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Benedetto XIV contro l'usura 1 novembre 1745 ed altri testi

Last Update: 7/10/2014 5:20 PM
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Benedetto XIV
Vix pervenit



Non appena pervenne alle nostre orecchie che a cagione di una nuova controversia (precisamente se un certo contratto si debba giudicare valido) si venivano diffondendo per l’Italia alcune opinioni che non sembravano conformi ad una saggia dottrina, ritenemmo immediatamente che spettasse alla Nostra Apostolica carica apportare un rimedio efficace ad impedire che questo guaio, con l’andar del tempo e in silenzio, acquistasse forze maggiori; e bloccargli la strada perché non si estendesse serpeggiando a corrompere le città d’Italia ancora immuni.

1. Perciò, prendemmo la decisione di seguire la procedura della quale sempre fu solita servirsi la Sede Apostolica: cioè, abbiamo spiegato tutta la materia ad alcuni Nostri Venerabili Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, che sono molto lodati per la loro profonda dottrina in fatto di Sacra Teologia e di Disciplina Canonica; abbiamo interpellato anche parecchi Regolari coltissimi nell’una e nell’altra materia, scegliendoli, alcuni fra i Monaci, altri nell’Ordine dei Mendicanti, altri ancora fra i Chierici Regolari; abbiamo aggiunto anche un Prelato laureato in utroque jure e dotato di lunga pratica del Foro. Stabilimmo che il giorno 4 del luglio scorso si riunissero tutti alla Nostra presenza e chiarimmo loro i termini della questione. Apprendemmo che già essi ne avevano notizia e la conoscevano a fondo.

2. Successivamente abbiamo ordinato che, liberi da qualsiasi parzialità e avidità, esaminassero accuratamente tutta la materia ed esprimessero per iscritto le loro opinioni; tuttavia non abbiamo chiesto che giudicassero il tipo di contratto che aveva motivato la controversia, perché mancavano parecchi documenti indispensabili, ma che fissassero, a proposito delle usure, un criterio definitivo, al quale sembrava recassero un danno non indifferente quelle idee che da un po’ di tempo cominciavano a diffondersi fra la gente. Tutti ubbidirono. Infatti, comunicarono le loro opinioni in due Congregazioni, delle quali la prima fu tenuta in Nostra presenza il 18 luglio, l’altra il primo agosto scorsi; alla fine tutti consegnarono le proprie relazioni scritte al Segretario della Congregazione.

3. All’unanimità hanno approvato quanto segue:

I. Quel genere di peccato che si chiama usura, e che nell’accordo di prestito ha una sua propria collocazione e un suo proprio posto, consiste in questo: ognuno esige che del prestito (che per sua propria natura chiede soltanto che sia restituito quanto fu prestato) gli sia reso più di ciò che fu ricevuto; e quindi pretende che, oltre al capitale, gli sia dovuto un certo guadagno, in ragione del prestito stesso. Perciò ogni siffatto guadagno che superi il capitale è illecito ed ha carattere usuraio.

II. Per togliere tale macchia non si potrà ricevere alcun aiuto dal fatto che tale guadagno non è eccessivo ma moderato, non grande ma esiguo; o dal fatto che colui dal quale, solo a causa del prestito, si reclama tale guadagno, non è povero, ma ricco; né ha intenzione di lasciare inoperosa la somma che gli è stata data in prestito, ma di impiegarla molto vantaggiosamente per aumentare le sue fortune, o acquistando nuove proprietà, o trattando affari lucrosi. Infatti agisce contro la legge del prestito (la quale necessariamente vuole che ci sia eguaglianza fra il prestato e il restituito) colui che, in forza del mutuo, non si vergogna di pretendere più di quanto è stato prestato, nonostante fosse stato convenuta inizialmente la restituzione di una somma eguale a quella prestata. Pertanto, colui che ha ricevuto, sarà obbligato, in forza della norma di giustizia che chiamano commutativa (la quale prevede che nei contratti umani si debba mantenere l’eguaglianza propria di ognuno) a rimediare e a riparare quanto non ha esattamente mantenuto.

III. Detto questo, non si nega che talvolta nel contratto di prestito possano intervenire alcuni altri cosiddetti titoli, non del tutto connaturati ed intrinseci, in generale, alla stessa natura del prestito; e che da questi derivi una ragione del tutto giusta e legittima di esigere qualcosa in più del capitale dovuto per il prestito. E neppure si nega che spesso qualcuno può collocare e impiegare accortamente il suo danaro mediante altri contratti di natura totalmente diversa dal prestito, sia per procacciarsi rendite annue, sia anche per esercitare un lecito commercio, e proprio da questo trarre onesti proventi.

IV. Come in tanti diversi generi di contratti, se non è rispettata la parità di ciascuno, è noto che quanto si percepisce oltre il giusto ha a che vedere se non con l’usura (in quanto non vi è prestito, né palese né mascherato), certamente con qualche altra iniquità, che impone parimenti l’obbligo della restituzione. Se si conducono gli affari con rettitudine, e li si giudica con la bilancia della Giustizia, non c’è da dubitare che in quei medesimi contratti possano intervenire molti modi e leciti criteri per conservare e rendere numerosi i traffici umani e persino lucroso il commercio. Pertanto, sia lungi dall’animo dei Cristiani la convinzione che, con l’usura, o con simili ingiustizie inflitte agli altri possano fiorire lucrosi commerci; invece abbiamo appreso dallo stesso Divino Oracolo che "La Giustizia eleva la gente, il peccato rende miseri i popoli".

