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Sull’aereo di Papa Benedetto Prefazione di mons. Georg Gänswein

Last Update: 6/7/2014 8:18 PM
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Parola o gesto, Benedetto e Francesco raccontati da mons. Georg Gänswein





Gesti e parole, logos e immagine, come può un Papa comunicare più efficacemente, come può più efficacemente “fare diplomazia”?
Domande adatte ad un incontro universitario. Come quello che si è vissuto alla Pontificia Università della Santa Croce in un pomeriggio assolato di giugno pochi giorni prima di un grande evento mediatico e diplomatico: la preghiera nei Giardini Vaticani del Papa con i presidenti di Israele e Palestina.
In un università non si fa cronaca, ma si studia la cronaca. Anche quella che per i media sembra ormai inutile.

Così è nata l’idea di una giornata di studio che avesse come “pretesto” il libro “ Sull’aereo di Papa Benedetto” (ed Libreria Editrice Vaticana) che lo scorso anno ho pubblicato raccogliendo le conferenze stampa in aereo di Benedetto XVI. La prefazione è di Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto.

Chi meglio di lui poteva aiutarci a capire il senso stesso di certe parole e il contesto stesso del modo di comunicare di Joseph Ratzinger nei grandi discorsi politici?  Al suo fianco Marco Tosatti, vaticanista di lungo corso, che ha raccontato il senso dei gesti nei viaggi papali e in particolare ha letto la gestualità di Papa Francesco.

Le relazioni hanno offerto l’occasione di ulteriori approfondimenti. I gesti e le parole dei Papi, il loro essere “diplomazia e comunicazione vissuta”. Un po’ il senso stesso del perché un libro debba raccogliere testi che sembrano destinati ad essere consumati in fretta. Del resto i vecchi discorsi di Benedetto ci aiutano a comprendere il magistero di Francesco. Una dimostrazione che spesso e volentieri i punti di “rottura” tra un pontificato e l’altro restano mere letture giornalistiche. Perché la Chiesa va avanti per passi, non per salti. Ed  è proprio questa è la sua grandezza.

Lo ha spiegato bene l’ arcivescovo Gänswein rispondendo alle questioni in aula al termine della conferenza.

“Per me – ha detto – all’inizio era sempre una cosa sorprendente leggere su uno stesso discorso sulla stessa azione, sullo stesso fatto due, tre, quattro, cinque sei giornali. E mi dicevo: ma raccontano la stessa cosa? Si vede che ogni giornalista, vede,  interpreta, presenta per quello che legge. Ma non è sempre così. Dopo poco tempo la mia domanda era: sono curioso cosa hanno lasciato dire al Papa, come è stato presentato? La questione era: come è autentico o quanto è autentico ciò che dicono o ciò che scrivono. Non è una critica.
Diverse volte certi viaggi sono iniziati molto “controvento”, Papa Benedetto ha dovuto abituarsi al “controvento”, a differenza di quello che succede adesso. Ma mi ricordo come è cambiata l’atmosfera. In Inghilterra,  mi ricordo quando siamo usciti dall’aereo l’atmosfera era freddissima, poi man mano,  dopo i primi discorsi, i primi incontri, si vedeva un cambiamento che poi è arrivato al top dopo il discorso nella Westminster Hall, un discorso che ha proprio capovolto la situazione. C’era l’allora arcivescovo Nichols che disse “marvelous”! Abbiamo capito che questo ha capovolto l’atmosfera e da quel momento il “controvento” è cambiato. E questo si ripeteva in altri viaggi.

Ma le parole sono più chiare ed eloquenti dei gesti? O magari i gesti si possono fraintendere?

Marco Tosatti ha spiegato che “anche per discorsi di grandissimo rilievo e bellezza basta una “scemenza congiunturale” per conquistare il titolo, e il discorso bellissimo si riduce a due righe. E questo è ancora più comune nell’epoca dei 140 caratteri.”  Per Papa Francesco, dice il gesto è una  strategia e anche formazione: “la sua formazione è quella di lasciare, di gettare una idea e vedere le reazioni, come si sviluppano. E questo lo fa anche sui temi controversi all’interno della Chiesa.”

