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17-23 Marzo 2009 il Papa in Camerun e in Angola

Ultimo Aggiornamento: 01/04/2009 17.40
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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN CAMERUN E ANGOLA (17 - 23 MARZO 2009) - STATISTICHE


STATISTICHE DELLA CHIESA CATTOLICA IN CAMERUN E IN ANGOLA AL 31 DICEMBRE 2007 (A CURA DELL’UFFICIO CENTRALE DI STATISTICA DELLA CHIESA)



Tav. 1 - Popolazione e struttura ecclesiastica

Tav. 2 - Persone impegnate in attività di apostolato

Tav. 3 - Indicatori del carico pastorale

Tav. 4 - Vocazioni sacerdotali

Tav. 5 - Centri di istruzione di proprietà e/o diretti da ecclesiastici o religiosi

Tav. 6 - Centri caritativi e sociali di proprietà e/o diretti da ecclesiastici o religiosi


Riportiamo di seguito alcuni dati statistici relativi alla situazione della Chiesa cattolica in Camerun e in Angola al 31 dicembre 2007:


Tav. 1 - Popolazione e struttura ecclesiastica

 

Camerun

Angola

   

Popolazione (in migliaia)

18.160

15.473

Cattolici (in migliaia)

4.842

8.600

Cattolici per 100 abitanti

26,7

55,6

Circoscrizioni ecclesiastiche

24

18

Parrocchie

816

307

Altri centri pastorali

3.630

2.976

Cattolici per centro pastorale

1.089

2.620

Tav. 2 - Persone impegnate in attività di apostolato

 

Camerun

Angola

   

Vescovi (Situazione al 31.12.2008)

31

27

Sacerdoti diocesani

1.226

443

Sacerdoti religiosi

621

351

Sacerdoti in complesso

1.847

794

Diaconi permanenti

14

1

Religiosi non sacerdoti

288

98

Religiose professe

2.190

2.178

Membri laici di Istituti Secolari

28

5

Missionari laici

57

37

Catechisti

18.722

30.934

Tav. 3 - Indicatori del carico pastorale

 

Camerun

Angola

Cattolici per sacerdote

2.622

10.831

Cattolici per operatore pastorale

209

252

Sacerdoti per centro pastorale

0,42

0,24

Sacerdoti per 100 persone impegnate in attività di apostolato

8,1

2,4

○ Tav. 4 - Vocazioni sacerdotali

Camerun

Angola

Seminaristi minori

2.249

1.031

Seminaristi maggiori

1.361

1.236

Seminaristi maggiori per 100.000 abitanti

7,49

7,99

Seminaristi maggiori per 100.000 cattolici

28,11

14,37

Seminaristi maggiori per 100 sacerdoti

73,69

155,67

Tav. 5 - Centri di istruzione di proprietà e/o diretti da ecclesiastici o religiosi

 

Camerun

Angola

Scuole:

  

- materne e primarie

1.365

348

- medie inferiori e secondarie

151

121

- superiori e università

14

12

Studenti di:

  

- scuole materne e primarie

308.953

168.798

- scuole medie inferiori e secondarie

98.986

52.535

- istituti superiori e università

3.025

5.465

Tav. 6 - Centri caritativi e sociali di proprietà e/o diretti da ecclesiastici o religiosi

 

Camerun

Angola

Ospedali

28

23

Ambulatori

235

269

Lebbrosari

12

4

Case per anziani, invalidi e minorati

11

16

Orfanotrofi e asili nido

15

45

Consultori familiari ed altri centri per la protezione della vita

40

37

Centri speciali di educazione o rieducazione sociali

23

28

Altre istituzioni

32

41

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN CAMERUN E ANGOLA (17 - 23 MARZO 2009) - AVVISO N. 2


1. Partecipazione alle cerimonie pontificie


1.1. Si avvertono i giornalisti accreditati che la Nota informativa per la partecipazione alle cerimonie pontificie per i giornalisti ammessi al volo papale per il Viaggio Apostolico di Sua Santità Benedetto XVI in Camerun e Angola (17-23 marzo 2009) è disponibile:

- presso la Sala Stampa della Santa Sede in Via della Conciliazione 54, ROMA;

- al seguente indirizzo Internet


 

1.2. Il termine per la presentazione delle richieste, da effettuare secondo le modalità che sono indicate nella suddetta Nota informativa, è sabato 14 febbraio 2009 alle ore 12.00.


2. Imbarco sull’Aereo Papale a Roma, a Yaoundé e a Luanda


2.1. Il check in e la consegna del bagaglio da stiva per il Volo Roma-Yaoundé è previsto a partire dalle ore 07.00 del 17 marzo 2009 ai Banchi 249, 250 e 251 del Terminal B dell’Aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino (Roma). Termina alle ore 08.00. L’imbarco sull’Aereo Papale con Autobus è previsto alle ore 09.00 del 17 marzo 2009 dal Gate C47 all’Aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino (Roma). Termina alle ore 09.15.


2.2. Il check in e consegna bagaglio da stiva per il volo Yaoundé-Luanda è previsto all’Hotel Hilton di Yaoundé alle ore 06.00 del 20 marzo 2009. Termina alle ore 07.00. L’imbarco sull’Aereo Papale è previsto alle ore 09.30 del 20 marzo 2009 all’Aeroporto Internazionale Nsimalen di Yaoundé, con partenza in Autobus dall’Hotel Hilton di Yaoundé alle ore 08.15. L’imbarco sull’Aereo Papale termina alle ore 09.45.


2.3. Il check in e consegna bagaglio da stiva per il volo Luanda-Roma è previsto all’Hotel Trópico di Luanda alle ore 06.00 del 23 marzo 2009. Termina alle ore 07.00. L’imbarco sull’Aereo Papale è previsto alle ore 09.30 del 23 marzo 2009 all’Aeroporto Internazionale 4 de Fevereiro di Luanda, con partenza in Autobus dall’Hotel Trópico alle ore 08.00. L’imbarco sull’Aereo Papale termina alle ore 09.45.


3. Visto


Informiamo che le Ambasciate del Camerun e dell’Angola presso la Santa Sede hanno comunicato le seguenti indicazioni riguardanti la richiesta del visto d’ingresso nei Paesi visitati, da parte dei giornalisti ammessi al Volo Papale:


Per il Camerun


Il visto deve essere richiesto entro venerdì 6 marzo 2009, attraverso l’Ambasciata del Camerun presso il Quirinale, via Siracusa 4/6, 00161 ROMA (o l’Ambasciata competente negli altri Paesi), tranne i titolari di passaporto di servizio della Santa Sede, che per il Camerun dovranno fare richiesta tramite la Segreteria di Stato.


Il dossier per la richiesta deve contenere:

- la prenotazione alberghiera a Yaoundé, da richiedere individualmente all’Hotel Hilton (vedi punto 8.1. della Documentazione logistica del 26 gennaio 2009), a partire da lunedì 16 febbraio 2009;

- l’apposito formulario, compilato e firmato, indicando che il visto è per "Visita papale (volo papale)";

- 3 foto tessera;

- il passaporto valido almeno 6 mesi dopo la data dell’ultimo giorno del viaggio;

- lettera di richiesta della propria testata;

- il certificato di vaccinazione contro la febbre gialla.

Il formulario è disponibile:

- presso la Sala Stampa della Santa Sede in via della Conciliazione 54 a Roma;

- al seguente indirizzo Internet:

http://www.cameroonembassy.it/doc/visa.doc

Il costo del visto di Euro 100,00.


Per l’Angola


Per l’Angola verrà rilasciato un visto al momento dell’ingresso nel Paese, a cura della Sala Stampa della Santa Sede.

Quindi, i giornalisti ammessi al Volo Papale (inclusi i titolari di passaporto di servizio della Santa Sede, che quindi non dovranno fare richiesta tramite la Segreteria di Stato) sono pregati di consegnare all’Ufficio di accreditamento della Sala Stampa della Santa Sede, entro lunedì 16 febbraio 2009 l’apposito formulario fornito dalle Autorità competenti angolane, compilato e firmato, indicando che il visto è per "Visita papale (Volo papale)".


Il formulario è disponibile:

- presso la Sala Stampa della Santa Sede in via della Conciliazione 54 a Roma;

- al seguente indirizzo Internet

4. Clima


A Yaoundé e Luanda il clima è tropicale, caldo-umido, con temperature comprese tra i 20 e i 32 °C. A marzo la stagione secca inizia in Angola e termina in Camerun. Si consiglia di premunirsi con creme solari inodori e abbigliamento adeguato all’esposizione al sole.


5. Prescrizioni e consigli sanitari


5.1. Chi fosse affetto da malattie che necessitano un trattamento specifico anche nel corso del viaggio, è pregato di munirsi della documentazione clinica più recente e dei farmaci di cui fa uso. È opportuno che ciascuno porti con sé l'indicazione del proprio tipo di sangue.


5.2. Oltre alla vaccinazione obbligatoria contro la febbre gialla, sono vivamente raccomandate le profilassi antimalarica e contro la febbre tifoide, secondo le prescrizioni già comunicate (vedi punto 3 della Documentazione logistica del 26 gennaio 2009).


5.3. Si consiglia inoltre di osservare una scrupolosa igiene alimentare e di adottare opportuni accorgimenti per evitare le punture di insetti (uso di spray repellenti, particolare attenzione nelle ore vespertine e notturne, non utilizzare profumi, ecc.).


6. Voltaggio e telecomunicazioni


6.1. La corrente elettrica è di 220 V. Le prese di corrente sono a due poli di sezione circolare (piccoli, o grandi tipo Siemens).


6.2. I telefoni cellulari GSM della rete europea funzionano perfettamente solo in voce (senza trasmissione dati). Quindi, non c’è copertura di linea EDGE, pertanto non è possibile consultare la posta elettronica o navigare in Internet con il telefono portatile (Blackberry o altro). Anche gli abbonamenti locali di connessione Internet satellitare sono esposti a una scarsa continuità di funzionamento.

6.3. Nell’Hotel Hilton e nell’Hotel Trópico è disponibile la connessione a Internet.

6.4. I black-out elettrici sono frequenti, ma gli alberghi sono forniti di generatori di emergenza.


7. Ulteriori informazioni


Per il Camerun


È in allestimento un sito Internet con informazioni utili sulla visita del Papa (http://www.papeaucameroun.org ), che sarà disponibile la settimana prossima.


Per l’Angola


Informazioni utili sulla visita del Papa e sulla storia del cristianesimo in Angola si trovano nel sito Internet della Conferenza dei Vescovi di Angola e São Tomé (CEAST), con dei link in primo piano, al seguente indirizzo



 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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COMUNICATO: 18a RIUNIONE DEL CONSIGLIO SPECIALE PER L’AFRICA DELLA SEGRETERIA GENERALE DEL SINODO DEI VESCOVI

La Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi sarà celebrata dal 4 al 25 ottobre del corrente anno 2009 sul tema: La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra …Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14).

La Chiesa, come comunità di persone riconciliate con Dio e tra di loro, annuncia la Buona Notizia della riconciliazione al mondo e in particolare al continente africano, nel quale non mancano situazioni di violenza e di tensione, di sfruttamento e di ingiustizia.

Le conseguenze del movimento di riconciliazione - che ha la sorgente nell’amore misericordioso di Dio Padre ed ha il punto culminante nella persona del Signore Gesù Cristo, il Quale, nello Spirito Santo, offre la grazia della riconciliazione a tutti - si manifestano nella giustizia e nella pace, indispensabili per la costruzione di un mondo migliore.

La Chiesa-Famiglia di Dio che è in Africa, come è stato sottolineato dalla Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, ha compiuto un’opzione preferenziale per i poveri. Essa manifesta in questo modo che la situazione di miseria ed oppressione che affligge non pochi popoli africani non è irreversibile, ma pone tutti di fronte all’esigenza della conversione, di una condotta di vita integra, di un cammino risoluto verso la santità.

Il Consiglio Speciale per l’Africa della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, per trattare questi argomenti in vista della redazione dell’Instrumentum laboris, ha tenuto la 18a riunione nei giorni 23 e 24 gennaio 2009, alla quale hanno partecipato gli Eminentissimi Cardinali: Francis Arinze, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (Città del Vaticano); Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar-es-Salaam (Tanzania); Wilfrid Fox Napier, o.f.m., Arcivescovo di Durban (Sud Africa); gli Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi: Henri Teissier, Arcivescovo emerito di Alger (Algeria); Jaime Pedro Gonçalves, Arcivescovo di Beira (Mozambico); Laurent Monsengwo Pasinya, Arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); Anselme Titianma Sanon, Arcivescovo di Bobo-Dioulasso (Burkina Faso); Cornelius Fontem Esua, Arcivescovo di Bamenda (Camerun); Odon Marie Arsène Razanakolona, Arcivescovo di Antananarivo (Madagascar); Youssef Ibrahim Sarraf, Vescovo di Le Caire dei Caldei (Egitto).

Trattenuti in sede da urgenti impegni pastorali non hanno potuto prendere parte ai lavori gli Eccellentissimi Mons. John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria), e Mons. Telesphore George Mpundu, Arcivescovo di Lusaka (Zambia).

La bozza dell’Instrumentum laboris illustra aspetti importanti dell’attuale situazione ecclesiale e sociale nei Paesi d’Africa, dai quali emerge il grande dinamismo della Chiesa, unito alle sfide che essa ha di fronte e che il Sinodo dovrà vagliare, affinché la crescita quantitativa della Chiesa in Africa diventi anche qualitativa. Inoltre, la Chiesa desidera contribuire, secondo la sua missione propria, ad uno sviluppo armonioso dell’uomo e della donna, come pure della società, conforme alla sua dottrina sociale applicata alle diverse situazioni del grande continente africano.

Durante i lavori, prima nei due circoli linguistici, francese ed inglese, e poi in seduta plenaria, è stato approvato il testo dell’Instrumentum laboris. In esso sono state sintetizzate le risposte ai Lineamenta che riguardano sia gli aspetti positivi, sia quelli problematici della vita sociale ed ecclesiale in Africa. In particolare, se la Prima Assemblea Speciale per l’Africa del 1994 ha insistito sulla Chiesa-Famiglia di Dio, è necessario promuovere l’applicazione delle indicazioni emerse, per dare risposte efficaci ad un’Africa assetata di riconciliazione e in cerca di giustizia e di pace. I conflitti locali o regionali, le palesi ingiustizie e violenze interpellano tutti gli uomini di buona volontà e in maniera del tutto speciale la Chiesa.

Se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia e condividiamo la stessa Parola e lo stesso Pane di vita, se è ugualmente vero che siamo fratelli in Cristo, figli di Dio e costituiamo in Lui una sola famiglia (cfr. CCC 595), allora non ci dovrebbero più essere ingiustizie e guerre tra fratelli.

Dal 17 al 23 marzo 2009 il Santo Padre Benedetto XVI compirà un viaggio pastorale in Camerun e in Angola, durante il quale consegnerà l’Instrumentum laboris ai Presidenti delle Conferenze Episcopali dell’Africa. Nella stessa occasione, Sua Santità incontrerà gli Em.mi ed Ecc.mi Membri del Consiglio Speciale convocato a Yaoundé, capitale del Camerun, per la diciannovesima riunione. Tale notizia ha suscitato la particolare gratitudine dei Membri del Consiglio per l’attenzione riservata dal Santo Padre alla preparazione dell’Assise sinodale e ai popoli africani.

Con una preghiera proprio per le popolazioni dell’Africa, nel pomeriggio del 24 gennaio, si è conclusa la diciottesima riunione.

[00266-01.01]

www.vatican.va

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Nostre Informazioni

Il Santo Padre ha ricevuto questa mattina in udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi.

***

Il Santo Padre per la Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo in Vaticano dal 4 al 25 ottobre 2009, sul tema La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. "Voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo" (Matteo, 5, 13.14), ha nominato:
Presidenti Delegati le Loro Eminenze Reverendissime:
- il Signor Cardinale Francis Arinze, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (Città del Vaticano);
- il Signor Cardinale Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal);
- il Signor Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban (Sud Africa);
Relatore Generale Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana);
Segretari Speciali le Loro Eccellenze Reverendissime:
- Monsignor Damião António Franklin, Arcivescovo di Luanda (Angola);
- Monsignor Edmond Djitangar, Vescovo di Sarh (Ciad).


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Camerun e Angola
si preparano a ricevere il Papa


Si susseguono a Yaoundé e a Luanda, capitali rispettivamente del Camerun e dell'Angola, le iniziative in preparazione della visita del Papa. Come noto da tempo, infatti, Benedetto XVI si recherà, dal 17 al 20 marzo, a Yaoundé da dove poi raggiungerà Luanda per trattenersi con il popolo angolano sino al 23 dello stesso mese. In Camerun il Papa consegnerà ai vescovi africani il documento di lavoro della prossima assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi; a Luanda celebrerà la ricorrenza dell'inizio dell'evangelizzazione del Paese.

Sarà  la  prima  visita  di Benedetto XVI al grande continente dall'inizio del suo pontificato.

La prima parte del viaggio ha certamente un significato teologico-pastorale ed esprime innanzitutto la continuità della riflessione della Chiesa universale sul futuro della Chiesa in Africa. Fu proprio a Yaoundé infatti che Giovanni Paolo II consegnò con l'Ecclesia in Africa, nel 1995, il frutto del lavoro svolto durante la prima assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, svoltosi l'anno prima. A Yaoundé dunque per riprendere il cammino.

L'arrivo nella capitale camerunense è previsto per il pomeriggio di martedì 17. Il Papa partirà da Roma alle 10 circa. All'aeroporto internazionale di Yaoundé si svolgerà la cerimonia di benvenuto. Il resto della giornata trascorrerà poi libera da impegni ufficiali.

Mercoledì mattina, dopo la visita di cortesia al presidente del Cameroun  al  Palais de l'Unité, Benedetto XVI incontrerà i vescovi del Camerun nella chiesa dedicata a Cristo Re in Tsinga a Yaoundé. Nel pomeriggio appuntamento per la celebrazione dei vespri nella basilica di Santa Maria Regina degli Apostoli. Vi parteciperanno vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi e rappresentanti delle altre confessioni cristiane del Camerun.

Giovedì 19 al mattino, nella sede della nunziatura apostolica, avverrà l'incontro con i rappresentanti della comunità musulmana. Successivamente il Papa raggiungerà lo stadio cittadino di Amadou Ahidjo dove presiederà la celebrazione della messa, nel corso della quale consegnerà l'Instrumentum laboris. Nel pomeriggio visiterà il centro cardinale Paul Emile Léger per incontrare il mondo della sofferenza. In serata, in nunziatura, si intratterrà con i membri del consiglio speciale per l'Africa del Sinodo.

Venerdì 20, dopo la cerimonia di congedo dal Camerun, partirà alla volta di Luanda dove giungerà intorno alle 13. Nell'aeroporto cittadino si svolgerà la cerimonia di benvenuto. Questa sarà la tappa nella quale forse è meglio identificabile il senso della riflessione proposta per il sinodo a proposito della riconciliazione, della pace e della giustizia anche come strategia pastorale.

L'Angola, che vive nello spirito della celebrazione del v centenario dell'evangelizzazione, è il Paese nel quale sono più evidenti proprio le contraddizioni determinate da oltre trent'anni di guerra civile e che richiedono un grande sforzo di riconciliazione.

Il progresso economico che il Paese sta vivendo reclama, con la pace, giustizia per ogni angolano. Appena giunto, nel primo pomeriggio il Papa renderà visita proprio al presidente angolano e si intratterrà con le autorità del Paese e con i membri del corpo diplomatico accreditato. In serata avverrà l'incontro con i vescovi di Angola e Saõ Tomé in nunziatura.
 
Sabato mattina, 21 marzo, il Papa celebrerà la messa nella basilica dedicata a San Paolo a Luanda. Attorno all'altare i vescovi del Paese con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i rappresentanti dei movimenti ecclesiali e i catechisti. Al termine della messa raggiungerà lo stadio cittadino per incontrare i giovani.

Domenica mattina il Papa celebrerà la messa sulla spianata di Cimagnola, a Luanda, con i presuli delle Conferenze episcopali delle regioni del sud dell'Africa (Imbisa), al termine della quale reciterà l'Angelus. Nel pomeriggio un altro momento molto atteso:  l'incontro, nella parrocchia di Sant'Antonio a Luanda, con i movimenti cattolici per la promozione della donna.

Lunedì mattina, 23 marzo, dopo aver celebrato la messa in privato nella nunziatura apostolica, il Papa raggiungerà l'aeroporto internazionale di Luanda dove avverrà la cerimonia di congedo dal Paese e dall'Africa. La partenza per Roma è prevista intorno alle 10.3o; l'arrivo all'aeroporto di Ciampino, alle 18.



(©L'Osservatore Romano - 4 marzo 2009)


Le auspica l'arcivescovo Monsengwo Pasinya in vista del sinodo per l'Africa

Soluzioni condivise
dei conflitti armati ed economici



di Giampaolo Mattei

Il 2009 è l'anno dell'Africa. Con l'ormai prossimo viaggio e il sinodo di ottobre il Papa intende porre all'attenzione del mondo speranze e contraddizioni del continente, mettendo sotto le luci dei riflettori i massacri e le gravissime situazioni di povertà.
Dunque pace, giustizia e riconciliazione per l'Africa. Ma subito. E che le soluzioni condivise dei conflitti armati e delle lotte per lo sfruttamento delle risorse minerarie non siano fuochi di paglia ma si fondino sul diritto internazionale. Il secondo sinodo africano - in Vaticano dal 4 al 25 ottobre - ha proprio il compito di dare una risposta a queste urgenti attese ecclesiali e politiche. Non nasconde di puntare alto l'arcivescovo congolese Laurent Monsengwo Pasinya, conosciuto in Africa come un uomo sempre in prima linea laddove pace e giustizia sembrano solo sogni. Fedele al significato del suo nome (Monsengwo vuol dire "nipote di un capo tribù") nel 1992 ha persino assunto pro tempore la responsabilità di presiedere la conferenza nazionale chiamata a guidare la Repubblica Democratica del Congo nel complicato passaggio politico. Arcivescovo di Kinshasa, è stato il primo africano a essere segretario speciale di un sinodo, quello recente sulla Parola di Dio.
Nell'intervista a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo affronta i temi cruciali dell'attualità africana, nell'analisi del primo sinodo del 1994 e nella prospettiva della prossima assemblea.

Perché un secondo sinodo africano?

Il primo sinodo ne esigeva un secondo per approfondire la questione della giustizia e della pace, già al centro dell'assemblea del 1994 come quarto punto fondamentale del programma di evangelizzazione. Lo si legge anche nell'esortazione apostolica Ecclesia in Africa:  giustizia e pace nelle relazioni interne di ogni Paese, tra le nazioni e nell'ambito della comunità internazionale. Nel quadro generale dell'Africa, purtroppo, ci sono tanti conflitti. Non solo armati ma anche di natura economica. Come abbiamo affermato nel primo sinodo, il conflitto comincia sempre laddove un diritto viene violato, dove non c'è giustizia. Ecco la questione scottante da affrontare nel secondo sinodo africano:  individuare insieme le strade che portano alla pace, alla giustizia, alla riconciliazione.

