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Breve presentazione della nuova sezione Congregazione per la Dottrina della Fede

Last Update: 3/13/2015 11:19 AM
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4/2/2012 4:34 PM
 
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[SM=g1740733]Amici.... viste le diverse richieste che ci giungono circa la presenza di Documenti Ufficiali della Santa Chiesa in campo Dottrinale.... ed essendo questi sparsi nel forum e spesso citati a seconda delle tematiche, abbiamo ritenuto opportuno aprire questa Sezione nella quale confluirà tutto il materiale a disposizione circa i Documenti Ufficiali della Congregazione per la Dottrina della Fede (CdF) nella quale questo Forum ha posto la sua specifica e propria Magna Carta....

A Dio piacendo a giorni cominceremo a riempire questa sezione cercando di farlo in modo specifico e tematico....
suggerimenti ed aiuti saranno sempre i benvenuti...
Vi ricordiamo che queste sezioni sono di "sola lettura" mentre per i forumisti iscritti, nella sezione Dialoghi, c'è la possibilità di aprire  thread attraverso i quali condividere e contribuire....


QUI I TESTI UFFICIALI DELLA CDF


[SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]


[Edited by Caterina63 3/13/2015 11:19 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Il fattore decisivo


Intervista al neo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller

http://www.mitteldeutsche-kirchenzeitungen.de/files/2012/02/blickpunkt-08.jpg


CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 luglio 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo l’intervista rilasciata dal nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, a L’Osservatore Romano. L'intervista è stata pubblicata sull'edizione odierna del quotidiano della Città del Vaticano.

***

di Astrid Haas

«La fede è caratterizzata dalla massima apertura. È una relazione personale con Dio, che porta in sé tutti i tesori della sapienza. Per questo la nostra ragione finita è sempre in movimento verso il Dio infinito. Possiamo imparare sempre qualcosa di nuovo e comprendere con sempre maggiore profondità la ricchezza della Rivelazione. Non potremo mai esaurirla». Ad affermarlo è il nuovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, in un lungo colloquio con chi scrive e con il direttore del nostro giornale. Durante l’incontro nell’antico palazzo del Sant’Uffizio monsignor Müller ha parlato anche del suo arrivo nel dicastero della Curia romana, della sua decisione di diventare sacerdote, del tempo trascorso come docente di teologia e come vescovo, dei suoi ripetuti soggiorni in America latina. E ha spiegato di avere imparato a conoscere e ad apprezzare Joseph Ratzinger dalla sua Introduzione al cristianesimo che già nel 1968 fu un best-seller.

Ci racconti le sue prime impressioni nell’incarico, appena assunto, di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in un ambiente che conosceva già bene come membro per anni di diversi organismi della Curia romana.

Per cinque anni, come membro della Congregazione per la Dottrina della Fede, ho potuto partecipare alle riunioni dei cardinali e dei vescovi, ammirando il modo di lavorare coscienzioso e collegiale. I compiti di questo dicastero non mi sono quindi sconosciuti. Per molti anni ho fatto parte anche della Commissione Teologica internazionale e ho potuto collaborare anche con altri dicasteri. Complessivamente, però, molte cose sono per me nuove e insolite. Ci vorrà un po’ di tempo prima che riesca a orientarmi nella complessa struttura della Curia. Naturalmente per me è nuovo soprattutto il ruolo di prefetto. Come membro ho approfondito i documenti preparati dalla Congregazione e ho partecipato alle consultazioni. Ora, invece, bisogna svolgere e guidare il lavoro di ogni giorno con chi opera nel dicastero, preparando e attuando in maniera corretta le decisioni. Sono grato al Santo Padre per avermi dato fiducia e per avermi affidato questo compito. I problemi che ci si prospettano sono molto grandi se guardiamo alla Chiesa universale, con le molte sfide che occorre affrontare e di fronte a un certo scoramento che si sta diffondendo in alcuni ambienti ma che dobbiamo superare. Abbiamo anche il problema di gruppi — di destra o di sinistra, come si usa dire — che occupano molto del nostro tempo e della nostra attenzione. Qui nasce facilmente il pericolo di perdere un po’ di vista il nostro compito principale, che è quello di annunciare il Vangelo e di esporre in modo concreto la dottrina della Chiesa. Siamo convinti che non esista alternativa alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. La Rivelazione risponde alle grandi domande degli uomini di ogni tempo. Qual è il senso della mia vita? Come posso affrontare la sofferenza? Esiste una speranza che va oltre la morte, visto che la vita è breve e difficile? Siamo fondamentalmente convinti che la visione secolare e immanentista non basti. Non possiamo trovare da noi una risposta convincente. Per questo la Rivelazione è un sollievo, giacché non dobbiamo cercare a tutti i costi delle risposte. Le nostre capacità sono però talmente grandi da rendere l’essere umano capax infiniti. In Cristo il Dio infinito si è manifestato a noi. Cristo è la risposta alle nostre domande più profonde. Per questo vogliamo affrontare il futuro con gioia e con forza.

È stato scritto molto del nuovo prefetto. Vuole invece raccontare lei stesso qualcosa di sé, della sua famiglia, dei suoi studi, della scelta di diventare sacerdote, dell’esperienza di studioso e docente di teologia, di vescovo?

Mio padre è stato per quasi quarant’anni un semplice operaio della Opel a Rüsselsheim. Noi abitavamo lì vicino, a Mainz-Finthen, una piccola località fondata dai romani e ancora oggi vi si trovano i resti di un acquedotto da loro costruito. Da questo punto di vista la nostra impronta fondamentale è romana. A Magonza (Mainz) si è ancora molto consapevoli di questa eredità, e ne siamo orgogliosi. Avere un orizzonte romano nel cuore della Germania ha lasciato un segno. E quando si è cattolici le due realtà si collegano automaticamente. Mia madre era casalinga. Sono grato ai miei genitori per averci educato in maniera normale dal punto di vista umano, senza esagerare in una o in un’altra direzione. Così siamo cresciuti nella fede cattolica e nella sua pratica, nel giusto equilibrio tra libertà e vincoli, con principi chiari. Ancora oggi concordo pienamente con i miei genitori. Poi sono seguiti gli studi teologici grazie ai quali mi sono appropriato di una dimensione più profonda della fede. Per la mia scelta di diventare sacerdote è stato importante aver continuato a incontrare preti che conducevano una vita spirituale esemplare, con un’esigenza intellettuale. Da questo punto di vista, per me non ci sono mai state contraddizioni tra l’essere sacerdote e lo studio. Sono sempre stato convinto che la fede cattolica corrisponda alle esigenze intellettuali più elevate e che non dobbiamo nasconderci. La Chiesa può vantare molte grandi figure nella storia della cultura. Per questo possiamo rispondere con sicurezza alle grandi sfide delle scienze naturali, della storia, della sociologia e della politica. La fede è caratterizzata dalla massima apertura. È una relazione personale con Dio, che porta in sé tutti i tesori della sapienza. Per questo la nostra ragione finita è sempre in movimento verso il Dio infinito. Possiamo imparare sempre qualcosa di nuovo e comprendere con sempre maggiore profondità la ricchezza della Rivelazione. Non potremo mai esaurirla. Come vescovo ho continuato a sottolineare ai seminaristi che l’identità della vocazione al sacerdozio ha bisogno dell’incontro con sacerdoti autentici. La fede inizia con gli incontri personali, a partire dai genitori, dai preti, dagli amici, nella parrocchia, nella diocesi, in quella grande famiglia che è la Chiesa universale. Non deve mai temere il confronto intellettuale; non abbiamo una fede cieca, ma la fede non può essere ridotta in modo razionalistico. Auguro a tutti di avere un’esperienza simile alla mia: quella d’identificarsi in maniera semplice e senza problemi con la fede cattolica e di praticarla. È bellissimo.

Papa Benedetto le ha affidato la cura delle sue «Gesammelte Schriften». Lasciandole anche il suo appartamento romano, dove il cardinale Ratzinger ha vissuto fino al conclave del 2005 e dove ci sono ancora molti suoi libri. Come ha conosciuto Joseph Ratzinger?

Da giovane studente ho letto il suo libro Introduzione al cristianesimo. È stato pubblicato nel 1968, e lo abbiamo praticamente assorbito come spugne. In quegli anni, infatti, nei seminari c’era incertezza. Nel libro la professione di fede della Chiesa viene esposta in modo convincente, analizzata con l’aiuto della ragione e spiegata con maestria. Si tratta di un tema importante che caratterizza l’intera opera teologica di Joseph Ratzinger: fides et ratio, fede e ragione. Poi ho conosciuto e imparato ad apprezzare Ratzinger anche di persona. Nel mio impegno come docente e come vescovo è stato per me un sostegno e un punto di riferimento chiaro. Lo definirei un amico paterno, essendo più anziano di me di una generazione. E ritengo che il motivo della mia venuta a Roma non sia certo quello di gravarlo con le varie questioni. Il mio compito è di sollevarlo di parte del lavoro e non di presentargli problemi che possono essere risolti già al nostro livello. Il Santo Padre ha l’importante missione di annunciare il Vangelo e di confermare i fratelli e le sorelle nella fede. Spetta a noi trattare tutte le questioni attinenti meno piacevoli, affinché non venga gravato di troppe cose, pur venendo naturalmente sempre informato dei fatti essenziali.

Poco prima della conclusione del concilio Paolo VI ha trasformato il Sant’Uffizio in Congregazione per la Dottrina della Fede. Cosa pensa di questo cambiamento e del ruolo oggi del dicastero?

