codice su chi dovesse applicare queste pene canoniche, sarebbe stata realizzata se il sistema avesse complessivamente funzionato.

La suddetta norma, però, risultava ancora insufficiente sul piano operativo.

Elementari esigenze di sicurezza giuridica, infatti, imponevano la necessità d’identificare prima quali fossero in concreto quei “delitti più gravi” sia quelli contro la morale che quelli commessi nella celebrazione dei sacramenti che la Pastor Bonus affidava adesso alla Congregazione sottraendoli alla giurisdizione degli Ordinari.

Due rilevanti interventi successivi

Gli episodi sinora illustrati riguardano, come s’è visto, un breve lasso di tempo: alcuni mesi della prima metà del 1988. Negli anni successivi – detto in termini generali – si cercò ancora di far fronte alle emergenze apparse nell’ambito penale nella Chiesa seguendo i criteri generali del Codice del 1983, sostanzialmente riassunti nella lettera della Pontificia Commissione per l’Interpretazione del Codice di Diritto Canonico.

Si ebbe cura, infatti, d’incoraggiare l’intervento degli Ordinari locali, volendo talvolta agevolare le procedure, oppure attraverso un diritto speciale, in dialogo principalmente con le Conferenze Episcopali interessate. Lungo gli anni Novanta, poi, le riunioni e i progetti di questo genere sono stati molteplici, interessando diversi Dicasteri della Curia Romana, come si può facilmente documentare.

L’esperienza che continuava ad emergere, tuttavia, confermava l’insufficienza di queste soluzioni, e la necessità di prenderne altre, di maggiore respiro e su un livello differente.

Due di esse, in modo particolare, hanno significativamente modificato il quadro del Diritto penale canonico sul quale ha dovuto lavorare in questi ultimi mesi il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ed entrambe hanno l’attuale Pontefice come attore, in perfetta continuità con le preoccupazioni espresse nella lettera del 1988 che abbiamo considerato.

La prima iniziativa, ormai abbastanza nota, riguarda la preparazione, nell’ultimo periodo degli anni Novanta, delle Norme sui cosiddetti delicta graviora, che hanno dato effettività all’art. 52 della Costituzione apostolica Pastor Bonus, indicando concretamente quali delitti contro la morale e quali delitti commessi nella celebrazione dei sacramenti fossero da ritenere “particolarmente gravi” e, quindi, d’esclusiva giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Queste Norme, infine, promulgate nel 2001, appaiono necessariamente in “controtendenza” rispetto ai criteri previsti dal Codice per l’applicazione delle sanzioni penali, cosicché in tanti ambienti vennero subito bollate come Norme “accentratrici”, mentre, in realtà, rispondevano ad un preciso dovere di “supplenza”, teso, in primis, a risolvere un serio problema ecclesiale d’operatività del sistema penale e, in secundis, ad assicurare un trattamento uniforme di questo genere di cause in tutta la Chiesa.

A tale scopo, la Congregazione dovette preparare prima le corrispondenti norme interne di procedura, e parimenti riorganizzare il Dicastero per consentire quest’attività giudicante d’accordo con le regole processuali del Codice.

Negli anni seguenti al 2001, inoltre, e sulla base dell’esperienza giuridica che affiorava, l’allora Prefetto della Congregazione ottenne dal Santo Padre nuove facoltà e dispense per gestire le varie situazioni, giungendo addirittura alla definizione di nuove fattispecie penali.

Si addivenne intanto alla convinzione che la “grazia” della dispensa dagli obblighi sacerdotali e la conseguente riduzione alla stato laicale di chierici reo confessi di delitti molto gravi fosse anche un grazia concessa pro bono Ecclesiae. Per lo stesso motivo, in alcuni casi particolarmente gravi, la Congregazione non esitò di chiedere dal Sommo Pontefice il decreto di dimissione ex officio dallo stato clericale nei confronti di chierici che si erano macchiati di crimini abominevoli. Questi adeguamenti successivi sono raccolti adesso nelle Norme sui delicta graviora pubblicate dalla Congregazione nello scorso mese di luglio.

V’è anche, però, una seconda iniziativa dell’attuale Pontefice molto meno nota, alla quale vorrei pure accennare brevemente, poiché ha certo contribuito a modificare il panorama dell’applicazione del Diritto penale nella Chiesa.

Si tratta del suo intervento, come Membro della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nella preparazione delle facoltà speciali concesse a tale Congregazione per far fronte, in via anche di doverosa “supplenza”, ad altro genere di problemi disciplinari nei luoghi di missione.

Non è difficile capire, infatti, come, a causa della scarsità di mezzi d’ogni tipo, gli ostacoli per attuare il sistema penale del Codice si facessero sentire in maniera particolare nelle circoscrizioni di missione, dipendenti dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che, grosso modo, rappresentano quasi la metà dell’Orbe cattolico.

Perciò, nell’Adunanza Plenaria del febbraio 1997, questa Congregazione decise di sollecitare dal Santo Padre “facoltà speciali” che le permettessero di poter intervenire per via amministrativa, in determinate situazioni penali, al margine delle disposizioni generali del Codice; di quella Plenaria era Relatore l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Come si sa, queste “facoltà” sono state aggiornate e ampliate nel 2008, e altre di natura analoga, e con analoghe modalità, sono state in seguito concesse alla Congregazione per il Clero.

Non pare necessario aggiungere altro. In appropriate sedi sono stati già pubblicati studi che illustrano sufficientemente le variazioni prodottesi nel diritto penale della Chiesa con tutte queste iniziative. L’esperienza dirà in quale misura le modifiche che s’intende adesso apportare al Libro VI, valorizzando anche tali nuove facoltà, riusciranno a riequilibrare la situazione. Ora, però, mi premeva soprattutto evidenziare il ruolo determinante giocato, in questo processo più che ventennale di rinnovamento della disciplina penale, dalla decisa azione dell’attuale Pontefice, fino a rappresentare invero – assieme a tante altre iniziative concrete – una delle “costanti” che ha caratterizzato l’azione di Joseph Ratzinger.

