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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Magistero Cattolico in pillole, a piccole dosi ma indispensabile... (4)

Last Update: 12/12/2016 6:02 PM
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8/28/2014 2:27 PM
 
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 eccoci alla quarta raccolta di Magistero in piccole dosi...

qui in elenco le pagine precedenti:


Magistero Cattolico in pillole, a piccole dosi ma indispensabile...







Un grande predicatore, domenicano, che ebbe anche lui, come ogni buon profeta, dei problemi sotto il pontificato di Benedetto XV  messo nel silenziatore dall'allora Sant'Uffizio perchè non accettò le sue prediche a favore dell'entrata in guerra della Francia nel primo conflitto mondiale e si pose contro l'appello di Benedetto XV sull'inutile strage....
Sertillanges la pensava diversamente dal Papa  ma obbedì, andò in esilio a Gerusalemme senza mai contestare la decisione del Papa.... ma restando anche fedele in ciò in cui credeva giusto fare. Poi fu ripescato sotto Pio XII che a seguito di una intercessione dell'allora Maestro Generale dei Domenicani, riabilitò il Frate che morì poco dopo nel 1948 a 80 anni.... Stupendo è il suo Catechismo per chi non crede.... profetico, ortodosso nella dottrina ma anche aperto al dialogo e all'ecumenismo, amava la sfida perchè la Verità non teme confronto e amava farlo seguendo gli esempi di San Tommaso d'Aquino....   

























[Edited by Caterina63 12/7/2014 9:24 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  riprendono le omelie a Santa Marta del Santo Padre, cliccare qui







 


Dal «Discorso sulle
beatitudini» di san Leone Magno, papa: «La beatitudine del regno di Cristo»

Carissimi, l’afflizione, alla quale qui viene promesso il conforto eterno, non
ha nulla in comune con le tribolazioni di questo mondo. Né si tratta di quei
lamenti che vengono emessi dagli uomini nel loro comune dolore. Questi lamenti
non rendono beato nessuno.

Diversa è la natura dei gemiti dei santi, come pure diversa
è la causa delle lacrime che meritano di essere chiamate beate. Il dolore
propriamente religioso è quello che piange o il peccato proprio o quello degli
altri. Né si duole perché questo male è colpito dalla giustizia divina, ma, se
si attrista, lo fa per quanto viene commesso dalla iniquità umana.

È il caso di piangere più colui che compie le opere del male, che chi ne è la
vittima, perché la malizia fa sprofondare l’iniquo nell’abisso della pena, la
sopportazione, invece, conduce il giusto alla gloria.

Perciò la terra promessa ai miti, e che toccherà in eredità
ai mansueti, rappresenta il loro corpo che, grazie ai meriti della loro umiltà,
nella beata risurrezione verrà trasformato e rivestito di gloria immortale. Il
loro corpo non sarà più assolutamente in contrasto con lo spirito, ma sarà
perfettamente conforme e unito al volere dell’anima. Allora infatti l’uomo
esteriore sarà possesso santo e pacifico dell’uomo interiore.

I miti allora possederanno la terra in pace duratura, senza
che sia menomato alcuno dei propri diritti. «Quando questo corpo corruttibile
si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità» (1 Cor
15, 54), allora il pericolo si cambierà in premio e ciò che fu di onere
gravoso, sarà di onore.





Da
«Scientia Crucis» di Santa Teresa Benedetta della Croce, vergine e martire

«Ai credenti in Cristo Crocifisso viene aperta la porta della vita»

Cristo si era addossato lui stesso il giogo della legge,
osservandola e adempiendola perfettamente, tanto da morire per la legge e
vittima della legge. Nello stesso tempo, tuttavia, egli ha esonerato dalla
legge tutti quelli che avrebbero accettato la vita da lui. I quali però
avrebbero potuto riceverla solo disfacendosi della propria. Infatti «quanti
sono stati battezzati in Cristo, sono stati battezzati nella sua morte» (Rm 6,
3). Essi si immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e sotto
questa qualifica soffrire e morire con lui; ma anche per risuscitare con lui
alla eterna vita divina. Questa vita sorgerà per noi nella sua pienezza
soltanto nel giorno della glorificazione. Tuttavia, sin da ora «nella carne»
noi vi partecipiamo, in quanto crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per
dare la vita a noi. […]

La croce non è fine a se stessa… non è soltanto un’insegna,
è anche l’arma vincente di Cristo, la verga da pastore con cui… Davide esce
incontro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui egli batte alla
porta del cielo e la
spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina,
sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso.







Lunedì 11 agosto, memoria di S. Chiara d’Assisi

Benedetto XVI, Udienza Generale, 15 settembre 2010

Una delle Sante più amate è senz’altro santa Chiara
d’Assisi, vissuta nel XIII secolo, contemporanea di san Francesco. La sua
testimonianza ci mostra quanto la Chiesa tutta sia debitrice a donne coraggiose
e ricche di fede come lei, capaci di dare un decisivo impulso per il rinnovamento
della Chiesa. […]

Nata nel 1193, Chiara apparteneva ad una famiglia
aristocratica e ricca. Rinunciò a nobiltà e a ricchezza per vivere umile e
povera, adottando la forma di vita che Francesco d’Assisi proponeva.

Resistendo alle pressioni dei suoi familiari che
inizialmente non approvarono la sua scelta, Chiara si stabilì con le prime
compagne nella chiesa di san Damiano dove i frati minori avevano sistemato un
piccolo convento per loro. In quel monastero visse per oltre quarant’anni fino
alla morte, avvenuta nel 1253. […]

Giacomo di Vitry [un vescovo fiammingo in visita in Italia],
aveva colto con perspicacia un tratto caratteristico della spiritualità
francescana cui Chiara fu molto sensibile: la radicalità della povertà
associata alla fiducia totale nella Provvidenza divina. Per questo motivo, ella
agì con grande determinazione, ottenendo dal Papa Gregorio IX o, probabilmente,
già dal papa Innocenzo III, il cosiddetto Privilegium Paupertatis (cfr FF,
3279). In base ad esso, Chiara e le sue compagne di san Damiano non potevano
possedere nessuna proprietà materiale. […]

Ciò mostra come anche nei secoli del Medioevo, il ruolo
delle donne non era secondario, ma considerevole. A questo proposito, giova
ricordare che Chiara è stata la prima donna nella storia della Chiesa che abbia
composto una Regola scritta, sottoposta all’approvazione del Papa. […]

Nel convento di san Damiano Chiara praticò in modo eroico le
virtù che dovrebbero contraddistinguere ogni cristiano: l’umiltà, lo spirito di
pietà e di penitenza, la
carità. Pur essendo la superiora, ella voleva servire in
prima persona le suore malate, assoggettandosi anche a compiti umilissimi.




Giovedì 14 agosto, memoria di S. Massimiliano M. Kolbe

Dalle
lettere di san Massimiliano Maria Kolbe

«
Zelo apostolico per la salvezza e la santificazione delle anime»

Nei nostri tempi, constatiamo, non senza tristezza, il propagarsi
dell’«indifferentismo». Una malattia quasi epidemica che si va diffondendo in
varie forme non solo nella generalità dei fedeli, ma anche tra i membri degli
istituti religiosi. Dio è degno di gloria infinita. La nostra prima e
principale preoccupazione deve essere quella di dargli lode nella misura delle
nostre deboli forze, consapevoli di non poterlo glorificare quanto egli merita.
[…]

Attraverso la via dell’obbedienza noi superiamo i limiti della nostra
piccolezza, e ci conformiamo alla volontà divina che ci guida ad agire
rettamente con la sua infinita sapienza e prudenza. Aderendo a questa divina
volontà a cui nessuna creatura può resistere, diventiamo più forti di tutti.

Questo è il sentiero della sapienza e della prudenza, l’unica via nella quale
possiamo rendere a Dio la massima gloria. Se esistesse una via diversa e più
adatta, il Cristo l’avrebbe certamente manifestata con la parola e con
l’esempio. Il lungo periodo della vita nascosta di Nazareth è compendiato dalla
Scrittura con queste parole: «e stava loro sottomesso» (Lc 2, 51). Tutto il
resto della sua vita è posto sotto il segno dell’obbedienza, mostrando
frequentemente che il Figlio di Dio è disceso sulla terra per compiere la
volontà del Padre.





22 agosto, memoria della Beata Maria Vergine Regina

Dalle
«Omelie» di sant’Amedeo di Losanna, vescovo: 
«Regina del mondo e della pace»

La santa
Vergine Maria fu assunta in cielo. Ma il suo nome ammirabile
rifulse su tutta la terra anche indipendentemente da questo singolare evento, e
la sua gloria immortale si irradiò in ogni luogo prima ancora che fosse
esaltata sopra i cieli. […] Era giusto che la sua santità e la sua grandezza
andassero crescendo quaggiù, passando di virtù in virtù e di splendore in
splendore per opera dello Spirito Santo, fino a raggiungere il termine massimo
al momento della sua entrata nella dimora superna.

Perciò quando era qui con il corpo, pregustava le primizie del regno futuro,
ora innalzandosi fino a Dio, ora scendendo verso i fratelli mediante l’amore.
Fu onorata dagli angeli e venerata dagli uomini. […] Abitava nel sublime
palazzo della santità, godeva della massima abbondanza dei favori divini, e sul
popolo credente e assetato faceva scendere la pioggia delle grazie, lei che
nella ricchezza della grazia aveva superato tutte le creature. 





Dalle «Omelie sul
vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo: 
«Sale della terra
e luce del mondo»

«Voi siete il sale della terra» (Mt 5, 13). Vi viene affidato il ministero
della parola, dice il Cristo, non per voi, ma per il mondo intero. […] Un uomo
mite, umile, misericordioso e giusto non tiene nascoste in sé simili virtù, ma
fa sì che queste ottime sorgenti scaturiscano a vantaggio degli altri. E chi ha
un cuore puro, amante della pace e soffre per la verità, dedica la sua vita per
il bene di tutti. […]

Il sale non salva ciò che è putrefatto… prima Dio rinnovava
i cuori e li liberava dalla corruzione, poi li affidava agli apostoli, allora
essi diventavano veramente «il sale della terra», mantenendo e conservando gli
uomini nella nuova vita ricevuta dal Signore. È opera di Cristo liberare gli
uomini dalla corruzione del peccato, ma impedire di ricadere nel precedente
stato di miseria spetta alla sollecitudine e agli sforzi degli apostoli. […]

Gesù afferma: «Ma se il sale perdesse il sapore, con che
cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e
calpestato dagli uomini» (Mt 5, 13). Perché poi, udendo la frase: «Quando vi
insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi»
(Mt 5, 11), non temano di farsi avanti, sembra voler dire: Se non sarete pronti
alle prove, invano io vi ho scelti. Così verranno le maledizioni a
testimonianza della vostra debolezza. Se, infatti, per timore dei
maltrattamenti, non mostrerete tutto quell'ardimento che vi si addice, subirete
cose ben peggiori, avrete cattiva fama e sarete a tutti oggetto di scherno.
Questo vuol dire essere calpestati.

Subito dopo passa ad un'altra analogia più elevata: «Voi siete la luce
del mondo» (Mt 5, 14). Nuovamente dice del mondo, non di un solo popolo o di
venti città, ma dell'universo intero: luce intelligibile, più splendente dei
raggi del sole. Parla prima del sale e poi della luce, per mostrare il
vantaggio di una parola ricca di mordente e di una dottrina elevata e luminosa.





Giovedì 28 agosto, memoria di S. Agostino d’Ippona, dott.
della Chiesa

Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo (Lib. 7, 10, 18; 10, 27;
CSEL 33, 157-163. 255)

«
Eterna verità e vera carità e cara eternità!»

O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro
giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi
quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere.
Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di
me. […] Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e
non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini,
l'Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei
secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la
vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio
essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14). […]

Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova,
tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti
cercavo. […] Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l'ho respirato, e ora
anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo
dal desiderio di conseguire la tua pace.





Venerdì 29 agosto, memoria del Martirio di S. Giovanni
Battista

Dalle
«Omelie» di san Beda, il Venerabile, sacerdote: 
«Precursore della nascita e della morte di Cristo»

Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e
della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo
combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua
speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). È ben
giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio.
Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. È
cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò
con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore.[…] Perciò ben dice l’Apostolo: «Le sofferenze del momento
presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in
noi» (Rm 8, 18).







 

[Edited by Caterina63 9/8/2014 7:27 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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9/10/2014 10:10 PM
 
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Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo: « Sii di esempio ai fedeli»

Avendo il Signore detto che cosa abbiano a cuore certi pastori, aggiunge anche quali doveri essi trascurino. I difetti delle pecore, infatti, sono largamente diffusi. Pochissime sono le pecore…ben salde nel cibo della verità, che usufruiscono con vantaggio dei pascoli donati da Dio. Ma quei pastori malvagi non risparmiano neppure queste. Non basta che essi trascurino le pecore malate o deboli, sbandate e smarrite. Per quanto sta in loro, uccidono anche quelle che sono forti e in buona salute… Come le uccidono?, dirai. Vivendo male, dando loro cattivo esempio.

Fu detto forse senza ragione a quel servo di Dio…: Offri te stesso come esempio in tutto di buona condotta? (cfr. Tt 2, 7)… Una pecora infatti, anche se sana, osservando che il suo pastore abitualmente vive male, se distoglie gli occhi dalla legge del Signore e guarda l’uomo, comincia a dire in cuor suo: Se il mio superiore vive così, chi mi vieta di fare altrettanto? In tal modo il pastore uccide la pecora sana. Dunque se uccide la pecora sana, che farà mai delle altre pecore? […]

Vi sono pecore che vivono, sono salde nella parola del Signore e si attengono a quella norma che hanno udito da lui: «Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere» (Mt 23, 3). Tuttavia il pastore, che dinanzi al popolo si comporta male, per quanto sta in lui, uccide colui dal quale viene osservato... Quel tale vive, ma il pastore si rende ugualmente un omicida. […] È questo il rimprovero che fa il Signore: «Ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il mio gregge» (Ez 34, 3).




Dai «Discorsi» di sant'Andrea di
Creta, vescovo

«La croce è gloria ed esaltazione di Cristo

Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state
cacciate le tenebre ed è ritornata la luce… e così, insieme al Crocifisso,
veniamo innalzati e sublimati anche noi. […] Se infatti non ci fosse la croce,
non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso…[e] noi non avremmo avuto la libertà,
non potremmo godere dell'albero della vita, il paradiso non sarebbe stato
aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta,
l'inferno non sarebbe stato spogliato.

È preziosa poi la croce perché è insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo
per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il
diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell'inferno venne fiaccata,
e così la croce è diventata la salvezza comune di tutto l'universo.

Per convincerti che la croce è la gloria di Cristo, senti quello che egli
dice: «Ora il figlio dell'uomo è stato glorificato e anche Dio è stato
glorificato in lui, e subito lo glorificherà » (Gv 13,31-32).

E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima
che il mondo fosse» (Gv 17,5). […] Che poi la croce sia anche esaltazione di
Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: «Quando sarò esaltato, allora attirerò
tutti a me» (Gv 12,32). Vedi dunque che la croce è gloria ed esaltazione di
Cristo.




Inizio del «Discorso sulle
beatitudini» di san Leone Magno, papa

«Porrò le mie leggi nel loro animo

Quando Nostro Signore Gesù Cristo predicava il Vangelo del Regno e guariva
in Galilea le infermità più diverse, la fama dei suoi miracoli si era diffusa
per tutta la Siria, e molte persone accorrevano in folla al medico celeste da
tutta la Giudea. Poiché
l'umana ignoranza è molto lenta a credere ciò che non vede e a sperare quel che
non conosce, era necessario che coloro i quali dovevano essere confermati con
la divina dottrina fossero stimolati con benefici materiali e con prodigi
visibili. Così, sperimentando la potenza benefica del Signore, non avrebbero
dubitato della sua dottrina apportatrice di salvezza.

Il Signore, dunque, volle cambiare le guarigioni esteriori, in rimedi
interiori e, dopo aver guarito i corpi, risanare le anime. Perciò si allontanò
dalla folla che lo circondava, e si portò in un luogo solitario di un vicino
monte. Là chiamò a sé gli apostoli, per istruirli con dottrine più elevate
dall`alto di quella mistica cattedra. Con la scelta di un tale posto e di un
tale ministero volle significare che era stato egli stesso a degnarsi di
rivolgere un tempo la sua parola a Mosè. Ma là aveva parlato con una giustizia
piuttosto tremenda, qui invece con la sua divina clemenza. […] Fece questo
perché la soavità della grazia rimovesse la severità della legge e lo spirito
di adozione eliminasse il terrore della schiavitù.







Dai «Discorsi» di
sant'Agostino, vescovo

«Il Signore ha avuto misericordia di noi

Siamo veramente beati se, quello che ascoltiamo, o cantiamo, lo mettiamo anche
in pratica. Infatti il nostro ascoltare rappresenta la semina, mentre
nell'opera abbiamo il frutto del seme. Premesso ciò, vorrei esortarvi a non
andare in chiesa e poi restare senza frutto, ascoltare cioè tante belle verità,
senza poi muovervi ad agire. […]

In realtà non vi era in precedenza nella nostra vita nulla di buono, che Dio
potesse apprezzare. […] Ciò nonostante, Dio ebbe compassione di noi e mandò il
suo Figlio, perché morisse… non per i giusti, ma per gli empi. […] Può darsi
che qualcuno abbia la forza di morire per il giusto. Ma per l'ingiusto,
l'empio, l'iniquo, chi accetterebbe di morire, se non Cristo soltanto, che è
talmente giusto da poter giustificare anche gli ingiusti? […] Questa è la
grazia che abbiamo ricevuto. Viviamo perciò in modo degno di essa, per non fare
oltraggio a un dono sì grande. […]

Seguiamo perciò le vie che egli ci ha mostrato, specialmente la via
dell'umiltà, quella per la quale si è incamminato lui stesso. Infatti ci ha
tracciato la via dell'umiltà con il suo insegnamento e l'ha percorsa fino in
fondo soffrendo per noi.








Si diverte a compiere il male, 10,23
E’ sempre sicuro della sua condotta, 12,15
Rifiuta gli insegnamenti e la riprensione, 10,8; 15,5.12; 13,1; 17,10
E’ presuntuoso e sfida il male, 14,16
Reagisce subito con ira all’offesa, 12,16; 14,29; 29,11
E’ precipitoso nel parlare; agisce con avventatezza, 12,18; 18,13; 20,19; 29,20;
Provoca litigi, divisioni; è calunniatore, medita il male (ha inoltre un atteggiamento provocatore) 6,12-14; 10,18; 16,27-30; 18,6;
Cerca di apparire per ciò che non è (17,12 dice "Meglio incontrare un'orsa privata dei figli che uno stolto in preda alla follia", dando a intendere che dall’orsa si sa che cosa aspettarsi). 12,23;13,7.16; 18,2;
Disprezza il prossimo, 11,12; 14,21





 

[Edited by Caterina63 9/19/2014 11:57 AM]
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9/20/2014 4:39 PM
 
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LO RIPETIAMO PER TUTTI   Non è possibile che il Sinodo possa ignorare questa AFFERMAZIONE DOTTRINALE, PONTIFICIA E MAGISTERIALE della Chiesa..... se ciò accadesse, sarebbe lo scisma... chi seguirà il cardinale Kasper farà lo scisma... 

ECCO L'INSEGNAMENTO UFFICIALE DELLA CHIESA:

"Una questione particolarmente dolorosa, come sappiamo, è quella dei divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando del più grande affetto gli uomini e le donne che, per ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si possono dunque ammettere le iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un pensiero rispettoso della verità e della carità..."

(Benedetto XVI alla Conferenza Episcopale Francese)



 























«Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente».

Da alcune «Lettere e conferenze spirituali» di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizzatore dei poveri: «Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18).

Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli. Egli stesso volle nascere povero, ricevere nella sua compagnia i poveri, servire i poveri, mettersi al posto dei poveri, fino a dire che il bene o il male che noi faremo ai poveri lo terrà come fatto alla sua persona divina. Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri. […]

Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell’ora dell’orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l’intenzione dell’orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l’orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra. Se lasciate l’orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. È una grande signora: bisogna fare ciò che comanda.

Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcun timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni.







[Edited by Caterina63 9/26/2014 9:41 AM]
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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/26/2014 12:03 PM
 
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   l'azione energica di Benedetto XVI in un articolo di un anno e più.... del 27/02/2013


BXVI: la zampata dell'orso
 
Decine e decine di vescovi rimossi durante il suo regno. Credo che questo sia il riconoscimento più sobrio e giusto da dare a papa Ratzinger, alla vigilia del suo “nascondimento” al mondo, e all’ingresso a una vita marcata dalla preghiera: che di unghie e di denti ne ha saputo mostrare come forse nessuno dei suoi predecessori, per pulire la Chiesa.

Quando Benedetto XVI fu eletto, nel Conclave del 2005, scelse di mettere nel suo stemma l’orso di San Corbiniano.
Narrano che l’orso divorò il mulo del santo, che gli impose di prendere su di sé il fardello del mulo, e di seguirlo. Benedetto XVI ha preso su di sé il fardello della Chiesa di Giovanni Paolo II (e dei predecessori). “Un orso dal sorriso di velluto, un po’ timido; ma che saprà ricordarsi, se ce n’è bisogno, che gli orsi hanno anche unghie e denti”, scrivevo.

E credo che questo sia il riconoscimento più sobrio e giusto da dare a papa Ratzinger, alla vigilia del suo “nascondimento” al mondo, e all’ingresso a una vita marcata dalla preghiera: che di unghie e di denti ne ha saputo mostrare come forse nessuno dei suoi predecessori, per pulire la Chiesa. L’ultimo episodio è di qualche giorno fa: ha convinto un arcivescovo e cardinale a ritirarsi dal suo ruolo, e a non venire in Conclave, per ragioni di morale.
Secondo il mio conto, il caso di Keith O’Brien sarebbe quasi l’ottantesimo del genere durante il regno di Benedetto.
Ma la cifra potrebbe essere più alta, nell’opinione del nunzio in Kyrgisistan e Tajikistan, mons, Miguel Maury Buendia. “Ha compiuto una pulizia dell’episcopato – ha dichiarato a EWTN News -.
Ha rimosso due o tre vescovi al mese in tutto il mondo perché la loro diocesi era un pasticcio, o la loro disciplina un disastro.
I nunzi del posto andavano dal vescovo e gli dicevano: ‘Il Santo Padre le chiede per il bene della Chiesa di dare le dimissioni.
Quasi tutti i vescovi, quando il nunzio arrivava, riconoscevano il disastro e accettavano di rinunciare.
Ci sono stati due o tre casi in cui hanno detto no, e così il Papa semplicemente li ha rimossi.
E questo è un messaggio anche ai vescovi: fate lo stesso nella vostra diocesi”.

E qualche zampata – forse troppo poche, secondo qualcuno – è arrivata anche in Curia, come testimonia il caso Viganò, attuale nunzio negli Stati Uniti, che Benedetto XVI non ha voluto fare cardinale. Non a caso Benedetto XVI ha speso quasi ogni giorno ore e ore studiando le “ponenze”, cioè i dossier che da tutto il mondo giungono per la creazione dei nuovi vescovi, per essere sicuro di mettere la persona giusta a capo delle diocesi. E spesso ne ha rimandate indietro, chiedendo altri candidati.
Insomma, ha fatto tutto quello che poteva per lasciare al successore una Chiesa più forte e più pulita di quella che aveva ricevuto. Un’opera che è la prima eredità di chi raccoglierà il suo fardello da Papa. 









 


[Edited by Caterina63 9/29/2014 12:09 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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 ANTIDOTI  di Rino Cammilleri - imperdibili




1989

Posted: September 9th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Nel 1989 la Francia festeggiò il bicentenario della Rivoluzione Francese, e fu un fiorire di kitsch (tipo i boxer con stampata la testa di Luigi XVI). Un sondaggio rivelò che, nella mente degli intervistati, il simbolo della Rivoluzione era la ghigliottina, così come per il cristianesimo il simbolo è la croce (solo che sulla croce cristiana ci morì solo il Fondatore).
Mi ha ricordato Messori che tre anni prima il presidente Mitterrand aveva creato un Comitato per le celebrazioni presieduto da Michel Barain. Ma questo era perito in un incidente aereo pochi giorni dopo. Lo sostituì Edgar Faure, che morì subito pure lui. Toccò a Jean-Noël Jeanneney, che però tentò il suicidio per motivi suoi e non poté ottemperare. Ero già convinto, di mio, che la Révolution portasse sfiga, ma per motivi teorici. Vedo che ci sono anche quelli pratici…






RONALDO

Posted: August 26th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Dolores Aveiro, portoghese, aveva già tre figli e il marito disoccupato. Decise di abortire il quarto figlio ma il medico, obiettore, si rifiutò. Provò con un sistema casalingo ma questo fallì. Così, nel 1985 nacque Cristiano Ronaldo, il calciatore che non ha bisogno di presentazioni (fonte: Aleteia.org del 22 luglio 2014).


SILVA

Posted: September 1st, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Pure il capitano della nazionale brasiliana, Thiago Silva, è scampato all’aborto. La madre, che viveva in una favela, fu dissuasa da suo padre (nonno del calciatore), il quale le disse chiaro e tondo che l’aborto è peccato.








ANTICRISTO

Posted: August 30th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Vi segnalo la pubblicazione di un libro scritto da uno che di mestiere fa il musicista a Madeira ma ha la passione per l’apologetica cattolica: Agostino Nobile, “Anticristo superstar” (ed. Segno), pp. 120, €. 10,00.






VIGGO

Posted: August 24th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Marco respinti, su La Nuova Bussola Quotidiana (22 luglio 2014), ha rivelato le origini cattoliche del San Lorenzo de Almagro, la squadra di calcio argentina (fondata da un salesiano) per cui faceva (e forse fa) il tifo il papa. La squadra ha una sua cappella, la cui costruzione è stata finanziata nientemeno che da Viggo Mortensen, l’attore che interpretò Aragorn nella trilogia del Signore degli Anelli. Non è cattolico ma ha trascorso l’infanzia a Buenos Aires ed è rimasto fan della squadra.







BESTSELLERS

Posted: August 20th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Scrive lo storico Aldo A. Mola («Il Giornale del Piemonte» del 27 luglio 2014) che Antonio Fogazzaro, condannato per modernismo, fece professione di fedeltà cattolica e si giocò il Premio Nobel per la letteratura, che invece andò al massone Giosuè Carducci. «Ma il Maestro e Vate d’Italia stentò sempre a vendere più di 1000-2000 copie delle sue raccolte poetiche. Lo stesso D’Annunzio di rado superò le 5000 copie. I libri di edificazione promossi dalla chiesa di Pio X circolavano invece in centinaia di migliaia di copie».







PARRONDO

Posted: August 16th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Ho letto su Aleteia.org dell’1 luglio 2014 la seguente, confortante, notizia: lo spagnolo Miguel Parrondo, entrato in coma dopo un incidente automobilistico avvenuto nel 1987, si è risvegliato nel 2002 grazie alla costanza e alla fede dei suoi familiari. Il padre, dermatologo nello stesso centro in cui era stato ricoverato a La Coruña, rifiutò il consiglio dei colleghi di staccargli la spina dopo sei mesi di cure apparentemente inutili. Disse loro che solo Dio può togliere la vita. Miguel, che al tempo dell’incidente aveva trentadue anni, si è svegliato dopo quindici. Poiché lavorava in banca e non era ufficialmente morto, al risveglio ha trovato pure gli arretrati della pensione. Mai dire mai.




ISLAMISMO

Posted: August 14th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Intervistato telefonicamente da Federico Cenci per l’agenzia Zenit.org il 14 agosto 2014, mons. Philip Najim, procuratore della Chiesa caldea presso la Santa Sede, ha detto tra l’altro: «In questi giorni, qui in Egitto, mi sono incontrato con il Gran Imam dell’Università di Al-Azhar, al quale ho detto espressamente: “Eccellenza, se l’Isis non è Islam, se al-Qaeda non è Islam, se i Fratelli Musulmani non è Islam, il mondo vuole vedere i capi dell’Islam non solo condannare, ma proibire l’adesione a questi gruppi”». Temiamo che il mondo starà fresco… Neanche quelli di Stalin, Mao, Pol Pot, HoChiMinh, Castro e compagnia brutta erano «vero comunismo».




SILLABO

Posted: August 11th, 2014 | Author:  | Filed under: Libri | Tags:  |

Informo gli interessati che è in vendita il mio “Il Sillabo. Un grido profetico”, collana Quaderni del Timone (info@iltimone.org), pp. 64, €. 6,00.



