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Cattolici Romani e Cattolici Ortodossi nella "Comunione dei Santi" il più efficace dialogo

Ultimo Aggiornamento: 25/11/2016 09.39
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L'icona della Madre di Dio in Bulgaria



Plovdiv, 21. L'icona della Santa Madre di Dio di Gerusalemme è stata accolta a Plovdiv, seconda città della Bulgaria, per un pellegrinaggio di tre giorni, iniziato il 17. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo i, ha accompagnato la sacra reliquia. Oltre a lui, è giunta a Plovdiv una delegazione del patriarcato di Gerusalemme, guidata dall'arcivescovo Yopia Damasceno e dall'archimandrita Modest. Bartolomeo i è stato invitato dal Patriarca di Bulgaria Maxim che quest'anno, nel novantacinquesimo genetliaco, celebra i trentanove anni dall'intronizzazione.

Il pellegrinaggio si è svolto in coincidenza con la festa di santa Margherita di Antiochia, patrona di Plovdiv, venerata dalla Chiesa ortodossa con il nome di Marina. Monsignor Gheorghi Ivanov Jovcev, vescovo di Sofia e Plovdiv, ha espresso la gioia per una festa condivisa con i "fratelli ortodossi perché santa Marina è martire di tutta la Chiesa cristiana".


(©L'Osservatore Romano - 22 luglio 2010)
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Conferenza in Libano dell'arcivescovo di Milano

L'influsso orientale
nella Chiesa ambrosiana



Pubblichiamo ampi stralci della conferenza che il cardinale arcivescovo di Milano ha tenuto mercoledì 21 in Libano, presso il convento Mar Roukoz di Dekwaneh, alla periferia di Beirut, alla presenza di autorità religiose e politiche del Paese.
 

di Dionigi Tettamanzi

La Chiesa di Milano è sempre stata aperta all'Oriente. Questo rapporto è attestato da moltissime testimonianze, a partire dalla tradizione - sebbene leggendaria - secondo la quale l'origine della Chiesa milanese risalirebbe a san Barnaba, il levita di Cipro protagonista con san Paolo della prima evangelizzazione in Asia minore.
 
Ancor oggi la Chiesa ambrosiana ricorda il 25 settembre tutti i santi vescovi milanesi dei primi secoli, tra i quali spiccano molti nomi chiaramente greci o orientali:  così Anàtalo, Calimero, Mona, Eustorgio, Dionigi, Màrolo originario della provincia del Tigri, Lazzaro ed Eusebio. Ancora:  la prima chiesa cattedrale di Milano era dedicata a santa Tecla, martire della chiesa di Siria, le cui reliquie principali sono venerate nella chiesa di Ma"alula dove, sulle aspre montagne tra Damasco e il Libano, si continua a parlare l'aramaico come ai tempi di Gesù.

Mi pare che l'atteggiamento del credente ambrosiano è riassumibile nella felice formula latina Ex oriente lux, dove l'Oriente è divenuto simbolo di tutti i misteri, dei quali il vertice è il mistero di Cristo e della sua Chiesa. Ora fin dai suoi inizi la Chiesa ha accolto la ricca molteplicità dei significati propri dell'Oriente:  significati che rimandavano alle potenze dell'universo - la luce, l'energia, il fuoco, la nascita, la risurrezione, la forza, la sapienza - e che venivano vivificati con la riflessione dei Padri. Il loro pensiero dalle scuole catechetiche di Siria e di Cappadocia, di Palestina e d'Egitto, è passato alla Chiesa di Milano, grazie alla mediazione di Ambrogio.
 
L'influsso orientale è rimasto vivo - e lo è tuttora - nella Chiesa di Milano come emerge dai moltissimi aspetti della sua vita liturgica. Le melodie dei canti sacri, i ritmi del digiuno e delle feste che danno rilievo al sabato, le processioni come quelle del santo Chiodo della Croce e dei santi Magi, il rito della Lampada che dalla chiesa di San Sepolcro viene portata nella notte pasquale ad accendere il cero pasquale in Duomo, le particolari anafore e i cicli di letture sacre, sono tutti segni che ancora saldano in Milano la tradizione d'occidente con quella d'oriente. Ma è soprattutto nei riti della Settimana santa che si manifesta un'originale e felice sintesi tra la mistica bizantina della luce mite e gioiosa, che celebra la gloria della creazione e della redenzione, e il pragmatismo occidentale, romano e gallicano.

È importante rilevare come la Chiesa di Milano abbia svolto un servizio umile e prezioso per l'unità cattolica nell'ecumene cristiana quando, agli inizi del secolo iv, cominciava a manifestarsi il pericolo della dottrina ariana. I vescovi Protaso ed Eustorgio i promossero la fede professata nel concilio di Nicea, e dopo di essi nel 355 il vescovo Dionigi sopportò con coraggio l'esilio impostogli dall'imperatore Costanzo, per il fatto che aveva rifiutato di sottoscrivere l'eresia ariana. Soprattutto Ambrogio con i suoi principali scritti teologici (De fide, De Spiritu sancto, De incarnationis dominicae sacramento) contribuì a formare una solida teologia trinitaria latina, alimentata da fonti greche.

Particolarmente grave fu la separazione che s'introdusse tra la Chiesa latina e quella greco-bizantina, e alcuni errori tragici - come lo scisma con la Chiesa bizantina del 1054, il sacco crociato di Costantinopoli, gli atteggiamenti di disprezzo e di antisemitismo - segnarono questo lungo periodo storico.

