A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Don Elia Sacerdote Cattolico dal Blog La scure di Elia apologetica dottrina

Last Update: 4/9/2016 2:53 PM
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9/12/2015 9:25 PM
 
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Sacerdote cattolico

Le mie foto
Per grazia di Dio, sono sacerdote dal 1995 e dottore in teologia da quest’anno; mi sono formato e ho servito la Chiesa in Italia e all’estero. Ho anche studiato da compositore e direttore di coro nella grande tradizione della musica sacra cattolica. Anche se preferirei così, non mi presento con il mio vero nome per ragioni di necessità superiore: per poter continuare ad esercitare il mio ministero; per non correre il rischio di pormi formalmente fuori della comunione ecclesiastica; per non scandalizzare quanti mi conoscono e non hanno gli elementi per condividere le mie valutazioni circa la situazione attuale. Quando sarò moralmente e spiritualmente certo che il Signore vuole che io esca allo scoperto, sarò ben felice di farlo; non ho alcun timore di difendere le mie affermazioni. A dispetto di quanto si potrebbe credere, non provengo da un ambiente tradizionalista: piuttosto il contrario. Vent’anni di esperienza pastorale, tuttavia, mi hanno aperto gli occhi sia sui gravi limiti della formazione ricevuta, sia sulle reali condizioni del Popolo di Dio.



La verità ferisce chi la respinge

 Potrà quasi sembrare un calco di quel famoso aforisma – tanto più cinico quanto più vero – che riassume icasticamente la carriera di un inossidabile protagonista della storia repubblicana, rimasto in sella per mezzo secolo anche a costo di avallare, con il divorzio e l’aborto, la distruzione della famiglia e l’olocausto di quasi sei milioni di italiani: «Il potere logora chi non ce l’ha». Era uno che – per vie diritte o traverse – lo teneva così saldamente in pugno da non doversi preoccupare troppo del modo in cui diceva certe cose né delle reazioni che le sue parole avrebbero suscitato.
La medesima libertà di espressione può permettersi, all’opposto, qualcuno che di potere non dispone affatto e si è reso conto che in molti casi, quando i modi di dire la verità sono troppo forbiti o caritatevoli, l’effetto sortito è praticamente nullo.

Non è certo giusto accanirsi contro la memoria di un uomo che è già passato, qualche anno fa, davanti all’infallibile giudizio divino. Egli rappresentava in modo emblematico, d’altronde, tutta una classe dirigente che aveva consacrato la ragion di Stato a supremo e inappellabile criterio di azione, formata com’era da quella certa scuola gesuitica che, con l’espediente della riserva mentale, insegnava a giustificare anche i comportamenti iniqui.
Ma, astrazion fatta di tutto il resto, ciò che si può rimpiangere, del trapassato, è quell’arguzia e finezza mentale oggi assolutamente introvabile nella squallida risma di bambocci e marionette, manovrati dalla massoneria finanziaria ebraica, che popolano l’attuale palcoscenico politico.

La massima con cui si intitola questo articolo, nonostante la somiglianza formale, si pone evidentemente su tutt’altro versante: l’assoluta fedeltà alla verità è indispensabile per essere e operare nel bene, posto che i tre trascendentali dell’Essere (vero, buono, bello) sono inseparabili e reciprocamente comunicanti. Traffichini e faccendieri spregiudicati – compresi quelli che spadroneggiano nella Curia romana – sorrideranno con aria di sufficienza e di compatimento a tanta ingenuità, giudicandola troppo astratta e lontana dalla realtà concreta… ma, se è vero che proprio questa “ingenuità” cristallina ci ha donato un gigante della taglia di Benedetto XVI, la preferiamo di gran lunga al cinico e spietato realismo di quei signori.

La realtà può essere osservata dall’alto del cielo, con lo sguardo dell’aquila, o da raso terra, con quello miope dei topi. Il primo è ad un tempo amplissimo ed estremamente preciso, capace com’è di distinguere anche piccoli oggetti a grande distanza; il secondo è sufficiente per muoversi nei bassifondi. Chi da vescovo ha frequentato le villas miserias senza alcuna preoccupazione evidente di aiutarne gli abitanti ad elevarsi dal punto di vista morale e spirituale si è abituato, a quanto pare, a questa visione dal basso, facendone la chiave ermeneutica di tutta una “teologia” e di tutta una “pastorale”. Niente di nuovo, del resto, per quell’orientamento ecclesiastico “creolo” con cui chi scrive, suo malgrado, si è trovato a stretto contatto nella sua giovinezza e che, di conseguenza, ha potuto immediatamente riconoscere, dopo quel fatidico 13 marzo.

Non c’è dubbio che ogni pontefice, nella storia della Chiesa, abbia svolto in fin dei conti una funzione provvidenziale, nonostante i suoi limiti umani o persino i suoi errori di governo. Il ruolo del Papa attuale – sempre che lo sia effettivamente – sembra quello di aver permesso ad eretici, apostati e traditori di Cristo (comprese le mummie dei “teologi” della liberazione, già sepolte dai suoi predecessori) di venire finalmente allo scoperto, dopo decenni che, mimetizzati, tramavano per demolire la Chiesa dall’interno, così che potessimo individuarli in modo inequivocabile e dissociarcene anche pubblicamente, dopo averlo già fatto nel foro della coscienza. Che alcuni di loro siano arrivati ad essere vescovi o cardinali non cambia assolutamente nulla: se quanto affermano è contrario alla fede e alla ragione, sono da condannare senza appello, a meno che non si ravvedano – ma la vedo dura…

La verità non si trova nella fantasia e nelle sorprese dello “spirito” (quale?), ma nella Rivelazione divina accolta una volta per sempre e trasmessa, immutata, dalla Tradizione della Chiesa. Certo, questa verità, paradossalmente, è diventata indigesta alla maggior parte dei cattolici, che pensano ormai con il televisore piuttosto che con la loro testa, al punto di sentirsi da essa feriti piuttosto che illuminati. Il loro nuovo idolo, d’altronde, è abilissimo nel rassicurarli con chiacchiere da bar di periferia che sembrano studiate apposta per dare conferma al loro vuoto riempito dalle menzogne dei mass-media: non c’è niente di peggio dell’ignoranza crassa che inghiotte qualsiasi bufala mediatica, senza il minimo senso critico, come fosse verità indiscutibile.
Se è vero – come ribadito con insistenza dal falso profeta – che l’intelletto non è sufficiente per penetrare nel mistero di Dio, esso è tuttavia necessario (e lo è, a maggior ragione, per comprendere le cose di questo mondo): il Creatore non ci tratta da bestie dopo avercelo fornito.

Senza un uso corretto di questa facoltà così nobile e preziosa, uno rischia – tanto per fare un esempio qualsiasi – di prendere per un vero documento del Magistero, impegnativo per la coscienza, un testo che, nonostante la dicitura esortazione apostolica, è in realtà un manifesto politico da leggere in collettivo con il pugno alzato, per convincersi ancora meglio che alla radice di ogni male ci sia non il peccato, come da sempre insegna la Chiesa Cattolica, ma le strutture socio-economiche, la cui sola trasformazione coinciderebbe con la salvezza dell'umanità...

Ad ogni società i politici che si merita; ad ogni chiesa il capo adatto. A questo clone di chiesa “geneticamente modificata” in O.N.G. è perfettamente funzionale un leader che dia a tutti la libertà di credersi ciascuno creatore della verità assoluta, intorno al quale ruota l’universo e nel quale soltanto prende di sé coscienza l’Essere divino (per usare le parole del libero pensatore dei Demoni di Dostojevskij)… Tutto, in questa nuova “chiesa”, deve essere a misura e in funzione di tale cieca e stolta presunzione, nutrita di liturgie-intrattenimento ed espressa in sguaiate canzonette sul ritmo di chitarrine scordate, così adatte a cerimonie di auto-esaltazione e di celebrazione del proprio nulla – non dico religioso, ma semplicemente umano.
Me ne rendo conto: molti protesteranno che il mio modo di dire la verità ferisce; non faccio altro, in realtà, che dare un nome a ciò che chiunque può costatare.

Se la verità fa soffrire, ciò è dovuto soprattutto all’atteggiamento interiore del soggetto che non è disposto ad accoglierla; analogamente, la pena eterna dei dannati non proviene dal Sommo Bene, dato che Dio non può essere origine di alcunché di negativo: sono essi che, nella cattiva disposizione della loro anima, ormai fissata per l’eternità, percepiscono l’Amore infinito come causa di insopportabile tormento. La Verità è per sua natura inseparabile dal Bene e, di conseguenza, non può che fare bene a chi la riconosce; essa fa male unicamente a chi ha deciso di respingerla – ma può sempre modificare la sua scelta, prima dell’ultimo istante: visto però che nessuno può prevederlo, sarà meglio sbrigarsi!

 







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:27 PM
 
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  Chi sta al timone?

Prega rivolto alla Mecca, benedice i centri sociali, abbraccia un prete comunista e un sindaco irresponsabile, si fa benedire da protestanti fondamentalisti, dichiara resa incondizionata ad un ateo incallito, sospende ogni giudizio sulle peggiori perversioni sessuali, tace nei momenti cruciali sulle questioni non negoziabili… La lista potrebbe continuare, ma ciò sarebbe preso per accanimento. Basta e avanza, d’altra parte, per porsi qualche domanda mettendosi nei panni di quei cattolici che non solo si vedono bersaglio di continue reprimende, ma rimangono quanto meno attoniti di fronte a certi gesti e dichiarazioni.

Come dovranno sentirsi, per esempio, quei cristiani mediorientali che hanno avuto figli decapitati dagli islamisti?… o quei sacerdoti e laici che da una vita si spendono per strappare i giovani alla droga?… o quelle associazioni benefiche costrette a battersi senza posa per non essere schiacciate dal monopolio mafioso dei cosiddetti “preti di strada”, assidui frequentatori di studi televisivi e di salotti che contano?… o quei vescovi e parroci che, in ogni parte del mondo, assistono impotenti alla fuga in massa dei loro fedeli, ipnotizzati dal luccichio delle ricchissime free churches nord-americane?… o quei cattolici che, senza aver commesso alcun reato, sono discriminati sul posto di lavoro o diffamati in modo irreparabile da certi quotidiani?… o quei milioni di manifestanti francesi, di fatto ripudiati con un silenzio complice di un regime totalitario camuffato da democrazia?… o quei genitori che non sanno come impedire che i loro bambini vengano indottrinati dalla scuola e in tal modo esposti all’adescamento da parte di gente rotta ai vizi più ignobili?…

Visto che la società moderna è ormai irrimediabilmente alla deriva, l’ultima speranza di molti (anche non cristiani) si appuntava sulla Chiesa Cattolica. Sappiamo per fede – e non ne dubiteremo mai – che la barca di Pietro non può affondare: i cieli e la terra passeranno, ma non le parole di Cristo. Quando però si ha una sensazione sempre più netta di trovarsi a bordo del Titanic avvolto dalla nebbia e in rotta di collisione con una montagna di ghiaccio, è naturale mettersi a urlare verso il Cielo perché mandi qualcun altro a prendere il timone e a correggere la rotta…
Siamo assolutamente certi che l’inviato arriverà in tempo (dovesse trattarsi del Signore stesso), ma intanto non possiamo non tremare. In simili frangenti, si può essere fortemente tentati di calare in mare una scialuppa per mettersi in salvo da soli, ma, oltre a tradire una forma di estremo egoismo, questo non è certo lecito: la nave che ci conduce al porto della salvezza eterna è una sola; quale sicurezza può dare, oltretutto, una barchetta in mezzo alla tempesta?

Un’altra domanda si affaccia imperiosa alla mente di quanti ancora riflettono: il timoniere è veramente tale? è stato collocato validamente al suo posto? dispone quindi della grazia necessaria per adempiere il suo compito? Non sono interrogativi oziosi, soprattutto quando i fattori di dubbio si moltiplicano: irregolarità procedurali nell’elezione; accordi previi fra elettori e relative pressioni sugli altri, cose tutte proibite sotto pena di scomunica; ambiguità, incertezze e sbavature dottrinali che sfiorano l’eterodossia, se non la denunciano palesemente; sospetti circa l’affiliazione o la contiguità con società segrete, che rende automaticamente inabili all’assunzione di qualsiasi ufficio ecclesiastico; per non parlare del rifiuto, fin dai primissimi istanti, di indossare le insegne della propria stessa carica, qualificate una carnevalata

Siamo ben consapevoli che su nessuno di questi problemi – almeno per ora – si può trarre una conclusione definitiva; ma l’accumulo di elementi potenzialmente invalidanti può giustificare almeno una certezza morale, tale da liberare la coscienza di un cattolico fedele dal lacerante dilemma che l’attanaglia. Che dire poi del conflitto interiore che dilania quella di un pastore d’anime, obbligato a pregare ogni giorno, nel cuore della santa Messa, per il supposto supremo Pastore, manifestando così pubblicamente una comunione ecclesiale che di fatto non sente, dato che altrimenti gli sembrerebbe di tradire il suo crocifisso Signore?

Per complicare ancor più la situazione, la permanenza dell’anziano Nocchiero dimissionario, non più alla barra, ma pur sempre nello stesso luogo, con lo stesso nome, lo stesso abito, lo stesso titolo, lo stesso stemma… la stessa lucida e penetrante ragione. A ben guardare, è una complicazione o un elemento della soluzione? Difficile a dirsi in questa congiuntura assolutamente inedita, mai verificatasi in duemila anni di storia cristiana…
Dio ci ha scelti, del resto, per farci vivere proprio in quest’epoca così travagliata – non semplicemente per il male che la devasta in forme prima sconosciute e a livelli fino a poco fa inimmaginabili, ma per la frequente negazione del male stesso, presentato come progresso e liberazione. Come insegnava un Padre del deserto ai suoi discepoli, «quelli che vivranno alla fine dei tempi, anche se non saranno in grado di praticare la nostra ascesi, saranno più forti di noi, perché dovranno combattere con l’Anticristo».

Attendiamo con coraggio e determinazione ciò che ci riserva il nuovo anno: i ministri della menzogna, in vista dell’autunno, mostreranno più chiaramente il loro vero volto, così da poter essere più facilmente smascherati; la Provvidenza, al tempo stesso, ci darà segni della sua costante azione per indicarci la direzione da seguire. Avvicinandoci al 2017, prepariamoci a parare i colpi di chi celebrerà un triplice trionfo: il quinto centenario della rivolta luterana, il terzo della fondazione della massoneria e il primo della rivoluzione bolscevica; ma non dimentichiamo che saranno pure cento anni dalla mariofania di Fatima: vi pare casuale?
Come recita il proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non fa i coperchi. Sotto lo stendardo del Cuore Immacolato di Maria, non possiamo dubitare di vincere: sarà Lei a guidarci e a porre alla nostra testa – quando ne saremo degni – il timoniere da Lei scelto (magari americano), che finalmente Le consacrerà la Russia secondo la Sua richiesta, oggi più che mai attuale e urgente. Nel frattempo, una sola è la parola d’ordine: resistere.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:29 PM
 
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Sudore freddo 

Ricordate quell’improbabile “preghiera per la pace” pronunciata su un prato triangolare da tre rappresentanti di religioni diverse, fra cui un imam musulmano che, facendolo in ogni sua preghiera, non si è potuto astenere, nemmeno in quella circostanza, dal chiedere ad Allah la distruzione degli infedeli, proprio nel luogo in cui il Principe degli Apostoli e centinaia di martiri, al tempo di Nerone, hanno dato la vita per Cristo mediante supplizi disumani…? Subito dopo, la firma di una “dichiarazione” di impegno comune – sempre per la pace – nell’adiacente Pontificia Accademia delle Scienze, retta per pura coincidenza da un solerte prelato argentino.

Sei mesi più tardi, nella medesima Pontificia Accademia, nuova riunione di capi religiosi riunitisi per firmare un’altra dichiarazione (questa volta contro le moderne forme di schiavitù), ma non più soltanto in tre, bensì in dodici, non più in rappresentanza delle sole religioni monoteistiche, ma dei principali culti diffusi sull’orbe terracqueo. La delegazione più numerosa – curiosamente – quella di un’ideologia guerresca che da quattordici secoli minaccia seriamente il cristianesimo; non potevano poi mancare i rappresentanti di una filosofia immanentistica che promette la felicità come dissolvimento nel nulla e di un’atavica credenza politeistica, oggi più che mai virulenta, che con le sue pratiche e litanie incomprensibili procura immancabili infestazioni maligne ai suoi adepti, specie se occidentali…

Sorvoliamo sul fatto che proprio alcune di quelle religioni hanno direttamente originato – e continuano attivamente a difendere, sia con cieca violenza che con insegnamenti alienanti – sistemi sociali (come quello delle caste indiane) responsabili di raccapriccianti violazioni dei diritti umani mediante forme vergognose, inconcepibili nel secolo XXI, di sfruttamento e asservimento degli esseri creati a somiglianza di Dio. In questa sede non ci soffermiamo neppure, anche se richiederebbe un puntuale e doveroso chiarimento, sulla questione della necessaria unicità della vera religione, quella rivelata e stabilita dal Figlio di Dio fatto uomo, né su quella dell’impossibile collaborazione con chi professa le religioni false; a questo proposito basterebbe rileggere l’EnciclicaMortalium animos del grande e coraggioso papa Pio XI.

In una Chiesa contagiata dal virus delle “dichiarazioni” (a cominciare da quelle, dottrinalmente problematiche, frettolosamente varate da un’assemblea di vescovi che, dopo tre anni abbondanti di accese discussioni su centinaia di pagine da approvare, non vedevano l’ora di tornarsene a casa), sembra ormai impensabile ribadire l’antica e sempre valida dottrina, che non potrà mai mutare per il semplice motivo che ha il Verbo incarnato per autore. È sempre quell’antica dottrina, tuttavia, ad ammonirci cheimpugnare la verità conosciuta è uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo, quelli che nostro Signore ha dichiarato irremissibili (cf. Mt 12, 31-32). Egli stesso, prima di ascendere al cielo, ha ingiunto ai suoi Apostoli di andare in tutto il mondo, predicare il Vangelo all’intera creazione e fare discepole tutte le nazioni, insegnando loro ad osservare quanto da Lui comandato e battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cf. Mt 28, 19-20).

Posta questa premessa, non si vede come un cattolico possa pregare insieme con chi nega l’unico Salvatore del mondo e la sua identità divina, né cooperare per il bene dell’uomo con chi non ne riconosce il Creatore e lo asservisce al diavolo, prima ancora che ad altri uomini… a meno che non si rinneghi implicitamente il Salvatore stesso, la redenzione eterna da Lui operata e il mandato missionario da Lui impartito. In realtà, nell’inedito “parlamento delle religioni” inaugurato il 2 dicembre scorso in Vaticano, qualsiasi riferimento a tutto questo è stato accuratamente evitato: al centro c’è stato soltanto l’uomo (qualificato come immagine di Dio, ma di quale?), mentre nessuno si è sovvenuto che ogni crimine contro esseri umani è anzitutto un’offesa e un’usurpazione nei confronti di Chi li ha creati.

Un cristiano autentico, invece, sapendo che al di fuori di Cristo e della Chiesa non v’è salvezza, non perde tempo in eventi infruttuosi e fuorvianti, ma si adopera con tutte le forze, in obbedienza al suo Signore, per annunciare il Vangelo a chi lo ignora, lasciandolo comunque libero di rifiutarlo – e, in tal modo, di dannarsi da sé. In quel giorno, Sodoma e Gomorra avranno una sorte meno dura di chi avrà fatto questa scelta (cf. Mt 10, 14-15)… sempre che la parola di Gesù valga ancora qualcosa, almeno per chi lo rappresenta sulla terra.

Su un altro versante, al contrario, certi gesti e dichiarazioni, pur non avendo alcun effetto concreto per il nobile scopo dichiarato, sono una vera manna per il pensiero dominante – di chiaro stampo massonico – secondo il quale tutti i credenti (in chi o che cosa, non importa, basta credere in qualcosa) dovrebbero unirsi in un’unica, grande religione mondiale in cui convivessero e si annullassero ad un tempo tutte le differenze; l’importante è operare insieme per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato.
A parte il fatto che tali valori, così come sono comunemente intesi, non hanno più il benché minimo connotato religioso, avendo una portata puramente terrena e rigorosamente aliena da qualsiasi riferimento alla trascendenza, è impossibile definirne contenuti precisi e validi per tutti senza un fondamento metafisico, tale cioè da collocarli al di là della mutevole contingenza e del turbinio passeggero delle idee.

Un tempo si parlava non di “sogni” o di utopie, bensì di realtà effettive e praticabili, levirtù, comportamenti abituali la cui bontà intrinseca si fonda sulla verità del Bene eterno. I cosiddetti “valori” della cultura attuale, invece, sono scatole vuote in cui ognuno mette ciò che gli pare; più il contenuto è vago e confuso, meglio è, perché così non si può biasimare nessuno per la sua condotta né tanto meno esigere qualcosa da chicchessia. Ma proprio questo serviva ai poteri occulti per realizzare la propria agenda e indottrinare a piacere la gente, ormai in gran parte incapace di usare correttamente la ragione e di riconoscere le assurdità per rigettarle.

Questo cristianesimo utopico così di moda e politicamente corretto corrisponde perfettamente, in ultima analisi, ai criteri della nuova “religione mondiale” antropocentrica, testé evocata, persino nei dettagli simbolici. Anche la massoneria ha la sua “trinità” diabolica, rappresentata con un triangolo; la “salvezza” meramente mondana da essa proposta risiede nella scienza infallibile e nell’inarrestabile progresso che ne deriverebbe; i suoi “apostoli” possono appartenere a qualsiasi culto, visto che questo è del tutto ininfluente. Il suo “profeta”, in piena coerenza con i princìpi della setta, parla con loro di libertad, igualdad y fraternidad... Al solo udire queste parole, mi viene da sudare freddo.









Il canto del gallo

Basta con il tempo trascorso a realizzare la volontà dei pagani, vivendo nella lussuria e nella concupiscenza… (1 Pt 4, 3). Dio condannò alla distruzione le città di Sodoma e Gomorra riducendole in cenere, ponendo un esempio a quanti sarebbero vissuti empiamente (2 Pt 2, 6).

Una ponderata riflessione sui fatti richiede tempo, ma permette spesso di cogliere dei nessi che a prima vista sfuggono, consentendo così di collegare avvenimenti apparentemente disparati e di inserirli in un quadro più ampio, che grazie ad essi, a sua volta, a mano a mano si precisa e completa. Se si pensa all’attuale conduzione della Chiesa Cattolica, tale quadro si va configurando in modo sempre più inquietante, confermando peraltro gli acuti disagi e sospetti che da quasi due anni attanagliano la coscienza di ancora… semplicemente pensa.

Il 5 aprile dell’anno scorso, nella cattedrale di un’importante diocesi argentina, è stata battezzata una bimba nata con fecondazione artificiale da una donna unita in “matrimonio” con un’altra donna. Per fare da madrina, in quell’occasione, si è scomodata addirittura la Presidente della Repubblica, che ha evidentemente inteso esprimere pubblicamente, nel modo più solenne possibile, il proprio compiacimento per il riconoscimento ecclesiale così concesso alla prima coppia di donne che ha beneficiato della nuova legge da lei promossa in merito alle unioni civili tra persone dello stesso sesso.

Tutti si rendono conto delle devastanti conseguenze e ripercussioni che ha inevitabilmente avuto un evento del genere. Battezzare un bambino per rigenerarlo in Cristo è cosa doverosa e sacrosanta; accettare che sia presentato da due donne come se fossero i legittimi genitori significa avallare un abominio morale e una legislazione aberrante che nega la realtà della persona umana. Se la situazione morale del suo focolare non permette di seguire la prassi normale, un battezzando può essere portato in chiesa anche dai soli padrini.
Com’è facilmente presumibile, il Vescovo diocesano, prima di procedere a un abuso così grave, deve aver telefonato in Vaticano per chiedere il parere della Congregazione competente. Se così è avvenuto, la risposta del Cardinal prefetto può essere stata soltanto una: NO.

Di fatto, però, il Vescovo argentino ha agito come voleva, mentre la testa del Cardinale, di lì a poco… è caduta. Spiegazione? Anche qui, ce n’è soltanto una. Due anni fa, tra l’altro, un sacerdote della diocesi di Buenos Aires di mia conoscenza, in una conversazione fra preti alla quale prendevo parte mio malgrado, si era accanito a sostenere che in un caso simile (in quel momento ancora puramente ipotetico) avrebbe senz’altro accolto la coppia per il Battesimo – senza nemmeno consultare il proprio Arcivescovo, del cui consenso era certo…?

A questo punto, partendo dalla nomina a Prelato della banca vaticana di una vecchia conoscenza (sodomita notorio ancora saldamente in sella nel bel mezzo di una raffica di decapitazioni); passando per l’ormai celeberrima battuta durante il volo di ritorno dal Brasile (che nella mente del popolo ha avuto più peso di una definizione dogmatica); continuando con le dichiarazioni quanto meno eversive delle interviste concesse a un quindicinale (nonostante il titolo) non più cattolico e a un quotidiano (per vocazione) velenosamente anticattolico; osservando altresì la liquidazione dell’opera purificatrice intrapresa da Benedetto XVI (con il correlativo trionfo della lobby curiale responsabile del complotto che pare lo abbia indotto alle dimissioni)...

... proseguendo ancora con il vergognoso colpo di mano all’ultimo Sinodo dei Vescovi ad opera di un onnipotente “segretario speciale” di nomina pontificia (carica prima inesistente); per arrivare infine alla defenestrazione dell’integerrimo Comandante delle Guardie Svizzere (che forse troppe ne aveva viste tra le sacre mura), all’udienza concessa a una poveretta spagnola che si è rifatta un corpo da uomo (come se questo bastasse a diventarlo) e – last but not least – alla promozione cardinalizia di un vescovo “di periferia” che ha svisceratamente (e misericordiosamente) perorato la causa delle unioni civili per i poveri omosessuali… lo scandalo di Cordoba, mondialmente amplificato dai poteri massonico-mediatici e dai sodalizi di pervertiti impenitenti, acquisisce lineamenti molto netti e viene ad occupare un posto ben preciso nel quadro di cui poc’anzi si discorreva.

Sicuramente chi ha certe tendenze va molto bene ai maltusiani, né corre generalmente il rischio di diventare… un “coniglio”. Il fatto è che san Pietro, come tutti i suoi autentici successori, non si è mai neppure sognato, non dico di approvare, ma anche solo di essere indulgente con i vizi contro natura; avrà semmai compatito chi ne è schiavo, pur insegnando che, se qualcuno vi si ostina con orgoglio, si esclude da sé dalla misericordia divina, sempre pronta a guarire e liberare, mediante ministri fedeli e avveduti, chi ha bisogno di ritrovare la propria vera identità e, con essa, un’autentica libertà. Nel regime attuale, invece, un Cardinale che, da vescovo, si è adoperato con successo in tal senso si è visto brutalmente relegato a un ruolo di mera rappresentanza…

Certo, anche il Principe degli Apostoli, la notte della Passione, rinnegò il suo Signore, ma fu per l’umana debolezza; subito dopo, quando il verso di un pennuto squarciò il silenzio, si ricordò delle parole udite poche ore prima dalla bocca del Maestro e pianse amaramente di compunzione. In quel luogo sorge oggi la chiesa di San Pietro in Gallicantu, nella quale il rigenerante dono delle lacrime è ancora largamente concesso a chi vi entri con il cuore contrito per i propri peccati. Nulla di più lontano dall’insidiosa ebbrezza della popolarità e del quasi unanime consenso mediatico (proprio quella mondanità così aspramente condannata a parole…).
Dopo le rovinose litanie del corvo e fra le stucchevoli iterazioni dei pappagalli di corte, giungerà il momento in cui canti il gallo? Almeno ad uno, ciò dovrebbe pur dire qualcosa, se non servirà con i suoi cortigiani (sempre a parole, così detestati…).

A questi ultimi sembra doversi applicare, purtroppo, l’aggettivo usato dal cardinal Napier per qualificare il danno irrimediabile causato dalla Relatio pseudo-sinodale del 13 ottobre scorso: irredeemable.







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:32 PM
 
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  Ci sono miracoli e miracoli… 

Non è fra i Santi più popolari né fra quelli più “redditizi” per le cassette delle offerte, ma san Paolo è pur sempre san Paolo. Lasciamo stare le tesi dei biblisti che hanno preso l’abitudine di negargli sistematicamente la paternità dei testi scomodi per le loro idee: tutte le lettere che la Tradizione gli attribuisce sono testi canonici, cioè ispirati dallo Spirito Santo e aventi quindi autorità indiscutibile per la nostra fede, in quanto il loro autore principale è Dio stesso, che per comunicare con noi si è servito di autori umani. La Seconda lettera ai Tessalonicesi, in particolare, si rivela estremamente attuale per le sue affermazioni di interesse escatologico: prima della venuta gloriosa del Signore Gesù Cristo – sta scritto – «dovrà avvenire l’apostasia e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione» (2 Ts 2, 3).

La funzione di quest’ultimo è chiaramente definita nell’Epistola: egli deve ingannare con prodigi e portenti «quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi» (ibid., v. 10). Anch’egli adempie dunque, suo malgrado, un compito provvidenziale: è strumento del giusto castigo meritato da chi resiste alla rivelazione dell’Altissimo e ne disprezza la misericordia: «E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno, perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (ibid., vv. 11-12). Questa è d’altronde una scelta possibile al libero arbitrio umano, ma alla fine – come tutte le decisioni cattive – si paga a caro prezzo, se non c’è ravvedimento.

«Non ci si può prendere gioco di Dio: ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato» (Gal 6, 7), ci ammonisce ancora l’Apostolo. Chi semina menzogne, raccoglie menzogne; chi all’inganno acconsente, all’inganno soggiace; chi rifiuta la verità, alla verità si rende refrattario… chi si nutre di chiacchiere, produce peccati (e sempre più orrendi), dato che, per contrastare l’inclinazione al peccato, a nulla esse valgono. Ci si può pure scagliare con veemenza, allora, contro l’immoralità diffusa fra i chierici, ma essa non è altro che il frutto dei vaniloqui sentiti in seminario e della pseudo-teologia imparata in facoltà – proprio quella pseudo-teologia che ha abolito la nozione stessa di peccato e governa oggi i discorsi e le azioni di vescovi, cardinali e… ancora più su. Senza la sana dottrina, può mai esserci una sana condotta?

A onor del vero, una parte sempre più consistente del clero comincia a dar segni di nervosismo e a lasciar trapelare – sia pure con estrema prudenza – quanto meno un certo imbarazzo di fronte all’interminabile eruzione di gesti e dichiarazioni papali che pur mandano in deliquio le masse popolari e i poteri mediatici. Politicanti e plutocrati che vorrebbero legalizzare la pedofilia per evitare eventuali fastidi giudiziari, invece, brindano entusiasti a questa inattesa ventata di liberalismo ecclesiastico: la Chiesa Cattolica ha finalmente capito che non ha il diritto di frenare il progresso!

E poi, viste le folle sterminate che accorrono a osannare il nuovo profeta e dato il consenso unanime da parte della casta che conta, chi oserebbe ancora dissentire?

Per amor di precisione, tuttavia, certi effetti prodigiosi dell’odierno corso andrebbero valutati in modo un po’ più esatto o almeno concorde, se non altro per evitare figuracce. Riguardo all’immensa adunata verificatasi di recente nell’unico Paese asiatico a maggioranza cattolica, la radio di regime, nel giro di mezz’ora, ha fornito tre cifre discordanti. Il bollettino italiano ha registrato la presenza, alla Messa pontificia, di bensette milioni di persone (distribuite su un’area di parecchi chilometri quadrati o accatastate a strati?); secondo il bollettino francese, subito dopo, sono state dai sei ai sette milioni; quello in inglese, immediatamente seguito ai primi due, ha parlato di due milioni e mezzo lungo il percorso papale e un milione e mezzo alla celebrazione. Anche le ultime sono pur sempre cifre strepitose: c’era bisogno di arrivare fin quasi a raddoppiarle, tralasciando oltretutto di distinguere tra chi era per strada e chi ha effettivamente partecipato – in qualche modo – al sacro rito, non troppo attento all’Eucaristia finita nel fango…?

Se la spudoratezza (da cui siamo già sommersi) diventa la regola anche nella Sala-stampa vaticana, di chi ci si potrà più fidare? O forse proprio questo è un preciso segnale dell’ormai trionfante orientamento di “apertura al mondo”, per il quale qualsiasi mezzo è lecito per soggiogare le masse e portarle ove si vuole? A noi, però, questo genere di “miracoli” non piace affatto, non solo perché sono truccati e ripugnano quindi all’onestà morale e intellettuale, ma soprattutto perché mandano fuori strada miliardi di semplici, ai quali non sappiamo come spiegare che sono vittime inconsapevoli di un atroce inganno, il cui scopo è asservirli anche spiritualmente al nuovo ordine mondiale… In un Paese a cui stanno imponendo la regolazione delle nascite, non sarebbe stato forse il caso, di fronte a una folla simile, di condannare contraccezione e aborto in modo un po’ più convinto ed efficace – magari parlando a braccio, come fatto così spesso per dire le cose che più stanno a cuore? Probabilmente no, se gli abitanti sono dei conigli…

I veri miracoli, compresi quelli più sensazionali, vengono invece accuratamente occultati. Intorno all’anno 2000, in una parrocchia di Buenos Aires, si è verificato non uno, ma una serie di miracoli eucaristici che assomma in sé i fenomeni di Bolsena e di Lanciano. Dapprima delle ostie consacrate che colano sangue, poi un’ostia (rifiutata dalla donna che l’aveva lasciata cadere a terra ricevendola sulla mano) che si trasforma in tessuto miocardico vivente. Lo scienziato americano, ateo, che lo ha analizzato esterrefatto si è convertito alla fede cattolica; ma di questo prodigio straordinario, al di fuori della diocesi della capitale argentina, non si sa assolutamente nulla, a meno che uno non capiti sul posto o, informato da un amico, cerchi sulla Rete milagro eucaristico buenos aires.

Il Pastore che, all’epoca, è stato successivamente vescovo ausiliare e cardinale arcivescovo – e che tuttora, nella nuova sede, evita rigorosamente di inginocchiarsi dinanzi al Sacramento – ha evidentemente ritenuto inopportuno far troppa pubblicità ad un evento del genere: si sarebbe rischiato di risuscitare il mito della Presenza reale, ormai estinto in buona parte dei preti e dei fedeli, o addirittura di provocare qualche vera conversione, eventualità disastrosa per il dialogo ecumenico e interreligioso… o forse, più banalmente, di rimettere in discussione l’abominio della comunione sulla mano, prassi ormai obbligatoria nei Paesi del tango e della samba.
Tant’è che in una Messa on the beach a cui hanno assistito tre (o quattro? cinque?) milioni di giovani e meno giovani, come ringraziamento dopo la santa Comunione non si è trovato niente di meglio che un’oceanica ola per esprimere la propria fede – in chi o che cosa, non risulta quanti lo sapessero: questo tipo di cifre, questo è certo, le conosce solo Uno.

 






Il suicidio della Chiesa

 Nell’ormai lontano 1968 – annus horribilis – Louis Bouyer (1913-2004), sacerdote dell’Oratorio di san Filippo Neri, pubblicava un saggio dal titolo La décomposition du catholicisme. Pastore luterano convertito, uomo di cultura enciclopedica, ottimo conoscitore della Tradizione d’Oriente e d’Occidente, questo genio teologico, fra i maggiori del XX secolo, è praticamente sconosciuto ai cattolici cisalpini: tutta colpa delle sue valutazioni intelligenti – e soprattutto non allineate – degli sviluppi seguiti al Concilio Vaticano II, al quale pure era stato chiamato come perito. Spietato ostracismo ecclesiastico, riservato a chi non acconsente ad accodarsi al carro dei vincitori…

Si può anche discutere sull’analisi bouyeriana delle cause di tale decomposizione, ma la sua diagnosi dello stato spirituale della Chiesa militante richiama immediatamente alla memoria una profezia del santo papa Pio XII circa un suicidio della Chiesa provocato da alterazioni della sua fede, della sua liturgia e della sua morale. Invano un cardinal Ottaviani – quel porporato che passava la domenica fra i ragazzini dell’oratorio di San Pietro – metterà in guardia, insieme con tanti altri, il Pontefice della riforma liturgica (che Bouyer, escluso dal cardinalato, tenterà di rabberciare alla meno peggio) circa il disastro che ne sarebbe seguito. Quel porta-borse della massoneria che sarebbe finito – ma troppo tardi! – in esilio a Teheran, ingannando sistematicamente tanto Montini quanto la commissione incaricata, aveva ormai ottenuto carta bianca: «Lo vuole il Papa…» (anche le “Messe beat”?).

In diversi decenni, la putrefazione è ormai giunta a uno stadio piuttosto avanzato; il fetore – per chi non lo considera normale – è diventato insopportabile. Il fatto è che il fenomeno, attraverso i vari gradi del clero, ha pian piano raggiunto il vertice. Il pesce puzza dalla testa – dicono a Napoli. Quella cripto-eretica corrente gerarchica franco-tedesca che aveva surrettiziamente diretto il Concilio prendendo il controllo delle procedure e delle commissioni ha poi imposto la propria pseudo-teologia a mezzo mondo per gettare le basi ideologiche della sovversione programmata.

In particolare, iguru delle facoltà germaniche, per esportare il loro “pensiero” (supportato da convincenti argomenti finanziari), hanno eletto le antiche colonie iberiche, già liberate da eroi in grembiulino, per spargervi a piene mani i germi del materialismo e della sedizione.

Chi conosca appena un poco l’ambiente latinos rimane sgomento di fronte al livello dell’immoralità che dilaga in una popolazione un tempo fervente – per non parlare del clero locale, di regola concubinario, quando va bene… Come mai, in diocesi all’avanguardia del rinnovamento, turbe di fedeli si riversano ogni anno nelle sètte protestanti fondamentaliste? Non sarà forse, fra l’altro, perché buona parte dei vescovi e dei religiosi sono agenti dell’Internazionale socialista? o perché le loro pecorelle non sanno più in che cosa credere o a chi dare ascolto? o perché le illusorie promesse di trasformazione sociale hanno lasciato dietro di sé un’immensa miseria morale e spirituale, oltre a quella materiale, culturale e sociale?

Ed ecco spuntare, da questo sfacelo da fine del mondo, il Pastore della “nuova chiesa”, che ha scelto come alta cattedra una cabina d’aereo e pronunzia i suoi dogmi indiscutibili chiacchierando amabilmente con i giornalisti in un linguaggio da bar di paese.
Poco importa se ogni tanto (forse per eccessivo affidamento al proprio verbo?) fa qualche scivolone: può sempre rimediare la volta successiva arrampicandosi sui vetri…
Quel che conta, ad ogni modo, è che puntualmente – scivoloni o meno – riemerge imperterrita la medesima visione totalmente relativistica: una morale fai-da-te che si getta allegramente dietro le spalle la Rivelazione divina interpretata da duemila anni di Tradizione e Magistero, attenta solo al livello terreno, al calcolo umano e al vantaggio immediato, così legata alle circostanze da annullare qualsiasi obbligo assoluto… proprio quella famosa morale della situazione che, pur condannata a più riprese, ha furoreggiato per decenni nelle facoltà teologiche ed è perfettamente funzionale, del resto, agli interessi del Leviatano finanziario, severamente anatemizzato a parole ma di fatto appoggiato su tutta la linea, come dimostra fra l’altro l’ostentata amicizia con gli ambienti ebraici che lo controllano. Non serve a nulla, poi, ridare un colpo alla botte nei discorsi ufficiali, scritti da altri e letti con un tono da necrologio…

Questo noto personaggio, in sostanza, non professa la fede cattolica, ma la contraddice apertamente, sistematicamente e spudoratamente, a gesti e a parole. Gli si potrebbe rammentare che, secondo l’osannato magistero conciliare, sono pienamente incorporati alla Chiesa soltanto coloro che, nel suo corpo visibile, sono congiunti con Cristo dal vincolo della professione di fede (cf. Lumen gentium, 14); ma tramite i suoi amici cardinali – così liberali su tutto, fuorché sulla tassa ecclesiastica – risponderebbe serafico che la fede è un cammino e che deve adeguarsi ai tempi… Il principio di non-contraddizione, in una “cultura” che ha bandito la logica, è ormai un reperto archeologico: i concetti onnirisolutivi di cammino e rinnovamento sono una colla universale che tiene appiccicati anche gli opposti.

Rimane il fatto che, davanti a Dio, non si può barare con i giochi di parole: o uno professa effettivamente la vera fede o è fuori, e della Chiesa e della salvezza. Questa, ahimé, è verità rivelata – e chi vuole realmente salvarsi (dall’Inferno, molto più che dalla globalizzazione) vi rimane attaccato con i denti, lo insultino pure quanto vogliono.