La Chiesa è anzitutto una comunità di fede e quindi la fede rivelata è il bene più importante, che dobbiamo trasmettere, annunciare e custodire. Gesù ha affidato a Pietro e ai suoi successori il magistero universale, ed è questo che il dicastero deve servire. Quindi la Congregazione per la Dottrina della Fede ha la responsabilità di ciò che riguarda tutta la Chiesa in profondità: la fede che ci conduce alla salvezza e alla comunione con Dio e tra di noi. Penso che l’aspetto più importante della trasformazione del dicastero non abbia riguardato il rapporto con le altre istituzioni della Santa Sede, bensì l’orientamento principale del suo lavoro. Papa Paolo VI voleva che fosse messo in primo piano l’aspetto positivo: la Congregazione deve anzitutto promuovere e rendere comprensibile la fede, ed è questo il fattore decisivo. A ciò si aggiunge poi il fatto che la fede deve essere difesa contro errori e svilimenti. Proprio nel tempo presente abbiamo bisogno di speranza e di segnali per ripartire. Se guardiamo al mondo, soprattutto ai nostri Paesi europei, che naturalmente sono quelli che conosco meglio, vediamo molti politici ed economisti che fanno cose straordinarie; ma non sono i primi a cui guardare quando si tratta di trasmettere speranza e fiducia. È qui che vedo uno dei grandi compiti della Congregazione e della Chiesa in generale: dobbiamo riscoprire e far risplendere di nuovo la fede come potenza positiva, come forza della speranza e come potenziale per superare conflitti e tensioni, e continuare a incontrarci nella professione comune del Dio uno e trino.

È nota la preoccupazione del Papa per l’annuncio della fede. Questa si è espressa anche nell’istituzione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e nell’indizione di un «anno della fede». Quali sono i progetti del suo dicastero?

La fede si realizza nella santa messa, nella vita cristiana, nelle famiglie. In realtà non possiamo fare altro che dare un sostegno. Esistono già molti testi validi per bambini, giovani e adulti, oltre a studi teologici e documenti del Magistero. Il prossimo Sinodo dei vescovi deve dare ai partecipanti e a tutta la Chiesa nuovo slancio alla trasmissione della fede. Considero mio compito personale incoraggiare i vescovi e i teologi in tal senso. Dobbiamo rafforzarci gli uni gli altri. Il Signore stesso ha detto a Pietro: conferma i tuoi fratelli e le tue sorelle. Ciò vale in particolare per il Papa, ma non solo. Proprio per coloro che annunciano è importante stare sul terreno della fede, attingere alle sue sorgenti, alla Sacra Scrittura, ai padri della Chiesa, ai documenti dei concili e dei Pontefici, ai grandi teologi e agli scrittori spirituali. Dove ciò non avviene, tutto rimane arido e vuoto. Quando invece la fede è accettata con gioia e determinazione, nasce la vita. La Scrittura ci propone alcune belle immagini: la luce sul candelabro, il sale che dà sapore a tutto, il Vangelo come un lievito nel mondo. Come vescovo di una diocesi, come sacerdote in cura d’anime, si guardano le persone in faccia. Le si vede concretamente nella loro situazione di vita. Non si può annunciare loro il Vangelo se non le si ama e se non si vede che ciascuna di loro è un mistero, immagine e somiglianza di Dio. Occorre continuare a ripetersi che Cristo è morto sulla croce per tutti noi. Siamo consapevoli che la nostra vocazione è quella di essere amici di Dio e di scoprire in tal modo a quale speranza in realtà siamo destinati. Ciò fa scomparire i dubbi dal cuore. Anche gli atei o i nemici della Chiesa forse dovrebbero domandarsi con spirito di autocritica se loro stessi hanno mezzi di salvezza da offrire agli uomini d’oggi.

Lei ha molti contatti con l’America latina: com’è nato questo rapporto?

Mi sono recato molto spesso in America latina, in Perú, ma anche in altri Paesi. Nel 1988 sono stato invitato a partecipare a un seminario con Gustavo Gutiérrez. Ci sono andato con qualche riserva come teologo tedesco, anche perché conoscevo bene le due dichiarazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla teologia della liberazione pubblicate nel 1984 e nel 1986. Ho però potuto constatare che bisogna distinguere tra una teologia della liberazione sbagliata e una corretta. Ritengo che ogni buona teologia abbia a che fare con la libertà e la gloria dei figli di Dio. Di certo, però, una mescolanza della dottrina di un’auto-redenzione marxista con la salvezza donata da Dio è da respingere. D’altro canto dobbiamo domandarci sinceramente: come possiamo parlare dell’amore e della misericordia di Dio dinanzi alla sofferenza di tante persone che non hanno cibo, acqua e assistenza sanitaria, che non sanno come offrire un futuro ai propri figli, dove quindi davvero manca la dignità umana, dove i diritti umani vengono ignorati dai potenti? In ultima analisi ciò è possibile solo se si è anche disposti a stare con le persone, ad accettarle come fratelli e sorelle, senza paternalismo dall’alto. Se consideriamo noi stessi come famiglia di Dio, allora possiamo contribuire a far sì che queste situazioni indegne dell’uomo vengano cambiate e migliorate. In Europa, dopo la seconda guerra mondiale e le dittature, abbiamo costruito una nuova società democratica anche grazie alla dottrina sociale cattolica. Come cristiani dobbiamo sottolineare che è dal cristianesimo che i valori di giustizia, solidarietà e dignità della persona sono stati introdotti nelle nostre Costituzioni. Io stesso vengo da Magonza. Lì, all’inizio del XIX secolo, c’è stato un grande vescovo, il barone Wilhelm Emmanuel von Ketteler, che sta all’inizio della dottrina e delle encicliche sociali. Un bambino cattolico di Magonza ha la passione sociale nel sangue, e io ne vado fiero. È stato certamente questo l’orizzonte dal quale sono giunto nei Paesi dell’America latina. Per quindici anni vi ho sempre trascorso due o tre mesi l’anno, vivendo in condizioni molto semplici. All’inizio per un cittadino dell’Europa centrale questo implica un grosso sforzo. Ma quando s’impara a conoscere la gente di persona e si vede come vive, allora lo si può accettare. Mi sono anche recato in Sud Africa con i nostri Domspatzen, il famoso coro che il fratello del Papa ha diretto per trent’anni. Ho potuto tenere conferenze in diversi seminari e università, non solo in America latina, ma anche in Europa e nell’America del nord. Ed è questo che ho potuto sperimentare: sei a casa ovunque; dove c’è un altare, Cristo è presente; ovunque sei, fai parte della grande famiglia di Dio.

Cosa pensa delle discussioni con i lefebvriani e con le suore statunitensi?

Per il futuro della Chiesa è importante superare gli scontri ideologici da qualsiasi parte provengano. Esiste un’unica rivelazione di Dio in Gesù Cristo che è stata affidata all’intera Chiesa. Per questo non ci sono trattative sulla Parola di Dio e non si può credere e al contempo non credere. Non si possono pronunciare i tre voti religiosi e poi non prenderli sul serio. Non posso fare riferimento alla tradizione della Chiesa e poi accettarla solo in alcune sue parti. Il cammino della Chiesa porta in avanti e tutti sono invitati a non chiudersi in un modo di pensare autoreferenziale, bensì ad accettare la vita piena e la fede piena della Chiesa. Per la Chiesa cattolica è del tutto evidente che l’uomo e la donna hanno lo stesso valore: lo dice già il racconto della creazione e lo conferma l’ordine della salvezza. L’essere umano non ha bisogno di emanciparsi, ovvero di crearsi o di inventarsi da sé. Viene già emancipato e liberato attraverso la grazia di Dio. Molte dichiarazioni riguardo all’ammissione delle donne al sacramento dell’Ordine ignorano un aspetto importante del ministero sacerdotale. Essere sacerdote non significa crearsi una posizione. Non si può considerare il ministero sacerdotale una sorta di posizione di potere terreno e pensare che l’emancipazione vi sia solo quando tutti possono occuparla. La fede cattolica sa che non siamo noi a dettare le condizioni per l’ammissione al ministero sacerdotale e che dietro l’essere sacerdote ci sono sempre la volontà e la chiamata di Cristo. Invito a rinunciare alle polemiche e all’ideologia e a immergersi nella dottrina della Chiesa. Proprio in America le religiose e i religiosi hanno realizzato cose straordinarie per la Chiesa, per l’educazione e la formazione dei giovani. Cristo ha bisogno di giovani che proseguano questo cammino e che s’identifichino con la propria scelta fondamentale. Il concilio Vaticano II ha affermato cose meravigliose per il rinnovamento della vita religiosa, come anche sulla vocazione comune alla santità. È importante rafforzare la fiducia reciproca piuttosto che lavorare gli uni contro gli altri.

A parte Merry del Val dal 1914 al 1930, il dicastero è sempre stato guidato da italiani. Dopo il 1968 sono stati nominati prefetti Šeper, Ratzinger, Levada e adesso lei. Cosa manifesta questa nuova tendenza?

Prima non esisteva la possibilità di viaggi frequenti, per cui le persone nella Curia provenivano dai dintorni di Roma o dall’Italia. Oggi, i mezzi tecnici moderni ci aiutano a vivere in modo più concreto la cattolicità della Chiesa. Poiché il primato del Papa è però legato alla Chiesa di Roma, è ovvio che in Curia ci siano ancora molti italiani. L’internazionalizzazione ha comunque a che fare con la cattolicità della Chiesa. Già ai tempi dell’Impero, a Roma c’erano molti cristiani e perfino Papi originari di altri luoghi, per esempio dall’oriente. Oggi, come allora, nella Chiesa siamo membri di un’unica famiglia e dobbiamo, per così dire, essere il motore del progresso autentico dell’umanità. Nessun’altra organizzazione, infatti, ha questa dimensione internazionale, che abbraccia l’umanità e s’impegna così tanto per l’unità delle persone e dei popoli. Ovunque celebriamo l’Eucaristia, condividiamo la parte più intima della nostra convinzione e abbiamo la stessa comunione di vita con Cristo, anche se la cultura e la lingua sono diverse. Sentiamo subito che siamo una cosa sola, che siamo membri di un solo corpo e che costruiamo insieme il tempio di Dio. È in un certo qual modo il proseguimento dell’esperienza della Pentecoste: proveniamo da tutti i Paesi e possiamo rendere lode a Dio tutti insieme, possiamo ascoltare nella nostra lingua l’unica Parola di Dio. Lo Spirito Santo ci parla nella lingua dell’amore, che ci unisce tutti in Dio, nostro Padre.

