DIFENDERE LA VERA FEDE
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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Il Corano stesso smentische che Cristiani e Musulmani hanno lo stesso Dio

Ultimo Aggiornamento: 19/12/2017 12.15
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 invitandovi a leggere anche questo thread: 

Gesù e Maometto conoscere per avere un vero dialogo interreligioso



riportiamo qui uno studio ancora più approfondito e che dimostra come siano i musulmani stessi  a negare che abbiamo lo stesso Dio....


NON CREDIAMO NELLO STESSO DIO DEI MUSSULMANI

 
 
La vulgata corrente parla di ebraismo, cristianesimo e islam (in ordine cronologico) come delle tre religioni monoteiste che, pur nella loro diversità, hanno in comune la figura di Abramo e la città santa di Gerusalemme. Occorre tuttavia essere ben consapevoli della portata delle diversità per non incorrere nel pressappochismo o rimanere invischiati nella diffusa saggistica anticattolica di infimo livello che va per la maggiore.
Il Concilio Vaticano II - con la Dichiarazione Nostra Aetate sulla Chiesa e le religioni non cristiane e conseguenti atteggiamenti ed affermazioni dei papi successivi - ci ha condotto alle derive che oggi hanno raggiunto livelli inauditi, segnando uno spartiacque epocale da cui si diparte una nuova concezione di Chiesa dalle derive mondialiste.
Nella temperie odierna diventa prezioso lo Studio di Paolo Pasqualucci sull'islamismo di cui, data l'urgenza del problema, pubblichiamo intanto la prima delle 5 parti che vengono dall'Autore stesso indicate in apertura, esprimendogli tutta la nostra gratitudine per iniziare a diffonderlo da qui.
Il lettore trova dunque già indicazioni precise, che gli consentono di orientarsi nel modo giusto. Del resto ogni parte viene ad essere come un piccolo saggio completo in se stesso.
Mentre ho già espresso - con essenziali ma chiare note - perché non adoriamo lo stesso Dio [qui], ci sono temi, finora mai affrontati, come le fondamentali divergenze nella comunanza della figura di Abramo che Pasqualucci, proprio in questa prima parte, tratta con nota acribìa. 
Iniziamo dunque il nutriente excursus e buona lettura!


NON CREDIAMO NELLO STESSO DIO DEI MUSSULMANI
Confutazione della falsa immagine dell’islam 
diffusa nella Gerarchia cattolica attuale

di Paolo Pasqualucci
Settembre 2015

PROLOGO

  “Chi crede nel Figlio, ha la vita eterna,
ma chi rifiuta di credere nel Figlio,
non vedrà la vita, ché anzi sopra di lui
rimane sospesa l’ira di Dio” (Gv 3, 36)

“In verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io sono” (Gv 8, 58)

“Io e il Padre siamo uno” (Gv 10, 30)
ἐγὼ καὶ ὁ πατὴρ ἕν ἐσμεν

“Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9)
* * *

Sei secoli dopo circa, una voce dalle Tenebre :
  “Dì: egli, Dio, è uno. Dio l’eterno.
Non ha generato, né è stato generato.
E non vi è alcuno uguale a lui” (Cor., sura 104)

“Invero, sono miscredenti quelli che dicono:
‘in verità, Dio è il Messia, ‘figlio di Maria’” (5, 76)

“Miscredenti sono, invero, quelli che dicono:
‘in verità Dio è il terzo di tre’, mentre non vi è
altro Dio se non un Dio unico” ( 5, 77)

“E quando Dio disse: ‘o Gesù, figlio di Maria,
hai mai detto agli uomini: prendete me e mia madre
come due divinità, accanto a Dio?’, ‘per tua gloria, no’,
Rispose Gesù” (5, 116)

“Dì: se il Misericordioso avesse un figlio,
io sarei il primo ad adorarlo” (43, 81)

Introduzione
Il confronto con l’islamismo è diventato per tutto il mondo, e in particolare per noi cristiani, di un’attualità sempre più drammatica. Mentre ondate di cosiddetti “migranti”, quasi tutti mussulmani, solo in piccola parte effettivamente meritevoli di accoglienza perché perseguitati, grazie anche alla pusillanimità di chi ci governa ci invadono con cadenza giornaliera ed immarcescibile arroganza, non passa giorno, si può dire, senza che sia commessa o tentata qualche atrocità da parte del cosiddetto ISIS, l’efferato “Stato mussulmano” terrorista, omicida e persecutore per vocazione, distruttore delle chiese cristiane e dei vestigi delle antiche civiltà sulle quali riesca a mettere le mani. Inoltre, le oligarchie arabe arricchite dal petrolio, usando il loro (nostro) denaro anche come fattore di islamizzazione, investono a tutto spiano nell’Occidente gravato dalla crisi economica e purtuttavia ingessato in uno stile di vita che rimane dispersivo e dispendioso, nel senso peggiore del termine, della cattiva distribuzione delle risorse.
Nonostante tutto ciò, sembra perduri a tutt’oggi nell’Occidente, beotamente immerso nella propria decadenza, una scarsa conoscenza di un tale nemico ossia delle vere caratteristiche dell’islamismo, cosa di per sé grave ed inescusabile, foriera di ulteriori disastri e sventure.

La disinformazione sulla vera natura dell’islam, sulle sue convinzioni profonde, sulle sue aspirazioni, oltre che alla scarsa conoscenza di questa religione, è dovuta anche agli atteggiamenti ambigui e sconcertanti della presente Gerarchia cattolica nei suoi confronti, a partire dal pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II. Tali atteggiamenti sembrano voler riportare in auge un’opinione tanto errata quanto tenace in passato, esser cioè la religione fondata da Maometto una sorta di “eresia cristiana” in qualche modo recuperabile alla “causa della pace nel mondo” con “il dialogo interreligioso” incluso nel “dialogo ecumenico”, per giungere “all’unità della famiglia umana” nella tolleranza, nell’uguaglianza, nella democrazia. L’apertura all’islamismo e ai suoi valori (come a quelli di tutte le altre religioni) si inquadra nel perseguimento di questo obiettivo del tutto eterodosso ed estraneante che la Gerarchia cattolica si è data a partire da quel celebre Concilio ecumenico innovatore ma pastorale, sfornito cioè di definizioni dogmatiche a sanzionare le innovazioni introdotte.

Il ritenere erroneamente l’islamismo una sorta di “eresia cristiana” (quando si tratta invece di una religione del tutto indipendente, ferocemente ostile al cristianesimo e a tutto ciò che esso rappresenta) non ha comunque impedito ai Papi di un tempo di promuovere le Crociate per la difesa dei Luoghi Santi, dei cristiani della Palestina e, in generale, della Cristianità tutta contro l’aggressione islamica. Oggi, invece, i Papi, dal Concilio in poi, in nome di un aberrante e non cattolico concetto di “libertà religiosa”, si trovano in prima linea nell’aprire le porte delle nostre nazioni ad una “accoglienza” indiscriminata ovvero ad un’invasione vera e propria, mascherata da “emergenza umanitaria”, contribuendo del resto ampiamente a propagare la falsa immagine del “vero islam religione di pace”, i cui adepti avrebbero “il diritto umano” di risiedere a casa nostra per sfuggire alle miserie (vere e presunte) di casa loro. Certamente, l’islam aspira alla pace ma solo dopo che tutto il mondo sarà diventato mussulmano, con le buone o con le cattive. Un rovesciamento di posizioni, quello della Gerarchia cattolica, che ha veramente dell’incredibile, di fronte al quale possiamo solo dire: misterium iniquitatis!
 
È dal Concilio che la Gerarchia, tranne rare e timide voci dissenzienti, ha perso il contatto con la realtà, essendosi mentalmente rinchiusa nella sfera dell’utopia non cristiana del “dialogo” volto a realizzare l’unità del genere umano non redento. Così oggi, di fronte al documento dei vescovi africani che per la prima volta esorta giustamente i giovani africani a stare a casa loro perché l’Africa ha bisogno di loro per risolvere i suoi gravi problemi, abbiamo le ultime esternazioni di Papa Bergoglio che, in modo del tutto irrealistico, invita ad accogliere tutti indiscriminatamente, senza preoccuparsi delle effettive capacità di accoglienza, “perché Gesù nel Vangelo chiama buoni e cattivi, tutti, non c’è differenza”; invita ad “accogliere tutti senza giudicare nessuno” (Angelus del 6 settembre 2015). Qui non si tratta di “giudicare”, si tratta di sopravvivenza materiale, fisica innanzitutto. Non c’è materialmente posto per centinaia di migliaia ed anzi per milioni di “migranti”, per di più mussulmani, che, si dice, marciano verso le nostre frontiere. E poi Gesù chiamava tutti, “buoni e cattivi”, ed anzi sopra tutto “i malati” cioè “i cattivi”, i peccatori, allaconversione, per la salvezza della loro anima (Mc 2, 17), non ad invadere senza alcun diritto le terre e le case altrui.
 
Il presente studio, condotto sui testi originali tradotti in italiano e giovandosi della più accreditata letteratura scientifica sull’argomento, spera di apportare la chiarezza necessaria a combattere e dissolvere la falsa rappresentazione dell’islamismo oggi dominante, con le gravi illusioni ed errori di prospettiva da essa ingenerati. Nel piano dell’autore esso consta di cinque parti, ognuna delle quali sta compiutamente a sé.

La prima ha carattere introduttivo (I: La falsa immagine dell’islam contribuisce a confondere il culto della S.ma Vergine, la venerazione per Abramo, l’adorazione del vero Dio). Muove dall’errata rappresentazione della religione mussulmana contenuta nei testi del Concilio, incentrata sul falso concetto che noi e i mussulmani abbiamo la stessa fede di Abramo e in Abramo, che Abramo sarebbe il padre riconosciuto della fede per loro così come lo è per noi. Ragion per cui adoreremmo entrambi lo stesso Dio, nonostante l’antitrinitarismo manifesto del Corano! L’idea di un comune onore tributato ad Abramo quale “padre della fede” è un concetto chiave del presente “dialogo” con l’islam e l’ebraismo, concetto però del tutto insostenibile per l’islam già per il semplice motivo che l’Abramo del Corano non corrisponde affatto a quello storico della Bibbia. Maometto ne ha rielaborato la figura a suo uso e consumo e proprio in funzione esplicitamente antiebraica e anticristiana, cosa che viene tenuta nascosta. Questa parte dell’indagine contiene una illustrazione articolata delle fonti dell’islamismo, e in particolare del Corano, nonché del suo concetto di Dio e dei concetti essenziali della teologia islamica, incluso quello della “guerra santa”. Da essi si scorge immediatamente la differenza abissale con la nostra, cattolica (quella vera, si intende, non l’attuale, di tinta razionalista e sincretistica, figliata dalla nouvelle théologie di trista memoria, indebita protagonista al Concilio).

La seconda parte (II: Genesi dell’islamismo) esamina per qual motivo l’islamismo, che si professa addirittura “religione d’Abramo”, si consideri, proprio per questo motivo, nemico della nostra, oltre che dell’ebraica. Per comprender ciò è necessario ricostruire la genesi della “rivelazione” professata da Maometto, attraverso un’analisi dei fatti salienti della sua vita, religiosi, politici e militari. La guida principale, in questa fondamentale ricostruzione, è costituita dalle penetranti analisi di Carlo Alfonso Nallino, morto nel 1938, uno dei nostri più grandi arabisti ed islamisti.

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Delle altre tre parti lo schema è il seguente: 

III: Le confutazioni cristiane dell’islamismo. Impossibilità di considerare l’islamismo una sorta di “eresia cristiana”. Critica delle dichiarazioni del Concilio sull’islam e della pastorale in proposito del Pontefice regnante. Sintesi delle confutazioni dell’islamismo fatte in passato, oggi passate sotto silenzio e dimenticate: da san Giovanni Damasceno a san Tommaso, al Cusano, sino a Pio II, l’umanista Enea Silvio Piccolomini, che in un pubblico discorso, tenuto a Mantova il 26 settembre 1459, in una Dieta intesa a convocare (senza successo) una crociata contro i Turchi, definì Maometto “falso profeta”.

IV: La “mariologia” coranica. Esposizione della Maria del Corano, la “ Maria madre di Gesù, profeta dell’Islam”. Si dimostra, sulla scorta degli studi del grande Roger Arnaldez, che la “Maria del Corano” non ha nulla a che vedere con la S.ma Vergine, non si tratta della stessa persona. Essa è confusa con “Maria, sorella di Aronne”, il fratello di Mosè, vissuta circa dodici secoli prima di Cristo. E se l’Aronne menzionato nel Corano fosse un altro Aronne, come sostengono i commentatori mussulmani, non si saprebbe quale (dimostra Arnaldez), risultando del tutto ingarbugliate e contraddittorie le genealogie costruite al riguardo dai detti commentatori.

V: La “cristologia” coranica. Esposizione del Gesù che viene menzionato nel Corano, sempre in base ai fondamentali studi di Arnaldez, ma non solo, dai quali appare con evidenza che il “Gesù, figlio di Maria” presentato nel Corano quale semplice uomo anche se dotato di poteri straordinari e sopra tutto quale precursore di Maometto – l’avrebbe annunciato nel Vangelo di Giovanni ma i discepoli invidiosi avrebbero nascosto la cosa, falsificando il testo! – non è (ovviamente) Gesù Nostro Signore; non ha nulla a che vedere con il vero Gesù.
È invece il Gesù dei Vangeli apocrifi, il Cristo delle eresie nestoriane, ariane, docetiste al tempo diffuse tra i cristiani della penisola arabica.
È nato per intervento di un angelo, è taumaturgo, fa miracoli, ma non muore in croce, sostituito da una “sembianza”, o da un sosia il cui nome sarebbe stato “Sergio”, secondo alcuni commentatori mussulmani. Non è Figlio di Dio (grave bestemmia per i mussulmani), si trova presso Allah e nel Giorno del Giudizio tornerà sulla terra a rendere testimonianza a Maometto, diffondendo l’islamismo e condannando all’eterna dannazione (dal minareto della moschea di Damasco) i cristiani, per averlo adorato come figlio di Dio!
Come si vede da questi pochi cenni, la “mariologia” e la “cristologia” coraniche sono un guazzabuglio indescrivibile, una diabolica perversione dei dati autentici delle nostre Sacre Scritture. Solo pastori che avevano smarrito il sensus fidei o nulla sapevano di quella religione (voglio pensare sopra tutto all’ignoranza) potevano approvare documenti, elaborati dai soliti noti, che suggerivano ai fedeli il rispetto per il credo islamico con frasi contraddittorie e assurde come queste: “Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua Madre Vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione” (Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, sulla Chiesa e le religioni non cristiane, 3.1).


I.
La falsa immagine dell’islam contribuisce a confondere il culto della S.ma Vergine, la venerazione per Abramo, l’adorazione del vero Dio 

SOMMARIO : 1. Gli equivoci sulla S.ma Vergine, dovuti anche al “dialogo” con l’islam. 2. La falsa nozione di islam penetrata nel Concilio Vaticano II. 3. Un utopistico appello “catto-islamico” del 2006. 4. Il “dialogo” con l’islam nello “schema ecumenico” del cardinale Agostino Bea SI. 5. L’Abramo del Corano non è quello vero, della Bibbia: 5.1 Il Corano “archetipo celeste” che tuttavia contiene contraddizioni (ed errori in materia biblica). 5.2 L’abrogante e l’abrogato, esempi di contraddizione nel Corano. 5.3 Il volontarismo maomettano esclude l’Alleanza tra Dio e l’uomo, stipulata con Abramo, testimoniata nella Bibbia. 5.4 L’incitamento alla guerra santa. 5.5 L’islamismo “religione di Abramo”, nemica giurata della nostra.

* * *
1. Gli equivoci sulla S.ma Vergine dovuti anche al “dialogo” con l’islam.
Nell’attuale clima torbido prospera una saggistica anticattolica di basso livello tesa a screditare i dogmi della nostra fede. Essa si nutre anche degli errori diffusi dall’esegesi cattolica ufficiale, aperta a tutte le novità, scaduta da tempo a pedissequa imitatrice dell’esegesi razionalista protestante, notoriamente avversa al Sovrannaturale, il cui scopo è dimostrare che il Nuovo Testamento è in gran parte frutto di tardive rielaborazioni semimitiche ad opera della cosiddetta “comunità cristiana primitiva”, e quindi posteriori alla distruzione del Tempio di Gerusalemme dell’AD 70, profetizzata da Nostro Signore nei Vangeli. Quest’esegesi è pseudo-scientifica almeno per quattro motivi:
  1. rifiuta a priori i dati della tradizione cristiana sulla storicità dei Vangeli;
  2. rifiuta a priori i risultati forniti dalle moderne tecniche di ricerca, i quali hanno dimostrato (se mai ce ne fosse stato bisogno) l’anteriorità inequivocabile del Vangelo di S. Marco all’anno 70;
  3. pur mostrando grande erudizione linguistica e filologica, mette in opera una vera e propriadecostruzione dei testi, i criteri della quale in realtà sfuggono, pervasa, come sembra, da una insistita “creatività ermeneutica”;
  4. è mossa dal desiderio di voler adattare i fatti della Rivelazione alla mentalità scettica e miscredente dell’uomo contemporaneo, il quale non crede ai miracoli né all’esistenza di Dio e professa nello stesso tempo un culto superstizioso, quasi magico, nei confronti della scienza, il che è come dire: nei confronti di se stesso[1].
Sono pertanto tornati in auge, nella saggistica di taglio popolare, tradizionali cavalli di battaglia della più vieta polemica anticristiana, che ripete più o meno sempre le stesse cose, dai tempi del neoplatonico Celso a quelli più vicini a noi di liberi pensatori, illuministi, massoni, teosofi, materialisti di ogni scuola, esistenzialisti, freudiani. Tra questi, la straordinaria affermazione secondo la quale la verità di fede attestante che “Maria” è la “Madre di Dio” altro non sarebbe stata che l’adattamento cristiano di antichi culti pagani, quali la Magna Mater, Iside, Demetra etc. Questa assurdità viene riproposta oggi anche nella variante per così dire “femminista”, come se tale immagine della Madonna fosse stata inventata per equilibrare l’immagine altrimenti troppo “maschilista” della Chiesa[2].
2. La falsa nozione di islam penetrata nel Concilio Vaticano II.
Accanto a simili amenità, contribuisce ad accrescere la confusione attorno alla figura della Madre di Dio anche il “dialogo ecumenico” con le altre religioni, in particolare quello con l’islam. Perché con l’islam? Perché il Concilio Vaticano II ha avuto il coraggio di presentare come accettabile anche per i cattolici il culto che i mussulmani manifestano nei confronti di “Maria madre di Gesù” e la “venerazione” che essi mostrano per Gesù, “come profeta”, pur negandone la divinità.
Scrive infatti la costituzione dogmatica (ma senza dogmi) Lumen Gentium sulla Chiesa, all’art. 16, sui “non cristiani e la Chiesa”, che: “il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede in Abramo, adorano con noi un Dio unico [nobiscum Deum adorant unicum], misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale”.

Di rincalzo, la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, al par. 3.1 dedicato alla religione mussulmana: 
“La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano sua Madre Vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre, attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale, e rendono culto a Dio, soprattuto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”[3].
Il par. 3.2 chiude quest’incredibile elogio dell’Islam con il sentimentalismo superficiale, caramelloso, inneggiante alla “mutua comprensione”, al “dialogo”, al progresso, alla pace nel mondo e in sostanza alla democrazia, che caratterizza svariati testi del Vaticano II:
“Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”[4].

Lo sgomento provocato da queste dichiarazioni risulta dai seguenti loro caratteri: 
  1. sembrano riconoscere come autentica la “rivelazione” del Corano : “adorano con noi un Dio unico”, il quale “ha parlato agli uomini”;
  2. utilizzano una terminologia coranica e comunque mussulmana nel descrivere attributi di Dio: “l’unico Dio, il vivente, il sussistente” (Cor., sura 3, 1) e il modo di credere: “sottomettersi ai decreti di Dio anche nascosti”;
  3. sembrano riconoscere come valido il culto di Abramo del Corano, quasi fosse simile al nostro, concepito invece da Maometto in funzione anticristiana oltre che antigiudaica;
  4. giustificano i riconoscimenti concessi rinviando in nota (nota n. 5 della Nostra Aetate) ad un lettera di san Gregorio VII all’ emiro della Mauritania, nella quale si afferma che noi e i mussulmani crediamo “nello stesso Dio, sia pure in modo diverso”, creando così la falsa impressione che quanto affermato dal Concilio sull’islam sia in armonia con il modo di pensare della Chiesa del passato. Al tempo di Gregorio VII il Corano non era stato ancora tradotto in latino. L’affermazione contenuta nella lettera si spiega con l’ignoranza al tempo corrente nella Chiesa latina sulle dottrine dell’islam, ancora ritenuto una sorta di eresia cristiana. Di un eretico, infatti, si può dire – volendo – che crede “nello stesso [nostro] Dio, sia pure in modo diverso”. Del resto, fu proprio Gregorio VII che cominciò a preparare il terreno alla prima Crociata.







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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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3. Un generoso ma utopistico appello “catto-islamico” del 2006.
Sulla base delle dichiarazioni conciliari citate, il noto giornalista egiziano Magdi Allam, convertitosi al cattolicesimo ma al tempo ancora formalmente mussulmano, nell’estate del 2006 si appellò al culto di Maria dei mussulmani al fine di stabilire un “dialogo” saldo con i cattolici. Il suo appello fu ripreso da Vittorio Messori, il celebre giornalista e saggista cattolico, in questo modo, sul Corriere della Sera del 15 giugno del 2006.
“L’egiziano [Magdi Allam] che, per rifarsi al titolo del suo libro, “ama l’Italia” forse più di molti italiani, ha addirittura lanciato un appello scandaloso o, almeno, incomprensibile per una certa intellighenzia: ‘Musulmani italiani, fratelli miei, facciamo del culto di Maria un momento unificante con i cristiani e del pellegrinaggio a Loreto [occasione dell’appello] e in ogni altro santuario dedicato a Lei un momento di condivisione e di fratellanza tra le persone di buona volontà’. Allam – prosegue l’articolo – ha ricordato ciò che molti cristiani hanno ormai dimenticato e che, in ogni caso, lascia indifferente la loro cecità a ciò che muove davvero le masse. Il Corano dedica alla Madre di Gesù un’intera Sura, ne fa il nome venerato per quaranta volte, l’innalza sino al fianco di Fatima, la figlia prediletta del Profeta, le affida un ruolo di maternità misericordiosa, ne difende l’onore contro gli ebrei che la diffamano [...] Tutta la Tradizione islamica successiva non ha fatto che esaltare la “Signora Maria”, come la chiamano. Chi, in ambiente cristiano, la bestemmi è considerato, al massimo, un maleducato. Chi osasse farlo tra i musulmani, chi ne mettesse in dubbio la purezza perpetua rischierebbe il linciaggio sul posto da parte della folla inferocita. Magdi Allam ha ricordato ciò che tanti nostri “esperti” ignorano o non sanno valutare: proprio i santuari mariani sono, in terra d’Islam, i luoghi d’incontro tra cristiani e musulmani. Gesù è venerato ma solo come penultimo dei profeti, come annunciatore di quello definitivo, Muhammad [= il lodato, lat. mediev.:Machometus, ital. mediev.: Maometto, poi rimasto nell’uso]. Al rispetto per il Nazareno si accompagna non solo la venerazione ma anche l’amore appassionato per la Madre”.
A proposito di questo “amore appassionato”, Messori ricordava le ripetute “apparizioni” della Madonna sulla cupola della chiesa copta di Zeitoun, sobborgo del Cairo, nel 1968; apparizioni cui concorsero grandi folle musulmane. Queste “apparizioni” furono giudicate autentiche dal patriarca copto e da quello cattolico dell’Egitto. (Non mi risulta, tuttavia, che siano state riconosciute autentiche dalla Chiesa e l’articolo non ci illuminava in proposito: che siano da ritenersi autentiche, date le modalità e il contesto, è alquanto dubbio). L’articolo si concludeva con un vero e proprio appello: per cercare di evitare il disastroso “scontro di civiltà” che si profilava in modo sempre più radicale tra noi e l’islam, bisognava riscoprire “questo luogo d’incontro che è la persona della Vergine”.
 
Non so se oggi sia Allam che Messori riscriverebbero un appello del genere. L’ho riportato qui non per criticarne gli autori, la cui sincerità e buona fede devono considerarsi fuori discussione, ma solamente per far vedere a quale confusione di idee possa portare la mancata comprensione del vero significato dell’onore tributato nel Corano a “Maria, madre di Gesù”, presentato dal Concilio simile a quello nostro verso la Madre di Dio, salvo il piccolo particolare che i musulmani non credono affatto nella divinità di Cristo, per loro spaventosa bestemmia, che merita a chi la pronuncia la morte immediata, sul posto. E allora, si chiederà smarrito l’ignaro fedele, in che senso onorano la “Madre di Gesù”? Se non la considerano “Madre di Dio” (un abominio per loro) è evidente che non possono onorarla come l’onoriamo noi. E come, allora? È proprio quello che bisognerebbe una buona volta spiegare al popolo dei fedeli, al fine di chiarire i gravi equivoci disseminati tra i cattolici, a partire dal “pastorale e non dogmatico” Vaticano II, a proposito del “Gesù, figlio di Maria” del Corano, che non è affatto quello dei Vangeli, così come la “Maria” del Corano non è affatto la S.ma Vergine dei Vangeli. Le cose sono presentate, oggi, come se la Maria e il Gesù del Corano e della tradizione mussulmana, fossero più o meno gli stessi dei nostri Testi sacri, tranne che per la divinità di Gesù, Nostro Signore! È ovvio anche al semplice senso comune che la negazione coranica della divinità di Gesù implica che sia il “Gesù” che sua “Madre” ivi menzionati non possano essere gli stessi delle nostre fonti. E se non sono gli stessi, parlare di “dialogo” non è assurdo?
4. Il “dialogo” con l’islam nello “schema ecumenico” del cardinale Agostino Bea SI.
Subito dopo il Concilio, il cardinale Agostino Bea SI, uomo di fiducia di Giovanni XXIII, eminenza grigia del Concilio e tra i suoi principali protagonisti in senso neomodernista, non ha esitato a scrivere, commentando positivamente il citato par. 3 della Nostra Aetate: “ A proposito dell’Islam, la dichiarazione mette innanzitutto in rilievo i numerosi punti di contatto [les nombreux points de contact] che esso presenta con il Cristianesimo”[5]. Numerosi “punti di contatto” tra la nostra fede e quella predicata dal Profeta dell’islam? E quali sarebbero, quelli elencati nella Nostra Aetate? Ma il cardinale l’aveva mai letto il Corano? Chiunque abbia una conoscenza anche minima della teologia, della dottrina morale, della prassi delle due religioni, sa che i “numerosi punti di contatto” dati per sicuri dal testo conciliare e da Bea non esistono affatto. Dove sembrano esserci, come nel caso della coranica “Signora Maria” e di “Gesù, figlio di Maria”, della fede nel Giudizio finale o del modo di pregare e di soccorrere il prossimo, sono del tutto apparenti ed ingannevoli. In realtà non c’è nessun “punto di contatto” tra cristianesimo ed islam, né potrebbe esserci. C’è anzi una radicale opposizione.
 