L’arcivescovo ha ricordato come nascono i gesti di Papa Francesco: “ lui stesso ne ha dato la interpretazione, spesso non sono pensati in precedenza, si lascia colpire dallo Spirito,lascia che gli vengano in mente in modo improvvisa. E’ una sua caratteristica e lo vedo ogni giorno lavorando con lui e accompagnandolo sentendolo, parlando con lui. E’ una forma mentis, non dobbiamo dimenticare che Papa Francesco è all’inizio di un pontificato ma ha 77 anni.
Mi ricordo che ha detto subito: ho 76 anni non cambio. Questa era un idea chiara: il titolo, il sottotitolo e anche il testo. La forma, l’esperienza, le convinzioni, giustamente, che ha portato da Buenos Aires a Roma, vengono realizzate e concretizzate adesso non più come arcivescovo di Buenos Aires, ma come vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale. L’aspetto dei gesti per lui è una caratteristica molto forte e questo lo distingue anche da Papa Benedetto che è un uomo del pensiero. E anche se lui spesso ha parlato a braccio, anche se si è  preparato. Era il suo stile, la sua esperienza la sua forma mentis. Per il mondo mediatico è chiaro un gesto parla molto più chiaramente, colpisce di più, un discorso è molto più impegnativo.

Con il cambiamento del mondo mediatico è più facile seguire un gesto dopo l’altro, se c’è un gesto chiaro forte, rimane.

Penso che un gesto che in se stesso è chiaro può anche essere volutamente mal interpretato ma si capisce benissimo. I gesti di Papa Francesco in Terra Santa sono chiari, altro è se qualcuno li interpreta in un altro modo. E del resto lui stesso ha detto ai vescovi italiani, non dimenticate i gesti, e lui da il suo esempio.

Diverso il contesto nel quale si è mosso Benedetto XVI.
“Papa Benedetto- ha spiegato il Prefetto della casa Pontificia,  ha avuto il grande vantaggio di lavorare per 23 accanto a San Giovanni Paolo II. Era conosciuto in Vaticano e anche fuori. Ma purtroppo c’erano moltissimi pregiudizi nei confronti del Cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede.
Per me è stato sempre incomprensibile, ma era così e questo è anche rimasto. All’inizio del pontificato forse era un po’ nascosto dall’entusiasmo, ma sotto sotto c’era sempre. Ma da Ratisbona, il 12 settembre 2006, da lì in poi i pregiudizi erano un po’ come i pretoriani: c’erano sempre. Purtroppo. Dove poi, riguardo ai viaggi, la sua presenza ha fatto capire che più anziano era,  più facile capire che i paletti dei pregiudizio si sono sciolti come la neve. Ma prima c’erano e questa è stata la mia esperienza, non poteva entrare in una strada dove non ci fossero le macerie, bisognava prima pulire la strada. E poi è anche quello che ha detto e non solo la presenza, passava prima per il cervello, ma toccava anche il cuore. Chi conosce un po’ da vicino la persona lo capisce bene. 
Presenza, contenuto, ma poi si vedeva che Benedetto XVI ha dovuto soffrire ma non ha mai attaccato, ma ha cercato di rispondere in modo umile, in modo chiaro, autentico e non è mai fuggito, non ha mai cercato di non affrontare i problemi veri che ci sono, ma ha cercato di dare a risposta più adatta e autentica secondo lui.

Un pomeriggio di studio che è piaciuto anche alla stampa che ha avuto occasione di porre qualche domanda più personale all’arcivescovo su come Papa Benedetto segue il pontificato di Papa Francesco. “Lo segue ogni giorno e ha seguito anche il viaggio in Terra Santa. Fa pochi commenti, questa è la sua natura. Pensa molto ma parla poco.” E a proposito della preghiera di domenica ha detto: “ è un invito importante speriamo che porti frutti.”

La foto è di Alessia Giuliani






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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 l'intervento integrale di mons. Georg


Nei discorsi politici di Benedetto XVI - Il fondamento della giustizia

2014-06-05 
L’Osservatore Romano

Lungo il corso del suo pontificato Benedetto XVI è stato chiamato a confrontarsi con i leader politici e culturali di numerosi Paesi europei e delle principali istituzioni internazionali. Da tale confronto è scaturito un consistente complesso di riflessioni sull’ordinamento politico e giuridico, che tocca le problematiche fondamentali della società, del rapporto tra fede e ragione, tra legge e diritto, tra giustizia e libertà religiosa. Ci sono cinque grandi discori di Benedetto XVI. Ciascuno di essi era rivolto a un particolare uditorio e i relativi contenuti rispecchiano le esigenze del contesto:

1) La lezione a Ratisbona (12 settembre 2006) si svolgeva in ambito accademico e poneva al centro della riflessione il rapporto tra fede e ragione. Il discoro fonda concettualmente la correlazione tra fede e ragione sull’incontro fra spirito greco e spirito cristiano e quindi su “quel Dio che si è mostrato come logos e come logos ha agito e agisce.”