V. Ma occorre dedicare la massima attenzione a quanto segue: ciascuno si convincerà a torto e in modo sconsiderato che si trovino sempre e in ogni dove altri titoli legittimi accanto al prestito, o, anche escludendo il prestito, altri giusti contratti, col supporto dei quali sia lecito ricavare un modesto guadagno (oltre al capitale integro e salvo) ogni volta che si consegna a chiunque del danaro o frumento o altra merce di altro genere. Se alcuno sarà di questa opinione, avverserà non solo i divini documenti e il giudizio della Chiesa Cattolica sull’usura, ma anche l’umano senso comune e la ragione naturale. A nessuno infatti può sfuggire che in molti casi l’uomo è tenuto a soccorrere il suo prossimo con un prestito puro e semplice, come insegna soprattutto Cristo Signore: "Non respingere colui che vuole un prestito da te". Del pari, in molte circostanze, non vi è posto per nessun altro giusto contratto, eccetto il solo prestito. Bisogna dunque che chiunque voglia seguire la voce della propria coscienza, si accerti prima attentamente se davvero insieme con il prestito non si presenti un altro giusto titolo e se non si tratti invece di un altro contratto diverso dal mutuo, in grazia del quale sia reso puro e immune da ogni macchia il guadagno ottenuto.

4. In queste parole riassumono e spiegano le loro opinioni i Cardinali, i Teologi e Uomini espertissimi di Canoni, il parere dei quali abbiamo sollecitato su questa gravissima questione. Anche Noi non abbiamo tralasciato di dedicare il nostro privato impegno alla stessa questione, prima che si riunissero le Congregazioni, e durante i loro lavori e quando già li avevano conclusi. Infatti con estrema attenzione abbiamo seguito le opinioni (già da Noi ricordate) di quegli uomini prestigiosi. E a questo punto confermiamo e approviamo tutto ciò che è contenuto nelle Sentenze esposte più sopra, in quanto è chiaro che tutti gli scrittori, i professori di Teologia e dei Canoni, numerose testimonianze delle Sacre Lettere, decreti dei Pontefici Nostri Predecessori, l’autorità dei Concili e dei Sacerdoti sembrano quasi cospirare per un’approvazione unanime delle medesime Sentenze. Inoltre abbiamo conosciuto chiaramente gli autori ai quali devono essere attribuite opinioni contrarie; e così pure coloro che le incoraggiano e le proteggono, o che sembrano offrire ad essi un appiglio o un’occasione. E non ignoriamo con quanta severa dottrina abbiano assunto la difesa della verità i Teologi vicini a quei territori in cui hanno avuto origine tali controversie.

5. Perciò abbiamo inviato questa Lettera Enciclica a tutti gli Arcivescovi, Vescovi e Ordinari d’Italia, in modo che essa fosse nota a Te, Venerabile Fratello, e a tutti gli altri; e ogni qual volta avverrà di celebrare Sinodi, di parlare al popolo, di istruirlo nelle sacre dottrine, non si pronunci parola che sia contraria a quelle Sentenze che più sopra abbiamo esaminato. Inoltre vi esortiamo vivamente a impedire con tutto il vostro zelo che qualcuno osi con Lettere o Sermoni insegnare il contrario nelle Vostre Diocesi; se poi qualcuno rifiutasse di obbedire, lo dichiariamo colpevole e soggetto alle pene stabilite nei Sacri Canoni contro coloro che abbiano disprezzato e violato i doveri apostolici.

6. Sul contratto che ha suscitato queste nuove controversie, per ora non prendiamo decisioni; non stabiliamo nulla neppure sugli altri contratti, circa i quali i Teologi e gli Interpreti dei Canoni sono lontani tra loro in diverse sentenze. Tuttavia pensiamo di dover infiammare il religioso zelo della vostra pietà perché mandiate ad effetto tutto ciò che vi suggeriamo.

7. In primo luogo fate sapere con parole severissime che il vizio vergognoso dell’usura è aspramente riprovato dalle Lettere Divine. Esso veste varie forme e apparenze per far precipitare di nuovo nella estrema rovina i Fedeli restituiti alla libertà e alla grazia dal sangue di Cristo; perciò, se vorranno collocare il loro denaro, evitino attentamente di lasciarsi trascinare dall’avarizia che è fonte di tutti i mali, ma piuttosto chiedano consiglio a coloro che si elevano al di sopra dei più per eccellenza di dottrina e di virtù.

8. In secondo luogo, coloro che confidano tanto nelle proprie forze e nella propria sapienza, da non aver dubbi nel pronunciarsi su tali problemi (che pure esigono non poca conoscenza della Sacra Teologia e dei Canoni) si guardino bene dalle posizioni estreme che sono sempre erronee. Infatti alcuni giudicano queste questioni con tanta severità, da accusare come illecito e collegato all’usura ogni profitto ricavato dal danaro; altri invece sono talmente indulgenti e remissivi da ritenere esente da infamante usura qualunque guadagno. Non siano troppo legati alle loro opinioni, ma prima di dare un parere esaminino vari scrittori che più degli altri sono apprezzati; poscia facciano proprie quelle parti che sanno essere sicuramente attendibili sia per la dottrina, sia per l’autorità. E se nasce una disputa mentre si esamina qualche contratto, non si scaglino contumelie contro coloro che seguono una contraria Sentenza, né dichiarino che essa è da punire con severe censure, soprattutto se manca dell’opinione e delle testimonianze di uomini eminenti; poiché le ingiurie e le offese infrangono il vincolo della carità cristiana e recano gravissimo danno e scandalo al popolo.

