DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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ATTENZIONE: COMUNICATO UFFICIALE DELLA SANTA SEDE E FSSPX aggiornamento

Last Update: 1/25/2017 1:00 AM
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3/16/2012 5:21 PM
 
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COMUNICATO SU FRATERNITÀ SACERDOTALE SAN PIO X

Città del Vaticano, 16 marzo 2012 (VIS). Pubblichiamo di seguito il Comunicato diffuso questa mattina dalla Sala Stampa della Santa Sede relativo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

"Durante l’incontro del 14 settembre 2011 fra Sua Eminenza il Signor Cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, e Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, era stato consegnato a quest’ultimo un Preambolo Dottrinale, accompagnato da una Nota preliminare, quale base fondamentale per raggiungere la piena riconciliazione con la Sede Apostolica. In esso si enunciavano alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il 'sentire cum Ecclesia'”.

"La risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X in merito al summenzionato Preambolo Dottrinale, pervenuta nel gennaio 2012, è stata sottoposta all’esame della Congregazione per la Dottrina della Fede e successivamente al giudizio del Santo Padre. In ottemperanza alla decisione di Papa Benedetto XVI, con una lettera consegnata in data odierna, si è comunicato a S.E. Mons. Fellay la valutazione della sua risposta. In essa si fa presente che la posizione, da lui espressa, non è sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità".

"Al termine dell’odierno incontro, guidato dalla preoccupazione di evitare una rottura ecclesiale dalle conseguenze dolorose e incalcolabili, si è rivolto l’invito al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X di voler chiarificare la sua posizione al fine di poter giungere alla ricomposizione della frattura esistente, come auspicato da Papa Benedetto XVI".



********************************

[SM=g1740733] In base a quanto è stato emanato con questo bollettino ufficiale, il sito-forum del Difendere la Vera Fede si atterrà alle decisioni che il Santo Padre Benedetto XVI prenderà in futuro... Chiediamo a tutti di PREGARE e di evitare discussioni che possano appesantire l'attuale clima.....

Auspichiamo di cuore che la FSSPX voglia fare uno sforzo per consentire al Sommo Pontefice di applicare la sua ben conosciuta mitezza e carità....


**********************************
Fatta questa doverosa Nota.... mi sembra ragionevole riflettere quanto segue anche per i commenti che stanno avanzando sul blog di MessainLatino :

Devo concordare con ospite più sotto....che scrive:

E'stato un errore anche solo imbarcarsi nei c.d. "Colloqui".  
Era stata tolta la "Scomunica", con atto unilaterale, senza richiedere (almeno pubblicamente) contropartite?  
A quel punto si doveva dire:"GRAZIE PER L'ATTO, sia pure incompleto e reticente, DI mera *GIUSTIZIA* e non di misericordia che avete compiuto. Adesso più che mai pregheremo per voi e tutti per la loro strada. Quando ci manderete a chiamare, per togliervi dai guai, noi verremo. Quel giorno si vedrà chi è benedetto da Dio e chi no".


 ***
effettivamente, che senso ha aver tolto le scomuniche se a breve si rischia qualcosa che sarà ben peggiore?  
Far vedere la clemenza del Papa per poi ritoglierla addossando tutta la colpa alla FSSPX?  
 
Santità, Cardinali tutti e cari Vescovi... la decisione spetta alla Santa Sede, ci mancherebbe altro.... ma tutto questo ha senso?  
Non sono forse alcune catechesi emanate da padre Livio da Radio Maria dove predica che la Madonna appare lì e che Roma non può nulla contro di lei, dove predica che questa Madonna ha CANONIZZATO un frate sospeso a divinis dal vescovo del luogo e che Roma non ha alcun potere... non sono altre catechesi confusionarie ed oltre, in giro anche per le diocesi ad essere ben più gravi di ciò che predica la FSSPX?  
 
Forse non me intendo, ma la situazione sta andando verso l'indice dei figli e figliastri..... il Papa celebra i Vespri per il Transito di san Gregorio Magno con l'arcivescovo di Canterbury che è scomunicato e che appoggia matrimoni omossesuali, donne prete e non crede nella Presenza reale  come lo insegna la Chiesa Cattolica.... ma si avverte ora di un eventuale scisma con la FSSPX perchè non accettano l'apertura del dialogo interreligioso.... questo dialogo è forse UN DOGMA della Chiesa che vincola i cattolici? Embarassed  
Un Papa bacia il CORANO nel quale è scritto che Gesù Cristo NON è Figlio di Dio e non è Dio.... ma viene beatificato e gli scismatici e gli eretici sarebbero solo la FSSPX perchè non accetta la pastorale sulla libertà religiosa e la pastorale sull'ecumenismo e dialogo interreligioso.... ma quali sono allora i DOGMI CHE VINCOLANO I CATTOLICI per non essere scomunicati? a parte il titolo - ufficializzato - di Maria Mater Ecclesia, già esistente nella Chiesa, il Concilio non ha emanato alcun Dogma nuovo.... il Dialogo interreligioso, la libertà religiosa, l'ecumenismo sono STRADE INTRAPRESE IN QUESTO TEMPO, ma non sono dogmi...  
 
Una volta si scomunicava quando si era ERETICI.... quando si negava un Dogma.... quando si negava un Sacramento... il Concilio di Giovanni XXIII volle avanzare la "medicina della misericordia" e così sono proliferati eretici che da dentro la Chiesa predicano contro la sana Dottrina, ma non sono scomunicati.... dunque per essere eretici oggi basta non volere il dialogo interreligioso o l'ecumenismo?  
Embarassed  
 
**********  
 
ed ora, a Lei mons. Fellay..... che cosa farà? Embarassed  
sarà capace di andare incontro al Padre, Dolce Vicario di Cristo in terra e sforzarsi di ascoltarlo e cercare di lavorare con LUI cercando di trovare un accordo?  
Non pensi troppo solo alla "sua posizione", quella di Cristo sulla Croce era assai più scomoda!  
Non getti via nulla, non lasci nulla di intentato, all'interno della Chiesa il mondo tradizionale c'è e con Benedetto XVI sta riprendendo forma e voce.... Evitiamo che il mondo cattolico continui ad essere spaccato e diviso, evitiamo di fomentare questi partigianismi.... si fidi del PAPA, cerchi una via che possa dare alla FSSPX quella legittima libertà di SERVIRE LA CHIESA DAL DI DENTRO.... il resto si continuerà a discuterlo, ma da dentro.... questo chiede davvero il Papa....  
 
Vi ricordo nel santo Rosario!


[SM=g1740750] [SM=g1740752]

[Edited by Caterina63 3/16/2012 6:08 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740733]MERAVIGLIOSA LETTERA di mons. Nicola Bux alla FSSPX

Don Bux scrive a mons. Fellay: il vostro rifiuto aumenterebbe lo spazio delle tenebre

Don Bux scrive a mons. Fellay e alla Fraternità San Pio X. Il momento, come noto, è serio e grave e l'appello cade in un momento di considerevoli tensioni, anche interne, come mostrano ad esempio le convulsioni nel distretto francese della Fraternità in ordine ai recenti fatti di Corsica. Forze potenti di divisione e sfiducia sono all'opera e lo spirito del settarismo imperversa. Riuscirà questa invocazione a rafforzare il fragile ponte che il Papa (appunto il Ponti-fex, il costruttore di ponti) si sforza di gettare? La lettera è stata pubblicata (in italiano e in francese) sul sito Ecclesia Mater. Le sottolineature sono nostre, di alcuni punti che ci paiono specialmente significativi; a cominciare dal riconoscimento, che possiamo cominciare a considerare mainstream, della catastroficità di molte conseguenze del Concilio e della seria opinabilità di taluni suoi "insegnamenti".

Enrico






A Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay
e alla Fraternità sacerdotale san Pio X

Eccellenza Reverendissima,
cari Fratelli,

la fraternità cristiana è più potente della carne e del sangue, perché in essa si anticipa, grazie alla Divina Eucaristia, la vita del Paradiso.

Gesù Cristo ci ha chiamati a fare l'esperienza della comunione: è in questa che il nostro io consiste. Comunione è stima a priori per l'altro, perché abbiamo in comune l'unico Signore. Perciò la comunione è disponibile ad ogni sacrificio per l'unità: una unità che deve essere visibile, secondo l'anelito finale di nostro Signore nella preghiera al Padre: “ut unum sint, ut credat mundus”; visibile, perché è la testimonianza decisiva degli amici di Cristo.

E' indubbio che non pochi fatti del Concilio Ecumenico Vaticano II e del periodo successivo, legati all’elemento umano di questo avvenimento, abbiano  rappresentato vere calamità ed addolorato grandi uomini di Chiesa. Ma Iddio non permette che la Sua Chiesa giunga all’autodistruzione.

Non possiamo considerare la durezza dell’elemento umano senza avere fiducia in quello divino, cioè nella Provvidenza che, pur nel rispetto della libertà umana,  guida la storia, e in particolare la storia della Chiesa.

La Chiesa è istituzione divina, divinamente garantita ed è pure un fatto umano. L’aspetto divino non nuoce all’elemento umano – personalità e libertà - e non lo inibisce necessariamente; l’aspetto umano, rimanendo integro, ed anche compromettente, non nuoce mai all’aspetto divino.

Per motivo di Fede, ma anche per le conferme che, sia pur lentamente, si manifestano sul piano della storia, crediamo che Dio, in questi anni, abbia preparato e prepari uomini degni per rimediare ai tanti errori ed ai tanti cedimenti che tutti deploriamo, che già spuntino e sempre più spunteranno opere sante, secondo una strategia divina che collega l’opera di anime lontane e che neppure si conoscono, ma il cui agire costituisce un disegno, come è meravigliosamente accaduto nel secolo in cui si ebbe la dolorosa rivolta di Lutero.

Si tratta di divini interventi che pare si moltiplichino quanto più si intorbidano i fatti. Di tutto questo parlerà soprattutto l’avvenire. Ma noi ne siamo già certi e di tutto questo si vede l’alba.

Per qualche tempo l’incertezza dell’alba combatte con le tenebre, lente a ritirarsi, ma quando si vede l’alba si sa che c’è il sole e che il sole continua ad incedere nei Cieli!

Con le parole di Santa Caterina da Siena, possiamo quindi dirvi: “Venite sicuramente a Roma”, presso la casa del Padre comune, che ci è stato donato come perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità cattolica.

Venite a partecipare di questo benedetto avvenire, di cui, pur in mezzo a tenebre persistenti, già si intravede l’alba.

Il vostro rifiuto aumenterebbe lo spazio delle tenebre, non quello della luce. Molteplici sono gli sprazzi di luce che già ammiriamo, primo fra tutti il delinearsi della grande restaurazione liturgica, operata dal Motu ProprioSummorum Pontificum”, che sta suscitando in tutto il mondo un ampio movimento, di cui fanno parte soprattutto giovani, che intendono zelare il culto del Signore.

Come dimenticare però altri gesti concreti e significativi del Santo Padre, come la remissione delle scomuniche ai Vescovi ordinati da Mons. Lefebvre, l’apertura di un confronto aperto sulla interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, e per questo anche il rinnovamento della Commissione Ecclesia Dei?

Certamente possono restare ancora perplessità, punti da approfondire, da meglio chiarire, come il discorso sull’ecumenismo e sul dialogo interreligioso (che ha già comunque ricevuto un’importante precisazione dalla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Dominus Jesus del 6 agosto 2000), e quello sulla maniera in cui intendere la libertà religiosa.

Anche su questi punti, la vostra presenza, canonicamente garantita, nella Chiesa aiuterà a portare maggiore luce.

Come non valutare l’apporto che potrete dare, grazie alle vostre risorse pastorali e dottrinali, alle vostre capacità e sensibilità, al bene di tutta la Chiesa?

Questo è il momento opportuno, questa è l’ora favorevole per ritornare: Timete Dominum transeuntem: non lasciatevi sfuggire l’occasione di grazia che il Signore vi offre, non lasciate che passi accanto a voi e non la riconosciate.

Potrà il Signore concederne un’altra?

Non dovremo tutti un giorno comparire di fronte al Suo Tribunale, e rispondere non solo del male compiuto, ma anche di tutto il bene che avremmo potuto fare e che non abbiamo fatto?

Il cuore del Santo Padre palpita: Egli vi attende con ansia, perché vi ama, perché la Chiesa ha bisogno di voi per una comune testimonianza di fede in un mondo sempre più secolarizzato e che sembra volgere le spalle al Suo Creatore e Salvatore.

Nella piena comunione ecclesiale con la grande famiglia, che è la Chiesa cattolica, la vostra voce non sarà disprezzata, il vostro impegno non sarà né trascurabile né trascurato, ma potrà portare, con quello di tanti altri, frutti abbondanti; al di fuori verrebbe invece disperso.

L'Immacolata ci insegna che troppe grazie si perdono perché non vengono richieste: siamo convinti che con una risposta favorevole alla proposta del Santo Padre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X diventerà uno strumento per accendere nuovi raggi alle dita della nostra Madre celeste.

In questo giorno a Lui dedicato, voglia San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, Patrono della Chiesa Universale, ispirare e sostenere i vostri buoni propositi: “Venite sicuramente a Roma”.

Roma, 19 marzo 2012
Solennità di San Giuseppe

d. Nicola Bux


[SM=g1740717]
Grazie mons. Nicola Bux.... Embarassed sottoscrivo con lei ogni rigo, ed affidiamo davvero a Santa Caterina da Siena una speciale intercessione allo sviluppo di questa grave situazione....  
 
La supplico mons. Fellay! si fidi del Papa, non in quanto Ratzinger o uomo, ma in quanto DOLCE VICARIO DI CRISTO IN TERRA...  
pensi a quante suppliche rivolse Santa Caterina al Papa e delle tante volte che mai venne ascoltata....  
pensi a Gesù che si fece obbediente FINO ALLA MORTE di Croce, e in questa obbedienza si lasciò massacrare dalle mani e dai progetti degli uomini....  
Ma non sono io che posso insegnarle queste realtà, io posso dirle che ABBIAMO BISOGNO ANCHE DI VOI.... che il Papa ha bisogno anche di voi, così come voi avete bisogno di noi e in primis del Papa.... non c'è Chiesa se non c'è comunione con il Papa...  
Santo Cammino Quaresimale!  
Santa Caterina da Siena vi illumini e vi solleciti ad un abbraccio con il Dolce Vicario di Cristo.

[SM=g1740750] [SM=g1740752]


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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[SM=g1740733]Segnaliamo, per correttezza d'informazione e valido approfondimento, l'indice degli aggiornamenti del sito UnaVox....

Vi segnaliamo i seguenti aggiornamenti:

Una lezione di stile e di acume: le precisazioni di Padre Giovanni Cavalcoli
 
Note a margine del commento di Padre Cavalcoli circa la lettera aperta di don Nicola Bux a Mons. Fellay e la risposta pubblica di Mons. Williamson


La lodevole iniziativa di don Nicola Bux
 
 - 
Note a margine della lettera aperta di don Nicola Bux
a Mons. Fellay e alla Fraternità San Pio X


Cordiali e fraterni saluti in nomine Domini

SS. Rosarii a Modena per le relazioni S.Sede e la F.S.S.P.X e l'unità della Chiesa: "I cattolici hanno bisogno anche della Fraternità!".

Incoraggiati dalla notizia apparsa sul Blog il 26 marzo 2012, secondo la quale esistono ancora spiragli per una soluzione positiva del riconoscimento canonico della Fraternità S.Pio X, il Parroco della chiea Spirito Santo (Modena) ed un gruppo di parrocchiani hanno deciso di recitare il Rosario pubblicamente in chiesa ogni giorno alle ore 18:30 , fino al 15 aprile 2012
Sono sostenuti da 2 convinzioni di fede:
1) La preghiera può ottenere qualsiasi Grazia
2) La Fraternità ha bisogno di Roma per essere fino in fondo cattolica, ma soprattutto noi abbiamo bisogno di un ritorno alla sana Tradizione teologica e liturgica. Doni che la Fraternità, se canonicamente inserita nella Chiesa, può portare con abbondanza.

