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Gli unicorni, santa Ildegarda (Dottore della Chiesa) e gli arazzi.....

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12/30/2012 9:27 AM
 
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[SM=g1740758]  Gli arazzi dell'Unicorno
 da lanuovaBussolaQuotidiana
29-12-2012

The Cloisters è la sezione del Metropolitan di New York dedicata all’arte e all’architettura europea medievale. Si trova a Manhattan, nella parte più a nord di Fort Tryon Park. Tra i suoi pezzi più preziosi ci sono i sette arazzi della Caccia all’Unicorno, un ciclo di opere che risale alla fine del XV secolo e presenta aspetti misteriosi. La loro origine si confonde con la leggenda, i loro simboli si prestano ad interpretazioni affascinanti.

Gli arazzi furono proprietà della famiglia francese dei La Rochefoucauld fino all’acquisto da parte di John D. Rockefeller Jr. (1839-1937), considerato l’uomo più ricco di tutti i tempi, nel 1922. Ma non si sa dove esattamente siano stati tessuti – si pensa a Bruxelles, su cartoni parigini – e per chi. La Rivoluzione francese, non ravvisandovi simboli della monarchia – e non comprendendone neppure il significato religioso –, non distrusse gli arazzi, ma lasciò che se ne appropriassero contadini locali nel saccheggio del castello dei La Rochefoucauld a Verteuil. Furono usati per anni come coperte o teli per coprire prodotti agricoli, prima che i La Rochefoucauld li ritrovassero e li riacquistassero nel secolo XIX. Che, tranne uno, siano sopravvissuti in condizioni tutto sommato eccellenti testimonia la straordinaria qualità degli arazzi, da molti considerati i migliori della loro epoca se non dell’intera storia dell’arte.

Esiste tutta una letteratura sulle lettere A-E che si ripetono in tutti gli arazzi, e che secondo l’interpretazione prevalente dovrebbero indicare le iniziali dei coniugi per il cui matrimonio furono creati, che però non sono stati identificati con esattezza. Le lettere potrebbero dunque avere anche un significato simbolico, e la E – che appare quasi sempre rovesciata – potrebbe alludere alla lettera greca omega, così che la coppia di lettere, alfa e omega, potrebbe costituire un richiamo a Gesù Cristo che è appunto l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine di tutte le cose.

Non è neppure chiaro in quale sequenza vadano letti i sette arazzi, di uno dei quali restano solo due frammenti. L’ipotesi più recente – non l’unica – è che non sia possibile una lettura dell’insieme totalmente coerente. Benché prodotti per lo stesso committente, farebbero parte di almeno due cicli diversi. Il primo ciclo – che forse comprendeva all’origine altri arazzi poi andati perduti – consta di due scene e rappresenta la caccia all’unicorno come allegoria dell’amore. Il secondo ciclo di quattro scene rappresenta invece la stessa caccia all’unicorno come allegoria della passione di Gesù Cristo, ed è preceduto dall’arazzo di cui restano solo i due frammenti, che presenta un’allegoria dell’incarnazione.

Se pure accettiamo questa ipotesi, non possiamo però considerare i due cicli come interamente separati. I simboli medievali possono sempre essere oggetto di letture molteplici, e l’amore umano richiama l’amore di Cristo per la Chiesa. Inoltre un momento unificante deriva dal fatto che tutto il tema dell’unicorno e dei suoi significati è stato approfondito da santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una suora benedettina tedesca che il 7 ottobre 2012 è stata proclamata da Benedetto XVI dottore della Chiesa e indicata come guida per l’Anno della fede, autrice di numerosi testi particolarmente influenti lungo tutto il corso del Medioevo.