(L'Osservatore Romano 26 luglio 2012)

Per alcune critiche sollevate su questa nomina e per dovere di cronaca, cliccate anche qui:
http://www.cantualeantonianum.com/2012/07/distretti-lefebvriani-ragliano-e.html



Fraternamente CaterinaLD

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Mons. Müller: la nostra fede cattolica è molto chiara



8 Agosto 2012 da Continuitas

[...]
Mons. Gerhard Müller
Intervistato dalla tv cattolica americana EWTN, mons. Müller ha parlato anche di queste accuse. Riportiamo – in nostra traduzione – alcuni passi dell’intervista, che potete integralmente leggere nell’originale inglese qui.

- "Il Santo Padre non me lo ha chiesto [di accettare la nomina, ndr]. Mi ha nominato senza discuterne [...] non si può dare una risposta negativa ai desideri del Santo Padre!"
[The Holy Father did not ask me. He nominated me without discussion [...] you cannot give a negative answer to the wishes of the Holy Father!]"


- "E’ ancora troppo presto per parlare dell’eredità di questo pontificato, ma in un certo senso possiamo paragonare il nostro attuale Santo Padre con i grandi pontefici intellettuali della storia, come il Papa Leone Magno nel V secolo e Benedetto XIV nel XVIII secolo".
[It’s too early to speak about the legacy of this papacy, but in a certain sense we can compare our present Holy Father with the great intellectual pontiffs of history, such as Pope Leo the Great in 5th century and Benedict XIV in the 18th century.]


- "La nostra fede cattolica è molto chiara: alla consacrazione durante la Messa avviene un cambiamento tale per cui l’intera sostanza del pane e del vino diventano l’intera sostanza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo e questo cambiamento è giustamente chiamato transustanziazione. E abbiamo rifiutato di accettare tutte le altre interpretazioni: consustanziazione, transfinalizzazione e così via."
[Our Catholic faith is very clear that at the consecration during Mass a change occurs so that the whole substance of the bread and wine is changed into the whole substance body and blood of Jesus Christ, and that this change is rightly called transubstantiation. And we have refused to accept all the other interpretations, consubstantiation, transignification, transfinalisation and so on.]

- [Uguale chiarezza anche riguardo alla] verginità di Maria, madre di Gesù, madre di Dio, prima, durante e dopo la nascita di Cristo.
[virginity of Mary, mother of Jesus, mother of God, before, during and after the birth of Christ]






[SM=g1740758]

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10/31/2012 12:37 PM
 
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(Muller quando venne nominato Vescovo)


Muller: “Sì al dialogo ma senza rinunciare alla verità”

GERHARD MULLER
Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede è intervenuto ad Assisi in un convegno dei Frati minori
REDAZIONE
ROMA

Il dialogo interreligioso per un cristiano ha senso se assume il significato di ricerca della verità e non comporta la rinuncia alla propria fede. È quanto ha affermato, fra l’altro, monsignor Gerhard Muller prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in un intervento tenuto stamane ad Assisi nel corso di un incontro promosso dai Frati minori per ricordare la giornata di preghiera per la pace tenutasi ventisei anni fa nella città umbra alla presenza di Giovanni Paolo II e quella convocata un anno fa da Benedetto XVI.

«Lo spirito di Assisi: pellegrini della verità, pellegrini della pace. La consegna del 27 ottobre” è il tema sul quale ha parlato il prefetto. Ampi stralci della relazione di Muller sono stati riportati dall’Osservatore romano». «Per un cristiano -ha detto il monsignore - il rispetto della religiosità altrui non significa, e non potrebbe significare, una rinuncia alla propria fede, alla propria identità e alla verità definitiva ricevuta, tramite la Chiesa, nella Rivelazione di Dio».

«Tale rispetto e il dialogo - ha detto ancora - non significano il dissolvimento del proprio credo in una religiosità generica, fondata sull’assioma della inconoscibilità di Dio, nè la riduzione della fede cristiana al livello di un’espressione generica, comune ad altre forme di religiosità».

«Anzi -ha aggiunto - la Chiesa può proporre un dialogo vero solo a partire della verità su se stessa. Sarebbe menzognero nascondere la fede autentica e abbandonare l’unicità della Rivelazione e della Incarnazione del Figlio di Dio, in nome di un dialogo politically correct». «È giustificato e corretto - ha proseguito il prefetto della dottrina della fede - solamente un dialogo condotto nella verità e nell’amore. Perciò la nostra fede, indirizzata verso Cristo, e la verità su noi stessi devono sempre avere un posto privilegiato in ogni occasione di dialogo dei cristiani con coloro che non lo sono».

«A tal proposito -ha quindi spiegato il Prefetto- la fede è diversa da una posizione ideologica, che cerca di imporre sè stessa agli altri con la forza, ed esige un atteggiamento di apertura verso il prossimo, simile all’apertura verso Dio, nella fede e nella carità». «La fede -ha precisato- è un dono di Dio, che esige una libera e personale adesione». In tal senso «l’insegnamento sul carattere personale della fede, che sottende una libera disposizione e collaborazione è una costante nell’insegnamento della Chiesa; dal concilio di Trento fino al concilio Vaticano II; e proprio qui trova il suo fondamento la libertà religiosa».

Così «per tal motivo, nella trasmissione della fede, nella evangelizzazione e nel dialogo interreligioso la Chiesa esclude ogni forma di proselitismo che si basi su manipolazioni e falsità, perché mancherebbe di rispetto all’altro e al suo cammino personale». Allo stesso tempo «è da respingere anche la posizione di coloro che negano a Dio il diritto di offrire il dono della fede secondo la sua divina generosità e rifiutano qualsiasi dialogo e collaborazione con i seguaci di religioni non-cristiane, come di coloro che -sul lato opposto- cadono nel relativismo religioso, oscurando la verità della Rivelazione cristiana e il ruolo unico di Cristo nei confronti delle altre religioni». [SM=g1740722]


[SM=g1740771]


[Edited by Caterina63 12/7/2014 8:38 AM]
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1/11/2013 12:24 PM
 
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[SM=g1740758] L’ “INTERPRETAZIONE ERETICA” DEL CONCILIO VATICANO II -  da RiscossaCristiana

di P.Giovanni Cavalcoli,OP



Ne L’Osservatore Romano del 29 novembre scorso è contenuto un articolo del nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Mons.Gerhard Ludwig Müller, dal titolo “Davvero è accaduto qualcosa di grande”, nel quale l’Articolista tocca la sempre dibattuta questione della retta interpretazione del Concilio ed esce con espressioni sinora inedite da parte della S.Sede e dei Pontefici postconciliari di capitale importanza e che fanno ulteriore luce sulla annosa, controversa, delicatissima e complessa questione.

Infatti per la prima volta si parla di “interpretazione eretica del Concilio” in riferimento all’esegesi della “rottura”, che viene addebitata tanto ai “tradizionalisti” quanto ai “progressisti”. E perchè eretica? Perché mentre i primi restano indebitamente indietro rispetto agli insegnamenti del Concilio, i secondi “vogliono lasciare indietro il Concilio, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un’altra Chiesa”.

Ora è chiaro che questo “indietro” e “avanti” non vanno assolutamente intesi con mentalità storicistica, come se la fede andasse soggetta a mutamenti col passar del tempo. Si tratta invece, come  dev’essere evidente per tutti, anche se lo Scrivente non si diffonde su ciò, del dovere di ogni cattolico di accogliere il Magistero del proprio tempo senza resistenze passatiste o fughe in avanti falsamente profetiche.

E’ evidente che qui i “tradizionalisti” non sono coloro che legittimamente[1], in piena comunione con la Chiesa e nel rispetto del Concilio, amano evidenziare i perenni valori della Sacra Tradizione con particolare riferimento alla S.Messa Tridentina, notoriamente liberalizzata dal Sommo Pontefice, ma si tratta di quei tradizionalisti i quali, in nome di un loro arbitrario immediato contatto con la Tradizione, erigendosi a giudici del Magistero, pretendono di trovare nel Concilio tradimenti o deviazioni dal dogma o accenti modernistici o compromessi con gli errori del mondo moderno.

Quanto a quelli che lo Scrivente chiama “progressisti”, è altrettanto evidente che egli si riferisce non semplicemente a quei cattolici che rintracciano nel Concilio uno sviluppo della Tradizione nella continuità col suo significato perenne ed immutabile[2]; né quindi si riferisce a quei cattolici che vedono negli insegnamenti del Concilio il volto di una nuova Chiesa in linea con quello del passato, né si riferisce a quei cattolici amanti del progresso dottrinale, dogmatico, spirituale e morale e che rintracciano negli insegnamenti del Concilio le sagge ed infallibili indicazioni di tale progresso.

E’ evidente infatti che questo “progressismo” non è affatto eretico, ma è del tutto legittimo, doveroso, evangelico, lodevole e benefico, e perentoriamente indicato e comandato dal Concilio come modo necessario per vivere oggi nella comunione con la Chiesa il cammino della salvezza.

Eretico invece, come è ben noto, è il modernismo, il quale purtroppo da molto tempo è risorto in dimensioni impressionanti, seppure in nuove forme, come falsa interpretazione del Concilio presentandolo appunto come fosse modernista, dando quindi pretesto ai falsi tradizionalisti di opporsi al Concilio. Questo importantissimo intervento di Mons. Müller mette in luce alcune cose che devono suscitare in ogni buon cattolico la massima attenzione.

Prima. Le posizioni di Mons.Lefèbvre e dei suoi seguaci non sono semplicemente “scismatiche”, come per molto tempo si è creduto e la stessa S.Sede ha detto, ma sono eretiche. E questo perché tutta la questione non è quella del linguaggio non sempre chiaro del Concilio, del recupero della Tradizione o di cose taciute o abbandonate dal Concilio, delle famose ordinazioni illecite di alcuni vescovi, ai quali peraltro, come è noto, è stata tolta la scomunica, né tanto meno la questione della Messa Tridentina, oggi più che mai ufficialmente approvata e promossa dallo stesso Pontefice (che poi i vescovi si adeguino, questo è un altro conto).