CHIESA DELLO SPIRITO SANTO, MODENA Via Rosselli 180 41125 MO 059305104 www.spiritosantomodena.it
compreso (giorno in cui la F.S.S.P. X dovrà dare una chiara, definitiva e univoca risposta sull'accettazione del Preambolo dottrinale del 14.09.2011) per questa intenzione (l'unità della Chiesa).




[SM=g1740722]



[Edited by Caterina63 3/30/2012 12:54 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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4/13/2012 5:30 PM
 
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Per i lefebvriani è l'ultima chiamata all'ovile

Altrimenti è scisma. Ma Roma farà di tutto per evitare l'irreparabile. Dall'Australia, il teologo John Lamont spiega che una riconciliazione è possibile

di Sandro Magister




ROMA, 13 aprile 2012 – Nei prossimi giorni è attesa la risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X all'ultima chiamata della Chiesa di Roma per un suo ritorno all'ovile.

I pronostici oscillano tra ottimismo e pessimismo. La partita in corso tra la Santa Sede e la comunità fondata dall'arcivescovo Marcel Lefebvre ha avuto inizio con la remissione della scomunica, il 21 gennaio del 2009, ai quattro vescovi della comunità illegittimamente ordinati dallo stesso Lefebvre. È entrata nel vivo con otto incontri a Roma tra le due parti, tra il mese di ottobre 2009 e il mese di aprile 2011. È culminata con la consegna ai lefebvriani il 14 settembre 2011, da parte della congregazione per la dottrina della fede, di un "preambolo dottrinale" come "base fondamentale per il conseguimento della piena riconciliazione". Ed è proseguita con l'accettazione solo parziale di tale preambolo da parte del lefebvriani, accettazione giudicata da Roma "non sufficiente" per sanare la "frattura".

Fin qui i tempi regolamentari della partita, col fischietto che è suonato lo scorso 16 marzo con un comunicato emesso dalla Santa Sede. Ma in quello stesso giorno sono cominciati i tempi supplementari, che potrebbero durare ancora a lungo. Nello stesso comunicato del 16 marzo Roma ha offerto ai lefebvriani la possibilità di un'ulteriore risposta. Che è quella ora attesa da un giorno all'altro.

Ma qual è esattamente la causa dottrinale della divisione? E perché c'è frattura tra Roma e i lefebvriani per il loro rifiuto di alcune dottrine del Concilio Vaticano II, mentre contemporaneamente altre correnti cattoliche di segno opposto continuano ad abitare indisturbate la Chiesa nonostante anch'esse rigettino insegnamenti capitali dello stesso Concilio?

Sono queste le due domande da cui prende le mosse la nota di John R.T. Lamont, riprodotta qui sotto.

Ad esse egli fa seguire altre tre domande concatenate. Che non approdano a risposte esaustive. Ma consentono di gettare sulla controversia uno sguardo nuovo, a tratti inaspettato: non pregiudizialmente ostile nei confronti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, anzi, tale da apparire fin troppo comprensivo delle sue ragioni.

L'autore, licenziato in filosofia a Oxford e in teologia a Ottawa con il grande teologo domenicano Jean-Marie Tillard, vive in Australia e insegna a Sydney all'Istituto Cattolico e all'Università di Notre Dame, con il mandato canonico dell'arcidiocesi per l'insegnamento della teologia.

Ha pubblicato vari libri e saggi anche su riviste non specialistiche, come l'americana "First Things".

Sull'ultimo numero della rivista internazionale "Divinitas" diretta da monsignor Brunero Gherardini è uscito in questi giorni un suo articolo su come interpretare l'insegnamento del Concilio sulla libertà religiosa: "Pour une lecture pieuse de Vatican II au sujet de la liberté religieuse", Divinitas vol. 55, 2012/1, pp. 70-92.

La seguente nota è stata scritta da John R.T. Lamont espressamente per www.chiesa.

__________



LE DOMANDE DI UN TEOLOGO

di John R.T. Lamont



In un comunicato del 16 marzo 2012, la Santa Sede ha annunciato che il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, FSSPX, è stato informato che la risposta della Fraternità al preambolo dottrinale presentatole dalla congregazione per la dottrina della fede è stata giudicata "non sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità". Il comunicato non chiarisce se questo giudizio è emesso dalla CDF e approvato dal papa, o se è il giudizio dello stesso papa. Questo giudizio è l'ultimo, finora, di un processo di discussione sulle questioni di dottrina tra la CDF e la FSSPX. La natura e la serietà di questo giudizio solleva importanti interrogativi per un teologo cattolico. Il compito di questo articolo è di rispondere a tali interrogativi.

La segretezza dei colloqui dottrinali in corso rende difficile esprimere un commento sul giudizio. La ragione di questa segretezza è difficile da afferrare, poiché gli argomenti della discussione non riguardano dettagli pratici di una sistemazione canonica – che avrebbe chiaramente beneficiato della riservatezza – ma materie di fede e di dottrina, che riguardano non solo le parti implicate ma tutti i fedeli cattolici. Tuttavia, è stato detto abbastanza in pubblico sulla posizione della FSSPX per consentire una valutazione della situazione. Ci sono due cose che necessitano di essere considerate qui: la frattura tra la Santa Sede e la FSSPX che è stata prodotta dai problemi dottrinali in discussione, e la natura di questi stessi problemi dottrinali.

In una replica a uno studio di Fernando Ocáriz sull'autorità dottrinale del Concilio Vaticano II, padre Jean-Michel Gleize della FSSPX ha elencato gli elementi di questo Concilio che la FSSPX trova inaccettabili:

"Su almeno quattro punti gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono talmente in contraddizione logica con i pronunciamenti del precedente magistero tradizionale, che è impossibile interpretarli nella linea degli altri insegnamenti già contenuti nei precedenti documenti del magistero della Chiesa. Il Vaticano II quindi ha rotto l'unità del magistero, nella misura in cui ha rotto con l'unità del suo oggetto.

"I quattro punti sono i seguenti.

"La dottrina della libertà religiosa, così come è espressa nel n. 2 della dichiarazione 'Dignitatis humanae', contraddice gli insegnamenti di Gregorio XVI nella 'Mirari vos' e di Pio IX nella 'Quanta cura', così come quelli di Leone XIII nella 'Immortale Dei' e quelli di Pio XI nella 'Quas primas'.

"La dottrina della Chiesa, così come è espressa nel n. 8 della costituzione 'Lumen gentium', contraddice gli insegnamenti di Pio XII nella 'Mystici corporis' e nella 'Humani generis'.

"La dottrina sull'ecumenismo, così come espressa nel n. 8 della 'Lumen gentium' e nel n. 3 del decreto 'Unitatis redintegratio', contraddice gli insegnamenti di Pio IX nelle proposizioni 16 e 17 del 'Syllabus', quelli di Leone XIII nella 'Satis cognitum' e quelli di Pio XI nella 'Mortalium animos'.

"La dottrina della collegialità, così come espressa nel n. 22 della costituzione 'Lumen gentium', incluso il n. 3 della 'Nota praevia', contraddice gli insergnamenti del Concilio Vaticano I sull'unicità del soggetto del supremo potere nella Chiesa, e la costituzione 'Pater aeternus'".

Padre Gleize ha preso parte alla discussione dottrinale tra la FSSPX e le autorità romane, così come ha fatto anche Ocáriz. Possiamo ragionevolmente assumere le affermazioni citate come una descrizione dei punti dottrinali sui quali la FSSPX non intende transigere e che sono stati presi dalla Santa Sede come inevitabile origine della frattura.


Il Vaticano II come la ragione della frattura?


Il primo interrogativo in cui si imbatte un teologo riguardo alla posizione della FSSPX concerne la questione dell'autorità del Concilio Vaticano II. L'articolo di Ocáriz al quale ha replicato padre Gleize, pubblicato sul numero del 2 dicembre 2011 de "L'Osservatore Romano", sembra sostenere che un rigetto dell'autorità del Vaticano II sia la base della frattura riscontrata dalla Santa Sede. Ma per chiunque sia al corrente sia della posizione teologica della FSSPX sia del clima dell'opinione teologica nella Chiesa cattolica, questa tesi è difficile da capire. I punti menzionati da padre Gleize sono solo quattro del voluminoso insegnamento del Vaticano II. La FSSPX non rigetta il Vaticano II nella sua interezza: al contrario, il vescovo Fellay ha affermato che la Fraternità accetta il 95 per cento dei suoi insegnamenti. Ciò significa che la FSSPX è più fedele agli insegnamenti del Vaticano II di buona parte del clero e della gerarchia della Chiesa cattolica.

Si considerino le seguenti asserzioni di questo Concilio:

"Dei Verbum" 11:

"La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte".

"Dei Verbum" 19:

"I quattro Vangeli, di cui la Chiesa afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2)".

"Lumen gentium" 3:

"Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione".

"Lumen gentium" 8:

"La Fraternità costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino".

"Lumen gentium" 10:

"Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all'offerta dell'Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e la carità operosa".

"Lumen gentium" 14:

"Il Concilio, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta".

"Gaudium et spes" 48:

"Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento".

"Gaudium et spes" 51:

"La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli".

La grande maggioranza dei teologi nelle istituzioni cattoliche in Europa, Nordamerica, Asia e Australia tende a rigettare tutti o la maggior parte di questi insegnamenti. Questi teologi sono seguiti dalla maggioranza degli ordini religiosi e da una parte consistente dei vescovi in queste aree. Sarebbe difficile, ad esempio, trovare un gesuita che insegna teologia in qualsiasi istituzione gesuita che accetti anche uno solo di essi. I testi citati sono solo una selezione degli insegnamenti del Vaticano II che sono rigettati da questi gruppi; e potrebbero essere molto aumentati di numero.

Ebbene, tali insegnamenti fanno parte proprio di quel 95 per cento del Vaticano II che la FSSPX accetta. E a differenza del 5 per cento di quel Concilio rigettato dalla FSSPX, gli insegnamenti riportati sopra sono centrali per la fede e la morale cattoliche, e includono alcuni degli insegnamenti fondamentali di Cristo stesso.

Il primo interrogativo che il comunicato della Santa Sede solleva per un teologo è quindi: perché il rigetto da parte della FSSPX di una piccola parte degli insegnamenti del Vaticano II dà origine a una frattura tra la Fraternità e la Santa Sede, mentre il rigetto di molto più numerosi e importanti insegnamenti del Vaticano II da parte di altri gruppi nella Chiesa lascia questi gruppi tranquilli al loro posto e nel possesso di una piena condizione canonica? Il rigetto dell'autorità del Vaticano II da parte della FSSPX non può essere la risposta a questo interrogativo. In realtà la FSSPX mostra maggiore rispetto per l'autorità del Vaticano II della maggior parte degli ordini religiosi nella Chiesa.

È interessante notare che i testi del Vaticano II rigettati dalla FSSPX sono accettati da quei gruppi dentro la Chiesa che rigettano altri insegnamenti di questo Concilio. Uno potrebbe quindi supporre che sono proprio questi specifici testi – sulla libertà religiosa, la Chiesa, l'ecumenismo, la collegialità – che fanno problema. La frattura tra la Santa Sede e la FSSPX nasce poiché la Fraternità rigetta questi particolari elementi del Vaticano II, non per una intenzione della Santa Sede di difendere il Vaticano II in blocco. Mentre la frattura non sorge con i gruppi al di fuori della Fraternità che rigettano molto di più del Vaticano II poiché questi gruppi accettano questi particolari elementi. Ma se questo è il caso, il primo interrogativo semplicemente si ripropone con maggior forza.


Problemi con la dottrina cattolica?


Se la frattura tra la Santa Sede e la FSSPX non nasce dal rigetto dell'autorità del Concilio Vaticano II da parte della Fraternità, potrebbe essere il caso che la frattura sorga dalla posizione dottrinale della FSSPX stessa. Dopo tutto ci sono due facce della posizione della FSSPX sul Vaticano II. La prima faccia è la tesi secondo cui alcune affermazioni del Vaticano II sono false e non debbono essere accettate; questa è la faccia che rifiuta l'autorità del Concilio. L'altra faccia è la positiva descrizione della dottrina che dovrebbe essere accettata al posto delle presunte false affermazioni. Questa seconda faccia è l'aspetto più importante della discussione tra la FSSPX e le autorità romane. Dopo tutto, la finalità dell'esistenza di insegnamenti magisteriali è di comunicare la vera dottrina ai cattolici, e la loro autorità sui cattolici deriva da questa finalità. Questa faccia della posizione della FSSPX consiste in affermazioni sulle dottrine che i cattolici dovrebbero credere, affermazioni che in se stesse non dicono nulla sui contenuti o l'autorità del Vaticano II. Dobbiamo quindi considerare se queste affermazioni possono dare origine a una frattura tra la Santa Sede e la FSSPX.

Nel giudicare la posizione dottrinale della FSSPX deve essere tenuto presente che c'è una differenza essenziale tra la posizione della FSSPX sul Vaticano II e la posizione di quei settori dentro la Chiesa che rigettano gli insegnamenti sopra citati della "Dei Verbum", della "Lumen gentium" e della "Gaudium et spes". Questi settori semplicemente sostengono che certe dottrine della Chiesa cattolica non sono vere. Essi rigettano l'insegnamento cattolico, punto. Invece la FSSPX non sostiene che l'insegnamento della Chiesa cattolica è falso. Essa sostiene che alcune delle affermazioni del Vaticano II contraddicono altri insegnamenti magisteriali che hanno più grande autorità, e quindi accettare le dottrine della Chiesa cattolica richiede di accettare questi insegnamenti più autorevoli e di respingere la piccola porzione di errori presenti nel Vaticano II. Essa sostiene che il reale insegnamento della Chiesa cattolica deve essere trovato in precedenti e più autorevoli affermazioni.

In positivo, quindi, la posizione dottrinale della FSSPX consiste nel sostenere gli insegnamenti di una parte dei pronunciamenti magisteriali. I più importanti dei pronunciamenti in questione sono elencati da padre Glaize: l'enciclica di Gregorio XVI "Mirari vos", l'enciclica di Pio IX "Quanta cura" con il relativo "Syllabus", le encicliche di Leone XIII "Immortale Dei" e "Satis cognitum", le encicliche di Pio XI "Quas primas" e "Mortalium animos", le encicliche di Pio XII "Mystici corporis" e "Humani generis", e la costituzione del Concilio Vaticano I "Pastor aeternus". Questi sono tutti pronunciamenti magisteriali di grande autorità, e in qualche caso includono definizioni dogmatiche infallibili, cosa che non accade con il Concilio Vaticano II.

Ciò fa nascere il secondo interrogativo riguardo alla posizione della Santa Sede sulla FSSPX, che induce un teologo a chiedersi: come ci possono essere obiezioni alla FSSPX quando essa sostiene la verità di pronunciamenti magisteriali di grande autorità?

È un interrogativo che ha già in sé una risposta: non ci possono essere simili obiezioni. Se la posizione della FSSPX sulla dottrina può essere giudicata obiettabile, deve essere sostenuto che questa sua posizione non coincide con ciò che quei pronunciamenti magisteriali realmente insegnano, e quindi che la FSSPX falsifica il significato di tali pronunciamenti. Questa tesi non è facile da sostenere, poiché quando quei precedenti pronunciamenti furono promulgati, essi diedero origine a un considerevole corpo di studi teologici finalizzati alla loro interpretazione. Il significato che la FSSPX assegna ad essi è derivato da questo insieme di studi, e corrisponde a come quei pronunciamenti erano compresi nel tempo in cui furono prodotti.