9. In terzo luogo, coloro che vogliono restare immuni ed esenti da ogni sospetto di usura, e tuttavia vogliono dare il loro denaro ad altri in modo da trarne solo un guadagno legittimo, devono essere invitati a spiegare prima il contratto da stipulare, a chiarire le condizioni che vi sono poste e l’interesse che si pretende da quel denaro. Tali spiegazioni contribuiscono decisamente non solo a scongiurare ansie e scrupoli di coscienza, ma anche a ratificare il contratto nel foro esterno; inoltre chiudono l’adito alle dispute che spesso occorre affrontare perché si possa capire se il danaro che sembra prestato ad altri in modo lecito, contenga in realtà un’usura mascherata.

10. In quarto luogo vi esortiamo a non lasciare adito agli stolti discorsi di coloro che vanno dicendo che l’odierna questione sulle usure è tale solo di nome, perché il danaro, che per qualunque ragione si presta ad altri, procura solitamente un profitto. Quanto ciò sia falso e lontano dalla verità si comprende facilmente se ci rendiamo conto che la natura di un contratto è totalmente diversa e separata dalla natura di un altro, e che del pari molto fra di loro divergono le conseguenze di contratti tra loro diversi. In realtà una differenza molto evidente intercorre tra l’interesse che a buon diritto si trae dal danaro, e che perciò si può trattenere in sede legale e in sede morale, e il guadagno che illegalmente si ricava dal danaro e che quindi deve essere restituito, conformemente al dettato della legge e della coscienza. Risulta dunque che non è vano proporre la questione dell’usura in questi tempi e per la seguente ragione: dal denaro che si presta ad altri si riceve molto spesso qualche interesse.

11. In modo particolare abbiamo ritenuto opportuno esporvi queste cose, sperando che voi rendiate esecutivo ciò che da Noi è prescritto con questa Lettera: che ricorriate anche a opportuni rimedi, come confidiamo, se per caso e per causa di questa nuova questione delle usure si agiti la gente nella vostra Diocesi o si introducano corruttori con l’intento di alterare il candore e la purezza della sana dottrina.

Da ultimo impartiamo a Voi e al Gregge affidato alle vostre cure l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 1° novembre 1745, anno sesto del Nostro Pontificato.

 







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Benedetto XIV
Ubi primum


Allorché piacque a Dio, ricco di misericordia, collocare la Nostra umile persona nella Sede suprema del Beato Pietro e assegnare a Noi, benché nessun merito Ci raccomandi, la vicaria potestà di Nostro Signore Gesù Cristo per il governo di tutta la sua Chiesa, Ci sembrò che alle Nostre orecchie risonasse quella voce divina: "Pascola i miei agnelli; pascola le mie pecore"; cioè che fosse imposta al Romano Pontefice, successore dello stesso Pietro, la missione di guidare non solo gli agnelli del gregge del Signore, che sono i popoli sparsi per tutta la terra, ma anche le pecore, cioè i Vescovi, che, come le madri per gli agnelli, generano i popoli in Gesù Cristo e una seconda volta li partoriscono.

Accettate dunque, Fratelli, con questa nostra lettera, anche le parole del Vostro Pastore. Chiamati al compito di spronare, nella pienezza del mandato affidatoci da Dio, Voi comprendete quanto nei Nostri stessi inviti e nelle Nostre esortazioni Ci stia a cuore di non trascurare nessuno dei Nostri doveri, e quanto grande sia la forza della Nostra paterna carità verso di voi: in forza di essa, siamo portati a desiderare al massimo che dal profitto delle sante pecore provengano gioie eterne ai Pastori.

1. Innanzi tutto, in verità, operate con impegno e con ogni Vostra possibilità affinché l’integrità dei costumi e lo studio del culto divino risplendano nel Clero, e che la disciplina ecclesiastica sia conservata integra e sana, e sia ristabilita là dove sia caduta. È abbastanza noto, infatti, che non vi è nulla che più efficacemente ammaestri, stimoli e infiammi tutto il popolo alla pietà, alla religione e alle norme della vita cristiana quanto l’esempio di coloro che si sono dedicati al Divino ministero.

Pertanto l’acutezza della Vostra mente deve essere rivolta prima di tutto a far sì che con accurata scelta siano iscritti alla milizia clericale coloro dai quali a ragione si può prevedere che la loro vita sia oggetto di ammirazione da parte di quanti camminano nella legge del Signore, procedono di virtù in virtù e con la loro opera portano un vantaggio spirituale alle Vostre Chiese. Per certo, è meglio avere pochi Ministri, ma onesti, idonei ed utili, che molti i quali non siano per nulla destinati all’edificazione del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Voi, Fratelli, non ignorate quanta prudenza richiedano in proposito ai Vescovi i Sacri Canoni; quindi non lasciatevi distogliere da quanto prescritto (che deve essere osservato totalmente) né da qualsiasi rispetto umano, né da inopportune suggestioni dell’ambiente, né da richieste di patrocinatori. Soprattutto bisogna osservare il precetto dell’Apostolo, di non ordinare nessuno troppo frettolosamente, allorché si tratta di promuovere qualcuno ai Sacri Ordini e ai Santissimi Ministeri, dei quali nulla è più divino.

Infatti non basta l’età che le sacre leggi della Chiesa prescrivono per ciascun Ordine, né indiscriminatamente deve aprirsi il passaggio a posizioni più elevate, quasi di diritto, a tutti coloro che siano già stati posti in qualche Ordine inferiore. Voi dovete con grande attenzione e diligenza indagare se il modo di vivere di coloro che hanno preso i primi Ministeri sia stato conforme, e il loro progresso nelle sacre dottrine sia stato tale che veramente si debbano giudicare degni di sentirsi dire: "Sali più in alto". Quanto è meglio, inoltre, che taluni rimangano ad un grado inferiore, piuttosto che siano promossi ad uno più alto, con maggior pericolo per loro e motivo di scandalo per gli altri.