© Copyright La Civiltà Cattolica, 4 dicembre 2010


http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.it/2011/07/linflusso-del-cardinal-ratzinger-nella.html

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Il cardinale Ratzinger e la revisione del sistema penale canonico in tre lettere inedite del 1988: Un ruolo determinante (Juan Ignacio Arrieta)

Siamo di fronte ad un documento di eccezionale importanza. E' la prova scritta del fatto che il card. Ratzinger sollecito' in piu' occasioni una riforma del diritto canonico volto a punire i responsabili di gravissimi ed aberranti delitti. E' anche la prova che la competenza era riservata ai vescovi fino al 2001, quando Giovanni Paolo II concesse alla CDF la competenza esclusiva in ordine ai delitti piu' gravi.
R.

Il cardinale Ratzinger e la revisione del sistema penale canonico in tre lettere inedite del 1988

Un ruolo determinante

Questo articolo del vescovo segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi sarà pubblicato nel prossimo numero de "La Civiltà Cattolica" in una forma più ampia.

di Juan Ignacio Arrieta

Nelle prossime settimane il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi invierà ai propri membri e consultori una bozza con alcune proposte per la riforma del libro vi del Codex iuris canonici, base del sistema penale della Chiesa. Una commissione di esperti penalisti ha lavorato per quasi due anni, rivedendo il testo promulgato nel 1983 per mantenere l'impianto generale e la numerazione dei canoni, ma anche per modificare decisamente alcune scelte dell'epoca rivelatesi meno riuscite.
L'iniziativa nasce dal mandato conferito da Benedetto XVI ai nuovi superiori del dicastero il 28 settembre 2007. Da quell'incontro è risultato evidente come l'indicazione rispondesse a un convincimento profondo del Papa, maturato in anni di esperienza diretta, e a una preoccupazione per l'integrità e la coerente applicazione della disciplina nella Chiesa; convincimento e preoccupazione che hanno guidato i passi del cardinale Joseph Ratzinger sin dall'inizio del suo lavoro come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, malgrado le oggettive difficoltà provenienti, tra l'altro, dal particolare momento legislativo vissuto all'indomani della promulgazione del Codex. Per valutarlo meglio occorre ricordare alcune particolarità del quadro legislativo allora appena ridisegnato.

Il sistema penale del Codex iuris canonici

Il sistema penale del Codex del 1983 possiede un impianto sostanzialmente nuovo rispetto a quello del 1917, e s'inquadra nel contesto ecclesiologico disegnato dal concilio Vaticano ii. Per quanto riguarda la disciplina penale, vuole ispirarsi anche ai criteri di sussidiarietà e di "decentramento", concetto usato per indicare la particolare attenzione riservata al diritto particolare e, soprattutto, all'iniziativa dei singoli vescovi nel governo pastorale, essendo essi, come insegna il concilio (cfr. Lumen gentium, n. 27), vicari di Cristo nelle rispettive diocesi. Nella maggioranza dei casi, infatti, il Codex affida alla valutazione degli Ordinari locali e dei superiori religiosi il discernimento sull'opportunità o meno di imporre sanzioni penali, e sul modo di farlo.
Ma un altro fattore ha segnato, ancora più profondamente, il nuovo diritto penale canonico: le formalità giuridiche e i modelli di garanzia stabiliti per applicare le pene canoniche. Infatti, in coerenza con l'enunciato dei diritti fondamentali di tutti i battezzati per la prima volta espresso dal Codex, si sono adottati sistemi di protezione e di tutela di questi diritti, desunti in parte dalla tradizione canonica, in parte da altre esperienze giuridiche, talvolta in modo non del tutto rispondente alla realtà della Chiesa in tutto il mondo. Le garanzie sono imprescindibili, particolarmente nel sistema penale; occorre tuttavia che esse siano bilanciate e consentano l'effettiva tutela dell'interesse collettivo. L'esperienza successiva ha dimostrato come alcune delle tecniche adoperate dal Codex a garanzia dei diritti non fossero imprescindibili, e che avrebbero potuto essere sostituite da altre garanzie più consone con la realtà ecclesiale. Anzi, queste tecniche rappresentavano in vari casi, un oggettivo ostacolo, talvolta insuperabile per la scarsità di mezzi, all'effettiva applicazione del sistema penale.
Si potrebbe dire, per quanto paradossale possa ora risultare questa constatazione, che il libro vi sulle sanzioni penali sia, nel Codex, quello che ha potuto beneficiare di meno da quelle continue altalene normative che hanno caratterizzato il periodo post-conciliare. Altri settori della disciplina canonica, infatti, hanno avuto l'opportunità di confrontarsi con la realtà concreta della Chiesa attraverso norme ad experimentum, che hanno consentito poi di valutare l'esito dei risultati, positivo o negativo che fosse, al momento di redigere le norme definitive.
Il sistema penale, viceversa, pur essendo del tutto nuovo, o quasi, rispetto al precedente, non ha avuto opportunità di riscontro sperimentale, esordendo da zero nel 1983. Il numero dei delitti tipizzati era stato drasticamente ridotto ai soli comportamenti di speciale gravità, e l'imposizione delle sanzioni rimessa ai criteri di valutazione di ciascun Ordinario, inevitabilmente diversi.
C'è da aggiungere che su questo settore della disciplina canonica si sentiva particolarmente - e si sente tuttora - l'influsso di un diffuso anti-giuridicismo, che si traduceva, tra l'altro, nella difficoltà di riuscire a comporre le esigenze della carità pastorale con quelle della giustizia e del buon governo. Perfino la redazione di alcuni canoni del Codex, infatti, contiene richiami alla tolleranza che potrebbero essere indebitamente letti come volontà di dissuadere l'Ordinario dall'impiego delle sanzioni penali laddove ciò fosse necessario per esigenze di giustizia.