Ciò rende ancor più puntuale e urgente il terzo interrogativo che sorge in un teologo: che cosa quei pronunciamenti insegnano davvero, se non è ciò che la FSSPX dice che essi insegnano?

La risposta che molti daranno è che i significati effettivi di quei pronunciamenti sono dati da, o almeno sono in armonia con, i testi del Concilio Vaticano II che la FSSPX rigetta. Possiamo ammettere questa risposta come vera, ma ciò non ci aiuterà nel rispondere alla domanda. I testi del Vaticano II non offrono molte spiegazioni del significato di quei precedenti pronunciamenti. Ad esempio, la "Dignitatis humanae" dice semplicemente che il suo insegnamento "lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo". Con ciò non offre alcuna spiegazione del contenuto di questa dottrina.

L'inadeguatezza di questa risposta conduce al quarto interrogativo, che è il seguente: qual è l'insegnamento autorevole della Chiesa cattolica sui punti che sono disputati tra la FSSPX e la Santa Sede?

Nessun dubbio che le discussioni dottrinali tra le due parti abbiano implicato un esame della questione, ma la segretezza di tali discussioni lascia il resto della Chiesa al buio su questa materia. Senza una risposta al quarto interrogativo, non c'è possibilità di risposta a questa quinta domanda: perché le posizioni dottrinali della FSSPX danno origine a una frattura tra la Fraternità e la Santa Sede?

Ma questa quinta domanda, pur significativa, non ha l'importanza della quarta. La natura dell'insegnamento della Chiesa cattolica sulla libertà religiosa, l'ecumenismo, la Chiesa e la collegialità è di grande importanza per tutti i cattolici. Le domande sollevate dalle discussioni tra la Santa Sede e la FSSPX riguardano la Chiesa tutta, non soltanto le parti impegnate a discutere.

__________


Il comunicato della Santa Sede del 16 marzo 2012 relativo ai colloqui tra Roma e la Fraternità Sacerdotale San Pio X:

> "Durante l'incontro..."

E il precedente comunicato del 14 settembre 2011:

> "Il 14 settembre 2011..."

__________


L'articolo di Fernando Ocáriz pubblicato il 2 dicembre 2011 su "L'Osservatore Romano", citato da Lamont:

> Sull’adesione al concilio Vaticano II

L'articolo, messo in rete in sei lingue nel sito web de "L'Osservatore Romano", era chiaramente finalizzato ad offrire ai lefebvriani un'interpretazione del Vaticano II che fosse da loro accettabile.

Eccone i due paragrafi chiave:

"Nel Concilio Vaticano II ci sono state diverse novità di ordine dottrinale: sulla sacramentalità dell’episcopato, sulla collegialità episcopale, sulla libertà religiosa, ecc. [...] Alcune di esse sono state e sono ancora oggetto di controversie circa la loro continuità con il magistero precedente, ovvero sulla loro compatibilità con la tradizione. Di fronte alle difficoltà che possono trovarsi per capire la continuità di alcuni insegnamenti conciliari con la tradizione, l’atteggiamento cattolico, tenuto conto dell’unità del magistero, è quello di cercare un’interpretazione unitaria, nella quale i testi del Concilio Vaticano II e i documenti magisteriali precedenti s’illuminino a vicenda. Non soltanto il Vaticano II va interpretato alla luce di precedenti documenti magisteriali, ma anche alcuni di questi vengono meglio capiti alla luce del Vaticano II. Ciò non è niente di nuovo nella storia della Chiesa. Si ricordi, a esempio, che nozioni importanti nella formulazione della fede trinitaria e cristologica (hypóstasis, ousía) adoperate nel Concilio I di Nicea furono molto precisate nel loro significato dai concili posteriori.

"L’interpretazione delle novità insegnate dal Vaticano II deve perciò respingere, come disse Benedetto XVI, l’ermeneutica della discontinuità rispetto alla tradizione, mentre deve affermare l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità. Si tratta di novità nel senso che esplicitano aspetti nuovi, fino a quel momento non ancora formulati dal magistero, ma che non contraddicono a livello dottrinale i documenti magisteriali precedenti, sebbene in alcuni casi – a esempio, sulla libertà religiosa – comportino anche conseguenze molto diverse al livello delle decisioni storiche sulle applicazioni giuridico-politiche, viste le mutate condizioni storiche e sociali. Un’interpretazione autentica dei testi conciliari può essere fatta soltanto dallo stesso magistero della Chiesa. Perciò nel lavoro teologico d’interpretazione dei passi che nei testi conciliari suscitino interrogativi o sembrino presentare difficoltà, è innanzitutto doveroso tener conto del senso in cui i successivi interventi magisteriali hanno inteso tali passi. Comunque, rimangono legittimi spazi di libertà teologica per spiegare in un modo o in un altro la non contraddizione con la tradizione di alcune formulazioni presenti nei testi conciliari e, perciò, di spiegare il significato stesso di alcune espressioni contenute in quei passi".

__________


All'articolo di Ocáriz su "L'Osservatore Romano" ha replicato, per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, Jean-Michel Glaize:

> Una questione cruciale: il valore magisteriale del Concilio Vaticano II

__________


Per una cronistoria della controversia tra Roma e i lefebvriani ad opera dello storico Gilles Routhier e per un indice di tutte le precedenti puntate della discussione avviata da www.chiesa sull'ermeneutica del Concilio Vaticano II, vedi il seguente servizio dello scorso 19 gennaio:

> Benedetto XVI, il Riformatore


Nella discussione su www.chiesa sono intervenuti a più riprese, il più delle volte con contributi originali, Francesco Agnoli, Francesco Arzillo, Inos Biffi, Giovanni Cavalcoli, Stefano Ceccanti, Georges Cottier, Roberto de Mattei, Masssimo Introvigne, Walter Kasper, Agostino Marchetto, Alessandro Martinetti, Enrico Morini, Enrico Maria Radaelli, Fulvio Rampi, Martin Rhonheimer, Gilles Routhier, Basile Valuet, David Werling, Giovanni Onofrio Zagloba, e ora anche John R.T. Lamont.

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Gli ultimi tre precedenti servizi di www.chiesa:

11.4.2012
> Quella strana messa che il papa non vuole
È la messa secondo il rito del Cammino neocatecumenale. Benedetto XVI ha ordinato alla congregazione per la dottrina della fede di esaminarlo a fondo. La sua condanna pare segnata

7.4.2012
> Il Big Bang della nuova creazione, raccontato dal papa
"Con la risurrezione di Gesù, Dio ha detto nuovamente: Sia la luce!". L'omelia della veglia di Pasqua, nella notte del 7 aprile 2012, nella basilica di San Pietro

6.4.2012
> Diario Vaticano / I focolarini sempre più numerosi in curia
Sono onnipresenti. Hanno due cardinali e un buon numero di arcivescovi in ruoli di peso, specie nella diplomazia. Il segretario di Stato è loro patrono

__________


Per altre notizie e commenti vedi il blog che Sandro Magister cura per i lettori di lingua italiana:

> SETTIMO CIELO

Ultimi tre titoli:

Per i neocatecumenali la ricreazione è finita. Si torna a scuola

Gli intoccabili. Il caso Enzo Bianchi

Il papa insiste, vuole tutti in ginocchio

__________

13.4.2012
 
[SM=g1740733]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Intervista di Mons. Bernard Fellay
Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

rilasciata al giornale Nouvelles de France

15 febbraio 2013


Mons. Fellay è il Superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da Mons. Lefebvre. Egli parla con Nouvelles de France dei tentativi di avvicinamento della FSSPX con Roma, che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI.



Monsignore, apprezzerebbe il fatto che l’ultimo atto principale del pontificato di Benedetto XVI fosse la reintegrazione della Fraternità San Pio X?

Per un breve istante ho pensato che annunciando la sua rinuncia, Benedetto XVI potesse fare forse un ultimo gesto nei nostri confronti come Papa. Detto questo, vedo difficilmente come questo possa essere possibile. Probabilmente bisognerà attendere il prossimo Papa. Le dico anche, a rischio di sorprenderla, che per la Chiesa vi sono dei problemi più importanti di quello della Fraternità San Pio X, e in qualche modo è regolando questi che si regolerà il problema della Fraternità.

Certuni dicono che Lei si augura che Roma riconosca il rito ordinario come illecito, può chiarire questo punto?

Siamo perfettamente coscienti che è molto difficile chiedere alle autorità una condanna della nuova Messa. In realtà, se si correggesse ciò che dev’essere corretto, questo sarebbe già un gran passo.

Come si può fare?

Questo può essere realizzato con un’istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina del Sacramenti. Non è poi così complicato in fin dei conti. Io penso che vi sono dei cambiamenti importanti da fare a causa di gravi e pericolose deficienze che fanno sì che questo rito sia condannabile. La Chiesa può benissimo effettuare queste importanti correzioni senza perdere la faccia o la sua autorità. Ma io vedo attualmente l’opposizione di una parte dei vescovi alla legittima richiesta del Papa di correggere, nel canone della Messa, la traduzione del «pro multis» con «per molti» e non con «per tutti», traduzione falsa che si ritrova in diverse lingue.

Pensa di parlare del Concilio Vaticano II?

Per quanto riguarda il Vaticano II, come per la Messa, noi riteniamo che sia necessario chiarire e correggere un certo numero di punti che sono, sia errati sia forieri d’errore. Detto questo, noi non ci aspettiamo che Roma condanni il Vaticano II prima di un lungo tempo. Essa può ricordare la Verità, correggere discretamente gli errori e salvaguardare la sua autorità. Tuttavia, noi pensiamo che la Fraternità, denunciando certi punti litigiosi, apporti la sua pietra all’edificio del Signore.

In concreto, voi sapete bene che le vostre rivendicazioni non saranno soddisfatte da un giorno all’altro.

Certo, ma un po’ la volta lo saranno, io penso. E arriverà un momento in cui la situazione diventerà accettabile e potremo trovarci d’accordo, anche se oggi questo non sembra possibile.

Lei ha incontrato Benedetto XVI nei primi mesi del suo pontificato, può dirci qual è stata la sua impressione in quel momento?

Posso dire che ho incontrato un Papa che aveva un sincero desiderio di realizzare l’unità della Chiesa, anche se non siamo riusciti ad accordarci. Ma, mi creda, io prego per lui tutti i giorni.

Qual è stato secondo Lei l’atto più importante del suo pontificato?

Io penso che senza dubbio, l’atto più importante sia stato la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, che accorda ai preti del mondo intero la libertà di celebrare la Messa tradizionale. Egli l’ha fatto, bisogna dirlo, con coraggio, poiché vi erano delle opposizioni. Peraltro, penso che quest’atto alla lunga porterà dei frutti molto positivi.


****************************

Il comunicato,  della Casa Generalizia della Fraternità San Pio X


" La Fraternità San Pio X ha appreso il subitaneo annuncio delle dimissioni di Papa Benedetto XVI che saranno effettive la sera del 28 febbraio 2013. Malgrado le divergenze dottrinali manifestate ancora in occasione dei colloqui teologici tenuti fra il 2009 e il 2011, la Fraternità San Pio X non dimentica che il Santo Padre ha avuto il coraggio di ricordare che la messa tradizionale non era mai stata abrogata, e di sopprimere gli effetti delle sanzioni canoniche portate contro i suoi vescovi, in seguito alle consacrazioni del 1988.


Essa non ignora l’opposizione che queste decisioni hanno suscitato, obbligando il Papa a giustificarsi davanti ai vescovi del mondo intero. Essa gli esprime la sua gratitudine per la forza e costanza di cui ha fatto prova nei suoi confronti in circostanze così difficili e lo assicura delle sue preghiere per il tempo che desidera ormai consacrare al raccoglimento.


Al seguito del suo fondatore, Mons. Marcel Lefebvre, la Fraternità San Pio X, riafferma il suo attaccamento alla Roma eterna, Madre e Maestra di Verità, e alla sede di Pietro. Essa ribadisce il suo desiderio di portare il proprio contributo, secondo le sue possibilità, a risolvere la grave crisi che scuote la Chiesa. Essa prega perché, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, i Cardinali del prossimo conclave eleggano il Papa che, secondo la volontà di Dio, opererà per la restaurazione di ogni cosa in Cristo (Ef. 1,10)".


[SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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3/13/2013 9:00 AM
 
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Osservazioni metafisiche e giuridiche sull'abdicazione papale

 


 

di don Mauro Tranquillo

Si discute in questi giorni sulla possibilità “metafisica”, e non solo giuridica, per un Papa di abdicare. Alcuni vorrebbero che ciò sia semplicemente impossibile, negando quindi bontà morale ed efficacità alla norma giuridica, e prevedendo quindi che il Conclave non potrà eleggere che un Antipapa. Quale fondamento hanno tali asserzioni?

Faremo qui qualche osservazione generale, prescindendo dal problema dell’opportunità e della liceità morale dell’abdicazione di Benedetto XVI, delle conseguenze della medesima e del messaggio che ha fatto passare: queste cose le abbiamo già commentato in un precedente articolo.

Innanzitutto la questione teorica della possibilità per il Papa di lasciare il suo ufficio, sollevata dai teologi al tempo dell’abdicazione di Celestino V, non è più di libera discussione tra cattolici. Sia Celestino V sia Bonifacio VIII hanno emanato una sentenza magisteriale che trancia la questione. Questo argomento d’autorità in teologia è sommo, ecco perché lo citiamo per primo. Ci piace anche riportare il testo del decreto De renuntiatione di Bonifacio VIII (VI Decr., Lib. I, tit. VII, cap. I), emanato nel 1299, che come si vedrà non è semplice norma giuridica ma definizione magisteriale:

«Poiché alcuni curiosi, che discettano delle cose che non giovano molto, e che cercano temerariamente di sapere più del dovuto (contro la dottrina dell’Apostolo), sembravano poco saggiamente porre in preoccupante dubbio che il Romano Pontefice (soprattutto quando si riconosca insufficiente al governo della Chiesa universale, e a sopportare i pesi del supremo pontificato) possa rinunciare al Papato con il suo onere e onore: il nostro Predecessore Papa Celestino V (mentre presiedeva al governo della stessa Chiesa) volendo amputare su questo punto ogni materia di esitazione, dopo aver deliberato con i suoi fratelli, i Cardinali di Santa Romana Chiesa (del cui numero allora eravamo), dietro nostro e loro concorde consiglio e assenso con l’autorità apostolica stabilì e decretò che il Romano Pontefice può liberamente dimettersi. Noi dunque, perché tale statuto non andasse dimenticato con il corso del tempo, o non capiti che lo stesso dubbio venga di nuovo portato recidivamente nella medesima discussione, abbiamo ritenuto con il consiglio dei nostri fratelli di inserirlo tra le altre costituzioni a perpetua memoria»[1].

Sempre a livello di argomenti di autorità, e quindi determinanti, si deve ricordare che le leggi universali della Chiesa sono infallibili (in senso negativo), cioè non possono essere in contrasto con il diritto divino o naturale, né portare al male, né violare la realtà metafisica. L’istituto dell’abdicazione papale è, come tutti ben sanno, contenuto come tale nel Codice di Diritto canonico (del 1917, e anche in quello del 1983). Quindi è una legge universale e non può considerarsi malvagia, o in contrasto con il diritto divino, anzi è espressione indiretta di una realtà dottrinale.

Ancora come argomento di autorità, abbiamo la canonizzazione di Papi che abdicarono, come san Ponziano e il ben noto san Pietro Celestino: se il loro atto fosse andato contro una legge essenziale e metafisica, anche in buona fede, non avrebbero certo potuto essere infallibilmente proposti alla venerazione di tutti i fedeli come esempio e modello di virtù eroiche.