2. E giacché importa soprattutto che coloro i quali sono chiamati al servizio del Signore siano formati fin dalla giovane età alla pietà, all’integrità dei costumi e alla disciplina canonica (come le pianticelle novelle nel loro inizio), Vi deve quindi stare a cuore che, dove eventualmente non siano ancora stati istituiti i Seminari dei Chierici, vengano istituiti quanto prima possibile, o siano ampliati quelli già esistenti se, data la situazione della Chiesa, vi sia bisogno di un numero maggiore di Alunni, impiegando a questo scopo i mezzi che i Vescovi hanno già il potere di procurare, e ai quali Noi ne aggiungeremo altri se da Voi saremo informati della loro necessità.

In verità è indispensabile che gli stessi Collegi siano vigilati dalla Vostra particolare cura: ispezionandoli spesso; esaminando la vita, l’indole e il progresso negli studi dei singoli adolescenti; destinando maestri preparati e uomini forniti di spirito ecclesiastico per la loro formazione; onorando talvolta le loro esercitazioni letterarie o le funzioni ecclesiastiche con la Vostra presenza; infine concedendo alcuni privilegi a coloro che abbiano dato più evidente prova dei loro meriti ed abbiano riportato maggiore lode. Non Vi pentirete di avere somministrato tale irrigazione a questi arboscelli durante la loro crescita; anzi la Vostra opera Vi porterà consolanti frutti nella copiosa abbondanza di buoni operai. Senza dubbio molto spesso i Vescovi furono soliti lamentarsi che la messe era molta e gli operai pochi; ma forse avrebbero dovuto anche dolersi di non aver dedicato essi stessi lo zelo necessario per formare operai pari e adeguati alla messe. Infatti i buoni e valorosi operai non nascono, ma si fanno; e spetta soprattutto alla solerzia e all’impegno dei Vescovi che si facciano.

3. Inoltre è della massima importanza che la cura delle anime sia affidata a coloro che per dottrina, pietà, purezza di costumi e per insigni esempi di buone opere possono far luce negli altri in tal misura da essere giudicati luce e sale del popolo. Costoro sono veramente i primi Vostri collaboratori nell’istruire, reggere, purificare, dirigere sulla via della salvezza, e incitare alle virtù cristiane il gregge a Voi affidato. Quindi è facile comprendere quanto debba starvi a cuore che siano prescelti all’ufficio parrocchiale coloro che meritatamente siano giudicati i più idonei a dirigere utilmente le folle. Ma soprattutto insistete perché tutti coloro che hanno cura d’anime nutrano di salutari parole (almeno le domeniche e nelle altre feste comandate) le genti loro affidate, secondo la propria e la loro capacità, insegnando tutto ciò che i fedeli di Cristo devono apprendere per la loro salvezza e spiegando gli articoli della legge divina, i dogmi della Fede e inculcando nei fanciulli i rudimenti della Fede stessa, dopo aver rimosso del tutto ogni cattiva abitudine, dovunque si manifesti.

E invero, come potranno dare ascolto, se manca il predicatore? O in che modo i popoli potranno comprendere una legge che prescrive un giusto credo e un giusto comportamento, se i pastori di anime saranno stati, in tale ufficio, pigri, negligenti e inoperosi? Non si può comprendere compiutamente con l’animo o spiegare con le parole quanto danno per la Repubblica Cristiana derivi dalla negligenza di coloro, ai quali è affidata la cura delle anime, soprattutto nell’insegnare ai fanciulli il catechismo.

Sarà poi di grande vantaggio se vi impegnerete in modo che tanto coloro che hanno cura d’anime, quanto coloro che sono destinati a ricevere le confessioni dei penitenti, per alcuni giorni e ogni anno attendano agli esercizi spirituali: certamente in tale pio ritiro si rinnoveranno nella loro vita spirituale e dall’alto saranno rivestiti di virtù idonee a compiere con più premura e alacrità quei doveri che si rivolgono alla gloria di Dio, al profitto e alla salute spirituale del prossimo.

4. In verità già sapete, Fratelli, che per divino precetto fu ordinato a tutti i Pastori di anime di conoscere le loro pecorelle e di nutrirle con la predicazione del verbo divino, con la somministrazione dei Sacramenti e con l’esempio di ogni opera buona; ma non possono affatto adempiere a questi e agli altri doveri pastorali, come è ovvio, coloro che non vigilano, e non assistono il loro gregge, e non custodiscono assiduamente la vigna del Signore alla quale sono stati preposti come custodi. Pertanto dovete rimanere nel vostro posto di guardia, e conservare nella Vostra Chiesa, o Diocesi, la residenza personale alla quale siete obbligati dal vincolo del Vostro incarico, conforme a quanto dichiarano e prescrivono chiaramente numerosi decreti dei Concili generali e le Costituzioni dei Nostri Predecessori. Guardatevi poi dal credere che sia consentito ai Vescovi essere assenti per tre mesi ogni anno per capriccio o per qualsivoglia motivo. Perché ciò sia lecito ai Vescovi, occorre che una giusta causa richieda una tale assenza, e che ad un tempo si escluda che al gregge possa derivarne alcun danno.