E perché quelle posizioni sono eretiche? Perché Mons. Lefébvre fece al Concilio delle gravissime accuse dottrinali negando la sua infallibilità sotto pretesto che non contiene dogmi definiti, accusandolo cioè di liberalismo, naturalismo, indifferentismo, illuminismo, antropocentrismo, tutte cose che se fossero vere, renderebbero eretico lo stesso Concilio. Ma accusare di eresia le dottrine dogmatiche di un Concilio è dar prova di essere a propria volta eretici.

Da qui la nota severissima di Mons. Müller, la quale del resto non fa che chiarire quanto di recente il Papa aveva detto ai lefevriani, ossia di non insegnare che nel Concilio ci sono degli “errori” e che se vogliono essere in piena comunione con la Chiesa, devono accettare le “dottrine” del Concilio, dottrine che, dato che suscitano la questione dell’eresia, devono essere evidentemente dottrine di fede, anche se non si tratta di fede esplicitamente e solennemente definita.

Se nelle trattative della S.Sede con la Fraternità S.Pio X la stessa S.Sede ha ammesso che vi siano parti discutibili del Concilio, ciò evidentemente non va riferito alle dottrine, ma a quella parte pastorale, la quale non essendo garantita dall’infallibilità, può certo contenere cose meno prudenti o che un domani potranno essere cambiate o addirittura abolite.

Ma anche per quanto quelli che Müller chiama “progressisti”, ci sono delle importanti novità. Anch’essi per la prima volta sono chiamati “eretici”. Evidentemente, ripeto, non si tratta semplicemente dei cattolici amanti del progresso, dato che alcuni studiosi hanno giustamente definito lo stesso Concilio come Concilio progressista, tanto è il suo carattere di “aggiornamento”, rinnovatore, riformatore, proteso verso il futuro del mondo e verso la stessa escatologia.

Si tratta in realtà di neomodernismo, il quale certo è unì’eresia, anche se indubbiamente esistono molte forme di modernismo non tutte della stessa gravità o della stessa evidenza. In molti casi abbiamo delle semplici tracce e certo in persone in buona fede. Ma non mancano casi gravi, diffusi, fascinosi ed insidiosi, come per esempio il rahnerismo.

Dunque le cose si stanno chiarendo e ringraziamo Mons. Müller per questo intervento coraggioso e chiarificatore. Adesso però bisogna entrare più nel merito delle questioni. Bisogna che la S.Sede, riconoscendo i meriti e le giuste esigenze di tutti, chiarisca i punti dove si trova l’eresia, sia per quanto riguarda i lefevriani che per quanto riguarda i modernisti. Occorre una buona volta togliere il male, far risplendere il Concilio nella sua vera luce e liberare le anime dall’errore e dall’ingiustizia, tranquillizzare gli scandalizzati e frenare gli impostori.

Per i lefevriani non sarà troppo difficile, dati la scarsezza del loro numero ed alcuni segni di buona volontà che essi stanno dando. Più difficile sarà correggere i  modernisti, caduti in errori ben più gravi e radicati, e pieni di arroganza per il potere che sono riusciti a conquistarsi e la loro convinzione di essere l’avanguardia della Chiesa. Ma dobbiamo saper resistere alle loro insidie, seduzioni e minacce ed avere fiducia assoluta e perseverante nell’opera dello Spirito Santo e nella presenza di Cristo che bussa alla porta dei nostri cuori.

 

 


[1] Per esempio il Servo di Dio Padre Tomas Tyn (1950-1990), che si considerava “tradizionalista”, ma era in piena ed esemplare comunione con la Chiesa e con il Concilio Vaticano II.

[2] Un esempio di questo sano progressismo è Jacques Maritain, nel suo famoso libro Le paysan de la Garonne.




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[SM=g1740758] Celebrata dall'arcivescovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede la memoria liturgica di san Pio V



La grandezza dell'umiltà


di mons. Gerhard Ludwig Müller


Come molti di noi sanno, Michele Ghislieri, divenuto poi Papa con il nome di Pio v, passò -- a motivo dell'indigenza della sua famiglia -- buona parte della sua prima gioventù in mezzo ai campi, come pastore. Cominciò così la vita di questo grande santo che è il nostro patrono.

Nulla accade a caso nella vita. Sappiamo infatti che il Signore si serve del tempo e parte da lontano per preparare i suoi amici ai compiti che riserva loro. D'altronde le doti di un uomo, come i suoi difetti, hanno una lunga storia. Possiamo chiederci allora quali doti andassero forgiandosi in quel giovane dall'intelligenza vivace, dentro quella condizione apparentemente così distante dalle sue future mansioni.
Forse proprio in quegli anni cominciò a sviluppare una propensione al silenzio e alla preghiera, una sensibilità particolare alla bellezza della natura, una certa essenzialità e concretezza nel vivere, una prontezza vigilante nel prendersi cura degli armenti.
E chissà se, guardando il gregge a lui affidato, si poteva mai immaginare quali ben altri greggi il Signore avrebbe poi consegnato alle sue cure. Così ci piace rappresentare quei primi quattordici anni della vita di Michele Ghislieri -- di cui sappiamo soltanto che furono trascorsi soprattutto nella custodia delle pecore -- come una discreta e umile preparazione alle importanti vicende che lo videro poi assoluto protagonista della Chiesa del suo tempo, dapprima come Inquisitore e poi come Pontefice. Perché, sempre, le cose grandi si vanno preparando nell'umiltà.

Oggi si ricorda il Papa san Pio v soprattutto per la sua grande capacità di governo e per la sua fermezza nel tutelare la fede. Egli era proteso a proteggere soprattutto la fede dei semplici, sia nella dottrina che nella disciplina. Difese con tutte le sue forze la Chiesa e il bene del popolo cristiano. Si adoperò con tutto se stesso per l'attuazione del concilio di Trento, in modo particolare per la riforma della curia romana, del clero e degli ordini religiosi.

Tutti lo ricordiamo come il Papa acclamato per la vittoria di Lepanto, ma è bene non dimenticare che da cardinale, il Ghislieri non temette anche di cadere in disgrazia pur di rimanere fedele al bene e alla verità. Amava infatti la verità e il bene più della sua tranquillità. Forse fu proprio per questo che un santo, Filippo Neri, gli profetizzò l'elezione a Pontefice, e che un altro santo, il cardinale Carlo Borromeo, in conclave, divenne suo grande elettore. Perché capita spesso che, fra i santi, nasca una connaturale affinità e un'amicizia.

Pio v fu un tenace assertore sia della fede che dell'unità ecclesiale.
Non solo si impegnò per difendere l'integrità della fede dalle eresie, ma fece pubblicare il Catechismo Romano, promuovendone la traduzione in altre lingue. Istituì un comitato per la redazione di un testo ufficiale della Sacra Scrittura. Creò una commissione cardinalizia per organizzare e regolare l'evangelizzazione di America, Africa e Asia.

Così si adoperò anche per l'unità della tradizione cristiana d'oriente e d'occidente, decretando per i quattro dottori della Chiesa greci (Basilio, Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno e Giovanni Crisostomo) gli stessi onori di quelli latini (Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Magno). Cercò di rinsaldare l'unità della fede attraverso la riforma e l'unificazione della liturgia. È ricordato come il Papa che pubblicò il breviario. E ancora oggi con il suo messale si può celebrare l'eucarestia.

In questo inscindibile e instancabile servizio all'integrità della fede e all'unità della Chiesa, Pio v manifestò uno dei compiti peculiari del Successore di Pietro, il Pontefice Romano, che nello stesso tempo è chiamato a garantire l'autentica fede apostolica e l'unità ecclesiale. Egli non era disposto a negoziare la fede perché sapeva bene che ogni compromesso sulla fede degli Apostoli è una minaccia diretta a quel dono per cui Gesù ha tanto pregato e per cui ha offerto la sua stessa vita (cfr. Giovanni, 17, 21): l'unità dei suoi discepoli.

Questo noi lo abbiamo imparato vedendo all'opera per tanti anni Joseph Ratzinger, dapprima come prefetto di questa Congregazione e poi come Papa. E ce lo ha richiamato di recente anche il nostro Papa Francesco: «la fede non si negozia» -- ha detto -- perché «quando cominciamo a tagliare la fede, cominciano le apostasie», cioè si lacerano le carni del Corpo risorto del Signore, della sua Chiesa. Nel lavoro che ci è affidato, questo lo vediamo bene ogni giorno.

Perciò la nostra Congregazione, nella sua storia plurisecolare, si è sempre sentita posta in un modo particolare al servizio del Successore di Pietro. La Congregazione per la Dottrina della Fede si sente cioè inscritta, per sua stessa natura e indole, nel compito di aiutare il Papa a promuovere e tutelare la fede dei semplici ed insieme a rinsaldare l'unità visibile della Chiesa, che trova nel ministero petrino-romano la sua garanzia ultima. Perché questi due compiti sono inscindibilmente legati, si tengono, stanno e cadono insieme.

Fede e visibile unità ecclesiale sono due doni che non possono essere separati. È permanere nell'autentica fede apostolica che consente ai discepoli di Gesù di rimanere saldi in quell'unità che è germe e profezia del mondo nuovo, che è «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità del genere umano» (Lumen gentium, 1). Ed è l'unità della Chiesa il luogo genetico della fede dei suoi figli e di quella testimonianza che convince gli uomini di buona volontà, che converte i cuori e suscita gioia nel credere.