In questo quadro piuttosto buio, la tradizione ambrosiana continuò a offrire un po' di luce, perché specialmente nell'architettura sacra e nella liturgia mantenne vivo nel popolo il senso d'uno stretto rapporto con l'Oriente. Intorno all'anno 1000 sorge sull'area del Foro, ormai abbandonato, una chiesa che col tempo viene ristrutturata sul modello della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme e per questo chiamata con il nome di San Sepolcro. Questo tempio, collocato nel cuore della Milano romana, medievale e moderna, divenne ben presto centro della spiritualità del movimento di riforma della Chiesa ambrosiana, contribuendo a mantenere fisicamente e spiritualmente viva, fino a oggi, la devozione e la coscienza di un rapporto diretto e peculiare fra Milano, Roma, Costantinopoli e Gerusalemme. San Sepolcro costituisce per noi, ancora oggi, un invito e un appello all'unità ecumenica della Chiesa indivisa di Cristo, e alla solidarietà con il popolo primogenito dell'Alleanza, Israele "secondo la carne".

Ci è chiesta, oggi, una più viva coscienza del debito di grazia che ci lega con l'Oriente:  c'è una ricchezza spirituale e di umanità che, lungo i secoli e in modalità diverse, ci è stata donata. E ciò deve suscitare in noi ammirazione, gratitudine e insieme rinnovata responsabilità per il presente e il futuro delle nostre Chiese. Per alimentare questa coscienza siamo chiamati a una maggiore conoscenza della vostra situazione, non solo sociale, economica, culturale e politica, ma anzitutto religiosa ed ecclesiale. Il localismo rischia, infatti, di trasformarsi per tutti in isolazionismo. Al contrario il fenomeno storico della crescente globalizzazione e ancor più la natura universalistica della Chiesa del Signore ci spingono a essere più attenti - direi più curiosi - delle vicende difficili e promettenti dei nostri popoli e delle nostre comunità religiose.

La conoscenza passa, in modo più concreto, popolare ed efficace, attraverso la visita e la presenza sul territorio delle Chiese orientali. È quanto avviene soprattutto con i pellegrinaggi che con il concilio Vaticano ii e il postconcilio hanno ricevuto un particolare impulso e un'ampia diffusione. Per la Terra Santa vorrei ricordare l'esperienza della Chiesa ambrosiana, che vede nell'arcivescovo milanese Andrea Carlo Ferrari il primo cardinale che porta i suoi diocesani a visitare Gerusalemme e la terra del Signore e a diffonderne la pratica.

Per stare poi agli anni a noi più vicini non posso dimenticare il mio predecessore, il cardinale Carlo Maria Martini, per la sua intensa attività pastorale ecumenica e, conclusa la sua guida pastorale della diocesi, per la sua presenza per alcuni anni a Gerusalemme, favorendo così una straordinaria fioritura di pellegrinaggi dalla diocesi di Milano. In questo momento, a distanza di poco più d'un mese dalla tragica morte di monsignor Luigi Padovese, ricordo la serie di pellegrinaggi in terra di Turchia in occasione dell'Anno paolino.

Una provvidenziale occasione a noi vicina, dal 10 al 24 ottobre di quest'anno, è la celebrazione del Sinodo dei vescovi come Assemblea speciale per il Medio Oriente, dal tema "La Chiesa cattolica nel Medio Oriente:  comunione e testimonianza".

L'impegno immediato che ci viene affidato è la lettura dell'Instrumentum laboris con le riflessioni che suscita e i confronti che stimola. Da questo testo, che riferisce peraltro le risposte fornite dai rappresentanti delle Chiese particolari del Medio Oriente al questionario dei Lineamenta, risulta che la situazione della fede e della vita ecclesiale si rivela piuttosto ricca di convergenze sia nell'ambito occidentale che in quello orientale, evidentemente con la presenza di differenze inevitabili dovute alla tipicità dei singoli popoli e delle circostanze concrete. È dunque un testo meritevole di essere affrontato nei problemi posti con un discernimento evangelico condiviso.

Vorrei soffermarmi su tre passaggi dell'Instrumentum laboris che ritroviamo nella conclusione sotto l'interrogativo:  "Quale avvenire per i cristiani del Medio Oriente?". Siamo rimandati a ritrovarci tutti quanti, fratelli e sorelle, nella preoccupazione per le difficoltà del momento presente e nella speranza, fondata sulla fede cristiana, in un futuro migliore, pieno di filiale affidamento alla divina Provvidenza.

"La storia ha fatto sì che diventassimo un piccolo gregge. Ma noi, con la nostra condotta, possiamo tornare a essere una presenza che conta. Da decenni, la mancata risoluzione del conflitto israelo-palestinese, il non rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e l'egoismo delle grandi potenze hanno destabilizzato l'equilibrio della regione e imposto alle popolazioni una violenza che rischia di gettarle nella disperazione" (n. 118).

E quindi:  "Anche se, a volte, pastori e fedeli possono cedere alla sconforto, dobbiamo ricordare che siamo discepoli del Cristo risorto, vincitore del peccato e della morte. Abbiamo quindi un avvenire e dobbiamo prenderlo in mano. Ciò dipenderà in gran parte dalla maniera con cui sapremo collaborare con gli uomini di buona volontà in vista del bene comune delle società di cui siamo membri. Ai cristiani del Medio Oriente, si può ripetere ancora oggi:  "Non temere, piccolo gregge" (Luca, 12, 32), tu hai una missione, da te dipenderà la crescita del tuo Paese e la vitalità della tua Chiesa, e ciò avverrà solo con la pace, la giustizia e l'uguaglianza di tutti i suoi cittadini!" (n. 119).

Infine:  "La speranza, nata in Terra Santa, anima tutti i popoli e le persone in difficoltà nel mondo da 2.000 anni. Nel mezzo delle difficoltà e delle sfide, essa resta una fonte inesauribile di fede, carità e gioia per formare testimoni del Signore risorto, sempre presente tra la comunità dei suoi discepoli" (n. 120). Di questa speranza, che viene dal Risorto e dal suo Spirito, tutti abbiamo immenso bisogno.


(©L'Osservatore Romano - 24 luglio 2010)
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L’unità dei cristiani abita nella preghiera


Intervista con il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani


Intervista con il cardinale Kurt Koch di Giovanni Cubeddu su 30giorni marzo 2011


Creato cardinale da papa Benedetto XVI nel concistoro del 20 novembre 2010, Kurt Koch è stato dal 1995 vescovo di Basilea e per tre anni, dal 2007 sino al 2010, presidente della Conferenza episcopale svizzera. Lo scorso primo luglio il Papa lo nominò presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani. E in tale carica il cardinale Koch ha già fatto visita al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e al patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill. Non per questo, come lui ci dirà, viene meno però il suo interesse precipuo per le Chiese nate dalla Riforma.  