Ricordate inoltre che il futuro Giudice sarà Colui agli occhi del quale tutte le cose sono nude e aperte, perciò fate in modo che la causa sia veramente tale da trovar credito presso questo supremo Principe dei Pastori che quanto prima vi chiederà conto del sangue delle pecore a Voi affidate. In questo processo, invano il Pastore cercherà di difendersi con la scusa che il lupo ha rubato e divorato le pecore mentre egli era assente e ignaro; infatti, se si esamina la questione fino in fondo, appare evidente che nessun male o scandalo si manifesta in una Diocesi tanto abbandonata, che non sia da attribuire a colui che doveva richiamare con le sue ammonizioni i sudditi che uscivano dal retto sentiero, sollecitarli con l’esempio, animarli con le parole, tenerli a freno con l’autorità e con la carità. Chi poi non comprende che è molto meglio affrontare le questioni altrove, quando fosse necessario, per mezzo di altri, piuttosto che dallo stesso Vescovo dimorante fuori della sua Diocesi; e che l’impegno, certo più urgente di tutti, di custodire e dirigere il gregge, sia assolto direttamente dal Vescovo e non attraverso intermediari? Infatti, tali ministri siano pure idonei e stimati quanto si vuole, tuttavia il gregge non è così aduso ad ascoltare la loro voce, come la voce del suo vero pastore; e per vasta esperienza è risaputo che la loro opera vicaria non sostituisce a sufficienza la vigilanza e l’azione dello stesso Vescovo, che è soccorso dalla grazia particolare dello Spirito Santo.

5. A queste cose Vi ammoniamo ed esortiamo, Fratelli, perché come anche in ogni amministrazione domestica nulla è più utile del fatto che lo stesso padre di famiglia guardi bene di frequente tutto, e promuova con la sua vigilanza l’operosità e la diligenza dei suoi, così Vi comandiamo di visitare Voi stessi le Vostre Chiese e le Vostre Diocesi (a meno che intervenga una grave e legittima causa, che imponga che ciò sia affidato ad altri), affinché conosciate Voi stessi le Vostre pecore e il volto del Vostro gregge.

Quella sicurissima sentenza, che sopra abbiamo ricordata, che non è ammessa scusa per il pastore se il lupo mangia le pecore, e il pastore non lo sa, è certamente ispirata da grande paura e terrore. Senza dubbio il Vescovo ignorerà molte cose, molte gli rimarranno nascoste, o quantomeno le apprenderà più tardi del necessario, se non si reca in ogni parte della sua Diocesi. Se di persona non vede, non ascolta, non verifica dovunque, non sa a quali mali porgere la medicina e quali siano le cause di essi e in quale modo possa con lungimiranza provvedere a che essi, una volta repressi, non possano manifestarsi di nuovo. Inoltre, è tale la fragilità umana che nel campo del Signore (la cura del quale è affidata al Vescovo) a poco a poco crescono sterpi, spine ed erbe inutili e dannose, qualora il coltivatore non ritorni spesso a tagliarle; perciò la stessa floridezza, ottenuta con le sue vigili fatiche, con l’andar del tempo finirà per affievolirsi. Ma non è neppure sufficiente che le Diocesi siano da Voi visitate e che con le Vostre opportune disposizioni si provveda alla loro gestione: vi resta ancora il compito di controllare, con ogni sforzo, che sia veramente messo in pratica tutto ciò che durante le visite fu convenuto. Infatti sarà nulla l’utilità delle leggi, anche se ottime, se ciò che fu stabilito a parole non è tradotto correttamente nei fatti da chi ne ha il mandato. Perciò, dopo che avrete preparato farmaci salutari per espellere o allontanare le malattie delle anime, non per questo il Vostro zelo si attenui, ma dovrete sollecitare con ogni Vostra energia l’applicazione delle disposizioni da Voi impartite; e conseguirete questo scopo soprattutto per mezzo di visite reiterate.

6. Da ultimo, per dire molte cose in breve, Fratelli, è opportuno che in ogni funzione sacra ed ecclesiastica e in ogni esercizio del culto Divino e della pietà, Voi stessi siate promotori, conduttori e maestri, perché sia il Clero, sia tutto il gregge attingano luce quasi dallo splendore della Vostra santità e si riscaldino alla fiamma della Vostra carità. Pertanto nella frequente e devota offerta del tremendo Sacrificio, durante la solenne celebrazione delle Messe, nell’amministrare i Sacramenti, nell’esercizio degli Uffici Divini, nella pompa e nella lucentezza dei templi, nella disciplina della Vostra casa e della Vostra famiglia, nell’amore dei poveri e nell’aiuto che recherete loro, nel visitare e soccorrere gl’infermi, nell’ospitare i pellegrini, infine in ogni manifestazione della virtù Cristiana, sarete Voi il modello del Vostro gregge, in modo che tutti siano Vostri imitatori, come Voi di Cristo, così come conviene ai Vescovi, che lo Spirito Santo pose a governare la Chiesa di Dio, che Egli conquistò col suo sangue. Considerate spesso gli Apostoli, al posto dei quali siete subentrati, per seguire le loro orme nel sopportare le fatiche, le veglie, gli affanni; nel tener lontani i lupi dai Vostri ovili, nell’estirpare le radici dei vizi, nell’esporre la legge evangelica, nel ricondurre a salutare penitenza coloro che hanno peccato. Vi sarà accanto, per certo, Dio onnipotente e misericordioso, il cui soccorso ci rende tutto possibile; a Voi non verrà meno neppure l’aiuto dei Principi religiosi, come senza alcun dubbio crediamo. Inoltre da questa Santa Sede non Vi mancheranno gli aiuti ogni volta che riterrete necessaria la Nostra apostolica autorità. Pertanto con grande coraggio e con grande fiducia venite a Noi, Voi tutti, che amiamo come fratelli, collaboratori e Nostra corona in nome di Gesù Cristo; venite alla Santa Romana Chiesa, madre, guida e maestra Vostra e di tutte le Chiese, da dove ebbe origine la Religione e dove è la pietra della Fede, la fonte dell’unità dei sacerdoti, la dottrina dell’incorrotta verità; nulla infatti può essere per Noi più desiderato e più gradito che insieme con Voi essere al servizio della gloria di Dio e affaticarci per la custodia e la diffusione della Fede Cattolica; per salvare le anime verseremmo con somma gioia, se fosse necessario, il Nostro stesso sangue e la Nostra vita. E ora Vi inciti e Vi stimoli nella Vostra corsa la grande e sicura ricompensa che Vi attende.