Le visioni di Ildegarda
Non c’è dubbio che Ildegarda credesse che gli unicorni esistessero davvero, e che la polvere tratta dal loro corno avesse proprietà medicinali.
Benché a partire dal Rinascimento, e ancor più nel secolo XIX, si sia voluto vedere in questa diffusa convinzione un tipico esempio di credulità medievale, molti dei resoconti antichi sugli unicorni si riferiscono con ogni probabilità a rinoceronti, e la medicina tradizionale cinese afferma ancora oggi che la polvere di corno di rinoceronte ha proprietà terapeutiche. Inoltre il modo con cui il Medioevo descriveva il corno dell’unicorno porta a concludere che conoscesse il cetaceo artico chiamato narvalo, il cui «corno» (in realtà un dente) ha l’andamento a torciglione tipico delle raffigurazioni medievali degli unicorni, e che spesso i navigatori chiamavano in effetti «unicorno di mare». I «corni di unicorno» inventariati tra le proprietà di medici – che ne attestano l’efficacia – e perfino di Papi del Medioevo (e oltre) vengono nella maggior parte dei casi o dal rinoceronte o dal narvalo.

Se dunque Ildegarda, che s’interessa di medicina, crede alle virtù medicinali del corno del mitico animale, queste virtù per lei derivano ultimamente dalla circostanza che l’unicorno ha un legame misterioso con Gesù Cristo. In una delle sue visioni – che furono da lei sottoposte a san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e ai Papi dell’epoca, i quali le approvarono –, raccolta nel Liber vitae meritorum, Ildegarda ci presenta un giudizio universale dove un Uomo ruota insieme alle quattro regioni della Terra mentre un unicorno sta vicino alla sua coscia sinistra ed è «intento a leccargli le ginocchia». Non è mancato chi ha interpretato l’unicorno di questa visione come una sorta di ministro o luogotenente di Gesù Cristo, e certo le visioni d’Idegarda sono aperte a più interpretazioni.

Tuttavia, la santa afferma con chiarezza che «l’uomo che vedi ruotare insieme alle quattro regioni del mondo indica Dio il quale, alla fine del mondo, mostrando la sua potenza insieme alle virtù celesti, percuoterà i confini della terra». E dunque l’unicorno è Gesù Cristo, il quale «lambendo le ginocchia dell’Uomo, cioè ricevendo da Dio il potere di giudicare, proclama che tutto il mondo deve essere purificato dal fuoco e dev’essere rinnovato in altro modo, e anche la malvagità degli uomini dev’essere sottoposta al suo giudizio, e ciò che c’è di santo nelle opere rette e buone degli uomini dev’essere portato a perfezione».

Ildegarda non inventa la lettura dell’unicorno come simbolo di Gesù Cristo, che ha una tradizione patristica e risale almeno a san Basilio il Grande (ca. 329-375). Ma la rende immensamente popolare, perché – con la sua esperienza in materia di medicina e rimedi naturali – mette in esplicito collegamento il fatto che l’unicorno rappresenti Gesù Cristo con le proprietà terapeutiche del suo corno, tanto conosciute nel Medioevo. Un simbolo che preesisteva al cristianesimo si trova così definitivamente trasformato in simbolo cristiano.

La leggenda e la sua interpretazione cristiana
Ildegarda conosceva probabilmente il Physiologus, un testo che ebbe a sua volta fortuna nel Medioevo: un bestiario, composto probabilmente ad Alessandria d’Egitto fra il secondo e il quarto secolo. Dal Physiologus il Medioevo trasse la leggenda secondo cui è quasi impossibile catturare un unicorno, ma l’animale si lascia prendere volontariamente e addomesticare se incontra una vergine, che è in grado di riconoscere come tale con l’olfatto. Si può cacciare e anche uccidere un unicorno, ma prima è necessario che una vergine lo abbia ammansito.

L’interpretazione cristiana della leggenda è evidente, ma acquista nel corso del Medioevo una notevole complessità iconografica. L’arcangelo Gabriele, che porta l’annuncio alla Madonna, è rappresentato come un cacciatore, il quale induce l’unicorno – cioè Cristo – a lasciarsi catturare dalla Vergine Maria e rinchiudere nel suo grembo quale «hortus conclusus», raffigurato da una staccionata. Una volta venuto al mondo l’unicorno, cioè Cristo, è diventato vulnerabile e potrà essere ucciso – o meglio, vorrà essere ucciso – nella Passione.

