DIFENDERE LA VERA FEDE
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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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QUESITI SUL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE

Ultimo Aggiornamento: 22/04/2018 12.45
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Ce n'è qualcuna che non hai sentito, o anche pensato?




Chi è il prete per perdonare i peccati?

Solo Dio può perdonarli. Sappiamo che il Signore ha dato questo potere agli apostoli (Gv 20,23); questa argomentazione, tra l'altro, l'ho già letta... proprio nel Vangelo: lo dicevano i farisei, indignati, quando Gesù perdonava i peccati (cfr. Mt 9, 1-8).

Io mi confesso direttamente con Dio, senza intermediari

Fantastico... ma c'è qualche “però” da considerare... Come sai che Dio accetta il tuo pentimento e ti perdona? Senti qualche voce celestiale che te lo conferma?

Come sai che sei in condizione di essere perdonato? Ti renderai conto che la cosa non è così semplice... Una persona che ruba in una banca e rifiuta di restituire il denaro, per quanto si confessi direttamente con Dio o con un sacerdote, se non ha intenzione di riparare al danno commesso – in questo caso restituire il denaro – non può essere perdonata... perché non vuole “disfarsi” del peccato.

Dall'altro lato, questa argomentazione non è nuova: quasi 1600 anni fa, Sant'Agostino replicava a chi diceva lo stesso: “Nessuno pensa: io opero privatamente, di fronte a Dio... È senza motivo che il Signore ha detto: 'Ciò che legherete in terra sarà legato in cielo'? Alla Chiesa sono state date le chiavi del Regno dei Cieli senza necessità? Procedendo così frustriamo il Vangelo di Dio, rendiamo inutile la parola di Cristo”.

Perché devo dire i miei peccati a un uomo come me?

Perché quell'uomo non è un uomo qualsiasi: ha il potere speciale di perdonare i peccati (il Sacramento dell'Ordine). È questo il motivo per cui devi andare da lui.

Perché devo dire i miei peccati a un uomo che è peccatore come me?

Il problema non sta nella “quantità” di peccati: se sia meno peccatore di te, uguale o di più... Non ti confesserai perché è santo e immacolato, ma perché ti può dare l'assoluzione, un potere che ha per il Sacramento dell'Ordine, e non per la sua bontà. È una fortuna – in realtà una disposizione della saggezza divina – che il potere di perdonare i peccati non dipenda dalla qualità personale del sacerdote, cosa che sarebbe terribile, visto che non si saprebbe mai chi è sufficientemente santo per perdonare. Il fatto inoltre che sia un uomo e in quanto tale abbia peccati facilita la confessione: proprio perché conosce sulla propria pelle cosa vuol dire essere debole può capirti meglio.

Mi vergogno

È logico, ma bisogna superare la vergogna. C'è un fatto verificato a livello universale: quanto più ti costa dire qualcosa, tanto maggiore sarà la pace interiore che raggiungerai dopo averla detta. E costa proprio perché ti confessi poco; facendolo frequentemente vedrai come supererai quella vergogna.

Non credere poi di essere tanto originale... Il sacerdote ha già ascoltato migliaia di volte quello che gli dirai. A questo punto della storia, è difficile credere di poter inventare peccati nuovi. E poi non dimenticarti di quello che ci ha insegnato un grande santo: il Demonio toglie la vergogna per peccare, e la restituisce aumentata per chiedere perdono. Non cadere nella sua trappola.

Confesso sempre le stesse cose

Non è un problema. Bisogna confessare i peccati commessi, ed è abbastanza logico che i nostri difetti siano sempre più o meno gli stessi. Sarebbe terribile cambiare costantemente i propri difetti; quando ti fai il bagno o lavi i vestiti, non ti aspetti che appaiano macchie nuove che non avevi mai avuto prima; la sporcizia è più o meno sempre dello stesso tipo. Per voler essere puliti basta voler rimuovere il sudiciume... indipendentemente da quanto sia originale oppure ordinario.

Confesso sempre gli stessi peccati

Non è vero che sono sempre gli stessi peccati: sono diversi, anche se sono dello stesso tipo. Se insulto mia madre dieci volte, non si tratta dello stesso insulto, è sempre diverso; così come non è lo stesso uccidere una persona o dieci: se ho assassinato dieci persone non è lo stesso peccato, ma sono dieci omicidi distinti. I peccati precedenti mi sono già stati perdonati; ora ho bisogno del perdono dei “nuovi”, ovvero di quelli commessi dall'ultima confessione.

Confessarmi non serve a nulla, continuo a commettere i peccati che confesso

Lo scoraggiamento può indurre a pensare: “Confessarmi o no è lo stesso, non cambia nulla, tutto resta uguale”. Non è vero. Il fatto che uno si sporchi non fa concludere che lavarsi sia inutile. Chi si fa il bagno tutti i giorni si sporca ugualmente tutti i giorni, ma grazie al fatto di lavarsi non accumulerà sporcizia e potrà essere pulito. Succede lo stesso con la confessione. Se c'è una lotta, anche se si cade, il fatto di togliersi i peccati di dosso rende migliori. È meglio chiedere perdono che non chiederlo. Chiedere perdono ci rende migliori.

So che peccherò di nuovo, il che dimostra che non sono pentito

Dipende... L'unica cosa che Dio mi chiede è che sia pentito del peccato commesso e che ora, in questo momento, sia disposto a lottare per non commetterlo di nuovo. Nessuno chiede di impegnare il futuro che ignoriamo. Cosa succederà tra quindici giorni? Non lo so. Mi viene chiesto di essere sinceramente deciso, davvero, ora, a rifiutare il peccato. Il futuro va lasciato nelle mani di Dio.