Infatti quando apparirà il Principe dei Pastori, riceverete l’incorruttibile corona della gloria, la corona della giustizia che è stata riservata ai fedeli interpreti dei misteri di Dio e agli strenui e vigili custodi della casa d’Israele che è la Santa Chiesa dello stesso Dio. Noi che per quanto indegni facciamo le Sue veci in terra, molto affettuosamente benediciamo Voi Fratelli e con paterno amore impartiamo la Nostra stessa Apostolica Benedizione anche al Vostro Clero e al Vostro fedele popolo.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, il 3 dicembre 1740, anno primo del Nostro Pontificato.


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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Un predecessore illuminato


Un articolo dell’arcivescovo di Genova su Prospero Lambertini, papa dal 1740 al 1758


del cardinale Tarcisio Bertone

 
Ritratto del cardinale Lambertini, Giuseppe Maria Crespi, Collezioni Comunali d’Arte, Bologna

Ritratto del cardinale Lambertini, Giuseppe Maria Crespi, Collezioni Comunali d’Arte, Bologna

Dopo un interessante dibattito televisivo sul nuovo Papa, il presidente Andreotti mi ha sollecitato a riproporre – come omaggio a Benedetto XVI – un profilo del suo predecessore omonimo, Benedetto XIV, frutto dei miei precedenti studi*, ai quali ha voluto benevolmente riferirsi papa Ratzinger nella sua prima visita alla Congregazione per la dottrina della fede il 20 aprile 2005.

1. La preparazione 
e l’elezione a papa
Prospero Lorenzo Lambertini nacque il 31 marzo 1675 a Bologna, da Marcello e Lucrezia Bulgarini. Eccellente per ingegno e applicazione allo studio, ottenne la laurea in teologia e in utroque iure a Roma nel 1694.
In considerazione delle sue qualità e dell’universale stima goduta nei circoli romani, percorse tutti i gradi e gli uffici della Curia romana fino a diventare segretario della Congregazione del Concilio nel 1718.
Sorprende il fatto che tutte le fonti biografiche tacciano su un momento considerato generalmente importante nella vita di un ecclesiastico: la data dell’ordinazione sacerdotale. In realtà il Lambertini, per motivi che non si possono far risalire a un costume superato, e che sarebbe interessante approfondire, ritardò la sua ordinazione sacerdotale fino al 1724, quando, all’età di quasi cinquant’anni, poteva dirsi ormai al culmine della sua esperienza e attività “romana”.
Le testimonianze concordano nel dare al futuro Papa un carattere vivace e spiritoso, impetuoso e cordiale. Il padre de Montfaucon lo scolpì con questa espressione: «Lambertini ha due anime: una per la scienza, l’altra per la società». Col Pastor possiamo affermare: «Tutto sommato, si può dire che Benedetto XIV rappresentava l’incarnazione dello spirito italiano nel suo lato migliore e più piacevole».
Come segno di apprezzamento e di benevolenza fu creato arcivescovo in partibus di Teodosia, cardinalein pectore nel 1726 e vescovo residenziale di Ancona nel 1727.
Fu pubblicato cardinale il 30 aprile 1728. Il 30 aprile 1731 fu trasfe­rito all’arcivescovado di Bologna, sua città natale, dove l’uomo erudito, il prelato della Curia romana, si dimostrò pastore zelante e pio.
Visite e istruzioni furono i mezzi più concreti per elevare il livello spirituale del clero e del popolo.
Nonostante l’impegnativa funzione di pastore d’anime, il cardinale Lambertini rimase uomo di studio. Basta citare le opere composte a Bologna per rendersi conto della sua estesa attività letteraria. Le sueOrdinanze, raccolte e pubbli­cate, servirono di modello a molti vescovi. La grande opera De Servorum Dei beatificatione et canonizatione comparve dal 1734 al 1738, e rimase clas­sica per la Curia romana.
Non possiamo dimenticare altre opere minori, ma assai importanti: De sacrificio Missae, De festis Domini nostri Iesu Christi, Beatae Mariae Virginis et quorundam Sanctorum, e il ricchissimoThesaurus Resolutionum Sacrae Congregationis Concilii, compilato già quando era segretario della Sacra Congregazione.
Anche il De Synodo Dioecesana fu iniziato a Bologna. In verità egli poteva di­re: «Ma plume est ma meilleure amie».
Fu proprio a Bologna, nell’autunno del 1731, che conobbe il grande storico Ludovico Antonio Muratori, il quale risiedeva abitualmente a Modena: da allora i due uomini furono legati sempre da reciproca stima e amicizia.
Nel febbraio 1740 giunse a Bologna la notizia della morte di Clemente XII. Il cardinale Lambertini dovette partire per il conclave, il secondo della sua vita (il primo fu dopo la morte di Benedetto XIII: lo vedeva da appena due anni cardinale, e rimase nella memoria senza particolare suggestione).
Una foto di scena dello sceneggiato televisivo  Il cardinale Lambertini, interpretato da Gino Cervi

Una foto di scena dello sceneggiato televisivo Il cardinale Lambertini, interpretato da Gino Cervi

