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Discorsi di Pio XII imponenti ed importanti

Ultimo Aggiornamento: 07/12/2017 15.46
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11/12/2015 19.28
 
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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII 

AI PARROCI E AI QUARESIMALISTI DI ROMA
*

Sabato, 8 marzo 1952


 

Con sempre rinnovata gioia vediamo nel tempo quadragesimale venire a Noi i diletti figli parroci e predicatori quaresimalisti di Roma, sotto la guida del Nostro Venerabile Fratello il carissimo Cardinale Vicario, bramosi come sono di ricevere da Noi, con alcuni paterni consigli, una specialissima benedizione per i loro lavori apostolici. Quest'anno abbiamo già nella Esortazione ai fedeli di Roma del 10 febbraio manifestato i Nostri desideri più ardenti, abbiamo lanciato un grido di risveglio per la restaurazione della vita cristiana, e sappiamo che la Nostra parola ha trovato la più larga, la più pronta, la più fervida rispondenza nel cuore del popolo romano. Quante anime generose non attendevano altro che di essere chiamate ad una opera così santa, non bramavano altro se non che si additasse loro il campo del lavoro! Tocca a voi, diletti figli, di propagare e di prolungare la risonanza della Nostra voce nelle vostre parrocchie. Noi non ignoriamo che voi lo fate con tanto zelo, e ve ne ringraziamo cordialmente. Perciò Ci restringeremo stamane ad intrattenervi brevemente intorno a due speciali argomenti, che Ci stanno particolarmente a cuore per il bene di questa diocesi. L'uno riguarda il suo sviluppo esteriore, l'altro la sua vitalità interna; ambedue sono di una importanza capitale per rendere sempre più sana e fiorente la vita religiosa ed ecclesiastica di Roma.

I. - Il suo sviluppo esteriore. Abbiamo forse bisogno di esporne lungamente a voi la necessità e la urgenza — massime dopo quanto ha così lungamente spiegato, or sono soltanto quattro giorni, lo zelantissimo Cardinale Vicario —; a voi che conoscete già fin troppo, per vostra propria esperienza quotidiana, le difficoltà e le sollecitudini del ministero pastorale ai nostri tempi?

Eccoci a metà del secolo ventesimo. Se risaliamo col pensiero al suo inizio, torna alla Nostra mente l'opera salutare promossa dal Nostro Beato Predecessore Pio X: la nuova e più opportuna distribuzione delle antiche parrocchie romane, la fondazione di nuove parrocchie e la edificazione di nuove chiese. Noi stessi fummo testimoni di tali sforzi e dei risultati ottenuti; l'opera da quel santo Pontefice intrapresa fu continuata con risolutezza dai suoi Successori ed anche oggi è con sempre più vasta estensione e con sempre maggior impiego di mezzi proseguita.

Tuttavia basta dare uno sguardo allo stato concreto della cura d'anime per dover riconoscere che essa non corrisponde ancora pienamente alle presenti necessità. Che cosa infatti troviamo? Al principio del secolo la diocesi di Roma era divisa in 58 parrocchie; di esse 16 furono soppresse nella nuova circoscrizione e 5 trasferite in altre chiese. Oggi la diocesi di Roma conta 127 parrocchie e 3 vice parrocchie, dipendenti dal Vicariato; alle quali si possono aggiungere altre 5 di prossima inaugurazione e 4 che saranno pronte entro l'anno corrente.

Dio ne sia ringraziato! E dopo di lui la Nostra riconoscenza va a tutti coloro, Prelati, sacerdoti e laici, ancora vivi o già in possesso della eterna ricompensa, che hanno collaborato a una opera così grandiosa. Le cifre, che abbiamo citate, testimoniano quale imponente somma di previdenza e di energia, di oculatezza nella concezione e di perseveranza nella esecuzione, di meditato calcolo e di ardente zelo per la gloria di Dio e per il bene delle anime, quei lavori di fondazione e di costruzione hanno richiesta.

Ciò che si è effettuato è senza dubbio magnifico. Nondimeno, con tutta la soddisfazione e la gratitudine per quanto è stato fatto, Noi abbiamo il dovere di pensare a quel che resta ancora da fare. Molto tempo è trascorso, e la città di Roma si è accresciuta, come territorio e come numero di abitanti, con una tale celerità, che l'organizzazione ecclesiastica non ha potuto avanzare di egual passo. Si considerano, non senza ragione, come già sovraccariche le parrocchie con 10 o 20 mila anime : che dovrà dunque dirsi di quelle con 30 mila e anche più? In siffatte condizioni l'attività della parrocchia rimane come immersa nel mare di una moltitudine innumerevole.

Se almeno il numero dei sacerdoti corrispondesse meglio, in tali parrocchie giganti, a quello dei fedeli! Invece, sotto questo aspetto, la sproporzione fra gli uni e gli altri apparisce anche più impressionante. Quando, per esempio, cinque o sei sacerdoti del clero parrocchiale debbono portare il peso di 30 o 40 mila fedeli, come potrebbero essi bastare a tanta mole di lavoro?

Un simile stato di cose Ci spinge ad accelerare ed aumentare nella massima misura possibile la fondazione di nuove parrocchie e la erezione di nuove chiese. Intanto sarebbe desiderabile d'istituire, nell'ambito delle più vaste e popolate parrocchie, posti provvisori, ove sacerdoti di Roma, secolari o regolari, non appartenenti al clero parrocchiale, potessero, anche se occupati in altri uffici, dedicare una qualche parte del loro tempo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi, ad una efficace cooperazione nel lavoro pastorale, almeno finchè durerà l'estremo bisogno presente. Siamo lieti di aggiungere che già molti Officiali della Curia Romana si sono dichiarati pronti a una così meritoria collaborazione.

Questa estrema necessità tocca direttamente il clero di Roma. Vorremmo però sperare che altre diocesi più favorite possano forse venire in aiuto, per esempio, in una forma che ha dato già altrove buona prova, quella cioè di una specie di patronato, nel senso che determinate diocesi adottino l'una o l'altra parrocchia di Roma in guisa da provvederla del numero di sacerdoti di cui ha bisogno.

Ma soprattutto, diletti figli, Noi abbiamo fiducia che lo spettacolo della vostra dedizione e del vostro spirito di sacrificio — che nei parroci delle borgate giunge non di rado fino all'eroismo —, l'esempio della vostra vita santamente sacerdotale, suscitino un maggior numero di vocazioni nella stessa diocesi romana. Noi non potremmo abbastanza lodare lo zelo di quanti si danno con amore a questa Opera delle opere. Ma non tocca forse ai parroci, per diritto e per dovere, la parte principale? È dunque giusto che essi, dal momento in cui è stata affidata loro una parrocchia, esaminino dinanzi a Dio, nel fondo della loro coscienza, se hanno fatto e fanno tutto il possibile, se non potrebbero forse fare anche di più, per scoprire nei fanciulli il germe della vocazione, per prepararne e curarne lo sviluppo, per convincere le famiglie del loro dovere in questa materia, per ottenere dai loro parrocchiani ogni miglior concorso, compresi i necessari aiuti economici.

2. - La riedificazione della diocesi con la moltiplicazione delle parrocchie, con la costruzione delle chiese, con la formazione del clero, era il primo argomento che desideravamo di trattare dinanzi a voi. Ma a che servirebbe di avere un numero sufficiente di parrocchie, di chiese, di sacerdoti, se la vita cristiana di parrocchiani non ne ricevesse un aumento proporzionato in pienezza e in vigore? Essa è il fine; il resto è un mezzo indispensabile e potente, ma che diverrebbe inane, se non fosse ordinato al fine stesso, alla santificazione dei fedeli.

Senza dubbio, specialmente da cinquant'anni in qua, molto è stato fatto anche nel campo spirituale. Ma, se grandi risultati sono stati ottenuti per rispondere, nel passato, alle necessità del momento, queste non han cessato di crescere con sempre maggiore rapidità. Bisognerebbe che i fedeli, e particolarmente i giovani, trovassero dappertutto nella parrocchia, nelle associazioni, nelle organizzazioni cattoliche esistenti, il soddisfacimento delle loro legittime aspirazioni; altrimenti, andranno a cercarlo altrove, là ove la loro vita cristiana, la salvezza stessa delle loro anime, sarebbe esposta ai più gravi pericoli. Così, per portare un esempio, Noi abbiamo approvato che anche alla gioventù femminile sia data nelle proprie organizzazioni la possibilità di una sana attività sportiva. In caso contrario, dove sarebbero forse alcune tentate di andare? Non si osa dirlo, ma non si comprende che troppo.

Non meno che la parrocchia e la chiesa, l'associazione, con qualsiasi nome si voglia chiamare, non è fine a se stessa; il fine è il bene spirituale dei membri che la compongono. È chiaro — dirà forse qualcuno —, e tutti ne siamo convinti. Certamente; ma quando i fedeli a ogni piè sospinto vengono a contatto con opinioni ed usanze opposte ai più elementari principi cristiani, è opportuno di ricordarli e di osservare se le proprie file rimangono salde di fronte a quelle riprovevoli forme di vita, o se invece pur troppo soccombono. È l'avvertimento che l'Apostolo Paolo rivolgeva alle nascenti comunità cristiane di Roma: « Non conformatevi al secolo presente, ma trasformatevi col rinnovamento del vostro spirito » (Rom. 12, 2), vale a dire secondo la volontà di Dio e ad immagine di Cristo.

E allora Noi prendiamo a considerare alcune note essenziali della vita cristiana e domandiamo: Pregano i nostri fedeli abbastanza? È la loro assiduità alla orazione e ai Santi Sacramenti sufficiente per mantenerli, nel vortice turbinoso delle grandi città moderne, costantemente nella vita della grazia? È la loro venerazione verso l'augusto Sacrificio dell'altare tale da renderli pronti a qualche privazione, per assistervi regolarmente? In modo speciale, si valgono essi delle tante occasioni loro offerte di ascoltare la Messa, prima di lanciarsi in folla alle loro gite di sci e di sport? È la loro morale coniugale veramente irreprensibile e la loro vita di famiglia esemplarmente cristiana?
Ammettono essi senza distinzione nelle loro dimore persone che vivono in una condizione moralmente irregolare, favorendo in tal guisa, massime alle nuove generazioni, una pericolosa insensibilità e indifferenza tra il bene ed il male?
È la purezza della gioventù così solida da impedire che sdruccioli verso l'abisso?
Frequentano, così i fanciulli come gli adulti, l'insegnamento catechistico (cfr. can. 1329-1332, e Decr. S. C. C. «Provido sane » 12 ian. 1935)?
Or sono quasi cinque anni (discorso del 7 settembre 1947), Noi esortammo gli Uomini dell'Azione Cattolica Italiana ad opporre un fronte granitico alla invadente corruzione nella vita economica e sociale. Come fa sentire, a Roma, questo fronte la sua fermezza e la sua forza? Che cosa ha fatto per attenuare l'intollerabile contrasto fra un lusso smodato e una povertà, talvolta vergognosa, in ogni caso straziante?

Potremmo continuare a lungo su questo argomento. Ma voi ben sapete, diletti figli, quanto difficile è la cura pastorale, allorchè si tratta di reagire contro la decadenza della vita religiosa e di farle risalire lo scosceso pendio. Senza dubbio non si può riuscire da un giorno all'altro. Ma occorre mettere subito mano all'opera e condurla innanzi con ogni vigore.

Ciò di cui la Chiesa ha urgente bisogno, sono fedeli e gruppi di fedeli, di ogni condizione, che, liberi dalla schiavitù del rispetto umano, conformino tutta la loro vita e la loro attività ai comandamenti di Dio e alla legge di Cristo. Ora questa conformità non è ordinariamente possibile che a coloro i quali fin dalla giovane età si sono abituati per amore di Lui all'abnegazione e al sacrificio.

Abbiamo testè ricordato l'avvertimento di S. Paolo. Attraverso tutte le sue Lettere spira la lotta contro il peccato, un costante sforzo per affrancare i suoi cristiani dalla schiavitù dei pregiudizi e dei corrotti costumi del mondo, che li circondava. Noi leggiamo in esse e sentiamo quanto dura era una simile lotta. Percorrete col pensiero la storia della Chiesa nei primi secoli : non è che lo svolgimento di quel preludio. Essa spezzò la potenza del paganesimo, che opprimeva le anime, ma non in sfolgoranti trionfi, bensì nelle lacrime e nel sangue, nelle suppliche imploranti la fortezza e la grazia divina, con la pazienza sotto i colpi dei nemici, in faticoso, ma tenace e fiducioso lavoro.

Ora la storia continua; tocca a voi di scriverne le prossime pagine. Oggi, come in passato, la Chiesa è il fermento della umanità. L'opera sua non permette nè comode condiscendenze, nè riposo, nè tregua, ma un sempre poderoso impulso per corrispondere ai voleri di Cristo e alla loro attuazione nella vita dei fedeli. Si degni il Signore di sostenervi nei vostri travagli, concedendovi vigorosa fede, incrollabile coraggio, incondizionato senso d'immolazione, mentre Noi in suo nome e con effusione di cuore impartiamo a voi tutti, ai vostri collaboratori, ai vostri parrocchiani e uditori, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIV, 
 Quattordicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1952 - 1° marzo 1953, pp. 5 - 10
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 A.A.S., vol. XXXXIV (1952), n. 4, pp. 221 - 225.





DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
ALLE LETTRICI DELLA RIVISTA ALBA*

Sala Ducale - Domenica, 17 maggio 1942

 

Voi avete, dilette figlie, col felice pensiero di celebrare in Roma il ventesimo anniversario del vostro periodico settimanale e della vostra azzurra famiglia, voluto adunarvi presso il Padre comune, per manifestargli il vostro filiale attaccamento e chiedere la sua Benedizione. « Proprio nell'Eterna città — avete detto —, centro del mondo, impareremo il segreto che fa grandi i popoli e conosceremo la luce che svela tesori di virtù domestiche e cittadine ». Alba voi avete chiamata la vostra rivista; e Ci piace vedere in essa l'alba lieta della vostra vita, l'alba del vostro spirito e del vostro cuore, l'alba della vostra ascensione soprannaturale, l'alba della vostra giornata, che sulle sponde del Tevere vi ha fatto contemplare i famosi ruderi della Roma dei Cesari, le catacombe, le basiliche e i monumenti della Roma dei Papi, le vaste opere e trasformazioni della Roma moderna. Ma « centro del mondo » è quella Roma che s'inciela e s'imparadisa con Cristo, quella Roma dalla cui riva, secondo la immagine dell'Alighieri, l'angelo nocchiero sempre «raccoglie — qual verso d'Acheronte non si cala» (Purg. II, 104-105).

La polvere di Roma è polvere di eroi e di apostoli della verità. Le virtù domestiche e sociali, che hanno fatto la grandezza dell'Urbe e che fanno la vera grandezza di tutti i popoli, sono certamente di tutti i tempi e di tutte le condizioni. Voi le trovate nelle antiche matrone romane, la cui dignità quelle virtù resero rispettata e onorata in mezzo alla civiltà pagana. Voi le vedete risplendere, all'alba rosea e rosseggiante del sangue dei confessori della fede, nei fasti della Chiesa, in volto alle martiri cristiane, patrizie o serve, come Agnese e Blandina, come Perpetua e Felicita. Voi le mirate attraverso i secoli rifulgere nella vita di famiglia e nell'espansione della carità di Galla, di Francesca Romana, di Anna Maria Taigi.

Tuttavia queste virtù, che rimangono sempre sostanzialmente le stesse, prendono, nel corso delle generazioni, toni e gradazioni diverse. La loro espressione esterna viene, di ordinario, a modificarsi e mutarsi, per un evolversi lento e quasi insensibile, con la mutazione e l'influsso dei tempi. Nell'ora presente, invece, come suole accadere nelle epoche di grandi crisi, tale evoluzione sembra animata da velocità fulminea, che sconcerta chi si arresta ad osservarne il movimento. Grandi crisi per Noi sono non soltanto le calamità, le guerre, le rivoluzioni, gli sconvolgimenti civili, economici, sociali, politici; ma, in particolar modo, anche quella, vorremmo dire, rottura di equilibrio fra le condizioni della vita subitamente trasformate o rovesciate e i tratti immutabili della natura umana.

Considerate il moto e l'avviamento della vita e della civiltà moderna. Non osservate voi come i meravigliosi progressi della scienza in tutti i suoi domini, le benefiche o pericolose scoperte e invenzioni in tutti i campi dell'industria, hanno introdotto, per così dire, automaticamente, mutazioni profonde nella vita materiale e, per conseguenza, in tutte le manifestazioni dell'attività umana? E queste mutazioni non hanno forse alla lor volta originato una trasformazione, che meglio si direbbe rovesciamento o completo rifacimento delle condizioni sociali? Di tali cambiamenti a voi, che li avete continuamente sotto gli occhi, è quasi superfluo di additare i molteplici esempi. Fonti ed elementi di agio, di benessere, di comodità, che insinuano, accendono e acuiscono il godimento degli uni, esasperando la cupidigia degli altri. Campi innumerevoli aperti alla curiosità dei sensi e dello spirito. Un cumulo di contrastanti problemi, che seducono, eccitano, turbano e irretiscono la ragione e la coscienza. Una varietà e sequela interminata di distrazioni, di svaghi e divertimenti, di piaceri, dai più intellettuali e nobili fino ai più bassi e sensuali. La vertiginosa velocità e rapidità delle comunicazioni, che annulla lo spazio e si fa giuoco del tempo. Cento altri doni dell'età nostra più o meno giovevoli alla vita e al costume, offerti allo sguardo e alla mano di tutti, se non per goderne, almeno per conoscerne o risentirne le reazioni nell'animo. Tutto ciò chiama e mette in moto multiformi attività della natura umana, suscita nuove professioni e arti, nuovi modi di vita e di azione, nuove tendenze e affetti, nuove predilezioni e propositi; e praticamente invita a una operosità più alacre e diretta anche la donna e la giovane, e le allaccia e rapisce entro il vortice che sospinge e trascina il mondo.

Con la nuova fisonomia della vita, nuovo si fa pure il portamento della gioventù femminile. Il contatto permanente e continuo col mondo, e col mondo tale qual è, mescolato com'è, viene a darle qualche cosa di più sciolto, di risoluto, si direbbe, di virile. La coscienza dei suoi doveri e delle sue responsabilità le conferisce allo stesso tempo più di franchezza e di ardire.

Tale nuova fisonomia della vita è forse un male? Non è un male in se stessa, ma ordinariamente non va scevra di pericoli. Anche il nuovo portamento della giovane non è neppur esso in sé un male. Quella specie di disinvoltura, conseguenza delle presenti condizioni della vita, quando sia ben contenuta e compresa, è, a sua maniera, una forza: mantenuta nei giusti limiti e ben diretta, può prendere il carattere di un'arma: arma di difesa dinanzi ai pericoli personali, arma di conquista di fronte ai pericoli degli altri; può diventare un sensato, modesto e cortese contegno, che non dissimile dalla virtù, non umilia e offende, ma concilia stima, ammirazione e affetto.

L'odierno stato delle cose è quel che è: voi non lo potete mutare; fosse anche rincrescevole, sarebbe vano il perdersi in sterili lamenti. Se ha i suoi pericoli, occorre guardarli in faccia per difendersene e sormontarli. Ma donde vengono questi pericoli? donde viene la stessa crisi moderna? Essa viene, lo abbiamo già detto, da ciò che, in mezzo alle circostanze esteriori che cambiano, e nonostante il cambiamento di andatura che ne consegue, la natura, il carattere, il temperamento, sostanzialmente non mutano; se si modificano, il loro fondo resta immoto e immutabile; solo la loro superficie se ne scuote: non camminano col medesimo ritmo dell'aria e del vento, che spira intorno e loro blandisce la fronte.

Acquisti pure scioltezza di maniere, vigore e alterezza di animo; la donna, la giovane, non rifarà con ciò la propria natura: rimarrà sempre sensitiva, impressionabile, spesso senza dubitare o sospettare di se stessa; talvolta anzi si lascerà tanto più trasportare dagli indocili moti del suo spirito e del suo cuore, quanto maggior motivo avrebbe di usare cautela e riserbo. Nella sua costituzione conserva quella generosità istintiva che la inclina e spinge al dono totale di sé, che la spingerebbe, se non vigilasse attenta, agli entusiasmi irriflessivi, agli slanci passionali, alle imprudenze fatali. In questo mondo, ove ella passa e in mezzo al quale vive, guai se dimentica che neppure negli altri la natura umana è cambiata, che non ha punto perduto le stimmate della sua prima caduta nell'Eden. I rampolli di così maligna radice non hanno mai cessato di regnare nei cuori umani: superbo l'orgoglio, audace la sensualità, avida la cupidigia, ardente la concupiscenza; lo scandalo voluto, calcolato, dei seduttori, dei corrotti e dei corruttori; lo scandalo involontario, ma non meno pericoloso, dei passionali, dei fragili, dei non curanti, degli storditi, che non ponderano le conseguenze di una parola, di uno sguardo, di un passo, e dal loro arco, come i fanciulli o i monelli della strada, scoccano uno strale che forse darà la morte, o, per lo meno, lascerà ferito un cuore per tutta la vita. E, nondimeno, è inevitabile, spesso è doveroso, battere questo sentiero, avanzare fra questi pruni, vivere in un tal mondo e trattare con esso.

Nostro Signore, pregando per i suoi Apostoli nell'ultima cena, diceva al Padre: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li preservi dal male» (Io. 17, 15). E ben sapeva che li mandava nel mondo «come agnelli fra i lupi» (Luc.10, 3).

Anche il mondo non è sostanzialmente mutato; ma Dio lo regge e guida, e non può sfuggire dalla sua mano e da quella di Cristo, nella cui potestà è il cielo e la terra. Oggi tra il bene e il male molte barriere di un tempo sono cadute: da esse voi, dilette figlie, non potete più attendere la vostra difesa. La barriera che resta non è fuori di voi, ma in voi. S. Vincenzo de' Paoli diceva graziosamente alle prime Figlie della Carità : Voi non avete né potete avere il genere di vita delle antiche religiose: voi avrete per chiostro le vie della città, per clausura l'obbedienza, per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia (cfr. Coste, Monsieur Vincent I, 396).

Queste parole del Santo non valgono forse in qualche modo altresì per voi, giovani e donne cristiane? Voi dovrete camminare per le vie della città; dovrete difendervi da voi stesse con la barriera e con l'arma della vostra virtù; e a ciò potranno servire anche la vostra risolutezza, il vostro schietto linguaggio, il vostro comportamento. Nella strada, nei convegni, nei negozi, negli opifici, negli uffici, nelle università, nelle biblioteche, una parola — se è necessario — sferzante vi sbarazzerà di un impertinente; un riso franco scoraggerà uno spasimante importuno; con un gesto amabile la vostra mano getterà al fuoco o nel fango l'immagine, il periodico, il libro, nato nel fango, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Ciò tuttavia non basta. Queste belle qualità, che procedono all'esterno, hanno da erompere dall'interno, donde acquistano e ricevono la loro forza; donde la prudenza e l'umiltà insegnano la moderazione degli atti e dei sentimenti, la retta misura nella grazia degli accenti e della persona, e fanno riconoscere e comprendere che la docilità è sapienza, l'obbedienza magistero di comando, il silenzio educazione della parola e più di una volta eloquenza. Se le belle qualità esterne non promanano dalle interne, meno brillanti, ma non meno necessarie, finiscono col mostrare il loro rovescio della medaglia. S'ingenera la coscienza (o la illusione?) di essersi elevate sopra quella volgarità che si rasenta a ogni passo, di camminare virtuosamente e degnamente fra tentazioni e seduzioni di ogni sorta. La fierezza che nasce da questa coscienza si tramuta facilmente in segreto orgoglio. Si attribuisce volentieri a se stesse, alla propria forza ed elevazione di carattere, la dignità della propria vita e la conservazione della virtù. Si dimentica che si è deboli; non si avverte il compiacimento per la stima che questa stessa virtù e questa dignità attirano. Si scorda, in una parola, d'essere figlie di Eva, e con imprudente temerità si crede di essere al sicuro da ogni colpo nemico (cfr. Ps. 29, 7). Allora, noncurante del pericolo che minaccia lo spirito, la fede, il cuore, la purezza, la giovane figlia di Eva s'incanta davanti al serpente, si lascia sul principio sfiorare il viso da una pagina leggiera o scettica, da un sorriso o da una confessione gentile, da una parola lusingatrice o presuntuosa, da un invito a un ameno passeggio. Prudenza e umiltà! Quanto è necessaria la umiltà per essere prudenti! Quanto giova per ritrovare, per domandare il soccorso divino e il soccorso umano, per riconoscere anche il bisogno che se ne ha! Sventurate quelle giovani che un tale bisogno non risentono e un tale aiuto non invocano se non nell'ora della dolorosa e umiliante esperienza di una caduta, di un passo falso, di una situazione delicata, di un pericolo imminente, di un legame che già è sullo stringersi!

No, dilette figlie, non siate tarde a invocare il soccorso divino e il soccorso umano. In ogni cimento, in ogni calamità, in ogni dolore nulla è al mondo che sia vero e potente come la religione e la fede, come la preghiera che scampa dalla sventura. La donna, non meno dell'uomo, ha bisogno di credere a Dio : a piè dell'albero proibito la prima colpa del genere umano è quella di Eva, la quale crede più alla fallace promessa del serpente che al comando e alla minaccia del Signore. La donna ha bisogno di pregare, come di conoscere e di amare Gesù Cristo e la Vergine Immacolata, Madre di Lui; ha bisogno della religione, che ha fatto delle sue gioie familiari una santificazione, delle sue lacrime un'invocazione e un inno; che l'ha esaltata nell'amore del suo cuore, nella casa, nella chiesa. Approfondite la conoscenza della vita e della dottrina del Salvatore : essa vi rivelerà la necessità e l'amabile potenza dell'aiuto divino; l'orazione e i santi Sacramenti ve l'assicureranno. Quanto all'aiuto umano, vi è forse bisogno di additare a voi, azzurre di Alba, dove cercarlo e trovarlo, mentre la carità e la delicatezza della mente e del cuore di colei, che vi è quasi madre, vi comprendono e vi amano, e la sua religiosa bontà e la sua saggezza si fanno ai vostri passi lume, consiglio e conforto?