Come conclusione del presente ragionamento, non si vede come uno che di fatto non è membro della Chiesa Cattolica possa esserne a capo; semmai è a capo di un’altra organizzazione che si sta decomponendo, ma si camuffa dietro il suo apparato. Noi preferiamo ovviamente rimanere dentro la Chiesa viva, sebbene momentaneamente priva di pastore; chi si suicida difficilmente si salva.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:34 PM
 
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Senso dello stupore e senso del ridicolo

Ogni anno, il giovedì dopo le Ceneri, si rinnova un appuntamento molto atteso, quello del clero dell’Urbe con il proprio Vescovo. Il tema proposto questa volta riguardava l’ars celebrandi, un argomento per il quale, in linea di principio, non sarebbe necessario scomodare la suprema autorità della Chiesa, dato che dovrebbe essere stato appreso in seminario sulla base delle norme liturgiche, che hanno vigore di legge.

Tutti sanno però che in materia di sacra Liturgia, nell’attuale temperie ecclesiale, vige piuttosto la regola della creatività e dell’improvvisazione; in certi Paesi, anzi, è in realtà il Vescovo a dover obbedire ai diktat del consiglio pastorale della parrocchia che intende visitare, i cui membri gli spiegano al momento dell’arrivo che cosa dovrà fare per “celebrare con loro” in quell’occasione. Se poi eventualmente due di loro, entrambi maschi, convivono beatamente more uxorio (si fa per dire), toccherà a lui spiegare ai pochi parrocchiani ancora perplessi che bisogna comunque rispettarli…

Se è vero – come è vero – che la crisi della Chiesa dipende dallo scempio subìto dalla Liturgia, non sappiamo se ridere o piangere quando ci si riempie la bocca di locuzioni roboanti e solenni che vorrebbero nascondere o la solenne dabbenaggine di chi non vede i fatti o la sfacciata ipocrisia di chi finge di non vederli. Nel Popolo di Dio è quasi scomparsa la fede nella Presenza reale, le chiese son diventate dei mercati, i sacri ministri si comportano da showman per essere simpatici e, per non scontentare nessuno, danno la santissima Eucaristia a chiunque… e liturgisti, teologi e Pastori discutono di inezie, quisquilie, pinzillacchere: praticano quello che, con licenza parlando, si chiama autoerotismo mentale (che, anche se mentale, è pur sempre un peccato impuro, quindi peccato grave). Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

Ma tutto questo è roba vecchia, così vecchia che, per meglio preparare i sacerdoti all’improvvisata lectio magistralis di cui si diceva in apertura, il loro Pastore non ha trovato niente di meglio, come lettura propedeutica, che il testo di una relazione da lui tenuta quando ancora era vescovo nel suo Paese, una decina di anni fa: se di nuovo c’è qualcosa, è il neonato magistero retroattivo.

Ad ogni modo, il cardine su cui ruotava l’intervento alla plenaria della Congregazione competente è il senso dello stupore, senza il minimo accenno – cosa di cui l’autore fu, per sua stessa ammissione, pubblicamente rimproverato da due colleghi, tra cui l’allora cardinal Ratzinger – al fatto di trovarsi alla presenza di Dio. Un tempo, discorrendo di divina Liturgia, si sarebbe parlato appunto disenso del sacro. Adesso la sola eco di questa espressione, in chiesa, fa storcere il naso: sa di distanza, di elevatezza, di oppressione… Oggi tutto è assolutamente orizzontale, disperatamente piatto, obbligatoriamente democratico: guai a chi prova ad alzare un pochino lo sguardo! Siamo tutti uguali, compreso Dio.

È così che i fedeli della mia parrocchia hanno scoperto la scritta che campeggia a caratteri cubitali lungo l’architrave che sovrasta l’altare maggiore e sostiene un maestoso crocifisso solo perché il nuovo parroco, nella festa della Santa Croce, l’ha fatta notare: Redemisti nos in sanguine tuo. La traduzione e la spiegazione, però, non sembrano aver impressionato più di tanto i presenti: a che pro fare caso a qualcosa che è sempre stato lì come se non ci fosse? E poi, che significa essere redenti? Siamo tutti buoni, abbiamo tutti le idee giuste (ognuno la sua), va tutto magnificamente bene (salvo qualche piccolo incidente di quando in quando)… Si è risolto il problema del male negandolo o ammettendolo come cosa lecita o addirittura buona: che diamine, non si azzarderà mica, il prete, a sostenere ancora che un cattolico non può divorziare o che l’aborto non è un diritto!

Riguardo al senso dello stupore, che ci si raccomanda di suscitare nei fedeli, ciò di cui sentiamo crudelmente la mancanza è che si specifichi meglio per chi o per che cosa; non è poi così evidente e immediato, all’epoca della pornografia e del pansessismo. È ancora più difficile, in questa medesima epoca, suscitare lo stupore per ciò che non si può vedere né toccare in chi, fin dalla scuola media inferiore, si è abituato a vedere e toccare ben altre cose.
Ma l’attuale magistero, sulla scia tracciata da un noto Cardinale passato pochi anni orsono davanti al giudizio di Dio e definito dal Pontefice regnante un novello “padre della Chiesa”, brilla proprio per le belle frasi ad effetto che solleticano la sensibilità, ma non danno peraltro alcuna indicazione concreta sul da farsi né tanto meno sul da credersi, mantenendosi volutamente nel vago.

Non c’è da meravigliarsi che quello stesso Cardinale, già iniziato al grembiulino, dopo aver lasciato una diocesi allo sbando e aver sistematicamente contestato il Magistero papale, a voce e per iscritto, abbia posto fine alla propria esistenza chiedendo di essere soppresso con un’iniezione: è stato coerente fino in fondo con il suo “credo” (o meglio con la dottrina del suo gran maestro).

A forza di ambiguità e indeterminatezza nella predicazione e nell’insegnamento, oggi ci si può tranquillamente considerare cattolici e pensare che Dio sia un’energia benefica, che Cristo sia semplicemente un uomo, che la santissima Vergine l’abbia messo al mondo come qualsiasi altra donna, che la comunione eucaristica sia un semplice segno di appartenenza, che dopo la morte ci si reincarni e che alla fine tutti si salvino (da che cosa, non è dato saperlo)…

Di fronte a questi risultati del nuovo clima pastoralista e inclusivo, gli ingenui potranno senz’altro provare un senso di stupore. Noi proviamo piuttosto un senso di sgomento, nonché di pietà per chi ha smarrito il buon senso in ciò che dice e il senso del ridicolo per ciò che fa.






È davvero finita?

 Ci piacerebbe sapere di che cosa san Paolo aveva parlato a viva voce con i cristiani di Tessalonica per poter comprendere meglio le velate allusioni contenute nella seconda lettera loro indirizzata (cf. 2 Ts 2, 5-7). Ad ogni modo, i testi profetici, anche se inizialmente oscuri, svelano il loro significato quando le vicende da essi evocate sono in corso di realizzazione. Lo stato attuale del mondo e della Chiesa sembra autorizzare un tentativo di spiegazione che, per quanto si voglia prudente, poggia sull’osservazione diretta dei fatti e sulla loro inquietante concatenazione.

Per favore, non ci si accusi subito di catastrofismo, perché la realtà supera abbondantemente la percezione che, nonostante le straordinarie risorse mediatiche della nostra epoca, possiamo averne come singoli e come gruppi.

L’Apostolo delle genti, in relazione alla manifestazione gloriosa del Signore alla fine dei tempi, profetizza il pieno dispiegamento del mysterium iniquitatis mediante il consumarsi dell’apostasia e l’avvento di un uomo del peccato, il figlio della perdizione(cf. ibid., vv. 3. 7). Alla sua epoca, però, era ancora presto e bisognava attendere: c’era infatti qualcosa, ben noto ai suoi fedeli, che tratteneva (tò katéchon, v. 6) la manifestazione dell’empio e del suo potere. Subito dopo egli accenna invece a qualcuno(ho katéchōn, v. 7) che trattiene il compimento dell’iniquo mistero e che deve essere tolto di mezzo perché esso trionfi momentaneamente prima della sua definitiva sconfitta.

Che cosa ci insegna la storia recente? Fino a cinquant’anni fa, la Chiesa Cattolica si è efficacemente opposta all’opera delle tenebre con la sua dottrina, la sua liturgia e le sue istituzioni. Era questa la realtà che tratteneva (tò katéchon) come un baluardo gli assalti del male e impediva ai suoi agenti di operare in modo troppo spavaldo e violento, a meno di rivoluzioni sanguinarie, ma limitate nel tempo e nello spazio. Poi la Chiesa (o meglio una parte di essa, inizialmente minoritaria, ma molto agguerrita e influente) ha deciso di sospendere bruscamente la provvidenziale funzione che Dio le aveva assegnato nella storia e si è “aperta al mondo”, mettendosi a “dialogare” ad oltranza con chiunque (compresi quanti volevano distruggerla…).
Come risultato, fenomeni fino allora esclusivi di una ristretta cerchia sociale e culturale hanno dilagato fino a sommergere di fango la società occidentale e la Chiesa stessa: aberrazioni ideologiche, immoralità disgustose, rivendicazioni puerili, ingiustizie accecanti, misfatti disumani sono diventati normalità. Ma qualcuno (ho katéchōn) continuava pur sempre ad opporsi…

Lo avevano ingiuriato, diffamato, persino citato in giudizio per crimini contro l’umanità (sentite da che pulpito…): niente, egli continuava imperterrito – con la limpidezza imperturbabile degli uomini di Dio, preoccupati unicamente di rammentare la verità per il bene altrui, senza temere per sé – ad arginare lo straripamento dell’iniquità, se non altro nelle coscienze dei buoni.

Ma, secondo la profezia, egli doveva esser tolto di mezzo. Che importa che ciò sia avvenuto per opera di (falsi) uomini di Chiesa che lo circondavano, erano anzi fra i suoi più stretti collaboratori? Di fatto doveva succedere – ed è successo. A questo punto, la confusione più completa ha invaso il Popolo di Dio: l’uomo iniquo, appoggiato dai suoi compari, ha occupato il suo posto con la frode; gli apostati, sentendosi ormai sicuri, hanno gettato la maschera e attaccato apertamente la dottrina; i fautori mondani del progresso si sono scatenati all’assalto delle legislazioni nazionali per imporre sistematicamente il loro nuovo “ordine” satanico, che capovolge dalle radici quello naturale. Sembra incredibile l’accelerazione di certi sviluppi in soli due anni…

Di fronte al quotidiano susseguirsi di evidenze incontrovertibili, negli ultimi mesi chi scrive si è più volte lasciato andare, con un sentimento tra l’incredulo e l’angosciato, all’espressione: «È finita…». Per chi ha fede, beninteso, non potrà mai “essere finita”; se tutto questo, anzi, è stato predetto, vuol dire che fa parte di un piano divino per il trionfo del bene, al quale non parteciperà se non chi sarà stato passato al vaglio e, con l’aiuto della grazia, si sarà mantenuto fedele. Ciò che sta finendo è ciò che comunque doveva finire: un sistema che prosperava su una fede più apparente che reale, su un surrogato di fede che, servendo a scopi puramente temporali, faceva comodo a chi governa come a chi è governato: quanti vantaggi terreni, in fondo, si possono ricavare da un po’ di realistica devozione a prezzi ribassati!

L’attuale apostasia non è altro che il frutto maturo (o meglio marcio) di questo atteggiamento: una religiosità esteriore che va a braccetto con il mondo e ne riceve mille favori e privilegi. Ciò che sta cambiando a ritmi vertiginosi è in realtà una subdola riedizione – ma in una forma mille volte più radicale – di un sistema ormai superato nella sua vecchia veste, ma sempre efficace nella sostanza: si ribadisce la dottrina sul piano teorico, ma per ragioni “pastorali” si persegue al contempo una prassi del tutto divergente che la ignora completamente e instilla nei fedeli convinzioni ad essa contrarie, che a poco a poco informano la loro coscienza e il loro agire morale. Poco importa se questa discrasia è arrivata a un livello tale da rimettere di fatto in discussione la dottrina stessa, della quale ci si affanna paradossalmente ad escludere qualsiasi modifica: excusatio non petita

La morale cattolica, nella Chiesa, è ormai defunta. Dalle sue ceneri è risorto uno strano moralismo utopistico, velleitario, antropocentrico, mondano, totalmente chiuso alla trascendenza e ignaro della grazia santificante nonché della vocazione eterna dell’uomo (di che cosa?!?)… un moralismo assolutamente inefficace, ma perfettamente funzionale al mondialismo imperante, che spersonalizza l’essere umano e lo riduce a merce. Non serve a nulla ribadire che un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma, né stigmatizzare a parole la tratta di persone, dopo aver abbracciato con calore ed entusiasmo un amministratore che intende incrementarla autorizzando la mercificazione delle donne nella capitale e ha istituito un registro per le “unioni” tra persone del medesimo sesso…

L’informazione è oggi alla portata di chiunque: basta fare due più due per rimanere allibiti di fronte a tale stupefacente ipocrisia. Ma sulla cosiddetta opinione pubblica certi gesti hanno l’effetto istantaneo di provocare un vero e proprioblack out del cervello, oltre a quello di annullare in modo completo, definitivo e inappellabile qualsiasi dichiarazione verbale passata, presente o futura.

Lo scatenamento del male, benedetto nei fatti anche dalla “nuova religione”, ha d’altronde una funzione positiva: mostra inequivocabilmente la bruttezza del peccato e dei suoi effetti; svela l’orrendo volto di chi ne è all’origine sul piano preternaturale; impone alla coscienza la gravità delle responsabilità umane – almeno a quella di chi accetta di vedere la realtà così com’è ed è pronto a prendere posizione rispetto a ciò che vede.

Chi potrà dire tutto questo per smascherare il diabolico inganno? «Se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo» (Est 4,14). Le parole rivolte alla regina Ester in un momento di minaccia esiziale per la sua gente si rivelano sorprendentemente attuali: quando chi dovrebbe parlare e agire per salvare il suo Popolo si astiene dal farlo, Dio fa sorgere qualcun altro da dove meno ce lo si aspetterebbe.

Si può storcere il naso davanti ad un ex-agente del K.G.B. che, diventato un mezzo dittatore, non va tanto per il sottile quando vuole ottenere qualcosa: di fatto è l’unico capo di Stato che, senza la minima remora, abbia attaccato frontalmente l’omosessualismo ovunque imposto, coi ricatti e col denaro, da superpotenze e organismi internazionali, difendendone efficacemente il proprio popolo. Si potrà certo discutere sui metodi, ma è l’unico che si stia opponendo all’avanzata della massoneria euro-americana nell’Europa orientale. Di tutto si potranno accusare i Russi, fuorché di essere ipocriti: quando vogliono dire qualcosa, non hanno peli sulla lingua e se ne infischiano della diplomazia… indizio di carattere forte e di attributi virili. Non per niente, nella loro storia, hanno respinto i Mongoli, Napoleone e Hitler, sono sopravvissuti a Lenin e Stalin – il che è tutto dire.

La Madonna non ha forse chiesto di consacrarle proprio la Russia? Come sempre, vedeva lontano. Secondo il messaggio affidato ai tre pastorelli di Fatima, la sua conversione avrebbe portato pace al mondo intero. Forse non soltanto la conversione dal comunismo (nel quale pochi, in fin dei conti, possono aver veramente creduto, nei Paesi del socialismo reale), ma anche – ciò che, fra l’altro, permetterebbe di rendere finalmente giustizia ai greco-cattolici ucraini – il suo ritorno all’unità cattolica dell’unica Chiesa di Cristo. Ma sotto quale capo visibile, dato che al momento non ce n’è uno valido, in senso canonico e teologico?

Preghiamo perché la Madre di Dio, già vincitrice a Lepanto, Vienna e Mosca, ce ne doni uno che non sia inflitto o tollerato da suo Figlio, bensì donato.

 





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:37 PM
 
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Sogno o realtà?

Sarebbe bello che Benedetto XVI fosse ancora papa; ma di fatto si è dimesso e non governa più la Chiesa. Sarebbe bello che il suo successore, pur con una personalità e uno stile propri, proseguisse in continuità, come sarebbe naturale, la sua opera di ripristino della sana dottrina e di una corretta liturgia; ma di fatto sta demolendo a colpi di piccone quel poco che di buono rimaneva ancora nella coscienza e nelle abitudini dei fedeli.
Sarebbe bello che la Curia romana fosse purgata dei sodomiti e dei massoni che la infestano; ma di fatto ne sono stati espulsi soltanto elementi fedeli alla Tradizione e poco inclini alla finzione. Sarebbe bello che il mondo fosse meno cattivo e bastasse aprire i confini (ma non le proprie case!) agli immigrati; ma di fatto i trafficanti di esseri umani prosperano con la benedizione dell’Occidente, il quale da anni arma le milizie islamiche che si finanziano anche in questo modo…

Sarebbe bello non essere costretti a esprimersi sempre con un sarcasmo tagliente, ma è l’unico modo per non mettersi a urlare. La realtà va vista così com’è, senza evadere nei sogni. Essa non coincide con ciò che vorremmo: non possiamo dipingercela come ci piacerebbe, perché questa è un’illusione da bambini. A quell’età è un’utile scappatoia per superare angosce eccessive e non gestibili con le risorse dell’infanzia; ma da adulti quell’evasione non ci è più consentita: le cause della nostra angoscia dobbiamo guardarle in faccia. Possiamo pure ripeterci ogni momento che quanto sta avvenendo è stato predetto e fa parte del piano divino: ciò non diminuisce il dolore insopportabile di sentircene spettatori impotenti, ci preserva soltanto dallo sprofondare nella disperazione – un po’ meno dal disgusto nei confronti di coloro che ostentano una fiducia imperturbabile nella nuova dirigenza cattolica o nella cosiddetta “comunità internazionale”, a seconda dei problemi considerati… 

Come saremmo felici di scoprire che ci siamo sbagliati, per pregiudizio, ignoranza o miopia spirituale! Come vorremmo poterci convincere delle accuse rivolte senza posa – in modo indiretto ma fin troppo palese – a quanti sentono le cose come noi! Ma la ragione e la coscienza ce lo vietano: bisognerebbe smettere di vedere e di pensare, e questo è inaccettabile.

Quella superiore sapienza dello “spirito” (senza ulteriori qualifiche) che, come ci viene insistentemente ripetuto, bisognerebbe accogliere per riconoscere le novità e le sorprese che qualcuno lassù ci tiene in serbo (manco fosse Babbo Natale) è ben nota a chi scrive, il quale nella sua giovinezza ha avuto agio di conoscerla in modo approfondito, rimanendo altamente edificato dai suoi frutti di immoralità scandalosa e riuscendo a conservare la fede e la vocazione unicamente per la grazia di Dio e l’educazione ricevuta in famiglia. 

Quella pretesa “sapienza”, in realtà, riposa sul tacito presupposto che la Chiesa sia appena ripartita da zero, come se due millenni di storia fossero integralmente da rottamare, e che soltanto adesso, finalmente, si sia cominciato a capire e a vivere il Vangelo. Su tale presupposto si è costruito un enorme edificio di mistificazione, nel quale sono state ormai indottrinate generazioni di seminaristi e religiosi – e, attraverso di loro, anche di fedeli.
I pilastri di questo edificio sono rappresentati da alcuni asserti indiscutibili del tipo: «La Chiesa si è aperta al mondo», «Il Popolo di Dio si è rimesso in cammino», «Bisogna condannare l’errore e non l’errante», «Dobbiamo cercare ciò che ci unisce e non ciò che ci divide», «Siamo al servizio dei poveri»… Questi nuovi dogmi hanno informato tutta una mentalità e tutta una prassi, divenute ormai così correnti che a provarsi a rimetterle in dubbio si è automaticamente presi per mostri di integrismo. 

Noi abbiamo sempre creduto che fosse il mondo a doversi aprire alla Chiesa per essere salvo; che il Popolo di Dio camminasse anche prima (e sulla buona strada!), guidato da Pastori santi e fedeli; che condannare l’errore in teoria senza mai sanzionare l’errante ostinato serva solo a convincere gli altri che l’errore sia accettabile o persino buono; che per ritrovare la piena comunione con i cristiani divisi abbiamo bisogno di esaminare proprio ciò che l’ha spezzata; che limitarsi a fornire ai poveri cibo e vestiti, omettendo di offrire loro anche le verità della salvezza eterna, significa defraudarli del bene maggiore che possediamo e di cui hanno bisogno più di qualsiasi altra cosa…

Un uomo liberato dalla povertà materiale, che per i suoi peccati rischia però di dannarsi per l’eternità, non è felice in questa vita e potrebbe non esserlo mai, nemmeno nell’altra. Per inciso, di peccati ne facciamo tutti, compresi i poveri; è un dato reale che non riesce a smentire nessun sogno della “nuova morale”, in cui nulla è peccato e non si sa più neppure che cosa sia il peccato. Tutto ciò dovrebbe essere semplicemente evidente per chi ha la fede e usa giusto un pochino la testa… ma forse pretendiamo troppo, in questa congiuntura ecclesiale in cui l’uso del raziocinio è diventato un lusso (Dio ce ne scampi, la Chiesa deve essere povera!) e la fede è ridotta a vago sentimentalismo da romanzo rosa. A forza di giocare al ribasso hanno svuotato i magazzini, non restano più nemmeno i saldi di fine stagione…

A che cosa aggrapparsi, a questo punto? Dove sopravvive ancora la Sposa di Cristo? Indubbiamente, nei suoi Sacramenti, nella sua Tradizione, nei suoi ministri fedeli, in tanti battezzati che soffrono, offrono e pregano: nell’anziana cieca e sorda che recita il Rosario nella solitudine della sua casetta; nel parroco di campagna che fa il catechismo ai suoi bambini; nella mamma che ogni domenica porta con sé i figli alla santa Messa; nell’operaio che ringrazia il Signore mattina e sera per la famiglia e per il lavoro; nell’insegnante che, nel trasmettere il suo sapere, fa crescere delle persone e le dispone così al Regno di Dio… Questo non è un sogno, è realtà. Forse non saremo in tanti, ma l’importante è esserci

Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno (Lc 12, 32).







Pace e libertà

 Non esiste illusione più tenace e insidiosa di quella di essere liberi. L’uomo è per nascita schiavo del peccato, delle proprie passioni e dell’inclinazione al male, per non parlare dei suoi errori passati e di tutti i condizionamenti provenienti dall’ambiente in cui nasce, che si putrefà nella corruzione. Dopo il peccato originale, l’uomo non è mai stato libero né mai lo sarà, se non obbedendo alla legge di Cristo. È un dato di fatto metafisico, prima che morale: la natura umana è ferita e danneggiata.

Questo formicolare di esseri infelici che si dibattono nell’ignoranza e nella melma credendo di esercitare la propria libertà – mentre vi affondano inesorabilmente sempre di più – sarebbe degno di compassione se quei medesimi esseri non si fossero volontariamente resi sordi a qualsiasi richiamo, pieni di astio verso chi vorrebbe aiutarli a tirarsene fuori, incantati invece da chi li indottrina, li manipola, li manovra, li controlla finanche nella mente, oltre che in tutti gli aspetti della loro esistenza concreta.


Come mai personaggi così giovani con incarichi politici così importanti? Perché le ultime generazioni, nate dopo il ’68 e il “rinnovamento” della Chiesa, sono ormai in buona parte prive di coscienza e di qualsiasi scrupolo. I governanti attuali sono monelli, individui completamente amorali, talmente spregiudicati da essere disposti a tutto pur di rimanere in sella, così che da loro si può ottenere qualunque cosa. Le logge massoniche sovranazionali (piuttosto che quelle nostrane, che non contano più nulla) li usano per realizzare i propri piani di sovversione della società e disgregazione della persona umana, dopo aver brutalmente scartato elementi più maturi già da esse imposti, ma evidentemente non del tutto docili – per non dire succubi – alle direttive dei loro mandanti occulti. Ora che sono riusciti a piazzare un amico anche oltre Tevere, nemmeno da lì arriva più alcuna opposizione, ma anzi un potentissimo appoggio nella manipolazione della cosiddetta opinione pubblica, ormai influenzabile a piacere (compresi i sedicenti cattolici).
«Chi sono io per giudicare»…

Sono bastate cinque parole, pronunciate durante una chiacchierata con i giornalisti in una cabina d’aereo, per far crollare di botto una diga che reggeva da duemila anni, provocando nelle coscienze un disastro ben peggiore di quello del Vajont. Il giudizio morale, già latitante, è stato definitivamente bandito dalla convivenza civile ed ecclesiale, secondo un principio di relativismo assoluto che è stato poi ampiamente illustrato appena due mesi dopo, sempre per via giornalistica. Il nuovo dogma non ha bisogno di definizioni solenni (visto che quelle del passato non contano più nulla), ma passa giustamente attraverso quei mezzi di comunicazione che raggiungono immediatamente tutti, cattolici e non, credenti e atei, persone ragionevoli e individui privi di pensiero.
Un anno e mezzo più tardi, la devastazione delle coscienze è ormai evidente: non si può più nemmeno dire, in una chiesa, che quando nasciamo siamo o maschi o femmine… Figuriamoci l’effetto negli ambienti politici e “culturali” dei senza-dio e dei falsi cristiani!

Un capo della Chiesa secondo il quale «Dio non è cattolico» e che se la prende tanto con l’autentica attività missionaria, per giunta ormai esangue (quella che, in obbedienza al mandato di Cristo, mira alla conversione dei non cristiani per la loro salvezza), tacciandola di sciocco proselitismo proprio davanti a un giornalista apostata e abbracciando poi calorosamente i capi di sètte fondamentaliste che praticano un proselitismo selvaggio ai danni della Chiesa Cattolica… dovrebbe almeno, come usa dire nella città di cui è vescovo, “fare pace col cervello”. Ma se uno si prende la briga di rileggersi i canoni contenuti nella Costituzione Dogmatica Dei Filius del Concilio Vaticano I (ebbene sì, se ce n’è stato un secondo, è perché prima c’è stato quello), si renderà facilmente conto che, oltre a un problema di semplice logica, evidente a chiunque ragioni un pochino, ce n’è uno di fede e di conseguente disciplina ecclesiastica: molte affermazioni del de quo, per quanto ambigue e furbesche, lo fanno incorrere nella scomunica.

Nella medesima pena sono da tempo incorsi, anche senza formale notifica, alcuni dei suoi elettori a causa delle eresie da loro propalate sia a voce che per iscritto, poi lodate dal loro candidato già all’indomani della sua elezione. C’è decisamente di che convincersi ulteriormente – se necessario – dell’invalidità di tutta la messa in scena. Che pensare poi del fatto che il titolare della diocesi ambrosiana era già dato per eletto dalla conferenza dei Vescovi italiani, con una certezza tale che il telegramma di felicitazioni è partito ancor prima dell’Habemus papam? Si è trattato semplicemente di una gaffecolossale o qualcosa non ha funzionato come dovuto, visto che il “papa mancato”, nei due mesi successivi, è stato inavvicinabile, a detta dei suoi sacerdoti? Ha forse ricevuto minacce in conclave perché si facesse da parte, come già accaduto con il cardinal Siri nel 1978?

Ad ogni modo, la celebre astuzia gesuitica (nel senso deteriore del termine) può ben ingannare chi ha dimenticato anche le nozioni più elementari del catechismo o chi non le ha mai imparate, ma non chi conosce rettamente la fede che professa e, trovandosi in stato di grazia, è assistito dallo Spirito Santo. Compito del supremo Pastore non è sostenere in modo dissimulato un partito eterodosso praticando al contempo un maldestro equilibrismo per tenersi attaccata la parte sana, ma denunciare apertamente l’errore per smentire il primo e incoraggiare la seconda: «Noi pertanto, che il Padre di famiglia ha posto a custodia del proprio campo, e perciò siamo tenuti dall’obbligo sacrosanto a vigilare che il buon seme non sia soffocato dalle male erbe, stimiamo a Noi rivolte dallo Spirito Santo quelle gravissime parole, con le quali l’Apostolo Paolo esortava il suo diletto Timoteo: “Ma tu, veglia, adempi il tuo ministero… predica la parola, insisti a tempo, fuori di tempo: riprendi, supplica, esorta con ogni pazienza e dottrina” (2 Tm 4, 2-5).

E poiché, ad evitare le frodi del nemico, è anzitutto necessario scoprirle, e giova molto avvisare gl’incauti degl’inganni suoi, non possiamo del tutto tacerne, per il bene e la salute delle anime, sebbene preferiremmo nemmeno nominare simili malvagità, “come conviene ai Santi” (Ef 5, 3)» (Pio XI, Enciclica Casti connubii, 1930).

Parole quanto mai attuali, pur a distanza di tanti anni. Tutto il Magistero autentico, del resto, non può che essere perennemente valido: «Perché come è sempre il medesimo “Gesù Cristo ieri e oggi e nei secoli” (Eb 13, 8), così è sempre identica la dottrina di Cristo, della quale non cadrà un punto solo, sino a tanto che tutto sia adempito (cf. Mt 5, 18)» (ibid.). È allora del tutto naturale obbedire, con la mente, con il cuore e con la vita, a chi insegna nel nome del Salvatore, purché questi obbedisca a sua volta a Chi lo ha collocato al suo posto: «È proprio di tutti i veri seguaci di Cristo, sia dotti, sia ignoranti, lasciarsi reggere e guidare dalla santa Chiesa di Dio in tutte le cose spettanti alla fede e ai costumi, per mezzo del suo Supremo Pastore, il Pontefice Romano, il quale è retto a sua volta da Gesù Cristo Signor Nostro» (ibid.). È questa obbedienza il segreto della vera libertà.

Continuiamo ad affermarlo con franchezza e coraggio, sapendo che, al momento da lui voluto, Dio ci donerà di nuovo una guida che, confermandoci nella verità, ci restituisca la pace.

Desisti dall’ira e deponi lo sdegno; non irritarti: faresti del male… Ancora un poco e l’empio scompare… Conosce il Signore la vita dei buoni… Non saranno confusi nel tempo della sventura e nei giorni della fame saranno saziati. Poiché gli empi periranno… tutti come fumo svaniranno… Perché il Signore ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli (Sal 37 [36], 8.10.18-20.28).







 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:40 PM
 
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Ridere per non piangere

Lo confesso: piango spesso sull’odierna situazione ecclesiale, in cui sono orfano di padre e di madre. Non ho più il sostegno, in una lotta che si fa sempre più aspra, dell’autorità benefica di un Pastore universale all’altezza della sua missione, né il conforto di sentirmi al sicuro in seno a quella santa Madre Chiesa la cui dirigenza, in nome della misericordia verso chi non vuol saperne, è diventata matrigna con chi le è fedele.

Ma non si può sempre piangere; quand’anche fossero lacrime sante che lavano l’anima e la preparano a consolazioni celesti, la nostra fragile psiche, ferita dal peccato originale, ha bisogno di sollevarsi ogni tanto con quei mezzi umani che il buon Dio ha pur concesso alla nostra specie. Fra questi c’è senz’altro l’umorismo, che contiene un segreto per resistere alle peggiori prove dell’esistenza – segreto prezioso, soprattutto se la prova è del tutto inedita.

Non so se dobbiamo essergliene grati, ma ogni giorno il caro buontempone della pampa, per carpire il plauso dello Zeitgeist mondano, ci fornisce nuovi motivi per ridere o piangere, a seconda dello stato d’animo del momento. Una delle ultime sparate (ma già trita e ritrita nella sostanza) è che ci sono persone così buone che, per colpa degli altri, sono costrette a commettere reati perché non possono agire altrimenti; basterebbe regalare loro un sorriso o una carezza perché evitassero di farlo. Pensate per esempio a un drogato che vi punta addosso un coltello per derubarvi, o magari a un mafioso che spara nel mucchio per colpire uno come lui, o ancora a un adepto del novello califfo che stacca teste a ripetizione, e provate a dargli una carezza… Vi abbraccerà commosso e ritornerà un angioletto (ma non azzardatevi a provare a convertirlo, sarebbe gretto proselitismo; ancor meno a dirgli che il peccato grave non è lecito a nessuno e in nessuna circostanza, sarebbe bieco moralismo). Via, si parte tutti per la Siria!

Secondo la vulgata dei vaticanisti prezzolati, nel conclave del 2005 l’argentino sarebbe stato il favorito di un altro cardinale gesuita che si batteva da tempo per un “rinnovamento” radicale della Chiesa, ma era troppo anziano e malato per prenderne il timone. Nulla di più falso: risulta invece da testimonianze dirette che, interpellato sul confratello come nuovo candidato, il celebre biblista abbia respinto l’ipotesi con non celato disprezzo: «È troppo ignorante!».

La superbia intellettuale, stigma dell’élitegesuitica radical-chic, preferì che diventasse papa il nemico giurato di sempre piuttosto che un personaggio di scarsa cultura, contando comunque su una futura strategia di boicottaggio sistematico… Una volta morto – a quanto pare suicida e, quindi, in odore di dannazione eterna – il paladino dei non credenti, al conclave successivo non ci fu più, evidentemente, l’opposizione del gruppo da lui capeggiato; il seguito lo conoscono tutti. La valutazione del livello di cultura dell’eletto è peraltro l’unico elemento su cui possiamo ritrovarci in sintonia con il defunto – oltre, naturalmente, la pur invisa scelta dell’ultimo autentico successore di Pietro.

L’ignoranza rappresenta di solito, sul piano morale, una scusante, eccetto quando si tratta di ignoranza crassa; la contestazione “colta” e pervicace della verità rivelata è invece un peccato ben più grave. Per ignoranza, ad ogni modo, si possono dire solenni sciocchezze senza nemmeno rendersi conto che esse ricadono sotto gli anatematismi (quelle limpide e liberanti proposizioni che iniziano con si quis dixerit e terminano conanathema sit) dei Concili di Trento e Vaticano I, che un pontefice dovrebbe almeno aver sentito nominare, se non altro nella sua giovinezza.

Che le affermazioni incriminate non rientrino nel magistero ufficiale o esprimano eventualmente opinioni private non cambia nulla: si quis dixerit, è sufficiente averle pronunciate. Se poi non vengono nemmeno ritrattate, non c’è nulla da fare: la scomunica, in questi casi, è automatica. Qui non viene più da ridere, perché la situazione si fa tragica.

Un papa che cada in eresia cessa di esserlo ipso facto, ci assicura san Roberto Bellarmino. Se questo è chiaro a livello teologico, sul piano canonico la questione è ben più delicata: ci vorrebbe un concilio che dichiarasse formalmente l’eresia e chiedesse al papa di abiurare o di dimettersi – cosa impensabile, nella situazione attuale. Ma come si è potuto arrivare ad una simile degenerazione?

La risposta è molto semplice: grazie a un concilio che è stato definito pastorale (senza peraltro che alcuno, in cinquant’anni, ci spiegasse che cosa ciò significhi esattamente), ma che in realtà ha provocato uno stravolgimento radicale delle convinzioni comuni concernenti i punti più importanti della fede, quelli per i quali vale o non vale la pena di credere e di appartenere alla Chiesa.

È un innegabile dato di fatto: l’ermeneutica della rottura trova spesso consistente fondamento in testi costellati di affermazioni ambigue, imprecise o decisamente problematiche dal punto di vista dottrinale, per non parlare di quelli che, appena enunciato un principio in maniera cristallina, lo smentiscono subito dopo con ipotesi, riserve e considerazioni contrarie, o di quelle “eccezioni” vaghe e non ben delimitate che scardinano in pratica le norme poco prima ribadite… Non c’è che dire: le commissioni, controllate da vescovi e teologi progressisti, lavorarono con estrema finezza per ottenere il consenso dell’assise senza dare a vedere i loro veri obiettivi.

Tutti sanno che a un ladro, per forzare una porta o una finestra, basta trovare una fessura abbastanza larga per infilarvi il piede di porco; una volta penetrato nella casa, essa sarà alla sua mercé. Una piccola crepa può provocare il crollo di una diga possente, tanto è forte la pressione dell’acqua; poi si salvi chi può. Le cosiddette “aperture” del Vaticano II si sono ben presto trasformate da spiragli in voragini abissali, per la fede e la salvezza delle anime…

Padre Pio soleva parlare delle riunioni che si tengono all’Inferno per architettare piani distruttivi a danno della Chiesa e chiedeva a Dio di poter morire prima di vederne lo sfacelo; fu accontentato giusto in tempo, ma lo sfascio era già iniziato. Egli profetizzò l’èra della falsa misericordia (quella che, anziché liberarne il peccatore, lo imprigiona nel suo peccato).

Ora, nella “Chiesa rinnovata”, la sua figura è diventata un idolo, per molti che non vanno mai a Messa e a confessarsi non ci pensano neppure. Nonostante svariati tentativi, il diavolo non riuscì a neutralizzarlo in vita; che ci stia riuscendo adesso? La vendetta è in effetti un piatto che si mangia freddo, fosse pure mezzo secolo dopo. Ma il cornuto sa che gli rimane poco tempo; lo sapeva pure Padre Pio.

Ride bene chi ride ultimo.










Attenti al lupo

 Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. […] Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco (Mt 7, 15-16.19). 

Sapete qual è uno dei frutti peggiori dei falsi profeti? È quella che gli specialisti di “morale” hanno battezzato opzione fondamentale. Secondo questa bella teoria, in parole povere, uno può pure rimpinzarsi ogni giorno di siti pornografici e andare a donne (o a uomini) più volte a settimana senza commettere peccato, dato che in realtà, nella sua coscienza, non approva quei comportamenti e non ne ha fatto una scelta di vita.

È come dire che, siccome non sono d’accordo con chi compie certe azioni per convinzione, posso compierle tranquillamente ogni volta che ne ho voglia, purché non sia per orientamento stabile. Il medesimo “ragionamento” si può evidentemente estendere a qualsiasi crimine: violentare un bambino, strangolare la moglie, seviziare il convivente… tutto può essere moralmente scusato, basta che l’opzione di fondo di chi lo fa sia buona. Isteria, fariseismo o sfacciataggine all’ennesima potenza?

«Com’è possibile che succedano certe cose?… Ma dove andremo a finire?», ci si chiede sgomenti guardando il telegiornale. Con la premessa appena esposta, tuttavia, certi fatti non destano alcuna meraviglia; sono semplicemente l’ultima conseguenza di un’ideologia disastrosa. È pur vero che in proporzione, grazie a Dio, pochi hanno studiato una certa morale post… conciliare; ma quei pochi che l’hanno studiata, oltre a riportarne una deformazione mentale permanente, hanno poi provocato danni incalcolabili tramite il loro ministero, specie nella predicazione e nella confessione: è il cosiddetto effetto “sasso nello stagno”.

Come potrebbero del resto correggere i fedeli pastori d’anime che usino, per giustificare i propri vizi, lo stesso escamotage che raccomandano agli altri?… o che sostengano che, andando a mignotte, non fanno del male a nessuno?… o che si appellino alla propria opzione fondamentale per sentirsi perfettamente in regola?… Quanti sacrilegi commettono poi dicendo Messa in quello stato!

Se un cristiano lotta contro un’attrazione per lo stesso sesso e si imbatte in un prete che lo assolve misericordiosamente assicurandogli che il buon Dio lo ha fatto così e che deve pertanto accettarsi, in quanto il vero peccato consiste nel rifiutare la propria condizione, che deve fare quel poveretto? Come minimo, far notare al confessore che sta bestemmiando il Creatore e insultando l’intelligenza del penitente. Ma poi, dove andrà a cercare qualcuno che lo aiuti realmente? Per fortuna – o meglio per grazia – lo Spirito Santo, Lui che è veramente misericordioso, trova ancora dei laici dotati di molto coraggio (ovvero di molto courage, dato che il movimento è di origine americana) e disposti a prendere sul serio l’immutabile Parola di salvezza. Certo, non saranno ricevuti in Vaticano come le associazioni “cattoliche” che si battono per i diritti degli omosessuali… ma che importa, ciò che conta è poter essere un giorno ricevuti in Paradiso.

Un alto rischio rimane tuttavia per quanti non sono in grado di smascherare i lupi travestiti da agnelli. Se poi si oppongono pure ottusamente a chi cerca di svegliarli, rinfacciandogli di non essere in sintonia con la star ecclesiastico-mondana del momento, rimane soltanto da pregare, consacrando in pari tempo al Cuore immacolato quanti più bambini possibile, perché almeno la Madonna li preservi dall’essere irrimediabilmente manipolati a casa e a scuola. Bisogna in effetti preparare una generazione nuova, che possa sostituire quella che non sarà in condizione di superare l’imminente castigo: «Io ho abbandonato la mia casa, ho ripudiato la mia eredità; ho consegnato ciò che ho di più caro nelle mani dei suoi nemici. […] Molti pastori hanno devastato la mia vigna, hanno calpestato il mio campo. Hanno fatto del mio campo prediletto un deserto desolato […]. Essi hanno seminato grano e mietuto spine, si sono stancati senza alcun vantaggio; restano confusi per il loro raccolto a causa dell’ira ardente del Signore» (Ger 12, 7.10.13).