2) L’intervento alle Nazioni Unite a New York (18 aprile 2008), nel quale il Papa ha valorizzato il progetto dei diritti umani, sviluppatosi in particolare nel secondo dopoguerra, con l’approvazione della Dichiarazione Universale del 1948.

3 )Il discorso di Parigi al Collège des Bernardins (12 settembre 2008) si rivolgeva alle élites culturali di un Paese, la Francia, che coltivava una cultura secolarista, diffidente verso le religioni: in quel contesto, Benedetto XVI descriveva il contributo della fede cristiana allo sviluppo della civiltà europea, richiamando l’opera dei monasteri benedettini.

4) A Londra, a Westminster Hall (17 settembre 2010), Benedetto XVI si trovava a parlare nel Parlamento più antico delle democrazie occidentali, dove peraltro Thomas More fu condannato a una morte crudele, in nome di dissensi religiosi: lì il Pontefice ha espresso parole di vivo apprezzamento per la tradizione democratica liberale, senza sottacere preoccupazioni e premure perché un’autentica libertà di religione sia preservata, anche oggi, in Occidente, da ogni forma di sottile minaccia.

5) Nel discorso al Bundestag di Berlino (22 settembre 2011), egli andava alla radice del problema, toccando il tema del fondamento dell’ordine giuridico e dei limiti del positivismo giuridico, dominante in tutto il continente europeo lungo il corso del XX secolo.

Temi diversi, quindi, pensati e pronunciati dinanzi a uditorii differenti, ma accomunati da una serie di idee chiave che Benedetto XVI disegna, svolge e sviluppa in maniera organica e coerente. C’è un altro punto in comune tra i discorsi: tutti sono rivolti a istituzioni che vivono nel contesto di democrazie ovvero che, comunque, assumono a base della propria esistenza principi di civiltà giuridico-politica che appartengo alla tradizione occidentale.

Religione e diritto

“Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato o alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio.” Questo passaggio del discorso pronunciato il 22 settembre 2011 al Bundestag di Berlino è giustamente tra i più noti. In esso è racchiuso il cuore del pensiero di Benedetto XVI sul contributo che la religione offre al dibattito pubblico e, in particolare, alla costruzione dell’ordine giuridico. Qui si evidenzia l’originalità del cristianesimo in rapporto alle altre religioni, un’originalità che spesso passa inosservata non solo ai commentatori laici, ma anche ai cristiani stessi: non la rivelazione, ma “la ragione e la natura nella loro correlazione costruiscono la fonte giuridica valida per tutti” afferma poco più avanti Benedetto XVI nel medesimo discorso. Similmente, il 17 settembre 2010 a Westminster Hall analogo concetto era già stato proposto in questi termini: “La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è … quello di fornire tali norme, come se esse non potessero essere conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione.”

Con queste affermazioni Benedetto XVI sgombra il campo da un equivoco persistente nella cultura contemporanea, che ha condizionato e condiziona tuttora il dibattito sul rapporto tra religione e ragione. L’equivoco si basa sull’idea che il cristianesimo e, in particolare, la Chiesa cattolica, intervenendo nei dibattiti pubblici si appellino a un principio di “Autorità” nella decisione sulle questioni giuridiche e politiche. È tuttora opinione dominante ritenere che, in una democrazia degna di questo nome, sarebbe inaccettabile dare spazio al discorso religioso in quanto tale, perché esso si baserebbe su un’Autorità che vanificherebbe ogni tentativo di dialogo con gli altri.

Intervenendo nel dialogo democratico sulla base di dogmi autoritativi, le religioni violerebbero la regola di ogni democrazia deliberativa – il dialogo tra le diverse posizioni – e agirebbero come ostacolo, snaturando irrimediabilmente la dinamica democratica. Si paventa il timore che l’autorità religiosa possa contendere alle autorità civili la capacità di produrre le norme giuridiche: di qui un’incompatibilità tra le due fonti di autorità. L’inevitabile conclusione che se ne trae è che “è proprio l’esilio di qualsiasi Autorità dalla scena dell’argomentazione pubblica, l’ostracismo di tutte le fedi, che garantisce il terreno comune del dialogo e la reciproca eguaglianza di tutti in quanto concittadini”, con la conseguente necessità che l’intera sfera pubblica sia privata di Dio affinché sia mantenuto un terreno neutrale di dialogo. Questo esilio di Dio dalla sfera pubblica muove dalla premessa che l’intervento del fattore religioso nella dialettica democratica si configuri come una serie di comandi o di comandamenti derivanti da una volontà superiore, eterna e indiscutibile: un’Autorità appunto. Tuttavia, è difficile immaginare qualcosa di più distante dal pensiero di Benedetto XVI.