INDULTO

Posted: August 4th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Nel 1971 una sessantina di intellettuali inglesi di spicco, tra cui Agatha Christie, rivolsero un appello a Paolo VI a favore dell’antica messa in latino. Il papa concesse (all’Inghilterra) e questo indulto prese il nome dalla celebre giallista. Un libro di Gianfranco Amato rievoca la vicenda: “L’indulto di Agatha Christie” (Fede & Cultura), con prefazione di mons. Luigi Negri. Dello stesso editore vi segnalo il romanzo di Marcel Hila, “Dio scende all’inferno. Sofferenza e salvezza nelle carceri dell’Albania comunista”.





GIAPPONE

Posted: July 31st, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Nel giugno 2014 finalmente il Giappone si è dotato di una legge contro il possesso di materiale pedopornografico. Infatti, dal 2000, i casi di pedopornografia scoperti nel Sol Levante sono aumentati di dieci volte. Ma le associazioni per la tutela dei minori puntano il dito anche contro i «manga», fumetti di contenuto a volte particolarmente esplicito e i cui personaggi hanno facce di bambini. Niente, l’editoria del settore ha imposto la «libertà d’espressione» e il governo ha dovuto fare un’eccezione. Strano Paese, nel quale esistono locali per soli uomini in cui le cameriere devono vestire la divisa delle scolarette. Aridatece le geishe.




CASAFAMIGLIA

Posted: July 29th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Cari amici, a Viareggio c’è una parrocchia che espone la rivista «Il Timone» (dove tengo una rubrica da anni) in apposita bacheca. Quando sono al mare ci vado a messa. Il parroco è giovane, don Luigi Pellegrini, una ne fa e cento ne pensa. Ora ha realizzato una casa in cui ospita i ritardati mentali, quelli che non hanno più nessuno che se ne occupi. Come sapete, il problema che assilla queste famiglie è: che ne sarà di nostro figlio quando noi non ci saremo più? Ora, don Luigi non riceve finanziamenti di sorta: ha messo una cassetta esterna dove chi vuole può fare offerte. Insomma, la casa campa di Provvidenza. Sarebbe il caso di fargli avere un po’ di quel che vi avanza. I siti: www.parrocchiasantarita.it e www.amicinsiemeviareggio.it – Per offerte a tale casa famiglia: Banco Popolare (iban: IT57 E 05034 24873 000000000347) o BCC Versilia (IT62 P087 2624 8000 0000 0106 418). Per il 5xmille, alla Fondazione Papa Giovanni Paolo II Onlus, c.f. 91037690467. Dio aggiornerà la vostra scheda nel Suo archivio.




GIUSTIZIA

Posted: July 27th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Leggo sul «Giornale» del 19 giugno 2014: tre anni fa uno al volante investe un bambino di otto anni a Cassano d’Adda (Lodi). L’investitore risulta positivo alla coca e all’alcol e ha pure precedenti per guida in stato di ebbrezza. Tra patteggiamenti e varie, si fa in tutto sei anni per lesioni colpose. L’investito, invece, resterà in carrozzina per tutta la vita. A Milano, tre marocchini, spacciatori, sfrecciano a centosettanta per la città inseguiti dai carabinieri: si schiantano contro un’auto ignara, uccidendo un giovane architetto. Loro restano illesi. Omicidio (solo) colposo, dice la legge. Vedremo quanto gli daranno. Vallanzasca, quattro-ergastoli-quattro, gira per supermercati. Boh. Ma perché continuano a chiamarlo Codice Penale anziché Codice di Reinserimento Sociale?




BERLUSCONI

Posted: July 23rd, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Certo, sarà solo una coincidenza, ma è singolare che non appena Berlusconi ha “aperto” ai gay i suoi eterni guai giudiziari sono d’incanto finiti…




SVEZIA

Posted: July 3rd, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

L’ostetrica svedese Ellinor Grimmark è stata licenziata per obiezione di coscienza. Sarà riassunta solo se si sottoporrà a un ciclo di “counseling” psicologico affinché si convinca ad accettare l’aborto come “diritto”. Il Comitato Europeo per i Diritti Sociali del Consiglio d’Europa (fonte: Zenit.org del 5 giugno 2014) ha però denunciato la Svezia, in quanto Stato aderente alla Carta Sociale Europea. La Svezia ha risposto con una serie di Osservazioni, in cui al punto 93 si affermava «che la vitalità del feto non può essere determinata fino alla nascita e che, anche laddove un aborto tardivo permettesse la respirazione e i movimenti riflessivi, il bambino non-nato ancora non poteva essere considerato vitale». Ma non era, la Svezia, la patria di ogni diritto & libertà? Qualcuno dovrà avvisare gli svedesi, già alti e biondi, che se continuano così diventeranno tutti bassi e neri. Data la loro propensione all’estinzione e i loro flussi migratori.



BADANTI

Posted: June 15th, 2014 | Author:  | Filed under: Antidoti | Tags:  |

Una ricerca resa nota l’11 giugno 2014 dall’Università Cattolica ha evidenziato che in Italia sono presenti un milione e mezzo di badanti. Record mondiale. Infatti, fa il paio con quello, sempre nostro, dell’invecchiamento per denatalità. Prestazioni domiciliari? Seeh, non siamo mica in Francia o in Germania: nessun Paese europeo si attesta sotto l’8% di servizi agli ultrasessantacinquenni. Noi, invece, siamo sotto al 2%. Record negativo anche per i posti letto negli ospizi (dove, invece, i Nas ogni tanto devono piazzare telecamere nascoste): 3,5%, mentre non esiste Paese europeo al di sotto del 7%. Era il Paese dei Santi e dei Navigatori, dei Poeti e degli Artisti. Ora è il Paese dei Vecchi e delle Badanti, dei Disoccupati e dei Suicidi per tasse. Però, non disperiamo. A compenso abbiamo un premier ragazzo e con un sacco di capelli. Quello prima era giovane pure lui, ma pelato. Se continua così, il prossimo sarà un liceale e quello dopo lascerà l’asilo per assumere l’alto incarico. L’immagine internazionale è quel che conta.














[Edited by Caterina63 10/9/2014 11:39 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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10/10/2014 12:07 PM
 
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Etsi Minime Benedetto XIV sulla Dottrina Cristiana




Paolo VI sull'Amore coniugale, dice: " L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "Amore", che è il Padre " da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome ". 
Il matrimonio non è quindi effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali: è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. 
Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite. Per i battezzati, poi, il matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della grazia, in quanto rappresenta l’unione di Cristo e della Chiesa" (Humanae Vitae n.8).
















 


... che poi, diciamocelo onestamente - papalepapale: a cosa serve oggi canonizzare o beatificare un Papa se poi si gettano nel cestino i loro insegnamenti come, ad esempio, la Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II o come i mille moniti lanciati da Paolo VI contro chi voleva usare il Concilio per adattarsi alla mentalità del mondo?  
Sfogliamo la enciclicam del neo Beato - domani - Paolo VI la Ecclesiam Suam e scopriamo questo monito che sembra davvero quello più calpestato dalla frangia progressista del Sinodo di oggi, leggiamo e meditiamo. 

















[Edited by Caterina63 10/18/2014 10:43 AM]
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[SM=g1740733] Paolo VI Discorso dimenticato AMATE IL PAPA


"Siamo nella Chiesa, apparteniamo alla Chiesa; siamo battezzati, siamo Figli di Cristo, abbiamo la stessa fede, bene: chi appartiene a questa società che si chiama, oggi, il popolo di Dio, che si chiama la comunità cristiana, ebbene deve sapere che questa Comunità è organizzata e non può vivere senza l'innervazione di una organizzazione precisa e potente che si chiama la Gerarchia.
Figlioli miei è la Gerarchia che vi sta parlando, e il Vicario di Cristo che oggi è davanti a voi vi dice questo: che non siamo fatti tanto per comandare quanto per servire.
Posso domandarvi, Figlioli carissimi, questa grazia che voi certamente non mi rifiutate: amate il Papa.
Amate il Papa perchè senza alcun suo merito e senza certamente alcuna sua ricerca gli è capitata questa strana, singolare vocazione di rappresentare Nostro Signore.
Non guardate a Noi, guardate al Signore di cui rappresentiamo..
Siamo al vostro servizio fratelli!"

SOSTA DI PAOLO VI
AD ANAGNI «CITTÀ PAPALE»

Giovedì, 1° settembre 1966

Il Santo Padre, sostando ad Anagni, insiste sul concetto fondamentale di questa visita e non dimenticabile giornata: la continuità della Chiesa, nella sua storia, nei suoi insegnamenti, della sua missione quaggiù.

Paolo VI si è soffermato sull’ininterrotto collegamento degli avvenimenti della Chiesa, che sembrano vincere le distanze del tempo, e sulla necessità che i cristiani si facciano sempre guidare dalla sapienza e dall’amore della Chiesa madre. Sono stato a venerare la memoria del grande e santo Pontefice Celestino - ha soggiunto il Santo Padre - ma non si può rievocare la memoria di questi senza ricordare anche quella del suo successore Papa Bonifacio che fu tanto diverso da lui, formidabile nella sua azione per la Chiesa e che ha dato con la sua presenza e la sua opera celebrità immortale a questa città.

Noi non stiamo qui - ha proseguito il Santo Padre - per avanzare rivendicazioni o tessere panegirici, né commemorazioni, ma unicamente per cogliere l’aspetto più caratteristico dell’opera di questo Pontefice. Nessuno ebbe, forse, più di lui tanti nemici, nessuno, come lui, fu tanto bersagliato, calunniato e perfino oltraggiato. Perché? - si è chiesto Paolo VI -.
Perché al di là di certi atteggiamenti della sua personalità, della sua politica, del suo carattere, egli è stato il Papa che più degli altri ha affermato l’Autorità del Romano Pontefice, la continuità che ad esso deriva dall’aver ereditato il potere che Cristo aveva dato a Pietro e in Pietro a tutti i successori. Egli svolse il suo mandato apostolico con forme di autentica luce. Bonifacio VIII - ha osservato il Sommo Pontefice - ha fatto quello che oggi si vorrebbe fare senza forse riuscirci: quello che oggi si chiama «la scala dei valori».
Perché Bonifacio VIII ha avuto l’intrepida forza di affermare la formula della più piena e solenne autorità pontificia, il concetto - che fu, poi, dagli altri Papi meglio definito - dell’esistenza dei due poteri, uno spirituale, l’altro temporale, entrambi sovrani nel loro ordine, salvo che nella loro applicazione nella vita umana: i valori dello spirito devono condizionare gli altri valori umani.

La lezione di questo Papa è il senso dell’appartenenza alla Chiesa, la comprensione degli obblighi di lealtà alla gerarchia per ogni cattolico, dal momento che appartiene a una società organizzata.
La gerarchia, ha detto ancora il Santo Padre, è la causa efficiente, il principio di vita della Chiesa. Dio - ha proseguito - non ci ha lasciato camminare come pecore senza guida, ma ha incaricato qualcuno di organizzare il suo Corpo Mistico. Perciò alla gerarchia dobbiamo obbedienza, una obbedienza, capita, professata, meditata, non come schiavi o vinti, ma come figli che la reclamano, l’amano, la servono. Posso domandarvi - ha esclamato, a questo punto, il Papa, suscitando come risposta un fervido e prolungatissimo applauso - la grazia che voi non vi rifiutate di amare il Papa? «Amate il Papa», al quale senza suo merito o ricerca è affidata la singolare missione di rappresentare il Signore davanti alla Chiesa universale e che non ha altra aspirazione se non quella di salvare, di farvi felici, perché la sua autorità è un servizio: il servizio del Servo dei servi di Dio.

Accennando agli avvenimenti storici vissuti dalla Cattedrale di Anagni da dove partirono le più gravi scomuniche contro re e imperatori e dove ebbe inizio lo scisma d’Occidente, l’Augusto Pontefice esprime l’augurio di pace, di fraternità, di amore; ed il voto che da questo stesso luogo parta il fraterno invito a quanti sono ancora divisi dalla Chiesa perché sia ritrovata e raggiunta l’unità e si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Perché questo avvenga - ha concluso il Papa - voi dovete essere come lampade luminose nel cielo della Chiesa, esempio di carità e di rinnovamento spirituale come vuole il Concilio.

www.cooperatoresveritatis.gomilio.com/it/paolo-vi-discorso-dimenticato-amate...





[SM=g1740717]


[SM=g1740738]
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Omelia di Benedetto XVI sulla recita del Rosario (Visita Pastorale al Pontificio Santuario di Pompei, 19 ottobre 2008):

Il Rosario è preghiera contemplativa accessibile a tutti: grandi e piccoli, laici e chierici, colti e poco istruiti. E’ vincolo spirituale con Maria per rimanere uniti a Gesù, per conformarsi a Lui, assimilarne i sentimenti e comportarsi come Lui si è comportato. Il Rosario è “arma” spirituale nella lotta contro il male, contro ogni violenza, per la pace nei cuori, nelle famiglie, nella società e nel mondo. […] Lasciamo…che sia Maria, la nostra Madre e Maestra, a guidarci nella riflessione sulla Parola di Dio. […]

Sin dai suoi inizi, la comunità cristiana ha visto nella personificazione di Israele e di Gerusalemme in una figura femminile un significativo e profetico accostamento con la Vergine Maria, la quale viene riconosciuta proprio quale “figlia di Sion” e archetipo del popolo che “ha trovato grazia” agli occhi del Signore. E’ una interpretazione che ritroviamo nel racconto evangelico delle nozze di Cana (Gv 2,1-11). L’evangelista Giovanni mette in luce simbolicamente che Gesù è lo sposo d’Israele, del nuovo Israele che siamo noi tutti nella fede, lo sposo venuto a portare la grazia della nuova Alleanza, rappresentata dal “vino buono”. Al tempo stesso, il Vangelo dà risalto anche al ruolo di Maria, che viene detta all’inizio “la madre di Gesù”, ma che poi il Figlio stesso chiama “donna” – e questo ha un significato molto profondo: implica infatti che Gesù, a nostra meraviglia, antepone alla parentela il legame spirituale, secondo il quale Maria impersona appunto la sposa amata del Signore, cioè il popolo che lui si è scelto per irradiare la sua benedizione su tutta la famiglia umana. Il simbolo del vino, unito a quello del banchetto, ripropone il tema della gioia e della festa. Inoltre il vino, come le altre immagini bibliche della vigna e della vite, allude metaforicamente all’amore: Dio è il vignaiolo, Israele è la vigna, una vigna che troverà la sua realizzazione perfetta in Cristo, del quale noi siamo i tralci; e il vino è il frutto, cioè l’amore, perché proprio l’amore è ciò che Dio si attende dai suoi figli. 









Pio XII, Lettera Enciclica “Ingruentium Malorum”: la Recita del Rosario Mariano

Noi desideriamo che in seno alla famiglia sia dappertutto diffusa la consuetudine del santo rosario... Invano, infatti, si cerca di portare rimedio alle sorti vacillanti della vita civile, se la società domestica, principio e fondamento dell'umano consorzio non sarà diligentemente ricondotta alle norme dell'evangelo. A svolgere un compito così arduo, Noi affermiamo che la recita del santo rosario in famiglia è mezzo quanto mai efficace. Quale spettacolo soave e a Dio sommamente gradito, quando, sul far della sera, la casa cristiana risuona al frequente ripetersi delle lodi in onore dell'augusta Regina del Cielo! Allora il rosario recitato in comune aduna davanti all'immagine della Vergine, con una mirabile unione di cuori, i genitori e i figli, che ritornano dal lavoro del giorno; li congiunge piamente con gli assenti, coi trapassati; tutti infine li stringe, più strettamente, con un dolcissimo vincolo di amore, alla Vergine santissima, che, come madre amorosissima, verrà in mezzo allo stuolo dei suoi figli, facendo discendere su di essi con abbondanza i doni della concordia e della pace familiare.

Allora la casa della famiglia cristiana, fatta simile a quella di Nazaret, diventerà una terrestre dimora di santità e quasi un tempio, dove il rosario mariano non solo sarà la preghiera particolare che ogni giorno sale al cielo in odore di soavità, ma costituirà altresì una scuola efficacissima di virtuosa vita cristiana. I grandi misteri della redenzione, infatti, proposti alla loro contemplazione, col mettere sotto i loro occhi i fulgidi esempi di Gesù e Maria, insegneranno ai grandi a imitarli ogni giorno, a ricavare da essi conforto nelle avversità, e, dagli stessi, verranno richiamati a umilmente volgersi verso quei celesti tesori «dove non giunge ladro, né tignola consuma» (Lc 12, 33); porteranno, inoltre, a conoscenza dei piccoli le principali verità della fede, facendo quasi spontaneamente sbocciare nelle loro anime innocenti la carità verso l'amorevolissimo Redentore, mentre essi, dietro il buon esempio dei loro genitori genuflessi davanti alla maestà di Dio, fin dai teneri anni impareranno quanto sia grande il valore della preghiera recitata in comune.





Riflessione sulla preghiera del Rosario, dalla Lettera Enciclica “Christi Matri” di Paolo VI

Durante il mese di ottobre, il popolo cristiano è solito intrecciare come mistiche corone alla Madre di Cristo mediante la preghiera del Rosario. E Noi che, sull'esempio dei Nostri Predecessori, vivamente approviamo questa usanza, chiamiamo…tutti i figli della Chiesa a tributare alla Beatissima Vergine particolari attestazioni di pietà. […] Sono [infatti….] motivo di turbamento le notizie di ciò che avviene in altre regioni dei mondo, come la crescente corsa agli armamenti nucleari, i nazionalismi,…i movimenti rivoluzionari,… i criminosi attentati, l'eccidio di persone innocenti… Tutte queste cose possono fornire l'esca di un immane flagello. E poiché nei momenti di dubbio e di trepidazione la Chiesa ricorre all'intercessione validissima di Colei che le è Madre, a Maria Noi rivolgiamo il pensiero...; essa, infatti, come dice sant'Ireneo, «è divenuta causa di salvezza per tutto il genere umano». Nulla Ci sembra di maggiore opportunità e importanza, quanto l'innalzarsi al Cielo delle suppliche di tutta la cristianità verso la Madre di Dio, invocata come la «Regina della pace». […]

Ma poiché, se crescono i pericoli, occorre che aumenti la pietà del popolo di Dio, desideriamo, Venerabili Fratelli, che, col vostro esempio, con la vostra esortazione, col vostro impulso, la Madre clementissima del Signore sia più instantemente invocata durante il mese di ottobre con la pia pratica del Rosario. […] Tale fruttuosa preghiera non soltanto ha una grandissima efficacia nello stornare i mali e nel tener lontane le calamità….[ma] anche alimenta doviziosamente la vita cristiana. […]

Pertanto nel mese di ottobre, dedicato alla Beata Vergine del Rosario, aumentino le preghiere, si moltiplichino le implorazioni, affinché per sua intercessione brilli finalmente sugli uomini l'aurora della vera pace, anche nei confronti della religione, che purtroppo in questa epoca non tutti possono professare liberamente.





Dalle «Opere» di santa Teresa di Gesù, dott. della Chiesa
«Ricordiamoci sempre dell'amore di Cristo»


Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacratissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi.


Ne ho fatto molte volte l'esperienza, e me l'ha detto il Signore stesso. Ho visto nettamente che dobbiamo passare per questa porta, se desideriamo che la somma Maestà ci mostri i suoi grandi segreti. Non bisogna cercare altra strada, anche se si è raggiunto il vertice della contemplazione, perché per questa via si è sicuri. E' da lui, Signore nostro, che ci vengono tutti i beni. Egli ci istruirà.

Meditando la sua vita, non si troverà modello più perfetto. Che cosa possiamo desiderare di più, quando abbiamo al fianco un così buon amico che non ci abbandona mai nelle tribolazioni e nelle sventure, come fanno gli amici del mondo? […]

Ogni volta poi, che pensiamo a Cristo, ricordiamoci dell'amore che lo ha spinto a concederci tante grazie e dell'accesa carità che Dio ci ha mostrato dandoci in lui un pegno della tenerezza con cui ci segue: amore infatti domanda amore. Perciò sforziamoci di considerare questa verità e di eccitarci ad amare.

(Opusc. «Il libro della vita», cap. 22, 6-7, 14)




«Lo sviluppo del dogma»
Dal «Primo Commonitorio» di san Vincenzo di Lerino, sacerdote (V sec.)
(Cap. 23; PL 50, 667-668)

Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un'altra.

E' necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l'andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l'età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona. […]

Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l'età. E' necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato. […]

E' anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.
Poiché dunque c'è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l'andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.



«La preghiera del Rosario». 
Leone XIII, Lettera Enciclica “Supremi Apostolatus”, 1883

Fu in ogni tempo…costume del popolo cattolico ricorrere nei trepidi e dubbiosi eventi a Maria e rifugiarsi nella sua materna bontà. Ciò dimostra la fermissima speranza, anzi la piena fiducia, che la Chiesa cattolica ha sempre a buon diritto riposto nella Madre di Dio. Infatti la Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore. E poiché la gioia per Lei più gradita è quella di aiutare e consolare ogni singolo fedele che invochi il suo soccorso, non vi può essere dubbio che Ella voglia molto più volentieri accogliere, anzi esulti nel soddisfare i voti di tutta la Chiesa. […]

Il bisogno…del divino aiuto non è certamente minore oggi di quando il glorioso San Domenico introdusse la pratica del Rosario Mariano per guarire le piaghe della società. Egli, illuminato dall’alto, vide chiaramente che contro i mali del suo tempo non esisteva rimedio più efficace che ricondurre gli uomini a Cristo, che è "via, verità e vita", mediante la frequente meditazione della Redenzione… Per questo motivo egli compose la formula del sacro Rosario in modo che fossero successivamente ricordati i misteri della nostra salvezza, e a questo dovere della meditazione s’intrecciasse un mistico serto di salutazioni angeliche, intercalate dalla preghiera a Dio, Padre del Nostro Signore Gesù Cristo. Noi dunque…non dubitiamo che la stessa preghiera…tornerà efficacissima nell’alleviare anche le calamità dei nostri tempi.

Per la qual cosa non solo esortiamo caldamente tutti i fedeli affinché, o in pubblico o in privato, ciascuno nella propria casa e famiglia, si studino di praticare la devozione del Rosario, senza mai tralasciarne l’uso, ma vogliamo altresì che l’intero mese d’ottobre del corrente anno sia dedicato e consacrato alla celeste Regina del Rosario.



7 ottobre, memoria liturgica della B. Maria Vergine del Rosario

Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica "Rosarium Virginis Mariae"

Recitare il Rosario…non è altro che contemplare con Maria il volto di Cristo. […] Il Rosario, proprio a partire dall'esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa. Privato di questa dimensione, ne uscirebbe snaturato, come sottolineava Paolo VI: « Senza contemplazione, il Rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all'ammonimento di Gesù: 'Quando pregate, non siate ciarlieri come i pagani, che credono di essere esauditi in ragione della loro loquacità' (Mt 6, 7). Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano nell'orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il Cuore di Colei che al Signore fu più vicina ». […]

Cristo è il Maestro per eccellenza, il rivelatore e la rivelazione. Non si tratta solo di imparare le cose che Egli ha insegnato, ma di 'imparare Lui'. Ma quale maestra, in questo, più esperta di Maria? Se sul versante divino è lo Spirito il Maestro interiore che ci porta alla piena verità di Cristo (cfr Gv 14, 26; 15, 26; 16, 13), tra gli esseri umani, nessuno meglio di Lei conosce Cristo, nessuno come la Madre può introdurci a una conoscenza profonda del suo mistero. […]

Il primo dei 'segni' compiuto da Gesù – la trasformazione dell'acqua in vino alle nozze di Cana – ci mostra Maria appunto nella veste di maestra, mentre esorta i servi a eseguire le disposizioni di Cristo (cfr Gv 2, 5). E possiamo immaginare che tale funzione Ella abbia svolto per i discepoli dopo l'Ascensione di Gesù, quando rimase con loro ad attendere lo Spirito Santo e li confortò nella prima missione. Il passare con Maria attraverso le scene del Rosario è come mettersi alla 'scuola' di Maria per leggere Cristo, per penetrarne i segreti, per capirne il messaggio. […]

Ella ci invita, come nella sua Annunciazione, a porre con umiltà gli interrogativi che aprono alla luce, per concludere sempre con l'obbedienza della fede: « Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1, 38). […]

Se Gesù, unico Mediatore, è la Via della nostra preghiera, Maria, pura trasparenza di Lui, mostra la Via, ed « è a partire da questa singolare cooperazione di Maria all'azione dello Spirito Santo, che le Chiese hanno sviluppato la preghiera alla santa Madre di Dio, incentrandola sulla persona di Cristo manifestata nei suoi misteri ».



Dalla «Lettera a tutti i fedeli» di san Francesco d’Assisi: «Dobbiamo essere semplici, umili e puri»

Il Padre altissimo fece annunziare dal suo arcangelo Gabriele alla santa e gloriosa Vergine Maria che il Verbo del Padre, così degno, così santo e così glorioso, sarebbe disceso dal cielo, e dal suo seno avrebbe ricevuto la vera carne della nostra umanità e fragilità. Egli, essendo oltremodo ricco, volle tuttavia scegliere, per sé e per la sua santissima Madre, la povertà.

Gli uomini perdono tutto quello che lasciano in questo mondo. Portano con sé solo la mercede della carità e delle elemosine che hanno fatto. È il Signore che dà loro il premio e la ricompensa.

Non dobbiamo essere sapienti e prudenti secondo la carne, ma piuttosto semplici, umili e 
casti. Non dobbiamo mai desiderare di essere al di sopra degli altri, ma piuttosto servi e sottomessi a ogni umana creatura per amore del Signore. E su tutti coloro che avranno fatte tali cose e perseverato fino alla fine, riposerà lo Spirito del Signore. Egli porrà in essi la sua dimora ed abitazione. Saranno figli del Padre celeste perché ne compiono le opere. Saranno considerati come fossero per il Signore o sposa o fratello o madre.



2 ottobre, memoria dei SS. Angeli Custodi

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate: «Ti custodiscano in tutti i tuoi passi»

«Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90, 11). […] O Signore, che cos'è l'uomo, per curarti di lui o perché ti dai pensiero per lui? Ti dai pensiero di lui, di lui sei sollecito, di lui hai cura. Infine gli mandi il tuo Unigenito, fai scendere in lui il tuo Spirito, gli prometti anche la visione del tuo volto. E per dimostrare che il cielo non trascura nulla che ci possa giovare, ci metti a fianco quegli spiriti celesti, perché ci proteggano, e ci istruiscano e ci guidino.

Anche se gli angeli sono semplici esecutori di comandi divini, si deve essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene. […] Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e preposti a noi dal Padre. Ora, infatti, siamo figli di Dio. Lo siamo, anche se questo attualmente non lo comprendiamo chiaramente, perché siamo ancora bambini sotto amministratori e tutori e, conseguentemente, non differiamo per nulla dai servi. Del resto, anche se siamo ancora bambini e ci resta un cammino tanto lungo e anche tanto pericoloso, che cosa dobbiamo temere sotto protettori così grandi? Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti. Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del Dio del cielo.




Dall’«Autobiografia» di santa Teresa di Gesù Bambino, vergine: «Nel cuore della Chiesa io sarò l’amore»

Siccome le mie immense aspirazioni erano per me un martirio, mi rivolsi alle lettere di san Paolo, per trovarvi finalmente una risposta. […] Trovai così una frase che mi diede sollievo: «Aspirate ai carismi più grandi. E io vi mostrerò una via migliore di tutte» (1 Cor 12, 31). L’Apostolo infatti dichiara che anche i carismi migliori sono un nulla senza la carità, e che questa medesima carità è la via più perfetta che conduce con sicurezza a Dio. Avevo trovato finalmente la pace.

Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ritrovavo in nessuna delle membra che san Paolo aveva descritto, o meglio, volevo vedermi in tutte. La carità mi offrì il cardine della mia vocazione. Compresi che la Chiesa ha un corpo composto di varie membra, ma che in questo corpo non può mancare il membro necessario e più nobile. Compresi che la Chiesa ha un cuore, un cuore bruciato dall’amore. Capii che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore, gli apostoli non avrebbero più annunziato il Vangelo, i martiri non avrebbero più versato il loro sangue. Compresi e conobbi che l’amore abbraccia in sé tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che si estende a tutti i tempi e a tutti i luoghi, in una parola, che l’amore è eterno.

Allora con somma gioia ed estasi dell’animo gridai: O Gesù, mio amore, ho trovato finalmente la mia vocazione. La mia vocazione è l’amore. Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto me lo hai dato tu, o mio Dio. Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore ed in tal modo sarò tutto e il mio desiderio si tradurrà in realtà.



Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa: «L'appellativo “angelo” designa l'ufficio, non la natura»

E' da sapere che il termine «angelo» denota l'ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. […]

Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.

Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall'azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L'antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all'Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all'estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l'arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).

A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell'umiltà per debellare le potenze maligne dell'aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.

Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.



Dal «Discorso sui pastori» di sant'Agostino, vescovo: Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna (Disc. 46, 14-15; CCL 41, 541-542)

«E non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite» (Ez 34, 4). Da questo momento ci troviamo come tra le mani di ladri e le zanne di lupi furiosi e per questi pericoli vi domandiamo preghiere. Per di più anche le pecore non sono docili. Se noi andiamo in cerca di loro quando si smarriscono, dicono, per loro errore e per loro rovina, che non ci appartengono. Perché ci desiderate, esse dicono, perché venite in cerca di noi? [...] Rispondo: Perché sei nell`errore, voglio richiamarti; perché ti sei smarrito, voglio ritrovarti. Replicano: Voglio smarrirmi così, voglio perdermi così.

Così vuoi smarrirti, così vuoi perderti? Ma io con tanta maggior forza non voglio questo. Te lo dico chiaramente: Voglio essere importuno. Poiché mi risuonano alla mente le parole dell'Apostolo che dice: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna» (2 Tm 4, 2). Per chi a tempo opportuno e per chi a tempo non opportuno? Certamente a tempo opportuno, per chi vuole; a tempo inopportuno, per chi non vuole. [...] Devo forse avere più timore di te che di lui? «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» (2 Cor 5, 10).

Riporterò quindi la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita... Anche se nella mia ricerca sarò lacerato dai rovi della selva, mi caccerò nei luoghi più stretti, cercherò per tutte le siepi, percorrerò ogni luogo, finché mi sosteranno quelle forze che il timore di Dio mi infonde. [...] Temo che, trascurando te, abbia ad uccidere anche chi è forte. Senti infatti che cosa viene dopo: E le pecore grasse le avete ammazzate (cfr. Ez 34, 3).
Se trascurerò la pecora smarrita, la pecora che si perde, anche quella che è forte si sentirà trascinata ad andar vagando e a perdersi.



Dal «Discorso sui pastori» di sant'Agostino, vescovo: «Prepara la tua anima alla tentazione»

La pecora è soggetta a malattie, ha il cuore debole, cosicché facilmente potrà soccombere alla tentazione, se questa la trova indifesa, impreparata.

Il pastore negligente, quando scorge uno del suo gregge, non gli dice: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, stà saldo nella giustizia e nel timore, e preparati alla tentazione (cfr. Sir 2,1). Chi parla così conforta chi è debole e lo rende saldo, perché egli, avendo abbracciato la fede, non speri nella prosperità di questo mondo. Se infatti gli verrà insegnato a sperare nella felicità del mondo, sarà rovinato dalla felicità stessa: al sopraggiungere delle avversità, rimarrà sconvolto o addirittura perirà, e perciò il pastore che così costruisce il fedele, lo costruisce sulla sabbia e non sulla roccia, che è Cristo (cfr. 1Cor 10,4).

Il debole invece viene rinfrancato quando gli si predica: Aspettati pure le tentazioni di questo mondo, ma il Signore ti libererà da tutte, se il tuo cuore non si allontanerà da lui. Egli infatti proprio per confortare il tuo cuore venne a patire, venne a morire, venne ad essere coperto di sputi, venne ad essere coronato di spine, venne a subire gli insulti e, in fine, venne a farsi inchiodare in croce. Tutto questo egli l'ha sofferto per te, e tu nulla. L'ha sofferto non per il suo vantaggio, ma per il tuo.



Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo: « Sii di esempio ai fedeli» 


Avendo il Signore detto che cosa abbiano a cuore certi pastori, aggiunge anche quali doveri essi trascurino. I difetti delle pecore, infatti, sono largamente diffusi. Pochissime sono le pecore…ben salde nel cibo della verità, che usufruiscono con vantaggio dei pascoli donati da Dio. Ma quei pastori malvagi non risparmiano neppure queste. Non basta che essi trascurino le pecore malate o deboli, sbandate e smarrite. Per quanto sta in loro, uccidono anche quelle che sono forti e in buona salute… Come le uccidono?, dirai. Vivendo male, dando loro cattivo esempio.
Fu detto forse senza ragione a quel servo di Dio…: Offri te stesso come esempio in tutto di buona condotta? (cfr. Tt 2, 7)… Una pecora infatti, anche se sana, osservando che il suo pastore abitualmente vive male, se distoglie gli occhi dalla legge del Signore e guarda l’uomo, comincia a dire in cuor suo: Se il mio superiore vive così, chi mi vieta di fare altrettanto? In tal modo il pastore uccide la pecora sana. Dunque se uccide la pecora sana, che farà mai delle altre pecore? […]
Vi sono pecore che vivono, sono salde nella parola del Signore e si attengono a quella norma che hanno udito da lui: «Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere» (Mt 23, 3). Tuttavia il pastore, che dinanzi al popolo si comporta male, per quanto sta in lui, uccide colui dal quale viene osservato... Quel tale vive, ma il pastore si rende ugualmente un omicida. […] È questo il rimprovero che fa il Signore: «Ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il mio gregge» (Ez 34, 3).







Dal «Discorso sulle
beatitudini» di san Leone Magno, papa: «La beatitudine del regno di Cristo»

Carissimi, l’afflizione, alla quale qui viene promesso il conforto eterno, non
ha nulla in comune con le tribolazioni di questo mondo. Né si tratta di quei
lamenti che vengono emessi dagli uomini nel loro comune dolore. Questi lamenti
non rendono beato nessuno.

Diversa è la natura dei gemiti dei santi, come pure diversa
è la causa delle lacrime che meritano di essere chiamate beate. Il dolore
propriamente religioso è quello che piange o il peccato proprio o quello degli
altri. Né si duole perché questo male è colpito dalla giustizia divina, ma, se
si attrista, lo fa per quanto viene commesso dalla iniquità umana.

È il caso di piangere più colui che compie le opere del male, che chi ne è la
vittima, perché la malizia fa sprofondare l’iniquo nell’abisso della pena, la
sopportazione, invece, conduce il giusto alla gloria.

Perciò la terra promessa ai miti, e che toccherà in eredità
ai mansueti, rappresenta il loro corpo che, grazie ai meriti della loro umiltà,
nella beata risurrezione verrà trasformato e rivestito di gloria immortale. Il
loro corpo non sarà più assolutamente in contrasto con lo spirito, ma sarà
perfettamente conforme e unito al volere dell’anima. Allora infatti l’uomo
esteriore sarà possesso santo e pacifico dell’uomo interiore.

I miti allora possederanno la terra in pace duratura, senza
che sia menomato alcuno dei propri diritti. «Quando questo corpo corruttibile
si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità» (1 Cor
15, 54), allora il pericolo si cambierà in premio e ciò che fu di onere
gravoso, sarà di onore.





[Edited by Caterina63 10/29/2014 10:28 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/30/2014 4:03 PM
 
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Dalla «Lettera ai cristiani di Filadelfia» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire

Io saluto nel sangue di Gesù Cristo questa chiesa, che è mia gioia eterna e indefettibile, soprattutto se sono uniti tutti i suoi membri con il vescovo, con i presbiteri e con i diaconi, scelti secondo il pensiero di Gesù Cristo, e da lui resi forti e saldi, secondo la sua volontà, mediante il suo Santo Spirito.

So che il vostro vescovo non ha ottenuto né da se stesso né dagli uomini il ministero che esercita a servizio della comunità, né per propria ambizione, ma gli è stato affidato dall'amore di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo. Sono rimasto della sua amabilità; con il suo silenzio egli fa più di quelli che si perdono in vani discorsi. […]

Voi, dunque, figli della luce e della verità, fuggite le divisioni e le perverse dottrine. Siate un gregge docile e fedele, che segue ovunque il suo pastore. Quelli, infatti, che appartengono a Dio e a Gesù Cristo sono tutti con il vescovo. E quelli che si ravvedono e ritornano all'unità della Chiesa saranno anch'essi di Dio per vivere secondo Gesù Cristo.

Non illudetevi, fratelli miei, chi segue un fautore di divisioni «non erediterà il regno di Dio» (1 Cor 6, 10); chi cammina nella strada dell'eresia non è in accordo con la passione di Cristo. Procurate dunque di partecipare ad un'unica Eucaristia, perché non vi è che un'unica carne del Signore nostro Gesù Cristo e un unico calice che ci unisce nel suo sangue e un unico altare, come uno solo è il vescovo con il collegio dei presbiteri e i diaconi, miei compagni di ministero.

(Capp. 1, 1 - 2, 1; 3, 2 - 5; F., 1, 226-229)



Dalla «Lettera a Proba» di sant'Agostino, vescovo

«Quanto più vivo, infatti, sarà il desiderio, tanto più ricco sarà l'effetto»

Quando preghiamo non dobbiamo mai perderci in tante considerazioni, cercando di sapere che cosa dobbiamo chiedere e temendo di non riuscire a pregare come si conviene. Perché non diciamo piuttosto col salmista: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore e ammirare il suo santuario»? (Sal 26, 4). […]

Per conseguire questa vita beata, la stessa vera Vita in persona ci ha insegnato a pregare, non con molte parole, come se fossimo tanto più facilmente esauditi, quanto più siamo prolissi. Nella preghiera infatti ci rivolgiamo a colui che, come dice il Signore medesimo, già sa quello che ci è necessario, prima ancora che glielo chiediamo (cfr. Mt 6, 7-8). Potrebbe sembrare strano che Dio ci comandi di fargli delle richieste quando egli conosce, prima ancora che glielo domandiamo, quello che ci è necessario. Dobbiamo però riflettere che a lui non importa tanto la manifestazione del nostro desiderio, cosa che egli conosce molto bene, ma piuttosto che questo desiderio si ravvivi in noi mediante la domanda perché possiamo ottenere ciò che egli è già disposto a concederci. […]

Ma in certe ore e in determinate circostanze, ci rivolgiamo a Dio anche con le parole, perché, mediante questi segni, possiamo stimolare noi stessi e insieme renderci conto di quanto abbiamo progredito nelle sante aspirazioni, spronandoci con maggiore ardore a intensificarle. Quanto più vivo, infatti, sarà il desiderio, tanto più ricco sarà l'effetto. E perciò, che altro vogliono dire le parole dell'Apostolo: «Pregate incessantemente» (1 Ts 5, 17) se non questo: Desiderate, senza stancarvi, da colui che solo può concederla quella vita beata, che niente varrebbe se non fosse eterna?

(Lett. 130, 8, 15. 17 - 9, 18; CSEL 44, 56-57. 59-60)




Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo

Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui

Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?
Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.).
Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.
Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo.

Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte, quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.
E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.
A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.
L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.



Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate

Fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.

Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.

Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostro corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

(Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)





[Edited by Caterina63 11/11/2014 4:10 PM]
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Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo

Le due venute di Cristo

Noi annunziamo che Cristo verrà. Infatti non è unica la sua venuta, ma ve n'è una seconda, la quale sarà molto più gloriosa della precedente. La prima, infatti, ebbe il sigillo della sofferenza, l'altra porterà una corona di divina regalità. Si può affermare che quasi sempre nel nostro Signore Gesù Cristo ogni evento è duplice. Duplice è la generazione, una da Dio Padre, prima del tempo, e l'altra, la nascita umana, da una vergine nella pienezza dei tempi.
Due sono anche le sue discese nella storia. Una prima volta è venuto in modo oscuro e silenzioso, come la pioggia sul vello. Una seconda volta verrà nel futuro in splendore e chiarezza davanti agli occhi di tutti.

Nella sua prima venuta fu avvolto in fasce e posto in una stalla, nella seconda si vestirà di luce come di un manto. Nella prima accettò la croce senza rifiutare il disonore, nell'altra avanzerà scortato dalle schiere degli angeli e sarà pieno di gloria.
Perciò non limitiamoci a meditare solo la prima venuta, ma viviamo in attesa della seconda. E poiché nella prima abbiamo acclamato: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9), la stessa lode proclameremo nella seconda. Così andando incontro al Signore insieme agli angeli e adorandolo canteremo: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mt 21, 9).

(Cat. 15, 1. 3; PG 33, 870-874)




Giovanni Paolo II, Angelus, 1 dicembre 2002

Carissimi Fratelli e Sorelle! Inizia oggi, con la Prima Domenica di Avvento, un nuovo Anno liturgico. Il Dio dell'Alleanza si è rivelato nella storia, e nella storia la Chiesa celebra il suo mistero di salvezza: l'Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione del Signore Gesù Cristo. Il cammino dei credenti si rinnova così continuamente, proteso tra il "già" realizzato da Cristo e il "non ancora" della sua piena manifestazione.

Dio è il futuro dell'uomo e del mondo. Se perde il senso di Dio, l'umanità si chiude al futuro e smarrisce inevitabilmente la prospettiva del suo pellegrinare nel tempo. Perché nascere, perché morire? Perché sacrificarsi, perché soffrire?

A questi interrogativi il Cristianesimo offre una risposta appagante. Per questo Cristo è la speranza dell'umanità. E' Lui il senso vero del nostro presente, perché è il nostro sicuro futuro. L'Avvento ci ricorda che Egli è venuto, ma che anche verrà. E la vita dei credenti è continua e vigile attesa della sua venuta.





Dal trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo
«Adamo e Cristo; Eva e Maria»

Il Signore abbracciò la condizione umana e si manifestò nel mondo che era suo. La natura umana portava il Verbo di Dio, ma era il Verbo che sosteneva la natura umana. Nel Cristo c'era quell'umanità che aveva disubbidito presso l'albero del paradiso terrestre, ma in lui la stessa umanità con l'ubbidienza, compiuta sull'albero della croce, distrusse l'antica ribellione… mentre Eva, sviata dal messaggio del diavolo, disobbedì alla parola divina e si alienò da Dio, Maria invece, guidata dall'annuncio dell'angelo, obbedì alla parola divina e meritò di portare Dio nel suo grembo.

Quella dunque si lasciò sedurre e disobbedì, questa si lasciò persuadere e ubbidì. In tal modo la vergine Maria poté divenire avvocata della vergine Eva.
Cristo ricapitolò tutto in se stesso e così tutto venne a far capo a lui. Dichiarò guerra al nostro nemico e sconfisse colui che al principio, per mezzo di Adamo, ci aveva fatti tutti suoi prigionieri. Schiacciò il capo del serpente secondo la parola di Dio riferita nella Genesi: «Porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: egli ti schiaccerà la testa e tu insidierai il suo calcagno» (cfr. Gn 3, 15). […]

Per questo si proclama Figlio dell'uomo, egli che ricapitola in sé l'uomo primordiale, dal quale venne la prima donna e, attraverso questa, l'umanità. Il genere umano era sprofondato nella morte causa dell'uomo sconfitto. Ora risaliva alla vita a causa dell'uomo vittorioso.

(lib. 5, 19, 1; 20, 2; 21, 1; SC 153, 248-250. 264-269)





Dalle «Omelie sul vangelo di Matteo» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

«Se saremo agnelli vinceremo, se lupi saremo vinti»

Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell'aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza.

È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che, mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe. Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza, impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a Paolo: «Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho voluto così miti. Per questo quando dice: «Vi mando come agnelli» (Lc 10,3), vuol far capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro mansuetudine saranno invincibili per tutti.

(Om. 33,1.2; PG 57,389-390)




Festa di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell'Universo

Dall'opuscolo «La preghiera» di Origène, sacerdote

Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e sul nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in lui abita. Così l'anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell'anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23).
Ma questo regno di Dio, che è in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l'Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15, 24.28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che è in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6, 9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi è rapporto tra la giustizia e l'iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6, 14-15).

Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6, 12). Mortifichiamo le nostre «membra che appartengono alla terra» (Col 3, 5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «ultima nemica sarà distrutta la morte» (1 Cor 15, 26). Allora Cristo potrà dire anche dentro di noi: «Dov'è o morte il tuo pungiglione? Dov'è o morte la tua vittoria?» (Os 13, 14; 1 Cor 15, 55). Fin d'ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di «incorruttibilità; e ciò che è mortale cacci via la morte, si ricopra dell'immortalità» del Padre (1 Cor 15, 54). così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione.

(Cap. 25; PG 11, 495-499)



Memoria della Presentazione della Beata Vergine Maria 
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

Fate attenzione, vi prego, a quello che disse il Signore Gesù Cristo, stendendo la mano verso i suoi discepoli: « Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre » (Mt 12, 49-50). Forse che non ha fatto la volontà del Padre la Vergine Maria, la quale credette in virtù della fede, concepì in virtù della fede, fu scelta come colei dalla quale doveva nascere la nostra salvezza tra gli uomini, fu creata da Cristo, prima che Cristo in lei fosse creato? Ha fatto, sì certamente ha fatto la volontà del Padre Maria santissima e perciò conta di più per Maria essere stata discepola di Cristo, che essere stata madre di Cristo. […]

Mentre il Signore passava, seguito dalle folle, e compiva i suoi divini miracoli, una donna esclamò: « Beato il grembo che ti ha portato! » (Lc 11, 27)… E perché la felicità non fosse cercata nella carne, che cosa rispose il Signore? « Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano » (Lc 11, 28). Anche Maria proprio per questo è beata, perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha osservata. Ha custodito infatti più la verità nella sua mente, che la carne nel suo grembo. Cristo è verità, Cristo è carne; Cristo è verità nella mente di Maria, Cristo è carne nel grembo di Maria.

(Disc. 25, 7-8; PL 46, 937-938)



Dal «Commento sui salmi» di sant’Agostino, vescovo

«Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95, 13). Qual è questa giustizia e verità? …Che cosa vi è di più giusto, di più vero, che non si aspettino misericordia dal giudice coloro che non vollero usare misericordia, prima che venisse il giudice? Coloro invece che hanno voluto usare misericordia, saranno giudicati con misericordia. Si dirà infatti a coloro che stanno alla destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25, 34). E ascrive loro a merito le opere di misericordia: «Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25, 35-40) con quel che segue. […]

A quelli che stanno alla sinistra, poi, che cosa sarà rinfacciato? Che non vollero fare opere di misericordia. E dove andranno?: «Nel fuoco eterno» (Mt 25, 41). Questa terribile sentenza susciterà in loro un pianto amaro. Ma che cosa dice il salmo? «Il giusto sarà sempre ricordato; non temerà annunzio di sventura» (Sal 111, 6-7). […] Ma se vuoi incontrare il giudice misericordioso, sii anche tu misericordioso prima che egli giunga. Perdona se qualcuno ti ha offeso, elargisci il superfluo.

Queste sono le offerte più gradite a Dio: la misericordia, l’umiltà, la confessione, la pace, la carità. Sono queste le cose che dobbiamo portare con noi e allora attenderemo con sicurezza la venuta del giudice il quale «Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti» (Sal 95, 13).

(Sal 95, 14. 15; CCL 39, 1351-1353)



Dall'«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 13, 2 - 14, 5; Funk, 1, 159-161)

Dice il Signore: …Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato (cfr. Rm 2, 24). Ma perché viene bestemmiato? Perché noi non mettiamo in pratica ciò che insegniamo. Infatti la gente, sentendo dalla nostra bocca le parole di Dio, ne resta stupita, perché quelle parole sono buone, sono stupende. Ma poi, notando che le nostre azioni non corrispondono alle parole che diciamo, ecco che prorompono in bestemmie, affermando che tutto ciò non è che una favola e una serie di inganni.

Sentono da noi ciò che dice Dio: Non è per voi un merito, se amate quelli che amano voi; merito lo avete se amate i vostri nemici e coloro che vi odiano (cfr. Mt 5, 46). Udendo ciò, ammirano la nobiltà di tanto amore. Ma vedono poi che noi, non soltanto non amiamo quelli che ci odiano, ma nemmeno quelli che ci vogliono bene. Allora si fanno beffe di noi e così il nome di Dio è bestemmiato. […]

Fratelli, compiamo la volontà di Dio, Padre nostro, e faremo parte di quella Chiesa spirituale che fu creata prima ancora del sole e della luna. Ma se non faremo la volontà del Signore, sarà per noi quell'affermazione della Scrittura che dice: La mia casa è diventata una spelonca di ladri (cfr. Ger 7, 11; Mt 21, 13). Perciò facciamo la nostra scelta, cerchiamo di appartenere alla Chiesa della vita, per essere salvi.



Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
«È cosa veramente santa pregare per i morti»

«Che cosa è l'uomo perché te ne ricordi?» (Sal 8,5). Qual nuovo e grande mistero avvolge la mia esistenza? …È necessario che io sia sepolto con Cristo, che risorga con Cristo, che sia coerede di Cristo, che diventi figlio di Dio…
Non dimentichiamoci di raccomandare al Signore le anime nostre e anche quelle di coloro che ci hanno preceduto nel comune viaggio verso la casa paterna. O Signore… Sei tu che dirigi il progresso di tutte le cose, scegliendo le scadenze più opportune e ubbidendo alla tua infinita sapienza e provvidenza e sempre attraverso la tua parola.

Accogli fra le tue braccia, o Signore, il mio fratello maggiore che ci ha lasciati. A suo tempo accogli anche noi, dopo che ci avrai guidati lungo il pellegrinaggio terreno fino alla meta da te stabilita. Fa' che ci presentiamo a te ben preparati e sereni, non sconvolti dal timore, non in stato di inimicizia verso di te, almeno nell'ultimo giorno, quello della nostra dipartita. Fa' che non ci sentiamo come strappati e sradicati per forza dal mondo e dalla vita e non ci mettiamo quindi contro voglia in cammino. Fa' invece che veniamo sereni e ben disposti, come chi parte per la vita felice che non finisce mai, per quella vita che è in Cristo Gesù, Signore Nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

(Disc. 7 per il fratello Cesare, 23-24; PG 35,786-787)





[Edited by Caterina63 12/7/2014 9:21 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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12/15/2014 12:32 PM
 
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 Il Tempo stringe  stamani all'omelia della Messa il nostro parroco ci ha lasciato questo pensiero che vi condivido:
"tutti che parlano più volentieri della seconda venuta di Gesù, ne parlano come di una apocalisse tenebrosa e violenta, asfissiante e poco cristiana, anzi che nulla ha di cristiano perchè la venuta ultima di Gesù sarà gloriosa e maestosa, liberatrice tanto che suscita l'invocazione gioiosa del Cristiano: "Maranathà, Vieni Signore Gesù e non tardare!"
Ma quello che mi preoccupa è che pochi, davvero pochi si preoccupano della prima venuta già avvenuta, la nascita prodigiosa di Gesù....
Se uno NON accoglie questa nascita e non prepara il proprio cuore a ricevere Gesù Bambino, come si può pensare di parlare poi con sapienza della sua seconda venuta?"








 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE PIO XI
ALLA CURIA ROMANA PER LA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI
«BENEDETTO IL NATALE»

Aula Concistoriale del Palazzo Apostolico Vaticano 
Mercoledì, 24 dicembre 1930







 

[Edited by Caterina63 1/18/2015 11:07 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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1/21/2015 10:08 AM
 
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   Arguzie ecclesiali fra preti frati e vescovi




L'arguzia è un'arte che può essere offensiva, quando attacca moralisticamente i difetti altrui per proprio vantaggio; ma anche difensiva quando serve per uscire da qualche impaccio in modo onesto e costruttivo...

- Il sogno reale

Un francescano, un domenicano ed un gesuita si trovarono insieme durante un viaggio.

Verso la fine del viaggio nel quale avevano condiviso insieme il dialogo, la preghiera e il mangiare, si trovarono a dover decidere chi avesse dovuto mangiare l'unico coscio di pollo che era rimasto.

Discussero a lungo a chi sarebbe dovuto toccare il cibo prelibato e poichè non riuscirono a prendere una decisione, si misero d'accordo che il coscio del pollo sarebbe toccato a chi avesse fatto il sogno più bello e significativo. E andarono a dormire.

Quando il sole illuminò il campo dove si erano sistemati, il francescano tutto allegro prendendo la parola disse:

"Quel cosciotto di pollo tocca a me perchè ho fatto davvero un sogno celestiale: il santo padre Francesco mi invitava a salire fino in Cielo attraverso un viale tutto colorato a festa, pieno di armonia, animali festanti e suoni melodiosi. Egli mi sorrideva e mi tendeva le mani, il mio cuore non pensava più a nulla, ero davvero in paradiso!..."

" Ma no! il sogno più bello l'ho fatto io, disse il domenicano: appena mi addormentai mi trovai da subito in paradiso circondato da una miriadi di santi fra le braccia degli angeli. Impossibile descriverne la bellezza! I santi Dottori mi venivano incontro e subito eravamo a parlare di temi celestiali mentre l'incenso saliva verso una Luce meravigliosa e gli Inni eucaristici riempivano il cuore di una soavità indescrivibile...."

"Cari confratelli - interruppe il gesuita - non continuate a rompervi la testa a raccontare ciò che non riuscite a descrivere. Io in sogno vi ho visti davvero beati lassù, tu - francescano - beato nella natura angelica; e tu - fratello domenicano - beato tra i Dottori della Chiesa. Allora mi sono detto che certamente non avreste voluto ritornare da luoghi tanto celestiali e che se anche foste tornati, non sareste certo tornati con la fame, per cui mi sono mangiato il pollo..."

 ***

- Il vero significato della mitra o mitria 

Un giorno un frate - davvero santo - venne accusato ingiustamente, e chiamato dal vescovo per discolparsi. Ma questi non aveva alcuna vera intenzione di ascoltarlo perchè per proprio interesse personale, voleva togliere il povero frate dal posto che occupava per poter mettere al suo posto una persona a lui più gradita.

Il religioso si difese esponendo ogni prova, ma il vescovo fingeva di non comprendere e per quanto il poveretto facesse appello al Vangelo, ai Santi e alla dottrina della Chiesa, non c'era verso, non riusciva a smuovere il suo vescovo dalle sue intenzioni. Le prove lo dicevano innocente, la ragione lo diceva innocente, la fede che professava lo difendeva da ogni accusa, il diritto era il suo, ma il vescovo andava per la sua strada.

Il povero frate aveva dato fondo ad ogni opportunità per discolparsi quando il vescovo, togliendogli la parola e per ricordargli il voto dell'obbedienza, gli disse:

"Figliolo mio, ascolta e rispondi: tu sai il significato della mitra e delle punte nel copricapo mio e di tutti i vescovi della santa Chiesa?"

" Sì, padre! - disse il frate - "l'Antico e il Nuovo Testamento."

" Bene - rispose il vescovo che così credeva di avere in mano la situazione -  e sai il significato dei due nastri che dalla mitra scendono dietro lungo le spalle?"

" Certo! - rispose l'umile frate - che i vescovi come lei si gettano l'uno e l'altro dietro le spalle...."

***

 La pagina verrà aggiornata. Cliccare qui per ritornare all'indice delle storie e "qui" per l'indice della sezione Catechesi, grazie.




 "Il Padrone del Mondo" il libro consigliato da Papa Francesco


 

Copertina del libro “Il Padrone del Mondo” di Robert Benson - RV



20/01/2015 

Il Papa durante il colloquio con i giornalisti di ritorno dalle Filippine, parlando della “colonizzazione ideologica”, ha suggerito la lettura del libro “Il Padrone del Mondo” di Robert Benson per capire cosa intendesse dire. Un'opera d'inizio '900 che descrive l'instaurazione, nel 2000, di una dittatura di stampo umanitarista, che predica la tolleranza universale per tutti, tranne che per la Chiesa, che viene perseguitata. Massimiliano Menichetti:


La dittatura del pensiero unico
Anglicano, quarto figlio dell’arcivescovo di Canterbury, Robert Benson, si converte al cattolicesimo e nel 1907 scrive “The Lord of the World”, “Il Padrone del mondo”. Testo visionario in cui si concretizza la battaglia finale tra il bene ed il male. Da una parte il trentatreenne Giuliano Felsenburgh che evita lo scontro tra Occidente ed Oriente, acclamato poi presidente d’Europa che instaurerà di fatto la dittatura del pensiero unico; dall’altra gli si oppone il sacerdote Percy Franklin, anche lui 33 anni, che diventerà Papa. Claudio Siniscalchi, docente all’Università Lumsa di Roma nel corso di lingue e culture moderne:

R. - Giuliano è la materializzazione dell’anticristo. Promette l’abolizione di ogni preoccupazione: non ci sarà più guerra, non ci sarà più violenza, non ci sarà più povertà… Si presenta come colui che, sotto le sembianze del salvatore, in realtà assoggetta l’umanità. Diventa non il padrone di una nazione, ma il padrone del mondo. L’organismo globale della terra concede a lui il potere, perché la cosa straordinaria non è tanto che questo “messia capovolto” prenda il potere con la forza, con il colpo di Stato, ma lo prende con il consenso di coloro ai quali sta togliendo la libertà. E naturalmente la prima cosa che fa: deve fare a meno della religione.