Com'era la situazione nel 1994 e cosa è cambiato in questi anni?

Proprio alla vigilia di quel primo sinodo ci trovammo di fronte al genocidio in Rwanda che ha provocato, a catena, una serie di situazioni sconvolgenti nella regione dei Grandi Laghi. Nel 1994 i Paesi africani in guerra erano tredici. Non tutto, però, era nero:  proprio mentre si scatenava il genocidio in Rwanda una luce si accendeva in Sud Africa. Una nazione stava rinascendo con una nuova democrazia. Ma quanto bisogno di riconciliazione autentica in Congo, Rwanda, Burundi, Uganda e nello stesso Sud Africa con la commissione per la giustizia e la riconciliazione appositamente istituita da Pretoria in quegli anni! Davanti a conflitti che sembrano non finire mai c'è oggi ancor più bisogno di riconciliazione, di giustizia nel rispetto del diritto internazionale e nazionale.

Quale immagine di Africa è uscita dal primo sinodo?

La finalità dell'evangelizzazione e della missione in Africa è costruire la Chiesa-famiglia di Dio. Che significa? Far divenire le famiglie chiese domestiche e le società vere famiglie. Quest'obiettivo dell'evangelizzazione vuole un'Africa pacificata a tutti i livelli. È su questo punto che il Papa ci chiede ora una riflessione approfondita.

A che punto è questo progetto della Chiesa in Africa come famiglia di Dio?

Il sinodo è il posto giusto per una valutazione e per apportare correzioni. Puntiamo a una realtà di comunione dove tutti si sentano fratelli; dove non ci siano nemici e tutti si sentano riconciliati come Cristo ci chiede di fare. Il progetto di Chiesa-famiglia di Dio e quanto emerso nel primo sinodo ci hanno portato automaticamente all'urgenza di una seconda assemblea.

Qual è il quadro del secondo sinodo?

È un quadro complesso. C'è la minaccia di ripresa della cosiddetta "prima guerra mondiale africana", con tutto ciò che significa una tragedia di tale portata, come abbiamo visto in Rwanda. È un conflitto teoricamente terminato, ma che di fatto continua con evidenti strascichi. Ci sono le crisi in Darfur, in Uganda, in Ciad, nella Repubblica Centroafricana. Rispetto al 1994 le condizioni generali di guerra sono cambiate, ma non sono scomparse. E dove c'è guerra c'è urgente bisogno di riconciliazione, di pace, di giustizia. Non si tratta solo di mettere il silenziatore alle armi. Serve una pace della mente e del cuore.

Il sinodo cosa può fare in concreto?

Il sinodo viene a proposito perché ora è il momento giusto per affrontare di petto la questione della riconciliazione. Nel 1994 abbiamo dato vita a un'assemblea di speranza, di risurrezione per l'Africa. Sì, volevamo proprio dare speranza ai nostri popoli perché si rialzassero in piedi con la forza del Vangelo. Le guerre e le massicce violazioni dei diritti della persona esigono riconciliazione e perdono, nella giustizia e nella verità, per creare una pace duratura.

E se diamo uno sguardo al suo paese cosa vediamo?

La Chiesa cattolica nella Repubblica Democratica del Congo ha sempre affermato che bisogna affrontare i problemi di fondo. In genere si trattano solo i fenomeni più eclatanti, non si va mai alla radice. Ora, data la ricorrenza degli stessi problemi, oggi come ieri, c'è l'evidenza che o sono impostati male o non sono affrontati in modo da poterne cogliere e comprendere completamente le cause. Così la soluzione si allontana.

Il sinodo può aiutare a trovare soluzioni?

Sì, può mettere a fuoco le situazioni particolari chiamando le cose con il loro nome. La guerra nel mio paese è iniziata con un conflitto che ha trasferito da noi i problemi di due nazioni vicine, venute a combattersi in territorio congolese e giunte persino a mettere al potere qualcuno di loro gradimento. L'integrità territoriale, la sovranità della Repubblica Democratica del Congo sono state violate, calpestate. Ingiustizie simili finiscono per scatenare guerre. Ciò che sta avvenendo è conseguenza del mancato rispetto del diritto delle nazioni, delle frontiere internazionalmente riconosciute. Si è voluto usare il linguaggio della guerra, imbracciare le armi invece di ricorrere, come dovrebbe essere, al dialogo e ai canali della giustizia e del diritto. Con le armi in pugno si è creato un insieme di situazioni così complesse che, temo, continueranno a risvegliare un odio atavico fra le parti in causa, innescando violenze senza fine.

Qual è il ruolo della Chiesa?

La Chiesa, come famiglia di Dio, ha il dovere di intervenire a voce alta per dire alle parti che la carità cristiana è condizione irrinunciabile per intraprendere il cammino della riconciliazione. Non ci sono alternative, serve una riconciliazione vera, che avvenga nel rispetto della giustizia e del diritto e garantisca una pace duratura. Il sinodo, poi, potrà anche approfondire problemi di cui si parla poco.

Quali sono questi problemi?

Ci sono grandi questioni economiche. Le risorse naturali del mio paese potrebbero dar da mangiare al mondo intero! Ma se non si fa attenzione queste stesse risorse possono divenire un inferno per l'umanità. Nella Repubblica Democratica del Congo abbiamo vasti giacimenti di uranio e con l'uranio si può fare anche la bomba atomica. Se le ricchezze non vengono gestite saggiamente, con discernimento, si potrebbe giungere a una proliferazione delle bombe atomiche nel mondo. Potrebbero innescarsi guerre all'infinito. È decisivo che lo sfruttamento delle risorse naturali del paese avvenga secondo il diritto internazionale, le regole del commercio internazionale. E che nessuno venga più nel mio paese a scatenare guerre per procura. Solo il disordine consente di sfruttare le risorse senza regole e senza scrupoli.

Come si deve reagire?

Faccio un esempio di ciò che sta accadendo ora nel mio paese. È stato da poco trovato il petrolio nella zona di frontiera con l'Uganda. C'era già il business dell'oro, ora è stato trovato anche il coltan (la colombite-tantalite, minerale strategico per fare razzi e telefoni cellulari, richiestissimo dall'industria tecnologica) in una quantità enorme. Gli interessi economici in gioco spingono alcune persone a sfruttare queste risorse così ambite in modo sfrenato. Per loro il sistema più redditizio è mettere in piedi il traffico di armi e scatenare guerre che non sono tribali, come si usa dire, ma scaturiscono da interessi economici. Un fiume di denaro con scambio di armi per il coltan. Questo circolo vizioso prevede che ci sia violenza e impedisce una crescita equa, una giusta distribuzione delle ricchezze con un'attività conforme alle leggi dell'organizzazione mondiale del commercio.

La Repubblica Democratica del Congo conosce da troppo tempo giorni difficili.

Nel mio paese ci sono quattrocento tribù. Solo sette sono in guerra. Lo scontro è nella parte orientale. L'equilibrio per questo motivo è instabile, il governo è coinvolto nei problemi dell'est e dunque non ha la possibilità di occuparsi come dovrebbe di quanto avviene a ovest. Eppure tutto il paese viene descritto in fiamme.

Colpa dei mass media?

I mass media diffondono l'idea che Africa vuol dire tragedia. Non è così! I media hanno la grande responsabilità di informare in modo equilibrato, ma soprattutto rispettando la verità così che ci si possa rendere conto di quello che accade. Prerogativa dei media dovrebbe essere la presentazione obiettiva della realtà, per evitare di stravolgere completamente la verità sull'Africa.

Ma oggi l'Africa è conosciuta solo per le sue tragedie. Il sinodo può contribuire a cambiare questa mentalità?

L'Africa non è solo disordine! Ci sono conflitti, è vero, ma tante aree vivono in pace. Prendiamo l'Africa occidentale:  a parte il caso, un po' difficile ma che fa ben sperare, della Costa d'Avorio, è un'area in pace come tutta l'Africa nera. I problemi non mancano. Ma c'è una fondata speranza e il sinodo la alimenterà.
Si tratta, allora, di entrare nelle cronache non solo per le sue tragedie, ma anche in positivo. È un continente dimenticato dai mass media, dalla politica, dal potere economico. Non suscita più l'interesse di un tempo. Nel periodo coloniale interessava per le materie prime, poi è arrivato il tempo delle strategie con la guerra fredda e la decolonizzazione. Ora la crisi economica finisce per marginalizzare e indebolire ancor di più l'Africa.

Quali sono i rapporti con la religione tradizionale africana e con l'islam?

I valori della religione tradizionale non sono da rigettare a cuor leggero perché costituiscono l'identità del mondo religioso africano. Vanno, piuttosto, osservati alla luce del Vangelo, per esaminare cosa respingere e cosa invece mantenere, in un discorso di inculturazione non ancora giunto a compimento. È vero, ci sono persone che al mattino vanno a messa e la sera dallo stregone. Ma qualcosa del genere avviene anche in occidente, con la diffusione di pratiche e credenze nient'affatto cristiane. Riguardo l'islam, i rapporti sono più complessi, non sempre felici e rassicuranti.



(©L'Osservatore Romano - 4 marzo 2009)
[Modificato da Caterina63 03/03/2009 19.29]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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08/03/2009 14.29
 
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Il Papa All'Angelus di oggi 8 marzo, annuncia:

Cari fratelli e sorelle, nel clima di più intensa preghiera che contraddistingue la Quaresima, affido al vostro ricordo i due viaggi apostolici che, a Dio piacendo, compirò prossimamente. La settimana ventura, dal 17 al 23 marzo, mi recherò in Africa, prima in Camerun e quindi in Angola, per manifestare la concreta vicinanza mia e della Chiesa ai cristiani e alle popolazioni di quel continente che mi è particolarmente caro. Poi, dall’8 al 15 maggio compirò un pellegrinaggio in Terra Santa per domandare al Signore, visitando i luoghi santificati dal suo passaggio terreno, il prezioso dono dell’unità e della pace per il Medio Oriente e per l’intera umanità. Sin d’ora conto sul sostegno spirituale di tutti voi, perché Iddio mi accompagni e ricolmi delle sue grazie quanti incontrerò sui miei passi.


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Angelus 15.3.2009

Cari fratelli e sorelle!

Da martedì 17 a lunedì 23 marzo compirò il mio primo viaggio apostolico in Africa. Mi recherò in Camerun, nella capitale Yaoundé, per consegnare lo "Strumento di lavoro" della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che avrà luogo in ottobre qui in Vaticano; proseguirò poi per Luanda, capitale dell’Angola, un Paese che, dopo la lunga guerra interna, ha ritrovato la pace ed ora è chiamato a ricostruirsi nella giustizia. Con questa visita, intendo idealmente abbracciare l’intero continente africano: le sue mille differenze e la sua profonda anima religiosa; le sue antiche culture e il suo faticoso cammino di sviluppo e di riconciliazione; i suoi gravi problemi, le sue dolorose ferite e le sue enormi potenzialità e speranze. Intendo confermare nella fede i cattolici, incoraggiare i cristiani nell’impegno ecumenico, recare a tutti l’annuncio di pace affidato alla Chiesa dal Signore risorto.

Mentre mi preparo per questo viaggio missionario, mi risuonano nell’animo le parole dell’apostolo Paolo che la liturgia propone alla nostra meditazione nell’odierna terza Domenica di Quaresima: "Noi annunciamo Cristo crocifisso – scrive l’Apostolo ai cristiani di Corinto - : scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio" (1 Cor 1,23-24).

Sì, cari fratelli e sorelle! Parto per l’Africa con la consapevolezza di non avere altro da proporre e donare a quanti incontrerò se non Cristo e la Buona Novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l’amore per i nemici. Questa è la grazia del Vangelo capace di trasformare il mondo; questa è la grazia che può rinnovare anche l’Africa, perché genera una irresistibile forza di pace e di riconciliazione profonda e radicale. La Chiesa non persegue dunque obbiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo, certa che il Vangelo può toccare i cuori di tutti e trasformarli, rinnovando in tal modo dal di dentro le persona e le società.

Il 19 marzo, proprio durante la visita pastorale in Africa, celebreremo la solennità di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, e anche mio personale. San Giuseppe, avvertito in sogno da un angelo, dovette fuggire con Maria in Egitto, in Africa, per mettere in salvo Gesù appena nato, che il re Erode voleva uccidere. Si adempirono così le Scritture: Gesù ha calcato le orme degli antichi patriarchi e, come il popolo d’Israele, è rientrato nella Terra promessa dopo essere stato in esilio in Egitto. Alla celeste intercessione di questo grande Santo affido il prossimo pellegrinaggio e le popolazioni dell’Africa tutta intera, con le sfide che le segnano e le speranze che le animano. In particolare, penso alle vittime della fame, delle malattie, delle ingiustizie, dei conflitti fratricidi e di ogni forma di violenza che purtroppo continua a colpire adulti e bambini, senza risparmiare missionari, sacerdoti, religiosi, religiose e volontari. Fratelli e sorelle, accompagnatemi in questo viaggio con la vostra preghiera, invocando Maria, Madre e Regina dell’Africa.



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Vi ricordamo che il Papa domani partirà per l'Africa la prima diretta internet è prevista per le 17,00 ora italiana da www.sat2000.it e da:
CENTRO TELEVISIVO VATICANO

inoltre qui, appunto,

troverete il più in diretta possibile (collegamenti permettendo e a Dio piacendo Ghigno ) ogni informazione...


Altri due canali diretti litroverete dal Blog Raffaella e dall'Amico Scernon: La Vigna del Signore.....[SM=g1740721]


Seguiamo il Santo Padre con la Preghiera...[SM=g1740717] [SM=g1740720]

[SM=g1740739] [SM=g1740739]

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Aids, Benedetto XVI vola in Africa: "I preservativi non sono la soluzione"

"Solitudine? Certo che no. Mi sento circondato da amici in una cerchia di stretti collaboratori".




Roma

Papa Benedetto XVI è partito per il Camerun, prima tappa del viaggio apostolico in Africa che da oggi al 23 marzo toccherà anche l’Angola. Il volo speciale, un Boeing 777 dell’Alitalia battezzato "Sestriere", è decollato dall’aeroporto di Fiumicino alle 10.20. L’arrivo all’aeroporto internazionale Nsimalen di Yaoundè è previsto intorno alle 16 locali.
Prima di imbarcarsi, il Pontefice, sorridente, si è trattenuto qualche minuto sulla piazzola dell’aeroporto di Fiumicino con il sottosegretario Gianni Letta e con le altre autorità presenti, che ha salutato una ad una. Poi un ultimo saluto con la mano dalla scaletta dell’aereo, prima che si chiudesse il portellone del B777.

Il viaggio del Santo Padre

Sei ore di volo, per arrivare fino all’Equatore e portare la sua presenza e la sua parola in un Continente finora mai toccato. "L’attenzione di Benedetto XVI verso l’Africa, dichiarata sin dai primi istanti del suo Pontificato, assume oggi - afferma la Radio Vaticana - una nuova concretezza".
Alle 16, ora del Camerun, è previsto lo sbarco del Papa all’aeroporto della capitale di Yaoundè, dove terrà il suo primo discorso. Il giorno successivo sarà dedicato agli incontri istituzionali con il presidente dello Stato africano e a quelli fraterni con l’Episcopato locale e quindi con tutti i livelli della gerarchia ecclesiale, poi conclusi da una celebrazione dei Vespri, che avrà carattere ecumenico, nella Basilica dedicata a Maria Regina degli Apostoli. Il 19 marzo, Benedetto XVI si intratterrà con i rappresentanti della comunità musulmana del Camerun, quindi alle 10 celebrerà, nello stadio di Yaoundè, la messa solenne durante la quale consegnerà idealmente ai vescovi di tutta l’Africa l’Instrumentum laboris del loro prossimo Sinodo. I concelebranti saranno 1800 e le suore di clausura della città hanno preparato 50 mila ostie.

La piaga dell'Aids in Africa

L’epidemia di Aids "non si può superare con la distribuzione dei preservativi che, anzi aumentano i problemi", ha affermato Benedetto XVI, durante il suo viaggio verso l’Africa. Il Papa ha indicato come unica strada efficace quella di un rinnovo spirituale e umano nella sessualità. Il Papa ha ricordato che la Chiesa cattolica fa tanto in Africa contro l’Aids. "E' una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che anzi aumentano i problemi". Serve invece, ha proseguito, un comportamento umano morale e corretto ed una grande attenzione verso i malati: "Soffrire con i sofferenti".

Il nodo dei Lefebvriani

Durante il viaggio il Santo Padre ha, poi, detto che è ridicolo il "mito della sua solitudine". "Non mi sento solo in alcun modo", ha aggiunto dicendo di essere circondato da amici, collaboratori e vescovi. Il Papa ha risposto ad una domanda sulla sua presunta solitudine dopo la crisi scoppiata in seguito alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani. "A dire la verità - ha osservato Ratzinger - devo ridere di fronte a questo mito della solitudine. In nessun modo - ha aggiunto - mi sento solo; ogni giorno vedo i miei collaboratori i capi discastero, i vescovi". Benedetto XVI ha ricordato che, proprio in questi giorni, sono venuti a trovarlo anche dei suoi compagni tedeschi. "Solitudine? Certo che no. Mi sento circondato da amici in una cerchia di stretti collaboratori".

Napolitano: "Pieno sostegno"

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato a Sua Santità Benedetto XVI, in occasione della sua partenza per il suo viaggio apostolico in Africa, un "sincero ringraziamento". Un'occasione per confermare "il pieno sostegno dell’Italia, anche nella sua veste di presidente di turno del G8, a contribuire in ogni modo alle iniziative poste in essere dalla comunità internazionale a sostegno dell’Africa". Napolitanop si è detto "certo che il messaggio di incoraggiamento alla pace fra i popoli e di fiducia nella capacità di quel continente di imboccare con successo la strada di uno sviluppo basato sulla salvaguardia della dignità della persona sarà accolto con gratitudine e profonda consapevolezza del suo profondo significato".

Il Giornale online

Le foto della partenza da Fiumicino....
















(il card. Arinze)
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Ringraziando Dio il Papa è arrivato....ho seguito ora la diretta...un clima caldo, ma secco, tanta festa e cordialità hanno accolto il Santo Padre...[SM=g1740738]

Queste 4 immagini le ho salvate dalla diretta, purtroppo era in controluce e dunque il video in diretta difettava non poco...



Interessante il discorso del Papa che senza preamboli è andato diritto al programma della sua visita e che il SiR ha condensato bene in attesa del testo ufficiale Occhiolino


PAPA IN AFRICA: ALL’AEROPORTO DI YAOUNDE, “NO A SILENZIO SU VIOLENZA, POVERTÀ E ABUSI”

agenzia SiR

Di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all’abuso di potere, un cristiano non può mai rimanere in silenzio”.

Lo ha detto oggi Benedetto XVI, nel suo primo discorso in terra africana, nella cerimonia di benvenuto appena sbarcato all’aeroporto internazionale Nsimalen di Yaoundé, in Camerun. Il Papa resterà tre giorni in Camerun, quindi si recherà in Angola, fino al 23 marzo. “Anche in mezzo alle più grandi sofferenze – ha precisato -, il messaggio cristiano reca sempre con sé speranza”.

“Qui, in Africa – ha proseguito -, come pure in tante altre parti del mondo, innumerevoli uomini e donne anelano ad udire una parola di speranza e di conforto. Conflitti locali lasciano migliaia di senza tetto e di bisognosi, di orfani e di vedove”. Benedetto XVI ha accennato ai tanti abitanti dell’Africa “crudelmente rapiti e portati oltremare a lavorare come schiavi”, al traffico di esseri umani, “specialmente di inermi donne e bambini”.

 “In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati di cambiamenti climatici – ha sottolineato -, l’Africa soffre sproporzionatamente: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà, della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro”.

Il Papa dice no “a nuove forme di oppressione economica o politica”, all’”imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati” e ad “amare rivalità interetniche o interreligiose”.

In Camerun un quarto della popolazione (su oltre 17 milioni di abitanti) è cattolica, mentre in Africa i cattolici sono circa 150 milioni. Benedetto XVI ha accennato alla sua visita, nei prossimi giorni, al Centro Cardinal Léger, dove “potrò osservare di persona la sollecitudine pastorale di questa Chiesa locale per le persone malate e sofferenti; ed è particolarmente encomiabile che i malati di Aids in questo Paese siano curati gratuitamente”.

Il Camerun, inoltre, è “terra di speranza per molti nell’Africa Centrale”, ha proseguito, visto che “migliaia di rifugiati” dai Paesi in guerra “hanno ricevuto qui accoglienza”. Ed è “una terra di vita, con un Governo che parla chiaramente in difesa dei diritti del non nati”, una “terra di giovani” ed “una terra di pace” per aver risolto “mediante il dialogo il contenzioso sulla penisola Bakassi” insieme alla Nigeria. Il Camerun è anche descritto come un’”Africa in miniatura”, patria di oltre 200 gruppi etnici differenti “che vivono in armonia gli uni con gli altri”. Il Papa ha concluso pregando per la Chiesa in Africa e per i lavori della Seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei vescovi che si svolgerà a Roma ad ottobre.

[SM=g1740722] [SM=g1740717] [SM=g1740720]

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17/03/2009 20.29
 
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Arrivo in Camerun[SM=g1740738]






 :)

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[Modificato da Caterina63 17/03/2009 20.47]
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PAPA IN AFRICA: AI VESCOVI, “VIGILARE SU VOCAZIONI E FEDELTÀ AGLI IMPEGNI”

Un invito a “vigilare con particolare attenzione alla fedeltà dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa”: lo ha rivolto oggi Benedetto XVI ai vescovi del Camerun, durante l’incontro nella chiesa Christ-roi in Tsinga a Yaounde.
“L'autenticità della loro testimonianza – ha precisato - richiede che non vi sia alcuna differenza tra ciò che essi insegnano e ciò che vivono ogni giorno”.

Il Papa chiede dunque ai vescovi “un serio discernimento” dei candidati al sacerdozio, dando “priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali”, in modo che possano garantire ai seminaristi “una formazione umana, spirituale e pastorale solida, che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale”.

Benedetto XVI ha esortato i vescovi ad una “effettiva collaborazione tra le diocesi” per una “migliore ripartizione dei sacerdoti” e per una “solidarietà fraterna con le Chiese diocesane più povere”. Ed ha ricordato loro l’importanza dei “legami con i sacerdoti”: “Vedendo nel loro vescovo un padre e un fratello che li ama, che li ascolta e li rinfranca nelle prove, che presta un'attenzione privilegiata al loro benessere umano e materiale, essi sono incoraggiati a farsi carico pienamente del loro ministero in modo degno ed efficace”.