In italiano questo libro fu pubblicato da Morcelliana con il titolo: Il cammino all’unione dopo il Concilio. In esso il cardinale Bea teorizzava apertamente la prospettiva ecumenica che ci è diventata familiare in questi ultimi cinquant’anni, sostenendo che essa corrispondeva pienamente alle esigenze poste dal Concilio, del cui spirito era considerato autorevole e qualificato interprete: dall’unità nella “libertà religiosa” con i “fratelli separati”, all’auspicata “unità della famiglia umana”, grazie al dialogo ecumenico esteso all’umanità come tale, senza che si ponesse mai l’esigenza della conversione a Cristo della stessa, né come condizione dell’unità né quale conseguenza della stessa[6]. Quest’opera, come in genere altri interventi simili del suddetto cardinale, non rivelava profondità di pensiero né di cultura. È importante come documento, perché fa vedere quale fosse (e sia ancora) l’interpretazione autentica fornita dai protagonisti del Vaticano II e dai loro continuatori per ciò che riguarda gli scopi ultimi dell’ecumenismo e del dialogo:
  1. unione con “i fratelli separati”(mediante “il dialogo” interconfessionale, con le sue molteplici iniziative, comprese le liturgie interconfessionali);
  2. unione “con tutta la famiglia umana” (mediante “il dialogo” interreligioso e le relative liturgie, oggi sempre più corrotte in senso profano, new-age, in un crescendo che sembra inarrestabile)[7].
Le due fasi si sono da tempo fuse in un unico, assordante, tanto intimidatorio quanto teologicamente assurdo discorso “inclusivo”, “irenico”, “umanitario”, “popolare” ed “ecumenico”, che mira all’instaurazione di un’era di pace globale nel mondo, con il Papa quale possibile guida morale (e magari anche politica, come si intuisce dalle Encicliche e dai discorsi di Bergoglio) dell’intera umanità (già salvata in blocco dalla dannazione poiché con l’Incarnazione Cristo si sarebbe unito ad ogni uomo – Cost. conc. Gaudium et Spes, 22.2) [qui - qui]. Tutto ciò, per chiunque abbia cognizione della storia della Chiesa ed anzi delle eresie, configura una riedizione dell’errore millenarista di un tempo, con l’aggravante dell’errore cristologico concernente l’Incarnazione (che avrebbe in quanto tale inspiegabilmente già salvato tutti) e la conseguenteinversione della Missione della Chiesa, ora esclusivamente intramondana e in sostanzaantropocentrica. Un vero e proprio traviamento della Missione assegnata da Nostro Signore Risorto alla Chiesa da Lui fondata: “Andate dunque e fate [miei] discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandato a voi (Mt 28, 19-20)”.
 
In antitesi, almeno parziale, alla Nostra AetateBenedetto XVI, nel famoso discorso di Ratisbona del 2006 [qui], rammentò il carattere intrinsecamente irrazionale della concezione maomettana di Dio e la conseguente vocazione alla violenza di quella religione. Attaccato da tutte le parti, non ebbe purtroppo la forza di mantenere la critica e di approfondirla, facendola fruttare anche sul piano pratico. Ciò, del resto, avrebbe significato entrare in conflitto con l’indirizzo “ecumenico” imposto alla Chiesa dal Concilio, il che sarebbe stato certamente un andare al di là delle sue convinzioni. Così anch’egli finì con l’avallare di fatto l’idea del tutto assurda delle “tre grandi religioni monoteistiche che adorano l’unico Dio”, da considerarsi pertanto tutte e tre allo stesso modo vere, e si recò a pregare nella moschea di Istanbul, partecipando poi sino alla fine improvvisa ed inaspettata del suo Pontificato ai riti obbligati dell’ecumenismo, oggettivamente apostatici, bisogna dire. Certo, Papa Ratzinger non è arrivato al punto di baciare pubblicamente un Corano che gli veniva donato, in senso di rispetto ed omaggio, come ha incredibilmente fatto Giovanni Paolo II. Del quale va anche ricordata la dichiarazione pro-islam durante una celebre visita in Marocco, nel 1985 [vedi], applaudito in uno stadio da migliaia di giovani maomettani, precettati per l’occasione dal re di quel Paese ed opportunamente istruiti sull’accoglienza da tributare al “Papa di Roma”, come lo chiamano i mussulmani. “Abramo è per noi lo stesso modello di fede in Dio, modello di sottomissione [islam] alla Sua volontà e di fiducia nella Sua generosità. Crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea il mondo e porta a perfezione le sue creature”[8].
5. L’Abramo del Corano non è quello vero, della Bibbia.
Non sappiamo quanto Papa Woytila effettivamente conoscesse dell’islamismo. In ogni caso, Abramo non può essere per noi cristiani “lo stesso modello di fede in Dio”, così come lo è per i mussulmani. L’Abramo dei mussulmani (Ibrahim) non ha nulla a che vedere con quello autentico della Bibbia. Come ha ricordato più volte, e non è stato certamente il solo, l’insigne arabista ed islamista Padre Antoine Moussali, lazzarista libanese (1921-2003), perfetto conoscitore del Corano stesso, il vero Abramo, nell’Antico Testamento, è il protagonista dell’Alleanza con Dio, dal quale riceve la Promessa di salvezza per il genere umano. Abramo, nostro padre nella fede (Eb 11, 8) è dunque l’uomo dell’Alleanza con Dio Padre e della Promessa di salvezza da Lui ricevuta. Egli intercedette anche per i Sodomiti, già condannati alla distruzione per l’ostinato perdurare nel loro abominevole peccato e l’assenza di ogni bontà (Gn 18, 22 ss.; Ez 16, 49)[9]. La Promessa fatta ad Abramo è giunta a compimento con la Nuova Alleanza, firmata con il suo sangue innocente dall’Agnello di Dio, grazie alla quale l’uomo può esser considerato “figlio adottivo di Dio”. “Figlio”, aggiungo, che presta la dovuta obbedienza alla verità rivelata da Dio, ai suoi comandamenti, ma sempre come “ossequio razionale”, come diceva san Paolo, ossia esercitando nel modo giusto il suo libero arbitrio, nonostante gli impedimenti provocati a tale esercizio dalle conseguenze del peccato originale.
 
Nella sura 23 o dei credenti, ai vv. 12-16, si narra in questo modo la creazione dell’uomo. “ 12. In verità, noi creammo l’uomo di argilla fina. 13. Poi lo ponemmo come in una goccia di sperma in un ricettacolo sicuro [l’utero materno]. 14. Poi trasformammo la goccia di sperma in sangue coagulato, poi il sangue coagulato in un pezzo di carne, il pezzo di carne in ossa, e le ossa noirivestimmo di carne, quindi portammo esso alla luce, come un’altra creazione; benedetto sia quindi Dio, il migliore dei creatori! 15. Poi, certamente, voi, dopo di ciò, morrete. 16. E in seguito, voi verrete risuscitati il giorno della risurrezione”[10]. L’uomo appare qui come un semplice oggetto nelle mani di Allah che lo plasma dall’argilla, senza fornire spiegazioni e senza benedirlo, assieme alla donna, della cui creazione si accenna altrove. Gli annuncia morte e resurrezione, che restano inspiegabili. È il decreto di Allah, e tanto basta.
 
Un essere umano che viene ad esistere ad opera della volontà inspiegata di Dio, è sempre e solo “sottomesso a Dio”, in modo assoluto, totalmente passivo, senza che si richieda l’adesione del suo intelletto ai Decreti di Allah. Deve obbedire, e basta. In cambio, Allah lo ricompenserà materialmente in questo mondo, spiritualmente e materialmente nell’altra vita, mentre l’Inferno, se ci andrà, non sarà mai eterno per lui. Poche sure sembrano ammettere l’esistenza del libero arbitrio nell’uomo, all’opposto di altre più numerose che affermano il contrario e che costituiscono il dogma ufficiale dell’islam, mentre i sostenitori dell’esistenza di un libero arbitrio nell’uomo (detti “razionalisti” o mutaziliti) sono considerati eretici. Il dualismo di determinismo e libero arbitrio rappresenta uno dei casi più noti di contraddizione nel Corano, anche se l’esistenza di tale dualismo è negata dall’interpretazione ortodossa (sunnita).






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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5.1 Il Corano “archetipo celeste” che contiene tuttavia contraddizioni (ed errori in materia biblica).


Prendendo spunto dal problema rappresentato dalla presenza di errori in materia biblica e contraddizioni evidenti, illustrerò adesso al lettore la natura specifica del Corano, sostanzialmente sconosciuta ai più: essi sanno solo che si tratta del “libro sacro” dei mussulmani, che contiene la “rivelazione” del loro profeta, ritenuta di origine divina. In realtà, per i mussulmani, il Corano non è un semplice libro. È anche un libro, ma soprattutto è un archetipo celeste, esistente da sempre presso Dio, Allâh in arabo. Pertanto, più che contenere la rivelazione, è la rivelazione, esistente da sempre.
“È il libro che contiene l’insieme dei messaggi celesti o rivelazioni che Maometto ritenne d’aver ricevuto testualmente in arabo da Dio, attraverso un messaggero sovrumano ch’egli, nella seconda fase (la medinese) del suo apostolato, identificò con l’angelo Gabriele. In arabo il nome è Qu’rān, che significherebbe recitazione o lettura ad alta voce: ma da Maometto ebbe un senso religioso particolare, modellato verisimilmente su quello d’un vocabolo affine della lingua ecclesiastica aramaica dei cristiani limitrofi all’Arabia, ossia: 
  1. la recitazione salmodiata di brani delle rivelazioni suddette;
  2. il testo stesso di tali brani;
  3. il complesso di tutte le rivelazioni ricevute.
In base a quest’ultimo senso fu chiamato Corano il libro sacro dell’islamismo”[11].
 
Da cosa risulterebbe “il senso religioso” particolare attribuito da Maometto all’originale cristiano? Il termine originale indicava solo la recitazione ad alta voce e salmodiata di testi liturgici o di brani della Scrittura che conservavano il loro nome, quale che fosse. Qui invece il nome della recitazione viene attribuito anche al testo stesso, al contenuto, e in modo da includere la totalità del testo.
Prosegue Nallino: “Suo sinonimo nella letteratura teologica e giuridica è al-Kitāb “la Scrittura” o “il Libro”, benché nel Corano questo vocabolo sia usato anche per i libri sacri anteriormente rivelati agli ebrei ed ai cristiani, onde l’espressione ahl al-kitāb “la gente della Scrittura”, che rimase poi anche nel linguaggio per designare l’insieme degli ebrei e dei cristiani, e l’epiteto kitābī“scritturario” frequentissimo nella letteratura giuridica per indicare chi professi una delle due religioni rivelate prima dell’islamismo”[12].

Che tuttavia i mussulmani ci considerino “gente della Scrittura” allo stesso titolo loro, come cercano di far intendere i propugnatori del c.d. “dialogo” con loro, non è vero, come spiegherò in seguito, dal momento che essi ritengono i nostri testi sacri falsificati da noi e comunque destinati ad esser abrogati dal Corano, vero e proprio sigillo della Rivelazione del Dio unico, grazie a Maometto, autoproclamatosi “sigillo dei profeti”! Ma procediamo con ordine.
 
“Per la dogmatica musulmana il Corano è la parola testuale di Dio; quindi, citandone dei passi, sarebbe cosa blasfema preporre la formula “Maometto dice” in luogo di “Dio altissimo dice”, come sarebbe blasfemo collocare il Corano sotto Maometto nei cataloghi di biblioteche. La dottrina ortodossa (sunnita) insegna che il Corano in quanto parola divina, è uno degli attributi eterni di Dio, distinti dalla sostanza divina ma, al pari di questa, non aventi avuto origine nel tempo nè per atto creativo; onde la formula “il Corano è increato”[13]. Se la parola divina deve considerarsi attributo eterno di Dio, dovrà avere gli stessi caratteri della sostanza divina cui inerisce, essere eterna e quindi ritenersi increata. Ne consegue che il Corano dice sempre il vero, in ogni sua parte, ed è immodificabile. La prova della sua autenticità è data per i mussulmani dalla sua “inimitabilità”, in pratica dalla sua stessa esistenza. Questa “parola di Dio” discesa dal cielo su Maometto è il miracolo (l’unico) di Maometto. Sarebbe come se un cattolico affermasse che i Vangeli sono la copia di un archetipo celeste, eterno ed increato, e che la loro semplice esistenza dimostra la loro origine divina e quindi la loro autenticità, ragion per cui non potrebbero nemmeno esser tradotti.
 
“Dogmatica musulmana e storia sono d’accordo nel riconoscere che il Corano fu rivelato a Maometto a brani isolati, spesso brevissimi, durante il periodo della sua predicazione religiosa, che abbraccia circa venticinque anni, dei quali gli ultimi dieci (622-632) a Medina. Brani che da età immemorabili si trovavano scritti in un archetipo celeste, detto nel Corano “l’originale della Scrittura” o “la Tabella custodita”, [o “la madre del libro”], e che Maometto, quando ne riceveva la comunicazione, affidava dapprima alla memoria, ma più tardi dettava ai suoi segretari, che li scrivevano sul materiale più svariato: cortecce di rami di palma, brani di pelle conciata, ossa larghe, cocci etc.”. Le “rivelazioni” – ricordo al lettore – avvenivano in genere di notte, verso l’alba, a Maometto avvolto per terra nel suo mantello, in preda ad una forte e prolungata agitazione dello spirito.
 
“Ad un ordinamento di tutto questo materiale inorganico Maometto non pensò, se non forse in modo occasionale e rudimentale, tanto più che la chiusura delle rivelazioni non sarebbe avvenuta se non con la sua morte [improvvisa]. La raccolta dei brani in libro fu opera dapprima personale di alcuni suoi compagni; la redazione definitiva ufficiale, quella che costituisce il Corano attuale accolto da tutti i mussulmani ortodossi ed eterodossi, fu fatta fare dal terzo califfo ‘Uthman (644-656 AD)”.
 
L’esposizione contenuta nel Corano non segue un ordine logico rigoroso. I redattori hanno messo i capitoli “in ordine quasi degradante di lunghezza, sicché gli ultimi sono brevissimi; senza contare che i capitoli lunghi, salvo la massima parte del XII, sono in realtà conglomerati di rivelazioni venute in tempi diversi e senza rapporto d’argomento fra loro. Cosicché il Corano risulta nella sua parte maggiore un libro nel quale si salta di palo in frasca, senza transazione da un argomento all’altro, senza concatenazione logica di pensiero: solo i capitoli più brevi, quelli del periodo più antico (il meccano) della missione religiosa di Maometto, rappresentano, ma non sempre, qualche cosa di organico”. I capitoli si chiamano sure (sūrah, pl. suwar), vocabolo di origine incerta introdotto da Maometto. Sono 114 di lunghezza varia, suddivisi in versetti, da un minimo di tre (sura 108) a un massimo di 286 (sura 2). Il testo è in prosa ritmata, con assonanze verso la fine del versetto, non mantenuta nelle sure più lunghe. Per i mussulmani esso è “modello inarrivabile di lingua e di stile”. Ad ogni sura, tranne che alla nona, è premessa la formula detta básmalah, ossia “in nome di Dio clemente e misericordioso”. Si indica se la sura sia meccana o medinense, cosa questa non sempre facile da determinare, opera dei commentatori dopo la redazione ufficiale fatta fare dal Califfo Othman. Ogni sura porta un nome o più, “desunti, non si sa con qual criterio, da analogo vocabolo ricorrente nella sūrah stessa; e con questi nomi i musulmani sogliono citare, anziché col numero come facciamo noi”[15].

Il Corano è, tranne la prima sura, “tutto in forma di discorso rivolto a Maometto da Dio [“Dì:”; “O voi che credete:” “O tu, l’avvolto nel mantello”]. Il contenuto è assai vario. Nei brani rivelati alla Mecca [fase iniziale della “missione” di Maometto] l’argomento è tutto religioso e morale […] Invece nei brani rivelati a Medina, quando Maometto era divenuto anche capo assoluto e teocratico d’uno Stato da lui medesimo fondato, lo stile poetico si attenua o scompare addirittura, la predicazione morale e religiosa passa in seconda linea, si accende la polemica acre contro la “gente del Libro” [ebrei e cristiani] che non vogliono riconoscere la missione divina di Maometto; e d’altro canto il Corano si trasforma in alcune parti, pur figurando sempre Dio come narratore, in una specie di diario delle azioni politico-militari del profeta e dei suoi. Nella fase medinese la rivelazione entra in argomenti che ad un occidentale parrebbero del tutto profani, come norme legislative su materie per noi completamente estranee al campo religioso, e perfino rimproveri alle donne di Maometto per pettegolezzi sorti fra esse”[16].

5.2 L’abrogante e l’abrogato, esempi di contraddizione nel Corano

Su 6200 versetti, 500 sarebbero norme giuridiche, che comprendono anche il culto. La tematica giuridica è esposta in modo frammentario nelle sure medinensi, “cosicché sarebbe impossibile ricostruire il sistema sulla base dei versetti coranici. La cosa è aggravata dal fatto che si incontrano talvolta norme fra loro contraddittorie, perché rivelate in epoche alquanto diverse e sotto l’influsso di circostanze speciali; contraddizioni che il Corano stesso giustifica, asserendo che Dio può abrogare sue precedenti disposizioni e sostituirle con nuove. Onde la necessità, affermata dagli stessi musulmani, di conoscere, in tali casi, quale sia il versetto cronologicamente anteriore e quale il posteriore abrogante, qualunque sia la loro rispettiva posizione nel libro”[17].

Esiste dunque nell’islamismo un’esegesi dell’abrogante (nâsikh) e dell’abrogato (mansûkh): il versetto che contraddica un altro, si ritene abrogato da quest’ultimo, considerato evidentemente posteriore. Allah è onnipotente, come crea tutto continuamente così può ricrearlo continuamente e abrogare ciò che ha appena decretato. Il fondamento di tale singolare concezione si ritrova nel Corano stesso, ci ricorda Nallino. Si tratta della sura 13 o del tuono: “39. Dio cancella ciò che vuole o lo conferma, e presso di lui è la madre del Libro”; e della sura 2 o della vacca: “100. Per qualsiasi brano che abrogheremo o ti faremo dimenticare, ne accorderemo uno migliore o eguale ad esso; non sai che Dio è onnipotente?” . Tuttavia, precisa sempre l’illustre studioso, “questa dottrina dell’abrogante e dell’abrogato non ha riflessi sulla costruzione dogmatica, poiché le abrogazioni riguardano solo norme del fiqh [ossia del diritto]”[18]. Vediamo alcuni esempi di contraddizioni presenti nel Corano.
  1. Un determinismo assoluto domina nelle azioni umane: sura 54 o della luna: “50. E il nostro comando non è se non una parola sola, a guisa di un batter d’occhio. 51. Già abbiamo sterminato nazioni, simili a voi [miscredenti]; però, havvi forse chi accetti l’avvertimento? 52. Ma ogni cosa che essi hanno fatto è registrata nei libri. 53. E ogni azione, piccola o grande che sia, è ivi vergata”; sura 7 o dell’A’râf : “177. Coloro che Dio dirige, quegli è bendiretto; coloro, invece, che egli travia, quelli sono i perditori. 178. Abbiamo, inoltre, creato per la gehenna un gran numero di ginn e di uomini, i quali hanno cuori con cui non comprendono, hanno occhi con cui non vedono, hanno orecchi con cui non odono…”.
    Accenni all’esistenza del libero arbitrio: sura 4 o delle donne: “81. Qualsiasi fortuna ti tocchi, essa viene da Dio e qualsiasi sfortuna ti incolga, essa viene da te stesso”. Sura 18 o della caverna: “28. Di’: la verità viene dal vostro Signore, e chi vuole, creda, e chi vuole, non creda. Noi, certo, abbiamo preparato, per gli iniqui, un fuoco, il cui turbine di fumo li avvolgerà…”.
  2. Tra i passi coranici che invitano alla pace, famoso è il seguente: sura 5 o della tavola imbandita: dopo aver descritto a modo suo l’episodio di Caino e Abele, la voce che parla nel Corano dice: “35. A causa di ciò prescrivemmo ai figli di Israele che chi uccida un uomo, senza che questi abbia ucciso un altro uomo, o abbia portato la corruzione nel paese, sarà come abbia ucciso tutto il genere umano, e chi ne abbia salvato uno, sarà come abbia salvato tutto il genere umano”.
    Ma nella stessa sura si incita allo sterminio dei miscredenti, poco dopo, al versetto 37 : “La retribuzione di coloro che fanno la guerra a Dio e al suo apostolo [Maometto] e si adoperano a portare la corruzione sulla terra, sarà unicamente che essi vengano messi a morte o crocefissi, o vengano loro tagliate le mani e i piedi, in modo alternato, o vengano esiliati dal loro paese. Ciò sarà per essi un’ignominia in questo mondo, e nell’altro ad essitoccherà grave castigo”. Si potrebbe tuttavia affermare che la contraddizione è apparente perché i “miscredenti”, nell’ottica crudele del Corano, sono di per se stessi colpevoli; individui che, a causa della loro “miscredenza” nella missione di Maometto, portano “la corruzione” sulla terra e meritano pertanto di essere torturati e messi a morte! Non si tratterebbe più della morte dell’innocente, come nel caso di Abele, assassinato da Caino per invidia.
  3. Sempre nella stessa sura, si ordina ai mussulmani di non avere rapporti con ebrei e cristiani : “56. O voi che credete, non prendete per amici gli ebrei e i cristiani; essi sono amici gli uni degli altri; chi di voi li prenderà per amici, egli certamente diverrà uno di essi; Dio, in verità, non guida gli uomini iniqui”. Nella stessa sura, al versetto 85, questi stessicristiani, inclusi poco prima tra gli “iniqui”, vengono considerati i migliori amici dei mussulmani: “Tu, per certo, troverai che i pi­ù violenti nell’inimicizia contro coloro che credono, sono i giudei e i politeisti e troverai, d’altra parte, che quelli che sono più vicini per affetto a quelli che credono sono coloro che dicono: ‘noi siamo cristiani’; ciò avviene perché di essi alcuni sono preti e monaci, ed essi non sono orgogliosi”[20].
Certo, queste “contraddizioni” si possono spiegare perché contenute in “rivelazioni” avvenute in epoche diverse e quindi rispondenti a bisogni diversi, dipendenti dalle esigenze del momento (Nallino). Tuttavia, osservo, resta il fatto che il Corano, presentato addirittura come “archetipo celeste”, viene inteso in ogni sua parte come verità atemporale ed eterna, staccata quindi da ogni contesto storico particolare, che possa giustificare il divergere contraddittorio di certi versetti. I significati contrapposti che si ricavano da massime supposte eterne e quindi vere in assoluto si possono allora comporre solo ricorrendo ad una soluzione che appare artificiosa: il volontarismo assoluto, applicato all’idea di Dio. Che tale “volontarismo” possa armonizzare l’ermeneutica dell’abrogante e dell’abrogato con l’idea della natura eterna ed increata del Corano, è assai dubbio. Si tratterebbe di una vera e propria quadratura del cerchio.
 
Il decreto che abroga il precedente “fatto scendere” su Maometto viene per forza di cose dopo nel tempo, rispetto all’abrogato. Si ha quindi un’azione di Dio successiva nel tempo, di segno opposto a quella precedente, quanto al suo contenuto. Ma ciò significa che il contenuto della precedente non può considerarsi “increato”, se poi viene appunto soppresso dall’azione del decreto successivo. Deve considerarsi finito e quindi creato. Hanno ragione gli Sciiti. Il Corano non può essere “increato”, se vi sono versetti che sono stati aboliti da chi li aveva creati. “Creati”, appunto, altrimenti non avrebbero potuto essere aboliti. Aboliti da una successiva creazione. Increata e quindi eterna è solo la volontà di Colui che crea, non la cosa da Lui creata. Se questa cosa, questa realtà è riformabile continuamente con una nuova creazione, perché l’onnipotenza di Dio non conosce limiti, allora nessuna parte del Corano può considerarsi eterna ed increata.






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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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5.3 L’alterità assoluta del Dio del Corano esclude l’Alleanza tra Dio e l’uomo, stipulata con Abramo, testimoniata nella Bibbia.

Il ricorso al volontarismo più radicale tipico della concezione di Dio di questa religione, volontarismo che rende in sostanza aleatorio il rapporto tra la creatura e il Creatore, mostra per l’appunto la sostanziale irrazionalità del concetto coranico di Dio, come è proprio di ogni volontarismo, la cui massima è sempre di fatto: stat pro ratione voluntas. In effetti, se Allah ha abrogato diverse volte il suo decreto (e parla sempre per “decreti” nel Corano, per ingiunzioni), può anche abrogare tutto e capovolgere l’ordine che ha creato, rovesciandolo o distruggendolo, senza motivo. Qualcuno glielo può impedire? Ma il volontarismo applicato in tutta la sua assolutezza al concetto di Dio mette anche Dio in contraddizione con se stesso. Nel Corano si attribuisce ad Allah quest’affermazione: “Ad ogni uomo attaccammo al collo il suo destino” (sura 7 o dell’A’râf, 14). Se Allah può però sempre “staccarlo” ad ogni momento, allora non era “attaccato”: voglio dire, per l’appunto, che il rapporto dell’uomo con un Dio concepito in questo modo resta sempre erratico e al fondo dominato dal terrore. Invece, nell’unica vera religione rivelata, quella cristiana, Dio non può entrare in contraddizione con se stesso: ciò che Egli ha una volta stabilito e rivelato a noi come verità immutabile, resta in eterno immutabile. Pertanto, ciò che ha stabilito per sempre come bene resta in eterno come tale. Dio può servirsi del male, dovuto al cattivo uso del nostro libero arbitrio quando è succube delle passioni, per ottenere il bene o qualche forma di bene, ma non può mutare il bene in male, capovolgere la tavola dei valori da Lui stesso stabilita per sempre con i Dieci comandamenti e i comportamenti da essi doverosamente dipendenti (per esempio, l’indissolubilità del matrimonio – “una sola carne”, Gn 2, 24), solo perché nessuno può opporsi alla sua volontà e onnipotenza.