Una richiesta del cardinale Ratzinger
(19 febbraio 1988)


In questo quadro legislativo rappresentò un evidente elemento di contrasto una lettera scritta il 19 febbraio 1988 dal prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger, al presidente della Pontificia Commissione per l'Interpretazione autentica del Codice di Diritto Canonico, cardinale José Rosalío Castillo Lara. Si tratta di un documento importante e unico, ove si denunciano le negative conseguenze che stavano producendo nella Chiesa alcune opzioni del sistema penale stabilito appena cinque anni prima. Lo scritto è riemerso nel quadro dei lavori realizzati in questo periodo per la revisione del libro VI.
La motivazione della lettera è ben circoscritta.
La Congregazione per la Dottrina della Fede era a quell'epoca competente per studiare le richieste di dispensa dagli oneri sacerdotali assunti con l'ordinazione. La relativa dispensa veniva concessa come gesto di grazia da parte della Chiesa, dopo avere da un lato vagliato attentamente l'insieme di tutte le circostanze concorrenti nel singolo caso e dall'altro soppesato l'oggettiva gravità degli impegni assunti davanti a Dio e alla Chiesa al momento dell'ordinazione sacerdotale.
Le circostanze che motivavano alcune delle richieste di dispensa da questi impegni, tuttavia, erano tutt'altro che meritorie di atti di grazia.

Il testo della lettera è eloquente:

«Eminenza, questo Dicastero, nell'esaminare le petizioni di dispensa dagli oneri sacerdotali, incontra casi di sacerdoti che, durante l'esercizio del loro ministero, si sono resi colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti, per i quali il cjc, previa apposita procedura, prevede l'irrogazione di determinate pene, non esclusa la riduzione allo stato laicale.
Tali provvedimenti, a giudizio di questo Dicastero, dovrebbero, in taluni casi, per il bene dei fedeli, precedere l'eventuale concessione della dispensa sacerdotale, che, per natura sua, si configura come "grazia" a favore dell'oratore. Ma attesa la complessità della procedura prevista a tal proposito dal Codex, è prevedibile che alcuni Ordinari incontrino non poche difficoltà nell'attuarla.
Sarei pertanto grato all'Eminenza Vostra Rev.ma se potesse far conoscere il Suo apprezzato parere circa l'eventuale possibilità di prevedere, in casi determinati, una procedura più rapida e semplificata
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La lettera rispecchia, innanzitutto, la naturale ripugnanza del sistema di giustizia a concedere come atto di grazia (dispensa dagli oneri sacerdotali) qualcosa che occorre, invece, imporre come castigo (dimissione ex poena dal sacerdozio). Volendo evitare le complicazioni tecniche delle procedure stabilite dal Codex per punire condotte delittuose, infatti, si faceva talvolta ricorso alla volontaria richiesta del colpevole di abbandonare il sacerdozio. In questo modo si arrivava allo stesso risultato "pratico" di espellere il soggetto dal sacerdozio, se tale era la sanzione penale prevista, aggirando al contempo "noiose" procedure giuridiche. Era un modo "pastorale" di procedere, come si soleva dire, a margine di quanto prevedesse il diritto.

Agendo così, però, si rinunciava alla giustizia e - come motivava il cardinale Ratzinger - si lasciava ingiustamente da parte "il bene dei fedeli". Tale era il motivo centrale della richiesta, nonché la ragione per cui occorreva dare priorità, in questi casi, all'imposizione di giuste sanzioni penali per mezzo di procedure più rapide e semplificate di quelle indicate nel Codex.

Bisogna tener conto che, sebbene il Codex (cfr. can. 1362 1, 1) riconoscesse l'esistenza di una giurisdizione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede in materia penale anche al di fuori dei casi di evidente carattere dottrinale, non era affatto evidente nel contesto normativo di allora quali altri reati concreti potessero rientrare nella competenza penale del dicastero. Il canone 6 del Codex aveva peraltro abrogato espressamente qualunque altra legge penale prima esistente.

La lettera del cardinale Ratzinger presuppone, perciò, che la responsabilità giuridica in materia penale ricada sugli Ordinari o sui superiori religiosi, come risulta dalla lettera del Codex.

La risposta
(10 marzo 1988)


Nel giro di tre settimane arrivò la risposta del cardinale Castillo Lara, con lettera del 10 marzo 1988. La tempestività e il contenuto del responso si capiscono se si tiene conto della particolarità del momento legislativo: essendo appena terminato lo sforzo codificatore che per decenni aveva occupato la Commissione, infatti, erano ancora in fase di completamento tutti gli adeguamenti alla nuova disciplina delle altre norme del diritto universale e particolare. La risposta certo condivideva le motivazioni addotte e la bontà del criterio di anteporre le sanzioni penali alla concessione di grazie; inevitabilmente, però, confermava la necessità prioritaria di dare il dovuto seguito alle norme del Codex appena promulgato:

«Capisco bene la preoccupazione di Vostra Eminenza per il fatto che gli Ordinari interessati non abbiano esercitato prima la loro potestà giudiziaria per punire adeguatamente, anche a tutela del bene comune dei fedeli, tali delitti. Tuttavia il problema non sembra essere di procedura giuridica ma di responsabile esercizio della funzione di governo.
Nel vigente Codice sono stati chiaramente determinati i delitti che possono comportare la perdita dello stato clericale: essi sono configurati ai cann. 1364 1, 1367, 1370, 1387, 1394 e 1395. Allo stesso tempo è stata semplificata molto la procedura rispetto alle precedenti norme del cic 1917, resa così più rapida e snella, anche allo scopo di stimolare gli Ordinari all'esercizio della loro autorità, attraverso il necessario giudizio dei colpevoli ad normam iuris e l'applicazione delle previste sanzioni.
Cercare di semplificare ulteriormente la procedura giudiziaria per infliggere o dichiarare sanzioni tanto gravi come la dimissione dallo stato clericale, oppure cambiare l'attuale norma del 1342 2 che proibisce di procedere in questi casi con decreto amministrativo extragiudiziale (cfr. can. 1720), non sembra affatto conveniente. Infatti da una parte si metterebbe in pericolo il diritto fondamentale di difesa - in cause poi che interessano lo stato della persona -, mentre dall'altra parte si favorirebbe la deprecabile tendenza - per mancanza forse della dovuta conoscenza o stima del diritto - ad un equivoco governo cosiddetto "pastorale", che in fondo pastorale non è, perché porta a trascurare il dovuto esercizio della autorità con danno del bene comune dei fedeli.
Anche in altri periodi difficili della vita della Chiesa, di confusione delle coscienze e di rilassamento della disciplina ecclesiastica, i sacri Pastori non hanno mancato di esercitare, per tutelare il bene supremo della salus animarum, la loro potestà giudiziaria
».

La lettera fa, poi, un excursus sul dibattito che, nel corso dei lavori di revisione del Codex, s'era sviluppato prima di decidere di non inserirvi la cosiddetta dimissione ex officio dallo stato clericale. "Tutto ciò considerato - concludeva la risposta - questa Pontificia Commissione è dell'opinione che si debba insistere opportunamente presso i Vescovi (cfr. can. 1389), perché, ogni volta che ciò si renda necessario, non manchino di esercitare la loro potestà giudiziaria e coattiva, invece di inoltrare alla Santa Sede le petizioni di dispensa".
Pur condividendo l'esigenza di fondo di tutelare il "bene comune dei fedeli", infatti, la Commissione riteneva rischioso rinunciare ad alcune concrete garanzie anziché esortare chi ne aveva le responsabilità affinché attuasse le disposizioni del diritto.

Lo scambio di lettere si concluse con una cortese risposta, il 14 maggio successivo, del cardinale Ratzinger:

«Mi pregio comunicarLe che è pervenuto a questo Dicastero il Suo apprezzato voto circa la possibilità di prevedere una procedura più rapida e semplificata dell'attuale per l'irrogazione di eventuali sanzioni da parte dei competenti Ordinari, nei confronti di sacerdoti che si sono resi colpevoli di gravi e scandalosi comportamenti. Al riguardo, desidero assicurare l'Eminenza Vostra Rev.ma che quanto da Lei esposto sarà tenuto in attenta considerazione da parte di questa Congregazione».

Competenze più estese
(28 giugno 1988)


La vicenda appariva chiusa, ma il problema non era risolto. Di fatto, il primo importante segno di cambiamento della situazione si ebbe proprio un mese dopo, il 28 giugno 1988, con la promulgazione della vigente costituzione apostolica Pastor bonus, che ha modificato l'assetto complessivo della Curia romana stabilito nel 1967 dalla Regimini Ecclesiae universae, riordinando le competenze dei singoli dicasteri.
L'articolo 52 stabilisce chiaramente la giurisdizione penale esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede, non solo rispetto ai delitti contro la fede o nella celebrazione dei Sacramenti, ma anche riguardo ai "delitti più gravi commessi contro la morale", procedendo "a dichiarare o ad infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto".
Questo testo, evidentemente indicato dalla Congregazione presieduta dal cardinale Ratzinger sulla base della propria esperienza, risulta in diretta relazione con quanto si sta qui esaminando, e rispetto alla situazione precedente il cambiamento della costituzione apostolica Pastor bonus è di evidente rilievo.
In un quadro normativo presieduto dai criteri di sussidiarietà e di "decentramento", dunque, la Pastor bonus realizzava adesso un atto giuridico di "riserva" alla Santa Sede (cfr. can. 381 1) di un'intera categoria di delitti, che il Pontefice affidava alla giurisdizione esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede. È assai dubbio che una scelta del genere, la quale determinava meglio le competenze della Congregazione e modificava il criterio del Codex su chi dovesse applicare queste pene canoniche, sarebbe stata realizzata se il sistema avesse complessivamente funzionato.
La suddetta norma, però, risultava ancora insufficiente sul piano operativo. Elementari esigenze di sicurezza giuridica, infatti, imponevano la necessità di identificare prima quali fossero in concreto quei "delitti più gravi contro la morale" che la Pastor bonus affidava alla Congregazione sottraendoli alla giurisdizione degli Ordinari.

Due rilevanti interventi successivi

Gli episodi illustrati riguardano un breve lasso di tempo: alcuni mesi della prima metà del 1988. Negli anni successivi si è cercato ancora di far fronte alle emergenze apparse nell'ambito penale nella Chiesa seguendo i criteri generali del Codex del 1983, sostanzialmente riassunti nella lettera del cardinale Castillo Lara.
Si è avuto cura, infatti, di incoraggiare l'intervento degli Ordinari locali, volendo talvolta agevolare le procedure, oppure attraverso un diritto speciale, in dialogo con le Conferenze episcopali.

L'esperienza che continuava a emergere, tuttavia, confermava l'insufficienza di queste soluzioni, e la necessità di prenderne altre, di maggiore respiro e su un altro livello. Due di esse hanno significativamente modificato il quadro del diritto penale canonico sul quale ha dovuto lavorare in questi ultimi mesi il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ed entrambe hanno l'attuale Pontefice come attore, in perfetta continuità con le preoccupazioni espresse nella sua lettera del 1988.