Fra i ministri di Dio, in verità, non sono molti ad ammettere apertamente il proprio smarrimento per la cattiva qualità del raccolto o per la sua completa assenza: bisogna far comunque buon viso a cattivo gioco, ripetendosi a vicenda che, certo, i frutti pastorali non sono incoraggianti, ma ora tutto sta cambiando e ben presto turbe di gente assetata di misericordia invaderanno di nuovo le nostre parrocchie, ormai liberate dal timore di scontrarsi con clericali ostacoli alla loro ricerca…

Appena terminato il “sinodo” che avrà imposto nuovi itinerari di riconciliazione per i fedeli in situazione irregolare, scatterà la sanatoria universale, già indetta in veste di “anno santo” pensato ad hoc. Ma in fin dei conti – come ci hanno insegnato – non dobbiamo cercare i risultati, noi lavoriamo per la gloria (quella di sentirci buoni e riconosciuti perché diamo tutto a tutti, senza mai dire di no a nessuno: le donne di strada, almeno, si fan pagare…).

Tu credevi di essere un prete, ma in realtà volevano un assistente sociale – che in più dà pure un po’ di conforto spirituale, quando serve, e ogni tanto esegue qualche rito religioso, che non fa mai male. Basterà questo per non finire nel fuoco?








Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:43 PM
 
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 sabato 4 aprile 2015

Lettera aperta ai sacerdoti

 Tristis est anima mea usque ad mortem: sustinete hic, et vigilate mecum (Mt 26, 38).

Carissimi confratelli nell’unico sacerdozio di Cristo,questo misero scritto, pubblicato in occasione della santa Pasqua, è dettato da un profondo affetto nei confronti di tutti voi, che rendete presente nel mondo il nostro amato Salvatore parlando e agendo nella sua Persona per il bene del Popolo riscattato dal suo Sangue e per la salvezza eterna dell’intera umanità. È con molto rispetto che mi rivolgo a voi, mosso da un ardente amore alla Chiesa, che ci ha generati nel Battesimo e ci ha conferito il sacro ministero, e al contempo da un sentimento di profonda perplessità, se non di smarrimento, riguardo a certi orientamenti di recente assunti dalle sue guide, a livello nazionale e oltre.

Le intemperanze cui mi lascio talvolta andare nel valutare situazioni correnti sono espressione di una sofferenza che mi fa spesso piangere e gridare a Dio, quando prego o celebro da solo. E se Gesù, nel Getsèmani, avesse previsto, da parte della sua stessa Sposa, un futuro tradimento che avrebbe di fatto vanificato, per molti, la sua Passione redentrice?

In riferimento al programma del prossimo convegno ecclesiale di Firenze, illustrato nell’ultima riunione del clero della mia diocesi, non posso nascondere il grave turbamento di apprendere, dopo vent’anni di ministero, di non essere stato costituito presbitero per donare Dio e la sua grazia alle anime redente dal Sangue di Cristo, ma semplicemente per fornire a quanti mi incontrano un di più di umanità. Sarebbe certamente interessante che qualcuno ci spiegasse meglio che cosa si intenda esattamente con tale locuzione; ma in ogni caso, per quanto si fosse abili, mi sembra quanto meno arduo arrivare ad evincere – e convincere gli altri – che quell’espressione possa designare la vita soprannaturale, conquistata per noi dalla Croce gloriosa, che ci abilita a godere della vita futura.

La trasmissione di questo dono incommensurabile ci impone il dovere ineludibile di suscitare la fede con una predicazione integra e franca della Parola divina, in modo che chi la accoglie possa riceverlo con frutto mediante i Sacramenti da noi amministrati.

Tolta – o dimenticata – la necessità assoluta di vivere e morire in stato di grazia per poter evitare la dannazione eterna (cui molti oggi si espongono, purtroppo, a causa della propria grave ignoranza in materia di fede e di morale), diventa poi quasi inevitabile convincersi in perfetta buona fede – come suggerito in quell’occasione da un confratello più anziano di me – che chi vive in stato di peccato mortale pubblico e conclamato sia in fin dei conti una vittima dell’ottuso clericalismo di chi lo esclude dalla vita ecclesiale per una questione di stupide regole canoniche… La vera misericordia – di cui ultimamente si fa un gran parlare – vorrebbe piuttosto che lo si avvertisse dell’enorme rischio che corre permanendo in quello stato; poi sarà libero di scegliere se persistere nell’errore o, con l’aiuto della grazia, convertirsi e cambiare vita: ma, se nessuno lo riprende con carità e delicatezza, non avrà mai questa libertà di scelta.

Qualcuno invocherà qui l’ignoranza invincibile come scusante, anche del peccato grave; ma il nostro compito è appunto quello di istruire le persone nelle verità della salvezza e di rimediare, nel caso, alla loro carente conoscenza, forse dovuta talvolta anche a nostre inadempienze…
In ogni caso, non vedo come si possa far progredire nella fede e nella santità il Popolo di Dio (che in buona parte, ormai, ignora finanche le verità fondamentali del Credo e, non ricevendo mai i Sacramenti, ha di principio perso lo stato di grazia) con sproloqui inconsistenti su un preteso nuovo umanesimo i cui contenuti si evita rigorosamente di definire in modo chiaro; tanto meno si vede come annunciare efficacemente il Vangelo salutare, in una “società liquida” che, privata di riferimenti certi, affoga nell’impurità e nella violenza, con fervorini melensi sulle ferite da curare o sul “buono” che si potrebbe rinvenire anche in situazioni oggettivamente cattive. Non si comprende affatto, poi, per quale mistero della fede il peccato mortale di concubinaggio possa nascondere in sé – come asserito da importanti personaggi – un’incipiente sacramentalità…

Certi discorsi mi spingono ad immaginare il caso assurdo di un medico che, di fronte a un paziente malato di cancro, gli dicesse: «Vedi, tu hai un tumore, ma per il resto stai bene. Perciò non ti prescrivo alcuna cura; al massimo, se proprio vuoi, fatti una tisana»… o quello di un medico che, per non turbare il medesimo paziente, con misericordia e tenerezza non gli dicesse nulla e lo lasciasse andare con una pacca sulla spalla e qualche parola rassicurante del tipo: «Ti voglio bene» oppure «Dio ti ama così come sei». Ovviamente, ci sarebbe di che denunciarlo. Noi non corriamo questo genere di rischi, nella vita presente; ma quando ci presenteremo al giudizio… come renderemo conto dei talenti affidatici? La prima forma di carità e misericordia – soleva ripetere un santo Papa venuto da un Paese lontano, ma ancora in Europa – è dire la verità agli uomini, specie se erranti.

Quanto all’uscire, annunciare… trasfigurare che ci è stato indicato come linea pastorale (?) da seguire nei prossimi anni, posso senz’altro concordare sul fatto che sia effettivamente urgente distogliersi, nella Chiesa attuale, dal morboso ripiegamento su se stesso di chi si bea contemplando il proprio ombelico e si meraviglia che altri non si sentano attirati a fare altrettanto. Non mi è però ben chiaro come questo fine sia perseguibile mediante una suprema tensione verso l’uomo piuttosto che – come di norma in qualsiasi religione – verso Dio… a meno che, i fianchi cinti da un grembiulino, non si sia scambiato l’uno con l’altro. Parafrasando il grande commediografo inglese, potrei così concludere: «God or man? This is the problem». Sarò forse un presuntuoso ma, dal canto mio, non ho di questi dubbi amletici e non ne ho mai avuti: per grazia di Dio, ho fatto la mia scelta e non me ne pento.

P.S.: un vecchio canto popolare della Via crucis, noto in varie regioni d’Italia, si rivolge al Redentore paziente con queste parole: «Gesù mio, con dure funi, come reo, chi ti legò? Sono stati i miei peccati: Gesù mio, perdón, pietà».
I meno devoti, un tempo, si prendevano una magra rivincita sostituendo al testo della risposta la seguente parafrasi: «Sono stati i preti e i frati…». Per quanto irriverente, questa triste bravata potrebbe farci riflettere sulle nostre attuali responsabilità di pastori: vogliamo anche noi, ancora una volta, crocifiggere Gesù per rifiuto della sua vera identità di divino Salvatore universale e per connivenza con i poteri di questo mondo, come già le autorità giudaiche?

Vi scongiuro: rimaniamo con Cristo e vegliamo con lui per la sua Chiesa, perfino a costo di rimetterci personalmente. Buona Pasqua.









Nuovo popolo cercasi

 Questo si scriva per la generazione futura: e un popolo nuovo darà lode al Signore (Sal 102 [101], 19).

Lo so bene: le geremiadi non piacciono a nessuno. Il fatto è che il povero Geremia aveva ragione; ma la sua singolare vocazione fu di parlare per non essere ascoltato – nemmeno dopo la catastrofe. Ciononostante, egli rimase fedelmente con il rimasuglio di Israele disfatto ed errabondo, pur di non abbandonarlo al suo destino, e con il suo popolo cocciuto, nonostante il contrario responso divino, emigrò in Egitto, dove si persero le sue tracce (ma non le sue parole, rimaste monito prezioso per il futuro, sempre che si voglia intenderle). Come egli stesso aveva profetizzato, alcuni anni dopo Nabucodonosor arrivò fin là: la spontanea sottomissione predicata da Geremia e ostinatamente rifiutata dai suoi compatrioti, alla fine, fu imposta con la forza. Probabilmente sarebbe convenuto a tutti dargli retta fin da principio…

Quale interesse possono avere per noi queste antiche storie bibliche? Quello che ha tutta la storia sacra: la nostra salvezza eterna. Più di chiunque altri, un ministro della Chiesa deve interrogarsi su ciò che tale storia gli insegna per prendere le proprie decisioni.
Che ne sarà del popolo errante e ribelle, se i ministri di Dio decisi a fare la Sua volontà lo abbandonano? Se così avessero fatto Mosè, Elia o Geremia, come sarebbe sopravvissuto il popolo eletto?… e dove si sarebbe incarnato il Figlio di Dio?… e da dove sarebbe germogliata la Chiesa?

Di contro, però, la Parola divina ci invita pure ad uscire dall’accampamento portando, dietro Gesù, il suo obbrobrio (cf. Eb 13, 13). Come egli ha consumato il Suo sacrificio redentore fuori della Città santa, che lo aveva respinto quale Messia, così anche chi lo segue fedelmente dovrebbe dissociarsi espressamente da quel mondo ecclesiale che lo rinnega a fatti e a parole. Ma come continuare, poi, a guidare e sostenere i cattolici fedeli e quelli che, oggi pur così refrattari, cercheranno aiuto quando arriverà il castigo?


Il grosso della Chiesa terrena si è reciso dalle radici e, come accadrebbe a qualsiasi albero, è seccato. Attanagliato dal senso di vuoto e dalla nostalgia lacerante di qualcosa – e di Qualcuno – che i più giovani non hanno mai conosciuto, questo popolo disorientato e confuso si sforza in tutti i modi di convincersi da sé di quel che non sa più e di animarsi autonomamente di una vita che gli manca… perché, in realtà, ha perduto la sorgente della grazia.
Non serve a nulla, a questo punto, insistere ottusamente a irrigare l’albero secco e privo di radici con acque derivate in modo autarchico e velleitario.
All’organismo vivente che ci era stato trasmesso hanno sostituito un sistema artificiale che ha spento la fede e con il quale è impossibile suscitarla di nuovo, come mi ha fatto intuire, la notte di Pasqua, un episodio tanto fortuito quanto simbolico: non riuscendo in alcun modo ad accendere il nuovo cero pasquale in pura paraffina (che avrebbe bruciato con sgradevole odore e abbondante fumo nero), dopo aver recitato mentalmente un’Ave Maria mi è venuto in mente di mandare a prendere il vecchio cero del fonte battesimale (in pura cera d’api), che si è acceso immediatamente e ha poi brillato nella buia navata spandendo il buon profumo di Cristo.

Senza di esso, non so proprio come avrei potuto iniziare la Veglia pasquale… Senza un recupero della Tradizione, non vedo come possa rinascere la Chiesa, uccisa da un rito che non è più percepito come il Santo Sacrificio della nostra redenzione, ma come mero intrattenimento di natura socio-religiosa, di cui esistono oltretutto, in pratica, tante varianti quanti sono i ministri che lo celebrano. Una liturgia adattabile a tutti i gusti e a tutte le circostanze ha ingenerato la convinzione che l’uomo non debba conformarsi a Dio, ma piuttosto piegare l’idea di Dio ai propri capricci; così ora ci si pone in ascolto della Parola – come amano tanto dire – non per conoscere ciò che Egli vuole e obbedire a Lui nella propria condotta con l’aiuto della Sua grazia, ma per disquisire se quanto udito corrisponde o meno al codice morale personale (che è gioco-forza del tutto relativo).

Il fedele si è trasformato in severo censore della verità rivelata, giudicata in modo insindacabile sulla base delle massime mondane del momento… C’è poi da meravigliarsi che nessuno si confessi più – o, se lo fa, sia convinto di non avere alcun peccato e ne approfitti, eventualmente, per denunciare i peccati di altri: marito, suocera, figli, parenti, colleghi e via dicendo?

Ma che importa? Se è assente la vita di grazia (locuzione ormai indecifrabile) e dilaga il peccato mortale, la piaga infetta e non curata è dissimulata con fiumi di parole; se la vera fede è morta, ci si dimena in attività aggregative che non la richiedono affatto; se non si prega più, si corre da un santuario all’altro – basta che in albergo si mangi bene. Se la Chiesa ha tradito il suo Signore, si può sempre osannare il líder máximo, che sta fondando una nuova religione in cui, finalmente, saremo tutti uguali, cattolici e non, cristiani e non, credenti e non… Era ora che finisse quell’odioso mondo di discriminazioni che faceva distinzione addirittura tra maschi e femmine, giovani e vecchi, onesti e disonesti…! Questo mondo di oggi, effettivamente, tra poco finirà, implodendo sul proprio vuoto spinto. Bisogna quindi preparare fin d’ora la generazione futura che sopravvivrà alla catastrofe, quel popolo nuovo che darà lode al Signore con la verità del proprio essere e operare.

Ecco dunque la risposta alla domanda formulata all’inizio: bisogna rimanere dentro, ma in modo diverso; sarà la qualità della presenza ad attirare chi cerca Dio. Ciò da cui bisogna uscire è la struttura mortifera, gestita da vescovi increduli, in cui la Chiesa si è rinchiusa e soffocata, per creare in alternativa ambienti vitali – non necessariamente riconosciuti, ma nemmeno in stato di rottura – in cui si possa realmente respirare lo Spirito Santo e crescere nella vita soprannaturale. Quale sia la soluzione concreta per attuare questo programma, non mi è stato ancora indicato dall’alto; ho un’idea sulla possibile guida. Invito perciò i lettori ad offrire preghiere e sacrifici per questa intenzione e a rimanere in contatto. Credo che vi abbiamo tutti interesse – un interesse supremo.

Al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!» (Sal 22 [21], 32).









Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 9:47 PM
 
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C’era una volta…

 C’era una volta un mondo felice, dove tutti volevan la pace e condannavano la guerra, facevan l’amore ed eran fra loro fratelli, cantavan canzoni al suon della chitarra per costruire ponti da un continente all’altro… Una volta fermato il conflitto del Vietnam, finita la crisi energetica e passati gli anni di piombo, una nuova èra paradisiaca sembrava ormai sul punto d’instaurarsi.

Quei cattivoni  del far west da una parte e deigulag dall’altra, certo, continuavano a farsi la guerra fredda, ma chi avrebbe mai creduto che, un giorno, sarebbe pur caduta la ferrea cortina che spaccava il Vecchio Continente in due fortezze fieramente opposte?

A questo punto il vento della libertà soffiò ormai incontrastato; gli uomini dei due mondi, non più trattenuti da muri, poterono scambiarsi entusiasti i doni delle rispettive ricchezze – il materialismo teorico e pratico – con i loro specifici effetti, i quali, sommandosi, avrebbero prodotto un meraviglioso risultato: un assoluto disprezzo per la verità, la giustizia, la legge, l’onestà e la vita stessa. Nel frattempo, la bella addormentata nel bosco dei suoi documenti, convegni, programmi, discorsi e istruzioni per l’uso celebrava trionfalmente la propria trasformazione da crisalide in… lepidottero orribile e sgraziato, elaborando a mo’ di giustificazione una nuova teoria del sublime convertito in laida, banale e offensiva celluloide. Scaricata nella spazzatura la ricchissima eredità del passato come fosse ingombrante ciarpame, libera da qualsiasi zavorra corse incontro al nuovo mondo che nasceva, agile e leggera come un’innamorata.

Per mirabile prodigio, non s’era accorta che non era ancor giunto alcun principe a svegliarla; così non vedeva né sentiva quanto il nuovo mondo, tanto amato, tramava a suo danno – e a quello dell’umanità intera. Ma no, non c’era nulla da temere: come per incanto, eravamo diventati tutti buoni; bastava avere le idee giuste. Che importa che, nelle cosiddette comuni, i bambini fossero costretti ad assistere all’accoppiamento selvaggio e promiscuo di uomini e donne, fra cui il papà e la mamma (sempre che sapessero chi erano)? In fin dei conti, un fondo di bene c’è in tutti, compreso chi si batte per divorzio, aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, manipolazioni genetiche, eutanasia e quant’altro…

Così i fautori radicali di questa barbarie bestiale, zitti zitti, occuparono a poco a poco i posti-chiave della società civile e dei poteri mediatici; venuti oggi allo scoperto, impongono ormai apertamente, anche agli infanti dell’asilo, masturbazione e pratiche omosessuali. In simile temperie socio-culturale, non ricordo che qualcuno – nemmeno al catechismo – m’abbia fatto imparare a memoria (che parolaccia!) i Dieci Comandamenti… tant’è vero che, adolescente, li confondevo ancora. Eppure la Bibbia era stata la base di tutto: catechesi, predicazione, preghiera… tutto era biblico. Il gruppo-giovani della parrocchia meditava ogni settimana il santo Vangelo, sul quale ognuno metteva a parte gli altri dei propri elevati pensieri, compresi i quotidiani diverbi col babbo o con la mamma…

Poi ci si sposò, si divorziò, ci si riaccoppiò… come da manuale. È impressionante come certe storie di ferventi cattolici assomiglino a quelle di gente che a Messa c’è stata, l’ultima volta, il giorno della prima comunione – a parte la farsa degli sponsali che, un po’ per le foto, un po’ per la suocera, veniva meglio in chiesa. Che qualcosa sia andato storto?… non dico nel privato, ma in tutto l’insieme. Eppure sembrava che fosse solo questione di comprendere e accettare determinate idee (tanto che, sempre nell’adolescenza, i Sacramenti mi sembravano, stando così le cose, un sovrappiù abbastanza superfluo); il tutto della salvezza e delle promesse divine, del resto, era qui sulla terra e consisteva nel nostro stare insieme – talvolta un tantino conflittuale, ma contenente pur sempre la pienezza assoluta del bene supremo. Ma questo è disfattismo, qualunquismo, menefreghismo! È per partito preso che non vuoi vedere i magnifici frutti del rinnovamento post-conciliare… O è per ordine di scuderia – se è permesso replicare – che non si possono ammettere i suoi catastrofici risultati?

La conoscenza del vero Dio, necessaria per vivere in modo a lui gradito e accogliere con frutto la grazia che salva, si è dileguata per fare spazio a un attivismo convulso e scomposto con il quale non di rado lo si offende o si dà scandalo, come se non bastassero i peccati mortali pacificamente ammessi o tollerati… Giusto per fare un esempio, uno studente che aveva passato in parrocchia infanzia, adolescenza e giovinezza, dirigendo il servizio dell’altare e facendo catechismo ai bambini, poté tranquillamente provare la vita a due, prima di sposarsi: visto che si volevan tanto bene, avrebbero fatto ancora in tempo a lasciarsi, se non avesse funzionato. Il suo fidato mentore (poi diventato direttore spirituale niente meno che nel seminario del Papa, che lo ha scelto di recente come vescovo ausiliare), interpellato sul fatto, risponderà candidamente: «E vabbè, tanto mo’ se sposano»… 

Che potranno insegnare ai giovani i sacerdoti da lui “formati”? Tutt’al più i rudimenti di quel nebuloso nuovo umanesimo nel quale la retta fede e lo stato di grazia sono perfettamente irrilevanti: basta praticare un volontariato di cui anche gli atei sono capaci, dato che non esige alcun esercizio delle virtù teologali infuse nei battezzati, ma unicamente quello delle forze naturali, guidato oltretutto non dalla Parola divina, ma dalle idee umane del momento; così andiamo tutti d’amore e d’accordo, credenti o meno. Non c’è che dire: come antidoto contro il nichilismo imperante (grazie al quale un pilota depresso non ha scrupolo alcuno a schiantarsi con l’aereo e con tutti i passeggeri a bordo), questo ritrovato sarà certamente risolutivo.

L’importante è sbracciarsi per fornire vitto e alloggio gratuiti a chiunque sbarchi sul nostro suolo, compresi i maomettani che buttano a mare i compagni di traversata di fede cristiana (oggi ospiti delle patrie galere a spese di chi lavora per non arrivare neanche a fine mese, domani liberi di scorrazzare indisturbati dovunque)… e se non concordi, ti bollano come razzista xenofobo. Questa non è una favola, ahimé, è tutta storia vera, esperienza di vita di chi scrive e di chi legge. Se l’idiozia e l’indecenza dilagano entro il sacro recinto, figuriamoci fuori…
A che pro strapparsi le vesti, a questo punto, per bullismo, pedofilia, violenza sulle donne, stragi stradali, criminalità organizzata, disastri ambientali, cataclismi naturali, sfruttamento selvaggio delle risorse e dei popoli, con le guerre, le guerriglie e il terrorismo che ne sono corollario? Poste certe premesse – e tolta ogni barriera – ci si poteva aspettare qualcosa di meglio?… Ma che c’entra?

Chi convive, si sposa, si separa, si risposa, si rilascia… non fa del male a nessuno (a parte i figli). Il fatto è che, come qualunque ingegnere sa bene, se si tocca anche un solo pilastro si mette in pericolo la stabilità di tutto un edificio, il quale potrebbe anche polverizzarsi nel giro di pochi secondi con tutti gli abitanti che custodisce, come accadde a Roma una notte di dicembre del 1998. Dato che mancava poco a Natale, il giorno dopo capitai, senza saperlo, a casa di un’ammalata il cui figlio era rimasto sotto. Non ricordo cosa riuscii a dirle con la mia “formazione” del seminario…
 Con buona pace dei “preti di strada” e affini, la legalità non basterà mai a correggere l’uomo e a salvare il mondo. A parte i legittimi dubbi circa i contenuti di detta legalità, sollevati dal fatto che le legislazioni civili permettono crimini orrendi come l’aborto e la selezione genetica, mi sembra che si dovrebbe piuttosto ricominciare a parlare dimoralità.

Che dire poi del fatto che l’esponenziale moltiplicarsi di leggi e regolamenti è inversamente proporzionale alla loro efficacia, vista pure l’inefficienza della giustizia?
Al massimo è un tentativo di nascondere la marea di corruzione che ha travolto la società e lo Stato: corruptissima republica, plurimae leges, come già asseverato da Tacito. Chi non conosce né osserva la legge divina, per qual motivo dovrebbe sentirsi obbligato a rispettare le leggi umane? Non si farebbe prima, allora, ad andare alla radice dei comportamenti illeciti, cioè alla responsabilità morale dell’individuo? Ma chi è, oggi, in grado di educare a tale responsabilità?

I preti del vabbè?… o non piuttosto quelli attualmente torchiati dalla stessa gerarchia a causa della loro fedeltà alla dottrina cattolica e alla vera liturgia della Chiesa? In ogni caso, degli uomini di Dio che non credano alle favole, ma a Lui.







Doglie del parto

Stiamo soffrendo in modo inaudito per lo stato della Chiesa; ma non è una sofferenza sterile, bensì il preludio di una rinascita. Certamente il Corpo mistico non può morire né rinascere: è nato una volta per tutte dal costato trafitto del Redentore crocifisso e cresce incessantemente verso la propria consumazione celeste. La sua componente terrena, tuttavia, essendo legata alle vicissitudini della storia, può conoscere alterne fasi di fioritura o di declino.
Se è vero – come è vero – che il suo stato di salute non si misura sull’indice di gradimento mediatico del suo (supposto) capo visibile, in questi anni non possiamo certo esultare, se osserviamo quanto la pratica delle virtù evangeliche si sia drammaticamente rarefatta e il ricorso al sacramento della Penitenza sia vistosamente precipitato; se poi si mettono in conto le assoluzioni invalide per mancanza di sincero pentimento e di proposito efficace, la situazione si rivela ancora più tragica.

Tra pochi mesi, per giunta, partirà l’inedito giubileo della misericordia (come se un anno santo non servisse per sua natura a concedere il perdono di Dio a chi ha le disposizioni interiori necessarie, con la remissione delle pene del Purgatorio a chi è libero da qualsiasi attaccamento al peccato…). Dei missionari pontifici saranno incaricati di recarsi in ogni singola diocesi per garantire l’ottemperanza alla volontà papale, casomai qualche vescovo o parroco renitente osasse pensare di mantenersi entro i limiti della sana dottrina. Essi avranno la facoltà di rimettere anche i peccati che comportano la scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica: un Guglielmo di Nogaret potrebbe farsi assolvere sul campo, mentre monsignor Faure starà certamente nutrendo speranze in un’insperata riconciliazione con la nomenklatura romana.

Scherzi a parte, il numero di confessioni sacrileghe – e di conseguenti comunioni sacrileghe – aumenterà in modo esponenziale.

Come si farà, oltretutto, a distinguere i sacerdoti dei quali ci si può fidare perché, nell’assolvere e nel consacrare, intendono realmente fare ciò che fa la Chiesa? Non tutti hanno il dono spirituale di percepire, come una santa madre di famiglia di mia conoscenza con cinque figli a carico e marito disoccupato, se un sacerdote è stato generato o no dalla mistica unione di Gesù e Maria insieme sofferenti sul Calvario. Sarebbe a dire che non tutti i sacerdoti sono ugualmente consacrati? Ovviamente no: è sufficiente che siano stati validamente ordinati; ma non tutti hanno la stessa fecondità spirituale. Una cosa è rigenerare le anime con il Sangue di Cristo (e con il proprio, mescolato ad esso), un’altra è fungere da animatore-intrattenitore-aggregatore a servizio di una struttura socio-assistenziale.

Il secondo può pure lavorare ad orario, dedicando il tempo libero ai suoi interessi preferiti, leciti o meno; il primo è crocifisso in permanenza con Colui che rappresenta e, proprio come il divino Agricoltore, si sforza senza posa di liberare dai rovi la Sua vigna e di tenerne lontano le bestie selvatiche. Dato però che la cinta è stata abbattuta e che la vigna si ribella, in quanto ama i suoi rovi e non vuole separarsene, il compito del ministro fedele appare sempre più come una missione impossibile. Se poi la vigna soffre acutamente per i parassiti che la infestano a causa dei suoi stessi peccati, a cui non vuole assolutamente rinunciare, come fa un Pastore, per quanto misericordioso, a provare giusta compassione per essa? Senza meno sarà afflitto dal suo stato, ma in coscienza non potrà sentirsi solidale con sofferenze colpevoli, se la sua coscienza è retta. È pur vero che il Figlio di Dio si è fatto peccato per la nostra giustificazione (cf. 2 Cor 5, 21), ma non perché chi è rinato dal Suo sacrificio continuasse a crocifiggerlo…

Non tutte le sofferenze sono uguali: quelle di cui si è responsabili per ostinazione nel peccato non portano nulla di buono, ma sono utilizzate dal diavolo per spingere i fedeli di Cristo alla bestemmia e all’apostasia, dopo averli indotti alla disobbedienza, a meno che il peccatore non ascolti il sussurro dello Spirito Santo, che di quelle stesse sofferenze si serve per spingerlo alla conversione. Per quanto sembrino intollerabili, invece, quelle provocate in un’anima pura dal triste spettacolo del male, ormai ammesso e giustificato anche da (falsi) uomini di Chiesa, hanno uno sbocco positivo; una madre sa di che si tratta, perché ha sperimentato nel fisico un dolore simile per analogia.

Questi sono dolori del parto: sta per nascere un mondo veramente nuovo, nel quale la Sposa di Cristo che è sulla terra, purificata dalle menzogne e dai peccati che ne derivano, risorgerà santa e immacolata, come la vuole il suo Sposo. Per il momento tutto questo non si vede, perché è come un feto nascosto nel grembo materno; ma un giorno – forse non lontano – verrà alla luce, partorito dalla Vergine Madre come già una volta ai piedi della Croce.

Secondo la profezia della beata Anna Caterina Emmerich, combinata con la visione di papa Leone XIII, si può calcolare che occorra resistere ancora per venti-trent’anni. Visto che per Lui mille anni sono come un giorno solo, si tratta di una manciata di minuti, neitempi di Dio – i quali non sono una scusa per lasciare che i peccatori perseverino nel peccato grave (attribuendone la responsabilità, in definitiva, a Colui che in realtà lo aborrisce), ma un’opportunità di salvezza che la sua infinita pazienza concede loro. Forse alcuni di noi vedranno la nuova èra dall’alto, festeggiandola con gli Angeli e i Santi; l’importante è che la loro preghiera non ci abbandoni per tutto il tempo in cui dovremo lottare in questo mondo, in cui i demòni si sono scatenati e scorrazzano indisturbati dappertutto – anche nelle chiese.

Ebbene, sono cominciate le contrazioni, ci avviciniamo alla battaglia decisiva; ma non abbiamo nulla da temere, purché rimaniamo fedeli a Colui che ha vinto il mondo e dona anche a noi la capacità di vincerlo grazie alla fede in Lui (cf. Gv 16, 33; 1 Gv 5, 5).

La donna, quando partorisce, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo (Gv 16, 21).





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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9/12/2015 9:53 PM
 
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sabato 2 maggio 2015

In periferia o nel cuore?

 Si insiste molto ultimamente, nei nuovi generi letterari del “magistero mediatico” (interviste, chiacchierate, discorsi a braccio…), su una certa idea di misericordia e su quelle che, con icastica concisione, sono state battezzate periferie esistenziali, le quali risultano destinatarie privilegiate di quella (quasi) universale misericordia che, dopo due millenni di predicazione cristiana, è stata scoperta soltanto l’altro ieri. Come mai nessuno ci avesse pensato prima né – a quanto pare – avesse mai fatto caso a quelle turbe di infelici costrette ai margini della storia dall’egoismo dei cattolici (non certo dei calvinisti che hanno inventato il capitalismo né dei massoni che lo hanno imposto a livello planetario)… resta un indecifrabile mistero; ma – come per tutti i misteri – bisogna crederci e basta, soprattutto se è parola del nuovo messia. Se un altro pretendesse la stessa acquiescenza stolida e cieca, sarebbe immediatamente denunciato come manipolatore di coscienze o bieco integralista; ma lui no, anzi… 

Ad ogni modo, nell’intervento di oggi vorrei soffermarmi su una realtà che, nell’odierna Chiesa Cattolica, occupa un posto decisamente periferico e che, proprio per questo, dovrebbe godere di una predilezione speciale, da parte non solo del supremo Pastore, ma pure di quanti si dimenano a imitarlo pedissequi onde emergere dalla massa nella speranza di una promozione (ovviamente non per carrierismo o spirito mondano, ma per pura carità evangelica). Non mi sembra giusto chiamarci noi stessi con quel termine dalle risonanze estremistiche con cui siamo stati bollati senza appello, tradizionalisti

Le parole hanno un peso; chi accetta un nome finisce col diventare suo malgrado ciò che il nome esprime. Siamo semplicemente fedeli e sacerdoti che, per la salvezza del mondo e dell’anima propria, vogliono rimanere attaccati alla fede trasmessa e alle radici della vita di grazia – né più né meno.

Le verità e i mezzi della salvezza eterna non li abbiamo certo inventati noi, ma li abbiamo ricevuti da Cristo e, pertanto, non possiamo fare altro che conservarli integri come ci sono stati consegnati, dato che dovremo renderne conto. Stranamente, però, su questa singolare periferia della Chiesa, attualmente, non cade nemmeno una goccia di quella tanto sbandierata misericordia che è invece largamente concessa, nei fatti, a chi cambia sesso, pratica la sodomia, vive in adulterio permanente, eccetera eccetera. Paradossalmente, oggi un musulmano, in una parrocchia cattolica, trova un’accoglienza ben più calorosa di quella riservata a un cristiano fedele alla Tradizione…

Quest’ultimo, tuttavia, non chiede se non di poter seguire la propria coscienza e di essere rispettato per questo; invece non riceve altro che insulti e porte sbattute in faccia, in un’epoca in cui, in certi Paesi europei, “cattolici” e protestanti si scambiano allegramente le chiese – quelle non ancora messe in vendita – e accolgono a braccia aperte i “fratelli” di fede islamica in quanto adorerebbero lo stesso Dio (forse quello sincretico che adorano loro, non certo noi).

Che dire? Ci dev’essere una logica un po’ particolare dietro questi comportamenti, logica che sfugge, evidentemente, alla nostra limitatezza di vedute. Bisogna essere più aperti, che diamine! È certamente colpa nostra se quella “misericordia” così arbitraria non ci tange… Guardo caso, anche il misericordioso e clemente Allah appare un tantino capriccioso nei confronti degli uomini. Ma insomma, perché non ci convertiamo tutti, una buona volta, allo spirito della “nuova pentecoste” per unirci con tutti i credenti? Forse perché di Pentecoste ce n’è già stata una e, dato che il buon Dio fa le cose come si deve, non ha bisogno di ripetersi – e, soprattutto, non si contraddice.

Le promesse di Gesù sono perennemente valide ed efficaci; l’assistenza del Paraclito da Lui garantita alla Chiesa non è mai stata sospesa nemmeno un istante, da parte sua; sono semmai i cristiani che possono respingerla, come è successo in tutti i movimenti ereticali fino al protestantesimo, al modernismo e al… francescanismo. Il rischio della mondanità spirituale fu denunciato già nel 1953 da uno dei teologi più amati nel nuovo corso: «Nessuno di noi è totalmente al sicuro da questo male. Un umanesimo sottile, avversario del Dio Vivente, e, segretamente, non meno nemico dell’uomo, può insinuarsi in noi attraverso mille vie tortuose. […] Il “peccato contro lo Spirito” è sempre possibile» (H. de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, 446-447).

Sessant’anni dopo, le uniche modifiche da apportare a questo testo profetico riguardano l’aggettivo sottile che qualifica l’umanesimo, oggi divenuto palese e grossolano, e la possibilità – ormai ampiamente realizzata – che esso si insinui nei cattolici, fra i quali ha sostituito la fede e domina incontrastato sotto le sue apparenze. 

Di fronte a tale esito, non possiamo più sentirci nemmeno periferia: pur rimanendo – come potrebbe essere diversamente? – dentro la Chiesa una, sancta, catholica et apostolica, noi usciamo con decisione da questo baraccone che ne ha conservato le strutture esterne, ma ha venduto l’anima al diavolo. Si tengano pure il loro surrogato di misericordia, non ne abbiamo assolutamente bisogno: non perché siamo farisei che si ritengono esenti dalla debolezza umana e non bisognosi del perdono divino, ma perché Dio ci ha fatto grazia e, perdonandoci tutti i peccati sinceramente e validamente confessati, ci ha donato una vita nuova, alla quale non rinunceremo neppure a costo del martirio. 

Va bene uscire… ma per andare dove?

Grazie alle vostre preghiere, la risposta che attendevo è arrivata, attraverso una lettrice, prima di quanto sperassi. Possiamo formare una parrocchia virtuale che, mediante gli strumenti informatici a nostra disposizione, metta in comunicazione le persone pronte a rispondere alla chiamata divina a formare il cuore del futuro Corpo mistico. Dato che senza sacerdozio non c’è Chiesa, si può approntare una lista di ministri affidabili operanti in Italia – e, se Dio vuole, anche all’estero – ai quali rivolgersi per la direzione spirituale e i Sacramenti a seconda della zona di residenza, facendo se necessario dei sacrifici per raggiungerli, come già fanno tanti.
Per garantire il legame con la tradizione apostolica, ho pensato a un Pastore fedele che potrebbe prenderci sotto la sua protezione, dando ai sacerdoti che ne avessero bisogno la possibilità di esercitare legittimamente il ministero. Bisogna ora pregare, quindi, per l’incontro che, a Dio piacendo, avrò con lui tra qualche giorno. Forza e coraggio, il tempo stringe. 

Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele; risana i cuori affranti e fascia le loro ferite (Sal 147 [146], 2-3).










Uscire da Babilonia

Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati e non ricevere parte dei suoi flagelli (Ap 18, 4).
Il ricorso a questo testo ispirato, nel discorso che stiamo sviluppando da alcuni mesi, presenta di primo acchito due inconvenienti non trascurabili, ma in realtà facilmente superabili. Innanzitutto, queste parole si riferiscono propriamente al piano socio-politico-economico, non a quello della falsa religione incaricata di legittimare il regime della bestia (cf. Ap 13, 1ss.11ss).

In secondo luogo, la loro lettura è distorta, da ben cinque secoli, da un illegittimo filone interpretativo che identifica Babilonia con la Chiesa Cattolica. Chiunque abbia un po’ di buon senso si chiede ovviamente come avrebbe potuto, l’autore sacro, bestemmiare in tal modo la Sposa del suo Signore; ciononostante, tale argomento continua ad essere ampiamente utilizzato da una multinazionale della carta stampata che, mediante il plagio sistematico e un turpe sfruttamento di persone manipolate, strappa alla Chiesa milioni di fedeli per ingabbiarli nelle sue angoscianti menzogne, che ripugnano a qualsiasi intelletto sano e minimamente istruito.

Ad ogni modo, che simile interpretazione sia fasulla appare evidente non appena se ne indaghi l’origine storica. Un falso religioso, divenutolo per sfuggire alla giustizia dopo aver ucciso un uomo in duello ed essersi rifugiato in un convento agostiniano, aveva pensato bene di risolvere il proprio conflitto interiore proiettandolo all’esterno e scatenando una ribellione ideologica contro il Romano Pontefice; i prìncipi tedeschi, prendendo la palla al balzo per sottrarsi all’obbedienza imperiale, lo avevano preso sotto la propria protezione impedendo l’applicazione della condanna.

A questo punto l’ispirato “riformatore” aveva proceduto, dopo tredici secoli di latitanza divina, al ripristino del cristianesimo autentico reinventandone dottrina, istituzioni e gerarchia; con una lettura strumentale della Sacra Scrittura, rescissa dal grembo della Tradizione che l’aveva prodotta, aveva poi creduto di giustificare il tutto bollando la Chiesa di Roma nel modo infamante che abbiamo appena visto. È peraltro innegabile che il Papato del Rinascimento non brillasse per virtù morali, ma nessuno si era mai sognato, come soluzione, di buttare tutto per aria…

I veri riformatori, i Santi, si erano già messi all’opera in ben altra maniera, senza certo scatenare una rivoluzione che non solo autorizzò chiunque lo volesse a proporsi come fondatore di una nuova confessione cristiana (quella giusta, evidentemente), ma scatenò oltretutto una serie catastrofica di guerre feroci che per un secolo e mezzo seminarono morte e distruzione, devastando l’Europa e frantumandone l’unità spirituale e culturale con l’erezione di un “muro di Berlino” ante litteram. La Chiesa Cattolica, dal canto suo, si riformò dall’interno con un movimento dal basso e dall’alto coordinato dalla Provvidenza: il risveglio spirituale suscitato dal pullulare di nuovi ordini religiosi e dalle iniziative di vescovi illuminati fu sancito e incentivato da un Concilio ecumenico che provocò un rinnovamento interno e un’espansione missionaria che hanno del miracoloso. Anche la corte papale dovette gioco-forza adeguarsi, sotto la spinta non di contestazioni chiassose o di rivolte violente, ma di una fioritura della santità senza precedenti.

In quell’epoca pur così corrotta e turbolenta, in ogni caso, non si registrano deviazioni dottrinali da parte dei Pastori, a differenza della nostra. Qui sta il punto: nessun paragone con i pretesti della rivoluzione protestante può reggere il confronto. L’attuale corruzione morale del clero e dei fedeli ha per causa proprio l’abbandono della sana dottrina. Se vogliamo, qualche analogia esiste tra il modernismo e il nominalismo tardo-medievale; ma ora il tradimento della retta fede non è più imputabile a singoli ribelli, bensì ad una parte sempre più consistente della sacra gerarchia. L’epoca odierna si può comparare soltanto con il IV secolo, quando i vescovi ortodossi erano scacciati dalle proprie sedi e l’arianesimo impazzava, sostenuto dall’Impero. Anche in questo caso, però, un dato assolutamente inedito fa saltare qualsiasi confronto: il nemico della verità, a Roma, non è più l’imperatore, ma il suo stesso (preteso) Vescovo.