La ragione metafisica e teologica di questa possibilità per tutti i Papi è il fatto che il Papato è un accidente (un potere di governo universale non permanente, infatti ognuno concorda che si perde alla morte) infuso direttamente da Dio in un soggetto designato dall’elezione legittima (causa materiale) e l’accettazione della medesima (causa formale). Il ritiro volontario dell’accettazione, cioè di un atto personale e volontario, dissolve il soggetto-Papa esattamente come la morte. L’unica eccezione secondo i teologi sarebbe stata quella di san Pietro, che non era divenuto Papa per accettazione dell’elezione ma direttamente per volontà del Cristo. Il Papato non è un carattere sacramentale o una qualità connaturale permanente, quindi tale qualità metafisicamente si può scindere dal soggetto in cui si trova, allo stesso modo con cui si è unita al medesimo: mediante un atto volontario.

In quanto revoca di un atto personale, l’abdicazione sarà dunque valida purché volontaria, anche se estorta con timore grave o violenza o inganno, e anche senza buoni motivi (in tal caso potrà essere moralmente discutibile, ma canonicamente legittima): la sola volontarietà è richiesta, come affermano Coronata e Cappello. Per la liceità morale sono richieste cause gravissime. Queste condizioni sono semplicemente quelle che fanno definire volontario qualsiasi atto (coacta voluntas voluntas est: solo la vis absoluta e il metus tollens usum rations escluderebbero il volontario).

Come si intuisce dunque, non si può parlare di Antipapi in seguito a una legittima abdicazione.



[1] Il testo latino qui.



[SM=g1740722]


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3/14/2013 12:07 PM
 
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Dici, organo ufficiale di stampa dei lefebvriani, ha diramato un comunicato. Eccolo
 
 
Alla proclamazione dell'elezione di Papa Francesco, la Fraternità San Pio X prega Dio di dare in sovrabbondanza al nuovo Pontefice le grazie necessarie per l'esercizio del suo pesante carico.
 
Sostenuto dalla Provvidenza Divina, possa il nuovo Papa "confermare i suoi fratelli nella fede"[1], con l'autorità che San Pio X proclamava all'inizio del suo pontificato: "Non vogliamo essere, e con l'aiuto di Dio, Noi non saremo nient'altro, in mezzo alla società umana, che il ministro di Dio, che Ci ha rivestito della Sua autorità. I suoi interessi sono i nostri interessi; dedicare ad essi le nostre forze e la nostra vita, questa è la nostra determinazione incrollabile"[2].
 
San Francesco d'Assisi, del quale il nuovo pontefice porta il nome, sentì il divino crocifisso che gli diceva: "Va', Francesco, e ripara la mia Chiesa". E' in questo spirito che i vescovi, i sacerdoti e i religiosi della Fraternità San Pio X assicurano al Santo Padre il loro desiderio filiale di "restaurare ogni cosa in Cristo, perché Cristo sia tutto in tutti"[3], secondo i loro mezzi, per l'amore di Santa Romana Chiesa Cattolica.
 
Menzingen, 13 marzo 2013

[1] Luc 22,32
[2] Saint Pie X, Encyclique E supremi apostolatus (4 octobre 1903)
[3] Eph. 1,10 et Col. 3,11
da questo momento terminati i lavori del Conclave,
è stata aperta una nuova sezione
dedicata alle attività di S.S. Papa Franciscum


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4/17/2013 6:50 PM
 
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Lettera ad amici e benefattori.

In questa lettera Mons. Fellay riassume e proclama in modo chiaro e ufficiale laposizione costante della Fraternità di fronte agli errori moderni

Cari amici e benefattori,

già da molto tempo questa lettera avrebbe dovuto pervenirvi, ed è con gioia, in questo tempo pasquale, che vorremmo fare il punto ed esporre qualche riflessione sulla situazione della Chiesa.

Come sapete, la Fraternità si è trovata in una posizione delicata durante una parte dell’anno 2012, in seguito all’ultimo tentativo di Benedetto XVI di cercare di normalizzare la nostra situazione. Le difficoltà sono venute, da una parte, dalle esigenze che hanno accompagnato la proposta romana – le quali, come sempre, non possiamo e non vogliamo sottoscrivere -, e d’altra parte, da una mancanza di chiarezza da parte della Santa Sede che non permetteva di conoscere esattamente la volontà del Santo Padre, né ciò che era disposto a concederci. La confusione causata da queste incertezze si è dissipata a cominciare dal 13 giugno 2012, con una conferma netta, il 30 dello stesso mese, tramite una lettera dello stesso Benedetto XVI che esprimeva chiaramente e senza ambiguità le condizioni che ci avevano imposto per una normalizzazione canonica.

Queste condizioni sono di ordine dottrinale; esse portano all’accettazione totale del Concilio Vaticano II e della messa di Paolo VI. E quindi, sul piano dottrinale, come ha scritto Monsignor Agostino di Noia, vice-presidente della Commissione Ecclesia Dei, in una lettera indirizzata ai membri della Fraternità San Pio X alla fine dell’anno scorso, noi siamo sempre al punto di partenza, lo stesso che si poneva negli anni ’70.

Noi dobbiamo purtroppo sottoscrivere questa constatazione delle autorità romane, e riconoscere l’attualità dell’analisi di Monsignor Marcel Lefebvre, fondatore della nostra Fraternità, che non è mai cambiata nei decenni che hanno seguito il Concilio, fino alla sua morte. La sua percezione molto giusta, sia teologica sia pratica, vale ancora oggi, dopo cinquant’anni dall’inizio del Concilio.

Noi vorremmo ricordare questa analisi che la Fraternità San Pio X ha sempre fatto propria e che rimane il filo conduttore della sua posizione dottrinale e della sua azione: pur riconoscendo che la crisi che scuote la Chiesa ha anche delle cause esteriori, è proprio il Concilio stesso l’agente principale della sua auto-distruzione.

Dopo la fine del Concilio, Monsignor Lefebvre illustrò, in una lettera al Cardinal Alfredo Ottaviani del 20 dicembre 1966, i danni causati dal Concilio alla Chiesa tutta. Li ho già citati nella Lettera agli Amici e Benefattori n°68, del 29 settembre 2005. È utile rileggerne oggi qualche estratto:

« Subito ne sono state tratte le conseguenze, e sono state applicate alla vita della Chiesa:

- I dubbi sulla necessità della Chiesa e dei Sacramenti, comportano la sparizione delle vocazioni sacerdotali.

- I dubbi sulla necessità e la natura della “conversione” di tutte le anime, comportano la sparizione delle vocazioni religiose, la rovina della spiritualità tradizionale nei noviziati, l’inutilità delle missioni.

- I dubbi sulla legittimità dell’autorità e sull’esigenza dell’ubbidienza, provocati dall’esaltazione della dignità umana, dell’autonomia della coscienza, della libertà, fanno vacillare tutte le società, a cominciare dalla Chiesa alle società religiose, alle diocesi, alla società civile, alla famiglia.
L’orgoglio ha per normale conseguenza le concupiscenze degli occhi e della carne. E vedere a che punto di decadenza morale sia giunta la maggior parte delle pubblicazioni cattoliche è forse una delle più spaventose constatazioni della nostra epoca. Senza alcun ritegno, vi si parla della sessualità, della limitazione delle nascite con tutti i mezzi, della legittimità del divorzio, dell’educazione in ambienti misti, del flirt, dei balli come mezzi necessari per l’educazione cristiana, del celibato dei preti, ecc.

- I dubbi sulla necessità della grazia per essere salvati, provocano la disistima del battesimo, rimandato ormai a più tardi, l’abbandono del sacramento della penitenza. Peraltro, qui si tratta soprattutto dell’attitudine dei preti e non dei fedeli. Lo stesso dicasi per la Presenza Reale, sono i preti che agiscono come se non vi credessero più: nascondendo il Santissimo Sacramento, sopprimendo tutti i segni di rispetto verso di Esso e tutte le cerimonie in Suo onore.

- I dubbi sulla necessità della Chiesa come unica fonte di salvezza, sulla Chiesa cattolica come la sola vera religione, che derivano dalle dichiarazioni sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa, distruggono l’autorità del Magistero della Chiesa. Infatti, Roma non è più la “Magistra Veritatis” unica e necessaria.

« Messi con le spalle al muro dai fatti, occorre dunque concludere che il Concilio ha favorito in maniera inconcepibile la diffusione degli errori liberali.
La fede, la morale, la disciplina ecclesiastica tremano fin nelle fondamenta, secondo la predizione di tutti i Papi.
La distruzione della Chiesa avanza a passi rapidi.

Il Sommo Pontefice è ridotto all’impotenza dall’autorità esagerata concessa alle conferenze episcopali.
Quanti esempi dolorosi in un solo anno!
E tuttavia solo il Successore di Pietro può salvare la Chiesa. »

Il 24 novembre 1974, in seguito alla visita apostolica al seminario di Ecône, Monsignor Lefebvre ritenne necessario riassumere la sua posizione nella celebre dichiarazione che avrà come conseguenza, qualche mese più tardi, l’ingiusta soppressione canonica della Fraternità San Pio X, che il nostro fondatore e i suoi successori hanno sempre considerato nulla. Questo testo capitale si apriva con questa professione di fede, che è quella di tutti i membri della Fraternità:

<<Noi aderiamo con tutto il cuore, con tutta la nostra anima alla Roma cattolica, guardiana della Fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento di questa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità.

<< Noi rifiutiamo di contro, e abbiamo sempre rifiutato di seguire, la Roma della tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e, dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono venute.

<< Tutte queste riforme, in effetti, hanno contribuito ancora alla demolizione della Chiesa, alla rovina del Sacerdozio, all’annientamento del Sacrificio e dei sacramenti, alla scomparsa della vita religiosa, ad un insegnamento naturalista e teilhardiano nelle università, nei seminari, nelle catechesi, insegnamenti impartiti dal liberalismo e dal protestantesimo condannato più volte dal magistero solenne della Chiesa.>>

E la dichiarazione si concludeva con queste righe:

<< La sola condotta fedele alla Chiesa e alla dottrina cattolica, per la nostra salvezza, è il rifiuto categorico dell’accettazione della Riforma.

<< Ecco perché senza alcuna ribellione, alcuna amarezza, alcun risentimento noi proseguiamo la nostra opera di formazione sacerdotale sotto la stella del magistero di sempre, persuasi che noi non possiamo rendere un servizio più grande alla santa Chiesa cattolica, al sovrano Pontefice e alle generazioni future.>>

Nel 1983, ricordando il senso della battaglia per la Tradizione, Monsignor Lefebvre indirizzava un manifesto episcopale a Giovanni Paolo II, co-firmato da Monsignor de Castro Mayer, in cui denunciava, ancora una volta, le devastazioni causate dalle riforme post-conciliari e lo spirito nefasto che si era sparso ovunque. Egli sottolineava, in particolare, gli argomenti riguardanti il falso ecumenismo, la collegialità, la libertà religiosa, il potere del Papa e la nuova messa:

- Il falso ecumenismo:

<< Questo ecumenismo è ugualmente contrario agli insegnamenti di Pio XI nell’enciclica Mortalium animos: su questo punto è opportuno esporre e rigettare una certa falsa opinione che è alla radice di questo problema e di questo movimento complesso per mezzo del quale i non-cattolici si sforzano di realizzare un’unione delle chiese cristiane. Coloro che aderiscono a questa opinione citano costantemente queste parole di Nostro Signore Gesù Cristo: “Affinché siano tutti uno… e si farà un solo gregge e un solo Pastore” (Giovanni 17,21 e 10,16) e pretendono che per mezzo di queste parole Gesù esprima un desiderio o una preghiera che non è stata mai realizzata. Essi pretendono, di fatto, che l’unità della fede e del governo, che è una della note della vera Chiesa di Cristo, praticamente fino ad oggi non è mai esistita e ancora oggi non esiste.

 

<< Questo ecumenismo, condannato dalla morale e dal diritto cattolico, giunge fino al punto di consentire la ricezione dei sacramenti della penitenza, dell’ eucaristia e dell’ estrema unzione da “ministri non-cattolici” (Canone 844 N.C.) e favorisce “l’ospitalità ecumenica” autorizzando i ministri cattolici ad impartire il sacramento dell’eucaristia a dei non-cattolici.>>

 

- La collegialità:

 

<< La dottrina, già suggerita dal documento Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, sarà ripresa esplicitamente dal nuovo Diritto Canonico (Can. 336); dottrina secondo la quale il collegio dei vescovi unito al Papa gode allo stesso modo del potere supremo nella Chiesa in maniera abituale e costante.

 

<< Questa dottrina del doppio potere supremo è contraria all’insegnamento e alla pratica del magistero della Chiesa, specialmente nel Concilio Vaticano I (Dz. 3055), e nell’enciclica di Leone XIII Satis cognitum. Solo il Papa ha questo potere supremo che egli comunica nella misura in cui lo ritiene opportuno e in circostanze straordinarie.

 

<< A questo grave errore si collega l’orientamento democratico della Chiesa, i poteri risiedenti nel “popolo di Dio” così come è definito nel nuovo Codice. Questo errore giansenista è condannato dalla Bolla Auctorem Fidei di Pio VI (Dz. 2602).>>

 

- La libertà religiosa:

<< La dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II afferma l’esistenza di un falso diritto naturale dell’uomo in materia religiosa, contrariamente agli insegnamenti pontifici, che negano formalmente una simile blasfemia.

 

<< Così Pio IX nella sua enciclica Quanta cura e nel Sillabo, Leone XIII nelle sue encicliche Libertas praestantissimum e Immortale Dei, Pio XII nella sua allocuzione Ci riesce, ai giuristi cattolici italiani, negano che la ragione e la rivelazione fondino un diritto simile.

 

<< Il Vaticano II crede e professa, in maniera universale, che “la Verità non può imporsi che per la forza propria della Verità”, ciò si oppone formalmente agli insegnamenti di Pio VI contro i giansenisti del concilio di Pistoia (Dz. 2604). Il Concilio arriva a questa assurdità affermando il diritto di non aderire e di non seguire la Verità, di obbligare i governi civili a non più discriminare per motivi religiosi, stabilendo l’uguaglianza giuridica tra le false e la vera religione. (…)

 

<< Le conseguenze del riconoscimento da parte del Concilio di questo falso diritto dell’uomo minano le fondamenta del regno sociale di Nostro Signore, scuotono l’autorità e il potere della Chiesa nella sua missione di far regnare Nostro Signore negli spiriti e nei cuori, conducendo il combattimento contro le forze sataniche che soggiogano le anime. Lo spirito missionario sarà accusato di esagerato proselitismo.

 

<< La neutralità degli Stati in materia religiosa è ingiuriosa per Nostro Signore e la sua Chiesa, quando si tratta di Stati a maggioranza cattolica.>>

 

- Il potere del Papa:

<< Certamente il potere del Papa nella Chiesa è un potere supremo, ma non può essere assoluto e senza limiti, dato che è subordinato al potere divino, che si esprime nella Tradizione, nella Sacra Scrittura e nelle definizioni già promulgate dal magistero ecclesiastico (Dz. 3116).

<< Il potere del Papa è subordinato e limitato al fine per il quale gli è stato conferito. Questo fine è chiaramente definito da papa Pio IX nella Costituzione Pastor aeternus del concilio Vaticano I (Dz. 3070). Costituirà un intollerabile abuso di potere modificare la costituzione della Chiesa e pretendere di appellarsi al diritto umano contro il diritto divino, come nella libertà religiosa, nell’ospitalità eucaristica autorizzata dal nuovo Codice, nell’affermazione dei due poteri supremi nella Chiesa.

<< È chiaro che in questi casi e in altri simili, è un dovere per tutto il clero e i fedeli cattolici di resistere e di rifiutare l’obbedienza. L’obbedienza cieca è un controsenso e nulla assolve dalla responsabilità per avere obbedito agli uomini piuttosto che a Dio (Dz. 3115); e questa resistenza deve essere pubblica se il male è pubblico ed è oggetto di scandalo per le anime (Somma teologica, II, II, 33, 4).