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Quanto alla prima vicenda, l’annunciazione, ve ne sono numerose rappresentazioni nell’arte tardo-medievale, tra cui alcune in arazzi usati come tovaglie o drappi da altare e conservati al Museo Nazionale Svizzero di Zurigo, altre in dipinti della cerchia del pittore renano Martin Schongauer (1450-1491), uno al Museo di Unterlinden a Colmar (Francia) (fig. 1) e uno al Museo Pushkin di Mosca (fig. 2). Il cacciatore che suona il corno è l’arcangelo Gabriele, che segnala il momento per l’unicorno, Gesù Cristo, di lasciarsi rinchiudere in una staccionata e incarnarsi nel grembo della Vergine purissima, Maria.

Questi precedenti sono importanti perché mostrano come non sia possibile separare totalmente il significato amoroso e quello religioso nel ciclo simbolico dell’unicorno. La stessa Ildegarda si è occupata ampiamente dell’amore umano, certo considerandolo immagine di quello divino ma arricchendo la sua analisi di dettagli sorprendentemente precisi sulla sessualità maschile e femminile. È probabile che il primo arazzo di New York in una sequenza logica sia dunque quello di cui rimangono solo due frammenti (fig. 3), e che questo rappresentasse originariamente l’Incarnazione. Nel primo frammento vediamo il cacciatore che si tiene fuori del recinto e suona il corno (particolare, fig. 4).

Nell’interpretazione religiosa, è l’arcangelo Gabriele. Ha con sé due cani, ma altri due sono presenti nel secondo frammento. Questi quattro cani sono la Verità, la Giustizia, la Pace e la Misericordia – in arazzi precedenti (cfr. fig. 2) i cani portano perfino cartigli con i nomi di queste virtù – e alludono alle sacre rappresentazioni medievali dove le virtù, personificate, sono le «Quattro Figlie di Dio» che intervengono nel «processo» dell’uomo decaduto il quale porta la Trinità a decidere d’intervenire in suo favore con l’Incarnazione. Già in questo primo frammento sono visibili le rose bianche e rosse, simbolo della purezza e della carità della Vergine Maria, e si nota come all’interno del recinto vi sia un albero, un melo, che è l’Albero della Conoscenza del Paradiso Terrestre.

Questi particolari ci aiutano a decifrare il secondo frammento. Vediamo l’unicorno, Cristo, all’interno del recinto dove lo hanno spinto i cani di Gabriele – uno lo azzanna, ma è una ferita d’amore – e non vediamo invece la Vergine Maria, che doveva trovarsi in una delle parti perdute dell’arazzo. La donna vestita di rosso che figura nel frammento ha un’aria ambigua e allusiva e non è certamente la Madonna. Un paragone con altri arazzi dell’unicorno, e la presenza nel recinto dell’Albero della Conoscenza, permettono di concludere che la figura è invece Eva, che con la sua colpa nel Paradiso Terrestre avvia il processo che nella storia della salvezza porta all’Incarnazione. È dunque probabile che nelle porzioni andate perdute di questo primo arazzo fosse presente anche Adamo.

L'unicorno ferito che piace anche a Harry Potter
Ricordiamo, ancora, che i simboli medievali sono sempre aperti a più interpretazioni, e che il primo arazzo può essere letto anche come allegoria dell’amore, il cacciatore, che spinge il cavaliere a lasciarsi conquistare dalla sua dama: ed è probabile che questa lettura non fosse assente tra i primi fruitori di arazzi verosimilmente tessuti per un matrimonio.