Quest’ultimo, pur vestendo i panni del difensore dei poveri, appoggia in realtà l’ideologia del sistema che li stritola, facendosene propagandista e “profeta”. La subdola tattica di un colpo al cerchio e uno alla botte non può ingannare noi, ma travia le masse succubi dei poteri mediatici, i quali dànno sistematicamente risalto all’uno ignorando l’altro.

Ad ogni modo, qualsiasi discorso ufficiale è di fatto azzerato da gesti e battute dall’effetto incalcolabile: un papa che a suo dire può sbagliarsi, a meno che non pronunzi una definizione dogmatica (caso rarissimo), può anche fare a meno di aprir bocca; per capire le sue idee e le sue intenzioni, del resto, è più che sufficiente quanto dice per telefono, per incoraggiarli, ai leader di un partito inesistente che, per le misteriose vie della “provvidenza” massonica, tenendo banco per oltre un quarantennio hanno imposto al nostro Paese divorzio, aborto, droga e contraccezione selvaggia; oggi, nonostante la malattia e l’età avanzata, persistono imperterriti con eutanasia, omosessualismo e gender ideology. La raccomandazione di non mollare – parafrasiamo così la metafora oscena utilizzata dal supremo Pastore – dichiara in due parole da che parte egli stia…

A questo punto, il perentorio invito ad uscire da Babilonia si fa obbligo impellente, se non vogliamo farci complici dei suoi crimini e subirne l’imminente castigo. Per pura e immeritata grazia, noi apparteniamo alla Città di Dio, quella celeste Gerusalemme che si manifesterà discendendo dal cielo (cf. Ap 21, 2.10). Se la città di Satana si è infiltrata nella Chiesa fino ad occuparne i seggi più alti per metterli al proprio servizio, noi rigettiamo quanti abusivamente li occupano, non la Chiesa con le sue legittime istituzioni, in attesa che il Padrone della Vigna ci doni di nuovo un Pontefice degno. Nel frattempo raccogliamoci sotto la ferula di Pastori fedeli che ci guidino a pascoli sani e ad acque non contaminate. Il momento dello spartiacque è prossimo; è tempo di prendere posizione in modo reciso, senza più intempestive prudenze.

Grazie a Dio, con il valido concorso della vostra preghiera, l’incontro con il Prelato amico è stato molto consolante e promettente. Egli mi ha dimostrato profonda umanità esimpatia (nel senso etimologico di sentire/patire con altri) ed è disposto ad incontrare i sacerdoti che lo desiderano.

Alcuni già stanno rispondendo all’appello; chiedo loro, adesso, di manifestare per posta elettronica (all’indirizzoparrocchiavirtuale.slmgm@gmail.com) la propria disponibilità ad iscriversi – magari sotto pseudonimo, per garantire la riservatezza – su una lista da pubblicare sul sito per i fedeli che cerchino una guida pastorale sicura, capace di dispensare una dottrina autentica e di celebrare una liturgia degna; è sufficiente indicare un recapito telefonico e la zona di attività. I fedeli stessi possono segnalarsi inviando un messaggio al medesimo indirizzo. Se è volontà di Dio, la parrocchia virtuale potrà presto offrire una serie di servizi (catechesi, lectio divina, intercessione in linea; direzione spirituale per telefono o per e-mail) accompagnati da iniziative puntuali (appuntamenti di preghiera a distanza e, quando possibile, giornate di spiritualità, raduni e ritiri).

Si accettano idee e suggerimenti: la fantasia dello Spirito (quello di sempre) è inesauribile!




Due facce, un tradimento

 Un giorno incoraggia la Marcia per la vita (limitandosi peraltro a due parole di circostanza affogate nei saluti), il giorno seguente riceve in Vaticano, insieme con migliaia di bambini, una sterminatrice di bambini non nati, che non ha mai dato il minimo segno di ravvedimento e non si sogna nemmeno di abiurare le sue idee assassine, anzi vi persiste con accanimento, ricevendo addirittura un cordiale incoraggiamento dall’individuo in questione… Si è forse convinta, con questo, di poter esser riaccolta nella Chiesa Cattolica senza conversione, come pure il dittatore cubano conquistato dalla «saggezza e umiltà» del de quo, ma dimentico – o ignaro – della mai ritirata scomunica inflitta ai comunisti, in ciò accomunati agli abortisti? Con questo regime ecclesiastico, effettivamente, hanno entrambi di che ben sperare. La “riconciliazione” con Cuba, in fin dei conti, può pure rispondere, nelle intricate trame della geopolitica, a una qualche forma di logica, per quanto perversa.

L’informazione ufficiale ci ha tenuto completamente all’oscuro del fatto che i Russi stiano riaprendo sull’isola le basi militari chiuse appena pochi anni fa; come biasimarli, visto che la N.A.T.O., oltre a piazzare il suo “scudo” in Polonia e a voler fagocitare l’Ucraina, culla dell’antica Rus’, concentra navi nel Mar Baltico? Ecco allora che gli odiati yankees, improvvisamente, aprono le braccia agli inveterati nemici della porta accanto promettendo investimenti per risollevarne l’economia distrutta (leggi: per ridurre il regime sotto il loro controllo). Ma che c’entra, in tutto questo, l’argentino, che avrebbe cooperato al “disgelo” in modo decisivo? E se fosse stato proprio il nichilista Occidente in declino a sceglierlo come figura carismatica capace di ridargli un po’ di respiro di fronte ad un Oriente rampante che gli fa da minaccioso contrappeso?

L’Occidente soffre di odio contro se stesso: solo una mente lucida e acuta come quella di Benedetto XVI poteva cogliere nel segno con una diagnosi così esatta e folgorante; non per nulla l’hanno avversato fino a spingerlo alle dimissioni…

La storia insegna che l’Impero Romano crollò perché roso dall’interno da una crisi spirituale di chiaro stampo nichilistico, che la rapida diffusione del Cristianesimo poté solo rallentare, prima di creare un mondo nuovo sulle rovine dell’antico. Le invasioni barbariche furono soltanto l’ultima spallata ad una società che non aveva più ragioni per vivere e impegnarsi; ma se Nerone avesse dato ascolto a san Paolo (comparso davanti a lui per essersi appellato all’imperatore onde sottrarsi alla persecuzione giudaica) o Domiziano alla nipote santa Domitilla, anziché relegarla a Ponza, l’Impero sarebbe diventato cristiano ben tre secoli prima di Teodosio e la storia, certamente, avrebbe seguito un altro corso.

Oggi, nella Città eterna, non c’è più un Apostolo delle genti; quanto a colui che occupa il soglio di Pietro… sembra proprio lavorare per il fronte opposto: senza darlo ad intendere esplicitamente, anzi dando l’impressione di combatterlo, ma guardandosi accuratamente dal fare nomi e cognomi – il che è ancora più pernicioso per i semplici. Le sue condanne sono talmente vaghe e generiche che non dànno fastidio a nessuno; al contrario, ne aumentano a dismisura la popolarità a tutto vantaggio dei suoi sostenitori occulti. Da questo punto di vista, anche i plateali abbracci agli abortisti rientrano in una logica precisa, dove il minimo gesto e la singola parola sono calcolati con matematica astuzia: con il contentino ai cattolici testoni, arriva puntualmente la conferma aglisponsor invisibili… Dopo due anni e passa di questa squallida manfrina, bisogna essere tonti o disonesti per non volersi accorgere di nulla e ripetere beatamente che è tutto normale.

D’altra parte il signor B. ha una consolidata esperienza della tattica: cambiar faccia a seconda di chi s’ha davanti. Personaggi di alto rango, nel suo Paese, confermano in via ufficiosa – non potendo dirlo pubblicamente – che alcune teste, all’epoca della dittatura, saltarono anche grazie alle sue delazioni. È pur vero che molti dei desaparecidos (quelli reali, non i trentamila denunciati dalle donne della Plaza de Mayo pagate dall’Internazionale Socialista) erano terroristi della peggiore specie che, ammazzando i militari e stuprandone le mogli, si erano scandalosamente arricchiti in un clima di assoluta impunità; ma la repressione andò un po’ troppo oltre, sostenuta dal governo americano, e si fermò soltanto in seguito alla sciagurata avventura delle Falkland. Con questi dati, il cerchio sembra chiudersi: l’abile provinciale gesuita lavorava forse per la C.I.A.?

Fantapolitica? Può darsi. In ogni caso, anche relegando tutto questo nel genere del romanzo di spionaggio, rimane un fatto innegabile: parlando di pace – con i bambini o con chiunque altri – il leader mondiale evita rigorosamente di indicare l’unico possibile fondamento di una pace reale: il riconoscimento della signoria di Cristo nell’osservanza dei suoi comandamenti.

La star che manda le folle letteralmente in delirio non parla mai dei diritti di Dio sul mondo, ma unicamente di quelli dell’uomo; non individua mai la vera radice di guerre e disordini nel peccato, ma li riconduce a cause secondarie come la sete di denaro e di potere; non riporta mai le persone alla loro responsabilità morale, ma vezzeggia come uno scolaretto alle prese con un tema su traccia di stucchevole e banale moralismo: bisogna esser buoni, aiutarsi, volersi bene… Bravo, piccino: dieci e lode per il contenuto, cinque meno meno per la forma.

Siamo seri: questo è tradimento. Tradimento di Dio, di Cristo, della Chiesa… e, quindi, anche dell’uomo bisognoso di salvezza. Tradimento e inganno, simulazione, menzogna: c’è ormai da vergognarsi ad essere cattolici. Ma noi, per grazia di Dio, cattolici siamo nati e cattolici moriremo, alla faccia di chi vuole sputtanarci – il quale farebbe bene a trarre insegnamento dagli eventi: quando meno se lo aspetta, un ictus può arrivare a chiunque, compresi i carnefici di congregazioni fiorenti e fedeli al Vangelo… È vero che l’erba cattiva non muore mai, ma solo perché il buon Dio è misericordioso e aspetta che si converta perché non finisca a bruciare per tutta l’eternità. Guai a chi abusa della sua infinita misericordia o la tradisce deformandola: sarebbe meglio per lui non esser mai nato.

Per avere un’idea del clima di intolleranza e di terrore che, in nome della misericordia e della tenerezza, regna attualmente nella Chiesa, basti pensare che l’unico prelato presente alla Marcia romana per la vita, domenica scorsa, è un cardinale che ha già pagato cara la sua libertà di fedele ministro di Cristo: uno su più di duecento porporati; su oltre trecento vescovi italiani, solo qualcuno ha inviato un messaggio di sostegno, senza scomodarsi. C’erano troppe talari in giro, quel pomeriggio: gente poco raccomandabile, se non pericolosa. Quei complici camuffati del sistema avranno preferito una sana pennichella, dimentichi della sorte riservata a vili, increduli, abietti, omicidi, fornicatori, fattucchieri, idolatri e mentitori (Ap 21, 8).
È pur sempre meglio perdere la testa come preti refrattari che finire per sempre nellostagno ardente di fuoco e zolfo; ma chi ci pensa più, ora che i “missionari” pontifici potranno rimettere qualsiasi censura, comprese le scomuniche riservate ai Vescovi diocesani, che si vedranno brutalmente scavalcati sul proprio stesso territorio? Alla faccia della tanto decantata collegialità! Quel che è peggio è che per l’aborto – a detta del prelato preposto alla nuova evangelizzazione (nel senso di annuncio di un altro vangelo) – il perdono sarà concesso a tutte le condizioni (anche senza pentimento?) edesteso a tutti i soggetti coinvolti (anche a chi non si confessa?)… È come dire: abortite pure a più non posso.

Ad ogni modo, i bambini sopravvissuti alla strage, lunedì scorso, sono stati istruiti sui modi di costruire la pace in compagnia della principale promotrice del massacro, calorosamente salutata dal loro “maestro”, che non ha menzionato neppure una volta la fede, il peccato e l’errore: forse intendeva la “pace” dell’inceneritore… Quelli che non sono riusciti ad ammazzare prima che nascessero, ora li pervertono con il loro mondialismo ateo e demoniaco: che tutte le religioni abbiano in comune il comandamento dell’amore del prossimo, è un’enorme bugia inventata da chi serve il padre della menzogna.

Fuori, fuori, uscite di là! Non toccate niente d’impuro. Uscite da essa, purificatevi, voi che portate gli arredi del Signore! (Is 52, 11).






 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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La rivincita della grazia

 Exsurgat Deus, et dissipentur inimici eius (Sal 67, 2).

Nessun Sinedrio, antico o moderno, potrà mai tappare la bocca agli apostoli di Cristo: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29). Queste parole di san Pietro, tante volte citate a sproposito dai disobbedienti alla legittima autorità della Chiesa, erano rivolte a coloro che avevano condannato a morte il Maestro per le sue pretese divine e, ora, stavano cercando di soffocare la predicazione cristiana. Avevano le loro ragioni: il Capo del collegio apostolico si stava imponendo, con la sola autorità spirituale conferitagli da Cristo, come guida del nuovo Popolo eletto, l’Israele rinnovato dalla fede nel Messia e in procinto di accogliere nel suo seno, secondo le antiche profezie, i pagani convertiti; il suo ascendente religioso era tale che la gente deponeva gli ammalati sul suo passaggio perché almeno la sua ombra li coprisse (cf. At 5, 15). Stava così emergendo una nuova gerarchia, sempre più riconosciuta anche da sacerdoti, anziani e dottori della Legge (cf. Lc 23, 50; At 6, 7; 15, 5); quella antica, ormai esautorata da Dio, sarebbe stata spazzata via, pochi decenni più tardi, dalla guerra giudaica.

Gli uomini ai quali non bisogna obbedire – come appare chiaramente – sono quindi quelli che rigettano la divinità di Gesù e la sua unicità assoluta come Salvatore. Quelli invece che sono non solo autorizzati, ma obbligati a disobbedire ai primi sono quelli che continuano a professare pubblicamente questa fede, noncuranti del fatto che essa sia rinnegata perfino da uomini di Chiesa che ne fanno ancora formalmente parte unicamente perché nessuno ha condannato ufficialmente le empietà che affermano. Che sia il capo di un dicastero vaticano dedicato alla cultura o un “monaco” mediatico, fondatore di una pseudo-comunità monastica priva di precisa identità confessionale, nel momento in cui negano la Risurrezione come evento reale si escludono da sé dal Corpo mistico e dalla salvezza eterna; che sia un cardinale amante del sassofono o rubicondi bevitori di birra scappati fuori da un quadro di Brügel, se giustificano la sodomia e l’adulterio permanente sono degni di un’orrenda pira… a meno che non ritrattino una volta per sempre.

Ad ogni modo, la situazione odierna è un’evidente dimostrazione del fatto che certiperfidi Iudaei, malgrado i ripetuti castighi divini, non si sono mai arresi; se non altro, bisogna dar loro atto di tenace perseveranza – intelligente per la capillare infiltrazione nella Chiesa, un po’ meno per l’essersi messa al servizio di un perdente. Intendiamoci: non siamo antisemiti, caso mai qualcuno si fosse già messo a urlare allo scandalo. I poveretti che morirono nei campi di sterminio – quanti furono realmente, non lo sapremo mai – ci finirono inviati dai loro stessi correligionari più ricchi e potenti che, invece, si trasferirono in America e, presi i comandi del potere politico e finanziario, hanno poi utilizzato la shoah come un’arma imbattibile per ottenere tutto ciò che volevano, a cominciare dalla creazione di uno Stato ebraico in pieno ambiente arabo…
Il sionismo dietro l’olocausto?!?

A parte il fatto che Adolf Hitler, come molti dei suoi più stretti collaboratori, aveva sangue giudeo nelle vene, ci sono sufficienti testimonianze per farsi venire il legittimo sospetto che la storia del secolo scorso vada riscritta: dei privilegiati, selezionati da commissioni composte di Ebrei, ebbero la possibilità di evitare la deportazione (come per esempio Etty Hillesum, che tuttavia preferì patire con il suo popolo). Quanta gente, ahimé, dovrebbe tapparsi la bocca, anziché profondersi in espressioni di sdegno interessato!…

Non c’è bisogno di diventare revisionisti: basta guardare la realtà storica senza retorica né manipolazioni. E poi, chi mai si è strappato le vesti per i milioni di Ucraini che Stalin, negli anni Trenta, fece crepare di fame? Qualcuno ha mai sentito parlare di holodomor? O forse quelli erano meno uomini degli altri? E i dieci milioni di contadini sterminati allo stesso modo già dal buon Lenin, che requisì tutti i raccolti per sfamare l’Armata Rossa durante la spaventosa guerra civile provocata dal suo colpo di Stato? Ebreo anche lui, nessuno ne parla…

In realtà, il nostro amore inesprimibile a Gesù, a Maria, agli Apostoli e ai primi Martiri ci fa amare visceralmente il popolo che Dio ha scelto per rivelarsi e incarnarsi. È questo amore che ci spinge a gridare loro: «Venite a Cristo, al Messia che Dio vi ha mandato! Non abbiate paura di aprirgli le porte!». San Pietro non si trattenne dall’esortare alla conversione nemmeno il supremo tribunale d’Israele, responsabile della crocifissione del Salvatore (cf. At 5, 30-31).

Se oggi i successori degli Apostoli si guardano bene dall’imitarlo, seguiamo l’esempio della Vergine Madre. Nella chiesa romana di Sant’Andrea delle Fratte, nel 1842, con la sua apparizione convertì all’istante l’agnostico Alfonso Ratisbonne, poi divenuto col fratello ardente evangelizzatore degli Ebrei. Tutto è possibile a Dio; basta sottomettersi a Lui acconsentendo all’azione dello Spirito Santo e accogliendo la testimonianza apostolica (cf. At 5, 32).

Spiritus Domini replevit orbem terrarum (Sap 1, 7): non c’è neppure un angolo dell’universo che possa sottrarsi alla sua presenza benefica, tranne il cuore dell’uomo che lo respinge. La Pentecoste, quest’anno, cade nel giorno dedicato a Maria Ausiliatrice e Corredentrice: invochiamo con forza la Sua intercessione perché lo Spirito Santo ci colmi nella mente e nel cuore, in modo che possiamo rivolgere a tutti un’efficace chiamata alla conversione, specie a coloro che, pur possedendo con noi le promesse divine, non ne hanno ancora riconosciuto l’adempimento. Nel giorno fissato, Cristo sorgerà per disperdere quelli che, fra di loro, hanno scelto il campo avverso pur di non piegarsi alla volontà del loro Dio. Allora, rimosse le cause della corruzione e della violenza che devastano la terra, ogni uomo vedrà la salvezza – e chi l’avrà meritata ne godrà in eterno.

Confirma hoc, Deus, quod operatus es in nobis. […] Regna terrae, cantate Deo […] qui ascendit super caelum caeli, ad orientem […]. Mirabilis Deus in sanctis suis; Deus Israel ipse dabit virtutem et fortitudinem plebi suae. Benedictus Deus! (Sal 67, 29.33-34.36). 






sabato 30 maggio 2015


La scure non è un bisturi

 Sono ben consapevole dei miei eccessi di zelo e, se con essi ho ferito o scandalizzato qualcuno, ne chiedo perdono dal profondo del cuore, innanzitutto a Dio e poi alle persone interessate. Il profeta al quale mi ispiro, quando il Signore lo interpella nel deserto, gli risponde con queste parole: Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum (1 Re 19, 10). È il modo in cui la Vulgata tenta di tradurre un costrutto caratteristico della lingua ebraica: si ripete il medesimo verbo in due forme differenti per conferire all’espressione la massima intensità possibile; in italiano si potrebbe tradurre: «Ardo di zelo incontenibile per il Signore, Dio degli eserciti». Altro esempio, ma di diverso ambito semantico: Gaudens gaudebo (Is 61, 10), ovvero: «Gioisco di gioia immensa».

È evidente che lo zelo, oltre che ardente, deve essere in pari tempo conforme sia alla ragione che alla carità. Una sua eruzione incontrollata può fare più danno che altro, ottenendo in definitiva un effetto contrario a quello che si prefiggeva. Detto questo, rimane pur vero che il suo strumento più adatto non può essere il bisturi, che si usa invece nella direzione delle anime. Per denunciare e stroncare l’errore ci vuole un altro attrezzo, quello che dà il nome a questo sito. Se nella vita naturale non è la stessa mano ad usare il bisturi e la scure, nella vita dello Spirito è possibile, purché si usi discernimento. Nella confessione, generalmente, non uso la seconda – a meno che non abbia davanti un cuore indurito che non vuol riconoscere i suoi peccati. Siamo tutti peccatori a cominciare da chi scrive: ma Dio solo vede le lacrime che verso per averlo tanto offeso…

Ecco dunque quel che ci vuole: uno zelo intelligente e caritatevole, che non miri cioè a sfogare il proprio sdegno, ma a pulire e dissodare il terreno per potervi piantare qualcosa. L’esasperazione, talvolta, fa brutti scherzi, ma l’importante è rendersene conto subito – anche grazie alla carità delle osservazioni altrui, che sono voce di Dio – e rimediare nel miglior modo possibile. In ogni caso, preferisco cedere di tanto in tanto all’imprudenza infiammandomi come un cerino che cadere in quel letargo spirituale in cui ho visto scivolare anche validi e combattivi confratelli, pur di non ammettere con semplicità che certi gesti e parole, da parte di chi è considerato Capo visibile della Chiesa, sono inammissibili. C’è una prudenza benefica, perfezionata dalla grazia e illuminata dallo Spirito Santo, così come c’è una prudenza letale per l’anima propria e per quelle altrui, quella “prudenza” tipicamente clericale, viscida e tortuosa, che riduce insensibilmente ad un habitus morale di inafferrabile e indefinibile ambiguità.

Due sono le strade possibili; la scelta si impone. Se guardo ai Santi predicatori, non ho alcun dubbio sulla direzione da prendere. San Domenico, per esempio, è rappresentato con una torcia ardente; san Vincenzo Ferrer con la fiamma dello Spirito sul capo; san Luigi Maria Grignion de Montfort, al quale è dedicata la parrocchia virtuale, con la Croce in mano nell’atto di arringare le folle per spronarle alla conversione. Lo zelo “imprudente” di quest’ultimo gli valse di farsi cacciare da tutte le diocesi in cui passava, nonostante la “patente” di missionario apostolico concessagli da Clemente XI. Altri tempi, altri papi… Alla fine, il vescovo della Vandea lo prese sotto la propria protezione e il Santo consumò là le sue ultime energie, prima di rendervi l’anima all’ètà di quarantatré anni. Le imperscrutabili vie della Provvidenza: proprio la regione che, ottant’anni dopo, avrebbe eroicamente combattuto per la sua fede, la quale avrebbe resistito perfino al barbaro genocidio perpetrato dalle colonne infernali inviate dai giacobini di Parigi.

Con questa fede nella guida provvidenziale della storia e in quella materna della Regina celeste, anche noi intraprendiamo la santa battaglia per la rinascita della Chiesa dalle sue radici. Un uragano sta per spazzare via i rami secchi, quei tralci che non sono rimasti uniti alla Vite vera con una fede retta e un’autentica vita di grazia; pur essendo ancora sulla pianta, non ne ricevono più la linfa. È pur vero che il Signore ha il potere di innestarli di nuovo, ma a questo fine è indispensabile una radicale conversione, che al momento è per molti umanamente impossibile a causa di un generale accecamento delle coscienze. Quando però, dopo che tutti gli appelli saranno caduti nel vuoto, arriverà il castigo divino quale ultimo rimedio disponibile, folle e folle correranno alla ricerca di un rifugio spirituale.

In fondo in fondo sanno bene di non essere nel giusto: una vocina, per quanto fievole e negletta, sussurra sempre ai loro cuori intorpiditi il richiamo alla verità immutabile che salva; la loro violenta intolleranza verso i pochi che ancora la difendono pubblicamente è solo un tentativo di zittire quello scomodo, ma amorevole bisbiglio.

Formiamo dunque dei focolai di resistenza, dei cenacoli di preghiera e di carità operosa che non solo sostengano la lotta, ma siano pronti ad accogliere quanti, quando sarà il momento, chiederanno aiuto di fronte alla minaccia. Al cancro generalizzato che ha invaso la Chiesa militante a partire dal clero può porre rimedio unicamente un intervento dall’alto; coloro che, scossi dal terrore, apriranno gli occhi sui propri peccati e accetteranno di rinunciarvi realmente, troveranno luoghi accoglienti e risplendenti della luce di Dio per ricominciare una vita nuova nella grazia.

Perché ciò sia possibile bisogna però prender le distanze dagli ambienti ecclesiali in cui regnano confusione dottrinale e corruzione morale: la donna dell’Apocalisse deve fuggire nel deserto per esservi protetta e nutrita da Dio (cf. Ap 12, 6).

È là che il Signore cresce i Suoi con lamanna nascosta (cf. Ap 2, 17) e la Vergine Madre prepara il Suo esercito di piccoli, quelli che il Montfort preconizzò quali apostoli degli ultimi tempi. Che Ella stessa ci mostri i passi concreti da compiere.









Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 10:01 PM
 
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 sabato 6 giugno 2015

Fino a quando verrò

Id quod habetis tenete donec veniam (Ap 2, 25).

Fino a che il Signore non ritorni, teniamo ben stretto ciò che abbiamo ricevuto: sono i mezzi della salvezza, anzi è la sua stessa vita già germogliata in noi, è Lui stesso vivente in noi: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20); «Egli è il vero Dio e la vita eterna» (1 Gv 5, 20). Non lasciamoci rubare Cristo, non lasciamoci estromettere dalla Chiesa: Extra Ecclesiam nulla salus (cf. DS 802, 870, 1351). Parliamo della salvezza eterna, la cui sola alternativa è l’Inferno, non della lotta alla crisi o alla disoccupazione, che sono salutari castighi per una società che ha rigettato Dio e ricusa ostinatamente di ritornare sulla retta via. Non lasciamoci distogliere dalla vera speranza, quella celeste, che poggia sull’offerta redentrice del Verbo incarnato e sulle Sue infallibili promesse; quella di cui già possediamo la caparra nelle primizie dello Spirito Santo, grazie al quale «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori» (Rm 5, 5; cf. Rm 8, 23; 2 Cor 1, 22; 5, 5).

«Se il nostro evangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso evangelo di Cristo, che è immagine di Dio» (2 Cor 4, 3-4). I ciechi, purtroppo, sono ormai innumerevoli, nella società e nella Chiesa stessa; chi non ha coltivato e custodito una fede retta e viva non ha difese dagli inganni di Satana, dio di questo mondo, e ingoia supinamente tutto ciò che i suoi scagnozzi gli propinano. La massa tumorale composta di questi poveretti – nonché di quanti l’hanno provocata spargendo le tossine di un falso insegnamento – ha ormai invaso con le sue metastasi tutta la componente terrena del Corpo mistico; l’unica soluzione è una conversione radicale, ma ci vorrà una terapia d’urto… Per decenni i sintomi della malattia, sebbene sempre più evidenti, sono stati non semplicemente ignorati o tollerati, ma molto spesso applauditi e incrementati come indice di buona salute, frutto di un indiscutibile progresso e rinnovamento.

Da questo punto di vista, sarebbe assurdo che le cellule sane si sentissero estranee al corpo perché quelle cancerose sembrano più forti e numerose. Le prime non possono avere nulla a che spartire con le seconde, pena l’essere a loro volta contagiate, ma non per questo sono fuori della Chiesa, nonostante il cancro sia arrivato fino alla sala-comandi, che per questo sta andando in tilt. È ovvio che questa situazione paradossale non possa essere indolore per la parte ancora immune, che soffre e geme nelle doglie del parto; ma quest’ultima non deve lasciarsi smuovere di un millimetro dalla certezza di fede – e dalla consolazione spirituale che ne deriva – di essere la vera Sposa di Cristo.

Quel settore della Chiesa visibile che lo ha tradito e, come una belva indiavolata, ne sta dilaniando il Corpo, di fatto non vi appartiene più, se mai ne ha fatto parte realmente. Da quest’opera diabolica di demolizione dall’interno possiamo e dobbiamo difenderci rimanendo saldamente convinti che non siamo affatto “fuori”, ma dentro più che mai, dentro quel Gesù che, sulla terra, è in agonia sino alla fine del mondo, sia in senso temporale che in senso geografico.

Abbiamo tutti i mezzi necessari per conservare la vera fede e l’unione reale al Corpo mistico: l’Eucaristia, la Sacra Scrittura, la Tradizione vivente nei Padri, nei Concili, nella Liturgia, il Magistero autentico fino all’ultimo Papa eletto in modo certo (riguardo al successore, san Roberto Bellarmino sentenzia: Dubius papa habetur pro non papa). Ciò che ci è stato trasmesso è immutabile, in quanto dottrina rivelata di origine divina: «La verità è principio della tua Parola: resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia» (Sal 119 [118], 160).

In ebraico il termine verità (’emet) appartiene all’ambito semantico della stabilità e della fedeltà, espresso dalla stessa radice della parola amen: Dio non può cambiare né venir meno alle Sue parole. La grazia o misericordia (ḥesed) è inseparabile dalla verità così intesa, al punto che i due termini ricorrono spessissimo associati in endiadi per qualificare il Dio della Bibbia (cf. per es. Es 34, 6). Una reale – e non immaginaria – fruizione della misericordia divina suppone pertanto un’adesione incondizionata alla Rivelazione cristiana – un’adesione vitale, capace di trasformare la coscienza individuale e di modificare l’esistenza concreta. Il resto è illusione, narcisismo, vanità… impuro e peccaminoso godere di sé.

La parte malata della Chiesa militante, in fin dei conti, ha avuto dal buon Dio ciò che voleva: un capo che ne sancisse il tradimento e l’apostasia facendoli passare persorprese dello spirito; rimane peraltro da chiarire a quale spirito ci si riferisca. La Provvidenza ha così avviato un’operazione-verità con cui sta distinguendo, nel Corpo mistico, le membra vive dalle membra morte, facendo venire allo scoperto chi, secondo l’efficace espressione agostiniana ripresa dal Vaticano II, è nella Chiesa con il corpo, ma non con il cuore (cf. PL 43, 197; LG 14).

Secondo il grande Dottore non basta essere battezzati, se è vero che lo stesso Battesimo salva gli uni e danna gli altri: Eodem Baptismo et boni catholici salvi fiunt, et mali catholici vel haeretici pereunt (De Baptismo contra Donatistas, 5, 28: PL 43, 198). Anche questo passaggio al vaglio è espressione di misericordia: per i veri cattolici, perché riconoscano i falsi e ne prendano le distanze; per gli altri, perché si rendano conto che non tutti sono con loro e, quando verrà il castigo purificatore, si ricordino che c’è ancora una possibilità di salvezza: tornare sulla via di sempre, accessibile a chiunque si decida a seguirla con l’aiuto della grazia. 







Il rifugio dei figli  

Cuore immacolato di Maria, tu ci hai rapito il cuore. L’infinita delicatezza dei tuoi sentimenti è un balsamo di vita per i figli che combattono in questo mondo di tenebra, che con odio ha estromesso Dio e voltato le spalle a tuo Figlio, il divino Redentore dell’umanità perduta e votata all’eterna dannazione a causa del peccato originale e di tutti i peccati, individuali e collettivi, che ne sono scaturiti. La sfacciata arroganza e la violenta intolleranza di chi si pretende al di sopra di qualsiasi giudizio morale sono un’offesa continua alla Sua misericordia, come pure l’insensibile freddezza e la cieca indifferenza di chi si compiace follemente del pantano in cui giace supino. Tu, cuore di madre, continui a soffrire le doglie del parto come sotto la Croce, pur essendo ormai ricolmo della beatitudine eterna ad un grado che supera quello di tutti i Santi e gli Angeli insieme.

Come potremmo non urlare di dolore nel vedere un affetto così delicato e premuroso coperto di insulti, bestemmie e rifiuti?… Non soltanto a livello verbale, ma pure sul piano intellettuale con la negazione dei tuoi privilegi irripetibili e, più in generale, con una visione deteriore della donna che oltraggia anche te. Ogniqualvolta una donna è incitata a fornicare, commettere adulterio, prostituirsi, abortire o ricorrere alla contraccezione sei offesa in primo luogo tu, o Madre, modello perfetto della donna quale Dio l’ha pensata quando, nel Suo eterno consiglio, cercava una sposa per suo Figlio: pur non avendone in sé bisogno, il Verbo divino desiderava infatti donarsi totalmente, come già al Padre Suo nell’eterna circolazione d’amore della Trinità santissima, all’essere creato, nel quale si riproducono le Sue perfezioni sublimi.

Tu, o Maria, realizzi in modo perfetto e insuperabile la vocazione della creatura, rappresentata dalla donna, che risponde all’amore di Chi l’ha tratta dal nulla. Fiat… in una sola parola hai dato la risposta che il Creatore attendeva dall’alba dei tempi, e il Verbo ha sposato l’umanità che veniva a redimere dal potere abusivo dell’Avversario, invidioso di un destino tanto glorioso. Quelli che Dio da sempre ha conosciuto li ha predestinati ad essere collocati al di sopra di tutte le gerarchie angeliche: la natura umana, che il Figlio ha assunto da te e che in te ha elevato ad uno splendore inimmaginabile, è sul trono celeste per tutta l’eternità, in attesa che tutte le membra Gli siano riunite. A questo anela l’anima nostra, che in voi possiede il pegno e la caparra di tutte le promesse divine: come potrebbe dubitare di raggiungere la mèta, se non per diffidenza di se stessa?

Se quest’anima geme, cedendo talvolta a sdegno indomabile che rischia di distruggerla, è perché non tiene lo sguardo fisso su di te, o Vergine prudentissima e fedele, che sola puoi rasserenarla con la grazia inesauribile di Colui che da te è sorto quale Sole di giustizia e attraverso di te continua ad effonderla sino alla consumazione dei secoli. Perdonale la pusillanime incostanza, purificala dall’orgoglio dissimulato e nascondila nel tuo Cuore purissimo per fasciarne le ferite e rinfrancarne la fiducia. Nei tuoi Santi hai curato sofferenze ben peggiori: Serafino lasciato dai briganti in fin di vita nella taiga di Sarov, Mariam sgozzata tredicenne da un fanatico musulmano, Pio crocifisso come tuo Figlio per cinquant’anni…

Di che dovrei lamentarmi?

So bene – mi rispondi con incomparabile dolcezza – che il tuo è un martirio interiore, un martirio che dura da trent’anni. So bene come il tuo cuore di fanciullo continui ancora ad essere stravolto da ciò che vede e sente nella Chiesa, non potendo fare a meno di rimanerne costernato. So bene che le tue speranze e i tuoi ideali sono sepolti sotto un cumulo di macerie e di dolori.
Ma non sei solo. Tante altre anime – di sacerdoti, religiosi, seminaristi e fedeli – soffrono in silenzio credendosi isolate e incomprese, spesso con lo scrupolo terribile di essere in errore. In realtà la vostra sofferenza è buon segno: è prova che avete conservato la fede. Se non soffriste così, dovreste preoccuparvene – ma non potreste, perché sareste accecati dalla corruzione generale dalla quale vi ho tratti come perle dal fango. Se non vi avessi scelto, vivreste sereni e spensierati come gli altri, senza avvedervi degli scogli mortali verso i quali la nave è diretta a tutta velocità, sotto la guida di falsi nocchieri.

Dovete formare una rete di autentici cattolici che si sostengano a vicenda con la preghiera, con i rapporti umani e con uno scambio fraterno che non sia mero sfogo e ricerca di conferme, ma condivisione dei doni della grazia che mio Figlio, attraverso di me, distribuisce su di voi con una larghezza che non si è mai vista, proporzionata alla gravità della prova.

Non vi rendete conto dei benefici di cui godete: molti Santi, sebbene gratificati con doni mistici straordinari, non hanno dovuto affrontare una lotta come la vostra; voi avete ricevuto grazie singolari, corrispondenti ad una situazione assolutamente inedita. E poi, siete tutti al sicuro nel mio Cuore immacolato; se così non fosse, il nemico infernale vi avrebbe già spazzati via come foglie secche, perché non sopporta proprio che ci sia chi resista alla sua ultima e più radicale seduzione: siete per lui come sabbia tra i denti, come uno schiaffo al suo orgoglio smisurato.

Al momento da me indicato potrete uscire allo scoperto e gridare di nuovo la verità sui tetti. Per ora radunatevi di nascosto come i primi cristiani e come i miei figli attualmente perseguitati; sfruttate tutte le risorse che la Rete vi mette a disposizione per il bene. La fretta e la precipitazione non portano nulla di buono, potrebbero invece mandare tutto in fumo. Il diavolo conosce bene, in voi, i rimasugli di superbia camuffata con buoni sentimenti ed è esperto nel toccarne le corde per spingervi a passi imprudenti che vi rovinerebbero, distruggendo l’opera sul nascere: non prestatevi al gioco, ma avanzate sereni – per quanto possibile – sul sentiero che vi sto indicando passo passo.
Se mi amate, fidatevi di me e non vogliate sapere più del necessario: non vi importi cosa dovrete fare domani, vi basti ciò che vi dico di fare oggi. Siete come olivi verdeggianti, ben radicati nella casa di Dio; abbandonatevi alla Sua fedeltà, ora e sempre.





Le armi della nostra battaglia  

Al séguito della Regina del cielo e della terra, bella e terribile come schiere a vessilli spiegati (cf. Ct 6, 4), la quale non può che incutere timore ai nemici della verità – di quella Verità vivente che si è incarnata in Lei –, ci accingiamo ad attaccar battaglia per il trionfo del Suo Cuore immacolato e, per mezzo di esso, per l’avvento del Regno di Dio. Il Creatore ha voluto la cooperazione della creatura libera nella realizzazione della Sua opera divina; perciò Colei che compendia in sé tale cooperazione è necessariamente la nostra guida migliore, visto che per il medesimo motivo rappresenta altresì, nella propria persona, l’inizio e il compimento dell’opera stessa in cui la Trinità santissima si estrinseca al di fuori dell’eterna circolazione d’amore che La costituisce. 

In procinto di far guerra bisogna dapprima esaminare tre aspetti. Occorre anzitutto identificare con precisione il nemico da combattere, soprattutto in una situazione confusa come la nostra. In ultima analisi, non può trattarsi che dei dominatori di questo mondo di tenebra, gli spiriti del male (Ef 6, 12); a livello umano, sono pure quanti lavorano a loro servizio, ossia quelle forze dell’Anticristo che, sotto forme diverse ma dal comune denominatore, operano lungo i secoli allo scopo di limitare, per quanto permesso da Dio, l’estensione della vittoria di Cristo agli uomini da Lui redenti.

La loro innominabile regia va attualmente individuata nella massoneria sionista, che è arrivata a dominare il mondo e si è profondamente infiltrata nella Chiesa. Una volta riconosciuta la loro matrice, non vale più la pena di gridare allo scandalo e di strapparsi i capelli per i quotidiani – e abominevoli – deliri che sentiamo; dobbiamo pur preservarci la salute… In secondo luogo, bisogna studiare bene la strategia – o meglio lasciarsela insegnare, in questo caso, dal Cielo. Nelle storie bibliche delle battaglie di Israele, generalmente il Popolo eletto non prende l’iniziativa di aggredire l’avversario, a meno che non si tratti di progetti umani, che si risolvono regolarmente in disastro. Guidato da giudici o da profeti, esso aspetta che siano i nemici a radunarsi in un dato luogo, nel quale potrà agevolmente valutarne le forze e vedere qual è il tipo di attacco più idoneo per avere successo.

A questo punto il gioco è fatto: anche con scarsi effettivi, il Signore assicura la vittoria. Visto che la grazia suppone la natura, quei prescelti hanno comunque il compito – ed è l’ultimo elemento da considerare – di selezionare le armi adatte e di esercitarsi assiduamente nel loro impiego. Venendo a noi, i nemici sono ormai venuti allo scoperto: basta verificare la conformità o meno delle loro parole e azioni con l’immutabile dottrina della fede e della morale cattoliche. Il maggiore inconveniente è che essi occupano ormai posti molto elevati nella gerarchia ecclesiastica; oltretutto contrabbandano le loro nefande opinioni sotto mentite spoglie di Vangelo e di misericordia.

Alcuni di loro hanno altresì sviluppato capacità acrobatiche talmente audaci che riescono, con discorsi estremamente fumosi e involuti, a salvare regolarmente capra e cavoli – o almeno così credono: chiunque abbia anche solo un’unghia di senso critico si rende perfettamente conto che tali personaggi, sui famosi princìpi non negoziabili, dimostrano una viscida e sfuggente ambiguità, mentre sulle rivendicazioni della deriva relativistica sono perentori… nel sostenerle. 