“Il concetto di Dio nel Corano e nella teologia posteriore è rigidamente monoteistico nel senso giudaico; non v’ha posto per la Trinità cristiana, che il Corano stesso qualifica politeismo, tanto più che sembra averla intesa come composta da Dio, Gesù e Maria [sic]. Onnipotenza, onniscienza, illimitata libertà di volere, l’essere unico creatore dal nulla, l’agire costantemente su tutte le cose grandi e piccole dell’universo, il non esservi nulla di simile a lui, sono gli elementi fondamentali della teodicea coranica e quindi musulmana. Egli è il giudice supremo, che retribuirà gli uomini col paradiso o con l’inferno nella vita futura; i suoi rapporti con le sue creature sono quelli di un padrone verso i suoi schiavi, anche quando si parla di clemenza e perdono [non è Dio Padre, come nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, il Padre severo ma misericordioso di tutti gli uomini ]. Invisibile agli uomini in questo mondo, egli sarà visibile ai beati nel paradiso, secondo la dottrina ortodossa, che si fonda sopra un fugacissimo passo coranico e che ad ogni modo non lo sviluppa fino a farne l’elemento precipuo della beatitudine celeste e quindi un parallelo alla visio beatifica del cattolicesimo”[21].

Il concetto musulmano di Dio mostra dunque quel volontarismo che provoca poi nella prassi di vita il fatalismo più radicale, anche se la nozione di un destino personale affidato al cieco Caso è ovviamente sconosciuta all’islam. “Volontà, onniscienza ed onnipotenza eterne significano che Dio ha conosciuto e voluto sin dall’eternità tutto ciò che è accaduto e accadrà nell’universo. Questa conoscenza, oltre che eterna, è attuale; Dio quindi conosce “i particolari” anche come e quando sono; perciò la provvidenza divina non abbandona mai il creato. Ma parecchi testi coranici implicano non soltanto un’assistenza generica, ma anche un continuo intervento diretto nel “creare le azioni umane”. Perciò la teologia ortodossa è concorde nell’affermare la creazione degli atti dell’uomo, salvo a proporre soluzioni alquanto divergenti per i problemi che ne derivano: la libertà o la predeterminazione delle azioni umane, l’esistenza o non esistenza del principio di causalità nell’universo”[22].
 
In conseguenza di questa impostazione, la teologia mussulmana speculativa (kalām), “preoccupata delle conseguenze eterodosse che potevano derivare alla teodicea dalla causalità aristotelica, volle eliminare quelle che la teologia cristiana chiama cause seconde, distinte dalla causa prima (Dio); affermò che il rapporto di causa ed effetto non ha nulla di necessario, poiché non è se non una sequenza di fatti la cui correlazione è voluta abitualmente da Dio, il quale potrebbe tuttavia sopprimerla in qualsiasi momento; e a meglio rappresentare la reale indipendenza reciproca di ciò che chiamiamo effetto e causa, combinò la distinzione aristotelica di sostanza ed accidente con una modificazione dell’atomistica greca prearistotelica, estendendo questa anche al tempo : la sostanza è l’atomo [che per gli antichi atomisti non può certo concepirsi come effettiva sostanza di qualcosa, nascendo secondo loro ogni cosa dall’incontro casuale degli atomi, vorticanti in un eterno clinamen o deviazione prodotta dai loro urti reciproci]; gli atomi associandosi o dissociandosi secondo il volere di Dio, formano o fanno cessare i corpi e durano quanto Dio vuole; invece gli accidenti durano soltanto un atomo di tempo, dopo il quale, per esistere, devono essere creati di nuovo da Dio. Il fuoco brucia non per una virtù sua propria, ma perché Dio abitualmente crea l’accidente della bruciatura, in ogni atomo di tempo, in corrispondenza con la sostanza atomica del fuoco. Quelle che noi diremmo leggi fisiche sono null’altro che una consuetudine di Dio, al quale soltanto spetta il nome di agente, di esercitante influenza”.

Dalle cose dette – prosegue Nallino – appare il motivo per cui la teologia musulmana tratta la teodicea in modo diverso da quello della teologia cristiana. Essa divide la “teodicea” in tre sezioni, riguardanti rispettivamente : l’essenza di Dio; i suoi attributi, “intesi nel modo che fu sopra esposto, e quindi includendo in questa parte la trattazione di quasi tutte quelle operazioni che la teologia cristiana chiama ad extra”; ed infine “azioni od operazioni di Dio, la quale sezione riguarda la predetta creazione degli atti umani, il problema se questi ultimi, considerati in astratto, siano classificabili in buoni o cattivi in base al nostro raziocinio (tesi mutazilita, eterodossa) o soltanto perché così Dio ha voluto (tesi ortodossa), e questioni accessorie”[23].
 
Già dai concetti fondamentali della teologia mussulmana, delineati con mano maestra da Nallino, si capisce immediatamente che l’idea di Dio che si ricava dal Corano, nonostante certe assonanze esteriori con il Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento, è in realtà notevolmente diversa. E non solo perché essa rigetta come blasfemo il dogma della Santissima Trinità - rappresentato del resto in modo completamente distorto - negando quindi la natura del vero Dio che è quella di essere Uno e Trino, come ci ha dimostrato l’autentica Rivelazione. Non solo per questo, che è di fondamentale importanza, ma anche perché l’essere di Dio è concepito in modo tale, in relazione al creato e all’uomo, da non potersi applicare ad esso la categoria della razionalità, come si è detto. Se tutto ha la sua causa unicamente e continuamente nella volontà insondabile e onnipotente di Dio, la creazione viene ad esser sottoposta ad un libito divino indeterminato, perché potrebbe sempre rivolgersi contro se stesso, rovesciando senza motivo nel suo opposto l’ordine da esso stesso costituito. Quanti versetti coranici non si concludono con una frase del genere : “invero, il tuo Signore, mette in opera ciò che vuole” ossia fa ciò che vuole, e quindi anche il contrario di ciò che ha appena fatto?

Questa teologia, inoltre, non concepisce Dio come effettivo “Padre” di tutti gli uomini, che pur ha creato, ai quali non viene riconosciuto nessun libero arbitrio, quasi le loro azioni fossero regolate dallo stesso determinismo operante nella materia, dalla stessa assenza di cause seconde. Se non è “padre”, come fa ad essere veramente “clemente” e “misericordioso”? Un Dio che, in aggiunta, presenta aspetti contraddittori, perché è sì giusto e severissimo Giudice ma in modo unilaterale, dal momento che condanna alla dannazione eterna solo coloro che non appartengono alla comunità musulmana: per il musulmano che muoia senza essersi pentito dei suoi peccati ci sono sì le pene dell’inferno, ma solo per un certo tempo, che solo Allah conosce : comunque non sono eterne. Alla fine di esse, anche l’assassino morto senza pentirsi potrà godersi le sue huri, per l’eternità, se è di sesso maschile. Ma il vero Dio, come ci insegna san Paolo, non mostra “preferenze di persone”[24]. Quando deve condannare, giudica allo stesso modo il “giudeo” e il “greco”, poiché giudica secondo le vere intenzioni di ciascuno, non secondo l’appartenenza religiosa: “Tribolazione e angoscia sull’anima di ogni uomo che fa il male, prima sul giudeo e poi sul greco; gloria, onore e pace per chiunque fa il bene, prima sul giudeo e poi per il greco, poiché davanti a Dio non vi è preferenza di persone”.

Tornando ad Abramo, si capisce, alla luce di quanto visto, perché il concetto stesso di una Alleanza tra Dio e l’uomo sia del tutto impensabile e persino blasfemo per i mussulmani. Sarebbe, infatti, in contraddizione con l’assoluta alterità di Dio rispetto all’uomo, assolutezza che non può ammettere nemmeno una promessa fatta unilateralmente da Dio, per bontà verso la creatura. Allah non ci richiede la partecipazione nostra, con il nostro libero arbitrio, al suo disegno di salvezza. Non c’e’ in realtà nemmeno il concetto di un disegno o economia della salvezza, tutto appare predeterminato dall’eternità nel decreto imperscrutabile di Allah, dipendente esclusivamente dalla sua volontà, che crea la realtà in continuazione, in tutti i suoi aspetti. Gli appellativi di “clemente, misericordioso” dati ad Allah, non devono dunque trarre in inganno. “Misericordioso”, riferito alla divinità, è del resto pre-islamico, lo si è trovato scolpito sulle lapidi delle tombe[25]. Si tratta, comunque, di una “misericordia”, nota il P. Moussali, che è piuttosto benevolenza di un padrone assoluto nei confronti del suo servo. Essa non include il concetto di “amore per il prossimo” (e “per amor di Dio”), nozione del tutto sconosciuta all’islam, per il quale “il prossimo”(prochain) è in realtà “il vicino”(proche), determinato inizialmente dalla solidarietà tribale e poi dall’appartenenza alla comunità mussulmana, alla Ummah o comunità dei credenti in Allah, che avanza come una compatta falange contro tutto il resto del mondo, per conquistarlo.
 
Ben diverso è dunque lo Ibrahim coranico da quello autentico. Egli è presentato come il tipo del sottomesso a Dio (muslim) perché avrebbe professato un monoteismo puro o sincero (hanif), assoluto, rappresentato da una incondizionata sottomissione ad un Dio unico come quello che compare nel Corano: “Io, in verità, volgo il viso verso colui che ha creato i cieli e la terra, da hanif, e non sono politeista” (sura 6 o del gregge, 79).

Un Dio, quello del Corano, che si presenta in modo singolare anche perché loda continuamente se stesso. Dal Corano si ricavano i 99 nomi di Dio, diversi dei quali derivanti dai monoteismi ebraico e cristiano. Chi legge potrebbe credere che sia Maometto a lodare Dio. Ma non è così. Chi parla è sempre Dio. Molti versetti si concludono con le frasi: “in verità, Dio è onnipotente”; “Egli è saggio e potente”; “È immenso” etc. Queste illustrazioni sono di Dio a se stesso. Ma forse che Dio aveva bisogno di lodare se stesso nella Bibbia, per far impressione sull’uomo o convincerlo dei suoi insegnamenti? Perché tutto questo sfoggio di potenza ed onnipotenza, forse per terrorizzare l’uomo? O forse perché chi parlava così non poteva essere il vero Dio?
 
Questo Dio che si presenta in tal modo, non fa dunque patti con l’uomo. Egli è soprattutto “l’Eccelso”, “il Padrone”, “il Dominatore” (sura 49 o delle stanze interne, 23), del quale l’uomo è il servo, lo schiavo (abd). “Questa è la direzione di Dio, il quale guida così chi egli vuole fra i suoi servi; se però quelli gli associeranno altri dei, le loro opere saranno vane” (sura 6, cit., 88). E nella sura 53 o della stella: “56. Quale dunque dei benefizi del tuo Signore, o uomo, metterai in dubbio? 57. Questi [Maometto] è un ammonitore del genere degli ammonitori che lo precedettero. 58. Si approssima l’ o r a approssimantesi [Giudizio e resurrezione dei morti], né alcuno potrebberivelarla all’infuori di Dio. 59. Vi meraviglierete voi dunque di questa comunicazione? 60. E riderete voi, invece di piangere? 61. E vivrete voi oziosamente? 62. Adorate, invece, Dio e servitelo”.

Adorare, servire, esser sottomessi. Anche Nostro Signore ha detto che dobbiamo “servare mandata”, obbedire ai suoi comandamenti, ma con ben altro spirito, in un ben altro contesto, per chi ha orecchie per intendere, con una finalità che è quella della Redenzione nostra individuale, di noi uomini peccatori, concetto del tutto sconosciuto all’islamismo. Nel Corano, appare mai la compassione che la divina Misericordia prova per l’umana nostra fragilità, come p.e. in Mt 14, 14? Il fatto è che dal Corano si evince che Dio non ha creato l’uomo a sua “immagine e somiglianza” ma semplicemente come ha voluto, senza spiegare perché lo creava (al contrario del vero Dio che disse: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”, Gn 1, 26 ss., svelando la ragion d’essere dell’uomo, e poi benedicendo l’uomo e la donna che aveva creato). Proprio perché non è concepito come “Padre”, il Dio del Corano può esser rappresentato come volontà assoluta ed imperscrutabile che può fare e disfare tutto a suo piacere, rovesciando l’ordine da lui stesso stabilito, basta lo voglia.
 
“Il concetto cristiano della posizione paterna di Dio, condivisa in parte dal Giudaismo, è percepito dai musulmani come un assurdo blasfemo, e tale rifiuto sembra essersi esteso all’immagine del sovrano visto come padre”[26]. Pensare Dio come “Padre” significherebbe per i maomettani incrinarne l’unicità assoluta. E pensare (aggiungo) che l’uomo possa esser stato creato a sua “immagine e somiglianza” significherebbe evidentemente offendere anche da questo lato l’unicità di Allah e divinizzare l’uomo.

L’Abramo coranico avrebbe creduto per primo, nella storia dell’umanità, ad una divinità di questo tipo, che, se si guarda attentamente, non corrisponde affatto al Dio dell’Antico Testamento, a Colui che ha chiamato Abramo alla vera fede, volendo stringere con lui il Patto dell’Antica Alleanza. Il fatto è che Maometto costruisce la figura di Abramo quale prototipo del “mussulmano” in modo da escludere Antico e Nuovo Testamento dalla vera Rivelazione. Dice infatti il Corano: “ O gente del Libro [ebrei e cristiani], perché disputate riguardo ad Abramo, mentre il Pentateuco e il Vangelo non sono stati fatti scendere se non dopo di lui? Non comprenderete dunque mai la verità? Abramo non era giudeo né cristiano: era bensì hanif e muslim e non era politeista” (3, 60-61). Abramo non era “giudeo”? No, non lo è mai stato! Non è stato il progenitore della fede degli ebrei e considerato “padre nella fede” anche dai cristiani? Quando mai. È stato invece il progenitore della fede dei mussulmani; di quelli che, come lui Maometto, professavano un culto “puro o sincero” (hanif) di perfetta e totale “sottomissione” (islam) al Dio unico. E questo perché il monoteismo “puro” (“monolatrico”, ha detto qualcuno) che egli attribuisce ad Abramo, uguale al suo, ebrei e cristiani l’avrebbero corrotto, divinizzando Esdra [sic] e “Gesù figlio di Maria”[sic] e occultando i preannunci della venuta di Maometto contenuti nei due Testamenti [sic]. Della colpa di aver ritenuto Gesù figlio di Dio i cristiani saranno giudicati nel Giudizio finale, e proprio da Gesù, uomo dotato di poteri straordinari, non morto in croce ma elevato presso Allah, da dove riapparirà per questa bisogna “su un minareto della grande moschea di Damasco: ucciderà l’Anticristo, darà pace al mondo, lo convertirà tutto all’islamismo e infine morirà”[27]. Inoltre, i cristiani venererebbero addirittura “Maria” quale terza persona della loro aborrita Trinità (che Maometto, il quale sembra aver avuto conoscenza di forme sempre eretiche di giudaismo e cristianesimo, confuse evidentemente con l’eresia del triteismo, praticata da qualche setta cristiana gnostica e nestoriana)[28]. In tal modo “la gente del libro” veniva, alla fine, messa artificiosamente sullo stesso piano dei pagani politeisti, pur concedendo ad essa di scegliere tra sottomissione (semischiavitù dei “protetti” o dhimmi, unico modo di conservare la propria religione) ed uccisione.
 
L’incitamento alla “guerra santa” (“sforzo sulla via di Allah”) contro gli infedeli, è la logica conseguenza dell’essersi l’islamismo concepito come quella religione che si dava il compito direstaurare il supposto vero monoteismo di quel perfetto “mussulmano” che sarebbe stato Abramo, facendo quindi valere “i diritti di Allah” contro il resto del mondo, miscredente e condannato per ciò stesso all’eterna dannazione. All’alba, dopo la sanguinosa battaglia notturna di Qadasiya (primavera AD 637), decisiva per il crollo dell’impero persiano, le donne e i bambini dei guerrieri beduini si disseminarono sul campo di battaglia, portando acqua ai loro uomini e uccidendo a bastonate e pugnalate o con altri metodi tutti i persiani ancora vivi, moribondi o feriti che fossero, tanto erano già stati destinati all’inferno da Allah[29].
 
Sappiamo che esiste anche un “sforzo sulla via di Allah” del tutto interiore, da intendersi come perfezionamento spirituale del mussulmano. Non è però enunciato nel Corano, deriva da un detto di Maometto. Reduce da una delle sue spedizioni militari, costui avrebbe detto un giorno: “E ora dal jihad minore torniamo al maggiore, dalla guerra contro i nemici esterni a quella contro il nemico che è in noi, le nostre stesse passioni”[30]. Tuttavia, questo “combattimento interiore” non si sostituisce affatto a quello esteriore contro gli infedeli né deve esser inteso come il vero concetto di “guerra santa”, che sarebbe allora puramente spirituale, contro se stessi. Lo si trova praticato sopra tutto dai mistici. Del pari, vanno respinti i tentativi di presentare la “guerra santa” come guerra puramente difensiva, poiché l’islamismo sarebbe al fondo una “religione di pace”, falsità ampiamente diffusa da tutta la propaganda mussulmana odierna rivolta agli Occidentali. Cito da un qualsiasi opuscolo illustrativo di circa trent’anni fa, ma potrebbe essere anche di oggi: “Jihadvuol dire sforzo al massimo delle proprie capacità. Una persona che si sforzi fisicamente o mentalmente o spenda il suo patrimonio sulla via di Allah è effettivamente impegnata nella Jihad. Nella terminologia della Shari’ah questa parola è usata sopra tutto per quella Guerra che è iniziata unicamente nel nome di Allah per autodifesa o contro coloro che perpetuano l’oppressione contro i seguaci dell’Islam. A tutti i mussulmani incombe il dovere dell’estremo sacrificio della vita in difesa della loro fede”[31].





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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10/09/2015 10.01
 
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  5.4 L’incitamento alla “guerra santa”.

Ecco i famosi passi in proposito della sura 9 o del pentimento, medinense, a conclusione dei quali Allah incita alla “guerra santa” come dovere di tutti i mussulmani, da espletarsi in modo diretto o indiretto:
“ 28. O voi che credete, in verità, i politeisti sono una lordura; non si accostino quindi al sacro tempio, dopo questa loro annata [di carestia]; se temete l’indigenza Dio, se vorrà, vi arricchirà della sua grazia, poiché Dio è sapiente e saggio.
29. Combattete contro quelli che non credono in Dio, né nel giorno estremo [nel Giudizio], e non considerano proibito quel che proibisce Dio e il suo apostolo, e che non professano la religione della verità, ossia coloro ai quali è stato dato il Libro [ebrei e cristiani], finché non paghino la gizya [il tributo, diventando dhimmi o “protetti”] alla mano con umiliazione.
30. I giudei dicono: ‘Uzair [Esdra] è figlio di Dio’, e i cristiani dicono: ‘il Messia è figlio di Dio’; questo è ciò che essi dicono colle loro bocche, imitando i detti di coloro che prima di loro, non credettero; Dio li combatta, quanto vanno errati!
31. Essi hanno preso i loro dottori, loro monaci e il Messia, figlio di Maria, per loro signori, all’infuori di Dio, mentre non era stato ordinato loro se non di adorare un solo dio, oltre il quale non vi è altro dio; gloria a lui! egli è ben superiore a ciò che gli associano.
32. Essi vogliono estinguere la luce di Dio colle loro bocche, ma Dio non vuole se non rendere perfetta la sua luce, ancorché ciò dispiaccia ai miscredenti.
33. È lui che ha mandato il suo apostolo [Maometto] colla direzione e la religione della verità, per farla trionfare su ogni altra religione, anche dovesse ciò dispiacere ai politeisti.
34. O voi che credete, molti dottori e monaci consumano i beni altrui in cose vane e allontanano altri dalla via di Dio; quanto a coloro che tesoreggiano oro e argento e non lo spendono per la causa di Dio, annuncia ad essi un castigo doloroso.
35. Per il giorno, in cui quei loro tesori verranno arroventati nel fuoco della gehenna e verrà, con essi, impresso un marchio sulle loro fronti, sui loro fianchi e sui loro dorsi, e verrà detto loro: ‘ecco ciò che avete tesoreggiato per voi, guardate ciò che avete tesoreggiato!’”
[…]
38. O voi che credete, che avete dunque che, allorquando vi fu detto: ‘uscite in campo, nella via di Dio!’, vi teneste pesantemente alla terra? Avete preferito la vita di questo mondo a quella futura; ma l’usufrutto della vita terrena non è se non una piccola cosa rispetto alla vita futura.
39. Se non uscirete in campo, Dio vi punirà con un castigo doloroso e vi sostituirà con un altro popolo; né voi potrete nuocergli minimamente, poiché Dio è onnipotente
[…]
41. Uscite in campo, armati leggermente e pesantemente, e combattete, colle vostre sostanze e conle vostre persone, nella via di Dio; ciò è meglio per voi, se lo sapeste!”
Molti versetti, nei 130 di questa lunga sura, sono dedicati ad incitare i riottosi (ce n’erano alquanti, sopra tutto fra i beduini), poco inclini a partecipare alle spedizioni del Profeta. Allora esse vengono giustificate, con le opportune “rivelazioni”, come “scendere in campo o sforzo sulla via di Dio” e corredate dell’articolata minaccia delle pene infernali per chi si fosse sottratto.

Il linguaggio è quello tipico del Corano: cupo, tutto ordini, incitamenti, invettive e maledizioni, raramente attenuato da qualche immagine poetica, da esaltazioni e lodi di Allah e delle sue opere (la creazione) che però (cosa singolare) provengono sempre da Allah; linguaggio su cui incombe tremendo quasi in ogni sura il Giorno del Giudizio; in cui balena il sinistro clangore delle armi impugnate per uccidere gli infedeli o per mutilarli (“il Paradiso è all’ombra delle spade”, recita il celebre detto di Maometto); esaltante gli ultraterreni “castighi dolorosi” che la voce notturna preannuncia senza posa, indulgendo anche nelle loro descrizioni, quasi compiaciute[32]. Nelle sure che incitano alla guerra santa minacciando castighi ai recalcitranti e anche in quelle che promettono il paradiso a chi muore combattendo “sulla via di Dio” (per esempio, 47, 5-9), si sente sempre fiammeggiare l’avversione spinta sino all ’o d i o implacabile per chi non fa parte della “comunità dei credenti”: il non-mussulmano è come tale un nemico che deve esser umiliato e sottomesso o annientato fisicamente.
 
Qui la guerra santa (jihād) viene chiaramente posta come un obbligo collettivo di tutti i mussulmani. Questa parola, precisa Bausani, “significa letteralmente “sforzarsi” e si aggiunge, in genere, fī sabīlī ‘llāh, “sulla via di Dio” [come risulta dai testi sopra citati]. È un fatto che nel Corano le prescrizioni sul jihad mostrano una evoluzione cronologica da un’ampia tolleranza non violenta (50, 45; 109, 1-6) a una guerra puramente difensiva (22, 39-40), fino a prescrizioni molto più generali quali Cor. 9, 29”[33].

Le “prescrizioni” definite pudicamente “molto più generali” da Bausani (1921-1988), grande erudito, seguace della religione Bahai, un sincretismo nato in Persia nel XIX secolo, professante un monoteismo senza rivelazione che accetta la concezione maomettana del profetismo (un profeta per ogni nazione, per predicare un Dio unico) e mira (con mezzi pacifici) all’unità del genere umano, sono in realtà quelle feroci e violente da me appena richiamate.

L’evoluzione nel modo di concepire la violenza da parte di Maometto, da un iniziale atteggiamento di tolleranza dell’esistenza delle altre religioni alla giustificazione del suo uso difensivo ed infine offensivo estremamente aggressivo, si spiegano, secondo gli studiosi occidentali, con l’evoluzione della sua personale concezione di profeta nazionale arabo, che, da semplice riformatore delle credenze e dei costumi della sua città natale, si era voluto trasformare in una sorta di messia arabo dominatore e conquistatore, giustificandosi, sul piano “teologico”, proprio con la sua personale reinterpretazione della figura dell’Abramo biblico.

5.5 L’islamismo “religione di Abramo”, nemica giurata della nostra.

Il Corano mette dunque Abramo in opposizione all’Antico e al Nuovo Testamento, affermando che non era “né giudeo né cristiano” e lo congiunge direttamente al Corano, il quale, contro i due Testamenti, testimonierebbe il vero monoteismo abramico, sì da permettere all’islam di autodefinirsi “religione di Abramo” (millat Ibrahim)!
Come si fa allora a dire, oggi, che Abramo costituisce il modello della nostra fede come per i mussulmani, quando proprio i mussulmani negano nel modo più reciso che il monoteismo di Abramo sia a fondamento di quello ebraico e cristiano, e quindi della nostra fede? Come si fa a dirlo, per voler “dialogare” con i mussulmani, quando proprio i mussulmani lo negano? Non manca il fondamento stesso del dialogo? Ma perché l’Abramo del Corano è presentato in questo modo, ovviamente non corrispondente all’Abramostorico, che è quello della Bibbia?
Perché la missione che Maometto si era attribuito (in modo evidente nella seconda fase della sua “predicazione”, quella medinense), consisteva, come si è detto, proprio nella restaurazione di un supposto puro monoteismo mussulmano attribuito ad Abramo, missione nazionale di un profeta arabo in lingua araba, che diventava in questo modouniversale. La “rivelazione coranica”, così intesa, si poneva, infatti, come l’ultima, restauratrice e definitiva: essa abrogava tutte quelle precedenti, peraltro “falsificate”, e doveva esser accettata da tutta l’umanità, con le buone o le cattive.

L’interpretazione coranica della figura di Abramo costituisce un punto chiave dell’intero islamismo e permette di capire il rapporto di supremazia assoluta che esso ha preteso instaurare con le altre religioni rivelate. E poiché proprio sul monoteismo di Abramo si sono costruite da parte cattolica le idee sbagliate del “dialogo” con islam ed ebraismo, credo sia opportuno approfondire adeguatamente il punto, vale a dire illustrare in dettaglio la genesi dell’islamismo in modo da riuscire a comprendere come e perché Maometto sia arrivato a vedere proprio in Abramo il fondamento della sua “rivelazione”, antigiudaica e anticristiana, nella seconda e definitiva fase della sua “predicazione” o meglio della “missione” autoattribuitasi di “profeta” fondatore di uno Stato teocratico, inizialmente arabo.
 
In questa ricostruzione seguirò in particolare la sinossi della vita di Maometto elaborata in un testo rimasto inedito del già citato Carlo Alfonso Nallino (1872-1938), forse il più grande dei nostri arabisti ed islamologi, testo a mio avviso esemplare per chiarezza, lucidità, ampiezza di sintesi[34].