E se il confessore pensa male di me?

Il sacerdote è lì per perdonare. Se penserà male sarà un problema suo del quale dovrà confessarsi. Tende sempre a pensare bene: valorizza la tua fede (sa che se sei lì a raccontare i tuoi peccati non è per lui, ma perché credi che egli rappresenti Dio), la tua sincerità, la tua voglia di migliorare...

Suppongo che ti renderai conto del fatto che sedersi ad ascoltare peccati gratuitamente per ore non si fa se non per amore delle anime. Per questo se ti dedica del tempo, se ti ascolta con attenzione, è perché vuole aiutarti e gli importa di te. Anche se non ti conosce ti valorizza abbastanza da volerti aiutare ad andare in Cielo.

E se il sacerdote poi racconta a qualcuno i miei peccati?

Non ti preoccupare di questo. La Chiesa cura tanto questo fatto da applicare la pena più grande che esista nel Diritto Canonico – la scomunica – al sacerdote che si azzarda a rivelare quanto ha appreso durante la confessione. Ci sono martiri per il sigillo sacramentale: sacerdoti che sono morti per non rivelare il contenuto della confessione.

Sono pigro

Può essere vero, ma non credo che sia un vero ostacolo, perché è abbastanza facile da superare. È come se uno dicesse che non si fa il bagno da un anno perché è pigro...

Non ho tempo

Non credo che tu pensi davvero che negli ultimi mesi non hai avuto dieci minuti a disposizione per confessarti. Vogliamo fare un paragone con le ore di televisione che hai visto nello stesso periodo? Moltiplica il numero di ore quotidiane per il numero di giorni.

Non trovo un sacerdote

I sacerdoti non sono una razza in via di estinzione, ce ne sono a migliaia. Come extrema ratio, cerca sull'elenco il numero di telefono della tua parrocchia; se non sai come si chiama, cerca la diocesi, sarà più semplice. In questo modo potrai sapere, in tre minuti al massimo, il nome di un sacerdote con il quale confessarti, e prendere anche un appuntamento per non dover aspettare.



La Confessione.

Papa Francesco ha spiegato così il 25 ottobre 2013, ascoltiamolo:

"Per confessarsi si va dal fratello, “il fratello prete”: è per comportarsi come san Paolo. Soprattutto, sottolinea, con la stessa “concretezza”:

“Alcuni dicono: ‘Ah, io mi confesso con Dio’. Ma è facile, è come confessarti per e-mail, no?

Dio è là lontano, io dico le cose e non c’è un faccia a faccia, non c’è un quattrocchi.

San Paolo invece confessa la sua debolezza ai fratelli faccia a faccia.

Altri dicono: "No, io vado a confessarmi", ma si confessano di cose tanto inutili, tanto nell’aria, che non hanno nessuna concretezza. E quello è lo stesso che non farlo. Confessare i nostri peccati non è andare ad una seduta di psichiatria, neppure andare in una sala di tortura: è dire al Signore ‘Signore sono peccatore’, ma dirlo tramite il fratello prete, perché questo dire sia anche concreto. ‘E sono peccatore per questo, per questo e per questo’” capire se ho seguito i dieci comandamenti.

Concretezza, onestà e anche – soggiunge Papa Francesco – una sincera capacità di vergognarsi dei propri sbagli: non ci sono viottoli in ombra alternativi alla strada aperta che porta al perdono di Dio, a percepire nel profondo del cuore il suo perdono e il suo amore. E qui il Papa indica chi imitare, i bambini:

“I piccoli hanno quella saggezza: quando un bambino viene a confessarsi, mai dice una cosa generale. ‘Ma, padre ho fatto questo e ho fatto questo a mia zia, all’altro ho detto questa parola’ e dicono la parola. Ma sono concreti, eh? Hanno quella semplicità della verità. E noi adulti invece, abbiamo sempre la tendenza di nascondere la realtà delle nostre miserie. Ma c’è una cosa bella: quando noi confessiamo i nostri peccati come sono alla presenza di Dio, sempre sentiamo quella grazia della vergogna. Vergognarsi davanti a Dio è una grazia. E’ una grazia: ‘Io mi vergogno ’. Pensiamo a Pietro quando, dopo il miracolo di Gesù nel lago: ‘Ma, Signore, allontanati da me, io sono peccatore’. Si vergognava del suo peccato davanti alla santità di Gesù Cristo”.

Questo fa parte anche del senso del pudore da riscoprire e da rivivere con coraggio.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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25/05/2015 09.48
 
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... così posso dire di essere stato un catechista anche se protestante e perciò su spiagge opposte. Ritornato alla Chiesa una e santa, cattolica ed apostolica, ho potuto studiare sui due catechismi quello tridentino e quello varato dalla chiesa sotto Giovanni Paolo II. Nonostante che il padrino del mio ritorno alla vera Chiesa sia un così detto tradizionalista  e continuasse a ripetermi che anche la chiesa cattolica di oggi ha tradito la dottrina, io studiando su entrambi i catechismi non solo non vi ho trovato errori dottrinali, ma ho notato alla fine una continuità maggiorata, semmai, arricchita e non impoverita. Tuttavia mi sono accorto di un particolare di non poco conto: la Penitenza. Nel nuovo Catechismo c'è carenza sulla Penitenza la quale virtù e prassi, oserei dire, è sempre stata all'occhiello della pratica dei Santi. Oggi si danno piccole penitenze alla confessione, ma la vera penitenza che fine ha fatto? e come riproporla oggi in un mondo edonista e schivo al solo pensare di fare penitenza in virtù di qualcosa di più grande? Grazie.