Occorre dunque attendere che si riuniscano di nuovo, in modo che i due fronti, già sostanzialmente  delineatisi l’anno scorso, si schierino compatti e possiamo definitivamente distinguere i veri Pastori (ai quali tributare appoggio e obbedienza) dai lupi travestiti da agnelli (i quali, per le loro posizioni anche solo materialmente eretiche, di fatto hanno perso nella Chiesa qualsiasi diritto e giurisdizione e vanno pertanto ignorati).

Fu papa Paolo IV, nel 1559, a stabilire con decreto irreversibile e dogmaticamente irreformabile l’immediata decadenza da qualsiasi carica per i prelati caduti in eresia (cf. Bolla Cum ex apostolatus officio); i fedeli sono perciò del tutto liberi, nella loro coscienza come nelle loro scelte, di non seguirli affatto, sono anzi tenuti a rifiutare loro l’obbedienza e qualsiasi altro tipo di riconoscimento. All’epoca della Riforma poi detta gregoriana, san Leone IX (la cui memoria liturgica cade proprio il 19 aprile) ordinò ai cattolici di disertare le celebrazioni dei chierici simoniaci o concubinari e di privarli del sostentamento; perché, a maggior ragione, non applicare lo stesso trattamento a quelli che distorcono la sana dottrina? Se le firme sulla dichiarazione dei redditi, nonostante tanta pubblicità, sono in costante calo, non è forse perché questo è giusto e voluto da Dio? Le nostre prime armi sono dunque il dogma (per riconoscere il nemico), il diritto (per privarlo della forza) e la disciplina (per neutralizzarlo completamente).

Le tre armi sono strettamente legate e gerarchicamente ordinate, in quanto derivano l’una dall’altra. Con il dogma identifichiamo l’eresia in materia di fede o di morale, che sono del resto inseparabili; con il diritto ci sottraiamo all’autorità abusiva di chi la professa; quanto alla disciplina, gli neghiamo obbedienza e sostegno economico (il punto più sensibile!). Sapete come ha reagito l’ultraliberale – e ricchissima – Chiesa tedesca alla minaccia finanziaria costituita da quanti si rifiutavano di pagare l’onerosa tassa ecclesiastica?

Dichiarandoli nientemeno che apostati… ma papa Benedetto XVI ha solennemente smentito la posizione intransigente di quei vescovi tanto misericordiosi che dànno la santissima Eucaristia a chiunque – eccetto a coloro che non hanno i soldi per pagarli. 

Coraggio, in fondo è soltanto l’attacco finale del diavolo, la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e l’impero di Satana, che d’altronde ha già perso la guerra.
Lo scontro si concentra ormai sulla natura stessa dell’essere umano, che è immagine di Dio particolarmente nella sua declinazione evidente in maschio e femmina quali varianti complementari e riproduzione creata della comunione divina; distruggendone l’immagine visibile, si vuole estromettere dal mondo anche la presenza di Colui che ne è rappresentato.

Per raggiungere lo scopo, l’Avversario ha corrotto, per porla al proprio servizio, una parte consistente del clero, che nel frattempo ha salito via via tutti i gradini della gerarchia… Noi siamo agli ordini di quella Donna che, secondo i santi Padri, sconfigge tutte le eresie, avendo già schiacciato la testa del serpente nell’attimo stesso del Suo concepimento. 

Dignare me laudare Te, Virgo sacrata. Da mihi virtutem contra hostes Tuos.



Divina conversazione
  

Le nostre difese di natura dottrinale o canonica, esaminate nell’ultimo articolo, sono il bastione di cui Dio ha cinto la Sua città e che è nostro precipuo interesse conoscere bene: «Osservate i suoi baluardi, passate in rassegna le sue fortezze, per narrare allagenerazione futura: “Questo è il Signore, nostro Dio, in eterno, sempre”» (Sal 48 [47], 14-15). Dato però che il nemico è riuscito a penetrare nella santa Città con il cavallo di Troia delle false opinioni, Colui che è lo stesso ieri, oggi e sempre (Eb 13, 8) ha messo a nostra disposizione anche armi di natura spirituale per quel quotidiano combattimento che è sempre stato necessario, ma che oggi lo è più che mai, visto che i sacri Pastori fuggono davanti ai lupi o, peggio, spalancano loro le porte dell’ovile.

«Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove» (Ef 6, 13). 

Cominciamo allora con quell’arma che non ricorre per prima nella lista approntata da san Paolo, ma riveste una priorità dal punto di vista teologico. L’Apostolo segue effettivamente – si direbbe oggi – un ordine di tipo “pastorale”: bisogna anzituttocingersi i fianchi con la verità e rivestirsi della corazza della giustizia (cf. Ef 6, 14), in altre parole assicurarsi che la propria fede personale aderisca strettamente alla sana dottrina e fare in modo che la propria condotta sia inattaccabile dal punto di vista morale. Tutto questo suppone però che si sia afferrata la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio (Ef 6, 17): la divina Rivelazione fissata nella Sacra Scrittura, fedelmente trasmessa dalla Chiesa nella Tradizione e autenticamente interpretata dall’autorità competente nel Magistero. Al di fuori della Tradizione e del Magistero, guidati dallo Spirito Santo (cf. Gv 14, 26; 16, 13), è impossibile comprendere correttamente i testi biblici, ispirati da quel medesimo Spirito. Non si può dunque leggere la Bibbia come se si fosse i primi a farlo, ma occorre porsi nell’alveo di quel grande fiume che è rappresentato dai Concili, dai Padri, dai Papi e dai Santi, sotto la scorta di Colei che, nella Sua vita terrena, conosceva perfettamente le sacre Scritture ed era ricolma dello Spirito di verità più di tutti i cristiani di ogni tempo messi insieme.

Questo è l’unico modo cattolico di ascoltare la divina Parola; gli svariati commenti in circolazione, compresi quelli al lezionario festivo e feriale, anche se di autori di grido che vanno per la maggiore, sono il più delle volte vere e proprie contraffazioni del messaggio biblico ed evangelico, basandosi su travisamenti e forzature che lo riducono a pretesto di puerili illusioni e di banale moralismo del tutto sganciati dalla sana dottrina come dall’effettiva realtà umana, che essi pretendono di illuminare. I commenti che hanno pretese scientifiche, invece, quand’anche non riducano l’annuncio cristiano ad una variante del Giudaismo, hanno in genere il difetto di limitarsi ad un’analisi del testo certo accurata e obiettiva, che esclude però, per speciose ragioni di metodo, il doveroso ricorso alla dimensione dogmatica dell’analogia fidei (cf. Dei Verbum, 12), lasciando così aperta la via a qualsiasi conclusione teologica, anche erronea. 

Non intendo certo proporre un nuovo metodo di meditazione della Sacra Scrittura: ci sono già tanti maestri incomparabilmente più autorevoli, dai commenti patristici di singoli libri della Bibbia alla monastica lectio divina (illustrata nella Lettera di Guigo II il Certosino), al metodo che sant’Ignazio di Loyola descrive nei suoi Esercizi spirituali… senza disprezzare, per quanto riguarda i Vangeli, quelle rivelazioni private che ce ne rappresentano i fatti in modo vivido e coinvolgente. Un utile sussidio sono le sintesi di storia biblica e le vite di Cristo di autori riconosciuti, quali Ratzinger e Ricciotti.

Le ricostruzioni contemporanee della Sua figura storica, come osserva Benedetto XVI nell’introduzione al suo Gesù di Nazareth, non fanno altro, di solito, che descrivere l’idea che l’autore ne aveva in partenza, in base alla quale seleziona e interpreta i dati con “scientifica” acribia. In realtà il Gesù storico – ribadisce il Papa – èil Cristo della fede; ammettere una distinzione tra i due – aggiungiamo discretamente – significa rinnegare la fede cattolica e porsi fuori della Chiesa, con evidente e grave pericolo di dannazione eterna. 

Ora, se è indispensabile una retta conoscenza del Signore e della Sua salvifica Parola, è altresì necessario interiorizzarla, sempre con il Catechismo a portata di mano, mediante un’assimilazione vitale che plasmi la coscienza individuale e diventi impulso a comportamenti conformi alla volontà di Dio, riconosciuta e amata quale via di salvezza: «Porrò la mia legge nel loro intimo, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31, 33). «Conservo nel cuore le tue parole per non offenderti con il peccato. […] Se la tua legge non fosse la mia gioia, sarei perito nella mia miseria. […] La tua parola nel rivelarsi illumina, dona saggezza ai semplici» (Sal 119 [118], 11.92.130).

Qui si attua quella sinergia tra l’azione dello Spirito Santo e la collaborazione dell’uomo che si ritrova in tutto l’operare della grazia, conducendo la natura ad una conversione sempre più completa. Una lettura autenticamente spirituale della Bibbia è una lettura amorosa che la bagna di lacrime, lacrime di compunzione per i propri peccati e di gratitudine per la misericordia divina. Dopo aver posto, esteriormente e interiormente, uno spazio libero tra sé e i propri pensieri, occupazioni e preoccupazioni; dopo aver raccolto tutte le facoltà nel centro del cuore per invocarvi la luce dello Spirito Santo; dopo aver letto lentamente e più volte il testo, meditandolo secondo il metodo prescelto e con l’eventuale aiuto di validi sussidi… piuttosto che trarne arbitrariamente norme di comportamento, del resto già fissate da chi di dovere, o dedurne affrettati propositi irrealistici, per quanto generosi, chiediamo umilmente quella grazia che la Parola stessa ci ha suggerito come la più urgente e necessaria, attivamente disposti a cooperare con essa mediante l’esercizio della virtù corrispondente.

Se il Signore vorrà, la sincerità e l’intensità della nostra preghiera ci innalzeranno alla Sua santa presenza facendocene gustare l’inesprimibile dolcezza: «… e li disseti al torrente delle tue delizie» (Sal 36 [35], 9). Simile frequentazione della Sacra Scrittura, per quanto possibile regolare, ci formerà gradualmente ad un dialogo intimo e costante con il Salvatore. Non quell’apparente dialogo rivendicato da chi non Lo conosce e che non è altro, in realtà, che un monologo di auto-conferma, ma quel dialogo effettivo, impregnato di timore e riverenza, di chi sa di non essere autore, da solo, se non della propria miseria, essendo debitore di ogni cosa buona all’infinito Amore che non è amato…

Sì, piangi, anima mia, piangi senza sosta per averlo amato troppo tardi e troppo poco; piangi per chi non l’ama, per chi lo offende e lo calpesta, per chi in tal modo si danna già in questa vita; piangi per l’insondabile tenerezza che non trova chi la accolga… Questo pianto ti lavi, ti purifichi, ti rigeneri; ti spalanchi le porte dell’abisso, di quell’abisso di misericordia in cui non cade se non chi vuole e non vuol cadere se non chi lo conosce.
Tuffati e sprofondaci senza voler sapere, senza voler capire; quando tornerai in superficie – alla superficie di questo mondo tenebroso che respinge Dio – rivedrai ogni persona portata in grembo dalla divina compassione, ogni cosa abitata dalla divina presenza, ogni fatto disposto dalla divina provvidenza. 





 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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9/12/2015 10:06 PM
 
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 sabato 4 luglio 2015

Divino sacrificio  

Un Dio che si fa uomo allo scopo di offrirsi in espiazione per le Sue creature ribelli e di donarsi ad esse in cibo dopo averle così riscattate dal potere del male… Nessuna religione ha mai nemmeno intravisto di lontano un’eventualità del genere, né questo pensiero ha mai nemmeno sfiorato l’anima religiosa degli uomini di ogni tempo. Senza nulla togliere ad una sana religiosità naturale nella sua valenza di praeparatio evangelica, questa è la migliore prova dell’origine trascendente della religione cristiana.

Secondo il dogma definito dal Concilio Vaticano I, la ragione umana è certo capace di riconoscere Dio e di rendergli un doveroso omaggio; ma l’uomo peccatore non sarebbe mai stato in grado di farsi riammettere nella Sua amicizia, se non fosse stato Lui stesso a varcare il triplice abisso – ontologico, conoscitivo e morale – che Ne separa quell’essere creato che, anche prima del peccato originale, non sarebbe mai penetrato nel mistero della Trinità senza la luce della Rivelazione soprannaturale e l’aiuto della grazia. Il segreto della vita trinitaria permette di superare gli evidenti paradossi della fede cattolica, che si ergono come un ostacolo insormontabile per i credenti del monoteismo semplice.

L’Incarnazione è possibile perché è ad immagine del Verbo che è stato creato l’uomo, ciò che rende la natura umana suscettibile di essere assunta da Lui. L’oblazione della Persona teandrica di Cristo, poi, è da Lui offerta al Padre a nome di tutti gli uomini e, avendo un valore infinito, ha il potere di riparare tutti i peccati della storia; Dio stesso, in tal modo, riconcilia a Sé l’umanità decaduta e altrimenti votata alla dannazione eterna. È pur vero che la tirannia del Maligno, cui l’essere umano si è assoggettato con il peccato originale, avrebbe potuto essere annientata in un attimo direttamente dal potere divino; ma, come notava già sant’Ireneo, la giustizia esigeva che la vittoria fosse riportata nella stessa natura che aveva subito la sconfitta.

Che un Dio incarnato nutra di Sé le creature redente per renderle capaci della Sua eterna vita, infine, è reso possibile dalla comunanza della carne e dalla Sua abissale condiscendenza. Nell’odierno contesto ecclesiale, parlare di sacrificio e di espiazione o fa inorridire o risulta del tutto incomprensibile, ma non si può annullare la Parola di Dio, scritta e trasmessa: Gesù «è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (Gv 2, 2).

Il vero problema è che le menti di molti cattolici sono così profondamente manipolate, dal punto di vista culturale, che proiettano immediatamente su quei termini rappresentazioni estranee di crudeltà pagane perpetrate per compiacere gli idoli, ossia i demòni. Inoltre il falso concetto di misericordia oggi in voga induce a ritenere che a Dio basti chiudere gli occhi sui peccati perché tutto sia risolto, come se fosse un controllore neutrale che ignorasse benignamente le infrazioni al regolamento…

Nella realtà, invece, il peccato grave fa perdere al battezzato lo stato di grazia e lo sprofonda in uno stato spirituale abominevole; qualsiasi colpa umana provoca altresì uno squilibrio metafisico e morale che esige necessariamente riparazione: non però un’assurda sofferenza che dovrebbe placare una divinità assetata di sangue, bensì un atto di amore totale e incondizionato che renda all’Amore infinito, calpestato e offeso, ciò che gli è dovuto – un atto che solo Dio nella carne avrebbe potuto compiere. Ecco la Croce. Tutto questo, evidentemente, non è frutto di elaborazione intellettuale né una proiezione di bisogni inappagati: non c’è nulla, nella comune esperienza terrena, che possa anche solo far pensare o desiderare ciò che promette la fede cristiana, sebbene nell’anima umana, creata per la somiglianza con Dio, alberghi il presentimento – o la nostalgia – del Paradiso.

Chiunque non si sia lasciato ridurre dalla cultura dominante in un completo oblio delle proprie origini e del proprio fine scorge nel mondo le tracce della presenza e dell’azione divine; ma «ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Gv 3, 2). C’è un salto che si può compiere solo sulle ali dello Spirito Santo; la teologia tradizionale ci fornisce gli strumenti per aggrapparci ad esse e una conoscenza accessibile ai mortali nello stato di viatori, dalla quale i mistici si innalzano talvolta – non senza patire un radicale sconvolgimento che sarebbe intollerabile agli altri – ad una certa visione del Cielo, in cui sono ammessi ad udire parole indicibili (2 Cor 12, 4). 

Oggi questo discorso risulta inaccessibile alla maggioranza dei fedeli che frequentano le nostre chiese, pur essendo la chiave della loro salvezza eterna. Tra la Rivelazione divina e l’odierno vissuto ecclesiale, in effetti, si è interposta la famosa svolta antropologica, la quale, basandosi filosoficamente sul pensiero di Kant, Hegel e Heidegger, che hanno bandito la metafisica classica ed eliminato la nozione stessa di trascendenza, ha capovolto l’orientamento naturale dell’uomo verso Dio e ridotto quest’ultimo a funzione della ragione o del benessere.
Buona parte di quei poveri cristiani che ancora lo fanno non va più a Messa per adorare il Signore e ricevere la Sua grazia, ma per ottenere, a seconda delle esigenze personali, una gratificazione sociale, emotiva o intellettuale, quando non ci va semplicemente per abitudine sociologica o, eventualmente, per rinnovare l’auto-celebrazione del gruppo.

«È la loro festa», affermavano perentoriamente mamme agguerrite a proposito della Prima Comunione dei figli, dopo un anno che il parroco, poco aggiornato e notorio guastafeste, ripeteva che si tratta del Sacrificio del Calvario. E poi – argomento inoppugnabile – in tutte le altre parrocchie si battono le mani in chiesa… «Il mio cuore è sconvolto dentro di me, il mio intimo freme di compassione», ma «il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo» (Os 11, 8.7). «Poiché questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi […]. Essi dicono ai veggenti: “[…] diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo d’Israele”» (Is 30, 9-11). Sei tu, crocifisso mio Signore, che si sono tolti dalla vista… con la complicità ampiamente assicurata, purtroppo, da tanti Tuoi ministri.
Non è soltanto una questione di latino: il modo di pregare del Canone Romano – e della vera Messa nel suo insieme – è ormai insopportabile a molti sacerdoti e fedeli, semplicemente perché è innegabilmente rivolto al Padre Tuo e non si presta ad essere appiattito sull’orizzonte circoscritto dell’assemblea che si è messa al Suo posto. Provate a togliere a un bambino viziato il giocattolo preferito del momento – anche se domani lo butterà via e ne pretenderà un altro più “aggiornato” ancora… Non facciamoci falsi scrupoli di tornare alla Messa di sempre: non abbiamo alcuna voglia di uscire dai binari con la sedicente “chiesa in uscita”. Non è cinico egoismo, ma dolente realismo.

L’unico rimedio ancora disponibile per salvare chi non vuol sentire alcun richiamo… è il castigo, un castigo procurato, fra l’altro, proprio da quel falso profeta che, dicendo cose piacevoli (esattamente ciò che il mondo incredulo e i non più cristiani voglion sentirsi dire), li sta trascinando nel baratro. Chi riuscirà ad accorgersi in tempo che sta precipitando potrà afferrare la mano tesa e scoprire un’oasi in cui ancora si adori il Dio vivente – non quello dei teologi di oggi o dei filosofi di pascaliana memoria. Farà in pari tempo la scoperta di quel rito che attua in ogni tempo e in ogni luogo il Sacrificio dell’umana redenzione – ben altro che la triste festicciola che piace agli adulti immaturi più che ai loro figli, i quali, in ogni caso, tra pochissimi anni non saranno più bambini e si lasceranno definitivamente alle spalle la Messa con tutto il corredo dell’infanzia. Nei piani divini c’è una speranza per tutti; ma ci vuole chi la mantenga accesa.







Ascolta, figlio…

 Ausculta, o fili, praecepta magistri (san Benedetto abate)

Nessun vantaggio per noi dal meditare la Parola del Signore e dal nutrirci del Suo Corpo e Sangue, se poi non ne viviamo nell’esistenza di ogni giorno; tanta grazia e degnazione nei nostri confronti deve pur produrre, con la nostra cooperazione, un effetto di santificazione: «Portate dunque un frutto degno della conversione» (Mt 3, 8). Ma com’è difficile riconoscere, momento per momento, la volontà di Dio! A seconda delle singole inclinazioni di carattere, oscilliamo dal lassismo più permissivo al rigore più scrupoloso, con tutto un ventaglio di atteggiamenti che, salvo quello equilibrato, sono espressione della nostra natura ferita o dei suggerimenti menzogneri del demonio.

Quest’ultimo, con quanti sono avviati sulla via del bene, si trasforma spesso in angelo di luce per spingerli a rovinosi eccessi o in falso paraclito per giustificarne i cedimenti; una volta ottenuto lo scopo, in ogni caso, si manifesta per quello che è: implacabile accusatore.

Ecco perché ci è così necessario un maestro di vita interiore che ci insegni a discernere fra i movimenti dell’anima e ad individuarne l’origine: così potremo distinguere tra ciò che viene realmente da Dio e ciò che invece nasce dalla nostra psiche o è insinuazione del nemico. Sia ben chiaro: a nessun risultato potremo mai pervenire in questo campo senza aver dapprima conformato la nostra vita e i nostri atti all’universale volontà divina, valida per tutti in ogni circostanza ed espressa nei Comandamenti come la Chiesa li ha sempre spiegati e applicati.

Ciò che la legge morale proibisce va escluso a priori dall’orizzonte delle possibili scelte e non dev’essere mai fatto da nessuno, per nessun motivo e in nessuna situazione; le nostre orecchie siano sorde a qualsiasi discorso “teologico” o “pastorale” che apra surrettiziamente spiragli all’immoralità, soprattutto in materia grave, se non vogliamo farci trascinare nel baratro dell’incosciente suicidio collettivo in cui si è gettata la società moderna.

La scelta della guida spirituale richiede a sua volta acuto discernimento; per questo è necessaria una preghiera insistente, pressante, offerta con forti grida e lacrime (Eb 5, 7), sostenuta da opere di carità e, se possibile, culminante in un pellegrinaggio: il Signore non farà mancare la Sua risposta. È evidente che tocca pure a ciascuno esprimere il proprio giudizio mediante l’esercizio della ragione e del sensus fidei: un direttore di coscienza che non sia cristallino nella sua fedeltà alla dottrina definita o manifesti cedimenti sul piano morale va subito scartato, a prescindere da qualsiasi altra considerazione; sarebbe come affidare la propria salute ad un medico incompetente. Certo, molti risponderanno che questa, oggi, è merce rarissima: ne convengo pienamente, ma proprio per questo rinnovo il mio invito ai sacerdoti a segnalarsi e i fedeli stessi a far loro conoscere la parrocchia virtuale. È anche possibile collaborare senza iscriversi sulla lista, ma offrendo semplicemente la propria disponibilità a ricevere persone della zona da me indirizzate.

Un’insidia particolarmente sottile, anche per sacerdoti molto sinceri e ben formati, è quella di cui ho dovuto prender coscienza io stesso nel corso degli anni. Non mi riferisco allo spontaneismo grezzo che impazza da decenni in parrocchie, associazioni e movimenti; chiunque abbia iniziato un vero cammino spirituale sa bene che, per la nostra natura corrotta, ciò che è spontaneo è l’egoismo e il peccato, mentre la virtù e l’amore richiedono una lunga purificazione e un paziente allenamento. Penso piuttosto a quell’illusione, così diffusa, che spinge a guardare subito alle vette senza prima aver risollevato la persona dal pantano della valle – in altre parole, senza averne prima verificato le condizioni morali e la vita di preghiera.

Chiudere una ferita senza purgarla è il miglior modo perché l’infezione si diffonda fino a provocare la morte… in questo caso dell’anima. Senza aver almeno cominciato a correggere le cattive abitudini e a combattere vizi e peccati, non si va da nessuna parte nel mondo dello spirito, ma si nutrono soltanto orgoglio e presunzione. Non si affronta una scalata con le gambe rotte, né si attacca in prima linea se il nemico è nelle retrovie.

Un vero padre, in vista del loro bene, non risparmia ai suoi figli lotte e sudori. Va anzitutto bandita con decisione quella tenerezza morbosa – e in fondo egoistica e peccaminosa – che non fa maturare i piccoli e fa regredire i grandi, ma che nell’odierna società ha contaminato le relazioni di ogni genere o quasi. Una sana virilità incute generalmente timore, anziché infondere fiducia e sicurezza; ad attrarre è per lo più quella malintesa virilità violenta, propinata da cinema e videogiochi, che è piuttosto una reazione alla paura e alla frustrazione. Un atteggiamento fermo e deciso viene spesso percepito e giudicato come troppo rigido e severo da chi vorrebbe unicamente conferme che lo esimessero dal rimettersi in discussione; ma non per questo bisogna rinunciare – almeno con chi è abbastanza intelligente da accettarle – a porre esigenze morali e opportune proibizioni di quanto è dannoso.

Ciò risulta più facile con i bambini, almeno con quelli non ancora troppo guastati dagli stessi genitori e dall’ambiente sociale; con i giovani e gli adulti è meglio mettere in chiaro le cose fin dall’inizio, per evitare di perdere tempo e di farne perdere.

Certo, non si può non tener conto del fatto che nella cultura attuale, dopo la demolizione della pedagogia tradizionale e l’imposizione di teorie educative aberranti, non si possono applicare tali e quali i metodi del passato, che sono improponibili alla nostra debolezza; bisogna tuttavia coglierne i princìpi ispiratori e le dinamiche metodologiche per adattarli con equilibrio alle necessità di oggi. Il ricorso ai vecchi trattati di ascetica, di primo acchito, provoca un’acuta e dolorosa consapevolezza delle altezze da cui siamo precipitati; ma, senza scoraggiarsi troppo presto, fa bene inoltrarvisi a poco a poco per distillarne almeno gli elementi essenziali, indispensabili per ricostruirsi una sanadisciplina. Che parola desueta! Eppure qualunque sportivo vi si sottopone per poter sviluppare le proprie capacità fisiche e ottenere dei risultati… Se tenessimo alla salute dell’anima almeno quanto a quella del corpo, quali diete e privazioni non le infliggeremmo! «Il Regno di Dio soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11, 12).

Cerca dunque un buon maestro per ascoltare i suoi precetti e, soprattutto, per metterli in pratica. In attesa di trovarne uno reale, puoi anche reperirne uno virtuale procurandoti il libro di un certo fra’ Semplice, intitolato Il setaccio, nel catalogo in linea delle Edizioni Segno; puoi altresì scrivere all’autore all’indirizzo di posta elettronica riportato dietro il frontespizio. Non sarà come aprire il cuore, di presenza, ad uno starec che ti legge nell’anima e ti risponde proprio quella parola che avevi bisogno di ricevere; ma per cominciare è già qualcosa…

Se poi la Provvidenza vorrà, potrai fare la sua conoscenza o – se avrai pregato con tutto il cuore – trovare un angelo in carne e ossa vicino a casa tua, là dove Dio ti ha posto a far brillare la Sua luce in questo mondo tenebroso che Lo rifiuta, ma non sa di averne una nostalgia indicibile.






Il medico e la medicina

È un’esperienza comune: quando una persona cara è colpita da grave malattia, si cerca il migliore specialista e ci si affida alla sua scienza e perizia. Anch’egli è un essere umano, ma in casi come questo la sua figura appare soffusa di un’aura quasi sacrale e ci si mette totalmente nelle sue mani. È naturale, d’altronde, dare fiducia a chi possiede le conoscenze e i mezzi per ottenere la guarigione; è perfino logico, purché si tenga conto dei suoi limiti di uomo fallibile e non se ne faccia una specie di divinità: qualsiasi capacità umana conserva pur sempre un carattere limitato e provvisorio, data la sua natura derivata e la necessità di progredire continuamente.

 Nella vita spirituale – cioè per quanto riguarda la salute della nostra anima – queste dinamiche sono di solito molto meno evidenti e, di conseguenza, ancor meno impellenti. Non solo, quindi, ci esponiamo sconsideratamente agli “agenti patogeni”, ma siamo pure estremamente inerti e indolenti nel diagnosticare i nostri mali e nel cercare aiuto per porvi rimedio. È pur vero che non è affatto facile, nel nostro tempo, trovare un buon medico dell’anima che possa realmente aiutarci, anziché peggiorare la situazione; è capitato a molti di noi di allontanarsi dal confessionale con il fermo proposito di non tener conto di quanto detto dal confessore perché contrario alla sana dottrina. Ma non bisogna per questo smettere di domandare a Dio una valida guida spirituale.

Uno scopo precipuo della parrocchia virtuale è appunto quello di mettere i fedeli a contatto con sacerdoti affidabili. Un vero padre nello Spirito è un ministro che non mette se stesso al centro dell’attenzione e non crea perciò dipendenze psicologiche o affettive, ma, riconoscendosi semplice strumento della grazia, orienta la persona che gli chiede consiglio verso l’Unico in grado di darle ciò di cui ha bisogno la sua anima, le insegna come ascoltarlo e riceverne le cure, si fa canale della Sua terapia. Quel Medico, infatti, è al tempo stesso la medicina e compendia in sé la guarigione. Non c’è nient’altro da cercare o da scoprire all’infuori di Lui; al tempo stesso, non si finisce mai di conoscerlo né di attingere alle profondità della Sua sapienza: «È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36 [35], 10).

Cominciamo dunque con il contemplarlo nel santo Vangelo, bevendo avidamente le Sue parole vivificanti, osservandone con religioso stupore le azioni salvifiche, ponendoci al Suo séguito fra i discepoli e le donne pie. Chiediamo loro di raccontarci in qual modo Lo hanno conosciuto, che cosa hanno provato in quel primo incontro, come da quel momento è cambiata la loro esistenza, che cosa hanno fatto per ricambiare l’intervento del Suo amore, così inaspettato e al di là di qualsiasi attesa. Nella Comunione dei Santi ce li troveremo tutti intorno ed essi scambieranno con noi, come un bene comune, i doni della grazia da loro ricevuti: Andrea, Pietro, Giovanni, Matteo, la Maddalena, i discepoli di Emmaus… Quanti compagni, a partire da loro, possono insegnarci ad entrare nella Sua amicizia e a penetrarne le insondabili ricchezze! Ognuno di noi può scegliere l’amico che sente più affine per lanciarsi in questa meravigliosa avventura.

Al di sopra di chiunque altri, ecco venirci incontro Colei che Gli ha fornito carne e sangue, dando così, all’eterna Sapienza, la possibilità di intrattenersi con i figli dell’uomo come uno di loro e di offrirsi in sacrificio per la loro redenzione; a noi, quella di vederla con i nostri occhi, udirla con le nostre orecchie, toccarla con le nostre mani. Chi potrà mai sondare l’abisso di quel Cuore immacolato che l’ha accolta in sé prima ancora del grembo? Chi potrà meglio iniziarci all’amore di quella medesima Sapienza divina che in Lei si è incarnata e fatta come noi? Ma dobbiamo dapprima lasciarci iniziare al mistero di questa Donna singolare che concepì il Verbo del Padre e non se ne lasciò sfuggire nemmeno una parola, già pronunciata nella Scrittura o da pronunciare a viva voce: dobbiamo conoscere Lei, che è un tutt’uno con il Figlio, per poter veramente conoscere Lui come desidera esser conosciuto.

Chi ancora non lo possiede, acquisti dunque il Trattato della vera devozione alla Vergine Maria. San Luigi Maria Grignion de Montfort, nostro patrono, è uno dei Suoi migliori conoscitori e araldi, come già san Bernardo di Chiaravalle nei suoi sermoni mariani e, subito dopo, sant’Alfonso Maria de’ Liguori nelle Glorie di Maria. Gli Orientali, dal canto loro, non si lasciano certo battere nel rendere onore alla Panaghía: chi ha confidenza con il loro linguaggio può procurarsi le splendide omelie mariane del bizantino Nicola Cabásilas. Fra i moderni, per chi legge il francese, spicca padre Louis Bouyer con il suo Le trône de la Sagesse, vigorosa sintesi speculativa composta da un luterano convertitosi alla fede cattolica (poi profondamente deluso dal “rinnovamento” conciliare). Ma non attingete a fonti inquinate che declassano la santissima Vergine a ragazzetta comune: pur essendo, quanto alla natura umana, una donna come tutte le altre, ella è, quanto all’elezione divina, l’immacolata Madre di Dio.

Chi meglio di Lei potrebbe accostarci al Medico celeste, da Lei stessa partorito nella natura umana, e disporci a riceverne le cure? In nessun’altra terapia la collaborazione del paziente è tanto necessaria quanto in quella dello spirito; da questo punto di vista, nessuno può meglio formarci di Colei che, nella Sua stessa persona, è paradigma perfetto e insuperabile di tale cooperazione. Ci siamo consacrati al Suo Cuore immacolato: oltre a rinnovare spesso tale atto, soprattutto nelle feste mariane, prendiamo allora l’abitudine di offrire ogni mattina la nostra giornata al Padre per le Sue mani purissime, uniti a Cristo e mossi dallo Spirito: perché Gli sia gradita, ella saprà purificare e perfezionare la nostra oblazione per unirla al Sacrificio del Calvario – cui, prima fra tutti, si è associata in modo strettissimo – nel suo rinnovarsi sull’altare. È evidente che questa offerta ci impegna a portare pazientemente la croce come strumento di autodonazione e a fare in modo che ogni gesto e parola, nel corso del giorno e della notte, siano accetti a Dio.

È pur vero che, quanto più si affina la percezione dell’infinita santità di Lui, tanto più si scava la consapevolezza della propria radicale indegnità e incapacità: potremmo mai fare qualcosa che sia degno del tre volte Santo? Anche in questa presa di coscienza, tuttavia, può celarsi una terribile insidia; più si ascende nella vita mistica, infatti, più diventa sottile l’alternativa – quasi si camminasse lungo una cresta – tra l’essere rapiti dalle braccia paterne e il precipitare in un crepaccio senza fondo. Non alludo al rozzo fraintendimento protestante che, per salvaguardare l’assoluto primato divino, nega ogni spazio alla partecipazione dell’uomo alla propria salvezza, riducendo così la grazia a puro nome e sottraendole, in linea di principio, qualsiasi appiglio nella natura.

Mi riferisco a quel tipo di visione che immagina Dio così irraggiungibile da rendere irrilevante qualsiasi iniziativa umana che non sia negazione di sé e dissoluzione dell’io; è quell’atteggiamento della mente che va sotto il nome di gnosi, la più diffusa e pericolosa trappola della cultura contemporanea, anche in campo teologico.


L’abisso invalicabile che certo esiste tra il Creatore e la creatura, per giunta peccatrice, è stato varcato da Dio stesso nella Persona del Verbo incarnato. Una volta compiutosi il mistero della nostra Redenzione, la grazia del Battesimo ci abilita a vivere in perpetuo stato di oblazione perché si sviluppi in noi la vita del Figlio e possiamo partecipare a quell’eterna circolazione d’amore che costituisce la Trinità santissima. Questa esistenza oblativa – specie in circostanze penose e in situazioni indesiderate che non possiamo evitare – si articola però in deliberati e ripetuti atti di offerta che compiamo per mezzo di Colei che personifica la Chiesa-Sposa. Ecco dunque la terapia spirituale che, a poco a poco, ci guarisce dall’innata tendenza egocentrica e accaparratrice della natura decaduta e ci rivolge dolcemente al Padre, dilatando sempre più il nostro cuore alle misure del Suo amore senza misura.
È sottinteso che, in questo processo, la grazia di Cristo è all’inizio, al centro e alla fine; senza di essa non potremmo nemmeno pensarlo.


Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale (Rm 12, 1).







sabato 25 luglio 2015


Rimetti a noi i nostri debiti

 Dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris (Mt 6, 12).

L’umanità va incontro ad un terribile castigo che deve purificare la Terra dalla sporcizia del peccato. Non è una previsione catastrofica da visionari di sventura, ma la chiara percezione di un esito inevitabile. Un futuro dai contorni apocalittici? Pare proprio di sì: perché negarlo spacciando fallaci rassicurazioni prive di qualsiasi fondamento? I segni dei tempi sono estremamente chiari e vanno in una direzione ben precisa. L’Apocalisse, d’altronde, fa parte del canone della Bibbia e non la si può neutralizzare come letteratura: malgrado l’imbarazzo che ha sempre suscitato nella Chiesa, è un testo profetico ispirato dallo Spirito Santo. Non temiamo affatto la sufficiente ironia degli esegeti alla moda che non credono più in nulla: a noi interessa salvarci l’anima e aiutare altri a salvarsela; non frequentiamo salotti eleganti in cui, tra una tartina e un pasticcino, si disquisisce amabilmente sul fumo mentre il mondo è in fiamme.

San Pio da Pietrelcina predisse a un penitente che, a causa degli enormi peccati degli uomini, un giorno l’umanità sarebbe stata decimata da un cataclisma che ne avrebbe lasciato in vita solo un terzo. A partire da una visione ricevuta da suor Lucia di Fatima, qualcuno ha arguito che, nella parte del segreto che non è stata ancora resa nota, sia preannunciato uno spostamento dell’asse terrestre così marcato e repentino da provocare immani inondazioni in ogni parte del mondo. Gli Inuit dell’estremo nord canadese, del resto, hanno già notato una variazione nelle posizioni della levata del sole e un allungamento delle giornate con un correlativo aumento delle temperature che non sarebbe dovuto, quindi, all’effetto dei gas-serra. Il fatto si può forse spiegare, almeno in parte, con i devastanti terremoti avvenuti negli ultimi anni; ma nel prossimo futuro non si esclude una collisione tra la Terra e un meteorite di grosse proporzioni, mentre la deriva sempre più accelerata del Polo Nord magnetico è un dato più che accertato.

Nel frattempo, mentre negli ospedali pubblici, a spese dei contribuenti, va avanti indisturbato un genocidio senza fine e i poteri occulti promuovono alacremente il sovvertimento della natura umana (tanto che in diversi Paesi che diconsi civili, sempre a carico dei contribuenti, vengono incitati alle perversioni sessuali persino i bimbi dell’asilo, per giunta esposti all’adozione da parte di pervertiti “uniti” dalla legge), illeader carismatico della Chiesa Cattolica, in viaggio nel suo continente di origine, non trova di meglio che confondere ulteriormente i poveri, già ricattati dagli organismi internazionali, con promesse assolutamente irrealistiche: un mondo nuovo che dovrebbe esser realizzato non certo da Dio con la seconda venuta del Cristo, secondo la Parola sacra di cui egli sarebbe, in linea di principio, araldo e banditore, ma da irrealizzabili accordi umani che si dovrebbero raggiungere mediante un dialogo capace di coinvolgere tutte le parti, ma senza alcun criterio oggettivo di verità e di giustizia a cui tutti dovessero sottomettersi.
Nonostante il rischio di apparire monotoni, siamo costretti a ripetere che questo è tradimento.

Se poi, a prova di ciò, non bastassero le dichiarazioni verbali del personaggio in questione, arrivano i suoi gesti simbolici a dissipare qualsiasi dubbio a cui ci si volesse aggrappare per non dover ammettere la realtà dei fatti: tanto per fare un esempio, accettare in dono un oggetto blasfemo che presenta il crocifisso Redentore inchiodato non su quella che da secoli è cantata come la Crux fidelis, ma sul simbolo dell’ideologia più devastatrice che la storia umana abbia mai conosciuto, fondata com’è sull’odio satanico contro Dio e il Cristianesimo di un ebreo dedito al culto del diavolo. Potessimo interrogare le centinaia di milioni di vittime da essa direttamente provocate… Per giustificarsi davanti ai giornalisti, non basta certo appellarsi al pensiero e al genio “artistico” completamente aberranti di un gesuita passato all’altro fronte: l’errore di qualcuno, fosse pure pagato con la vita, non è mai una giustificazione.

Non lasciamoci prendere in giro: chi non difende la verità cristiana propaganda gli errori mondani e diffonde le mistificazioni escogitate dai nemici della Chiesa. Ma se a farlo è colui che dovrebbe guidarla, chi riporterà il Popolo di Dio sulla via della salvezza?… e chi tratterrà l’umanità dallo sprofondare nel baratro in cui sta precipitando? Un urlo di dolore si leva dal cuore scosso dalla carità nei confronti di queste pecorelle che vanno inconsapevolmente al macello e non vogliono più ascoltare alcun richiamo, erroneamente convinte che la misericordia divina chiuda gli occhi su tutto e faccia grazia anche a chi si rifiuta di riconoscere il proprio peccato per abbandonarlo. Dimitte nobis… dimitte nobis… dimitte nobis… dimitte nobis debita nostra! È l’implorazione di perdono che la medesima carità soprannaturale fa sgorgare fra le lacrime dalle labbra di chi, per grazia, ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui.

Ma l’esaudimento di questa richiesta è condizionato dalla clausola che la completa: sicut et nos dimittimus debitoribus nostris. Quanti, però, fra coloro che barcollano sull’orlo del precipizio, intenti per lo più a godere e divertirsi, sono disposti a rimettere i torti ricevuti? Ecco allora che, nel mistero della Comunione dei Santi, Dio benedetto e misericordioso suscita altre persone che siano disposte a perdonare di cuore, senza condizioni, quanti li hanno feriti per attirare la misericordia su chi non ha le disposizioni necessarie per riceverla ed espiare al suo posto in vista della sua conversione. È certamente una missione impegnativa: ma con la grazia tutto è possibile, purché uno si decida ad accogliere la chiamata celeste; è la vocazione, accessibile a chiunque, che il Salvatore rivolge ai credenti in quest’epoca di inaudito pericolo. Chi è pronto ad associarsi a quest’opera santa per la salvezza del mondo?