Arriviamo così al secondo arazzo (fig. 5), il più famoso di tutti. Benché gli storici dell’arte facciano notare che gli arazzi dal terzo al settimo sono frutto di una tecnica molto più raffinata, quasi prodigiosa nel trasferire sul tessuto linee e colori complessi, nella sua semplicità questo secondo arazzo ha colpito l’immaginazione di molte generazioni ed è stato spesso copiato e riprodotto, fino ai giorni nostri. Chi conosce la saga di Harry Potter sa che i relativi libri e film – dove gli unicorni hanno un ruolo di qualche importanza – lo collocano all’interno della scuola di magia di Hogwarts, che è il luogo centrale della storia. E oggi l’arazzo non è sfuggito alla logica implacabile del commercio, riprodotto su innumerevoli magliette, tazze, posacenere, cuscini.

Questo arazzo colpisce e commuove perché racconta una storia universale. L’Unicorno è ferito – ma le ferite d’amore non sembrano fare troppo male – ed è ormai all’interno del recinto, legato a un albero di melograni, un simbolo tradizionale fin dall’antica Grecia della sessualità e della fecondità. Il collare della sua catena simboleggia il vincolo con la dama, e l’Unicorno vive in una felice cattività all’interno del recinto, che presenta tutte le caratteristiche di un giardino delle delizie tardo-medievale. Nascosti nell’arazzo ci sono degli animali – farfalle, libellule e una piccola rana, quasi invisibile sopra la lettera A del monogramma in basso a destra – che rafforzano la lettura profana dell’arazzo: la farfalla e la libellula nel Medioevo sono simbolo di fecondità, e dalle ossa della rana si ricavava una polvere afrodisiaca.


Tuttavia, non possiamo non considerare anche i fiori, che costituiscono la vera ricchezza dell’arazzo. Qui ci sono un cinquantina di fiori diversi, e nella serie di sette arazzi sono state identificate centouno differenti specie vegetali, e lo studio continua con l’aiuto di specialisti di botanica. Ora, la maggioranza dei fiori in questo arazzo ha un significato religioso collegato nella simbolica medievale alla Vergine Maria: iris, rose, viole, gigli non a caso detti «della Madonna», garofani. Ci sono anche delle fragole selvatiche, che nel Medioevo erano paragonate alla manna e considerate il cibo dei beati. Ultimamente, non ha senso considerare l’interpretazione profana e quella religiosa come alternative. Sono entrambe presenti. L’unicorno è il cavaliere conquistato dalla dama – e il Medioevo, a differenza di epoche successive, non ha nessun timore d’inserire tra i simboli allusioni esplicite alla sessualità e alla fecondità – e nello stesso tempo è Cristo nell’«hortus conclusus» che è la Vergine Maria. L’idea di una prigionia volontaria può essere letta contemporaneamente nei due diversi significati.

Incarnazione e Passione
La chiave per interpretare la serie degli arazzi secondo il significato cristologico che passa da santa Ildegarda consiste nel comprendere che l’unicorno, Gesù Cristo, in realtà è cacciato due volte. La prima caccia è l’Incarnazione, e si conclude con la «prigionia» dell’unicorno all’interno dello steccato che è il seno della Vergine Maria. La seconda caccia è la Passione, e si conclude con la morte dell’unicorno. Se non dividiamo i sette arazzi in due serie, ci risulta impossibile comprendere come l’unicorno possa, alla fine della storia, sia essere catturato vivo sia ucciso. In realtà, sono due storie diverse.

L’arazzo che presento qui come terzo (fig. 6) è stato diversamente interpretato come l’inizio della prima o della seconda caccia, e le discussioni non possono dirsi ancora concluse. Qui l’ignoto autore dei cartoni mostra la sua familiarità con i trattati medievali sulla caccia. I tre personaggi sulla sinistra, riccamente vestiti, sono nobili cacciatori, mentre a destra si vedono tre limieri, che – per quanto specializzati – sono dei servitori. Due guidano i cacciatori mentre il terzo, in alto, chiama gli altri e segnala che l’unicorno è stato trovato. Chi pensa che questo arazzo faccia parte della prima serie e non della seconda insiste sul fatto che la sua grande ricchezza vegetale si articola in numerosi alberi da frutto – tra gli altri, un ciliegio e un pruno, mentre quella che i cani hanno di fronte è una piccola palma da datteri –, simbolo ancora una volta di fecondità. Ma, come sempre, i simboli hanno diversi significati.