Rolando G.


 


****


Carissimo Rolando (porti il nome del grande, seppur quattordicenne Beato seminarista, ti affido alla sua intercessione), i problemi che esponi sono diversi e tutti molto interessanti, vediamo di aiutarci in questo ruolo nel quale il Signore ci ha posti con la Sua grazia, quello del Catechista il quale deve necessariamente esprimere quanto ricevuto, fedelmente, mettendo da parte ciò che opinabilmente vorrebbe tante volte dire.


Ci sono oggi, purtroppo, molti detti "tradizionalisti" che avanzano con le proprie opinioni, magari dettate da una massiccia dose di buona fede, ma ahimè sbagliata, così come dall'altro versante, quello modernista-progressista, si avanza seminando falsità a riguardo di ciò che la Chiesa oggi dice ed insegna per bocca del Pontefice. La battaglia che però dobbiamo fare non è contro le persone, come insegna San Paolo, ma è contro questo avanzare delle tenebre, contro i demoni che offuscano, dividono, contrappongono, portando inganno, caos, spesso confusione.


Potremo citare, a cominciare dal cardinale Sarah, Prefetto per la Congregazione del Culto Divino e nominato tale dal regnante Pontefice, ciò che ha detto in questi giorni: “La gente crede che ci sarà una rivoluzione, ma non potrà essere così. Perché la dottrina non appartiene a qualcuno, ma è di Cristo” (vedi qui).


Il Catechismo della Chiesa varato da Giovanni Paolo II (CCC) si pone su questa strada a tal punto da non aver ritoccato neppure la priorità degli argomenti da trattare: quello tridentino iniziava con l'Atto di Fede, il Credo, finendo con l'Orazione, idem ha fatto il "nuovo" Catechismo, citando lo stesso Catechismo tridentino e arricchendo il testo di molte fonti patristiche.


Spiegato questo, se qualcuno ancora avesse dubbi, bè, non possiamo obbligarlo a credere, preghiamo affinché apra gli occhi del cuore e comprenda.


 





Veniamo ora al nocciolo del vero problema: la Penitenza.


Sì! purtroppo è un problema concreto e reale, ma non certo per colpa del nuovo Catechismo, come vedremo, quanto piuttosto per il fatto che nè il Catechismo, nè queste cose vengono più dette, spiegate o insegnate, durante le omelie in parrocchia o durante il catechismo in parrocchia.


Il Catechismo chiarisce un aspetto fondamentale:


1430 Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, « il sacco e la cenere », i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all'espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza (Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt 6,1-6.16-18).


Dunque le "opere di penitenza" non sono state abolite, ma ben configurate dentro un atteggiamento più concreto e sincero: la conversione del cuore, senza la quale ogni opera esteriore di penitenza sarebbe non soltanto inutile, ma persino dannosa. E' la conversione pura e vera a spingere poi ad atti esteriori di penitenza, i segni "visibili". La domanda che dobbiamo farci è fino a che punto - oggi - siamo davvero afflitti nel cuore per i peccati che commettiamo visto che, alla fine, non si è spinti a vere opere ed atti di penitenza anche pubblici?


Questo non significa che in passato chi praticava queste o certe penitenze fosse una persona falsa, questo nessuno può dirlo, contrariamente a quanto invece affermano le frange progressiste e moderniste. Molto più semplicemente la Chiesa che è Madre e in quanto tale spinge ognuno di noi a valutare più a fondo e più profondamente l'essenza autentica della Penitenza che è data da un vero "cuore affranto e umiliato" e che, come dice il Salmo: "tu o Dio non disprezzi!".


Possiamo invece dire che certa confusione deriva dal fatto che, chiamando sempre più insistentemente questo Sacramento "il Sacramento della Penitenza", si è finiti spesso con il mettere più in sordina la "soddisfazione" che tale Sacramento richiede dopo la confessione dei peccati.


Dice infatti il Catechismo:


1494 Il confessore propone al penitente il compimento di certi atti di « soddisfazione » o di « penitenza », al fine di riparare il danno causato dal peccato e ristabilire gli atteggiamenti consoni al discepolo di Cristo.


Infatti, sempre nel Catechismo leggiamo: "È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore..."


E allora dobbiamo domandarci: cosa è la Penitenza e in cosa consiste oggi?


Penitenza, pentire, penitente, hanno tutti una comune radice che viene da quel rimorso di un cuore sincero che, comprendendo di essere caduto in disgrazia, non si piega su se stesso, ma si rialza, pentito reagisce accogliendo la pena (pen-itere=penitente) che sa di dover soddisfare per il reato commesso. Tale cuore è spinto dalla grazia ricevuta nel confessionale, l'assoluzione dei peccati confessati, quindi la certezza di essere stato già perdonato lo spinge ancor più a dedicarsi all'espiazione (pena) del danno fatto.