Kurt Koch [© Romano Siciliani]

Kurt Koch [© Romano Siciliani]

KURT KOCH: Gli impegni non mancano, e bisogna dosarli tra la sezione orientale e quella occidentale del nostro Pontificio Consiglio.
Comincerei dalla prima, ricordando l’incontro con tutte le Chiese ortodosse, a Vienna nel settembre 2010, nell’ambito della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, occasione in cui abbiamo compiuto un passo importante: abbiamo cioè definito la necessità per la Chiesa di avere un protos, cioè un vertice a livello locale, regionale e universale, e di approfondire anche gli studi storici sulla modalità con cui il primato del vescovo di Roma esisteva nel primo millennio della Chiesa indivisa. Sono gli stessi argomenti del precedente nostro incontro a Cipro nel 2009. Gli ortodossi hanno però deciso successivamente di non continuare con questo studio storico, ritenendolo oggettivamente complesso e non consono alla Commissione. È iniziato invece l’approfondimento teologico e sistematico della relazione tra primato e sinodalità, che sarà oggetto dell’incontro del prossimo anno.

Con gli ortodossi orientali avete tenuto un convegno a gennaio, durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Ci siamo concentrati in primo luogo sulle questioni cristologiche, dato che alcune Chiese ortodosse orientali non hanno accettato il Concilio di Calcedonia del 451 e che da qui era necessario ripartire. Siamo usciti da questo incontro riconoscendo che le differenze tra noi non concernono la fede ma certe modalità di espressione. Nel 1984 il Papa e il Patriarca siro ortodosso di Antiochia avevano sottoscritto una comune professione di fede circa l’incarnazione di nostro Signore Gesù Cristo e l’ospitalità reciproca nei sacramenti della riconciliazione, dell’eucaristia e dell’unzione degli infermi, laddove vi fossero casi urgenti. Oggi vogliamo invece approfondire le questioni ecclesiologiche e il primato petrino.

La sezione occidentale?

Siamo spettatori del fatto che nelle Chiese nate dalla Riforma è in atto una grande frammentazione.
La prima necessità è allora discutere con i riformati della natura della Chiesa, perché la dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della fede Dominus Iesus ha affermato che nel mondo protestante non vi sono Chiese in senso proprio ma comunità ecclesiali. E nel libro-intervista Luce del mondo, papa Benedetto dice che ci troviamo qui di fronte a un altro tipo di Chiesa. Infatti è così, e non spetta a noi definire il concetto ecclesiale delle Chiese della Riforma, bensì a loro stesse. Ecco perché ci compete dialogare sulla natura della Chiesa: ciascuna denominazione infatti ha la propria concezione di cosa sia l’unità al proprio interno. Il movimento ecumenico ha tra i suoi fini quello di riscoprire tale molteplicità, visto che sul tema dell’unità esistono e competono le diverse idee confessionali.
Un secondo aspetto è il grande cambiamento che si va radicando nel pensiero delle comunità riformate: esse non vedono più come approdo del movimento ecumenico l’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero, ma reclamano la permanenza di una pluralità di Chiese che si riconoscano le une con le altre, la cui totalità produrrebbe infine la Chiesa di Cristo. Un po’ come delle case-famiglia, da cui ogni tanto parte un invito ai vicini per qualche festività. Ai cattolici e agli ortodossi tale posizione non piace. Non è questo l’unico e indiviso corpo di Cristo, ciò non corrisponde alla preghiera di Gesù che tutti i discepoli siano uniti, come lo sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.  

Qual è la risposta adeguata?

Nessun cammino comune potrà essere realizzato al di fuori della spiritualità ecumenica cioè senza la preghiera.
Il movimento ecumenico nacque col proporre nel mese di gennaio la Settimana di preghiera per l’unità. L’idea venne da un anglicano convertito al cattolicesimo, Paul Wattson, e da un episcopaliano americano, Spencer Jones, e fu appoggiata via via dai pontefici nei tempi recenti, e approfondita da Paul Couturier, un protagonista della spiritualità ecumenica. Essa sta a ricordarci che noi uomini non possiamo realizzare questa unità, possiamo magari porre qualche transitoria condizione storica, che poi lo Spirito Santo utilizza.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo, e questo vorrei approfondire durante il mio mandato.

Lei prima ha affermato che nel dialogo tra i cristiani, unità non ha un’accezione condivisa. Che cosa propone?

L’unità nella stessa fede, nella celebrazione dei sacramenti e nel riconoscimento dei ministeri nella Chiesa non significa un’omologazione, perché le differenze tra le Chiese esistono e non è necessario eliminarle. Dobbiamo far scomparire solo quelle che hanno comportato la rottura tra noi e necessitano di una guarigione. Le altre… restino pure. Papa Benedetto lo ha ripetuto agli anglicani che chiedono di entrare nella Chiesa cattolica: potete conservare le vostre tradizioni. Ecco l’unità nella diversità e la diversità nell’unità: altrimenti c’è soltanto un’unificazione omologante, estranea alla sostanza stessa del cattolicesimo. L’insieme degli ordini religiosi e delle forme di vita ecclesiale compongono anche nella storia della Chiesa un giardino con molti fiori e noi non vogliamo rimpiazzarlo con una monocoltura, la Chiesa non lo è. Lo stesso valga nel campo dell’ecumenismo.

Con la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus il cammino comune compiuto con gli anglicani è avanzato.

La Chiesa d’Inghilterra è nata perché il Papa non accettò le seconde nozze del re, e questo ha un po’ garantito che gli anglicani si mantenessero, in fondo, più cattolici di altri. Nella Curia romana abbiamo una separazione chiara delle competenze. La Congregazione per la Dottrina della fede ha la responsabilità per Anglicanorum coetibus; il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei cristiani continua con il dialogo ecumenico.