<< Questi sono dei princìpi elementari di morale, che regolano i rapporti dei soggetti con tutte le legittime autorità.

<< Questa resistenza trova altrove una conferma nel fatto che d’ora in avanti coloro che si attengono alla Tradizione e alla fede cattolica siano penalizzati, e che coloro che professino delle dottrine eterodosse o compiano dei veri sacrilegi non se ne preoccupino in alcun modo. E’ la logica dell’abuso di potere. >>

- La nuova messa:

<< Contrariamente agli insegnamenti del Concilio di Trento nella sessione XXII, contrariamente all’enciclica Mediator Dei di Pio XII, si è esagerato lo spazio dei fedeli nella partecipazione alla messa e diminuito lo spazio del sacrificio propiziatorio. Si è esaltata la cena comunitaria laicizzandola, a spese del rispetto e della fede nella presenza reale della transustanziazione.

<< Sopprimendo la lingua sacra, sono stati pluralizzati all’infinito i riti rendendoli profani a causa di apporti mondani o pagani e sono state divulgate false traduzioni, a spese della vera fede e della vera pietà dei fedeli. >>

 

Nel 1986, a proposito dell’incontro interreligioso di Assisi, che costituì un incredibile scandalo nella Chiesa cattolica, e soprattutto una violazione del primo di tutti i comandamenti - << adorerai un solo Dio>> - in cui si vide il Vicario di Cristo invitare i rappresentanti di tutte le religioni a invocare i loro falsi dei, Monsignor Lefebvre protestò con veemenza. Dirà anche di aver visto in questo evento insopportabile per tutti i cuori cattolici, uno dei segni che egli aveva domandato al Cielo, prima di poter procedere ad una consacrazione episcopale.

Nella Lettera ad Amici e Benefattori n° 40 del 2 febbraio 1991, don Franz Schmidberger, secondo superiore generale della Fraternità San Pio X, riprende l’argomento e ribadisce la posizione cattolica in un piccolo compendio degli errori contemporanei opposti alla fede. E noi abbiamo chiesto a qualche confratello di riassumere in una sorta di vademecum l’insieme di questi punti in diverse opere pubblicate da allora, tra cui il notevole Catechismo della crisi della Chiesa di don Matthias Gaudron (Edizioni Rex Regum).

Oggi, sulla stessa linea, non possiamo che ripetere ciò che Monsignor Lefebvre e don Schmidberger dopo di lui hanno affermato. Tutti gli errori che hanno denunciato, noi li denunciamo. Supplichiamo il Cielo e le autorità della Chiesa, in particolare il nuovo Sommo Pontefice, Papa Francesco, Vicario di Cristo, Successore di Pietro, di non lasciare che le anime si perdano perché non ricevono più la sana dottrina, il deposito rivelato, la fede, senza la quale niente può essere salvato, niente può piacere a Dio.

A cosa serve dedicarsi agli uomini se si nasconde loro l’essenziale, lo scopo e il senso della loro vita, e la gravità del peccato che da ciò li allontana? La carità per i poveri, i più indifesi, gli infermi, i malati, è sempre stata una preoccupazione reale per la Chiesa, e non bisogna dispensarsene, ma se ciò si riducesse a pura filantropia e ad antropocentrismo, allora la Chiesa non compirebbe più la sua missione, non condurrebbe più le anime a Dio, cosa che non si può fare realmente se non in virtù dei mezzi soprannaturali, la fede, la speranza, la carità, la grazia. E quindi con la denuncia di tutto ciò che vi si oppone: gli errori contro la fede e contro la morale. Infatti, se, nonostante questa denuncia, gli uomini peccano, sono dannati per l'eternità. La ragion d’essere della Chiesa è di salvarli e di evitare il male della loro dannazione eterna.

Ovviamente, ciò non farà piacere al mondo, che si rivolta contro la Chiesa, spesso con violenza, come ci mostra la storia.

Eccoci dunque a Pasqua 2013, e la situazione della Chiesa resta quasi invariata. Le parole di Monsignor Lefebvre assumono un accento profetico. Tutto si è realizzato, e tutto continua con grande danno delle anime che non ascoltano più dai loro pastori il messaggio di salvezza.

Senza lasciarci sconfortare, sia per la durata di questa crisi terribile, sia per il numero di sacerdoti, di vescovi che continuano l’auto-distruzione della Chiesa, come riconobbe Paolo VI, noi continuiamo, nella misura dei nostri mezzi, a proclamare che la Chiesa non può cambiare né i suoi dogmi, né la sua morale. Perché non si possono colpire le sue venerabili istituzioni senza provocare un disastro. Se certe modifiche accidentali sulla forma esteriore devono essere fatte – come naturalmente si produce in tutte le istituzioni umane - esse non possono in alcun caso essere fatte in opposizione ai princìpi che hanno guidato la Chiesa per tutti i secoli precedenti.

La consacrazione a San Giuseppe, decisa dal Capitolo generale nel luglio 2012, arriva proprio in un momento decisivo. Perché San Giuseppe? Perché è il patrono della Chiesa cattolica. Egli continua ad avere per il Corpo mistico il ruolo che Dio Padre gli aveva affidato nei confronti del suo Divin Figlio. Essendo Gesù Cristo il Capo della Chiesa, testa del Corpo mistico, ne consegue che colui che era incaricato di proteggere il Messia, Figlio di Dio fatto uomo, vede la sua missione estendersi a tutto il Corpo mistico.

Così come il suo ruolo è stato molto discreto e in gran parte nascosto – pur essendo pienamente efficace - così il ruolo di protettore – efficacissimo anche sulla Chiesa - viene eseguito nella massima discrezione. È solo nel corso dei secoli che si è manifestata in modo sempre più chiaro la devozione a San Giuseppe. Uno dei più grandi santi, uno dei più discreti. Sull’esempio di Pio IX, che lo dichiarò patrono di tutta la Chiesa, sull’esempio di Leone XIII che confermò questo ruolo e introdusse la magnifica Preghiera a San Giuseppe, patrono della Chiesa universale - che noi recitiamo tutti i giorni nella Fraternità - sull’esempio di San Pio X, che aveva una devozione specialissima per San Giuseppe, di cui portava il nome, noi vogliamo fare nostre, in questo momento drammatico della storia della Chiesa, questa devozione e questo patrocinio.

Cari Amici e Benefattori della Fraternità San Pio X, vi benedico di tutto cuore, esprimendo la mia gratitudine per le vostre preghiere e per la vostra generosità a favore dell’opera di restaurazione della Chiesa intrapresa da Monsignor Lefebvre. E ancora di più, domando a San Giuseppe di ottenervi le grazie divine di cui le vostre famiglie hanno bisogno per rimanere fedeli alla Tradizione cattolica.

+ Bernard Fellay

Marzo 2013

[SM=g1740771]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/23/2014 4:49 PM
 
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Congregazione per la Dottrina della Fede: Incontro Cardinale Müller e Vescovo Fellay, Superiore Generale Fraternità Sacerdotale San Pio X

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Città del Vaticano, 23 settembre 2014 (VIS). La Sala Stampa della Santa Sede ha reso noto questa mattina che si è svolto questa mattina, dalle 11:00 alle 13:00, in un clima di cordialità, presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’incontro tra il Cardinale Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e il Vescovo Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. All’incontro erano presenti gli Arcivescovi Luis Francisco Ladaria Ferrer, SI, Segretario della medesima Congregazione, Joseph Augustine Di Noia O.P., Segretario Aggiunto e Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, nonché gli assistenti della FSSPX Reverendi Nikolaus Pfluger e Alain-Marc Nély.

 

Durante l’incontro si sono esaminati alcuni problemi di ordine dottrinale e canonico e si è inteso di procedere per gradi e in tempi ragionevoli verso il superamento delle difficoltà e l’auspicato raggiungimento della piena riconciliazione.





La pastorale deve necessariamente derivare dalla dottrina

Intervista con Mons. Fellay
dopo l’incontro col cardinale Müller

del 3 ottobre 2014

Intervista realizzata da DICI
 

DICI: Il 23 settembre scorso, Lei è stato ricevuto dal cardinale Müller. Il comunicato della Sala Stampa Vaticana riprende i termini del comunicato del 2005, a conclusione del suo incontro con Benedetto XVI, in cui si parlava di «procedere per tappe e in un tempo ragionevole» col «desiderio di giungere alla perfetta comunione», il comunicato del 2014 parla di «piena riconciliazione». Questo significa che si torna al punto di partenza?

Mons. Fellay: Sì e no. Secondo il punto di vista da cui ci si pone. Non v’è niente di nuovo, nel senso che noi, i nostri interlocutori e noi stessi, abbiamo constatato che rimangono le divergenze dottrinali che si erano chiaramente manifestate in occasione degli incontri teologici del 2009-2011, e che, per questo, non potemmo sottoscrivere il Preambolo dottrinale che ci fu proposto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede dopo il 2011.

DICI: Ma cosa c’è di nuovo?

Mons. Fellay: Vi è un nuovo Papa e un nuovo Prefetto a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede. E quest’incontro dimostra che né loro né noi ci auguriamo una rottura delle relazioni: le due parti insistono sul fatto che bisogna chiarire le questioni dottrinali prima di un riconoscimento canonico. È per questo che le autorità romane chiedono la firma del Preambolo dottrinale, mentre noi non possiamo firmarlo in ragione delle sue ambiguità.
Tra i fatti nuovi vi è anche l’aggravarsi della crisi nella Chiesa. Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia, da parte di molti cardinali compaiono delle critiche serie e giustificate alle proposte del cardinale Kasper sulla comunione ai divorziati risposati. Dopo le critiche dei cardinali Ottaviani e Bacci nel Breve esame critico del Novus Ordo Missae, nel 1969, questo non s’era più visto a Roma. Ma ciò che non è cambiato è che le autorità romane non tengono conto delle nostre critiche al Concilio, perché esse appaiono loro secondarie o perfino illusorie, a confronto dei gravi problemi presenti oggi nella Chiesa. Queste autorità constatano la crisi che scuote la Chiesa al più alto livello – ormai tra i cardinali – ma non considerano che la causa maggiore di questa crisi senza precedenti possa essere lo stesso Concilio. Tutto ciò assomiglia ad un dialogo tra sordi.

DICI: Può darci un esempio concreto?

Mons. Fellay: Le proposte del cardinale Kasper in favore della comunione ai divorziati risposati, sono un chiaro esempio di ciò che noi rimproveriamo al Concilio. Nel suo discorso ai cardinali, al Concistoro del 20 febbraio scorso, egli propose di rifare ciò che è stato fatto al Concilio, e cioè: riaffermare la dottrina cattolica ed offrire delle aperture pastorali. Nelle sue diverse interviste ai giornalisti, egli opera questa distinzione tra la dottrina e la pastorale: egli ricorda che in teoria la dottrina non può cambiare, ma introduce l’idea che nella realtà concreta vi sono delle situazioni tali che la dottrina non può essere applicata. Allora, secondo lui, solo la pastorale è in grado di trovare delle soluzioni, a detrimento della dottrina. Da parte nostra, rimproveriamo al Concilio questa distinzione artificiale fra la dottrina e la pastorale, perché la pastorale deve necessariamente derivare dalla dottrina. È a causa delle molteplici aperture pastorali che sono state introdotte nella Chiesa delle mutazioni sostanziali e che la dottrina è stata intaccata. È questo che è accaduto durante e dopo il Concilio e noi oggi denunciamo la stessa strategia usata contro la morale del matrimonio.

DICI: Ma nel Concilio vi sono stati solo dei cambiamenti pastorali che avrebbero intaccato la dottrina?

Mons. Fellay: No, noi siamo obbligati a constatare che sono stati operati dei gravi cambiamenti nella dottrina stessa: la libertà religiosa, la collegialità, l’ecumenismo… Ma è vero che questi cambiamenti appaiono in maniera più chiara e più evidente nelle loro concrete applicazioni pastorali, poiché nei documenti conciliari esse sono presenti come delle semplici aperture, in maniera allusiva e con molti non detti… Cosa che ne fa, secondo l’espressione del mio predecessore, Don Schimdberger, delle «bombe a scoppio ritardato».

DICI: Nelle proposte del cardinale Kasper, dove vede Lei un’applicazione pastorale che renderebbe più evidente un cambiamento dottrinale prodottosi in Concilio? Dove vede una «bomba a scoppio ritardato»?

Mons. Fellay: Nell’intervista concessa al vaticanista Andrea Tornielli, questo 18 settembre, il cardinale ha dichiarato: «la dottrina della Chiesa non è un sistema chiuso: il Concilio Vaticano II insegna che c’è uno sviluppo, nel senso di un approfondimento possibile. Mi chiedo se sia possibile in questo caso (dei divorziati risposati civilmente – ndr.) un approfondimento simile a quello avvenuto nell'ecclesiologia: anche se quella cattolica è la vera Chiesa di Cristo, ci sono elementi di ecclesialità anche fuori dai confini istituzionali della Chiesa cattolica. In certi casi, non si potrebbero riconoscere anche in un matrimonio civile degli elementi del matrimonio sacramentale? Per esempio l'impegno definitivo, l’amore e la cura reciproca, la vita cristiana, l’impegno pubblico che non c’è nelle coppie di fatto (cioè le unioni libere – ndr.)?».
Il cardinale Kasper è del tutto logico, perfettamente coerente: egli propone un’applicazione pastorale al matrimonio dei nuovi principii sulla Chiesa enunciati in Concilio in nome dell’ecumenismo: vi sono degli elementi di ecclesialità al di fuori della Chiesa. Egli passa logicamente dall’ecumenismo ecclesiale all’ecumenismo matrimoniale: vi sarebbero così, secondo lui, degli elementi del matrimonio cristiano al di fuori del sacramento. Per guardare le cose in concreto, si domandi allora a degli sposi che ne penserebbero di una fedeltà coniugale «ecumenica» o di una fedeltà nella diversità! Parimenti, che dobbiamo pensare di una unità dottrinale «ecumenica» diversamente una? È questa conseguenza che noi denunciamo, e che la Congregazione per la Dottrina della Fede non vede o non accetta.

DICI: Che bisogna intendere con l’espressione del comunicato del Vaticano: «procedere per tappe»?

Mons. Fellay: Il desiderio reciproco, di Roma e della Fraternità San Pio X, di mantenere degli incontri dottrinali in un quadro allargato e meno formale di quello dei precedenti colloquii.

DICI: Ma se già i colloquii dottrinali del 2009-2011 hanno portato a niente, a che scopo riprenderli, anche in maniera allargata?

Mons. Fellay: Perché, secondo l’esempio di Mons. Lefebvre, che non ha mai rifiutato di corrispondere all’invito delle autorità romane, noi rispondiamo sempre a coloro che ci interrogano sulle ragioni della nostra fedeltà alla Tradizione. Noi non potremmo sottrarci a quest’obbligo e lo faremo nello spirito e secondo gli impegni che sono stati definiti dall’ultimo Capitolo generale.
Ma visto che Lei si è riferito all’udienza concessami da Benedetto XVI nel 2005, io mi ricordo che allora dicevo che noi vogliamo dimostrare che la Chiesa sarebbe più forte nel mondo odierno se essa mantenesse la Tradizione; e aggiungerei anche, se essa ricordasse con fierezza la sua Tradizione bimillenaria. Io oggi ripeto che noi desideriamo apportare la nostra testimonianza: se la Chiesa vuole uscire dalla crisi tragica che l’attraversa, la risposta giusta a questa crisi è la Tradizione. È così che noi manifestiamo la nostra pietà filiale nei confronti della Roma eterna, della Chiesa madre e maestra di verità, alla quale siamo profondamente legati.

DICI: Lei dice che si tratta di una testimonianza, ma non è piuttosto una professione di fede?