Senza conoscere la genesi dell’islamismo, è impossibile comprendere il vero spirito di quella religione e il significato messianico conquistatore che essa si attribuisce, in quanto unica vera erede del “monoteismo puro” di Abramo. Nallino si ispira espressamente all’interpretazione dell’olandese Hurgronje che nel 1880 scrisse in olandese un saggio fondamentale sul pellegrinaggio alla Mecca, nel quale modificò sensibilmente l’interpretazione dominante, opera peraltro di valentissimi studiosi, secondo la quale la svolta maomettana di Medina (il richiamarsi ad Abramo) fu dovuta sopra tutto al desiderio di raggiungere un compromesso con le influenti comunità ebraiche della città.
Al contrario, Hurgronje dimostrò, scavando nelle sure medinesi e approfondendo il significato del pellegrinaggio alla Kaaba, che a Medina il Profeta, ora capo politico e militare, rielaborò quanto da lui proprio lì appreso su Abramo dagli ebrei locali, in modo da fare dell’islam l’unica e vera “religione di Abramo”, il monoteismo puro e assoluto, antagonista radicale degli altri due, ebraico e cristiano, che si poneva addirittura come rivelazione finale per tutta l’umanità. Nallino approfondisce sensibilmente la tesi dello studioso olandese grazie alle sue vastissime conoscenze in materia e alla sua raffinata sensibilità di interprete, capace, tra l’altro, di cogliere in modo impareggiabile il nesso tra diritto e religione, il cui fondamento è costituito sempre da ciò che ha fatto o ha detto Maometto[35].

Paolo Pasqualucci
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1. Per l’appunto in b., mi riferisco alla scoperta del frammento di Mc 6, 52-53 (7Q5) nelle Grotte di Qumran, non lontano da Gerusalemme, tra le pergamene e i papiri (quasi tutti in ebraico) ivi nascosti nel 68 AD dalla comunità ebraica (non cristiana) degli Esseni, in fuga di fronte ai Romani, che si stavano dispiegando per assediare Gerusalemme. Si tratta ovviamente di una copia, il che presuppone un’anteriorità di parecchi anni da parte dell’originale. Vedi: C. P. Thiede, Il più antico manoscritto dei Vangeli? Il frammento di Marco di Qumran e gli inizi della tradizione scritta del Nuovo Testamento, Rome, Biblical Institute Press, 1987, tr. it. dal tedesco di C. Carniti, pp. 62.
2. Mi riferisco alle fonti indicate in proposito sul blog “Chiesa e Postconcilio”, curato da Maria Guarini, durante un’ampia discussione sul tema: “Alcune idee per guardare oltre la crisi”, 23 luglio 2015. La tesi riportata è del teologo laico Vito Mancuso, secondo il quale il culto cattolico della Madonna sarebbe una “magnifica trovata d’immagine”.
3. Dichiarazione “Nostra Aetate” sulle relazione della Chiesa con le religioni non-cristiane, del 28 ottobre 1965, in I Documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni-Decreti-Dichiarazioni, Edizioni Paoline, 1980, pp. 573-578; p. 575. Per Lumen Gentium 16, op. cit., p. 80.
4. “Nostra Aetate”, cit., 3.2., ivi. Da notare che le feroci e sanguinosissime, plurisecolari guerre che abbiamo dovuto sostenere prima contro gli arabi e poi contro i turchi, per respingere i loro ripetuti assalti, vengono svilite a semplici “dissensi e inimicizie”.
5. Cardinal Bea, Le chemin de l’unité, Desclée, 1967, pp. 271-272.
6. Si veda l’ultimo capitolo del libro: L’oecuménisme et l’édification de l’unité de la famille humaine, op. cit., pp. 304-316. A p. 310 auspica “l’édification d’une humanité unie dans la liberté”, non l’edificazione di un’ umanità “unita in Cristo”. Per “libertà” intende, poco sopra, la reciproca “libertà religiosa”, naturalmente come intesa dal Concilio, che arieggia (osservo) l’astratto ideale laico-massonico della “tolleranza” fra tutte le religioni.
7. Tra gli ultimi episodi, la blasfema “danza cerimoniale” tenutasi nella Cattedrale di S. Lorenzo a Perugia, il 2 agosto 2015 (vedi: “Chiesa e Postconcilio” dell’8 agosto 2015).
8. Giovanni Paolo II parlò in francese. La frase riportata in italiano è traduzione letterale del testo originale. Vedi: AAS 78 (1985) pp. 95-105; p. 96. Sono pagine che si leggono con autentico dolore, come, del resto, tutta la “pastorale” ecumenica della Gerarchia attuale. A conclusione del suo discorso in Marocco, il Papa invocò Dio in rima, arrivando addirittura ad esclamare: “O Dieu, Tu es l’Unique. A Toi va notre adoration...” (op. cit., p. 104), invocandolo cioè in una maniera sostanzialmente identica a quella (notoriamente antitrinitaria) dei mussulmani. Giovanni Paolo II si recò anche a pregare nel 2001 nella Grande Moschea di Damasco, nella quale si troverebbe la tomba di san Giovanni Battista, preesistente (secondo la tradizione) in una chiesa cattolica ivi distrutta dal Califfo Al-Walid per costruire la moschea. Nella sua visita in Germania nel 1980 Woityla disse ai maomettani in Magonza: “Vivete secondo la vostra fede anche all’estero!”. Nella sua visita in Giordania, nel 2001, gridò alla folla: “Che S. Giovanni Battista protegga l’Islam!”. Il Battista (Yahyá) è onorato nel Corano, ma sempre nell’ambito della “cristologia” aprocrifa e corrotta di Maometto. (Sulle “aperture” di Woytila, vedi le critiche di: Heinz-Lothar Barth, Katholische Kirche und Islam, in ID., “Die Liebe Christi drängt uns”, Kirchliche Umschau ed., Ruppichteroth, 2005, 2a ed. rived. e corretta, pp. 262-269. Si tratta di una raccolta di articoli e brevi saggi “sulla crisi della Chiesa e sul suo superamento”).
9. Vedi la voce Abramo in Dizionario biblico, diretto da mons. Francesco Spadafora, Studium, Roma, 1963, 3a ed. rived. e ampliata.
10. Il Corano, nuova versione letterale italiana, con prefaz. e note critico-illustrative di Luigi Bonelli, 3a ediz. rived. aggiuntovi indice analitico, 1929, rist. anast. Hoepli, 1983. Nei versetti citati le parole in corsivo sono del traduttore. La migliore versione è oggi considerata quella del grande Bausani, dominatore di trenta lingue, fornita anche di un ricco e assai erudito apparato di note: Il Corano, introduzione, traduz. e commento di Alessandro Bausani, Sansoni, Firenze, 1978 (1a ediz., 1955). L’ho ovviamente tenuta presente anche se, a mio avviso, quella del Bonelli si fa preferire per la sua letteralità. Ho consultato anche: Il Corano, a cura di Martino Mario Moreno, UTET, Torino, 1967, fornita di una breve Introduzione e di utili note. Scrivo mussulmano con due esse, in modo aderente alla pronuncia effettiva in italiano. Nella translitterazione delle parole arabe ho seguito in prevalenza la versione approssimativa corrente negli organi d’informazione (p.e.: sura invece disûrah, termine che indica ogni sezione o capitoletto dei 114 del Corano).
11. Carlo Alfonso Nallino, voce Corano, in Nuovo Digesto Italiano, IV, 1938, pp. 242-244, ora in: ID., Raccolta di scritti editi e inediti, vol. II: L’Islām. Dogmatica-Sufismo-Confraternite, Istituto per l’Oriente, 1940, pp. 75-81; p. 75.
12. Op. cit., ivi. Ricordo che in arabo al è l’articolo ilahl significa gente, popolo, kitāb vuol direlibro. L’espressione nel testo suona letteralmente: “la gente il-libro” o “la gente la-scrittura”. Il P. Moussali (vedi infra) ha comunque fatto rilevare con forza quanto sia scorretta l’attribuzione a noi cristiani l’etichetta di “popolo del libro”, del testo scritto: noi adoriamo il Cristo, siamo “il popolo di Cristo” non del Nuovo Testamento, cioè di un testo scritto, da intendersi alla maniera dei maomettani. Lo adoriamo mediante la Tradizione e la Scrittura mantenute dall’insegnamento costante della Chiesa cattolica, tramite la mediazione degli Apostoli prima, della Chiesa poi, “mediazione” sconosciuta ai mussulmani, che non hanno clero e sacramenti, né un’autorità religiosa centrale, ma solo dottori della loro legge (esegeti, commentatori) e capi spirituali.
13. Op. cit., pp. 75-76. Nallino ricorda che per sètte eterodosse come quella degli sciiti il Corano è invece creato (ivi, p. 76). Per le sètte mussulmane sempre valido, per un inquadramento generale, mi sembra il cap. VII: Le sètte dell’Isl­àm nell’opera del P. Henri Lammens, L’Islàm. Credenze e istituzioni, 1926, tr. it. di Francesco Gabrieli, Laterza, Bari, 1948, pp. 121-152. “Consideriamo come sètte distinte i gruppi che nelle questioni stimate fondamentali dalla Sunna [consuetudine o tradizione comune] e dall’accordo dell’Igmà [opinione dei dotti, intesa come opinione della Comunità dei Credenti], si son separate dall’Islàm storico, quale si è costituito a partire dal IV secolo dell’ègira [X sec. d. C.]. Come per meglio affermare la loro autonomia, tutti questi gruppi si son data un’organizzazione indipendente dall’ortodossia sunnita. Non discussioni dottrinali come nel Cristianesimo, ma dissensi politici han dato origine agli scismi e alle eresie dell’Islàm” (op. cit., pp. 121-122). Gli Sciiti derivano il loro nome dalla parola shia, “partito”, che designava i partigiani di Alì, cugino del Profeta, (shiat Ali) nelle sanguinose lotte per la successione alla carica elettiva di Califfo (khalīfa: “vicario”, “successore”) o capo (politico) della Comunit­à dei Credenti, dopo la morte improvvisa di Maometto. In seguito apparvero le divergenze dottrinali, anche profonde (ivi, pp. 123-124).
14, Nallino, op. cit., pp. 76-77. Il padre Marracci, che nel 1698 ne fece finalmente una traduzione latina critica completa diceva: “est enim miscella et farrago innumerarum rerum” (citato da Alessandro Bausani, L’Islam, Garzanti, Milano, 1980, p. 163).
15. Nallino, op. cit., pp. 77.
16. Ivi, p. 78.
17. Ivi, pp. 78-79. Ricordo che le altre fonti islamiche sono: la sunnah, o consuetudine, consuetudine di Maometto dedotta dai hadith, detti e fatti del Profeta come risultano dalle tradizioni canoniche (escludendo le apocrife); il consenso o opinione concorde della comunità maomettana (iğmā῾) espresso in particolare da dottori e giurisperiti, intesi come suoi rappresentanti, in base al principio risultante da un detto di Maometto: “la mia comunità non si accorderà mai su un errore”; il ragionamento sui dati della tradizione, che nel caso della teologia si denomina “discorso” (kalām). Da tutto quest’insieme si ricava la l e g g e che regola il modo di vivere dei mussulmani, la sharia (“la via diritta”, “la via battuta”). Essa disciplina tutta l’attività umana (vedi: Nallino, voce Islamismo, in Enciclopedia Italiana, vol. XIX, 1933, pp. 603-614; ora in : ID., Raccolta di scritti editi e inediti, vol. II, cit., pp. 1-44, passim e Bausani, op. cit., p. 13 ss.; p. 37 ss.).
18. Sure citate in Carlo Alfonso Nallino, voce Islamismo, cit., p. 13. Sul punto vedi anche la nota n. 2 a p. 15 della traduzione di Bonelli. I versetti ritenuti abrogati dalla dottrina sarebbero 225.
19. I ginn erano spiritelli sul tipo dei folletti, abitatori dei luoghi deserti, maschi e femmine che si accoppiavano tra di loro e con gli uomini. Si tratta di un imprestito dal paganesimo arabo.
20. I cristiani “amici”, hanno rilevato i commentatori, dovevano essere “preti” e “monaci” della piccola comunità cristiana di Medina, nella fase iniziale dell’insediamento di Maometto. Anche se non li cito ad ogni passaggio, per non appesantire il già denso testo, mi sono ampiamente servito di questi lavori del citato Padre Antoine Moussali, tutti reperibili in rete: Ce qu’un chrétien doit savoir sur l’Islam [vedi], pp. 6 ; Le christianisme face à l’IslamL’Islam et nous – Unité-Unicité;La langue arabe-Israël & Ismaël, in: ‘Contrelittérature’, pp. 9; Le Dieu des fils d’Abraham, in : [vedi] pp. 7. Ho ugualmente utilizzato: Roger ArnaldezLettre de Roger Arnaldez, islamologue, au terme d’une vie d’étude de l’islam, in: [vedi], 5 pp.; e l’importante conferenza: L’Islam, une religion conquérante? del 31.1.1994, in: [vedi], pp. 11. Di questo fondamentale autore (1911-2006), citato da Benedetto XVI nel suo famoso discorso di Ratisbona, ho poi ampiamente utilizzato le sue due essenziali monografie: Jésus fils de Marie prophète de l’Islam, Desclée, Paris, 1980, pp. 254 eGesù nel pensiero musulmano (1988), tr. it. di F. Caponi, Edizioni Paoline, Milano, 1990, pp. 211. Arnaldez mostra una completa padronanza non solo delle fonti coraniche ma anche dei commentatori mussulmani.
21. Carlo Alfonso Nallino, Voce Islamismo, cit., p. 15. Qui, come altrove in questo articolo, le parole che nelle citazioni appaiono in parentesi quadre sono mie, non appartengono al testo citato. Non esiste un’autentica Visione Beatifica nel paradiso musulmano, vi abbondano invece, come è noto, raffinate delizie intellettuali e sensuali, anche del tipo più carnale, quest’ultime riservate ai maschi. Sul tema, si veda l’eccellente studio del professore mussulmano libanese Soubhi El-SalehLa vie future selon le Coran, Vrin, Paris, 1986, 2a ediz. A pag. 39 egli sottolinea come l’interpretazione puramente simbolica e allegorica di queste “delizie” sia (purtroppo) nettamente minoritaria nell’islamismo e considerata in sostanza eretica. I fedeli “si chiedono piuttosto quante huri ogni credente potrà onorare dei suoi favori ogni notte [della vita eterna]; quale gioia proverà nell’abbracciarsi alla sua huri su letti sopraelevati et similia”(vedi anche alla p. 131 della stessa opera). Il Corano abbonda di dettagli sulle “delizie” del Paradiso (arriva a dire che le huri avranno “grandi occhi” e “seni pieni” (sura 78 o della novella, 33 - op. cit., p. 17) ma della Visione Beatifica dice solamente: “Dio ha promesso ai credenti e alle credenti giardini, sotto i quali scorrono i fiumi ein cui rimarranno in eterno e abitazioni buone, nei giardini dell’Eden; però la soddisfazione di Dio è la maggior ricompensa; quella è la grande felicità” (sura 9 o del pentimento, 73), “Saranvi, in quel giorno, volti splendenti, Guardanti verso il loro Signore” (75 o della resurrezione, 22-23). Secondo l’esegesi tradizionalista, che integra il Corano con i detti di Maometto (hadith), Allah apparirà agli Eletti riuniti come in banchetto davanti a lui “come la luna piena” (op. cit., p. 43; p. 78). Per noi cattolici, è l’immagine di una visione singolarmente tenebrosa, soprattutto se riferita a Dio: la luce della luna piena è notturna luce riflessa che risplende nelle tenebre, senza però vincerle. L’edonistica raffinatezza e la ripugnante carnalità coniugate nelle supposte visioni del “paradiso” mussulmano, hanno sempre rappresentato per noi cattolici uno degli indizi più sicuri della natura diabolica dello “spirito” dal quale Maometto afferma di aver ricevuto la sua “rivelazione”.
22. Nallino, voce Islamismo, cit., p. 17.
23. Op. cit., pp. 17-18.
24. Nallino, op. cit., p. 25 : “secondo la dottrina ortodossa [...] i peccatori musulmani, invece, avranno un giorno perdonata da Dio la loro pena e saranno ammessi al paradiso”, cosa che non è prevista per gli infedeli. Una dottrina come quella cattolica del battesimo di desiderio implicito, che contempla la possibilità della salvezza individuale per l’uomo buono e pio credente che non appartenga formalmente alla Chiesa cattolica, della quale ignora senza sua colpa la vera dottrina, e non muoia in peccato mortale, è del tutto inconcepibile per l’islamismo. La citazione di san Paolo viene da La Sacra Bibbia curata dalla CEI, Edizioni Paoline, 1963.
25. Sergio Noja, Maometto profeta dell’Islam, Oscar Mondadori, 1974, p. 122.
26. Bernard Lewis, Il linguaggio politico dell’Islam, tr. it. B. Amoretti Scarcia, Laterza, Bari, 1991, p. 21.
27. Nallino, voce Islamismo, cit., in ID., Raccolta di scritti editi e inediti, vol. II, cit., p. 24.
28. In Arabia, a quel tempo, c’era una setta cristiana eretica “che professava una forma di triteismo. Tale era la dottrina di Giovanni Asquthnages di Apamea, che faceva capo alla scuola teologica di Edessa [di tendenza nestoriana], la quale sosteneva che vi sono tre nature divine, tre sostanze divine, tre divinità. Anche la sconcertante dottrina secondo cui Maria sarebbe una delle persone della Trinità (o, se si preferisce, di una Triade divina) aveva trovato aderenti in certe sette cristiane [gnostiche e quindi cristiane per modo di dire]. Sin dal II secolo gli Ofiti identificavano lo Spirito Santo con la Donna primordiale, la Madre dei viventi, che avrebbe generato il Messia; il cosiddettoVangelo degli Ebioniti, noto negli ambienti degli Ebioniti – cristiani giudaizzanti influenzati dallo gnosticismo – vedeva nella madre di Gesù lo Spirito Santo” (Italo Sordi, Che cosa ha veramente detto Maometto, Ubaldini, Roma, 1970, p. 133).
29. Sir John Bagot Glubb, Le grandi conquiste arabe, tr. it. di R. Lotteri, Aldo Martello, Milano, 1963, p. 270. Il tenente generale Sir J. B. Glubb, meglio noto come Glubb pascià, fu il fondatore della celebre “Legione Araba”, composta da beduini della monarchia hascemita di Giordania, e si convertì all’islam. Il suo testo è un classico in materia.
30. Citato in Noja, op. cit., p. 227. Risulta dalle fonti che Maometto fosse personalmente onesto (da giovane era soprannominato amīn, il fidato), indifferente al denaro e generoso con i poveri. Condannò duramente l’usura, assai diffusa nel suo ambiente. Sul piano della sensualità e della lussuria (ammise lui stesso la sua grande passione per “donne e profumi”) ebbe tuttavia pochi freni: si concesse dieci mogli, ventritre concubine, un numero imprecisato di schiave. Non riuscì mai ad avere eredi maschi, solo femmine. Le tradizioni popolari mussulmane favoleggiano oltre ogni dire sulla sua potenza sessuale (cfr. Noja, op. cit., p. 98; p. 259).
31. Islam. An Introduction, Educational Press, Karachi, s.d. (ma 1989), p. 18. Ossia il dovere dellajihad.
32. P.e. la sura 14 o di Abramo, su cui sia la pace!: “43. Non pensare che Dio sia noncurante di ciò che fanno gli iniqui; egli accorda loro, solo, una dilazione fino a un giorno stabilito, in cui gli sguardi rimarranno immobili per il terrore; 44. Essi accorreranno in fretta, con la testa alzata, con lo sguardo che non ritornerà ad essi [fisso per il terrore] e col cuore vuoto [insensibile per il terrore]; avverti dunque gli uomini del giorno in cui sopravverrà ad essi il castigo […] 49. Un giorno la terra verrà cambiata con altra terra e i cieli pure; e gli uomini compariranno davanti a Dio, l’unico, il vittorioso. 50. E tu vedrai, in quel giorno, i malvagi stretti assieme nei ceppi; 51. Le loro tuniche saranno di catrame ed il fuoco avvolgerà i loro volti, affinché Dio retribuisca ogni anima, secondoquanto essa avrà fatto; certamente Dio è sollecito nel computo”. Ricordo che nei passi coranici le parentesi quadre sono del traduttore.
33. Alessandro Bausani, L’Islam, cit., p. 62. Per la colpa di aver divinizzato Esdra e Gesù ebrei e cristiani sono equiparati ai “politeisti” e quindi anche contro di loro è legittima la “guerra santa”. È quasi superfluo rilevare che nessuna fonte ebraica ortodossa o talmudica menziona una “divinizzazione” di Esdra.
34. Carlo Alfonso Nallino, Vita di Maometto. Edizione postuma di due letture preparate per la stampa nel 1916, Istituto per l’Oriente, Roma, 1946, pp. 38. Lettura I: Maometto alla Mecca e gl’inizi della sua missione religiosa, pp. 1-18; Lettura II: Maometto a Medina: l’evoluzione del suo pensiero religioso e gl’inizi dell’Islām come organismo politico. Per non appesantire troppo il testo, citerò senza fare ogni volta una nota di richiamo. Un’ampia ed approfondita ricostruzione dell’ambiente e della vita di Maometto si trova in Noja, Maometto profeta dell’Islam, cit. Il libro del prof. Noja, nonostante a volte cerchi di smussare certi angoli (come del resto fa Bausani), è tuttavia importante anche per l’ampia messe di documenti che traduce, sopra tutto testi poetici, svolgendo i poeti all’epoca anche la funzione di banditori e cantori di fatti ed eventi. Gli antichi arabi avevano grande passione per la poesia, che manifestavano anche in pubbliche recitazioni, in gare poetiche.
35, La tesi inaugurata da Christiaan Snouck Hurgronje, Il pellegrinaggio alla Mecca, tr. it. di G. Scattone, Einaudi, Torino, 1989, spec. pp. 22-35, è oggi comunemente accettata dagli studiosi occidentali. Vedi p.e. Marshall G.G. Hodgson, The Venture of Islam. Vol. 1: The Classical Age of Islam, The University of Chicago Press, Chicago and London, 1974, pp. 176-180; Noja, Maometto profeta dell’Islam, cit., capp. X-XII, p. 146 ss. 
 






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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14/09/2015 13.13
 
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  E NELL'UNIVERSITÀ DI OXFORD ECCO CHE SPUNTA UN CORANO SCRITTO QUANDO MAOMETTO NON ERA ANCORA NATO...

E nell'Università di Oxford ecco che spunta un Corano scritto quando Maometto non era ancora nato...

Dall'Università di Oxford è in arrivo un’ipotesi che, se confermata, potrebbe gettare nello sconforto tantissimi studiosi e teologi di tutto il mondo, nonché milioni e milioni di fedeli musulmani.

Alcuni frammenti dell’antico Corano scoperto all’Università di Birmingham lo scorso luglio sarebbero addirittura più antichi rispetto alla data presunta di nascita e di morte del profeta Maometto.

Alcuni studiosi dell'Università di Oxford hanno spiegato ai giornalisti del Times che, secondo la datazione al carbonio, quel Corano che tanto entusiasmò gli accademici di tutto il mondo lo scorso luglio potrebbe essere stato scritto già nel 568 dopo Cristo, mentre è opinone comune che Maometto sia vissuto fra il 570 e il 632. Secondo gli studiosi, tuttavia, questo non sarebbe una contraddizione in senso assoluto della tradizione islamica, anche se, come ha specificato il ricercatore Tom Holland, "destabilizza l’idea che noi abbiamo sull’origine del Corano".

Ecco così l’ipotesi: una parte del Corano sarebbe antecedente a Maometto, che avrebbe usato un testo già esistente. Il problema è che secondo la tradizione, Maometto avrebbe appunto ricevuto la rivelazione che poi ha portato al Corano fra il 610 e il 632 dopo Cristo. La notizia, oltre che nel Regno Unito, ha avuto ampio risalto sulla stampa israeliana.












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22/10/2015 00.17
 
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 Gli interventi di Biffi sull'Islam

 per approfondire il tema del rapporto con l'Islam:



1. SULLA IMMIGRAZIONE del Card. Giacomo Biffi.



SULLA IMMIGRAZIONE

Card. Giacomo Biffi

Intervento al Seminario della Fondazione “Migrantes”(Bologna, 30 settembre 2000)

“Purtroppo né i 'laici' né i ''cattolici'' pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I 'laici', osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l'ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi.
I 'cattolici', lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all'ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.

La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell'antica fede”.

INDICE
1) Premessa
2) Un fenomeno che ha sorpreso lo Stato
3) Ha sorpreso anche la comunità ecclesiale
4) Gli auspici del pastore
5) Gli auspici per lo Stato e la società civile
6) Progetti realistici complessivi
7) Criteri attuativi
8) La salvaguardia dell'identità nazionale
9) Il caso dei musulmani
10) Cattolicesimo “religione nazionale storica”
11) Alle comunità ecclesiali
12) L'annuncio del Vangelo e l'osservanza della carità
13) Non surrogabilità dell'evangelizzazione
14) Approccio realisticamente differenziato
15) Conclusione

Premessa
Dovrebbe essere evidente a tutti quanto sia rilevante il tema dell'immigrazione nell'Italia di oggi; ma credo sia altrettanto innegabile l'inadeguata attenzione pastorale e lo scarso realismo con cui finora esso è stato valutato e affrontato. Il fenomeno appare imponente e grave; e i problemi che ne derivano ‑ tanto per la società civile quanto per la comunità cristiana ‑ sono per molti aspetti nuovi, contrassegnati da inedite complicazioni, provvisti di una forte incidenza sulla vita delle nostre popolazioni.
I generici allarmismi senza dubbio non servono, ma nemmeno le banalizazioni ansiolitiche e le speranzose minimizzazioni. Né si può sensatamente confidare in un rapido esaurirsi dell'emergenza: è improbabile che tutto si risolva quasi autonomamente, senza positivi interventi, e la tensione stia per sciogliersi presto quasi come un temporale estivo, che di solito è di breve durata e non suscita prolungate preoccupazioni.
A una interpellanza della storia come questa si deve dunque rispondere ‑ come, del resto, davanti a tutti gli eventi imprevisti e non eludibili della vicenda umana - senza panico e senza superficialità. Vanno studiate le cause e va accuratamente indagata l'indole multiforme dell'accadimento; ma non si può neanche attardarsi troppo nelle ricerche e nelle analisi, senza mai arrivare a qualche provvedimento mirato e, per quel che è possibile, efficace, perché i turbamenti e le sofferenze derivanti dall'immigrazione sono già in atto.