Anche chi non lo fosse si butti in ginocchio e invochi la misericordia divina, soprattutto meditando i misteri dolorosi del Rosario: Gesù che suda sangue nel Gethsèmani al pensiero di quanti, con la loro impenitenza, trasformeranno la Sua Passione in causa di più severa condanna; Gesù che si lascia flagellare in modo disumano per riparare i peccati della carne, con cui il diavolo irretisce uomini e donne per spingerli alla follia dell’incredulità; Gesù incoronato di spine per guarire gli intelletti accecati dalle menzogne ideologiche che snaturano l’essere umano, immagine di Dio; Gesù che sale il Calvario sotto il peso della croce per dare la forza di portarla a quanti si associano a Lui con le proprie sofferenze fisiche, morali e spirituali; Gesù nell’atto supremo di consumare il Suo sacrificio redentore per strappare gli uomini perduti alla seconda morte, la dannazione eterna, e riaprire loro la via del Paradiso.

«Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Questa preghiera è stata esaudita in grazia dell’inenarrabile patire dell’Uomo-Dio. Chi lo disprezza non tenendone conto può ancora contare sul suo perpetuo rendersi presente nel Sacrificio incruento della Messa; ma sembra che l’eccezionale indurimento dei cuori richieda nei nostri tempi anche un’eccezionale partecipazione volontaria alla Sua salvifica Passione. Ognuno scelga il modo e la misura conformi alle sue possibilità, ma – per amore di Dio e del prossimo – lo faccia, approfittando di ogni occasione e di ogni mozione dello Spirito Santo; il Signore ha riservato a questa eroica generosità un premio di gloria speciale. E non dimentichiamoci di diffondere quanto più possibile, fra i nostri cari, amici e conoscenti, la consacrazione al Cuore immacolato di Maria, rifugio inattaccabile dei peccatori e arca di sicura salvezza.







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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9/12/2015 10:12 PM
 
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sabato 1 agosto 2015

Introibo ad altare Dei

È con queste parole sulle labbra che, il 21 febbraio 1794, il canonico Noël Pinot, rivestito dei paramenti sacerdotali, saliva i gradini della ghigliottina di Angers, iniziando così, in un certo senso, la sua ultima Messa, quella in cui si sarebbe fisicamente fatto vittima con l’Ostia pura, santa e immacolata.

Nel 1926 papa Pio XI lo avrebbe elevato alla gloria degli altari come beato; iniziava in tal modo il riconoscimento del martirio di una schiera di sacerdoti secolari che, dando a Cristo la testimonianza suprema, avevano composto una pagina particolarmente gloriosa nella storia del sacerdozio cattolico. Non è certo il sangue dei martiri a redimerci – ricorda sant’Agostino –, ma esso si mescola a quello del Redentore e ne prolunga nel tempo la Passione a vantaggio della Chiesa, per la sua estensione e il suo trionfo mediante la conversione dei peccatori. 

È un genere di “rischi”, questo, che corrono i preti refrattari, non certo il clerocostituzionale e collaborazionista. I primi sanno bene che cos’è la santa Messa; i secondi l’hanno ridotta a scialba lezione di corso biblico con appendice rievocativa sostanzialmente superflua, se non fosse per quella processione all’altare a cui tutti si accodano senza nemmeno pensarci su. Il santo Sacrificio è una nozione sconosciuta, mentre la Comunione è ormai percepita come mero gesto di appartenenza dal quale nessuno dovrebbe sentirsi escluso.

Visto che il costrutto posticcio non funziona affatto né interessa più nessuno, ci si sforza disperatamente di farlo tenere con continui interventi verbali e di renderlo appetibile con canzonette da balera e allegri battimano da scuola materna. Il vero dramma, tuttavia, è che mezzo secolo di questa irriverente parodia – che lo si voglia ammettere o meno – ha spento la fede in buona parte dei cattolici, mentre infligge un continuato martirio del cuore a quelli che non si rassegnano a perderla.

Ciò che più colpisce nel rito antico è che al momento della Consacrazione, sebbene non si odano le parole del sacerdote (o forse proprio per questo), ci si rende perfettamente conto che l’evento è avvenuto: la salvezza del mondo, la redenzione dell’umanità è unfatto che si realizza in quel preciso istante, un avvenimento sovratemporale che, pur essendosi compiuto una volta per sempre, si rende presente dovunque sulla terra si celebri la Messa; l’oblazione redentrice del Calvario può così raggiungerci in qualsiasi punto del tempo e dello spazio per assumerci in sé e consegnarci al Padre nell’unica Vittima a Lui accetta: il Figlio Suo incarnato e fattosi obbediente fino alla morte di croce al fine di riparare la primitiva disobbedienza e rendergli la gloria che Gli è dovuta. Certo, per aver consapevolezza di questo bisogna almeno esservi istruiti: i nostri padri, per quanto semplici, lo erano e partecipavano attivamente – cioè soprattutto con atti interiori ed esteriori di penitenza, di offerta e di fede accessibili a tutti, compresi i socialmente poveri – alla ripresentazione del Sacrificio redentore.

Oggi, invece, i poveri vengono defraudati della ricchezza più preziosa (la grazia che Cristo ha ottenuto per loro) e illusi con chiacchiere fumose che non cambiano nulla della loro condizione se non in peggio, facendone dei ribelli e dei disperati. I gesuiti – quelli di un tempo – furono annientati in omaggio alla massoneria non per aver fatto rivoluzioni, ma, fra l’altro, per aver creato nelle reducciones un modello di società cristiana in cui gli Indios venivano iniziati, di pari passo con la fede, alle arti, ai mestieri e alla convivenza civile: si potrebbe desiderare di meglio in questa vita?

Certo, era solo un’anticipazione dei tempi escatologici, ma intanto ci ha mostrato un modo realistico di predisporci ad essi sfuggendo al tritacarne del sistema economico attuale. Non sarà inutile rammentare che il centro propulsore di quel piccolo mondo nuovo era la santa Messa, nella quale chiunque – dalle Americhe all’Africa, all’Asia e all’Oceania – poteva sentirsi a casa propria, in quanto non impedito dalla barriera di una lingua straniera, e cantare le lodi di Dio in comunione di spirito con i cattolici di tutto il globo.

Oggi, invece, in questo rito che tutti possono “capire” verbalmente nei testi senza più comprenderne il significato, l’atto più sacro ed efficace che si possa compiere sulla terra, il più straordinario ed eccelso miracolo dell’intera storia umana è percepito come racconto di una storiella commovente, sempre che non sia tirato via in fretta e furia perché il “comizio” è durato più del consentito.

Siamo in pieno spirito luterano: l’evento salvifico è ridotto a rievocazione nostalgica, a una santa Cena come appendice del sermone moralistico che, a partire da qualunque testo biblico, si incaglia ormai regolarmente sull’ecologia e sulla lotta ambientalistica… Peccato che proprio nella Bibbia si trovi scritto che, a causa del peccato originale, l’umanità è irrimediabilmente estromessa dal paradiso terrestre, come pure, d’altronde, che l’universo intero è nella mano del Creatore, che lo dirige con la Sua provvidenza nonostante gli innumerevoli peccati degli uomini.

La vera rivoluzione è quella operata da chi osa ricordare agli altri che la causa prima di ogni male è il peccato, la cui sola soluzione è il sacrificio del Figlio di Dio, efficace per chiunque si converta sinceramente a Lui e reso presente in ogni santa Messa in cui il sacerdote intenda realmente fare ciò che fa la Chiesa. Certo, anche un rito stravolto è di per sé valido per l’autorità di chi l’ha legittimamente promulgato; ma se al suo confezionamento – non si sa peraltro con quale diritto – contribuirono dei pastori protestanti, i quali ne furono così soddisfatti da dichiararlo accetto alla loro sensibilità, si possono nutrire legittimi dubbi circa i suoi effetti sulla fede e sulla santità del Popolo di Dio. La celebrazione dell’Eucaristia non è per la fede cattolica un’evasione nell’utopia o una rassicurante parentesi di autoesaltazione, bensì il più potente atto possibile di propiziazione per i peccatori e di santificazione per i giusti.

La vera rivoluzione è quella realizzata da chi sale i gradini dell’altare ripetendo: «Introibo ad altare Dei»: mi accosto con riverenza e timore al luogo del santo Sacrificio che strappa le anime al diavolo e le restituisce all’eterno Amore, per il quale sono state create; mi presento, per quanto indegno, per essere assunto nell’unica oblazione in unione alla Vittima immacolata; mi accingo a far scaturire la sorgente di tutte le grazie per chiunque voglia attingervi a beneficio proprio e altrui. Mi offro al Salvatore come strumento e canale di quella salvezza che fa nascostamente crescere il mondo nuovo del Regno di Dio: «Così prepari la terra…» (Sal 65 [64], 10).
Non il mondo immaginario di chi sogna un’impossibile trasformazione globale della società in senso egualitaristico, ma quello reale che si sviluppa grazie ad ogni persona che abbandona il peccato e imbocca la via della virtù. La santità in questa vita e il Paradiso nell’altra: non si potrebbe desiderare di meglio. 






L’elisir dell’eterna giovinezza

 Ad Deum qui laetificat iuventutem meam.

Il chierichetto che risponde al sacerdote ai piedi dell’altare può ben intendere queste parole sacre anche in senso letterale: nulla può render più lieta la giovinezza del privilegio di poter assistere così da vicino al più potente e sublime atto d’amore che possa compiersi sulla terra. Tutti i presenti, tuttavia, possono ripeterle a voce o nel cuore partecipandovi pienamente: anche un novantenne può rallegrarsi di poter continuamente ritrovare la giovinezza dell’anima a quel Sacrificio che espia le colpe sue e del mondo intero. Chiunque vi prenda parte con fede, pregando, adorando e unendosi all’oblazione del Verbo incarnato, ne rinasce interiormente rinnovato, visto che l’Eucaristia, secondo la dottrina cattolica, rimette i peccati: non per quanto attiene all’offesa a Dio (che è sanata dalla Confessione), ma per quanto attiene alla pena (che, anche dopo il perdono, va comunque soddisfatta per ragioni di giustizia).

Siamo ad anni-luce dal modo ormai generalizzato di considerare la santa Messa e di parteciparvi. Anche quel poco che resta dei riti introduttivi – quell’atto penitenziale con cui si apre una serie di parti giustapposte che spezzano il continuum del rito antico – viene quasi sempre affogato in un primo sermone (la monizione introduttiva) che fa da cappello all’arringa pseudo-biblica, quando non è semplicemente sostituito, come avviene in alcuni Paesi nord-occidentali, da triti convenevoli mondani miranti a mettere il pubblico – pardon, l’assemblea – a suo bell’agio, conditi magari con qualche battuta esilarante per rompere il ghiaccio…

Purtroppo l’effetto, almeno per chi abbia ancora un minimo di fede e di buon gusto, è di solito quello di raggelare il cuore in una morsa di noia e di tristezza, piuttosto che di laetificare l’anima.

È così che, in una parrocchia del Lazio profondo, si è giunti a stabilire la “tradizione” che il parroco dia inizio ai festeggiamenti di Ferragosto celebrando la Messa nel locale santuario mariano «perché sia di buon auspicio» – parola di catechista – alla settimana di bagordi, divertimenti e serate danzanti organizzata dalla Pro-loco… Il men che si possa dire è che qualcosa, nella mente dei fedeli, si è completamente capovolto.

Siamo ben oltre la concezione della religione come instrumentum regni o come puntello dell’ordine civile (se di ordine si può ancora parlare): questa è una religione concepita come elemento puramente decorativo che accompagna tappe ed eventi di un’esistenza vissuta nel più puro materialismo, un elemento del tutto relativo agli interessi contingenti di chi la pratica senza più il minimo pensiero a ciò che essa veicola e promette. A che serve la chiave del Paradiso a chi non ci crede più?

In fondo, si sta così bene sulla terra; l’allegria è qualcosa di ben più immediato e a buon mercato della letizia spirituale. Certo, ci sono le malattie, i problemi di lavoro, le famiglie che si sfasciano… ma, finché non capita a te, te la puoi sempre cavare con un sospiro di commiserazione: «È la vita!». Ma, se disgraziatamente il cancro arriva a te o a un familiare, di colpo la musica cambia e ne accusi subito il buon Dio, miracolosamente ricomparso sulla scena.

Si è talmente persa l’abitudine di presentarsi davanti a Lui con timore e tremore, consci dei propri peccati, che ci si crede in diritto di recriminare come se il Creatore fosse in obbligo nei confronti dell’uomo, al quale tutto sarebbe dovuto. In fin dei conti, non è forse questo il criterio con cui oggi si crescono i bambini, per poi detestarli cordialmente una volta diventati, in questo modo, insopportabili adolescenti? Non saranno certo i convegni ad alto livello né le riviste specializzate a migliorare la situazione di una gioventù che si trova al mondo senza una ragione per vivere e, di conseguenza, si abbandona alle esperienze più devastanti sul piano fisico, psichico, morale e spirituale.

Se eventualmente i tuoi genitori si sono separati e si sono “rifatti una vita”, ti sarà sicuramente di grande conforto sapere che non sono scomunicati (cosa che nessuno, comunque, si era mai sognato di affermare) e che le porte della Chiesa sono per loro spalancate, dato che ne fanno sempre parte (ma come pubblici peccatori e, quindi, come membra malate): sono “semplicemente” in peccato mortale, in stato di adulterio permanente, ma – a sentire certi discorsi – potrebbero benissimo fare il catechismo e portare ai bambini la propria testimonianza di vita, come quella donna convivente che ha mostrato loro la gravidanza quale dono di Dio – dono che, sia detto per inciso, avrebbe il diritto sacrosanto di venire al mondo in una vera famiglia… Se poi soffri come un cane perché tua madre ti ha imposto un “nuovo papà” e vedi il tuo ogni quindici giorni con la sua nuova “compagna”, niente paura: in parrocchia c’è qualcuno che può aiutarti a cercare il senso della vita (guardandosi bene, in ogni caso, dal mostrarti quel senso che conosciamo da appena duemila anni).

Vedete dove si va a finire cambiando la Messa? Se si è potuto buttare per aria ciò che c’era di più sacro e inviolabile al mondo, si possono anche inventare “nuovi modelli di famiglia”, di sessualità, di accoppiamento… Tutto può evolversi, compresa la natura umana; tutto è dato culturale, storico, sociale, compresa la Legge di Dio e la sua interpretazione. Va tutto bene – ci dicono dalla sala-comandi: stiamo per schiantarci, ma basta convincersi che in realtà è un progresso. Che importa se la vita nella società moderna è diventata un incubo, un vicolo cieco, un enigma assurdo e senza soluzione…? A questo punto, «mangiamo e beviamo perché domani moriremo» (1 Cor 15, 32).

Hanno ragione loro, le pecore che vanno al macello distraendosi dal pensiero di ciò che le attende; a togliere loro qualsiasi scrupolo, ci pensa il capo.

No, noi non ci lasciamo ingannare da quest’enorme impostura. Noi volgiamo lo sguardo a Colui che è stato trafitto per i nostri peccati e che, mediante una sincera conversione di mente e di costumi, ci garantisce quella pace che sorpassa ogni intelligenza (Fil 4, 7).

Noi lo troviamo vivo e, al tempo stesso, in stato di perpetua immolazione su ogni altare sul quale si rinnovi il santo Sacrificio; noi attingiamo senza sosta a questa fonte di purificazione e di santificazione che ringiovanisce continuamente il nostro cuore.

Chi potrà mai descrivere la gioia celeste di un peccatore perdonato e trasformato dalla grazia la cui anima è incessantemente lavata dal Sangue prezioso del Redentore? Gioia, gioia, gioia, torrenti di lacrime di gioia per questo amore inconcepibile, così eccelso e così vicino…

Venite alla sorgente della gioia, voi tutti che siete affaticati e oppressi, che avete fame di verità e di bene, che morite di sete ad un passo dal fiume della vita… Il Figlio di Dio vi aspetta da tempo immemorabile per donarvi la vita senza fine, un’eterna giovinezza.





 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Ella ti schiaccerà la testa

 Ipsa conteret caput tuum (Gen 3, 15).

L’esegesi moderna spiega che il soggetto di questa frase non è la Donna, ma la sua discendenza. Poco importa: la Chiesa non si è fermata al senso letterale nella sua lettura dell’Antico Testamento, fin dall’epoca dei Padri apostolici.

In ogni caso, la discendenza allora promessa e attesa dalle genti, il Figlio di Dio fatto uomo, ha schiacciato la testa del serpente in indissolubile unione con la Madre, che non solo ha reso possibile l’Incarnazione con il libero fiat a cui il Padre ha voluto sospendere il Suo piano di salvezza, ma ha pure condiviso totalmente le sofferenze redentrici del Verbo, da Lei generato nella natura umana passibile, e ha attirato lo Spirito Santo con la propria efficacissima preghiera nel cuore della Chiesa nascente. Anch’Ella dunque, con il Deus homo, ha schiacciato la testa del biblico rettile, ma lo ha fatto come semplice creatura, sia pure perfettamente trasformata dalla grazia, dando così anche a noi la possibilità di farlo con la grazia di Suo Figlio, che ci raggiunge attraverso di Lei.

Vittoriosa sul serpente antico fin dal Suo concepimento in virtù dei meriti di Colui che da Lei sarebbe nato, vergine incontaminata nell’anima e nel corpo per l’assenza della minima ombra di peccato e per la perpetua consacrazione a Dio, Genitrice dell’Incontenibile nella carne che L’ha rivestito per essere mezzo del Sacrificio redentore nell’effusione del sangue da Lei stessa donato, la Regina è assunta accanto a Lui per partecipare alla Sua vittoria sulla morte – subito, senza attendere la Parusia come noi, peccatori convertiti – e riversare sui credenti torrenti di grazie, sino alla fine dei tempi. Potrebbe essere diversamente, d’altronde? Potrebbe la Madre non occuparsi dei figli, già contenuti nel Capo da Lei portato in grembo, fino al pieno compimento della loro salvezza? Potrebbe la Corredentrice dimenticare coloro per i quali ha tanto sofferto, facendosi un tutt’uno con il crocifisso frutto del Suo seno? Potrebbe l’inizio e modello della Chiesa trascurarne la crescita in quella santità che in Lei è già perfetta?

Potrebbe la distruttrice di tutte le eresie non esserci particolarmente vicina in questi tempi di prova apocalittica, come l’ha definita l’alto Prelato amico, che in questi giorni abbiamo potuto di nuovo incontrare per chiedergli appoggio in vista dell’opera nuova che, Deo volente, sta per nascere? Sotto il manto di Maria ci rifugiamo con incondizionata fiducia: tocca a Lei aprire porte umanamente invalicabili; tocca a Lei ottenere per noi prudenza, consiglio, fortezza, audacia e perseveranza. Tocca a Lei brandire lo stendardo del Regno di Dio e raccogliere sotto di esso i cristiani fedeli che non sopportano più il diabolico inganno del gran seduttore, sotto lo stendardo di quella Croce che svetta sovrana senza lasciarsi piegare alle mortifere ideologie del mondo, quella Croce che ha già vinto l’Inferno e rende vittoriosi gli oscuri martiri dimenticati, le innumerevoli vittime mietute da quattordici secoli da quella falsa religione che sarebbe equivalente alla nostra…

In questo giorno di trionfo della vera fede, in questa festa che ci fa contemplare in anticipo ciò che saremo, se l’avremo meritato, chiediamo con insistenza alla Vergine santa che il piccolo gregge dei Suoi figli legittimi abbia presto dei Pastori che lo guidino e trovi luoghi accoglienti dove radunarsi. Ripetiamo con particolare fervore la preghiera del Montfort per chiedere apostoli pronti a volare come colombe dovunque lo Spirito Santo li sospinga: liberos, figli spirituali di Lei che siano liberi dell’autentica libertà evangelica, portatori delle ricchezze celesti abbandonati alla Provvidenza e mossi da puro amore per la salvezza delle anime, quelle anime costate un prezzo così alto a Gesù e Maria, quelle anime che anche il sangue dei martiri odierni contribuisce a strappare agli artigli del diavolo e alle sue imposture. Siamo un unico Corpo: la Chiesa trionfante con i suoi meriti e le sue preghiere, la Chiesa purgante con la sua intercessione, la Chiesa militante con le sue lotte e sofferenze.

Che sia il martirio del corpo o quello del cuore, tutto concorre al trionfo del Regno di Dio. Pertanto non scoraggiamoci affatto, ma, pur gemendo nella prova, fissiamo lo sguardo sulla Vittoriosa, come l’anziano fondatore perseguitato i cui occhi spenti dal dolore, al pensiero di Lei, tornano in un attimo a brillare di luce soprannaturale, dirigendosi in alto e dilatandosi in un sorriso di beatitudine celeste come se La vedessero… La Regina è con noi, bella e terribile come schiere a vessilli spiegati (Ct 6, 4). Come promesso, ci sta guidando passo passo nella realizzazione di un’opera che è Sua. Pochi mesi fa non avremmo neanche immaginato quale strada si sarebbe potuta aprire; tra qualche mese stupiremo del cammino che vi avremo percorso.

Consacrandoci a Lei, diventiamo nelle Sue mani strumenti della divina misericordia, come Ella lo è stata nelle mani di Dio. Lasciamoci dunque guidare da Lei, lasciamoci condurre per mano, tranquilli e sicuri sotto la Sua guida. Maria penserà a tutto per noi, provvederà a tutto e, allontanando ogni angustia e difficoltà, verrà prontamente in soccorso alle nostre necessità corporali e spirituali (san Massimiliano Maria Kolbe). 





sabato 22 agosto 2015


Umile e alta più che creatura  

Per riuscire ad esprimere, per quanto possibile, la sublimità del Suo mistero, nel XXXIII canto del suo Paradiso Dante pone sulle labbra di san Bernardo, cantore della Vergine, una serie di locuzioni paradossali o antinomiche.

La creatura che più di ogni altra è stata elevata all’ordine soprannaturale e associata agli ineffabili scambi d’amore della Trinità santissima non poteva essere se non la più umile davanti a Dio, la più trasparente alla Sua grazia, la più libera da qualsiasi ripiegamento su se stessa, caratteristico delle anime ferite dal peccato originale. Se è vero che tutto questo è dipeso anzitutto da una liberissima elezione, in virtù della quale Ella era stata prescelta da tutta l’eternità perché, in vista dei meriti di Colui che da Lei sarebbe nato, fosse esente da qualsiasi macchia, è anche vero che la prescienza divina non poteva ignorare la perfetta corrispondenza alla grazia con cui l’Eletta avrebbe cooperato in modo essenziale al compimento del piano di salvezza: madre del Verbo incarnato, Sua inseparabile compagna nella Passione redentrice, ricettacolo purissimo dello Spirito Santo nel cuore della Chiesa nascente.

Nella dolce e mite Sovrana, nostra amabile Madre nell’ordine della grazia, è sommamente evidente come l’universo intero, uscito dalle mani di Dio per un traboccamento non necessario di vita e d’amore, sia totalmente orientato a Lui al fine di rendergli, mediante l’uomo suo culmine, l’onore e la gloria che Gli sono dovuti. L’exitus del mondo dall’amorosa volontà divina che lo ha tratto dal nulla si compie in un reditus che lo riporta a Lui perfezionato dalla grazia, la quale cerca accoglienza da parte della creatura che, sintesi del visibile e dell’invisibile, è immagine vivente del Creatore e, dopo aver abusato della sua libertà, una volta redenta ha il compito di ricondurre alla fonte tutte le cose, santificate e rinnovate con la sua cooperazione. Tale è la sublime vocazione del cristiano, nel quale l’Altissimo manifesta pienamente la Sua gloria con il coinvolgimento della libertà seconda in un’unione sponsale sempre più intima.

L’essenziale orientamento della creazione, con l’uomo alla sua testa, a Colui che ne è origine e fine non è più percepito, attualmente, con la necessaria forza e chiarezza. Al contrario, la traiettoria naturale dell’essere creato sembra decisamente capovolta: anziché risalire all’Artefice mediante le sole creature ragionevoli, il mondo assurge a termine e scopo a cui tutto sarebbe finalizzato, compresa la religione. Se il più celebreleader spirituale arriva ad affermare che «il lavoro è sacro», c’è da chiedersi se la parolasacro significa ancora qualcosa oppure – più profondamente – se il lavoro non ha preso il posto, nella mente di tanti, di ciò che attiene a Dio… e a Lui soltanto. In realtà il lavoro, come qualsiasi altra attività umana, soffre di un’inevitabile ambivalenza che si radica nel peccato: l’empio lo vive come fattore di idolatria e di ingiustizia, il giusto come occasione di offerta a Dio e di servizio al prossimo, cioè come strumento di santificazione.

Se poi si propone di pregare perché il Creatore aiuti gli uomini a prendersi cura dellacasa comune, si ha la netta impressione che l’abitazione – per di più provvisoria – sia diventata il fine ultimo, e per chi l’abita e per chi l’ha edificata. Finora avevamo creduto che una casa servisse a chi ci vive, il quale gode della perizia del costruttore e gliene rende omaggio. Nessuno di noi finalizza la propria esistenza a chi gli ha fatto l’appartamento, certo; ma orientarla a Chi ci ha dato la vita su questa terra e ci promette la vita in cielo è giusto e ragionevole, oltre che santificante. Parliamo di Colui senza il quale non esisterebbe assolutamente nulla, né noi potremmo distinguerci in alcun modo dalla natura incosciente pensando o volendo alcunché. Tutto esiste per l’uomo, ma l’uomo esiste per Dio.

«Tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23). In Gesù, Dio umanato, tutto è unificato e ricapitolato; attraverso di Lui, in virtù dello Spirito Santo, tutto risale al Padre, dal quale tutto discende. Dopo aver assunto la natura umana allo scopo di redimerla, il Verbo ha preso degli elementi della creazione, trasformati dal lavoro umano, per cristificare gli uomini redenti onde renderli atti alla vita eterna, che si colloca a un livello dell’essere semplicemente irraggiungibile per le creature.

L’Eucaristia, in questo senso, rappresenta il culmine della santificazione del cosmo nell’ordine presente: la natura e il lavoro sono posti al servizio del pieno e definitivo compimento dell’umanità nel Regno di Dio, al quale essa è ordinata. In questa prospettiva, se qualcuno mi parla di un “processo di identificazione di Gesù con il pane” che sarebbe iniziato con la moltiplicazione dei pani e dei pesci (che in realtà non sarebbe stata altro che un inesauribile condividerli tra migliaia di persone) e sarebbe culminato nell’Ultima Cena… mi viene la pelle d’oca. Il pane del miracolo era semplice cibo che saziò la fame del corpo; il Pane eucaristico è la Persona del Figlio fatto uomo, immolato sulla croce, risorto e asceso al cielo, che ci nutre per la vita eterna. La moltiplicazione fu mera prefigurazione dell’illimitata dispensazione del Sacramento in ogni tempo e in ogni luogo; tra l’una e l’altra c’è un abisso ontologico che nessun “processo” avrebbe mai potuto colmare.

L’Eucaristia non è punto di arrivo di un’evoluzione, ma frutto di un intervento puntuale della potenza creatrice di Dio, che nel Verbo incarnato, con la sola parola, ha trasformato il pane e il vino nel Suo corpo, sangue, anima e divinità, così come, nel medesimo Verbo, ha tratto il mondo dal nulla e in esso ha suscitato prima la vita, poi la vita cosciente. Gesù non si è identificato con un elemento materiale, ma lo ha preso – come già aveva assunto la carne per operare la nostra redenzione – per servirsene a un fine soprannaturale: aprirci la dimora definitiva.

Questa volontà ostinata, propria del pensiero moderno penetrato nella Chiesa, di abolire la distanza incolmabile tra Dio e il mondo, tra il Creatore e la creatura, tra l’Essere infinito e l’essere finito, una volta assunta come prospettiva in cui reinterpretare la dottrina cattolica in “dialogo” con la cultura contemporanea, semplicemente la svuota e la distrugge. Si ha coscienza di questo, quando si dicono e scrivono certe cose? Possibile che nessuno se ne accorga e denunci la deriva del “magistero”? In questo naturalismo imperante siamo andati oltre l’idolatria: non ci si limita più a divinizzare la natura, ma si pretende di porre l’uomo e Dio stesso al suo servizio. Può esserci qualcosa di più blasfemo di questa inversione?
È questa una liberazione dell’uomo o il suo completo asservimento a ciò che gli è inferiore, o meglio a quel Dio dell’universo che, nella cabala ebraica, designa Lucifero? Può forse venire da questa visione gioia, pace e speranza, o non piuttosto l’angoscia soffocante e la cupa disperazione che dilagano nella società odierna?

Per amore di Dio e per la nostra vera liberazione, in vista della beatitudine senza fine, volgiamo lo sguardo alla Regina del mondo e lasciamoci attirare da Lei per ritrovare il nostro vero orientamento, la via del cielo. 



sabato 29 agosto 2015


Lampada che arde e risplende

 L’antichità conosceva il valore del matrimonio. Pur ammettendo de iure il ripudio e tollerando de facto certe intemperanze comportamentali, il diritto romano sanciva e tutelava l’inviolabilità dei patti liberamente contratti, compreso quello coniugale.

Nell’Antica Alleanza la santità del matrimonio, protetta da una legislazione molto severa, era fondata sull’originaria volontà del Creatore: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua sposa e i due saranno una carne sola» (Gen 2, 24). Nella Nuova Alleanza, fin dalle origini, l’unione legittima di un uomo e di una donna, santificata dal Verbo incarnato mediante il sacramento da Lui istituito, è stata elevata ad immagine dell’unione di Cristo con la Chiesa.

La continuità tra la legge naturale e quella rivelata è in questo caso quanto mai evidente; ogni persona ragionevole può agevolmente riconoscerla, né può ragionevolmente metterla in discussione. Rispetto a quanto, fino a neanche mezzo secolo fa, era sentire comune e dottrina giuridica certa, la situazione attuale risulta semplicemente sconvolgente. Un abisso di decadenza ci separa dai nostri genitori o – per chi è più giovane – dai nostri nonni: in pochissimi decenni è avvenuto un cambiamento talmente profondo e radicale che non se ne ha nemmeno coscienza.

L’uomo moderno ha perso la memoria, non solo del remoto passato, ma anche di quello recente. Il cumulo di macerie affettive in cui tanti si dibattono cercando invano una via d’uscita è risultato, fra l’altro, anche di decisioni collettive che, in nome della democrazia, sarebbe stato impensabile non assecondare: non possiamo – si ripeteva negli ambienti cattolici – imporre agli altri la nostra visione… Anche in questo caso, purtroppo, una volta apertasi una crepa nella diga, l’enorme pressione dell’acqua l’ha travolta, lasciando dietro di sé devastazione e rovine.

Fa riflettere il fatto che l’ultimo e più grande profeta, il Precursore del Messia, abbia pagato con la vita la sua fedeltà alla verità divina proprio in questo campo. Un piccolo tiranno, oscuro nipote di un tiranno più noto per l’eccidio di infanti che mirava a eliminare il neonato discendente di Davide, si era condannato da sé a subire la tirannia della cognata, illegittimamente sottratta al fratello. Lo scandalo – all’epoca molto grave – non aveva lasciato indifferente il predicatore del Giordano, che chiamava vigorosamente alla conversione quanti volevano andare incontro con la coscienza in pace all’imminente manifestazione del Giudice universale.

Forse – come si può arguire dall’ansiosa  domanda rivoltagli dal carcere – non gli era stato rivelato che quest’ultimo, in una prima fase, avrebbe concesso ai convertiti una nuova vita nella grazia perché tutti i popoli del mondo, prima del compimento della storia umana, fossero raggiunti grazie a loro dall’annuncio del Regno di Dio. Ma la distanza cronologica cambia poco, o meglio non cambia nulla.

Ogni cristiano – afferma sant’Efrem Siro – deve vivere come se la venuta gloriosa di Cristo dovesse avvenire nel suo tempo, dato che non ne conosce il momento e, quindi, potrebbe essere domani. Non solo, ma sul piano individuale l’incontro finale con il Giudice potrebbe compiersi in qualsiasi momento, anche tra qualche secondo. Nessuno può dunque permettersi il lusso di rimandare la propria conversione, visto che non sa fino a quando ne avrà il tempo. I Santi meditavano spesso sulla morte e sul giudizio; senza questa meditazione non sarebbero diventati tali. È vero che il credente deve giungere ad amare Dio per se stesso piuttosto che per timore di perderlo; ma per farsi scuotere onde cambiare vita questo timore è uno stimolo molto efficace. Se qualcuno predica che la misericordia di Dio perdona anche chi non è pentito, sta ingannando gli altri e tradendo la propria missione.

Caro san Giovanni Battista, come ci è ancora necessaria la tua parola, che un giorno tuonò nel deserto di Giudea! E pensare che non riuscirono a farti tacere nemmeno in carcere, se è vero che il tuo carnefice ti ascoltava volentieri, pur non decidendosi mai ad accogliere gli ammonimenti che il Signore stesso gli rivolgeva per mezzo tuo! Questa è vera misericordia: rivolgere a tutti il salutare appello alla conversione, specie a chi più ne ha bisogno, come l’ardente Elia all’empio Acab, anch’egli succube di quella strega di Gezabele, o l’incatenato Paolo al giovane Nerone, al quale si era appellato per sfuggire al complotto giudaico. Se il promettente pupillo di Seneca, prima di abbandonarsi al vizio e alla crudeltà con cui Satana finì col dominarlo, avesse dato ascolto all’Apostolo delle genti, probabilmente l’Impero Romano sarebbe diventato cristiano molto prima; se Adolph Hitler si fosse piegato al cardinal Faulhaber (arcivescovo di Monaco che ordinò poi sacerdote Joseph Ratzinger), la massoneria americana non avrebbe avuto un pretesto per invadere il Vecchio Continente…

Profeti, profeti, ci vogliono profeti! Non come quelli che facevano furore al tempo della mia giovinezza, quando profezia era sinonimo di rivoluzione (politica, sociale, economica, sessuale…): quelli che avevano invitato le prostitute in seminari e noviziati e sottomesso i candidati al giudizio insindacabile di psicologi rigorosamente atei, i quali avevano cacciato via le vocazioni autentiche e raccomandato quelle fasulle; non quei falsi maestri grazie ai quali il fumo di Satana è penetrato nel tempio di Dio – anche perché nessuno li ha fermati…

Ci vogliono veri profeti che facciano ancora risuonare la voce divina in ogni ambiente, a cominciare da quelli del potere, ponendo gli uomini di fronte alla loro coscienza nella prospettiva del giudizio. Questo ha fatto san Giovanni Battista; questo ha fatto Gesù stesso, e la Chiesa primitiva nel Suo nome.

Aspettiamo che Dio mandi un profeta a parlare con franchezza a chi siede in Parlamento e sta per votare leggi totalmente contrarie non solo alla verità rivelata, ma innanzitutto alla ragione. Non può certamente essere qualcuno che, pur essendo magari incaricato di promuovere la cosiddetta “nuova evangelizzazione”, giustifichi le comunioni sacrileghe dei libertini divorziati con l’esigenza di contestualizzarle. Anche le anime dei politici, se richiamate a penitenza, possono convertirsi ed evitare così l’Inferno; perché escluderle d’ufficio dalla salvezza eterna? Per mantenere qualche miserabile privilegio che costituirà un ulteriore capo d’accusa? Non è molto conveniente né sensato, almeno per chi crede al giudizio. Se poi un prelato non ci crede, rinunci alla prebenda e smetta di ingannare il prossimo; i suoi potenti amici gli troveranno un altro impiego – ma non dentro il sacro recinto, per favore.

Chiediamo al Signore profeti che, ribadendo con fermezza la verità della famiglia e del matrimonio, preservino la nostra società dal baratro in cui sta precipitando, aiutino tanti uomini e donne ad evitare scelte catastrofiche che provocano immani sofferenze (con il rischio della dannazione eterna) e ne rassicurino, d’altra parte, tanti altri che hanno compiuto scelte eroiche per tornare sulla via della salvezza mediante la rinuncia alla loro situazione irregolare.

Questi ultimi si chiedono adesso se i Pastori della Chiesa non si stiano incamminando in una direzione che farà apparire assurdi e vani i dolorosi sacrifici che hanno accettato di consumare per tornare in grazia di Dio. Tranquilli: quei sedicenti Pastori, se non insegnano e applicano la sana dottrina, di fatto sono già decaduti dal loro ufficio; il problema è che molti non lo sanno.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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9/12/2015 10:27 PM
 
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sabato 5 settembre 2015

Nel peccato mi ha concepito mia madre  

Ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre (Sal 51 [50], 7).

Non è fra i passi biblici più citati nella teologia contemporanea e nella nuova pastorale del “nessuno escluso”. Non perché affermi che ogni madre avrebbe commesso peccato nel concepire (ciò che il testo non vuol certamente dire, anche se in molti casi, purtroppo, risulta vero di fatto), ma perché esprime inequivocabilmente l’effetto più grave del peccato originale: ogni essere umano viene al mondo in stato di separazione da Dio, indipendentemente dalla qualità morale dei suoi genitori e da ciò che farà in seguito. È forse questa una situazione senza via d’uscita?

Ovviamente no, come tutti sappiamo: con la predicazione del Vangelo effettuata dalla Chiesa, la fede da essa suscitata e i Sacramenti dell’iniziazione cristiana, ogni uomo può rinascere da acqua e da Spirito (cf. Gv 3, 5) per diventare nuova creatura.

Il catechismo ci informa altresì – ma è pure esperienza comune – che il Battesimo, pur riconciliando l’uomo con Dio e conferendogli la vita soprannaturale, non risana immediatamente i danni inferti alla natura umana dal peccato originale, come l’oscuramento dell’intelletto, l’indebolimento della volontà e l’inclinazione al male; per questo è indispensabile essere istruiti nella verità rivelata ed esercitarsi nella pratica delle virtù: «Nell’intimo mi insegni la sapienza», prosegue il salmo al versetto successivo. La nuova legge tuttavia, per essere scritta nei cuori dallo Spirito Santo, richiede nel credente una fondamentale disposizione interiore: «Tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 51 [50], 8).

Chi non vuol riconoscere in sé il bisogno di essere guarito e corretto dall’immutabile Parola di verità non può progredire nella vita cristiana, rende anzi vana la grazia che ha ricevuto e dovrà rispondere a Dio, nel giudizio particolare, di questa scelta gravissima.

Per quanto possa apparire paradossale, oggi molti fedeli sono in parte scusati dal fatto che i loro Pastori, anziché trasmettere fedelmente ad essi il genuino insegnamento che salva, li illudono e fuorviano con una presentazione della dottrina parziale e lacunosa. Una verità costantemente presentata in modo incompleto finisce inevitabilmente con l’indurre in errore; una disciplina che non preveda alcuna correzione rimane del tutto inefficace. Una diagnosi corretta, viceversa, è presupposto di ogni guarigione; una terapia adeguata ne è l’avvio. Ad un arto slogato si applica un tutore; una ferita va disinfettata e fasciata. La riabilitazione conseguente a una frattura è necessaria, per quanto dolorosa, a meno che uno non preferisca rimanere storpio.

Tra pochi mesi inizierà un anno santo.

Già si è annunciato l’invio di missionari della misericordia che avranno facoltà di assolvere da qualsiasi censura (quindi, in teoria, anche dalle scomuniche connesse all’aggressione del Sommo Pontefice e all’ordinazione di vescovi senza suo mandato…).

Ora, in un testo peraltro privo di tenore e valenza giuridici, si concede ad ogni sacerdote (anche a quelli dimessi dallo stato clericale?) la facoltà di assolvere dall’aborto, delitto che, comportando la scomunica per tutte le persone coinvolte, compreso chi lo consiglia o coopera in qualsiasi modo, era finora riservato al vescovo.

Non una sola parola è spesa per ricordarne la gravità e sollecitare le disposizioni interiori e gli atti esteriori che assicurano un pentimento sincero, senza il quale non c’è remissione dei peccati e l’assoluzione è invalida. Se, giusto per fare un esempio, due ragazzi non sposati confessano un aborto, ma persistono abitualmente in rapporti sessuali e non hanno alcuna intenzione di smettere, mancano le condizioni di un vero pentimento. Quanti sacerdoti lo sanno e ne terranno conto?

Ma questo è legalismo farisaico! – sbotteranno alcuni. La misericordia tutto scusa, tutto copre, tutto dimentica… Certo, ma la vera misericordia non si ferma lì, in quanto mira alla reale conversione del peccatore, così come un buon medico persegue la reale guarigione dell’ammalato e non si limita a propinargli un po’ d’acqua zuccherata perché si senta psicologicamente sollevato. Quando non c’è altro da fare, l’effetto placebo può anche essere d’aiuto a livello psico-fisico; a livello morale e spirituale, invece, ci vuole necessariamente qualcosa di più consistente: la grazia non è soltanto una parola, almeno per quei cattolici che conoscono la sana dottrina e non sono caduti nell’errore protestante, tipico esempio di nominalismo tardo-medievale.