Voi camminate per le vie del mondo; sperimentate ogni dì l'aria e il turbinio della vita reale; nella folla che passa, che s'incalza, che si agita, che si diverte, che ride, voi incontrate troppo spesso anche chi piange, chi soffoca le lacrime e i lamenti; voi ravvisate e riconoscete innumerevoli fanciulle, or ora uscite di casa, timide, spaurite, smarrite; altre già scosse, vacillanti sull'orlo dell'abisso; altre ancora che, curve sotto l'umiliazione di una sorpresa, scoraggiate, rasentano il margine della disperazione e dell'abbandono, pronte a gettarsi, per dimenticare, per stordirsi, in un baratro umanamente irreparabile. Non abbandonate nessuna di queste infelici: sono vostre sorelle; anche per loro Cristo è venuto; non le disprezzate, non le rigettate da voi. Abbiate pietà. Amate, pregate, sostenete, consolate, aiutate; fate ad altre, meno favorite di voi, un poco di quel bene che è stato fatto a voi stesse!

In quest'ora, che volge così fiera e triste per i popoli, anche i pericoli sono maggiori e più imperiosi. Il vostro cuore si allarghi nell'amore di Cristo e nell'amore del prossimo: la vostra preghiera sia una invocazione di misericordia, di perdono e di grazia per tutto il mondo, per fratelli e sorelle, per quanti soffrono e per quanti combattono, per quanti piangono nelle case e per quanti sanguinano sui campi di lotta. E affinché il Signore, che tutto vede, regge e dispone nel suo inscrutabile consiglio, vi esaudisca, con paterno affetto v'impartiamo la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV, 
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 97-103






[Modificato da Caterina63 14/04/2016 21.35]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
PER IL XXV DELLA CONSACRAZIONE 
EPISCOPALE DEL SANTO PADRE*

Mercoledì, 13 maggio 1942



RICONOSCENZA VERSO IL DATORE DI OGNI BENE

Circondati dal concorso fedele e raccolto del popolo dell'Eterna città e in intima paterna comunione con i milioni di credenti cristiani del mondo intero, domani, solenne festività dell'Ascensione di Gesù Salvatore al cielo, ascenderemo all'Altare papale della Patriarcale Basilica Vaticana per offrire a Dio con profonda umiltà e commossa devozione il Sacrificio eucaristico. Verso il Datore di ogni bene Ci anima e Ci trae una intensa riconoscenza, pervasi come siamo da un soave indicibile gaudio interiore, che il giorno d'oggi ridesta in Noi col ricordo della Nostra consacrazione episcopale, ricevuta, or sono venticinque anni, dalle mani di un venerato e indimenticabile Nostro Predecessore; rimembranza cara, che, mentre fa sgorgare dal Nostro animo l'inno di lode a Dio, Ci muove a implorare con veemente ardore la benedizione celeste sul gregge del Signore, affidato alle Nostre sollecitudini pastorali, e sul lavoro e sulla pena della Chiesa per la salvezza del mondo.

I TRAVAGLI DELL'ORA PRESENTE

Questo giorno, che dovrebbe splendere di pura e serena gioia per il mondo cattolico, ricorre in un tempo di gravissime angustie e sofferenze, delle quali apparisce quasi vivace rappresentazione della realtà la parola del Salvatore : « Consurget . . . gens in gentem, et regnum in regnum, et erunt pestilentiae, et fames, et terraemotus per loca » (Matth. 24, 7). In così universale calamità come potrebbero aver posto, pur nel campo religioso, i festeggiamenti propri dei giorni lieti e felici? La tragica violenza degli avvenimenti, in cambio che al gaudio, invita alla penitenza e al ravvedimento, incita all'esame e alla purificazione, ammonisce a mutar avviamento e cammino al pensiero, al volere, all'azione. Onde per Noi, diletti figli, è fonte di commozione, di vivo compiacimento, di tranquillità, il sapere che il Nostro giubileo viene celebrato in tutto il mondo cattolico con preghiere e con sacrifizi per il bene della Santa Chiesa, non meno che con generose largizioni in pro di mille e mille fratelli, che nella loro indigenza, così varia e dolorosa, battono fiduciosi alle porte della carità cristiana, che pur soffre e sopporta con loro.

Fra il tumulto e gli universali disagi dell'ora presente l'impenetrabile ordinamento divino ha disposto che oggi siamo Noi a sostenere il peso della sollecitudine pastorale, cui venticinque anni fa portava il magnanimo cuore di Colui che con la imposizione delle mani all'altare della Cappella Sistina Ci faceva il dono della pienezza del sacerdozio : eredità santa, ma quanto grave e dolorosa! Il cammino, per il quale poi l'amorevole Provvidenza di Dio Ci condusse, finiva di nuovo alla Sistina, dove era alle deboli Nostre forze imposta la dignità del Sommo Pontificato, di cui Ci sentiamo profondamente immeritevoli, e con tale dignità uno smisurato fardello, fattosi con lo scoppiare e il dilatarsi di questa seconda guerra mondiale tanto ponderoso da sorpassare quel che fu nella prima ai giorni di Benedetto XV.

INCROLLABILE FIDUCIA

Nel resto, diletti figli, invano saremmo passati per la scuola di Leone XIII, così luminoso per la sua sapienza; di Pio X, così insigne per la sua pietà; di Benedetto XV, così ricco di lungimirante consiglio; di Pio XI, così pieno di santo coraggio e ardimento, se, in mezzo al turbine di tanto generale tormento, comportassimo che, pur solo per un istante, venisse a vacillare in Noi quella certezza, fondata nella fede, corroborata dalla speranza, maturata nell'amore, la certezza, cioè, che il Signore non è mai tanto vigile e vicino alla sua Chiesa quanto nelle ore che i suoi figli, premuti dalle ansietà e dalle tempeste, potrebbero esser mossi a gridare: « O Maestro, non t'importa che affondiamo? o Signore, salvaci; periamo » (Marc. 4, 38; Matth. 8, 25).

PRESSO IL SEPOLCRO DEL PRIMO PAPA

E tale tranquilla sicurezza dove l'animo Nostro la conforta e rassoda? Al sepolcro di Pietro, primo Vescovo di Roma. Quando, chinati avanti a quella tomba, Ci fissiamo a ripensare gl'inizi della Chiesa, Ci par di vedere il primo Papa, destinato da Cristo stesso ad essere di lei la Pietra fondamentale, levare il capo glorioso, e dirCi: Obsecro consenior et testis Christi passionum . . . pascite qui est in vobis gregem Dei (1 Petr. 5, 1). Allora contempliamo in spirito tutti i Nostri buoni figli dell'universo, schierati intorno a Noi, innumerevoli al pari dell'arena del mare; allora il Nostro cuore si allarga, e sentiamo l'intimo e profondo bisogno di aprire il labbro, e di pascere il cuore di ciascuno di voi del pane di quella ferma fiducia che francheggia il Nostro.

PRIMAVERA DELLA CHIESA

Anche la Chiesa ebbe ed ha la sua primavera, meravigliosa come lei. Le tre grandi solennità della Pasqua, dell'Ascensione e della Pentecoste, nella stagione, in cui la natura, risvegliandosi a nuova vita, si adorna di verde e di fiori, e con interno travaglio si prepara a fare il dono delle sue messi e dei suoi frutti, non formano forse una primavera spirituale, che ci rende più dolce e cara e bella la primavera della natura? Esse sono un sole di tre somme verità, di tre grandiosi fatti storici, di tre misteri di primo fulgore nell'opera della redenzione; sono tre pilastri fondamentali e inconcussi del gigantesco edificio della Santa Chiesa. Nella loro luce, nella loro soprannaturale saldezza, queste verità, ad ogni secolo della storia della Chiesa ugualmente presenti e ugualmente patenti a tutte le generazioni dei fedeli, illuminano con la loro realtà storica la primavera del Cristianesimo, il suo verdeggiare, il suo vigoreggiare e il suo fiorire pur tra i venti e le procelle; perché il Cristianesimo è nato gigante, cinto la fronte dei raggi di quelle tre verità, che danno inizio all'epoca, designata a giusto titolo come eroica: i tre secoli dalla fondazione della Chiesa fino alla pace con l'Impero romano nell'anno 312 al tempo di Costantino.

VITA EROICA DEI PRIMI CRISTIANI

Questi tre fondamentali misteri, quali fulgidissimi splendori di quella luce del mondo che è Cristo, dirigono e accompagnano il cammino della giovane Chiesa Sposa di Cristo, ne scorgono i passi e la rincuorano a sollevarsi, attraverso la buia selva del paganesimo, e a poggiare al monte della predestinata sua grandezza. La mente, con tenace costanza, avvinta alla fede nel Risorto e nella propria risurrezione, l'occhio rivolto con santa bramosia al Glorificato, sedente alla destra del Padre, e alla celeste Gerusalemme, eterna e felice dimora per quei che resteranno fedeli fino al termine, l'anima dominata dalla certezza della presenza corroborante dello Spirito, promesso e inviato da Gesù; i primi Cristiani voi li vedete grandeggiare per altezza di pensiero, per vigore di azione, per coraggio e gara di morali eroismi, nell'affermazione della fede, nelle lotte e nelle sofferenze, lasciando un esempio, la cui forza conquistatrice si palesa e si propaga di secolo in secolo fino ai nostri giorni, anzi più che mai ai nostri giorni, quando per salvare e custodire l'onore e il nome cristiano è necessario sostenere non dissimili lotte e affrontare non dissimili cimenti. Davanti a tali atleti, sul cui capo con l'alloro vittorioso della milizia cristiana s'intreccia spesso la palma del martirio, scompare ogni incertezza ed esitanza. L'ammonimento, che a così gran voce ci dà la loro vita eroica, non basta forse a snebbiare le menti, a rinvigorire i cuori, a rialzare le fronti dei Cristiani di oggi, rendendoli consapevoli della nobilissima dignità, anelanti all'eccelsa grandezza, pensosi della responsabilità, che infonde nei loro animi la professione cristiana?

QUATTRO NOTE CARATTERISTICHE DELLA GIOVINEZZA DELLA CHIESA

Di questa prima cristianità, ai cui inizi ci riconducono le prossime solennità dell'Ascensione e della Pentecoste, il profilo spirituale rifulge di quattro note caratteristiche e inconfondibili :

1) incrollabile certezza di vittoria, appoggiata su una fede profonda; 
2) serena e illimitata prontezza al sacrificio e ai patimenti; 
3) ardore eucaristico e interiorità, erompente dalla convinzione intima dell'efficacia sociale di un pensiero eucaristico su tutte le forme della vita sociale; 
4) aspirazione verso una unità di spirito e di gerarchia sempre più compatta e infrangibile.

Questo quadruplice carattere della giovinezza della Chiesa presenta in ognuna delle sue note dominanti un appello e in pari tempo una speranza e una promessa per la Cristianità dei nostri giorni. Ma il vero Cristianesimo di oggi non è diverso dal primitivo. La giovinezza della Chiesa è eterna; perché la Chiesa non invecchia, mutando il passo secondo le condizioni del tempo, nel suo cammino verso l'eternità: i secoli che conta sono per lei un giorno, come sono un giorno i secoli che aspetta. La sua giovinezza dei tempi dei Cesari è la medesima che parla a noi.

1) Sicurezza di vittoria

La sicurezza di vittoria della primitiva Chiesa traeva alimento, franchezza e imperturbabilità dalle parole del Maestro; Ego vici mundum (Io. 16, 33): Io ho vinto il mondo! parole che ben potevano scriversi sul legno della sua croce, vessillo dei suoi trionfi. Fate che la Cristianità d'oggidì sia penetrata e infiammata dal vivo e luminoso fuoco di questa parola; e voi sentirete in cuore la tranquilla e dolce fiducia della vittoria che vi assicura: all'estremo scomparire di questi giorni tenebrosi, onde tanti sono e vivono atterriti e abbattuti, non avverrà ciò che paventano i pusillanimi, ma appariranno raggianti e appagate le speranze dei cuori fedeli e magnanimi.

La Chiesa di oggi non può ritornare puramente e semplicemente alle forme primitive del piccolo gregge iniziale Nella sua maturità, che non è vecchiezza, serba ritta la fronte, e nelle sue membra mostra immutato il vigore delle sua giovinezza; resta quella che fu dalla sua nascita, sempre la medesima. Non muta nel suo dogma e nella sua forza è inespugnabile, indistruttibile, invincibile. E immobile, incancellabile nel suo documento di fondazione, sigillato col sangue del Figlio di Dio; eppur si muove, eppure prende nuove forme con l'età in cui s'inoltra, facendo progresso non già mutamento nella sua natura, perché, disse mirabilmente Vincenzo di Lerino, la religione delle anime ha da imitare il modo dei corpi, i quali, sebbene nello svolgersi e crescere aumentino il numero dei loro anni, rimangono tuttavia quei medesimi che erano (Commonit. n. XXII - Migne PL t. 50 col. 668).
Con alterezza potendo guardare impavida al suo passato e al gigantesco edificio quasi bimillenario di magistero e di disciplina, innalzata mercè il pieno schiudimento e chiarimento del deposito di verità ad essa affidato, non meno che per efficacia dell'irrobustimento e della perfezione della sua interna unità e dello sviluppo della sua liturgia, gravitante intorno al Sacrificio della Santa Messa, e ai Sacramenti, e, infine, per quel fermento dello spirito cristiano che più e più, conforme ai tempi, viene insinuandosi in tutte le forme e condizioni di vita; la Chiesa, pervenuta ormai alla matura sua missione di madre universale del popolo credente, davanti a bisogni e doveri più vasti, non consentirebbe, senza essere infedele a se stessa, di torcere i suoi passi verso le forme di vita e di azione dei primi tempi. Il Cenacolo è diventato un tempio maggiore di quel di Salomone; il piccolo gregge (Luc. 12, 32), moltiplicato, ha varcato i fiumi e i monti e va cercando tutti i pascoli della terra; il granello di senapa, come promise e volle il Signore, si è fatto un albero immenso, alla cui ombra posano i popoli. No; non vi può essere per la Chiesa, i cui passi Iddio dirige e accompagna nel corso dei secoli umani, non vi può essere per un'anima cristiana, che ponderi la storia nello spirito di Cristo, indietreggiamento verso il passato, ma solo ansia per avanzare verso l'avvenire e sollevarsi.

2) Prontezza al sacrificio

In un senso, tuttavia, il ritorno della Chiesa ai suoi inizi è ai nostri tempi una dura, ma nobile realtà. Come ai primordi e più che in non poche altre epoche, la divina fondazione di Cristo, benché non timida degli avversari, in più di una regione è oggi in lotta per la sua esistenza. L'ateismo pugnace, l'anticristianesimo sistematico, il freddo indifferentismo le fanno guerra, valendosi di concezioni e pensamenti che in nulla convengono con le pacate consuetudini delle elevate controversie, ma più volte si convertono nelle bassezze della violenza. Di nuovo oggi come allora, in alcuni Paesi, autorità dimentiche dei legami morali e proclivi a mutare il diritto colla forza rinfacciano ai cristiani le stesse infrazioni di legge che i Cesari dei primi secoli pretesero di rinvenire in Pietro e in Paolo, in Sisto e in Lorenzo, in Cecilia, in Agnese, in Perpetua, e nella innumerabile schiera di quegli innocenti, i quali ora splendono dell'aureola dei martiri quaggiù agli occhi della Chiesa e in cielo innanzi all'Agnello. E il delitto, che si rimprovera ai cristiani qual altro è mai se non la loro incrollabile fedeltà al Re dei re e al Signore dei dominanti?

Né per altra ragione anche oggi la viva fede nel Figlio di Dio, la sottomissione alla sua legge, l'unione spirituale con la sua Chiesa, l'adesione ai suoi rappresentanti terreni ha valso in alcuni luoghi una catena ininterrotta di sospetti e di contumelie, di rifiuti e di esclusione, di diminuzione di persona e di merito, di strettezze e di angustie, di povertà e di dolori, di miserie e di svantaggi e danni corporali e spirituali. In tali condizioni, timori e pericoli, che resta al tempo nostro, diletti figli, se non ogni ragione di rifarci all'età della prima Chiesa, e dai magnifici esempi di quei cristiani, dalla loro fede ardente, dal loro animo imperterrito, dalla loro cosciente sicurezza di vittoria, attingere, come da fonte di coraggio e di salvezza, nuova forza, nuovo impulso, nuova costanza, pensando che tutto ciò che essi hanno creduto, sperato, amato, implorato, operato, sofferto e gloriosamente meritato, è pur vita e gloria nostra e tesoro immarcescibile della Chiesa? La visione dei trionfi riportati dalla Chiesa primitiva raffermi e innalzi la vostra speranza e vi dischiuda l'orizzonte di nuovi trionfi nel tempestoso presente. Presto o tardi la transitoria sequela di imperversanti turbamenti non farà che mettere in più fulgida luce la verità consolante della parola dell'Apostolo prediletto : Haec est vittoria, quae vincit mundum, fides nostra (1 Io. S, 4).

Che se il sigillo del sangue, che, nelle prove di secoli di sofferenze e di sacrifici, abbelliva la giovinezza della Chiesa, ci appare oggi come il rubino più lampeggiante del suo diadema di trionfo; anche per la Cristianità dell'età nostra la grandezza della futura vittoria, conquistata nel fuoco di tormentose tribolazioni, corrisponderà alla generosità del sacrificio. La robusta e deliberata volontà di quegli eroi, qui nos praecesserunt cum signo fidei, potè forse venire abbattuta dal furore di un Nerone o di un Diocleziano o dalle insidiose arti di un Giuliano l'Apostata? La serenità della loro prontezza, senza limiti davanti a ogni genere di supplizi e di martirii, non si turbava né vacillava in mezzo a oltraggi sopra oltraggi, a ferite sopra ferite, a violenze e astuzie degli avversari di Cristo. Una cristianità, al cui sguardo quell'eroismo dei primi secoli sia sempre presente, non è mai che non rimanga fedele allo spirito della parola, scritta da Pietro, mentre infieriva la persecuzione: Sid quid patimini propter iustitiam, beati (1 Petr. 3, 14). Essa si mostrerà degna del retaggio dei padri, e, consapevole dell'altezza della sua missione, conseguirà, nell'ora da Dio preparata, duramente, ma gloriosamente, una pace, che la trarrà ad esclamare insieme con l'Apostolo delle Genti : Deo autem gratias, qui dedit nobis victoriam (1 Cor. 15, 57).

3) Ardore eucaristico

Ma donde mai coglieva vita e calore la coraggiosa fede dei primi cristiani? Dall'unione eucaristica con Cristo, fonte di condotta morale, pura e grata a Dio. Alla mensa del pane dei forti sentivano accendersi in cuore un ardore che diceva e diffondeva energia e pace; si sentivano fratelli e sorelle in Cristo, nutriti del medesimo pane e della medesima bevanda, uniti in fraterna società da un medesimo amore, da una medesima speranza che non fallisce, stretti da un interno e sublime vincolo che di mille cuori e mille anime fa un'immensa famiglia con un cuor solo e un'anima sola. Sull'altare, sotto il velo di cibo e di bevanda, si faceva presente il Dio delle anime loro e delle vittorie, che avrebbe innalzato i suoi labari al posto delle aquile romane per la conquista del mondo, di un mondo, di cui Roma sarebbe stata centro, non del potere, ma della fede.

E centro della fede è il pensiero eucaristico, come nei primi secoli, così ancora oggidì. Il suo incremento nella Chiesa e la sua irradiazione spirituale e vivificante sull'umanità tormentata da egoismo, da invidia, da contrasti, da contraddizioni, da secessioni dal dogma del Cenacolo, ha da farsi più vivo e potente a chiamare i cuori all'agape divina, a disghiacciarli, a infiammarli e preparare in essi il tepore per la primavera di un concerto di mente e di azione fraterna, che tutti aduni concordi e in pace intorno al Dio del tabernacolo. Nel santificante segno dell'Eucaristia la Chiesa di oggi porge gioiosa e commossa la mano alla Chiesa primitiva. La bontà e l'invito di Cristo, vivente in mezzo a noi, non vengono mai meno; e se Egli ha aperte le fonti del benefico e largo fiume eucaristico per mezzo dell'atto provvidenziale ispirato all'incomparabile Pio X, nella stessa misura in cui erano aperte nei primi secoli, pur ben considerava che il tempo, in cui noi viviamo, chiede da noi non minore fermezza di fede, non minore purezza di costume, non minore amore fraterno, non dissimile prontezza al sacrificio, onde fu grande e mirabile la prima età della Chiesa.

4) Unità di spirito e di gerarchia

Né meno mirabile e grande fu allora l'anelito della giovane Sposa di Cristo per la conservazione, l'ordine e il consolidamento di una inscindibile unità, che legasse fedeli e Gerarchi. Oggi, quando la separazione di tanti fratelli dalla Sede di Pietro è venuta a così tragiche conseguenze con danno di tutta la cristianità e con scemata efficacia della loro azione nel mondo, laddove l'unione vitale fra Pastore e gregge nel mondo cattolico estende e mostra sempre più evidenti i suoi benefici effetti, si eleva anche con maggior veemenza dal cuore dei fedeli di Cristo verso il cielo la preghiera ut unum sint; alla qual preghiera si associano molti altri, pur vivendo fuori della Chiesa visibile, con sincerità e bramosia, perché in un mondo avverso a Cristo stimano in pericolo fin l'esistenza del Cristianesimo.

E donde questa invocazione di unità di tutti i credenti potrebbe con impeto di più intima carità innalzarsi verso Colui, che primo la porse al Padre e illumina le menti e muove i cuori, se non da questo sacro colle, verso cui gli animi e gli orecchi del mondo cattolico in quest'ora si volgono, diretti ad Petri cathedram atque ad Ecclesiam principalem, unde unitas sacerdotalis exorta est (Cyprian. Epist. 59 ad Cornelium Rom. 14, 2); da quella rocca di verità e di salute, la cui alta e ampia mira nessuno comprese più profondamente e con più eloquenza descrisse di Leone Magno, Papa e Dottore della Chiesa, con le memorande parole : Beatus Petrus, Princeps Apostolici ordinis, ad arcem Romani destinatur imperii, ut lux veritatis, quae in omnium revelabatur salutem, efficacius se ab ipso capite per totum mundi corpus effunderet (Serm. 82 C. 3 - Migne PL t. 54 col. 424) ? Dove conviene che risuoni con maggior voce la preghiera ut unum sit, quando si ripensi alla primitiva Chiesa, unica e immacolata Madre di tutte le Chiese, se non in quella balza del Tevere, su cui, come seggio provvidenziale del primo Pietro e bastione spirituale del Cristianesimo, la grazia del cielo più apertamente e liberamente si manifestò; su quella sponda, i cui fasti, in una delle pagine più luminose, possono segnare il glorioso martirio del Principe degli Apostoli e l'eccelso privilegio di aver offerto l'ultima dimora ai suoi resti mortali?

RECENTI SCAVI NELLE GROTTE VATICANE

In questo dì, da questo sacro luogo, centro spirituale dell'orbe cristiano, proprio ai giorni nostri, mentre la Sposa di Cristo in varie partì ha da sostenere dure lotte e i suoi figli fedeli hanno da sopportare angustie molteplici per la loro aperta professione cristiana e per la loro devozione alla Chiesa, è per Noi, dilettissimi figli, un gaudio tutto particolare e nuovo il potervi annunziare e farvi udire il profondo grido, che, su dall'ombra avvolgente la tomba di Pietro, si sprigiona come appello della Cristianità passata alla Cristianità presente, e alla Nostra voce aggiunge, con provvido accordo, la rinata sua forza persuasiva.

Anche l'arena Vaticana, stiamo per dire, ha le sue catacombe. Gli scavi iniziati e proseguiti per Nostra disposizione, sebbene non ancora venuti a termine, nelle Grotte della Basilica Vaticana, di cui già, or è più di un anno, abbiamo fatto qualche cenno in occasione dello scoprimento del sepolcrale monumento del Nostro indimenticabile Predecessore, non ristanno dallo spargere nuova e larga luce appunto su quei primi tempi in cui il Vangelo della croce prendeva a risuonare per piantarne la radice della sua spirituale attrattiva nel suolo romano, e la giovane Chiesa si accingeva a salire l'aspro e cruento sentiero di quella lunga e secolare via dolorosa, che doveva condurla sotto Costantino al pacifico trionfo.

IMPORTANTI SCOPERTE ARCHEOLOGICHE

Già i lavori dell'anno testè decorso avevano rivelato, sotto la gran navata della Basilica, in linea diretta verso la Confessione, con accertamento non prima raggiunto, l'esistenza di un grande cimitero pagano, i cui caratteristici monumenti fin dal primo secolo, erano sorti entro i termini di un'area perpetuae sepulturae tradita, già avanti in uso. Questa necropoli precristiana fornì chiarissima prova della esattezza della tradizione romana, la quale precisamente dentro la superficie di un tale cimitero pagano aveva cercato il sepolcro del Principe degli Apostoli.