Certamente parte di una «caccia mistica» all’Unicorno, che allude senza dubbio alla Passione di Cristo, sono gli altro quattro arazzi. Nel primo di questi (fig. 7) i cacciatori hanno trovato l’Unicorno. Al centro della composizione c’è però una fontana con bocche a testa di leone, in cui diversi animali stanno per bere. E l’Unicorno, quasi noncurante dei cacciatori, è impegnato in un’attività alquanto curiosa. Lascia che il suo corno sia bagnato dall’acqua che esce dalla fontana.

Qui occorre effettivamente rifarsi agli scritti di Ildegarda di Bingen, la quale insegna che immergendo un corno di unicorno in un liquido velenoso, questo si purifica e diventa innocuo. E per tutto il Medioevo non mancano potenti che adottano la saggia precauzione di immergere un corno «di unicorno» – in realtà, di narvalo – nell’acqua o nel vino che si accingono a bere, a scanso di avvelenamenti. Qui però emerge la simbologia cristologia. L’acqua della fonte della vita è stata avvelenata dal peccato. Gli uomini rischiano di cadere in quest’acqua inquinata in modo irreparabile spinti dalla loro vanità, come mostra il fagiano che ci si sta specchiando dentro. Solo l’unicorno, Gesù Cristo, può purificare quest’acqua. Non si cura dei cacciatori perché è impegnato nell’opera della redenzione. Gli uomini che discutono animatamente non comprendono che cosa esattamente l’unicorno stia facendo, cioè non comprendono la redenzione. E il personaggio che indica l’unicorno – com’è stato suggerito – qui potrebbe essere Giuda.

Simbologia delle piante e degli animali
Come sempre in questi arazzi, le piante e gli animali hanno un ruolo simbolico molto importante. Le rose rosse dietro all’Unicorno sono simbolo del martirio e della Passione. In primo piano troviamo tutta una serie di animali: una coppia di leoni, un leopardo, un ermellino, un cervo e una iena. L’animale che, per così dire, non ci dovrebbe essere è la iena, simbolo diabolico, che rappresenta il male pronto a fare irruzione nel creato. Gli altri nei bestiari medievali sono tutti simboli di Gesù Cristo.

Quanto al leone – oltre alla regalità, per cui è re degli animali come Cristo è re del cosmo e della storia –, viene in considerazione la leggenda secondo cui i suoi cuccioli nascono morti, ma il leone dopo tre giorni li chiama alla vita, evidente allusione alla Resurrezione. Il leopardo è quello che il Medioevo chiamava «pantera», per quanto la zoologia successiva abbia distinto i due animali. Questa «pantera» ha tutti i colori, così come Cristo ha tutte le virtù, e i colori le conferiscono un’incomparabile bellezza, come Cristo è la bellezza stessa.

A mostrare come i due significati della caccia all’Unicorno non manchino mai di essere entrambi presenti, la pantera è anche un simbolo dell’amore molto diffuso nel mondo dei trovatori. L’ermellino rappresenta la purezza del Cristo, e il Medioevo crede alla leggenda secondo cui preferisce farsi catturare dai cacciatori che nascondersi nella terra o nel fango e macchiare la sua bianca pelliccia. Il cervo simboleggia la fedeltà e la stabilità del Signore, la pietra su cui il mondo stesso è costruito, e i bestiari medievali ne fanno anche un nemico del serpente, che va a cercare e distrugge, cioè del diavolo.