PAPA IN AFRICA: AI VESCOVI, “PRESERVARE FAMIGLIA E DIGNITÀ DELLA LITURGIA

Parlando ai vescovi camerunesi Benedetto XVI li ha invitati a “preservare con determinazione i valori fondamentali della famiglia africana, facendo della sua evangelizzazione in modo approfondito una delle principali priorità”. La pastorale familiare, ha aggiunto, serve a “favorire una migliore comprensione della natura, della dignità e del ruolo del matrimonio che richiede un amore indissolubile e stabile”.

A proposito della liturgia africana, solitamente festosa e gioiosa, il Papa ha suggerito: “E’ essenziale che la gioia così manifestata non sia un ostacolo ma un mezzo per entrare in dialogo e in comunione con Dio, per mezzo di una effettiva interiorizzazione delle strutture e della parole di cui si compone la liturgia, in modo che essa traduca ciò che succede nel cuore dei credenti, in unione reale con tutti i partecipanti. La dignità delle celebrazioni, soprattutto quando esse si svolgono con un grande afflusso di partecipanti, ne è un segno eloquente”.

Lo sviluppo, in Africa, di sette e movimenti esoterici, della crescita di una religiosità superstiziosa, e del relativismo, sono, per il Papa, un “invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale”. Parole di lode ha quindi rivolto agli sforzi dell’Istituto cattolico di Yaounde e alle tante associazioni di laici e di donne nella Chiesa.

Lo sviluppo, in Africa, di sette e movimenti esoterici, della crescita di una religiosità superstiziosa, e del relativismo, sono, per il Papa, un “invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale”. Parole di lode ha quindi rivolto agli sforzi dell’Istituto cattolico di Yaounde e alle tante associazioni di laici e di donne nella Chiesa.

''Vi invito a vigilare con particolare attenzione alla fedelta' dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa, affinche' perseverino nella loro vocazione, per una maggiore santita' della Chiesa e per la gloria di Dio. L'autenticita' della loro testimonianza richiede che non vi sia alcuna differenza tra cio' che essi insegnano e cio' che vivono ogni giorno''.

E' l'esortazione rivolta questa mattina da papa Benedetto XVI ai vescovi camerunensi, durante l'incontro con l'episcopato del Paese africano che si e' svolto questa mattina nella chiesa Christ-Roi nel quartiere Tsinga di Yaounde'.
Ad aprire l'incontro e' stato il presidente della Conferenza Episcopale del Camerun, l'arcivescovo di Yaounde', mons. Simon-Victor Tonye' Bakot, che ha rivolto al pontefice un indirizzo di saluto. Papa Ratzinger anche accennato al numero ancora alto di ''giovani candidati al sacerdozio'' che si presentano alla Chiesa camerunense.
''Possiamo solo ringraziarne il Signore'', ha osservato il pontefice, aggiungendo tuttavia che e' ''essenziale che sia fatto un serio discernimento'' della loro vocazione per ''garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale''.


Attendiamo i Testi integrali....[SM=g1740722]

                                

                                


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DISCORSO DEL SANTO PADRE AI VESCOVI DEL CAMERUN 18 marzo

Signor Cardinale,
Cari Fratelli nell’Episcopato,

Questo incontro con i Pastori della Chiesa Cattolica in Camerun rappresenta per me una grande gioia. Ringrazio il Presidente della vostra Conferenza Episcopale, Mons. Simon-Victor Tonyé Bakot, Arcivescovo di Yaoundé, per le amabili parole che mi ha rivolto in vostro nome. E’ la terza volta che il vostro Paese accoglie il Successore di Pietro e, come voi sapete, il motivo del mio viaggio è innanzitutto un’occasione per incontrare i popoli dell’amato continente africano ed anche per consegnare ai Presidenti delle Conferenze episcopali l'Instrumentum laboris della seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per Africa.

E questa mattina, attraverso di voi, desidero salutare con affetto tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali. La grazia e la pace del Signore Gesù siano con ciascuno di voi, con tutte le famiglie del vostro grande e bel paese, con i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i catechisti e le persone impegnate con voi nell’annuncio del Vangelo!

In questo anno consacrato a san Paolo, è particolarmente opportuno ricordarci l’urgente necessità di annunciare il Vangelo a tutti. Questo mandato, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo rimane una priorità, giacché numerose sono ancora le persone che attendono il messaggio di speranza e di amore che permetterà loro di «conoscere la libertà, la gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). Con voi dunque, cari Fratelli, sono le vostre comunità diocesane tutte intere ad essere inviate per rendere testimonianza del Vangelo.

Il Concilio Vaticano II ha ricordato con forza che « l’attività missionaria attiene profondamente alla natura stessa della Chiesa » (Ad gentes, n. 6). Per guidare e stimolare il Popolo di Dio in questo compito, i Pastori devono essere essi stessi, prima di tutto, annunciatori della fede per condurre a Cristo nuovi discepoli. L’annuncio del Vangelo è proprio del Vescovo che, come san Paolo, può così proclamare : « Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perchè è una necessità che mi si impone : guai a me se non annunciassi il Vangelo ! » (1 Co 9, 16). Per confermare e purificare la loro fede, i fedeli hanno bisogno della parola del loro Vescovo, che è il catechista per eccellenza.

Per assumere questa missione d’evangelizzazione e rispondere alle molteplici sfide della vita del mondo d’oggi, al di là degli incontri istituzionali, che sono in sé necessari, una profonda comunione deve unire tra loro i Pastori della Chiesa.

La qualità dei lavori della vostra Conferenza episcopale, che ben riflettono la vita della Chiesa e della società camerunense, vi permettono di cercare insieme risposte alle molteplici sfide che la Chiesa deve affrontare e, attraverso le vostre Lettere pastorali, di offrire direttive comuni per aiutare i fedeli nella loro vita ecclesiale e sociale. La viva coscienza della dimensione collegiale del vostro ministero deve indurvi a realizzare fra di voi le molteplici espressioni della fraternità sacramentale, che vanno dall’accoglienza e dalla stima reciproca alle diverse attenzioni di carità e di collaborazione concreta (cf. Pastores gregis, n. 59). Una effettiva collaborazione fra le diocesi, segnatamente per una migliore ripartizione dei sacerdoti nel vostro Paese, non può che favorire le relazioni di solidarietà fraterna con le Chiese diocesane più povere così che l’annuncio del Vangelo non soffra della mancanza di ministri.

Questa solidarietà apostolica si estenderà con generosità ai bisogni delle altre Chiese locali, e in particolare a quelle del vostro continente. Così apparirà chiaramente che le vostre comunità cristiane, sull’esempio di quelle che vi hanno recato il messaggio evangelico, sono esse stesse una Chiesa missionaria.

Cari Fratelli nell’Episcopato, il Vescovo e i suoi sacerdoti sono chiamati a intrattenere relazioni di particolare comunione, fondate sulla loro speciale partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, anche se in gradi diversi.

La qualità dei legami con i sacerdoti che sono i vostri principali e irrinunciabili collaboratori, è di fondamentale importanza. Vedendo nel loro Vescovo un padre e un fratello che li ama, che li ascolta e li rinfranca nelle prove, che presta un'attenzione privilegiata al loro benessere umano e materiale, essi sono incoraggiati a farsi carico pienamente del loro ministero in modo degno ed efficace.

L’esempio e la parola del loro Vescovo è per essi un aiuto prezioso per dare alla loro vita spirituale e sacramentale un posto centrale nel loro ministero, incoraggiandoli a scoprire e vivere sempre più profondamente che lo specifico del pastore è essere innanzitutto un uomo di preghiera e che la vita spirituale e sacramentale è una straordinaria ricchezza dataci per noi stessi e per il bene del popolo che ci è affidato.

Vi invito infine a vigilare con particolare attenzione alla fedeltà dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa, affinché perseverino nella loro vocazione, per una maggiore santità della Chiesa e per la gloria di Dio.

L'autenticità della loro testimonianza richiede che non vi sia alcuna differenza tra ciò che essi insegnano e ciò che vivono ogni giorno.

Nelle vostre diocesi numerosi giovani si presentano come candidati al sacerdozio. Possiamo solo ringraziarne il Signore.

E’ essenziale che sia fatto un serio discernimento
. A tal fine, vi incoraggio, nonostante le difficoltà organizzative a livello pastorale che talvolta possono sorgere, a dare priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali. Essi devono avere una conoscenza personale e approfondita dei candidati al sacerdozio ed essere in grado di garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale. Il vostro costante sostegno fraterno aiuterà i formatori a svolgere il loro compito con l'amore per la Chiesa e la sua missione.

A partire dalle origini della fede cristiana in Camerun, i religiosi e le religiose hanno dato un contributo fondamentale alla vita della Chiesa. Con voi rendo grazie a Dio e mi compiaccio dello sviluppo della vita consacrata tra le figlie e i figli del vostro Paese, che ha consentito anche la manifestazione dei carismi propri dell’Africa nelle comunità sorte nel vostro Paese. In effetti, la professione dei consigli evangelici è come « un segno che può e deve attirare efficacemente i membri della Chiesa a compiere generosamente i doveri della vocazione cristiana » (Lumen gentium, n. 44).
Nel vostro servizio per annunciare il Vangelo, siete anche aiutati da altri operatori pastorali, in particolare i catechisti. Nell'evangelizzazione del vostro Paese essi hanno avuto e hanno ancora un ruolo determinante. Li ringrazio per la loro generosità e la fedeltà al servizio della Chiesa. Per loro tramite si realizza una autentica inculturazione della fede.

La loro formazione umana, spirituale e dottrinale è dunque essenziale. Il sostegno materiale, morale e spirituale che i pastori offrono per compiere la loro missione in buone condizioni di vita e di lavoro, è anche per essi l'espressione del riconoscimento da parte della Chiesa dell'importanza del loro impegno per l'annuncio e lo sviluppo della fede.

Tra le numerose sfide che incontrate nella vostra responsabilità di Pastori, vi preoccupa particolarmente la situazione della famiglia. Le difficoltà dovute in special modo all’impatto della modernità e della secolarizzazione con la società tradizionale, vi incitano a preservare con determinazione i valori fondamentali della famiglia africana, facendo della sua evangelizzazione in modo approfondito una delle principali priorità. Nel promuovere la pastorale familiare, voi vi impegnate a favorire una migliore comprensione della natura, della dignità e del ruolo del matrimonio che richiede un amore indissolubile e stabile.

La liturgia occupa un posto importante nella manifestazione della fede delle vostre comunità. Di solito queste celebrazioni ecclesiali sono festose e gioiose, esprimendo il fervore dei fedeli, felici di essere insieme, come Chiesa, per lodare il Signore.

E’ dunque essenziale che la gioia così manifestata non sia un ostacolo ma un mezzo per entrare in dialogo e in comunione con Dio, per mezzo di una effettiva interiorizzazione delle strutture e della parole di cui si compone la liturgia, in modo che essa traduca ciò che succede nel cuore dei credenti, in unione reale con tutti i partecipanti. La dignità delle celebrazioni, soprattutto quando esse si svolgono con un grande afflusso di partecipanti, ne è un segno eloquente.

Lo sviluppo di sette e movimenti esoterici come pure la crescente influenza di una religiosità superstiziosa, come anche del relativismo, sono un invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale. In questa prospettiva, desidero incoraggiare e lodare gli sforzi dell'Istituto cattolico di Yaoundé e di tutte le istituzioni ecclesiali la cui missione è quella di rendere accessibile e comprensibile a tutti la Parola di Dio e l'insegnamento della Chiesa. Sono lieto di sapere che nel vostro paese i fedeli laici sono sempre più impegnati nella vita della Chiesa e della società. Le numerose associazioni di laici che fioriscono nelle vostre diocesi, sono segno dell’opera dello Spirito nel cuore dei fedeli e contribuiscono a un nuovo annuncio del Vangelo. Sono lieto di evidenziare e incoraggiare la partecipazione attiva delle associazioni femminili nei vari settori della missione della Chiesa, dimostrando così una reale consapevolezza della dignità della donna e la sua specifica vocazione nella comunità ecclesiale e nella società. Ringrazio Dio per l’impegno che i laici da voi manifestano di contribuire al futuro della Chiesa e all’annuncio del Vangelo. Attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana e i doni dello Spirito Santo, essi sono abilitati e impegnati ad annunciare il Vangelo servendo la persona e la società. Vi incoraggio pertanto vivamente a perseverare nei vostri sforzi per dare ad essi una solida formazione cristiana che consenta loro di « svolgere pienamente il loro ruolo di animazione cristiana dell’ordine temporale (politico, culturale, economico, sociale), che è una caratteristica della vocazione secolare del laicato ». (Ecclesia in Africa, n. 75).

Nel contesto della globalizzazione in cui ci troviamo, la Chiesa ha un interesse particolare per le persone più bisognose. La missione del Vescovo lo impegna ad essere il principale difensore dei diritti dei poveri, a promuovere e favorire l'esercizio della carità, manifestazione dell’amore del Signore per i piccoli.

In questo modo, i fedeli sono portati a cogliere in modo concreto che la Chiesa è una vera famiglia di Dio, riunita dall’amore fraterno, che esclude ogni etnocentrismo e particolarismo eccessivi e contribuisce alla riconciliazione e alla cooperazione tra le etnie per il bene di tutti. D'altra parte, la Chiesa, attraverso la sua dottrina sociale, vuole risvegliare la speranza nei cuori degli esclusi. E’ anche dovere dei cristiani, specialmente dei laici che hanno responsabilità sociali, economiche, politiche, di lasciarsi guidare dalla dottrina sociale della Chiesa, per contribuire alla costruzione di un mondo più giusto in cui ciascuno potrà vivere dignitosamente.

Signor Cardinale, cari Fratelli nell’Episcopato, al termine del nostro incontro vorrei esprimere ancora la mia gioia di trovarmi nel vostro paese e di incontrare il popolo camerunense. Vi ringrazio per la vostra accoglienza calorosa, segno della generosa ospitalità africana. La Vergine Maria, Nostra Signora d’Africa, vegli su tutte le vostre comunità diocesane. A Lei affido l’intero popolo camerunense, e di gran cuore vi imparto una affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai catechisti e a tutti i fedeli delle vostre diocesi.

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[Modificato da Caterina63 18/03/2009 13.56]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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18/03/2009 18.25
 
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L'incontro del Pontefice con i giornalisti durante il viaggio in aereo verso l'Africa
Senza etica l'economia non funziona

    Pubblichiamo il testo integrale della conferenza stampa svoltasi martedì mattina, 17 marzo, durante il viaggio aereo verso Yaoundé, introdotta da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede.


    Santità, benvenuto in mezzo al gruppo dei colleghi:  siamo una settantina che ci stiamo accingendo a vivere questo viaggio con Lei. Le facciamo i migliori auguri e speriamo di poterLa accompagnare con il nostro servizio, in modo tale da far partecipare anche tante altre persone a questa avventura. Come al solito, noi Le siamo molto grati per la conversazione che adesso ci concede; l'abbiamo preparata raccogliendo, nei giorni scorsi, un certo numero di domande da parte dei colleghi - ne ho ricevute una trentina - e poi ne abbiamo scelte alcune che potessero presentare un discorso un po' completo su questo viaggio e che potessero interessare tutti; e Le siamo molto grati per le risposte che ci darà. La prima domanda la pone il nostro collega Brunelli, della televisione italiana, che si trova qui, alla nostra destra:

    Santità, da tempo - e in particolare, dopo la Sua ultima lettera ai vescovi del mondo - molti giornali parlano di "solitudine del Papa". Ecco:  Lei che cosa ne pensa? Si sente davvero solo? E con quali sentimenti, dopo le recenti vicende, ora vola verso l'Africa con noi?

    Per dire la verità, devo dire che mi viene un po' da ridere su questo mito della mia solitudine:  in nessun modo mi sento solo. Ogni giorno ricevo nelle visite di tabella i collaboratori più stretti, incominciando dal Segretario di Stato fino alla Congregazione di Propaganda Fide, eccetera; vedo poi tutti i capi dicastero regolarmente, ogni giorno ricevo vescovi in visita "ad limina" - ultimamente tutti i vescovi, uno dopo l'altro, della Nigeria, poi i Vescovi dell'Argentina... Abbiamo avuto due plenarie in questi giorni, una della Congregazione per il Culto Divino e l'altra della Congregazione per il Clero, e poi colloqui amichevoli; una rete di amicizia, anche i miei compagni di Messa dalla Germania sono venuti recentemente per un giorno, per chiacchierare con me... Allora, dunque, la solitudine non è un problema, sono realmente circondato da amici in una splendida collaborazione con vescovi, con collaboratori, con laici e sono grato per questo. In Africa vado con grande gioia:  io amo l'Africa, ho tanti amici africani già dai tempi in cui ero professore fino a tutt'oggi; amo la gioia della fede, questa gioiosa fede che si trova in Africa. Voi sapete che il mandato del Signore per il successore di Pietro è "confermare i fratelli nella fede":  io cerco di farlo. Ma sono sicuro che tornerò io stesso confermato dai fratelli, contagiato - per così dire - dalla loro gioiosa fede.


    La seconda domanda viene fatta da John Davis, responsabile della sezione romana dell'agenzia di notizie cattolica degli Stati Uniti:

    Santità, Lei va in viaggio in Africa mentre è in corso una crisi economica mondiale che ha i suoi riflessi anche sui Paesi poveri. Peraltro, l'Africa in questo momento deve affrontare una crisi alimentare. Vorrei chiedere tre cose:  questa situazione troverà eco nel Suo viaggio? E:  Lei si rivolgerà alla comunità internazionale affinché si faccia carico dei problemi dell'Africa? E, la terza cosa, si parlerà di questi problemi anche nell'Enciclica che sta preparando?

    Grazie per la domanda. Naturalmente, io non vado in Africa con un programma politico-economico, per cui mi mancherebbe la competenza. Vado con un programma religioso, di fede, di morale, ma proprio questo è anche un contributo essenziale al problema della crisi economica che viviamo in questo momento. Tutti sappiamo che un elemento fondamentale della crisi è proprio un deficit di etica nelle strutture economiche; si è capito che l'etica non è una cosa "fuori" dall'economia, ma "dentro" e che l'economia non funziona se non porta in sé l'elemento etico. Perciò, parlando di Dio e parlando dei grandi valori spirituali che costituiscono la vita cristiana, cercherò di dare un contributo proprio anche per superare questa crisi, per rinnovare il sistema economico dal di dentro, dove sta il punto della vera crisi. E, naturalmente, farò appello alla solidarietà internazionale:  la Chiesa è cattolica, cioè universale, aperta a tutte le culture, a tutti i continenti; è presente in tutti i sistemi politici e così la solidarietà è un principio interno, fondamentale per il cattolicesimo. Vorrei rivolgere naturalmente un appello innanzitutto alla solidarietà cattolica stessa, estendendolo però anche alla solidarietà di tutti coloro che vedono la loro responsabilità nella società umana di oggi. Ovviamente parlerò di questo anche nell'Enciclica:  questo è un motivo del ritardo. Eravamo quasi arrivati a pubblicarla, quando si è scatenata questa crisi e abbiamo ripreso il testo per rispondere più adeguatamente, nell'ambito delle nostre competenze, nell'ambito della Dottrina sociale della Chiesa, ma con riferimento agli elementi reali della crisi attuale. Così spero che l'Enciclica possa anche essere un elemento, una forza per superare la difficile situazione presente.

    Santità, la terza domanda ci viene posta dalla nostra collega Isabelle de Gaulmyn, de "La Croix":

    Très Saint-Père, bonjour. Faccio la domanda in italiano, ma se gentilmente può rispondere in francese... Il Consiglio speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi ha chiesto che la forte crescita quantitativa della Chiesa africana diventi anche una crescita qualitativa. A volte, i responsabili della Chiesa sono considerati come un gruppo di ricchi e privilegiati e i loro comportamenti non sono coerenti con l'annuncio del Vangelo. Lei inviterà la Chiesa in Africa a un impegno di esame di coscienza e di purificazione delle sue strutture?

    J'essayerai, si c'est possible, de parler en français. J'ai une vision plus positive de l'Eglise en Afrique:  c'est une Eglise très proche des pauvres, une Eglise avec les souffrants, avec des personnes qui ont besoin d'aide et donc il me semble que l'Eglise est réellement une institution qui fonctionne encore, alors que d'autres structures ne fonctionnent plus, et avec son système d'éducation, d'hôpitaux, d'aide, dans toutes ces situations, elle est présente dans le monde des pauvres et des souffrants. Naturellement, le pêché originel est présent aussi dans l'Eglise; il n'y a pas une société parfaite et donc il y a aussi des pêcheurs et des déficiences dans l'Eglise en Afrique, et dans ce sens un examen de conscience, une purification intérieure est toujours nécessaire, et je rappellerais aussi dans ce sens la liturgie eucharistique:  on commence toujours avec une purification de la conscience, et un nouveau commencement devant la présence du Seigneur. Et je dirais plus qu'une purification des structures, qui est toujours aussi nécessaire, une purification des coeurs est nécessaire, parce que les structures sont le reflet des coeurs, et nous faisons notre possible pour donner une nouvelle force à la spiritualité, à la présence de Dieu dans notre coeur, soit pour purifier les structures de l'Eglise, soit aussi pour aider la purification des structures de la société.

    Questa è una nostra traduzione italiana della risposta del Papa.

    Cercherò, se possibile, di parlare in francese. Io ho una visione molto positiva della Chiesa in Africa:  è una Chiesa molto vicina ai poveri, una Chiesa con i sofferenti, con persone che hanno bisogno di aiuto. Mi sembra quindi che la Chiesa sia realmente un'istituzione che funziona ancora, mentre altre strutture non funzionano più, e con il suo sistema d'istruzione, di ospedali e di aiuto, in tutte queste situazioni, è presente nel mondo dei poveri e dei sofferenti. Naturalmente, il peccato originale è presente anche nella Chiesa. Non esiste una società perfetta e dunque vi sono peccatori e mancanze nella Chiesa in Africa. In tal senso un esame di coscienza e una purificazione interiore sono sempre necessari. Ricorderei a tale riguardo anche la liturgia eucaristica:  si inizia sempre con una purificazione della coscienza e un nuovo inizio alla presenza del Signore. Direi più che una purificazione delle strutture, che è comunque necessaria, a essere necessaria è una purificazione dei cuori, poiché le strutture sono il riflesso dei cuori. Noi facciamo il possibile per dare nuova forza alla spiritualità, alla presenza di Dio nel nostro cuore, sia per purificare le strutture della Chiesa sia per aiutare la purificazione delle strutture della società.


    Adesso, una domanda che viene dalla componente tedesca di questo gruppo di giornalisti:  è Elisa Kramer che rappresenta il Sankt Ulrich Verlag, che ci fa la domanda:

    Heiliger Vater, gute Reise! Padre Lombardi mi ha detto di parlare in italiano, così faccio la domanda in italiano. Quando Lei si rivolge all'Europa, parla spesso di un orizzonte dal quale Dio sembra scomparire. In Africa non è così, ma vi è una presenza aggressiva delle sètte, vi sono le religioni tradizionali africane. Qual è allora la specificità del messaggio della Chiesa cattolica che Lei vuole presentare in questo contesto?