La prima iniziativa, abbastanza nota, riguarda verso la fine degli anni Novanta la preparazione delle Norme sui cosiddetti delicta graviora, che hanno dato effettività all'articolo 52 della costituzione apostolica Pastor bonus, indicando concretamente quali delitti contro la morale fossero da ritenere "particolarmente gravi" e, quindi, di esclusiva giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Queste Norme, promulgate nel 2001, appaiono in controtendenza rispetto ai criteri previsti dal Codex per l'applicazione delle sanzioni penali, cosicché in tanti ambienti sono state subito bollate come accentratrici, mentre, in realtà, rispondevano a un preciso dovere di supplenza: in primis per risolvere un serio problema ecclesiale di operatività del sistema penale, in secundis per assicurare un trattamento uniforme di queste cause in tutta la Chiesa.

A tale scopo la Congregazione ha dovuto preparare le corrispondenti norme interne di procedura e poi riorganizzare il dicastero per consentire questa attività giudicante in accordo con le regole processuali del Codex.

Dopo il 2001, inoltre, sulla base dell'esperienza giuridica che affiorava, il cardinale Ratzinger ha ottenuto da Giovanni Paolo II nuove facoltà e dispense per gestire le varie situazioni, giungendo addirittura alla definizione di nuove fattispecie penali. Questi adeguamenti successivi sono ora nelle Norme sui delicta graviora pubblicate dalla Congregazione nello scorso luglio.

Vi è stata però una seconda iniziativa del cardinale Ratzinger che ha contribuito a modificare il panorama dell'applicazione del diritto penale nella Chiesa.

Si tratta del suo intervento come membro della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli nella preparazione delle facoltà speciali concesse a questo dicastero per far fronte, in via anche di supplenza, ad altro genere di problemi disciplinari nei luoghi di missione. Non è difficile capire, infatti, come, a causa della scarsità di mezzi di ogni tipo, gli ostacoli per attuare il sistema penale del Codex si facessero sentire soprattutto nelle circoscrizioni di missione dipendenti dalla Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, che rappresentano quasi la metà del mondo cattolico.

Perciò, nell'adunanza plenaria del febbraio 1997, la Congregazione ha deciso di sollecitare dal Papa facoltà speciali che le permettessero di potere intervenire per via amministrativa, in determinate situazioni penali, al margine delle disposizioni generali del Codex; di quella plenaria era relatore il cardinale Ratzinger. Come si sa, queste facoltà sono state aggiornate e ampliate nel 2008, e altre di natura analoga sono state poi concesse alla Congregazione per il Clero.

L'esperienza dirà in quale misura le modifiche che s'intende adesso apportare al libro vi riusciranno a riequilibrare la situazione, rendendo non più necessarie le misure speciali. In ogni caso, determinante in questo processo più che ventennale di rinnovamento della disciplina penale è stato il ruolo della decisa azione del cardinale Ratzinger, fino a rappresentare una delle costanti che sin dall'inizio hanno caratterizzato i suoi anni romani.

(©L'Osservatore Romano - 2 dicembre 2010)


http://paparatzinger4-blograffaella.blogspot.it/2010/12/il-cardinale-ratzinger-e-la-revisione.html


Vedi anche:

Tre lettere del 1988, recentemente rese pubbliche, dimostrano come il futuro Benedetto XVI abbia premuto in più occasioni per ottenere procedure più rapide per punire i preti colpevoli di abusi (John Thavis)

Svolta nel sistema penale canonico (Galeazzi)

Le tre lettere pubblicate ieri dimostrano che Ratzinger si attivò contro i preti pedofili non dal 2001 ma dal 1988

[SM=g1740771]


Il Papa è stato l'anima della riforma del sistema penale ecclesiastico (Zenit)

Il cardinale Ratzinger è sempre stato fermo contro gli abusi da parte dei sacerdoti (La Croix)

Già dal 1988 il card. Ratzinger cercò una soluzione per allontanare velocemente i preti accusati di pedofilia (AP)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il Papa alle vittime di abusi e alle loro famiglie 
(tratto del 6° paragrafo della lettera del Papa)
 (Video)

Documenti pontifici

* * *

Altri documenti di supporto

 

  • Sintesi dei risultati della Visita Apostolica in Irlanda (20 marzo 2012)
    [Inglese]
  • Risposta all’On. Eamon Gilmore, Vice-Primo Ministro d’Irlanda (Tánaiste) e Ministro degli Esteri e del Commercio, a riguardo del Cloyne Report (3 settembre 2011) 
    [Inglese]
  • Comunicato (3 settembre 2011) 
    [Inglese]

 



Focus

Le recenti parole di papa Francesco a proposito dei sacerdoti con tendenze pedofile hanno suscitato diverse perplessità e mi è stato chiesto un parere. Ovviamente non mi accingo a commentare le parole di papa Francesco, non sono all'altezza: persone ben più titolate di me ci si accapigliano da anni e non sembrano venirne a capo. Mi limito a qualche osservazione circa la pedofilia.

Dal punto di vista cattolico le cose sono piuttosto chiare. Sappiamo che le tendenze sessuali che inclinano le persone contro la castità sono disordinate; ma non sono di per sé un peccato. Le persone, infatti, non sono responsabili delle loro inclinazioni sessuali; quindi non possono essere loro imputate. Sono invece un peccato contro il sesto comandamento gli atti compiuti contro la castità, cioè tutti gli atti compiuti al di fuori del vincolo matrimoniale. In questo caso, considerato che nessuno può mai considerarsi completamente privo della libertà, c'è una colpa morale; tale colpa è proporzionata al «deliberato consenso» esercitato dal peccatore.