Avanzando i lavori, ecco apparire le linee fondamentali della Basilica di Costantino in tutte le sue parti sostanziali con chiarezza sempre maggiore; e di grado in grado ecco manifestarsi le non comuni difficoltà, che l'architetto imperiale ebbe a superare, così dal lato tecnico, come dal lato psicologico, nel concepire e attuare la sua opera grandiosa. Chiunque discenda in questi scavi e si fissi ad esaminare e ponderare gli enormi ostacoli del terreno scabroso e irregolare del Vaticano, vinti per porre le fondamenta, per livellare un'area sepolcrale, con i suoi monumenti numerosi e cari, veneranda anche alla Roma pagana e a molte famiglie, trova in quei superbi ruderi, che oggi si mostrano a noi, la prova più convincente che l'Imperatore non potè né dovè seguire nella scelta del luogo per la sua Basilica ragioni di opportunità, ma che il sito gli fu imposto dalla precisa posizione del sepolcro dell'Apostolo.

Con la scorta di tali criteri e col sussidio di uno studio comparativo delle fonti corrispondenti, non è stato poi malagevole scoprire l'antica Confessione semicircolare, rimontante forse ai tempi di S. Gregorio Magno, sulle cui marmoree mura, fin dall'inizio del medio evo, innumerevoli pellegrini lasciarono inciso a ricordo il segno della santa croce.

Dal Settembre dello scorso anno fino ad oggi sono state ritrovate oltre mille e cinquecento monete, antiche e medievali, le quali dimostrano che quei pii pellegrini venivano non solo numerosi da Roma e dall'Italia, ma, si può dire, da ogni altra parte del mondo allora conosciuto : prima fra tutti la Francia, rappresentata dalle monete dei suoi Arcivescovi, Vescovi e Abati, dei suoi Re, dei suoi Duchi, Conti, Visconti, Signori; poi la Germania, i Paesi Bassi, la Svizzera, la Spagna, l'Inghilterra, la Boemia, la Livonia, l'Ungheria, la Slavonia, l'Oriente latino.

Ma nella sua parte centrale, ove si elevano, uno sopra l'altro, tre altari di epoca diversa, lo zelo indefesso degli indagatori ha rinvenuto, semplice nella sua forma, un monumento, a cui però, molto prima dell'età costantiniana, la devozione dei fedeli aveva dato il carattere di venerando luogo di culto. Ciò testimoniano i graffiti, che si scorgono nell'interno del monumento su una parete, mostranti la stessa forma di quelli che presentano le tombe dei martiri nei cimiteri cristiani. Questi graffiti, che ci riconducono ai tempi delle persecuzioni, ci forniscono la certezza storica di qui possedere i resti di quel tropaeum, del quale il presbitero Gaio parlava circa l'anno 200 d. C. con la sua espressione giubilante, tramandataci da Eusebio: Ego autem Apostolorunr tropaea possum ostendere (Hist. Eccl. l. II c. 25 - Migne PG t. 20 col. 210): parole che ora ci fanno rivedere Gaio, ancora una volta, come presente nelle mistiche tenebre delle Grotte Vaticane. Al richiamo che Eusebio medesimo fa dei Petri Paulique nomine insignita monumenta, quae in urbis Romae coemeteriis etiamnum visuntur (ibid. l. c.), aggiungete anche l'impetuosa domanda del Dottore della Chiesa Girolamo al presbitero Vigilanzio: Male facit ergo Romanus episcopus, qui super mortuorum hominem Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda, secundum te vilem pulvisculum, offert Domino sacrificia et tumulos eorum Christi arbitratur altaria? (Contra Vigil. cap. 8 - Migne PL t. 23 col. 361-362); e voi vedrete quanto queste ed altre testimonianze ricevono nuova luce e forza dalle scoperte e dagli accertamenti fin qui fatti. Tutte si compongono e si accordano in armonica unità insieme col linguaggio dei monumenti rinvenuti, in cui saxa loquuntur. E da questa armonia di tante voci non erompe forse potente il grido di certezza e sicurezza indefettibile della Chiesa primitiva, cresciuta nella sofferenza e nella lotta; grido che essa rivolge, quale ammonimento di fede e speranza di vittoria, a coloro che sono chiamati ai nostri giorni torbidi, ma forieri di grandi e decisivi eventi, così per conservare o ridonare all'umanità errabonda e assetata di pace le benedizioni del Redentore, come per assicurare alla Croce di Cristo entro il vallo di questa umanità quell'ara che ad essa e solo ad essa compete?

LA CHIESA E IL CONFLITTO MONDIALE

La divina missione della Chiesa, fondata immobile sulla rupe di Pietro, come non ha limiti di spazio sulla terra, non ha nella sua azione limite che il tempo dell'umanità; ma al pari del volgere di ogni età, anche il momento presente offre e impone a lei nuovi e particolari propositi, doveri e cure. Le grida di soccorso, che ogni giorno a Noi vengono rivolte, Ci direbbero, se già non lo sapessimo, che cosa domandi ed esiga dalla Chiesa quest'ora che incalza e preme: porre in azione la sua autorità, perché il presente immane conflitto abbia fine, e il fiume di lacrime e di sangue metta foce in una pace per tutti equa e duratura.

La Nostra coscienza Ci rende testimonianza che dal momento, in cui l'arcano disegno di Dio affidò alle Nostre deboli forze il peso, oggi tanto gravoso, del Sommo Pontificato, abbiamo, sia avanti lo scoppio della guerra, sia durante il suo corso, lavorato per la pace con tutto il Nostro animo e vigore e nell'ambito del Nostro ministero apostolico. Ma ora che i popoli vivono nell'ansia dolorosa di attese nuove operazioni imminenti, cogliamo l'opportunità offertaCi dall'odierna ricorrenza, per dire, ancora una volta, una parola di pace; e la diciamo, coscienti come siamo di assoluta imparzialità verso tutti i belligeranti, e con pari affetto, senza alcuna eccezione, verso tutti i popoli.

Ben sappiamo come, nello stato delle cose d'oggi, non avrebbe fondata probabilità di buon successo il formulare particolareggiati propositi per una pace giusta ed equa. Anzi ogni volta che si pronunzia una parola di pace, si rischia di offendere l'una o l'altra parte; infatti, mentre gli uni fanno fondamento sui risultati ottenuti, gli altri ripongono la loro speranza sui futuri combattimenti. Se però il raffronto presente delle forze, dei guadagni e delle perdite nel campo politico e militare non fa scorgere immediate possibilità pratiche di pace; le distruzioni prodotte dalla guerra fra i popoli nel campo materiale e spirituale vengono intanto accumulandosi a tal segno, da invocare, a fermarne il crescere, ogni sforzo che valga per raggiungere una rapida fine del conflitto. Pur prescindendo da arbitrarie violenze e crudeltà, contro le quali in precedenti circostanze abbiamo levato la Nostra voce ammonitrice — e lo facciamo oggi con più viva insistenza scongiurante, anche di fronte a minacce di procedimenti ancor più micidiali —, la guerra, già per se stessa, con la perfetta tecnica delle armi, cagiona inaudite pene, stenti e sofferenze ai popoli. Il Nostro pensiero va ai valorosi combattenti, alle moltitudini che vivono nelle zone di operazioni, in territori occupati o entro il proprio paese. Pensiamo — e come non potremmo pensare? — ai caduti, ai milioni di prigionieri, alle madri, alle mogli, ai figli, pur nel vivo loro amor di patria in preda ad angoscia mortale; pensiamo alla separazione degli sposi, allo sfacelo della vita familiare, alla carestia e alla penuria economica. Ognuno di quei nomi di mali e di rovine non dice forse un numero senza numero di casi strazianti, nei quali si assomma e si condensa quanto di più lacrimevole, acerbo e tormentoso siasi giammai rovesciato sopra l'umanità, così da far paventare un prossimo avvenire di gravi e oscuri cimenti economici e sociali?

Se per decenni un gigantesco studio e sfoggio d'intelligenza e di buon volere si era consacrato a escogitare e attuare una soluzione della questione sociale; oggi i popoli devono osservare come le ricchezze nazionali, la cui saggia amministrazione a pubblico vantaggio costituiva uno dei fondamenti di quella soluzione, sono impiegate, a centiniaia di miliardi, per distruggere beni e vite.

LA GUERRA E LA FAMIGLIA

Ma dalle angustie e dai travagli familiari, da Noi accennati, sorge, dietro al fronte di guerra, e si estende ormai per tutto il mondo, un altro vastissimo fronte, il fronte delle famiglie angosciate e ferite. Avanti il conflitto alcuni popoli, ora in armi, non valevano neppure ad equiparare le culle alle tombe; e, al presente, la guerra, lungi dal porvi rimedio, minaccia di sospingere a rovina i nuovi ceppi della famiglia fisicamente, economicamente e moralmente.

Ai Reggitori delle Nazioni vorremmo quindi dirigere una paterna voce di ammonimento: La famiglia è sacra; essa è la culla non solo dei figli, ma ancora della Nazione e della sua forza e della sua gloria. Non si stranii né si devii la famiglia dall'alto scopo voluto da Dio! Che lo sposo e la sposa, in fedele compimento dei loro doveri coniugali e familiari, trasmettano nel focolare domestico la fiaccola della vita corporea e, con essa, la vita spirituale e morale, la vita cristiana, alle novelle generazioni: questo vuole Iddio.
Che nella famiglia, sotto la custodia dei genitori, crescano uomini di franco carattere e di retta capacità, futuri membri preziosi e senza macchia dell'umano consorzio, virili nei cimenti lieti e tristi, ubbidienti a chi comanda e a Dio : tale è la volontà del Creatore. Non si faccia del tetto familiare, e con esso anche della scuola, solo il vestibolo di un campo di lotta; non si stacchino, in maniera duratura, l'uno dall'altro, gli sposi; non si separino i figli dalla vigile custodia corporale e spirituale dei genitori; non si inaridiscano di frutto i proventi e le fortune della famiglia.

Unanime è il grido che dal fronte della famiglia giunge a Noi: rendeteci alla nostra professione di pace! Se vi sta a cuore l'avvenire dell'umanità, se la vostra coscienza, davanti a Dio, dà qualche peso a ciò che valgono per l'uomo i nomi di padre e di madre e quel che fa la vera felicità dei vostri figli, restituite la famiglia alla sua opera di pace!

ESORTAZIONE ALLA PACE

Come patrocinatore di questo fronte della famiglia, — dal quale voglia Iddio tener lontano ogni aperta via di malaugurati e funesti turbamenti! — Noi rivolgiamo un caldo e paterno appello agli Uomini di Stato, perché non si lascino sfuggire occasione alcuna, la quale possa schiudere ai popoli la strada ad una onesta pace di giustizia e di moderazione, ad una pace procedente da una intesa libera e feconda, anche se non dovesse corrispondere in tutti i punti alle loro aspettazioni. Il fronte universale della famiglia, che al fronte di guerra ha tanti cuori di padri, di sposi e di figli, i quali fra pericoli e travagli, tra speranze e brame, palpitano del doppio amore di patria e del tetto domestico, si rischiarerà e tranquillerà nella visione di un nuovo orizzonte. La riconoscenza dell'umanità e anche il consenso della propria Nazione non saranno per mancare a quei nobili e generosi Governanti, che, mossi non da debolezza, ma da senso di responsabilità, sceglieranno la via e il terreno della moderazione e della saggezza, quando s'incontreranno con l'altra parte, dominata anch'essa dei medesimi sentimenti.

Con questa fiducia, non resta, diletti figli, che innalzare al Padre delle misericordie e dei lumi della sapienza, infocate preghiere, perché affretti il sorgere dell'aurora di tanto bramato giorno. a Domandate e riceverete», ci inculcò il divin Redentore, Principe di Pace, che, mite e umile di cuore, a sé ci invita per porgerci ristoro nei nostri affanni e travagli. Rianimiamo in noi stessi lo spirito di amore. Teniamoci pronti con la nostra fede e col nostro braccio a cooperare, dopo il più esteso, desolato e cruento eccidio della storia, al formidabile e immenso lavoro di riedificazione e di risanamento, per ricostruire dal cumulo di rovine materiali e morali un mondo, cui unisca e paci-fichi il legame fraterno, un mondo, in cui, con l'aiuto del l'Onnipotente, nova sint omnia, corda, voces et opera (Hymn. ad Matut. in Festo SS.mi Corp. Christi).


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV, 
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 69-85
  Tipografia Poliglotta Vaticana

   




[Modificato da Caterina63 22/04/2016 16.02]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AL SACRO COLLEGIO ALLA VIGILIA DEL SANTO NATALE*

Giovedì, 24 dicembre 1942



 

Di anno in anno il Nostro cuore, e con Noi certamente anche il vostro, Venerabili Fratelli e diletti Figli, risente sempre più dolorosamente il contrasto, tanto penoso ad ogni animo cristiano e sacerdotale, tra il dolcissimo Messaggio del Principe della pace in Betlemme e l'angoscioso spettacolo di un mondo, che si dibatte e si dilania nella violenza; onde con rimpianto nostalgico rievochiamo il gaudio e la serenità dell'incontro natalizio del Sommo Pastore con l'eletta schiera dei membri del Sacro Collegio e della Prelatura Romana nei felici giorni di pace, quando tutto sembrava spirare armonia di pensieri e di cuori. Oggi invece per la quarta volta vi trovate con Noi sotto il triste incubo della guerra, nella oscura aspettazione di un avvenire, le cui prove, se la mano di Dio non interviene, potrebbero anche superare le sofferenze passate.

In altri tempi, Venerabili Fratelli e diletti Figli, tale intimo incontro nella santa Vigilia del Natale era interamente consacrato a voi; e il Romano Pontefice, accogliendo con gradimento il filiale omaggio dei vostri auguri e delle vostre preghiere, — come Ce lo ha testè porto con sì degna e alta parola, a nome di tutti, il venerando e amatissimo Cardinale Decano del Sacro Collegio —, soleva manifestare il Suo pensiero intorno alle più gravi questioni riguardanti il mondo cristiano.

Ma la crisi odierna, trasformatrice di tante cose e usanze, ha modificato in parte anche questa soave consuetudine; perché gli impedimenti, creati dalla guerra, al normale contatto tra Pastore e gregge, hanno fatto nascere il bisogno di dare, nella solenne ricorrenza delle feste natalizie, ai fedeli di tutto il mondo la bramata possibilità di udire direttamente la voce del Padre comune e di rallegrarsi così della santa e provvidenziale coadunanza, che al presepio del Salvatore, nonostante tutti gli sconvolgimenti bellici, li unisce al centro della Chiesa e al Rappresentante visibile del Re pacifico. Abbiamo perciò stimato opportuno di appagare anche quest'anno tale pio e filiale desiderio.

Nei Messaggi precedenti fu Nostro intento di esporre le norme e i presupposti di una vera pace tra i popoli, conforme, quindi, alla giustizia, all'equità e all'amore, e riuscì gradito all'animo Nostro non solo l'attestato della lieta riconoscenza dei Nostri figli devoti, ma ancora il rispettoso consenso di non pochi, che vivono fuori del corpo visibile della Chiesa.

Consapevole degli stretti ed essenziali rapporti tra l'equilibrio economico, sociale e intellettuale nei singoli Stati e la pace internazionale, il Nostro Radiomessaggio odierno si occuperà principalmente delle condizioni e dei fondamenti necessari ad una pacificazione e ad un vero ordine nell'interno delle Nazioni.

Mentre sarebbe cecità il disconoscere la gravezza dei danni e dei mali, di cui soffre la società; la convinzione dell'improrogabilità di una riforma sanatrice e miglioratrice si diffonde in ceti sempre più vasti e preveggenti e prende aspetti esteriori più ampi e fermi. Ma sovente l'umanità, debole e ritrosa all'emenda del peccato, sotto l'influsso della passione, segue la pericolosa tendenza a sostituire errori più o meno riconosciuti come tali con altri traviamenti o con semplici palliativi, che a nulla rimediano, invece di iniziare e promuovere senza indugio un risoluto e aperto ritorno alla verità e al bene. Quante volte si è così avverato il detto : Erit novissimus error peior priore !

Gli è che una sana concezione della società umana può solo appoggiarsi sul fondamento incrollabile delle norme eterne, scritte nella natura dell'uomo, compiute e perfezionate dal lume della rivelazione portata da Cristo, infallibile Maestro dalla culla alla croce. Dove sorge infatti una cattedra di dottrine e di riforme sociali, le cui tesi suonino quaggiù più convincenti del silenzio eloquente del Verbo divino incarnato, giacente nel presepio?

Se da mutamenti semplicemente esterni tale riforma vuole arrivare a nuove e vitali istituzioni, deve prendere le mosse e la guida dalla « luce vera, la quale illumina ogni uomo, che viene in questo mondo », e lasciare che la maestà di una sanzione divina, e non la sola e temuta forza punitrice di magistrati umani, stenda sulla vita sociale le sue ali di protezione e di custodia. 

Ponendo la volontà del Padre al di sopra di ogni altra, Cristo, Principe della pace, incontrò il contrasto, occulto o palese, e l'incomprensione di coloro i quali, mossi da una idea meramente terrena della missione del loro popolo, videro nello specchio di ogni giustizia, bontà e misericordia un « segno di contradizione» (Luc. 2, 34).

Potrebbe dunque la Chiesa meravigliarsi, se la sua sorte è quella stessa del divino Maestro, e prende una forma rispondente al carattere agitato e sconvolto del mondo odierno?

Se la sposa di Cristo nella difesa della verità e della virtù, e i suoi ministri nella operosità e nella lotta per la conquista e il bene delle anime, sperimentano in sé il mistero del « segno di contradizione », spesso proprio quando si danno con supremo amore e sacrificio, con generoso disinteresse pronta dedizione, a combattere gli errori del giorno per far trionfare il Vangelo e tener lontane sciagure eterne; potrebbe ciò fornire occasione a lamenti, a pusillanimità, a infiacchimento di un coraggio apostolico, acceso dalla fiamma della carità e dello zelo? Certamente no.

Il lamento degno dell'apostolo, il lamento di cui l'operaio evangelico non ha da vergognarsi, è il rammarico che gravava sul cuore del Salvatore e gli faceva versare lacrime alla vista di Gerusalemme, la quale al suo invito e alla sua grazia opponeva quell'accecamento ostinato e quella pervicace sconoscenza, che la condussero lungo il cammino della colpa, fino al deicidio.

Tale cecità o incomprensione degli scopi più nobili della Chiesa nella sua azione dottrinale e pastorale di fronte a correnti del pensiero moderno, che, rinnegando verità centrali della nostra santa fede, inceppano con mille catene l'operosità dei suoi ministri, — talvolta da parte anche di malconsigliati cattolici, i quali ascoltano teorie avverse e si fanno mancipii di influssi estranei — fu, è, e sarà sempre; ciò nondimeno dovrà sopportarsi da quanti seguono il Signore in spirito e verità, e accettarsi con tutta la sua amarezza, come partecipazione al calice di Colui, che venne per salvare ciò che era perduto. Quando Dio vi chiamò al sacerdozio, quando a non pochi di voi ne concesse la pienezza, quando la fiducia dei Nostri Predecessori vi elesse qui, nel centro del mondo cattolico, ad essere consiglieri e collaboratori del Romano Pontefice nel governo della Chiesa universale; a tutti e a ciascuno di voi in grado diverso, secondo la misura della grazia ricevuta, venne rivolta la domanda: Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum? (Matth. 20, 22). La vostra vita e operosità sacerdotale nella Chiesa e per la Chiesa, la vostra lotta per le anime e per la trasformazione spirituale del mondo, saranno tanto più efficaci e feconde, quanto più coraggiosa e incondizionata, giorno per giorno, ora per ora, diverrà e apparirà la risposta del vostro cuore alla domanda del Maestro.

Nulla sarebbe meno conforme ai particolari bisogni dell'ora presente, quanto la pusillanimità di coloro, in mezzo ai quali dimora il « magni consilii Angelus », che nell'abisso della sua sapienza ha tesori di consigli e rimedi per l'universo intero. Non suona forse proprio adesso per il Cristianesimo, per la fede nostra che vince il mondo, un'ora paragonabile a quella del primo incontro di Cristo con l'antico paganesimo; un'ora, se densa di gravi pericoli, pur ricca di grandiose promesse e speranze di bene?

Possa la potente grazia di Dio suscitare tra il clero e in mezzo al laicato quegli animi ardenti e generosi, i quali all'umanità errante, ma famelica e sitibonda di unità e di fratellanza, spianino la via alle nobilissime norme e pratiche di vita individuale e sociale, emananti da Colui, a cui la Chiesa rivolge nell'Avvento la commovente invocazione : O Rex Gentium, et desiderato earum, lapisque angularis, qui facis utraque unum : veni, et salva hominem, quem de limo formasti!

Con questa preghiera sul labbro, pregna dell'ansioso desiderio di tutto il genere umano verso quella concordia, che nasce dalla pace, cui il divin Bambino di Betlemme col canto degli angeli ispira agli uomini di buona volontà, impartiamo a voi tutti, Venerabili Fratelli e diletti Figli, a coloro che sono con voi uniti nel Signore, e specialmente a quelli che in maniera particolare soffrono delle sciagure dei tempi, con immutato affetto paterno la Nostra Apostolica Benedizione.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV, 
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 319-323





PIO XII

UDIENZA GENERALE*

Mercoledì, 1° aprile 1942


 

Ai ciechi di guerra dell'Istituto di Assistenza di Roma

Singolarmente cara torna oggi al paterno animo Nostro la vostra presenza, Venerabile Fratello e diletti figli, figli tanto più diletti, perché la dolce luce, che consola e allieta Noi e quanti vi circondano del loro affetto e delle loro benevole e vigili cure, non giunge in fondo alla vostra pupilla, da voi sacrificata al dovere di comandanti, di ufficiali, di soldati. A coloro i quali hanno accompagnato e guidato i vostri passi nell'omaggio di devozione filiale, che a Noi, — come già al Nostro immortale Predecessore Pio XI, — avete bramato di presentare con quel vivo fervore che promana dalla intensità della vostra fede, va la Nostra riconoscenza per averCi procurato la gradita occasione di vedervi qui adunati nella casa del Padre comune, e di rivolgervi una parola che sia conforto al vostro cuore, come fu un giorno la luce al vostro occhio.

Anche il cuore, diletti figli, ha i suoi occhi, e vede più in là e più alto che l'occhio della fronte. La sua luce non è il sole che tramonta e lascia dietro a sé la notte; ma è il sole della verità e del bene che scende dall'intelletto a fare del cuore medesimo una volontà illuminata e poderosa, la quale non si accascia sotto il peso della sventura, ma della sventura stessa si fa una scala per salire a maggiori altezze, alle altezze della fede, ai monti delle notti divine di Cristo orante, agonizzante, morente in croce fra le tenebre avvolgenti la terra. Ore di preghiera sono le ore notturne; e in quella solitudine e in quel silenzio del tempo e della natura, quante anime si prostrano innanzi a Dio e inneggiano a Lui! Nella notte dei vostri occhi anche voi avete cercato e incontrato la fede; perché anche la fede cammina nella oscurità, ma con piede franco e con passo si curo, come quella che è « sustanzia di cose sperate e argomento delle non parventi» (Par. XXIV, 64-65 — Hebr. II, 1). Anche voi avete — oh quante volte! — levata la voce dal profondo verso Dio (Ps. 129, i), e nella vostra lunga notte, toccandovi gli occhi, avete detto : Dominu dedit, Dominus abstulit : sit nomen Domini benedictum ( Job 1, 21): Il Signore ha dato e il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore! Non un lamento — ce ne fa certi h viva vostra fede — è stata la vostra preghiera, ma rassegnazione, sospiro di pace, conformità e uniformità all'altissima e amabilissima volontà di Dio, il quale tutto dispone e volge a nostro bene. Come al Signore piacque, avete esclamato, così è avvenuto!. In tal guisa non avete voi forse imparato che nell'oscurità della vostra giornata l'anima meglio si concentra, meglio entra in se medesima, meglio ne esce a rivolgersi al cielo, a contemplare dalla soglia della vostra notte l'alba che scende da altri firmamenti più sublimi, più vicini a Dio? Oh sì: voi avete certo compreso che la vostra notte è simile alla oscurità della fede; ma sapete pure che nella oscurità della fede splende una luce più fulgida del sole, dalla quale fu fatto il sole e l'universo; quella luce vera che illumina ogni uomo il quale viene in questo mondo, il Verbo di Dio incarnato, che abitò tra noi e disse di sé: «Io sono la luce del mondo ; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce di vita» (Io. 8, 12). Al declinare dei raggi di un sole che tramonta, un'unica caligine avvolge la terra; ma credendo in Cristo e seguendo Lui, sole del mondo soprannaturale delle anime, non camminiamo al buio; abbiamo ai nostri passi via, verità e vita; ed entriamo nel novero di quei fortunati di cui Cristo stesso ebbe a dire: Beati coloro che non hanno veduto e hanno creduto : Beati, qui non viderunt, et crediderunt (Io. 20, 29). «Tutti siam ciechi», veggenti o non veggenti, innanzi a Dio e ai suoi misteri della vita e della grazia, che rifulgono dalla gioia non meno che dal dolore. Aprite il cuore alla speranza! Voi sapete che il vostro Redentore vive e che, all'ultimo giorno, nella risorta vostra carne vedrete il vostro Dio; lo vedrete voi medesimi; lo contempleranno i vostri occhi; occhi restituiti intatti e non più corruttibili: serbate il balsamo di questa speranza consolatrice riposta nel vostro seno (cfr. Job 19, 25-27).

La speranza non «fugge i sepolcri», come non fugge il dolore e la sventura; e voi avete provato che il dolore è ai generosi e ai valorosi scuola e palestra di amore, e che dalle cicatrici del vostro occhio e del vostro corpo guarda e parla l'amore del dovere e della patria, la quale vi decora il petto delle insegne anche auree della sua riconoscenza. Destinati a una patria oltre le stelle, ma ancora pellegrini sulla terra, voi avete una patria anche quaggiù, a voi cara come un nido dove foste dolcemente nutriti, dove l'affetto vi lega agli avi e ai figli, dove i monti e le valli, le pianure e le acque, la storia e i monumenti, le lotte e le vittorie, i dolori e le gioie, la religione e la vita, tutti vi affratellano sui campi della fatica, dello studio, dell'azione, del sacrificio. E del vostro più alto e luminoso sacrificio, nobilissimo al pari della luce che vi ha involata, il segno, che portate nel vostro volto, è il sigillo della vostra carità di patria, il quale, mentre vi sublima innanzi agli uomini, vi sprona a prostrarvi più riverenti davanti a Dio in quella carità più eccelsa che vi stringe a Lui e, esaltandovi in Lui, tutto soffre, tutto crede, tutto spera, tutto sostiene.