Questo secondo conclave ebbe tali proporzioni e importanza da modifi­care totalmente la rotta della sua vita: infatti dopo irriducibili contrasti e in­concludenti sedute, al 255° scrutinio, dopo sei mesi di conclave, il 17 agosto 1740 il cardinale Lambertini fu eletto papa. Il giubilo per la sua elezione, tanto più gradita quanto imprevista, fu immenso.
Il suo amore per la scienza e la sua dottrina si manifestarono subito nell’ininterrotto impegno personale di studio, che gli permise di proseguire le sue pubblicazioni.
Il suo orario di lavoro era massacrante. Ecco come descrive egli stesso il programma di una giornata: «Il giorno è di ventiquattr’ore. Noi ci leviamo alle dieci d’Italia e andiamo a letto alle tre d’Italia: e l’assicuriamo che, levata la mezz’ora del pranzo, e l’ora dalle due alle tre, nel rimanente o si sente, o si scrive, o si legge».
La sua formazione scientifica spicca sia negli scritti privati, sia nella legislazioneove rispecchia la sua vastissima erudizione personale.
Eppure trovava ancora il modo di uscire per la città e farsi vedere dai sudditi – cosa che non avevano fatto i suoi predecessori –, di passare di chiesa in chiesa per assistere alle quarant’ore quasi tutte le sere e di adem­piere a tutte le funzioni religiose personalmente, perché riteneva che questo fosse uno degli obblighi del pontefice.
Promotore di molteplici iniziative culturali e artistiche, fondò in Roma quattro Accademie: dei Concili, della Storia ecclesiastica, della Liturgia e delle Antichità romane. Riformò l’Università della Sapienza, di cui era stato rettore come “avvocato concistoriale”, istituendo le nuove cattedre di Matematica, Chimica e potenziando la Fisica sperimentale.
Manifestò comprensione per le idee del suo tempo e «cercò di adattare la severità della disciplina ecclesiastica sempre più al nuovo spirito di tolleranza, per proteggere la libertà della ricerca scientifica».
Frutto di questo suo atteggiamento furono la stima e la considerazione per gli uomini colti, e le relazioni intessute con le personalità più diverse, ad esempio, oltre che col già citato Muratori, con Pierre Louis Moreau De Maupertuis, presidente dell’Accademia delle Scienze di Berlino, con il napoletano Antonio Genovesi, con il veronese Scipione Maffei, con Voltaire.
La sua larghezza di vedute e il suo equilibrio lo accompagnarono anche negli atti di governo: sia nella scelta dei collaboratori sia nella politica finanziaria e commerciale.
Quando la morte lo colse il 3 maggio 1758, egli aveva trascorso quasi 18 anni di servizio pontificale sulla cattedra di Pietro, portandovi quel corredo di scienza, quell’operosità instancabile nell’approfondire le riforme indicate dal Concilio di Trento, come del resto già aveva fatto ad Ancona e a Bologna, quella mitezza e quel concreto senso della realtà anche nella difficile azione diplomatica, che fecero di lui «il più grande Pontefice del suo secolo, al quale la storia della Chiesa continuerà ad assegnare un meritato posto tra i più insigni successori di Pietro» (Pio XII).