Il cristianesimo che egli propone non permette ai fedeli di esimersi dalle fatiche, né consente loro di privarsi dell’uso della ragione, nascondendosi dietro un principio di autorità o trincerandosi dietro precetti o comandi religiosi. Per la fiducia che nutre nella possibilità che il divino, come logos, possa essere incontrato nella ricerca razionale della verità, Benedetto XVI non esita a esigere dai credenti che essi entrino nel dialogo pubblico democratico con strumenti universali e accessibili a tutti: ragione e natura, nella loro interrelazione. In questa prospettiva, parlare di religione nella spazio pubblico non equivale, come erroneamente si presume, a introdurre un principio fideistico nel dialogo democratico, né implica attingere meccanicamente a precetti religiosi come fonte per la regolazione dei problemi sociali, politici e giuridici. Il primo e fondamentale contributo di Benedetto XVI è il richiamo al fatto che le fonti ultime del diritto sono da ricercare nella ragione e nella natura, non in un comando, di chiunque esso sia.

L’originalità della posizione di Papa Benedetto quanto alla presenza dei cristiani nella sfera pubblica si radica in una visione del cristianesimo come religione universale, rivolta a tutti, che confida nella possibilità che la ragione trascenda le capacità stesse della ragione, che Egli assevera con le parole di San Paolo: “Quando i pagani, che non hanno la Legge, per natura agiscono secondo la legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza” (Rm 2,14ss).

La proposta di Benedetto XVI risolve il problema alla radice, laddove afferma che la fonte delle norme giuridiche non è la rivelazione, ma la ragione e la natura nelle loro interrelazioni.

Ragione e natura

Cos’è la ragione? Cos’è la natura? È possibile una loro interrelazione? Se sì, a quali condizioni? Su questa domanda si gioca il destino delle istituzioni democratiche, la loro capacità di produrre il “bene comune”, cioè la possibilità, da un lato, di decidere a maggioranza in gran parte della materia da regolare giuridicamente e, dall’altro, di impegnarsi continuamente a riconoscere e riaffermare ciò su cui non si può votare. Senza questa instancabile opera di ricerca dei punti fondanti e costitutivi della comunità politica, lo Stato stesso rischia di degenerare in una “banda di briganti”. Cosa è capace di innescare quella instancabile tensione? Occorre una ragione aperta alla realtà e alla natura, e non chiusa.

Nel pensiero del Papa “chiusa” sta per ridotta; il fattore odierno che ha maggiormente contribuito a tale riduzione è un certo approccio “scientista” (e non scientifico!). Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponde e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza.

La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista, non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale. La ragione positivista ha un suo ambito di validità, ma non è in grado di spiegare la realtà totale. Questa convinzione di Benedetto XVI trova ampia risonanza anche in chi, da un punto di vista laico, denuncia i limiti del riduzionismo materialista, ritenuto insufficiente a spiegare persino i fenomeni scientifici nella loro interezza. Ci troviamo, per alcuni aspetti, di fronte a un paradosso: ora che in gran parte del mondo scientifico – dove originariamente il razionalismo positivista ha trovato il suo proprio terreno di coltura – si avverte l’insufficienza di un approccio meramente riduzionista per spiegare la natura e il cosmo, ebbene quello stesso approccio importato nell’ambito delle scienze umane, ne è divenuto il paradigma universale indiscusso.

Nei suoi discorsi pubblici, Papa Benedetto denuncia apertamente questa tentazione terribile: una ragione costretta all’interno del misurabile è una ragione, per così dire, umiliata. Per chiarire questo passaggio decisivo della sua proposta culturale, il Papa impiega una immagine molto forte. Una ragione così chiusa “assomiglia a quegli edifici di cemento armato senza finestre – i bunker -, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio … Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra e imparare a usare tutto questo in modo giusto”. Occorre tornare a misurarsi con la realtà senza pensare che l’unico modo per conoscerla effettivamente sia ridurla entro schemi o concetti precostituiti.