Dopo che il divorzio e la separazione sono stati sdoganati come scelte in certi casi – di conseguenza in tutti – moralmente obbligatorie, ora è il turno di quella che chiamanointerruzione volontaria di gravidanza (quasi che il portarla a termine fosse facoltativo…).

Estendere a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere da questo delitto – per poi sospenderla di nuovo l’ultimo giorno dell’anno santo? – equivale di fatto ad abrogare la relativa scomunica e a banalizzare questo crimine orrendo. Come per qualsiasi altro peccato, le circostanze in cui è commesso possono parzialmente attenuare la responsabilità del soggetto, ma ciò non toglie che, sul piano oggettivo, si tratti di una delle colpe più gravi in assoluto e che occorra quindi imperativamente fare tutto il possibile per dissuadere i fedeli dal commetterla.

Anche qualora una persona ne sia sinceramente pentita e riceva validamente l’assoluzione, pur se liberata dalla dannazione eterna deve comunque espiare la propria colpa, in questa vita o nell’altra; la carità di Cristo ci spinge quindi a tentare tutte le vie per trattenerla – per non parlare del bambino che potrebbe non veder mai la luce. Se, oltre il peccato originale, quest’ultimo è stato effettivamente concepito con un atto peccaminoso perché posto per pura libidine oppure in assenza del vincolo matrimoniale, non ne ha colpa alcuna; per qual motivo condannarlo a morte?

Bisognerebbe porre la domanda a quei “cattolici” che si battono indefessamente per l’abolizione della pena capitale o per la salvaguardia del creato, ma non spendono mezza parola per i bimbi non nati, pur essendo membri o dirigenti di potentissime associazioni, molto influenti nei salotti che contano… Forse ritengono che le battaglie pro-life siano roba da tradizionalisti beceri e retrogradi.

Fa molto riflettere, a questo proposito, l’affermazione di un sedicente teologo francese intervistato dalla Radio Vaticana: la Chiesa dovrebbe impegnarsi non solo per la salvezza dell’umanità, ma anche per la salvezza del mondo.

A parte il fatto che, nel linguaggio evangelico, le due locuzioni sono perfettamente equivalenti, vien da chiedersi da che cosa dovrebbe essere salvato il mondo, inteso come universo visibile: per quanto l’uomo – questo intruso ingrato e pericoloso – possa danneggiarlo, esso è pur sempre governato dalla Provvidenza divina, che lo conduce infallibilmente verso il suo fine con la cooperazione degli uomini redenti e in via di santificazione. D’altronde gli elementi della natura inanimata o incosciente, non avendo il libero arbitrio e la possibilità di peccare, non corrono certo il rischio di dannarsi, a differenza di quanti, visto che più nessuno li ferma, sprofondano inesorabilmente nell’abisso. 



  ATTENZIONE..........  PER AVER SCRITTO TUTTE QUESTE RIFLESSIONI, E PERCHE' CELEBRAVA LA MESSA ANTICA IN PRIVATO.... DON "ELIA" E' STATO  TOLTO DALLA PARROCCHIA, LA CHIESA ORAMAI PERSEGUITA I VERI PREDICATORI E PROMUOVE GLI ERETICI....... NOI RINGRAZIAMO IL SIGNORE PER DON "ELIA" E SIAMO SOLIDALI E CONDIVIDIAMO IL SEGUENTE COMUNICATO, PREGANDO PER LUI E CON LUI E PERDONANDO QUESTI VESCOVI CHE "NON SANNO COSA STANNO FACENDO"....

sabato 12 settembre 2015

Di sovietica memoria (o attualità?) 
 


Prima o poi doveva succedere – ed è successo.

No, l’autore di questo irriverente sito di invettive (come è stato qualificato da un giornalista dell’autorevole quotidiano Avvenire) non è stato ancora scoperto; si è solo fatto cacciare dalla diocesi che lo aveva accolto per motivi apparentemente ben più banali.

I crimini irremissibili di cui si è macchiato sono legati alla sua fede nei Sacramenti: dare l’Eucaristia soltanto sulla lingua, dichiararsi pronto a negarla a chi fosse in stato di peccato mortale manifesto nonché – e qui Caifa si strappi le vesti – dir Messa in privato (si badi bene: in privato) secondo il rito di san Pio V! Ebbene sì: celebrare il Sacrificio redentore nella forma straordinaria è per certi Vescovi, a quanto pare, l’atto più nefando ed esecrabile che un sacerdote possa commettere.

In confronto, l’immoralità diffusa in ampi strati del clero è una bazzecola: basta andare avanti come se non ci fosse – purché non ci si mettan di mezzo i Carabinieri o i giornalisti… Si direbbe che il motu proprio di papa Benedetto XVI – sempre che non sia una leggenda inventata dai tradizionalisti – non fosse altro che un lontanissimo ricordo, un imbarazzante incidente legato a un passato ormai irraggiungibile, un’imprevedibile anomalia nell’inarrestabile processo, avviato dal Vaticano II, delle magnifiche sorti e progressive

Il medesimo Vescovo di cui sopra, redarguendo un suo sacerdote in procinto di passare alla Fraternità San Pio X, ha bloccato qualsiasi obiezione possibile sentenziando che «il problema della Tradizione, certo, c’è stato fino a qualche anno fa, ma oggi non sussiste più».
Tanta spudoratezza è appena velata dall’ipocrita sottinteso che, regnante il Papa precedente, i presuli modernisti han dovuto mordere il freno con stizzosa impazienza, mentre con quello attuale han potuto abbandonare ogni remora.

 Il fatto è che il Summorum Pontificum è sempre in vigore e che bisognerebbe abrogarlo per renderlo inefficace (cosa assolutamente improbabile da parte di qualcuno che vuol piacere a tutti…). Allora si procede ignorandolo ed evitando di rispondere in proposito – come del resto si fa da decenni con tutte le leggi ecclesiastiche a cui non si vuole obbedire.
Poi però si pretende obbedienza assoluta e incondizionata ad una norma inesistente, secondo la quale i fedeli avrebbero il diritto inalienabile di ricevere la Comunione sulla mano. Basta una rapida ricerca per rendersi conto che non esiste alcun documento che fondi tale presunto diritto; ci sono soltanto dei rescritti con i quali il dicastero competente della Curia Romana ha concesso come un’eccezione, alle conferenze episcopali che ne hanno fatto richiesta, la possibilità di distribuire la santissima Eucaristia deponendola sulle mani dei fedeli.

Peraltro nessuno degli ultimi Papi canonicamente eletti ha mai approvato questa prassi; anzi, l’hanno costantemente e manifestamente scoraggiata. Se è ancora lecito ragionare, una concessione non stabilisce alcun diritto, né tanto meno costituisce un obbligo per il sacerdote che – ut aiunt – presiede l’assemblea.

Secondo il vocabolario Treccani della lingua italiana, presiedere significa «essere a capo in qualità di presidente o di preside, e più genericamente esercitare funzioni direttive, sovraintendere».
Tralasciamo il fatto che il sacerdote, quando celebra la Messa, non si limita a dirigere un gruppo di convenuti, ma ripresenta il Sacrificio della Nuova Alleanza in persona Christi.

In ogni caso, per un minimo di coerenza, gli accaniti difensori del Novus Ordo dovrebbero almeno rispettare il loro proprio linguaggio: se è vero che il sacerdote presiede la Messa, non può farsi dettar legge dal primo venuto, ma sarà libero di scegliere tra le possibilità che gli sono consentite. Ma la logica e il diritto non sono più di casa nelle parrocchie e nelle curie diocesane: valgono unicamente l’arbitrio, l’abuso, l’imposizione e la pretesa.
Così, con la logica e il diritto, se n’è andata anche la fede. Chi si accosta all’Eucaristia dovrebbe pensare non alla maniera pratica in cui gli è porta, ma ben più a ciò che riceve, cioè a Chi si dona a lui gratuitamente in corpo, sangue, anima e divinità; per questo ha l’obbligo di esaminarsi se è in stato di grazia (per poterlo ricevere degnamente piuttosto che a propria condanna) e se possiede le disposizioni interiori necessarie per poterlo ricevere con frutto.

Se, al momento della santa Comunione, il non essere accontentato dal sacerdote in un dettaglio del tutto secondario fa sentire un fedele respinto e giudicato, ciò è segno che la sua mente è ormai annebbiata da quel soggettivismo morboso che tiene le persone ripiegate su sé stesse e sulle proprie fisime, impedendo loro di lasciarsi afferrare dall’esultante e riverente stupore che prova chi, al contrario, è concentrato sulla realtà oggettiva del dono immenso che gli viene offerto senza merito alcuno. 

Non parliamo poi della caduta – inevitabile con la nuova prassi – di frammenti che finiscono sotto i piedi dei fedeli o del rischio, tutt’altro che trascurabile, di trafugamento delle sacre specie a scopo di profanazione. Più ancora, l’abitudine di distribuire l’Eucaristia come una caramella o un biscottino ha provocato una crisi generalizzata della fede nella Presenza reale.

Se la Comunione, allora, è un mero segno di appartenenza, posto al termine di una semplice rievocazione protestante dell’Ultima Cena, perché non ammettervi indistintamente chiunque capiti? Alla fine hanno ragione i vescovi tedeschi – tolto il fatto che non sono più cattolici…

A forza di andare con lo zoppo luterano, hanno imparato a zoppicare e, quel che è peggio, sono finiti completamente fuori strada trascinando dietro di sé il loro gregge – almeno quello che ancora paga l’esosa Kirchensteuer per finanziare le diocesi più ricche del mondo.

Noi non vogliamo finire come loro: vogliamo la fede, la grazia, la santità… e – se lo avremo meritato – il Paradiso. Ma di tutto questo, ai nostri Vescovi, sembra che non importi nulla. Per tale motivo lo scrivente, accogliendo dalle mani della Provvidenza la disposizione gerarchica, ha offerto il giorno stesso una santa Messa di ringraziamento in rito antico.
Con tanti altri sacerdoti e fedeli, non si riconosce più nell’assetto odierno della Chiesa terrena, che sotto molti aspetti non milita più per Cristo, ma per qualcun altro.

Per quanto indegno – ciò che il Messale di san Pio V gli ricorda continuamente – egli è convinto di aver ricevuto il dono inestimabile e la temibile missione del sacerdozio per portare le anime in cielo, non per aiutarle a dannarsi.

Per questo, continuando gioiosamente sulla via di sempre (l’unica che conduca lui e gli altri alla vita eterna), si sente finalmente liberato da un sistema perverso nel quale, tra “formazione” e “ministero”, ha boccheggiato per trent’anni cercando di sopravvivere allo scempio.

Nei primi tempi si chiedeva perplesso come mai gli attuali metodi della gerarchia cattolica assomigliassero tanto a quelli propri del totalitarismo sovietico.

Ora l’ha capito: i Pastori formatisi negli anni ’70 hanno le stesse idee e gli stessi obiettivi; lo dichiarano essi stessi. 

Concludendo, vi propongo di unirvi alla mia gioia (temperata dal dolore, di un’intensità mai provata prima, per le lacrime dei buoni parrocchiani che patiscono il distacco), chiedendovi in pari tempo preghiere perché il Signore mi mostri come vuole servirsi di me d’ora innanzi.

Una cosa è certa: potrò dedicare più tempo alla parrocchia virtuale, i cui fedeli, grazie agli incontri avvenuti nel corso dell’estate, stanno diventando reali.

Con un po’ d’aiuto materiale, sono pronto a muovermi in Italia e nel mondo: potremo rinfrancarci a vicenda in vista della dura battaglia che ci attende.
Ma niente paura: il nostro Signore ha già vinto il mondo; il santissimo nome della Madre nostra ha già sbaragliato più volte i nemici della vera fede e della santa Chiesa. 

P.S.: a proposito delle questioni liturgiche cui sopra si accenna, date un’occhiata ai piani della massoneria pubblicati qui accanto nei Documenti; verificate le coincidenze e traetene le vostre conclusioni. 


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Documenti



CONFESSIONE DI LUCIFERO SOTTO ESORCISMO
 
 
MOSTRA IL SUO DIABOLICO PIANO IN SEGUITO ALLE DIMISSIONI DEL PAPA

(11 febbraio 2013)

 
Esorcista: Nel nome dell’Immacolata Vergine Maria, ti ordino di dire la verità su quanto sta accadendo alla Chiesa di Cristo.
 
Lucifero: Noooooo, quella là nooooo! Il solo sentir pronunciare il Suo Nome è per me e per noi demòni un tormento infinito. Non voglio parlareeeeeeeeee, ma l’Alta Dama mi obbliga a risponderti, prete schifoso!
La Chiesa Cattolica è sotto attacco! Le potenze delle tenebre sono scatenate contro la Sposa di quello che abbiamo appeso alla Croce.
È l’ultimo assalto che stiamo portando alla sua Chiesa. Le dimissioni del Pontefice, prese in piena libertà e coscienza, aprono la strada al nostro ultimo attacco frontale.

Quello lassù sta per ritornare sulla terra, non so né il dove né il quando, ma sento che quel giorno è molto, molto, molto vicino. Le mie stesse forze vanno sempre più affievolendosi, pertanto devo concentrarmi e ricuperare tutte le energie per convogliare i miei miliardi di demòni contro la Sede Apostolica.
Non basta la corruzione, non basta l’avidità di denaro, non basta suscitare gli scandali, bisogna condurre una battaglia che abbia come esito finale la distruzione della cosiddetta Chiesa di Roma.
 
Esorcista: Nel nome di Cristo, dimmi cosa vuoi fare contro la dolce Sposa di Dio.
 
Lucifero: Sono duemila anni che noi angeli decaduti, con l’aiuto di uomini di Chiesa e di politicanti da strapazzo, cerchiamo di colpire mortalmente quella tremenda invenzione del Nazareno. Purtroppo non ci siamo ancora riusciti, perché essa appartiene all’Onnipotente.
Tutti i nostri sforzi risultano vani, perché le porte dell’Inferno, come quel Crocifisso disse, non prevarranno. Ma noi non ci arrendiamo. Continueremo a colpirla, a ferirla, a farla sanguinare, anche grazie a chi, dall’interno di essa, si è consegnato nelle nostre mani.
Dobbiamo arrivare ad occupare il trono del Vicario di quello inchiodato alla Croce. Con le buone o con le cattive. Costi quel che costi.
Stiamo lavorando a spopolare i seminari, a far chiudere i conventi, ma non riusciamo a far smettere quelle donne e quegli uomini, rinchiusi dietro una grata, di pregare. Ancora ci sono giovani che si dedicano alla preghiera nel silenzio di quei monasteri. Maledetti! Quanto ci fanno male quelle vite donate all’Altissimo.
 
Esorcista: In nome di Dio Onnipotente, ti ordino di dirmi cosa stai cercando di fare e di organizzare.
 
Lucifero: Nooooooo! Non te lo dicooooooo!
 
Esorcista: Ti ordino per il Sangue Preziosissimo di Cristo di dirmi quanto ti ho chiesto.
 
Lucifero: Quello lassù è stanco dei vostri peccati, è disgustato dell’azione degli uomini, è deluso dall’agire delle donne. Siete affogati nel peccato. La maggior parte dell’umanità è mia, morta spiritualmente, e non riesce a risollevarsi. Ormai molti Cardinali, Vescovi, Sacerdoti sono in totale dissenso rispetto alla Tradizione della vostra Chiesa, sono in disaccordo sul conservatorismo papista. E dietro il progressismo, dietro certe aperture post-conciliari ci siamo noiiiiiiiii! Perché vogliamo la confusione, la dissociazione, la divisione dentro e fuori la Sede petrina, come la chiamate voi.
Continuate pure a credere che tutto sia una favola pretigna, così il numero di quelli che precipitano qui all’Inferno aumenterà sempre più. Ormai non si contano più.
 
Esorcista: Nel nome dei Santi Martiri, di san Pio, di santa Bernadette, di’ la verità sul futuro della Chiesa di Roma.
 
Lucifero: Non conosco il domani. Questo lo conosce solo Lui. Non so cosa accadrà tra un istante, perché lo sa solo Lui. Non prevedo eventi, ma solo il presente.
Sono un perdente, uno che si è ribellato e ha perso tutto. Ho perso il Paradiso. Per sempre. Ma ho un obiettivo: trascinare quante più anime possibile nel mio regno di tormento. Voglio vendicarmi della mia cacciata dal Paradiso con lo strappargli anime. È questa la mia eterna vendetta.
Io non sono eterno, sono creatura proprio come voi, ma molto più forte di voi, molto più potente, più abile, più astuto. Sfrutto la mia astuzia per rovinarvi.
Posso dirti, brutto pretaccio, che provocheremo un attacco terribile contro la Chiesa romana, faremo tremare le sue mura, ma non scalfiremo la sua stabilità.
Abbiamo fatto nascere la crisi economica per impoverire la popolazione mondiale, scoraggiare chi prega e infondere il veleno dell’allontanamento da Lui.
Non lasciamo nulla di intentato pur di separare la creatura dal suo Creatore. Tutto ciò che può rovinarvi eternamente lo attuiamo.
Ma ora ci stiamo concentrando sulla Chiesa e, sino a quando il nostro lavoro distruttore non sarà compiuto, non le daremo pace.
Ho chiesto degli anni a Quello lassù. Ora è il nostro tempo, quindi siamo scatenati, ben sapendo che il periodo concesso sta per terminare.
Sento il tuono dell’Onnipotente che mi ricorda il mio nulla e l’obbedienza che, anche contro la mia volontà, gli devo.
Quel papa della Rerum Novarum vide, mentre celebrava la Messa, i demòni fuoriuscire dalle viscere della terra e diffondersi dappertutto. Così scrisse quell’odiosa preghiera al Principe delle Milizie celesti, che noi, però, abbiamo fatto abolire al termine della celebrazione.
Oggi la terra è completamente invasa dai miei angeli decaduti e, se riusciste a vedere con gli occhi dello spirito, vi accorgereste che è tutto buio. Totalmente buio. Se vedeste i mostri infernali aggirarsi per il mondo, morireste di paura per la forma orribile che hanno. Eppure non ci credete.
 
Esorcista: Nel nome della Santissima Trinità, dimmi cosa hai in mente di fare contro l’umanità.
 
Lucifero: Distruggerla con tutte le mie forze. Ridurla in schiavitù. In una parola: dannarla.
Devo provocare guerre, devastazioni, catastrofi, portandovi all’esasperazione e alla bestemmia. La crisi devo aggravarla, ridurre in miseria sempre più persone, conducendole alla disperazione di non potersi liberare.
Poi devo trasformare radicalmente la vostra cosiddetta società civile in una grossa rolla per porci. Vi ci faccio sguazzare dentro, per poi perdervi all’Inferno.
I miei servi sono già all’opera, molti devono fare il lavoro sporco che io ho comandato loro di fare, sino alla fine.
La terra deve essere un enorme cimitero, dove i pochi sopravvissuti saranno costretti ad adorarmi e servirmi come un dio. È questo il mio fine: essere dio al posto di Lui. Molti mi celebrano il culto, altri mi invocano, altri ancora mi adorano. Ma non sanno che sono già dannati. Per una manciata di euro e qualche piacere si concedono a me, finendo per consegnarsi ai miei artigli.
Vedrete cosa farò alla vostra Chiesa, che scisma provocherò, peggiore di quelli passati. Vedremo quanti sono dalla Sua parte e quanti dalla mia.
Il tempo sta per finire e io sono tutto preso dall’aumentare il numero di coloro che passano dalla nostra parte. Tutti devono riconoscermi come unico signore, anche se sono un nulla.
 
Esorcista: Nel nome di santa Gemma Galgani, di santa Teresa di Gesù Bambino, di santa Maria Goretti, cosa dobbiamo fare per vincerti e salvarci l’anima?
 
Lucifero: Noooooo! Non voglio parlareeeeeee!
Quello lassù mi costringe a risponderti.
La preghiera del Rosario, quella corona maledetta che tante anime ci strappa, è potentissima contro di noi, è un martello che ci schiaccia.
Ritornate in Chiesa, confessatevi settimanalmente e comunicatevi spesso. Controllatevi, sopportatevi reciprocamente i difetti. Amatevi e fate risplendere in voi la luce della Fede. La pace l’otterrete solo con la corona tra le mani, solo con la comunione frequente. Andate a Messa, con devozione e rispetto, a costo di qualunque avversità. Essa e solo essa può salvarvi dalla dannazione eterna. È uno scudo potente contro l’Inferno, contro le tentazioni, contro le seduzioni del Male.
Pregate per papa Benedetto: ha sofferto molto per i peccati compiuti nella Chiesa; il peso degli stessi lo ha indebolito nel fisico e nell’anima, ma non l’ho vinto.
Pregate per i Cardinali, molti dei quali sono miei, pregate per i Vescovi, che ormai vanno per conto loro. Pregate per i Sacerdoti: hanno bisogno del sostegno delle vostre preghiere. Pregate per i nemici, gli amici, gli sconosciuti, i lontani, e Lui si ricorderà di voi.
Quella lassù è triste perché vede ogni giorno molti suoi figli precipitare all’Inferno, nonostante le sue continue apparizioni, a cui non crede quasi nessuno.
Le sue lacrime, versate per lo stato pietoso in cui molte anime vivono, stanno per terminare e lasceranno spazio ai castighi del Cielo.


 






[Edited by Caterina63 9/12/2015 10:38 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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9/25/2015 12:13 AM
 
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  sabato 19 settembre 2015



La vigna e il cinghiale

 Perché hai abbattuto la sua cinta […]? La devasta il cinghiale del bosco (Sal 80 [79], 13-14).

Quando papa Leone X, nel 1520, applicò la metafora salmica al rivoluzionario di Wittenberg, la cinta della vigna diletta era ancora saldamente in piedi. Certo, buona parte del Popolo di Dio – clero, religiosi e laici – aveva bisogno di un’urgente riforma, che alcuni illuminati vescovi e fondatori avevano già avviato; ma la devastazione provocata dal cinghiale fu allora efficacemente arginata da un Concilio ecumenico e dalle eroiche imprese apostoliche di nuovi ordini religiosi, come i Gesuiti e i Cappuccini, che riconquistarono alla Chiesa Cattolica ampie regioni d’Europa.

D’altronde il ribelle, che morirà suicida dopo l’ennesima crapula, aveva avuto successo unicamente per ragioni politiche, grazie all’appoggio di principi altrettanto ribelli all’autorità costituita dell’Imperatore romano-germanico. L’Europa si spaccò in due e fu sconvolta da quasi un secolo e mezzo di guerre spaventose; ma la Chiesa Cattolica rimase cattolica.

Il diavolo, non soddisfatto di questa vittoria dimezzata, continuò il suo lavorio demolitore cercando di infiltrarsi nella vigna stessa. Visto che rivoluzioni francesi, liberali e comuniste non erano riuscite ad abbatterne la cinta, bisognava che qualcuno lo facesse dall’interno. Le ideologie dell’Ottocento erano state bollate dal beato Pio IX, l’eresia modernista condannata da san Pio X, i germogli del neo-modernismo recisi dal venerabile Pio XII…
Ci voleva qualcuno che – scientemente o meno – aprisse la porta al nemico e lo facesse salire in cattedra, magari sotto le spoglie di periti invitati ad un nuovo Concilio, i quali ne prendessero surrettiziamente il controllo e riuscissero ad ipnotizzare più di duemila vescovi perché firmassero i documenti da loro elaborati. Leone XIII aveva ben visto, in visione, nugoli di demòni scendere in picchiata sulla basilica di San Pietro; la grande euforia di cinquant’anni fa non poteva quindi presagire nulla di buono.

Così fu abbattuta la cinta, e subito svariati animali selvatici cominciarono a scorrazzare indisturbati, calpestando la vigna e riempiendola dei loro escrementi. Lucifero sguinzagliò i suoi agenti più arditi nel cuore stesso del santuario, dove un papa tentennante e angosciato era drogato dai suoi più stretti collaboratori e sostituito da un sosia in molte apparizioni pubbliche.

Il successore, avendo subito voluto veder chiaro nell’infiltrazione massonica della Sede Apostolica, fu stroncato col veleno dopo appena trentatré giorni di regno. Poi un gigante slavo e un angelo transalpino tentarono di salvare il salvabile – o forse anche ciò che non era salvabile – aprendo così un varco al ripristino della vera Chiesa. Ma non era ancora arrivato… il cinghiale. Non più il prete forzato e nevrotico di cinquecento anni orsono, ma qualcuno che riuscisse ad occupare la sede più alta, così da poter ridurre ogni cosa in poltiglia con qualche zampata ben assestata.

Un colpo da maestro… A questo punto, nulla resiste più alla serie di fendenti inferti a destra e a manca con una furia apparentemente insensata, ma in realtà calcolata con diabolica freddezza. Ad ogni sobbalzo dell’animale, oltre le devastanti conseguenze a medio e lungo termine, si verifica uno scatenamento di demòni, specie di quello dell’impurità. Ciò contro cui si accanisce di preferenza, non a caso, è l’unione santa dell’uomo e della donna come fondamento della famiglia: approvazione dell’omosessualità, ammissione della separazione e del divorzio, incondizionata indulgenza per l’aborto… e ora addirittura l’abolizione di fatto del matrimonio indissolubile.

Ormai anche agli atei conviene sposarsi in chiesa, visto che questo è ammesso e che lo scioglimento è più facile del divorzio civile, è più veloce e – soprattutto – non costa nulla. I produttori di telenovelas sono già pronti a sfruttare il nuovo filone narrativo; anche i buoni cattolici potranno ormai identificarsi con i loro personaggi.

Ma tutto questo era stato previsto e annunciato dal Cielo. Nel lontano 1610 la Madonna così istruiva Mariana de Jesús, giovane religiosa di Quito: «Ora ti faccio sapere che dalla fine del secolo XIX e da poco dopo la metà del secolo XX, in quella che oggi è la Colonia e che un giorno sarà la Repubblica dell’Ecuador [attualizzando: in ogni parte del mondo], esploderanno le passioni e vi sarà una totale corruzione dei costumi, perché Satana regnerà quasi completamente per mezzo delle sètte massoniche [che allora non esistevano ancora].
Essi si concentreranno principalmente sui bambini per mantenere questa corruzione generale. Guai ai bambini di quei tempi! Il sacramento del Matrimonio, che simboleggia l’unione di Cristo con la sua Chiesa, sarà attaccato e profondamente profanato. La Massoneria, che sarà allora al potere, approverà leggi inique con lo scopo di liberarsi di questo sacramento, rendendo facile per ciascuno vivere nel peccato e incoraggiando la procreazione di figli illegittimi, nati senza la benedizione della Chiesa».

La Vergine proseguiva profetizzando la deviazione e corruzione del clero, quasi a voler indicare la causa della decadenza collettiva nel venir meno del baluardo opposto da Dio all’opera devastatrice portata avanti dai servitori del demonio.
Nel 1634 Gesù stesso le mostrò come l’orrendo e pestifero cinghiale della Massoneria entrava nella meravigliosa e fiorente vigna della Chiesa, lasciandola annientata e in completa rovina: «Lo spirito di impurità, che saturerà l’atmosfera in quei tempi, come un oceano ripugnante inonderà le strade, le piazze e i luoghi pubblici con un’incredibile libertà. Attraverso l’acquisizione del controllo su tutte le classi sociali, la setta massonica sarà così astuta da penetrare nel cuore delle famiglie per corrompere persino i bambini e il diavolo si glorierà di nutrirsi con perfidia della squisita delicatezza del cuore dei bambini».
Anche il Signore additava poi la degradazione di sacerdoti e religiosi e i terribili castighi che ne sarebbero seguiti; ma di questo ci occuperemo, a Dio piacendo, in un prossimo articolo.

Che dire? Fiat voluntas tua…! Se tutto questo è necessario, Padre santo, per la rinascita della Chiesa dai Tuoi figli fedeli, che non possono più sopportare quest’ignobile farsa e sono pronti, a un Tuo minimo cenno, a dissociarsene pubblicamente, da’ loro la forza di resistere mantenendosi fedeli alla Tua Parola. Tu stai passandoli al vaglio per separarli dai traditori, da quel Giuda che hai misteriosamente ammesso fra gli apostoli di Tuo Figlio con un compito necessario al trionfo del Tuo Regno. Ti prego, custodiscili dal maligno – non perché potrebbe ancora ingannarli, ma perché non si scoraggino e non cedano all’amarezza, alla ribellione, all’arroganza… Non permettere che siano tentati di superbia, ma conservali semplici e miti, puri di cuore e di costumi, invincibili agnelli in mezzo a lupi feroci che tuttavia nulla possono contro i Tuoi piccoli, purché questi si mantengano stretti sotto il manto della Tua Sposa immacolata, loro Madre e Maestra infallibile, perfezione vivente della Tua santa Chiesa.



sabato 26 settembre 2015


Tempo di agire  Tempus faciendi, Domine: dissipaverunt legem tuam (Sal 118, 126).

L’ostinazione nella disobbedienza alla legge di Dio provoca un insensibile accecamento della mente e un correlativo indurimento del cuore: si comincia col trovare “buoni motivi” per sospenderne l’applicazione in circostanze particolari; poi, con il moltiplicarsi di tali circostanze (spesso dovuto proprio alla sospensione della legge) il rispetto di essa appare sempre più come un’imposizione contraria al bene delle persone, finché le legge stessa, in modo più o meno aperto, finisce con l’essere rigettata in nome della misericordia. Si dimentica così che Dio ha dato i Suoi comandamenti per amore dell’uomo e per la sua salvezza, onde guarirlo dalle conseguenze della prima prevaricazione e ricondurlo sulla via del bene. È fuor di dubbio che l’uomo abbia bisogno della grazia per poter adempiere la legge divina; ma non possiamo certo dire che il Salvatore non la riversi di continuo e in sovrabbondanza su chiunque vi ricorra con le dovute disposizioni e non vi ponga ostacolo.

Questo discorso così semplice, purtroppo, suona oggi terribilmente complicato alle orecchie della maggior parte dei fedeli e, malauguratamente, anche a quelle di molti sacri ministri. Per troppi anni, del resto, si è pervicacemente proceduto sulla via della trasgressione, così da trasformarla in regola. Legge, grazia, obbedienza, peccato… sono ormai termini di una lingua sconosciuta che, qualora ricorrano nei testi biblici o liturgici – pur tradotti in vernacolo – vengono sfrontatamente espunti o modificati per non offendere le delicate orecchie di chi ancora, eventualmente, facesse caso a ciò che si legge nella Liturgia.

È un caso esemplare di sordità volontaria: come recita il proverbio, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Tale sordità dell’anima è un fenomeno che tanto più si acuisce quanto più si tenti di porvi rimedio: finché il soggetto non modifica la volontà ribelle, infatti, continua a rinforzare le proprie difese intellettuali – per quanto difettose – allo scopo di respingere gli argomenti di chi prova con carità a mostrargli il problema.

«Rendi insensibile il cuore di questo popolo, fallo duro d’orecchi e acceca i suoi occhi, sicché non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore, né si converta in modo da essere guarito» (Is 6, 10). Paradossale missione del profeta!

Più egli parla, più il male si aggrava, poiché, per non dover ammettere che la sua parola è vera, il popolo si indurisce sempre più nella propria chiusura alla verità – e questo è già un terribile castigo che si infligge da sé. Poi, però, anche il castigo della divina giustizia si abbatterà su di esso, perché avrà volutamente trascurato il tempo favorevole che la divina misericordia gli aveva concesso: «Le città devastate rimarranno senza abitanti, le case senza uomini e la campagna deserta e desolata. Ne rimarrà una piccola parte, come una quercia alla cui caduta ne resta il ceppo» (cf. ibid., vv. 11.13).

Saranno scusati dal fatto che la loro sorte sarà stata favorita da un falso profeta che giustifica la loro ostinata disobbedienza? No, perché Dio invia l’empio con la sua diabolica potenza d’ingannoappunto a quanti rifiutano la verità e acconsentono all’iniquità (cf. 2 Ts 2, 8-12); come dire: se ci cascano è per colpa loro.

Ma quel ceppo superstite, ovvero quel piccolo resto, sarà finalmente progenie santa.
Bisogna quindi far tutto il possibile per trovarsi inseriti in esso.

Chi ha aperto gli occhi sull’empio inganno è già, per grazia di Dio, sulla buona strada; ma molti stentano ancora a riconoscerlo proprio a causa della loro fede semplice e retta, la quale non riesce ad ammettere che nella sede suprema sia insediato un iniquo. Le mie viscere si straziano al pensiero di queste persone buone che soggiacciono alla frode, di questi piccoli che non vorrei mai scandalizzare, onde non essere gettato in mare con una macina al collo…

Non parlo di quanti utilizzano notevoli qualità intellettuali e competenze culturali facendo salti mortali per “normalizzare” la situazione con tentativi disperati di spiegare ciò che non è giustificabile; parlo di tanti parenti, amici e conoscenti innamorati di un personaggio che sa corrispondere alla perfezione ai desideri profondi di ciascuno.

«Narraverunt mihi iniqui fabulationes: sed non ut lex tua» (Sal 118, 85). 

La soluzione del dilemma, come sempre, si trova nella Parola sacra: gli iniqui possono pure raccontare tutte le chiacchiere che vogliono, ma i loro discorsi, nella misura in cui sono contrari alla legge di Dio, vanno rigettati senza il minimo tentennamento. Ecco dunque come aiutare le persone rette, ma ingenue, a prendere coscienza dell’inganno: confrontando semplicemente le uscite del grande leader e dei suoi degni cortigiani con quanto afferma la Sacra Scrittura; la discontinuità – se non l’opposizione – salterà immediatamente agli occhi. Non c’è bisogno, a questo scopo, di aver studiato teologia; anzi, quanti lo hanno fatto sono i più refrattari alla cura, giacché la loro mente è deformata da una sottile quanto invasiva tecnica di mistificazione della verità. I semplici, invece, sanno benissimo che la Parola divina non ha alcun bisogno di essere “aggiornata” in base alla mutata situazione sociale così da esser “liberata” dai condizionamenti culturali del passato, dato che contiene una verità immutabile, capace di salvare uomini di ogni civiltà e di ogni epoca.

È tempo di agire, Signore, perché hanno violato la tua legge. Devi agire tu stesso, Padre santo, dando i primi salutari avvertimenti circa i terribili castighi che incombono sull’umanità peccatrice – visto che quelli in corso non valgono a scuotere le coscienze. Deve agire la nostra Madre e Regina immacolata inviando i Suoi eletti messaggeri, quelli che san Luigi Maria Grignion de Montfort preconizzò come apostoli degli ultimi tempi. Devono agire i Tuoi figli fedeli, raccogliendosi come un piccolo esercito di valorosi che Ti riportino le anime vacillanti e sbaraglino l’errore con la loro preghiera e testimonianza.

Poco importa che siano poco numerosi: «Non c’è differenza per il Cielo tra il salvare per mezzo di molti e il salvare per mezzo di pochi, perché la vittoria in guerra non dipende dalla moltitudine delle forze, ma è dal Cielo che viene l’aiuto» (1 Mac 3, 18-19). 

Tempus faciendi, Domine. Tempus faciendi, fratres.







[Edited by Caterina63 9/26/2015 9:05 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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10/25/2015 2:12 PM
 
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  sabato 24 ottobre 2015



Dagli amici mi guardi Dio
 I nemici di un uomo saranno quelli della sua casa (Mt 10, 36).

In un tempo non troppo lontano la parola del sacerdote era sufficiente a dirimere qualsiasi controversia: una cosa si doveva o non si doveva fare semplicemente perché così aveva detto il parroco. Oggi, al contrario, gli si dà ordini perfino su ciò che deve fare in chiesa o nella Messa, anche senza arrivare agli assurdi eccessi di certi Paesi, nelle cui parrocchie “assistenti pastorali” mentalmente deformate dalla perniciosa “teologia” che hanno studiato dettano legge su tutto. In questo caso tuttavia, per una volta, non stiamo indossando i panni dei laudatores temporis acti: l’esperienza storica insegna infatti che, venuti meno gli obblighi esterni, la pratica religiosa è miseramente crollata e, con essa, si è dileguata pure la fede. In effetti non basta che i fedeli facciano o non facciano qualcosa «perché l’ha detto il prete» oppure «perché si è sempre fatto così». Per resistere ai mutamenti sociali e culturali, gli impegni spirituali (che per loro stessa natura esigono una libera adesione interiore) hanno bisogno di motivazioni profonde, che solo una paziente e prolungata educazione può trasmettere.

Certo, ai bambini piccoli si possono impartire indicazioni basate sulla semplice ragione che così vuole papà o mamma; dal punto di vista pedagogico, anzi, questo è molto più congruo ed efficace che non l’imbottire loro la testa di spiegazioni complicate che non sono ancora in grado di capire, come spesso si fa attualmente in mancanza di vigilanza e di affetto. I fedeli della Chiesa, però, non sono infanti che debbano rimanere tali per tutta la vita – senza nulla togliere al fatto che il Regno di Dio appartiene a chi è come i bambini (cf. Mc 10,14). Una buona formazione dottrinale e morale è pertanto necessaria per fornire la propria vita di fede di un solido fondamento, nonché per riconoscere le trappole e gli errori di cui è disseminata l’odierna realtà ecclesiale. Fino a pochi anni fa si poteva ancora andare in parrocchia con la legittima aspettativa – sebbene spesso frustrata – di essere rinfrancati e nutriti nella vita di grazia; oggi bisogna spesso andarci muniti di adeguate protezioni spirituali, nonché di efficaci tappi auricolari.

Sembra incredibile, ma per i cristiani autentici la Chiesa è diventata un ambiente inospitale, se non ostile, in cui vengono guardati con sospetto e diffidenza, quando non son cacciati fuori o minacciati di scomunica… All’epoca del “cristianesimo adulto”, paradossalmente, l’unico motivo accampato è il fatto che dissentono da papa Francesco. La parola del parroco o del vescovo conta poco o nulla, ma qualunque affermazione esca dalla sua bocca è assolutamente indiscutibile, proprio come una volta: una cosa è vera e giusta semplicemente perché l’ha proferita il Papa. Il fatto è che, un tempo, il Papa era certamente tale e quanto dichiarava era sicuro; anche una cieca fiducia nei suoi confronti era quindi ben riposta: le parole e i gesti del Vicario di Cristo non lasciavano adito a dubbi. La stessa cosa, ahimé, non può certo dirsi oggi; al contrario, chiunque abbia una fede solida e retta (al posto di quel miscuglio melenso di buonismo e luoghi comuni attualmente somministrato a bambini e ragazzi che poi, giustamente, si dileguano dalla parrocchia il prima possibile) si sente spesso, se non quotidianamente, scosso da quelli del Vescovo di Roma. È quanto mai curioso, oltretutto, che simile esaltazione dell’autorità petrina sia congiunta ad un ossessivo richiamo alla collegialità episcopale e all’autonomia del Popolo di Dio. Se però si rileggono con attenzione i testi pubblicati a destra nei Documenti, la situazione paradossale in cui viviamo si illumina di colpo.

«Conferite al Papa (= antipapa) il massimo potere di scegliere i propri successori. […] Dichiarate falsi i dogmi precedenti, tranne quello dell’infallibilità pontificia. […] Soltanto l’antipapa eletto deve essere obbedito. Dite alla gente che dovrà inchinarsi quando verrà pronunciato il suo nome. Ordinate a tutti i sudditi del Papa di combattere in sante crociate per estendere l’unica religione mondiale». Sono i piani della massoneria relativi alla Chiesa Cattolica – o meglio alla sua distruzione –, già portati a compimento al novanta per cento. Dopo aver dilatato in modo indebito il ruolo di vescovi, sacerdoti e laici a scapito dell’autorità dottrinale e disciplinare dei veri Papi (che si era di fatto liberi di ingiuriare e disattendere a proprio piacimento), ora lo si è spazzato via con un colpo solo mediante un’asfissiante campagna pontificia contro il cattivo clero e i cattolici tradizionali, in modo da lasciare in piedi unicamente il potere perverso e pervertitore di un falso pontefice che sta demolendo la Chiesa dall’interno. Non è necessario che egli sia formalmente affiliato alla massoneria: è sufficiente che sia l’uomo da loro voluto, funzionale ai loro piani e compiacente alle loro direttive.