[SM=g1740758] continua....
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Ritorniamo alle diverse concezioni di unità.

Esistono, dicevamo, due stili dell’ecumenismo. L’uno cerca l’unità visibile, lavora e prega per questa. L’altro lascia sussistere la pluralità odierna, la codifica, e chiede il riconoscimento ultimo di tutte le Chiese come quote-parti della Chiesa di Cristo. I vescovi cattolici, ortodossi e luterani che sostengono la prima via sono felici che la Santa Sede proponga l’unità e la pluralità; gli altri lo sono di meno. Nell’omelia per i Vespri della festa della Conversione di san Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, papa Benedetto ha detto che non possiamo rinunciare al fine dell’ecumenismo, cioè all’unità visibile nella fede, nei sacramenti e nel ministero.

Nel testo del Direttorio ecumenico si ricorda in più passi che esistono mezzi di salvezza al di fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica.

La Chiesa di Gesù Cristo non è un’idea astratta, che non esiste ancora, ma è nella Chiesa cattolica, intesa come soggetto storico. E ciò non implica affatto che i cattolici siano cristiani migliori degli altri, ma solo che nella Chiesa cattolica esistono i mezzi della salvezza. È un fatto oggettivo. Allora, quando sento che ci sono dei fedeli protestanti che intendono farsi cattolici dico loro: «Non dovete lasciare nulla, ricevete qualcosa di più», cioè i mezzi di salvezza presenti nella Chiesa cattolica. Che non sono un merito della Chiesa, ma un regalo del Signore.
Con questo è già sottinteso che anche nella altre Comunità ecclesiali esistono mezzi di salvezza.

Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]

Un momento della celebrazione dei Vespri, presieduta da Benedetto XVI, nella festa della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Basilica di San Paolo fuori le Mura, Roma, il 25 gennaio 2011 [© Osservatore Romano]

Quale è il punto nel dialogo con le Chiese della Riforma?

Con loro certamente non possiamo cominciare dal primato. Con la Riforma è nata un’altra Chiesa, e ciò non era quanto Lutero si attendeva, lui chiedeva il rinnovamento della Chiesa cattolica. L’ecumenista protestante Wolfhart Pannenberg ha detto che l’esistenza di nuove Chiese non è il successo ma l’insuccesso della Riforma. Questo giudizio mi aiuta molto in vista dell’anno 2017, cinquecentesimo anniversario della Riforma, perché mi interroga su come gli stessi protestanti vedano oggi la Riforma: un impegno per il rinnovamento della Chiesa o una rottura? A me personalmente interessa moltissimo che i riformati parlino non solo dei cinquecento anni trascorsi dopo la rottura, ma anche e soprattutto dei duemila anni della vita della Chiesa, di cui millecinquecento trascorsi insieme. Sono molto contento che il neopresidente della Comunità evangelica in Svizzera, il pastore Gottfried Locher, si sia definito non un protestante ma un cattolico riformato. Cioè cattolico con l’esperienza della Riforma, mantenendo altresì il fondamento della stessa fede apostolica, comune sino al 1517. È un mio auspicio che si guardino le cose in questo modo.

Pensa di poter lavorare anche per l’unità della Chiesa in Cina?

Sinora non ne abbiamo avuto modo. È soprattutto nelle competenze della Segreteria di Stato. Conosciamo la delicatezza di quella realtà e la delicatezza della lettera, piena di compassione, che papa Benedetto scrisse ai fedeli cinesi nel 2007. Se il nostro Consiglio può facilitare qualcosa in futuro, ben venga…
Come?
Questo dipenderà da ciò che potrebbero chiedere gli organismi competenti della Curia. Ma per la Cina, nella mia preghiera personale, già compio tutto quello che posso fare.

Nel dialogo con gli ebrei gli spunti non le sono mancati. Iniziamo dall’indicazione che viene dal libro-intervista del Papa, cioè un’adesione a quanto san Paolo confessava circa il rapporto tra cristiani ed ebrei.

Sono certo della bontà di quanto san Paolo ci ha trasmesso, lui ci aiuta ancora oggi. Come pure sono certo che il Papa abbia seguito san Paolo nel redigere la nuova versione della preghiera del Venerdì Santo. Papa Benedetto è molto sensibile al tema ebraico, a cominciare dal fatto che non chiama più gli ebrei i «fratelli maggiori», ben sapendo quanto sia problematica la definizione di «fratello maggiore» nell’Antico Testamento. A me piacerebbe approfondire un dialogo teologico.

Su quali temi?

I cristiani credono nell’universalità della salvezza in Gesù Cristo, d’altra parte però si dice che una missione verso gli ebrei è assolutamente impossibile. Come possono queste due affermazioni non essere incompatibili? Ecco anche perché la nuova preghiera del Venerdì Santo ha sollevato tante discussioni.
Vorrei comprendere meglio che cosa significhi per un ebreo la fede cristiana e la relazione tra ebrei e cristiani. Il dialogo di papa Benedetto con il rabbino Neusner, nel primo libro Gesù di Nazaret, è per me rilevante, è esattamente il dialogo teologico che immagino. E circa la missione sistematica verso gli ebrei… la Chiesa non la cerca. Ma noi cristiani confessiamo la fede in Gesù, e la deponiamo gratis di fronte alla libertà dell’altro.  

Esiste un Leitmotiv che l’accompagna dall’inizio del suo lavoro a Roma?