In tal modo e sempre nella Chiesa, le penitenze hanno avuto una costante ininterrotta, fondata sui generi dei peccati commessi. Le "soddisfazioni" hanno così sempre riguardato il genere della colpa commessa specialmente a riguardo di terzi come il rubare qualcosa, il dire falsa testimonianza, l'uccidere, lo stesso adulterio sono peccati che coinvolgono altre persone conducendole nell'errore, nel male, nel danno, danni che vanno riparati dopo la contrizione del cuore, dopo la confessione.


Il Purgatorio si sviluppa per altro sul medesimo contesto e concetto, dice infatti Gesù:


"Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada procura di accordarti con lui, perché non ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esecutore e questi ti getti in prigione. Ti assicuro, non ne uscirai finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo” (Lc. 12,54-59).


Il vero povero, il frodato da noi, il calunniato, l'abortito, l'ingannato da noi e così via, sono coloro che ci giudicheranno, sono le loro testimonianze alle nostre opere corrotte, nel contesto della giustizia divina, che ci faranno finire in questa prigione dalla quale si uscirà solo dopo aver pagato fino all'ultimo spicciolo, e se non convertiti  possono condurci persino all'inferno. Ecco perchè la maternità santa della Chiesa ci insegna a "soddisfare" subito, da qui, queste pene, anche per evitarci una lunga prigionia, o persino la morte eterna che è la dannazione. Non si tratta di ricatti o di spauracchi, ma di giustizia: ti sarà dato ciò che avrai scelto (cfr. Siracide).


Le parole di Gesù sulla riconciliazione che chiedono accoglienza e comprensione illuminano questa situazione. Perché l’unico peccato che Dio non riesce a perdonare è proprio la nostra mancanza di perdono verso gli altri (Mt 6,14), non è un caso che Egli l'abbia messo anche nella preghiera più imponente, il Pater Noster: "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Per questo, consiglia di cercare la riconciliazione prima che sia troppo tardi! Quando giungerà l’ora del giudizio, sarà troppo tardi. Ci dice: quando hai tempo, cerca di cambiar vita, comportamento e modo di pensare e cerca di fare il passo giusto (cf. Mt 5,25-26; Col 3,13; Ef 4,32; Mc 11,25).


La penitenza correttamente intesa ci spinge allora a questo cambiamento, a questa conversione attraverso il compimento della soddisfazione in riparazione alle colpe commesse. La vera e autentica Penitenza è perciò la vera pedagogia di Dio verso l'uomo, verso il quale dimostra sempre di esserne il vero Medico.


Non dimentichiamo come per esempio, le sette opere di misericordia corporali, che possono essere vere e proprie opere di penitenza: dar da mangiare agli affamati. Dar da bere agli assetati. Vestire gli ignudi. Alloggiare i pellegrini. Visitare gli infermi. Visitare i carcerati. Seppellire i morti, e le sette opere di misericordia spirituale: Consigliare i dubbiosi. Insegnare agli ignoranti. Ammonire i peccatori. Consolare gli afflitti. Perdonare le offese. Sopportare pazientemente le persone moleste. Pregare Dio per i vivi e per i morti, tratte dal Vangelo di Matteo, siano state di recente raccomandate dal Papa, anzi, ha chiesto proprio di impararle a memoria per poterle mettere in pratica tutte e quattordici (vedi qui - Discorso del 30 aprile 2015).


 





Per concludere, come abbiamo visto, il nuovo CCC non ha affatto cancellato la Penitenza correttamente intesa, al contrario, la ha arricchita di senso e significato, dice infatti ancora il Catechismo:


1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l'elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.


1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l'esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l'esame di coscienza, la direzione spirituale, l'accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.


1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell'anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa. Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l'elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).


A significare quanto abbiamo esposto qui e a suggellare quanto detto, ecco come spiega il CCC alcuni legittimi e leciti cambiamenti:


1448 Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli, si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo: cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione; dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento della Chiesa. La Chiesa che, mediante il Vescovo e i suoi presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione, prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione ecclesiale.


Caro Rolando, nel ringraziarti per le domande a me rivolte, ti auguro ogni bene e un buon lavoro da catechista nel Cuore della Chiesa nostra Madre.


Unendoti a noi nel Santo Rosario di Maria, volgiamo fraterni saluti.


Sia lodato Gesù Cristo


La pagina verrà aggiornata, cliccare qui per l'indice agli argomenti; e qui per l'indice alla sezione del Catechismo.


Si legga anche questi


Misericordia giustizia e perdono in che senso


  Risposte a dubbi delusioni combattimento




 
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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“Conversione e missione”


Tragedia per la Chiesa: il sacramento della confessione dimenticato



«Una delle défaillance più tragiche che la Chiesa ha subìto nella seconda metà del XX secolo è l’aver trascurato il dono dello Spirito Santo nel sacramento della penitenza». Conferenza del cardinale Joachim Meisner arcivescovo di Colonia su “conversione e missione”


Intervento del cardinale Joachim Meisner - aprile 2010 rivista 30giorni

 
Il cardinale Joachim Meisner  in occasione dell’incontro internazionale dei sacerdoti, a conclusione dell’Anno sacerdotale, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, il 9 giugno 2010 [© Romano Siciliani]

Il cardinale Joachim Meisner in occasione dell’incontro internazionale dei sacerdoti, a conclusione dell’Anno sacerdotale, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, a Roma, il 9 giugno 2010 [© Romano Siciliani]

Cari confratelli! Non intendo certo esporvi ancora una volta la teologia della penitenza e della missione. Vorrei piuttosto, insieme a voi, lasciarmi guidare alla conversione dal Vangelo stesso, per poi, inviati dallo Spirito Santo, portare agli uomini l’annuncio di Cristo. 
Lungo questa strada, vorrei ora soffermarmi con voi su 15 spunti di riflessione. 