    Allora, prima riconosciamo tutti che in Africa il problema dell'ateismo quasi non si pone, perché la realtà di Dio è così presente, così reale nel cuore degli africani che non credere in Dio, vivere senza Dio non appare una tentazione. È vero che ci sono anche i problemi delle sètte:  non annunciamo, noi, come fanno alcuni di loro, un Vangelo di prosperità, ma un realismo cristiano; non annunciamo miracoli, come alcuni fanno, ma la sobrietà della vita cristiana. Siamo convinti che tutta questa sobrietà, questo realismo che annuncia un Dio che si è fatto uomo, quindi un Dio profondamente umano, un Dio che soffre, anche, con noi, dà un senso alla nostra sofferenza per un annuncio con un orizzonte più vasto, che ha più futuro. E sappiamo che queste sètte non sono molto stabili nella loro consistenza:  sul momento può fare bene l'annuncio della prosperità, di guarigioni miracolose ecc., ma dopo un po' di tempo si vede che la vita è difficile, che un Dio umano, un Dio che soffre con noi è più convincente, più vero, e offre un più grande aiuto per la vita. È importante, anche, che noi abbiamo la struttura della Chiesa cattolica. Annunciamo non un piccolo gruppo che dopo un certo tempo si isola e si perde, ma entriamo in questa grande rete universale della cattolicità, non solo trans-temporale, ma presente soprattutto come una grande rete di amicizia che ci unisce e ci aiuta anche a superare l'individualismo per giungere a questa unità nella diversità, che è la vera promessa.

    E ora, diamo di nuovo la parola ad una voce francese:  è il nostro collega Philippe Visseyrias di France 2:

    Santità, tra i molti mali che travagliano l'Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell'Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio?

    Io direi il contrario:  penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l'Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà.
    Penso alla Comunità di Sant'Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l'Aids, ai camilliani, a tutte le suore che sono a disposizione dei malati... Direi che non si può superare questo problema dell'Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c'è l'anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di preservativi:  al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno:  il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l'uno con l'altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, a essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l'uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell'altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo e importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

    E ora, un'ultima domanda che viene addirittura dal Cile, perché noi siamo quindi molto internazionali:  abbiamo anche la corrispondente della televisione cattolica cilena con noi. E le diamo la voce per l'ultima domanda:  Maria Burgos...

    Grazie, padre Lombardi. Santità, quali segni di speranza vede la Chiesa nel continente africano? E:  Lei pensa di poter rivolgere all'Africa un messaggio di speranza?

    La nostra fede è speranza per definizione:  lo dice la Sacra Scrittura. E perciò, chi porta la fede è convinto di portare anche la speranza. Mi sembra, nonostante tutti i problemi che conosciamo bene, che ci siano grandi segni di speranza. Nuovi governi, nuova disponibilità di collaborazione, lotta contro la corruzione - un grande male che dev'essere superato! - e anche l'apertura delle religioni tradizionali alla fede cristiana, perché nelle religioni tradizionali tutti conoscono Dio, l'unico Dio, ma appare un po' lontano. Aspettano che si avvicini. È nell'annuncio del Dio fattosi Uomo che queste si riconoscono:  Dio si è realmente avvicinato. Poi, la Chiesa cattolica ha tanto in comune:  diciamo, il culto degli antenati trova la sua risposta nella comunione dei santi, nel purgatorio. I santi non sono solo i canonizzati, sono tutti i nostri morti. E così, nel Corpo di Cristo si realizza proprio anche quanto intuiva il culto degli antenati. E così via. Così c'è un incontro profondo che dà realmente speranza. E cresce anche il dialogo interreligioso - ho parlato io adesso con più della metà dei vescovi africani, e le relazioni con i musulmani, nonostante i problemi che si possono verificare, sono molto promettenti, essi mi hanno detto; il dialogo cresce nel rispetto reciproco e la collaborazione nelle comuni responsabilità etiche. E del resto anche cresce questo senso di cattolicità che aiuta a superare il tribalismo, uno dei grandi problemi, e ne scaturisce la gioia di essere cristiani. Un problema delle religioni tradizionali è la paura degli spiriti. Uno dei vescovi africani mi ha detto:  uno è realmente convertito al cristianesimo, è divenuto pienamente cristiano quando sa che Cristo è realmente più forte. Non c'è più paura. E anche questo è un fenomeno in crescita. Così, direi, con tanti elementi e problemi che non possono mancare, crescono le forze spirituali, economiche, umane che ci danno speranza, e vorrei proprio mettere in luce gli elementi di speranza.



(©L'Osservatore Romano - 19 marzo 2009)



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Amici....ho appena terminato di seguire la diretta della Messa, è terminata l'omelia e sono ancora commossa e con le lacrime agli occhi per le espressioni usate dal Papa al popolo africano e così anche a tutti noi.....

Il Papa ha toccato tutti i temi e portando l'esempio di san Giuseppe, ha invitato tutti a trovare il coraggio, la forza, per contrastare la cultura dell'autodistruzione...
Benedetto XVI non ha semplicemente ribadito la dottrina della Chiesa, ma l'ha incanalata dentro parole D'AMORE VERO, parole di VITA, parole di VIA...ha parlato di lasciarsi guidare DALLA MADRE CHIESA, di fidarsi come si fidò Giuseppe, di non temere di prendere MARIA=LA CHIESA sia come SPOSA per i futuri sacerdoti, sia per i coniugi in qualità di FAMIGLIA CRISTIANA....

Benedetto XVI ha davvero PAROLE che arrivano in fondo al cuore, per questo sta subendo molti attacchi....



Ecco il testo integrale....[SM=g1740717]


SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari Fratelli nell’Episcopato,
Cari fratelli e sorelle,

sia lodato Gesù Cristo che ci riunisce oggi in questo stadio, per farci penetrare più profondamente nella sua vita! Gesù Cristo ci raduna in questo giorno in cui la Chiesa, qui in Camerun come su tutta la terra, celebra la festa di san Giuseppe, sposo della Vergine Maria.

Inizio coll’augurare un’ottima festa a tutti coloro che, come me, hanno ricevuto la grazia di portare questo bel nome, e chiedo a san Giuseppe di accordare loro una protezione speciale guidandoli verso il Signore Gesù Cristo tutti i giorni della loro vita.

Saluto anche le parrocchie, le scuole e i collegi, le istituzioni che portano il nome di san Giuseppe. Ringrazio Mons. Tonyé Bakot, Arcivescovo di Yaoundé, per le sue gentili parole e rivolgo un saluto caloroso ai rappresentanti delle Conferenze Episcopali d’Africa venuti a Yaoundé in occasione della pubblicazione dell’Instrumentum laboris della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi.
Come possiamo entrare nella grazia specifica di questo giorno? Fra poco, a conclusione della Messa, la liturgia ci svelerà il punto culminane della nostra meditazione, quando ci farà dire: «Con questo nutrimento ricevuto al tuo altare, Signore, hai saziato la tua famiglia, gioiosa di festeggiare san Giuseppe; custodiscila sempre sotto la tua protezione e veglia sui doni che le hai fatto».

Voi vedete, noi domandiamo al Signore di custodire sempre la Chiesa sotto la sua costante protezione – ed Egli lo fa! – esattamente come Giuseppe ha protetto la sua famiglia e ha vegliato sui primi anni di Gesù bambino.

Il Vangelo ce lo ha appena ricordato. L’Angelo gli aveva detto: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20), ed è esattamente quello che ha fatto: «Egli fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). Perché san Matteo ha tenuto ad annotare questa fedeltà alle parole ricevute dal messaggero di Dio, se non per invitarci ad imitare questa fedeltà piena di amore?
La prima lettura che abbiamo appena ascoltato non parla esplicitamente di san Giuseppe, ma ci dice molte cose su di lui. Il profeta Natan va a dire a Davide su ordine del Signore stesso: «Io susciterò un tuo discendente dopo di te» (2 Sam 7,12). Davide deve accettare di morire senza vedere la realizzazione di questa promessa, che si tradurrà in atto «quando i suoi giorni saranno compiuti» ed egli dormirà «con i suoi padri». Così vediamo che uno dei desideri più cari dell’uomo, quello di essere testimone della fecondità della sua azione, non è sempre esaudito da Dio.

Penso a quelli tra di voi che sono padri e madri di famiglia: essi hanno molto legittimamente il desiderio di dare il meglio di loro stessi ai lori figli e li vogliono vedere pervenire ad una vera riuscita. Tuttavia, non bisogna ingannarsi circa questa riuscita: quello che Dio domanda a Davide è di darGli fiducia.

Davide stesso non vedrà il suo successore, colui che avrà un trono «stabile per sempre» (2 Sam 7,16), perché questo successore annunciato sotto il velo della profezia è Gesù. Davide si fida di Dio. Ugualmente, Giuseppe dà fiducia a Dio quando ascolta il suo messaggero, il suo Angelo, dirgli: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20).

Giuseppe è, nella storia, l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti ad un annuncio così stupefacente.

E voi, cari padri e madri di famiglia che mi ascoltate, avete fiducia in Dio che fa di voi i padri e le madri dei suoi figli di adozione? Accettate che Egli possa contare su di voi per trasmettere ai vostri figli i valori umani e spirituali che avete ricevuto e che li faranno vivere nell’amore e nel rispetto del suo santo Nome?

In questo nostro tempo, in cui tante persone senza scrupoli cercano di imporre il regno del denaro disprezzando i più indigenti, voi dovete essere molto attenti. L’Africa in generale, ed il Camerun in particolare, sono in pericolo se non riconoscono il Vero Autore della Vita! Fratelli e sorelle del Camerun e dell’Africa, voi che avete ricevuto da Dio tante qualità umane, abbiate cura delle vostre anime! Non lasciatevi affascinare da false glorie e da falsi ideali. Credete, si, continuate a credere che Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, è il solo ad amarvi come voi vi aspettate, che è il solo a potervi soddisfare, a poter dare stabilità alle vostre vite. Cristo è l’unico cammino di Vita.

Solo Dio poteva dare a Giuseppe la forza di far credito all’angelo. Solo Dio vi darà, cari fratelli e sorelle che siete sposati, la forza di educare la vostra famiglia come Egli vuole. DomandateGlielo! Dio ama che gli si domandi quello che egli vuole donare. DomandateGli la grazia di un amore vero e sempre più fedele, ad immagine del Suo amore. Come dice magnificamente il Salmo: il suo «amore è edificato per sempre, [la sua] fedeltà è più stabile dei cieli» (Sal 88, 3).
Come in altri continenti, oggi la famiglia conosce effettivamente, nel vostro Paese e nel resto dell’Africa, un periodo difficile che la sua fedeltà a Dio l’aiuterà a superare. Alcuni valori della vita tradizionale sono stati sconvolti. I rapporti tra le generazioni si sono modificati in una maniera tale da non favorire più come prima la trasmissione della conoscenze antiche e della saggezza ereditata dagli antenati. Troppo spesso si assiste ad un esodo rurale paragonabile a quello che numerosi altri periodi umani hanno conosciuto. La qualità dei legami familiari ne risulta profondamente intaccata. Sradicati e resi più fragili, i membri delle giovani generazioni, spesso –ahimè! - senza un vero lavoro, cercano rimedi al loro male di vivere rifugiandosi in paradisi effimeri e artificiali importati di cui si sa che non arrivano mai ad assicurare all’uomo una felicità profonda e duratura.

A volte anche l’uomo africano è costretto a fuggire fuori da se stesso, e ad abbandonare tutto ciò che costituiva la sua ricchezza interiore. Messo a confronto col fenomeno di una urbanizzazione galoppante, egli abbandona la sua terra, fisicamente e moralmente, non come Abramo per rispondere alla chiamata del Signore, ma per una sorta di esilio interiore che lo allontana dal suo stesso essere, dai suoi fratelli e sorelle di sangue e da Dio stesso.

Vi è dunque una fatalità, una evoluzione inevitabile? Certo che no! Più che mai dobbiamo «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18). Voglio rendere omaggio qui con ammirazione e riconoscenza al notevole lavoro realizzato da innumerevoli associazioni che incoraggiano la vita di fede e la pratica della carità. Ne siano calorosamente ringraziate! Trovino nella Parola di Dio un ritorno di forza per portare felicemente a termine tutti i loro progetti al servizio di uno sviluppo integrale della persona umana in Africa, e in particolare in Camerun.
La prima priorità consisterà nel ridare senso all’accoglienza della vita come dono di Dio. Per la Sacra Scrittura come per la migliore saggezza del vostro continente, l’arrivo di un bambino è una grazia, una benedizione di Dio. L’umanità è oggi invitata a modificare il suo sguardo: in effetti, ogni essere umano, anche il più piccolo e povero, è creato «ad immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,27). Egli deve vivere! La morte non deve prevalere sulla vita! La morte non avrà mai l’ultima parola!
Figli e figlie d’Africa, non abbiate paura di credere, di sperare e di amare, non abbiate paura di dire che Gesù è la Via, la Verità e la Vita, che soltanto da lui possiamo essere salvati. San Paolo è l’autore ispirato che lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa per essere il «maestro dei pagani» (1Tm 2,7), quando ci dice che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18).
«Saldo nella speranza contro ogni speranza»: non è una magnifica definizione del cristiano?

L’Africa è chiamata alla speranza attraverso voi e in voi! Col Cristo Gesù, che ha calpestato il suolo africano, l’Africa può diventare il continente della speranza. Noi tutti siamo membri dei popoli che Dio ha dato come discendenza ad Abramo. Ciascuno e ciascuna di noi è pensato, voluto e amato da Dio. Ciascuno e ciascuna di noi ha il suo ruolo da giocare nel piano di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Se lo scoraggiamento vi invade, pensate alla fede di Giuseppe; se l’inquietudine vi prende, pensate alla speranza di Giuseppe, discendente di Abramo che sperava contro ogni speranza; se vi prende l’avversione o l’odio, pensate all’amore di Giuseppe, che fu il primo uomo a scoprire il volto umano di Dio nella persona del bambino concepito dallo Spirito santo nel seno della Vergine Maria. Benediciamo Cristo per essersi fatto così vicino a noi e rendiamoGli grazie di averci dato Giuseppe come esempio e modello dell’amore verso di Lui.

Cari fratelli e sorelle, ve lo dico di nuovo di tutto cuore: come Giuseppe, non temete di prendere Maria con voi, cioè non temete di amare la Chiesa. Maria, Madre della Chiesa, vi insegnerà a seguire i suoi Pastori, ad amare i vostri Vescovi, i vostri preti, i vostri diaconi e i vostri catechisti, e a seguire ciò che vi insegnano e a pregare secondo le loro intenzioni. Voi che siete sposati, guardate l’amore di Giuseppe per Maria e per Gesù; voi che vi preparate al matrimonio, rispettate la vostra o il vostro futuro coniuge come fece Giuseppe; voi che vi siete consacrati a Dio nel celibato, riflettete sull’insegnamento della Chiesa nostra Madre: «La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità soni i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’Alleanza di Dio col suo popolo» (Redemptoris custos, 20).
Vorrei ancora rivolgere una esortazione particolare ai padri di famiglia, poiché san Giuseppe è il loro modello. San Giuseppe rivela il mistero della paternità di Dio su Cristo e su ciascuno di noi. E’ lui che può loro insegnare il segreto della loro stessa paternità, egli che ha vegliato sul Figlio dell’Uomo. Anche ogni padre riceve da Dio i suoi figli creati ad immagine e somiglianza di Lui. San Giuseppe è stato lo sposo di Maria. Anche ogni padre di famiglia si vede confidare il mistero della donna attraverso la sua propria sposa. Come San Giuseppe, cari padri di famiglia, rispettate e amate la vostra sposa, e guidate i vostri bambini, con amore e con la vostra presenza accorta, verso Dio dove essi devono essere (cfr Lc 2,49).

Infine, a tutti i giovani che sono qui, io rivolgo parole di amicizia e di incoraggiamento: davanti alle difficoltà della vita, mantenete il coraggio! La vostra esistenza ha un prezzo infinito agli occhi di Dio. Lasciatevi prendere da Cristo, accettate di donarGli il vostro amore e, perché no, voi stessi nel sacerdozio o nella vita consacrata! È il più alto servizio. Ai bambini che non hanno più un padre o che vivono abbandonati nella miseria della strada, a coloro che sono separati violentemente dai loro genitori, maltrattati e abusati, e arruolati a forza in gruppi militari che imperversano in alcuni Paesi, vorrei dire: Dio vi ama, non vi dimentica e san Giuseppe vi protegge! Invocatelo con fiducia.

Dio vi benedica e vi custodisca tutti! Vi dia la grazia di avanzare verso di Lui con fedeltà. Doni alle vostre vite la stabilità per raccogliere il frutto che Egli si aspetta da voi! Vi renda testimoni del suo amore, qui, in Camerun, e fino alle estremità della terra! Io Lo prego con fervore di farvi gustare la gioia di appartenerGli, ora e per i secoli dei secoli. Amen.

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Ho seguito la diretta dell'incontro con gli ammalati del Centro....
Benedetto XVI è davvero modesto ma ricco nei gesti e nelle parole pur muovendosi sempre con quella "timidezza" caratteriale" che davvero conquista... Occhiolino
Dopo il discorso è andato personalmente a salutare UNO AD UNO gli ammalati lì presenti, bambini, adulti, anziani... Sorriso




Discorso del Papa ai malati del Centro Card. Léger di Yaoundé

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Signora Ministro per gli Affari Sociali,
Signor Ministro della Sanità,
Cari fratelli nell’Episcopato e caro Monsignor Giuseppe Djida,
Signor Direttore del Centro Cardinal Léger,
Gentile personale assistenziale, cari malati,

ho vivamente desiderato trascorrere questi momenti con voi, e sono felice di potervi salutare. Un saluto particolare rivolgo a voi, fratelli e sorelle che portate il peso della malattia e della sofferenza. Voi sapete di non essere soli nella vostra sofferenza, perché Cristo stesso è solidale con coloro che soffrono. Egli rivela ai malati e agli infermi il posto che essi hanno nel cuore di Dio e nella società. L’evangelista Marco ci offre come esempio la guarigione della suocera di Pietro: "Senza attendere oltre – sta scritto - si parla a Gesù della malata. Gesù si avvicina a lei, la prende per mano e la fa alzare" (Mc 1,30-31). In questo passo del Vangelo noi vediamo Gesù vivere una giornata tra i malati per sollevarli. Egli ci rivela anche, con gesti concreti, la sua tenerezza e la sua benevola attenzione verso tutti quelli che hanno il cuore spezzato e il corpo ferito.

Da questo Centro, che porta il nome del Cardinale Paolo Emilio Léger, figlio del Canada, che venne tra voi per curare i corpi e le anime, io non dimentico coloro che, nelle loro case, negli ospedali, negli ambienti specializzati o nei dispensari, sono portatori di un handicap, sia motorio che mentale, né coloro che nella loro carne portano i segni delle violenze e delle guerre.

Penso anche a tutti i malati, e specialmente qui, in Africa, a quelli che sono vittime di malattie come l’Aids, la malaria e la tubercolosi. So bene come presso di voi la Chiesa cattolica sia fortemente impegnata in una lotta efficace contro questi terribili flagelli, e la incoraggio a proseguire con determinazione questa opera urgente.

A voi che siete provati dalla malattia e dalla sofferenza, a tutte le vostre famiglie, desidero portare da parte del Signore un pò di conforto, rinnovarvi il mio sostegno ed invitarvi a rivolgervi a Cristo e a Maria che egli ci ha dato come Madre. Ella ha conosciuto la sofferenza, ed ha seguito suo Figlio sul cammino del Calvario, conservando nel suo cuore l’amore medesimo che Gesù è venuto a portare a tutti gli uomini.

Davanti alla sofferenza, la malattia e la morte, l’uomo è tentato di gridare sotto l’effetto del dolore, come ha fatto Giobbe, il cui nome significa ‘sofferente’ (cfr Gregorio Magno, Moralia in Job, I, 1, 15). Gesù stesso ha gridato poco prima di morire (cfr Mc 15,37; Eb 5,7). Quando la nostra condizione si degrada, l’angoscia aumenta; alcuni sono tentati di dubitare della presenza di Dio nella loro esistenza. Giobbe, al contrario, è consapevole della presenza di Dio nella sua vita; il suo grido non si fa ribellione, ma, dal profondo della sua sventura, egli fa emergere la sua fiducia (cfr Gb19;42,2-6). I suoi amici, come ognuno di noi davanti alla sofferenza di una persona cara, si sforzano di consolarlo, ma usano delle parole vuote.

In presenza di sofferenze atroci, noi ci sentiamo sprovveduti e non troviamo le parole giuste. Davanti ad un fratello o una sorella immerso nel mistero della Croce, il silenzio rispettoso e compassionevole, la nostra presenza sostenuta dalla preghiera, un gesto di tenerezza e di conforto, uno sguardo, un sorriso, possono fare più che tanti discorsi.

Questa esperienza è stata vissuta da un piccolo gruppo di uomini e donne tra i quali la Vergine Maria e l’Apostolo Giovanni, che hanno seguito Gesù al culmine della sua sofferenza nella sua passione e morte sulla Croce. Tra costoro, ci ricorda il Vangelo, c’era un africano, Simone di Cirene. Egli venne incaricato di aiutare Gesù a portare la Sua Croce sul cammino verso il Golgota. Quest’uomo, anche se involontariamente, è venuto in aiuto all’Uomo dei dolori, abbandonato da tutti i suoi e consegnato ad una violenza cieca. La storia ricorda dunque che un africano, un figlio del vostro continente, ha partecipato, con la sua stessa sofferenza, alla pena infinita di Colui che ha redento tutti gli uomini compresi i suoi persecutori. Simone di Cirene non poteva sapere che egli aveva il suo Salvatore davanti agli occhi. Egli è stato "requisito" per aiutarlo (cfr Mc 15,21); egli fu costretto, forzato a farlo. E’ difficile accettare di portare la croce di un altro. E’ solo dopo la risurrezione che egli ha potuto comprendere quello che aveva fatto. Così è per ciascuno di noi, fratelli e sorelle: al cuore della disperazione, della rivolta, il Cristo ci propone la Sua presenza amabile anche se noi fatichiamo a comprendere che egli ci è accanto. Solo la vittoria finale del Signore ci svelerà il senso definitivo delle nostre prove.


Non si può forse dire che ogni Africano è in qualche modo membro della famiglia di Simone di Cirene? Ogni Africano e ogni sofferente aiutano Cristo a portare la sua Croce e salgono con Lui al Golgota per risuscitare un giorno con Lui.