Alla patria voi avete donato e sacrificato i bei giorni lucidi e splendenti della vostra vita: oggi la servite nell'ombra e nell'oscurità con un lavoro che per voi è una seconda vita e insieme una seconda luce. Giacché al vostro lavoro, se non porge aiuto la luce dell'occhio, concorre la luce degli altri sensi, ai quali sogliamo nel parlare estendere la dignità e la certezza della visione dell'occhio (cfr. S. Th. i, p. q. 67 a. 1). Perciò, specialmente nella lingua latina, la parola videre, vedere, trovasi usata anche nel significato generico di percepire coi sensi; onde il sommo poeta Virgilio potè scrivere: «mugire videbis sub pedibus terram»: vedrai la terra mugghiare sotto i piedi (Aen. l. IV v. 490-491): « visaeque canes ululare per umbram» (Aen. l. V1 v. 257).

Ma la nobiltà della luce e della visione la eleviamo e applichiamo particolarmente all'intelletto; e alla vostra intelligenza e memoria, nel buio della vostra giornata, ancora splende il sole che al vivace vostro sguardo illuminava le aurore, i meriggi e i tramonti dei più limpidi giorni della vostra adolescenza e giovinezza. Le immagini e i ricordi della luce non sono in voi le illusioni tattili di un cieco nato, bensì un invito e un ritorno a rivedere le bellezze della natura e dell'arte, le dure palestre e gli aperti campi del vostro sudore e del vostro valore, che un dì contemplaste irradiati dal sole, e che ancora rischiarano la vostra mente e ne confortano e sostengono la scienza e il sapere che vi fanno lavoratori, maestri e artisti. Le vostre mani a voi, al vostro operare sono occhi; con esse palpando conoscete quel che non vedete; guidati dall'udito, che nella cecità più si affina, voi potete dalle corde armoniche con le vostre dita destare un'onda di suoni che v'inebriano lo spirito. Non è forse l'udito a voi più che luce? Dove il vostro sguardo è muto di ogni lume, vigila più attento e percettivo il vostro orecchio; e se non giunge lontano il vostro occhio, fin da oltre i monti e i mari perviene e parla a voi la portentosa voce del genio Marconiano. Così per l'udito, come già per la fede, voi acquistate e accrescete il sapere e la scienza; e luce per voi è chi vi dirige nella pietà e nei doveri religiosi; luce sono quelle anime gentili che vi visitano, che si fanno lettrici davanti a voi, per quella venerazione e quel fraterno affetto, la cui più profonda radice è la carità di Cristo, che mette fiori anche nella carità di patria.

Che se il sole è luce e calore, ancor più di luce e calore è generosa la fede, in cui si assorellano le anime innanzi a Dio e al Redentore divino. Questa luce di fede, questo calore di fede, che sono verità e vita, Noi ben sappiamo quanto intensamente vivano in voi e in coloro che a voi dedicano le loro assidue premure, e come nella fede il vostro lavoro si illumini e si elevi a merito di una vita migliore. Voi, dilette figlie, che visitate e assistete, come angeli consolatori, cotesti Grandi Mutilati di Guerra, e che nella lettura vi fate occhio alla loro spenta pupilla, voi in loro confortate Cristo che vi dirà un giorno : «Ero infermo e mi avete visitato» (Matth. 25, 36). Casa della benevolenza e della riconoscenza vuoi essere dunque, amati figli, la vostra Casa di Lavoro, una Casa di Nazareth per voi, se un pio pensiero e affetto vi richiami alla mente il divino creduto « figlio del legnaiuolo » (Matth. 13, 55), che nell'ombra e nel lavoro della sua matura adolescenza celava il mistero di quel Vangelo che doveva essere luce nel mondo. Eppure questo Dio nascosto non ha cessato di operare e lavorare in voi e con voi; perché Egli vi sostiene col verbo del suo vigore, Egli che ha creato tutte le cose e opera e governa nel mondo della natura e nel mondo sopra la natura; artefice invisibile e onnipotente così degli enigmi dei firmamenti scrutati dall'occhio degli astronomi, come dei misteri della provvida sua bontà, sempre paterna e benigna, e quando ci apre le pupille alla luce, e quando ce le chiude nel buio.

Nel corso del vostro lavoro vi siano presenti lo sguardo e la mano di Dio; nella voce di quelle labbra, che vi leggono, vi parlano e vi rispondono, ravvisate l'affabilità degli amici di Dio e di voi; in chi guida i vostri passi riconoscete un fratello dell'arcangelo Raffaele mandato dal Signore al cieco Tobia quale compagno di viaggio per il suo figliuolo; e abbiate verso tutti, — chi vi dirige e chi presiede alla vostra Casa di Lavoro, — quella gratitudine, ch'è onore e decoro per voi il sentire altamente e il rendere un bisogno del cuore. E di gratitudine siamo debitori anche Noi, diletti figli, a voi e a quanti vi hanno qui accompagnati, direttori, compagni, amici e persone di vostra famiglia. Se il Nostro sguardo non si è incontrato col vostro, col vostro cuore si è incontrato il Nostro; e la Nostra parola di affettuoso Padre comune ha risposto ai vostri sensi di filiale devozione e di pietà cristiana. Sicché la Nostra consolazione ora altro non brama che di espandersi nell'invocare sopra di voi, diletti figli, e su quanti avete nel cuore, — anzi su tutti i Ciechi di guerra che nel mondo intiero hanno con voi comune la sorte, — i celesti favori, che accrescano negli animi vostri e loro l'operosità sapiente, la tranquillità dello spirito, l'intensità della fede, della speranza e della carità, tre luci che illuminano il firmamento della grazia di Dio, e sono balsamo di ogni sventura, non meno che arra di gaudio eterno.


*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, IV, 
  Quarto anno di Pontificato, 2 marzo 1942 - 1° marzo 1943, pp. 21-25






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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22/04/2016 16.04
 
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RADIOMESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
IN OCCASIONE DELLA
«GIORNATA DELLA FAMIGLIA»

Domenica, 23 marzo 1952

 

La famiglia è la culla della nascita e dello sviluppo di una nuova vita, la quale, affinché non perisca, ha bisogno di essere curata ed educata: diritto, questo, e dovere fondamentale dato e imposto immediatamente da Dio ai genitori. Contenuto e scopo dell’educazione nell’ordine naturale è lo sviluppo del bambino per divenire un uomo completo: contenuto e scopo dell’educazione cristiana è la formazione del nuovo essere umano, rinato nel battesimo, a perfetto cristiano. Tale obbligo, che fu sempre costume e vanto delle famiglie cristiane, è solennemente sancito dal canone 1113 del Codice di diritto canonico, che suona così: «Parentes gravissima obligatione tenentur prolis educationem tum religiosam et moralem, tum physicam et civilem pro viribus curandi, et etiam temporali eorum bono providenti ». « I genitori hanno il gravissimo obbligo di curare con tutte le loro forze l’educazione, così religiosa e morale, come fisica e civile, dei loro figli, e di provvedere anche al loro benessere temporale ».

Le questioni più urgenti di così vasto argomento sono state chiarite in diverse occasioni dai Nostri Predecessori e da Noi stessi. Pertanto Ci proponiamo ora non di ripetere quel che è già stato ampiamente esposto, ma piuttosto di richiamare l’attenzione sopra un elemento, che, pur essendo la base e il fulcro dell’educazione, specialmente cristiana, sembra invece ad alcuni, a prima vista, quasi estraneo ad essa. Vorremmo cioè parlare di ciò che vi è di più profondo ed intrinseco nell’uomo: la sua coscienza. Vi siamo indotti dal fatto che alcune correnti del pensiero moderno cominciano ad alterarne il concetto e ad impugnarne il valore. Tratteremo dunque della coscienza in quanto oggetto della educazione.

La coscienza è come il nucleo più intimo e segreto dell’uomo. Là egli si rifugia con le sue facoltà spirituali in assoluta solitudine: solo con se stesso, o meglio, solo con Dio — della cui voce la coscienza risuona — e con se stesso. Là egli si determina per il bene o per il male; là egli sceglie fra la strada della vittoria e quella della disfatta. Quando anche volesse, l’uomo non riuscirebbe mai a togliersela di dosso; con essa, o che approvi o che condanni, percorrerà tutto il cammino della vita, ed egualmente con essa, testimone veritiero ed incorruttibile, si presenterà al giudizio di Dio. La coscienza è quindi, per dirla con una immagine tanto antica quanto degna, unάδυτον un santuario, sulla cui soglia tutti debbono arrestarsi; anche, se si tratta di un fanciullo, il padre e la madre. Solo il sacerdote vi entra come curatore di anime e come ministro del Sacramento della penitenza; né per questo la coscienza cessa di essere un geloso santuario, di cui Dio stesso vuole custodita la segretezza col sigillo del più sacro silenzio.

In che senso dunque si può parlare della educazione della coscienza?

ESSENZA DELLA COSCIENZA CRISTIANA

Occorre rifarsi ad alcuni concetti fondamentali della dottrina cattolica per ben comprendere che la coscienza può e deve essere educata.

Il divin Salvatore ha arrecato all’uomo ignaro e debole la sua verità e la sua grazia: la verità per indicargli la via che conduce alla sua meta; la grazia per conferirgli la forza di poterla raggiungere.

Percorrere quel cammino significa, nella pratica, accettare il volere e i comandamenti di Cristo, e conformare ad essi la vita, cioè i singoli atti, interni ed esterni, che la libera volontà umana sceglie e fissa. Ora qual è la facoltà spirituale, che nei casi particolari addita alla volontà medesima, affinché scelga e determini, gli atti che sono conformi al volere divino, se non la coscienza? Essa è dunque eco fedele, nitido riflesso della norma divina delle umane azioni. Sicché le espressioni, quale «il giudizio della coscienza cristiana », o l’altra «giudicare secondo la coscienza cristiana », hanno questo significato: la norma della decisione ultima e personale per un’azione morale va presa dalla parola e dalla volontà di Cristo. Egli è infatti via, verità e vita, non solo per tutti gli uomini presi insieme, ma per ogni singolo [1]: è tale per l’uomo maturo, è tale per il fanciullo ed il giovane.

Da ciò consegue che formare la coscienza cristiana di un fanciullo o di un giovane consiste innanzi tutto nell’illuminare la loro mente circa la volontà di Cristo, la sua legge, la sua via, e inoltre nell’agire sul loro animo, per quanto ciò può farsi dal di fuori, affine di indurlo alla libera e costante esecuzione del divino volere. È questo il più alto impegno della educazione.

PRESUPPOSTI E FONTI DELLA EDUCAZIONE DELLA COSCIENZA

Ma dove troveranno l’educatore e l’educando, in concreto e con facilità e certezza, la legge morale cristiana? Nella legge del Creatore impressa nel cuore di ciascuno [2], e nella rivelazione, nel complesso, cioè, delle verità e dei precetti, insegnati dal divino Maestro. Ambedue, sia la legge scritta nel cuore, ossia la legge naturale, sia le verità e i precetti della rivelazione soprannaturale, il Redentore Gesù ha rimesso, come tesoro morale della umanità, nelle mani della sua Chiesa, affinché essa le predichi a tutte le creature, le illustri e le trasmetta, intatte e difese da ogni contaminazione ed errore, dall’una all’altra generazione.

ERRORI NELLA FORMAZIONE E NELLA EDUCAZIONE 
DELLA COSCIENZA CRISTIANA – 
PRETESA REVISIONE DELLE NORME MORALI

Contro questa dottrina, incontrastata per lunghi secoli, emergono ora difficoltà ed obiezioni che occorre chiarire.

Come della dottrina dommatica, così anche dell’ordinamento morale cattolico si vorrebbe istituire quasi una radicale revisione per dedurne una nuova valutazione.

Il passo primario, o per dir meglio il primo colpo all’edificio delle norme morali cristiane, dovrebbe essere quello di svincolarle — come si pretende — dalla sorveglianza angusta ed opprimente dell’autorità della Chiesa, cosicché, liberata dalle sottigliezze sofistiche del metodo casistico, la morale sia ricondotta alla sua forma originaria e rimessa semplicemente alla intelligenza e alla determinazione della coscienza individuale.

Ognuno vede a quali funeste conseguenze condurrebbe un tale sconvolgimento dei fondamenti stessi della educazione.

Omettendo di rilevare la manifesta imperizia e immaturità di giudizio di chi sostiene simili opinioni, gioverà mettere in evidenza il vizio centrale di questa «nuova morale ». Essa, nel rimettere ogni criterio etico alla coscienza individuale, chiusa gelosamente in sé e resa arbitra assoluta delle sue determinazioni, ben lungi dall’agevolarle il cammino, la distoglierebbe dalla via maestra che è Cristo.

 Il divin Redentore ha consegnato la sua Rivelazione, di cui fanno parte essenziale gli obblighi morali, non già ai singoli uomini, ma alla sua Chiesa, cui ha dato la missione di condurli ad abbracciare fedelmente quel sacro deposito.

Parimente la divina assistenza, ordinata a preservare la Rivelazione da errori e da deformazioni, è stata promessa alla Chiesa, e non agli individui. Sapiente provvidenza anche questa, poiché la Chiesa, organismo vivente, può così, con sicurezza ed agilità, sia illuminare ed approfondire le verità anche morali, sia applicarle, mantenendone intatta la sostanza, alle condizioni variabili dei luoghi e dei tempi. Si pensi, per esempio, alla dottrina sociale della Chiesa, che, sorta per rispondere a nuovi bisogni, non è in fondo che l’applicazione della perenne morale cristiana alle presenti circostanze economiche e sociali.

Come è dunque possibile conciliare la provvida disposizione del Salvatore, che commise alla Chiesa la tutela del patrimonio morale cristiano, con una sorta di autonomia individualistica della coscienza?

Questa, sottratta al suo clima naturale, non può produrre che venefici frutti, i quali si riconosceranno al solo paragonarli con alcune caratteristiche della tradizionale condotta e perfezione cristiana, la cui eccellenza è provata dalle incomparabili opere dei Santi.

La «morale nuova » afferma che la Chiesa, anzi che fomentare la legge della umana libertà e dell’amore, e d’insistervi quale degna dinamica della vita morale, fa invece leva, quasi esclusivamente e con eccessiva rigidità, sulla fermezza e la intransigenza delle leggi morali cristiane, ricorrendo spesso a quei « siete obbligati », «non è lecito », che hanno troppo sapore di un’avvilente pedanteria.

I PRECETTI MORALI DELLA CHIESA PER LA EDUCAZIONE
 DELLA COSCIENZA NELLA VITA PERSONALE…


Ora invece la Chiesa vuole — e lo mette in luce espressamente quando si tratta di formare le coscienze — che il cristiano venga introdotto nelle infinite ricchezze della fede e della grazia, in modo persuasivo, così da sentirsi inclinato a penetrarle profondamente.

La Chiesa però non può ritrarsi dall’ammonire i fedeli che queste ricchezze non possono essere acquistate e conservate se non a prezzo di precisi obblighi morali. Una diversa condotta finirebbe col far dimenticare un principio dominante, sul quale ha sempre insistito Gesù, suo Signore e Maestro. Egli infatti ha insegnato che per entrare nel regno dei cieli non basta dire « Signore, Signore », ma deve farsi la volontà del Padre celeste [3]. Egli ha parlato della « porta stretta » e della « angusta via » che conduce alla vita [4], ed ha aggiunto: « Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrare e non vi riusciranno » [5]. Egli ha posto come pietra di paragone e segno distintivo dell’amore verso Se stesso, Cristo, l’osservanza dei comandamenti [6]. Similmente al giovane ricco, che lo interroga, Egli dice: « Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti » e alla nuova domanda « Quali? » risponde: « Non uccidere! non commettere adulterio! non rubare! non fare testimonianza falsa! onora il padre e la madre! e ama il prossimo tuo come te stesso! ». Egli ha messo come condizione a chi vuole imitarlo, di rinunziare a se stesso e di prendere ogni giorno la sua croce [7]. Egli esige che l’uomo sia pronto a lasciare per Lui e per la sua causa quanto ha di più caro, come il padre, la madre, i propri figli, e fin l’ultimo bene, la propria vita [8]. Poiché Egli soggiunge: « A voi dico, amici miei: non temete quei che uccidono il corpo, e dopo tanto non possono fare di più. Vi mostrerò io chi dovete temere: temete Colui, che, dopo tolta la vita, ha il potere di mandare all’inferno » [9].

Così parlava Gesù Cristo, il divino Pedagogo, che sa certamente, meglio degli uomini, penetrare nelle anime e attrarle al suo amore con le infinite perfezioni del suo Cuore, « bonitate et amore plenum » [10].

E l’Apostolo delle genti San Paolo ha forse predicato altrimenti? Col suo veemente accento di persuasione, svelando l’arcano fascino del mondo soprannaturale, egli ha dispiegato la grandezza e lo splendore della fede cristiana, le ricchezze, la potenza, la benedizione, la felicità in essa racchiuse, offrendole alle anime come degno oggetto della libertà del cristiano e meta irresistibile di puri slanci d’amore. Ma non è men vero che sono altrettanto suoi gli ammonimenti come questo: «Operate con timore e tremore la vostra salute» [11], e che dalla medesima sua penna sono scaturiti alti precetti morali, destinati a tutti i fedeli, siano essi di comune intelligenza, ovvero anime di elevata sensibilità. Prendendo dunque come stretta norma le parole di Cristo e dell’Apostolo, non si dovrebbe forse dire che la Chiesa di oggi è inclinata piuttosto alla condiscendenza che alla severità? Di guisa che l’accusa di durezza opprimente, dalla «nuova morale » mossa contro la Chiesa, in realtà va a colpire in primo luogo la stessa adorabile Persona di Cristo.

Consapevoli pertanto del diritto e del dovere della Sede Apostolica d’intervenire, quando bisogni, autorevolmente nelle questioni morali, Noi nel discorso del 29 ottobre del passato anno Ci proponemmo d’illuminare le coscienze intorno ai problemi della vita coniugale. Con la medesima autorità dichiariamo oggi agli educatori e alla stessa gioventù; il comandamento divino della purezza dell’anima e del corpo vale senza diminuzione anche per la gioventù odierna. Anch’essa ha l’obbligo morale e, con l’aiuto della grazia, la possibilità di conservarsi pura. Respingiamo quindi come erronea l’affermazione di coloro, che considerano inevitabili le cadute negli anni della pubertà, le quali così non meriterebbero che se ne faccia gran caso, quasi che non siano colpa grave, perché ordinariamente, essi aggiungono, la passione toglie la libertà necessaria, affinché un atto sia moralmente imputabile.

Al contrario, è norma doverosa e saggia che l’educatore, pur non trascurando di rappresentare ai giovani i nobili pregi della purezza, in guisa da avvincerli ad amarla e desiderarla per se stessa, inculchino tuttavia chiaramente il comandamento come tale, in tutta la sua gravità e serietà di ordinazione divina. Egli così spronerà i giovani ad evitare le occasioni prossime, li conforterà nella lotta, di cui non nasconderà loro la durezza, li indurrà ad abbracciare coraggiosamente quei sacrifici che la virtù esige, e li esorterà a perseverare e a non cadere nel pericolo di deporre le armi fin dal principio e di soccombere senza resistenza alle perverse abitudini.

.… E NELLA VITA PUBBLICA

Anche più che nel campo della condotta privata, vi sono oggi molti che vorrebbero escludere il dominio della legge morale dalla vita pubblica, economica e sociale, dall’azione dei pubblici poteri nell’interno e all’esterno, nella pace e nella guerra, come se qui Dio non avesse nulla da dire, almeno di definito.

L’emancipazione delle attività umane esterne, come le scienze, la politica, l’arte, dalla morale viene talora motivata in sede filosofica dall’autonomia che ad esse compete, nel loro campo, di governarsi esclusivamente secondo leggi proprie, benché si ammetta che queste collimano d’ordinario con quelle morali. E si reca ad esempio l’arte, alla quale si nega non solo ogni dipendenza, ma anche ogni rapporto con la morale, dicendo: l’arte è solo arte, e non morale né altra cosa, da reggersi quindi con le sole leggi della estetica, le quali peraltro, se sono veramente tali, non si piegheranno a servire la concupiscenza. In simile maniera si discorre della politica e della economia, che non hanno bisogno di prendere consiglio da altre scienze, e quindi dall’etica, ma, guidate dalle loro vere leggi, sono per ciò stesso buone e giuste.

È, come si vede, un sottile modo di sottrarre le coscienze all’imperio delle leggi morali. In verità, non si può negare che tali autonomie siano giuste, in quanto esprimono il metodo proprio di ciascuna attività e i confini che separano le loro diverse forme in sede teorica; ma la separazione di metodo non deve significare che lo scienziato, l’artista, il politico siano liberi da sollecitudini morali nell’esercizio delle loro attività, specialmente se queste hanno immediati riflessi nel campo etico, come l’arte, la politica, la economia. La separazione netta e teorica non ha senso nella vita, che è sempre una sintesi, poiché il soggetto unico di ogni specie di attività è lo stesso uomo, i cui atti liberi e coscienti non possono sfuggire alla valutazione morale. Continuando a osservare il problema con sguardo ampio e pratico, che fa talora difetto a filosofi anche insigni, tali distinzioni ed autonomie sono volte dalla natura umana decaduta a rappresentare come leggi dell’arte, della politica o dell’economia ciò che invece riesce comodo alla concupiscenza, all’egoismo e alla cupidigia. Così l’autonomia teorica dalla morale diviene in pratica ribellione alla morale, e si spezza altresì quella armonia insita alle scienze e alle arti, che i filosofi di quella scuola acutamente riscontrano, ma dicono casuale, mentre è invece essenziale, se considerata dal soggetto, che è l’uomo, e dal suo Creatore, che è Dio.

Perciò i Nostri Predecessori e Noi stessi, nello scompiglio della guerra e nelle turbate vicende del dopoguerra, non abbiamo cessato d’insistere sul principio che l’ordine voluto da Dio abbraccia la vita intera, non esclusa la vita pubblica in ogni sua manifestazione, persuasi che in ciò non vi è alcuna restrizione della vera libertà umana, né alcuna intromissione nella competenza dello Stato, ma una assicurazione contro errori ed abusi, dai quali la morale cristiana, se rettamente applicata, può proteggere. Queste verità debbono essere insegnate ai giovani e inculcate nelle loro coscienze da chi, nella famiglia o nella scuola, ha l’obbligo di attendere alla loro educazione, ponendo così il seme di un avvenire migliore.

ESORTAZIONE FINALE

Ecco quanto intendevamo oggi di dirvi, diletti figli e figlie che Ci ascoltate, e nel dirvelo non abbiamo nascosto l’ansia che Ci stringe il cuore per questo formidabile problema, che tocca il presente e l’avvenire del mondo e l’eterno destino di tante anime. Quanto conforto Ci darebbe d’essere certi che voi condividete questa Nostra ansia per la cristiana educazione della gioventù! Educate le coscienze dei vostri fanciulli con tenace e perseverante cura. Educatele al timore, come all’amore di Dio. Educatele alla veracità. Ma siate veraci per primi voi stessi, e bandite dall’opera educativa quanto non è schietto né vero. Imprimete nelle coscienze dei giovani il genuino concetto della libertà, della vera libertà, degna e propria di una creatura fatta ad immagine di Dio. E ben altra cosa che dissoluzione e sfrenatezza; è invece provata idoneità al bene; e quel risolversi da sé a volerlo e a compierlo [12]; è la padronanza sulle proprie facoltà, sugl’istinti, sugli avvenimenti. Educateli a pregare e ad attingere dalle fonti della Penitenza e della Ss.ma Eucaristia ciò che la natura non può dare: la forza di non cadere, la forza di risorgere. Sentano già da giovani che senza l’aiuto di queste energie soprannaturali essi non riuscirebbero ad essere né buoni cristiani, né semplicemente uomini onesti, cui sia retaggio un vivere sereno. Ma così preparati, potranno aspirare anche all’ottimo, potranno darsi cioè a quel grande impiego di sé, il cui adempimento sarà il loro vanto: attuare Cristo nella loro vita.

A conseguire questo scopo Noi esortiamo tutti i Nostri diletti figli e figlie della grande famiglia umana ad essere fra di loro strettamente uniti: uniti per la difesa della verità, per la diffusione del regno di Cristo sulla terra. Si bandisca ogni divisione, si rimuova ogni dissenso; si sacrifichi generosamente — costi quel che costi — a questo bene superiore, a questo supremo ideale, ogni veduta particolare, ogni preferenza soggettiva; « se mala cupidigia altro vi grida », la vostra coscienza cristiana vinca ogni prova, sicché il nemico di Dio « tra voi di voi non rida » [13]. Il vigore della sana educazione si riveli nella sua fecondità in tutti i popoli, i quali tremano per l’avvenire della loro gioventù. Così il Signore riverserà su di voi e sulle vostre famiglie l’abbondanza delle sue grazie, in pegno delle quali v’impartiamo con paterno affetto l’Apostolica Benedizione.


A.A.S., vol. XXXXIV (1952), n. 5 - 6, pp. 270 - 278.

[1] Cf. Io., 14, 6.

[2] Cf. Rom., 2, 14-16.

[3] Cf. Matth., 7, 21.

[4] Cf. Matth., 7, 13-14.

[5Luc., 13, 24.

[6] Io., 14, 21, 24.

[7] Cf. Luc., 9, 23.