1 Dobbiamo diventare di nuovo una “Chiesa che va incontro agli uomini” (Geh-hin-Kirche), come amava dire il cardinale Joseph Höffner, mio predecessore come arcivescovo di Colonia. Questo però non può accadere a comando. A ciò ci deve muovere lo Spirito Santo. 
Una delle défaillance più tragiche che la Chiesa ha subìto nella seconda metà del XX secolo è l’aver trascurato il dono dello Spirito Santo nel sacramento della penitenza. In noi sacerdoti questo ha determinato una tremenda perdita di profilo spirituale. Quando dei fedeli cristiani mi chiedono: «Come possiamo aiutare i nostri sacerdoti?», rispondo sempre: «Andate da loro a confessarvi!». Laddove il sacerdote non è più confessore, diventa un operatore sociale di carattere religioso. Gli viene infatti a mancare l’esperienza del più grande risultato pastorale, di collaborare cioè affinché un peccatore, grazie anche al suo aiuto, lasci il confessionale nuovamente santificato. Nel confessionale il sacerdote può penetrare nei cuori di molte persone e da questo gli derivano impulsi, incoraggiamenti e ispirazioni per la propria sequela di Cristo. 

2 Alle porte di Damasco, un piccolo uomo sofferente, san Paolo, cade a terra accecato. Nella seconda Lettera ai Corinzi, egli stesso ci dice l’impressione che faceva la sua persona ai suoi avversari: era fisicamente debole e incapace di parlare (cfr. 2Cor 10, 10). Alle città dell’Asia Minore e dell’Europa è però attraverso questo piccolo uomo sofferente che, negli anni successivi, verrà annunciato il Vangelo. Le meraviglie di Dio non accadono mai sotto i riflettori della storia mondiale. Esse si realizzano sempre in disparte: alle porte della città, appunto, come nel segreto del confessionale. Questo può essere per tutti noi di grande conforto, per noi che abbiamo grandi responsabilità, ma allo stesso tempo siamo consapevoli delle nostre spesso limitate possibilità. Appartiene alla strategia di Dio ottenere effetti grandiosi con piccoli mezzi. Paolo sconfitto alle porte di Damasco diviene il conquistatore delle città dell’Asia Minore e dell’Europa. La sua missione è di radunare i chiamati nella Chiesa, nella Ecclesia di Dio. Anche se questa – vista dal di fuori – è soltanto una piccola e oppressa minoranza, ed è osteggiata dal di dentro, Paolo la paragona al corpo di Cristo, anzi la identifica con il corpo di Cristo, che è appunto la Chiesa. Questa possibilità di “ricevere dalle mani del Signore” nella nostra esperienza umana si chiama “conversione”. La Chiesa è la Ecclesia semper reformanda, e in essa sia il sacerdote che il vescovo sono semper reformandi: come Paolo a Damasco devono essere sempre di nuovo gettati a terra da cavallo, per cadere nelle braccia di Dio misericordioso che ci invia poi nel mondo. 

3 Perciò non è sufficiente nel nostro lavoro pastorale voler solo apportare correzioni alle strutture della Chiesa per farla apparire più attraente. Non basta! Ciò di cui c’è bisogno è una conversione del cuore, del mio cuore. Solo un Paolo convertito ha potuto cambiare il mondo, non già un esperto di “ingegneria ecclesiale”. Il sacerdote, con il suo essere assimilato alla forma di vita di Gesù, è così abitato da Lui che Gesù, nel sacerdote, diventa percepibile dagli altri. In Giovanni 14, 23 leggiamo: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Questa non è solamente una bella immagine! Se il cuore del sacerdote ama Dio e vive in grazia, Dio uno e trino viene personalmente e prende dimora nel cuore del sacerdote. Certo, Dio è onnipresente, Dio abita dappertutto, il mondo intero è come una grande chiesa di Dio. Ma il cuore del sacerdote è come il tabernacolo della chiesa. Lì Dio abita in modo del tutto misterioso e speciale. 

4 L’ostacolo maggiore, che non consente che attraverso di noi Cristo sia percepito, è il peccato. Esso impedisce la presenza del Signore nella nostra esistenza e per questo niente ci è più necessario della conversione, anche ai fini della missione. Si tratta, per dirla in breve, del sacramento della penitenza. Un sacerdote che non si colloca con frequenza sia da un lato che dall’altro della grata del confessionale subisce danni permanenti per la sua anima e per la sua missione. Qui sta certamente una delle cause principali della multiforme crisi in cui il sacerdozio si è venuto a trovare negli ultimi cinquant’anni. La grazia tutta particolare del sacerdozio è proprio che il sacerdote può sentirsi “a casa sua” da entrambi i lati della grata del confessionale: come penitente e come ministro del perdono. Quando il sacerdote si allontana dal confessionale, entra in una grave crisi di identità. Il sacramento della penitenza è il luogo privilegiato per l’approfondimento dell’identità del sacerdote, il quale è chiamato a far sì che lui stesso e i credenti ritornino ad attingere la pienezza di Cristo. 
Nella preghiera sacerdotale, Gesù parla al suo e nostro Padre di questa identità: «Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità: la tua parola è verità» (Gv 17, 15-17). Nel sacramento della penitenza si tratta della verità in noi. Come è che non ci piace guardare in faccia la verità? 