Cattolici perseguitati
D. - Benson immagina un mondo dove Dio è ridotto a mero individualismo in cui viene creata una entità “La Grande fratellanza universale” che propugna la pace e l’allontanamento di ogni forma di dolore:

R. - Come si rivolve la sofferenza della morte? Con l’eutanasia! Non c’è più destra, sinistra; non c’è più religione positiva o negativa; non c’è più partito o sindacato. Benson, per primo, ha la visione del partito unico totalitario. Chi si oppone - e naturalmente sono i cattolici che si oppongono a questa deriva che il mondo sta prendendo – sono perseguitati. La pace di Giuliano è la pace di chi accetta quello che dice lui e nel momento in cui non si accetta è la guerra. L’intuizione di Benson è quella di contestare un elemento che è stato devastante per il novecento: la perfezione dell’uomo, l’insaturazione del paradiso artificiale sulla terra. Perché questa visione paradisiaca del mondo ha bisogno che il trattore del progresso distrugga tutto.

La propaganda della menzogna
D. - Questa modalità è definita da Papa Francesco “colonizzazione ideologica”in cui in nome di un presunto benessere tutto il resto deve essere annientato:

R. - Perché è la forza della menzogna contro la forza della verità. La propaganda fa sì che ci sia una nuova schiavitù dell’uomo. La fratellanza del mondo è importantissima, ma il prezzo che l’anticristo  fa pagare a quella parte dell’umanità che si oppone, perché vede il vero pericolo, è il contrario di quello che viene detto.

Distruzione di Roma
D. - Il testo parla di rischio di scontro tra Oriente ed Occidente, di attacchi kamikaze… Benson arriva ad ipotizzare la distruzione di Roma:

R. - Questo fondamentalmente è un libro per dire: ‘Fate attenzione, avete preso una strada sbagliata’!”

Il Padrone del Mondo non trionferà
D. - Ma chi vince la battaglia nel libro di Benson?

R. - Il padrone del mondo non trionferà mai, perché in Benson c’è una visione affidata alla Onnipotenza di Dio, che non lascerà mai solo l’uomo: lo aiuterà. Ci saranno sofferenze enormi che l’uomo dovrà affrontare, ma alla fine trionferà il bene. Benson non aveva una visione oscura.

il sito cooperatores veritatis vi offre di scaricarlo gratuitamente:

 

Il Padrone del mondo o il dominatore del mondo di padre Benson
Il testo, di inizio '900, parla in modo profetico del rischio di uno scontro tra Oriente ed Occidente, di attacchi kamikaze… Benson arriva ad ipotizzare la distruzione di Roma...
Il Padrone del mondo.doc [702.50 KB]
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"Oggi celebriamo la memoria di San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa. La sua dedizione allo studio, favorisca in voi, cari giovani, l’impegno dell’intelligenza e della volontà al servizio del Vangelo; la sua fede aiuti voi, cari ammalati, a rivolgervi al Signore anche nella prova; e la sua mitezza indichi a voi, cari sposi novelli, lo stile dei rapporti tra i coniugi all’interno della famiglia. " (Papa Francesco oggi Udienza generale 28.1.2015)



 

[Edited by Caterina63 1/28/2015 3:53 PM]
Fraternamente CaterinaLD

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1/30/2015 6:51 PM
 
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30/01/2015 

Dalla questione del gender alle unioni civili, dalla figura del presidente della Repubblica italiana alle lobby in politica: tanti gli argomenti affrontati damons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, in una intervista rilasciata alla Radio Vaticana. Luca Collodi gli ha chiesto innanzitutto se ci sia, a suo avviso, un uso ideologico della politica oggi:

Falsità: fanno passare gender come educazione a tolleranza
R. – E’ sotto gli occhi di tutti che c’è questa strumentalizzazione ideologica di temi che hanno la loro importanza, che hanno bisogno di essere attenzionati. Io mi riferisco ad alcuni diritti individuali - questo è vero – però da qui ad assistere, come stiamo assistendo, ad una sorta di aggressione ideologica, di condizionamento ideologico e quindi di voglia di far prevalere il pensiero unico su alcuni temi specifici, mi sembra che sia sotto gli occhi di tutti. Lei ha citato il tema del gender…La falsità è un’altra: si è cercato di far passare questo discorso del gender come fosse soltanto una educazione alla tolleranza, un’educazione alla convivenza pacifica e quindi l’impegno ad educare ad essere più accoglienti nei confronti di altre realtà. Di fatto è diventato soltanto un grimaldello per portare nella scuola un fatto culturale molto chiaro, che scardina l’antropologia, che scardina la concezione della persona. C’è un equivoco di fondo! Anzitutto io sarei il primo a dire: “Ok, voglio parlare, voglio discutere e voglio capire cosa c’è da fare per evitare l’intolleranza”… Ma quando poi tu vieni e mi presenti una polpetta avvelenata sul piano culturale, allora tu non sei onesto culturalmente!   
















il week-and per noi cattolici NON esiste..... la Domenica nostra Pasqua è il PRIMO GIORNO DELLA SETTIMANA  e non il "fine-settimana"....  



 



"Bisogna stare attenti che la cura della carne non passi i limiti della necessità, e neppure diventi presuntuosa per quel che compie con moderazione (Curandum itaque est  ne aut necessitatis metas cura carnis transeat, aut in eo quod moderate exsequitur, de se praesumat). Spesso poi l'anima si inganna nel ritenere necessario quel che desidera per il suo piacere, così da considerare indispensabile per la vita tutto quel che gli piace. Spesso poi quando ottiene quel che desidera acquista maggior fiducia in se stessa e quando vede che ha quel che manca agli altri si rallegra tacitamente dentro di sé per il grande risultato ottenuto; ma tanto più si allontana dal vero risultato quanto meno si rende conto dell'orgoglio che l'affligge ".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 106. Città Nuova Edtrice/2, Roma 1994, p. 127




"La forza di un'affermazione vera che non viene proferita sotto il controllo della discrezione, si perde...Il bene non viene ben detto quando non si tiene conto di colui al quale viene detto. Un'affermazione vera contro i cattivi perde il suo valore se attacca la rettitudine dei buoni, e quanto più forte è la freccia che colpisce, tanto più spuntata torna indietro".
 (Virtus verae sententiae perditur, quae sub discretionis custodia non profertur...Bonum bene non dicitur quia non intenditur cui dicatur. Vera quippe contra malos sententia, si bonorum rectitudinem impetit, suam perdit et eo retusa resilit, quo illud est forte quod ferit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, X, 2. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 131.
 
"La mitezza temperi lo zelo per gli errori dei sudditi, in modo tale però da non indebolire l'impegno per la giustizia; lo zelo non esiti a punire senza però trascendere, nel fervore, il limite della bontà (sic ad ultionem zelus ferveat ne tamen pietatis limitem fervendo transcendat)... E' bene tacere, quando parlando non si riesce a correggere i mali del prossimo; quando invece si possono correggere parlando, il silenzio potrebbe diventare consenso e omertà; si mostri bontà ai malevoli senza però venir meno alla norma della rettitudine (ne tamen per gratiam a iure rectitudinis excedat)".
 
Commento morale a Giobbe II, X, 8. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 139.



"Si procuri al prossimo tutto il bene possibile, evitando però di vantarsi delle proprie benemerenze; si eviti, nel fare il bene, di precipitare nella vanagloria e insieme si eviti il torpore che distoglie dalla pratica del bene. Si dia quel che si possiede, gurdando solo alla larghezza della ricompensa che se ne riceverà da Dio; e mentre si elargiscono i beni terreni non si pensi troppo alla propria povertà, perché la tristezza non offuschi la luce della gioia che c'è nel donare (ne cum terrena largitur, suam plus quam necesse est inopiam cogitet, et in oblatione muneris hilaritatis lumen tristitia obscuret)...la Legge di Dio è multiforme, perché sebbene la carità sia una e identica, se prende pieno possesso dell'anima la impegna in modi innumerevoli (nimirum cum eademque sit caritas, si mentem plene ceperit, hanc ad innumera opera multiformiter accendit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, X, 8. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p.139.



"Ci sfugge di mano la scure quando il rimprovero diventa aspro più del necessario. E il ferro sfugge dal manico quando la parola volta a a correggere è eccessivamente dura; e colpendo l'amico lo uccide quando l'ingiuria originata dallo spirito d'amore uccide il proprio ascoltatore. Infatti l'animo di chi viene corretto prorompe improvvisamente nell'odio se il rimprovero esagerato lo colpisce oltre misura.
(Securis manu fugit cum sese increpatio plus quam necesse est in asperitate pertrahit. Ferrumque de manubrio prosilit cum de correptione sermo durior excedit; et amicum percutiens occidit quia auditorem suum prolata contumelia a spiritu dilectionis interficit. Correpti namque mens repente ad odium proruit, si hanc immoderata increpatio plus quam debuit addicit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, X, 12, Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, pp. 143-145.



"Spesso avviene che la fede sia già vigorosa nell'anima e tuttavia rimanga attaccata, per qualche piccola parte, al dubbio (saepe contingit ut fides in mente iam vigeat, sed tamen ex parte aliquantula in dubietate contabescat)...Spesso si eleva nel desiderio dell'eternità e, agitata da pensieri che la turbano, è in contraddizione con se stessa (Plerunque ad aeterna appetenda se erigit, et subortis cogitationum stimulis  agitata, sibimet ipsa contradicit) ...Colui che, sperando grazie alla fede e fluttuante per l'incredulità diceva: Credo, Signore, aiuta la mia incredulità (Mc 9,23), affermava di credere e chiedeva di essere aiutato nella sua incredulità, perché si rendeva conto che nei suoi pensieri coesistevano terra e mare. Egli aveva cominciato a pregare, reso ormai certo della fede e, ancora incerto per l'incredulità, subiva tuttavia l'onda della mancanza di fede (et exorare certus iam per fidem coeperat, et adhuc incertus undas perfidiae ex incredulitate tolerabat).
 
Commento morale a Giobbe, II, X, 18. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, pp.151-153.


"Ogni iniquità è vanità, ma non ogni vanità è iniquità...Però è facile passare dalla vanità all'iniquità, poiché passando attraverso alcune cose transitorie ne restiamo impigliati con nostro danno; e siccome la mente non si mantiene stabile, sfuggendo a se stessa si abbandona ai vizi.
(Omnis quippe iniquitas vanitas , non tamen omnis vanitas esse iniquitas solet...Apte autem post vanitatem protinus iniquitas subinfertur, quia dum per quaedam transitoria ducimur, in quibusadm noxie ligamur; cumque mens incommutabilitatis statum non tenet, a semetipsa defluens, ad vitia prorumpit)" 
 
Commento morale a Giobbe, II, X, 20.21. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p.153.




"Finché si vive nella carne mortale, non si può trascurare del tutto la carne, ma bisogna curarla con moderazione perché sia con discrezione a servizio dell'anima.(Neque enim mortali adhuc in carne viventibus funditus cura carnis absciditur, sed ut discrete animo serviat temperatur). Infatti la Verità che ci vieta di affannarci per il domani, non ci proibisce di occuparci del presente, a patto però che la sollecitudine per il presente non si estenda al futuro...Perciò la preoccupazione dev'essere frenata con la discrezione di una grande misura, affinché essa serva e non domini (Discretione ergo magni moderaminis cura frenanda est ut serviat et minime principietur); non vinca l'anima come padrona ma, sottomessa al dominio dell'anima, come serva sia al suo servizio; sia presente quando viene richiesta e ad un cenno del cuore si allontani (ut iussa adsit atque ad nutum cordis repulsa dissiliat); compaia appena alle spalle del pensiero santo e mai si ponga di fronte, come ostacolo, a chi medita cose giuste".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 106. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, pp. 125-127.



"Lasciami, quindi, sì che possa piangere un poco il mio dolore, prima che me ne vada, senza ritornare, verso la terra tenebrosa e coperta dall'oscurità della morte Gb 10, 21). Il santo a nome suo e a nome del genere umano supplica d'essere lasciato prima di andare; non perché chi piange la colpa dovrà andare nella terra tenebrosa, ma perché certamente ci va chi trascura di piangere.
(Sanctus autem vir, sive sua seu humani generis voce, dimitti se postulat, antequam vadat; non quia ad terram tenebrosam qui culpam deflet iturus est, sed quia ad hanc procul dubio qui plangere neglegit vadit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 95. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 117. 



"Il beato Giobbe, osservando la vita dei santi padri, riconosce che cosa deve particolarmente piangere in sé. Ma alla scuola del suo grande dolore, mentre piange per sé, ci educa al pianto, affinché, osservando le virtù negli altri, più seriamente temiamo per le nostre colpe. 
(Beatus igitur Iob, quia vitam patrum praecedentium conspicit, quid in se gemere debeat subtilius agnoscit. Sed magni doloris magisterio, dum sua plangit, ad lamenta nos instruit, ut quo virtutes in aliis cernimus, eo nostra sollicite delicta timeamus)".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 90. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 113.



Lasciami, quindi, sì che possa piangere un poco il mio dolore (Gb 10,29). Come un'afflizione moderata si esprime con le lacrime, così un'afflizione eccessiva le prosciuga, perché il lamento stesso si manifesta quasi senza lamento,  (sicut moderata afflictio lacrimas exprimit, ita immoderata subducit quia maeror ipse quasi sine maerore fit), esso che, divorando l'animo dell'afflitto, toglie il sentimento del dolore (qui, afflicti mentem devorans, sensum doloris tollit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 93. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 113.



"Ci sono alcuni che confessano apertamente le proprie colpe ma, confessandole, non sanno gemere e utilizzano con leggerezza parole che dovrebbero essere accompagnate dal pianto (nonnulli qui apertis vocibus culpas fatentur, in confessione tamen gemere nesciunt et lugenda gaudentes dicunt) ...Chi parla delle proprie colpe detestandole, dovrà invece mostrare anche sincero rincrescimento. Infatti è l'amarezza stessa  a punire  la colpa ammessa con la lingua a causa del giudizio della propria coscienza (ipsa amaritudo puniat quicquid lingua per mentis iudicium accusat). Si tenga presente poi che, l'anima ottiene una certa sicurezza grazie alla pena della penitenza che l'affligge (sciendum est quia ex poena paenitentiae, quam sibi mens irrogat aliquatenus securitatem percipit).
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 66.67, Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, pp. 87-89.



"E infatti se temo non posso rispondere (Gb 9,35).  L'uomo deve rispondere a tanti benefici, ma non può rispondere finché ha paura, perché chi ha ancora timore servile nei confronti di Dio, Creatore del genere umano, certamente non lo ama (qui adhuc serviliter formidat, procul dubio non amat). Rendiamo un autentico omaggio a Dio soltanto quando non lo temiamo più, perché abbiamo fiducia in Lui e lo amiamo, quando a compiere il bene ci guida l'affetto e non la paura, quando all'anima non piace più il male anche se fosse lecito. Chi si astiene da un'azione cattiva per timore, compirebbe volentieri il male se fosse lecito...Se temo non posso rispondere, perché non rendiamo a Dio un omaggio autentico se osserviamo i suoi comandamenti per timore anziché per amore (vera obsequia Deo non reddimus si ex timore mandatis illius, et non potius ex amore servimus). Ma quando nella nostra anima si accende la dolcezza del suo amore, ogni desiderio della vita presente si attenua, l'amore si trasforma in tedio e l'anima lo sopporta con tristezza, mentre prima come schiava lo serviva con amore riprovevole".
 
Commento morale a Giobbe, I, IX, 64. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p.87.



"Parlerò senza  temerlo (Gb 9,35). L'uomo santo, vedendo il Redentore del genere umano presentarsi mite, non gli va incontro con la paura come quando è di fronte ad un padrone, ma gli si rapporta  con quell'affetto che è proprio di chi si rivolge ad un Padre. Depone infatti la paura perché, sentendosi adottato come figlio, si lascia guidare dall'amore (Vir enim sanctus, quia humani genersis Redemptorem venire mitem conspicit, non metum ad dominum sed affectum ad Patrem sumit; et timorem despicit quia per adoptionis gratiam ad amorem surgit)".
 
Commento morale a Giobbe, II, IX, 63. Città Nuova Editrice/2, Roma 1994, p. 85.






[Edited by Caterina63 2/16/2015 9:11 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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2/18/2015 11:42 AM
 
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Un cristiano non ha vie di compromesso

Non c’è una via di mezzo
I Santi, soggiunge Francesco, “sono quelli che non hanno paura di lasciarsi accarezzare dalla misericordia di Dio. E per questo i Santi sono uomini e donne che capiscono tante miserie, tante miserie umane, e accompagnano il popolo da vicino. Non disprezzano il popolo”:

“Gesù dice: ‘Chi non è con me, è contro di me’. Ma non ci sarà una via di compromesso, un po’ di qua e un po’ di là? No. O tu sei sulla via dell’amore o tu sei sulla via dell’ipocrisia. O tu ti lasci amare dalla misericordia di Dio o tu fai quello che tu vuoi, secondo il tuo cuore, che si indurisce di più, ogni volta, su questa strada. Chi non è con me, è contro di me: non c’è una terza via di compromesso. O sei santo, o vai per l’altra via. Chi non raccoglie con me, lascia le cose… No, è peggio: disperde, rovina. E’ un corruttore. E’ un corrotto, che corrompe”.





[Edited by Caterina63 3/12/2015 7:57 PM]
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3/22/2015 12:58 PM
 
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Con queste parole il Papa smentisce tutte quelle presunte rivelazioni attraverso le quali si dice che ci sarà una manifestazione del Cristo INTERMEDIA.
Ecco, non è così, noi lo diciamo da tempo e il Papa lo conferma: nessuna rivelazione intermedia, ogni momento è e sarà definitivo. Non sappiamo ne il giorno ne l'ora, ma la venuta del Cristo sarà definitiva.
La Madonna a Fatima ha invece dato un aiuto per comprendere questi "tempi", il trionfo del suo Cuore Immacolato, è un'aiuto che la Madre di Dio e nostra ci sta dando e ci ha voluto dare affinchè non perdiamo tempo e ci convertiamo al Cristo.
Così spiegò anche Gesù a Santa Faustina Kowalska e da lei riportato nel suo Diario: il Cuore Immacolato della Madre e la sua Misericordia sgorgante dal fianco squarciato, sono l'ultima opportunità che il Cielo ci dona per la conversione; quando Gesù verrà, spiega Santa Faustina, sarà per il giudizio e chi avrà rigettato questa misericordia, subirà un giudizio pesante.






      



[Edited by Caterina63 5/4/2015 9:48 PM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Solennità di Maria Santissima Madre di Dio
«Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana»

Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo
(Ad Epitetto 5-9; PG 26, 1058. 1062-1066)

Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2, 16. 17) e prendere un corpo simile al nostro.

Gabriele aveva dato l'annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente «colui che nascerà in te», perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma: «da te» (cfr. Lc 1, 35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei.
Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l'Apostolo: «Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità» (cfr. 1 Cor 15, 53).

Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l'umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l'uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo.

Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto identico al nostro; infatti Maria è nostra sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo. […] Sta scritto infatti in Paolo: «Cristo per noi divenne lui stesso maledizione» (cfr. Gal 3, 13). L'uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo.

Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. E' rimasta assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo.





3 gennaio, memoria del SS. Nome di Gesù

«I due precetti dell'amore»

Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 17,7-9; CCL 36,174-175)

È venuto il Signore, maestro di carità, pieno egli stesso di carità, a ricapitolare la parola sulla terra (cfr. Rm 9, 28), come di lui fu predetto, e ha mostrato che la Legge e i Profeti si fondano sui due precetti dell'amore. Ricordiamo insieme, fratelli, quali sono questi due precetti… Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente; e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare.

L'amore di Dio è il primo come comandamento, ma l'amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comando dell'amore in questi due precetti, non ti insegna prima l'amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa.
Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l'occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: «Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi?» (cfr. 1Gv 4,20). Se sentendoti esortare ad amare Dio, tu mi dicessi: «Mostrami colui che devo amare», io non potrei che risponderti con Giovanni: «Nessuno mai vide Dio» (cfr. Gv 1,18). Ma perché tu non ti creda escluso totalmente dalla possibilità di vedere Dio, lo stesso Giovanni dice: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio» (1Gv 4,16). Tu dunque ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasca quest'amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio.

Comincia quindi ad amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi ignudo, e non disprezzare quelli della tua stirpe (cfr. Is 58,7). Facendo questo che cosa otterrai? «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora» (Is 58,8). […] Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini.

E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l'abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere.





EPIFANIA DEL SIGNORE

Benedetto XVI, Omelia, 6 gennaio 2011

Nella solennità dell’Epifania la Chiesa continua a contemplare e a celebrare il mistero della nascita di Gesù salvatore […]. Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia (cfr Mt 2,1-12) che la Chiesa ci invita oggi a meditare e a pregare. […]

Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. Si resero conto, invece, che, a volte, il potere, anche quello della conoscenza, sbarra la strada all’incontro con quel Bambino. La stella li guidò allora a Betlemme, una piccola città; li guidò tra i poveri, tra gli umili, per trovare il Re del mondo.

I criteri di Dio sono differenti da quelli degli uomini; Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma nell’umiltà del suo amore, quell’amore che chiede alla nostra libertà di essere accolto... Se ci venisse chiesto il nostro parere su come Dio avrebbe dovuto salvare il mondo, forse risponderemmo che avrebbe dovuto manifestare tutto il suo potere per dare al mondo un sistema economico più giusto, in cui ognuno potesse avere tutto ciò che vuole. In realtà, questo sarebbe una sorta di violenza sull’uomo, perché lo priverebbe di elementi fondamentali che lo caratterizzano. Infatti, non sarebbero chiamati in causa né la nostra libertà, né il nostro amore. La potenza di Dio si manifesta in modo del tutto differente: a Betlemme, dove incontriamo l’apparente impotenza del suo amore. Ed è là che noi dobbiamo andare, ed è là che ritroviamo la stella di Dio.

Così ci appare ben chiaro anche un ultimo elemento importante della vicenda dei Magi: il linguaggio del creato ci permette di percorrere un buon tratto di strada verso Dio, ma non ci dona la luce definitiva. Alla fine, per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. E’ la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina. Cari fratelli e sorelle, lasciamoci guidare dalla stella, che è la Parola di Dio… La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi.





Dai «Discorsi» di san Pietro Crisòlogo, vescovo
(Disc. 160; Pl 52, 620-622)

Benché nel mistero stesso dell'Incarnazione del Signore i segni della sua divinità siano stati sempre chiari, tuttavia la solennità…[dell’Epifania del Signore] ci manifesta e ci svela in molte maniere che Dio è apparso in corpo umano, perché la nostra natura mortale, sempre avvolta nell'oscurità, non perdesse, per ignoranza, ciò che ha meritato di ricevere e possedere per grazia.…

I magi, che lo ricercavano splendente fra le stelle, lo trovano che vagisce nella culla… i magi vedono chiaramente, avvolto in panni, colui che tanto lungamente si accontentarono di contemplare in modo oscuro negli astri… I magi considerano con grande stupore ciò che vedono nel presepio: il cielo calato sulla terra, la terra elevata fino al cielo, l'uomo in Dio, Dio nell'uomo, e colui che il mondo intero non può contenere, racchiuso in un minuscolo corpo.

Vedendo, credono e non discutono e lo proclamano per quello che è con i loro doni simbolici. Con l'incenso lo riconoscono Dio, con l'oro lo accettano quale re, con la mirra esprimono la fede in colui che sarebbe dovuto morire. 
Da questo il pagano, che era ultimo, è diventato primo, perché allora la fede dei gentili fu come inaugurata da quella dei magi.





Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359)

Il battesimo di Gesù

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi… Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. «Sono io che devo ricevere da te il battesimo» (Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole… e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.

Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza.

Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.

Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. […] Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini… Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.





«La forza di amare è in noi stessi»

Dalle «Regole più ampie» di san Basilio il Grande, vescovo
(Risp. 2, 1; PG 31, 908-910)

L'amore di Dio non è un atto imposto all'uomo dall'esterno, ma sorge spontaneo dal cuore come altri beni rispondenti alla nostra natura. Noi non abbiamo imparato da altri né a godere la luce, né a desiderare la vita, né tanto meno ad amare i nostri genitori o i nostri educatori. Così dunque, anzi molto di più, l'amore di Dio non deriva da una disciplina esterna, ma si trova nella stessa costituzione naturale dell'uomo, come un germe e una forza della natura stessa. Lo spirito dell'uomo ha in sé la capacità ed anche il bisogno di amare. […]

Nella stessa nostra costituzione naturale possediamo tale forza di amare anche se non possiamo dimostrarla con argomenti esterni, ma ciascuno di noi può sperimentarla da se stesso e in se stesso. Noi, per istinto naturale, desideriamo tutto ciò che è buono e bello, benché non a tutti sembrino buone e belle le stesse cose. Parimenti sentiamo in noi, anche se in forme inconscie, una speciale disponibilità verso quanti ci sono vicini o per parentela o per convivenza, e spontaneamente abbracciamo con sincero affetto quelli che ci fanno del bene.

Ora che cosa c'è di più ammirabile della divina bellezza? Quale pensiero è più gradito e più soave della magnificenza di Dio? Quale desiderio dell'animo è tanto veemente e forte quanto quello infuso da Dio in un'anima purificata da ogni peccato e che dice con sincero affetto: Io sono ferita dall'amore? (cfr. Ct 2, 5). Ineffabili e inenarrabili sono dunque gli splendori della divina bellezza.





«Tutte le cose per mezzo del Verbo formano un'armonia divina»

Dal «Discorso contro i vescovo pagani» di sant'Atanasio,
(Nn. 42-43; PG 25, 83-87)

Non esiste alcuna creatura, e nulla accade che non sia stato fatto e che non abbia consistenza nel Verbo e per mezzo del Verbo, come insegna san Giovanni: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e nulla è stato fatto senza di lui (cfr. Gv 1, 1).

Come infatti il musicista, con la cetra bene intonata, per mezzo di suoni gravi e acuti, abilmente combinati, crea un'armonia, così la Sapienza di Dio, tenendo nelle sue mani il mondo intero come una cetra, unì le cose dell'etere con quelle della terra e le cose celesti con quelle dell'etere, armonizzò le singole parti con il tutto, e creò con un cenno della sua volontà un solo mondo e un solo ordine del mondo, una vera meraviglia di bellezza. Lo stesso Verbo di Dio, che rimane immobile presso il Padre, muove tutte le cose rispettando la loro propria natura, e il beneplacito del Padre.

Ogni realtà, secondo la propria essenza, ha vita e consistenza in lui, e tutte le cose per mezzo del Verbo costituiscono una divina armonia. Perché poi una cosa tanto sublime possa essere in qualche modo capita, prendiamo l'immagine di un immenso coro. In un coro composto di molti uomini, bambini, donne, vecchi e adolescenti, sotto la direzione di un solo maestro, ciascuno canta secondo la propria costituzione e capacità, l'uomo come uomo, il bambino come bambino, il vecchio come vecchio, l'adolescente come adolescente, tuttavia costituiscono insieme una sola armonia. Altro esempio. La nostra anima muove nello stesso tempo i sensi secondo le peculiarità di ciascuno di essi, così che, alla presenza di qualche cosa, sono mossi tutti simultaneamente, per cui l'occhio vede, l'orecchio ascolta, la mano tocca, il naso odora, la lingua gusta e spesso anche le altre membra del corpo operano, per esempio i piedi camminano. Se consideriamo il mondo in modo intelligente constateremo che nel mondo avviene la stessa cosa.

A un solo cenno della volontà del Verbo di Dio, tutte le cose furono così bene organizzate, che ciascuna opera ciò che le è proprio per natura e tutte insieme si muovono in un ordine perfetto.





Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino
(Conf. 6 sopra il «Credo in Deum»)

Nessun esempio di virtù è assente dalla croce

Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell'agire.
Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati. Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. [...]

Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.

Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia» (Eb 12, 2).

Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.





Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
"Vergogniamoci di cio' che possa avere in noi l'aria di dominatori"

(Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209)

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l`aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell'animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l'avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall'altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori.






Dalla «Lettera ai cristiani di Smirne» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire (Intr.; Capp. 1, 1 -4, 1 Funk 1, 235-237)

Ignazio, detto anche Teoforo, si rivolge alla chiesa di Dio e del diletto Figlio suo Gesù Cristo. [...] Ringrazio Gesù Cristo Dio che vi ha resi così saggi. Ho visto infatti che siete fondati su una fede incrollabile, come se foste inchiodati, carne e spirito, alla croce del Signore Gesù Cristo, e che siete pieni di carità nel sangue di Cristo.