Questa è la grande sfida che lancia Benedetto XVI agli uomini impegnati nelle istituzioni pubbliche e nella cultura: che la ragione torni a essere un’apertura senza limiti e pregiudizi, disponibile a riconoscere quel dato che si sottrae alla capacità di decisione e manipolazione non solo per l’ambiente naturale, ma anche per l’uomo. Vi è una ragione aperta, disponibile cioè ad ammettere che la realtà contenga in sé più di quello che la ragione stessa riesce a scandagliare. Attraverso l’immagine del bunker e delle finestre spalancate che lasciano entrare aria fresca, Benedetto XVI suggerisce una correzione al razionalismo moderno, che consente di ripristinare un corretto rapporto tra ragione e realtà. Una ragione positivista o autosufficiente non è in grado di tirarsi fuori da sé dalla palude delle incertezze.

Quanto più l’uomo si addentra lealmente nella conoscenza della realtà – sia fisica che sociale – tanto più scorge i tratti di quella ragione aperta o oggettiva – di quella sorta di struttura di fondo, che inevitabilmente suscita la domanda con cui il Pontefice chiude il suo discorso a Berlino: “È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus”?

Interrelazione tra ragione e fede

Vi è un’altra questione da affrontare dinanzi a questo rilancio della ragione operato dal Pontefice: L’idea di ragione e natura è proprio solo dei cristiani e dei credenti in generale? Possiamo affermare che un approccio del genere al diritto e alla politica richieda una previa adesione a ipotesi religiose particolari o a credenze di altro genere? Il Papa, parlando in questi sedi istituzionali, si è rivolto a un uditorio particolare, cattolici o cristiani o appartenenti a specifiche confessioni religiose? Assolutamente no. L’idea di una trama razionale, costitutiva della stoffa stessa del mondo fisico e sociale, è nata ben prima del cristianesimo. La stessa cultura europea è nata dall’incontro di tre grandi pensieri precristiani: “La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede nel Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa.”

È questo patrimonio culturale europeo, nato dall’incontro avvenuto tra Gerusalemme, Atene e Roma, a costituire il terreno fertile in cui ha potuto germogliare la teologia cristiana che senza timori ha affidato a “ragione, natura e alla loro correlazione” la costruzione di un ordinamento giuridico-politico giusto. Al fondo, l’appello del Papa di riallargare i confini della ragione è un appello volto a riconquistare le origini stesse di quella cultura filosofico-giuridica che ha costruito Europa, producendo risultati eccezionali. “Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza.”

Nel corso dei secoli la fede non solo ha svolto un ruolo decisivo difendendo la ragione dal potere che tende a renderla cieca, ma ha anche contribuito alla sua stessa crescita e maturazione. Il discorso al Collège des Bernardins di Parigi è un’ampia documentazione di come la fede cristiana abbia contribuito al risanamento della ragione. Al suo progresso e in definitiva alla rinascita di una civiltà, sepolta sotto le rovine della devastazione della barbarie, che aveva fatto crollare vecchi ordini e antiche sicurezze. L’esempio portato dal Papa è quello del monachesimo occidentale; uomini religiosi, i monaci, affascinati e impegnati in una continua ricerca di Dio: Quaerere Deum.

A causa della ricerca di Dio, sono divenute importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua: la scrittura, lo studio della grammatica, la biblioteca, la scuola, sono tutte componenti che fanno parte del monachesimo benedettino.

Quaerere Deum: La preghiera non poteva esprimersi solo a parole, ma aveva bisogno della musica. E così, da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarlo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una “creatività” privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentanza del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli orecchi del cuore le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare i modo puro la sua dignità.”

Quaerere Deum: Nel mondo greco il lavoro fisico era considerato l’impegno dei servi. Assolutamente diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi Rabbi esercitavano allo stesso tempo anche una professione artigianale. Il monachesimo ha accolto questa tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del monachesimo cristiano. Del monachesimo fa parte, insieme con la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua formazione del mondo sono impensabile. Lingua, scrittura, grammatica, musica, comunità, scuola, lavoro artigianale: un’intera civiltà è rinata dall’energia di uomini che volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa.

Nella prospettiva di Benedetto XVI dunque, tra ragione e fede c’è una profonda amicizia; una relazione in cui nessuno dei due amici intende sottomettere l’altro. La storia della civiltà europea è trapuntata di segni indelebili di questo incontro operoso e vitale tra ragione e fede. Risuonano limpide le parole pronunciate a Westminster Hall: “Il mondo della ragione e il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà. La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione.”

di mons. Georg Gänswein





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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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