[8] Cf. Matth., 10, 37-39.

[9Luc., 12, 4-5.

[10] Lit. de sacr. Corde Iesu.

[11Phil., 2, 12

[12] Cf. Gal., 5,13.

[13Par., 5, 79, 81.

 




[Modificato da Caterina63 22/04/2016 20.41]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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DISCORSO DI SUA SANTITÀ
PIO XII AI FED
ELI*

Domenica, 20 febbraio 1949

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Romani ! Diletti figli e figlie !

Ancora una volta, in un'ora grave e dolorosa, il popolo fedele della città eterna è accorso verso il suo Vescovo e Padre.

Ancora una volta questo superbo colonnato sembra poter a stento stringere con le sue braccia gigantesche le folle che, come onde mosse da una forza irresistibile, sono affluite fin sulla soglia della Basilica Vaticana, per assistere alla Messa di espiazione nel punto centrale di tutto il mondo cattolico ed effondere i sentimenti di cui le loro anime traboccano.

La condanna inflitta, fra la unanime riprovazione del mondo civile, sulle rive del Danubio, ad un eminente Cardinale di Santa Romana Chiesa, ha suscitato sulle rive del Tevere un grido d'indignazione degno dell'Urbe.
(Pio XII sta parlando in occasione dell’arresto e del processo comunista al Cardinale Mindzenty, nota nostra)

Ma il fatto che un regime avverso alla religione ha colpito questa volta un Principe della Chiesa, venerato dalla stragrande maggioranza del suo popolo, non è un caso isolato; esso è uno degli anelli della lunga catena di persecuzioni che alcuni Stati dittatoriali muovono contro la dottrina e la vita cristiana.

Una nota caratteristica comune ai persecutori di tutti i tempi è che, non contenti di abbattere fisicamente le loro vittime, vogliono anche renderle spregevoli e odiose alla patria ed alla società.

Chi non ricorda i Protomartiri romani, di cui parla Tacito (Annal. 15, 44), immolati sotto Nerone e rappresentati come incendiari, abominevoli malfattori, nemici del genere umano?

I moderni persecutori si mostrano docili discepoli di quella scuola ingloriosa.

Essi copiano, per così dire, i loro maestri e modelli, se pure non li sorpassano in crudezza, abili come sono nell'arte di adoperare i progressi più recenti della scienza e della tecnica allo scopo di una dominazione e di un asservimento del popolo, quale non sarebbe stato concepibile nei tempi passati.

Romani ! La Chiesa di Cristo segue il cammino tracciatole dal divin Redentore. Essa si sente eterna; sa che non potrà perire, che le più violente tempeste non varranno a sommergerla. Essa non mendica favori; le minacce e la disgrazia delle potestà terrene non la intimoriscono. Essa non s'immischia in questioni meramente politiche od economiche, nè si cura di disputare sulla utilità o il danno dell'una o dell'altra forma di governo. Sempre bramosa, per quanto da lei dipende, di aver pace con tutti (cfr. Rom. 12, 18), essa dà a Cesare ciò che gli compete secondo il diritto, ma non può tradire nè abbandonare ciò che è di Dio.

Ora è ben noto quel che lo Stato totalitario e antireligioso esige ed attende da lei come prezzo della sua tolleranza o del suo problematico riconoscimento. Esso, cioè, vorrebbe

una Chiesa che tace, quando dovrebbe parlare;

una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla;

una Chiesa che si distacca dal fondamento inconcusso sul quale Cristo l'ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa;

una Chiesa che non resiste alla oppressione delle coscienze e non tutela i legittimi diritti e le giuste libertà del popolo;

una Chiesa che con indecorosa servilità rimane chiusa fra le quattro mura del tempio, dimentica del divino mandato ricevuto da Cristo: Andate sui crocicchi delle strade (Matth. 22, 9); istruite tutte le genti (Matth. 28, 19).

Diletti figli e figlie! Eredi spirituali di una innumerevole legione di confessori e di martiri!

È questa la Chiesa che voi venerate ed amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginarvi un Successore del primo Pietro, che si pieghi a simili esigenze?

Il Papa ha le promesse divine; pur nella sua umana debolezza, è invincibile e incrollabile; annunziatore della verità e della giustizia, principio della unità della Chiesa, la sua voce denunzia gli errori, le idolatrie, le superstizioni, condanna le iniquità, fa amare la carità e le virtù.

Può dunque egli tacere, quando in una Nazione si strappano con la violenza o con l'astuzia dal centro della Cristianità, da Roma, le chiese che le sono unite, quando s'imprigionano tutti i vescovi greco-cattolici, perchè negano di apostatare dalla loro fede, si perseguitano e si arrestano sacerdoti e fedeli, perchè rifiutano di separarsi dallo loro vera Madre Chiesa?

Può il Papa tacere, quando il diritto di educare i propri figli è tolto ai genitori da un regime di minoranza, che vuole allontanarli da Cristo?

Può il Papa tacere, quando uno Stato, oltrepassando i limiti della sua competenza, si arroga il potere di sopprimere le diocesi, di deporre i Vescovi, di sconvolgere l'organizzazione ecclesiastica e di ridurla al di sotto delle esigenze minime per una efficace cura delle anime?

Può il Papa tacere, quando si giunge al punto di punire col carcere un sacerdote reo di non aver voluto violare il più sacro ed inviolabile dei segreti, il segreto della confessione sacramentale?

È forse tutto ciò illegittima ingerenza nei poteri politici dello Stato? Chi potrebbe affermarlo onestamente? Le vostre esclamazioni hanno già dato la risposta a queste e a molte altre simili domande.

Il Signore Iddio, diletti figli e figlie, ricompensi la vostra fedeltà. Vi dia forza nelle lotte presenti e future. Vi renda vigili contro i colpi dei nemici suoi e vostri. Rischiari con la sua luce le menti di coloro, i cui occhi sono ancora chiusi alla verità. Conceda a tanti cuori, oggi ancora lontani da lui, la grazia del ritorno sincero a quella fede e a quei sentimenti fraterni, la cui negazione minaccia la pace della umanità.

Ed ora scenda larga, paterna, affettuosa su voi tutti, sull'Urbe e sull'Orbe la Nostra Benedizione Apostolica.


 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, X, 
 Decimo anno di Pontificato, 2 marzo 1948 - 1° marzo 1949, pp. 389 - 391

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII 
AI PARROCI E AI QUARESIMALISTI*

Mercoledì, 23 marzo 1949

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Il santo tempo quadragesimale vi ha riuniti ancora una volta intorno a Noi, diletti figli, desiderosi di ascoltare i Nostri consigli e di ricevere la Benedizione Apostolica per la vostra attività sacerdotale fra i fedeli affidati alle vostre cure.

Dubiteremmo Noi di accogliervi oggi con un cuore almeno alquanto alleggerito in confronto degli anni scorsi? Non già quasi che l'ora presente imponga al Clero in Italia doveri meno ardui e meno gravi di conseguenze. E tuttavia, se riandiamo col pensiero al corso di questo ultimo decennio, possiamo dire con un certo sollievo: La guerra è cessata; le piaghe morali, che nei primi tempi del dopoguerra sfiguravano il volto del nostro caro popolo, sono state in buona parte curate e la sua fisonomia appare già più normale. Ricordate anche l'ansietà che stringeva i cuori l'anno passato a questa stessa data: quale sarebbe stata la manifestazione della volontà del popolo italiano verso il fondamento cristiano della sua civiltà ?

Il difficile passo fu felicemente varcato, ed umili azioni di grazia si elevano ancora alla Provvidenza divina per suo misericordioso intervento.

Ma anche a voi, diletti figli, va la Nostra gratitudine; gli ultimi dieci anni di azione pastorale in Roma dicono infatti una grandiosa somma di lavoro, di zelo, di abnegazione, di coraggio, e, massime nelle parrocchie della periferia, di atti spesso eroici per la causa di Cristo e la salute delle anime. Ed ecco che ora un'altra circostanza solleva i nostri spiriti e sembra dar loro le ali: Roma si prepara all'Anno Santo, che, secondo le comuni previsioni, condurrà alla eterna Città numerosi gruppi di fedeli da quasi tutti i Paesi del mondo. La preparazione materiale e organizzativa è in pieno sviluppo. Ma assai più importante che cammini di pari passo la preparazione spirituale a quell'anno di perdono, di grazia e di salvezza. Agli sforzi che già lodevolmente si compiono a tale scopo debbono cooperare tutti coloro che hanno la cura ordinaria delle anime.  

Senza dubbio anche le opere straordinarie nelle loro molteplici forme di zelo sono utili, anzi indispensabili; specialmente oggi, di fronte all'indifferenza religiosa e all'ateismo, un vastissimo campo aperto al loro esuberante fervore. Nè vi è pericolo che questo apostolato straordinario sia stimato al di sotto del suo valore; si ha invece non di rado l'impressione che tale stima possa andare troppo oltre, non senza qualche danno della cura ordinaria delle anime, cui sopra accennavamo.

Questa invero rimane sempre l'elemento principale e fondamentale dell'apostolato, almeno ove le istituzioni ecclesiastiche hanno messo salde radici e le condizioni religiose sono in qualche modo normali. Sempre e in ogni caso sarà necessario d'insegnare la dottrina della fede ai parrocchiani, giovani e vecchi, ma soprattutto ai bambini e agli adolescenti; sempre i fedeli dovranno trovarsi insieme la domenica per assistere al santo Sacrificio; sempre bisognerà amministrare loro i santi Sacramenti. E poichè parliamo della cura d'anime, Noi pensiamo qui specialmente al Sacramento della Penitenza, che richiede nel sacerdote una vita assolutamente esemplare, unita al senso di responsabilità, alla chiarezza e alla sicurezza del giudizio, al dominio di sé, alla prudenza e al tatto. Sempre altresì poveri e bisognosi busseranno alle porte della chiesa; sempre vi saranno malati da assistere e da confortare con gli ultimi Sacramenti, sempre defunti per cui si avranno da celebrare le esequie; sempre il sacerdote dovrà trovare tempo per i colloqui personali coi suoi parrocchiani, e sempre la direzione delle organizzazioni e delle associazioni cattoliche esigerà da lui dedizione e pazienza, anche quando egli potrà affidare ai suoi collaboratori laici quegl'incarichi che questi sono in grado di adempire non meno bene di lui.

Tutto ciò è ministero ordinario. Esso è meno appariscente degli atti straordinari e delle grandi manifestazioni; è lavoro di tutti i giorni; si compie silenziosamente e passa spesso inosservato. Eppure dovrebbe in ogni tempo agire nel modo possibile perfetto, anche e precisamente al presente, poichè tutte le anime che le attività straordinarie guadagnano a Cristo o formidabili eventi conducono a Lui, debbono finalmente rientrare anch'esse nella cura ordinaria continua e profonda. Questa deve dare a tutti la sicurezza di essere accolti fra le braccia materne della Chiesa; per suo mezzo principalmente la Chiesa adempie l'ufficio di annunziare Cristo e di ammaestrare e guidare ogni uomo, affine di condurre tutti alla perfezione in Cristo Gesù (cfr. Col. 1, 28).

Ora dunque al centro della preparazione dei fedeli all'Anno Santo parecchi parroci hanno posto la Messa per gli uomini. In questa Messa, che aduna la domenica gli uomini della parrocchia, essi dischiudono loro la sostanza e senso della santa liturgia. Il primo frutto di tale pratica è di far loro prendere parte in una maniera cosciente e personale al divino Sacrificio dell'altare. Ma questa partecipazione deve avere un eco, una risonanza nella vita quotidiana; perciò quegli zelanti pastori insegnano loro ad unire al sacrificio di Cristo i loro propri sacrifici, di cui la professione della fede e la condotta cristiana offrono durante la settimana abbondanti occasioni.

Noi lodiamo una tale usanza nel suo spirito e nel suo metodo. Essa pone il sacrificio della Messa al suo vero posto, al cuore stesso della vita e di tutta l'attività dei vostri uomini. E' già molto confortevole di vederli seguire devotamente la liturgia della Messa, soprattutto quando si pensa alla indecorosa ignoranza di tanti circa un mistero così sublime.

Tuttavia è di somma importanza considerare gli effetti che dalla Messa per gli uomini si irradiano anche nel campo ecclesiastico e civile. Infatti

1°) Istruiti e abituati a venerare e ad amare Santo Sacrificio della Messa, i vostri uomini diverranno facilmente uomini di preghiera e faranno della loro famiglia come un santuario di preghiera. E' strettamente necessario. Chi potrebbe negare che lo spirito di orazione va diminuendo, mentre lo spirito del mondo guadagna terreno fino in seno a famiglie, che pretendono di rimanere cattoliche e fedeli a Cristo? Se la crociata per la preghiera in famiglia accolta con fervore in altri Paesi; se perfino noti attori del più grande centro cinematografico del mondo si sono messi al servigio di una causa così santa; come potrebbero i cattolici della Città eterna rimanere inferiori?

2°) Gli uomini, che si applicano seriamente a penetrare senso e la portata del Sacrificio della Messa, non possono mancar di avvivare in loro stessi lo spirito di dominio di sé, di mortificazione, di subordinazione delle cose terrene alle celesti, di assoluta obbedienza alla volontà e alla legge di Dio, specialmente se voi avrete cura d'inculcare loro tali sentimenti. È questo un bisogno dell'ora presente, non meno del rinnovato zelo per la preghiera, poichè oggi molti - tra i quali è doloroso di veder anche non pochi cattolici - vivono come se loro solo fine fosse di formarsi un paradiso sulla terra, senza alcun pensiero ai novissimi, all'al di là, alla eternità.

La tendenza naturale dell'uomo caduto verso le cose terrene, la sua incapacità di comprendere le cose dello Spirito di Dio (cfr. Cor. 2, 14), purtroppo favorita ai giorni nostri dalla complicità di tutto quanto lo circonda. Spesso Dio non vi è negato, ne ingiuriato, ne bestemmiato; Egli è come assente. La propaganda per una vita terrestre senza Dio è aperta, seduttrice, continua. Con ragione si è osservato che generalmente, anche nei « films » indicati come moralmente irreprensibili, gli uomini vivono e muoiono come se non vi fosse nè Dio, nè la redenzione, nè la Chiesa. Noi non vogliamo qui mettere in discussione le intenzioni; non è però men vero che le conseguenze di queste rappresentazioni cinematografiche neutre son già estese e profonde. Si aggiunga poi la nefasta propaganda deliberatamente voluta per la formazione della famiglia, della società, dello Stato senza Dio. È un torrente le cui acque fangose tentano di penetrare fin nel campo cattolico. Quanti ne sono stati già contaminati! Con la bocca essi si professano ancora cattolici, ma non si accorgono che la loro condotta smentisce coi fatti quella professione.

Non vi è dunque più tempo da perdere, per arrestare con tutte le forze questo sdrucciolare delle nostre proprie file nella irreligiosità e per risvegliare lo spirito della preghiera e della penitenza. La predicazione delle prime verità della fede e dei fini ultimi non solo nulla ha perduto della sua opportunità ai nostri tempi, ma anzi divenuta più che mai necessaria ed urgente. Anche la predica sull'inferno. Senza dubbio si deve trattare un simile argomento con dignità e con saggezza. Ma quanto alla sostanza stessa di questa verità, la Chiesa ha, dinanzi a Dio e agli uomini, sacro dovere di annunziarla, d'insegnarla senza alcuna attenuazione, come Cristo l'ha rivelata, e non vi è alcuna condizione di tempi che possa far scemare il rigore di quest'obbligo. Esso lega in coscienza ogni sacerdote a cui, nel ministero ordinario o straordinario, è affidata la cura di ammaestrare, di ammonire e di guidare i fedeli. Èvero che il desiderio del cielo è un motivo in se stesso più perfetto che non il timore delle pene eterne; ma da ciò non consegue che esso sia per tutti gli uomini anche motivo più efficace per tenerli lontani dal peccato e convertirli a Dio.

Meditate, diletti figli, le parole che il Signore alla vigilia della sua Passione rivolse all'Apostolo Pietro: Ecco che Satana va in cerca di voi per vagliarvi come grano (Luc. 22, 31); parole di un impressionante significato nel momento in cui viviamo. Esse valgono non solo per i pastori, ma anche per tutto il gregge. Nelle formidabili controversie religiose, di cui siamo testimoni, non si può fare vero assegnamento che sui fedeli, i quali pregano e si sforzano, anche a prezzo di grandi rinunzie, di conformare la loro vita alla legge di Dio. Tutti gli altri, nell'ordine spirituale - e di questo si tratta - si offrono allo scoperto ai colpi del nemico.

3)Un altro effetto della Messa per gli uomini,salutare non solo per loro personalmente, ma anche per le famiglie, sarà che essi chiuderanno gli occhi e cuore a tutto ciò che nella stampa, nel « film », negli spettacoli, offende pudore e viola la legge morale. Dove infatti, se non qui, dovrà veramente attuarsi lo spirito di penitenza e di abnegazione in unione con Cristo?

Quando si pensa, da una parte, alle nauseanti crudezze e impudicizie che si mettono in mostra nei giornali, nelle riviste, sullo schermo, sulle scene, e, d'altra parte, alla inconcepibile aberrazione di genitori che vanno coi loro figli a dilettarsi di simili orrori, il rossore sale sul volto, rossore di vergogna e di sdegno. La lotta contro questa peste, specialmente segnalandone le manifestazioni alle pubbliche autorità, ha conseguito già confortanti risultati e Noi nutriamo fiducia che essa divenga sempre più efficace e benefica.

Grazie al cielo, in alcune nazioni, particolarmente in quelle di più larga produzione cinematografica, i cattolici lavorano metodicamente e con felice successo alla moralità e alla dignità del « film ». Piaccia a Dio che i fedeli, i quali affluiranno a Roma durante l'Anno Santo, possano riportare nelle loro patrie l'impressione che anche i cattolici dell'Urbe sanno essere in questo campo vigilanti e operosi.

4°) Noi attendiamo dalla comune assistenza degli uomini alla Santa Messa anche un altro frutto di capitale importanza: vogliamo dire lo spirito di filiale docilità e di piena adesione al Romano Pontefice, e di fraterna e stretta unione fra loro, ogniqualvolta si tratta di difendere la causa della Chiesa.

La causa della Chiesa! I suoi nemici hanno scatenato contro di lei una violenta campagna di parole e di scritti. Per loro tutti gli argomenti, anche i più assurdi, son buoni, se servono al fine cui tendono, e questo fine è di disgregare l'unità e la cooperazione dei cattolici, di scuotere la loro fiducia verso il Vicario di Cristo, i Vescovi, il Clero. La loro arma preferita è la calunnia, perchè ben sanno che essa non è mai del tutto inoffensiva, ma inocula negli spiriti il dubbio, il sospetto, la critica, e nei cuori una disaffezione, che talvolta giunge fino all'odio. Cosi l'obbedienza e la concordia sono esposte al pericolo di venire a poco a poco corrose e distrutte. Rileggete le parole di Cristo sul « padre della menzogna » (Io. 8, 44): lo stesso vale per questa campagna di calunnie.

Dite ai vostri parrocchiani che non si lascino sedurre nè traviare; che non prestino fede alle false accuse del nemico; che non leggano le sue pubblicazioni senza grave causa e senza la necessaria licenza, e in ogni caso senza essere abbastanza preparati per sapere come si risponde a quegli attacchi. Così saranno resi vani gli sforzi dell'avversario diretti ad indebolire e, se potesse, a spezzare la unità e la compattezza dei cattolici, unità la cui base visibile è la roccia di Pietro e la cui invisibile sorgente di forza sono il Sacrificio divino e la santa Mensa eucaristica.

Ben altri frutti possono ancora raccogliersi dalla Messa per gli uomini. Noi non ne abbiamo menzionati che alcuni fra quelli che sembrano maggiormente corrispondere alle necessità dell'ora e meglio servire alla preparazione interna dei fedeli romani all'Anno Santo.

Con questa fiducia, invocando su di voi e sul vostro lavoro apostolico la grazia dello Spirito Santo e la protezione della Madre Immacolata del Redentore, v'impartiamo con effusione di cuore la Nostra paterna Benedizione Apostolica.


 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XI, 
 Undecimo anno di Pontificato, 2 marzo 1949 - 1° marzo 1950, pp. 11 - 16





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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 la profetica enciclica di Pio XII


PIO XII

LETTERA ENCICLICA

SUMMI PONTIFICATUS(1)

 PROGRAMMA DEL PONTIFICATO


 

L'arcano disegno del Signore Ci ha affidato, senza alcun Nostro merito, l'altissima dignità e le gravissime sollecitudini del sommo pontificato proprio nell'anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario della consacrazione dell'umanità al sacratissimo cuore del Redentore, indetta dal Nostro immortale predecessore, Leone XIII, al declinare del secolo scorso, alle soglie dell'anno santo.

Con quale gioia, commozione e intimo consenso accogliemmo allora come un messaggio celeste l'enciclica Annum sacrum,(2) proprio allorquando, novello levita; avevamo potuto recitare: «Introibo ad altare Dei» (Sal 42,4). E con che ardente entusiasmo unimmo il Nostro cuore ai pensieri e alle intenzioni, che animavano e guidavano quell'atto veramente provvidenziale di un pontefice, che con tanta profonda acutezza conosceva i bisogni e le piaghe, palesi e occulte, del suo tempo!

Come quindi potremmo non sentire oggi profonda riconoscenza verso la Provvidenza, che ha voluto far coincidere il Nostro primo anno di pontificato con un ricordo così importante e caro del Nostro primo anno di sacerdozio; e come potremmo non cogliere con gioia l'occasione per fare del culto al «Re dei re e Signore dei dominanti» (1 Tm 6,15; Ap 19,16) quasi la preghiera d'introito di questo Nostro pontificato, nello spirito del Nostro indimenticabile predecessore e in fedele attuazione delle sue intenzioni? Come non faremmo di esse l'alfa e l'omega del Nostro volere e del Nostro sperare, del Nostro insegnamento e della Nostra attività, della Nostra pazienza e delle Nostre sofferenze, consacrate tutte alla diffusione del regno di Cristo?

Se Noi contempliamo sotto la luce dell'eternità gli eventi esterni e gli interiori sviluppi degli ultimi quarant'anni e ne misuriamo grandezze e deficienze, quella consacrazione universale a Cristo re appare allo sguardo del Nostro spirito sempre più nel suo significato sacro, nel suo simbolismo esortatore, nel suo scopo di purificazione e di elevazione, di irrobustimento e di difesa delle anime e in pari tempo nella sua preveggente saggezza, mirante a guarire e nobilitare ogni umana società e promuoverne il vero bene. Sempre più chiaramente Ci si rivela come un messaggio di esortazione e di grazia di Dio non solo alla sua chiesa, ma anche a un mondo, troppo bisognoso di scuotimento e di guida, il quale, immerso nel culto del presente, si smarriva sempre più e si esauriva nella fredda ricerca di terreni ideali; un messaggio a un'umanità, la quale, in schiere sempre più numerose, si staccava dalla fede in Cristo e più ancora dal riconoscimento e dall'osservanza della sua legge; un messaggio contro una concezione del mondo, a cui la dottrina di amore e di rinunzia del Sermone della montagna e la divina azione d'amore della croce apparivano scandalo e follia. Come un giorno il precursore del Signore a coloro che, cercando, interrogavano, proclamava: «Ecco l'Agnello di Dio» (Gv 1,29), per ammonirli che l'aspettato delle genti (cf. Ag 2,8 Vg) dimorava, sebbene ancora sconosciuto, in mezzo a loro; così il rappresentante di Cristo rivolgeva scongiurando il suo grido potente: «Ecco il vostro Re!» (Gv 19,14) ai rinnegatori, ai dubbiosi, agli indecisi, agli esitanti, i quali o rifiutavano di seguire il Redentore glorioso, sempre vivente e operante nella sua chiesa, o lo seguivano con noncuranza e lentezza.

Dalla diffusione e dall'approfondimento del culto del divin cuore del Redentore - che trovò lo splendido coronamento, oltre che nella consacrazione dell'umanità al declinare del secolo scorso, anche nell'introduzione della festa della regalità di Cristo da parte del Nostro immediato predecessore di felice memoria(3) - sono scaturiti indicibili beni per innumerevoli anime: «un impeto di fiumana», che «rallegra la città di Dio» (cf. Sal 45,5). Qual epoca più della nostra fu così tormentata da vuoto spirituale e da profonda indigenza interiore, nonostante ogni progresso tecnico e puramente civile? Non può forse ad essa applicarsi la parola rivelatrice dell'Apocalisse: «Vai dicendo: sono ricco e dovizioso e non mi manca nulla; e non sai che tu sei meschino e miserabile e povero e cieco e nudo» (Ap 3,17)?

Venerabili fratelli! vi può essere dovere più grande e più urgente di «annunziare ... le inscrutabili ricchezze di Cristo» (Ef 3,8) agli uomini del nostro tempo? E vi può essere cosa più nobile che sventolare il vessillo del Re davanti ad essi, che hanno seguìto e seguono bandiere fallaci, e riguadagnare al vittorioso vessillo della croce coloro che l'hanno abbandonato? Quale cuore non dovrebbe bruciare ed essere spinto al soccorso, alla vista di tanti fratelli e sorelle, che in seguito a errori, passioni, incitamenti e pregiudizi si sono allontanati dalla fede nel vero Dio, e si sono distaccati dal lieto e salvifico messaggio di Gesù Cristo? Chi appartiene alla milizia di Cristo - sia ecclesiastico, sia laico - non dovrebbe forse sentirsi spronato e incitato a maggior vigilanza, a più decisa difesa, quando vede aumentar sempre più le schiere dei nemici di Cristo, quando s'accorge che i portaparola di queste tendenze, rinnegando o non curando in pratica le vivificatrici verità e i valori contenuti nella fede in Dio e in Cristo, spezzano sacrilegamente le tavole dei comandamenti di Dio per sostituirle con tavole e norme dalle quali è bandita la sostanza etica della rivelazione del Sinai, lo spirito del Sermone della montagna e della croce? Chi potrebbe senza profondo accoramento osservare come questi deviamenti maturino un tragico raccolto tra coloro che, nei giorni della quiete e della sicurezza, si annoveravano tra i seguaci di Cristo, ma che - purtroppo, cristiani più di nome che di fatto - nell'ora in cui bisogna resistere, lottare, soffrire, affrontare le persecuzioni occulte o palesi, divengono vittime della pusillanimità, della debolezza, dell'incertezza e, presi da terrore di fronte ai sacrifici imposti dalla loro professione cristiana, non trovano la forza di bere il calice amaro dei fedeli di Cristo?