Un fenomeno che ha sorpreso lo Stato
Dobbiamo riconoscere ‑ e può essere un'attenuante che siamo stati tutti colti di sorpresa.
È stato colto di sorpresa lo Stato, che dà tuttora l'impressione di smarrimento; e pare non abbia ancora recuperata la capacità di gestire razionalmente la situazione, riconducendola entro le regole irrinunciabili e gli ambiti propri dell'ordinata convivenza civile. I provvedimenti, che via via vengono predisposti, sono eterogenei e spesso appaiono contraddittori: denunciano la mancanza di una qualche progettualità e, più profondamente, denotano l'assenza di una corretta e disincantata interpretazione di ciò che sta avvenendo. Non vediamo che ci sia una “lettura” abbastanza penetrante dei fatti, tale che sia poi in grado di suggerire, sviluppare e sorreggere un indirizzo coerente e saggio di comportamento.

Ha sorpreso anche la comunità ecclesiale
Sono state colte di sorpresa anche le comunità cristiane, ammirevoli in molti casi nel prodigarsi prontamente ad alleviare disagi e pene, ma sprovviste finora di una visione non astratta, non settoriale e abbastanza concorde, in grado di ispirare valutazioni e intenti operativi che tengano conto di tutte le implicazioni degli avvenimenti e di tutti gli aspetti della questione. Le generiche esaltazioni della solidarietà e del primato della carità evangelica ‑ che in sé e in linea di principio sono legittime e anzi doverose ‑ si dimostrano più generose e ben intenzionate che utili, se rifuggono dal commisurarsi con la complessità del problema e la ruvidezza della realtà effettuale.
Anche nella nostra esplicita consapevolezza di pastori, non si ha l'impressione che il fenomeno dell'immigrazione negli ultimi quindici anni ‑ nel corso dei quali esso si è amplificato e acutizzato ‑ sia stato vivo e pungente a misura della sua oggettiva gravità.
Abbiamo avuto in merito due estesi documenti: nel 1990 la Nota pastorale della Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” dal titolo: Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà; e nel 1993 gli Orientamenti pastorali della Commissione ecclesiale per le migrazioni dal titolo: Ero forestiero e mi avete ospitato. Ambedue i testi, molto estesi e analitici, sono più che altro (e doverosamente) tesi a costruire e a diffondere nella cristianità una “cultura dell'accoglienza”. Manca invece un po' di realismo nel vaglio delle difficoltà e dei problemi; e soprattutto appare insufficiente il risalto dato alla missione evangelizzatrice della Chiesa nei confronti di tutti gli uomini, e quindi anche di coloro che vengono a dimorare da noi.

Gli auspici del pastore
Vorrei adesso dare consistenza al mio cordiale saluto ai partecipanti di questo seminario, esprimendo semplicemente alcuni auspici: nascono dalla riflessione e dal cuore di un vescovo, rivelano più che altro le sue sollecitudini apostoliche e sono formulati nel rispetto di quanti ‑ studiosi, operatori sociali, pubbliche autorità - sono chiamati in causa dalla necessità di dare rapida e sufficiente risposta all'emergenza che qui prende il nostro interesse.
Non dovrebbe essere inutile che agli esami e alle considerazioni di natura politica, economica, antropologica, culturale dei competenti (e prestando ad essi la dovuta attenzione) si aggiunga anche la prospettiva di chi ‑ essendo a tutti gli effetti cittadino italiano e avendo l'originale presunzione di poter esporre anche in quanto tale il proprio parere ‑ si sente soprattutto responsabile del presente e dell'avvenire del gregge di Cristo che gli è stato affidato; e, tra l'altro, non può mai dimenticare l'inquietante domanda che il Signore Gesù ha lasciato senza risposta: “Il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

Gli auspici per lo Stato e la società civile
L'auspicio sostanziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell'immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa.
È incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbano essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentano non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa meta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale ‑ in modo proporzionato e secondo le reali possibilità ‑ anche per i singoli stati.
Ma non se ne può dedurre ‑ se si vuol essere davvero “laici” oltre tutti gli imperativi ideologici ‑ che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l'afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.
Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli accessi siano vigilati e regolamentati. È tra l'altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari ‑ quando hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili ‑ determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall'altro il prosperare di un'industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.

Progetti realistici complessivi
Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto a un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirino al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare a un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi.
Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell'ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l'insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.

Criteri attuativi
La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l'Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell'ambito della sua popolazione.
A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stata insipiente la linea perseguita negli ultimi quarant'anni, con l'ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l'assenza di ogni correttivo legislativo e politico che ponesse qualche rimedio all'egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l'esempio contrario delle nazioni d'Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.

La salvaguardia dell'identità nazionale
Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.
Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L'Italia non è una landa deserta o semidisabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” - che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia, ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro ‑ dovrebbe avere tra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato nell'incontro tra le popolazioni latine e quelle germaniche sopravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.
Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizione di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte.
A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione.
In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all'onestà delle intenzioni e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l'inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino‑americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti da molti paesi dell'Est Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta ‑ essendo “laicamente” motivata - non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall'ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.
Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell'inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente “laico”, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobia, della discriminazione religiosa, dell'ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse, ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.

Il caso dei musulmani
Se non si vuol eludere o censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo a occhi aperti e senza illusioni.
Gli islamici ‑ nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione ‑ vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.
Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.
Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell'importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.
Scrive a questo proposito la Nota CEI del 1993: “In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono consentite manifestazioni religiose fuori dell'islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. È questo un problema che non interessa solo la Chiesa, ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa” (n. 34). Ma ‑ diciamo noi ‑ chiedere serve a poco, anche se il papa non può fare di più.
Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.

Cattolicesimo “religione nazionale storica”
Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’ immigrazione, sarà bene che nessuno ignori o dimentichi che il cattolicesimo ‑ che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” ‑ rimane nondimeno la “religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua identità, l'ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze.
Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose o culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questo comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà.
Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l'eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alcuni di altre fedi.

Alle comunità ecclesiali
Che cosa diremo di illuminante e di pratico alle comunità cristiane, che di questi tempi sono per la verità afflitte da poca chiarezza di idee e da molte incertezze comportamentali?
In primo luogo, deve essere manifesto a tutti che non è per sé compito della Chiesa come tale risolvere ogni problema sociale che la storia di volta in volta ci presenta. Le nostre comunità e i nostri fedeli non devono perciò nutrire complessi di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che essi con le loro forze non riescono ad appianare. Sarebbe un implicito, ma comunque intollerabile e grave “integralismo” il credere che le aggregazioni ecclesiali e i cattolici possano essere responsabilizzati di tutto.
Qualche volta i malintesi sono involontariamente propiziati dalle pubbliche autorità che, quando non sanno che pesci pigliare, fanno appello alle nostre supplenze e fatalmente ci coinvolgono (dando in tal modo implicito riconoscimento che le organizzazioni ecclesiali sono tra quelle che in Italia riescono ancora a funzionare).

L'annuncio del Vangelo e l'osservanza della carità
Compito primario e indiscutibile delle comunità ecclesiali è l'annuncio del Vangelo e l'osservanza del comando dell'amore. Di fronte a un uomo in difficoltà ‑ quale che sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza ‑ i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.
Il Signore ci chiederà conto della genuinità e dell'ampiezza della nostra carità e ci domanderà se abbiamo fatto tutto il possibile. Su questo però ‑ sarà bene che nessuno se lo dimentichi ‑ noi siamo tenuti a rispondere non ad altri, ma solo al Signore.

Non surrogabilità dell'evangelizzazione
Dovere statutario della Chiesa Cattolica e compito di ogni battezzato è di far conoscere esplicitamente Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto, oggi vivo e Signore dell'universo, unico Salvatore di tutti.
Tale missione può essere coadiuvata ma non surrogata dall'attività assistenziale che riusciremo a offrire ai nostri fratelli. Suppone la nostra attitudine al dialogo sincero, aperto, rispettoso con tutti, ma non può risolversi nel solo dialogo. È favorita dalla conoscenza oggettiva delle posizioni altrui, ma si avvera soltanto nella conoscenza di Cristo cui noi riusciamo a portare i nostri fratelli, che sventuratamente ancora non ne sono gratificati.
Inoltre l'azione evangelizzatrice è di sua natura universale e non tollera deliberate esclusioni di destinatari. Il Signore non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama” (cf Mc 16,15). Chi ci contestasse la legittimità o anche solo l'opportunità di questo annuncio illimitato e inderogabile, peccherebbe di intolleranza nei nostri confronti: ci proibirebbe infatti di essere quello che siamo, vale a dire “cristiani”; cioè obbedienti alla chiara ed esplicita volontà di Cristo.
È molto importante che tutti i cattolici si rendano conto di questa loro indeclinabile responsabilità. E per essere buoni evangelizzatori, persuasi dentro di sì e persuasivi nei confronti degli altri, essi devono crescere sempre più nella intelligenza e nella gioiosa ammirazione degli immensi tesori di verità, di sapienza, di consolante speranza che hanno la fortuna di possedere: è una effusione sovrumana, anzi divinizzante di luce, assolutamente inconfrontabile con i pur preziosi barlumi offerti dalle varie religioni e dall'Islam; e noi siamo chiamati a proporla appassionatamente e instancabilmente a tutti i figli di Adamo.

Approccio realisticamente differenziato
Le comunità cristiane ‑ in funzione di un approccio sapiente e realistico al fenomeno dell'immigrazione - non possono non valutare attentamente i singoli e i gruppi, in modo da assumere poi gli atteggiamenti più pertinenti e più opportuni.
Agli immigrati cattolici ‑ quale che sia la loro lingua e il colore della loro pelle ‑ bisogna far sentire nella maniera più efficace che all'interno della Chiesa non ci sono “stranieri”: essi a pieno titolo entrano a far parte della nostra famiglia di credenti, e vanno accolti con schietto spirito di fraternità.
Quando sono presenti in numero rilevante e in aggregazioni omogenee consistenti, andranno sinceramente incoraggiati a conservare la loro tipica tradizione cattolica, che sarà oggetto di affettuosa attenzione da parte di tutti. La compresenza di queste diverse “forme” di vita ecclesiale e di culto autentico costituirà senza dubbio un arricchimento spirituale per l'intera cristianità.
Ai cristiani delle antiche Chiese orientali, che non sono ancora nella piena comunione con la Sede di Pietro, esprimeremo simpatia e rispetto. E, in conformità agli eventuali accordi generali e secondo l'opportunità, potremo favorirli anche dell'uso di qualche nostra chiesa per le loro celebrazioni.
Gli appartenenti alle religioni non cristiane vanno amati e, quanto è possibile, aiutati nelle loro necessità. Da alcuni di loro ‑ segnatamente dai musulmani ‑ possiamo tutti imparare la fedeltà ai loro esercizi rituali e ai loro momenti di preghiera, ma non tocca a noi prestare positive collaborazioni alla loro pratica religiosa.
A questo proposito, è utile richiamare quanto è disposto dalla Nota CEI del 1993, già citata: “Le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali” (n. 34).
Come si può capire dalla complessità di questa problematica, non è ammissibile che essa sia affrontata “in toto” dalla “Caritas italiana”, che ha un ben delimitato campo di valutazione e di interesse. Sui temi della evangelizzazione, della identità cristiana del nostro popolo, delle concrete difficoltà pastorali ‑ e dunque sulla questione della immigrazione globalmente intesa ‑ non dovrebbero esserci deleghe a nessun particolare organismo ecclesiale.
Conclusione
In un'intervista di una decina d'anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: “Ritiene anche Lei che l'Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento di oggi.
Io penso - dicevo - che l'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l'atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità.
Questa “cultura del niente” (sorretta dall'edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all'assalto ideologico dell'Islam, che non mancherà: solo la riscoperta dell'“avvenimento cristiano” come unica salvezza per l'uomo ‑ e quindi solo una decisa risurrezione dell'antica anima dell'Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto.
Purtroppo né i “laici” né i “cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgono di combattere l'ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersene troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all'ansia apostolica il puro e semplice dialogo a ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.
La speranza è che la gravità della situazione possa a un certo momento portare a un efficace risveglio sia della ragione sia dell'antica fede.
È il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.




[Modificato da Caterina63 10/02/2016 12.39]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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FOCUSdi Anna Bono
Talaq, il ripudio islamico
 

Il Corano prevede l’annullamento del matrimonio per gravi motivi, come ad esempio la sterilità, e il suo scioglimento, che può avvenire tramite divorzio e ripudio. Il divorzio, al verificarsi di determinate condizioni indicate dalle varie scuole coraniche, può essere chiesto sia dal marito sia dalla moglie. Il ripudio, “talaq”, invece è un atto unilaterale, non recettizio, di scioglimento del matrimonio ed è prerogativa del marito. 


A Monza, nei giorni scorsi, la polizia ha scoperto un egiziano con due mogli, ciascuna con tre figli: una sistemata in un appartamento e l’altra in un garage di uno stesso stabile. I mass media hanno dato rilievo soprattutto alle condizioni abitative malsane e degradanti della famiglia costretta a vivere nel garage. Ma non doveva passarsela molto bene nemmeno l’altra moglie, benché in appartamento, visto che un anno fa ha denunciato il marito per maltrattamenti. 

Dai commenti dei lettori comunque si direbbe che ormai un caso dibigamia, se si tratta di immigrati, non susciti molto interesse né curiosità. Ci stiamo abituando a tutto, a quanto pare. D’altra parte la poligamia, meglio sarebbe dire poliginia, è l’istituzione islamica forse più conosciuta, di cui si parla da più tempo. Meno noto probabilmente è il fatto che il matrimonio islamico non è un sacramento, ma un mero contratto, normato dal Corano. Per stipularlo occorre il consenso delle parti che però la donna deve esprimere tramite un tutore matrimoniale: il padre, un parente maschio oppure un giudice. 

Inoltre, per essere valido, il contratto richiede che venga corrisposto il “prezzo della sposa”, un ammontare di denaro e beni che il marito deve offrire alla moglie oppure, se permane l’influenza delle regole matrimonali tribali pre-islamiche, al padre della sposa. È previsto l’annullamento del contratto matrimoniale per gravi motivi, come ad esempio la sterilità, e il suo scioglimento, che può avvenire tramite divorzio e ripudio. Il divorzio, al verificarsi di determinate condizioni indicate dalle varie scuole coraniche, può essere chiesto sia dal marito sia dalla moglie.

Il ripudio, “talaq”, invece è un atto unilaterale, non recettizio, di scioglimento del matrimonio ed èprerogativa del marito. Per chi non lo sapesse, si tratta semplicemente di dire «talaq», «ti ripudio», anche non alla presenza della moglie.Poiché il talaq è revocabile, ma solo per due volte, mentre alla terza volta che viene pronunciato diventa definitivo e irrevocabile, è anche chiamato “divorzio verbale”. Ogni talaq dovrebbe essere registrato e prima dovrebbero essere verificate le condizioni in cui è stato pronunciato. Ad esempio, non si dovrebbe considerare valido quello di un uomo ubriaco o mentalmente alterato. Un ripudio dovrebbe inoltre diventare effettivo solo dopo che la moglie ne è stata informata. Tra un taraq e l’altro, infine, dovrebbe passare un lungo lasso di tempo, durante il quale tentare una riconciliazione dei coniugi.

Ma non sempre è così. Molti giudici ammettono che la formula sia pronunciata tre volte di seguitodando quindi immediata validità irrevocabile al ripudio senza verifiche né altre formalità. In altre parole, diventa sufficiente dire per tre volte «io ti ripudio» per sciogliere un matrimonio: anche per telefono. Anzi, ormai ci sono giudici che riconoscono valido persino il ripudio comunicato via e mail, Skype, sms e whatsapp: il dubbio, caso mai, è se bisogna spedire tre distinti messaggi o mail oppure ne basta uno, scrivendo per tre volte «ti ripudio». 

Una docente di Istituzioni di diritto islamico raccontava di una donna che in Pakistan era andata intribunale a comunicare la fine del suo matrimonio perché, così diceva, svegliandosi una notte aveva sentito il marito dire per tre volte «ti ripudio». Il marito negava, la moglie sosteneva che lui non se ne ricordava solo perché aveva parlato nel sonno. Come è noto, l’Islam giudica i comportamenti anche se inintenzionali, involontari: ad esempio, chi tocca qualcosa di impuro senza saperlo, è in colpa lo stesso. Su questo – sul fatto che la formula avesse valore comunque – contava la donna, evidentemente stanca del suo matrimonio, per ottenerne lo scioglimento rapido. Tuttavia, la maggior parte delle donne temono il ripudio, tanto più se nella forma disinvolta dei tre talaq senza intervalli di tempo che le lascia da un momento all’altro prive di marito, spesso con prospettive incerte sia dal punto di vista economico che sociale.

Il Bharatiya Muslim Mahila Andolan, un’organizzazione di donne islamiche con sede a Mumbai, hacondotto di recente un sondaggio in India su un campione di 5.000 donne musulmane in dieci Stati della federazione. Risulta che il 92% delle intervistate vorrebbe l’abolizione del “triplo talaq”, l’88,5 % chiede sanzioni per i chierici musulmani che inviano a pagamento i talaq per conto di mariti poco pratici dei nuovi mezzi di comunicazione, il 93% si sono dette inoltre favorevoli a un arbitrato vincolante che giudichi caso per caso. 

Un particolare curioso è che, dopo il terzo e ultimo talaq, un uomo, nel caso ci ripensi e si penta, nonpuò risposare la ex moglie, a meno che nel frattempo lei sia stata sposata a qualcun altro. Per ovviare al problema, a quanto pare si ricorre a un amico che si presti a sposare la ex moglie e subito ripudiarla: trascorsi i tre mesi di attesa imposti alle donne divorziate e ripudiate prima di rimaritarsi, gli ex coniugi possono convolare di nuovo a nozze. 






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FOCUS di Valentina Colombo


Mohammed Louizi

 



Nel momento in cui le istituzioni italiane ed europee, le istituzioni religiose aprono sempre più alle organizzazioni islamiche legate alla Fratellanza musulmana, l’intervista qui presentata rappresenta un ulteriore spunto di riflessione sui processi di radicalizzazione e sull’operato dell’islam politico. Parla Mohammed Louizi, ex membro dei Fratelli Musulmani, di cui spiega strategia e fini.





Nel momento in cui le istituzioni italiane ed europee, le istituzioni religiose aprono sempre più alle organizzazioni islamiche legate alla Fratellanza musulmana, l’intervista qui presentata rappresenta un ulteriore spunto di riflessione sui processi di radicalizzazione e sull’operato dell’islam politico. Mohammed Louizi, di origine marocchina, ma residente a Lille in Francia, è un ex Fratello musulmano che ha vissuto la Fratellanza sia in Marocco che in Francia, come Presidente dell’organizzazione Etudiants Musulmans de France, membro del Forum delle Organizzazioni Giovanili e Studentesche Europee (FEMYSO) di cui fanno parte anche i Giovani Musulmani d’Italia (GMI). Louizi ha avuto il coraggio non solo di lasciare gli incarichi e l’affiliazione alla Fratellanza, ma anche di denunciarne il progetto globale. Questa lunga intervista si propone di contribuire al dibattito, arduo e delicato, della rappresentanza dei musulmani in Italia e in Europa che molto spesso è monopolizzata dall’islam politico a scapito dell’islam politico cui richiama Louzi nel proprio saggio. 

Il Suo libro autobiografico Pourquoi j’ai quitté les Frères Musulmans. Retour éclairé vers un islam apolitique (Perché ho abbandonato i Fratelli musulmani. Ritorno illuminato verso un islam apolitico, Michalon, Parigi 2016)  è la storia del vostro rapporto con l'Islam da un lato e l'Islam politico dei Fratelli Musulmani dall’altro. Quali sono le principali differenze tra i due?

Il mio saggio è la storia di una vita pressoché normale, la mia, che è ruotata dai 13 ai 28 anni, intorno a una versione particolare della fede musulmana, ovverosia la narrazione ideologica dei Fratelli Musulmani. Vorrei innanzitutto fare una precisazione. Al pari dello studioso Reza Aslan nel suo libro Il Misericordioso, faccio la distinzione vitale tra “fede” e “narrazione della fede”. “La religione - ha affermato Aslan - non è la fede, ma la narrazione della fede.” Se “la fede” resta “misteriosa e ineffabile”,  la religione, l'islam nel mio caso, è una "narrazione della fede", o di più fedi, attraverso le varie dottrine, l’istituzionalizzazione di simboli, miti, rituali, pratiche, per dare un senso all'esistenza di una comunità che condivide la stessa fede musulmana, e causando, talvolta, conflitti intra- ed extra-comunitari. Detto questo, la narrazione dei Fratelli Musulmani, e quella dell'islam politico in generale, oltre a “rapire” la fede, la strumentalizza per offrirsi al potere politico e militare con lo scopo di dominare e sottomettere l'altro: sia l'altro, all'interno di questa comunità virtuale, che non condivide la stessa narrazione dei Fratelli Musulmani sia l'altro, all’esterno, che non si riconosce in questa narrazione, poiché fedele di un'altra religione oppure estraneo a tutte le religioni e con una vita senza Dio né padrone. In questo senso, una delle principali differenze tra “islam" e "islam politico" risiede in questa necessità di maggiore differenziazione. Mentre l'islam, oserei dire gli islam al plurale, è un insieme di narrazioni, radicate nella storia dopo l'avvento del Profeta Maometto, che in alcuni casi include la politica come elemento endogeno alla religione (l’islam politico) e, in altri casi, la considera un elemento esogeno (l'islam sociale e il sufismo), l'islamismo cancella queste sfumature e differenze per imporre la propria visione totalitaria e la propria dottrina politico-religiosa oppressiva, inserendosi purtroppo in una continuità storica, che affonda le radici negli eventi immediatamente successivi alla morte del Profeta nel 632 d.C. Nel mio saggio, ho illustrato questa e altre differenziazioni, mettendole a confronto con un'altra visione illuminata, un'altra narrazione assolutamente apolitica della fede musulmana i cui ingredienti principali sono la semplicità, l'umanità, la non violenza e una certa idea di progresso che concilia fede e ragione, il dubbio e la verità, la natura umana, la conoscenza e la pace.

Ha vissuto i Fratelli Musulmani in Marocco e in Francia e nel Suo saggio sottolinea la differenza dei loro scopi ovvero da un lato la “presa di potere” e dall’altro “l’integrazione” che corrisponde all’infiltrazione istituzionale… 

In tutti i paesi in cui sono presenti i Fratelli Musulmani, in Oriente così come in Occidente, il progetto islamista non è mutato dal momento in cui il movimento è stato fondato da Hasan Al-Banna nel 1928. L’obiettivo è quello di riportare il califfato islamico ai suoi confini storici, compresi i luoghi in cui l'islam si era insediato Europa. Questo progetto ha un nome:  tamkin, “messa in atto”. Nel mondo arabo-musulmano, le esperienze di questo movimento passano attraverso alti e bassi. Talvolta è riuscito a sfondare. Talaltra è stato messo in difficoltà. Ma non è mai scomparso. I Fratelli musulmani stessi descrivono la loro influenza come una successione di fasi e cicli: nascita, ascesa, apogeo, declino, latenza e poi nuovamente ascesa e così via. Qui, in Europa e in Occidente, la situazione è diversa. Infatti, se il mondo arabo-musulmano è già considerato un “territorio” acquisito, questo non è certamente il caso dell’Occidente. I Fratelli Musulmani stanno operando dagli inizi degli anni Ottanta nel Vecchio continente per acquisire diversi “territori” privati al fine di introdurre, nel corso del tempo, la loro narrazione islamista come elemento della narrazione nazionale di ciascun paese europeo. Questa operazione si chiama tawtin, ovvero “diventare cittadini, integrarsi”, e viene attuata con la costruzione di moschee-cattedrali, svariate e differenziate acquisizioni immobiliari, la costruzione di scuole private e così via. Questo perché senza tawtin, il progetto del tamkin non può essere portato a compimento in modo efficace. Se il tawtin è l'obiettivo territoriale di una tappa, il tamkin è l'obiettivo finale affinché la legge di Allah, così come intesa dagli ideologi e dagli ulema della Fratellanza, domini l'Europa per annetterla allo Stato islamico tanto agognato dai Fratelli. Chakib Benmakhlouf, ex presidente della FOIE (Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa) cui appartiene la Lega Islamica in Italia e cui fa riferimento anche l’UCOII, ha dichiarato in un'intervista rilasciata il 20 maggio 2008 al quotidiano arabo Asharq Al-Awsat quanto segue: “all'interno della FOIE abbiamo un piano d'azione, abbiamo un piano d'azione su vent’anni; un piano nel breve, medio e lungo termine. Alcuni eventi, purtroppo, che hanno di volta in volta luogo, influenzano negativamente il progresso del nostro operato. Alcuni musulmani sono stati ben presto sentiti attratti da scontri marginali e tutto ciò ha turbato il nostro piano d’azione globale.”

Sono i Fratelli musulmani a scegliere chi è entra a fare parte dell’organizzazione e non viceversa. E’ vero?

La coppia predatore/preda consente di assicurare l'equilibrio delle piramidi alimentari di un ecosistema. Il predatore sceglie la preda secondo i criteri dettati dalla natura. La piramide dei Fratelli Musulmani, quella che descrive le fasi del tamkin, ha anche i suoi “predatori”, che selezionano le prede in base a criteri dettati dall'ideologia e dalle esigenze di risorse umane del progetto globale del tamkin. Nei Fratelli Musulmani, colui che aderisce al progetto non sceglie l'associazione. E’ quest’ultima che, come una setta oscura, lo sceglie, e sono i suoi membri più anziani che lo cooptano al termine di un percorso iniziatico molto particolare.

Qual è il significato del giuramento alla Fratellanza che rappresenta il momento finale della iniziazione?