Tra questi atti, quelli commessi «da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» sono tra i «delitti più gravi» che possano essere commessi (insieme a quelli contro l'Eucarestia ed il sacramento della Penitenza) (De delictis gravioribus, 18 maggio 2001).

Il fondamento di questa posizione è nel Vangelo, nel quale leggiamo «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18, 6). Nonostante ciò, per quanto gravi siano questi peccati, essi possono essere perdonati (Mc 3, 28); e le persone che provano queste tendenze vanno trattate secondo il comandamento della carità cristiana (Gv 15, 12).

Tuttavia, nel suo discorso a braccio, papa Francesco si è espresso in termini laici, moderni, scientifici: «La persona che fa questo, uomo o donna, è malato o è malata. E’ una malattia. Oggi lui si pente ma sa bene che, vai avanti, ti perdoniamo, dopo due anni ricade. Dobbiamo metterci in testa che è una malattia». 

Cerchiamo quindi di orientarci in questo linguaggio. Papa Francesco ribadisce più volte che la pedofilia è una malattia. Che significa? Dipende. Da un punto di vista psicologico non lo è. La malattia è infatti uno stato di alterazione organica e i disturbi psichici non sono accompagnati da una alterazione organica. Per questo motivo il DSM, il manuale dell'American Psychiatric Association, non parla di malattie, ma di «disturbi».

La pedofilia (non associata ad alcuna alterazione organica) è infatti rubricata come «disordine pedofilo» (302.2), non come malattia. La parola «malattia», tuttavia, è usata volgarmente in modo metaforico per indicare una persona deviante. Si tratta di una etichetta, uno «stigma» (marchio) che serve per marginalizzare la persona che, con i suoi comportamenti, infrange un codice di comportamento sociale. Potremmo paragonarlo al «marchio di Caino» (Gn 4, 15). Questo è il significato che il papa attribuisce al termine «malattia». Ed è il motivo per cui il papa insiste che non c'è nulla da fare: si tratta di persone «malate» («dobbiamo mettercelo in testa») che tanto, prima o poi, ricadono. È inevitabile, è insito nella loro natura irrimediabilmente malata, corrotta, deviante. Non sono «immagine e somiglianza di Dio» (cfr. Gn 1, 26) e nei loro confronti non vale il comandamento della carità. Mostri al di fuori del consorzio umano. Ecco perché il papa ha detto «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò».

Ma, da questo punto di vista, cos'è la pedofilia? Dal punto di vista clinico, si parla di pedofilia quando ci sono fantasie, desideri o comportamenti sessuali che coinvolgono bambini prepuberi. Quindi, a ben vedere, il sacerdote della diocesi di Crema al quale fa riferimento il papa non ricade in questa «malattia», avendo avuto rapporti sessuali con ragazzi (tutti maschi) pubescenti o adolescenti. Chiamate questa cosa come volete, ma sicuramente non si tratta di pedofilia. 

Dal punto di vista giuridico la faccenda si fa ancora più complicata. Non riconoscendo una legge morale metafisica assoluta, il mondo moderno si rifà al filosofo inglese John Stuart Mill (1806-1873) secondo il quale una condotta che chiami in causa solo gli interessi di chi vi partecipa non sia mai un oggetto di regolamentazione. In parole povere, basta che ci sia il consenso delle parti e tutto è lecito.

A questo punto, però, sorge un problema: quando è lecito il consenso di un minore? In Italia l'età del consenso è fissata a 14, ma può variare in base a diverse circostanze. Anche in Germania e Austria è 14 anni, mentre in Svizzera è 16 anni. In Francia è fissata a 15 anni, anche se nel 1977 diversi intellettuali di primissimo piano firmarono una petizione che abolisse l'età del consenso. Nel Paesi Bassi è fissata a 16 anni, anche se il famoso e ormai disciolto «Partito dell'amore» si adoperò per abbassarla a 12 anni. E potremmo continuare a lungo, visto che in ogni paese l'età del consenso cambia; e non si capisce in base a quali criteri.

Insomma: abbandonare il cattolicesimo per il mondo non aiuta certo a fare chiarezza, anzi. Eppure ce ne sarebbe tanto bisogno...


[Modificato da Caterina63 25/09/2017 10.48]
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IL CASO CILENO DI PAPA FRANCESCO

Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi del Cile a seguito del report consegnato da S.E. Mons. Charles J. Scicluna, 11.04.2018


Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai Vescovi del Cile a seguito del report consegnato da S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta:

Lettera del Santo Padre

A los Señores Obispos de Chile.

Queridos hermanos en el episcopado:

La recepción durante la semana pasada de los últimos documentos que completan el informe que me entregaron mis dos enviados especiales a Chile el 20 de marzo de 2018, con un total de más de 2.300 folios, me mueve a escribirles esta carta. Les aseguro mi oración y quiero compartir con Ustedes la convicción de que las dificultades presentes son también una ocasión para restablecer la confianza en la Iglesia, confianza rota por nuestros errores y pecados y para sanar unas heridas que no dejan de sangrar en el conjunto de la sociedad chilena.

Sin la fe y sin la oración, la fraternidad es imposible. Por ello, en este 2º domingo de Pascua, en el día de la misericordia, les ofrezco esta reflexión con el deseo de que cada uno de Ustedes me acompañe en el itinerario interior que estoy recorriendo en las últimas semanas, a fin de que sea el Espíritu quien nos guíe con su don y no nuestros intereses o, peor aún, nuestro orgullo herido.