Mons. Fellay: L’una cosa non esclude l’altra. Il nostro fondatore amava dire che gli argomenti teologici con i quali noi professiamo la fede, non sempre sono compresi dai nostri interlocutori romani, ma questo non ci dispensa dal ricordarli. E con il realismo soprannaturale che lo caratterizzava, Mons. Lefebvre aggiungeva che le realizzazioni concrete della Tradizione: i seminarii, le scuole, i priorati, il numero dei sacerdoti, di religiosi e di religiose, di seminaristi e di fedeli… avevano anch’esse un grande valore dimostrativo. Contro questi fatti tangibili non c’è argomento specioso che tenga: contra factum non fit argumentum. Nel caso presente, si potrebbe tradurre questo adagio latino con la frase di Gesù Cristo: «l’albero si giudica dai suoi frutti». In questo senso, pur continuando a professare la fede, noi dobbiamo rendere testimonianza a favore della vitalità della Tradizione.
 



[Edited by Caterina63 10/4/2014 5:53 PM]
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8/6/2015 12:14 AM
 
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IL CARDINALE MULLER
Il cardinale Gerhard Müller
 

Il Sinodo dovrà affrontare «la sfida di trovare vie pastorali per una più forte integrazione nella comunità» dei divorziati «senza riduzioni della parola di Gesù e del conseguente insegnamento della Chiesa». Lo dice il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E su Medjugorie...

di Lorenzo Bertocchi


 

Nell'intervista concessa a katholische.de, pubblicata il 3 agosto scorso, il prefetto dell'ex Santo Ufficio (..)

In un'intervista che affronta molti temi, non è mancata anche la domanda sui rapporti tra il Vaticano e la Fraternità S. Pio X, il gruppo sacerdotale fondato da monsignor Marcel Lefevbre che da tempo è impegnato in un confronto con la Santa Sede quanto alla piena comunione con Roma. Il cardinale Müller ha risposto dicendo che «non ci sono novità sostanziali» e il Papa vuole che si prosegua con «tenacia e pazienza» (in italiano nel testo in tedesco a indicare le parole precise del pontefice). 
Negli ultimi mesi, ha specificato Müller, «ci sono stati incontri di vario genere, volte a migliorare la fiducia reciproca».  
In questo ambito negli ultimi tempi vi sono stati effettivamente alcuni fatti interessanti tra cui la nomina di monsignor Fellay, superiore generale della Fratermità, a giudice di prima istanza nel procedimento contro un prete lefebvriano macchiatosi di un grave delitto. Tale nomina è stata formalmente ratificata proprio dalla Congregazione della Dottrina della Fede e, al di là della questione specifica, mostra comunque di essere un «segno di benevolenza e magnanimità», come ha dichiarato al proposito monsignor Pozzo, segretario della Pontificia CommissioneEcclesia Dei

Un altro fatto interessante arriva dalla diocesi di Buenos Aires da cui proviene papa Francesco. In questo caso l'attuale arcivescovo, Aurelio Poli, che ha sostituito il cardinale Bergoglio dopo l'elezione al soglio di Pietro, ha dato il via libera perché i lefebvriani venissero registrati dal governo dell'Argentina come “associazione diocesana”. Nel caso della Fraternità S.Pio X «l'esigenza di una completa riconciliazione”, ha specificato Müller a katolische.de, «è la firma di un preambolo dottrinale, per garantire la piena conformità alle questioni essenziali della fede». Ma i segni di “benevolenza”, con papa Francesco regnante, non mancano affatto.


 


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domenica 3 gennaio 2016

FSSPX - Intervista all'ex Superiore Generale della Fraternità S. Pio X sullo stato delle relazioni con la S. Sede

 
Riprendiamo, nella traduzione di MiL [qui], il testo dell'intervista uscita su KathNews del 17.12.2015 rilasciata da don Franz. Schmidberger (ex superiore generale della Fraternità di San Pio X ed attuale rettore del seminario tedesco), sulla situazione della Chiesa e della Fraternità San Pio X con alcune possibili prospettive per il futuro.

«Non si tratta solo delle confessioni»
Come la Fraternità San Pio X approfitta del gesto di Francesco. 
Intervista a don Franz Schmidberger, Rettore del Seminario [tedesco] della FSSPX.
Intervista realizzata da Anian Christoph Wimmer (CNA)

Zaitzkofen (kathnews/CNA). Per l’Anno della Misericordia Papa Francesco ha stabilito che ci si può confessare «validamente e lecitamente» dai sacerdoti della Fraternità San Pio X (FSSPX). In un comunicato la Casa generalizia della FSSPX ha ringraziato il Santo Padre per il suo «gesto paterno». Che posizione assume la FSSPX nei confronti di questo gesto? La risposta di don Franz Schmidberger, Rettore del Seminario “Herz Jesu” [il seminario tedesco della FSSPX] ed ex Superiore di Distretto in Germania e Austria.

CNA: Don Franz Schmidberger, davvero la Fraternità ha saputo solo dalla stampa di questo gesto – tanto più che era possibile leggerlo in una lettera indirizzata a Mons. Rino Fisichella?
SCHMIDBERGER:  Sì, è dalla stampa che abbiamo appreso la notizia che Papa Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità San Pio X, nel corso dell’Anno Santo, la giurisdizione per confessare senza restrizioni tutti i fedeli. Come può immaginare, le nostre relazioni con le autorità vaticane non sono delle migliori, perciò non ci è sempre possibile essere al corrente di tutto in anticipo.
 
CNA: Ha avuto notizia di reazioni da parte di altri membri della gerarchia? Che valutazione dà del modo in cui la notizia è stata riportata nei media, cattolici e non?
SCHMIDBERGER: Ho letto un articolo al riguardo sul Tagespresse; ma a parte questo i media di area germanofona lo hanno passato sostanzialmente sotto silenzio. Del resto non godiamo del loro favore, in quanto non seguiamo le opinioni correnti del mondo di oggi. Quanto ai media cattolici, ho letto solo un resoconto un po’ freddo. Senz’altro nelle diocesi si è rimasti di stucco di fronte al fatto che a dei sacerdoti, che per anni ed anni sono stati considerati a torto al di fuori della Chiesa e bollati come fondamentalisti, venga conferita adesso la giurisdizione per le confessioni, e per di più attraverso un atto di autorità del Santo Padre stesso.
 
CNA: E come approfitta adesso la Fraternità di questo gesto? Offre in modo attivo la possibilità di ricevere il Sacramento della Riconciliazione anche a fedeli che di solito non si confessano dai sacerdoti della FSSPX?
SCHMIDBERGER: Nel nostro Seminario “Herz Jesu” poco prima di Natale abbiamo fissato – e pubblicizzato attraverso un annuncio sul giornale – una “giornata per le confessioni”; a questo scopo i nostri seminaristi hanno distribuito volantini e affisso manifesti ai muri. Immagino che nei priorati e nelle cappelle siano state intraprese iniziative simili per i fedeli intenzionati a confessarsi.  A questo va poi aggiunto il fatto che i nostri sacerdoti sono presenti regolarmente al confessionale in orari stabiliti la domenica e nei giorni di festa e, su richiesta, anche nei giorni lavorativi.
Se la risposta a questa iniziativa sarà positiva, saranno senz’altro organizzate altre iniziative simili, specialmente durante la Quaresima, e contemporaneamente verrà tenuto esposto il Santissimo per l’adorazione eucaristica.
 
CNA: Nel suo Discorso ai vescovi tedeschi Papa Francesco li ha esortati a darsi da fare, con rinnovato fervore, per l’Eucaristia e per la Confessione, che in alcuni luoghi è praticamente scomparsa. Quanto spesso accedono al sacramento della Confessione i fedeli che frequentano abitualmente la Fraternità San Pio X?
SCHMIDBERGER:  Forse posso rispondere in modo più chiaro con delle cifre concrete. [Qui a Zaitzkofen] su un totale di circa 110 persone che vengono a Messa la domenica si contano in media 15 confessioni, alle quali si aggiunge qualche confessione durante la settimana; quindi la frequenza di ricezione di questo sacramento è di (all’incirca) una volta ogni 6 settimane, il che corrisponde a ciò che richiede una normale vita cristiana. Nelle altre cappelle della Fraternità le proporzioni sono, a quanto mi risulta, sostanzialmente le stesse. Al di fuori degli ambienti tradizionali, invece, a parte qualche eccezione, la confessione è diventata un sacramento dimenticato. La scomparsa del senso del peccato ne è da una parte la causa, dall’altra una conseguenza. Il desiderio di praticare la virtù e di condurre una vita conforme alla volontà di Dio è diventato per i cristiani un perfetto sconosciuto. Inoltre molti accedono alla comunione senza le necessarie disposizioni interiori e spesso con peccati gravi sulla coscienza. Ciò che oggi indica realmente la vitalità e lo zelo di una parrocchia non è il numero di comunioni, ma quello delle confessioni.
 
CNA: Come si spiega una differenza di proporzioni così vistosa?
SCHMIDBERGER: Quando per anni nella predicazione non si è parlato più dei comandamenti di Dio, dei peccati che escludono dal Regno di Dio (cfr. Gal 5,21), l’intera morale cristiana si frantuma e con essa il senso del peccato di quello che un tempo si poteva chiamare a buon diritto il “popolo fedele”.
Nelle nostre cappelle cerchiamo di trasmettere la verità, la bellezza e la profondità della religione cattolica; predichiamo la fede cattolica nella sua interezza, senza esclusioni, ed esortiamo al rispetto per il sacro, in particolare nei confronti dell’Eucaristia. Noi predichiamo con tutte le nostre forze il Signore Gesù Cristo, crocifisso e risorto. A questo si aggiungono i giorni di ritiro e i turni di Esercizi spirituali, in cui vengono presentati i dogmi cattolici, le norme morali che ad essi corrispondono e la vita spirituale. Inoltre guidiamo i fedeli verso una vita di preghiera; nella preghiera si riceve da Dio la luce che permette di vedere la Sua maestà, la Sua santità e la Sua misericordiosa bontà paterna, nonché il bisogno di redenzione di ciascuno di noi. Da noi si cerca di “vivere” il messaggio della Madonna di Fatima.
 
CNA: Il gesto di Papa Francesco è stato pensato per l’Anno della Misericordia; tuttavia il Papa dopo il 20 novembre 2016 non considererà la cosa come archiviata, giusto? Non si aspetta piuttosto altri gesti di questo tipo, ad esempio in relazione ad altri sacramenti?
SCHMIDBERGER: Effettivamente è difficile immaginarsi che questo si limiti all’Anno Santo, né penso che ciò corrisponda all’idea del Papa. Forse seguiranno in un primo tempo altri gesti simili. Ma a lungo termine si arriverà sicuramente ad una regolarizzazione definitiva della Fraternità San Pio X con una struttura canonica.
 
CNA: Già il suo predecessore, Papa Benedetto XVI, ha cercato un riavvicinamento con la Fraternità San Pio X. Adesso nella lettera già citata Francesco scrive: “Confido che nel prossimo futuro si possano trovare le soluzioni per recuperare la piena comunione con i sacerdoti e i superiori della Fraternità”. Come valuta quest’affermazione?
SCHMIDBERGER: Senza dubbio il Papa vede nella nostra Fraternità una forza che può essere di aiuto alla – da più parti reclamata – nuova evangelizzazione. Inoltre la nostra opera corrisponde in linea di massima al suo invito allo spirito di povertà: noi infatti non riceviamo imposte ecclesiastiche né sovvenzioni statali, bensì viviamo unicamente della generosità e dei sacrifici dei fedeli. Se il Papa pensa realmente ad struttura canonica, ciò aprirebbe molte porte per un’attività ancora più ampia dei nostri sacerdoti rispetto ad oggi. In modo particolare potremmo collaborare, conformemente alla nostra vocazione, alla formazione di una nuova generazione di sacerdoti ricolmi di spirito di fede e di zelo apostolico.
 
CNA: In conclusione: lei festeggia oggi i suoi quarant’anni di sacerdozio. Che cosa spera per la Chiesa cattolica in generale per i prossimi quarant’anni, e quale ruolo giocherà in tal senso la Fraternità San Pio X, a suo avviso?
SCHMIDBERGER: Per i prossimi anni non si può auspicare nient’altro per la Chiesa se non una riforma da capo a piedi e impegnarsi per un rinnovamento interiore che si fondi sullo spirito di santità, e cioè un rinnovamento del sacerdozio cattolico, per condurre i fedeli alle fonti della salvezza, ai sacramenti, per trasmettere la fede in modo vivo nella predicazione, nella catechesi, nei ritiri ed esercizi spirituali, a cui facevo prima riferimento, senza precludersi a questo scopo anche l’uso dei mezzi di comunicazione moderni, come Internet e documenti audio e video.
La crisi attuale è in primo luogo una crisi della fede, e la fede “viene dall’ascolto” (Rom 10,17). Per questo noi preghiamo spesso con la Chiesa l’orazione della Messa per la propagazione della fede: “Tu vuoi, o Dio, che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità; manda dunque operai nella tua messe e concedi loro di annunciare con piena fiducia la tua parola, affinché il tuo messaggio si diffonda e venga conosciuto e tutti i popoli conoscano Te, unico e vero Dio, e Colui che Tu mandasti, Gesù Cristo tuo Figlio, nostro Signore”.
 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Mons Schneider e Mons Fellay«Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada»

Rispondendo, in un articolo apparso sul sito «Riscossa Cristiana», ad una sua lettrice che gli domanda cosa pensi di alcune questioni di attualità, tra cui la recente intervista in cui mons. Athanasius Schneider auspica una soluzione canonica per la Fraternità San Pio X, e riprendendo un suo intervento analogo sul medesimo sito del 12 maggio 2016, il 16 gennaio scorso Alessandro Gnocchi, noto giornalista e apologeta cattolico, esprime delle considerazioni dal tono fortemente critico nei confronti della Fraternità. Benché non venga da lui sollecitata una risposta da parte nostra, essendo stati chiamati in causa e con toni decisamente severi, ci sembra utile fornire il nostro punto di vista sui problemi sollevati.

         Premettiamo che nutriamo una stima immensa per Alessandro Gnocchi, numerose pubblicazioni del quale sono in vendita nei nostri priorati e nelle nostre cappelle. Ma appunto la stima per questo coraggioso giornalista – e autentico cattolico in quest’epoca di crisi della fede – rende tanto più doloroso leggere oggi, dalla sua penna, righe dettate, così ci sembra, piuttosto da uno zelo amaro fuori luogo che dal profondo senso ecclesiale che lo ha sempre contraddistinto. Uno zelo, cioè, mosso senz’altro dalle migliori intenzioni e dall’amore sincero per la Chiesa di Gesù Cristo, ma che scade nel disfattismo e nel livore, un po’ come lo zelo che spinse l’apostolo Pietro a tagliare l’orecchio del servo del sommo sacerdote Malco (Gv 18,10-11) per difendere, ma intempestivamente, Nostro Signore.

          Al centro delle critiche di Gnocchi è quello che nel cappello introduttivo al suo articolo viene definito «il prevedibile accordo della Fraternità San Pio X con Roma» e che invece le autorità della Fraternità sottolineano essere solo un’eventualità, e cioè quella – si noti peraltro come il termine «accordo» appartenga quasi sempre al lessico dei suoi denigratori o dei fautori di un compromesso dottrinale – di un riconoscimento canonico della Fraternità senza controparti dottrinali da parte della Santa Sede. Anzi, a dire il vero – e questo aspetto, taciuto nell’articolo, non è affatto ininfluente per esprimere un giudizio sulla questione – è proprio la Santa Sede ad aver manifestato (pur avendo appurato, dopo i colloqui dottrinali, le sostanziali divergenze) la sua intenzione di voler regolarizzare la situazione canonica della Fraternità, e non il contrario. Ciò che, in questo contesto, mons. Fellay ha risposto alle iniziative delle autorità romane, è semplicemente che, se l’inquadramento canonico profilato dalla Santa Sede dovesse davvero corrispondere – nelle parole come nei fatti – a quello che mons. Lefebvre ha sempre auspicato, e se nessuna controparte dottrinale venisse richiesta, allora la cosa si farà. In caso contrario, no. E ha aggiunto che personalmente, vista l’imprevedibilità dell’attuale Pontefice, non è assolutamente in grado di prevedere se questo avverrà realmente o no. L’unica stima che ha azzardato è che le discussioni si protrarranno ancora per diverso tempo, in quanto entrambe le parti vogliono che siano condotte senza nessuna fretta[1]. Lo scopo di questa tabella di marcia a velocità limitata è evitare ogni equivoco, mettere con chiarezza tutte le carte in tavola, permettere alle autorità vaticane di capire cosa intende realmente la Fraternità quando chiede di essere riconosciuta senza controparti dottrinali e senza modificare nulla della sua vita concreta. Questo emerge da tutte le dichiarazioni recenti, ufficiali e private, di mons. Fellay.