Fede e unità ecclesiale sono infatti la terra buona in cui fiorisce la martyría, in cui germogliano gli amici di Dio e i suoi autentici testimoni, in cui il cuore si apre con fiducia e si abbandona con pace al Signore. Laddove la fede degli Apostoli è viva, e l'unità visibile della Chiesa è realizzata, nascono i testimoni e la testimonianza stessa -- come aveva preconizzato il Papa Paolo VI -- diviene una cattedra che ci introduce alla vita di Dio.

Una vita -- quella che viene da Dio -- che è vivace comunione e nella quale le ricchezze e le diversità si lasciano comporre in un'unità che accoglie la pluriformità ma non negozia la verità. Quando la fede e l'unità sono reali, accade anche che la carità e l'impeto missionario alimentino come linfa il corpo ecclesiale; accade che non si possa più tacere la ricchezza del dono ricevuto; accade che non si può più tacere Colui che si riconosce all'opera nella comunione ecclesiale (cfr. Atti degli apostoli, 4, 20).


Perciò, per sua stessa natura, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel suo servizio al Successore di Pietro, non solo spetta custodire e tutelare la dottrina e l'integrità della fede ma anche -- come afferma per ben tre volte la costituzione apostolica Pastor bonus (numeri 48-50) -- operare fattivamente per la loro «promozione».

Appartiene al nostro servizio il «promuovere», perché la fede autentica viene difesa soprattutto laddove essa viene promossa, cioè testimoniata in un modo che è insieme intelligente e appassionato. Come ci ha ricordato il Papa Benedetto XVI nell'ultimo sinodo: la testimonianza non è «solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell'intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l'altro» (Meditazione nel corso della prima congregazione generale, 8 ottobre 2012).
All'interno di questa testimonianza si colloca il compito precipuo della Congregazione per la Dottrina della Fede nel suo servizio al ministero petrino. E proprio a questo livello si può comprendere il carattere essenzialmente e connaturalmente «pastorale» del nostro lavoro (cfr. costituzione apostolica Pastor Bonus, n. 33).

Siamo chiamati ad accogliere con generosità ed a farci carico dei grandi doni che Dio ci elargisce con la fede, per servire Pietro. Egli -- come ci richiama il Vangelo che abbiamo appena letto -- ancora oggi riceve direttamente da Gesù il suo mandato: «pasci il mio gregge…». L'amore per Cristo che sospinge Pietro, ci trascina con sé e ci invita a servire la sua missione: amare e pensare nella verità, donare la vita per i fratelli - «pascere il gregge». Servire con umile fierezza questa missione è il nostro dovere e la nostra ricchezza. Preghiamo san Pio v, chiedendo la sua intercessione affinché -- qualunque sia qui la nostra mansione -- così sia, davvero, per tutti noi!

(L'Osservatore Romano 1° maggio 2013)



san pio v
San Pio V Patrono del Dicastero della Congregazione per la Dottrina della Fede
Proseguendo una consuetudine valorizzata soprattutto dall'allora cardinale J.Ratzinger, il Prefetto per la CdF celebra abitualmente la Memoria Liturgica di San Pio V il quale, pochi sanno, è Patrono della stessa Congregazione. Con la Riforma Liturgica del Concilio Vat. II la Festa è il 30 aprile, mentre con la Messa antica la Festa cade il 5 maggio.  La Messa si svolge nella Cappella dedicata al Pontefice nel Palazzo
della medesima Congregazione in piazza del Sant’Uffizio.
(Nella foto il Vescovo Muller celebra la Messa per San Pio V - 30.4.2013)

[SM=g1740733]



[Edited by Caterina63 5/3/2013 4:53 PM]
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Dominus Müller

Che tipo è e cosa pensa il custode di fede e dottrina tra la teologia di Ratzinger e il cuore pastorale di Francesco

L’ultimo colpo del “Grande Inquisitore”. Non riuscì a trattenersi, Hans Küng, quando venne a sapere che l’ex Sant’Uffizio era finito nelle mani di monsignor Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona e già professore di Teologia dogmatica. Tutto era ormai chiaro, non serviva più discutere: il Grande Inquisitore, vale a dire Joseph Ratzinger, stava riportando la chiesa al suo sistema romano medievale, totalitario, spietato. Il completamento della restaurazione dello status quo ante Concilium. Parlava di teologi dotati di museruola, di fine della speranza che il Vaticano II e il suo spirito avevano ingenerato nei tormentati anni Sessanta. Müller, per Küng, altro non era che una “Katastrophe!”, l’annuncio della fine dei tempi ormai imminente, la settima e ultima tromba descritta da Giovanni nell’Apocalisse che fece alzare nel cielo voci potenti e prostrare gli anziani d’Israele. La presunta aura progressista non deve ingannare; il fatto che sia figlio di un “semplice operaio della Opel a Rüsselsheim” e di una casalinga non deve creare fraintendimenti. Müller è l’ennesimo conservatore, e per di più giovane, messo lì a museizzare il depositum fidei, facendolo ammuffire, e a erigere alti bastioni a protezione del tesoro più prezioso della chiesa, ben più dei calici pregiati conservati in teche di vetro o di paramenti seicenteschi barocchi tessuti in filo d’argento.

Curiosamente, alla sciagura gridarono anche i tradizionalisti, i lefebvriani, che prendevano estratti dall’immensa produzione letteraria del neo prefetto della Dottrina della fede per indicare che il prescelto era “un esponente delle cosiddette forze progressiste”, un eretico, uno che è arrivato al punto di negare perfino la verginità di Maria Santissima – in “Katholische Dogmatik” Müller scrive che la verginità di Maria non ha a che fare con specifiche proprietà fisiologiche del processo naturale della nascita – e la transustanziazione. Un pericoloso luterano, dunque, posto diabolicamente a guardia dell’ortodossia. Poco ci mancava che i seguaci di Marcel Lefebvre citassero, a irrobustire la loro tesi, perfino Paolo VI, il Papa che aveva visto il fumo di Satana insinuarsi da qualche fessura nel tempio di Dio. Ma Benedetto XVI non si curò di loro, né dell’ira che infosca la mente di Küng, né dell’esame di ortodossia promosso a Ecône. Ricordava bene, il Papa oggi emerito, le critiche (spesso veementi) alle quali fu sottoposto nel corso del suo più che ventennale mandato all’ex Sant’Uffizio. E il suo secondo successore in quelle stanze, oggi sempre più vicino a essere ciò che Ratzinger fu per Giovanni Paolo II, colui che irrobustisce di dottrina e teologia il messaggio del cuore, ribadisce che “il nostro compito principale è quello di annunciare il Vangelo e di esporre in modo concreto la dottrina della chiesa”. Riprendendo poi il titolo della dichiarazione “Dominus Jesus” firmata dal teologo tedesco nel  2000 – “Dominus Jesus” è anche il motto episcopale di Müller –, l’attuale prefetto chiariva che “non c’è alternativa alla rivelazione di Dio in Gesù Cristo”; una rivelazione che “risponde alle grandi domande degli uomini di ogni tempo”.

Neppure la mai celata vicinanza alla Teologia della liberazione, sorta in America latina negli anni del Concilio, ebbe un peso sulla decisione di Ratzinger. Müller, infatti, non ha mai fatto mistero della sua amicizia con Gustavo Gutiérrez, uno dei tanti padri spirituali della Teologia della liberazione. Si conobbero nel 1988, quando l’allora professore della Ludwig Maximilian’s Universität di Monaco partecipò a un seminario con il prete peruviano. “Ci sono andato con qualche riserva”, avrebbe raccontato più di vent’anni dopo, “perché conoscevo bene le due dichiarazioni della congregazione per la Dottrina della fede pubblicate nel 1984 e nel 1986”. Un rapporto così stretto, tra i due, che Gutiérrez è stato introdotto nelle spartane stanze di Santa Marta proprio dal prefetto tedesco, che l’ha presentato un paio di mesi fa a Francesco, scatenando l’ira del cardinale arcivescovo di Lima, Juan-Luis Cipriani Thorne, Opus Dei, che per ben due volte ha bollato come ingenuo il capo dell’ex Sant’Uffizio. Una riabilitazione in piena regola, quella di Gutiérrez, con tanto di paginate sull’Osservatore Romano, l’organo ufficiale della Santa Sede, il giornale del Papa.

Dopotutto, Müller ha sempre sottolineato che Ratzinger – nel suo ventennale ruolo di custode dell’ortodossia cattolica – mai aveva condannato il sacerdote peruviano.Anzi, se si vanno a rileggere con attenzione i documenti centrali nella lotta di Roma alla Teologia della liberazione, la “Libertatis nuntius” e la “Libertatis conscientiae”, si scoprirà che oltre alle critiche c’è anche altro, come il plauso a chi vuole “rispondere con generosità e con autentico spirito evangelico alla opzione preferenziale per i poveri”. Ho potuto constatare, diceva Müller, “che bisogna distinguere tra una Teologia della liberazione sbagliata e una corretta. Ritengo che ogni buona teologia abbia a che fare con la libertà e la gloria dei figli di Dio. Di certo, però, una mescolanza della dottrina di un’auto-redenzione marxista con la salvezza donata è da respingere”.

L’ex vescovo di Ratisbona più di una volta ha sottolineato che da quei due documenti usciti dalla penna di Joseph Ratzinger si aprì la strada “a una vera Teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della chiesa e che nel mondo di oggi deve levare la propria voce”. Müller parlò allora di “visione che, partendo dalla fede, realizza la realtà intera, storica dell’uomo, come singolo e come società, offre orientamenti comportamentali non solo a singoli cristiani, ma anche sul piano delle decisioni politiche ed economiche”. Parole che non passarono inosservate, tanto che qualcuno, nei corridoi della curia, avanzò dubbi sull’opportunità che Benedetto XVI volesse affidare proprio al professore di Teologia dogmatica tedesco il dicastero da lui guidato per più di due decenni con inflessibile rigore. Ma quella era una scelta personale del Papa, esattamente come lo era stata la nomina di Tarcisio Bertone sei anni prima. I detrattori, si disse, dovettero arrendersi. A ogni modo, già nel dicembre del 2011, l’Osservatore Romano pubblicava un lungo articolo dell’allora vescovo di Ratisbona uscito qualche settimana prima sulla Tagespost. Nel testo – cui il giornale del Papa diede ampia visibilità, quasi fosse una riabilitazione – Müller ricordava che Ratzinger aveva sì messo in guardia sui pericoli della Teologia della liberazione, ma ne aveva mostrato anche i “princìpi positivi”. A finire sotto la scure dell’ex Sant’Uffizio era stato solo l’uso di un’ermeneutica marxista, quel riduzionismo socializzante contro il quale si era speso con forza, sei anni fa ad Aparecida, lo stesso cardinale Jorge Mario Bergoglio. Ma agli oppositori, perplessi dalla scalata di quell’alto e austero professore tedesco cui Ratzinger aveva affidato la cura della sua opera omnia teologica, continuavano a mostrarsi perplessi. Leggevano e rileggevano la sua biografia, scandagliando il curriculum, gli studi, le pubblicazioni. E soprattutto andando a cercare nomi e cognomi dei suoi maestri.