Vedendo l’infamia di cui è oggetto Gesù, contemplando il suo volto sulla Croce, e riconoscendo l’atrocità del suo dolore, possiamo intravvedere, con la fede, il volto luminoso del Risorto che ci dice che la sofferenza e la malattia non avranno l’ultima parola nelle nostre vite umane. Io prego, cari fratelli e sorelle, perché vi sappiate riconoscere in questo ‘ Simone di Cirene’. Prego, cari fratelli e sorelle malati, perché molti ‘Simone di Cirene’ vengano anche al vostro capezzale.
Dopo la risurrezione e fino ad oggi, molti sono i testimoni che si sono rivolti, con fede e speranza, al Salvatore degli uomini, riconoscendo la Sua presenza al centro della loro prova. Il Padre di tutte le misericordie accoglie sempre con benevolenza la preghiera di chi si rivolge a Lui. Egli risponde alla nostra invocazione e alla nostra preghiera come Egli vuole e quando vuole, per il nostro bene e non secondo i nostri desideri. Sta a noi discernere la sua risposta e accogliere i doni che Egli ci offre come una grazia. Fissiamo il nostro sguardo sul Crocifisso, con fede e coraggio, perché da Lui provengono la Vita, il conforto, le guarigioni. Sappiamo guardare Colui che vuole il nostro bene e sa asciugare le lacrime dei nostri occhi; sappiamo abbandonarci nelle sue braccia come un bambino nelle braccia della mamma.
I santi ce ne hanno dato un bell’esempio con la loro vita interamente affidata a Dio, nostro Padre. Santa Teresa d’Avila, che aveva messo il suo monastero sotto il patrocinio di san Giuseppe, è stata guarita da una sofferenza nel giorno stesso della sua festa. Ella ripeteva che non lo aveva mai pregato inutilmente e lo raccomandava a tutti quelli che pensavano di non saper pregare: " Non comprendo, scriveva, come si possa pensare alla Regina degli Angeli e a tutto quello che ella ha dovuto affrontare durante l’infanzia del Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe della dedizione così perfetta con la quale egli è venuto in aiuto dell’uno e dell’altra. Colui che non trova nessuno che gli insegni a pregare scelga questo ammirabile santo per maestro e non avrà più a temere di smarrirsi sotto la sua guida" ( Vita, 6). Da intercessore per la salute del corpo, la santa vedeva in san Giuseppe un intercessore per la salute dell’anima, un maestro di orazione, di preghiera.
Scegliamolo anche noi come maestro di preghiera. Non solamente noi che siamo in buona salute, ma anche voi, cari malati e tutte le famiglie. Penso particolarmente a voi che fate parte del personale ospedaliero e a tutti coloro che lavorano nel mondo della sanità. Accompagnando coloro che soffrono con la vostra attenzione e con le cure che date loro, voi adempite un atto di carità e di amore che Dio riconosce: "Ero malato e mi avete visitato" ( Mt 25,36).

A voi, ricercatori e medici, spetta mettere in opera tutto quello che è legittimo per sollevare il dolore; spetta a voi in primo luogo proteggere la vita umana, essere i difensori della vita dal suo concepimento fino alla sua fine naturale. Per ogni uomo, il rispetto della vita è un diritto e nello stesso tempo un dovere, perché ogni vita è un dono di Dio.

Voglio, assieme a voi, rendere grazie al Signore per tutti coloro che, in una maniera o in un’altra, operano a servizio delle persone che soffrono.

Incoraggio i sacerdoti e i visitatori degli ammalati a impegnarsi con la loro presenza attiva ed amichevole nella pastorale sanitaria negli ospedali o per assicurare una presenza ecclesiale a domicilio, per il conforto e il sostegno spirituale dei malati. Secondo la sua promessa, Dio vi darà il giusto salario e vi ricompenserà in cielo.

Prima di salutarvi personalmente e congedarmi da voi, vorrei assicurare a ciascuno la mia vicinanza affettuosa e la mia preghiera. Desidero anche esprimere il mio desiderio che ognuno di voi non si senta mai solo. Spetta in effetti ad ogni uomo, creato ad immagine del Cristo, farsi prossimo del suo vicino. Affido tutti e tutte all’intercessione della Vergine Maria, nostra Madre, e a quella di san Giuseppe. Che Dio ci conceda di essere gli uni per gli altri, portatori della misericordia, della tenerezza e dell’amore del nostro Dio e che Egli vi benedica!

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20/03/2009 14.44
 
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Il Presiente del Camerun














LA GIOIA IN PERSONA...... Felice


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alcune immagini molto significative....IL SALUTO di alcune Suore al Papa che ha lasciato il Camerun ed è giunto in Angola.... [SM=g1740734] [SM=g1740717]








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IL TESTO del Papa giunto in Angola[SM=g1740722] 

  TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

Eccellentissimo Signor Presidente della Repubblica,

Illustrissime Autorità civili e militari,

Venerati Fratelli nell’Episcopato,

Cari amici angolani!

Con vivi sentimenti di deferenza e amicizia, metto piede sul suolo di questa nobile e giovane Nazione nell’ambito di una visita pastorale che, nel mio spirito, ha per orizzonte il Continente africano, anche se i miei passi ho dovuto circoscriverli a Yaoundé e Luanda. Sappiano tutti però che, nel mio cuore e nella mia preghiera, ho presenti l’Africa in generale e il popolo di Angola in particolare, al quale desidero offrire un cordiale incoraggiamento a proseguire sulla via della pacificazione e della ricostruzione del Paese e delle istituzioni.

Signor Presidente, inizio con il ringraziare per l’amabile invito che Ella mi ha fatto di visitare l’Angola e per le cordiali espressioni di benvenuto appena rivoltemi. Voglia gradire i miei deferenti saluti e i migliori auguri, che estendo alle altre Autorità qui gentilmente convenute ad accogliermi. Saluto tutta la Chiesa cattolica in Angola nella persona dei suoi Vescovi qui presenti, e ringrazio tutti gli amici angolani dell’affettuosa accoglienza che mi hanno riservato. A quanti mi seguono mediante la radio e la televisione, giunga pure l’espressione della mia amicizia, con la certezza della benevolenza del Cielo sopra la comune missione che c’è stata affidata: quella d’edificare insieme una società più libera, più pacifica e più solidale.

Come non ricordare quell’illustre Visitatore che benedisse l’Angola nel mese di giugno 1992: il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II? Instancabile missionario di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, egli ha indicato la via verso Dio, invitando tutti gli uomini di buona volontà ad ascoltare la propria coscienza rettamente formata e ad edificare una società di giustizia, di pace e di solidarietà, nella carità e nel perdono vicendevole. Quanto a me, vi ricordo che provengo da un Paese dove la pace e la fraternità sono care ai cuori di tutti i suoi abitanti, in particolare di quanti – come me – hanno conosciuto la guerra e la divisione tra fratelli appartenenti alla stessa Nazione a causa di ideologie devastanti e disumane, le quali, sotto la falsa apparenza di sogni e illusioni, facevano pesare sopra gli uomini il giogo dell’oppressione. Potete dunque capire quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto e di tensione e per fare di ogni Nazione – e quindi anche della vostra Patria – una casa di pace e di fraternità. In vista di tale scopo, dovete prendere dal vostro patrimonio spirituale e culturale i valori migliori, di cui l’Angola è portatrice, e farvi gli uni incontro agli altri senza paura, accettando di condividere le personali ricchezze spirituali e materiali a beneficio di tutti.

Come non pensare qui alle popolazioni della provincia di Kunene flagellate da piogge torrenziali e alluvioni, che hanno provocato numerosi morti e hanno lasciato tante famiglie prive di alloggio per la distruzione delle loro case? A quelle popolazioni provate desidero far giungere in questo momento l’assicurazione della mia solidarietà, insieme con un particolare incoraggiamento alla fiducia per ricominciare con l’aiuto di tutti.

Cari amici angolani, il vostro territorio è ricco; la vostra Nazione è forte. Utilizzate queste vostre prerogative per favorire la pace e l’intesa fra i popoli, su una base di lealtà e di uguaglianza che promuovano per l’Africa quel futuro pacifico e solidale al quale tutti anelano e hanno diritto. A tale scopo vi prego: Non arrendetevi alla legge del più forte! Perché Dio ha concesso agli esseri umani di volare, al di sopra delle loro tendenze naturali, con le ali della ragione e della fede. Se vi fate sollevare da queste ali, non vi sarà difficile riconoscere nell’altro un fratello, che è nato con gli stessi diritti umani fondamentali. Purtroppo dentro i vostri confini angolani ci sono ancora tanti poveri che rivendicano il rispetto dei loro diritti. Non si può dimenticare la moltitudine di angolani che vivono al di sotto della linea di povertà assoluta. Non deludete le loro aspettative!

Si tratta di un’opera immane, che richiede una più grande partecipazione civica da parte di tutti. È necessario coinvolgere in essa l’intera società civile angolana; questa però ha bisogno di presentarsi all’appuntamento più forte e articolata, sia tra le forze che la compongono come anche nel dialogo con il Governo. Per dare vita ad una società veramente sollecita del bene comune, sono necessari valori da tutti condivisi. Sono convinto che l’Angola li potrà trovare anche oggi nel Vangelo di Gesù Cristo, come accadde tempo addietro con un vostro illustre antenato, Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga; per opera sua, cinquecento anni fa è sorto in Mbanza Congo un regno cristiano che sopravvisse fino al XVIII secolo. Dalle sue ceneri poté poi sorgere, a cavallo dei secoli XIX e XX, una Chiesa rinnovata che non ha cessato di crescere fino ai nostri giorni; ne sia ringraziato Dio! Ecco il motivo immediato che mi ha portato in Angola: ritrovarmi con una delle più antiche comunità cattoliche dell’Africa sub-equatoriale, per confermarla nella sua fede in Gesù risorto ed associarmi alle suppliche dei suoi figli e figlie affinché il tempo della pace, nella giustizia e nella fraternità, non conosca tramonto in Angola, consentendole di adempiere alla missione che Dio le ha affidato in favore del suo popolo e nel concerto delle Nazioni. Dio benedica l’Angola!

[00417-01.01] [Testo originale: Portoghese]

www.vatican.va

[SM=g1740733]
[Modificato da Caterina63 20/03/2009 15.13]
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Dall'Angola, dove è giunto venerdì mattina,
il Papa lancia un appello al dialogo e alla partecipazione civile

L'Africa nel cuore


Non bisogna arrendersi alla "legge del più forte":  tutte le persone hanno "gli stessi diritti umani fondamentali". Appena giunto in Angola, seconda tappa del viaggio, il Papa rilancia la sua visione di una società africana "più libera, più pacifica e più solidale", dove a ciascuno sia garantita la possibilità di partecipare alla vita civile e di "condividere le personali ricchezze spirituali e materiali a beneficio di tutti".

Lasciata Yaoundé alla volta di Luanda nella mattina di venerdì 20 marzo, Benedetto XVI trova ad attenderlo un Paese uscito appena sette anni fa da un trentennio di guerra civile. Una società avviata decisamente sulla strada della rinascita materiale e civile, ma che conserva ancora stridenti contrasti e diseguaglianze. "Nel mio cuore e nella mia preghiera ho presenti l'Africa in generale e il popolo di Angola in particolare" assicura il Pontefice. E incoraggia la nazione a "proseguire sulla via della pacificazione e della ricostruzione":  un'impresa "immane" - avverte - la cui realizzazione richiede "una più grande partecipazione civica da parte di tutti" e il coinvolgimento dell'"intera società civile angolana". "Per dare vita a una società veramente sollecita del bene comune - ricorda - sono necessari valori da tutti condivisi".

Il Papa indica anche le coordinate di questa opera di riconciliazione nazionale:  anzitutto "carità e perdono vicendevole", ma anche "lealtà" e capacità di andare "gli uni incontro agli altri senza paura". Benedetto XVI ricorda la drammatica situazione della "moltitudine di angolani che vivono al di sotto della linea di povertà assoluta" e invoca per loro il rispetto dei diritti e delle aspettative. In particolare assicura la sua solidarietà alle popolazioni del Paese vittime delle alluvioni che hanno colpito la provincia di Kunene. In ogni caso - puntualizza - "per superare ogni forma di conflitto e di tensione e per fare di ogni nazione una casa di pace e di fraternità" il ricorso al dialogo va sempre considerato irrinunciabile.

Temi, questi, che il Pontefice aveva già richiamato negli incontri dell'intensa giornata di giovedì in Camerun. Salutando in mattinata i rappresentanti della comunità islamica del Paese, aveva ribadito il rifiuto di "tutte le forme di violenza e di totalitarismo, non solo per principi di fede, ma anche in base alla retta ragione". E aveva invitato i musulmani alla cooperazione in vista di "un impegno interreligioso per la pace, la giustizia e il bene comune".

Mentre nei due appuntamenti "sinodali" della messa allo stadio di Yaoundé e dell'incontro con il consiglio speciale dell'assemblea continentale in nunziatura - intervallati dalla toccante visita ai malati nel centro di riabilitazione intitolato al cardinale Léger - aveva rinnovato la denuncia dei conflitti etnici, dei massacri e dei genocidi che insanguinano il continente, ricordando che "la situazione di disumanizzazione e di oppressione che affligge i popoli africani non è irreversibile" ma esige una nuova "teologia della fraternità". Solo così - aveva assicurato - "l'Africa può diventare il continente della speranza".



(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)
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La Chiesa strumento di riconciliazione giustizia e pace



di Nikola Eterovic
Arcivescovo titolare di Sisak
Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi

Alla conclusione dell'Eucaristia celebrata nello stadio Amadou Ahidjo di Yaoundé, Camerun, nella solennità di San Giuseppe, sposo della  Beata  Vergine  Maria,  Benedetto XVI ha consegnato ai presidenti delle 42 Conferenze episcopali (Nazionali, Regionali e Internazionali) l'Instrumentum laboris, Documento di lavoro della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. Essa avrà luogo a Roma dal 4 al 25 ottobre 2009 sul tema La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 13.14).

Il gesto del Sommo Pontefice è alquanto significativo. In primo luogo, la visita apostolica in Africa, in Camerun e Angola, del Pastore Universale della Chiesa è segno eloquente della Sua particolare vicinanza verso i cristiani e gli uomini di buona volontà del grande continente africano. Il Vescovo di Roma, poi, mostra una speciale sollecitudine nei riguardi delle Chiese particolari d'Africa, a Lui così care, che vivono un momento di grande dinamismo pastorale. Tale Visita Apostolica, inoltre, si inserisce nella preparazione della ormai prossima celebrazione della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. Lo indica, tra l'altro, anche il motto "sinodale" scelto per la Visita Apostolica:  "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 13.14).

Come presidente del Sinodo dei Vescovi, il Santo Padre ha seguito da vicino il lungo iter della preparazione dell'Assise sinodale. Quasi all'inizio del pontificato, Egli ha confermato la decisione del servo di Dio Giovanni Paolo ii di accogliere il desiderio dell'episcopato africano e di convocare una Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. In presenza dei Membri del Consiglio Speciale per l'Africa della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi, Sua Santità ha auspicato "che tale Assise segni un ulteriore impulso nel continente africano all'evangelizzazione, al consolidamento e alla crescita della Chiesa e alla promozione della riconciliazione e della pace" (L'Osservatore Romano, 23 giugno 2005, p. 1).

Il Consiglio Speciale per l'Africa, composto da 12 vescovi, 3 cardinali, 8 arcivescovi e 1 vescovo di Tradizione Caldea, che rappresentano tutte le regioni dell'Africa, è stato assai attivo, prima, nella redazione dei Lineamenta resi noti il 27 giugno 2006 e, poi, nella stesura dell'Instrumentum laboris che oggi viene pubblicato in quattro lingue:  francese, inglese, italiano e portoghese.

L'Instrumentum laboris raccoglie le risposte delle Chiese particolari al questionario con cui si concludevano i Lineamenta. Esse sono pervenute oltre che dalle Conferenze episcopali, anche da 2 Chiese Orientali cattoliche sui iuris, presenti in Africa, come pure dai 25 dicasteri della Curia Romana e dall'Unione dei Superiori Generali. Pertanto, il Documento di lavoro della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa riflette la reale situazione ecclesiale nel grande continente africano con le sue molteplici luci senza nascondere al contempo le grandi sfide a cui i Padri sinodali cercheranno di dare risposta nella preghiera, nella riflessione e nello scambio fraterno di esperienze ecclesiali sotto la saggia ed amorosa presidenza del Santo Padre Benedetto XVI.

Consegnando l'Instrumentum laboris ai presidenti delle Conferenze episcopali in Africa, il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato la preghiera con cui termina il Documento, invitando tutti i fedeli ad elevare a Dio una supplica corale e permanente per la preparazione e i frutti della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi. Si tratta di un gesto molto significativo. Esso, infatti, rafforzerà l'unione delle mente e dei cuori di tutti i credenti nel continente africano intorno ai loro vescovi che prenderanno parte all'Assise sinodale. In unione con il Sommo Pontefice la Chiesa continuerà ad implorare da Dio Onnipotente, per intercessione della Beata Vergine Maria, Nostra Signora d'Africa, l'abbondanza delle benedizioni dello Spirito Santo sui lavori della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi perché tutti gli uomini di buona volontà riconoscano la fonte della riconciliazione e della giustizia in "Gesù Cristo, nostra pace e nostra gioia" e possano contribuire, secondo la possibilità e la vocazione di ciascuno, alla costruzione di un'Africa di persone e popoli riconciliati, orientata alla promozione della pace e all'edificazione di una società più giusta, all'altezza delle legittime attese della sua popolazione.

In tale modo, la Chiesa, Famiglia di Dio, diventerà sempre di più sale della terra e luce del mondo in un'Africa i cui cittadini, riconciliati con Dio e con il prossimo, promuoveranno, con rinnovato zelo, la giustizia e costruiranno con audacia la pace.



(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)


La celebrazione dei Vespri a Yaoundé

Si può amare senza possedere


Vescovi, sacerdoti, religiosi, consacrate, seminaristi, diaconi, rappresentanti dei movimenti ecclesiali e di altre confessioni cristiane del Camerun si sono riuniti mercoledì pomeriggio, 18 marzo, nella basilica di Maria Regina degli Apostoli a Yaoundé, dove il Papa ha presieduto la celebrazione dei vespri, introdotta dagli indirizzi di saluto rivoltigli da quattro esponenti delle varie realtà presenti.

 

 


Pubblichiamo di seguito una nostra traduzione italiana del discorso del Papa durante la celebrazione dei Vespri di mercoledì pomeriggio, 18 marzo, nella basilica di Maria Regina degli Apostoli a Yaoundé.


Cari Fratelli Cardinali e Vescovi,
Cari Sacerdoti e Diaconi, cari fratelli e sorelle consacrati,
Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane,
Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo la gioia di ritrovarci insieme per rendere grazie a Dio in questa basilica dedicata a Maria Regina degli Apostoli di Mvolyé, che è stata costruita sul luogo dove venne edificata la prima chiesa ad opera dei missionari spiritani, venuti a portare la Buona Novella in Camerun. Come l'ardore apostolico di questi uomini che racchiudevano nei loro cuori l'intero vostro Paese, questo luogo porta in se stesso simbolicamente ogni piccola parte della vostra terra. È perciò in una grande vicinanza spirituale con tutte le comunità cristiane nelle quali esercitate il vostro servizio, cari fratelli e sorelle, che rivolgiamo questa sera la nostra lode al Padre della luce.

Alla presenza dei rappresentanti delle altre Confessioni cristiane, a cui indirizzo il mio rispettoso e fraterno saluto, vi propongo di contemplare i tratti caratteristici di san Giuseppe attraverso le parole della Sacra Scrittura che ci offre questa liturgia vespertina.
Alla folla e ai suoi discepoli, Gesù dichiara:  "Uno solo è il Padre vostro" (Mt 23, 9). In effetti, non vi è altra paternità che quella di Dio Padre, l'unico Creatore "del mondo visibile ed invisibile". È stato dato però all'uomo, creato ad immagine di Dio, di partecipare all'unica paternità di Dio (cfr. Ef 3, 15).

San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione, l'esilio e la povertà che ne deriva. Ha dovuto stabilirsi in luogo diverso dal suo villaggio. La sua sola ricompensa fu quella di essere con Cristo. Questa disponibilità spiega le parole di san Paolo:  "Servite il Signore che è Cristo!" (Col 3, 24).

Si tratta di non essere un servitore mediocre, ma di essere un servitore "fedele e saggio". L'abbinamento dei due aggettivi non casuale:  esso suggerisce che l'intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la saggezza sono qualità insufficienti. L'una sprovvista dell'altra non permette di assumere pienamente la responsabilità che Dio ci affida.

Cari fratelli sacerdoti, questa paternità voi dovete viverla nel vostro ministero quotidiano. In effetti, la Costituzione conciliare Lumen gentium sottolinea:  i sacerdoti "abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l'insegnamento" (n. 28). Come allora non tornare continuamente alla radice del nostro sacerdozio, il Signore Gesù Cristo? La relazione con la sua persona è costitutiva di ciò che noi vogliamo vivere, la relazione con lui che ci chiama suoi amici, perché tutto quello che egli ha appreso dal Padre ce l'ha fatto conoscere (cfr. Gv 15, 15).

Vivendo questa amicizia profonda con Cristo, troverete la vera libertà e la gioia del vostro cuore. Il sacerdozio ministeriale comporta un legame profondo con Cristo che ci è donato nell'Eucaristia. Che la celebrazione dell'Eucaristia sia veramente il centro della vostra vita sacerdotale, allora essa sarà anche il centro della vostra missione ecclesiale. In effetti, per tutta la nostra vita, il Cristo ci chiama a partecipare alla sua missione, a essere testimoni, affinché la sua Parola possa essere annunciata a tutti.

Celebrando questo sacramento a nome e nella persona del Signore, non è la persona del prete che deve essere posta in primo piano:  egli è un servitore, un umile strumento che rimanda a Cristo, poiché Cristo stesso si offre in sacrificio per la salvezza del mondo. "Chi governa sia come colui che serve" (Lc 22, 26), dice Gesù. Ed Origene scriveva:  "Giuseppe capiva che Gesù gli era superiore pur essendo sottomesso a lui in tutto e, conoscendo la superiorità del suo inferiore, Giuseppe gli comandava con timore e misura.

Che ciascuno rifletta su questo:  spesso un uomo di minor valore è posto al di sopra di gente migliore di lui e a volte succede che l'inferiore ha più valore di colui che sembra comandargli. Quando chi ha ricevuto una dignità comprende questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo rango più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere migliore di lui, così come Gesù è stato sottomesso a Giuseppe" (Omelia su san Luca xx, 5, S.C. p. 287).

Cari fratelli nel sacerdozio, il vostro ministero pastorale richiede molte rinunce, ma è anche sorgente di gioia. In relazione confidente con i vostri Vescovi, fraternamente uniti a tutto il presbiterio, e sostenuti dalla porzione del Popolo di Dio che vi è affidata, voi saprete rispondere con fedeltà alla chiamata che il Signore vi ha fatto un giorno, come egli ha chiamato Giuseppe a vegliare su Maria e sul Bambino Gesù! Possiate rimanere fedeli, cari sacerdoti, alle promesse che avete fatto a Dio davanti al vostro Vescovo e davanti all'assemblea.