C’è chi dice che Benedetto XVI non sia interessato all’ecumenismo con le Chiese nate dalla Riforma, dato che le Chiese ortodosse sono più vicine a noi, e tale affermazione non corrisponde al vero. Quando il Papa mi chiese di assumere questo incarico, disse che era necessario avere una persona che conoscesse le comunità ecclesiali nate dalla Riforma non solo attraverso gli studi fatti ma grazie all’esperienza. Il Papa nutre una grande speranza nel movimento ecumenico. Infatti, abbiamo questo testo, il Direttorio ecumenico, che ci rammenta che ogni vescovo nella sua diocesi è il principale responsabile dell’ecumenismo. Sarà sempre utile a tutti rileggere e usare questo documento. In ogni diocesi esistono realtà ecumeniche particolari, e il vescovo locale ha la prima responsabilità riguardo ad esse. Il nostro Pontificio Consiglio vuole essere anche al servizio della Chiesa locale quando questo sia richiesto e desiderato.


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[SM=g1740758] NUOVA VITA NELLO STORICO MONASTERO RUSSO DELLA DORMIZIONE DELLA MADRE DI DIO A ROMA

Città del Vaticano, 20 aprile 2013 (VIS). Il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, accompagnato dal Sotto-Segretario Monsignor Maurizio Malvestiti, si è recato in visita al Monastero Russo della Dormizione della Madre di Dio, a Roma, in occasione dell'arrivo di alcune aspiranti alla vita monastica in questi mesi.

Il Cardinale Prefetto ha ricordato la grande ricchezza della tradizione monastica orientale nel cuore della Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità a tutte le Chiese, e ha offerto in modo particolare la propria preghiera secondo le intenzioni del Pastore universale, il Santo Padre Francesco. Tale intercessione, ha affermato il Cardinale Prefetto, sosterrà la vita di tutte le Chiese Orientali Cattoliche, non di rado provate da sofferenze e persecuzione e sarà prezioso aiuto nel cammino verso la riconciliazione e l'unità con tutti i fratelli cristiani.

La comunità, che in passato si è sostenuta grazie alla scrittura di icone e alla realizzazione di paramenti per Vescovi e Sacerdoti, intende riavviare le attività dei laboratori.

Il monastero della Dormizione di Maria - Uspenskij in slavo - è stato inaugurato ufficialmente il 15 dicembre 1957, per desiderio e impegno dell'allora Segretario della Congregazione Orientale Cardinale Eugeno Tisserant e grazie alla dedizione dei Padri Gesuiti. Fondato negli anni della persecuzione della Chiesa oltre la "cortina di ferro", ebbe inizio con la benedizione di Papa Pio XII, per aiutare, attraverso la preghiera, la rinascita spirituale delle terre dell'Est europeo, soprattutto la Russia. Nell'udienza concessa al Cardinale Tisserant nel 1956, il Papa diede il consenso per l'erezione in Roma di un monastero femminile russo per "impetrare la clemenza di Dio Onnipotente verso le genti russe".

La liturgia del monastero, come il Cardinale Tisserant aveva desiderato, fu secondo il rito bizantino, sempre compiuta in comunione con il Vescovo di Roma che, nell'ufficio quotidiano di preghiera, viene menzionato sette volte. Da oltre cinquant'anni tale preghiera continua ininterrotta. Il monastero è stato sempre considerato un'isola russa dalla quale sono passati studenti, presbiteri, monaci e monache russe. Fra di essi l'attuale Patriarca di Mosca Kyrill I.

[SM=g1740733]


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Le differenze fra
la Chiesa Cattolica e le chiese ortodosse

di Corrado Gnerre

Articolo pubblicato sul sito Il Giudizio Cattolico




 

Il Cristianesimo ortodosso (“ortodossia” significa “corretta opinione”) si chiama così perché convinto di applicare la vera volontà di Gesù Cristo.  Esso si esprime in comunità autocefale (cioè aventi in sé il proprio capo), che solitamente vengono erette al rango di patriarcato. Queste comunità sono in comunione fra loro, ma agiscono indipendentemente le une dalle altre. Vi sono poi alcune comunità autonome e semiautonome che hanno un notevole grado di autogoverno, ma non possono definirsi di governo proprio nel vero senso della parola, perché l’elezione del loro primate viene formalmente approvata dal sinodo della “chiesa” autocefala da cui dipendono.

All’interno dell’Ortodossia vi sono varie controversie giurisdizionali, e ciò per diversi motivi. In alcuni casi le questioni si legano all’autodeterminazione nazionale di un popolo, come nel caso delle “chiese” ucraina, montenegrina e macedone, le quali non sono in comunione con le principali chiese ortodosse.

Le comunità ortodosse più importanti sono quelle greca, russa, serba, bulgara e rumena. Complessivamente l’Ortodossia è per dimensioni la terza maggiore confessione cristiana, contando circa 250 milioni di fedeli, sia in Oriente che in Occidente.
 
La storia

Diamo qualche notizia sulla storia dell’Ortodossia. Le radici dello scisma sono nella decisione dell’Imperatore Costantino di fare di Costantinopoli (nell’anno 330) la “nuova Roma” e di renderla capitale dell’Impero. Fu così che nel 381 il vescovo di quella città pretese per il suo seggio un primato d’onore immediatamente dopo quello di Roma. A questo poi si aggiunse il fatto che l’Imperatore Teodosio si stabilì a Costantinopoli e alla sua morte l’Impero si divise in Impero d’Occidente e Impero d’Oriente. Quest’ultimo divenne la residenza stabile dell’imperatore d’Oriente.

Ciò accrebbe le pretese del Vescovo di Costantinopoli, che, al Concilio di Calcedonia (451), ottenne non soltanto la conferma del suo posto d’onore, ma un’effettiva giurisdizione sulle diocesi di Tracia, d’Asia, del Ponto e su altri Paesi vicini. Questa decisione fu adottata dopo la partenza dei legati romani e non fu mai riconosciuta dal Papato. Non fu così a Costantinopoli dove, poco a poco, si sviluppò quella convinzione che in germe contiene tutto lo “scisma” bizantino: il vescovo di Costantinopoli avrebbe dovuto avere sul Patriarcato un’autorità assoluta, ma avrebbe dovuto comunque riconoscersi, a livello onorifico, inferiore al Vescovo di Roma, il quale – evidentemente – anch’egli avrebbe dovuto esercitare un’autorità assoluta sui territori dell’Occidente.