Ed è qui che la scelta di Benedetto appariva quantomeno sorprendente. Gerhard Ludwig Müller, infatti, studiò filosofia e teologia a Magonza, Monaco e Friburgo, e nel 1977 presentò la tesi sulla teologia sacramentale di Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano martire del nazismo, che nel 1933 chiedeva “un grande concilio ecumenico della santa chiesa di Cristo da tutto il mondo” per “invocare la pace di Cristo sul mondo delirante”. Relatore della tesi di dottorato fu il futuro cardinale Karl Lehmann, allievo e assistente del gesuita Karl Rahner, perito conciliare di Franz König e definito dall’allora decano dell’Università Gregoriana, Juan Alfaro, “il massimo ispiratore del Concilio”.

Scrisse il britannico Tablet che Müller era “simile ma anche diverso” da Ratzinger.Simile perché entrambi raffinati teologi immersi nella cultura tedesca ricca di pensiero e storia. Diverso perché, pur mostrandosi sempre moderato e prudente, Müller aveva risentito negli anni giovanili dell’influenza di Lehmann, uno dei capofila della storica e mai conclusa battaglia del cattolicesimo tedesco contro il centralismo romano. Eppure, tanto quanto Joseph Ratzinger (e anche questo è uno dei capi di imputazione mossi da Küng), lui è fedelmente romano: “L’impronta fondamentale della mia famiglia è romana. A Magonza si è ancora molto consapevoli di questa eredità, e ne siamo orgogliosi. Avere un orizzonte romano nel cuore della Germania ha lasciato un segno. E quando si è cattolici le due realtà si collegano automaticamente”.

Insediandosi all’ex Sant’Uffizio, parlò di un “certo scoramento che si sta diffondendo in alcuni ambienti” che va superato. Porte aperte ai lefebvriani, massima disponibilità a ricucire la ferita, ma con paletti ben precisi, robusti e chiari: “Lo scopo del dialogo è quello di superare le difficoltà di interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma non possiamo negoziare sulla fede rivelata, questo è impossibile”. Punto fondamentale è il riconoscimento del Magistero dei pontefici da Giovanni XXIII in poi, e ancor di più capire che l’assise aperta da Angelo Roncalli nel 1962 “non è un salto rispetto alla tradizione perché altrimenti la chiesa deflagrerebbe”.

In dottrina, Müller non sbanda. I suoi interventi sono chiari e puliti, degni di un professore di Teologia certo che “la fede cattolica corrisponda alle esigenze intellettuali più elevate”. Una convinzione maturata in gioventù, dalla lettura di “Introduzione al cristianesimo”, il libro del professor Ratzinger pubblicato nel 1968: “L’ho assorbito come una spugna”, raccontava Müller all’Osservatore Romano, che aggiungeva: “In quegli anni nei seminari c’era incertezza. Nel libro, la professione di fede della chiesa viene esposta in modo convincente, analizzata con l’aiuto della ragione e spiegata con maestria. Si tratta un tema importante che caratterizza l’intera opera teologica di Joseph Ratzinger, fides et ratio, fede e ragione”.

Da prefetto, si è dimostrato sempre un convinto sostenitore della linea impostata da Benedetto XVI, secondo la quale si deve lavorare all’inclusione di gruppi, fazioni e correnti esterne, dai seguaci di Lefebvre alle suore americane ribelli che marciano in tailleur chiedendo che la messa venga celebrata anche da donne e non solo da sacerdoti maschi. La sua risposta è semplice: “Esiste un’unica rivelazione di Dio in Gesù Cristo che è stata affidata all’intera chiesa. Per questo non ci sono trattative sulla parola di Dio, e non si può credere e al contempo non credere. Non si possono pronunciare i tre voti religiosi e poi non prenderli sul serio. Non posso fare riferimento alla tradizione della chiesa e poi accettarla solo in alcune sue parti”. Invitava, Müller, “a rinunciare alle polemiche e all’ideologia e a immergersi nella dottrina della chiesa”.
E chi sbaglia, chi svia dalla strada maestra, va richiamato all’ordine e riportato sulla giusta carreggiata: “La chiesa, a volte, corregge chi sbaglia. Se non lo facesse, verrebbe meno alla sua missione di mater et magistra”.

Madre, appunto, ma anche maestra. Lo spiegava bene, qualche anno fa, Benedetto XVI nel corso di un’omelia pronunciata nella basilica di San Pietro: “Il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano il loro bottino”. Accanto al bastone, però, “c'è il vincastro che dona sostegno e aiuta ad attraversare i passaggi difficili”. E ambedue le cose, bastone e vincastro, rientrano pure nel ministero della chiesa, aggiungeva Ratzinger. Perché la chiesa è chiamata a “usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore”.

Una lezione che il suo secondo successore alla congregazione per la Dottrina della fede ha imparato bene, come dimostra la recente eruzione di ortodossia promanata dal palazzo del Santo Uffizio. Così, se Francesco è impegnato a sanare le ferite nel suo ospedale da campo, infondendo amore e riscaldando il cuore degli uomini, invocando misericordia e carità, Müller di quell’ospedale da campo àncora saldamente a terra i paletti, così da poter resistere a venti impetuosi e scosse improvvise. Ricorda, riportando in auge il pensiero del cardinale Alfredo Ottaviani – ultimo capo della Suprema Sacra Inquisizione Romana e Universale e tra gli esponenti di spicco del Coetus Internationalis Patrum, la fazione conservatrice presente al Concilio – che la rectitudo fidei è la condizione primaria per la rectitudo morum. Parla di pastorale familiare, di divorziati risposati e di teologia sacramentaria, il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. Mette in guardia dal “falso richiamo alla misericordia” in cui si incorre, finendo per “banalizzare l’immagine stessa di Dio, secondo la quale questi non potrebbe far altro che perdonare”. Spiega, Müller, che “al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia” e “se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia”.

Giorni dopo, riprendendo le riflessioni di Joseph Ratzinger sul sacramento dell’ordine, Müller indagava la “crisi d’identità” cui si giunse all’indomani del Concilio, “paragonabile solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVI secolo. Difendeva il celibato contro chi – anche dentro la chiesa stessa – apriva alla possibilità di aggiornamenti e colpi di spugna: “Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del sacramento viene oscurata, il celibato sacerdotale diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità e viene additato e combattuto come l’unica causa della penuria di sacerdoti”. L’essenza primaria e più profonda di questa crisi, diceva, “è anche il risultato di un radicale disorientamento dell’identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all’interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così dell’orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica”. E alla radice della crisi ci sono anche ragioni che Müller definisce infra-ecclesiali, come “l’apertura da parte di tanti ambienti cattolici all’esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso”. L’ex vescovo di Ratisbona, con i suoi interventi, contributi e riflessioni, sembra riportare la “Suprema” al suo ruolo originario, di strumento di servizio al Papa per diffondere la dottrina rivelata, custodirla e interpretarla.

Notava amaramente, il cardinale Ottaviani, che con il ridimensionamento del Sant’Uffizio e la sua progressiva trasformazione in congregazione per la Dottrina della fede cambiava il criterio ispiratore per il governo della chiesa: “Non si tratta di forma, di titoli, bensì di sostanza”. Temeva, Ottaviani, che a prevalere sarebbe stata non più la dottrina rivelata, l’ortodossia, bensì il criterio diplomatico e contingente. “Prevedo che la chiesa subirà molti danni, ma poiché è assistita dallo Spirito, prima o poi si riprenderà il criterio di governo che si ispira alla Rivelazione e ai suoi contenuti essenziali”, diceva. Non poteva prevedere che tre anni dopo la sua morte, nelle stanze da lui occupate per tanti decenni, sarebbe arrivato il professor Joseph Ratzinger, àncora fondamentale e imprescindibile per Giovanni Paolo II.  Oggi, passato il tempo del Concilio e del post Concilio, Gerhard Ludwig Müller chiarisce la ragion d’essere primaria della congregazione: promuovere e rendere comprensibile la fede. Una fede che, puntualizzava il teologo tedesco, “deve essere difesa contro errori e svilimenti”.

di Matteo Matzuzzi   –   @matteomatzuzzi


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Il prefetto Mueller: “La crisi del sacerdozio è la crisi della nostra epoca”

prefetto Mueller

Lo aveva detto a Papa Francesco, quando questi lo era andato a trovare per pranzo nella sua casa di piazza della Città Leonina, nell’abitazione che fu di Joseph Ratzinger. Tra una zuppa e un piatto bavarese di carne di maiale e vitello, Gehrard Ludwig Mueller, attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e curatore dell’opera omnia di Joseph Ratzinger, aveva detto che in quella raccolta di scritti sul sacerdozio di Joseph Ratzinger che era stato pubblicato c’era la risposta alla crisi della nostra epoca. “Santità, lo dobbiamo far conoscere, soprattutto ai seminaristi e al clero”, disse Mueller. E il primo di questi appuntamenti è stato a San Giovanni in Laterano, la cattedrale del Papa, la mattina del 7 dicembre.