         Una delle prime cose che colpisce nella ricostruzione dei fatti di Gnocchi è che i fatti stessi vengono presentati, nei toni come nei contenuti, in modo del tutto diverso da come essi risultano dalle fonti ufficiali. Tutto quanto fin qui descritto, infatti, secondo Gnocchi equivale tout court a voler «buttarsi nelle mani di Bergoglio e della chiesa anticristica che il vescovo di Roma rappresenta […]. Entrando in pompa magna nella neochiesa bergogliana, gli eredi di monsignor Marcel Lefebvre porterebbero processionalmente l’integrità della fede nel luogo in cui non interessa a nessuno»; si tratterebbe di un «abbraccio contronatura tra chi ha fatto della difesa della fede cattolica la propria ragione di vita e chi invece vede la sua missione nella distruzione della fede cattolica». Sull’inopportunità dei toni non ci attarderemo a lungo: facciamo solo notare che questo linguaggio ricorda molto di più quello dei sedevacantisti – i quali appunto in Jorge Mario Bergoglio null’altro vedono se non il rappresentante di una «neochiesa anticristica» – che quello, talvolta tagliente ma mai irrispettoso, di mons. Lefebvre, che pure Gnocchi onora di ogni sorta di elogi, e della Fraternità San Pio X, alla quale pure riconosce di rappresentare – no, si corregge subito, di «aver rappresentato una fase importante nella vita della Tradizione e quindi della Chiesa» (se ci sapesse segnalare un solo punto sul quale la Fraternità avrebbe modificato la sua critica all’orientamento conciliare e postconciliare così da non rappresentare più un punto di riferimento nella vita della Tradizione, gliene saremmo grati). No, i toni li lasceremo da parte perché senz’altro sono dovuti, in parte, anche all’inevitabile verve giornalistica. Molto di più ci meravigliano invece – e rattristano – i contenuti di queste affermazioni.

         Dal momento che agli occhi di Gnocchi l’attuale condotta della Fraternità nei confronti del Pontefice regnante – non ce ne voglia se, da imperdonabili tradizionalisti quali siamo, agli epiteti anticristici preferiamo ancora l’espressione tradizionale – rappresenterebbe un tradimento della linea di mons. Lefebvre, non sarà inutile ricordare qui qual era, a questo riguardo, la posizione di mons. Lefebvre. E per evitare di «attribuire il nostro pensiero a una persona morta che non può più dire la sua», procedimento «truffaldino» e «intellettualmente misero» (sic) che Gnocchi rimprovera a mons. Schneider, lasceremo la parola a mons. Lefebvre stesso, che nella sua vita si è espresso più volte su questo argomento.

         A più riprese e nell’arco di tutta la parabola ascendente della crisi nella Chiesa, mons. Lefebvre ha mantenuto i contatti con le autorità ufficiali della Chiesa, cercando di ottenere un riconoscimento canonico per la Fraternità. E questo anche nei punti più intensi della crisi.

         Fin dall’inizio, nel 1970, ha considerato questa approvazione ufficiale della Chiesa addirittura come il segno sine qua non che la sua Fraternità era voluta da Dio. Questo riconoscimento arrivava in un momento in cui il Concilio si era già concluso da qualche anno, la crisi era già cominciata, documenti che mons. Lefebvre considerava contrari alla Tradizione erano già stati avallati nell’aula conciliare, Paolo VI aveva già pronunciato il noto discorso in cui celebrava la «simpatia immensa per il mondo» che aveva pervaso il Concilio, il nuovo messale era appena entrato in vigore. E arrivava peraltro da un vescovo (mons. Charrière) non di orientamento tradizionale, ma allineato alle novità conciliari (sebbene a tinte conservatrici). Eppure mons. Lefebvre non ha detto: «Non voglio buttarmi nelle mani di Charrière e di Montini. Entrando nella neochiesa montiniana, porterei l’integrità della fede nel luogo in cui non interessa a nessuno», bensì: «La Fraternità è un’opera di Chiesa. Quanto a me, avrei avuto in orrore l’idea di fondare qualcosa senza l’approvazione di un vescovo. Doveva essere un’opera di Chiesa»[2].

         Il 6 maggio 1975 mons. Mamie, successore di mons. Charrière, con un procedimento di dubbia validità sul piano canonico, ritirò l’approvazione del suo predecessore sopprimendo così la Fraternità San Pio X. Come reagì mons. Lefebvre? Ha detto forse: «Non voglio buttarmi nelle mani di Mamie e di Montini. Rientrando nella neochiesa montiniana, porterei l’integrità della fede nel luogo in cui non interessa a nessuno»? No: «La risposta di mons. Lefebvre è triplice: il magnifico pellegrinaggio a Roma organizzato dall’associazione Credo alla Pentecoste di quest’anno santo e presieduto da mons. Lefebvre circondato da tutto il suo seminario, mostrando così il loro attaccamento alla Roma di sempre; poi una lettera di sottomissione al successore di Pietro, scritta ad Albano il 31 maggio, che includeva una supplica di riesame del suo processo; e infine un ricorso al tribunale della Segnatura apostolica contro la decisione di mons. Mamie, depositato il 5 giugno»[3].

         Il 29 giugno 1976 Paolo VI lo sospese a divinis. Alla fine dell’omelia della prima Messa pubblica dopo la sospensione, a Lille il 29 agosto successivo, davanti a settemila persone mons. Lefebvre delineava la soluzione dei suoi dissapori con la Santa Sede non già stigmatizzandola come «l’abbraccio contronatura tra chi ha fatto della difesa della fede cattolica la propria ragione di vita e chi invece vede la sua missione nella distruzione della fede cattolica», bensì in termini da cui traluce tutt’altra ponderatezza:

         «Se solo ciascun vescovo nella sua diocesi mettesse a disposizione dei fedeli cattolici legati alla Tradizione una chiesa, dicendo: “Questa chiesa è per voi”, che immensi benefici ne trarrebbero [...]! Quando si pensa che il Vescovo di Lille ha dato una chiesa ai musulmani, non vedo perché non ci potrebbe essere una chiesa per i cattolici legati alla Tradizione. E, in definitiva, la questione sarebbe risolta. Ed è quello che domanderei al Santo Padre, se accetterà di ricevermi: “Ci lasci fare, Santità, l’esperienza della Tradizione. In mezzo a tutte le esperienze che si fanno attualmente, che ci sia almeno l’esperienza di ciò che è stato fatto per venti secoli!».

         E l’11 settembre successivo, ricevuto da Paolo VI, gli ripeterà la stessa supplica: «Santo Padre […], lei ha la soluzione tra le mani. Non deve fare altro che dire una sola parola ai vescovi: “Accogliete con comprensione questi gruppi di fedeli che tengono alla Tradizione, alla Messa, ai sacramenti, al catechismo di sempre; date loro dei luoghi di culto”. Questo gruppi saranno la Chiesa, vi troverete delle vocazioni, sarà la parte migliore della Chiesa. I Vescovi lo riconosceranno. Lasci il mio seminario. Mi lasci fare l’esperienza della Tradizione. Voglio senz’altro entrare in relazioni normali con la Santa Sede, attraverso una commissione che Lei potrebbe nominare, che verrebbe in seminario. Ma, evidentemente, noi conserveremo e vogliamo continuare l’esperienza della Tradizione»[4].

         Gnocchi interpreta il fatto che mons. Fellay accetti di discutere con papa Francesco e saluti in termini positivi, seppure con qualche riserva, certe sue aperture verso la Fraternità, come il segno che il Superiore della Fraternità San Pio X abbia abboccato all’«esca gettata da Bergoglio» (così scriveva nell’articolo del maggio 2016). A questo genere di obiezioni mons. Lefebvre, in realtà, aveva già risposto ante litteram nel 1977: «Cosa bisogna fare nei confronti delle persone che occupano i posti di autorità? Chiuderci nella nostra resistenza come in una torre d’avorio? Oppure cercare di convincere le autorità romane? Io non ho assunto la posizione di rompere il dialogo con Roma»; e nel 1978: «Voglio mantenere questa atmosfera psicologica che permette delle relazioni facili; non mi si potrà mai accusare di aver avuto un atteggiamento insolente nei confronti del Santo Padre»[5].

         Si leggano ora queste parole: «Sono in circolazione dei pamphlet contro di me. Io sarei un traditore e un Pilato perché discuto con Roma e domando al Papa: “Lasci fare la Tradizione” […]. Il solo scopo dei miei tentativi a Roma è di cercare di abbattere il muro che ci rinchiude e far sì che migliaia di anime si salvino perché avranno la grazia della vera Messa, dei veri sacramenti, del vero catechismo e della vera Bibbia. È per questo che vado a Roma e non esito a recarmici ogni volta che mi si domanda di andarci […]. Se fossimo almeno tollerati, sarebbe già un notevole vantaggio; molti sacerdoti tornerebbero alla Messa, molti fedeli verrebbero alla Tradizione». Si direbbero le parole di mons. Fellay per difendersi dalle accuse degli esponenti della cosiddetta «resistenza» di oggi: e invece sono parole di mons. Lefebvre[6] contro la «resistenza» di allora (1979).

         Il 18 novembre 1978, appena un mese dopo l’elezione di Giovanni Paolo II, mons. Lefebvre si recò in udienza da lui a perorare la stessa causa. Nel corso degli anni successivi del suo pontificato ha continuato ad operare nella stessa direzione. Non ha detto: «Non voglio buttarmi nelle mani di Wojtyla. Entrando nella neochiesa wojtyliana, porterei l’integrità della fede nel luogo in cui non interessa a nessuno», bensì: «Oggi noi dobbiamo pregare in modo del tutto speciale per il nostro riconoscimento ufficiale, perché potete immaginare come saremmo numerosi qui, se non fossimo più perseguitati da certi membri della santa Chiesa: non cinquemila, seimila, ma ventimila, cinquantamila persone approfitterebbero delle grazie che Dio ci concede, mentre ora esse sono assetate, perdono la fede, sono smarrite, abbandonate. Così noi dobbiamo pensare a tutte quelle anime e quindi desiderare che cessino le persecuzioni ingiuste di cui siamo oggetto»[7].

         Finanche nel 1987, cioè un anno dopo lo scandalo di Assisi, arrivò a proporre alla Santa Sede un progetto di riconoscimento canonico sul modello dell’Ordinariato militare istituito dal Papa poco tempo prima. A Ecône fece suonare il Te Deum in occasione della visita del cardinal Gagnon, e in una lettera al Papa del 20 febbraio 1988, lungi dal definire l’idea di un riconoscimento canonico della Fraternità come quella di un «abbraccio contronatura tra chi ha fatto della difesa della fede cattolica la propria ragione di vita e chi invece vede la sua missione nella distruzione della fede cattolica», riassumeva invece ancora una volta la sua posizione in questi termini: «Saremmo felicissimi di riallacciare relazioni normali con la Santa Sede, ma senza cambiare una virgola di quello che siamo; perché è così che siamo sicuri di rimanere figli di Dio e della Chiesa romana»[8]. Il 5 maggio 1988 appose la sua firma al celebre protocollo d’accordo propostogli dal cardinale Ratzinger, che poi tuttavia, essendo state disattese alcune delle condizioni che mons. Lefebvre considerava imprescindibili (segnatamente quella di avere un vescovo interno alla Fraternità), fu annullato.

         Ma, ancora nel giugno 1989, dunque un anno dopo le consacrazioni episcopali e il tentativo fallito di riconoscimento canonico, rivolgendosi a dei diaconi nel ritiro di preparazione all’ordinazione sacerdotale, si esprimeva in questi termini: «Penso che in ogni caso noi abbiamo bisogno di un legame con Roma. È a Roma che si trova la successione di Pietro, la successione degli apostoli, dell’apostolo Pietro, del primato di Pietro e della Chiesa; se si taglia questo legame, si è davvero come una barca abbandonata ai quattro venti, senza più sapere a quale luogo e a quale persona siamo legati. Io penso che è possibile vedere nella persona che succede a tutti i Papi precedenti il successore di san Pietro, dal momento che occupa la Sede ed è stato ricevuto come Vescovo di Roma a San Giovanni in Laterano (ed è il Vescovo di Roma che è successore di Pietro), ed è riconosciuto come successore di Pietro da tutti i vescovi del mondo. Bene, cosa volete, si può pensare che è veramente il successore di Pietro! E in questo senso noi ci leghiamo a lui e, attraverso di lui, a tutti i suoi predecessori, ontologicamente, se così posso dire. Dopo di che, le sue azioni, ciò che fa, ciò che pensa, le idee che diffonde, questo è un’altra cosa, certamente. È una grande sofferenza per la Chiesa cattolica, per noi, che ci vediamo costretti a constatare una cosa simile. Ma penso che sia la soluzione che corrisponde alla realtà»[9].

         Un’antologia di testi di mons. Lefebvre, pubblicata nel 2010 e curata proprio da Alessandro Gnocchi e dal compianto Mario Palmaro, contiene, in conclusione, un insieme di citazioni in cui Monsignore risponde alla domanda: «Come considerare il ritorno ad una situazione normale?». Le sue risposte manifestano una volta di più il suo profondo attaccamento alla Chiesa e conservano tutta la loro attualità:

         «Quando si tratta del futuro, sappiamo che appartiene a Dio e che è, dunque, difficile fare delle previsioni […]. Tuttavia è nostro dovere fare di tutto per conservare il rispetto della gerarchia e saper distinguere fra l’istituzione divina, alla quale dobbiamo rimanere attaccati, e gli errori che dei cattivi suoi membri possono professare. Dobbiamo fare tutto il possibile per illuminarli e convertirli con le nostre preghiere e con un esempio di dolcezza e fermezza […].

         «Avremo rispetto e anche affetto per tutti i sacerdoti, sforzandoci di ridare loro la vera nozione del sacerdozio e del Sacrificio della Messa, di accoglierli per dei ritiri, di predicare nelle parrocchie. E così, in virtù della verità e della Tradizione, scompariranno i pregiudizi contro di noi, almeno da parte degli animi ben disposti, e il nostro futuro inserimento ufficiale sarà grandemente facilitato. Evitiamo gli anatemi, le ingiurie, le volgarità, evitiamo le polemiche sterili; preghiamo, santifichiamoci, santifichiamo le anime che verranno a noi sempre più numerose, nella misura in cui troveranno da noi ciò di cui hanno sete, la grazia di un vero sacerdote, di un pastore di anime, pieno di zelo, forte nella fede, paziente, misericordioso e assetato della salvezza delle anime e della gloria di Gesù Cristo. Noi non lavoriamo contro nessuno, né persone né istituzioni. Lavoriamo per costruire, non per distruggere: per continuare quello che la Chiesa ha sempre fatto e per nessun’altra ragione […].