Il Successore di Pietro vi ringrazia per il vostro generoso impegno al servizio della Chiesa e vi incoraggia a non lasciarvi turbare dalle difficoltà del cammino! Ai giovani che si preparano ad unirsi a voi, come a coloro che si pongono ancora delle domande, vorrei ridire questa sera la gioia che si ha nel donarsi totalmente per il servizio di Dio e della Chiesa. Abbiate il coraggio di offrire un "sì" generoso a Cristo!

Invito anche voi, fratelli e sorelle che vi siete impegnati nella vita consacrata o nei movimenti ecclesiali, a rivolgere lo sguardo a san Giuseppe. Quando Maria riceve la visita dell'angelo all'Annunciazione è già promessa sposa di Giuseppe. Indirizzandosi personalmente a Maria, il Signore unisce quindi già intimamente Giuseppe al mistero dell'Incarnazione. Questi ha accettato di legarsi a questa storia che Dio aveva iniziato a scrivere nel seno della sua sposa. Egli ha quindi accolto in casa sua Maria. Ha accolto il mistero che era in lei ed il mistero che era lei stessa. Egli l'ha amata con quel grande rispetto che è il sigillo dell'amore autentico.

San Giuseppe ci insegna che si può amare senza possedere. Contemplandolo, ogni uomo e ogni donna può, con la grazia di Dio, essere portato alla guarigione delle sue ferite affettive a condizione di entrare nel progetto che Dio ha già iniziato a realizzare negli esseri che stanno vicini a Lui, così come Giuseppe è entrato nell'opera della redenzione attraverso la figura di Maria e grazie a ciò che Dio aveva già fatto in lei. Possiate, cari fratelli e sorelle impegnati nei movimenti ecclesiali, essere attenti a coloro che vi circondano e manifestare il volto amorevole di Dio alle persone più umili, soprattutto mediante l'esercizio delle opere di misericordia, l'educazione umana e cristiana dei giovani, il servizio della promozione della donna ed in tanti altri modi!
 
Il contributo spirituale portato dalle persone consacrate è anch'esso assai significativo ed indispensabile per la vita della Chiesa. Questa chiamata a seguire Cristo è un dono per l'intero Popolo di Dio. In adesione alla vostra vocazione, imitando Cristo casto, povero ed obbediente, totalmente consacrato alla gloria del Padre suo e all'amore dei suoi fratelli e sorelle, voi avete per missione di testimoniare, davanti al nostro mondo che ne ha molto bisogno, il primato di Dio e dei beni futuri (cfr. Vita consecrata, n.85). Con la vostra fedeltà senza riserve nei vostri impegni voi siete nella Chiesa un germe di vita che cresce al servizio del Regno di Dio. In ogni momento, ma in modo particolare quando la fedeltà è provata, san Giuseppe vi ricorda il senso e il valore dei vostri impegni.

La vita consacrata è una imitazione radicale di Cristo. È quindi necessario che il vostro stile di vita esprima con precisione ciò che vi fa vivere e che la vostra attività non nasconda la vostra profonda identità. Non abbiate paura di vivere pienamente l'offerta di voi stessi che avete fatta a Dio e di darne testimonianza con autenticità attorno a voi. Un esempio vi stimola particolarmente a ricercare questa santità di vita, quello del Padre Simon Mpeke, chiamato Baba Simon. Voi sapete come "il missionario dai piedi nudi" ha speso tutte le forze del suo essere in una umiltà disinteressata, avendo a cuore di aiutare le anime, senza risparmiarsi le preoccupazioni e la pena del servizio materiale dei suoi fratelli.
 
Cari fratelli e sorelle, la nostra meditazione sull'itinerario umano e spirituale di san Giuseppe, ci invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della sua vocazione e del modello che egli resta per tutti quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in diverse forme di impegno del laicato. Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell'Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l'attenzione del cuore. Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell'esistenza. In lui non c'è separazione tra fede e azione. La sua fede orienta in maniera decisiva le sue azioni. Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un "uomo giusto" (Mt 1, 19) perché la sua esistenza è "aggiustata" sulla parola di Dio.
 
La vita di san Giuseppe, trascorsa nell'obbedienza alla Parola, è un segno eloquente per tutti i discepoli di Gesù che aspirano all'unità della Chiesa. Il suo esempio ci sollecita a comprendere che è abbandonandosi pienamente alla volontà di Dio che l'uomo diventa un operatore efficace del disegno di Dio, il quale desidera riunire gli uomini in una sola famiglia, una sola assemblea, una sola "ecclesia". Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane, questa ricerca dell'unità dei discepoli di Cristo è per noi una grande sfida. Essa ci porta anzitutto a convertirci alla persona di Cristo, a lasciarci sempre più attirare da Lui. È in Lui che siamo chiamati a riconoscerci fratelli, figli d'uno stesso Padre.

In questo anno consacrato all'Apostolo Paolo, il grande annunciatore di Gesù Cristo, l'Apostolo delle Nazioni, rivolgiamoci insieme a lui per ascoltare e apprendere "la fede e la verità" nelle quali sono radicate le ragioni dell'unità tra i discepoli di Cristo.
 
Terminando, rivolgiamoci alla sposa di san Giuseppe, la Vergine Maria, "Regina degli Apostoli", perché questo è il titolo con il quale ella è invocata come patrona del Camerun. A lei affido la consacrazione di ciascuno e di ciascuna di voi, il vostro desiderio di rispondere più fedelmente alla chiamata che vi è stata fatta e alla missione che vi è stata affidata. Invoco infine la sua intercessione per il vostro bel Paese. Amen.



(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il discorso di Benedetto XVI ai membri del Consiglio speciale del Sinodo dei vescovi

Una nuova teologia della fraternità
per superare conflitti etnici ed egoismi
 L'incontro di Benedetto XVI con i membri del Consiglio speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, svoltosi giovedì pomeriggio 19 marzo nella nunziatura di Yaoundé, ha come segnato l'inizio della ii seconda assemblea sinodale speciale, che si terrà in Vaticano dal 4 al 25 ottobre. Dopo il saluto dell'arcivescovo Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei vescovi, il Papa ha pronunciato il seguente discorso.




 



Signori Cardinali, cari Fratelli nell'Episcopato!

È con profonda gioia che saluto tutti voi, in questa terra d'Africa. Per essa, nel 1994, una Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi è stata convocata dal mio venerato Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo ii, in segno di sollecitudine pastorale per questo continente ricco sia di promesse, sia di pressanti necessità umane, culturali e spirituali. L'ho chiamato questa mattina "il continente della speranza". Ricordo con gratitudine la firma dell'Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa, che ebbe luogo proprio qui 14 anni or sono, nella Festa dell'Esaltazione della Croce, il 14 settembre 1995.

La mia riconoscenza va a Mons. Nikola Eterovic, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, per le parole che mi ha indirizzato a nome vostro, introducendo questo incontro in terra africana con voi, e sono molto riconoscente per ciò che mi avete detto; questo mi da un'idea più realistica della situazione su cui dobbiamo parlare e pregare soprattutto in questo Sinodo, cari membri del Consiglio Speciale per l'Africa. Tutta la Chiesa guarda con attenzione a questo incontro in vista della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, che, a Dio piacendo, sarà celebrata nel prossimo ottobre. Il tema è:  "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. "Voi siete il sale della terra ... Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 13.14)".

Ringrazio vivamente i Cardinali, gli Arcivescovi e i Vescovi membri del Consiglio Speciale per l'Africa, per la loro esperta collaborazione alla redazione dei Lineamenta e dell'Instrumentum laboris. Vi sono riconoscente, cari Confratelli nell'Episcopato, per avere anche presentato nei vostri contributi aspetti importanti della situazione ecclesiale e sociale attuale dei vostri Paesi d'origine e della regione. Avete così sottolineato il grande dinamismo della Chiesa in Africa, ma al tempo stesso avete evocato le sfide, i grandi problemi dell'Africa che il Sinodo dovrà esaminare, affinché nella Chiesa in Africa la crescita non sia soltanto quantitativa ma anche qualitativa.


Cari Fratelli, in apertura della mia riflessione, mi sembra importante sottolineare che il vostro continente è stato santificato dallo stesso Signore nostro Gesù Cristo. All'alba della sua vita terrena, alcune tristi circostanze gli hanno fatto calcare il suolo africano. Dio ha scelto il vostro continente perché diventasse dimora del suo Figlio. Mediante Gesù, Dio è venuto incontro ad ogni uomo, certamente, ma in modo particolare, incontro all'uomo africano. L'Africa ha offerto al Figlio di Dio una terra che lo ha nutrito e una protezione efficace. Mediante Gesù, duemila anni fa, Dio stesso ha portato il sale e la luce all'Africa. Da allora, il seme della sua presenza è sepolto nelle profondità del cuore di questo amato continente ed esso germoglia a poco a poco al di là e attraverso le vicissitudini della sua storia umana. In conseguenza della venuta di Cristo che l'ha santificata con la sua presenza fisica, l'Africa ha ricevuto una chiamata particolare a conoscere Cristo. Che gli Africani ne siano fieri! Meditando e approfondendo spiritualmente e teologicamente questa prima tappa della kénosi, l'Africano potrà trovare le forze sufficienti per affrontare il suo quotidiano talvolta molto duro, e potrà allora scoprire immensi spazi di fede e di speranza che l'aiuteranno a crescere in Dio.
 
Alcuni momenti significativi della storia cristiana di questo Continente possono ricordarci il legame profondo che esiste tra l'Africa e il cristianesimo a partire dalle sue origini. Secondo la venerabile tradizione patristica, l'evangelista san Marco, che ha "trasmesso per iscritto ciò che era stato predicato da Pietro" (Ireneo, Adversus haereses iii, i, 1), venne ad Alessandria a rianimare la semente sparsa dal Signore. Questo Evangelista ha reso testimonianza in Africa della morte in croce del Figlio di Dio - ultimo momento della kénosi - e della sua elevazione sovrana, perché "ogni lingua proclami:  Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre" (Fil 2, 11). La Buona Novella della venuta del Regno di Dio si è diffusa rapidamente nel nord del vostro Continente, dove ha avuto illustri martiri e santi e ha generato insigni teologi.

Dopo essere stato messo alla prova da vicissitudini storiche, il cristianesimo, durante quasi un millennio, non è rimasto che nella parte nord-orientale del Continente. Con l'arrivo degli Europei che cercavano la via delle Indie, nei secoli XV e XVI, le popolazioni sub-sahariane hanno incontrato Cristo. Furono le popolazioni costiere a ricevere per prime il battesimo. Nei secoli xix e xx, l'Africa sub-sahariana ha visto arrivare missionari, uomini e donne, provenienti da tutto l'Occidente, dall'America Latina e anche dall'Asia. Desidero rendere omaggio alla generosità della loro risposta incondizionata alla chiamata del Signore e al loro ardente zelo apostolico.

Qui vorrei andare oltre e parlare dei catechisti africani, compagni inseparabili dei missionari nell'evangelizzazione. Dio aveva preparato il cuore di un certo numero di laici africani, uomini e donne, persone giovani e più avanti negli anni, a ricevere i suoi doni e portare la luce della sua Parola ai loro fratelli e sorelle. Laici con i laici, hanno saputo trovare nella lingua dei loro padri le parole di Dio che hanno toccato il cuore dei loro fratelli e sorelle. Hanno saputo condividere il sapore del sale della Parola e far risplendere la luce dei Sacramenti che annunciavano. Hanno accompagnato le famiglie nella loro crescita spirituale, hanno incoraggiato le vocazioni sacerdotali e religiose e sono stati il legame tra le loro comunità e i sacerdoti e i vescovi. Con naturalezza, hanno operato un'efficace inculturazione che ha portato meravigliosi frutti (cfr Mc 4, 20). Sono stati i catechisti a permettere che "la luce risplendesse davanti agli uomini" (Mt 5, 16), perché vedendo il bene che facevano, intere popolazioni hanno potuto rendere gloria al nostro Padre che è nei cieli. Sono Africani che hanno evangelizzato Africani.

Evocando il loro glorioso ricordo, saluto e incoraggio i loro degni successori che lavorano oggi con la stessa abnegazione, lo stesso coraggio apostolico e la stessa fede dei loro predecessori. Che Dio li benedica generosamente! Durante questo periodo, la terra africana è stata anche benedetta da numerosi santi. Mi limito a nominare i gloriosi Martiri dell'Uganda, i grandi missionari Anna Maria Javouhey e Daniele Comboni, come pure Suor Anuarite Nengapeta e il catechista Isidoro Bakanja, senza dimenticare l'umile Giuseppina Bakhita.

Ci troviamo attualmente in un momento storico che coincide, dal punto di vista civile, con l'indipendenza ritrovata e, dal punto di vista ecclesiale, con l'evento del Concilio Vaticano ii.

La Chiesa in Africa ha preparato e accompagnato durante questo periodo la costruzione delle nuove identità nazionali e, parallelamente, ha cercato di tradurre l'identità di Cristo secondo vie proprie. Mentre la Gerarchia si era a poco a poco africanizzata, a partire dall'ordinazione da parte del Papa Pio XII di Vescovi del vostro continente, la riflessione teologica cominciò a svilupparsi. Sarebbe bene che i vostri teologi continuassero oggi ad esplorare la profondità del mistero trinitario e il suo significato per la vita quotidiana africana. Questo secolo permetterà forse, con la grazia di Dio, la rinascita, nel vostro continente, ma certamente sotto una forma diversa e nuova, della prestigiosa Scuola di Alessandria. Perché non sperare che essa possa fornire agli Africani di oggi e alla Chiesa universale grandi teologi e maestri spirituali che potrebbero contribuire alla santificazione degli abitanti di questo continente e della Chiesa intera?

La Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi ha permesso di indicare le direzioni da prendere e ha messo in evidenza, tra l'altro, la necessità di approfondire e di incarnare il mistero di una Chiesa-Famiglia.
Vorrei ora suggerire qualche riflessione sul tema specifico della Seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, relativo alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace.

Secondo il Concilio Ecumenico Vaticano ii, "la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (Lumen gentium, 1). Per adempiere bene la propria missione, la Chiesa dev'essere una comunità di persone riconciliate con Dio e tra di loro. In questo modo, essa può annunciare la Buona Novella della riconciliazione alla società attuale, che conosce purtroppo in molti luoghi conflitti, violenze, guerre e odio. Il vostro continente non ne è stato risparmiato ed è stato ed è ancora triste teatro di gravi tragedie, che fanno appello ad una vera riconciliazione tra i popoli, le etnie, gli uomini. Per noi cristiani, questa riconciliazione si radica nell'amore misericordioso di Dio Padre e si realizza mediante la persona di Gesù Cristo che, nello Spirito Santo, ha offerto a tutti la grazia della riconciliazione. Le conseguenze si manifesteranno allora con la giustizia e la pace, indispensabili per costruire un mondo migliore.
 
In realtà, nel contesto sociopolitico ed economico attuale del continente africano, che cosa c'è di più drammatico della lotta spesso cruenta tra gruppi etnici o popoli fratelli? E se il Sinodo del 1994 ha insistito sulla Chiesa-Famiglia di Dio, quale può essere l'apporto di quello di quest'anno, alla costruzione dell'Africa, assetata di riconciliazione e alla ricerca della giustizia e della pace? I conflitti locali o regionali, i massacri e i genocidi che si sviluppano nel Continente devono interpellarci in modo tutto particolare:  se è vero che in Gesù Cristo noi apparteniamo alla stessa famiglia e condividiamo la stessa vita, poiché nelle nostre vene circola lo stesso Sangue di Cristo, che fa di noi figli di Dio, membri della Famiglia di Dio, non dovrebbero dunque più esserci odio, ingiustizie, guerre tra fratelli.

Constatando lo sviluppo della violenza e l'emergere dell'egoismo in Africa, il Cardinale Bernardin Gantin, di venerata memoria, faceva appello, fin dal 1988, a una Teologia della Fraternità, come risposta al richiamo pressante dei poveri e dei più piccoli (cfr. L'Osservatore Romano, ed. francese, 12 aprile 1988, pp. 4-5). Gli tornava forse alla memoria ciò che scriveva l'africano Lattanzio all'alba del iv secolo:  "Il primo dovere della giustizia è riconoscere l'uomo come un fratello. Infatti, se lo stesso Dio ci ha fatti e ci ha generati tutti nella stessa condizione, in vista della giustizia e della vita eterna, noi siamo sicuramente uniti da legami di fraternità:  chi non li riconosce è ingiusto" (Epitomé des Institutions Divines, 54, 4-5:  SC 335, p. 210).

La Chiesa-Famiglia di Dio che è in Africa, già dalla Prima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi ha realizzato un'opzione preferenziale per i poveri. Essa manifesta così che la situazione di disumanizzazione e di oppressione che affligge i popoli africani non è irreversibile; al contrario, essa pone ciascuno di fronte ad una sfida, quella della conversione, della santità e dell'integrità.
Il Figlio, mediante il quale Dio ci parla, è Lui stesso Parola fatta carne. Ciò è stato l'oggetto delle riflessioni della recente xii Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Diventata carne, questa Parola è all'origine di ciò che noi siamo e facciamo; è il fondamento di ogni vita. È dunque a partire da questa Parola che bisogna valorizzare le tradizioni africane, correggere e perfezionare la loro concezione della vita, dell'uomo e della famiglia. Gesù Cristo, Parola di vita, è sorgente e compimento di tutte le nostre vite, perché il Signore Gesù è l'unico mediatore e redentore.

È urgente che le comunità cristiane diventino sempre più luoghi di ascolto profondo della Parola di Dio e di lettura meditativa della Sacra Scrittura. È attraverso questa lettura meditativa e comunitaria nella Chiesa che il cristiano incontra Cristo risorto che gli parla e gli ridona speranza nella pienezza di vita che Egli offre al mondo.

Quanto all'Eucaristia, essa rende il Signore realmente presente nella storia. Mediante la realtà del suo Corpo e del suo Sangue, il Cristo tutto intero si rende sostanzialmente presente nelle nostre vite. È con noi tutti i giorni fino alla fine dei tempi (cfr. Mt 28, 20) e ci rimanda alle nostre realtà quotidiane affinché possiamo riempirle della sua presenza. Nell'Eucaristia, è messo chiaramente in evidenza che la vita è una relazione di comunione con Dio, con i nostri fratelli e le nostre sorelle, e con l'intera creazione. L'Eucaristia è sorgente di unità riconciliata nella pace.
La Parola e il Pane di vita offrono luce e nutrimento, come antidoto e viatico nella fedeltà al Maestro e Pastore delle nostre anime, perché la Chiesa in Africa realizzi il servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace, secondo il programma di vita dato dal Signore stesso:  "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo" (Mt 5, 13.14). Per esserlo veramente, i fedeli devono convertirsi e seguire Gesù Cristo, diventare suoi discepoli, per essere testimoni del suo potere salvifico. Durante la sua vita terrena, Gesù era "potente in opere e parole" (Lc 24, 19). Con la sua risurrezione ha sottomesso ogni autorità e potere (cfr Col 2, 15), ogni potenza del male per rendere liberi quanti sono stati battezzati nel suo nome. "Cristo ci ha liberati per la libertà!" (Gal 5, 1). La vocazione cristiana consiste nel lasciarsi liberare da Gesù Cristo. Egli ha vinto il peccato e la morte e offre a tutti la pienezza della sua vita. Nel Signore Gesù non c'è più né giudeo né pagano, né uomo né donna (cfr Gal 3, 28). Nella sua carne Egli ha riconciliato tutti i popoli. Con la forza dello Spirito Santo rivolgo a tutti questo appello:  "Lasciatevi riconciliare!" (2 Cor 5, 20).

Nessuna differenza etnica o culturale, di razza, di sesso o di religione deve divenire tra voi motivo di contesa. Voi siete tutti figli dell'unico Dio, nostro Padre, che è nei cieli. Con questa convinzione sarà finalmente possibile costruire un'Africa più giusta e pacifica, all'altezza delle legittime attese di tutti i suoi figli.

Infine, vi invito a incoraggiare la preparazione dell'evento sinodale recitando anche con i fedeli la preghiera che conclude l'Instrumentum laboris che ho consegnato stamani, e ciò per la buona riuscita dell'Assemblea Sinodale.

Preghiamo ora insieme, cari Fratelli:
 
"Santa Maria, Madre di Dio, Protettrice dell'Africa, tu hai dato al mondo la luce vera, Gesù Cristo. Con la tua obbedienza al Padre e con la grazia dello Spirito Santo ci hai donato la sorgente della nostra riconciliazione e della nostra giustizia, Gesù Cristo, nostra pace e nostra gioia.
Madre di tenerezza e di sapienza, mostraci Gesù, Figlio tuo e Figlio di Dio, sostieni il nostro cammino di conversione, affinché Gesù faccia brillare su di noi la sua Gloria in ogni ambito della nostra vita personale, familiare e sociale.
Madre piena di Misericordia e di Giustizia, per la tua docilità allo Spirito Consolatore, ottienici la grazia di essere testimoni del Signore Risorto, perché diventiamo sempre più il sale della terra e la luce del mondo.
Madre del Perpetuo Soccorso, alla tua materna intercessione affidiamo la preparazione e i frutti del Secondo Sinodo per l'Africa. Regina della Pace, prega per noi! Nostra Signora dell'Africa, prega per noi!".



(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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21/03/2009 11.53
 
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Dunque, ....si vedeva oggi la storia di questa Chiesa costruita 50 anni fa dai Cappuccini e dagli anni '80 in gestione dei Salesiani...
il coro è stato impeccabile, solo qualche sfumatura locale, ma i canti erano davvero nobili...
Sono stati messi due ventilatori a causa dell'umidità...
Da ANNOTARE che il Papa ha voluto celebrare questa Messa proprio e solo CON I SACERDOTI, I RELIGIOSI E LE RELIGIOSE E I CATECHISTI

Magari nelle nostre Chiese la domenica si celebrasse così, davvero c'è molto da imparare...

ecco le immagini che sono riuscita a catturare.. ..








 
Fraternamente CaterinaLD

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SANTA MESSA con Benedetto XVI nella sua prima tappa in Angola, nella Chiesa gestita dai Salesiani

Angola 21.3.2009

OMELIA DEL SANTO PADRE

Carissimi fratelli e sorelle,
Amati lavoratori della vigna del Signore!

Come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni.
Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.
Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e «non come questo pubblicano».

Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).
Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa.

Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16).

E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.

Cari fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato.

Mons. Gabriel Mbilingi si è fatto interprete delle vostre speranze e fatiche nelle gentili parole di benvenuto che mi ha rivolto. Con animo grato e pieno di speranza, vi saluto tutti – donne e uomini dediti alla causa di Gesù Cristo – che qui vi trovate e quanti ne rappresentate: Vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi, catechisti, leaders dei più diversi Movimenti e Associazioni di questa amata Chiesa di Dio. Desidero ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti noi. Mi sia permessa infine una parola particolare di saluto ai Salesiani e ai fedeli di questa parrocchia di san Paolo che ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare per questo a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica. Ho saputo che si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e benedire, ma fin d’ora dico loro: «Grazie tante! Dio susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli nella scia del vostro Patrono».