Davanti a sacerdoti e seminaristi, il cardinal Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, al suo fianco, Mueller ha messo in luce la continuità tra i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Il sacerdozio, da vivere con Letizia e Carità, secondo il primo. Il sacerdozio, da vivere come pastori e non funzionari, come mediatori e non intermediari, secondo il secondo.

Il libro di cui parla Mueller è il dodicesimo volume dell’opera omnia di Benedetto XVI, “Annunciatori della parola e servitori della vostra gioia” (Libreria Editrice Vaticana), che abbraccia una cinquantina di anni di interventi sul tema del sacerdozio. “Benedetto XVI – spiega il prefetto Mueller – indica una strada che porta fuori da quella crisi nella quale era caduto un sacerdozio cattolico senza impostazione e motivazioni teologiche e sociologiche adeguate”.

In fondo, la crisi del sacerdozio è un po’ lo specchio della crisi del mondo. Come superarla? Per Mueller – ne aveva parlato già presentando lo stesso volume a Gela il 19 novembre – c’è solo una soluzione: tenere lo sguardo fisso sulla Resurrezione di Gesù. Perché – dice – con la Resurrezione  “tutto compie il salto qualitativo. Viene posto il fondamento per superare ogni crisi. Quella crisi per cui tutti l’avevano abbandonato nell’ora drammatica della  consegna di Gesù ai peccatori”.

Ha aggiunto Mueller a Gela: “Se Cristo per mezzo della risurrezione ha superato la più grande crisi mai esistita nella fede, la crisi della missione e della potestà apostolica e dunque anche del sacerdozio, allora è proprio dando lo sguardo a Gesù che si possono superare tutte le crisi storiche della Chiesa e soprattutto del sacerdozio”.

Mueller aveva ripercorso tutte le tappe teologiche di questa crisi sacerdotale. Ne individua le cause nel fatto che il sacerdozio è sempre più stato considerato una funzione, più che una missione. Spiega che “alla critica formulata dalla riforma protestante dal sacerdozio sacramentale si è unita l’idea di autonomia del soggetto”, e a questo si è unita anche una particolare scuola esegetica, che ha portato ad osservare Gesù “soprattutto da un punto di vista sociologico”. Sono tutti temi che fanno perdere di vista la natura stessa del sacerdozio, e la natura stessa della Chiesa. In fondo, è per questo che Benedetto XVI ha voluto scrivere la vita di Gesù a partire proprio dalla verità storica dei Vangeli. Perché se perdiamo di vista il legame tra storia e rivelazione, non comprendiamo fino in fondo la nostra fede.

Mueller ci tiene a sottolineare: “La Chiesa è divinamente fondata, ed è importante sottolinearlo oggi. È fondazione divina, dono divino, per tutti noi”.

Mueller spiega che  “gli scritti di Joseph Ratzinger cominciano poco prima del Concilio Vaticano II, e lo oltrepassano, affrontando da subito la crisi del sacerdozio che è arrivata temporalmente dopo il Concilio Vaticano II”. E sin da subito “Ratzinger aveva percepito con viva sensibilità” l’inizio della crisi del sacerdozio, e fa una riflessione a partire dai padri della Chiesa. Ma “diacono, presbitero, vescovi hanno sempre avuto un legame particolare con gli apostoli, che li istituiscono con le mani la preghiera e la consacrazione. Nel nome del supremo pastore essi sono i pastori che rappresentano e attraverso i quali egli stesso è presente”.

Afferma il prefetto: “Gesù oggi come in ogni tempo invita a pascere il suo gregge. Sottolinea una sua vocazione sacerdotale, nella vocazione al sacerdozio comune. Questo sguardo che ci spinge con fiducia e speranza affidabile” oltre la crisi.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Prefazione del Papa al libro “Povera per i poveri”: “profitto e solidarietà” un legame virtuoso da riscoprire




“Tutti siamo preziosi per tutti”, scrive Papa Francesco nella prefazione al libro “Povera per i poveri. La missione della Chiesa” firmato dal prossimo cardinale Gerhard Ludwig Muller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, edito dalla Libreria Editrice Vaticana.

Il volume sarà presentato martedì 25 febbraio. Il servizio diRoberta Gisotti:

Povertà e ricchezza: condizioni del vivere umano che il Papa nella sua riflessione rilegge alla luce del Vangelo, evidenziando in particolare il legame prezioso e originario che unisce “profitto e solidarietà”, “una circolarità feconda fra guadagno e dono – sottolinea – che il peccato tende a spezzare e offuscare” e che è “compito dei cristiani riscoprire, vivere e annunciare a tutti”. “Quanto il mondo contemporaneo – aggiunge – ha bisogno di riscoprire questa bella verità! Quanto più accetterà di fare i conti con questo, tanto più diminuiranno anche le povertà economiche che tanto ci affliggono”. E non solo povertà economiche ma anche fisiche, spirituali, sociali, morali beneficiano della solidarietà altrui.

“Originariamente – spiega il Papa – l’uomo è povero, è bisognoso e indigente”. Se alla nascita abbiamo bisogno delle cure dei genitori, in ogni epoca e tappa della vita ciascuno potrà “mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui”, e riuscirà “mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa”. “Non ci siamo fatti da noi stessi e da soli non possiamo darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come una virtù indispensabile allo stesso vivere”. Dunque “non temiamo – conclude Francesco – di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è curvato e si curva su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e per donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere”.




Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/02/20/prefazione_del_papa_al_libro_%E2%80%9Cpovera_per_i_poveri%E2%80%9D:_%E2%80%9Cprofitto_e/it1-774937 
del sito Radio Vaticana 



 

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11/17/2014 1:50 PM
 
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Alcuni discorsi e interventi
di S.Em. Card. Gerhard Ludwig Müller 
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede

 

 

Biografia del Cardinale Gerhard Ludwig Müller 
[FranceseIngleseItalianoPolaccoRussoSpagnoloTedescoUngherese]

 

 

  • Seminario Internazionale “The Church in Dialogue. Vaticanum II Today” - Conferenza d'apertura (Bruxelles, 26 ottobre 2014)
    [Inglese, Tedesco]

  • Omelia nel Santuario di San Giovanni d'Ávila, sacerdote e Dottore della Chiesa (Montilla, 29 settembre 2014)
    [Spagnolo]

  • La presencia y la misión de la Iglesia en una sociedad pluralista - Conferenza (Córdoba, 29 settembre 2014)
    [Spagnolo]

  • Omelia nella Cattedrale di Córdoba, Spagna (28 settembre 2014) 
    [Spagnolo]

  • Discorso all'Episcopato messicano in occasione della Visita "ad Limina Apostolorum" (28 maggio 2014)
    [Spagnolo]
  • L'Ecclesialità del Catechismo - Conferenza (St. Patrick’s College di Maynooth, Irlanda - 17 maggio 2014)
    [Inglese]
  • Incontro dei Superiori della Congregazione della Dottrina della Fede con la Presidenza della Leadership Conference of Women Religious (LCWR) (30 aprile 2014)
    [Inglese]

  • Al Dios cristiano desde el ateísmo moderno - Conferenza (Università Pontificia di Comillas - Madrid, 2 ottobre 2013)
    [Spagnolo]

  • Fondamenti teologici per la valutazione delle questioni bioetiche - Lezione  (Cadenabbia di Griante - Lago di Como, 7 settembre 2013)
    [Tedesco]
  • Testimonianza del potere della grazia - Articolo pubblicato su "Die Tagespost" (15 giugno 2013)
    [Tedesco]
  • Omelia (Cattedrale di Radom, 4 giugno 2013)
    [Polacco]
  • Omelia in occasione della Festa del Ringraziamento (Tempio della Divina Provvidenza,Varsavia - 2 giugno 2013)
    [Polacco]
  • Omelia durante la Messa in onore di San Stanislao (Cracovia, 12 maggio 2013)
    [Polacco]

  • Discorso in occasione della presentazione di un ritratto di Benedetto XVI (Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, 16 aprile 2013)
    [Tedesco]
  • Omelia (Cappella della Congregazione per la Dottrina della Fede, 11 aprile 2013)
    [Polacco]
  • Omelia (Moreau Seminary, South Bend, IN - 7 febbraio 2013) 
    [Inglese]
  • Omelia (Co-Cattedrale del Sacro Cuore di Houston, Texas - 3 febbraio 2013) 
    [Inglese]
  • The Call to Communion: Anglicanorum coetibus and Ecclesial Unity - Intervento al Simposio sull'Ordinariato della Cattedra di San Pietro (St. Mary’s Seminary, Houston, Texas - 2 febbraio 2013)
    [Inglese]
  • “Λογική λατρεία – Un culto conforme al Logos divino. La Liturgia en el pensamiento teológico de Joseph Ratzinger / Benedicto XVI” (Madrid, 28 gennaio 2013) 
    [Spagnolo]
  • Omelia nella Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo (Malta, 25 novembre 2012) 
    [Inglese]
  • Ratzinger’s Theology and Some Themes of the Second Vatican Council - Intervista di Inside the Vatican a S.E. Mons. Gerhard Ludwig Müller (Novembre 2012) 
    [Inglese]
  • Omelia (Regensburg, 23 settembre 2012)
    [Tedesco]
  • Discorso all'Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede (19 settembre 2012)
    [Inglese]
  • Intervista del National Catholic Register / The Catholic Herald a S.E. Mons. Gerhard Ludwig Müller (13 settembre 2012)
    [Inglese]
  • Presentazione dell’edizione polacca del vol. 12 dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI (22 agosto 2012)
    [Polacco]
  • Intervista del Süddeutsche Zeitung al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’Arcivescovo Mons. Gerhard Ludwig Müller (12 luglio 2012)
    [Tedesco]





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Presa di possesso della Diaconia di Sant’Agnese in Agone


da parte del Card. Gerhard Ludwig Müller


 




Domenica, 14 settembre 2014


 

Omelia

 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di celebrare con voi quest’oggi la Santa Messa nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, nel giorno della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in occasione della mia presa di possesso di questa magnifica diaconia, che il Santo Padre Francesco mi ha affidato, dopo l’imposizione della berretta cardinalizia nell’ultimo Concistoro dello scorso mese di febbraio. È il colore rosso che accomuna 1) la testimonianza suprema del martirio, 2) l’evento, con i rispettivi paramenti, della celebrazione liturgica odierna e 3) l’abito che sono stato chiamato quotidianamente a indossare. Mi soffermerò a riflettere con voi brevemente su ciascuna delle tre circostanze, che tutte trovano nel Sacrificio redentore del Signore Gesù la loro sorgente e la loro linfa vitale.