A veces cuando tales males nos arrugan el alma y nos arrojan al mundo flojos, asustados y abroquelados en nuestros cómodos “palacios de invierno”, el amor de Dios sale a nuestro encuentro y purifica nuestras intenciones para amar como hombres libres, maduros y críticos. Cuando los medios de comunicación nos avergüenzan presentando una Iglesia casi siempre en novilunio, privada de la luz del Sol de justicia (S. Ambrosio, Hexameron IV, 8, 32) y tenemos la tentación de dudar de la victoria pascual del Resucitado, creo que como Santo Tomás no debemos temer la duda (Jn 20, 25), sino temer la pretensión de querer ver sin fiarnos del testimonio de aquellos que escucharon de los labios del Señor la promesa más hermosa (Mt 28, 20).

Hoy les quiero hablar no de seguridades, sino de lo único que el Señor nos ofrece experimentar cada día: la alegría, la paz el perdón de nuestros pecados y la acción de Su gracia.

Al respecto, quiero manifestar mi gratitud a S.E. Mons. Charles Scicluna, Arzobispo de Malta, y al Rev. Jordi Bertomeu Farnós, oficial de la Congregación para la Doctrina de la Fe, por su ingente labor de escucha serena y empática de los 64 testimonios que recogieron recientemente tanto en Nueva York como en Santiago de Chile. Les envié a escuchar desde el corazón y con humildad. Posteriormente, cuando me entregaron el informe y, en particular, su valoración jurídica y pastoral de la información recogida, reconocieron ante mí haberse sentido abrumados por el dolor de tantas víctimas de graves abusos de conciencia y de poder y, en particular, de los abusos sexuales cometidos por diversos consagrados de vuestro País contra menores de edad, aquellos a los que se les negó a destiempo e incluso les robaron la inocencia.

El mismo más sentido y cordial agradecimiento lo debemos expresar como pastores a los que con honestidad, valentía y sentido de Iglesia solicitaron un encuentro con mis enviados y les mostraron las heridas de su alma. Mons. Scicluna y el Rev. Bertomeu me han referido cómo algunos obispos, sacerdotes, diáconos, laicos y laicas de Santiago y Osorno acudieron a la parroquia Holy Name de Nueva York o a la sede de Sotero Sanz, en Providencia, con una madurez, respeto y amabilidad que sobrecogían.

Por otra parte, los días posteriores a dicha misión especial han sido testigos de otro hecho meritorio que deberíamos tener bien presente para otras ocasiones, pues no solo se ha mantenido el clima de confidencialidad alcanzado durante la Visita, sino que en ningún momento se ha cedido a la tentación de convertir esta delicada misión en un circo mediático. Al respecto, quiero agradecer a las diferentes organizaciones y medios de comunicación su profesionalidad al tratar este caso tan delicado, respetando el derecho de los ciudadanos a la información y la buena fama de los declarantes.

Ahora, tras una lectura pausada de las actas de dicha “misión especial”, creo poder afirmar que todos los testimonios recogidos en ellas hablan en modo descarnado, sin aditivos ni edulcorantes, de muchas vidas crucificadas y les confieso que ello me causa dolor y vergüenza.

Teniendo en cuenta todo esto les escribo a Ustedes, reunidos en la 115ª asamblea plenaria, para solicitar humildemente Vuestra colaboración y asistencia en el discernimiento de las medidas que a corto, medio y largo plazo deberán ser adoptadas para restablecer la comunión eclesial en Chile, con el objetivo de reparar en lo posible el escándalo y restablecer la justicia.

Pienso convocarlos a Roma para dialogar sobre las conclusiones de la mencionada visita y mis conclusiones. He pensado en dicho encuentro como en un momento fraternal, sin prejuicios ni ideas preconcebidas, con el solo objetivo de hacer resplandecer la verdad en nuestras vidas. Sobre la fecha encomiendo al Secretario de la Conferencia Episcopal hacerme llegar las posibilidades.

En lo que me toca, reconozco y así quiero que lo transmitan fielmente, que he incurrido en graves equivocaciones de valoración y percepción de la situación, especialmente por falta de información veraz y equilibrada. Ya desde ahora pido perdón a todos aquellos a los que ofendí y espero poder hacerlo personalmente, en las próximas semanas, en las reuniones que tendré con representantes de las personas entrevistadas.

Permaneced en mí (Jn 15,4): estas palabras del Señor resuenan una y otra vez en estos días. Hablan de relaciones personales, de comunión, de fraternidad que atrae y convoca. Unidos a Cristo como los sarmientos a la vid, los invito a injertar en vuestra oración de los próximos días una magnanimidad que nos prepare para el mencionado encuentro y que luego permita traducir en hechos concretos lo que habremos reflexionado. Quizás incluso también sería oportuno poner a la Iglesia de Chile en estado de oración. Ahora más que nunca no podemos volver a caer en la tentación de la verborrea o de quedarnos en los “universales”. Estos días, miremos a Cristo. Miremos su vida y sus gestos, especialmente cuando se muestra compasivo y misericordioso con los que han errado. Amemos en la verdad, pidamos la sabiduría del corazón y dejémonos convertir.

A la espera de Vuestras noticias y rogando a S.E. Mons. Santiago Silva Retamales, Presidente de la Conferencia Episcopal de Chile, que publique la presente con la mayor celeridad posible, les imparto mi bendición y les pido por favor que no dejen de rezar por mí.

Vaticano, 8 de abril de 2018

FRANCISCO






Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato ai Vescovi del Cile seguito dal rapporto consegnato da SE Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta:

Lettera del Santo Padre

Ai Signori Vescovi del Cile.

Cari fratelli nell'episcopato:

L'accoglienza durante l'ultima settimana degli ultimi documenti che completano il rapporto che i miei due inviati speciali mi hanno consegnato in Cile il 20 marzo 2018, con un totale di oltre 2.300 fogli, mi motiva a scrivervi questa lettera. Assicuro la mia preghiera e voglio condividere con voi la convinzione che le attuali difficoltà sono anche l'occasione per ristabilire la fiducia nella Chiesa, rotto da nostri errori e peccati di fiducia e di guarire alcune ferite che non si fermerà sanguinamento nel complesso Società cilena.