5 Forse dobbiamo chiederci se abbiamo mai sperimentato la gioia di riconoscere un errore, ammetterlo e chiedere perdono a chi abbiamo offeso: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te» (Lc 15, 18). Perché, se è così, non conosciamo nemmeno la gioia di vedere l’altro allargare le braccia come il papà del figliol prodigo: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15, 20). E non possiamo nemmeno immaginare la gioia del Padre che ci ha ritrovato: «E cominciarono a far festa» (Lc 15, 24). Visto che questa festa in cielo viene celebrata ogni volta che ci convertiamo, perché non ci convertiamo più frequentemente? Perché – se possiamo esprimerci così – siamo tanto avari con Dio e con i santi del cielo, da lasciar loro così raramente la gioia di celebrare una festa per il fatto che ci siamo lasciati stringere al cuore dal Signore, dal Padre? 

6 Spesso non amiamo questo esplicito perdono. E tuttavia Dio non si mostra mai così tanto Dio come quando perdona. Dio è l’amore! Lui è il donare in persona! Egli dona la grazia del perdono. Ma l’amore più forte è quello che supera l’ostacolo principale dell’amore, cioè il peccato. La più grande grazia è l’essere graziati e il dono più prezioso è il dare (die Vergabung), è il perdonare (die Vergebung). Se non ci fossero peccatori che hanno più bisogno del perdono che del pane quotidiano, non potremmo proprio conoscere le profondità del Cuore divino. Il Signore lo sottolinea in modo esplicito: «Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15, 7). Come mai – domandiamoci ancora una volta – un sacramento che evoca così grande gioia in cielo suscita così tanta antipatia sulla terra? Ciò è dovuto alla nostra superbia, alla costante tendenza del nostro cuore a trincerarsi, a bastare a sé stesso, a isolarsi, a chiudersi su di sé. Cosa preferiamo in realtà: essere peccatori ai quali Dio perdona, o essere apparentemente senza peccato, cioè vivere nell’illusione di bastare a sé stessi facendo a meno della manifestazione dell’amore di Dio? Basta davvero stare in pace con sé stessi? Ma cosa siamo senza Dio? Solo un’umiltà da bambino, come ce l’hanno i santi, ci fa sopportare con letizia la sproporzione tra la nostra indegnità e la gloria di Dio. 

7 Scopo della confessione non è che noi, dimenticando i peccati, non pensiamo più a Dio. La confessione ci consente piuttosto l’accesso a una vita dove non si può pensare a nient’altro che a Dio. Dio ci dice nell’intimo: “La sola ragione per cui hai peccato è perché non puoi credere che io ti amo abbastanza, che mi stai veramente a cuore, che in me trovi la tenerezza di cui hai bisogno, che mi rallegro del più piccolo gesto che testimoni la tua accoglienza, per perdonarti tutto quello che mi porti nella confessione”. Conoscendo un perdono così, un amore così, saremo come inondati di gioia e di gratitudine, tanto da perdere piano piano l’attrazione per il peccato; e la confessione diventerà un appuntamento fisso di gioia nella nostra vita. Andare a confessarsi significa cominciare ad amare Dio un po’ più col cuore, sentirsi ridire e sperimentare efficacemente – perché la confessione non è incoraggiamento solo dall’esterno – che Dio ci ama; confessarsi significa ricominciare a crederci, e allo stesso tempo a scoprire che fino ad ora non ci abbiamo mai creduto abbastanza profondamente e che, per questo, si deve chiedere perdono. Davanti a Gesù ci si sente peccatori, ci si scopre come peccatori che non corrispondono alle Sue attese. Confessarsi significa lasciarsi elevare dal Signore al suo livello divino. 

8 Il figliol prodigo abbandona la casa paterna perché è divenuto incredulo. Non ha più fiducia nell’amore del Padre, che esso lo soddisfi, e quindi esige la sua parte di eredità per risolvere da solo le sue faccende. Quando si decide a ritornare e a chiedere perdono, il suo cuore è ancora morto. Crede che non sarà più amato, che non sarà più considerato figlio. Ritorna solo per non morire di fame. Questa si chiama contrizione imperfetta. Ma il padre lo aspettava già da tanto tempo. Da tanto tempo niente gli dava più gioia del pensiero che un giorno il figlio sarebbe potuto ritornare a casa. Non appena lo intravvede, gli corre incontro, lo abbraccia, non gli dà nemmeno il tempo di finire la sua confessione e chiama la servitù per farlo vestire, nutrire e curare. Poiché gli viene mostrato un amore così grande, a quel punto anche il figlio comincia a percepirlo, e se ne lascia invadere. Un pentimento inaspettato lo investe. Questa è la contrizione perfetta. Solo quando il padre lo abbraccia, egli misura tutta la propria ingratitudine, la propria insolenza e la propria ingiustizia. Solo allora ritorna veramente, ridiventa figlio, aperto e pieno di fiducia nel padre, torna a essere vivo: «Tuo fratello era morto ed è tornato in vita» ( Lc 15, 32), dice il padre al figlio che era rimasto a casa. 