È ovvio che alla base della separazione non vi fu solo l’ambizione dei patriarchi di Costantinopoli. Giocarono anche altri fattori. Per esempio: la diversità culturale latina rispetto a quella greco-orientale, la diversa mentalità teologica, la politica degli imperatori d’Oriente, i quali, non vedendo di buon occhio che la Chiesa del loro impero dipendesse da un’autorità straniera, appoggiavano e stimolavano le pretese dei vari patriarchi.   

Dopo un breve scisma (863-867), operato dal patriarca di Costantinopoli Fozio, che tra l’altro lanciò anche l’argomento del Filioque (di cui parleremo in un successivamente), lo scisma definitivo avvenne nel 1054 con il patriarca Michele Cerulario. Questi salì alla sede di Costantinopoli il 25 marzo del 1043. Le relazioni con Roma erano già sospese da tempo. Il Papato attraversava uno dei periodi più tristi. Dal 901 al 1059 si contano una quarantina di papi di fronte a soli quindici patriarchi di Costantinopoli. Michele Cerulario non ruppe le relazioni con Roma, che di fatto non esistevano più, quanto fece fallire ogni tentativo di riprenderle. Riaprì la polemica contro i riti e gli usi latini, che Fozio aveva già cominciata. Per suo ordine furono chiuse tutte le chiese latine di Costantinopoli. Fece poi lanciare da Leone di Ocrida un manifesto offensivo contro gli usi latini.

Al papa Leone IX non restò che inviare a Costantinopoli una delegazione di legati con a capo il cardinale Umberto. Il tentativo fallì. Alla fine, ai legati pontifici non restò che deporre sull’altare della celebre basilica di Santa Sofia la bolla con cui veniva scomunicato Michele Cerulario. Era il 16 luglio del 1054. Cerulario ovviamente rispose scomunicando i legati. Al ritorno a Roma, il cardinale Umberto e i legati seppero che il Papa era morto il 19 aprile e le Sede era ancora vacante. Ma la loro sentenza fu accolta da tutti. Da quel momento lo scisma era un fatto compiuto.
 
 
Non solo scisma … ma anche eresia

La versione ufficiale vuole che il Cristianesimo ortodosso sia classificato come scismatico e non eretico. Ricordiamo la differenza tra eresia e scisma.

L’eresia è un errore che si pone sul piano della dottrina, lo scisma invece è un errore che si pone sul piano della disciplina. Dal momento che il Cristianesimo ortodosso viene ricordato soprattutto per il suo rifiuto alla sottomissione al Papa, in quanto Vescovo di Roma avente un potere di giurisdizione su tutti gli altri vescovi, esso viene considerato come una comunità scismatica. È un giudizio che convince poco e diciamo subito il perché.

Prima di tutto: già il rifiuto del primato petrino ha implicazioni non solo sul piano disciplinare ma anche su quello dottrinale. Secondo: è riduttivo ritenere che il Cristianesimo ortodosso si differenzi da quello cattolico solamente per la non accettazione del primato del Vescovo di Roma. Infatti, vi sono diverse differenze. Parliamone.
 
Chiesa e primato petrino

Gli ortodossi ritengono – a proposito della costituzione della Chiesa – che san Paolo sia stato del tutto pari a san Pietro (tesi del “duplice capo della Chiesa”, già condannata da Innocenzo X). Ovviamente questo comporta anche il rifiuto del dogma dell’infallibilità pontificia.  

Gli ortodossi ritengono che nei primi secoli la Chiesa Cattolica non fosse “monarchica” e ritengono che il Primato della Chiesa Romana non poggi su validi argomenti.
 
Dio

Gli ortodossi, ovviamente, concepiscono Dio in maniera molto simile a come viene concepita dai cattolici, ma attenzione: non identica. Gli ortodossi credono sì in un solo Dio in tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo), ma per quanto riguarda il rapporto tra Dio e la creazione i loro teologi distinguono fra essenza eterna di Dio ed energie divine. 
L’essenza divina sarebbe inconoscibile, mentre possono essere conosciute le energie o atti divini. Ora, un conto è dire che il mistero di Dio non potrà mai essere completamente compreso dall’intelligenza delle creature (angelo o uomo che sia), altro è affermare una completa inconoscibilità dell’essenza divina. Ciò infatti può comportare la convinzione secondo cui Dio non sarebbe costitutivamente logos, bensì potrebbe essere concepito volontà pura indipendente da qualsiasi logica. Si tratterebbe, ovviamente, di un effetto del rifiuto del metodo analogico, cioè della possibilità di conoscere la natura di Dio anche attraverso la ragione umana.

Dunque, una tale convinzione (la completa non conoscibilità dell’essenza divina) può portare a delle conseguenze ben precise. Prima fra tutte quella di “separare” (e non solamente “distinguere”) il piano naturale da quello soprannaturale. Ovvero di ritenere il piano naturale giudicato da leggi completamente diverse rispetto all’essenza della realtà soprannaturale. Tanto è vero questo, che l’Ortodossia pone poca attenzione al rapporto tra fede e scienza, rapporto che è invece è sempre stato ed è tuttora importante per il Cattolicesimo. Altra conseguenza è il fenomeno del cesaropapismo, ovvero la sottomissione del potere religioso rispetto a quello politico. È vero che questo fenomeno è legato primariamente alla rinuncia da parte dell’Ortodossia del potere temporale, ma non ne è estranea anche la singolare concezione di Dio di cui abbiamo appena parlato.

Gli ortodossi ritengono che il dogma della processione dello Spirito Santo anche dal Figlio (“Filioque”) non sia contenuto nelle parole del Vangelo o non sia stato accettato dalla fede degli antichi Padri. Al limite, dichiarano di essere disposti ad affermare l’espressione secondo cui lo Spirito Santo procederebbe dal Padre attraverso il Figlio, ma non dal Figlio. Le conseguenze di una convinzione di questo tipo sono molto importanti. Infatti, negare che lo Spirito Santo proceda logicamente dal Figlio, vuol dire negare che l’amore proceda dalla verità. È quella negazione di Dio come logos a cui abbiamo già fatto cenno.
 