L’arazzo successivo (fig. 8) è ispirato anch’esso all’arte della caccia. I manuali affermano che spesso l’animale inseguito dai cani si nasconde nell’acqua per far perdere loro la traccia. Ma l’espediente di rado funziona. I levrieri bene addestrati non perdono l’animale, e il cacciatore esperto disporrà i limieri in modo da chiudere alla preda tutte le vie di fuga dall’acqua da cui presto o tardi dovrà uscire. Qui però c’è qualcosa di diverso rispetto alle classiche scene di caccia con i cani. Si ha come l’impressione che l’unicorno sia pienamente consapevole della presenza dei cacciatori e non cerchi affatto di nascondersi. Fieramente va incontro al suo destino, come consapevolmente il Cristo affronta la Passione.

Notiamo anche che i cacciatori e i limieri non sono gli stessi dell’arazzo precedente. Lo stereotipo naso adunco, che certo oggi non sarebbe politicamente corretto, potrebbe alludere al ruolo del popolo ebraico nella vicenda della Passione. Piuttosto sinistra è anche la presenza di una coppia di pernici, che si nascondono tra le piante accanto all’acqua, a differenza di altri più pacifici volatili. Le pernici sono presentate nei bestiari come uccelli particolarmente sensuali e avidi, che rubano le uova di altri animali, figura dei diavoli che vogliono rubare la grazia agli uomini. Notiamo di passaggio che le lettere FR in alto sembrano riferite a un François de la Rochefoucauld proprietario dell’arazzo, sono state aggiunte in epoca successiva e non hanno un significato simbolico.

Il dramma dell’unicorno, cioè la Passione di Gesù Cristo, continua in un ulteriore arazzo (fig. 9). Qui l’unicorno, vicino a essere ucciso, sembra invece resistere, come Gesù quando chiede che gli sia risparmiato l’amaro calice della Passione. Le piante da frutto – arance, albicocche – ci assicurano che il sacrificio sarà fecondo, non sarà vano. E nella scena c’è un personaggio tecnicamente straordinario, il cacciatore alla sinistra che suona il corno e dalla cui lancia pende una fascia con un’iscrizione (fig. 10, dettaglio). Questa iscrizione recita: «Ave Regina C», cioè «Salve, Regina del C[ielo]». E non lascia alcun dubbio che il personaggio sia l’arcangelo Gabriele, la cui insegna è il saluto a Maria nell’Annunciazione.

Ma che ci fa Gabriele nella Passione? Il riferimento è inconsueto e perfino unico, ma l’identificazione del cacciatore con Gabriele è certa. Dunque l’artista ha voluto inserire un collegamento tra la prima e la seconda serie di arazzi, fra la prima e la seconda caccia all’Unicorno, che come si è accennato non possono essere del tutto separate. La Passione è la verità ultima dell’Incarnazione, e ci svela perché Gesù si è incarnato: per salvarci tramite la sua Passione e morte, per compiere l’opera della redenzione. Di qui il richiamo all’Incarnazione e la presenza, alquanto sorprendente, di Gabriele proprio nel mezzo di un’allegoria della Passione.

Il sacrificio
Infine, tutto è consumato. L’ultimo drammatico arazzo (fig. 11), l’unico dove l’unicorno ê raffigurato due volte, ci mostra l’uccisione dell’animale e il suo trasporto al castello. In alto, l’unicorno è ucciso, con un colpo finale che ricorda quello al costato di Cristo (fig. 12, particolare). Mentre da un arazzo all’altro normalmente i volti dei cacciatori cambiano, qui il personaggio che suona il corno è lo stesso dell’arazzo precedente: dunque è ancora l’arcangelo Gabriele, che viene ad annunciare la morte del Signore così come ne aveva annunciato la nascita. Più in basso l’unicorno, caricato su un cavallo, è trasportato al castello, cioè al sepolcro. La scena è una deposizione dalla croce: dietro all’unicorno morto vi è un cespuglio di rovi, che ricorda la corona di spine.