Voi credete fermamente nel Signore nostro Gesù, credete che egli discende veramente «dalla stirpe» di Davide secondo la carne» (Rm 1, 3) ed è figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio; che nacque veramente da una vergine; che fu battezzato da Giovanni per adempiere ogni giustizia (cfr. Mt 3, 15); che fu veramente inchiodato in croce per noi nella carne sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode. Noi siamo infatti il frutto della sua croce e della sua beata passione. Avete ferma fede inoltre che con la sua risurrezione ha innalzato nei secoli il suo vessillo per riunire i suoi santi e i suoi fedeli, sia Giudei che Gentili, nell'unico corpo della sua Chiesa. Egli ha sofferto la sua passione per noi, perché fossimo salvi; e ha sofferto realmente, come realmente ha risuscitato se stesso.

Io so e credo fermamente che anche dopo la risurrezione egli è nella sua carne. E quando si mostrò a Pietro e ai suoi compagni, disse loro: Toccatemi, palpatemi e vedete che non sono uno spirito senza corpo (cfr. Lc 24, 39). E subito lo toccarono e credettero alla realtà della sua carne e del suo spirito. Per questo disprezzarono la morte e trionfarono di essa. Dopo la sua risurrezione, poi, Cristo mangiò e bevve con loro proprio come un uomo in carne ed ossa, sebbene spiritualmente fosse unito al Padre.

Vi ricordo queste cose, o carissimi, quantunque sappia bene che voi vi gloriate della stessa fede mia.





Dalla Costituzione «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Nn. 35-36)

L'attività umana, come deriva dall'uomo, così è ordinata all'uomo. L'uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. […] Parimenti tutto ciò che gli uomini compiono allo scopo di conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. […]

Secondo il disegno di Dio e la sua volontà l'attività dell'uomo deve corrispondere al vero bene dell'umanità, e permette agli individui, sia in quanto singoli che quali membri della collettività, di coltivare e di attuare la loro integrale vocazione.

Molti nostri contemporanei, però, sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze. Ora se per autonomia delle realtà terrene intendiamo che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza legittima, che non solo è postulata dagli uomini del nostro tempo, ma anche è conforme al volere del Creatore.

Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricavano la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o arte. Perciò se la ricerca metodica di ogni disciplina procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. 





Comprendere la grazia di Dio

Dal «Commento alla Lettera ai Galati» di sant'Agostino, vescovo
(Introduzione; PL 35, 2105-2107)

L'Apostolo scrive ai Galati perché capiscano che la grazia li ha sottratti dal dominio della Legge. Quando fu predicato loro il Vangelo, non mancarono alcuni venuti dalla circoncisione i quali, benché cristiani, non capivano ancora il dono del Vangelo, e quindi volevano attenersi alle prescrizioni della Legge […]. Noi sappiamo infatti che solo la grazia della fede, operando attraverso la carità, toglie i peccati. Invece i convertiti dal giudaismo pretendevano di porre sotto il peso della Legge i Galati, che si trovavano già nel regime della grazia, e affermavano che ai Galati il Vangelo non sarebbe valso a nulla se non si facevano circoncidere e non si sottoponevano a tutte le prescrizioni formalistiche del rito giudaico. […]

Anche l'apostolo Pietro aveva ceduto alle pressioni di tali persone ed era stato indotto a comportarsi in maniera da far credere che il vangelo non avrebbe giovato nulla ai pagani se non si fossero sottomessi alle imposizioni della Legge. Ma da questa doppia linea di condotta lo distolse lo stesso apostolo Paolo…: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro Vangelo» (Gal 1, 6).

Con questo esordio ha voluto fare un riferimento discreto alla controversia. Così nello stesso saluto, proclamandosi apostolo, «non da parte di uomini, né per mezzo di uomo» (Gal 1, 1), - notare che una tale dichiarazione non si trova in nessun'altra lettera - mostra abbastanza chiaramente che quei banditori di idee false non venivano da Dio ma dagli uomini. Non bisognava trattare lui come inferiore agli altri apostoli per quanto riguardava la testimonianza evangelica. Egli sapeva di essere apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre (cfr. Gal 1, 1).





Dal «Breviloquio» di san Bonaventura, vescovo
(Prolog.; Opera omnia 5, 201-202)

«Dalla conoscenza di Gesù Cristo si ha la comprensione di tutta la Sacra Scrittura»

Dal Padre, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, discende in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito Santo poi, che divide e distribuisce i suoi doni ai singoli secondo il suo beneplacito, ci viene data la fede, e per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori (cfr. Ef 3, 17).

Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l'intelligenza della verità, contenuta in tutta la Sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno possa addentrarvisi e conoscerla, se prima non abbia la fede che è lucerna, porta e fondamento di tutta la Sacra Scrittura. […]

Il frutto della Sacra Scrittura non è uno qualsiasi, ma addirittura la pienezza della felicità eterna. […] Per ottenere tale frutto, per raggiungere questa meta sotto la retta guida della Scrittura, bisogna incominciare dal principio. Ossia accostarsi con fede semplice al Padre della luce e pregare con cuore umile, perché egli, per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo, ci conceda la vera conoscenza di Gesù Cristo e, con la conoscenza, anche l'amore. Conoscendolo ed amandolo, e saldamente fondati e radicati nella carità, potremo sperimentare la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità (cfr. Ef 3, 18) della stessa Sacra Scrittura.

Potremo così giungere alla perfetta conoscenza e all'amore smisurato della beatissima Trinità, a cui tendono i desideri dei santi e in cui c'è l'attuazione e il compimento di ogni verità e bontà.





Benedetto XVI, Omelia, Prairie, Lourdes, Domenica, 14 settembre 2008

È significativo che, al momento della prima apparizione a Bernadette, Maria introduca il suo incontro col segno della Croce. Più che un semplice segno, è un’iniziazione ai misteri della fede che Bernadette riceve da Maria. Il segno della Croce è in qualche modo la sintesi della nostra fede, perché ci dice quanto Dio ci ha amati; ci dice che, nel mondo, c’è un amore più forte della morte, più forte delle nostre debolezze e dei nostri peccati. La potenza dell’amore è più forte del male che ci minaccia. E’ questo mistero dell’universalità dell’amore di Dio per gli uomini che Maria è venuta a rivelare qui, a Lourdes. Essa invita tutti gli uomini di buona volontà, tutti coloro che soffrono nel cuore o nel corpo, ad alzare gli occhi verso la Croce di Gesù per trovarvi la sorgente della vita, la sorgente della salvezza. […]

Proseguendo nella sua catechesi la “bella Signora” rivela il suo nome a Bernadette: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Maria le rivela così la grazia straordinaria che ha ricevuto da Dio, quella di essere stata concepita senza peccato, perché “ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48). Maria è questa donna della nostra terra che s’è rimessa interamente a Dio e ha ricevuto da Lui il privilegio di dare la vita umana al suo eterno Figlio. “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). […]

Questo privilegio riguarda anche noi, perché ci svela la nostra dignità di uomini e di donne, segnati certo dal peccato, ma salvati nella speranza, una speranza che ci consente di affrontare la nostra vita quotidiana. E’ la strada che Maria apre anche all’uomo. Rimettersi completamente a Dio è trovare il cammino della libertà vera. Perché volgendosi a Dio, l’uomo diventa se stesso. Ritrova la sua vocazione originaria di persona creata a sua immagine e somiglianza. 







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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5/9/2015 3:20 PM
 
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Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. per il Natale del Signore, 7, 2. 6; PL 54, 217-218. 220-221)

Conosci la dignità della tua natura

Nostro Signore Gesù Cristo, nascendo vero uomo, senza cessare mai di essere vero Dio, diede inizio, in se stesso, ad una nuova creazione e, con questa nascita, comunicò al genere umano un principio spirituale. Quale mente potrebbe comprendere questo mistero, o quale lingua potrebbe esprimere questa grazia? L'umanità peccatrice ritrova l'innocenza, l'umanità invecchiata nel male riacquista una nuova vita; gli estranei ricevono l'adozione e degli stranieri entrano in possesso dell'eredità.

Dèstati, o uomo, e riconosci la dignità della tua natura! Ricordati che sei stato creato ad immagine di Dio… Se noi infatti siamo tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in noi, vale molto più quello che ciascun fedele porta nel suo cuore, di quanto può ammirare nel cielo.





Benedetto XVI, Omelia, Mercoledì delle Ceneri, 13 febbraio 2013

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo un nuovo cammino quaresimale, un cammino che si snoda per quaranta giorni e ci conduce alla gioia della Pasqua del Signore, alla vittoria della Vita sulla morte. [...]

Le Letture che sono state proclamate ci offrono spunti che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a far diventare atteggiamenti e comportamenti concreti in questa Quaresima. La Chiesa ci ripropone, anzitutto, il forte richiamo che il profeta Gioele rivolge al popolo di Israele: «Così dice il Signore: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (2,12). Va sottolineata l’espressione «con tutto il cuore», che significa dal centro dei nostri pensieri e sentimenti, dalle radici delle nostre decisioni, scelte e azioni, con un gesto di totale e radicale libertà. Ma è possibile questo ritorno a Dio? Sì, perché c’è una forza che non risiede nel nostro cuore, ma che si sprigiona dal cuore stesso di Dio. E’ la forza della sua misericordia. [...]

Nella pagina del Vangelo di Matteo, che appartiene al cosiddetto Discorso della montagna, Gesù fa riferimento a tre pratiche fondamentali previste dalla Legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono anche indicazioni tradizionali nel cammino quaresimale per rispondere all’invito di «ritornare a Dio con tutto il cuore». Ma Gesù sottolinea come sia la qualità e la verità del rapporto con Dio ciò che qualifica l’autenticità di ogni gesto religioso. Per questo Egli denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il vero discepolo non serve se stesso o il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità: «E il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.18). La nostra testimonianza allora sarà sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l’essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell’incontro faccia a faccia con Lui per sempre (cfr 1 Cor 13,12).






«La preghiera deve fiorire continuamente, deve procedere dal cuore»

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Om. 6 sulla preghiera; PG 64,462-466)

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È infatti, una comunione intima con Dio. [...] Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.

Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.





«Perdonate, perché anche a voi sia perdonato»

Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa 
(Cap. 7, 4-8, 3; 8, 5-9, 1; 13, 1-4; 19, 2; Funk 1, 71-73. 77-78, 87)

Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versato per la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza. […]

Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1. 2. 12 ecc.).

Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell'obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò avendo vissuto grandi e illustri eventi corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.





La sacra purificazione per mezzo del digiuno e della misericordia

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa 
(Disc. 6 sulla Quaresima, 1,2; PL 54,285-287)

Sempre, fratelli carissimi, «della grazia del Signore è piena la terra» (Sal 33, 5).[…] Ma ora ci viene chiesto un completo rinnovamento dello spirito: sono i giorni dei misteri della redenzione umana e che precedono più da vicino le feste pasquali. È caratteristica infatti della festa di Pasqua, che la Chiesa tutta goda e si rallegri per il perdono dei peccati. [...] E poiché nel cammino della perfezione non c'è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti, senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi ancora invischiato nei vizi dell'uomo vecchio.

Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggior sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell'astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. 
A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell'elemosina, la quale sotto il nome unico di «misericordia» abbraccia molte opere buone. In ciò i fedeli possono trovarsi uguali, nonostante le disuguaglianze dei beni. 





«Imitiamo l'esempio del buon Pastore»

Dalle «Omelie» di sant'Astèrio di Amasea, vescovo
(Om. 13: PG 40, 355-358. 362)

Poiché il modello, ad immagine del quale siete tati fatti, è Dio, procurate di imitare il suo esempio. Siete cristiani, e col vostro stesso nome dichiaratela vostra dignità umana, perciò siate imitatori dell'amore di Cristo che si fece uomo.

Considerate le ricchezze della sua bontà. Egli, quando stava per venire tra gli uomini mediante l'incarnazione mandò avanti Giovanni, araldo e maestro di penitenza e, prima di Giovanni, tutti i profeti, perché insegnassero agli uomini a ravvedersi, a ritornare sulla via giusta e a convertirsi a una vita migliore.

Poco dopo, quando venne egli stesso, proclamò di persona e con la propria bocca: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò», (Mt 11, 28). Perciò a coloro che ascoltarono la sua parola, concesse un pronto perdono dei peccati e li liberò da quanto li angustiava. Il Verbo li santificò, lo Spirito li rese saldi l'uomo vecchio venne sepolto nell'acqua, e fu generato l'uomo nuovo, che fiorì nella grazia.

Dopo che cosa seguì? Colui che era stato nemico diventò amico, l'estraneo diventò figlio, l'empio diventò santo e pio. Imitiamo l'esempio che ci ha dato il Signore, il buon Pastore. Contempliamo i Vangeli e, ammirando il modello di premura e di bontà in essi rispecchiato, cerchiamo di assimilarlo bene.





Dal trattato «Sulla fuga dal mondo» di sant'Ambrogio, vescovo
(Cap. 6, 36; 7, 44; 8, 45; 9, 52; CSEL 32, 192. 198-199. 204

Dov'è il cuore dell'uomo ivi è anche il suo tesoro. Infatti il Signore non suole negare il buon dono a quanti lo pregano. Pertanto, poiché il Signore è buono e lo è soprattutto per quelli che lo aspettano pazientemente, aderiamo a lui, stiamo con lui con tutta la nostra anima con tutto il cuore, con tutta la forza, per restare nella sua luce, vedere la sua gloria e godere della grazia della felicità suprema. […]

Fuggiamo di qui. Anche se sei trattenuto dal corpo, puoi fuggire con l'anima, puoi essere qui e rimanere presso il Signore se la tua anima aderisce a lui, se cammini dietro a lui con i tuoi pensieri, se segui le sue vie nella fede, non nella visione, se ti rifugi in lui; perché è rifugio e fortezza colui al quale Davide dice: «In te mi sono rifugiato e non mi sono ingannato» (Sal 76, 3).





«Gesù le diceva questo, perché non dovesse più faticare».

Dai «Trattati su Giovanni» di Sant'Agostino, vescovo
(Trattato 15,10-12.16-17; CCL 36,154-156)

«Venne una donna di Samaria ad attingere acqua». […] «Gesù le disse: Dammi da bere. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la samaritana gli disse: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? I giudei infatti non mantengono buone relazioni con i samaritani» (Gv 4,7-9). […] Colui però che domandava da bere aveva sete della fede della samaritana.

«Gesù le rispose: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice: Dammi da bere, forse tu stessa gliene avresti chiesto, ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10). Domanda da bere e promette di dissetare. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, e abbonda come chi è in grado di saziare. «Se conoscessi, dice il dono di Dio». Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma Gesù parla alla donna in maniera ancora velata, e a poco a poco si apre una via al cuore di lei. […]

La donna gli dice: «Signore dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,15). Il bisogno la costringeva alla fatica, ma la sua debolezza non vi si adattava volentieri. Oh! se avesse sentito: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»! (Mt 11,28). Infatti Gesù le diceva questo, perché non dovesse più faticare.





«Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita»

Dal «Libro ad Autolico» di san Teofilo di Antiochia, vescovo
(Lib. I, 2. 7; PG 6, 1026-1027. 1035)

Se dici: Fammi vedere il tuo Dio io ti dirò: Fammi vedere l'uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio. Fammi vedere quindi se gli occhi della tua anima vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano. […]

Dio, infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere, cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla. Giustamente perciò essi attribuiscono la loro oscurità a se stessi e ai loro occhi.

Tu hai gli occhi della tua anima annebbiati per i tuoi peccati e le tue cattive azioni. […] Queste cose ti ottenebrano, come se le tue pupille avessero un diaframma che impedisse loro di fissarsi sul sole. Ma se vuoi, puoi essere guarito. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima e del tuo cuore. Chi è questo medico? È Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita. […] Se capisci queste cose, o uomo, e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutto vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo.





«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 13, 21-23; PL 75, 1028-1029)

Cristo soffrì la passione e sopportò il tormento della croce per la nostra redenzione, sebbene non avesse commesso violenza con le sue mani, né peccato, e neppure vi fosse inganno sulla sua bocca. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello strazio della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

Che cosa si può dire, che cosa si può immaginare di più puro della propria misericordiosa intercessione in favore di coloro che ci fanno soffrire? Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai persecutori, fu poi da loro assunto con fede e il Cristo fu da essi annunziato quale Figlio di Dio. […]

Ora del sangue di Abele è stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4, 10). Ma il sangue di Gesù è più eloquente di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore impetrò la vita ai persecutori.





«Rivestendosi della nostra carne, è diventato la via»

Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 34, 8-9; CCL 36, 315-316)

Godremo della verità, quando la vedremo faccia a faccia, perché anche questo ci viene promesso… l'apostolo Giovanni nella sua lettera scrive: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2). Questa è la grande promessa.

Se lo ami, seguilo. Tu dici: Lo amo, ma per quale via devo seguirlo? […] Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono», disse «la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita... «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via.

Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita; non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina! […] Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi.





Festa di San Giuseppe, Sposo della B.V. Maria, Patrono della Chiesa Universale

Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013

«Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa. […]

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento.

In lui… vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire…è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. […]

Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!





«Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli atri della Gerusalemme celeste»

Dalle «Lettere pasquali» di sant'Atanasio, vescovo
(Lett. 14, 1-2; PG 26, 1419-1420)

Il Verbo, Cristo Signore, datosi a noi interamente ci fa dono della sua visita… Egli è pastore, sommo sacerdote, via e porta e come tale si rende presente nella celebrazione della solennità. […]

Un tempo era il sangue dei capri e la cenere di un vitello ad aspergere quanti erano immondi. Serviva però solo a purificare il corpo. Ora invece, per la grazia del Verbo di Dio, ognuno viene purificato in modo completo nello spirito.

Se seguiremo Cristo potremo sentirci già ora negli atri della Gerusalemme celeste e anticipare e pregustare anche la festa eterna. Così fecero gli apostoli, costituiti maestri della grazia per i loro coetanei ed anche per noi. Essi non fecero che seguire il Salvatore: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19, 27).

Seguiamo anche noi il Signore, cioè imitiamolo, e così avremo trovato il modo di celebrare la festa...non solo con le parole, ma anche con le opere.





«Dio da invisibile scelse di rendersi visibile nella nostra natura »

Dalle «Lettere» di san Leone Magno, papa
(Lett. 28 a Flaviano, 3-4; Pl. 54,763-767)

Vera, integra e perfetta fu la natura nella quale è nato Dio… In lui c'è tutto della sua divinità e tutto della nostra umanità. Per nostra natura intendiamo quella creata da Dio al principio e assunta dal Verbo per essere redenta. […] Sublimò l'umanità, ma non sminuì la divinità. Il suo annientamento rese visibile l'invisibile e mortale il creatore e il signore di tutte le cose. Ma il suo fu piuttosto un abbassarsi misericordioso, non la perdita di onnipotenza. […]

Il Figlio di Dio fece dunque il suo ingresso in mezzo alle miserie di questo mondo, scese dal suo trono celeste, senza lasciare la gloria del Padre. […] Entrò in una condizione nuova: da invisibile scelse di rendersi visibile nella nostra natura; infinito, si lasciò circoscrivere; esistente prima di tutti i tempi, cominciò a vivere nel tempo; Signore dell'universo, nascose la sua gloria infinita e assunse la natura di servo. Incapace di soffrire, in quanto Dio, non rifiutò di essere uomo capace di soffrire. Immortale, scelse di essere soggetto alle leggi della morte.

Colui che è vero Dio, è anche vero uomo. Non vi è nulla di fittizio in questa unità, in quanto l'umiltà della natura umana e la sublimità della natura divina coesistono in mutua relazione.

Così come Dio non subisce mutazione per la sua misericordia, così l'uomo non viene alterato per la dignità ricevuta. Ognuna delle nature opera in comunione con l'altra... Il Verbo opera ciò che spetta al Verbo, e l'umanità esegue ciò che è proprio della umanità. 
La prima di queste nature risplende per i miracoli che compie, l'altra soggiace agli oltraggi che subisce. E, come il Verbo non perde quella gloria che possiede in tutto uguale al Padre, così l'umanità non abbandona la natura propria della specie.

Non ci stancheremo di ripeterlo: L'unico e il medesimo è veramente Figlio di Dio e veramente figlio dell'uomo. È Dio, perché «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). È uomo, perché: «il Verbo si fece carnee venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).





«Cristo è al tempo stesso sacerdote, sacrificio, Dio e tempio»

Dal trattato «Sulla fede: a Pietro» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo.
(Cap. 22, 62; CCL 91a, 726. 750-751)

Nei sacrifici delle vittime materiali, che la stessa santissima Trinità, solo vero Dio del Nuovo e Vecchio Testamento, comandava venissero offerti dai nostri padri, veniva prefigurato il graditissimo dono di quel sacrificio con cui l'unico Figlio di Dio avrebbe offerto misericordiosamente se stesso per noi.

Egli, infatti, secondo l'insegnamento dell'Apostolo «ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5, 2). Egli è vero Dio e vero pontefice, che è entrato per noi nel santuario non con il sangue di tori e di capri ma con il suo sangue. E questo stava a significare allora quel pontefice che ogni anno entrava nel Santo dei santi con il sangue delle vittime.

Questi è dunque colui che in sé solo offrì tutto quello che sapeva essere necessario per il compimento della nostra redenzione, egli che è al tempo stesso sacerdote, sacrificio, Dio e tempio: sacerdote, per mezzo del quale siamo riconciliati, sacrificio che ci riconcilia, Dio a cui siamo riconciliati, tempio in cui siamo riconciliati.





«È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù»

Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo
(Disc. 9 sulle Palme; PG 97, 990-994)

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.

Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1, 21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12, 19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà.

Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d'olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere.





«Lasciamoci riconciliare con Dio»

Papa Francesco, Omelia, 18 febbraio 2015

Cari fratelli e sorelle, il Signore non si stanca mai di avere misericordia di noi, e vuole offrirci ancora una volta il suo perdono - tutti ne abbiamo bisogno - , invitandoci a tornare a Lui con un cuore nuovo, purificato dal male, purificato dalle lacrime, per prendere parte alla sua gioia. Come accogliere questo invito? Ce lo suggerisce san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor5,20).

Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana, è lasciarsi riconciliare. La riconciliazione tra noi e Dio è possibile grazie alla misericordia del Padre che, per amore verso di noi, non ha esitato a sacrificare il suo Figlio unigenito. Infatti il Cristo, che era giusto e senza peccato, per noi fu fatto peccato (v. 21) quando sulla croce fu caricato dei nostri peccati, e così ci ha riscattati e giustificati davanti a Dio. «In Lui» noi possiamo diventare giusti, in Lui possiamo cambiare, se accogliamo la grazia di Dio e non lasciamo passare invano questo «momento favorevole» (6,2).

Per favore, fermiamoci, fermiamoci un po’ e lasciamoci riconciliare con Dio. […] L’invito alla conversione è una spinta a tornare, come fece il figlio della parabola, tra le braccia di Dio, Padre tenero e misericordioso, a piangere in quell’abbraccio, a fidarsi di Lui e ad affidarsi a Lui.







[Edited by Caterina63 5/16/2015 12:57 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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5/9/2015 4:53 PM
 
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«Gesù è la Parola che Dio dice all'umanità»

Benedetto XVI, Esortazione Apostolica Postsinodale “Verbum Domini”

La novità della rivelazione biblica consiste nel fatto che Dio si fa conoscere nel dialogo che desidera avere con noi. La Costituzione dogmatica Dei Verbum aveva esposto questa realtà riconoscendo che «Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé». […]

La Parola qui non si esprime innanzitutto in un discorso, in concetti o regole. Qui siamo posti di fronte alla persona stessa di Gesù. La sua storia unica e singolare è la Parola definitiva che Dio dice all’umanità. Da qui si capisce perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Il rinnovarsi di questo incontro e di questa consapevolezza genera nel cuore dei credenti lo stupore per l’iniziativa divina che l’uomo con le proprie capacità razionali e la propria immaginazione non avrebbe mai potuto escogitare. Si tratta di una novità inaudita e umanamente inconcepibile: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14a).


 


Da un'antica «Omelia sul Sabato santo». (Pg 43, 439. 451. 462-463)

«La discesa agli inferi del Signore»

Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. […]

Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi… Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.
Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra… Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. […]

Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto…è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».





«L’agnello immolato ci trasse dalla morte alla vita»

Dall’«Omelia sulla Pasqua» di Melitone di Sardi, vescovo
(Capp. 2-7; 100-103; SC 123, 60-64. 120-122)

Prestate bene attenzione, carissimi: il mistero della Pasqua è nuovo e antico, eterno e temporale… Perciò l’immolazione dell’agnello, la celebrazione della Pasqua e la scrittura della legge ebbero per fine Cristo Gesù. Nell’antica legge tutto avveniva in vista di Cristo. Nell’ordine nuovo tutto converge a Cristo in una forma assai superiore.

La legge è divenuta il Verbo e da antica è fatta nuova… Il precetto si mutò in grazia, la figura in verità. […]

Il Signore, pur essendo Dio, si fece uomo e soffrì per chi soffre,… risuscitò dai morti e gridò questa grande parola: Chi è colui che mi condannerà? Si avvicini a me (cfr. Is 50, 8). Io, dice, sono Cristo che ho distrutto la morte, che ho vinto il nemico, che ho messo sotto i piedi l’inferno. […]

Venite, dunque, o genti tutte oppresse dai peccati, e ricevete il perdono. Sono io, infatti, il vostro perdono, io la Pasqua della redenzione, io l’Agnello immolato per voi, io il vostro lavacro, io la vostra vita, io la vostra risurrezione, io la vostra luce, io la vostra salvezza, io il vostro re. Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra.





«Cristo autore della risurrezione e della vita»

Dall’«Omelia sulla Pasqua» di un antico autore
(Disc. 35, 6-9; PL 17, 696-697)

La passione del Salvatore è la vita e la salvezza dell’uomo. Per questo infatti volle morire per noi, perché noi, credendo in lui, vivessimo per sempre. Volle diventare nel tempo quel che noi siamo, perché, attuata in noi la promessa della sua eternità, vivessimo con lui per sempre.

Questa, dico, è la grazia dei misteri celesti, questo il dono della Pasqua, questa è la festa dell’anno che più desideriamo, questi sono gli inizi delle realtà vivificanti. […]

«Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Sal 117, 24). Quale giorno? mi chiedo. Quello che ha dato il principio alla vita, l’inizio alla luce. Questo giorno è l’artefice dello splendore, cioè lo stesso Signore Gesù Cristo. Egli ha detto di se stesso: Io sono il giorno: chi cammina durante il giorno non inciampa (cfr. Gv 8, 12), cioè: Chi segue Cristo in tutto, ricalcando le sue orme, arriverà fino alle soglie della luce eterna. È ciò che richiese al Padre quando si trovava ancora quaggiù con il corpo: Padre, voglio che dove sono io siano anche coloro che hanno creduto in me: perché come tu sei in me e io in te, così anche essi rimangano in noi (cfr. Gv 17, 20 ss.).





«Il battesimo, segno della passione di Cristo»

Dalle «Catechesi» di Gerusalemme
(Catech. 20, Mistagogica 2, 4-6; PG 33, 1079-1082)

Siete stati portati al santo fonte, al divino battesimo, come Cristo dalla croce fu portato al sepolcro. E ognuno è stato interrogato se credeva nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; avete professato la fede salutare e siete stati immersi tre volte nell’acqua e altrettante siete riemersi, e con questo rito avete espresso un’immagine e un simbolo. Avete rappresentato la sepoltura di tre giorni del Cristo.

Il nostro Salvatore passò tre giorni e tre notti nel seno della terra. Nella prima emersione voi avete simboleggiato il primo giorno passato da Cristo nella terra. Nell’immersione la notte. Infatti, chi è nel giorno si trova nella luce, invece colui che è immerso nella notte, non vede nulla. Così voi nell’immersione, quasi avvolti dalla notte, non avete visto nulla. Nell’emersione invece vi siete ritrovati come nel giorno. Nello stesso istante siete morti e siete nati e la stessa onda salutare divenne per voi e sepolcro e madre. [...]

O nuovo e inaudito genere di cose! Sul piano delle realtà fisiche noi non siamo morti, né sepolti, né crocifissi e neppure risorti... Cristo invece fu veramente crocifisso e veramente sepolto ed è veramente risorto, anche nella sfera fisica, e tutto questo è stato per noi dono di grazia. Così infatti, partecipi della sua passione mediante la rappresentazione sacramentale, possiamo realmente ottenere la salvezza.