2. Giudizi sull’uomo 
e sull’attività politico-religiosa 
Benedetto XIV «fu di gran lunga superiore, per le personali qualità e per la favorevole collocazione e durata del suo pontificato, ai papi che lo precedettero e lo seguirono».
La coscienza delle sue tremende responsabilità, la sua straordinaria capa­cità di lavoro gli facevano scrivere: «Si può fare il papa, mangiando e bevendo, ordinando ad altri, e nulla facendo da sé, e nemmeno esigendo conto dell’operato degl’altri, mettendo tutta la sollecitudine e il contento nell’arric­chire la propria casa, e il papato preso in questi termini è il più bello impiego che sia in questo mondo. Si è detto in questo mondo, perché la cosa nell’altro non sarà certamente così, mentre faticando di continuo, lavorando dì e notte, inquietandosi, acciò le cose vadino meno male, non avendo né carne, né sangue, non sarà poco nell’altro mondo, se non si perde marcia, e se per le omissioni si contenterà la gran misericordia di Dio di un purgatorio sino al dì del giudizio».
Sua intenzione dichiarata, «l’affare principale del pontificato», era «mantenere la fede ove è, e dilatarla ove non è». Compito difficile, specialmente nella tormentata e accesa epoca delle controversie giansenistiche e giurisdizionalistiche che lo costringevano talora a restringere l’efficacia dei suoi interventi a una disperata azione di difesa e di contenimento dei moti centrifughi: «Ri­fletteremo ben bene sopra tutto, stimando noi quanto si può la Chiesa galli­cana, amando la nazione, ma però senza pregiudizio di questa Santa Sede, alla quale se non siamo in grado di portar vantaggio, non vorressimo al capezzale lagnarci di averle portato danno».
La sua visione della situazione della Chiesa e l’acuta sensibilità per ogni atto e avvenimento diretto contro il Papa lo rendevano talvolta – contro il suo naturale – assai amaro nei giudizi: «Il mondo è oggi ridotto ad uno stato, che se la cosa piace, quelli a’ quali piace sono per il Papa, e quelli a’ quali dispiace sono contro il Papa; ed essendo impossibile che una cosa piac­cia a tutti, di qui proviene che i guai per il Papa sono inevitabili». E repli­cando al proposito delle dimissioni del cardinale de Tencin dal Consiglio della Corona aggiungeva: «Se volessimo rammentarle tutti i nostri guai, tutte le nostre ama­rezze, quanto è quello che ricaviamo dal sommo pontificato, quante e quante volte ci è venuto in capo di ritornare alla vita privata, empiressimo più fogli di carta, e l’assicuriamo, che altro non ci ritiene, che il pensiero di sacrificare a Dio per emende de’ nostri peccati i disaggi, che sopportiamo, ed il pensiero di morire colla spada alla mano giacché l’abbiamo sfoderata».
In verità il Papa sapeva stare sulla breccia con senso di schiettezza, realismo e coraggio confessando: «... Non avevamo mai avuto paura della verità e della giustizia, ma... la nostra paura era sempre stata ed è della bugia e del­l’ingiustizia».
Incapace di dissimulare, uomo libero al di sopra delle adulazioni, per quel fine buon umore che seppe conservare persino nei giorni più tristi, il Papa riusciva oltremodo simpatico, perché sapeva scherzare non solo sugli altri, ma anche su sé stesso, ed era pronto a riconoscere il suo torto, a chiedere scusa dei suoi scatti, a perdonare, se non a dimenticare. Pur nella dura realtà politica non perse mai quel sostanziale fondo di ottimismo che lo avvicina sorprendentemente, in qualche linea della personalità, al suo lontano successore – più vicino a noi nel tempo – Giovanni XXIII, quando dichiara: «Non ex eorum numero Nos sumus, quibus persuasum sit, omnia in nostra tempora inconvenientia accidere, atque ea praesentibus diebus contingere scandala, quae numquam praeteritis temporibus evenerint».
Questo atteggiamento era senza dubbio fondato sulla profonda spiritualità di Benedetto XIV, ancora tutta da esplorare.
Uomo di preghiera si rivela non solo durante l’Anno Santo, ma fin dall’inizio del pontificato, quando invoca ardentemente i doni dello Spirito Santo e invita a una preghiera incessante per il Papa tutta la cattolicità, a cominciare dai vescovi, che devono essere modelli di pietà. Egli stesso ne dà l’esempio: è risaputo come presenziasse a tutte le funzioni religiose di Roma, quando la resistenza fisica e il lavoro di curia lo permettevano a chi non riusciva «a scrivere o dettare due righe, che non vi sia un interrompimento o d’udienza o d’ambasciate, o di lettore, o di biglietti, o di moltissimi affari».
Davanti alla crisi della cristianità dell’antico regime il nostro Papa ricerca il rimedio nell’appoggio delle potenze cattoliche, ma più ancora nell’accrescimento della vita religiosa e nella continua preoccupazione che il clero con il più grande impegno insegni la verità cristiana e annunzi il Vangelo.
Due fatti segnano, a parere degli studiosi, il panorama della religiosità settecentesca. Anzitutto il Settecento in tutto l’orbe cattolico, ma specialmente in Italia e in Francia, può ben essere chiamato il secolo della predicazione popolare. E non pensiamo soltanto alla testimonianza che ce ne danno i moltissimi volumi a stampa di prediche, di lezioni scrit­turali, di panegirici, ma al fatto che non vi fu, si può dire, per quanto riguarda il nostro Paese, luogo o contrada che non fosse battuto dalla predicazione peregrinante dei missionari.
Di essa fu strenuo propugnatore Benedetto XIV – sia fornendo indicazioni autorevoli di azione pastorale, sia dal punto di vista della prassi – nello Stato Pontificio e a Roma, avvalendosi della zelante predicazione di Leonardo da Porto Maurizio.
Ritratto di Benedetto XIV, Giuseppe Maria Crespi,
Pinacoteca Vaticana

Ritratto di Benedetto XIV, Giuseppe Maria Crespi, Pinacoteca Vaticana

Nella predicazione popolare, che cercava di elevare un argine alla scristianizzazione degli intellettuali con un forte recupero della base contadina e urbana, il nostro Papa si ingegnò di immettere contenuti teologicamente validi e formativi, incoraggiando soprattutto la diffusione dei saggi degli oratori francesi, e di togliere le tradizionali invettive contro i miscredenti e i giudei, in uno sforzo di purificazione che corrisponde al suo spirito tollerante e aperto al dialogo.
Il secondo fatto da notare è la nascita di nuove congregazioni religiose, volte all’evangelizzazione e all’assistenza spirituale e caritativa delle popolazioni più miserabili e diseredate. Pensiamo soprattutto all’azione apostolica dei Passionisti nell’allora Stato Pontificio e a quella dei Redentoristi presso le plebi cittadine e rustiche del Napoletano. Né è senza significato constatare che lungo l’arco del secolo venne a formarsi e a diffondersi una pietà ora rigorosa ora tenera e affettuosa, l’una in aperta antitesi con il costume del secolo incline alla morbidità degli affetti, come fu quella di Paolo della Croce, l’altra, quella di Alfonso de’ Liguori, volta a una parte­cipazione ingenua e affettuosa del mistero cristiano e tale da riassumere felice­mente in sé la propensione comune alla sensibilità.
La nuova corrente di spiritualità passionista, che riproponeva come cardi­ne della vita cristiana la meditazione della “follia della Croce”, bene si contrap­poneva a un secolo che si inorgogliva dei “lumi della ragione”. Benedetto XIV incoraggiò e predilesse l’umile eremita e giunse a esclamare: «La Congre­gazione della Passione avrebbe dovuto essere la prima fondata dalla Chiesa ed ecco che viene per ultima».
Quanto all’azione politico-religiosa si possono elencare queste componenti della sua politica internazionale: «giudizio sereno della situazione, accettazione dei dati di fatto, opera di pacificazione anche a scapito del suo prestigio».
È certo che l’atteggiamento conciliante di Benedetto XIV di fronte alle richieste dei sovrani, cattolici e protestanti, ha migliorato il clima dove erano chiamate a vivere la Chiesa e la Religione. Il nostro Papa aveva perfettamente verificato la sua massima secondo cui in lui «il Papa doveva precedere il sovrano», poiché volle essere in primo luogo pastore di anime: «Ci siamo fissati in testa di non comparire al giudizio di Dio rei di non aver fatto quanto potevamo per la salute delle anime».


http://www.30giorni.it/articoli_id_8822_l1.htm 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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