In queste condizioni di tempo e di spirito, venerabili fratelli, possa l'imminente festa di Cristo re, in cui vi sarà pervenuta questa Nostra prima enciclica, essere un giorno di grazia e di profondo rinnovamento e risveglio nello spirito del regno di Cristo. Sia un giorno, in cui la consacrazione del genere umano al Cuore divino, la quale dev'essere celebrata in modo particolarmente solenne, riunisca presso il trono dell'eterno Re i fedeli di tutti i popoli e di tutte le nazioni in adorazione e in riparazione, per rinnovare a lui e alla sua legge di verità e di amore il giuramento di fedeltà ora e sempre. Sia un giorno di grazia per i fedeli, in cui il fuoco, che il Signore è venuto a portare sulla terra, si sviluppi in fiamma sempre più luminosa e pura. Sia un giorno di grazia per i tiepidi, gli stanchi, gli annoiati, e nel loro cuore, divenuto pusillanime, maturino nuovi frutti di rinnovamento di spirito, e di rinvigorimento d'animo. Sia un giorno di grazia anche per coloro che non hanno conosciuto Cristo o che l'hanno perduto; un giorno in cui si elevi al cielo da milioni di cuori fedeli la preghiera: «La luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo» (Gv 1,9) possa rischiarare loro la via della salute e la sua grazia possa suscitare nel cuore inquieto degli erranti la nostalgia verso i beni eterni, nostalgia che spinga al ritorno a colui, che dal doloroso trono della croce ha sete anche delle loro anime e desiderio cocente di divenire anche per esse «via, verità e vita» (Gv 14,6).

Ponendo questa prima enciclica del Nostro pontificato sotto il segno di Cristo re con cuore pieno di fiduciosa speranza, Ci sentiamo interamente sicuri del consenso unanime ed entusiastico dell'intero gregge del Signore. Le esperienze, le ansietà e le prove dell'ora presente risvegliano, acuiscono e purificano il sentimento della comunanza della famiglia cattolica in un grado raramente sperimentato. Esse eccitano in tutti i credenti in Dio e in Cristo la coscienza di una comune minaccia da parte di un comune pericolo.

Di questo spirito di comunanza cattolica, potentemente aumentato in così ardue circostanze, e che è raccoglimento e affermazione, risolutezza e volontà di vittoria, Noi sentimmo un soffio consolante e indimenticabile in quei giorni, in cui con trepido passo ma fiduciosi in Dio, prendemmo possesso della cattedra che la morte del Nostro grande predecessore aveva lasciata vacante.

Con il vivo ricordo delle innumerevoli testimonianze di filiale attaccamento alla chiesa e al vicario di Cristo, rivolteCi in occasione della Nostra elezione e incoronazione, con manifestazioni così tenere, così calde e spontanee, Ci piace cogliere questa occasione propizia, per rivolgere a voi, venerabili fratelli, e a quanti appartengono al gregge del Signore, una parola di commosso ringraziamento per tale pacifico plebiscito di amore riverente e di inconcussa fedeltà al papato, con il quale si veniva a riconoscere la provvidenziale missione del sommo sacerdote e del supremo pastore. Poiché veramente tutte quelle manifestazioni non erano né potevano essere rivolte alla Nostra povera persona, ma all'unico, altissimo ufficio, al quale il Signore Ci elevava. Se già fin da quel primo momento sentivamo tutto il peso delle gravi responsabilità, connesse con la somma potestà, che Ci veniva conferita dalla Provvidenza divina, Ci era insieme di conforto il vedere quella grandiosa e palpabile dimostrazione dell'inscindibile unità della chiesa cattolica, che tanto più compatta si stringe alla infrangibile rupe di Pietro e le forma attorno tanto più forti murali e antemurali, quanto più cresce la baldanza dei nemici di Cristo.

Questo stesso plebiscito di mondiale unità cattolica e di soprannaturale fraternità di popoli attorno al Padre comune, Ci pareva tanto più ricco di felici speranze, quanto più tragiche erano le circostanze materiali e spirituali del momento in cui avveniva; e il suo ricordo Ci andò confortando anche nei primi mesi del Nostro pontificato, nei quali abbiamo già sperimentato le fatiche, le ansietà e le prove, di cui è seminato il cammino della sposa di Cristo attraverso il mondo.

Né vogliamo passare sotto silenzio quanta eco di commossa riconoscenza abbia suscitato nel Nostro cuore l'augurio di coloro che, sebbene non appartengano al corpo visibile della chiesa cattolica, non hanno dimenticato, nella loro nobiltà e sincerità, di sentire tutto ciò che, o nell'amore alla persona di Cristo o nella credenza di Dio, li unisce a Noi. A tutti vada l'espressione della Nostra gratitudine. Affidiamo tutti e ciascuno alla protezione e alla guida del Signore e assicuriamo solennemente che un solo pensiero domina la Nostra mente: imitare l'esempio del buon pastore, per condurre tutti alla vera felicità, «affinché abbiano la vita e l'abbiano abbondantemente» (Gv 10,10).

Ma in singolar modo Ci sentiamo mossi dall'animo Nostro a far palese l'intima Nostra gratitudine per i segni di riverente omaggio pervenutiCi da sovrani, da capi di stato e da pubbliche autorità di quelle nazioni, con le quali la Santa Sede si trova in amichevoli rapporti. E a particolare letizia si eleva il Nostro cuore nel potere, in questa prima enciclica indirizzata a tutto il popolo cristiano sparso nel mondo, porre in tal novero la diletta Italia, fecondo giardino della fede piantata dai prìncipi degli apostoli, la quale, mercè la provvidenziale opera dei Patti Lateranensi, occupa ora un posto d'onore tra gli stati ufficialmente rappresentati presso la sede apostolica. Da quei Patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la «pace di Cristo restituita all'Italia»; pace, per il cui sereno cielo supplichiamo il Signore che pervada, avvivi, dilati e corrobori fortemente e profondamente l'anima del popolo italiano, a Noi tanto vicino, in mezzo al quale respiriamo il medesimo alito di vita, invocando e augurandoci che questo popolo, così caro ai Nostri predecessori e a Noi, fedele alle sue gloriose tradizioni cattoliche, senta sempre più nell'alta protezione divina la verità delle parole del Salmista: «Beato il popolo, che per suo Dio ha il Signore» (Sal143,15).

Questa auspicata nuova situazione giuridica e spirituale, che quell'opera, destinata a lasciare una impronta indelebile nella storia, ha creato e suggellato per l'Italia e per tutto l'Orbe cattolico, non Ci apparve mai così grandiosa e unificatrice, come quando dall'eccelsa loggia della Basilica Vaticana Noi aprimmo e levammo per la prima volta le Nostre braccia e la Nostra mano benedicente su Roma, sede del papato e Nostra amatissima città natale, sull'Italia riconciliata con la chiesa, e sui popoli del mondo intero.

***

Come vicario di Colui, il quale in un'ora decisiva, dinanzi al rappresentante della più alta autorità terrena di allora, pronunziò la grande parola: «Io sono nato e venuto al mondo per render testimonianza alla verità; chiunque sta per la verità ascolta la mia voce» (Gv 18,37), Noi di nulla Ci sentiamo più debitori al Nostro ufficio, e anche al nostro tempo, come di «rendere testimonianza alla verità». Questo dovere, adempiuto con apostolica fermezza, comprende necessariamente l'esposizione e la confutazione di errori e di colpe umane, che è indispensabile conoscere, perché sia possibile la cura e la guarigione: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Nell'adempimento di questo Nostro dovere, non Ci lasceremo influenzare da terrene considerazioni, né Ce ne tratterremo per diffidenze e contrasti, per rifiuti e incomprensioni, né per timore di misconoscimenti e di false interpretazioni. Ma lo faremo sempre animati da quella paterna carità che, mentre soffre dei mali che travagliano i figli, indica loro il rimedio, sforzandoCi cioè di imitare il divino modello dei pastori, il buon pastore Gesù, che è luce insieme e amore: «Seguendo il vero con amore» (Ef4,15).

All'inizio del cammino, che conduce all'indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, stanno i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell'amore, che è il soffio vitale del suo regno. Il riconoscimento dei diritti regali di Cristo e il ritorno dei singoli e della società alla legge della sua verità e del suo amore sono la sola via di salvezza.

Nel momento in cui, venerabili fratelli, scriviamo queste righe, Ci giunge la spaventosa notizia, che il terribile uragano della guerra, nonostante tutti i Nostri tentativi di deprecarlo, si è già scatenato. La Nostra penna vorrebbe arrestarsi, quando pensiamo all'abisso di sofferenze di innumerevoli persone, a cui ancora ieri nell'ambiente familiare sorrideva un raggio di modesto benessere. Il Nostro cuore paterno è preso da angoscia, quando prevediamo tutto ciò che potrà maturare dal tenebroso seme della violenza e dell'odio, a cui oggi la spada apre i solchi sanguinosi. Ma proprio davanti a queste apocalittiche previsioni di sventure imminenti e future, consideriamo Nostro dovere elevare con crescente insistenza gli occhi e i cuori di coloro, in cui resta ancora un sentimento di buona volontà verso l'Unico da cui deriva la salvezza del mondo, verso l'Unico, la cui mano onnipotente e misericordiosa può imporre fine a questa tempesta, verso l'Unico, la cui verità e il cui amore possono illuminare le intelligenze e accendere gli animi di tanta parte dell'umanità, immersa nell'errore nell'egoismo, nei contrasti e nella lotta, per riordinarla nello spirito della regalità di Cristo.

Forse - Dio lo voglia - è lecito sperare che quest'ora di massima indigenza sia anche un'ora di mutamento di pensiero e di sentire per molti, che finora con cieca fiducia incedevano per il cammino di diffusi errori moderni, senza sospettare quanto fosse insidioso e incerto il terreno su cui si trovavano. Forse molti, che non capivano l'importanza della missione educatrice e pastorale della chiesa, ora ne comprenderanno meglio gli avvertimenti, da loro trascurati nella falsa sicurezza di tempi passati. Le angustie del presente sono un'apologia del cristianesimo, che non potrebbe essere più impressionante. Dal gigantesco vortice di errori e movimenti anticristiani sono maturati frutti tanto amari da costituire una condanna, la cui efficacia supera ogni confutazione teorica.

Ore di così penosa delusione sono spesso ore di grazia: un «passaggio del Signore» (Es 12,11), in cui alla parola del Salvatore: «Ecco, io sto alla porta e busso» (Ap 3,20) si aprono le porte, che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Dio sa con quale amore compassionevole, con quale santa gioia il Nostro cuore si volge a coloro che, in seguito a simili dolorose esperienze, sentono in sé nascere il desiderio impellente e salutare della verità, della giustizia e della pace di Cristo. Ma anche per coloro, per i quali non è ancora suonata l'ora della suprema illuminazione, il Nostro cuore non conosce che amore e le Nostre labbra non hanno che preghiere al Padre dei lumi, perché faccia splendere nei loro animi indifferenti o nemici di Cristo un raggio di quella luce, che un giorno trasformò Saulo in Paolo, di quella luce che ha mostrato la sua forza misteriosa proprio nei tempi più difficili per la chiesa.

Una presa di posizione dottrinale completa contro gli errori dei tempi presenti può essere rinviata, se occorrerà, ad altro momento meno sconvolto dalle sciagure degli esterni eventi: ora Ci limitiamo ad alcune fondamentali osservazioni.

Il tempo presente, venerabili fratelli, aggiungendo alle deviazioni dottrinali del passato nuovi errori, li ha spinti a estremi, dai quali non poteva seguire se non smarrimento e rovina. Innanzitutto è certo che la radice profonda e ultima dei mali che deploriamo nella società moderna sta nella negazione e nel rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale, sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l'oblio della stessa legge naturale.

Questa legge naturale trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo e assoluto legislatore, onnisciente e giusto vindice delle azioni umane. Quando Dio viene rinnegato, rimane anche scossa ogni base di moralità, si soffoca, o almeno si affievolisce di molto, la voce della natura, che insegna, persino agli indotti e alle tribù non pervenute a civiltà, ciò che è bene e ciò che è male, il lecito e l'illecito, e fa sentire la responsabilità delle proprie azioni davanti a un Giudice supremo.

Orbene, la negazione della base fondamentale della moralità ebbe in Europa la sua originaria radice nel distacco da quella dottrina di Cristo, di cui la cattedra di Pietro è depositaria e maestra; dottrina che un tempo aveva dato coesione spirituale all'Europa, la quale, educata, nobilitata e ingentilita dalla croce, era pervenuta a tal grado di progresso civile da diventare maestra di altri popoli e di altri continenti. Distaccatisi invece dal magistero infallibile della chiesa, non pochi fratelli separati sono arrivati fino a sovvertire il dogma centrale del cristianesimo, la divinità del Salvatore, accelerando così il processo di spirituale dissolvimento.

Narra il santo vangelo che quando Gesù venne crocifisso, «si fece buio per tutta la terra» (Mt 27,45): spaventoso simbolo di ciò che avvenne e continua ad avvenire spiritualmente dovunque l'incredulità, cieca e orgogliosa di sé, ha di fatto escluso Cristo dalla vita moderna, specialmente dalla vita pubblica, e con la fede in Cristo ha scosso anche la fede in Dio. I valori morali, secondo i quali in altri tempi si giudicavano le azioni private e pubbliche, sono andati, per conseguenza, come in disuso; e la tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l'uomo, la famiglia e lo stato all'influsso benefico e rigeneratore dell'idea di Dio e dell'insegnamento della chiesa, ha fatto riapparire anche in regioni, nelle quali per tanti secoli brillarono i fulgori della civiltà cristiana, sempre più chiari, sempre più distinti, sempre più angosciosi i segni di un paganesimo corrotto e corruttore: «Quand'ebbero crocifisso Gesù si fece buio».(4)

Molti forse nell'allontanarsi dalla dottrina di Cristo, non ebbero piena coscienza di venire ingannati dal falso miraggio di frasi luccicanti, che proclamavano simile distacco quale liberazione dal servaggio in cui sarebbero stati prima ritenuti; né prevedevano le amare conseguenze del triste baratto tra la verità, che libera, e l'errore, che asservisce; né pensavano che, rinunziando all'infinitamente saggia e paterna legge di Dio, all'unificante ed elevante dottrina di amore di Cristo, si consegnavano all'arbitrio di una povera mutabile saggezza umana: parlarono di progresso, quando retrocedevano; di elevazione, quando si degradavano; di ascesa alla maturità, quando cadevano in servaggio; non percepivano la vanità d'ogni sforzo umano per sostituire la legge di Cristo con qualche altra cosa che la uguagli: «divennero fatui nei loro ragionamenti» (Rm 1,21).

Affievolitasi la fede in Dio e in Gesù Cristo, e oscuratasi negli animi la luce dei princìpi morali, venne scalzato l'unico e insostituibile fondamento di quella stabilità e tranquillità, di quell'ordine interno ed esterno, privato e pubblico, che solo può generare e salvaguardare la prosperità degli stati.

Certamente, anche quando l'Europa era affratellata da identici ideali ricevuti dalla predicazione cristiana, non mancarono dissidi, sconvolgimenti e guerre, che la desolarono; ma forse non si sperimentò mai più acutamente lo scoramento dei nostri giorni sulla possibilità di comporli, essendo allora viva quella coscienza del giusto e dell'ingiusto, del lecito e dell'illecito, che agevola le intese, mentre frena lo scatenarsi delle passioni e lascia aperta la via a una onesta composizione. Ai nostri giorni, al contrario, i dissidi non provengono soltanto da impeto di passione ribelle, ma da una profonda crisi spirituale, che ha sconvolto i sani principi della morale privata e pubblica.

   continua...........



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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29/09/2017 23.31
 
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Fra i molteplici errori, che scaturiscono dalla fonte avvelenata dell'agnosticismo religioso e morale, vogliamo attirare la vostra attenzione, venerabili fratelli, sopra due in modo particolare, come quelli che rendono quasi impossibile, o almeno precaria e incerta, la pacifica convivenza dei popoli.


Il primo di tali perniciosi errori, oggi largamente diffuso, è la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta sia dalla comunanza di origine e dall'uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano, sia dal sacrificio di redenzione offerto da Gesù Cristo sull'ara della croce al Padre suo celeste in favore dell'umanità peccatrice.


Infatti, la prima pagina della Scrittura, con grandiosa semplicità, ci narra come Dio, quale coronamento della sua opera creatrice, fece l'uomo a sua immagine e somiglianza (Gn 1,26-27); e la stessa Scrittura ci insegna che lo arricchì di doni e privilegi soprannaturali, destinandolo a un'eterna ineffabile felicità. Ci mostra inoltre come dalla prima coppia trassero origine gli altri uomini, di cui ci fa seguire, con insuperata plasticità di linguaggio, la divisione in vari gruppi e la dispersione nelle varie parti del mondo. Anche quando si allontanarono dal loro Creatore, Dio non cessò di considerarli come figli, i quali, secondo il suo misericordioso disegno, dovevano un giorno essere ancora una volta riuniti nella sua amicizia (cf. Gn 12,3).


L'apostolo delle genti poi si fa l'araldo di questa verità, che affratella gli uomini in una grande famiglia, quando annunzia al mondo greco che Dio «trasse da uno stesso ceppo la progenie tutta degli uomini, perché popolasse l'intera superficie della terra, e determinò la durata della loro esistenza e i confini della loro abitazione, affinché cercassero il Signore ...» (At 17,26-27). Meravigliosa visione, che ci fa contemplare il genere umano nell'unità di una comune origine in Dio: «Un solo Dio e padre di tutti, colui che è sopra tutti e per tutti e in tutti» (Ef 4,6): nell'unità della natura, ugualmente costituita in tutti di corpo materiale e di anima spirituale e immortale; nell'unità del fine immediato e della sua missione nel mondo; nell'unità di abitazione, la terra, dei beni della quale tutti gli uomini possono per diritto naturale giovarsi, al fine di sostentare e sviluppare la vita; nell'unità del fine soprannaturale, Dio stesso, al quale tutti debbono tendere; nell'unità dei mezzi, per conseguire tale fine.


E lo stesso apostolo ci mostra l'umanità nell'unità dei rapporti con il Figlio di Dio, immagine del Dio invisibile, «in cui tutte le cose sono state create» (Col 1,16); nell'unità del suo riscatto, operato per tutti da Cristo, il quale restituì l'infranta originaria amicizia con Dio mediante la sua santa acerbissima passione, facendosi mediatore tra Dio e gli uomini: «Poiché uno è Dio, uno è anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5).


E per rendere più intima tale amicizia, tra Dio e l'umanità, questo stesso Mediatore divino e universale di salvezza e di pace, nel sacro silenzio del cenacolo, prima di consumare il sacrificio supremo, lasciò cadere dalle sue labbra divine la parola che si ripercuote altissima attraverso i secoli, suscitando eroismi di carità in mezzo a un mondo vuoto d'amore e dilaniato dall'odio: «Ecco il mio comandamento: amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12).


Verità soprannaturali sono queste che stabiliscono profonde basi e fortissimi comuni vincoli di unione, rafforzati dall'amore di Dio e del Redentore divino, dal quale tutti ricevono la salute «per l'edificazione del corpo di Cristo, finché non giungiamo tutti insieme all'unità della fede, alla piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, secondo la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,12-13).


Al lume di questa unità di diritto e di fatto dell'umanità intera gli individui non ci appaiono slegati tra loro, quali granelli di sabbia, bensì uniti in organiche, armoniche e mutue relazioni, varie con il variar dei tempi, per naturale e soprannaturale destinazione e impulso. E le genti, evolvendosi e differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono destinate a spezzare l'unità del genere umano, ma ad arricchirlo e abbellirlo con la comunicazione delle loro peculiari doti e con quel reciproco scambio dei beni, che può essere possibile e insieme efficace, solo quando un amore mutuo e una carità vivamente sentita unisce tutti i figli dello stesso Padre e tutti i redenti dal medesimo sangue divino.


La chiesa di Cristo, fedelissima depositaria della divina educatrice saggezza, non può pensare né pensa d'intaccare o disistimare le caratteristiche particolari, che ciascun popolo con gelosa pietà e comprensibile fierezza custodisce e considera qual prezioso patrimonio. Il suo scopo è l'unità soprannaturale nell'amore universale sentito e praticato, non l'uniformità, esclusivamente esterna, superficiale e per ciò stesso debilitante. Tutte quelle direttive e cure, che servono ad un saggio ordinato svolgimento di forze e tendenze particolari, le quali hanno radici nei più riposti penetrali d'ogni stirpe, purché non si oppongano ai doveri derivanti all'umanità dall'unità d'origine e comune destinazione, la chiesa le saluta con gioia e le accompagna con i suoi voti materni. Essa ha ripetutamente mostrato, nella sua attività missionaria, che tale norma è la stella polare del suo apostolato universale. Innumerevoli ricerche e indagini di pionieri, compiute con sacrificio, dedizione e amore dai missionari d'ogni tempo, si sono proposte di agevolare l'intera comprensione e il rispetto delle civiltà più svariate, e di renderne i valori spirituali fecondi per una viva e vitale predicazione dell'evangelo di Cristo. Tutto ciò che in tali usi e costumi non è indissolubilmente legato con errori religiosi troverà sempre benevolo esame e, quando riesce possibile, verrà tutelato e promosso. E il Nostro immediato predecessore, di santa e venerata memoria, applicando tali norme a una questione particolarmente delicata, prese generose decisioni, che innalzano un monumento alla vastità del suo intuito e all'ardore del suo spirito apostolico. Né è necessario, venerabili fratelli, annunziarvi che Noi vogliamo incedere senza esitazione per questa via. Tutti coloro che entrano nella chiesa, qualunque sia la loro origine o la lingua, devono sapere che hanno uguale diritto di figli nella casa del Signore, dove dominano la legge e la pace di Cristo. In conformità con queste norme di uguaglianza, la chiesa consacra le sue cure a formare un elevato clero indigeno e ad aumentare gradualmente le file dei vescovi indigeni. Al fine di dare a queste intenzioni espressione esteriore, abbiamo scelto l'imminente festa di Cristo re per elevare alla dignità episcopale, sul sepolcro del principe degli apostoli, dodici rappresentanti dei più diversi popoli e stirpi.


Tra i laceranti contrasti che dividono l'umana famiglia, possa quest'atto solenne proclamare a tutti i Nostri figli, sparsi nel mondo, che lo spirito, l'insegnamento e l'opera della chiesa non potranno mai essere diversi da ciò che l'apostolo delle genti predicava: «Rivestitevi dell'uomo nuovo, che si rinnovella dimostrandosi conforme all'immagine di Colui che lo ha creato; in esso non esiste più greco e giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e scita, schiavo e libero, ma tutto e in tutti è Cristo» (Col 3,10-11).


Né è da temere che la coscienza della fratellanza universale, fomentata dalla dottrina cristiana, e il sentimento che essa ispira, siano in contrasto con l'amore alle tradizioni e alle glorie della propria patria, o impediscano di promuoverne la prosperità e gli interessi legittimi, poiché la medesima dottrina insegna che nell'esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, secondo il quale bisogna amare più intensamente e beneficare di preferenza coloro che sono a noi uniti con vincoli speciali. Anche il divino Maestro diede esempio di questa preferenza verso la sua terra e la sua patria, piangendo sulle incombenti rovine della città santa. Ma il legittimo giusto amore verso la propria patria non deve far chiudere gli occhi sulla universalità della carità cristiana, che fa considerare anche gli altri e la loro prosperità nella luce pacificante dell'amore.


Tale è la meravigliosa dottrina di amore e di pace, che ha sì nobilmente contribuito al progresso civile e religioso dell'umanità. E gli araldi che l'annunziarono, mossi da soprannaturale carità, non solo dissodarono terreni e curarono morbi, ma soprattutto bonificarono, plasmarono ed elevarono la vita ad altezze divine, lanciandola verso i culmini della santità, in cui tutto si vede nella luce di Dio; elevarono monumenti e templi i quali mostrano a qual volo di geniali altezze spinga l'ideale cristiano, ma soprattutto fecero degli uomini, saggi o ignoranti, potenti o deboli, templi viventi di Dio e tralci della stessa vite, Cristo; trasmisero alle generazioni future tesori di arte e di saggezza antica, ma soprattutto le resero partecipi di quell'ineffabile dono della sapienza eterna, che affratella gli uomini con un vincolo di soprannaturale appartenenza.


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Venerabili fratelli, se la dimenticanza della legge di carità universale, che sola può consolidare la pace, spegnendo gli odi e attenuando i rancori e i contrasti, è fonte di gravissimi mali per la convivenza pacifica dei popoli, non meno dannoso al benessere delle nazioni e alla prosperità della grande società umana, che raccoglie e abbraccia entro i suoi confini tutte le genti, si dimostra l'errore contenuto in quelle concezioni, le quali non dubitano di sciogliere l'autorità civile da qualsiasi dipendenza dall'Ente supremo, causa prima e Signore assoluto sia dell'uomo che della società, e da ogni legame di legge trascendente, che da Dio deriva come da fonte primaria, e le concedono una facoltà illimitata di azione, abbandonata all'onda mutevole dell'arbitrio o ai soli dettami di esigenze storiche contingenti e di interessi relativi.