Domenica II di Pasqua della Divina Misericordia

Giovanni Paolo II, Regina Coeli, II Domenica di Pasqua «della Divina Misericordia», 23 Aprile 1995

Carissimi Fratelli e Sorelle! Con oggi si conclude l’Ottava di Pasqua, durante la quale la Chiesa ripete con esultanza le parole del Salmo: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso» (117[118], 24). Tutta l’Ottava è come un unico giorno, il giorno nuovo, il giorno della nuova creazione. Sconfiggendo la morte, Cristo ha fatto nuova ogni cosa (cfr. Ap 21, 5).[…]

La pace e la gioia della Pasqua però non sono solo per la Chiesa: sono per il mondo intero! La gioia è vittoria sulla paura, sulla violenza e sulla morte. La pace è l’opposto dell’angoscia. Salutando gli Apostoli spaventati e scoraggiati per la sua passione e morte, il Risorto dice: «Pace a voi!» (Gv 20, 19). Quando Cristo appare a Giovanni sull’isola di Patmos, è ancora questo il suo invito: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1, 17-18). […]

L’odierna è, in modo particolare, la domenica del ringraziamento per la bontà che Dio dimostra all’uomo in tutto il mistero pasquale. Per questo porta anche il nome di Domenica della Divina Misericordia. Nella sua essenza la Misericordia di Dio, come aiuta a meglio comprendere l’esperienza mistica della Beata Faustina Kowalska…, rivela proprio questa verità: il bene vince il male, la vita è più forte della morte, e l’amore di Dio è più potente del peccato. Tutto questo si manifesta nel mistero pasquale di Cristo. Qui Dio ci appare per quello che è: un Padre dal cuore tenero, che non si arrende di fronte all’ingratitudine dei suoi figli, ed è sempre disposto al perdono.

Carissimi Fratelli e Sorelle! Di tale Misericordia dobbiamo fare personale esperienza, se vogliamo essere a nostra volta capaci di misericordia. Impariamo a perdonare! La spirale dell’odio e della violenza, che insanguina il cammino di tanti individui e tante nazioni, può essere interrotta solo dal miracolo del perdono.




Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della visita al Santuario della Divina Misericordia a Cracovia, 7 giugno 1997

Di nulla l'uomo ha bisogno quanto della Divina Misericordia - di quell'amore che vuol bene, che compatisce, che innalza l'uomo sopra la sua debolezza verso le infinite altezze della santità di Dio. […] Il Messaggio della Divina Misericordia che Cristo stesso volle trasmettere alla nostra generazione tramite la beata Faustina… è un messaggio chiaro e leggibile per ciascuno. Ciascuno può… guardare questo quadro di Gesù Misericordioso, il suo Cuore che irradia le grazie, e udire nel profondo del suo animo quanto udì la Beata: "Non aver paura di nulla. Io sono sempre con te" (Diario, q. II).

E se risponderà con cuore sincero: "Gesù, confido in Te!", troverà conforto in ogni sua angoscia e in ogni paura. In questo dialogo di abbandono, si stabilisce tra l'uomo e Cristo un particolare legame che sprigiona amore. E "nell'amore non c'è timore - scrive san Giovanni - al contrario l'amore perfetto scaccia il timore" (1 Gv 4, 18). […]

Il messaggio della Divina Misericordia mi è stato sempre vicino e caro. E' come se la storia lo avesse inscritto nella tragica esperienza della seconda guerra mondiale. In quegli anni difficili esso fu un particolare sostegno e una inesauribile fonte di speranza, non soltanto per gli abitanti di Cracovia, ma per la nazione intera. Questa è stata anche la mia esperienza personale, che ho portato con me sulla Sede di Pietro e che, in un certo senso, forma l'immagine di questo pontificato.

Rendo grazie alla Divina Provvidenza perchè mi è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo, mediante l'istituzione della festa della Divina Misericordia. Qui, presso le reliquie della beata Faustina Kowalska, ringrazio anche per il dono della sua beatificazione. Prego incessantemente Dio perchè abbia "misericordia di noi e del mondo intero" (Coroncina).

«Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia» (Mt 5, 7).




Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica “Dives in Misericordia”:

Il concetto di «misericordia» nell'Antico Testamento ha una sua lunga e ricca storia. Dobbiamo risalire ad essa, affinché risplenda più pienamente la misericordia che Cristo ha rivelato. Rivelandola sia con i fatti sia con l'insegnamento, egli si rivolgeva a uomini, che non solo conoscevano il concetto di misericordia, ma anche, come popolo di Dio dell'Antica Alleanza, avevano tratto dalla loro plurisecolare storia una peculiare esperienza della misericordia di Dio. Questa esperienza fu sociale e comunitaria, come pure individuale e interiore. […]

Rivelata in Cristo, la verità intorno a Dio «Padre delle misericordie» (2 Cor 1, 3) ci consente di «vederlo» particolarmente vicino all'uomo, soprattutto quando questi soffre… Ed è per questo che, nell'odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio. Essi sono spinti certamente a farlo da Cristo stesso, il quale mediante il suo Spirito opera nell'intimo dei cuori umani. […] Infatti, la rivelazione e la fede ci insegnano non tanto a meditare in astratto il mistero di Dio come «Padre delle misericordie», ma a ricorrere a questa stessa misericordia nel nome di Cristo e in unione con lui.





«Cristo vivente nella sua Chiesa»

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 12 sulla passione, 3, 6, 7; PL 54, 355-357)

Carissimi, il Figlio di Dio ha assunto la natura umana con una unione così intima da essere l'unico ed identico Cristo non soltanto in colui, che è il primogenito di ogni creatura, ma anche in tutti i suoi santi. E come non si può separare il Capo dalle membra, così le membra non si possono separare dal Capo. […]

Tutto quello dunque che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la riconciliazione del mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sue azioni passate, ma lo sentiamo anche nell'efficacia di ciò che egli compie al presente. […]

È in lui che viene benedetta la discendenza di Abramo, e tutto il mondo riceve l'adozione divina. Il Patriarca diventa padre delle genti, ma i figli della promessa nascono dalla fede, non dalla carne. È lui che, eliminando ogni discriminazione di popoli, e radunando tutti da ogni nazione, forma di tante pecorelle un solo gregge santo. Così ogni giorno compie quanto aveva già promesso, dicendo: «E ho altre pecore, che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce, e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16).




«L'opera della salvezza»

Dalla Costituzione «Sacrosanctum Concilium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla sacra Liturgia (Nn. 5-6)

Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4), perciò, egli «che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1, 1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto di Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti (cfr. Is 61 ,1; Lc 4, 18) «medico nella carne e nello spirito» (s. Ignazio), Mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5). Infatti la sua umanità, nell'unità della persona del Verbo, fu lo strumento della nostra salvezza. Per cui in Cristo avvenne il perfetto riscatto della nostra riconciliazione e ci fu data la pienezza del culto divino. […]

Pertanto, come Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte, e ci ha trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s'impernia tutta la vita liturgica, attuassero l'opera della salvezza, che annunziavano.




«La celebrazione dell'Eucaristia»

Dalla «Prima Apologia a favore dei cristiani» di san Giustino, martire
(Cap. 66-67; PG 6,427-431)

Noi…crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l'intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.

Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: «Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo». E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: «Questo è il mio sangue» e lo diede solamente a loro. Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.

E nel giorno, detto del Sole, si fà l'adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette. Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle. Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.

Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, dànno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi.




«Il Battesimo, lavacro della rigenerazione»

Dalla «Prima Apologia a favore dei cristiani» di san Giustino, martire
(Cap. 61; PG 6, 418-422)

Esporremo come noi, rinnovati per mezzo di Cristo, ci siamo consacrati a Dio. Coloro che, arrivati alla certezza, hanno creduto alle verità da noi insegnate e proclamate e hanno promesso di vivere in modo ad esse conforme, vengono guidati a pregare, e a domandare a Dio il perdono dei peccati. Noi insegniamo loro ad accompagnare la preghiera con il digiuno, ma anche noi preghiamo e digiuniamo in piena solidarietà con essi.
Quindi li conduciamo al fonte dell’acqua e là vengono rigenerati allo stesso modo con cui siamo stati rigenerati anche noi. Infatti allora ricevono il lavacro dell’acqua nel nome del Creatore e Dio Signore di tutte le cose, del Salvatore nostro Gesù Cristo e dello Spirito Santo.

Gesù ha detto: Se non rinascerete, non entrerete nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3). Non si tratta, ovviamente, di rientrare nel grembo materno, perché la nascita di cui parliamo è spirituale.

Il profeta Isaia ha spiegato in quale modo si liberano dai peccati coloro che li hanno commessi e fanno penitenza: Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre anime. Imparate a fare il bene, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve. Ma se non ascolterete, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato (cfr. Is 1, 16-20).

Questa dottrina l’abbiamo ricevuta dagli apostoli. Nella nostra prima nascita siamo stati messi al mondo dai genitori per istinto naturale e in modo inconscio. Ora non vogliamo restare figli della semplice natura e dell’ignoranza, ma di una scelta consapevole. Vogliamo ottenere nell’acqua salutare la remissione delle colpe commesse. Per questo su chi desidera di essere rigenerato e ha fatto penitenza dei peccati, si pronunzia il nome del Creatore e Signore Dio dell’universo. È questo solo nome che invochiamo su colui che viene condotto al lavacro per il battesimo.

Il lavacro si chiama illuminazione, perché coloro che imparano le verità ricordate sono illuminati nella loro mente. Colui che viene illuminato è anche lavato. È illuminato e lavato nel nome di Gesù Cristo crocifisso sotto Ponzio Pilato, è illuminato e lavato nel nome dello Spirito Santo, che ha preannunziato per mezzo dei profeti tutte le cose riguardanti Gesù.




«La croce di Cristo, salvezza del mondo»

Dai «Discorsi» di sant’Efrem, diacono
(Disc. sul Signore, 3-4. 9; Opera, ed. Lamy, 1, 152-158. 166-168)

Il nostro Signore fu schiacciato dalla morte, ma a sua volta egli la calpestò come una strada battuta. […] Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo, né gli inferi accoglierlo senza la carne, egli nacque dalla Vergine, per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. Ma una volta giunto colà col corpo che aveva assunto, distrusse e disperse tutte le ricchezze e tutti i tesori infernali. […]

Fu ben potente il figlio del falegname, che portò la sua croce sopra gli inferi che ingoiavano tutto e trasferì il genere umano nella casa della vita. Siccome poi a causa del legno il genere umano era sprofondato in questi luoghi sotterranei, sopra un legno entrò nell’abitazione della vita. Perciò in quel legno in cui era stato innestato il ramoscello amaro, venne innestato un ramoscello dolce, perché riconosciamo colui al quale nessuna creatura è in grado di resistere. Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. Attraverso questo ponte le anime si possono trasferire dalla regione della morte a quella della vita.



«Cristo, buon pastore»

Dalle «Omelie sui Vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)

«Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore», cioè le amo, «e le mie pecore conoscono me» (Gv 10, 14). Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l'amore della verità.

Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).

Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore«(Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore.



«Il comandamento nuovo»

Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 65, 1-3; CCL 36, 490-492)

Il Signore Gesù afferma…: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34). Ma questo comandamento non esisteva già nell'antica legge del Signore, che prescrive: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»? (Lv 19, 18). Perché allora il Signore dice nuovo un comandamento che sembra essere tanto antico? È forse un comandamento nuovo perché ci spoglia dell'uomo vecchio per rivestirci del nuovo? Certo… È quello che il Signore contraddistingue e qualifica con le parole: «Come io vi ho amati» (Gv 13, 34).

Questo è l'amore che ci rinnova… Quest'amore ora rinnova anche tutti i popoli, e di tutto il genere umano, sparso sulla terra, forma un popolo nuovo, corpo della nuova Sposa dell'unigenito Figlio di Dio […]. Questo è l'amore che ci dona colui che ha raccomandato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13, 34). A questo fine quindi ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Ci amava e perciò ha voluto ci trovassimo legati di reciproco amore, perché fossimo il Corpo del supremo Capo e membra strette da un così dolce vincolo.



«Io sono la vite, voi i tralci»

Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo (Lib. 10, 2; PG 74, 331-334)

Il Signore dice di se stesso di essere la vite, volendo mostrare la necessità che noi siamo radicati nel suo amore, e il vantaggio che a noi proviene dall'essere uniti a lui. Coloro che gli sono uniti, ed in certo qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci. Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo ci unisce a lui.

Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da lui la dignità dell'adozione. Infatti, secondo san Paolo, «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6, 17). […]

Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua natura, così l'unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l'affinità e la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l'amore e procura la scienza di ogni virtù e bontà.



Primogenito tra molti fratelli»

Dai «Discorsi» del beato Isacco, abate del monastero della Stella
(Disc. 42; PL 194,1831-1832)

Come il capo e il corpo formano un unico uomo, così il Figlio della Vergine e le sue membra elette costituiscono un solo uomo e l'unico Figlio dell'uomo. Secondo la Scrittura il Cristo totale e integrale è capo e corpo, vale a dire tutte le membra assieme sono un unico corpo, il quale con il suo capo è l'unico Figlio dell'uomo, con il Figlio di Dio è l'unico Figlio di Dio, con Dio è lui stesso un solo Dio. Quindi tutto il corpo con il capo è Figlio dell'uomo, Figlio di Dio, Dio.

Perciò si legge nel vangelo: Voglio, o Padre, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch'essi siano una cosa sola con noi (cfr. Gv 17,21). Secondo questo famoso testo della Scrittura né il corpo è senza capo né il capo senza corpo, né il Cristo totale, capo e corpo, è senza Dio. Tutto con Dio è un solo Dio. Ma il Figlio di Dio è con Dio per natura, il Figlio dell'uomo è con lui in persona, mentre il suo corpo forma con lui una realtà sacramentale.

Pertanto le membra autentiche e fedeli di Cristo possono dire di se, in tutta verità, ciò che egli è, anche Figlio di Dio, anche Dio. Ma ciò che egli è per natura, le membra lo sono per partecipazione; ciò che egli è, lo è in pienezza, esse lo sono solo parzialmente. Infine ciò che il Figlio di Dio è per generazione, le sue membra lo sono per adozione, come sta scritto: «Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abba, Padre» (Rm 8,15).





[Edited by Caterina63 5/11/2015 11:55 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/14/2015 9:18 AM
 
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Paolino a Sant'Agostino - Lettera 121 - sui problemi nella Chiesa  
" Senza dubbio sono gli eretici, che seguono e diffondono le dottrine dei demoni con scaltri accorgimenti escogitati dal loro cervello, inventando, come se fossero cose vedute, rappresentazioni immaginarie di realtà mai vedute e seminandole attraverso perniciose discussioni nella mente di persone perversamente inclini alla credulità (cfr. 1 Tm 4, 1 s ). Sono proprio questi tali a non attenersi al Capo, cioè a Cristo, sorgente della verità, alla cui dottrina non ci si può opporre senza follia. Costoro inoltre sono ciechi e guide di ciechi (Mt 15, 14) , dei quali, a mio avviso, è detto: Hanno abbandonato me, sorgente d'acqua viva, e si sono scavate cisterne screpolate incapaci di contenere l'acqua" (cfr. Ger 3, 13)








 












  interessante riflessione di Padre Angelo Bellon O.P. cliccare qui per la risposta integrale



.... la trasmissione della vita umana avviene non solo attraverso un atto personale, ma anche attraverso un atto cosciente.
Vale a dire attraverso un atto in cui la persona è consapevole di quello che fa, si esprime in maniera libera e responsabile, fà dono di se stessa.

Questo richiede la presenza della persona e non semplicemente di un suo gamete. Il gamete non s’identifica con la persona. Nel gamete non c’è la persona, ma un frutto della persona.
Mai una persona potrebbe dire: io sono quelle cellule.

Il dono di sé è sempre indissolubilmente congiunto con la presenza della persona che lo esprime, con la totalità dell’anima e del corpo.

Pertanto l’azione personale mediante la quale i coniugi si donano in totalità e nel modo ora descritto li rende aperti alla vita attraverso una cooperazione simultanea, e cioè con la presenza personale di tutti e due e non semplicemente con qualcosa di biologico, e attraverso una cooperazione immediata, e cioè senza mediazione di terzi.

Questo principio era stato espresso da Pio XII, il quale aveva affermato che l’azione fecondante dei coniugi esige una cooperazione simultanea e immediata(Discorso alle ostetriche, 29.10.1951.

6. Dal momento che la persona umana ha dignità di fine, si richiede che essa sia rispettata come tale fin dall’inizio, dal suo sorgere.

La generazione di una persona avviene da persona a persona.

Il figlio non è “il prodotto di un intervento di tecniche mediche e biologiche: ciò equivarrebbe a ridurlo a diventare l’oggetto di una tecnologia scientifica” (DV II,4,b).

È nel loro corpo e per mezzo del loro corpo che gli sposi consumano il matrimonio e possono diventare padre e madre (Istruzione Donum vitae, II,4,b). E questo è quanto dire: “È nella loro persona e per mezzo della loro persona”.

7. Potrebbe sembrare un principio solo astratto, teorico. Ma quante conseguenze sul figlio proprio perché non viene rispettato come persona fin dall’inizio.

È il caso di dire con Davide nel salmo 119: “Di ogni cosa perfetta ho visto il limite, solo la tua legge non ha confini” (Sal 119,96).

Anche la scienza e la tecnica hanno i loro limiti. Le scoperte successive lo manifestano.
Ora quando si deroga dalla natura questi limiti si fanno sentire in maniera pesante e, purtroppo, si fanno sentire sui figli, come ho accennato al punto 2.

8. Il matrimonio non dà diritto ad avere un figlio, che rimane sempre un dono, ma a compiere gli atti che di loro natura sono ordinati alla procreaizone.
L’aveva ricordato già Pio XII: “Il contratto matrimoniale… non ha per oggetto la prole, ma gli atti naturali capaci di generare una nuova vita e a questo scopo ordinati” (19.5.1956).

L’Istruzione Donum vitae scrive: “Il matrimonio non conferisce agli sposi il diritto ad avere un figlio, ma soltanto il diritto a porre quegli atti che di per sé sono ordinati alla procreazione.

Un vero e proprio diritto al figlio sarebbe contrario alla sua dignità e alla sua natura. Il figlio non è un qualche cosa di dovuto e non può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un dono, ‘il più grande’ (GS 50) e il più gratuito del matrimonio, ed è testimonianza vivente della donazione reciproca dei suoi genitori”(DV II,8)1.

Il desiderio del figlio è una cosa ottima, è nella logica del matrimonio, è il desiderio di una benedizione del Signore.
Ma questo desiderio non può essere attuato a tutti i costi, a scapito di altre vite umane, a scapito della dignità della persona del figlio e dei suoi diritti.


 



[Edited by Caterina63 8/21/2015 3:01 PM]
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11/4/2015 11:07 PM
 
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[SM=g1740758] Qual'è la vostra posizione riguardo al dare la comunione ai divorziati-risposati?

io l'ho espressa tante volte: cioè che non è possibile!
che non è possibile perchè una tale ammissione, vorrebbe dire cambiare la dottrina del matrimonio, della Eucarestia, della confessione, della Chiesa sulla sessualità umana
e quinto, avrebbe una rilevanza pedagogica devastante, perchè di fronte a una tale decisione, specialmente i giovani, potrebbero concludere legittimamente: "allora è proprio vero, non esiste un matrimonio indissolubile".. [SM=g1740721]

Le aperture di Papa Francesco sono diverse, non è una apertura che vuol dire cambiare la dottrina, vuol dire avere un'atteggiamento vero, pastorale verso le persone, qualunque sia la loro condizione....

www.youtube.com/watch?v=iKRLWE96RCw








[SM=g1740750] [SM=g1740752]
[Edited by Caterina63 11/4/2015 11:08 PM]
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Malignità occasionale: Enciclica “Algarum vermorumque”


 


di Emilio Biagini

Le inaudite sofferenze delle alghe e dei vermi, rinchiusi in ambiti ristretti come fosse e pozzanghere non possono essere ignorate e richiedono pertanto la nostra paterna cura e benedizione. Queste creature minacciate dal malvagio espandersi delle miniere di carbone che i bipedi egoisticamente sfruttano per scaldarsi d’inverno, produrre luce elettrica e cucinare la zuppa, sono al centro della nostra paterna sollecitudine.
Il nostro cuore sanguina considerando come le piccole creature non possono in alcun
modo fuggire, come possono invece fare i bipedi che eventualmente fossero perseguitati dall’Isis, i quali non abbisognano perciò di cura e benedizione da parte nostra, ma al contrario esercitano millenaria e incontrollata tirannide sulla natura, dalla quale saranno assolti solo dietro largizione di consistente obolo da determinarsi caso per caso. Contro chi rifiuterà di versare nelle paterne casse il dovuto, pronunciamo solenne scomunica e interdetto. Amen.




31 dicembre 1934.
Ultimo giorno dell'anno.
Ho avuto il permesso di non andare a dormire, ma di pregare in cappella. Una delle nostre suore mi ha pregato di offrire per lei un'ora di adorazione. Le ho risposto di si ed ho pregato per lei un'ora intera. Durante la preghiera Dio mi ha fatto conoscere quanto Gli è cara quella piccola anima.
La seconda ora di adorazione l'ho offerta per la conversione dei peccatori e specialmente in riparazione delle offese che nel momento presente vengono fatte a Dio. Quanto viene offeso Iddio!
La terza ora l'ho offerta secondo l'intenzione del mio padre spirituale, ho pregato fervorosamente perché venga illuminato in merito ad una questione particolare.
Suonano infine le dodici, l'ultima ora dell'anno, che ho finito nel nome della SS.ma Trinità, come del resto nel nome della SS.ma Trinità ho cominciato la prima ora dell'Anno Nuovo. Ho chiesto la benedizione ad ognuna delle Persone ed ho guardato con grande fiducia all'Anno Nuovo, che non sarà certamente avaro di sofferenze.

http://ildiariodisuorfaustina.blogspot.it/2015/12/lultimo-giorno-dellanno.html






  Meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore (Manzoni).


"Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. 
Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!" (Gal.1,6-10)













«Quando un uomo muore, il suo angelo custode conduce la sua anima nel Purgatorio e si pone alla sua destra… L’angelo presenta a Dio le preghiere che si fanno per lui e intercede per l’abbreviazione delle sue sofferenze». (Santa Francesca Romana)

"... i giovani hanno bisogno di vedermi con questa tonaca lisa e con il colletto da prete. io devo ricordare loro il mistero, e dal prete i giovani si aspettano, ed hanno il diritto di ricevere solo questo! non che vada a "ballare" con loro..." [servo di Dio don Oreste Benzi]

Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 14sullamore ai poveri)
«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). La misericordia non ha l’ultimo posto nelle beatitudini. Osserva ancora: Beato l’uomo che ha cura del misero e del povero (cfr. Sai 40, 2) e parimenti: Buono è colui che è pietoso e dà in prestito (cfr. Sai 111, 5). In un altro luogo si legge ancora: Tutto il giorno il giusto ha compassione e dà in prestito (cfr. Sai 36, 26). Conquistiamoci la benedizione... cerchiamo di essere benevoli. Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto».
Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l’opera di be¬neficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. Spezza il tuo pane all’affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua (cfr. Is 58, 7) e questo fallo con animo lieto e premuroso. Te lo dice l’Apostolo: Quando fai opere di misericordia, compile con gioia (cfr. Rm 12, 8) e la grazia del beneficio che rechi ti sarà allora duplicata dalla sollecitudine e tempestività. Infatti ciò che si dona con animo triste e per costrizione non riesce gradito e non ha nulla di simpatico.
Quando pratichiamo le opere di misericordia, dobbiamo essere lieti e non piangere: «Se allontanerai da te la meschinità e le preferenze», cioè la grettezza e la discriminazione come pure le esitazioni e le critiche, la tua ricompensa sarà grande. «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora e la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58,8). E chi è che non desideri la luce e la sanità?
Perciò, o servi di Cristo, suoi fratelli e coeredi, se ritenete che la mia parola meriti qualche attenzione, ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli unguenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l’oro, l’incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non
il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo di qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore, al quale sia gloria nei secoli. Amen.







TEMPI MODERNI
 
 

Avviso agli omosex: dall’unione con un’altra creatura non si scappa: qualunque documento di convivenza tu abbia firmato, per te è finita. Col divorzio perderete soldi e salute. Come diceva San Paolo "costoro avranno tribolazioni nella vita". Ma parlava a cristiani monogami eterosessuali ai quali, per le pene sopportate, in premio toccava il Cielo. A voi altri resteranno solo le tribolazioni. 

di Rino Cammilleri

Le unioni cosiddette civili assomigliano talmente al matrimonio che non si capisce perché i sostenitori e rivendicatori e richiedenti a gran voce si rifiutino di chiamarle matrimonio. Anzi, non si capisce perché duplicare un istituto già presente, sputato, nel codice e che si chiama matrimonio. Qualcuno dice che i sostenitori-rivendicatori-richiedentiagranvoce vogliano, sì, i vantaggi del matrimonio ma senza assumersene gli oneri.

In realtà non è affatto così, perché dagli oneri non si può sfuggire. Ora, non siamo così ingenui da non aver capito che tutto questo cancan con nastrini sanremesi serve a far “sposare” gli omosex, che sono gli unici (assieme ai preti) che ci tengono. Ma tutti quanti, civili, omosex e preti, sappiano una buona volta che dall’unione indissolubile con un’altra creatura non si scappa: qualunque documento di convivenza tu abbia firmato, per te è finita fin che morte non sopraggiunga.

L’unione non funziona e credi di potertene liberare separandoti e divorziando? Seeeh, tra custodia dei figli e dei cani, casa, alimenti e quant’altro sei incastrato da qui all’eternità. E ti va già bene se quell’accordo che non sei riuscito a trovare col tuo partner quando abitava con te lo trovi d’incanto appena uno di voi due esce di scena. Solo in casi rarissimi ai giuramenti di amore eterno non subentrano quelli di odio mortale, con lo scatenarsi di una guerra senza termine e senza vincitori, fatta di ripicche e ricatti, avvocati e spese, udienze e perizie, carabinieri e assistenti sociali, figli difficilmente recuperabili e condannati quasi sempre a ripercorrere le orme dei genitori.

Ho avuto un’amica tanto vivace quanto sfortunata che, ogni domenica mattina, si metteva davanti alla porta e distribuiva i suoi figli ai vari padri, man mano che questi si presentavano per trascorrere col rispettivo pargolo il giorno assegnato a ciascuno dal giudice (lei, per sua comodità, aveva scelto la domenica). A costei, in fondo, era andata pure bene perché le trattative con i suoi ex si erano svolte in modo abbastanza liscio.

Ma conosco anche gente (e, a mia scienza, sono i più) che per un solo divorzio ha perso i soldi, la salute, la testa in una girandola infernale senza requie e senza fondo, con conseguenze pesanti sull’attività lavorativa; una macerazione esistenziale aggravata da «questioni» che sono diventate «di principio» e richiedono un logorio insonne che, negli anni, crea il vuoto attorno ai duellanti (chi ha voglia di continuare a frequentare una persona incupita e monotematica?).

Duellanti alla Conrad, senza posa e senza vincitori. Alla fine della fiera, uno potrebbe ragionevolmente dire a uno qualsivoglia dei due: se le energie che hai impiegato per fargli la guerra le avessi adoperate per andarci d’accordo quando stavate insieme, forse oggi saresti felice. Invece no, perché –checché ne dicano le omelie- l’odio è più forte dell’amore, per il semplice motivo che è più facile: devi solo lasciarti andare agli impulsi, il diavolo farà il resto.

Eh, aveva ragione san Paolo quando consigliava di non sposarsi (1 Cor 7,27): «Costoro avranno tribolazioni nella vita, e io vorrei risparmiarvele». E parlava a cristiani osservanti, per i quali il matrimonio era un sacramento monogamo eterosessuale indissolubile. Gente che, dopo le tribolazioni santamente affrontate, vissute e sopportate, avrebbe avuto il Cielo. Agli altri, restano le tribolazioni. Senza scopo, senza fine e senza happy end. E sempre che l’esasperazione non provochi qualcosa di peggio, come le cronache ormai quotidiane dimostrano.





  DIO, PERDONAMI!

Ho spento per sempre due occhi 
che avevano diritto di vedere la luce 
e che mi avrebbero guardato con amore. 
Ho soffocato per sempre una voce 
che mi avrebbe chiamato: "Mamma!". 
Ho chiuso per sempre una bocca 
che mi avrebbe sorriso. 
Ho fermato per sempre due piccole mani 
che avrebbero accarezzato il mio volto. 
Ho arrestato per sempre due piccoli piedi 
che avrebbero camminato con me nella vita. 
Ho fermato per sempre i battiti di un cuore 
che palpitava nel mio grembo,
che mi avrebbe amato di un amore immenso
e che, a poca distanza di tempo, 
avrebbe portato nel mondo la gioia di vivere. 
HO UCCISO!
Ho ucciso per sempre una vita
nutrita col mio sangue. 
Ho ucciso la vita della mia vita! 
Da quell'istante il viso del mio Bambino 
è entrato nel mio sguardo 
e dovunque poso i miei occhi io lo vedo. 
"Mamma, perché mi hai ucciso?", 
sembra che mi chieda. 
Io rispondo in silenzio, col pianto.