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista.

L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»; non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore» risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo.

Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gl 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Gl 3, 28).

E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.

Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini.

Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità».

Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna. [SM=g1740734]
(STUPENDO PASSAGGIO!!!)

Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà». Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: «Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (Gv 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: «Predicare il Vangelo (…) è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cr 9, 16).

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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[SM=g8461] [SM=g8461]  che foto eh![SM=g9433] [SM=g9503]

ed ecco dalla diretta appena conclusa l'incontro con i giovani..e le immagini sono come in una sequenza...[SM=g7430]
 appena disponibile verà messo il testo, tutto da mditare.....[SM=g1740722]







[SM=g9433] [SM=g9433]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Benedetto XVI ai vescovi dell'Angola e di São Tomé
riuniti nella cappella della nunziatura apostolica
La voce dei cattolici
nel dibattito culturale

    I vescovi dell'Angola e di São Tomé si sono raccolti intorno a Benedetto XVI, nella cappella della nunziatura apostolica di Luanda, venerdì pomeriggio 20 marzo. Dopo il saluto rivoltogli dall'arcivescovo della capitale, il Papa ha pronunciato il suo discorso.


    Ecco una nostra traduzione italiana del discorso del Pontefice.


    Signor Cardinale,
    Carissimi Vescovi di Angola e São Tomé!

    Provo una gioia immensa nel potervi incontrare in questa sede che l'Angola ha riservato al Successore di Pietro - di solito nella persona di un suo Rappresentante -, quale espressione visibile dei legami che uniscono i vostri Popoli alla Chiesa cattolica, la quale da più di cinquecento anni si rallegra di potervi annoverare tra i suoi figli. Si innalzino, concordi e ferventi, le nostre lodi a Dio Padre che, per opera e grazia dello Spirito Santo, non cessa di generare il Corpo mistico del suo Figlio con i lineamenti angolani e santomensi, senza perdere con ciò le fisionomie ebrea, romana, portoghese e tante altre acquistate prima, "poiché quanti siete stati battezzati in Cristo (...), siete uno in Cristo Gesù" (Gal 3, 27.28).

Il buon Dio, per portare avanti oggi quest'opera della gestazione del Cristo totale mediante la fede e il battesimo, ha voluto avere bisogno di me e di voi, venerati Fratelli; non desti quindi stupore che le doglie del parto si facciano sentire in noi finché Cristo non sia completamente formato (cfr. Gal 4, 19) nel cuore del vostro popolo. Dio vi ricompenserà di ogni fatica apostolica che avete portato avanti in condizioni difficili, sia durante la guerra sia nei giorni presenti a contatto con tante limitazioni, contribuendo in questo modo a dare alla Chiesa in Angola e in São Tomé e Príncipe quel dinamismo che tutti le riconoscono.

    Consapevole del ministero che sono stato chiamato a svolgere al servizio della comunione ecclesiale, vi prego di farvi interpreti della mia costante sollecitudine verso le vostre comunità, che saluto con sincero affetto nella persona di ognuno dei membri di questa Conferenza episcopale. Rivolgo un saluto particolare al vostro Presidente, Mons. Damião Franklin, che ringrazio per le parole di benvenuto che a nome vostro mi ha rivolto, evidenziando il vostro impegno per un puntuale discernimento e per il conseguente piano unitario da attuare nelle vostre comunità diocesane "per rendere idonei i fratelli (...), finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4, 12.13). Infatti, contro un diffuso relativismo che nulla riconosce come definitivo e anzi tende ad erigere a misura ultima l'io personale e i suoi capricci, noi proponiamo un'altra misura:  il Figlio di Dio, che è anche vero uomo. È Lui la misura del vero umanesimo. Il cristiano di fede adulta e matura non è colui che segue le onde della moda e l'ultima novità, ma colui che vive profondamente radicato nell'amicizia di Cristo. Questa amicizia ci apre verso tutto ciò che è buono e ci offre il criterio per discernere tra errore e verità.

    Certamente decisivo in ordine al futuro della fede e all'indirizzo globale della vita della Nazione è il campo della cultura, in cui la Chiesa gode di rinomate istituzioni accademiche, le quali devono proporsi come punto d'onore di far sì che la voce dei cattolici sia sempre presente nel dibattito culturale della Nazione, perché si rafforzino le capacità di elaborare razionalmente, alla luce della fede, le tante questioni che sorgono nei diversi ambiti della scienza e della vita.

Inoltre la cultura e i modelli di comportamento si trovano oggi sempre più condizionati e caratterizzati dalle immagini proposte dai mezzi di comunicazione sociale; perciò è lodevole ogni vostro sforzo per avere, anche a questo livello, una capacità di comunicazione che vi metta in grado di offrire a tutti un'interpretazione cristiana degli eventi, dei problemi e delle realtà umane.

    Una di queste realtà umane, oggi esposta a parecchie difficoltà e minacce, è la famiglia, la quale ha un particolare bisogno di essere evangelizzata e concretamente sostenuta, poiché, alla fragilità ed instabilità interna di tante unioni coniugali, si viene ad aggiungere la tendenza diffusa nella società e nella cultura di contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio. Nella vostra sollecitudine di Pastori nei confronti di ogni essere umano, continuate ad alzare la voce in difesa della sacralità della vita umana e del valore dell'istituto matrimoniale e per la promozione del ruolo che ha la famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che le rechino sostegno nella generazione e nell'educazione dei figli.

    Mi rallegro per la presenza nelle vostre Nazioni sia di tante comunità vibranti di fede, con un laicato impegnato che si dedica a parecchie opere di apostolato, sia di un numero consistente di vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata, in special modo quella contemplativa:  costituiscono un vero segno di speranza per il futuro. E mentre il clero diventa sempre più autoctono, desidero prestare omaggio al lavoro svolto pazientemente ed eroicamente dai missionari per annunziare Cristo e il suo Vangelo e per far nascere le comunità cristiane di cui oggi siete responsabili.

Vi invito a seguire da vicino i vostri presbiteri, preoccupandovi della loro formazione permanente a livello sia teologico che spirituale, e mantenendovi attenti alle loro condizioni di vita e d'esercizio della propria missione, affinché siano autentici testimoni della Parola che annunziano e dei Sacramenti che celebrano. Possano, nel dono di se stessi a Cristo e al popolo di cui sono i pastori, rimanere fedeli alle esigenze del loro stato e vivere il loro ministero presbiterale come un vero cammino di santità, cercando di farsi santi per suscitare intorno a sé nuovi santi.

    Venerati Fratelli, nell'affidarmi al vostro orante ricordo presso il Signore, vi assicuro da parte mia una speciale preghiera a Colui che è il vero Sposo della Chiesa, da Lui amata, protetta e nutrita:  il Figlio unigenito del Dio vivente, Gesù Cristo Nostro Signore. Egli sostenga con la sua grazia i vostri impegni pastorali, perché diventino fecondi secondo l'esempio e sotto la protezione dell'Immacolato Cuore della Vergine Madre. Con tali sentimenti, imparto la mia Benedizione ad ognuno di voi, ai vostri presbiteri, alle persone consacrate, ai seminaristi, ai catechisti e a tutti i fedeli laici, membri del gregge che Dio vi ha affidato.

Il saluto del presidente
della Conferenza episcopale



Durante l'incontro, l'arcivescovo di Luanda e presidente della Conferenza episcopale dell'Angola e di São Tomé (Ceast), monsignor Damião António Franklin, ha rivolto al Papa un saluto che pubblichiamo in una nostra traduzione dal portoghese.

Santità,
la Conferenza episcopale dell'Angola e São Tomé, per questo mezzo e a nome mio personale, con affetto e nel Signore, le porge il benvenuto in questa visita storica e perciò piena non solo di emozioni, umanamente parlando, ma anche di implicazioni, soprattutto a livello pastorale e organizzativo.

La Ceast sta vivendo il suo sessennio pastorale suddiviso in tre bienni con il motto:  Duc in altum in Docendum (2005-2006), Duc in altum in Santificandum (2007-2008), Duc in altum in Regendum (2009-2010).
Sono qui presenti tutti i prelati della Conferenza episcopale dell'Angola e São Tomé, a cominciare dal cardinale, gli arcivescovi, i vescovi delle diciannove diocesi e i vescovi emeriti.

La Ceast la ringrazia cortesemente, Santità, per la sollecitudine pastorale con cui ha inviato alle diocesi vacanti di Mbanza Congo e Saurimo i rispettivi pastori.

Ci preoccupa veramente che le nostre comunità di fedeli siano autenticamente cristiane, sull'esempio delle prime comunità, di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli (cfr. 2, 42-47). In tal modo la centralità della Parola di Dio, come pure l'adesione alla tradizione viva della Chiesa e al suo magistero e l'attenzione alla testimonianza di vita e alla cultura della solidarietà, costituiscono una costante e ardente speranza.

Questo lavoro non sarebbe possibile senza la generosa collaborazione del clero diocesano, religioso e secolare, delle religiose e dei religiosi, dei catechisti, dei movimenti laici e delle nuove realtà ecclesiali qui presenti. Non possiamo poi dimenticare l'aiuto delle Omp, dei benefattori nazionali e delle Chiese sorelle per la formazione dei seminaristi e il mantenimento delle opere apostoliche.

I vescovi, infine, sono ansiosi di ascoltarla, Santità, e la ringraziano anticipatamente per la "responsabilità nell'amore" per questa porzione della Chiesa universale, polmone anche della cattolicità.



(©L'Osservatore Romano - 22 marzo 2009)

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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STUPENDO DISCORSO ED INCORAGGIAMENTO DEL PAPA AI GIOVANI
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INCONTRO CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Carissimi amici!

Siete venuti in gran numero, in rappresentanza di molti altri spiritualmente a voi uniti, per incontrare il Successore di Pietro e, insieme a me, proclamare davanti a tutti la gioia di credere in Gesù Cristo e rinnovare l’impegno di essere suoi fedeli discepoli in questo nostro tempo.
Un identico incontro ha avuto luogo in questa stessa città, in data 7 giugno 1992, con l’amato Papa Giovanni Paolo II.

Con lineamenti un po’ diversi, ma con lo stesso amore nel cuore, ecco davanti a voi l’attuale Successore di Pietro, che vi abbraccia tutti in Gesù Cristo, che “è lo stesso ieri, oggi e per sempre” (Eb 13,8).



Prima di tutto, voglio ringraziarvi per questa festa che voi mi fate, per questa festa che voi siete, per la vostra presenza e la vostra gioia. Rivolgo un saluto affettuoso ai venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio e ai vostri animatori. Di cuore ringrazio e saluto quanti hanno preparato quest’Incontro e, in particolare, la Commissione episcopale per la Gioventù e le Vocazioni con il suo Presidente, Mons. Kanda Almeida, che ringrazio per le cordiali parole di benvenuto rivoltemi.

Saluto tutti i giovani, cattolici e non cattolici, alla ricerca di una risposta per i loro problemi, alcuni dei quali sicuramente riferiti dai vostri Rappresentanti, le cui parole ho ascoltato con gratitudine. L’abbraccio che ho scambiato con loro vale naturalmente per tutti voi.

Incontrare i giovani fa bene a tutti! Essi hanno a volte tante difficoltà, ma portano con sé tanta speranza, tanto entusiasmo, tanta voglia di ricominciare. Giovani amici, voi custodite in voi stessi la dinamica del futuro. Vi invito a guardarlo con gli occhi dell’apostolo Giovanni: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra (…) e anche la città santa, la nuova Gerusalemme scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini”» (Ap 21, 1-3). Carissimi amici, Dio fa la differenza. A cominciare dalla serena intimità fra Dio e la coppia umana nel giardino dell’Eden, passando alla gloria divina che irradiava dalla Tenda della Riunione in mezzo al popolo d’Israele durante la traversata del deserto, fino all’incarnazione del Figlio di Dio che si è indissolubilmente unito all’uomo in Gesù Cristo. Questo stesso Gesù riprende la traversata del deserto umano passando attraverso la morte e arriva alla risurrezione, trascinando con sé verso Dio l’intera umanità. Ora Gesù non si trova più confinato in un luogo e in un tempo determinato, ma il suo Spirito, lo Spirito Santo, emana da Lui e entra nei nostri cuori, unendoci così con Gesù stesso e con Lui al Padre – con il Dio uno e trino.

Sì, miei cari amici! Dio fa la differenza… Di più! Dio ci fa differenti, ci fa nuovi.

Tale è la promessa che Egli stesso ci fa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5). Ed è vero! Ce lo dice l’apostolo san Paolo: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con se mediante Cristo» (2 Cr 5, 17-18). Essendo salito al Cielo ed essendo entrato nell’eternità, Gesù Cristo è diventato Signore di tutti i tempi.

Perciò, può farsi nostro compagno nel presente, portando il libro dei nostri giorni nella sua mano: in essa sostiene fermamente il passato, con le sorgenti e le fondamenta del nostro essere; in essa custodisce gelosamente il futuro, lasciandoci intravedere l’alba più bella di tutta la nostra vita che da lui irradia, ossia la risurrezione in Dio.

Il futuro dell’umanità nuova è Dio; proprio un iniziale anticipo di ciò è la sua Chiesa. Quando ne avrete la possibilità, leggetene con attenzione la storia: potrete rendervi conto che la Chiesa, nello scorrere degli anni, non invecchia; anzi diventa sempre più giovane, perché cammina incontro al Signore, avvicinandosi ogni giorno di più alla sola e vera sorgente da dove scaturisce la gioventù, la rigenerazione, la forza della vita. [SM=g1740722]

Amici che mi ascoltate, il futuro è Dio.

Come abbiamo ascoltato poc’anzi, Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 4). Nel frattempo, vedo qui presenti alcuni delle migliaia di giovani angolani mutilati in conseguenza della guerra e delle mine, penso alle innumerevoli lacrime che tanti di voi hanno versato per la perdita dei familiari, e non è difficile immaginare le nubi grigie che coprono ancora il cielo dei vostri sogni migliori...

Leggo nel vostro cuore un dubbio, che voi rivolgete a me: «Questo è ciò che abbiamo. Quello che tu ci dici non si vede! La promessa ha la garanzia divina – e noi vi crediamo –, ma Dio quando si alzerà per rinnovare ogni cosa?».

La risposta di Gesù è la stessa che Egli ha dato ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto?» (Gv 14, 1-2).

Ma voi, carissimi giovani, insistete: «D’accordo! Ma quando accadrà questo?» Ad una domanda simile fatta dagli apostoli, Gesù rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (…) fino agli estremi confini della terra» (At 1, 7-8). Guardate che Gesù non ci lascia senza risposta; ci dice chiaramente una cosa: il rinnovamento inizia dentro; riceverete una forza dall’Alto. La forza dinamica del futuro si trova dentro di voi.

Si trova dentro...ma come? Come la vita è dentro un seme: così ha spiegato Gesù, in un’ora critica del suo ministero. Era iniziato – il suo ministero - con grande entusiasmo, poiché la gente vedeva i malati guariti, i demoni cacciati, il Vangelo annunziato; ma, per il resto, il mondo andava avanti come prima: i romani dominavano ancora; la vita era difficile nel susseguirsi dei giorni, nonostante ci fossero quei segni, quelle belle parole.

E l’entusiasmo si era andato spegnendo, fino al punto che parecchi discepoli avevano abbandonato il Maestro (cfr Gv 6, 66), che predicava ma non cambiava il mondo. E tutti si domandavano: In fondo che valore ha questo messaggio? Cosa ci porta questo Profeta di Dio? Allora Gesù parlò di un seminatore che semina nel campo del mondo, e spiegò poi che il seme è la sua Parola (cfr Mc 4, 3-20), sono le guarigioni operate: davvero poca cosa se paragonate con le enormi carenze e “macas” [difficoltà] della realtà di ogni giorno. Eppure nel seme è presente il futuro, perché il seme porta dentro di sé il pane di domani, la vita di domani. Il seme sembra quasi niente, ma è la presenza del futuro, è promessa presente già oggi; quando cade in terra buona fruttifica trenta, sessanta ed anche cento volte tanto.

Amici miei, voi siete un seme gettato da Dio nella terra; esso porta nel cuore una forza dell’Alto, la forza dello Spirito Santo. Tuttavia per passare dalla promessa di vita al frutto, la sola via possibile è offrire la vita per amore, è morire per amore. Lo ha detto lo stesso Gesù: «Se il seme caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (cfr Gv 12, 24-25). Così ha parlato Gesù, e così ha fatto: la sua crocifissione sembra il fallimento totale, ma non lo è! Gesù, animato dalla forza di «uno Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9, 14). E in questo modo, caduto cioè in terra, Egli ha potuto dar frutto in ogni tempo e lungo tutti i tempi. E in mezzo a voi si trova il nuovo Pane, il Pane della vita futura, la Santissima Eucaristia che ci alimenta e fa sbocciare la vita trinitaria nel cuore degli uomini.

Giovani amici, sementi dotate della forza del medesimo Spirito eterno, sbocciate al calore dell’Eucaristia, nella quale si realizza il testamento del Signore: Lui si dona a noi e noi rispondiamo donandoci agli altri per amore suo. Questa è la via della vita; ma sarà possibile percorrerla alla sola condizione di un dialogo costante con il Signore e di un dialogo vero tra voi. [SM=g1740721]

La cultura sociale dominante non vi aiuta a vivere la Parola di Gesù e neppure il dono di voi stessi a cui Egli vi invita secondo il disegno del Padre. Carissimi amici, la forza si trova dentro di voi, come era in Gesù che diceva: «Il Padre che è in me compie le sue opere. (…) Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne fará di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14, 10.12).

Perciò non abbiate paura di prendere decisioni definitive. Generosità non vi manca – lo so! Ma di fronte al rischio di impegnarsi per tutta la vita, sia nel matrimonio che in una vita di speciale consacrazione, provate paura: «Il mondo vive in continuo movimento e la vita è piena di possibilità. Potrò io disporre in questo momento della mia vita intera ignorando gli imprevisti che essa mi riserva?

Non sarà che io, con una decisione definitiva, mi gioco la mia libertà e mi lego con le mie stesse mani?». Tali sono i dubbi che vi assalgono e l’attuale cultura individualistica e edonista li esaspera. Ma quando il giovane non si decide, corre il rischio di restare un eterno bambino!

Io vi dico: Coraggio! Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita.

Non c’è dubbio che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio dell’avventura, la fiducia che il Signore non vi lascerà mai soli.
Gioventù angolana, libera dentro di te lo Spirito Santo, la forza dall’Alto! Con fiducia in questa forza, come Gesù, rischia questo salto per così dire nel definitivo e, con ciò, offri una possibilità alla vita! Così verranno a crearsi tra voi delle isole, delle oasi e poi grandi superfici di cultura cristiana, in cui diventerà visibile quella «città santa che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo».

Questa è la vita che merita di essere vissuta e che di cuore vi auguro. Viva la gioventù di Angola!

 Libreria Editrice Vaticana


STUPENDA!!!!!! Grazie Santità.....[SM=g1740717]







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Messa di stamani appena terminata.....










Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il Papa prega per le due vittime di ieri e per i feriti:  "Vorrei includere un messaggio particolare in questa eucarestia per le due giovani che hanno perso la vita davanti allo stadio Dos Coquerios. Le confido a Gesu". Esprimo la mia solidarieta' alle famiglie e agli amici e il mio vivo dolore perche' sono venute a trovarmi. Nello stesso tempo prego per i feriti'.

Benedetto XVI ha iniziato la celebrazione eucaristica di oggi ricordando e pregando per le due giovani morte ieri prima dell'incontro con i giovani. Nel pomeriggio il cardinale Tarciso Bertone andra' in ospedale a trovare i 40 feriti di ieri.




Santa Messa con i Vescovi dell’I.M.B.I.S.A. (Interregional Meeting of Bishops of Southern Africa) nella Spianata di Cimangola a Luanda 22.3.2009

OMELIA DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle in Cristo!

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Queste parole ci colmano di gioia e di speranza, in quanto attendiamo il compimento delle promesse di Dio. Motivo di particolare gioia è, oggi, per me potere come Successore dell’Apostolo Pietro celebrare questa Messa con voi, miei fratelli e sorelle in Cristo venuti da varie regioni dell’Angola, di São Tomé e Príncipe e da molti altri Paesi. Con grande affetto nel Signore, saluto le comunità cattoliche di Luanda, Bengo, Cabinda, Benguela, Huambo, Huíla, Kuando Kubango, Kunene, Kwanza Norte, Kwanza Sul, Lunda Norte, Lunda Sul, Malanje, Namibe, Moxico, Uíje e Zaire.

In modo speciale, saluto i miei Fratelli Vescovi, i membri dell’Associazione Inter-regionale dei Vescovi dell’Africa Australe, raccolti intorno a questo altare del Sacrificio del Signore. Ringrazio il Presidente del CEAST, Arcivescovo Damião Franklin, per le sue gentile parole di benvenuto e, nelle persone dei loro Pastori, saluto tutti i fedeli della nazioni di Botswana, Lesotho, Mozambique, Namibia, South Africa, Swaziland e Zimbabwe.
La prima lettura di oggi ha una particolare risonanza per il Popolo di Dio in Angola. E’ un messaggio di speranza rivolto al Popolo eletto nella lontana regione del loro esilio, un invito a ritornare in Gerusalemme per ricostruire il Tempio del Signore. La vivace descrizione della distruzione e della rovina causata dalla guerra rispecchia l’esperienza personale di tante persone in questo Paese durante le terribili devastazioni della guerra civile. Com’è vero che la guerra può “distruggere tutto ciò che ha valore” (cfr 2 Cr 36,19): famiglie, intere comunità, il frutto della fatica degli uomini, le speranze che guidano e sostengono le loro vite e il loro lavoro!

Questa esperienza è fin troppo familiare all’Africa nel suo insieme: il potere distruttivo della guerra civile, il precipitare nel vortice dell’odio e della vendetta, lo sperpero degli sforzi di generazioni di gente perbene. Quando la Parola del Signore – una Parola che mira all’edificazione dei singoli, delle comunità e dell’intera famiglia umana – è trascurata, e quando la Legge di Dio è “ridicolizzata, disprezzata e schernita” (cfr ibid., v. 16), il risultato può essere solo distruzione ed ingiustizia: l’umiliazione della nostra comune umanità e il tradimento della nostra vocazione ad essere figli e figlie del Padre misericordioso, fratelli e sorelle del suo Figlio diletto.

Traiamo quindi conforto dalle parole consolanti, che abbiamo ascoltato nella prima lettura! La chiamata a ritornare e a ricostruire il tempio di Dio ha un significato particolare per ciascuno di noi. San Paolo, della cui nascita celebriamo quest’anno il bimillennario, ci dice che “siamo il tempio del Dio vivente” (2 Cor 6, 16). Come sappiamo, Dio dimora nei cuori di quanti pongono la loro fiducia in Cristo, sono rinati nel Battesimo e sono resi tempio dello Spirito Santo.