Il progetto del tamkin ha bisogno, oltre che di un territorio, di una “base” umana solida. Si tratta di un concetto ideologico, spesso usato negli scritti di Sayyid Qutb, uno dei principali ideologi della Fratellanza, soprattutto nella sua esegesi delle sure coraniche VIII e IX. Secondo Qutb la creazione di uno Stato islamico in qualsiasi territorio ha un preliminare educativo, ideologico e organico superiore che è quello di costituire innanzitutto una base umana solida composta da persone, fratelli e sorelle, altamente istruiti e convinti dell'idea e dalla necessità della creazione dello Stato islamico per essere pronti, in qualsiasi momento, a sacrificare tutto, compresa la loro vita, per concretizzarla e difenderla nel bene e nel male. Qutb cita l'esempio del profeta Maometto e il fatto che sia riuscito a costituire alla Mecca una “base” umana di Compagni convinti, prima di emigrare e insediarsi a Medina, il suo nuovo territorio per stabilire il primo stato islamico conquistatore, secondo l'interpretazione politica di questo ideologo della Fratellanza. I Fratelli-predatori si adoperano al fine di identificare le reclute per formare questa “base” solida e zoccolo duro in ogni paese. Al termine di un'iniziazione ideologica, durante la quale vengono illustrati i dieci pilastri del giuramento di fedeltà, così come previsti da Hasan al-Banna, ovverosia “la comprensione, la sincerità, l'azione, il jihad, il sacrificio, la totale obbedienza, la persistenza, la fedeltà all'impegno, la fraternità e la totale fiducia”, il/la candidato/a che rispondono agli standard ideologici passano alla fase del giuramento di fedeltà in cui lui/lei s’impegna esplicitamente ripetendo la seguente dichiarazione: “Mi impegno innanzi ad Allah, l'Onnipotente, a osservare rigorosamente le disposizioni e i precetti dell'islam e condurre il jihad per difendere la sua causa. Mi impegno innanzi a Lui a rispettare le condizioni della mia fedeltà ai Fratelli Musulmani e adempiere ai miei doveri nei confronti della nostra confraternita. Mi impegno innanzi a Lui a obbedire ai suoi dirigenti nei momenti di prosperità e nei momenti difficili, al limite delle mie forze, nella misura in cui gli ordini che sono impartiti non mi obbligano a commettere un peccato. Presto giuramento di fedeltà e Allah ne è testimone.” Da quell’istante la nuova recluta ha la missione di lavorare per il progetto del tamkin, illuminata dal leggendario motto del movimento: "Allah è il nostro obiettivo finale, il Messaggero è il nostro esempio e la nostra guida, il Corano è la nostra costituzione, il jihad è la nostra via, morire sulla via di Allah è la nostra più alta speranza"!

Il giuramento di fedeltà è indispensabile oppure esistono diversi livelli di appartenenza alla Fratellanza, soprattutto in Europa?

Un osservatore esterno dell'operato dei Fratelli Musulmani in Francia penserebbe che ci siano decine di migliaia di sorelle e fratelli attivi. Ma la realtà dei numeri è diversa. Il loro numero totale non supera, ragionando per eccesso, le mille persone disseminate in tutta Francia. E’ decisamente poco rispetto al peso che hanno in seno comunità fede musulmana, ma è sufficiente per costituire la “base” solida intorno alla quale fanno gravitare altre reti, altre strutture associative, apparentemente indipendenti. I Fratelli Musulmani sono un'organizzazione che ha ininterrottamente modernizzato la propria azione strategica per ben 88 anni. Inizialmente la diffusione dell'ideologia si faceva secondo un modello arcaico simile a una “ragnatela” correndo il rischio di indebolirsi o addirittura scomparire, in caso di un contraccolpo poiché tagliare la testa del ragno della Fratellanza - in questo caso la Guida Suprema che ufficialmente si trova al Cairo – corrispondeva a decapitare l’intera struttura dei Fratelli Musulmani. Oggi questo modo di operare è ormai superato. Le organizzazioni della Fratellanza assomigliano a una “stella marina” alla quale si possono tagliare le braccia, ma non muore, anzi ricresce un nuovo braccio. Meglio ancora, quando si taglia il braccio nasce una nuova stella autonoma e così via, in una sorta di moltiplicazione impressionante e infinita. Se in ogni stella, i Fratelli posizionano uno o più membri portatori del virus islamista, è sufficiente a contaminare tutti coloro che li circondano. Così, i Fratelli puntano a garantire una “base” umana ultra-indottrinata al fine di diffondersi e infiltrarsi in tutte le strutture, con un colpo solo che porta grande benefici, comprese quelle che non hanno alcun legame organico con la casa madre.

L’intellettuale saudita Turki al-Hamad ha dichiarato in un'intervista recente che i giovani arabi “sono cresciuti con una overdose di religione” che ha portato alcuni di loro a radicalizzarsi. Le organizzazioni dei Fratelli Musulmani possono essere identificate con questa “overdose di islam”?

La nozione di “globalità” dell’islam della Fratellanza, è sufficiente per avvallare l’affermazione di Turki al-Hamad. L’islam della Fratellanza si prende cura di tutto, dalla nascita alla morte. Nessun momento, nessun gesto, nessun pensiero, nessun un sogno deve sfuggire questo islam totalizzante e totalitario. Ma al di là di questo aspetto quantitativo molto pesante, c'è un altro aspetto qualitativo ancora più potente e più pericoloso. Si tratta del contenuto ideologico dell’indottrinamento. Un contenuto che crea la rottura sentimentale ed emotiva tra il soggetto e l’ambiente da cui proviene. Due esempi. Quando i Fratelli insegnano dogma teologico detto al-walà wa-al-barà, ovverosia “fedeltà [a tutto ciò che è islamico] e disapprovazione [di ciò che non lo è], insinuano nello spirito di un giovane una logica binaria mortale, ovvero che all'interno della società, esiste un “noi” e  un “loro”. “Noi”, il gruppo salvato, e “loro”, il gruppo maledetto. “Noi”, le vittime, e “loro”, i carnefici. “Noi”, la comunità migliore, e “loro”, la comunità perversa. Peggio ancora, si trasmette al giovane che in nome dell'islam è vietato amare “loro” e che, in nome della fede, dobbiamo odiare “loro”. L'odio nei confronti dell’altro diventa un atto di fede, un atto di adorazione. Nel programma educativo dei Fratelli, c'è un capitolo fondamentale intitolato "Amare per Allah e odiare per Allah." Il secondo esempio è la costruzione ideologica intorno al jihad armato. I Fratelli considerano questo jihad come un obbligo religioso per tutti i musulmani fino all'Ultimo giorno. Tutto è strumentalizzato per mantenerne accesa la fiamma nella mente. Lascio al lettore la traduzione della Lettera del jihad di Hassan Al-Banna che ho scoperto in Francia, quando ero un Fratello musulmano.

Si tende a credere che i Fratelli Musulmani si occupino solo di religione, ma nel Suo libro lei spiega che c'è anche del business e del denaro che proviene dall'estero ...

I Fratelli musulmani considerano il denaro come una potente arma per il progetto tawtin e per l'acquisizione di nuovi territori privati che fungono da punti di appoggio per il progetto stesso. Hanno dei business molto redditizi. Ad esempio, il presidente dell’UOIF gestisce o co-gestisce diverse aziende di trasporto e società immobiliari. Contano sul denaro dei fedeli ingannati delle moschee colonizzate dai Fratelli. Ma tutto questo non è sufficiente. Prima dell'11 settembre 2001, facevano molto affidamento su donatori sauditi. Negli ultimi anni, contano sui finanziamenti della Qatar Charity e donatori kuwaitiani. Inoltre, i Fratelli in Francia e in altri paesi beneficiano di sovvenzioni pubbliche. In Francia, la retribuzione degli insegnanti e dei membri di gestione di quattro scuole private, nelle quali l’UOIF conta di islamizzare e indottrinare le risorse umane del futuro, proviene dalle casse dello Stato. 

Quali sono i libri e i testi che sono studiati dai membri della confraternita? Che ruolo svolge oggi il pensiero di Hasan al-Banna?

I Fratelli non leggono né scrivono molto. A parte gli scritti di Tariq Ramadan, non sono in grado di elencare altri membri dell’UOIF che abbiamo scritto qualcosa, tranne rare eccezioni. Inoltre, i Fratelli predicatori leggono solo Fratelli e le loro fonti ancestrali e contemporanee. Non so se leggono il Corano. Tra gli antichi, troviamo al-Bukhari, Ibn Taymiyah e al-Ghazali. Tra i moderni e contemporanei, Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, Hasan al-Banna, Sayyid Qutb e Qaradawi. Tuttavia la letteratura dei Fratelli musulmani, tra cui alcune lettere di Hasan al-Banna, è essenziale e fondamentale. 

Quali organizzazioni e quali individui dei Fratelli Musulmani in Europa la preoccupano maggiormente?

Dipende da che cosa si intende per pericolosità. Quello che posso confermare è che nelle moschee colonizzate dai Fratelli, non ci sono nascondigli di armi, che io sappia. In assenza di un pericolo immediato relativo al jihad armato, c’è il pericolo ideologico legato all'indottrinamento dei giovani musulmani, in particolare, per asservire un progetto totalitario. Dobbiamo continuare a chiudere gli occhi e nutrire il mostro con denaro pubblico? Dobbiamo continuare ad aprire le porte delle istituzioni europee ai rappresentanti della Fratellanza? Dobbiamo continuare a facilitare la marcia dell'islamismo, il tamkin globale? In questo senso, unitamente a quanto ho spiegato circa la diffusione dell'ideologia islamista in forma più modernizzata, circa l’esempio della stella marina, e non potendo grado di identificare tutte le “stelle” della Fratellanza, non è difficile individuare le principali strutture dei Fratelli Musulmani impegnate a formare e mantenere la “base” non solo in tutta Europa, ma anche in ogni paese, a partire dalla Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europa (FOIE), l’Institut Européen de Sciences Humaines (IESH) e il Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca e tutte le organizzazioni che fanno loro riferimento o che ne sono membri.

Il governo britannico ha pubblicato un sunto di un rapporto sulle attività dei Fratelli musulmani nel Regno Unito in cui si afferma che l'ideologia della Fratellanza rappresenta un terreno fertile per la radicalizzazione. Avete suggerimenti per le istituzioni europee che hanno progetti e rapporti con organizzazioni legate alla Fratellanza?

La risposta a livello di sicurezza contro la radicalizzazione è necessaria, ma non sufficiente. Bisognerà forse iniziare a considerare ai più alti livelli europei l'ideologia dei Fratelli Musulmani, oltre alla ideologia wahhabita e a quella jihadista, come un generatore a medio e lungo termine di radicalizzazione. L'Europa dovrebbe monitorare il flusso di denaro in entrata e uscita verso o dagli islamisti. I paesi europei dovrebbero stabilire regole di trasparenza per quanto riguarda la raccolta di denaro nei luoghi di culto musulmano. Si dovrebbero riclassificare alcune organizzazioni come “sette” e, qualora necessario, scioglierle per proteggere i giovani e le persone più vulnerabili. Se non è possibile vietare alla Fratellanza di aprire scuole private, si dovrebbe per lo meno smettere di sovvenzionarle con il denaro dei contribuenti. L'Europa dovrebbe redigere una lista nera di tutti i leaders internazionali della Fratellanza, noti per incitare il jihad, per la loro misoginia e impedire di risiedere o agire sul proprio territorio.



 
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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20/04/2016 11.01
 
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  Se Gesù è davvero morto in croce, il Corano dice il falso (e l’Islam vacilla)




CoranoDa un punto di vista prettamente storico-letterario, a partire dal 1700 il cristianesimo e le fonti cristiane, in particolare Bibbia e Vangeli, sono stati oggetto di un intenso studio da parte di ricercatori che si sono proposti di capire cosa ci fosse di effettivamente vero in queste fonti.


I principi via via elaborati sono noti come metodo storico-critico, e sono fruttuosamente applicati anche in campo non biblico (p.es. lo studio di Iliade, Odissea, altri testi dell’età classica). Oggi qualunque storico e letterato sa per esempio che, di fronte a un testo di manoscritto più antico e a un testo diverso di un manoscritto più recente, va preferito il più antico, più vicino alla fonte e meno soggetto ad alterazioni. Quanto al cristianesimo, il risultato complessivo è stato quello di una conferma della storicitàsotto molti aspetti, come rimarca più volte Vittorio Messori nel suo celebre Ipotesi su Gesù, e altre convinzioni (non dogmi) sono state tranquillamente corrette o abbandonate senza conseguenze sulla fede e sul credo: p.es. il Pentateuco non è stato scritto da Mosè, alcune lettere del Nuovo Testamento non sono state scritte direttamente dagli apostoli, e via dicendo.


In definitiva, oggi nessun cristiano si turba nel sapere che la Bibbia è sì parola di Dio, ma scritta per mano di uomini. E questo profondo e proficuo lavoro intellettuale ha complessivamente contribuito a “rendere ragione della speranza” (1Pt 3,15), permettendo di coniugare fede e ragione, “le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità” (incipit della Fides et ratio, 1998). Non sembra essere ancora venuto il momento di una fruttuosa applicazione del metodo storico critico all’interno dell’Islam, per quanto ovviamente possa annoverare persone devote, buone e oneste e studiosi preparati e competenti. E un punto di riflessione prioritario, come suggerisce lo studioso cristiano Michael Licona in un contributo del 2010, riguarda la morte di Gesù.


Gesù è morto. Su questa palese ovvietà sono concordi tutti i libri di testo, le enciclopedie, gli studiosi. Questo sulla base delle fonti storiche coeve, in particolare i vangeli canonici e le lettere paoline, e sugli echi che ci sono pervenuti da altri scrittori dell’epoca (Giuseppe Flavio, Tacito, Luciano, Mara bar Serapion). Oltre al criterio di antichità, a conferma della morte di Gesù gioca il criterio di imbarazzo: mai al mondo gli evangelisti gli avrebbero attribuito una morte così umiliante e infame, e non a caso occorre aspettare l’inizio del V secolo per vedere una raffigurazione cristiana di Gesù in croce, nel portone della basilica di santa Sabina a Roma. Il problema è che la morte di Gesù non è riconosciuta dal Corano e dalla tradizione islamica. Secondo questa rivelazione, Gesù era un profeta di Dio (Corano 2,87.136.253; 3,45; 4,171; 5,75; 57,27; 61,6) e come tale non poteva fare una fine del genere: “Non l’hanno né ucciso, né crocifisso, ma così parve loro” (Corano 4,157). Chi effettivamente sarebbe stato crocifisso al posto di Gesù, il Corano non lo dice. Una risposta esplicita si trova nel Vangelo di Barnaba, apocrifo medievale di origine islamica: fu crocifisso Giuda Iscariota, miracolosamente reso simile a Gesù e crocifisso al suo posto.


Ora, nessuno storico o studioso razionalmente motivato penserebbe di poter correggere dei resoconti coevi (i vangeli) sulla base di un testo successivo di 6 secoli (il Corano) o di 13 secoli (il Vangelo di Barnaba). Ma è proprio questa l’enorme potenziale sfida che si trovano davanti i musulmani che cercano di valorizzare la ragione nel definire o ridefinire le proprie credenze. Una sfida resa estremamente ardua da due convinzioni proprie dell’Islam. La prima è la nuzul (“discesa”), concetto per il quale il Corano non è solo ispirato, ma è disceso direttamente da Dio, parola per parola, lettera per lettera, dunque assolutamente esente da qualunque errore e per il quale non sono possibili interpretazioni diverse dal testo espressamente contenuto. La seconda convinzione è la tahrif (“distorsione”) per la quale il vangelo (Ingil) sarebbe stato manomesso dai cristiani (“c’è un gruppo dei loro che ha ascoltato la Parola di Allah per poi corromperla scientemente, dopo averla compresa”, Corano 2,75). Convinzione che è in contrasto con la paleografia, dato che nessuno delle migliaia di manoscritti del Nuovo Testamento che ci sono pervenuti mostra sostanziali e significative divergenze di contenuto.


Va precisato che una risposta sensata e razionale alla domanda se Gesù è morto o no, non è una questione oziosa, banale e inutile. Come conclude il prof. Licona: “Se Gesù non è morto in una croce nel primo secolo, il Cristianesimo è falso e l’Islam ha una possibilità di essere corretto”, ma se Gesù è morto in croce, “questo è devastante per la convinzione dell’Islam di essere la vera religione di Dio, poiché il Corano sbaglia. E poiché l’ispirazione divina del Corano è quella della dettatura, se il Corano sbaglia non è divinamente ispirato, e il fondamento dell’Islam vacilla”.


Roberto Reggi








Cristianesimo e Islam: quale rapporto?

maometto 1

Si sente dire spesso, che cattolicesimo e islamismo sono due “religioni”, che sono entrambe “monoteismi”, che derivano entrambe da una radice comune…
Il corrispettivo del relativismo morale, è il relativismo religioso.

Per il relativismo tutto è uguale: essere buoni o cattivi, rubare o non rubare, uccidere o non uccidere… Se infatti non esistono il bene e il male, tutto è ugualmente lecito…
Così tutte le religioni sarebbero tutte uguali, in quanto, appunto, religioni.

Si obietta: il cristianesimo non è affatto una “religione” nello stesso senso in cui lo sono il paganesimo greco, il buddismo, o l’Islam…

E’ ben altro: non gli uomini che cercano di raffigurarsi gli dei, o Dio, ma Dio che scende incontro agli uomini, incarnandosi.

Don Giussani alla lavagna durante una lezione

Le religioni salgono, Cristo scende

Quanto al rapporto tra Islam e cristianesimo:

1) Cristo è figlio di Dio,

Maometto si dichiara profeta

2) Cristo insegna il Mistero Trinitario, mentre l’Islam è rigidamante monoteista e ritiene che la Trinità significhi politeismo. Si parla di monoteismo trinatario e di monoteismo unitario

3) Il Cristo descritto nel Corano, che attinge a piene mani a eresie ebraiche, non ha nulla a che vedere con quello dei Vangeli (per esempio non è Dio, non muore nè risorge)

4) La Cristologia cristiana è dunque diversa dalla Cristologia islamica; la teologia cristiana diversa dalla teologia islamica (il Dio con noi, incarnato, è tutt’altro dal Dio lontano dell’Islam; la trascendenza islamica è differente da quella biblica; il Cristianesimo non è, come l’Islam, una “religione del libro”, semmai la vicenda di un Dio raccontata anche in un libro; gli islamici, inoltre, affermano che la Bibbia dei cristiani è falsificata…)

5) Ad una teologia del tutto differente corrisponde un’ antropologia del tutto differente: il Vangelo predica l’uguaglianza in dignità tra gli uomini, l’Islam prevede la schiavitù; il Vangelo predica l’uguaglianza tra uomo e donna, il Corano insegna la superiorità dell’uomo sulla donna; il Vangelo indica il matrimonio monogamico indissolubile, il Corano permette la poligamia e il ripudio, e al profeta Maometto addirittura concede donne senza limiti

6) Differente anche l’escatologia: il Paradiso cristiano è una realtà di pienezza anche spirituale, quello islamico è un luogo di godimenti e di piaceri terreni…

maometto03

Cartina dell’espansione islamica, per conquista

7) Cristo è morto in croce, è un Dio che ha vinto, nella sconfitta, i cui discepoli hanno diffuso il cristianesimo pacificamente, subendo il martirio; Maometto è un “profeta armato” che ha combattuto, unificato tribù, vinto battaglie, e come lui i suoi successori…

maometto crocifissiCristiani crocifissi dall’Isis

 

Per tutto questo se oggi esiste il terrorismo islamico, che non è attribuibile solo e soltanto alla religione islamica, ma ha con essa, comunque, un qualche rapporto, in tutto il mondo islamico i cristiani vengono oggi uccisi e crocifissi, ma nessun cattolico ha mai compiuto un attentato terroristico (e se lo faccesse sarebbe in contrasto evidente con insegnamento di Cristo e del magistero della Chiesa).


    



LO SCONTRO DELLA CHIESA CON L'ISLAM È SUL PUNTO DI CESSARE OD I CONTRASTI DURERANNO SINO ALLA FINE DEL MONDO?


Le Crociate, nulla avevano a che fare con i metodi violenti con i quali i musulmani imponevano la loro fede, ma servivano semplicemente a difendere i pellegrini della Terra Santa dalle aggressioni islamiche. Come è noto, le Crociate cessarono nel XVI secolo con l’avvento del tollerante Impero Ottomano. Ma, come è ben noto dalla storia, i Turchi ripresero il tentativo di invadere militarmente l’Europa. Se allora l’Islam tentò l’invasione con gli eserciti, oggi la tenta con l’immigrazione, nella speranza che la loro presenza possa talmente rafforzarsi, fino ad influire sulla politica dei paesi dove sono insediati. Il che ovviamente non vuol dire che non dobbiamo accogliere i bisognosi. Ma bisogna avere discernimento, perché i musulmani  sanno molto bene fingere.


Autore Giovanni Cavalcoli OP

Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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«Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato».

Apocalisse di San Giovanni Apostolo, 12,4

Giovanni da Modena Maometto all Inferno

Giovanni da Modena, Concattedrale di San Petronio in Bologna. Raffigurazione dell'Inferno dantesco. In alto a sinistra: Maometto condannato alla pena eterna con i falsi profeti

Lo scontro che dura da XIV secoli dell’Islam [1] con la Chiesa è sul punto di cessare, od i contrasti dottrinali dureranno fino alla fine del mondo? I casi sono due: se l’Islam cessa la sua ostilità e fa la pace con la Chiesa, avremo un precorrimento della resurrezione finale; se invece si ostinerà fino alla fine, si aspetti il verificarsi delle parole dell’Apocalisse: «Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli» [Ap 20, 9-10].

Da quattordici secoli l’Islamismo combatte la Chiesa e vuol distruggerla e sostituirla nel condurre l’umanità alla salvezza. Il motivo fondamentale per il quale il Corano si oppone al cristianesimo è la nostra fede nella divinità di Gesù Cristo Figlio di Dio unico salvatore del mondo. In questo senso il Corano è in continuità con la religione ebraica pre-cristiana.

Il Corano, come sappiamo, si presenta come vero messaggio divino di salvezzaper tutta l’umanità, in contrapposizione a quello cristiano, in quanto ritiene che sia impossibile che Dio possa generare un figlio divino. Per il Corano è empietà ed idolatria la pretesa di associare a Dio, che è uno solo, considerato come “Padre”, un altro dio considerato come Figlio, oltre al fatto che è blasfemo pensare che un uomo possa essere Dio. Il Corano mostra stima per Gesù “figlio di Maria vergine”, lo considera un grande profeta, modello di santità, che comparirà alla fine dei tempi nella linea dei profeti e dei patriarchi biblici, a cominciare da Noè ed Abramo, discendente da Adamo.

Gesù, secondo il Corano, ha riconosciuto il Dio unico, creatore, sapiente, provvidente, onnipotente, giusto e misericordioso ed ha insegnato buoni costumi morali. Ma è stato incoerente e presuntuoso per essersi fatto Dio, ingannando i suoi discepoli che tale lo considerano. Ma come se ciò non bastasse, ha introdotto una terza divinità, oltre a se stesso (“Figlio”) e il “Padre”, ed è lo “Spirito Santo”. Sicché i cristiani, nonostante la loro dichiarazione di essere monoteisti, in realtà sono dei politeisti, perché adorano tre dèi. Ma a bestemmia si aggiunge bestemmia: i cristiani considerano se stessi “figli di Dio”, condividendo la presunzione del loro maestro.

Il Corano ritiene dunque di accogliere quanto di buono c’è nell’insegnamento di Gesù, correggendo gli errori, soprattutto l’idea di un Dio unico in tre persone. Per il Corano questa è un’assurdità e una bestemmia: Dio è una natura ed è una persona. Tre persone farebbero tre dèi. Così pure per la fede coranica è impossibile che un uomo abbia due nature: una umana e una divina.

L’uomo ha una natura umana e Dio una natura divina. Altrimenti, per il musulmano, verrebbero mescolate le nature in una sola persona umana e Dio verrebbe profanato abbassandolo a livello dell’umano. Ritenersi Dio o “figlio di Dio” è un’insopportabile superbia. I credenti sono “fratelli” non perché tutti figli di Dio, ma fratelli in senso lato nella comune condizione di credenti.

Come per noi cristiani, anche per i musulmani, “fratelli” nel senso religioso sono solo i correligionari. In questo senso un cristiano non può essere “fratello” di un musulmano, così come egli non ci considera affatto suo fratello. Però per entrambe le religioni, dato il loro carattere universalistico, tutti gli uomini, se vogliono salvarsi, sono chiamati ad essere fratelli nell’accettazione dell’unica fede, la quale per noi è il Vangelo, per i musulmani, il Corano.

Certamente la distinzione fra natura e persona è sottile. Richiede un’intelligenza metafisica che pochi possono raggiungere. Eppure la fede trinitaria e nell’Incarnazione sono i pilastri della nostra fede e ci accorgiamo come da duemila anni anche i fanciulli possono raggiungerla. Il rischio del triteismo o del modalismo [2] è reale e forse molti sono triteisti senza accorgersene; eppure l’esperienza cristiana di sempre ci dice che Dio in ciò illumina la mente anche del fanciullo obbediente, aperto alla verità e fiducioso nei suoi educatori.Sinite parvulos venire ad Me.

Comunque non c’è dubbio che il monoteismo islamico sembra più ragionevole di quello cristiano trinitario. Ciò spiega il fatto che da XIV secoli folle sterminate di persone abbiano preferito il primo al secondo. O per amore o per forza, dato il metodo impositivo e quasi terroristico col quale l’Islam ha sempre diffuso la sua fede tra le masse.

Il principale quesito è: chi ci comunica la Parola di Dio, Cristo o Maometto? Ciò non vuol dire che la teologia coranica, che risente della Bibbia veterotestamentaria, non abbia un suo fascino, una sua razionalità e una sua credibilità, tale da attirare spontaneamente l’interesse e l’ammirazione di molti eletti ingegni filosofici, religiosi e mistici nel corso di questi quattordici secoli fino ad oggi [3].

Non possiamo dimenticare che, come è noto agli storici, l’ingresso di Aristotele nella cultura europea del XIII secolo è dovuto al fatto che lo studio dello Stagirita era coltivato dai saggi musulmani, che lo utilizzavano per commentare il Corano. Ai Domenicani Sant’Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino dobbiamo l’idea di utilizzare Aristotele per l’interpretazione della rivelazione cristiana.

L’opposizione del Corano a Cristo non è un rifiuto totale di Cristo, al contrario, gli vengono riconosciuti meriti e qualità; eppure è il rifiuto dell’elemento essenziale principale della sua missione: quella di essere la somma e definitiva guida dell’umanità all’eterna salvezza. Dio rivela a Maometto nel Corano che è Maometto il profeta escatologico, ossia quello che porta a compimento tutta l’opera dei profeti precedenti, Cristo compreso. Per salvarsi, quindi, non basta il Vangelo, anzi esso è fuorviante, in quanto insegna la Trinità e l’Incarnazione.

Maometto si presenta come inviato da Dio per svolgere questo compito, in quanto nel Corano Dio figura essere Colui Che istruisce Maometto informandolo su tutto ciò che deve comunicare all’umanità per la sua salvezza. Il fedele, quindi, leggendo il Corano, viene ad apprendere da Dio stesso che Si rivolge a Maometto, tutte le verità e tutti i precetti della sua fede.