Il confessionale del santo Curato d’Ars [© Romano Siciliani]

Il confessionale del santo Curato d’Ars [© Romano Siciliani]

9 Il figlio maggiore, “il giusto”, ha vissuto un cambiamento simile – così si desidererebbe continuasse la parabola. Il caso di questo figlio è però molto più difficile. Non si può dire che Dio ama i peccatori più che i giusti! Una madre non ama il suo bimbo malato, al quale rivolge le sue cure particolari, più dei suoi bambini sani che lascia giocare da soli, ai quali esprime il suo amore – non certo minore – in modo diverso. Fino a quando le persone si rifiutano di riconoscere e confessare i propri peccati, fino a quando restano peccatori orgogliosi, a questi Dio preferisce gli umili peccatori. Con tutti ha pazienza. Anche con il figlio che è restato a casa, il padre ha pazienza. Lo prega, e gli parla con bontà: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava rallegrarsi e far festa» ( Lc15, 31-32). Il perdono della insensibilità del figlio maggiore qui non viene espresso, ma è implicito. Come deve essere grande la vergogna del figlio maggiore di fronte a una tale clemenza! Aveva previsto tutto, ma certo non questa umile tenerezza del padre. Improvvisamente si trova disarmato, confuso, compartecipe della gioia comune. E si chiede come avrebbe potuto pensare di starsene di proposito in disparte, come avrebbe potuto, anche solo per un istante, preferire di essere infelice tutto solo, mentre tutti gli altri si amavano e si perdonavano a vicenda. Per fortuna il padre è lì e lo prende in tempo. Per fortuna il padre non è come lui! Per fortuna il padre è molto meglio di tutti gli altri messi insieme! Solo Dio può rimettere i peccati. Solo Lui può compiere questo gesto di grazia, di gioia e di sovrabbondanza di amore. Ecco perché il sacramento della penitenza è la fonte di permanente rinnovamento e di rivitalizzazione della nostra esistenza sacerdotale. 

10 Per questo la maturità spirituale per ricevere l’ordinazione sacerdotale da parte di un candidato al presbiterato, secondo me, diventa evidente per il fatto che costui riceve regolarmente – almeno con la frequenza di una volta al mese – il sacramento della penitenza. Infatti nel sacramento della penitenza incontro il Padre misericordioso con i doni più preziosi che ha da dare, e cioè il donare (Vergabung), il perdonare (Vergebung), e il farci grazia. Ma quando qualcuno, proprio per la sua scarsa frequenza alla confessione, di fatto dice al Padre: “Tieni per te i tuoi doni preziosi! Io ho non bisogno di te e dei tuoi doni!”, allora smette di essere figlio, perché si esclude dalla paternità di Dio, perché non vuole più ricevere i suoi doni preziosi. E se uno non è più figlio del Padre celeste, allora non può diventare sacerdote, perché il sacerdote prima di tutto è figlio del Padre attraverso il battesimo, e poi, mediante l’ordinazione sacerdotale è, con Cristo, figlio con il Figlio. Solo allora può davvero essere fratello per gli uomini. 

11 Il passaggio dalla conversione alla missione in primo luogo si può evidenziare nel fatto che si passa da un lato all’altro della grata del confessionale, dal lato del penitente a quello del confessore. L’aver trascurato il sacramento della penitenza è la radice di molti mali nella vita della Chiesa e nella vita del sacerdote. E la cosiddetta crisi del sacramento della penitenza non è solo dovuta al fatto che la gente non viene più a confessarsi, ma anche al fatto che noi sacerdoti non siamo più presenti nel confessionale. Un confessionale in cui è presente un sacerdote, in una chiesa vuota, è il simbolo più toccante della pazienza di Dio che attende. Così è Dio. Egli ci attende tutta la vita. 
Nei miei trentacinque anni di ministero episcopale ho conosciuto esempi struggenti di sacerdoti presenti quotidianamente in confessionale senza che venisse un solo penitente; fino a quando, un giorno, il primo o la prima penitente, dopo mesi o anni di attesa, si è fatto finalmente vivo. Così, si potrebbe dire, si è sbloccata la situazione. Da quel momento il confessionale ha cominciato a essere molto frequentato. Qui il sacerdote è chiamato a prescindere da tutto il lavoro esteriore di pianificazione della pastorale con i gruppi, per calarsi nelle necessità personali di ciascuno. Qui non ha innanzitutto da parlare, ma da ascoltare. Una ferita purulenta sul corpo può guarire solo se può sanguinare sino alla fine. Il cuore ferito di un uomo può guarire solamente se può sanguinare fino in fondo, cioè se può sfogarsi del tutto. E ci si può sfogare solo se c’è qualcuno che ascolta, in quella assoluta discrezione del sacramento della penitenza. Per il confessore non è importante prima di tutto parlare, ma ascoltare. Quanti impulsi interiori sperimenta e riceve il sacerdote, per la sua sequela di Cristo, proprio nell’amministrazione del sacramento della penitenza! Qui egli può sentire e verificare quanto siano più avanti di lui, nella sequela di Cristo, semplici fedeli cattolici, uomini, donne e bambini. 

12 Quando va perduto questo ambito essenziale del servizio sacerdotale, noi sacerdoti cadiamo facilmente in una mentalità funzionalista o a un livello di mera tecnica pastorale. Il nostro collocarci da entrambi i lati della grata del confessionale ci porta, con la nostra testimonianza, a far sì che Cristo diventi percepibile per la gente. Per chiarire con un esempio in negativo: chi entra in contatto con del materiale radioattivo, diviene anche lui radioattivo. Se poi viene in contatto con un altro, allora anche questi verrà ugualmente contaminato dalla radioattività. Ora però volgiamo l’esempio in positivo: chi viene in contatto con Cristo, diventa “Cristo-attivo”. E se poi il sacerdote, essendo “Cristo-attivo”, viene in contatto con altre persone, queste saranno certamente “contaminate” dalla sua “Cristo-attività”. Questa è la missione, così come era presente fin dall’inizio del cristianesimo. La gente si stringeva attorno alla persona di Gesù per toccarlo, anche quando fosse stato solo l’orlo del suo vestito. E venivano guariti pure quando lui era girato di spalle: «Poiché da lui usciva una forza che guariva tutti» ( Lc 6, 19). 