Senza la fede e senza la preghiera, la fraternità è impossibile. Perciò, in questa seconda domenica di Pasqua, nel giorno della misericordia, ti offro questa riflessione con il desiderio che ognuno di voi mi accompagni nel viaggio interiore che sto percorrendo nelle ultime settimane, per essere il Spirito che ci guida con il suo dono e non i nostri interessi o, peggio, il nostro orgoglio ferito.

A volte, quando tali mali avvizzire le nostre anime e ci buttiamo il mondo sciolto, spaventato e abroquelados Nel nostro "palazzi invernali", l'amore di Dio viene incontro a noi e purifica le nostre intenzioni di amare come uomini liberi, maturi e critiche. Quando i media ci fanno vergognare di presentare una Chiesa quasi sempre in novilunio, privato della luce del sole di giustizia (S. Ambrogio, Hexameron IV, 8, 32) e siamo tentati di dubitare della vittoria pasquale del Risorto One , credo come San Tommaso non dovremmo temere il dubbio (Gv 20,25), ma temiamo la pretesa di voler vedere senza fidarsi della testimonianza di coloro che hanno ascoltato dalle labbra del Signore la promessa più bella (Mt 28, 20).

Oggi voglio parlarvi non delle assicurazioni, ma dell'unica cosa che il Signore ci offre di sperimentare ogni giorno: gioia, pace, il perdono dei nostri peccati e l'azione della sua grazia.

A questo proposito, desidero esprimere la mia gratitudine a SE Mons. Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta, e il funzionario Rev. Jordi Bertomeu Farnos della Congregazione per la Dottrina della Fede, per il suo compito di ascolto calma e empatico delle 64 testimonianze che recentemente hanno preso sia a New York che a Santiago del Cile. Li ho mandati ad ascoltare dal cuore e con umiltà. Più tardi, quando mi è stata consegnata la relazione e, in particolare, la raccolta informazioni legali e pastorale, la valutazione riconosciuta prima di me sono sentito sopraffatto dal dolore di tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere e, in particolare, gli abusi sessuali commessi da vari SANCITO DALL 'il paese nei confronti dei minori, coloro che sono stati negato prematura e anche rubato la loro innocenza.

La stessa gratitudine sincera e cordiale dobbiamo espressa come pastori che con onestà, coraggio e senso di Chiesa chiesto un incontro con i miei inviati e mostrò loro le ferite della sua anima. Mons. Scicluna e il Rev. Bertomeu mi hanno denominato come alcuni vescovi, sacerdoti, diaconi e laici di Santiago e Osorno è venuto a Santo Nome Parrocchia in sede di New York o Sotero Sanz a Providence, con la maturità, rispetto e gentilezza che ha sopraffatto.

D'altra parte, i giorni successivi a quella missione speciale hanno assistito a un altro evento meritorio che dovremmo tenere ben presente in altre occasioni, poiché non solo è stato mantenuto il clima di riservatezza raggiunto durante la visita, ma in nessun momento è stato trasferito alla tentazione di trasformare questa delicata missione in un circo mediatico. A questo proposito, voglio ringraziare le diverse organizzazioni e media per la loro professionalità nel trattare questo delicato caso, rispettando il diritto dei cittadini all'informazione e la buona reputazione dei dichiaranti.

Ora, dopo un'attenta lettura del verbale di questa "missione speciale", credo di poter dire che tutte le prove raccolte loro parlano in modalità ideare senza additivi o dolcificanti, molte vite crocifisso e confesso che mi provoca dolore e la vergogna .

Dato tutto questo ho scritto a voi, riuniti presso l'assemblea plenaria 115 °, per chiedere con umiltà la vostra collaborazione e assistenza nel discernere le misure a breve, medio e lungo termine dovrebbero essere prese per ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, l'obiettivo di riparare lo scandalo il più possibile e ripristinare la giustizia.

Ho intenzione di chiamarli a Roma per discutere le conclusioni della visita di cui sopra e le mie conclusioni. Ho pensato a questo incontro come a un momento fraterno, senza pregiudizi o idee preconcette, con l'unico obiettivo di far brillare la verità nelle nostre vite. Alla data affido al Segretario della Conferenza Episcopale per farmi raggiungere le possibilità.

Per quanto mi riguarda, riconosco e quindi voglio che tu lo trasmetta fedelmente, che ho commesso gravi errori nella valutazione e nella percezione della situazione, soprattutto a causa della mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. D'ora in poi mi scuso con tutti coloro che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con i rappresentanti delle persone intervistate.

Rimanete in me (Gv 15,4): queste parole del Signore risuonano ancora e ancora in questi giorni. Parlano di relazioni personali, di comunione, di fraternità che attira e convoca. Uniti a Cristo, come tralci alla vite, invito le vostre preghiere innestare nei prossimi giorni una magnanimità che ci prepara per la detta riunione e quindi di tradurre in azioni concrete che avranno riflessi. Forse sarebbe anche opportuno mettere la Chiesa del Cile in uno stato di preghiera. Ora più che mai non possiamo ricorrere alla tentazione della verbosità o rimanere negli "universali". In questi giorni, guardiamo a Cristo. Diamo un'occhiata alla sua vita e ai suoi gesti, specialmente quando è compassionevole e misericordioso verso coloro che hanno commesso un errore. Amiamo nella verità, chiediamo la saggezza del cuore e lasciaci convertire.

In attesa di vostre notizie e accattonaggio Mons. Santiago Silva Retamales, Presidente della Conferenza Episcopale del Cile, di pubblicare questo il più rapidamente possibile, imparto la mia Benedizione e vi chiedo per favore non dimenticate di pregare per me .

Vaticano, 8 aprile 2018

FRANCISCO




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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