Rinnegata, in tal modo, l'autorità di Dio e l'impero della sua legge, il potere civile, per conseguenza ineluttabile, tende ad attribuirsi quell'assoluta autonomia, che solo compete al Supremo Fattore, e a sostituirsi all'Onnipotente, elevando lo stato o la collettività a fine ultimo della vita, a criterio sommo dell'ordine morale e giuridico, e interdicendo, perciò, ogni appello ai princìpi della ragione naturale e della coscienza cristiana.


Non disconosciamo, invero, che princìpi errati, fortunatamente, non sempre esercitano intero il loro influsso, principalmente quando le tradizioni cristiane, più volte secolari, di cui si sono nutriti i popoli, rimangono ancora profondamente, anche se inconsciamente, radicate nei cuori. Tuttavia, non bisogna dimenticare l'essenziale insufficienza e fragilità di ogni norma di vita sociale che riposi su un fondamento esclusivamente umano, s'ispiri a motivi esclusivamente terreni e riponga la sua forza nella sanzione di un'autorità semplicemente esterna.


Dove è negata la dipendenza del diritto umano dal diritto divino, dove non si fa appello che ad una malsicura idea di autorità meramente terrena e si rivendica un'autonomia fondata soltanto sopra una morale utilitaria, qui lo stesso diritto umano perde giustamente nelle sue applicazioni più gravose la forza morale, che è la condizione essenziale per essere riconosciuto e per esigere anche sacrifici.


È ben vero che il potere basato sopra fondamenti così deboli e vacillanti può raggiungere talvolta, per circostanze contingenti, successi materiali da destar meraviglia ad osservatori meno profondi; ma viene il momento, nel quale trionfa l'ineluttabile legge che colpisce tutto quanto è stato costruito sopra una latente o aperta sproporzione tra la grandezza del successo materiale ed esterno e la debolezza del valore interno e del suo fondamento morale. Sproporzione che sussiste sempre, quando la pubblica autorità misconosce o rinnega il dominio del sommo Legislatore, il quale se ha dato la potestà ai reggitori, ne ha per altro segnato e determinato i limiti.


La sovranità civile è stata voluta dal Creatore, come sapientemente insegna il Nostro grande predecessore Leone XIII nell'enciclica Immortale Dei,(5) affinché regolasse la vita sociale secondo le prescrizioni di un ordine immutabile nei suoi princìpi universali, rendesse più agevole alla persona umana, nell'ordine temporale, il conseguimento della perfezione fisica, intellettuale e morale e l'aiutasse a raggiungere il fine soprannaturale.


È quindi nobile prerogativa e missione dello stato il controllare, aiutare e ordinare le attività private e individuali della vita nazionale, per farle convergere armonicamente al bene comune, il quale non può essere determinato da concezioni arbitrarie, né ricevere la sua norma primariamente dalla prosperità materiale della società, ma piuttosto dallo sviluppo armonico e dalla perfezione naturale dell'uomo al quale la società è destinata, quale mezzo, dal Creatore.


Considerare lo stato come fine, al quale ogni cosa dovrebbe essere subordinata e indirizzata, non potrebbe che nuocere alla vera e durevole prosperità delle nazioni. E ciò avviene, sia che tale dominio illimitato venga attribuito allo stato, quale mandatario della nazione, del popolo, o anche di una classe sociale, sia che venga preteso dallo stato, quale padrone assoluto, indipendente da qualsiasi mandato.


Se lo stato infatti a sé attribuisce e ordina le iniziative private, queste, governate come sono da delicate e complesse norme interne, che garantiscono e assicurano il conseguimento dello scopo ad esse proprio, possono essere danneggiate, con svantaggio del pubblico bene, venendo avulse dall'ambiente loro naturale, cioè dalla responsabile attività privata.


Anche la prima ed essenziale cellula della società, la famiglia, come il suo benessere e il suo accrescimento, correrebbe allora il pericolo di venir considerata esclusivamente sotto l'angolo della potenza nazionale e si dimenticherebbe che l'uomo e la famiglia sono per natura anteriori allo stato, e che il Creatore diede ad entrambi forze e diritti e assegnò una missione, rispondente a indubbie esigenze naturali.


L'educazione delle nuove generazioni non mirerebbe a un equilibrato armonico sviluppo delle forze fisiche e di tutte le qualità intellettuali e morali, ma ad una unilaterale formazione di quelle virtù civiche, che si considerano necessarie al conseguimento di successi politici; quelle virtù invece, che dànno alla società un profumo di nobiltà, d'umanità e di rispetto, meno s'inculcherebbero, quasi deprimessero la fierezza del cittadino.


Davanti al nostro sguardo si profilano con dolorosa chiarezza i pericoli che temiamo potranno derivare a questa generazione e alle future dal misconoscimento, dalla diminuzione e dalla progressiva abolizione dei diritti della famiglia. Perciò Ci eleviamo a fermi difensori di tali diritti in piena coscienza del dovere che Ci impone il Nostro apostolico ministero. Le angustie dei nostri tempi, sia esterne che interne, sia materiali che spirituali, i molteplici errori con le loro innumerevoli ripercussioni da nessuno vengono assaporati così amaramente come nella piccola nobile cellula familiare. Un vero coraggio e, nella sua semplicità, un eroismo degno di ammirato rispetto sono spesso necessari per sopportare le durezze della vita, il peso quotidiano delle miserie, le crescenti indigenze e le ristrettezze in una misura mai prima sperimentata, di cui spesso non si vede né la ragione né la reale necessità. Chi ha cura d'anime, chi può indagare nei cuori, conosce le nascoste lacrime delle madri, il rassegnato dolore di numerosi padri, le innumerevoli amarezze, delle quali nessuna statistica parla né può parlare; vede con sguardo preoccupato crescere sempre più il cumulo di queste sofferenze e sa che le potenze dello sconvolgimento e della distruzione stanno al varco, pronte a servirsene per i loro tenebrosi disegni.


Nessuno, che abbia buona volontà e occhi aperti, potrà rifiutare nelle condizioni straordinarie, in cui si trova il mondo, al potere dello stato un corrispondente più ampio diritto eccezionale per sovvenire ai bisogni del popolo. Ma l'ordine morale, stabilito da Dio, esige, anche in tali contingenze, che s'indaghi tanto più seriamente e acutamente sulla liceità di tali provvedimenti e sulla loro reale necessità, secondo le norme del bene comune.


Ad ogni modo, quanto più gravosi sono i sacrifici materiali richiesti dallo stato agli individui e alle famiglie, tanto più sacri e inviolabili devono essergli i diritti delle coscienze. Può pretendere beni e sangue, ma non mai l'anima da Dio redenta. La missione assegnata da Dio ai genitori, di provvedere al bene materiale e spirituale della prole e di procurare ad essa una formazione armonica pervasa da vero spirito religioso, non può esser loro strappata senza grave lesione del diritto. Questa formazione deve certamente aver anche lo scopo di preparare la gioventù ad adempiere con intelligenza, coscienza e fierezza quei doveri di nobile patriottismo, che dà alla patria terrestre tutta la dovuta misura di amore, dedizione e collaborazione. Ma d'altra parte una formazione che dimentichi, o peggio, volutamente trascuri di dirigere gli occhi e il cuore della gioventù alla patria soprannaturale, sarebbe un'ingiustizia contro gli inalienabili doveri e diritti della famiglia cristiana, uno sconfinamento, a cui deve essere opposto un rimedio anche nell'interesse del bene del popolo e dello stato. Una simile educazione potrà forse sembrare a coloro, che ne portano la responsabilità, fonte di aumentata forza e vigoria; in realtà sarebbe il contrario, e le tristi conseguenze lo proverebbero. Il delitto di lesa maestà contro «il Re dei re e il Signore dei dominanti» (1 Tm 6,15; Ap 19,16), perpetrato da un'educazione indifferente o avversa allo spirito cristiano, il capovolgimento del «lasciate che i pargoli vengano a me» (Mc 10,14) porterebbero amarissimi frutti. 

Lo stato invece, che toglie ai sanguinanti e lacerati cuori dei padri e delle madri cristiane le loro preoccupazioni e ristabilisce i loro diritti, promuove la sua stessa pace interna e pone il fondamento per un più felice avvenire della patria. Le anime dei figli, donati da Dio ai genitori, consacrati nel battesimo con il sigillo regale di Cristo, sono un sacro deposito, su cui vigila l'amore geloso di Dio. Lo stesso Cristo, che ha pronunziato il «lasciate che i pargoli vengano a me», ha anche minacciato, nonostante la sua misericordia e bontà, terribili mali a coloro che dànno scandalo ai prediletti del suo cuore. E quale scandalo più dannoso alle generazioni e più duraturo di una formazione della gioventù mal diretta verso una méta, che allontana da Cristo, «via, verità e vita», e conduce ad un'apostasia manifesta o occulta da Cristo? Questo Cristo, da cui si vogliono alienare le giovani generazioni presenti e future, è quello stesso che dall'Eterno Padre ha ricevuto ogni potere in cielo e in terra. Egli tiene nella sua mano onnipotente il destino degli stati, dei popoli e delle nazioni. Appartiene a lui il diminuire o prolungare la vita, l'accrescimento, la prosperità e la grandezza. Di tutto ciò che è sulla terra, solo l'anima vive immortale. Un sistema di educazione che non rispettasse il recinto sacro della famiglia cristiana, protetto dalla santa legge di Dio, ne attaccasse le basi, chiudesse alla gioventù il cammino a Cristo, alle fonti di vita e di gioia del Salvatore (cf. Is 12,3), considerasse l'apostasia da Cristo e dalla chiesa come simbolo di fedeltà al popolo o a una determinata classe, pronuncerebbe contro se stesso la condanna e sperimenterebbe a suo tempo l'ineluttabile verità delle parole del profeta: «Coloro che si ritirano da te, saranno scritti in terra» (Ger 17,13).

   continua.............



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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14/10/2017 19.37
 
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La concezione che assegna allo stato un'autorità illimitata non è, venerabili fratelli, soltanto un errore pernicioso alla vita interna delle nazioni, alla loro prosperità e al maggiore e ordinato incremento del loro benessere, ma arreca altresì nocumento alle relazioni fra i popoli, perché rompe l'unità della società soprannazionale, toglie fondamento e valore al diritto delle genti, apre la via alla violazione dei diritti altrui e rende difficili l'intesa e la convivenza pacifiche.


Infatti il genere umano, quantunque per disposizione dell'ordine naturale stabilito da Dio si divida in gruppi sociali, nazioni o stati, indipendenti gli uni dagli altri, in quanto riguarda il modo di organizzare e di dirigere la loro vita interna, è tuttavia legato, da mutui vincoli morali e giuridici, in una grande comunità, ordinata al bene di tutte le genti e regolata da leggi speciali, che ne tutelano l'unità e ne promuovono la prosperità.


Ora non è chi non veda come l'affermata autonomia assoluta dello stato si ponga in aperto contrasto con questa legge immanente e naturale, la neghi anzi radicalmente, lasciando in balìa della volontà dei reggitori la stabilità delle relazioni internazionali, e togliendo la possibilità di una vera unione e di una collaborazione feconda in ordine all'interesse generale. Perché, venerabili fratelli, all'esistenza di contatti armonici e duraturi e di relazioni fruttuose è indispensabile che i popoli riconoscano e osservino quei princìpi di diritto naturale internazionale, che regolano il loro normale svolgimento e funzionamento. Tali princìpi esigono il rispetto dei relativi diritti all'indipendenza, alla vita e alla possibilità di uno svolgimento progressivo nelle vie della civiltà; esigono, inoltre, la fedeltà ai patti, stipulati e sanciti in conformità alle norme del diritto delle genti.


Il presupposto indispensabile di ogni pacifica convivenza tra le leggi e l'anima delle relazioni giuridiche, vigenti fra di esse, è senza dubbio la mutua fiducia, la previsione e persuasione della reciproca fedeltà alla parola data, la certezza che dall'una e dall'altra parte si è convinti che «meglio è la sapienza che le armi guerresche» (cf. Eccle 9,18) e si è disposti a discutere e a non ricorrere alla forza o alla minaccia della forza nel caso in cui sorgessero ritardi, impedimenti, mutamenti e contestazioni: cose tutte che possono anche derivare non da cattiva volontà, ma da mutate circostanze e da reali interessi contrastanti.


Ma d'altra parte, staccare il diritto delle genti dall'àncora del diritto divino, per fondarlo sulla volontà autonoma degli stati, significa detronizzare quello stesso diritto e togliergli i titoli più nobili e più validi, abbandonandolo all'infausta dinamica dell'interesse privato e dell'egoismo collettivo tutto intento a far valere i propri diritti e a disconoscere quelli degli altri.


È pur vero che, col volgere del tempo e il mutar sostanziale delle circostanze, non previste e forse neanche prevedibili all'atto della stipulazione, un trattato o alcune sue clausole possono divenire o apparire ingiusti o inattuabili o troppo gravosi per una delle parti, ed è chiaro che, quando ciò avvenisse, si dovrebbe tempestivamente procedere a una leale discussione per modificare o sostituire il patto. Ma il considerare i patti per principio come effimeri e l'attribuirsi tacitamente la facoltà di rescinderli unilateralmente, quando più non convenissero, toglierebbe ogni fiducia reciproca fra gli stati. E così rimarrebbe scardinato l'ordine naturale, e verrebbero scavate delle fosse incolmabili di separazione fra i vari popoli e nazioni.


Oggi, venerabili fratelli, tutti osservano con spavento l'abisso a cui hanno portato gli errori da Noi caratterizzati e le loro pratiche conseguenze. Son cadute le orgogliose illusioni di un progresso indefinito; e chi ancora non fosse desto, il tragico presente lo scuoterebbe con le parole del profetar «Ascoltate, o sordi, e rimirate, o ciechi» (Is 42,18). Ciò che appariva esternamente ordine, non era se non invadente perturbamento: scompiglio nelle norme di vita morale, le quali si erano staccate dalla maestà della legge divina e avevano inquinato tutti i campi dell'umana attività. Ma lasciamo il passato e rivolgiamo gli occhi verso quell'avvenire che, secondo le promesse dei potenti di questo mondo, cessati i sanguinosi scontri odierni, consisterà in un nuovo ordinamento, fondato sulla giustizia e sulla prosperità. Sarà tale avvenire veramente diverso, sarà soprattutto migliore? I trattati di pace, il nuovo ordine internazionale alla fine di questa guerra saranno animati da giustizia e da equità verso tutti, da quello spirito, il quale libera e pacifica, o saranno una lamentevole ripetizione di antichi e recenti errori? Sperare un decisivo mutamento esclusivamente dallo scontro guerresco e dal suo sbocco finale è vano, e l'esperienza ce lo dimostra. L'ora della vittoria è un'ora dell'esterno trionfo per la parte che riesce a conseguirla; ma è in pari tempo l'ora della tentazione, in cui l'angelo della giustizia lotta con il dèmone della violenza; il cuore del vincitore troppo facilmente s'indurisce; la moderazione e una lungimirante saggezza gli appaiono debolezza; il bollore delle passioni popolari, attizzato dai sacrifici e dalle sofferenze sopportate, vela spesso l'occhio anche ai responsabili e fa sì che non badino alla voce ammonitrice dell'umanità e dell'equità, sopraffatta o spenta dall'inumano «Guai ai vinti!». Le risoluzioni e le decisioni nate in tali condizioni rischierebbero di non essere che ingiustizia sotto il manto della giustizia.


No, venerabili fratelli, la salvezza non viene ai popoli dai mezzi esterni, dalla spada, che può imporre condizioni di pace, ma non crea la pace. Le energie, che devono rinnovare la faccia della terra, devono procedere dall'interno, dallo spirito. Il nuovo ordine del mondo, la vita nazionale e internazionale, una volta cessate le amarezze e le crudeli lotte presenti, non dovrà più riposare sulla infida sabbia di norme mutabili ed effimere, lasciate all'arbitrio dell'egoismo collettivo e individuale. Esse devono piuttosto appoggiarsi sull'inconcusso fondamento, sulla roccia incrollabile del diritto naturale e della divina rivelazione. Ivi il legislatore umano deve attingere quello spirito di equilibrio, quell'acuto senso di responsabilità morale, senza cui è facile misconoscere i limiti tra il legittimo uso e l'abuso del potere. Solamente così le sue decisioni avranno interna consistenza, nobile dignità e sanzione religiosa, e non saranno alla mercé dell'egoismo e della passione. Se è vero che i mali di cui soffre l'umanità odierna provengono in parte dallo squilibrio economico e dalla lotta degli interessi per una più equa distribuzione dei beni che Dio ha concessa all'uomo come mezzi per il suo sostentamento e il suo progresso, non è men vero che la loro radice è più profonda e interna, poiché tocca le credenze religiose e le convinzioni morali pervertitesi con il progressivo distaccarsi dei popoli dall'unità di dottrina e di fede, di costumi e di morale, una volta promossa dall'opera indefessa e benefica della chiesa. La rieducazione dell'umanità, se vuole sortire qualche effetto, deve essere soprattutto spirituale e religiosa: deve, quindi, muovere da Cristo come da suo fondamento indispensabile, essere attuata dalla giustizia e coronata dalla carità.


Compiere quest'opera di rigenerazione, adattando i suoi mezzi alle mutate condizioni dei tempi e ai nuovi bisogni del genere umano, è ufficio essenziale e materno della chiesa. La predicazione dell'evangelo, affidatale dal suo divino Fondatore, nella quale vengono inculcate agli uomini la verità, la giustizia e la carità, e lo sforzo di radicarne saldamente i precetti negli animi e nelle coscienze, sono il più nobile e più fruttuoso lavoro in favore della pace. Questa missione, nella sua grandiosità, sembrerebbe dover scoraggiare i cuori di coloro che formano la chiesa militante. Ma l'adoprarsi alla diffusione del regno di Dio, che ogni secolo compì in vari modi, con diversi mezzi, con molteplici e dure lotte, è un comando a cui è obbligato chiunque sia stato strappato dalla grazia del Signore alla schiavitù di satana e chiamato nel battesimo ad essere cittadino di quel regno. E se appartenere ad esso, vivere conforme al suo spirito, lavorare al suo incremento e rendere accessibili i suoi beni anche a quella parte dell'umanità che ancora non ne fa parte, ai giorni nostri equivale a dover affrontare impedimenti e opposizioni vaste, profonde e minuziosamente organizzate, come mai prima, ciò non dispensa dalla franca e coraggiosa professione di fede, ma incita piuttosto a tener fermo nella lotta, anche a prezzo dei massimi sacrifici. Chi vive dello spirito di Cristo non si lascia abbattere dalle difficoltà che si oppongono, anzi si sente spinto a lavorare con tutte le sue forze e con piena fiducia in Dio; non si sottrae alle strettezze e necessità dell'ora, ma ne affronta le durezze pronto al soccorso, con quell'amore che non rifugge dal sacrificio, è più forte della morte, e non si lascia spegnere dalle impetuose acque della tribolazione.


Un intimo conforto, una gioia celeste, per cui giornalmente rivolgiamo a Dio il Nostro ringraziamento umile e profondo, Ci dà, venerabili fratelli, l'osservare in tutte le regioni del mondo cattolico evidenti segni di uno spirito che coraggiosamente affronta i compiti giganteschi dell'epoca presente, che con generosità e decisione è teso a riunire in feconda armonia con il primo ed essenziale dovere della santificazione propria anche l'attività apostolica per l'accrescimento del regno di Dio. Dal movimento dei congressi eucaristici, promossi con amorosa cura dai Nostri predecessori, e dalla collaborazione dei laici, formati nell'Azione cattolica alla profonda coscienza della loro nobile missione, promanano fonti di grazia e riserve di forze, che, nei tempi attuali, in cui aumentano le minacce, maggiori sono i bisogni e arde la lotta tra cristianesimo e anticristianesimo, difficilmente potrebbero essere adeguatamente stimate.


Quando si deve con tristezza osservare la sproporzione tra il numero e i compiti dei sacerdoti, quando vediamo verificarsi anche oggi la parola del Salvatore: «La messe è molta, gli operai sono pochi» (Mt 9,37; Lc 10,2), la collaborazione dei laici all'apostolato gerarchico, numerosa, animata da ardente zelo e generosa dedizione, appare un prezioso ausilio all'opera dei sacerdoti e mostra possibilità di sviluppo che legittimano le più belle speranze. La preghiera della chiesa al Signore della messe, perché mandi operai nella sua vigna (cf. Mt 9,38; Lc 10,2) è stata esaudita in maniera conforme alle necessità dell'ora presente, e felicemente supplisce e completa le energie, spesso impedite e insufficienti, dell'apostolato sacerdotale. Una fervida falange di uomini e di donne di giovani e di giovinette, ubbidendo alla voce del sommo pastore, alle direttive dei loro vescovi, si consacra con tutto l'ardore dell'anima alle opere dell'apostolato, per ricondurre a Cristo le masse di popolo che da lui s'erano distaccate. Ad essi vada in questo momento, così importante per la chiesa e l'umanità, il Nostro saluto paterno, il Nostro commosso ringraziamento, la Nostra fiduciosa speranza. Essi hanno veramente posto la loro vita e la loro opera sotto il vessillo di Cristo re, e possono ripetere con il Salmista: «Al re io espongo le opere mie» (Sal 44,1). «Venga il tuo regno» è non solamente il voto ardente delle loro preghiere, ma anche la direttiva del loro operare. In tutte le classi, in tutte le categorie, in tutti i gruppi questa collaborazione del laicato con il sacerdozio rivela preziose energie, a cui è affidata una missione che cuori nobili e fedeli non potrebbero desiderare più alta e consolante. Questo lavoro apostolico, compiuto secondo lo spirito della chiesa, consacra il laico quasi a «ministro di Cristo» in quel senso che sant'Agostino così spiega: «O fratelli, quando udite il Signore che dice: "Dove sono io, ivi sarà pure il mio ministro", non vogliate correre col pensiero soltanto ai buoni vescovi e ai buoni chierici. Anche voi, a modo vostro, dovete essere ministri di Cristo, vivendo bene, facendo elemosine, predicando il suo nome e la sua dottrina a chi potrete, di modo che ognuno, anche se padre di famiglia, riconosca di dovere, anche per tale titolo, alla sua famiglia un affetto paterno. Per Cristo e per la vita eterna ammonisca i suoi, li istruisca, li esorti, li rimproveri, loro dimostri benevolenza, li contenga nell'ordine; così egli eserciterà in casa sua l'ufficio di chierico e in certo qual modo di vescovo, servendo a Cristo, per essere con lui in eterno».(6)


Nel promuovere questa collaborazione dei laici all'apostolato, così importante ai tempi nostri, spetta una speciale missione alla famiglia, perché lo spirito della famiglia influisce essenzialmente sullo spirito delle giovani generazioni. Fino a che nel focolare domestico splende la sacra fiamma della fede in Cristo e i genitori foggiano e plasmano la vita dei figli conforme a questa fede, la gioventù sarà sempre pronta a riconoscere nelle sue prerogative regali il Redentore, e ad opporsi a chi lo vuole bandire dalla società o ne vìola sacrilegamente i diritti. Quando le chiese vengono chiuse, quando si toglie dalle scuole l'immagine del Crocifisso, la famiglia resta il rifugio provvidenziale e, in un certo senso, inattaccabile della vita cristiana. E rendiamo infinite grazie a Dio nel vedere che innumerevoli famiglie compiono questa loro missione con una fedeltà, che non si lascia abbattere né da attacchi né da sacrifici. Una potente schiera di giovani e di giovinette, anche in quelle regioni dove la fede in Cristo significa sofferenza e persecuzione, restano fermi presso il trono del Redentore con quella tranquillità e sicura decisione, che Ci fa ricordare i tempi più gloriosi delle lotte della chiesa. Quali torrenti di beni si riverserebbero sul mondo, quanta luce, quanto ordine, quanta pacificazione verrebbero alla vita sociale, quante energie insostituibili e preziose potrebbero contribuire a promuovere il bene dell'umanità, se si concedesse ovunque alla chiesa, maestra di giustizia e di amore, quella possibilità di azione, alla quale ha un diritto sacro e incontrovertibile in forza del mandato divino! Quante sciagure potrebbero venir evitate, quanta felicità e tranquillità sarebbero create, se gli sforzi sociali e internazionali per stabilire la pace si lasciassero permeare dai profondi impulsi dell'evangelo dell'amore nella lotta contro l'egoismo individuale e collettivo!


Tra le leggi che regolano la vita dei fedeli cristiani e i postulati di una genuina umanità non vi è contrasto, ma comunanza e mutuo appoggio. Nell'interesse dell'umanità sofferente e profondamente scossa materialmente e spiritualmente, Noi non abbiamo desiderio più ardente di questo: che le angustie presenti aprano gli occhi a molti, affinché considerino nella loro vera luce il Signore Gesù Cristo e la missione della sua chiesa su questa terra, e che tutti coloro i quali esercitano il potere si risolvano a lasciare alla chiesa libero il cammino per lavorare alla formazione delle generazioni, secondo i princìpi della giustizia e della pace. Questo lavoro pacificatore suppone che non si frappongano impedimenti all'esercizio della missione affidata da Dio alla sua chiesa, non si restringa il campo della sua attività e non si sottraggano le masse, e specialmente la gioventù, al suo benefico influsso. Perciò Noi, come rappresentanti sulla terra di colui, che fu detto dal profeta «Principe della pace» (Is 9,6), facciamo appello ai reggitori dei popoli e a coloro che hanno in qualsiasi modo influenza nella cosa pubblica, affinché la chiesa goda sempre piena libertà di compiere la sua opera educatrice, annunziando alle menti la verità, inculcando la giustizia, e riscaldando i cuori con la divina carità di Cristo.