La Vergine Maria

Per quanto riguarda la Vergine Maria, gli ortodossi negano il dogma dell’Immacolata Concezione, affermando che la Vergine sarebbe stata concepita con il peccato originale, ma che poi sarebbe stata purificata al momento del concepimento del Verbo Incarnato.

Si insiste, invece, sul fatto che Maria non commise mai peccato, che rimase sempre vergine e che, ovviamente, è vera Madre di Dio. Si afferma anche che Maria fu assunta in Cielo, ma non se ne fa una verità vincolante.
 
I sacramenti

Per quanto riguarda i sacramenti, il Cristianesimo ortodosso non ne ha mai definito dogmaticamente il numero. In tempi recenti ha riconosciuto di fatto i sette sacramenti della Chiesa Cattolica ai quali ha aggiunto altri come: la tonsura monastica, la benedizione delle acque, la consacrazione delle icone… Insomma, l’Ortodossia non riconosce una vera differenza tra sacramenti e sacramentali.

Per quanto riguarda il Battesimo, a differenza della Chiesa Cattolica dove questo può essere amministrato anche per infusione, nelle comunità ortodosse esso deve invece essere amministrato per immersione.

Per quanto riguarda la Cresima, il rito ortodosso è esteso a tutto il corpo con una serie di unzioni col crisma benedetto dal vescovo. A differenza del Cattolicesimo, il ministro può anche essere il sacerdote, anche se il crisma deve essere comunque consacrato da un vescovo.

Per quanto riguarda l’Eucaristia, nell’Ortodossia non si utilizza il termine transustanziazionema trasmutazione. Teologicamente non cambia nulla. L’Eucaristia è celebrata con pane di frumento fermentato e non azimo (questa è una differenza) e vino rosso mescolato con acqua tiepida all’interno del calice. La Comunione è distribuita sempre sotto le due specie. Per riceverla non si esige la capacità di distinguere il pane comune da quello “trasmutato”, infatti la Comunione può essere amministrata anche ai bambini molto piccoli dopo il Battesimo. 
Altra differenza: mentre i cattolici identificano la transustanziazione con le parole di Cristo all’Ultima Cena, gli ortodossi identificano la trasmutazione con la conclusione del canone eucaristico, ovvero con l’epiclesi o invocazione allo Spirito Santo.

Per quanto riguarda il sacramento della Penitenza, esso è molto simile a quello cattolico. Però nell’Ortodossia ognuno deve confessarsi col proprio “padre spirituale” e senza il confessionale a grata. Alcuni affermano che nell’Ortodossia la Confessione verrebbe vista soprattutto come una sorta di “terapia dell’anima”. Infatti, a differenza di ciò che accade nel Cattolicesimo, il confessore non “assolve” il penitente dai peccati bensì recita una preghiera invocando il perdono divino.

Per quanto riguarda l’Unzione degli infermi, nell’Ortodossia questo sacramento può essere amministrato anche a coloro che soffrono solo spiritualmente e non è stato mai solo riservato agli ultimi momenti della vita.

Per quanto riguarda l’Ordine, anche nell’Ortodossia esso permette la creazione dei ministri della Chiesa, nei tre gradi di vescovo, presbitero e diacono. Solo il vescovo è eletto fra i celibi (specificamente fra i monaci), mentre sacerdoti e diaconi possono essere scelti tanto fra celibi quanto tra sposati, per quest’ultimi però è necessario che non siano in seconde nozze e non si sposino dopo l’ordinazione. I ministri sono eletti solo fra i maschi.

E infine il Matrimonio. Per l’Ortodossia neppure la morte di uno dei due coniugi può sciogliere il vincolo. Solo il vescovo può decidere se ammettere i suoi diocesani a seconde o terze nozze. A questo però si aggiunge qualcosa che va completamente a discapito di questo sacramento: si afferma che, ove sia assolutamente venuto meno l’amore coniugale per adulterio, può ammettersi il divorzio. Si tratta di un permesso causato da una errata interpretazione di Matteo 19, 9: «Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio». In realtà, Gesù vuol dire che in caso di concubinato la propria moglie si può ripudiare perché non è davvero moglie, mentre gli ortodossi interpretano, sbagliando, concubinato come adulterio e quindi come una possibile eccezione all’indissolubilità del matrimonio.
 
La negazione del Purgatorio

Gli ortodossi non credono nel Purgatorio, anche se – contraddittoriamente – invitano a pregare per i defunti. In realtà, si afferma che dopo la morte nel suo avvicinamento verso Dio l’anima dovrebbe superare dei punti di blocco, definiti “stazioni di pedaggio”. In questo avvicinamento l’anima incontrerebbe i cosiddetti “demoni dell’aria” e sarebbe da loro giudicata, provata e tentata. Il giusto che ha vissuto santamente la sua vita terrena supererebbe velocemente queste prove senza timore e terrore. 
 
Le varietà

Una differenza importante è tra chiese ortodosse calcedoniane e chiese ortodosse non calcedoniane.
Le prime costituiscono la realtà più comunemente nota con il nome di Ortodossia. Esse sono: gli antichi patriarcati di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Costantinopoli e diverse altre chiese autocefale. Pur nel rispetto di una forte autonomia, queste “chiese” sono in una forte comunione.

Le seconde (le chiese non calcedoniane) o antico-orientali sono diffuse dall’Armenia fino all’Africa orientale e all’India del Sud. Si tratta di “chiese” che si sono poste al di fuori dell’antico Impero Romano d’Oriente, di cui hanno rifiutato le formulazioni di fede cristologica definite dal Concilio di Calcedonia del 451.

Inoltre va detto che esistono chiese che hanno riti pressoché identici all’Ortodossia, ma che riconoscono l’autorità di Roma. Queste chiese sono dette solitamente uniate, ma i loro fedeli preferiscono definirsi cattolici di rito orientale.
 