         «Per questo mi è sempre sembrato, appoggiandomi alla sana e fedele Tradizione della Chiesa, che fosse mio dovere andare a Roma, protestare e fare tutto il possibile perché un giorno essa possa ritornare alla Tradizione. Alcuni membri della Fraternità, purtroppo, hanno creduto che non bisognasse più andare a Roma, che non si dovessero avere più contatti con coloro che si spingono nell’errore, e bisognasse dunque abbandonare tutti quelli che hanno adottato il Concilio Vaticano II e le sue riforme. Per questo, siccome la Fraternità continuava ad avere dei contatti con Roma e con il Papa, hanno preferito lasciare la Fraternità. Questo però non è mai stato ciò che la Fraternità ha fatto, né l’esempio che io ho creduto dover dare; al contrario! Non ho mai cessato di andare a Roma e continuo ad andarci […].

         «Come poter sperare, allora, di fare ritornare la Chiesa alla sua santa Tradizione? È il Papa, infatti, che deve operare questo ritorno. È lui che ne ha la responsabilità e se oggi si lascia trascinare negli errori del Vaticano II, non è certo un motivo per abbandonarlo. Al contrario, dobbiamo dirigere tutti i nostri sforzi per farlo riflettere sulla gravità della situazione; farlo ritornare alla Tradizione e chiedergli di fare ritornare la Chiesa sulla via che essa ha percorso durante venti secoli.

         «Alcuni mi diranno senz’altro, come coloro che lasciano la Fraternità per questo motivo, che è inutile, che è tempo perso. Questo perché non hanno fiducia in Dio. Egli può tutto. Umanamente parlando, è vero, la situazione è scoraggiante, ma Dio può tutto e la preghiera può ottenere tutto. Per questo dobbiamo pregare ancora di più per il Papa; perché Dio lo illumini e gli apra gli occhi in modo da vedere i disastri che si moltiplicano nella Chiesa. Così i seminari si riempiranno, sul modello di quelli tradizionali, per formare sacerdoti che celebrino la vera Messa, cantino la gloria di Dio, come Gesù Cristo ha fatto sulla croce, e perpetuino il sacrificio della croce. Per questo continuo ad andare a Roma, cari amici: ed è questo lo scopo della Fraternità San Pio X»[10].

         A queste citazioni val poco rispondere con tutte le altre in cui mons. Lefebvre accusa con veemenza (ma sempre con rispetto verso l’autorità) gli errori del Concilio e dei Papi postconciliari. Queste altre citazioni non farebbero altro che confermare, appunto perché si iscrivono nello stesso arco temporale, che mons. Lefebvre non vedeva alcuna contraddizione tra il fatto di criticare le deviazioni della crisi nella Chiesa e, al tempo stesso, andare a Roma per discutere di un’eventuale regolarizzazione canonica della Fraternità. Di lui, però, si tesse l’elogio; se la stessa linea, invece, viene portata avanti dai suoi successori, questo diventa motivo di scandalo?

         Né più fondata è l’obiezione, formulata da Gnocchi già nel maggio del 2016, che «ora la questione è ben diversa», in quanto «dal “Buonasera” del 13 marzo 2013, i fatti dicono che qualcosa è cambiato e non si può non vedere la duplicità della figura di Bergoglio: da un lato, recalcitrante capo quasi invisibile di una Chiesa cattolica ridotta sulla soglia dell’ultimo respiro e, dall’altro, il trionfale e visibilissimo condottiero dell’anticristica neochiesa della Casa Comune». Da questa constatazione emergerebbe che sbaglia radicalmente chi ritiene che, tra Francesco e gli altri Papi postconciliari, «la gravità della situazione sia solo mutata di grado».

         Ora noi diciamo che, in realtà, la situazione è senz’altro peggiorata, e anche molto, ma gli errori di fondo che determinano questo stato di cose sono sempre gli stessi: quelli che mons. Lefebvre rimproverava al Concilio. In Gaudium et spes c’è già, in nuce, il pontificato di Francesco. Anzi, per certi versi Francesco si può considerare il più conciliare dei Papi che abbiamo avuto fino ad ora. Là dove i suoi predecessori hanno applicato il Concilio quasi sempre con qualche misura restrittiva e con dei correttivi in senso tradizionale (specialmente Benedetto XVI), Francesco invece lo applica, perlomeno nei suoi punti più innovativi, in modo integrale e devastante. E questo, in un certo senso, lo riconosce anche Gnocchi, almeno implicitamente, quando, minimizzando la speranza rappresentata dai cardinali che si sono levati per protestare contro Amoris lætitia, afferma che da loro gli «piacerebbe sapere se, una volta rimessa in forma Amoris laetitia, la Chiesa tornerebbe a essere pura e immacolata, così come vorrei sapere cosa hanno fatto per fermare e combattere insieme al loro gregge lo sfacelo dottrinale e liturgico di cui Amoris laetitia è solo un’appendice e, già che ci siamo, se tutto si può riaccomodare applicando correttamente il Vaticano II e la riforma liturgica». Non condividiamo, certo, il giudizio disfattista sull’azione di questi coraggiosi prìncipi della Chiesa che stanno levando la loro voce contro lo sfacelo della dottrina sull’indissolubilità del matrimonio. Ci sembra, al contrario, che ciò che stanno facendo abbia una straordinaria portata storica: è la prima volta nel postconcilio, dopo l’«intervento Ottaviani» del 1969, che dei cardinali si levano pubblicamente per protestare contro un errore favorito dal Papa. E in questo senso è un evento storico, che merita il nostro plauso e il nostro incoraggiamento[11].

         Ma su una cosa siamo d’accordo con Gnocchi: la loro analisi teologica ha anche un limite, che consiste appunto nel non vedere se non questo errore, mentre gli errori, più profondi, che ne sono alla radice e che rimontano al Concilio Vaticano II (e dei quali Amoris lætitia, come osserva giustamente Gnocchi, costituisce solo «un’appendice»), non vengono menzionati. Dire questo, però, significa presupporre che Francesco si inserisca appunto nella linea dell’ultimo Concilio e che la sua rivoluzione, in realtà, non sia la «sua», ma proprio quella del Concilio Vaticano II, portata però alle sue estreme conseguenze. Se, invece, Gnocchi considera la rivoluzione di papa Francesco come un evento del tutto nuovo, che non muta la situazione solo di grado, bensì in modo sostanziale, non è contraddittorio poi deplorare il fatto che questi cardinali denuncino solo gli errori di papa Francesco e non quelli dei suoi predecessori?

         Tra le voci che si sono levate contro questa rivoluzione nella Chiesa, inoltre, c’è anche quella di un vescovo, il Vescovo ausiliare di Astana (Kazakistan), mons. Athanasius Schneider, che da mesi non perde occasione per manifestare il suo dissenso – in pubblico come in privato – contro la rivoluzione in atto nella Chiesa, e anzi da diversi anni porta avanti anche un certo discorso critico sul Concilio Vaticano II, cosa che dovrebbe destare tutto il nostro interesse e incoraggiamento. Anche a questo coraggioso successore degli apostoli, però, purtroppo Gnocchi non risparmia attacchi ingenerosi. L’argomentazione di questo «emissario di Roma» è a suo avviso «intellettualmente misera», «potenzialmente distruttiva», nonché «censurabile e truffaldina», e questo solo perché, nell’esprimere il suo auspicio che il riconoscimento canonico della Fraternità vada in porto, mons. Schneider dichiara che secondo lui mons. Lefebvre avrebbe approvato il progetto di regolarizzazione canonica, e perché invita, d’altra parte, a non mancare di senso soprannaturale. Ciò che, a nostro avviso, Gnocchi non ha colto in queste parole, è che mancherebbe di senso soprannaturale non chi non condividesse la posizione di mons. Schneider (non sembra che quest’uomo così umile si sia mai arrogato una presunta infallibilità nelle proprie opinioni), bensì chi assumesse, a questo riguardo, una posizione di tendenza scismatica e settaria. Quale sarebbe questa posizione priva di senso soprannaturale? Per capirlo dobbiamo distinguere tra due giudizi distinti da portare in questa materia.

         Il primo giudizio è di ordine speculativo e consiste nell’affermare il principio che deve guidare la nostra condotta in questo ambito, come hanno fatto i tre Vescovi della Fraternità San Pio X nella loro Dichiarazione congiunta del 27 giugno 2013: «Questo amore per la Chiesa spiega la regola che mons. Lefebvre ha sempre osservato: seguire la Provvidenza in tutte le circostanze, senza mai permettersi di anticiparla. Noi intendiamo fare la stessa cosa, sia nel caso in cui Roma ritorni presto alla Tradizione e alla fede di sempre – il che ristabilirà l’ordine nella Chiesa – sia nel caso in cui ci riconosca esplicitamente il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori ad essa contrari, con il diritto e il dovere di opporci pubblicamente agli errori e ai fautori di questi errori, chiunque essi siano – il che permetterà un inizio del ristabilimento dell’ordine» (n. 11). Si tratta di una posizione teorica, che non prende in considerazione le circostanze accidentali di questo o quel frangente storico, ma si pone ad un livello superiore, sul piano dei princìpi.

         Il secondo giudizio è di ordine pratico e consiste nella risposta alla domanda: ciò che viene proposto dalla Santa Sede in questo preciso frangente storico, sotto il pontificato di tale o talaltro Papa, corrisponde a ciò che mons. Lefebvre ha sempre richiesto, a questo diritto esplicitamente riconosciuto «di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori ad essa contrari, con il diritto e il dovere di opporci pubblicamente agli errori e ai fautori di questi errori, chiunque essi siano»? Si tratta, in questo caso, non di una posizione teorica, ma un giudizio concreto, relativo alle circostanze contingenti, ma che dà per acquisito il giudizio speculativo di cui sopra e si preoccupa solo di determinare se detto giudizio trova, hic et nunc, realmente applicazione.

         Chi ha e chi invece manca di senso soprannaturale? A nostro avviso mons. Schneider non voleva dire nient’altro che chi non condividesse il primo dei due giudizi (quello speculativo), cioè chi dicesse: «Anche se il Papa le concede esplicitamente il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori ad essa contrari, senza modificare in nulla le sue posizioni teoriche e la sua prassi, la Fraternità deve rifiutare questo riconoscimento ufficiale, perché è meglio per lei in ogni caso stare alla larga dalla neochiesa bergogliana», mancherebbe di senso soprannaturale. E ha perfettamente ragione. Da parte nostra, possiamo solo aggiungere che chi ragionasse in questi termini esprimerebbe una posizione non solo priva di senso soprannaturale, ma appunto per questo incompatibile con quella della Fraternità San Pio X, una posizione di tendenza scismatica e settaria che mons. Lefebvre ha sempre fatto di tutto per tenere lontana dal suo entourage.

         Il secondo giudizio, invece, quello pratico, non ha carattere apodittico. Si iscrive nell’ordine prudenziale ed ammette per ciò stesso una pluralità di posizioni. In altri termini, alla domanda: «Ciò che l’attuale Papa propone alla Fraternità San Pio X corrisponde realmente a ciò che mons. Lefebvre richiedeva per il suo riconoscimento canonico?», potrebbero rispondere – e di fatto rispondono – in modo diverso anche persone che condividono lo stesso giudizio speculativo. È appunto in questa, entro certi limiti, legittima pluralità che si iscrivono, a nostro avviso, le dichiarazioni di mons. Schneider. Tutto ciò che lui, con molto garbo, dice, è che secondo lui ciò che la Congregazione per la dottrina della fede sta proponendo in questo momento a mons. Fellay corrisponde esattamente agli auspici di mons. Lefebvre. Si può, se si preferisce, non essere d’accordo con lui (la pluralità vale in entrambi i sensi), però lo si dovrebbe argomentare con elementi concreti, ad esempio citando quali punti di questa proposta (ma tutti quelli che ne parlano, tra l’altro, la conoscono anche solo un po’?) non corrisponderebbero alle condizioni poste da mons. Lefebvre, e non certo insultando questo coraggioso Vescovo che, giocandosi con tutta evidenza ogni possibilità di carriera, ha dichiarato a più riprese (tanto in privato alle autorità romane quanto pubblicamente ai media) che la Fraternità è un’opera del tutto cattolica, che la sua soppressione fu ingiusta, che le sue posizioni sono perfettamente cattoliche, che mons. Fellay è un vescovo cattolico esemplare e che, appunto per queste ragioni, alla Fraternità uno statuto canonico ufficiale spetta di diritto[12]? Ecco cosa significa, secondo noi, avere senso soprannaturale.

         Caro Alessandro, le tante pubblicazioni della sua carriera di giornalista e apologeta mostrano che lei ce l’ha, eccome, il senso soprannaturale. Perciò le perdoniamo volentieri questi ultimi articoli intempestivi, nei quali, come dicevamo all’inizio, ci ricorda l’apostolo Pietro che, nel suo zelo per la difesa di Nostro Signore Gesù Cristo, si spinse troppo oltre e dovette essere corretto. Ma il paragone le fa onore: sa bene come l’apostolo abbia poi saputo correggere questa intemperanza e continuato la buona battaglia. D’altronde, i tempi amari in cui viviamo, nella società come nella Chiesa, rendono senz’altro umanamente comprensibile un certo inasprimento dei toni ed invitano quindi ad un esercizio copioso della misericordia (quella vera, s’intende: non quella di Amoris lætitia). Ma non escludono neppure la correzione fraterna. Certo, siamo ben consapevoli di non portare sulle spalle un «fardello non nostro: la salvezza della sua fede e delle sua anima». Di queste sarà, in ultima analisi, ciascuno di noi personalmente responsabile di fronte a Cristo giudice. Ma che, in quanto sacerdoti, quanto meno ci sforziamo di dare qualche consiglio sulla condotta da tenere nella crisi che imperversa nella Chiesa, questo senz’altro non le apparirà temerario. E quello che daremmo a lei – se ha piacere di sentirlo – è semplicemente lo stesso che Nostro Signore diede appunto al suo impetuoso discepolo: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Gv 18,11).

don Angelo Citati FSSPX

 

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[1] Cfr. il Comunicato della Casa generalizia della FSSPX a seguito dell’udienza concessa da papa Francesco a mons. Fellay il 1° aprile 2016: «Alla fine dell’incontro è stato deciso che gli scambi in corso proseguiranno. Non si è parlato direttamente dello statuto canonico della Fraternità; papa Francesco e mons. Fellay considerano che bisogna proseguire in questi scambi senza precipitazione». torna su

[2] Fideliter, n. 59, p. 66, citato in mons. B. Tissier de Mallerais, Marcel Lefebvre. Une vie, Clovis, Etampes 2002, p. 459. torna su

[3] Mons. B. Tissier de Mallerais, Marcel Lefebvre. Une vie, Clovis, Etampes 2002, p. 509. torna su

[4] Ib., p. 520. torna su

[5] Ib., p. 535. torna su

[6] Ib., pp. 535-536. torna su

[7] Omelia a Ecône, 27 giugno 1980, citato in mons. M. Lefebvre, Santità e sacerdozio, Marietti, Genova-Milano 2010, p. 400. torna su

[8] Citato in mons. B. Tissier de Mallerais, ib., Etampes 2002, p. 661. torna su

[9] Citato da don M. Simoulin FSSPX, in Le Seignadouottobre 2016torna su

[10] Mons. M. Lefebvre, Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, a cura di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Sugarco Edizioni, Milano 2010, pp. 230-232. torna su

[11] Nel 1986, in occasione dello scandalo di Assisi, mons. Lefebvre scrisse a otto cardinali – che avevano certo una visione ancora tradizionale, ma avevano anche accettato le riforme del Concilio – pregandoli di levare la loro voce contro quello che definì uno «scandalo incalcolabile». Non sarebbe oggi, quindi, il primo a rallegrarsi che, stavolta di loro iniziativa, dei cardinali, che pure accettano le riforme conciliari, si levano per protestare contro un nuovo, incalcolabile scandalo? torna su

[12] Cfr. tra le altre la sua intervista del 3 febbraio 2016 al sito Rorate Cœlitorna su



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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