UNA MADRE MANCATA Questa Poesia è stata scritta da una "ragazza madre", che ha abortito volontariamente, ma che ora sperimenta i tremendi effetti del suo gesto


   








[Edited by Caterina63 4/3/2016 5:25 PM]
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4/21/2016 12:18 PM
 
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DOSTOEVSKIJ/6
Dostoevskij
 

Il contenuto delle profezie di Dostoevskij è la certezza che «nel deserto della solitudine umana Cristo mai abbandonerà l’uomo». Dice Evdokimov: «Ci basterà dire che egli è attuale, che lo è oggi e che lo sarà domani di più, perché è un fenomeno escatologico del nostro tempo»

di Giovanni Moleri

Spesso si è detto a proposito di Dostoevskij che fu un profeta, più precisamente il profeta dei nostri tempi. Ancor più, di lui dice Evdokimov: «A che cosa ci servirebbe definire Dostoevskij? Ci basterà dire che egli è attuale, che lo è oggi e che lo sarà domani di più, perché è un fenomeno escatologico del nostro tempo, un commentario vivente dell'Apocalisse».

Il contenuto delle sue profezie è la certezza che «nel deserto della solitudine umana Cristo mai abbandonerà l’uomo». All’uomo che urla la sua angoscia del non senso, al disadattato che non trova ragioni esistenziali, all’uomo morto perché vuoto, Dostoevskij lancia la sua risposta, la sua sfida a quel mondo che apparentemente sta andando alla deriva, verso la sua fine. Il suo grido si alza ancora contro il desiderio umano dell’autodistruzione, dello scetticismo, dell’immanentismo, della noia demoniaca, che toglie vigore al rinnovamento e che sembra condurci nell’immobilità di una vita stanca e delusa della stessa esistenza. 

Dostoevskij parla con parole da innamorato, con le parole di colui che ha cercato di sedurre e di farsi sedurre dalla sua amata, parla con voce piena di emozione e di anelito al suo Dio, a quel Dio che non ha badato neppure alla sua vita per riabbracciare, nelle braccia tese della croce, la sua creatura. In quest’atto di abbandono all’umana stupidità, da parte di Dio, Dostoevskij ritrova e contempla quella bellezza di sé stesso e di tutti gli uomini, e del creato, perché ora anche lui guarda con gli stessi occhi del Risorto.

Mi piace così concludere con le parole di un maestro, Pavel Evdokimov, un uomo che ha cercato di contemplare la bellezza di Dio, contemplando quella dell’uomo; un uomo che per sensibilità si è stretto nell’intuizione e nella conoscenza che fu di Dostoevskji e che, parlando di lui, così scrive:

«… Non è l’esistenza di Dio che tormenta Dostoevskji bensì la sua Sapienza e i rapporti tra Dio e l’uomo: la coesistenza e l’interazione di Dio e dell’uomo nella storia. In definitiva è l’uomo, sono le sue origini, la sua radice celeste, a costituire l’unico tormento della sua anima. Nella cerchia dei rivoluzionari che hanno liquidato Dio, un vecchio ufficiale tentenna e dice: - Se Dio non esiste sono ancora capitano?. È a lui che Mitia risponde: - Viva Dio e la sua gioia divina. Sapere che Dio esiste, è già tutta la vita … io vincerò tutte le sofferenze per dire e ridire ad ogni istante: io sono, io esisto … . L’uomo è attaccato alla sorgente trascendente del suo essere, come l’amore di Dio alla croce. 
Gli occhi di Dostoevskij sono coperti da una mano, ma essa è forata, e gli occhi vedono attraverso i fori. Egli scorge il mondo attraverso la mano del Cristo crocefisso, ed è già il mondo visto alla luce del Risorto. La fede, per questo tipo di uomo non può essere credenza, abitudine, certezza, essa è sempre una lotta accanita, una follia, un’angoscia, un’estasi, una violenza dello spirito che si impadronisce dell’evidenza e che, infine, vinto, fa sgorgare questo grido di gioia (l'inno di San Giovanni Climako):  
Il tuo amore ha ferito la mia anima ed essa non può sopportare le sue fiamme; io avanzo cantando le tue lodi. 

È dunque facile capire che Dostoevskij … turba e non cessa di turbare le anime troppo impiantate nella comodità della tradizione o del conformismo. Egli parla della spiritualità di domani e della realtà dei tempi preapocalittici … non si può vivere secondo l’Apocalisse. Neppure si può vivere secondo Dostoevskij. Ma nessuna lettura della storia o dell’esistenza umana è illuminante al di fuori della sua visione. Egli getta nel mondo quel sale di cui parla il Vangelo e senza il quale tutto è insipido; egli suscita la Bellezza senza cui non ci sarebbe niente da fare su questa terra. La sua fede introduce Dio nell’anima, come il roveto ardente vi ha posto le radici. 

Dostoevskij ha cercato con passione, per tutta la vita, di decifrare l’uomo e, alla fine, ha saputo leggere in lui il nome di Cristo. Come San Giovanni Battista il violento, egli è sceso agli inferi e vi ha incontrato il Cristo e, come lui, ha indicato l’Agnello, sole immobile dell’amore. Con la croce, nella croce, egli ha afferrato la scala di Giobbe lungo la quale scendono incontro all’uomo gli angeli ed il Signore degli angeli. Ha disegnato l’icona della filantropia divina, ha disegnato il sorriso del padre. Tutto il mistero del Dio cristiano è racchiuso in questo sorriso e Dostoevskij ci fa capire che noi avremo tutta l’eternità per contemplare questo sorriso, sempre nuovo come il mattino del primo giorno della creazione … le ultime parole de I fratelli Karamazov con la quale lo scrittore si congeda da noi dicono, con la semplicità dei fanciulli, del regno: "Senza dubbio resusciteremo, senza dubbio ci rivedremo e con gioia, con allegrezza ci racconteremo tutto ciò che è stato”». 

 - VIDEO: L'ALBA DELL'OTTAVO GIORNO

 

- DOSTOEVSKIJ/1    La domanda più importante della storia

- DOSTOEVSKIJ/2    Il silenzio di Dio, la ribellione di Ivan Karamazov

- DOSTOEVSKIJ/3    Sonja, la domanda sul dolore si fa fede

- DOSTOEVSKIJ/4   La Bellezza, sete dell'uomo e del suo essere

- DOSTOEVSKIJ/5   Contemplare l'uomo per scoprire il Mistero

 






Un uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva.
“Ma chi l’ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!”.

Il Buon Dio gli rispose con un sogno.

Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l’altro.
Anche lui era nell’interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga, per questo faceva tanta fatica ad avanzare.
“Sarebbe sufficiente accorciarla un po’ e tribolerei molto meno”, si disse.

Si sedette su un paracarro e, con un taglio deciso, accorciò d’un bel pezzo la sua croce. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più spedito e leggero. E senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione degli uomini.

Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però incominciava la “terra della felicità eterna”. Era una visione incantevole quella che si vedeva dall’altra parte del burrone.
Ma non c’erano ponti, né passerelle per attraversare.

Eppure gli uomini passavano con facilità.

Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l’appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra.
Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio.
Passavano tutti. Ma non lui. Aveva accorciato la sua croce e ora essa era troppo corta e non arrivava dall’altra parte del baratro.
Si mise a piangere e a disperarsi: “Ah, se l’avessi saputo…”.

Ma, ormai, era troppo tardi e lamentarsi non serviva a niente.






CRISTO NON CI HA DETTO DI SPOSARE IL MONDO.
MA DI BATTEZZARLO.

Contestato a sua volta per queste affermazioni, Augusto del Noce ci tornava sopra, ostinato: «Il Cristo non ci ha detto di sposare il mondo, bensì di battezzarlo. La Chiesa ha il dovere di rispondere ai bisogni dell'uomo moderno ma senza diventare modernista, senza accettarne gli schemi interpretativi». Ripeteva: «Il neo illuminismo borghese - del quale anche gli ex comunisti sono una parte - ragiona in termini di"modernizzazione" e di "arretratezza".
Per esso, ciò che più è "arretrato" è la morale cattolica tradizionale, le sue prospettive sulla vita, la sessualità, la famiglia. Il permissivismo, la rivoluzione sessuale, la tolleranza per la pornografia sono momenti essenziali per liberarsi della Chiesa e, dunque, per "modernizzare" la società. Ed è drammatico che anche tanti cattolici giudichino "arretratezza" la disperata difesa papale dei fondamenti etici del cristianesimo"

* tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia

 


"Secondo le tradizioni giuridiche rabbiniche, un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, una consuetudine fissa"







"CONSIGLI" DI S.CATERINA AI POLITICI

- Fr. Giovanni Calcara OP - 

In un contesto socio politico in cui molti, ed indistintamente, fanno "proclami" per rivendicare primogeniture di autenticità e di fedeltà agli ideali cristiani, che poi è difficile vedere mettere in pratica, vale la pena richiamare un aspetto fondamentale dell'attività apostolica di Santa Caterina da Siena (1347-1380), che riguarda proprio la sua attività, volta ad evangelizzare la politica del suo tempo. Il suo valore rimane di estrema attualità per tutti coloro che sono già impegnati, o che sono disposti ad assumere l'impegno, nell'amministrare e promuovere il Bene Comune. La senese, Dottore della Chiesa, Patrona d'Italia (e dal I ° ottobre 1999) Patrona d'Europa, rimane un richiamo per tutti. Laica e donna del suo tempo, ha lottato tenacemente contro ogni pregiudizio e violenza, in un'opera di instancabile pacificazione tra le città italiane e gli stati europei. Offrì la sua vita per la riforma e l'unità della Chiesa, riuscendo grazie alla sua tenacia a portare a Roma la sede del papato, ponendo fine alta "cattività" avignonese.

È significativo considerare che Caterina da Siena è una mistica, la cui forza interiore riesce a darle una instancabile attività apostolica, che ha influito in maniera condizionante nella sua epoca storica. Questo per ricordarci, come da più parti viene sottolineato, di come sia necessario fondare il sociale e il politico, non solo sulla Dottrina Sociale della Chiesa, ma sulla spiritualizzazione e l'interiorizzazione della vita personale di chi, vuole porsi al servizio del Bene Comune. È la conversione del cuore la vera base, su cui innestare l'agire illuminato dalla morale, perché tutto sia posto al servizio dell'uomo e della sua crescita integrale.

In questa radicale crisi di valori, non è certo pensabile che delle semplici riforme di "struttura" possano consentire il recupero di una convivenza onesta e solidale. Ecco quindi alcune "massime politiche", tratte dalle sue Lettere, e che anche oggi possono orientare l'impegno sociale degli uomini in ogni epoca, dato che la parola di Caterina non è una ideologia, ma una parola di verità, essendo stata proclamata Dottore della Chiesa.

LA CITTÀ TERRENA non è un possesso di chi l'amministra, essa è una "città prestata". "Colui che signoreggia sé, la possederà con timore santo, con amore ordinato e non disordinato; come prestata e non come cosa sua... altro rimedio non hanno gli uomini del mondo a volere conservare lo stato spirituale e temporale, se non di vivere virtuosamente..." (Lettera 123).

La personalità dell'uomo deve avere un FONDAMENTO che gli consenta di orientarsi nella vita e di agire da uomo: "Pensa che sempre a cercare il fondamento di dura maggiore fatica: fatto il fondamento, agevolmente si fa l'edificio..." (L. 195). 

Ora tale fondamento è fatto solo nella carità di Dio e del prossimo: tutti gli altri esercizi sono strumenti e edifizi posti sopra questo fondamento" (L.316). 

Tuttavia, non ogni amore è fondamento, lo è solo quello che S.Agostino aveva chiamato "ordinato", cioè che supera la tentazione di credere solo alle cose che passano o che sono create come noi, perché "le cose create sensibili non possono saziare l'uomo, perché sono minori all'uomo" (L.67).

Ma la vita è milizia e lo stesso fondamento si logora e si indebolisce. Bisogna, dunque, restaurarlo e raffozzarlo e rafforzarlo ogni giorno, in un esercizio che dura tutta la vita.
UN GRANDE NEMICO: L'AMOR PROPRIO. 

L'amor proprio, cioè l'amore sensitivo per sé medesimo, avvelena l'anima e la rende incapace di tendere al vero bene. Caterina esprime, con accenti che ricordano il dramma delle due città di S.Agostino, la lotta tra questi due "amori": "Se l'animo nostro non è spogliato di ogni amore proprio e piacere di sé al mondo, non può mai pervenire al vero e perfetto legame di carità. Infatti l'uno è intralcio all'altro: è tanto è contrario, che l'amore proprio ti separa da Dio e dal prossimo; e quello ti unisce: questo ti da morte, e quello vita, questo tenebre e quello lume; questo guerra, e quello pace; questo ti stringe il cuore, che non vi trova più posto né tu né il tuo prossimo; e la divina carità lo dilata, ricevendo in sé amici, e ogni creatura che ha in sé ragione" (L.7).


VIRILITÀ' DEL POLITICO. Può far politica solo chi è adulto e non fanciullo, solo chi è sveglio e non addormentato. Il richiamo di Caterina alla "virilità" dell'uomo in genere e, soprattutto, del politico è una costante delle sue lettere (una virtù, la virilità, che non è caratteristica del maschio, ma di ogni uomo "forte" (vir deriva dalla stessa radice di virtus), tanto che la Santa la richiede anche alle donne.

CORAGGIO DEL POLITICO. Una virtù necessaria del politico è iI coraggio, che lo induce ad impegnarsi per la verità e per il bene. Il coraggio è il contrario del "timore servile", che produce il "sonno della negligenza" evitare la prova, rimandare la decisione, tollerare il male: "Il timore servile impedisce e avvilisce il cuore, e non lascia vivere né adoperare come a uomo ragionevole, ma come animale sena veruna ragione..." (L.123).

Ne viene fuori un vero identikit dell'uomo che dopo aver fatto sintesi della vita personale con quella pubblica sarà, solo allora, in grado di poter vivere la politica, come affermava Paolo VI "come la più alta forma di carità cristiana". La coerenza tra fede e vita, impegno sociale e lotta per i diritti della persona sono inseparabili, la credibilità di ogni "aggregazione sociale o politica" si gioca proprio in questi termini che, per Santa Caterina, sono irrinunciabili per poter vivere ogni tipo di impegno, come missione.

(da: Famiglia Domenicana n.2, marzo/maggio 2003)





[Edited by Caterina63 8/6/2016 11:42 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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8/26/2016 11:38 AM
 
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Dalla «Dottrina dei Dodici Apostoli»
(Capp. 9, 1 – 10, 6; 14, 1-3; Funk 2, 19-22. 26)

L’Eucaristia

Così rendete grazie: dapprima riguardo al calice: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide, tuo servo, che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù, tuo Servo; gloria a te nei secoli.

Poi riguardo al pane spezzato: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù, tuo Servo; gloria a te nei secoli. Come questo pane spezzato era disperso sopra i monti e, raccolto, è diventato una cosa sola, così sia radunata la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo Regno; perché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli.

Nessuno mangi e beva della vostra Eucaristia, se non coloro che sono stati battezzati nel nome del Signore. A questo proposito il Signore ha detto: «Non date le cose sante ai cani» (Mt 7, 6).
Una volta saziati poi, così ringraziate: Ti rendiamo grazie, o Padre santo, per il tuo santo nome, che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai manifestato per mezzo di Gesù tuo Servo. Gloria a te nei secoli.

Tu, Signore onnipotente, hai creato tutto a gloria del tuo nome; hai dato a gustare agli uomini cibo e bevanda perché ti ringraziassero, mentre a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituale e la vita eterna per mezzo del tuo Servo. Soprattutto noi ti ringraziamo perché sei potente. Gloria a te nei secoli.

Ricordati, o Signore, della tua Chiesa, preservala da ogni male e rendila perfetta nella tua carità. Radunala dai quattro venti, santificala nel tuo regno, che per lei hai preparato. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

Venga la tua grazia e passi questo mondo. Osanna al Dio di Davide! Se qualcuno è santo, si accosti; se no faccia penitenza. Maranatha: vieni Signore Gesù! Amen.
Nel giorno del Signore, riunitevi, spezzate il pane e rendete grazie, dopo aver confessato i vostri peccati, perché il vostro sacrificio sia puro.

Chiunque invece ha qualche discordia con il suo compagno, non si raduni con voi prima che si siano riconciliati, perché non sia profanato il vostro sacrificio. Il Signore infatti ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo mi si offra un sacrificio perfetto, perché un grande Re sono io, dice il Signore, e mirabile è il mio nome fra le genti (cfr. Ml 1, 11. 14).




Dai «Discorsi» di Sant'Agostino, vescovo
(Disc. 19,2-3; CCL 41,252-254)

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio

David ha confessato: «Riconosco la mia colpa» (Sal 50,5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Sia data alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono. Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri. Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 5,5). Egli non stava a badare ai peccati altrui. Citava se stesso, non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso se stesso, e quindi pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione.

Vuoi riconciliarti con Dio? Comprendi ciò che fai con te stesso, perché Dio si riconcili con te. Poni attenzione a quello che si legge nello stesso salmo: «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50,18). Dunque resterai senza sacrificio? Non avrai nulla da offrire? Con nessuna offerta potrai placare Dio? Che cosa hai detto? «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50,18). Prosegui, ascolta e prega: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi». Dopo aver rigettato ciò che offrivi, hai trovato che cosa offrire. Infatti presso gli antichi offrivi vittime del gregge e venivano denominate sacrifici. «Non gradisci il sacrificio»: non accetti più quei sacrifici passati, però cerchi un sacrificio.

Dice il salmista: «Se offro olocausti, non li accetti». Perciò dal momento che non gradisci gli olocausti, rimarrai senza sacrificio? Non sia mai. «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi». Hai la materia per sacrificare. Non andare in cerca del gregge, non preparare imbarcazioni per recarti nelle più lontane regioni da dove portare profumi. Cerca nel tuo cuore ciò che è gradito a Dio. Bisogna spezzare minutamente il cuore. Temi che perisca perché frantumato? Sulla bocca del salmista tu trovi questa espressione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50,12). Quindi deve essere distrutto il cuore impuro, perché sia creato quello puro.

Quando pecchiamo dobbiamo provare dispiacere di noi stessi, perché i peccati dispiacciono a Dio. E poiché constatiamo che non siamo senza peccato almeno in questo cerchiamo di essere simili a Dio nel dispiacerci di ciò che dispiace a Dio. In certo qual modo sei unito alla volontà di Dio, poiché dispiace a te ciò che il tuo Creatore odia.



Dal libro «Sulla predestinazione dei santi» di sant'Agostino, vescovo
(Cap. 15, 30-31; PL 44, 981-983)

«Gesù Cristo nato dalla stirpe di Davide secondo la carne»

Fulgidissima luce di predestinazione e di grazia è lo stesso Salvatore, «il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5). Con quali suoi meriti antecedenti di opere e di fede la natura umana presente in lui ha fatto sì che raggiungesse tale grado? Mi venga data una risposta, per favore. Quell'uomo assunto dal Verbo coeterno al Padre nell'unità della persona, come ha meritato di essere il Figlio unigenito di Dio? Quale sua opera buona qualsiasi precedette? Che cosa ha compiuto prima, che cosa ha creduto, che cosa ha chiesto, per arrivare a questa ineffabile grandezza? Forse che il Verbo, creando e assumendo l'uomo, dal momento in cui cominciò ad esistere, quell'uomo stesso non cominciò ad essere l'unico Figlio di Dio?

Sia per noi ben chiaro che è nel nostro capo, Cristo, che si trova la sorgente della grazia, da cui essa si diffonde per tutte le sue membra, secondo la capacità di ciascuno. Per mezzo di quella grazia ogni uomo diviene cristiano all'inizio della fede, e fu pure per quella grazia, che quell'uomo, fin dall'inizio, è diventato Cristo. Questo è rinato dallo stesso Spirito, dal quale è nato quell'altro. Colui che opera in noi la remissione dei peccati è quel medesimo Spirito che preservò quell'altro da ogni peccato. Certamente Dio seppe in precedenza ciò che avrebbe compiuto. Quindi la predestinazione dei santi è quella che ebbe il suo massimo splendore nel Santo dei santi. Chi interpreta giustamente le parole della verità, come può negare questa dottrina? Infatti noi sappiamo che lo stesso Signore della gloria, in quanto il Figlio di Dio si è fatto uomo, fu predestinato.

Gesù dunque è stato predestinato. Egli che doveva diventare figlio di Davide secondo la carne, è stato predestinato ad essere, nella potenza, Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità. Ecco perché è nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. E questa è stata appunto l'impresa singolare dell'uomo, impresa compiuta ineffabilmente dal Dio Verbo, in modo che fosse davvero e propriamente chiamato al tempo stesso Figlio di Dio e Figlio dell'uomo: figlio dell'uomo per la natura umana assunta, Figlio di Dio perché chi l'assumeva era il Dio Unigenito; perché non si credesse ad una quaternità invece che alla Trinità.

Questa sublimazione così grande, eccelsa e somma della natura umana fu predestinata in modo che non potesse essere più alta. Così, d'altra parte, la divinità non poté abbassarsi di più per noi, che con l'assumere la natura umana insieme alla debolezza della carne fino alla morte di croce. Quindi come egli solo fu predestinato ad essere nostro capo, così siamo stati predestinati in molti ad essere sue membra. Perciò tacciano qui i meriti che sono andati perduti per colpa di Adamo, e regni la grazia di Dio che domina per opera di Gesù Cristo nostro Signore, unico Figlio di Dio, unico Signore. Chiunque avrà scoperto che la generazione singolare del nostro capo è dovuta ai suoi meriti precedenti, cerchi pure di scoprire in noi sue membra i precedenti meriti dello stesso capo, ai quali è dovuta la rigenerazione moltiplicata.



29 Giugno 2016, Santi Pietro e Paolo Apostoli

Dai «Discorsi» di Sant'Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

«Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato»

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.

Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.

Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l'incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l'intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l'intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell'universalità e dell'unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. È ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un'altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).

Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l'incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l'unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.

Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell'amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell'amore ciò che avevi legato per timore.

E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch'essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.



Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. 293, 1-3; PL 38, 1327-1328)

«Voce di chi grida nel deserto»

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.

Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.

Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola. Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso, non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.



Dal trattato «L'ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)

Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. [...]

Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine.

Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole.



Dal trattato «Sulla Trinità» di Faustino Luciferiano, sacerdote
(Nn. 30-40; CCL 69, 340-341)

«Cristo re e sacerdote in eterno»

Il nostro Salvatore divenne veramente «cristo» secondo la carne e nello stesso tempo vero re e vero sacerdote. Egli è l’una e l’altra cosa insieme, perché nulla manchi al Salvatore di quanto aveva come Dio. Egli stesso afferma la sua dignità regale, quando dice: Io sono stato consacrato re da lui sul suo santo monte Sion (cfr. Sal 2, 6). Il Padre inoltre attesta la dignità sacerdotale del Figlio con le parole: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek» (Sal 109, 4).

Nell’antica legge il primo ad essere consacrato sacerdote col crisma dell’unzione fu Aronne. Non si dice però «secondo l’ordine di Aronne», perché non si creda che anche il sacerdozio del Salvatore gli sia stato conferito per successione. Il sacerdozio di Aronne si trasmetteva per via ereditaria, non così invece quello del Cristo, perché egli stesso resta eternamente sacerdote. Si dice infatti: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedek». Il Salvatore dunque, secondo la carne, è re e sacerdote. L’unzione però da lui ricevuta non è materiale, ma spirituale. Infatti coloro che presso gli Israeliti erano consacrati re e sacerdoti con l’unzione materiale dell’olio, diventavano re e sacerdoti, non però tutte e due le cose insieme, ma ciascuno di loro era o re o sacerdote. Solo a Cristo compete la perfezione e la pienezza in tutto, poiché era venuto ad adempiere la legge.

Quantunque tuttavia nessuno di loro fosse re e sacerdote insieme, quelli che erano consacrati con l’unzione materiale, o re o sacerdoti, erano chiamati «cristi». Il Salvatore però, che è il vero Cristo, fu unto dallo Spirito Santo, perché si adempisse quanto era stato scritto di lui: Per questo «Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia a preferenza dei tuoi eguali» (Sal 44, 8). La sua unzione eccelle al di sopra di quella di tutti i suoi compagni perché egli è stato unto con l’olio di letizia, che altro non significa se non lo Spirito Santo.

Che questo sia vero lo sappiamo dallo stesso Salvatore, il quale, preso il libro di Isaia e avendovi letto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4, 18), proclamò davanti a quelli che lo ascoltavano che la profezia si era adempiuta allora nella sua persona.
Anche Pietro, principe degli apostoli, dichiara che quel crisma, da cui il Salvatore è stato manifestato, è lo Spirito Santo, cioè la stessa potenza di Dio, quando negli Atti degli Apostoli tra le altre cose dice al centurione Cornelio, uomo pieno di fede e di misericordia: «Incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni, Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo» (At 10, 37-38).

Anche Pietro, dunque, come hai potuto renderti conto, afferma che Gesù uomo è stato unto di Spirito Santo e di potenza. È vero perciò che lo stesso Gesù è diventato «cristo» in quanto uomo, perché con l’unzione dello Spirito Santo è stato consacrato re e sacerdote in eterno.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 13-15; CSEL 3,275-278)

«Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà»

«Venga il tuo regno». Domandiamo che venga a noi il regno di Dio, così come chiediamo che sia santificato in noi il suo nome. Ma ci può essere un tempo in cui Dio non regna? O quando presso di lui può cominciare ciò che sempre fu e mai cessò di esistere? Non è questo che noi chiediamo, ma piuttosto che venga il nostro regno, quello che Dio ci ha promesso, e che ci è stato acquistato dal sangue e dalla passione di Cristo, perché noi, che prima siamo stati schiavi del mondo, possiamo in seguito regnare sotto la signoria di Cristo. Così egli stesso promette, dicendo: «Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

In verità, fratelli carissimi, lo stesso Cristo può essere il regno di Dio di cui ogni giorno chiediamola venuta, di cui desideriamo vedere, al più presto, l'arrivo per noi. Egli infatti è la risurrezione, poiché in lui risorgiamo. Per questo egli può essere inteso come il regno di Dio, giacché in lui regneremo. Giustamente dunque chiediamo il regno di Dio, cioè il regno celeste, poiché vi è anche un regno terrestre. Ma chi ha ormai rinunziato al mondo del male, è superiore tanto ai suoi onori quanto al suo regno.

Proseguendo nella preghiera diciamo: «Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra», non tanto perché faccia Dio ciò che vuole, ma perché possiamo fare noi ciò che Dio vuole. Infatti chi è capace di impedire a Dio di fare ciò che vuole? Siamo noi invece che non facciamo ciò che Dio vuole, perché contro di noi si alza il diavolo ad impedirci di orientare il nostro cuore e le nostre azioni secondo il volere divino. Per questo preghiamo e chiediamo che si faccia in noi la volontà di Dio. E perché questa si faccia in noi abbiamo bisogno della volontà di Dio, cioè della sua potenza e protezione, poiché nessuno è forte per le proprie forze, ma lo diviene per la benevolenza e la misericordia di Dio. Infine anche il Signore, mostrando che anche in lui c'era la debolezza propria dell'uomo, disse: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39). E offrendo l'esempio ai suoi discepoli perché non facessero la volontà loro, ma quella di Dio, aggiunse: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu».

La volontà di Dio dunque è quella che Cristo ha eseguito e ha insegnato. È umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità. Volontà di Dio è non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo in quanto è Padre, temerlo in quanto è Dio, nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza, dargli ferma testimonianza quando è in discussione il suo nome e il suo onore, mostrare sicurezza della buona causa, quando ci battiamo per lui, accettare con lieto animo la morte quando essa verrà per portarci al premio.
Questo significa voler essere coeredi di Cristo, questo è fare il comando di Dio, questo è adempiere la volontà del Padre.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 11-12; CSEL 3, 274-275)

«Sia santificato il tuo nome»

Quanto è preziosa la grazia del Signore, quanto alta la sua degnazione e magnifica la sua bontà verso di noi! Egli ha voluto che noi celebrassimo la nostra preghiera davanti a lui e lo invocassimo col nome di Padre, e come Cristo è Figlio di Dio, così noi pure ci chiamassimo figli di Dio. Questo nome nessuno di noi oserebbe pronunziarlo nella preghiera, se egli stesso non ci avesse permesso di pregare così. Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio perché allo stesso modo con cui noi ci compiacciamo di Dio Padre, così anch'egli si compiaccia di noi.