Da qui vediamo che la missione di Cristo, da come risulta dal Vangelo, e quella di Maometto, come risulta dal Corano, sono incompatibili e si escludono a vicenda. Se una è vera, l’altra è falsa. Da chi dipende la salvezza dell’uomo? Dal Vangelo o dal Corano? Da qui discende che la Chiesa e l’Islam sono incompatibili.

È evidente che una rivelazione divina va accolta col massimo rispetto e “sottomissione” (islàm”). Essa è sorgente di assoluta certezza e fonda una condotta morale assolutamente sicura ed onesta. È Parola salvifica. È verità universale, assoluta e immutabile, che non va né abbandonata né cambiata per nessun motivo.  Può essere, all’occorrenza, solo interpretata, commentata e spiegata. Se ne possono ricavare conclusioni teoriche e pratiche. Ma essa va trasmessa di generazione in generazione così com’è, va “ripetuta” (“Corano” viene dal sostantivo kuràn, che vuol dire “ripetizione”).

Una domanda però sorge in noi spontaneamente: come Maometto si accertò che il messaggio ricevuto era veramente Parola di Dio? Come e in base a che cosa o a quali prove o segni ne divenne sicuro? E come ha fatto a persuadere i discepoli di ciò? Tanto più che questa supposta “rivelazione” pretendeva di soppiantare quella di Cristo, che da sei secoli era all’origine della civiltà cristiana. Si potrebbe dire che forse Maometto non conosceva bene il Vangelo e la Chiesa. Tuttavia, quello che meraviglia è come mai i suoi discepoli lungo i secoli, che hanno avuto tutto l’agio di informarsi e di confrontare il Corano col Vangelo, non si sono accertati dell’inattendibilità del Corano? Come è stato possibile e come è tuttora possibile un partito preso del genere? Questa non è fede, ma fanatismo e fideismo. È  un grande mistero. Per invalidare la rivelazione coranica basterebbe appunto confrontarla con quella di Cristo, di ben più alta sapienza e fondata su ben altre prove. Ma la cosa paradossale oggi, nel clima di relativismo intellettuale e morale che sta vivendo l’Europa, è che mentre molti cristiani, che avrebbero a disposizione un’autentica rivelazione divina, certificata da un’infinità di prove, hanno una fede fiacca, pavida, sterile, incerta e dubbiosa, per cui abbassano il Vangelo al livello di un’opinione tra le altre; per converso i musulmani, che, al contrario, avrebbero tutti i motivi per dubitare, mostrano un’arrogante sicumera, sorgente di violenza e di persecuzioni. 

È comunque cosa consolante, confortante ed importantissima che Cristianesimo ed Islam abbiano in comune molte verità di religione naturale, a cominciare dagli attributi divini. Questa cosa è stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica nel Concilio Vaticano II per la prima volta dopo la nascita dell’Islam nel VII secolo. È un segno di grande speranza ai fini della conversione dei musulmani a Cristo e della retrocessione dell’espansione islamica.

Può esistere una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani? Assistiamo in questi XIV secoli ad alterne vicende con situazioni differenti a seconda dei paesi e dei regimi. Consolante è la convivenza da otto secoli in Terrasanta dei Francescani coi musulmani. La Santa Sede e numerose iniziative cattoliche, a seguito delle disposizioni conciliari, curano il dialogo con l’Islam sul piano della cultura, delle strutture educative e sociali e della collaborazione in opere umanitarie.

Sappiamo della vita difficile dei cristiani nei paesi islamici. E sappiamo come in Medio Oriente l’arroganza islamica costringa molti cristiani a fuggire, mentre avvengono persecuzioni e a volte anche massacri. Non possiamo neanche negare che le potenze occidentali cerchino di opprimere e sfruttare il mondo islamico per la conquista e lo sfruttamento delle fonti di energia.

È innegabile in questi XIV secoli lo sforzo costante dell’Islam di diffondersi nel mondo coltivando il sogno di invadere l’Europa, terra civilizzata dal cristianesimo, dove c’è Roma, sede del papato. Sottomettere Roma, per l’Islam, sarebbe la vittoria sul cristianesimo. In questi decenni milioni di musulmani si sono insediati in Europa e pochissimi  si sono convertiti al cristianesimo. Quali sono le loro intenzioni? Sperano di conquistare l’Europa in questo modo? Usando la democrazia? I recenti atti di terrorismo vogliono probabilmente essere un avvertimento all’Europa della capacità rivoluzionaria delle frange estremiste, che però non sembrano sufficientemente condannate dagli ambienti ufficiali. Il mondo cristiano europeo è fiacco, debole e scettico. Esistono tendenze teologiche, come per esempio quella di Schillebeeckx, con la sua cristologia del “profeta escatologico”, che sembrano fatte apposta per cedere al fondamentalismo islamico. È un organismo senza anticorpi e questo gli islamici lo hanno capito bene. L’Europa, tuttavia non solo si è scristianizzata, ma è diventata anche irreligiosa, per cui si stenta ad immaginare un’islamizzazione dell’Europa agnostica, relativista ed illuminista, a meno che non sia lo stesso Islam a far rinascere il senso religioso, come capitò quarant’anni fa con la conversione all’islamismo del filosofo marxista Roger Garaudy o cinquant’anni fa all’esoterista René Guénon. Nel panteismo eternalista di Emanuele Severino c’è qualcosa del fatalismo islamico.

L’Europa appare sempre più al bivio, se dunque non ci sarà una ripresa del cristianesimo, come già avvertiva il Cardinale Giacomo Biffi nel citato discorso, l’Europa rischia di essere islamizzata, non nelle forme minute degli usi e delle pratiche cultuali dell’Islam, ma nell’assolutismo intellettuale che caratterizza il suo fanatismo. L’uomo ha bisogno di certezze e l’invertebrato europeo o, come preferisce dire Biffi, il nichilista europeo, potrebbe trovare un sostituto della certezza nella tracotanza maomettana, dove, al posto dell’arcangelo Gabriele, subentra la coscienza trascendentale. D’altra parte, la Chiesa deve poter tornare in quei territori, che nel passato le furono sottratti con la forza dall’invasione islamica. I musulmani, non contenti di aver invaso e scristianizzato con la forza questi immensi territori, ora sognano, come fanno da secoli, di conquistare l’Europa fino ad arrivare a Roma, come fecero nel XV secolo distruggendo l’Impero cristiano di Oriente con la conquista di Costantinopoli.

Lo scontro vero e proprio è sulla questione della rivelazione divina. L’Arcangelo Gabriele che ha rivelato a Maometto che Gesù non è Figlio di Dio, ma semplice profeta, può essere lo stesso che ha rivelato a Maria la sua maternità divina? Evidentemente o è falsa la rivelazione evangelica o è falsa quella coranica. Quando è questione di vero o di falso, non si può invocare il rispetto del “diverso” o il valore del pluralismo religioso. Bisogna capire e scegliere da che parte sta la verità.

Quello che oggi più di un tempo meraviglia noi cristiani è come il fedele islamico, dopo tanti secoli di progresso dei costumi e delle scienze, e nel campo della critica letteraria e dell’esegesi dei testi sacri, non riesca a distinguere nel Corano quelle parti che indubbiamente esprimono un’alta sapienza teologica e morale da altre parti evidentemente segnate dal tempo o, peggio, infette da veri e propri errori teologici e morali, in particolare il rifiuto irragionevole dei dogmi cristiani della Trinità e dell’Incarnazione.

Bisogna che i musulmani prendano il coraggio a quattro mani e, proprio in nome di Dio, dopo XIV secoli di guerre e polemiche inutili, anzi, dannose per noi e per loro, si decidano una buona volta, alla luce della moderna esegesi, di una sana filosofia e teologia, e tenendo conto degli onesti costumi morali della modernità, a purgare il Corano dai suoi errori e dalle sue vedute superate. In particolare occorre che tolgano l’insensata opposizione ai dogmi cristiani, proprio per il rispetto di quelle parti di alta scienza teologica, religiosa e morale, che sono precisamente in linea con quegli stessi dogmi, quelle parti valide che la stessa Chiesa del Vaticano II riconosce al Corano.

La vera sfida e quindi nell’apologetica. La Chiesa ha riconosciuto i valori contenuti nel Corano. Ora l’Islam riconosca il valore del Vangelo. In ogni forma di rapporto umano corretto deve valere la legge della reciprocità, come ebbe a dire il Cardinale Giacomo Biffi in un suo discorso del 2000 [4] proprio a proposito dei rapporti della Chiesa con l’Islam. L’apologetica cristiana e quella islamica non reggono al confronto. Un confronto oggettivo, libero, informato e spassionato degli argomenti e dei segni di credibilità fra le due religioni, induce qualunque animo onesto, amante della verità, della virtù e  di Dio, attento al valore delle testimonianze storiche, ad accorgersi della assai maggiore credibilità del cristianesimo nei confronti dell’islamismo.

È sufficiente confrontare la personalità morale e spirituale di Maometto con quella di Cristo; la storia della santità cristiana con quella islamica; la migliore produzione filosofica e teologica cristiana rispetto a quella islamica; la maggior saggezza dei costumi cristiani; la molto più ricca ed avanzata produzione tecnico-scientifica della civiltà cristiana; il maggior rispetto della persona umana (uomo e donna); la maggior sapienza delle istituzioni giuridiche e politiche; una maggior ricchezza e varietà di istituzioni culturali, sociali, caritative ed assistenziali; i migliori metodi della diffusione del messaggio religioso, improntati al rispetto della persona e alla sua libertà di scelta, senza forzature o minacce di pene temporali.

Come emerge soprattutto dagli insegnamenti del Concilio Vaticano II, il cristianesimo è liberale,  comprensivo e tollerante nei confronti delle altre religioni, rispettoso della libertà d’opinione, apprezza i loro valori senza tacere sui loro difetti. Invece l’islam, come è noto, è autoritario, oppressivo, e discriminante, tanto da meritarsi il titolo di integrista e fondamentalista. Non respinge il metodo della persuasione, per cui certamente molti, fuori degli Stati islamici, si fanno islamici liberamente; ma, dove ha il potere politico, preferisce l’imposizione, come è testimoniato da questa dichiarazione del filosofo Al-Gazali dell’XI-XII secolo: «Certo non è bene che si eserciti una pressione in materia religiosa; ma bisogna riconoscere che la spada o la frusta sono talvolta più utili della filosofia o della convinzione. E se la prima generazione non aderisce all’islam che con la lingua, la seconda aderirà anche col cuore e la terza si considererà musulmana per sempre»[5].

Il Magistero postconciliare della Chiesa ci chiarisce che la pluralità delle religioni, al di fuori di quella cristiana, soprattutto le altre religioni monoteistiche ebraica ed islamica, non è affatto senza importanza nella questione della salvezza dell’umanità.

Se Cristo è l’unico e sommo Salvatore [6], e se la sua religione è l’unica religione divina, essendo fondata da un Dio, e quindi tra tutte eccelle, ciò non vuol dire che anche le religioni non-cristiane non diano un loro contributo, seppur parziale e anche difettoso alla salvezza dell’umanità.

Anche se non sono state fondate da Cristo, ma da semplici uomini peccatori, per quanto grandi, ciò non vuol dire che in qualche modo o misura, in quanto hanno di buono, non derivino da Lui e non tendano a Lui, che, come Dio, sta all’origine di ogni via verso Dio. Tutti coloro che si salvano, a qualunque religione appartengano, si salvano dunque grazie a Cristo, anche se non lo sanno e se ciò avviene per la mediazione del fondatore della religione alla quale appartengono.

La Chiesa ha fatto la sua parte. Adesso tocca all’Islam. Il Concilio Vaticano II ha opportunamente messo in luce i valori comuni a cristianesimo ed islamismo, che si riassumono nel monoteismo e in un comune riferimento all’Antico Testamento. Ma non ha pensato a indicare ai cristiani come possono condurre gli islamici a Cristo e come questi possono incontrare Cristo. Inoltre il Concilio ha trascurato di ricordare gli errori e i pericoli che vengono dal Corano. Il mondo islamico allora sembrava relativamente pacifico e non era ancora sorta la ripresa espansionistica islamica avviata da Khomeini in Persia nel 1979, con la sua caratteristica aggressività anti-cristiana, che a tutt’oggi è divenuta molto pericolosa per il suo accanimento, ricorrendo anche al terrorismo, e punta sull’Europa, la patria del cristianesimo o, come dicono i musulmani, la patria dei “crociati”. È dunque più che mai necessario non perdersi d’animo e non cedere alla tentazione di ripagare male col male.

Occorre certo una difesa armata contro l’aggressione armata [7], occorre distruggere i centri del terrorismo, occorre difendere ed accogliere tra noi i cristiani perseguitati, ma soprattutto, partendo dall’insegnamento del Concilio, andando oltre nel senso che ho detto, occorre pregare per la conversione degli islamici e bisogna che la Chiesa (in un nuovo Concilio?) organizzi un’azione intelligente ed efficace per l’evangelizzazione dei musulmani, giacchè anche loro sono chiamati alla salvezza in Cristo.

Se gli islamici vogliono convertirci a Maometto, noi dobbiamo rispondere loro cavallerescamente e francamente che vogliamo convertirli a Cristo. Chi è il vero Salvatore? Questa è la sfida per il mondo d’oggi. I Domenicani e i Francescani sin dal loro primo sorgere concepirono il disegno di convertire i musulmani. E noi oggi che cosa stiamo facendo? Tergiversiamo tra la rabbia, la frustrazione e un “dialogo” ipocrita?

Occorre dunque mettere Maometto al suo posto: l’abbassarlo sotto Cristo sarà il suo vero onore, la sua vera gloria, forse quello che inconsciamente desiderava. Quindi non al di sopra di Cristo, ma al di sotto. Non oltre Cristo, ma via verso Cristo. Non lui deve correggere Cristo, ma Cristo corregge lui. Maometto non ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare. E Mentre sale in dignità, è liberato dagli errori del peccatore. Anch’egli è salvato da Cristo. Non sarà lui sollevare Cristo a sé, ma al contrario è Cristo che solleva lui e con lui tutti i suoi fedeli, da quattordici secoli, perchè anche a loro, magari inconsciamente, è stato dato di conoscere Cristo, perchè come tutti gli uomini, devono render conto a Cristo.

Nella basilica di San Petronio a Bologna, c’è un affresco del XV secolo che rappresenta Maometto all’inferno. Da una dozzina d’anni la chiesa è sorvegliata dalle forze dell’ordine, poiché si teme una reazione di qualche musulmano sdegnato per l’offesa al Profeta. Ma sappiamo come si sarà trovato Maometto davanti a Cristo? Uno scontro o un incontro?

Varazze, 5 agosto 2016

________________________________

NOTE

[1] Non sono d’accordo con Magdi Cristiano Allam nel negare l’esistenza di un Islam moderato,  per cui secondo lui, l’Islam sarebbe estremista e violento per essenza [cf Il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam, Editrice Elledici, Torino-Leumann 2008]. È un giudizio troppo sbrigativo, che abbisogna di precisazioni, quelle che ha cercato di dare sull’Isola di Patmos Ariel S. Levi di Gualdo in alcuni suoi articoli nei quali ha trattato anche il problema di una “insita violenza”. Nell’Islam ci sono moderati e ci sono estremisti. Allo stesso modo, è un giudizio sbrigativo e quindi ingiusto quello di chi dice che è una «religione di pace. C’è un fine di pace: la salvezza proposta a tutti, ma i mezzi sono violenti. A parte il fatto che l’essere moderato o immoderato sono più qualità morali delle persone, che delle dottrine, anche se è vero che esistono dottrine fautrici di pace e dottrine generatrici di violenza. Teniamo conto infine del fatto che gli estremisti e i pacifici esistono tanto nell’islam quanto nel cristianesimo. L’aspirazione alla pace è insita nell’uomo, ma solo il sacrificio di Cristo riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini fra di loro. Visione bellicosa è invece lo gnosticismo ciclico, che inizia col mito della Dèa Sciva, per giungere fino a Nietzsche attraverso Hegel.

[2] Eresia dei primi secoli, secondo la quale le tre persone sono tre modi diversi di essere dell’unico Dio. È  ricomparsa oggi con Rahner, il quale sostiene che le tre persone sono tre modi diversi di sussistenza dell’unico Dio. No, le tre persone sono tre sussistenze distinte dell’unico Dio.

[3] Questa fioritura di grandi personalità filosofiche islamiche si riscontra soprattutto nei secoli XI-XIII, con Averroè, Alfarabi, Alkindi, Avicenna, Avempace, Algazzali, ecc.. Rimando, per approfondimenti, agli studi di André Guénon, di Olivier Lacombe, di Louis Gardet e dei miei confratelli, l’egiziano Georges Anawati e Padre Pier Paolo Ruffinengo, che ebbi come insegnante di metafisica nel lontano 1972.

[4] Intervento al seminario della Fondazione Migrantes del 30 settembre 2000.

[5] Cit. da Giovanni Sale, Isis Islam e cristiani d’Oriente, Jaca Book 2016.,p.138.

[6] Cf la Dichiarazione Dominus Iesus della Congregazione per la Dottrina della Fede del 6 agosto 2000.

[7] Del resto le Crociate, almeno nello scopo inteso dal papato e dai santi di quel tempo, per esempio San Bernardo, San Luigi IX e Santa Caterina da Siena, nulla avevano a che fare con i metodi violenti con i quali i musulmani imponevano la loro fede, ma servivano semplicemente a difendere i pellegrini della Terra Santa dalle aggressioni islamiche. Come è noto, le Crociate cessarono nel XVI secolo con l’avvento del tollerante Impero Ottomano. Ma, come è ben noto dalla storia, i Turchi ripresero il tentativo di invadere militarmente l’Europa. Se allora l’Islam tentò l’invasione con gli eserciti, oggi la tenta con l’immigrazione, nella speranza che la loro presenza possa talmente rafforzarsi, fino ad influire sulla politica dei paesi dove sono insediati. Il che ovviamente non vuol dire che non dobbiamo accogliere i bisognosi. Ma bisogna avere discernimento, perché i musulmani  sanno molto bene fingere.



[Modificato da Caterina63 06/08/2016 10.46]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Perché l’Islam non può essere la “vera religione”

Abbiamo ricevuto in redazione una lettera molto intima e toccante di un affezionato lettore, che dice di seguirci con interesse nei nostri percorsi di scoperta e approfondimento della fede cristiana nel mondo.

Il lettore ci confida, inoltre, che talvolta viene morso da forti dubbi sugli articoli della fede, e che in questo periodo in particolare si trova attanagliato dal dubbio “e se fosse l’Islam la vera religione?”: la vivida nota di umanità che emerge dal suo dirsi “molto sofferente” a causa di questi dubbi non può che conquistare tutta la nostra simpatia. E personalmente mi ha ricordato una storia che voglio raccontare.

Ormai più di dieci anni fa vivevo a Milano, studiavo in Cattolica e abitavo in un collegio universitario con un centinaio di altri ragazzi da ogni parte d’Italia, distribuiti più o meno su tutte le facoltà di tutti gli atenei meneghini.

Uno di questi ragazzi, un mio amico, manifestava a quel tempo una singolare inquietudine spirituale: aveva preso a porsi molte domande e, per darvi delle risposte, a leggere molti libri; andavamo a messa insieme e ricordo che per qualche mese il mio amico si confessò quasi tutti i giorni. Erano segni evidenti di una “patologia spirituale” detta “scrupolo” – l’avrei imparato anche io negli anni – ma all’epoca mi sembrava soltanto un ragazzo molto devoto e pio. Tant’è che l’anno dopo decise di entrare in seminario: lasciò gli studi di giurisprudenza e si trasferì a Venegono. Qualche anno dopo ancora sarebbe diventato un bravo sacerdote – ciò che appunto, con qualche capello bianco in più, tuttora è.

Si fa presto però, a dire “gli anni”: come nelle scalate in montagna, a guardarsi indietro dalla vetta è tutto un colpo d’occhio; nell’ascensione, invece, ogni passo è una goccia di sudore.

Ricordo bene il pomeriggio in cui ricevetti una sua chiamata – era già studente di teologia –: mi chiedeva se potessi rassicurarlo sulla verità della rivelazione cristiana. «In che senso?», chiesi io: «Su quale aspetto?». «No, non su qualcosa in particolare: come si fa ad essere sicuri che Dio ci abbia parlato? E come si fa ad essere sicuri che abbia parlato proprio a noi? Perché non potrebbe essere vero l’islamismo, allora? In fondo pretende di concludere e perfezionare il cristianesimo come il cristianesimo afferma di concludere e compiere il giudaismo. E in fondo sarebbe lo stesso Dio».

Al mio amico, allora, che si vergognava di pormi queste domande da studente di teologia, risposi che naturalmente la pretesa dell’Islam di porsi come il compimento del cristianesimo è insostenibileperché totalmente unilaterale, a differenza di quanto avviene tra giudaismo e cristianesimo. E non perché il giudaismo accolga la pretesa cristiana – se così fosse i giudei non starebbero più aspettando alcun messia – ma perché il sistema dottrinario giudaico, a differenza di quello cristiano, è strutturalmente aperto. Ora questo va forse spiegato meglio: quando dico “sistema aperto”, lo intendo sul piano storico-salvifico (i teologi direbbero “economico”), non su quello disciplinare-dottrinale (economico pure esso, direbbero gli stessi di cui sopra, ma un tantino più proteso all’“immanenza”). Su quest’ultimo piano tutte e le tre le religioni abramitiche si ritengono germinalmente compiute: vale a dire che tutte e tre possono concepire relative evoluzioni del dogma, a patto che però restino comprensibili in un orizzonte di inalterata identità del deposito. Nel V secolo Vincenzo di Lérins lo spiegava con queste celebri parole:

Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell’embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale.

Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico.

[…] Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.

Commonitorium I, 23

Ecco perché potranno mutare le relazioni tra i membri e potranno incontrarsi i credenti, ma mai le religioni in senso strettomai i cristiani rinunceranno alla loro pretesa che Gesù sia il cardine di tutta la storia, l’incarnazione del creatore e l’unica e universale via per la salvezza; mai i musulmani ammetteranno che Mohammed non abbia i numeri per competere con la smisurata pretesa di Cristo. Il giudaismo, invece, non si concepisce compiuto perché perlomeno dal post-esilio ha sviluppato un’attesa messianica che lo tiene sempre socchiuso a un nuovo e decisivo evento salvifico. Quell’evento che venti secoli fa alcuni giudei riconobbero in Gesù.

Diciamo che il giudaismo è una specie di pullman al completo in attesa del conducente: dal punto di vista logico è perfettamente coerente rigettare Cristo – poiché lo si ritiene un “conducente abusivo” – e continuare a restare seduti in attesa del conducente. Islamismo e cristianesimo, invece, restando nella metafora, condividono il fatto di essere entrambi “pullman provvisti di conducente” ma, sebbene promettano a parole di portare i viaggiatori alla medesima meta, le vie indicate e le tappe del viaggio sono così diverse da lasciar perplesso il viaggiatore che si pone il problema di quale mezzo usare.

Lasciamo da parte la metafora che, come tutte le analogie, aiuta fino a un certo punto e poi risulta d’intralcio. La concorrenza teologica tra cristianesimo e islam, che nel Basso Medioevo portò alla fioritura di importanti generi letterari (tipo il Dialogo di Abelardo, che si proponeva come erede di quello di Minucio Felice e di altri), si produceva sì in appassionanti analisi delle differenze, ma doveva poi arrestarsi a registrare l’irriducibilità delle stesse le une alle altre. Ecco perché, nonostante la relativa distensione culturale esibita in Europa, Tommaso d’Aquino concludeva semplicemente che il giudaismo è incompleto e l’islamismo è falso.

Una tale secca diversificazione si spiega per noi moderni con altri ordini di considerazione: per esempio, il giudaismo e il cristianesimo hanno entrambi in comune il propagarsi a mezzo di una tradizione protratta nel tempo e caratterizzata dalla pazienza – e l’istinto soprannaturale della fede ci porta a riconoscere in questa mirabile concordia i segni dell’ispirazione divina; l’evento fondante dell’Islam, invece, si snoda nell’arco di una sola generazione ed è caratterizzato da una poderosa espansione militare (dunque “violenza” in luogo di “pazienza”) – ed è questa stessa folgorante ascensione che vale storicamente per l’Islam da prova teologica della propria verità. Questo fa sì che mentre si può sensatamente raggruppare l’islamismo con il giudaismo e col cristianesimo nell’insieme delle “religioni abramitiche” (ed è questa una connotazione storico-culturale), nessuno riconosce sensata sul livello teologico l’espressione “rivelazione giudeo-cristiano-islamica” – giacché quella islamica non può essere definita “rivelazione” se non in senso analogico (e molto debole!), da giudei e cristiani – e a nessun titolo può assimilarsi all’unica rivelazione giudaico-cristiana.

Ecco perché – un dettaglio che troppi strilloni del dialogo con l’Islam non ricordano – lo stesso Concilio Vaticano II afferma che i musulmani, «professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico misericordioso» (LG 16). Non il medesimo Dio.

Certamente Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, e nessuno dubita che – come dice appunto il Vaticano II – «il disegno della salvezza abbracci anche loro» (ibid.). Sì, ma come? I Padri conciliari si preoccuparono di accennare anche questo: «Quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo sono ordinati in vari modi al popolo di Dio» (ibid.). Che cosa significa? Che “popolo di Dio”, come “famiglia di Dio” e come tutte le altre espressioni analogiche con cui si esprime “il Regno”, si dice in senso proprio e stretto o in senso lato e allargato, e secondo varie intensità.

Chiesero tempo fa a padre Paolo Dall’Oglio – il gesuita italiano che secondo alcuni sarebbe tuttora sequestrato dall’Isis (mentre secondo altri sarebbe stato ucciso) – quali fossero, secondo lui, il senso e il ruolo dell’Islam nella storia. L’autore di Innamorato dell’Islam, credente in Cristo avrebbe risposto che l’Islam ha nella storia “un compito carismatico”, ossia quello di provocare la fede cristiana a raffinarsi e purificarsi.

Un’affermazione misteriosa, per me che (sulla scorta di Ratzinger e di altri) nutro l’impressione che dal punto di vista della produzione civile e culturale l’Islam abbia raggiunto il suo apice poco dopo la fotografia tramandatacene da Abelardo nel XII secolo, e che su quelle massime si sia attestato. Difatti Tommaso, un secolo dopo, affrontava un Islam capace di costruire vere civiltà, competitive sul piano della “città dell’uomo”: era l’età d’oro dell’islamismo, eppure tanto più nettamente gli balzavano all’occhio le insufficienze di una religione tanto monolitica nel testo sacro quanto grossolana nella proposta teologica. Guardo però con simpatia e speranza ad alcune iniziative dell’islam sunnita, come ad esempio il rilancio dell’università al-Azhar del Cairo, che dopo secoli di decadenza proprio in questi anni Ahmad al-Tayyb sembra voler guidare: all’Islam farà molto bene attraversare una fase critica della propria autocomprensione, magari partendo dalla problematizzazione storica e filologica del Corano.