Anche adesso, nell’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa, Dio ci chiama a riconoscere il potere della sua presenza in noi, a riappropriarci del dono del suo amore e del suo perdono e a diventare messaggeri di questo amore misericordioso entro le nostre famiglie e comunità, a scuola e al posto di lavoro, in ogni settore della vita sociale e politica.

Qui in Angola, questa Domenica è stata riservata come giorno di preghiera e di sacrificio per la riconciliazione nazionale. Il Vangelo ci insegna che la riconciliazione - una vera riconciliazione - può essere soltanto frutto di una conversione, di un cambiamento del cuore, di un nuovo modo di pensare. Ci insegna che solo il potere dell’amore di Dio può cambiare i nostri cuori e farci trionfare sul potere del peccato e della divisione. Quando eravamo “morti per i nostri peccati” (cfr Ef 2, 5) il suo amore e la sua misericordia ci hanno offerto la riconciliazione e la vita nuova in Cristo. È questo il nucleo dell’insegnamento dell’Apostolo Paolo, ed è importante per noi richiamare alla memoria che solo la grazia di Dio può creare in n oi un cuore nuovo! Solo il suo amore può cambiare il nostro “cuore di pietra” (Ez 11, 19) e metterci in grado di costruire invece di demolire. Solo Dio può fare nuove tutte le cose!

Sono venuto in Africa proprio per predicare questo messaggio di perdono, di speranza e di una nuova vita in Cristo.

Tre giorni fa, a Yaoundé, ho avuto la gioia di rendere pubblico l’Instrumentum laboris della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che sarà dedicata al tema: La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Vi chiedo oggi di pregare, in unione con tutti i nostri fratelli e sorelle in tutta l’Africa, per questa intenzione: che ogni cristiano in questo grande Continente sperimenti il tocco risanante dell’amore misericordioso di Dio e che la Chiesa in Africa diventi “per tutti, grazie alla testimonianza resa dai suoi figli e dalle sue figlie, luogo di autentica riconciliazione” (Ecclesia in Africa 79).
Cari amici, è questo il messaggio che il Papa porta a voi e ai vostri figli.

Dallo Spirito Santo avete ricevuto la forza di essere i costruttori di un domani migliore per il vostro amato Paese. Nel Battesimo vi è stato dato lo Spirito per essere araldi del Regno di Dio, Regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace (cfr Messale Romano, Prefazio di Cristo Re).

Nel giorno del vostro Battesimo avete ricevuto la luce di Cristo. Siate fedeli a questo dono, certi che il Vangelo può confermare, purificare e nobilitare i profondi valori umani presenti nella vostra cultura nativa e nelle vostre tradizioni: famiglie unite, profondo senso religioso, gioiosa celebrazione del dono della vita, apprezzamento della saggezza degli anziani e delle aspirazioni dei giovani. E poi siate riconoscenti per la luce di Cristo! Mostratevi riconoscenti verso coloro che ve l’hanno portata: generazioni e generazioni di missionari che tanto hanno contribuito e continuano a contribuire allo sviluppo umano e spirituale di questo Paese. Siate riconoscenti per la testimonianza di tanti genitori ed insegnanti cristiani, di catechisti, sacerdoti, religiose e religiosi, che hanno sacrificato la loro propria vita per trasmettervi questo tesoro prezioso!

Ed affrontate la sfida che questo grande patrimonio vi pone. Rendetevi conto che la Chiesa, in Angola e in tutta l’Africa, ha il compito di essere, davanti al mondo, un segno di quell’unità alla quale l’intera famiglia umana è chiamata mediante la fede in Cristo Redentore.

Nel Vangelo di oggi vi sono parole pronunciate da Gesù che suscitano una certa impressione: Egli ci dice che la sentenza di Dio sul mondo è già stata emessa (cfr Gv 3, 19ss). La luce è già venuta nel mondo. Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Quanto grandi sono le tenebre in tante parti del mondo!

Tragicamente, le nuvole del male hanno ottenebrato anche l’Africa, compresa questa amata Nazione di Angola. Pensiamo al flagello della guerra, ai frutti feroci del tribalismo e delle rivalità etniche, alla cupidigia che corrompe il cuore dell’uomo, riduce in schiavitù i poveri e priva le generazioni future delle risorse di cui hanno bisogno per creare una società più solidale e più giusta – una società veramente ed autenticamente africana nel suo genio e nei suoi valori. E che dire di quell’ insidioso spirito di egoismo che chiude gli individui in se stessi, divide le famiglie e, soppiantando i grandi ideali di generosità e di abnegazione, conduce inevitabilmente all’edonismo, all’evasione in false utopie attraverso l’uso della droga, all’irresponsabilità sessuale, all’indebolimento del legame matrimoniale, alla distruzione delle famiglie e all’eliminazione di vite umane innocenti mediante l’aborto?

La parola di Dio, però, è una parola di speranza senza limiti. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito … perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 16–17). Dio non ci dà mai per spacciati! Egli continua ad invitarci ad alzare gli occhi verso un futuro di speranza e ci promette la forza per realizzarlo. Come dice san Paolo nella seconda lettura di oggi, Dio ci ha creati in Cristo Gesù per vivere una vita giusta, una vita in cui pratichiamo opere buone secondo la sua volontà (cfr Ef 2, 10). Ci ha donati i suoi comandamenti, non come un fardello, ma come una fonte di libertà: della libertà di diventare uomini e donne pieni di saggezza, maestri di giustizia e di pace, gente che ha fiducia negli altri e cerca il loro vero bene. Dio ci ha creati per vivere nella luce e per essere luce per il mondo intorno a noi! È questo che Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: “Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3, 21).

“Vivete, dunque, secondo verità!” Irraggiate la luce della fede, della speranza e dell’amore nelle vostre famiglie e comunità! Siate testimoni della santa verità che rende liberi uomini e donne! Voi sapete in base ad un’amara esperienza che, rispetto alla repentina furia distruttrice del male, il lavoro di ricostruzione è penosamente lento e duro.

Richiede tempo, fatica e perseveranza: deve iniziare nei nostri cuori, nei piccoli sacrifici quotidiani necessari per essere fedeli alla legge di Dio, nei piccoli gesti mediante i quali dimostriamo di amare i nostri vicini - tutti i nostri vicini senza riguardo alla razza, all’etnia o alla lingua - nella disponibilità a collaborare con loro per costruire insieme su basi durevoli.

Fate sì che le vostre parrocchie diventino comunità dove la luce della verità di Dio e il potere dell’amore riconciliante di Cristo non siano soltanto celebrati, ma espressi in opere concrete di carità. E non abbiate paura! Anche se questo significa essere un “segno di contraddizione” (Lc 2, 34) di fronte ad atteggiamenti duri e ad una mentalità che vede gli altri come strumenti da usare piuttosto che come fratelli e sorelle da amare, da rispettare e da aiutare lungo la via della libertà, della vita e della speranza.
Permettetemi di concludere con una parola rivolta in particolare ai giovani dell’Angola e a tutti i giovani dell’Africa
.

Cari giovani amici, voi siete la speranza del futuro del vostro Paese, la promessa di un domani migliore! Cominciate fin da oggi a crescere nella vostra amicizia con Gesù, che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6): un’amicizia nutrita ed approfondita mediante la preghiera umile e perseverante. Cercate la sua volontà su di voi, ascoltando quotidianamente la sua parola e permettendo alla sua legge di modellare la vostra vita e le vostre relazioni.

In questo modo diventerete profeti saggi e generosi dell’amore salvifico di Dio; diventerete evangelizzatori dei vostri stessi compagni, guidandoli con il vostro esempio personale ad apprezzare la bellezza e la verità del Vangelo e verso la speranza di un futuro plasmato dai valori del Regno di Dio.

La Chiesa ha bisogno della vostra testimonianza! Non abbiate paura di rispondere generosamente alla chiamata di Dio a servirlo sia come sacerdoti, religiose o religiosi, sia come genitori cristiani o in tante altre forme di servizio che la Chiesa vi propone.

Cari fratelli e sorelle! Alla fine della prima lettura di oggi, Ciro re di Persia, ispirato da Dio, ingiunge al Popolo eletto di ritornare nella sua amata Patria e di ricostruire il Tempio del Signore. Che queste parole del Signore siano un appello all’intero Popolo di Dio in Angola e in tutta l’Africa del Sud: Alzatevi! Ponde-vos a caminho! (2 Cr 36, 23). Guardate al futuro con speranza, confidate nelle promesse di Dio e vivete nella sua verità. In questo modo costruirete qualcosa destinato a perdurare e lascerete alla generazioni future un’eredità durevole di riconciliazione, di giustizia e di pace. Amen.

 Libreria Editrice Vaticana











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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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22/03/2009 21.14
 
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Discorso del Papa ai movimenti cattolici per la promozione della donna


Carissimi fratelli e sorelle,

«Non hanno più vino» – disse Maria supplicando Gesù affinché lo sposalizio potesse continuare nella festa, come del resto sempre deve essere: «Gli invitati a nozze non possono digiunare quando hanno con loro lo sposo» (cfr Mc 2, 19). Poi la Madre di Gesù si recò dai servi per raccomandar loro: «Fate quello che vi dirà» (cfr Gv 2, 1-5). E quella mediazione materna rese possibile il «vino buono», premonitore di una nuova alleanza tra l’onnipotenza divina e il cuore umano povero ma disponibile. È ciò che, del resto, era già successo in passato quando – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura – «tutto il popolo rispose insieme e disse: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!"» (Es 19, ).

Queste stesse parole salgano dal cuore di quanti siamo radunati qui in questa chiesa di Sant’Antonio, sorta grazie alla benemerita opera missionaria dei Frati minori cappuccini, i quali la vollero quale nuova Tenda per l’Arca dell’Alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al popolo in cammino. Su di loro e su quanti collaborano e traggono beneficio dall’assistenza religiosa e sociale qui elargita, il Papa traccia una benevola e incoraggiante Benedizione.
Saluto con affetto ciascuno dei presenti: Vescovi, presbiteri, consacrati e consacrate, e in modo particolare voi, fedeli laici, che abbracciate consapevolmente i doveri d’impegno e di testimonianza cristiana che derivano dal sacramento del Battesimo e, per gli sposati, anche dal sacramento del Matrimonio.

E, dettato dalla ragione principale che ci raduna qui, un mio saluto carico di affetto e di speranza va alle donne, alle quali Dio ha affidato le sorgenti della vita: Vivete e scommettete sulla vita, perché il Dio vivente ha scommesso su di voi!

Con animo grato, saluto i responsabili e gli animatori dei Movimenti ecclesiali che hanno a cuore, tra l’altro, la promozione della donna angolana. Ringrazio Mons. José de Queirós Alves e ai vostri rappresentanti per le parole che mi hanno rivolto, illustrando gli affanni e le speranze di tante silenziose eroine quali sono le donne in questa Nazione amata.

Tutti esorto ad un’effettiva consapevolezza delle condizioni sfavorevoli a cui sono state – e continuano ad essere – sottoposte tante donne, esaminando in quale misura la condotta e gli atteggiamenti degli uomini, a volte la loro mancanza di sensibilità o di responsabilità, possano esserne la causa. I disegni di Dio sono diversi.

Abbiamo sentito nella lettura che tutto il popolo rispose insieme: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!» Dice la Sacra Scrittura che il Creatore divino, nell’esaminare l’opera compiuta, vide che qualcosa mancava: tutto sarebbe stato buono, se l’uomo non fosse stato solo! Come poteva l’uomo solo essere ad immagine e somiglianza di Dio che è uno e trino, di Dio che è comunione? «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (cfr Gn 2, 18). Dio di nuovo si mise all’opera per creare l’aiuto che mancava, e lo dotò in modo privilegiato introducendo l’ordine dell’amore, che non vedeva abbastanza rappresentato nella creazione.

Come sapete, fratelli e sorelle, quest’ordine dell’amore appartiene alla vita intima di Dio stesso, alla vita trinitaria, essendo lo Spirito Santo l’ipostasi personale dell’amore. Orbene, «nel fondamento del disegno eterno di Dio – come diceva il compianto Papa Giovanni Paolo II – la donna è colei in cui l’ordine dell’amore nel mondo creato delle persone trova un terreno per gettare la sua prima radice» (Lett. ap. Mulieris dignitatem, 29). Infatti, nel vedere l’affascinante incanto che irradia dalla donna a causa dell’intima grazia che Dio le ha donata, il cuore dell’uomo si illumina e si rivede in essa: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2, 23). La donna è un’altro «io» nella comune umanità.

Bisogna riconoscere, affermare e difendere l’uguale dignità dell’uomo e della donna: sono ambedue persone, differentemente da ogni altro essere vivente del mondo attorno a loro.

Ambedue sono chiamati a vivere in profonda comunione, in un vicendevole riconoscimento e dono di se stessi, lavorando insieme per il bene comune con le caratteristiche complementari di ciò che è maschile e di ciò che è femminile.

Chi non avverte, oggi, il bisogno di dare più spazio alle «ragioni del cuore»? In un mondo come l’attuale dominato dalla tecnica, si sente bisogno di questa complementarietà della donna, affinché l’essere umano vi possa vivere senza disumanizzarsi del tutto.

Si pensi alle terre dove abbonda la povertà, alle regioni devastate dalla guerra, a tante situazioni tragiche risultanti da migrazioni forzate e non… Sono quasi sempre le donne che vi mantengono intatta la dignità umana, difendono la famiglia e tutelano i valori culturali e religiosi.

Carissimi fratelli e sorelle, la storia registra quasi esclusivamente le conquiste dei maschi, quando in realtà una parte importantissima si deve ad azioni determinanti, perseveranti e benefiche poste da donne.

Lasciate che, fra tante donne straordinarie, vi parli di due: Teresa Gomes e Maria Bonino.

Angolana la prima, è deceduta l’anno 2004 nella città di Sumbe, dopo una vita coniugale felice da cui sono nati 7 figli; incrollabile è stata la sua fede cristiana e ammirevole il suo zelo apostolico, soprattutto negli anni 1975 e 1976 quando una feroce propaganda ideologica e politica si abbatté sopra la parrocchia di Nostra Signora delle Grazie di Porto Amboim, riuscendo quasi a far chiudere le porte della chiesa. Allora Teresa divenne la leader dei fedeli che non si arrendevano alla situazione, sostenendoli, proteggendo coraggiosamente le strutture parrocchiali e tentando ogni possibile strada per avere di nuovo la santa Messa. Il suo amore alla Chiesa la rese instancabile nell’opera dell’evangelizzazione, sotto la guida dei sacerdoti.

Quanto a Maria Bonino: era una pediatra italiana, offertasi volontaria per varie missioni in quest’Africa amata, e divenuta la responsabile del Reparto pediatrico dell’Ospedale provinciale d’Uíje negli ultimi due anni della sua vita. Votata alle cure quotidiane di migliaia di bambini lì ricoverati, Maria dovette pagare con il sacrificio più alto il servizio ivi reso durante una terribile epidemia della febbre emorragica di Marburg, finendo lei stessa contagiata; anche se trasferita a Luanda, qui decedette e qui riposa dal 24 marzo del 2005 – si compie dopodomani il quarto anniversario.

La Chiesa e la società umana sono state – e continuano ad essere – enormemente arricchite dalla presenza e dalle virtù delle donne, in particolare di quelle che si sono consacrate al Signore e, poggiando su di Lui, si sono messe al servizio degli altri.

Carissimi angolani, oggi nessuno dovrebbe più dubitare del fatto che le donne, sulla base della loro dignità pari a quella degli uomini, hanno pieno diritto di inserirsi attivamente in ogni ambito della vita pubblica, e il loro diritto deve essere affermato e protetto anche mediante strumenti legali, là dove questi appaiano necessari.

Tuttavia il riconoscimento del ruolo pubblico delle donne non deve sminuire l’insostituibile funzione che esse hanno all’interno della famiglia: qui, infatti, il loro contributo per il bene e lo sviluppo sociale, anche se poco considerato, è di un valore realmente inestimabile» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace nel 1995, n. 9).

Peraltro, a livello personale, la donna sente la propria dignità non tanto quale risultato dell’affermazione di diritti sul piano giuridico, quanto piuttosto come diretta conseguenza delle attenzioni materiali e spirituali ricevute nel cuore della famiglia.

La presenza materna all’interno della famiglia è così importante per la stabilità e la crescita di questa cellula fondamentale della società, che dovrebbe essere riconosciuta, lodata e sostenuta in ogni modo possibile.

E, per lo stesso motivo, la società deve richiamare i mariti e i padri alle loro responsabilità riguardo alla propria famiglia.

Carissime famiglie, certamente vi siete rese conto del fatto che nessuna coppia umana può da sola, unicamente con le proprie forze, offrire adeguatamente ai figli l’amore e il senso della vita. Infatti, per poter dire a qualcuno: «La tua vita è buona, nonostante non ne conosca il futuro», c’è bisogno di un’autorità e di una credibilità più alte di quanto possono offrire i genitori da soli. I cristiani sanno che quest’autorità più grande è stata assegnata a quella famiglia più ampia che Dio, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo e del dono dello Spirito Santo, ha creato nella storia degli uomini, e cioè alla Chiesa. Vediamo qui al lavoro quell’Amore eterno e indistruttibile che assicura alla vita di ciascuno di noi un senso permanente, anche se non ne conosciamo il futuro. Per questo motivo, l’edificazione di ogni famiglia cristiana avviene all’interno di quella famiglia più grande che è la Chiesa, la quale la sostiene e la stringe al suo petto garantendo che sopra di essa si posa, ora e nel futuro, il «sì» del Creatore.

«Non hanno più vino» – dice Maria a Gesù. Carissime donne angolane, prendeteLa come Avvocata vostra presso il Signore. Così la conosciamo da quelle nozze di Cana: come la Donna benigna, piena di materna sollecitudine e di coraggio, la Donna che si accorge dei bisogni altrui e, volendo rimediare, li porta davanti al Signore. Presso di Lei, possiamo tutti, donne e uomini, ricuperare quella serenità e intima fiducia che ci fa sentire beati in Dio e instancabili nella lotta per la vita. Possa la Madonna di Muxima essere la stella della vostra vita; Essa vi custodisca uniti nella grande famiglia di Dio. Amen.

 - Libreria Editrice Vaticana

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23/03/2009 14.04
 
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Il Saluto del Santo Padre all'Africa[SM=g1740738]

Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato, alle ore 9.15 il Santo Padre lascia la Nunziatura Apostolica e si trasferisce in auto all’aeroporto internazionale "4 de Fevereiro" di Luanda dove, alle ore 10.00, ha luogo la Cerimonia di congedo dall’Angola, alla presenza delle Autorità politiche e civili, dei Vescovi dell’Angola e di un gruppo di giovani.
Dopo il discorso del Presidente della Repubblica dell’Angola, S.E. il Sig. José Eduardo dos Santos, il Papa pronuncia il discorso che pubblichiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Eccellentissimo Signor Presidente della Repubblica,
Illustrissime Autorità civili, militari ed ecclesiastiche,
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
Amici tutti di Angola!

Vivamente sensibile alla presenza di Vostra Eccellenza, Signor Presidente, in quest’ora della mia partenza, voglio esprimerLe il mio apprezzamento e la mia gratitudine tanto per il distinto trattamento che mi ha riservato quanto per le disposizioni prese per facilitare lo svolgimento dei diversi incontri che ho avuto la gioia di vivere. Sia alle Autorità civili e militari che ai Pastori e ai responsabili delle comunità ed istituzioni ecclesiali coinvolte nei suddetti incontri, rivolgo i più cordiali ringraziamenti per ogni gentilezza con cui hanno voluto onorare la mia persona durante questi giorni che ho potuto passare tra voi. Una parola di riconoscenza è dovuta agli operatori dei mezzi di comunicazione sociale, agli agenti dei servizi di sicurezza e a tutti i volontari che, con generosità, efficienza e discrezione, hanno contribuito al buon esito della mia visita.

Ringrazio Iddio di aver trovato una Chiesa viva e, nonostante le difficoltà, piena di entusiasmo, che ha saputo prendere sulle spalle la sua croce e quella altrui, rendendo testimonianza davanti a tutti della forza salvifica del messaggio evangelico.

Essa continua ad annunziare che è arrivato il tempo della speranza, impegnandosi nella pacificazione degli animi e invitando all’esercizio di una carità fraterna che sappia aprirsi alla accoglienza di tutti, nel rispetto delle idee e sentimenti di ciascuno. È ora di congedarmi e di ripartire alla volta di Roma, rattristato per dovervi lasciare, ma contento di aver conosciuto un popolo coraggioso e deciso a rinascere. Nonostante le resistenze e gli ostacoli, questo popolo intende edificare il suo futuro camminando per sentieri di perdono, giustizia e solidarietà.


Se mi è permesso rivolgere qui un appello finale, vorrei chiedere che la giusta realizzazione delle fondamentali aspirazioni delle popolazioni più bisognose costituisca la preoccupazione principale di coloro che ricoprono le cariche pubbliche, poiché la loro intenzione – sono certo – è quella di svolgere la missione ricevuta non per se stessi ma in vista del bene comune.

Il nostro cuore non può darsi pace finché ci sono fratelli che soffrono per mancanza di cibo, di lavoro, di una casa o di altri beni fondamentali. Per arrivare a dare una risposta concreta a questi nostri fratelli in umanità, la prima sfida da vincere è quella della solidarietà: solidarietà fra le generazioni, solidarietà fra le Nazioni e tra i Continenti che generi una sempre più equa condivisione delle risorse della terra fra tutti gli uomini.
E da Luanda allargo lo sguardo verso l’Africa intera, dandole appuntamento per il prossimo mese di ottobre nella Città del Vaticano, quando ci raduneremo per la II Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi dedicata a questo Continente, dove il Verbo incarnato in persona ha trovato rifugio. Prego ora Iddio di fare sentire la sua protezione ed aiuto ai rifugiati ed espatriati senza numero che vagano nella attesa di un ritorno alla propria casa. Il Dio del cielo ripete loro: «Anche se la mamma si dimenticasse di te, Io invece non ti dimenticherò mai» (cfr Is 49, 15).

È come figli e figlie che Dio vi ama; Egli veglia sui vostri giorni e sulle vostre notti, sulle vostre fatiche e aspirazioni.

Fratelli e amici di Africa, carissimi angolani, coraggio! Non vi stancate di far progredire la pace, compiendo gesti di perdono e lavorando per la riconciliazione nazionale, affinché mai la violenza prevalga sul dialogo, la paura e lo scoraggiamento sulla fiducia, il rancore sull’amore fraterno.

E ciò sarà possibile se vi riconoscerete a vicenda quali figli dello stesso e unico Padre del Cielo. Dio benedica l’Angola! Benedica ognuno dei suoi figli e figlie! Benedica il presente e il futuro di questa amata Nazione. Addio!

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