Dal castello vengono incontro una donna, che recita il Rosario, e un uomo, seguiti da tre donne, tutti non con l’espressione soddisfatta di chi ha organizzato una caccia che è andata bene ma con il volto serio e mesto (fig. 13, particolare). Di questo corteo sono state avanzate due interpretazioni. C’è chi ritiene si tratti di Eva e Adamo – il prezzo del cui peccato è ora stato pagato dell’unicorno immolato – e in questo caso le tre donne e gli altri personaggi simboleggiano l’umanità peccatrice. Un’altra interpretazione, più recente, ritiene invece che l’uomo e la donna in primo piano siano la stessa Vergine Maria e l’apostolo san Giovanni, seguiti dalle tre Marie e da altri discepoli.

Anche qui vari animali hanno un significato simbolico. Una lezione per chi guarda l’arazzo è impartita dallo scoiattolo, nascosto in basso a sinistra: e gli animali difficili da scorgere in questi arazzi hanno sempre un significato preciso. Secondo i bestiari lo scoiattolo sfugge ai cacciatori e alle trappole rimanendo sempre nella parte più alta degli alberi, e così serve da lezione agli uomini, che finché rimangono sulle alte cime della preghiera e della meditazione non cadono nelle trappole del demonio. Sul cespuglio di rovi aleggia discreta una colomba, lo Spirito Santo. E intorno al castello – ma qui l’arazzo, che ha subito anche rammendi per cui il monogramma AE in basso è scomparso, è leggermente scolorito – nuotano cigni, il cui canto è presagio di buona ventura.

La resurrezione
Questa buona ventura è la resurrezione, ma tutti i cicli iconografici medievali dell’unicorno non lo mostrano mai risorto. Tuttavia vi è un presagio preciso nella presenza della quercia, simbolo di resurrezione già per l’antichità classica, e nella fronda di quercia che cinge il collo dell’unicorno morto e mantiene legato il corno all’animale. Un cacciatore tiene il corno nella mano, indicando il corteo che è sceso dal castello. Da questo corno – che nella farmacopea d’Ildegarda libera, come si è visto, dai veleni ma che qui è già stato proposto in una chiave specificamente cristologica – viene la salvezza per gli uomini.

Così il simbolo dell’unicorno acquista il suo pieno significato, che è insieme tipicamente medievale e universale. La vita è piena di veleni, disseminati sul nostro cammino dal diavolo, e senza la sequela che ci viene dalla fede nell’unicorno immolato, Gesù Cristo, ai veleni difficilmente possiamo sfuggire. Questi straordinari arazzi possono diventare un commento per immagini – ispirato da Ildegarda di Bingen, su cui Benedetto XVI ha voluto attirare la nostra attenzione – all’Anno della fede.

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  La profezia sulla Chiesa di Ildegarda di Bingen



Ildegarda di Bingen(di Cristina Siccardi)

«Se si considera la poliedrica personalità di Ildegarda (…) ci dobbiamo chiedere se l’uomo d’oggi sia ancora capace di accostarsi ed imitare quello di ieri, avvalendosi del misticismo per ritrovare profondità di spirito, coerenza di comportamento, speranza di futuro, e non soltanto di atteggiarsi a un cembalo che suona perché scosso da altri»,
così scriveva nella sua prefazione Michelangelo Navire (scomparso di recente) nel suo libro La sinfonia Mistica di Ildegarda di Bingen (pp. 8-9, Edizioni Segno, Udine 2011), libro che, oltre a dare un profilo della vita e delle opere di questa mistica e scienziata, ancora troppo sconosciuta fuori dai confini tedeschi, offre alla lettura i settanta Carmina di Ildegarda ‒ che compongono la Symphonia harmoniae coelestium revelationum ‒ nel loro testo latino e qui, per la prima volta, presentati anche nella traduzione italiana, unitamente alla composizione drammatica Ordo virtutum.