1) La giovane martire romana di cui questa chiesa porta il titolo, anzitutto: Agnese. Sant’Ambrogio, nella sua opera del 377, De virginibus, esalta l’intrepido coraggio della vergine martire, sottolineandone la grande forza della fede, «magna vis fidei quae etiam ab illa testimonium invenit aetate». Unita alla sua giovane età, la grande forza della sua fede divenne presto il verso di un celebre inno con cui il popolo cristiano procedette a esaltarne la virtù: «Matura nondum nuptiis, matura martyrio fuit». Agnese, in effetti, aveva probabilmente soli dodici anni quando subì il duplice martirio della purezza e della fede, «in una hostia duplex martyrium pudoris et religionis». Storicamente, non è possibile appurare con piena certezza se ci troviamo a metà del III secolo o, forse, proprio all’inizio del IV, al momento della terribile persecuzione perpetrata da Diocleziano.

Sepolta sulla via Nomentana, nel luogo dell’attuale basilica a lei dedicata, una tra le prime menzioni di una chiesa Sanctae Agnetis all’interno della città risale alla seconda metà del secolo VIII. Situato proprio nel luogo nel quale ora ci troviamo, in Piazza Navona, il primitivo edificio aveva il suo ingresso da via dell’Anima. Dopo successivo rinnovamento, fu consacrato da Callisto II nel gennaio del 1123, per lasciare poi il posto, a partire dall’inizio del secolo XVII, all’attuale più maestosa costruzione, opera di Francesco Borromini, eretta da Papa Innocenzo X.

2) Il cuore, ora, quella che fu anche per Agnese la ragione prima e ultima del suo martirio, vale a dire la Croce del Signore. La morte è il limite assoluto e insuperabile del pensiero e del potere umano. Semplici energie psico-dinamiche e riflessioni teoretiche dei discepoli non sarebbero riuscite, di fronte al fatto della morte di Gesù e all’evidente fallimento della sua missione, a superare il fossato del venerdì santo. L’origine della fede pasquale può essere soltanto un evento non prevedibile dall’uomo, mediante cui Dio rivela la propria unità con Gesù e lo presenta come il proprio Figlio e il messaggero escatologico del suo Regno. Per questo, nell’atto della risurrezione, Dio rivela il proprio nome: «Colui che risuscitò Gesù dai morti» (Gal 1,1; Rm 4,24; 8,11; 2Cor 4,14; Ef 1,20; Col 2,12).

Non v’è dubbio che Gesù abbia intravisto e attivamente compreso, in conseguenza della sua missione di attuare il Regno nella propria persona obbedendo al Padre, l’orizzonte salvifico della propria morte. Egli sapeva che, morendo, non sarebbe finito nel nulla e affidò la propria vita nelle mani del Padre. La sua fiducia infinita nel Padre è l’origine della rilevanza salvifica della sua morte in croce. E colpisce la discrepanza enorme tra la morte obbrobriosa comminata a Gesù come criminale politico per i romani e come bestemmiatore religioso per gli ebrei, da una parte, e la confessione di fede formulata pochi anni dopo la sua morte, dall’altra: quella per cui Egli, «pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2, 6-7).

Per i discepoli, l’atto con cui Dio risuscitò Gesù di Nazareth ucciso in croce, atto superante ogni possibilità e immaginazione umana, non era soltanto una curiosità metafisica o biologica o la semplice dimostrazione dell’onnipotenza di Dio. Dio, confermando la pretesa di Gesù di realizzare nel proprio comportamento e nella propria azione il Regno di Dio nel mondo, ha testimoniato nello stesso tempo di essere il Padre di Gesù, Padre che, attraverso la Sua Parola eterna fatta carne, è presente nel mondo in maniera umana. La risurrezione di Gesù è quindi l’apice dell’auto-rivelazione del Dio e Padre di Gesù e nello stesso tempo di Gesù come «Figlio del Padre» (2Gv 3; cf Rm 1,3; 1Cor 1,9). Dio aveva rivelato una volta che il suo nome è «Io sono colui che è qui» (Es 3,14). Adesso egli ha collegato questa presenza storica e salvifica con il nome di Gesù Cristo. Gesù è l’unico nome di Dio, da Dio dato e rivelato, mediante cui è possibile la salvezza, cioè la comunione con la potenza salvifica di Dio (cf At 4,12). Nel nome di Gesù è manifesto l’unico nome di Dio: «Padre, Figlio e Spirito Santo» (Mt 28,19). Nel suo nome è garantita la presenza salvifica escatologica di Dio «nei cieli, sulla terra e sotto terra» (Fil 2,10) e «sino alla fine del mondo» (Mt 28,18). Per la morte di Croce che Gesù accettò quale via di salvezza, Dio «gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome», il nome stesso di Dio, qui e ora presente, così che ogni lingua potesse proclamare «Gesù Cristo è Signore!» (Fil 2, 9.11). L’Esaltazione della Croce è il riconoscimento della signoria di Gesù sulla morte: Dominus Iesus.

3) È proprio questo il lemma che ho voluto caratterizzasse il mio episcopato. La fede nel Signore Gesù è una fonte di conoscenza: essa attinge verità che la ragione sola non è in grado di raggiungere. Quanto più avviene l’incontro con Cristo, tanto più l’intelligenza e la volontà dell’uomo sono sollecitate ad accogliere con slancio e gratitudine i contenuti precisi della Rivelazione divina. Che è dono gratuito e profondamente corrispondente, aldilà di ogni prevedibile attesa, alle attese più profonde del cuore di ogni uomo. Se si riduce invece la fede a sentimento irrazionale, a qualcosa di privato che non riguarda per nulla la realtà da conoscere e da amare, quasi fosse volta a contenere le turbative di una psicologia messa a dura prova dalle complessità del vivere contemporaneo, allora ci si pregiudica a priori la possibilità di individuarne la vera natura e la sua straordinaria portata veritativa.

Gesù è il Signore. La confessione di Gesù come Cristo e, quindi, tutta la cristologia quale riflessione sulla fede in Cristo poggiano su un evento contingente storico non deducibile. Nelle apparizioni pasquali Gesù si rivela come il mediatore del Regno escatologico di Dio, che vive presso Dio e che è stato confermato da quel Dio, che egli chiamava Padre suo. Nella luce dell’esperienza pasquale i discepoli riescono a identificare il Signore risuscitato dai morti ed elevato presso Dio con quel Gesù di Nazareth, che si era presentato come il mediatore del Regno escatologico di Dio. Egli è il Gesù della storia che, in virtù di una relazione unica con Dio quale Padre suo, si sapeva da Lui autorizzato e legittimato, unitamente alla sua missione, in una maniera esclusiva. È l’uomo Gesù di Nazareth, che aveva chiamato loro, i discepoli, alla fede e alla sequela e che, a motivo della sua pretesa di proclamare qui e ora il Regno escatologico di Dio, era stato condannato dagli uomini alla morte in croce. È l’uomo Gesù di Nazareth, che nella luce della fede d’Israele, da lui pure predicata, sembrò abbandonato da Dio e che, in qualità di uno apparentemente maledetto da Dio, aveva finito per perdere ogni credibilità e per dimostrare che la sua missione non aveva alcun fondamento (cf Dt 21,23; Gal 3,13).

L’evento pasquale fonda la fede pasquale. La fede pasquale è l’origine del messaggio pasquale di salvezza. Il Gesù crocifisso è il mediatore escatologico del Regno di Dio, confermato da YHWH. Egli è il Cristo, il messianico «Figlio di Dio». In lui si è definitivamente adempiuta la promessa della presenza escatologica di Dio; nell’uomo Gesù essa è stata realizzata in maniera storica concreta.        

4) Il rosso è un colore brillante. È il colore del sangue, il colore della vita. Ed è il colore della testimonianza suprema della vita, resa fino alla morte. Fino all’effusione del sangue, appunto. Come si potrebbe immaginare, nella logica salvifica paradossale introdotta da Gesù, un “innalzamento” che non si misurasse con l’innalzamento del «Figlio dell’uomo» (Gv3,14) sulla Croce? «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30), diceva di sé fin dall’inizio Giovanni il Battista. Pretendere altrimenti, sarebbe «appartenere alla terra» (cf Gv3,31), indulgendo – secondo le parole di Papa Francesco – alla terribile tentazione della «mondanità spirituale» (cf Evangelii gaudium, nn. 93-97).

In un momento storico in cui la testimonianza fino all’effusione del sangue è chiesta a così tanti nostri fratelli e a così tante nostre sorelle nella fede in diverse parti del mondo, più ancora che agli inizi stessi della storia cristiana, sarebbe una vanità insipiente pensare al rosso della porpora senza pensare alla porpora del martirio. La modalità specifica della testimonianza, con la corrispondente “gradazione” di rosso, la detta per ciascuno il Signore. Nessuno può però pensare di prescinderne, pena la non-sequela di Gesù, il Signore. Per il compito che mi è stato affidato, occorre anzitutto che sia un tutt’uno in me il dono della fede che professo e il contenuto della dottrina che, col Corpo e nel Corpo della Chiesa, ho la responsabilità di promuovere. Nell’umiltà e nella totale dedizione della testimonianza quotidiana. Chiedo la vostra preghiera e ringrazio per l’aiuto che molti tra voi mi offrono.







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