Bisogna convertire gli ortodossi

Purtroppo in non pochi ambienti cattolici si è diffusa la convinzione secondo cui non sarebbe necessario convertire gli ortodossi, perché Ortodossia e Cattolicesimo sarebbero due parti dell’unica Chiesa Corpo Mistico di Cristo.

Prima di vedere quanto errata sia una simile convinzione, ricordo che i santi hanno sempre preteso che gli ortodossi si convertissero al Cattolicesimo. Nestor Caterinovich apparteneva alla Ortodossia russa. Quando incontrò san Pio da Pietrelcina si convertì con tutta la sua famiglia alla fede cattolica e sottolineò sempre la felicità che ne derivò: «Padre Pio – soleva dire commosso ai suoi amici – ha trionfato sul nostro cuore, ma col suo trionfo ha procurato a noi una tale felicità, che non possiamo fare a meno di recarci il più sovente possibile al suo convento, per dimostrargli l’inalterabile riconoscenza dell’animo nostro».

Veniamo adesso a confutare la tesi secondo cui Chiesa Cattolica e Chiesa ortodossa sarebbero due parti di un’unica chiesa. Offriamo alcune citazioni importanti.

- Sant’Ambrogio (339-397) afferma chiaramente: «Ubi ergo Petrus ibi Ecclesia» ovvero: “Perciò dov’è Pietro ivi è la Chiesa.”
- La professione di fede di Michele Paleologo, accettata dagli orientali nel 1274, afferma chiaramente: «la santa Chiesa romana ha anche primato ed autorità sovrana su tutta la Chiesa cattolica (…). Ad essa sono sottomesse tutte le Chiese e i loro prelati le prestano obbedienza e riverenza».
- Nei decreti del Concilio di Firenze (secolo XV), firmati dagli orientali, è scritto: «Definiamo anche che la Santa Sede apostolica e il Pontefice romano posseggono il primato su tutta la terra; che questo pontefice romano è il successore del beato Pietro, il capo degli Apostoli e il vero vicario di Cristo, la testa di tutta la Chiesa, il padre e il dottore di tutti i cristiani; che a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato da Nostro Signore Gesù Cristo il pieno potere di pascere, reggere e governare tuta la Chiesa, come dicono gli atti dei concili ecumenici e i sacri canoni».
- Il Concilio Vaticano I (1870), nella costituzione Pastor aeternus, afferma: «Affinché l’episcopato fosse uno ed indiviso, affinché, grazie all’unione stretta e reciproca dei Pastori, l’intera moltitudine dei credenti fosse custodita nell’unità della fede e della comunione, Cristo, collocando il beato Pietro a capo degli altri Apostoli, stabilì nella sua persona il principio duraturo e il fondamento visibile di questa duplice unità».
- Leone XIII scrive nella Satis cognitum: «Gesù Cristo non ha affatto concepito ed istituito una Chiesa formata da più comunità, simili per alcuni caratteri generali, ma distinte le une dalle altre e non unite da quei legami che soli possono dare alla Chiesa l’individualità e l’unità che professiamo nel simbolo della fede: “Credo la Chiesa…una”». 
E ancora: «E dunque proprio di Pietro sorreggere e conservare unita e ferma con indissolubile compagine la Chiesa. Ma come potrebbe egli adempiere questo compito, se non avesse il potere di comandare, vietare, giudicare; in una parola, senza un vero e proprio potere di giurisdizione? Infatti solo in virtù di questo potere si conservano gli Stati e le società. Un primato d’onore o anche quel modesto potere di consigliare ed ammonire, detto potere di direzione, non possono conferire a nessuna società umana un elemento efficace d’unità e di solidità».
- Pio XI è di una chiarezza inequivocabile. Scrive nella Mortalium animos: «Il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, è omogeneo e perfettamente articolato, come un corpo fisico; è perciò illogico e ridicolo pretendere che il Corpo Mistico possa essere formato da membra sparse, isolate le une dalle altre; perciò chi non gli è unito non può essere suo membro, né saldato al capo che è Cristo. Nessuno si trova e permane in quest’unica Chiesa di Cristo, se non riconosce ed accetta con ubbidienza l’autorità e il potere di Pietro e de suoi legittimi successori».

Per concludere, pensiamo piuttosto ai tanti martiri della Chiesa uniate, che, pur di rimanere fedeli a Roma, hanno offerto la loro vita. A che pro se essere ortodossi equivale ad essere cattolici? 
Il grande cardinale Joseph Slipyi, prigioniero per diciotto anni in un gulag, lo ricordò: «I nostri predecessori si sono sforzati per mille anni di conservare il legame con la Sede apostolica romana, e negli anni 1595 e 1596 hanno consolidato l’unione con la Chiesa cattolica romana a certe condizioni che i Papi hanno solennemente promesso di rispettare. Durante quattro secoli, questa unione è stata autenticata da un gran numero di martiri ucraini e ancora oggi questa difesa della santa unione da parte dei nostri fratelli è gloriosamente iscritta negli annali della Chiesa».
 
Nell’Ortodossia c’è solo una successione apostolica materiale, ma non formale ed essenziale

Certamente non si può negare che nella Chiesa ortodossa vi sia una reale successione apostolica. Ma tale constatazione merita però un approfondimento per evitare delle pericolose semplificazioni.

Cristo ha istituito una Chiesa gerarchica e monarchica fondando un collegio apostolico sotto l’autorità di Pietro. A loro volta gli Apostoli hanno fondato chiese locali. Con il passare dei secoli i successori degli Apostoli hanno ricevuto i poteri per governare quelle chiese.

Questo aspetto materiale della successione dei vescovi non deve però far passare in secondo piano un altro aspetto, ovvero quello formale ed essenziale. Infatti, l’episcopato può essere ricevuto materialmente ma non formalmente se si è separati dalla Chiesa e dal suo capo in Terra, che è il Vescovo di Roma.

Certamente, la sola successione materiale comporta la validità dei sacramenti, ma non esprime la purezza di tale successione.  



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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