Comportiamoci come tempio di Dio, perché si veda che Dio abita in noi. E il nostro agire non sia in contrasto con lo spirito, perché, dal momento che abbiamo incominciato ad essere creature spirituali e celesti, non abbiamo a pensare e compiere se non cose spirituali e celesti, giacché lo stesso Signore dice: «Chi mi onorerà, anch'io lo onorerò; chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo» (1 Sam 2, 30).
Anche il beato Apostolo in una sua lettera ha scritto: «Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor 6, 20).

Dopo questo diciamo: «Sia santificato il tuo nome», non perché auguriamo a Dio che sia santificato dalle nostre preghiere, ma perché chiediamo al Signore che in noi sia santificato il suo nome. D'altronde da chi può essere santificato Dio, quando è lui stesso che santifica? Egli disse: «Siate santi, perché anch'io sono santo» (Lv 11, 45). Perciò noi chiediamo e imploriamo che, santificati dal battesimo, perseveriamo in ciò che abbiamo incominciato ad essere. E questo lo chiediamo ogni giorno. Infatti abbiamo bisogno di una quotidiana santificazione. Siccome pecchiamo ogni giorno, dobbiamo purificarci dai nostri delitti con una ininterrotta santificazione.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn 4-6; CSEL 3,268-270)

«La preghiera prorompa da un cuore umile»

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. È infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l'uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23,23-24). Ed ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15,3).

E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l'attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9,4). E in altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2,23).

Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in se la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l'ascoltò il Signore(cfr. 1Sam 1,13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4,5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza(cfr. Bar 6,5).

Pertanto, fratelli direttissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto e condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l'aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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8/26/2016 11:44 AM
 
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Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 4. 7-8; CSEL 64, 4-7)

Il dolce libro dei salmi

Tutta la Scrittura divina spira la bontà di Dio, tuttavia lo fa più di tutto il dolce libro dei salmi. Pensiamo a quanto fece Mosè. Egli descrisse le gesta degli antenati sempre con stile piano. Vi furono circostanze, però, nelle quali sentì il bisogno di innalzarsi ad altezze liriche. Così quando in quel memorabile evento fece passare attraverso il Mare Rosso il popolo dei padri, vedendo il re Faraone sommerso con il suo esercito, dopo aver compiuto cose superiori alle sue forze, si sentì profondamente ispirato e cantò al Signore un inno trionfale. Anche Maria, la profetessa, prendendo il cèmbalo, esortava le altre sue compagne dicendo: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!» (Es 15, 21).

La storia ammaestra, la legge istruisce, la profezia predice, la correzione castiga, la buona condotta persuade, ma nel libro dei salmi vi è come una sintesi di tutto questo e come una medicina dell’umana salvezza. Chiunque li legge, trova di che curare le ferite delle proprie passioni con uno speciale rimedio. Chiunque voglia lottare, guardi quanto si dice nei salmi e gli sembrerà di trovarsi nella pubblica palestra delle anime e nello stadio delle virtù e gli si offriranno diverse specie di gare. Si scelga fra queste quella alla quale si riconosce più adatto, per giungere più facilmente alla corona del premio.

Se uno ama di ripercorrere e di imitare le gesta degli antenati, troverà tutta la storia dei padri raccolta in un solo salmo, e si procurerà con una breve lettura un vero tesoro per la memoria. Se altri vuol conoscere la forza dell’amore della legge che tutta sta nel vincolo dell’amore, poiché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10) legga nei salmi con quanto sentimento di amore uno solo si è esposto a gravi pericoli per respingere il disonore di tutto un popolo e in questa trionfale prova di valore riconoscerà una non minore gloria di amore.

E che dirò del carisma profetico? Ciò che altri hanno annunziato in maniera confusa, solamente a Davide appare promesso con chiarezza ed apertamente. Sentì, infatti, che il Signore Gesù sarebbe nato dalla sua stessa stirpe, come gli disse Dio: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!» (Sal 131, 11). Nei salmi Gesù non solamente è preannunziato nella sua nascita per noi, ma accetta anche la sua passione, come causa di salvezza. Per noi muore, risorge, sale al cielo, siede alla destra del Padre. Ciò che nessun uomo avrebbe mai osato dire, lo ha annunziato il salmista profeta e poi lo ha predicato nel vangelo lo stesso Signore.



Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote
(Om. 4, 1; PG 12, 842-843)

«Il passaggio del Giordano»

Nel Giordano l’arca dell’alleanza guidava il popolo di Dio. Si ferma la schiera dei sacerdoti e dei leviti e le acque, come per riverenza ai ministri di Dio, arrestano il loro corso e si accumulano in un ammasso rigido, concedendo un passaggio senza danno al popolo di Dio. Ora non meravigliarti, o cristiano, quando ti vengono riferiti questi avvenimenti riguardanti il popolo ebraico, dal momento che a te, uscito dal Giordano per mezzo del sacramento del battesimo, la divina parola promette cose molto più grandi ed elevate, e ti offre un viaggio e un passaggio verso il cielo, attraverso l’etere. Ascolta infatti Paolo che dice riguardo ai giusti: «Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4, 17). Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere. Ogni creatura infatti gli è soggetta.

Ascolta, infine, come anche per mezzo del profeta Dio lo assicuri dicendo: Se dovessi passare attraverso il fuoco, la fiamma non ti brucerà, poiché io sono il Signore tuo Dio (cfr. Is 43, 2). Perciò ogni luogo accoglie il giusto, e ogni creatura gli offre il dovuto servizio. E non ritenere che queste cose siano accadute solo presso gli uomini che ti hanno preceduto, come se per te, che ora stai ascoltando queste cose, non potesse accadere nulla di simile: tutto si compirà in te secondo un piano misterioso.

Mi rivolgo ora a te, che, abbandonate le tenebre dell’idolatria, desideri darti all’ascolto della legge divina e cominci a uscire anche tu dall’Egitto. Allorché sei stato aggregato al numero dei catecumeni e hai cominciato ad ubbidire ai precetti della Chiesa, ti sei allontanato dal Mare Rosso, e fermandoti nelle diverse tappe del deserto, ti sei applicato ogni giorno ad ascoltare la parola di Dio e ad osservare il volto di Mosè, reso splendente dalla gloria del Signore. Giungerai al mistico fonte del battesimo e, quando la schiera dei sacerdoti e dei leviti avrà preso posto, sarai iniziato a quei venerandi e splendidi sacramenti, conosciuti da coloro ai quali è permesso di conoscerli. Allora, attraversato il Giordano per mezzo del ministero dei sacerdoti, entrerai nella terra promessa, nella quale dopo Mosè ti riceve Cristo. Egli stesso ti sarà guida per il tuo nuovo viaggio.


Allora, memore di tante e così grandi meraviglie di Dio, capirai che per te si è diviso il mare e si arrestò l’acqua del fiume. Ti rivolgerai a questi elementi e dirai: Che hai tu, o mare, che ti sei ritirato? E tu, o Giordano, che ti sei voltato in senso inverso? Perché voi monti avete saltato di gioia come arieti, e voi colline come agnelli di un gregge? Risponderà la parola divina e dirà: Dall’apparizione del Signore è stata scossa la terra, dall’apparizione del Dio di Giacobbe, che ha trasformato la pietra in un pozzo d’acqua, e la rupe in zampilli di acque (cfr. Sal 113, 5-8).



Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr., Capp. 1, 1 - 2, 2; Funk 1, 213-215)

«Non voglio piacere agli uomini, ma a Dio»

Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa che ha ottenuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo unico Figlio; alla chiesa amata e illuminata dalla volontà di colui che vuole tutto ciò che è secondo la fede e la carità di Gesù Cristo nostro Dio; alla chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani; alla chiesa gradita a Dio, meritevole di onore e di consensi, degna di essere proclamata beata; alla chiesa alla quale spetta un destino di grandezza; alla chiesa venerabile per la purezza della sua fede; alla chiesa che presiede alla comunione della carità. Essa possiede la legge di Cristo e porta il nome del Padre. Io la saluto nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre.
A quanti sono uniti tra loro come lo sono il corpo e l’anima, fusi nell’obbedienza ad ogni comando di Dio, ripieni della sua grazia, compatti fra loro e alieni da ogni contaminazione estranea, a tutti auguro santamente ogni bene in Gesù Cristo nostro Dio.

Con le mie preghiere ho ottenuto da Dio di vedere il vostro venerabile volto, e l’avevo chiesto con insistenza. Ora, incatenato in Gesù Cristo, spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia ritenuto degno di giungere fino alla fine. L’inizio è ben posto, mi resta da ottenere la grazia di raggiungere senza ostacolo la sorte che mi aspetta.

Temo che mi sia di danno l’affetto che mi portate. Per voi sarebbe facile ottenere ciò che volete: ma per me sarà difficile raggiungere Dio, se non avete pietà di me.
Non voglio che vi comportiate in modo da piacere agli uomini, ma a Dio, come del resto fate. Io non potrò mai trovare un’occasione più propizia per giungere al possesso di Dio, né voi potrete associare il vostro nome a un’opera più bella, se rimarrete in silenzio. Se non parlerete in mio favore, io diventerò parola di Dio. Se invece amerete questa mia vita nella carne, rimarrò una voce qualsiasi.

Non vogliate offrirmi di meglio del dono d’essere immolato a Dio, ora che l’altare è pronto. Allora, riuniti in coro nella carità, potrete cantare inni al Padre in Gesù Cristo, perché Dio ha concesso al vescovo di Siria la grazia di essere trovato in lui, facendolo venire dall’oriente in occidente. È bello tramontare al mondo per risorgere nell’aurora di Dio.



Sacratissimo Cuore di Gesù

Dalle «Opere» di san Bonaventura, vescovo
(Opusc. 3, Il legno della vita, 29,30.47; Opera omnia 8,79)

«Presso di te è la sorgente della vita»

Considera anche tu, o uomo redento, chi, quanto grande e di qual natura sia colui che pende per te dalla croce. La sua morte dà la vita ai morti, al suo trapasso piangono cielo e terra, le dure pietre si spaccano.

Inoltre, perché dal fianco di Cristo morto in croce fosse formata la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37), per divina disposizione è stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato. Ne uscì sangue ed acqua, prezzo della nostra salvezza. Lo sgorgare da una simile sorgente, cioè dal segreto del cuore, dà ai sacramenti della Chiesa la capacità di conferire la vita eterna ed è, per coloro che già vivono in Cristo, bevanda di fonte viva ò che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Sorgi, dunque, o anima amica di Cristo. Sii come colomba «che pone il suo nido nelle pareti di una gola profonda» (Ger 48,28). Come «il passero che ha trovato la sua dimora» (Sal 83,4), non cessare di vegliare in questo santuario. Ivi, come tortora, nascondi i tuoi piccoli, nati da un casto amore. Ivi accosta la bocca per attingere le acque dalle sorgenti del Salvatore (cfr. Is 12,3). Da qui infatti scaturisce la sorgente che scende dal centro del paradiso, la quale, divisa in quattro fiumi (cfr. Gn 2,10) e, infine, diffusa nei cuori che ardono di amore, feconda ed irriga tutta la terra.


Corri a questa fonte di vita e di luce con vivo desiderio, chiunque tu sia, o anima consacrata a Dio, e con l'intima forza del cuore grida a lui: «O ineffabile bellezza del Dio eccelso, o splendore purissimo di luce eterna! Tu sei vita che vivifica ogni vita, luce che illumina ogni luce e che conserva nell'eterno splendore i multiformi luminari che brillano davanti al trono della tua divinità fin dalla prima aurora.


O eterno e inaccessibile, splendido e dolce fluire di fonte nascosta agli occhi di tutti i mortali! La tua profondità è senza fine, la tua altezza senza termine, la tua ampiezza è infinita, la tua purezza imperturbabile!

Da te scaturisce il fiume «che rallegra la città di Dio» (Sal 45,5), perché «in mezzo ai canti di una moltitudine in festa» (Sal 41,5) possiamo cantarti cantici di lode, dimostrando, con la testimonianza dell'esperienza, che «in te è la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce» (Sal 35,10).



Visitazione della B.V.Maria

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

«Maria magnifica il Signore che opera in lei»

«L'anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l'eternità. […]

«Cose grandi ha fatto a me l'onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono.

Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).

Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l'inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell'incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.



Dalle «Opere» di san Tommaso d'Aquino, dottore della Chiesa
(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

«O prezioso e meraviglioso convito!»

L'Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi da uomini dèi.

Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull'altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati.
Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.

O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento? […]

L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.



Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo 
(Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

«Luce, splendore e grazia della Trinità»

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l’operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l’unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio, che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). È al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L’apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6). […]

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.



Dalla «Spiegazione dell’Ecclesiaste» di san Gregorio di Agrigento, vescovo
(Lib. 8, 6; PG 98, 1071-1074)

«L’anima mia esulti nel Signore»

Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi con cuore lieto il tuo vino perché Dio ha già gradito le opere tue (Qo 9, 7). Potremmo prendere queste parole come una sicura e sana norma di saggezza umana per la vita di tutti i giorni. Tuttavia la spiegazione anagogica ci porta ad una considerazione più alta, e ci insegna a considerare il pane celeste e mistico che è disceso dal cielo e ha portato la vita nel mondo. Così pure bere il vino spirituale con cuore sereno significa dissetarsi di quel vino che uscì dal costato della vera vite, al momento della sua passione salvifica.

Di essi così parla il vangelo della nostra salvezza: Avendo preso del pane, dopo averlo benedetto, Gesù disse ai suoi discepoli: Prendete e mangiate: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi in remissione dei peccati. Similmente prese anche il calice e disse: Bevetene tutti: questo è il mio sangue della nuova alleanza, sparso per voi e per molti in remissione dei peccati (cfr. Mt 26, 26-28). Coloro dunque che mangiano questo pane e bevono questo mistico vino gioiscono ed esultano e possono esclamare a gran voce: Hai portato la gioia nel nostro cuore (cfr. Sal 4, 7).

A mio giudizio, è proprio a questo pane e a questo vino che si riferisce la Sapienza di Dio sussistente, cioè Cristo nostro salvatore, quando ci invita alla comunione vitale con se stesso, Verbo divino. Lo fa con le parole del libro dei Proverbi: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pro 9, 5). Coloro ai quali viene rivolto questo invito, devono compiere opere di luce, in modo da avere le loro anime splendenti non meno della luce stessa, come dice il Signore nel vangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16). Anzi in tal caso vedranno scendere sul loro capo anche l’olio, cioè lo Spirito di verità, che li proteggerà e li preserverà da ogni maleficio di peccato.



Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo e martire

Il Signore, concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19).

Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio. Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/14/2016 9:16 PM
 
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  "Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo.
Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto.
Femministe, omosessuali, terzomondiali e terzomondisti, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici: da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere.
Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità.
Spesso, infatti, non è vero.
E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre.
Ma poi: perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche"?
Léo Moulin





UNA PROVOCAZIONE SEMISERIA
 

Cattolico ombra, cattolico catto-prog-dem, cattolico in pectore e cattolico anche quando dormi? A quale categoria appartieni? Scoprilo nel test della Bussola, ma non prendertela se i risultati non sono secondo le tue aspettative. In fondo non ci servono patenti di cattolicità. O no? 

di Tommaso Scandroglio

Va tanto di moda l’interattività. Proviamola anche con te, caro lettore. Qui di seguito si narra un giorno di un cattolico piccolo piccolo o di un cattolico grande grande. Sta a te dimostrarlo. A seconda delle scelte che farai  ti verranno assegnati dei punti, indicati tra parentesi (non barare e sii sincero con te stesso). Al termine somma tutti i punti raccolti e scopri che cattolico sei. I risultati come i punteggi, banale a dirsi, vanno presi cum grano salis e con molta ironia perché qui nessuno vuole seriamente dare patenti di alcun tipo a chicchessia.

Ti alzi alle 6.45 di lunedì e
 A) ringrazi Dio che puoi mettere i piedi ancora una volta per terra (10); 
B) pensi alla riunione con il tuo capo e senti le farfalle nello stomaco esattamente come quando ti dovevano interrogare in storia al liceo e preghi Dio, come facevi a 16 anni, che te la mandi buona (7); 
C) ti prepari mentalmente ad una giornata inclusiva e capace di scavalcare i fossati dell’incomprensione e della discriminazione (3); 
D) ancora assonnato provi un certo fastidio al pensiero che la domenica è festa per motivi legati alla religione perché in uno Stato laico qualcuno potrebbe sentirsi escluso e discriminato da questa giorno dedicato a Dio (0).

Lavato e pettinato
A)
 torni in camera e ti metti a pregare con il vecchio libricino di preghiere che ti aveva regalato tua nonna e che contiene le orazioni di sempre, non prima di aver tentato, senza successo, di far recitare a tutta la famiglia qualche preghiera (10); 
B) vaghi come un sonnambulo tra moglie e figli in cucina completamente assorto nel pensiero della riunione che ti attende e nella tua mente il viso del capo assume le sembianze di quelle di Dio secondo l’iconografia classica: capelli e barba lunghi e bianchissimi. Segue altra giaculatoria per impetrare grazie che sopperiscano alla tua impreparazione (5); 
C) ti prepari la colazione insieme al resto della famiglia che si è svegliata e nel frattempo reciti mentalmente qualche preghiera di Padre Turoldo tra un plumcake e una tazza di caffelatte (2); 
D)  fai colazione a base solo di prodotti bio come consigliato da Veronesi - colazione volutamente consumata da solo nel tuo studio così nessuno ti può rompere le scatole – e ringrazi la Madre Terra per questi prodotti così sani (0).

Baci moglie e figli e sali sul 97 che ti porterà in ufficio. Sul bus ti metti a leggere la Bussola sul tuo smartphone. Ti cade l’occhio su un editoriale del direttore a commento di una conferenza stampa del Papa rilasciata in aereo di ritorno da un suo viaggio apostolico. 
A) Come hai fatto durante la messa mattutina prima di prendere il 97, preghi che Dio assista sempre il Pontefice e sei saldo nella certezza che mai Cristo abbandonerà la sua Chiesa (10); 
B) ti domandi perché mai i gesuiti non seguano il voto del silenzio (6); 
C)dopo un minuto rimetti via lo smartphone e apri il pc per controllare di nuovo la presentazione che dovrai fare al capo (1); 
D) chiudi il sito della Bussola aperto per errore e sfogli Repubblica per scoprire cosa dice il Papa di Scalfari (0).

Arrivi in ufficio e appena entrato vieni aggredito dalla tua collega la quale ti sottopone all’ennesima seduta di lamentele che ancora una volta vertono sull’ex marito che non le passa gli alimenti: 
A) sopporti pazientemente, ricordando a te stesso che è un’opera di misericordia spirituale ascoltare le persone moleste e consigliare i dubbiosi (nonostante la collega sia certa e non per niente dubbiosa di aver ragione e non cerchi consigli) (10); 
B) le dici con coraggio – nonostante il suo sguardo allibito - che non bisogna erigere muri ma gettare ponti e accompagnare chi vive nelle periferie esistenziali. Lei ti risponde che la casa in centro è rimasta a lui (5); 
C) ti scusi rispondendole che non hai tempo perché devi fare una presentazione per il capo (2);  
D)
 le ricordi che lei è cattolica e quindi, secondo le nuove indicazioni pastorali, si può benissimo risposare e in tal modo non dovrà più chiedere gli alimenti. Poi aggiungi che fino a quando non si sarà risposata non potrà fare la comunione (0).

Ti metti finalmente al lavoro, ma ti accorgi che in ufficio fa freddo
A) alzi la temperatura del calorifero (10); 
B) alzi la temperatura del calorifero ma provando una certa vergogna per quel gesto che aumenterà il tasso di Co2 nell’ambiente (2);
C) preferisci stare al freddo tu e magari lavorare peggio, ma non inquinare quel creato che Dio ci ha affidato (1); 
D) alzi la temperatura perché sei sicuro che nella Laudato si’ non si faceva cenno alcuno ai termosifoni (0).

Come responsabile di area devi decidere se firmare un contratto con una società di formazione e aggiornamento che propone corsi sulla teoria del gender per i dipendenti. 
A) non firmi (10); 
B) firmi pensando che sei sì contrario all’omosessualità, ma che non puoi vietare agli altri di pensarla in modo diverso (0); 
C)firmi pensando che sia una buona opportunità di confronto e di accoglienza (-1); 
D) firmi pensando che la differenza è ricchezza e che il vero cristianesimo è aperto al nuovo e non chiuso a riccio sulle sue certezze (-2).

Torni a casa e intercetti tua figlia adolescente la quale - così hai scoperto - è in piena fase di innamoramento per un suo compagno di classe tutto piercing e tatoo. 
A) le chiedi se un giorno può farlo salire a casa così da conoscerlo (10); 
B) ti riprometti di parlarle ma non ora dato che la presentazione con il capo è stata rinviata all’indomani e quindi ci devi lavorare in serata (nel frattempo ti domandi se Dio ha giocato qualche ruolo decisivo in questo rinvio oppure no) (4); 
C) non le dici nulla perché ognuno deve fare le proprie esperienze e maturare in base agli errori commessi (0); 
D) le fai un discorsetto sul “sesso sicuro” perché, applicando il principio del discernimento nella sua situazione particolare, è meglio il male minore di un rapporto senza rischi oggi che un aborto domani (-2).


Risultati.

Da – 4 a 0: non sei cattolico. Stai al cattolicesimo come il Dalai Lama sta ad un rave party o come Pinocchio alla verità. Sei l’antimateria della sana dottrina, la criptonite dei principi non negoziabili, il Totò Riina della fede.

Da 1  a 10: sei un cattolico ombra. Scambi la costituzione gerarchica della Chiesa per potere, la povertà di spirito per pauperismo, la misericordia per un indulto generale delle colpe, l’apostolato per fanatismo, la dottrina per dogmatismo, la fedeltà al Magistero per integralismo intollerante, la ragione con il fariseismo, l’amore per l’uomo con l’ecologia umana, la teologia per i libri di Enzo Bianchi, la carità per la Caritas e Sodoma per il sequel del libro di Saviano.

Da 11 a 30: sei un catto-prog-dem-postVat-neomod-moltoadulto, così impegnato ad addentrarti nelle periferie esistenziali che ti sei perso. La tua vita è comprensibilmente un inferno, in perenne equilibrio tra discernimenti delle situazioni particolari e norme generali, nella ricerca affannosa di individuare punti in comune con tutti prendendo le dovute distanze da chi condivide con te il medesimo credo, diviso tra il dubbio metodico e la granitica certezza che bisogna dubitare di tutto anche della fede, speranzoso che le donne un giorno possano farsi prete così da aumentare i punti in comune con i protestanti e l’unione con questi, e infine desideroso che si celebri un Vaticano III in pianta stabile che non chiuda mai H24 fino alla fine dei tempi. La tua stella polare è la Costituzione (non quella dogmatica chiamata Dei verbum).

Da 31 a 57: sei un cattolico in pectore. I tuoi sensi cattolici, come delle vibrisse sensibili alla verità, non si sono completamente atrofizzati. In te ha vinto il mondo, con le sue preoccupazioni ed ansie, e ne sei cosciente. Leggi in segreto Vittorio Messori e Riccardo Cascioli, ma al consiglio pastorale preferisci citare Vito Mancuso.

Da 58 a 69: sei cattolico.

70: sei cattolico anche quando dormi, ma visti i tempi non riesci a prender sonno molto spesso.



[Edited by Caterina63 11/19/2016 9:53 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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11/21/2016 12:27 PM
 
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SANT'ALFONSO: GUAI A CHI NON VUOLE ABBANDONARE IL PECCATO E PENSA «TANTO DIO È MISERICORDIOSO»

Sant'Alfonso: guai a chi non vuole abbandonare il peccato e pensa «tanto Dio è misericordioso»

di Alfonso Maria de Liguori(Apparecchio alla morte - Inganni che 'l demonio mette in mente a' peccatori)

 

«Dice: “Dio è di misericordia”. Ecco il terzo inganno comune de' peccatori, per cui moltissimi si dannano. Scrive un dotto autore che ne manda più all'inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia; perché questi miserabili, confidano temerariamente alla misericordia, non lasciano di peccare, e così si perdono. Iddio è di misericordia, chi lo nega; ma ciò non ostante, quanti ogni giorno Dio ne manda all'inferno! Egli è misericordioso, ma è ancora giusto, e perciò è obbligato a castigare chi l'offende. Egli usa misericordia, ma a chi? A chi lo teme. “Misericordia sua super timentes se... Misertus est Dominus timentibus se” (Ps. 102. 11. 13).

Ma con chi lo disprezza e si abusa della sua misericordia per più disprezzarlo, Egli usa giustizia. E con ragione; Dio perdona il peccato, ma non può perdonare la volontà di peccare. Dice S. Agostino che chi pecca col pensiero di pentirsene dopo d'aver peccato, egli non è penitente, ma è uno schernitore di Dio: “Irrisor est, non poenitens”. Ma all'incontro ci fa sapere l'Apostolo che Dio non si fa burlare: “Nolite errare, Deus non irridetur” (Gal. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio offenderlo come piace, e quanto piace, e poi pretendere il paradiso». 

 



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IL FALLIMENTO DELL’ARROGANTE

 
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arrogante

Uno dei più grandi Padri della storia della Chiesa, Papa San Gregorio Magno, a proposito dell’arroganza così si espresse molti secoli fa: “L’insegnamento delle persone arroganti ha questo di particolare: che esse non sanno esporre con umiltàquello che insegnano, e anche le cose giuste che conoscono non riescono a comunicarle rettamente. Quando insegnano danno l’impressione di ritenersi molto in alto e di guardare di là assai in basso verso gli ascoltatori, ai quali sembrano far giungere non tanto dei consigli, quanto dei comandi imperiosi”.

Queste sagge parole, sempre attuali, possono riguardare chiunque non sappia mostrare con umiltà le proprie competenze adombrando addirittura le cose più belle e positive che ha da testimoniare. Chi sprofonda nell’arroganza è condannato a vivere accecato da alterigia e superbia. In questo senso l’immagine simbolica del “non vedente”, inconsapevole dei propri limiti, è quella più eloquente perché riflette il comportamento di quanti non si rendono conto dei rischi, anche gravi, che si può percorrere con la supponenza.

 

L’arrogante, rivestito di ruoli dirigenziali o di responsabilità, può recare gravi danni alla società. L’atteggiamento di superiorità, fino alla “strafottenza”, che permea il suo vissuto, rischia di trascinare nel baratro coloro che sono a lui legati. Questo grave difetto, se presente in un individuo oppure in una realtà civile o religiosa, genererà soltanto l’avversione e il disappunto dei molti; le vendette, probabilmente, saranno la risposta di chi prima aveva subito e incassato silenziosamente i colpi.

Eppure il termine “arrogare”, proveniente dal latino, significava “chiedere”. In particolare, nel diritto romano, voleva dire “domandare al popolo”. Più precisamente l’adrogatio era un istituto del diritto familiare tramite il quale un cittadino poteva adottarne un altro che non fosse vincolato a un’altra potestà paterna. Le procedure di adrogatio erano controllate dai Pontefici, dai Comizi curiati e dal popolo. Forse furono proprio gli abusi e le frodi che vennero perpetrati con questa pratica a far assumere alla parola la valenza negativa che oggi le viene attribuita.

Il termine, infatti, ci richiama immediatamente a chi si pone con superioritàopponendosi a qualsiasi forma di dialettica o messa in discussione. L’arrogante è convinto di avere ragione mortificando chiunque abbia davanti; il disprezzo è la conseguenza di chi imposta la propria vita nella dinamica della prepotenza. Il crudele obiettivo dell’arrogante è sempre il solito: il raggiungimento e la conservazione del potere. La prepotenza e l’affermazione di sé a discapito degli altri sono come le più brutte malattie, quelle che contagiano e danneggiano la collettività.

Quando l’arroganza diventa cronica e virale non lascia scampo e può rovinare le persone più intelligenti, più capaci e addirittura anche le più spirituali. Gli unici “medicinali” che potrebbero attenuare una tale metastasi sono rappresentati da parole ormai quasi cadute in disuso: umiltà, ravvedimento e pentimento. I credenti – e non solo – dovrebbero far tesoro delle parole di Papa Francesco che, al n. 34 dell’enciclica Lumen Fidei, afferma: “Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.

Purtroppo il nostro contesto socio-politico continua a mettere in luce il senso dell’arroganza, spesso mescolata a una scaltrezza più diabolica che evangelica; anche in questi giorni, in Italia, abbiamo assistito al fallimento di un tale “modus operandi”… ma, intendiamoci, ogni riferimento è puramente casuale.


[Edited by Caterina63 12/12/2016 6:02 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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