13 A noi, invece, spesso le persone ci rifuggono, non si avvicinano per entrare in contatto con noi. Al contrario, ci rifuggono. Per evitare che questo accada, dobbiamo porci la domanda: con chi entrano in contatto quando vengono in contatto con me? Con Gesù Cristo, nel suo sconfinato amore per gli uomini, oppure con qualche privata opinione teologica o qualche lamentela sulla situazione della Chiesa e del mondo? Entrando in contatto con noi, entrano in contatto con Gesù Cristo? Se è così, allora le persone verranno. Così parleranno tra loro di un sacerdote del genere, si esprimeranno su di lui con parole di questo tipo: “Con quello lì si può parlare. Mi capisce. Può aiutarmi davvero”. Sono profondamente convinto che la gente ha nostalgia di sacerdoti così, nei quali poter incontrare autenticamente Cristo, che li rende liberi da tutti i lacci e li unisce alla sua Persona. 

<I>Il perdono alla donna adultera</I>,  mosaico di padre Marko Ivan Rupnik

Il perdono alla donna adultera, mosaico di padre Marko Ivan Rupnik

14 Per poter perdonare veramente abbiamo bisogno di tanto amore. L’unico perdono che possiamo realmente concedere è quello che abbiamo ricevuto da Dio. Solo se si è sperimentato il Padre misericordioso, si diventa fratelli misericordiosi per gli altri uomini. Colui che non perdona, non ama. Colui che perdona poco, ama anche poco. Chi perdona molto, ama molto. Quando lasciamo il confessionale, che è il punto di partenza della nostra missione, sia da un lato che dall’altro della grata, ma specialmente dal lato del penitente, allora si vorrebbe proprio abbracciare tutti, per chieder loro perdono. Io stesso ho sperimentato l’amore di Dio che perdona in modo così gratificante da non chiedere con urgenza altro che: “Accogli anche tu il Suo perdono! Prendi una parte del perdono che ho ricevuto ora in sovrabbondanza. E perdonami che te lo offro così male!”. Con un unico e medesimo gesto (la confessione) si rientra nell’amore di Dio e nell’amore fraterno, nell’unione con Dio e con la Chiesa, dalla quale ci aveva escluso il peccato. Possiamo e dobbiamo amare tutti gli uomini, se Dio ci ha insegnato ad amare in modo nuovo. Se non fosse così, sarebbe un segno che non ci siamo confessati bene e che, pertanto, dovremmo confessarci di nuovo. 
Probabilmente il più grande confessore della Chiesa è il santo Curato d’Ars. Grazie a lui abbiamo l’Anno sacerdotale e perciò il nostro attuale incontro, come sacerdoti e vescovi, con il Santo Padre, qui a Roma. Con questo santo parroco ho riflettuto sul mistero della santa confessione, giacché il suo quotidiano ministero della riconciliazione, nel confessionale ad Ars, lo ha fatto diventare un grande missionario per il mondo: si è detto che come confessore ha vinto spiritualmente la Rivoluzione francese. Ciò che mi ha ispirato questo dialogo spirituale con Jean-Marie Vianney l’ho detto qui. Però, mi ha ricordato ancora qualcosa di molto importante. 

15 Amiamo tutti, perdoniamo tutti! Attenzione però, in questo, a non dimenticare una persona! Esiste un essere, infatti, che ci delude e ci pesa, un essere del quale siamo costantemente insoddisfatti: noi stessi. Spesso ne abbiamo abbastanza di noi stessi. Siamo stufi della nostra mediocrità e stanchi della nostra propria monotonia. Viviamo in uno stato d’animo freddo e anche con un’incredibile indifferenza per questo prossimo, che è il più prossimo che Dio ci ha affidato perché facciamo in modo che sia toccato dal perdono divino. Questo prossimo più prossimo siamo noi stessi. Si legge, infatti, che dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi (cfr. Lv 19, 18). Dunque dobbiamo amare anche noi stessi, così come cerchiamo di amare il nostro prossimo. Dobbiamo chiedere a Dio, allora, che ci insegni a perdonare a noi stessi: la rabbia del nostro orgoglio, le delusioni della nostra ambizione. PreghiamoLo che la bontà, la tenerezza, la pazienza e la fiducia indicibile con la quale Egli ci perdona ci conquisti a tal punto che ci liberiamo dalla stanchezza di noi stessi che ci accompagna dappertutto, e spesso neanche ci causa vergogna. Non possiamo riconoscere l’amore di Dio per noi senza modificare anche l’opinione che abbiamo di noi stessi, senza riconoscere a Dio stesso il diritto di amarci. Il perdono di Dio ci riconcilia con Lui, con noi, con i nostri fratelli e sorelle e con tutto il mondo. Ci rende autentici missionari. 
Lo credete, cari fratelli? Provate a farlo, oggi stesso! 


(traduzione dal tedesco di Lorenzo Cappelletti) 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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