Gli insegnamenti teologici, filosofici e scientifici di Ildegarda di Bingen, dove Fede e ragione coincidono mirabilmente, sono di un’attualità sconcertante e irrompono nella nostra contemporaneità desolata, deturpata, alluvionata dai peccati. 

Provvidenziale il suo recupero da parte di Benedetto XVI, che ha riproposto, con alcune catechesi dedicate alla santa teutonica e con la sua proclamazione a Dottore della Chiesa (7 ottobre 2012), insegnamenti, visioni (che ella compiva in stato di coscienza e non di estasi) e profezie; quest’ultime concernenti anche la crisi della Chiesa. Il 16 maggio 2012, quando Ildegarda (già venerata come santa) venne canonizzata per equipollenza, il Papa sottolineò, davanti alla Curia romana, la lotta e la difesa di questa santa monaca benedettina per la Chiesa, affermando: «Nella visione di sant’Ildegarda il volto della Chiesa è coperto di polvere ed è così che noi l’abbiamo visto».

Lascia scritto, infatti, la «Sibilla del Reno», come veniva chiamata già in vita: 

«Nell’anno 1170 dopo la nascita di Cristo ero per un lungo tempo malata a letto. Allora, fisicamente e mentalmente sveglia, vidi una donna di una bellezza tale che la mente umana non è in grado di comprendere. La sua figura si ergeva dalla terra fino al cielo. Il suo volto brillava di uno splendore sublime. Il suo occhio era rivolto al cielo. Era vestita di una veste luminosa e raggiante di seta bianca e di un mantello guarnito di pietre preziose.
Ai piedi calzava scarpe di onice. Ma il suo volto era cosparso di polvere, il suo vestito, dal lato destro, era strappato. Anche il mantello aveva perso la sua bellezza singolare e le sue scarpe erano insudiciate dal di sopra.
Con voce alta e lamentosa, la donna gridò verso il cielo: “Ascolta, o cielo: il mio volto è imbrattato! Affliggiti, o terra: il mio vestito è strappato! Trema, o abisso: le mie scarpe sono insudiciate!” E proseguì:“Ero nascosta nel cuore del Padre, finché il Figlio dell’uomo, concepito e partorito nella verginità, sparse il suo sangue. Con questo sangue, quale sua dote, mi ha preso come sua sposa. Le stimmate del mio sposo rimangono fresche e aperte, finché sono aperte le ferite dei peccati degli uomini. Proprio questo restare aperte delle ferite di Cristo è la colpa dei sacerdoti. Essi stracciano la mia veste poiché sono trasgressori della Legge, del Vangelo e del loro dovere sacerdotale. Tolgono lo splendore al mio mantello, perché trascurano totalmente i precetti loro imposti.
Insudiciano le mie scarpe, perché non camminano sulle vie dritte, cioè su quelle dure e severe della giustizia, e anche non danno un buon esempio ai loro sudditi. Tuttavia trovo in alcuni lo splendore della verità”. E sentii una voce dal cielo che diceva: “Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questo, o essere umano che vedi tutto ciò e che ascolti le parole di lamento, annuncialo ai sacerdoti che sono destinati alla guida e all’istruzione del popolo di Dio e ai quali, come agli apostoli, è stato detto: ‘Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura’ (Mc. 16,15)”»
(Lettera a Werner von Kirchheim e alla sua comunità sacerdotale).

Le rivelazioni private, riconosciute dalla Chiesa, sono strumenti preziosi per tutti i suoi membri, dalle più alte gerarchie ai più umili fedeli; sono manifestazioni divine dentro la storia dell’uomo, il quale, troppo spesso, si lascia distrarre e sedurre dalle dinamiche perverse del mondo; sono segnali che cercano di avvertire, ammonire, svegliare le intorpidite, o a volte annientate, coscienze.

(Cristina Siccardi)



Fraternamente CaterinaLD

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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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