Non a caso, all’indomani della sua elezione, si sono moltiplicate entusiastiche dichiarazioni di favore da parte dei vari Grandi Orienti. Lo «stato di scisma e di apostasia, ancora latente ma già reale», da loro asseverato nel 1995 sta per manifestarsi apertamente per effetto delle continue provocazioni di tale personaggio e del suo entourage. È sintomatico che egli abbia fatto l’unico, intimidatorio riferimento all’autorità che i sacri canoni gli riconoscono per sopire il violento conflitto scoppiato al Sinodo dei Vescovi dell’anno scorso. Quello che però egli esercita – in realtà – non è altro che un autoritarismo grezzo e arbitrario, regolato unicamente dagli scopi che si prefigge. Nulla potrà mai annullare, in ogni caso, le promesse di Dio: concederci di servirlo senza timore, una volta liberati dalle mani dei nostri nemici, in santità e giustizia, al Suo cospetto, per tutti i nostri giorni (Lc 1, 74-75). Fiduciosi nella profezia dettata dallo Spirito dell’unico vero Oriens ex alto, non ci saremmo mai aspettati, tuttavia, di trovarci quei nemici in casa nostra. 




sabato 17 ottobre 2015


La vera posta in gioco

In un bollettino della massoneria giudaica dei primi anni del secolo scorso si afferma che la Chiesa Cattolica deve essere aiutata a cambiare. A quanto pare sopravvivono ancora dei figli di Caifa che, poveretti, continuano a illudersi di poter chiudere i conti col Nazareno. Visto che l’odio distruttivo scatenato a più riprese contro la Sua Sposa per interposta persona, nelle varie epoche della storia cristiana, non è valso ad eliminarla dalla scena, han pensato bene di infiltrarsi nel suo corpo direttivo per adulterarne la natura (ignorando ovviamente, per carenza di cognizioni adeguate in materia, che ciò non è possibile). Sta di fatto che, almeno da un certo punto di vista, sono riusciti nel loro perfido intento: a un secolo di distanza si stenta a riconoscere, della Chiesa terrena, lo stesso volto visibile di allora – o meglio non lo si riconosce più.

Simile cambiamento, dai cattolici “aggiornati”, era in realtà considerato un enorme progresso: fino a cinquant’anni fa non si era capito praticamente nulla del Vangelo, che si sarebbe cominciato a comprendere e a vivere soltanto con il Vaticano II. Oggi, però, essi appaiono ormai surclassati: di quel Concilio che fino a pochi anni orsono era tenuto per verità assoluta e indiscutibile, stranamente non si parla più, così come di qualsiasi altra cosa risalga a una data precedente a quel fatidico 13 marzo 2013, che ha segnato l’inizio di una nuova èra. È nata la Chiesa di papa Francesco, con una nuova dottrina, una nuova prassi e una nuova morale. In conferenze, omelie e interventi vari, vescovi, cardinali o semplici sacerdoti lo acclamano anzi salvatore della Chiesa, profondendosi in elogi entusiastici e scomunicando senza appello – in nome della misericordia – chi non fosse dello stesso parere…

Indubbiamente è un’altra religione, non quella che abbiamo ricevuto da bambini. Abbiamo sempre creduto in Cristo quale unico salvatore, nella Sua parola come verità immutabile, nel Suo sacrificio come redenzione universale e nella Sua grazia come indispensabile mezzo di salvezza. Ora questi signori vorrebbero farci credere che tutto questo sia superato: nessuno di loro, ovviamente, osa affermarlo in termini espliciti, ma il succo del discorso è quello. Basta essere buoni (ognuno a modo suo), rispettare la legge (umana) e fare la raccolta differenziata dei rifiuti… In termini tecnici, è ciò che si chiama giustificazione mediante le opere; in parole povere, un regresso del cristianesimo al giudaismo, in nome di quel Gesù che non sarebbe altro che un ebreo vissuto nel I secolo (dopo Cristo, per l’appunto). Forse non tutti sanno, tuttavia, che il giudaismo di oggi non è il medesimo della sua epoca, ma piuttosto una continuazione di quel rabbinismo con cui il Figlio di Dio non andava molto d’accordo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…». Ricordate?

Ma che c’entrano gli Ebrei con papa Francesco? C’entrano eccome: sono amici per la pelle. Già da arcivescovo di Buenos Aires, il buon Bergoglio ha “concelebrato” con i rappresentanti della più potente loggia giudaica (la Bᵉnè Bᵉrith) raccolti con lui intorno all’altare; poi, trasferitosi a Roma, li ha solennemente ricevuti in Vaticano. Uscendo da un lungo colloquio con lui, Shimon Perez ha dichiarato che è finalmente giunto il momento di unire tutte le religioni – eliminando evidentemente tutto ciò che possa distinguerle. Al Congresso degli Stati Uniti e nel Palazzo di Vetro, il pontefice uscito da un ambiente ecclesiale fieramente antiglobal e antiamericano è stato acclamato come un profeta da centinaia di delegati rapiti in estasi. Eppure si presenta come il papa dei poveri, degli ultimi, dei diseredati… Come fa a piacere tanto a chi li opprime e li affama dettando ai governi dei Paesi sottosviluppati scelte, programmi e politiche?

C’è qualcosa che non torna… a meno che non si ammetta – come suggerito da qualcuno – che questo papa sia stato voluto proprio da loro. Ultimamente si è tornati a parlare delle dimissioni di Benedetto XVI, annunciate in circostanze quanto meno inquietanti: proprio in quei giorni lo Stato della Città del Vaticano era stato escluso dalla rete SWIFT, sorta di camera di compensazione finanziaria che consente le transazioni di denaro a livello mondiale; ciò significa che qualsiasi operazione economica da parte del Vaticano (fosse pure un semplice prelievo o acquisto con carta di credito) era stata bloccata, con conseguenze a dir poco catastrofiche. Pare che, appena avvenuto l’annuncio delle dimissioni (redatto oltretutto in un latino piuttosto improbabile), il collegamento sia stato ripristinato. Certamente non sarà stata questa l’unica causa scatenante, ma in una situazione che, dopo lo scandalo Vatileaks, si era rivelata ingovernabile, questo potrebbe essere stato l’ultimo scossone per convincere l’odiatissimo ottuagenario a mollare la barra della barca di Pietro. In fin dei conti era il solo che ancora si opponeva ai progetti perversi dei nemici di Dio (gender, mondialismo, relativismo assoluto…), la cui realizzazione, proprio a partire da quel momento, ha conosciuto un’accelerazione impressionante.

Ci sarà senz’altro chi, come al solito, griderà al complottismo… Il fatto è che il sistema SWIFT è controllato dagli Stati Uniti, le cui finanze, a loro volta, sono controllate dalla massoneria giudaica. I conti cominciano a quadrare, soprattutto se si sommano gli intrighi del cosiddetto gruppo di San Gallo, composto di quei cardinali che, per esplicita ammissione di uno di loro, fin dall’inizio del pontificato di papa Ratzinger hanno tramato per boicottarlo (o forse ne hanno addirittura favorito l’elezione con il proposito di approfittarne per esasperare la tensione all’interno della Chiesa e nei suoi rapporti con il mondo) e preparato poi l’elezione successiva. Luciferina astuzia dei Giuda che in ogni epoca, per misteriosa permissione della Provvidenza, si mescolano agli Apostoli e ai loro successori… Con le buone o con le cattive, insomma, bisognava togliere di mezzo chi tratteneva (il katéchōn di paolina memoria) quel cambiamento radicale della Chiesa che i suoi avversari avevano di mira, sostituendolo con qualcuno che fosse invece d’accordo con loro.

Il fatto è che secondo san Paolo – ciò che chiunque può leggere nella Bibbia, loro compresi – questo momentaneo trionfo del mysterium iniquitatis prelude al ritorno glorioso di Cristo sulla terra (cf. 2 Ts 2, 1-12). Per noi, che pur gemiamo nella prova, questo è un eccezionale motivo di consolazione; per quelli, al contrario, dovrebbe esserlo di preoccupazione, se credessero nel carattere ispirato della Sacra Scrittura. In ogni caso, il diavolo sa per certo che gli rimane poco tempo; forse non lo sanno i suoi adepti, che stanno manovrando il Sinodo dei Vescovi – checché ne dicano, a livello ufficiale, i pinocchi dal chilometrico naso – per far definitivamente trionfare le loro idee perverse. A questo punto, se i Pastori fedeli non alzano la voce, grideranno le pietre… Quanto più abbiamo il diritto e il dovere di farlo noi, che avemmo un giorno un cuore di pietra, certo, ma abbiamo ricevuto da Maria immacolata la grazia di vedercelo cambiare dal Suo primogenito in cuore di carne, un cuore da figli plasmato da quella Parola che non passerà mai, a differenza di cielo e terra. 



sabato 10 ottobre 2015


Dall’abisso alla gloria
 Corruptio optimi pessima.

Già l’antica saggezza latina aveva riconosciuto che, quando sono i migliori a guastarsi, la loro corruzione supera i limiti di quella propria di chi è abitualmente corrotto e li fa sprofondare in abissi di depravazione che sorprendono persino i disonesti. Anche al di fuori di tale decadenza, è risaputo che un’esteriorità impeccabile può ben fare da schermo al marciume: «Chi fa l’angelo fa la bestia», sentenzia il noto adagio attribuito a sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Finora, però, le bestialità commesse dagli angeli apparenti erano consumate in segreto; oggi invece (proprio all’epoca in cui le notizie si divulgano in pochi istanti a livello planetario) esse vengono con orgoglio esibite in pubblico. È uno schiaffo al buon gusto, prima ancora che al buon senso – anche per quanti, pur vivendo lontano dalla fede, si aspettano spontaneamente dai sacerdoti una condotta per lo meno decente. Se poi il motivo del vanto è una relazione sodomitica, inevitabilmente intessuta di atti che sono fra i più disgustosi e degradanti che un essere umano possa commettere…

Come frutto delle amenità raccontate al catechismo e del vuoto spinto caratterizzante la formazione dei seminari, d’altronde, non ci si poteva aspettare molto di meglio. Ascesi e mortificazione sono state abrase dalla vita cristiana come relitti di un passato oscurantista e opprimente in cui – dicono – la gioia di vivere e l’anelito alla libertà erano sistematicamente repressi ai fini della conservazione del potere clericale. Pur non avendo esperienza diretta di quei deprecabili tempi preconciliari (termine gravido delle più sinistre risonanze), posso comunque fare appello a ricordi personali. La frequentazione di sacerdoti anziani, formati alla “vecchia maniera”, mi ha sempre fatto un gran bene nel profondo dell’anima: erano uomini buoni, sereni, saggi e radiosi che mi volevano bene in modo pulito, franco, disinteressato, diventando così fari della mia infanzia e giovinezza e favorendo in modo decisivo la mia vocazione. Il mio solo rimpianto è che non ci siano più e che io non abbia più la preziosa opportunità di imparare da loro ciò che non mi è stato insegnato.

Qualcosa, in ogni caso, dev’essere pur passato, se oggi continuo a cercarlo intorno a me e desidero offrirlo a mia volta. Di fatto, gli unici in cui ritrovo le medesime qualità sono sacerdoti bollati come “tradizionalisti” e, paradossalmente, dei giovani religiosi che si stanno formando “all’antica”: i loro volti puri, solari e vitali sono una prova evidente della bontà del cammino seguito. Sono ragazzi del nostro tempo, cresciuti nelle nostre città e nelle nostre scuole, ma miracolosamente liberi dall’orrenda schiavitù dell’impurità che soggioga la nostra gioventù infelice. Dato che la grazia suppone la natura, è ovvio che certi miracoli richiedano particolari disposizioni spirituali che non si possono assumere se non apprendendole da qualcun altro; ma la lotta contro il peccato e la cooperazione con la grazia sono discipline che si insegnano da ben duemila anni nella Chiesa: a mano a mano che le impari, ti cambiano la vita.

Da quando nei seminari e nei conventi, invece, si è abbandonata ogni pratica e disciplina per perdersi nelle chiacchiere fumose di uno spiritualismo astratto, completamente cieco di fronte alle reali condizioni di candidati provenienti da una società estremamente corrotta, essi si sono trasformati, secondo la terribile profezia della Salette, in cloache di impurità. Tale risultato, del resto, è stato studiatamente perseguito dalla massoneria, a partire almeno dagli anni ’50, mediante l’infiltrazione degli istituti ecclesiastici di studio da parte di insegnanti ad essa affiliati. Lo scopo ultimo era quello di squalificare il sacerdozio cattolico, come la Vergine predisse a Mariana de Jesús nel lontano 1610: «Il sacramento dell’Ordine sacro sarà deriso, oppresso e disprezzato, perché in questo sacramento la Chiesa di Dio e persino Dio stesso è respinto e disprezzato, poiché Egli è rappresentato dai Suoi preti. Il demonio cercherà di perseguitare i ministri del Signore in ogni modo possibile e agirà con crudele e sottile astuzia per farli deviare dallo spirito della loro vocazione corrompendo molti di loro. Questi sacerdoti corrotti, che saranno motivo di scandalo per i cattolici, faranno sì che l’odio dei cattivi cattolici e dei nemici della Chiesa cattolica, apostolica e romana ricada su tutti i sacerdoti».

Non potrò mai dimenticare le espressioni di odio con cui, nella prima metà del 2010, i romani mi piantavano gli occhi addosso, per strada e sui mezzi pubblici, ogni volta che un articolo di giornale o un programma televisivo aveva sollevato il velo sulla pedofilia nel clero. Allora mi sentivo ancora obbligato a portare quell’eclettica divisa semi-laica che è stata imposta al clero “rinnovato” e che non ho mai amato; ora che indosso sempre l’abito talare, al contrario, spesso riscuoto simpatia e gentilezza là dove meno potrei aspettarmele. All’abito si associa pur qualcosa di importante, almeno ad una certa età; i bambini e gli adolescenti, invece, sono inevitabilmente incuriositi da una figura così inconsueta. Ciò che conta, ad ogni modo, è che la veste sia un continuo richiamo – per il prete come per i fedeli – alla santità oggettiva dello stato sacerdotale, che esige parimenti una tensione ininterrotta verso la santità personale. La qualità morale dei ministri sacri, in effetti, ha una ricaduta diretta sulla vita del Popolo di Dio, in bene e in male, come ricordò Gesù stesso a Mariana nel 1634:

«Sappi che la Giustizia divina manda terribili castighi su intere nazioni non solo per i peccati della gente, ma soprattutto per i peccati dei sacerdoti e dei religiosi, perché questi ultimi sono chiamati dalla perfezione del loro stato ad essere il sale della terra, i maestri della verità, coloro che trattengono l’ira divina. Deviando dalla loro sublime missione, essi si degradano a un punto tale che agli occhi di Dio sono proprio loro ad accelerare il rigore dei castighi, perché separandosi da me finiscono per vivere solo una vita superficiale dell’anima, e mantenersi lontano da me non è degno dei miei ministri. Con la loro freddezza e mancanza di fiducia, essi agiscono come se per loro io fossi un estraneo. Ahimé! se solo sapessero, se solo fossero convinti di quanto io li ami e desideri che essi entrino nella vera profondità delle loro anime, là, senza dubbio, essi troverebbero me e vivrebbero necessariamente la vita d’amore, luce e continua unione per la quale essi non sono solo stati chiamati, ma scelti!».

Come sempre, il Signore non giudica i peccati e non minaccia castighi se non per mostrare agli uomini una via d’uscita e spronarli ad imboccarla. Chi nel clero non è ancora del tutto accecato dall’ideologia e corrotto nei costumi ritorni piangendo al Suo amore e rientri nel profondo del proprio cuore per ritrovarvelo, riprendendo la vita d’amore, luce e continua unione con Lui per la quale è fatto e in virtù della quale, soltanto, sarà in grado di riportargli le anime traviate. Chi nel popolo desidera veramente la salvezza propria e altrui, si assuma il compito che il Salvatore affidò a suor Mariana: lavorare per la santificazione di sacerdoti e religiosi offrendo preghiere, sacrifici, penitenze e ogni azione buona in unione ai Suoi meriti infiniti e a quelli dell’immacolata Madre Sua. Per incoraggiarci e sostenerci nell’impegno, ad ogni richiesta Gesù associa una promessa: «In ogni tempo, io sceglierò tali anime in modo che, unendosi a me, esse lavorino, preghino e soffrano per conseguire questo nobile fine, e una gloria speciale le attenderà in cielo». 



sabato 3 ottobre 2015


Che cosa dobbiamo fare, fratelli?

Nulla è mai del tutto perduto, quando c’è di mezzo la grazia. Se i cittadini di Gerusalemme, dopo aver ascoltato san Pietro imputare loro la morte di Gesù, con il cuore trafitto dal pentimento ebbero speranza sufficiente per porgli questa domanda (cf. At 2, 36-37), quanto più coloro che Lo servono fedelmente e desiderano ardentemente conoscere la Sua volontà hanno il diritto di porgerla! La situazione surreale in cui, loro malgrado, si trovano rende tale questione quanto mai pressante, ma costituisce altresì un argomento stringente per reclamare un rapido esaudimento. Quando tutto sembra crollare, il Signore della storia non può abbandonare i Suoi fedeli allo smarrimento e all’incertezza; è Lui, l’unico in grado di aprirlo, che in virtù della Sua morte redentrice e della Sua risurrezione ha preso dalla destra del Padre il rotolo sette volte sigillato che contiene i Suoi insondabili decreti circa la sorte dell’umanità (cf. Ap 5, 6-7).
Se, nella storia della Chiesa, si è colpito il clero simoniaco e concubinario negandogli ogni forma di sostentamento e disertandone le celebrazioni, tanto più è doveroso farlo nei confronti di quei chierici che demoliscono la fede dei semplici con il loro insegnamento eterodosso e con la loro condotta immorale. Non frequentate più le parrocchie in cui si predicano eresie o si dà scandalo con comportamenti indegni; non fate più offerte e non chiedete più i Sacramenti in quei luoghi, ma rivolgetevi soltanto a sacerdoti affidabili, anche se fosse necessario spostarsi. È pur vero che, a norma di diritto, bisogna far riferimento alla parrocchia nel cui territorio si ha il domicilio; ma, visto che già tanti ministri e fedeli si esimono da sé dal rispetto dei canoni per motivi di preferenza o di amicizia, perché mai dovrebbero sentirsi vincolati in coscienza quelli che vogliono preservare la propria fede ed essere certi di ricevere la grazia?

Ciò che in tempi normali è reprensibile, in circostanze eccezionali può diventare doveroso, purché si tratti, ovviamente, di questioni attinenti al diritto meramente ecclesiastico. I sacerdoti refrattari, durante il Terrore, non chiedevano certo il certificato di residenza ai fedeli che si rivolgevano a loro. Noi non siamo ancora costretti a darci alla macchia per esercitare il sacro ministero, ma a celebrare la Messa antica quasi di nascosto, sì – e per sfuggire alla mannaia non di tribunali rivoluzionari, ma di vescovi “cattolici”. La nostra coscienza può quindi rimanere in pace, quand’anche non osserviamo norme del codice del tutto relative: la salus animarum non è forse la suprema legge della Chiesa, come ci hanno ripetuto in modo martellante nella nostra “formazione”? Solo che, da quanto è dato arguire, secondo loro noi dovremmo salvare le anime autorizzando ciascuno a fare tranquillamente quello che gli pare in base alla sua nozione personale di bene e di male…

Se i vostri Pastori vi chiedono conto di ciò che fate, rispondete spiegando loro apertamente le vostre motivazioni, anche a costo di irritarli o di farvi giudicare integralisti, ma guardatevi bene dal farvi trascinare in una discussione dalla quale uscireste offesi e malconci, dato che non maneggiate quella dialettica perversa che si insegna nei seminari per sfornare preti capaci di aver ragione anche quando hanno torto in modo evidente. Dite quel che dovete dire e scappate via, lasciandoli cuocere nel loro brodo; in ogni caso, avrete compiuto nei loro confronti un atto di carità intellettuale, e chi non è completamente accecato dall’orgoglio si porrà qualche salutare domanda. In un’epoca in cui tutto è capovolto, può pure capitare che tocchi alle pecore salvare il pastore.

È ora di far sentire la propria voce dal basso, dato che quanti erano pronti a farlo dall’alto sono stati bellamente imbavagliati. L’atteso Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, che si aprirà domattina, è già stato preventivamente blindato dalla suprema autorità, visto che in quello preparatorio dell’anno scorso ha trovato una resistenza molto più consistente e agguerrita del previsto. Secondo il nuovo regolamento, appositamente promulgato per l’occasione, i Padri sinodali non voteranno mai in assemblea generale, ma lavoreranno soprattutto in circoli linguistici e sotto stretto segreto. A quanto pare non ci sarà la consueta relazione intermedia, ma alla fine il Sommo Pontefice emanerà subito – presumibilmente senza nemmeno aver avuto il tempo di dare un’occhiata alle posizioni emerse durante il sinodo – un documento conclusivo che non potrà essere, come negli altri casi, una sintesi dei diversi contributi (cosa che richiede di solito da un anno a due di lavoro), ma sarà con ogni probabilità un testo preparato in anticipo; i bene informati sostengono in effetti che un gruppo di “esperti” sarebbe già all’opera. Una solenne perdita di tempo, insomma; una pagliacciata di regime in cui le posizioni contrarie non avranno voce – a meno che qualcuno dei buoni non infranga il regolamento…

Manco a dirlo, si fa tutto per il pueblo… che in questo caso è composto – parola di prefetto della Rota romana – di turbe di infelici che la Chiesa avrebbe condannato ingiustamente e senza appello. Se c’è qualcuno che ha il diritto di protestare, sono gli avvocati rotali, che vedranno precipitare i loro favolosi guadagni… a meno che non si crei una procedura per l’annullamento dei matrimoni omosessuali. Ebbene sì, anche di questo dovrà occuparsi il sinodo sulla famiglia – visto che non è più ben chiaro che cosa si intenda con il termine. Se il vostro Vescovo è “aperto” al riconoscimento (senza però usare la parola matrimonio!) di diritti civili per le cosiddette coppie dello stesso sesso, prendete la decisione di non firmare più per la Chiesa Cattolica nella prossima dichiarazione dei redditi e scrivetegli una lettera per esporgliene il motivo. Anche in questo caso, chissà che non si ravveda – se non altro per questioni di bilancio.

Per concludere, raccomando a tutti (anche se mi do la zappa sui piedi) di passare meno tempo a navigare sulla Rete alla ricerca di fatti e misfatti ecclesiastici su cui riversare il proprio sdegno o con cui rinfocolarlo, e un po’ più in ginocchio davanti al crocifisso o al tabernacolo. Qualsiasi cosa possiamo fare, non servirà a nulla senza la preghiera, dato che tutto dipende dalla grazia di Dio. Il nostro non è un combattimento contro le forze della carne, ma contro le potenze demoniache che manovrano il mondo incredulo e i falsi cristiani suoi alleati. Recitate l’esorcismo di Leone XIII – ma solo, ovviamente, se siete incontestabilmente in stato di grazia – e riprendete la Preghiera infuocata del Montfort, qualora l’abbiate tralasciata. Urlate al Cielo come lui, con lo stesso ardore e la stessa incrollabile fede. Presto o tardi dovrà pur esaudirci. 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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3/20/2016 12:02 AM
 
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  sabato 19 marzo 2016


Siamo in guerra (ma abbiamo già vinto)
 Corrupti sunt, et abominabiles facti sunt in iniquitatibus (Sal 52, 2).

Giovedì prossimo, nella santa Messa in Coena Domini, per la prima volta nella bimillenaria storia della liturgia cristiana i sacerdoti potranno lavare i piedi anche alle donne. È evidente che si è completamente persa la percezione del senso originario del rito: il mandato apostolico. Fino alla cosiddetta riforma liturgica, peraltro, questo gesto veniva compiuto al di fuori del santo Sacrificio, come tutte le azioni che non hanno valore sacramentale, ma puramente didattico.
Ancora una volta, si ripeterà ciò che è accaduto in tanti altri casi: un’iniziativa che costituiva un abuso diventerà la norma (come già la comunione sulla mano, che in molti luoghi, da meramente lecita, è divenuta praticamente obbligatoria).

La novità, in quest’ultimo caso, sta nel fatto che l’abuso – benché meno grave – non è stato semplicemente concesso dalla suprema autorità della Chiesa con il paravento delle conferenze episcopali; al contrario, esso è stato dapprima praticato proprio da essa con grande pubblicità mediatica. Immaginatevi come si daranno da fare quei poveri parroci che, smaniosi di emergere, lo scorso 13 marzo hanno celebrato con enfasi il terzo anniversario della grande sciagura, giungendo perfino ad invitare i fedeli – come mi è stato riferito da un lettore – a scambiarsi il segno di pace immaginando di dare una carezza al caro papa Francesco…

Nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove il Vescovo di Roma appena eletto si inginocchiò davanti a una musulmana per baciarle i piedi (quando non lo fa mai davanti a nostro Signore), ho svolto qualche anno fa un breve apostolato che mi ha fatto un gran bene, nonostante l’ostracismo dei volontari cattocomunisti e del locale cappellano, nostalgico del massone cardinal Casaroli, che a suo tempo aveva frequentato quel luogo. La stragrande maggioranza degli ospiti era costituita da zingari e immigrati slavi o maghrebini più o meno irregolari. I giovani delinquenti italiani vi transitano infatti soltanto per pochi giorni, per esser poi affidati alle cure di non meglio specificate “comunità educative”. Fu così che, una domenica, per poco non mi imbattei in due adolescenti romani che, tanto per divertirsi, avevano ammazzato un ciclista a calci e pugni. Correva l’anno 2008; quanto di recente accaduto a Roma, purtroppo, non è una novità, salvo per il clamore mediatico che quella volta, per i misteriosi meccanismi dell’informazione, non ci fu.

In comunità, quei due rampolli di “normalissime” famiglie nostrane saranno stati certamente assistiti da valenti psicologi che li avranno aiutati ad elaborare il lorodisagio. In questo modo, però, si son persi un’occasione irripetibile per farsi lavare i piedi nientemeno che… dal Papa! Un’eventualità del genere – mi vien da pensare – avrebbe senz’altro cambiato per sempre la loro esistenza, così inaspettatamente raggiunta dal mistero della misericordia divina. Non mi risulta però che Alì Agca si sia fatto cattolico dopo la visita di Giovanni Paolo II; di lì a poco si diede piuttosto a inquietanti farneticazioni messianiche. Il fatto è che, per quanto ci si ostini oggi a negarlo, ci sono persone che scelgono lucidamente e deliberatamente… il male. Poiché la volontà umana è libera (e non può essere annullata da nessun disagio o povertà di sorta), prima di svelare ai rei il volto misericordioso di Dio occorre mostrare loro – come ha fatto Egli stesso nel rivelarsi – la Sua giustizia e il Suo giudizio; altrimenti nessuno prenderà mai sul serio la Sua misericordia.

Oggi la misericordia non è più nemmeno capita, per il semplice fatto che non se ne vede la necessità. Se addirittura chi dovrebbe fungere da supremo garante della verità asserisce che «ciascuno di noi ha una sua visione del bene e del male» e che «noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene», mentre qualsiasi giudizio morale costituirebbe un’intollerabile «ingerenza spirituale nella vita personale», tutto diventa lecito. Ci sono gruppi e individui che da decenni si battono per la legalizzazione della pedofilia, la quale – a detta loro – rappresenterebbe un bene per il bambino, in quanto lo aiuterebbe a liberarsi dalle deprecabili inibizioni con cui l’educazione soffocherebbe la sua naturale sensualità e voglia di vivere.
In diversi Paesi europei questo genere di “rieducazione” pansessista è già obbligatoria e, se un padre cerca di sottrarle il figlio, finisce in galera come un criminale (e là non c’è nemmeno un papa che vada a lavargli i piedi come a Roma, al massimo ci sarà un arcivescovo Koch che gli farà la ramanzina a difesa dei sodomiti). Che cosa obiettare a codesti apostoli dell’infanzia, che possono ormai appellarsi al pensiero della più alta autorità morale al mondo?
Sono talmente corrotti da esser diventati abominevoli nelle loro iniquità.

L’angelo «aprì il pozzo dell’Abisso e dal pozzo salì un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera» (Ap 9, 2). La lotta è umanamente impari, ma le nostre armi spirituali sono più potenti. Confesso che, in questo momento, l’unica cosa che mi dà forza è la santa Messa tradizionale, che non mi farò strappare da nessuno per nessuna ragione. Ogni mattina, come primo atto della giornata, scendo in cappella con lo stato d’animo di un generale di corpo d’armata che si accinge a sferrare battaglia con la certezza assoluta di riportare vittoria sul nemico.
Al termine, a vittoria ottenuta, provo una sensazione di forza sovrumana che mi assicura che anche la guerra è vinta. Ma ogni fedele può trarre dalla Messa antica il medesimo vigore, fin da quando, con il sacerdote ai piedi dell’altare, recitando il Confiteor si presenta al cospetto della corte celeste per esserne giudicato, al fine di esservi ammesso come un intimo amico: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei Santi e familiari di Dio» (Ef 2, 19). Grande, sublime, temibile condizione del cristiano! Un sacro tremore tempera l’esultanza perché non degeneri in iattanza.

Celebriamo la Settimana Santa come la nostra vittoria sulle orde infernali, che si sono sparse su tutta la terra e che neanche il paolino katéchon trattiene più (cf. 2 Ts 2, 6-7). Sebbene il mysterium iniquitatis si sia scatenato come non mai, Dio già regna dal legno della Croce – e noi siamo partecipi della Sua regalità. Esercitiamola dunque sotto la guida di Colei che più di chiunque altri la possiede dopo Suo Figlio, Lei che è «bella e terribile come schiere a vessilli spiegati» (Ct 6, 4).

Abbattiamo le fortezze del nemico con la corona del santo Rosario; ogni singola Ave Maria recitata con fede, risuonando nel Suo Cuore immacolato e doloroso come il grido di un figlio, che non può rimanere inascoltato, La muoverà a scacciare un demonio.
Unendo la nostra passione a quella che, sul Calvario, ha fatto di Lei un tutt’uno con la Vittima uscita dal Suo grembo, Ella ci renderà imbattibili. Sia questo il mio augurio pasquale a tutti i fedeli della Parrocchia virtuale, che ogni mattina presento al Signore nel canone della santa Messa, nominando ad uno ad uno quelli che mi hanno affidato le loro intenzioni. Prende un po’ di tempo, ma è tempo ben speso nel cuore del Sacrificio della nostra redenzione, nel quale il trionfo della Chiesa è già un fatto compiuto.

San Giuseppe, sposo dolcissimo di Maria, padre putativo di Gesù, padre della divina Provvidenza e custode della santa Chiesa, a te ricorriamo per essere rivestiti delle tue virtù: della tua fede, della tua umiltà, della tua obbedienza, della tua pazienza, del tuo silenzio adorante e del tuo spirito di abbandono. Difendici da tutti gli assalti del maligno e provvedi alle nostre necessità spirituali e materiali, affinché possiamo cercare unicamente il Regno di Dio e servire al trionfo del Cuore immacolato di Maria, tua santissima Sposa.
Amen.
 







LA DOLCE MORTE DELLA CHIESA......

Il colpo più devastante degli ultimi tre anni.

di  Don Elia

Geniale astuzia gesuitica. Se non altro, bisogna dargliene atto. Con l’esortazione apostolica sulla famiglia è riuscito a catturare e calamitare su di sé l’attenzione universale, compresa quella di chi lo detesta. Tutti col fiato sospeso in attesa che scoccasse la fatidica ora. Mai la pubblicazione di un documento del Magistero aveva provocato tanta suspense ed era stato atteso con tanta trepidazione, seppure di segno diverso a seconda degli schieramenti. Che si sia d’accordo o meno, una simile ansia, da sola, ha comunque conferito al documento una risonanza enorme a livello mondiale, fuori e dentro la Chiesa.
Non c’è che dire: un altro colpo da maestro nella strategia di manipolazione collettiva di cui tutti, nolenti o no, siamo inevitabilmente vittime – forse, come potremo verificare nei prossimi mesi, il colpo più devastante degli ultimi tre anni.

I commenti, in senso favorevole o contrario, saranno d’obbligo e si moltiplicheranno a dismisura su siti e testate di ogni orientamento, continuando a tenere incollato l’interesse di tutti su un testo che, secondo l’ormai collaudata tecnica, non contiene dichiarazioni che contraddicano nettamente il deposito della fede, ma insinua l’eresia sotto forma di mantra ossessivi: accoglienza, inclusione, misericordia, compassione, inculturazione, integrazione, accompagnamento, gradualità, discernimento, coscienza illuminata, superamento di schemi rigidi o sorpassati…

Chi può contestare una tale esortazione alla (apparente) carità evangelica senza passare per un ottuso e insensibile difensore di dottrine astratte, formulate in modo non più compatibile con la situazione odierna? Se – a quanto si afferma – il matrimonio cristiano (che i nostri genitori, nonni e bisnonni hanno normalmente vissuto, pur con tutti i loro limiti e sforzi) è un ideale cui tendere e non più la vocazione ordinaria del battezzato, elevata e fortificata dalla grazia, chi siamo noi per giudicare famiglie ferite
e situazioni complesse?

VISCIDO E SFUGGENTE

A voler pizzicare il testo su qualche preciso svarione dottrinale, d’altronde, si ha l’ormai consueta impressione di essere alle prese con un oggetto viscido e sfuggente che non si lascia afferrare da nessun lato: non c’è un pensiero articolato e coerente, non c’è uno sviluppo teologico argomentato, ma un’iterazione snervante di ricorrenti temi con variazioni che, in appena trecentoventicinque paragrafi, stronca qualsiasi resistenza mentale e psicologica.
Il realismo cui insistentemente ci si appella non è quello dell’interazione tra natura e grazia, tipico della tradizione cattolica, ma quello della sociologia e della psicanalisi, che ignorano completamente l’azione della grazia – se non intesa nel significato improprio di conforto psicologico – e considerano la natura esclusivamente nella sua disperata incapacità di correggersi.
Di conseguenza l’unica soluzione possibile, nell’immancabile ospedale da campo, non è curare le malattie con una terapia adeguata, ma “aiutare a morire” pazienti accolti, integrati e felici di esserlo.
Che dire? Eutanasia dello spirito…

Frammisti a questa logorroica e interminabile ricetta, espressi in forma ambigua o imprecisa, nel penultimo capitolo (quello decisivo) arrivano infine gli errori formali, quando l’esausto lettore, indottrinato dai trecento paragrafi precedenti, non è più in grado di reagire.

Finalmente qualcosa a cui aggrapparsi per denunciare – ciò che si spera comincino a fare vescovi e cardinali – un’esplicita deviazione dottrinale! L’errore più grave, da cui discendono gli altri, riguarda l’imputabilità morale degli atti umani, che non sempre è piena. Verissimo per singole azioni; peccato che le cosiddette situazioni irregolari siano stati durevoli e condizioni stabili in cui non si può cadere per debolezza o inavvertenza, ragion per cui l’osservazione non è pertinente. Da questo errore di prospettiva deriva l’opinione che non tutti coloro che vivono una situazione coniugale irregolare siano in peccato mortale, privi della grazia santificante e dell’assistenza dello Spirito Santo. Ciò può risultare vero unicamente in presenza dell’ignoranza invincibile: ma è un’ipotesi ammissibile, in questo caso? Nell’eventualità, compito di ogni fedele – e a maggior ragione di ogni sacerdote – è proprio quello di istruire gli ignoranti.

Di conseguenza, affermare che chi è in stato di peccato grave è membro vivo della Chiesa non può non essere falso: il peccato mortale si definisce appunto come morte dell’anima.

Se poi, su questa china, si arriva ad asserire che l’adulterio permanente può essere per il momento «la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo» (Amoris laetitia, 303), siamo alla bestemmia.
A rimediare non basta una citazione di san Tommaso, strumentale e strappata al contesto: è il metodo dei Testimoni di Geova.

Non siamo accorati per chi si ingegnerà a tirare il documento da una parte o dall’altra per trovarvi supporto al proprio orientamento (normalista o rivoluzionario); la perfidia peggiore consiste nel fatto che anche le obiezioni, loro malgrado, ne rafforzeranno la ricezione: che se ne parli anche male, purché se ne parli… e più se ne parlerà, più il veleno che contiene penetrerà nelle conversazioni quotidiane, nei dibattiti televisivi, nei progetti pastorali, nella mentalità e nella prassi comuni.

È proprio così che idee inizialmente inaccettabili vengono trasformate in norma; è esattamente la stessa tecnica utilizzata dalle menti occulte del nuovo ordine mondiale, che nel giro di pochissimi anni ha portato la società e gli Stati ad ammettere e premiare le devianze sessuali, prima universalmente e spontaneamente aborrite, e a stigmatizzare come nemico del genere umano chi ancora le denuncia per quello che sono – la più ripugnante forma di degradazione della persona. Ora anche nella Chiesa, con la scusa dell’adattamento ai tempi e mediante la valutazione dei casi particolari, demandata ai singoli chierici, ciò che era inammissibile diverrà obbligatorio – e guai a chi non si adegua.

Se ci avete fatto caso, l’attacco è stato sistematicamente portato contro i Sacramenti che sono i pilastri del vivere sociale e cristiano: il matrimonio, fondamento della famiglia e dell’educazione alla fede e alla vita; la confessione, fattore di discernimento morale e di correzione della condotta individuale; l’Eucaristia, principio di santificazione e vincolo di appartenenza ecclesiale. Il primo è stato demolito con le nuove norme per le cause di nullità; il secondo, svuotato di senso e di valore con le inaudite raccomandazioni ai missionari della misericordia; il terzo, ridotto a mero simbolo con poche battute estemporanee sull’intercomunione con i protestanti. Complimenti: neanche Ario e Lutero erano riusciti a far tanto danno con così pochi mezzi e in così poco tempo.
Nella hit parade degli eretici il Nostro ha raggiunto la vetta in modo fulmineo.

Distruggendo la fede nei Sacramenti e nella vita soprannaturale, si annienta inevitabilmente anche quella – inseparabile – nei due misteri principali del Credo cristiano: Incarnazione, Passione, morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo; unità e Trinità di Dio. Anche se l’ordine del catechismo è inverso, qui dobbiamo partire dal fondo: i Sacramenti, infatti, applicano alle anime dei credenti i frutti del mistero salvifico di Cristo, il quale sarebbe stato impossibile se Gesù non fosse il Figlio di Dio, una cosa sola con il Padre nell’unità dello Spirito Santo.

In ultima analisi, dunque, chi nega l’efficacia della grazia sacramentale nega il Dio della Rivelazione; in altre parole, è apostata e ateo, perché nel suo discorso rimane soltanto l’uomo. Degno erede e continuatore di quel famoso porporato, estintosi per volontaria eutanasia, che da vecchio affermava di non aver ancora capito perché mai il Padre avesse fatto soffrire il Figlio. Gli sarebbe bastato leggere la Bibbia, di cui peraltro passava per maestro.

Ora, se è vero che non si può fare a meno di leggere pur qualcosa della e sull’ultima pubblicazione pontificia, evitiamo di cadere in trappola lasciandocene catturare e intossicare, dimenticando poi di fare le uniche cose effettivamente utili e necessarie nell’attuale frangente storico – quelle che persino l’ambiente tradizionale, ahimé, non pratica abbastanza, rischiando di estenuarsi in sfoghi polemici che, alla fin fine, non cambiano nulla, se non le nostre condizioni emotive. Preghiamo, offriamo, facciamo penitenza (ma sul serio, non a chiacchiere) e, se abbiamo tempo e voglia di leggere, curiamo la retta fede. Non lasciamoci rubare la fruizione e il godimento del tesoro che possediamo, perdendo la pace e la serenità di chi conosce la verità e si sforza di viverla con l’aiuto della grazia e il proprio impegno personale.

Dato che l’atomizzazione dottrinale e pastorale della Chiesa Cattolica, che di fatto è in corso da decenni, è stata ormai formalmente sancita, preghiamo senza sosta per essa, i cui nemici da sempre si adoperano a minarne l’unità allo scopo di dominarla e distruggerla. Divide et impera, nonostante la scarsa preparazione culturale, almeno una cosa l’ha imparata – e l’applica a meraviglia, polverizzando la comunione del Popolo di Dio.

Preghiamo anche gli uni per gli altri onde poter fare un discernimento retto: i sacerdoti in cura d’anime, riguardo alle difficili scelte che saranno obbligati a compiere; i fedeli, riguardo ai comportamenti che dovranno tenere in “comunità” parrocchiali in cui abusi e sacrilegi, se già non lo sono, diverranno prassi corrente. «Il fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata» (Pr 18, 19): posso garantire per esperienza personale che il sostegno dell’intercessione altrui permette di sopportare le più gravi prove con un’inspiegabile letizia.
Il Signore ricompensi con la gioia della fedeltà amorosa a Lui i tanti che pregano per il povero prete che scrive.

Pubblicato da Elia

http://lascuredielia.blogspot.it/2016/04/la-dolce-morte-della-chiesa-geniale.html

(MB: Don Elia è un sacerdote.  e’ un pezzo che vorrei aver scritto io - ha detto Blondet)











[Edited by Caterina63 4/9/2016 2:53 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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