Se la chiesa, da una parte, non può rinunziare all'esercizio di questa sua missione, che ha come fine ultimo di attuare quaggiù il disegno divino di «instaurare tutte le cose in Cristo, sia le celesti sia le terrestri» (Ef 1,10), dall'altra, oggi la sua opera si dimostra più che in ogni altro tempo necessaria, giacché una triste esperienza insegna che i soli mezzi esterni e i provvedimenti umani e gli espedienti politici non portano un efficace lenimento ai mali, dai quali l'umanità è travagliata.


Edotti appunto dal fallimento doloroso degli espedienti umani per allontanare le tempeste che minacciano di travolgere la civiltà nel loro turbine, molti rivolgono con rinnovata speranza lo sguardo alla chiesa, rocca di verità e di amore, a questa cattedra di Pietro, donde sentono che può essere ridonata al genere umano quell'unità di dottrina religiosa e di codice morale, che in altri tempi diede consistenza alle relazioni pacifiche tra i popoli. Unità, a cui guardano con occhio di nostalgico rimpianto tanti uomini responsabili delle sorti delle nazioni, i quali esperimentano giornalmente quanto siano vani i mezzi, nei quali un giorno avevano posto fiducia; unità, che è il desiderio delle schiere tanto numerose dei Nostri figli, i quali invocano quotidianamente «il Dio di pace e di amore» (cf. 2 Cor 13,11); unità, che è l'attesa di tanti nobili spiriti, da Noi lontani, i quali nella loro fame e sete di giustizia e di pace, volgono gli occhi alla sede di Pietro e ne aspettano guida e consiglio.


Essi riconoscono nella chiesa cattolica la bimillenaria saldezza delle norme di fede e di vita, l'incrollabile compattezza della gerarchia ecclesiastica, la quale, unita al successore di Pietro, si prodiga nell'illuminare le menti con la dottrina dell'evangelo, nel guidare e santificare gli uomini, ed è larga di materna condiscendenza verso tutti, ma ferma, quando, anche a prezzo di tormenti o di martirio, ha da pronunziare: «Non è lecito».


Eppure, venerabili fratelli, la dottrina di Cristo, che sola può fornire all'uomo fondamento di fede, tale da allargargli ampiamente la vista e dilatargli divinamente il cuore e dare un rimedio efficace alle odierne gravissime difficoltà, e l'operosità della chiesa per insegnare quella dottrina, diffonderla e modellare gli animi secondo i suoi precetti, sono fatte talvolta oggetto di sospetti, quasi che scuotessero i cardini della civile autorità e ne usurpassero i diritti.


Contro tali sospetti Noi con apostolica sincerità dichiariamo - fermo restando tutto ciò che il Nostro predecessore Pio XI di v.m. nella sua enciclica Quas primas dell'11 dicembre 1925 insegnò circa la potestà di Cristo re e della sua chiesa che simili scopi sono del tutto alieni dalla chiesa medesima, la quale allarga le sue braccia materne verso questo mondo, non per dominare, ma per servire. Essa non pretende di sostituirsi nel campo loro proprio alle altre autorità legittime, ma offre loro il suo aiuto, sull'esempio e nello spirito del suo divino Fondatore, il quale «passò beneficando» (At 10,38).


La chiesa predica e inculca obbedienza e rispetto all'autorità terrena, che trae da Dio la sua nobile origine, e si attiene all'insegnamento del divino Maestro, che disse: «Date a Cesare quel che appartiene a Cesare» (Mt 22,21); non ha mire usurpatrici e canta nella sua liturgia: «Non rapisce i regni terreni Colui che dà i regni celesti».(7) Non deprime le energie umane, ma le eleva a tutto ciò che è magnanimo e generoso e forma caratteri, che non transigono con la coscienza. Né essa, che rese civili i popoli, ha mai ritardato il progresso dell'umanità, del quale anzi con materna fierezza si compiace e gode. Il fine della sua attività fu dichiarato mirabilmente dagli angeli sulla culla del Verbo incarnato, quando cantarono gloria a Dio e annunziarono pace agli uomini di buona volontà (cf. Lc 2,14). Questa pace, che il mondo non può dare, è stata lasciata come eredità ai suoi discepoli dallo stesso divino Redentore: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27); e così seguendo la sublime dottrina di Cristo, compendiata da lui medesimo nel duplice precetto dell'amore di Dio e del prossimo, milioni di anime l'hanno conseguita, la conseguono e la conseguiranno. La storia - chiamata sapientemente da un sommo oratore romano «maestra della vita»(8) - da quasi duemila anni dimostra quanto sia vera la parola della Scrittura, che non avrà pace chi resiste a Dio (cf. Gb 9,4). Poiché Cristo solo è la «pietra angolare» (cf. Ef 2,20), sulla quale l'uomo e la società possono trovare stabilità e salvezza.


Su questa pietra angolare è fondata la chiesa, e perciò contro di essa le potenze avverse non potranno mai prevalere: «Le porte dell'inferno non prevarranno» (Mt 16,18), né potranno mai svigorirla, ché anzi le lotte interne ed esterne contribuiscono ad accrescerne la forza e ad aumentare le corone delle sue gloriose vittorie. Al contrario, ogni altro edificio che non si fondi saldamente sulla dottrina di Cristo, è appoggiato sulla sabbia mobile, e destinato a rovinare miseramente (cf. Mt 7,26-27).


***


Venerabili fratelli, il momento in cui vi giunge questa Nostra prima enciclica è sotto più aspetti una vera ora delle tenebre (cf. Lc22,53), in cui lo spirito della violenza e della discordia versa sull'umanità una sanguinosa coppa di dolori senza nome. È forse necessario assicurarvi che il Nostro cuore paterno è vicino in compassionevole amore a tutti i suoi figli, e in modo speciale ai tribolati, agli oppressi, ai perseguitati? I popoli, travolti nel tragico vortice della guerra, sono forse ancora soltanto agli «inizi dei dolori» (Mt 24,8), ma già in migliaia di famiglie regnano morte e desolazione, lamento e miseria. Il sangue di innumerevoli esseri umani, anche non combattenti, eleva uno straziante lamento specialmente sopra una diletta nazione, quale è la Polonia, che per la sua fedeltà verso la chiesa, per i suoi meriti nella difesa della civiltà cristiana, scritti a caratteri indelebili nei fasti della storia, ha diritto alla simpatia umana e fraterna del mondo, e attende, fiduciosa nella potente intercessione di Maria «Soccorso dei cristiani» l'ora di una risurrezione corrispondente ai princìpi della giustizia e della vera pace.


Ciò che testé è accaduto e ancora accade appariva al Nostro sguardo come una visione, quando, non essendo ancora scomparsa ogni speranza, nulla lasciammo intentato, nella forma suggeritaci dal Nostro apostolico ministero e dai mezzi a Nostra disposizione, per impedire il ricorso alle armi e tener aperta la via ad una intesa, onorevole per ambedue le parti. Convinti che all'uso della forza da una parte avrebbe risposto il ricorso alle armi dall'altra, considerammo come dovere imprescindibile del Nostro apostolico ministero e dell'amore cristiano di metter tutto in opera, per risparmiare all'umanità intera e alla cristianità gli orrori di una conflagrazione mondiale, anche se vi era pericolo che le Nostre intenzioni e i Nostri scopi venissero fraintesi. I Nostri ammonimenti, se furono rispettosamente ascoltati, non vennero peraltro seguiti. E mentre il Nostro cuore di pastore osserva dolorante e preoccupato, si affaccia al Nostro sguardo l'immagine del buon pastore e Ci sembra di dover ripetere al mondo, in nome suo, il lamento:


«Oh, se conoscessi ... quello che giova alla tua pace! Ma ora questo è celato ai tuoi occhi!» (Lc 19,42).


In mezzo a questo mondo, che presenta oggi uno stridente contrasto alla pace di Cristo nel regno di Cristo, la chiesa e i suoi fedeli si trovano in tempi e anni di prove, quali raramente si conobbero nella sua storia di lotte e sofferenze. Ma proprio in simili tempi, chi rimane fermo nella fede e ha robusto il cuore, sa che Cristo re non è mai tanto vicino quanto nell'ora della prova, che è l'ora della fedeltà. Con cuore straziato per le sofferenze e i patimenti di tanti suoi figli, ma con il coraggio e la fermezza che provengono dalle promesse del Signore, la sposa di Cristo cammina verso le incombenti procelle. Ed essa sa: la verità, che essa annunzia, la carità, che insegna e mette in opera, saranno gli insostituibili consiglieri e cooperatori degli uomini di buona volontà nella ricostruzione di un nuovo mondo, secondo la giustizia e l'amore, dopo che l'umanità, stanca di correre per le vie dell'errore, avrà assaporato gli amari frutti dell'odio e della violenza.


Nel frattempo, però, venerabili fratelli, il mondo e tutti coloro che sono colpiti dalla calamità della guerra devono sapere che il dovere dell'amore cristiano, cardine fondamentale del regno di Cristo, non è una parola vuota, ma una viva realtà. Un vastissimo campo si apre alla carità cristiana in tutte le sue forme. Abbiamo piena fiducia che tutti i Nostri figli, specialmente coloro che non sono provati dal flagello della guerra, si ricordino, imitando il divino Samaritano, di tutti coloro che, essendo vittime della guerra, hanno diritto alla pietà e al soccorso.


La chiesa cattolica, città di Dio, «che ha per re la verità, per legge la carità, per misura l'eternità»,(9) annunziando senza errori né diminuzioni la verità di Cristo, lavorando secondo l'amore di Cristo con slancio materno, sta come una beata visione di pace sopra il vortice di errori e passioni e aspetta il momento in cui la mano onnipotente di Cristo re sederà la tempesta e bandirà gli spiriti della discordia che l'hanno provocata. Quanto sta in Nostro potere per accelerare il giorno in cui la colomba della pace su questa terra, sommersa dal diluvio della discordia, troverà dove posare il piede, Noi continueremo a farlo, fidando in quegli eminenti uomini di stato che prima dello scoppio della guerra si sono nobilmente adoperati per allontanare dai popoli un tanto flagello; fidando nei milioni di anime di tutti i paesi e di tutti i campi, che invocano non solo giustizia, bensì anche carità e misericordia; ma soprattutto fidando in Dio onnipotente, al quale giornalmente rivolgiamo la preghiera: «All'ombra delle tue ali mi rifugio, finché passi la calamità» (Sal 56,2).


Dio può tutto: al pari della felicità e delle sorti dei popoli, tiene nelle sue mani anche gli umani consigli e, in qualsiasi parte egli voglia, dolcemente li inclina: anche gli ostacoli per la sua onnipotenza sono mezzi a plasmare le cose e gli eventi e a volgere le menti e i liberi voleri ai suoi altissimi fini.


Pregate, quindi, venerabili fratelli, pregate senza interruzione, pregate, soprattutto, quando offrite il divino sacrificio d'amore. Pregate voi, ai quali la professione coraggiosa della fede impone oggi duri, penosi e non di rado eroici sacrifici; pregate voi, membra sofferenti e doloranti della chiesa, quando Gesù viene a consolare e lenire le vostre pene.


E non dimenticate di rendere, mediante un vero spirito di mortificazione e degne opere di penitenza, le vostre preghiere più accette agli occhi di Colui «che sostiene tutti coloro che cadono e rialza tutti gli abbattuti» (Sal 144,14), affinché egli nella sua misericordia abbrevi i giorni della prova e si avverino così le parole del Salmo: «Gridarono al Signore nella loro tribolazione, e dalle loro angustie li liberò» (Sal 106,13).


E voi, candide legioni di bimbi, che siete tanto amati e prediletti da Gesù, nel comunicarvi col Pane di vita innalzate le vostre ingenue e innocenti preghiere e unitele a quelle di tutta la chiesa. All'innocenza supplicante non resiste il cuore di Gesù che vi ama: pregate tutti, «pregate senza interruzione» (1Ts 5,17).


In tal modo metterete in pratica il sublime precetto del divino Maestro, il più sacro testamento del suo cuore, «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21), che tutti vivano in quell'unità di fede e di amore, da cui riconosca il mondo la potenza e l'efficacia della missione di Cristo e dell'opera della sua chiesa.


La chiesa primitiva comprese e attuò questo divino precetto e lo espresse in una magnifica preghiera; e voi unitevi con gli stessi sentimenti, che tanto bene rispondono alle necessità dell'ora presente: «Ricòrdati, o Signore, della tua chiesa, per liberarla da ogni male e perfezionarla nella tua carità e, santificàtala, raccòglila da ogni parte del mondo nel regno tuo, che le hai preparato; poiché tua è la virtù e la gloria per tutti i secoli».(10)


Nella fiducia che Dio, autore e amante della pace, ascolti le suppliche della chiesa, vi impartiamo come pegno dell'abbondanza delle grazie divine, dalla pienezza del Nostro animo paterno, l'apostolica benedizione.


Castel Gandolfo, presso Roma, il 20 ottobre dell'anno 1939, I del Nostro pontificato.


 


PIO PP. XII




(1) PIUS PP. XII, Litt. enc. Summi pontificatus de summi pontificatus munere, [Venerabilibus Fratribus Patriarchis, Primatibus, Archiepiscopis, Episcopis aliisque locorum Ordinariis pacem et communionem cum Apostolica Sede habentibus], 20 octobris 1939:AAS 31(1939), pp. 413-453. - Versione italiana: AAS 31(1939), pp. 454-480.


Programma di pontificato. A quarant'anni dalla sua ordinazione sacerdotale e dalla consacrazione dell'umanità a Cristo re. Dolorose constatazioni: allontanamento dalla fede, invito al rinnovamento e al ritorno al cuore di Cristo. Ricordo dell'elezione e incoronazione; un solo desiderio: essere il «buon pastore» per tutti. Primo pensiero per l'Italia. Rendere testimonianza alla verità. Il terribile uragano della guerra all'orizzonte. i frutti amari di errori e movimenti anticristiani. Osservazione fondamentale: il rifiuto di una norma di moralità universale privata e pubblica. Errori derivanti dall'agnosticismo religioso e morale: dimenticanza della solidarietà, della comune origine, della fratellanza universale con gravi danni per la convivenza pacifica dei popoli; negazione della dipendenza del diritto umano dal diritto divino. Lo stato non ha un'autorità illimitata: deve far convergere tutto al bene comune. L'uomo e la famiglia sono anteriori allo stato. Ferma difesa dei diritti della famiglia. Rispetto del diritto internazionale, del diritto delle genti, come presupposto della pacifica convivenza. I patti vanno rispettati. - Il nuovo ordine internazionale non può stabilirsi con le armi, deve fondarsi sul diritto naturale e rivelato, sulla giustizia e la carità. Fermo impegno della chiesa, ma gli operai sono pochi. La collaborazione del laicato con i sacerdoti nell'apostolato. La famiglia ha una missione speciale. La chiesa rivendica per sé libertà d'azione nell'annuncio dell'evangelo. Davanti al fallimento degli espedienti umani, i popoli guardano alla cattedra di Pietro e aspettano guida e consiglio. La dottrina della chiesa è fondamento sicuro per l'uomo e la società. - L'ora delle tenebre, l'inizio di tragici eventi, la guerra in Polonia. Gli amari frutti dell'odio e della violenza. La preghiera per ottenere la fine delle tribolazioni e un'era nuova.


(2Acta Leonis XIII, vol. XIX, p. 71; EE 3.


(3) Cf. Litt. enc. Quas primasAAS 17(1925), pp. 593-610; EE 5/140-163.


(4Breviarium Romanum, Parasc., respons. IV.


(5Acta Leonis XIII, vol V, p. 118; EE 3.


(6In Ev. Io., tract: 51, n. 13.


(7) Hymn. Fest. Epiph. 


(8) CIC., Orat., 1. II, 9.


(9) S. AUG., Ep. 86ad Marcellinum, c. 3, n. 17.


(10) Doctr. Apost., c. 10.


                  



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO PP. XII 
AD UN GRUPPO DI FUNZIONARI ED IMPIEGATI DI ROMA*

Venerdì, 25 aprile 1952

 

Siate benvenuti, diletti figli di Roma! Da quando, il 10 febbraio scorso, Noi rivolgemmo a tutto il popolo della Nostra dilettissima Città l'Esortazione, nella quale auspicavamo un fervido risveglio di fede e di azione, abbiamo seguito col più vivo interesse quanto si sta operando per rispondere generosamente al Nostro invito.

E poichè Ci auguriamo che Roma saprà dare all'Italia e al mondo l'esempio di un rinnovamento totale nello spirito del Vangelo, Noi stimiamo particolarmente importanti questi incontri coi diversi ceti della popolazione dell'Urbe. Vi esprimiamo quindi il Nostro compiacimento per aver voi mostrato il desiderio di adunarvi intorno a Noi e di manifestare al Vicario di Cristo la vostra risoluzione di una vita più fervorosa e animatrice.

Vogliamo dirvi subito che non ignoriamo e non dimentichiamo affatto il difficile stato economico, in cui molti di voi, come anche altri, si dibattono e salutiamo con la più sincera soddisfazione ogni miglioramento, che abbiate potuto ottenere. È ben chiaro che coloro, dai quali dipende, hanno l'obbligo di fare quanto è da essi per venire incontro ai vostri legittimi desideri. Sia dunque benedetto ogni sforzo intelligente ed onesto, capace di conseguire che le condizioni della economia nazionale rendano possibili nuovi progressi verso l'appagamento del bisogno in cui si trovano tutti quelli che vivono col lavoro quotidiano, affinchè siano messi in grado di provvedere alle necessità delle loro famiglie e alla conveniente e cristiana educazione dei loro figli.

Tutti sanno che il divino Maestro non esitò ad usare la sua onnipotenza per asciugare lacrime, per lenire dolori, per dare la sanità ai malati, la vita ai morti; due volte narra il Vangelo che Egli moltiplicò i pani per sfamare le turbe, che erano corse dietro a Lui. Ora, se Gesù non si disinteressava dei bisogni materiali, non può certo di fronte ad essi rimanere indifferente la Chiesa, nè possono restar -tranquilli i cristiani responsabili, finchè non avranno fatto, anche in questa materia, tutto quello che è in loro potere.

Ma occorre diletti figli, considerare che quelle folle segui- , vano Gesù per ascoltarne gl'insegnamenti, per bere a quella fonte divina l'acqua della verità e dell'amore. Cercate — Egli diceva loro — prima il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato in soprappiù (cfr. Matth. 6, 33). E con quanta liberalità e con quanta abbondanza!

Ecco perchè nell'apprendere con quale attenzione e fervore voi avete seguito le parole di fede che i vostri insigni predicatori son venuti rivolgendovi, nel sapere che avete poi purificato le vostre anime nel Sacramento della Penitenza e le avete nutrite con la Ssma Eucaristia, che avete così cercato in questi giorni il regno di Dio e la sua giustizia, come desiderò Gesù; una calda preghiera è salita alle Nostre labbra: O Padre nostro, che sei nei cieli, questi tuoi figli si sono stretti intorno ai tuoi sacerdoti, come le turbe à stringevano intorno al tuo Figlio divino. Non vorrai tu dare loro il pane quotidiano? E se hanno cercato il regno tuo e la tua giustizia, non vorrai dare loro una vita degna di esseri umani?

Intanto è nata nel Nostro cuore una speranza, che vorremmo si mutasse in certezza. Se tutti gli uomini di oggi avessero sete della parola di Dio e corressero dietro a Gesù per ascoltarlo, non sarebbe forse difficile, se così piacesse al Signore, di assistere ad una misteriosa, nuova e più splendida moltiplicazione dei pani!

Noi Ci felicitiamo della vostra stima per il primato dei va- lori spirituali, ma insieme aggiungiamo che essa non potrebbe essere duratura, se non conservaste e rinvigoriste ogni giorno più la fede, che ne è il presupposto e la base. Noi sappiamo che voi siete santamente orgogliosi del vostro nome e della vostra qualità di cristiani; Ci è noto come siete consapevoli del gran dono della fede soprannaturale, che vi è stata infusa nel battesimo e che una sana educazione ha sviluppato e fortificato nelle vostre anime. Ma talvolta questa fede è senza spirito, è morta, dorme nella memoria come in un libro chiuso. Non è viva, non è operante, non è vivificante. Le formule, che alcuni recitano distrattamente, non divengono l'anima dei loro movimenti. Avviene così che la loro fede tante volte non apparisce.

La fede della Chiesa non è vana, come sarebbe se Cristo non fosse risorto o fosse morto di nuovo. Ecco perchè in questi giorni di gaudio pasquale è tutto un canto, che s'inizia con un festoso Alleluia e si sviluppa con tre temi, i quali sono enunciati, ritornano, s'intrecciano e poi prorompono alla fine in un altro Alleluia di trionfo e di gloria : il Signore è veramente risorto: Surrexit Dominus vere; una volta risorto il Signore non muore più resurgens cx niortuis iarn non moritur (Rom. 6, 9); il Signore è risorto ed è apparso a molti: apparuit multis. Ma sarebbe certo ben vana la vostra fede, se non foste anche voi risorti, se ognuno di voi non avesse il proposito di vivere sempre, di non morire mai, o almeno di risorgere ancora, se la morte dovesse impadronirsi nuovamente delle anime vostre.

Oggi poi urge, come forse non mai, che la vostra risurrezione, la vostra riacquistata grazia divina, la vostra fede operante non rimangano, per così dire, nelle catacombe della vostra vita privata, costrettevi da un falso amor proprio, mentre il timore di una opinione pubblica fallace e la cupidigia, che è dentro di voi, vi farebbero perdere la libertà del giudizio e della deliberazione. Cristo risorto apparve a molti: alla penitente desolata, a Pietro umiliato, agli sfiduciati discepoli di Emmaus, agli Apostoli spauriti e sbandati, a Tommaso l'incredulo. Anche della vostra risurrezione debbono accorgersi molti. Non è facile immaginare l'influsso benefico causato dalla presenza di uomini di fede viva e operante, in mezzo ad un mondo di deboli, di randagi, d'immorali, di paurosi, di miscredenti.

Esercitate dunque la vostra fede: rinvigoritela, vivetela anche in pubblico, tramandatela con la parola franca e con l'esempio coraggioso ai vostri figli e a tutti coloro che verranno in contatto con voi. Ciascuno dei vostri focolari sia una vivida fiamma. che rifulga nel vostro fabbricato, nel vostro rione: siate portatori di luce ove sono le tenebre, portatori di amore ove impera l'odio, portatori di pace ove domina la lotta insana e distruggitrice. Fate ogni sforzo per ricreare un clima di candore e di purezza ove il fango della impurità ammorba l'aria. E anche nei vostri uffici portate l'onestà intemerata, la serietà del dovere fedelmente compiuto.

Con questi sentimenti impartiamo di gran cuore a voi, alle vostre famiglie, ai vostri malati, a quanti vi sono cari, la Nostra paterna Apostolica Benedizione.


 

*Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, XIV, 
 Quattordicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1952 - 1° marzo 1953, pp. 99 - 101
 Tipografia Poliglotta Vaticana

 





PREGHIERA DI SUA SANTITÀ PIO XII 
PER LE VOCAZIONI RELIGIOSE*



Signor nostro Gesù Cristo, modello sublime di ogni perfezione, che non soltanto induci incessantemente le anime privilegiate a tendere verso così alta meta, ma le muovi altresì con la forza poderosa del tuo esempio e con l'impulso efficace della tua grazia, affinché ti seguano in così eccelso cammino; concedi che molte sappiano e vogliano corrispondere alle tue dolci ispirazioni, abbracciando lo stato religioso, per godere in esso le tue cure speciali e le tue tenere predilezioni.

Fa che in tal guisa non manchi mai chi, messaggero della tua carità, ti rappresenti giorno e notte presso la culla dell'orfano, al capezzale del sofferente, a fianco del vecchio e dell'infermo, che forse non avrebbero altrimenti sulla terra alcuno che porgesse loro una mano pietosa; fa che, nelle umili scuole come dalle alte cattedre, risuoni sempre una voce, eco della tua, che insegni la via del cielo e i doveri propri di ognuno; fa che nessuna terra, per quanto inospitale e remota, sia priva della chiamata evangelica, invitante tutti i popoli ad entrare nel tuo regno; fa che si moltiplichino e crescano quelle fiamme, con le quali deve dilatarsi l'incendio del mondo, e in cui brilla in tutto il suo splendore la santità senza macchia della tua Chiesa; fa che in ogni regione fioriscano giardini di anime elette, che nella contemplazione e nella penitenza riparino le colpe degli uomini e implorino la tua misericordia. Fa che nella continua immolazione di questi cuori, nella purezza nivea di questi spiriti, nella eccellenza delle loro virtù, viva sempre sulla terra quell'esemplare consumato dei figli di Dio, che tu venisti a rivelarci.

Manda a queste falangi dei tuoi prediletti numerose e buone vocazioni, anime salde nel fermo proposito di rendersi degne di grazia così segnalata e del santo Istituto cui aspirano, con la esatta osservanza dei doveri religiosi, con la preghiera assidua, la mortificazione costante, la perfetta adesione della loro volontà a tutto quello che è il volere tuo!

Illumina, o Signore Gesù, molte anime generose con gli ardenti fulgori dello Spirito Santo, amore sostanziale ed eterno, e per la potente intercessione della amorosissima tua Madre Maria, suscita e mantieni fervido in esse il fuoco della tua carità, a gloria del Padre e del medesimo Spirito, che con Te vivono e regnano per tutti i secoli dei secoli. Così sia!

 

Die 9 Martii 1957

Ssmus  D. N. Pius Div. Prov. Pp. XII christifidelibus, supra relatam orationem devote recitantibus, benigne tribuere dignatus est Indulgentiam decem annorum singulis vicibus, necnon Indulgentiam plenariam, suetis conditionibus lucrandam, dummodo quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fuerit. Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

N. Card. CANALI, Paenitentiarius Maior



[Modificato da Caterina63 07/12/2017 15.46]
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