Nei terribili momenti in cui invece di studiare mi metto a divagare, e a pensare a quanto sarebbero belli il mondo e la storia se il lavoro di Dio lo facessi io, mi dico: ecco, Maometto era uno che doveva incontrare un bravo vescovo, uno che gli spiegasse per bene le cose, gli lavasse dalla testa quella risciacquatura di arianesimo che passa nell’Islam come “monoteismo” e lo ordinasse prete. Viceversa, la storia avrebbe avuto un volto migliore se Lutero non si fosse fatto monaco e prete.

Ora, evidentemente nella mia iperbole è già presente in filigrana l’autocritica: certo che il mondo non sarebbe affatto migliore, se fossi io a disporne le regole, eppure certi eventi storici sono alla base di così numerosi conflitti – e come le Crociate, l’Inquisizione e l’Indice, erano tutti animati dalle più pie intenzioni – che permangono misteriosi ed enigmatici nel trovarsi anch’essi disposti dalla Provvidenza in un disegno di cui vediamo ancora sempre e solo il rovescio.

Non ricordo se a quel mio amico, anni fa, dissi tutte o sole queste cose: probabilmente gli dissi pure che nessuno può competere con Cristo perché Gesù ci rende sue membra mistiche ed entra in una relazione vitale, vivificante e quotidiana con noi; e Gesù è un personaggio storico percepito e narrato da Svetonio, Plinio il Giovane, Giuseppe Flavio e altri storici non cristiani… mentre che Gabriele abbia consegnato il Corano a Maometto lo dice solo Maometto; e che Maometto sia il Profeta di Allah, di nuovo, lo dice solo Maometto (e quelli che al suo seguito invasero il mondo dall’Arabia a Poitiers).

Magari dovrei chiamare quel bravo prete per chiedergli se si ricorda di quelle chiacchierate inquiete, ma ciò che di certo oggi posso dire – a beneficio del nostro lettore e di tutti noi – è anzitutto che le inquietudini nella storia tornano sempre a vantaggio di chi con cuore umile e sincero cerca il volto di Dio. Come dice Paolo:

Tutto concorre al bene per quelli che amano Dio.

Rom 8, 28

E in quel “tutto” di cui parla l’apostolo rientrano sia le inquietudini di Maometto, di Lutero e degli altri che volenti o nolenti hanno sdrucito la tunica di Cristo, sia quelle di chi su quelle si interroga e si arrovella.

Ci conferma, invece, ma senza toglierci la santa inquietudine della fede, la voce apocalittica del Salvatore, che secondo il racconto di Matteo principiò i suoi ultimi discorsi prima della Passione così:

Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

Mt 24, 4-14






 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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19/12/2017 12.15
 
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islamForse già conoscete questa “O voi che credete! Non abbiate amici tra gli Ebrei ed i Cristiani” [al-Ma’idah 5:51.11]
Ma lo sapevate che ci sono 123 versi del Corano relativi al combattere ed uccidere per la causa di Allah? Ecco, di seguito, alcuni passaggi:

– I musulmani sono incoraggiati ad occuparsi totalmente nel combattimento per la gloria di Allah [Sura 22:73]- Allah darà “una più grande ricompensa a coloro che combatteranno per lui” [Sura 4:96]

– Circa gli infedeli (coloro che non si sottomettono all’Islam), costoro sono “gli inveterati nemici” dei musulmani [Sura 4:101]. I musulmani devono “arrestarli, assediarli e preparare imboscate in ogni dove” [Sura 9:95]. I musulmani devono anche “ circondarli e metterli a morte ovunque li troviate, uccideteli ogni dove li troviate, cercate i nemici dell’Islam senza sosta” [Sura 4:90]. “Combatteteli finché l’Islam non regni sovrano” [Sura 2:193]. “tagliate loro le mani e la punta delle loro dita” [Sura 8:12]

– Se un musulmano non si unisce alla guerra, Allah lo ucciderà [Sura 9:93]. Al fedele deve essere detto “ il calore della guerra è violento, ma più violento è il calore del fuoco dell’inferno” [Sura 9:81]
– Un musulmano deve “combattere per la causa di Allah con la devozione a Lui dovuta” [Sura 22:78]

– I musulmani devono far guerra agli infedeli che vivono intorno a loro [Sura 9:123]
– I musulmani devono essere “brutali con gli infedeli” [Sura 48:29]
– Un musulmano deve “gioire delle cose buone” che ha guadagnato con il combattimento [Sura 8:69]
– Un musulmano può uccidere ogni persona che desidera se è per “giusta causa” [Sura 6:152]

– Allah ama coloro che “combattono per la Sua causa” [Sura 6:13]. Chiunque combatta contro Allah o rinunci all’Islam per abbracciare un’altra religione deve essere “messo a morte o crocifisso o mani e piedi siano amputati da parti opposte” [Sura 5:34]
– “Chiunque abiuri la sua religione islamica, uccidetelo”. [Sahih Al-Bukhari 9:57]
– “Assassinate gli idolatri ogni dove li troviate, prendeteli prigionieri e assediateli e attendeteli in ogni imboscata” [Sura 9:5]

– “Prendetelo (l’infedele n.d.t.) ed incatenatelo ed esponetelo al fuoco dell’inferno” [Sura 69:30]
– “Instillerò il terrore nel cuore dei non credenti, colpite sopra il loro collo e tagliate loro la punta di tutte le dita” [Sura 8:12]
– “Essi (gli infedeli ndr) devono essere uccisi o crocefissi e le loro mani ed i loro piedi tagliati dalla parte opposta [Sura 5:33]- “Sappiate che il paradiso giace sotto l’ombra delle spade” [Sahlih al-Bukhari Vol 4 p55]

Domanda: dato che il Corano è la parola di Allah, che il Profeta Mohammed (la Pace sia su di Lui) altro non è che il diligente redattore del Libro e che dovere di ogni buon musulmano è applicare quanto scritto sul Corano (e non interpretarlo, si badi bene), è mai possibile un “Islam moderato”?


L’odio nel Corano: «Combattete chi non crede in Allah»

È difficile per chi voglia tentare di capire che cosa il Corano veramente indichi al popolo musulmano come linea di vita e come missione in terra, trovare nel sacro testo di Maometto elementi di moderazione o di tolleranza verso il cosiddetto popolo degli infedeli. Il versetto 29 della Sura 9 del Corano è illuminante: «Combattete coloro che non credono in Allah e quelli, fra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità». Il popolo della Scrittura sono gli ebrei e i cristiani. Combatterli significa non confrontarsi con loro, ma semplicemente eliminarli, se non si sono prima convertiti. Di conseguenza, chiunque voglia commettere una violenza è perfettamente giustificato dal Corano a farlo.

Molti passaggi nel Corano esortano i musulmani a uccidere gli infedeli, termine che in origine designava gli Arabi che non si sottomettevano all’Islam ma che dopo la morte di Maometto e la violenta espansione territoriale islamica, passò ad indicare tutti i non musulmani. Così, per esempio, nella sura 2 (190-193) si legge: «Combattete per la causa di Allah coloro che vi combattono, uccideteli ovunque li incontriate, scacciateli. Combatteteli finchè il culto sia reso solo ad Allah». Sono questi i fondamenti della Guerra Santa. Per vincerla, il Corano indica senza equivoci la violenza. Del resto, lo stesso Maometto fu nella sua vita un convinto operatore i violenza, assassinò molti dei suoi oppositori, consentiva che donne e bambini fossero venduti come schiavi, che centinaia di uomini fossero catturati, sgozzati o decapitati, come abbiamo visto fare oggi ai terroristi dell’Isis.

Questo perché ai musulmani viene promesso a chi combatte e muore per la Jihad, il perdono di tutti i peccati commessi e ricompensato, come predica la Sura 3, «nel più alto dei Paradisi» con una vita sensuale e lussuriosa, un Giardino delle Delizie, dove i beati vivono in oasi lussureggianti, in ricchi palazzi, consumano cibi squisiti e bevande inebrianti, comprese quelle proibite sulla terra. Va ricordato che i primi anni di Maometto furono contraddistinti da una predicazione pacifica nella città della Mecca. Durante questo periodo egli si mostrò uomo che cercava di elevare la condotta morale del suo popolo attraverso una serie di leggi che faceva credere gli fossero state dettate da Dio. Subito dopo la svolta aggressiva che è sotto i nostri occhi, fino alla giustificazione delle nefandezze e degli attentati sanguinari, oggi rivolti agli occidentali, popolo degli infedeli e dei miscredenti. Un popolo che va sterminato, perché ha valori e costumi incompatibili con l’Islam, a sua volta incompatibile con la libertà, la democrazia e i diritti umani, quindi con lo stesso concetto di civiltà. L’Islam è fisiologicamente violento, conflittuale per missione religiosa, secondo i dettami del Corano.

Ma esiste un Islam moderato, che bilanci quello aggressivo e seminatore di morte? Per Oriana Fallaci no. Chi si dice moderato ma bastona la propria moglie, uccide la figlia se si innamora di un cristiano, non si può definire tale. Eppure questo accade di frequente anche nella maggioranza dei musulmani non hanno aderito all’Isis. Chi vuole sostituire la democrazia con la teocrazia, madre di tutti i totalitarismi, non può dirsi moderato. Oramai stanno divenendo di dominio pubblico, oltre che virali, alcuni versetti del Corano che inneggerebbero alla violenza e alla guerra. Ricordiamo che il Corano è unico e vale sia per i musulmani cosiddetti «moderati» che per gli estremisti.

Sta di fatto che coniugando fede e ragione, diversi circoscritti versi del Corano sono violenti e inapplicabili in una moderna società civile. Uno dei versetti più in voga recita senza equivoci: «Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri». (Sura 47:4). La verità è che tutto quanto sta accadendo oggi e che noi abbiamo fatto finta di non vedere, è scritto molto chiaramente nel Corano, così come Hitler nel Mein Kampf aveva anzitempo messo nero sul bianco le follie che avrebbe poi commesso. Tutto il male che i figli di Allah militanti nell’Isis compiono contro di noi, è di fatto scritto in molte Sure. Secondo le quali gli esseri umani hanno insito nella propria natura, insieme a elementi divini, celesti, anche una naturale inclinazione verso il male. Per un certo Islam, il male è giustificabile se usato come strumento per il trionfo di Allah.


Dopo la lettura di queste poche pagine, potrete rispondere alle domande seguenti:
L’Islam è una religione come le altre? È una religione di tolleranza e di pace?


1. ISLAM, CORANO, HADITH E SUNNA

L’Islam è un sistema religioso, politico, giuridico e sociale iniziato nel VII secolo da Muhammad (Maometto)
, che si dichiara essere l’ultimo Profeta e quindi IL Profeta a cui Allah avrebbe trasmesso i suoi precetti per tramite dell’Angelo Gabriele. Questi precetti sono compilati nel Corano. Il Corano, fisso, immutabile, non interpretabile, è formato da 114 capitoli chiamati Sura e ogni Sura è formata da un numero variabile di frasi chiamate Versetti (Hayat). Le Sura e i Versetti sono numerati in maniera standard dal 1923, per esempio [4:34] designa il Versetto 34 della Sura 4. C’è da notare che Muhammad ha udito le parole dell’Angelo Gabriele durante delle crisi mistiche! “I testimoni dicono che Muhammad aveva delle sincopi (svenimenti) nel corso delle quali aveva la bava alla bocca e emetteva dei ruggiti analoghi a quelli di un giovane cammello” (Mizanu’l Haqq, p. 345).

Oltre al loro libro santo, gli islamici prendono pure per modello Muhammad, ispirandosi ai suoi atti e alle sue parole, riportati fra l’VIII e il X secolo dai Tradizionisti (Muhaddith) Bukhari, Muslim, Daoud e altri ancora, negli Hadith (Detti), che formano la Sunna (Tradizione).

Percorrendo gli Hadith e il Corano (tradotto in francese da Hamidullah, versione largamente accettata dagli islamici, e pure quella che si trova sul sito dell’UOIF, tradotto in italiano da Hamza Piccardo, versione approvata dall’UCOII), constaterete che l’Islam è violento dalle suo origini, che è in egualitario e discriminatorio verso le donne, i non-islamici, gli omosessuali, eccetera, e che di fatto, l’Islam rigetta combattendo tutto ciò che non è sé stesso.

È un’ideologia che strumentalizza una religione allo scopo di sottomettere tramite la persuasione o la violenza tutti i non-islamici del mondo. Ed infatti Islam vuol dire, dall’arabo, Sottomissione, e islamico sottomesso. Beninteso gli islamici non condividono questa analisi, e perciò ecco questo argomentarlo, che ha per obiettivo di contraddirli con l’aiuto del loro stesso Corano, come pure di mostrare che l’Islam è incompatibile con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che fonda la Costituzione (francese).

2. TATTICA E DIALETTICA DELL’ISLAM (A GRANDI LINEE)

a) Un punto fondamentale: non siate mai stupiti per il fatto che un islamico menta per omissione o attivamente, dissimuli, o falsifichi, perché è una prescrizione coranica. Quando si tratta di far crescere l’Islam, tutti i colpi sono permessi. La Taqqya, che si scrive anche Takia (Dissimulazione), è un dovere per i credenti in situazione d’inferiorità (= di minoranza).Per contro, dal momento in cui il rapporto di forza è inverso, allora l’islamico può prendere in considerazione l’aggressione: “Non siate dunque deboli e non proponete l’armistizio mentre siete preponderanti. Allah è con voi e non diminuirà [il valore del]le vostre azioni.” [47:35]

Si troverà un esempio di questa “arte della Taqqya” all’indirizzo seguente: www.anti-religion.net/hamidullah.htm

b) Quando ci si oppone ad un islamico che afferma che l’Islam è una religione di tolleranza, di pace e d’amore, citandogli alcune Sura violente, misogine, anti-cristiane o anti-ebraiche, e che si trova a corto di argomenti, finisce sempre col dire che in fin dei conti “… il Corano, per comprenderlo, bisogna leggerlo in arabo.” La questione è semplice: se questo fosse il caso, allora un convertito francese, a meno che non leggesse l’arabo, ciò che dev’essere estremamente raro, sarebbe una persona che adotta una religione di cui sarebbe incapace di leggere anche solo una parola del libro santo! Non sta in piedi, dunque l’islamico deve poter riconoscere implicitamente che esistono delle traduzioni del Corano in francese, accettabili per un muhammedano (maomettano), non fosse altra che quella dell’UOIF (o dell’UCOII), che non si può sospettare d’essere isalmofobica, e di cui si può leggere all’indirizzo www.uoif-online.com ( o www.islam-ucoii.it/ ). In seguito, resta da contraddirlo con le Sura del “suo” Corano.

c) Bisogna pure confutare l’argomento ricorrente utilizzato da degli islamici che spesso non hanno mai letto il Corano, come pure da dei francesi (o italiani) ignari di Islamologia, che recitano gli “utili idioti dell’Islam” e che affermano che l’Islam è una religione come le altre, e che dunque gli islamici hanno gli stessi diritti degli adepti delle altre religioni. Bisogna obiettare a questa affermazione poiché numerosi Versetti incitanti all’omicidio figurano nel Corano (andare al paragrafo 4 per degli esempi), e numerosi Hadith dicono che il messaggero d’Allah, Muhammad (Maometto) stesso, ha comandato numerosi assassini. Dunque l’Islam non è considerabile una religione come le altre.

d) Alla lunga lista di Versetti del Corano che chiamano chiaramente all’omicidio dei miscredenti, gli islamici rispondono spesso che non sono altro che una risposta intesa a difendersi di fronte agli attacchi dei “cattivi” politeisti. Si riconosce già a quest’epoca l’attitudine vittimista degli islamici. Bisogna dunque credere che gli arabo-islamici abbiano conquistato immensi territori in nome di Allah, unicamente difendendosi, perché gli altri popoli li attaccavano. 

Per convincersi, al contrario, dell’arroganza e dell’aggressività del capo di guerra Muhammad (Maometto), basta leggere alcune lettere missionarie che inviava ai differenti capi o re, per “invitarli” ad abbracciare l’Islam: ai capi delle tribù d’Arabia, ai re di Bisanzio, di Persia, d’Abissinia, eccetera. Ecco la “lettera d’invito” al popolo dell’Oman: “Pace sia su colui che segue la retta guida. Di seguito vi invito entrambi alla chiamata dell’Islam. Abbracciate l’Islam. Allah mi ha mandato quale Profeta a tutte le sue creature perché io instilli paura di Allah nei cuori delle sue creature disobbedienti, così che non ci rimanga alcuna scusa per coloro che negano Allah. Se voi due accettate l’Islam, rimarrete al comando del vostro Paese, ed io Profeta sarò acquisirò preponderanza sul vostro Regno.” ( tradotto dall’inglese su www.rasoulallah.net/v2/document.aspx?lang=en&doc=2063 ).

e) Bisogna pure sapere che due Versetti possono contraddirsi, ma Allah, essendo onnisciente ed infallibile, ha previsto tutto. In un caso simile, ha sviluppato la dottrina dei Versetti abroganti (Nasikh) e dei Versetti abrogati (Mansukh) che consiste nel decidere che i Versetti più recenti annullano i più vecchi, e dunque che un Versetto medinese o post-hegira può annullare, in caso di contraddizione, un Versetto meccano o pre-hegira. L’Hegira designa il periodo in cui Muhammad (Maometto) è stato cacciato dalla Mecca ed è andato a rifugiarsi a Medina.

Per dimostrare quanto precede, si possono citare due Versetti: “Non abroghiamo un versetto, né te lo facciamo dimenticare, senza dartene uno migliore o uguale. Non lo sai che Allah è Onnipotente?“ [Corano 2:106] e “Quando sostituiamo un versetto con un altro – e Allah ben conosce quello che fa scendere – dicono: “Non sei che un impostore”. La maggior parte di loro nulla conosce.” [Corano 16:101]. Dunque, non lasciatevi disarcionare quando un adepto di Allah vi cita un Versetto tollerante poiché è stato verosimilmente abrogato o reso obsoleto da un Versetto medinese. Se l’Islam fosse pacifico non ci dovrebbe essere un solo Versetto violento nel Corano … ora, delle parole quali “uccidere”, “combattere” o “Jihad” vi appaiono centinaia di volte!

3. SCELTA DEL CORANO

Abbiamo già segnalato quanto interessante sia per noi scegliere un Corano in francese, concordato dagli islamici stessi. È dunque il Corano d’Hamidullah (o quello di Hamza Piccardo) che servirà da riferimento qui di seguito, ed unicamente quello. Lo si può scorrere sul sito www.religare.org/unity-mmu.htm ( o www.corano.it/corano.html ), che è molto utile per qualcuno che desideri coltivarsi sul Corano e sull’Islam. Qualsiasi persona appassionata di rigore avrà il piacere di verificare quel che diciamo, consultanto Internet o procurandosi il Corano d’Hamidullah (o di Hamza Piccardo) su carta.

Nota importante: il Corano (che dall’arabo significa “Recitazione”) è meno un testo e più una recitazione di questo testo in arabo. È dunque, per i non-arabofoni, una lunga serie di suoni imparati a memoria, in “Scuole coraniche” (Madrassa, dove gli islamici imparano ad odiare l’Occidente). Si tratta di una vera propaganda, di un lavaggio del cervello al quale l’islamico viene sottomesso, spesso dall’età di 4 anni!

4. A FIL DI CORANO

In quanto segue, quando le parole “gli” o “loro” non verranno precisate, esse designeranno tutti coloro che non si sono sottomessi ad Allah: gli ebrei, i cristiani, gli eretici, gli infedeli, gli associatori, i politeisti e i miscredenti.

a) Chiamata all’assassinio

[Corano 2:191] “Uccideteli ovunque li incontriate
, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti.”

[Corano 4:89] “Vorrebbero che foste miscredenti come lo sono loro e allora sareste tutti uguali. Non sceglietevi amici tra loro, finché non emigrano per la causa di Allah. Ma se vi volgono le spalle, allora afferrateli e uccideteli ovunque li troviate. Non sceglietevi tra loro né amici, né alleati.
” [Corano 4:91] “Altri ne troverete che vogliono essere in buoni rapporti con voi e con la loro gente. Ogni volta che hanno occasione di sedizione, vi si precipitano. Se non si mantengono neutrali, se non vi offrono la pace e non abbassano le armi, afferrateli e uccideteli ovunque li incontriate. Vi abbiamo dato su di loro evidente potere.” [Corano 5:33] “La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso.” [Corano 8:12] 

“E quando il tuo Signore ispirò agli angeli: “Invero sono con voi: rafforzate coloro che credono. Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo [decapitateli], colpiteli su tutte le falangi!” [Corano 8:17] “Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi. Quando tiravi non eri tu che tiravi, ma era Allah che tirava, per provare i credenti con bella prova. In verità Allah tutto ascolta e conosce.” Altrimenti detto è l’assoluzione anticipata per un omicida, perché uccida un infedele in nome d’Allah. [Corano 9:5] “Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l’orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso.” [Corano 17:33] “E non uccidete, senza valida ragione, coloro che Allah vi ha proibito di uccidere. Se qualcuno viene ucciso ingiustamente, diamo autorità al suo rappresentante; che questi però non commetta eccessi [nell'uccisione] e sarà assistito.” 

Dunque, secondo il Corano, esistono delle ragioni assolutamente valide, conformi al Diritto, per uccidere
. [Corano 33:61] 

“Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte [nella versione francese: “… uccisi senza pietà”]”. [Corano 47:4] 

“Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo [decapitateli] finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente
. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è [l'ordine di Allah]. Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah.”

b) Odio contro gli ebrei, i cristiani e gli infedeli

[Corano 5:51] “O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni [versione francese: “… gli ebrei e i cristiani”], 
essi sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti.” [Corano 9:30] “Dicono i giudei: “Esdra è figlio di Allah”; e i nazareni dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già prima di loro furono miscredenti. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!” [Corano 5:14] 

“Con coloro che dicono: “Siamo cristiani”, stipulammo un Patto. Ma dimenticarono una parte di quello che era stato loro ricordato.

Suscitammo tra loro odio e inimicizia fino al Giorno della Resurrezione. Presto Allah li renderà edotti su quello che facevano.” Negli Hadith, si può facilmente fare una “messe” di propositi anti-ebraici e anti-cristiani, a volte molto violenti, come 

“Un gruppo dei Banu Israele (Figli d’Israele) si era perduto. Non so cosa gli sia capitato, ma penso che si siano trasformati in ratti.” (Detto d’Abu Huraira, Muslim XLII 7135 e Bukhari LIV 524).

c) Le 3 ineguaglianze fondamentali dell’Islam
L’islamico è superiore al non-islamico [Corano 3:110] “Voi siete la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini, raccomandate le buone consuetudini e proibite ciò che è riprovevole e credete in Allah. 

Se la gente della Scrittura credesse, sarebbe meglio per loro; ce n’è qualcuno che è credente, ma la maggior parte di loro sono empi [versione francese: “… sono dei pervertiti”].”

L’uomo è superiore alla donna

[Corano 4:34] “Gli uomini sono preposti alle donne [versione francese: “… hanno autorità sulle donne”], a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande.”

Il padrone è superiore allo schiavo


L’Islam non ha ancora abrogato la Schiavitù, ancora praticata in Arabia Saudita e nel Sudan, dove la Tratta dei neri è ancora d’attualità, come l’attesta la testimonianza commovente di un sudanese nero e cristiano, di nome Simon Deng, ridotto in Schiavitù dal Regime arabo islamista di Khartoum, testimonianza raccolta dalla giornalista francese Caroline Fourest, che si può trovare sul sito Internet: www.occidentalis.com/article.php?sid=2738 (in francese). Se l’Islam non ha abolito la Schiavitù (lo può fare?) è semplicemente dovuto al fatto che il suo obiettivo è il Califfato mondiale dove i non-islamici avrebbero la scelta fra la conversione, la morte o, nel migliore dei casi, la Dhimmitude per le “genti del Libro” (ebrei e cristiani), che è uno statuto di sub-uomo ( www.dhimmitude.org/archive/articlef1.html ).

d) Pena di morte per colui che lascia l’Islam


“Ma senza alcun dubbio li avrei uccisi perché il Profeta ha detto: se qualcuno (un islamico) si allontana dalla sua religione, uccidetelo.” (Detto d’Ikrima, Bukhari LII 260). Voi ne conoscete molte, di religioni, che chiamano ad uccidere colui che desidera lasciarle?

5. MUHAMMAD (MAOMETTO), IL “BUON ESEMPIO”

Non possiamo finire senza parlare di questo simpatico “profeta” per questa simpatica “religione”. Qualche tratto del carattere di colui che qualsiasi buon islamico deve imitare, trovato negli Hadith o nel Corano:

Muhammad (Maometto) ha fatto:

“Quando l’apostolo di Allah ebbe tagliato i piedi e le mani di quelli che gli avevano rubato i cammelli e che ebbe loro levato gli occhi con dei chiodi riscaldati sul fuoco
, Allah lo ammonì e rivelò: la punizione di coloro che fanno la guerra ad Allah e al suo apostolo e che li affrontano con tutte le loro forze per seminare la discordia sulla Terra, sarà l’esecuzione (per Decapitazione) o la Crocefissione.” (Detto d’Abu Zinad, Dawud XXXVIII 4357).

Muhammad (Maometto) ha fatto:

“L’apostolo di Allah ha lapidato a morte una persona della tribù dei Banu Aslam, un ebreo e sua moglie.” (Detto di Jabir Abdullah, Muslim XVII 4216).

Muhammad (Maometto) diceva e faceva:

“Quando l’apostolo di Allah aveva intenzione di condurre una spedizione per saccheggiare (Ghazw o Ghazwa in arabo, ciò che in francese si traduce con “Razzia” – nel caso del Profeta un tale Saccheggio costituiva un aspetto della Jihad
) egli impiegava una formula equivoca per far credere che andava in un’altra direzione.” (Detto di Ka’b ibn Malik, Bukhari LII 197). “Ti interrogheranno a proposito del bottino. Di’: “Il bottino appartiene ad Allah e al Suo Messaggero”. Temete Allah e mantenete la concordia tra di voi. Obbedite ad Allah e al Suo Messaggero, se siete credenti.” [Corano 8:1].

Note : Tale è l’Islam da quattordici secoli! È un’ideologia che strumentalizza una religione e che mira a sottomettere l’umanità allo stesso titolo che il Nazismo o il Comunismo. L’Islam è dunque incompatibile con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino costitutiva delle leggi della (nostra) Repubblica francese.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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