DIFENDERE LA VERA FEDE
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Cosa si intende per Dottrina Cattolica

Last Update: 11/17/2017 12:10 PM
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4/12/2016 11:38 PM
 
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  La dottrina della chiesa


tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testoAPOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection


 


INTRODUZIONE


La Vera dottrina della Chiesa. - " Si devono credere con fede divina e cattolica tutte quelle verità che son contenute nella parola di Dio, scritta o trasmessa per tradizione, e che la Chiesa, con giudizio solenne o col magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelate " (Denzinger, 1792). Da queste parole del Concilio Vaticano emerge la vera e propria nozione di dottrina della Chiesa.


Oltre gl'insegnamenti che la Chiesa ci presenta col suo magistero infallibile, straordinario oppure ordinario, ve ne sono altri che non ci sono però proposti come dommi di fede. In questo caso i fedeli devono prestare un assenso inferiore, non già assoluto non essendovi impegnata l'infallibilità della Chiesa, ma prudenziale e condizionato, poiché nelle questioni di fede, in attesa che la Chiesa si pronunci in modo definitivo, qualora si induca a farlo, c'è la presunzione in favore di quello che già appare come il pensiero della maestra di verità.


Abbiamo infine le opinioni dei teologi in materia libera, che godono di probabilità più o meno grande, secondo il numero e il credito dei teologi e secondo il valore dei loro argomenti. Ma questo è il sentire dei teologi, non la dottrina della Chiesa.


Non è possibile che la dottrina della Chiesa sia in contraddizione con le certezze della ragione, che viene da Dio come la fede. Infatti il Concilio Vaticano (Denzinger, 1797) dice che "Dio non può negare se stesso, né il vero può contraddire il vero. La vera apparenza di questa contraddizione, sorge soprattuito o perché i dommi della fede non sono compresi ed esposti conforme al pensiero della Chiesa, o perché si prendono opinioni inconsistenti come massime della ragione ".


Pregiudìzi del di fuori. - Gli scrittori estranei od ostili alla Chiesa occupandosi della sua dottrina hanno talvolta dimostrato una povertà d'informazione e un'ignoranza elementare sconcertanti.


Dicono, ad esempio, che il domma della Trinità significa 3=1. Gratry aveva protestato contro simile interpretazione e ricordato che il domma va enunciato cosi: "Vi sono tre persone divine nell'unità di natura divina", e che quindi l'unità e la trinità di Dio non sono affermate nello stesso senso e sotto lo stesso rapporto. Gli fu risposto che questo non è il domma, e che egli ignorava il suo catechismo, e che era ben strano che un prete dell'Oratorio parlasse così, te Ricordò anche, scrive Gratry, che in una conversazione un uomo di spirito e di buona fede, mi sosteneva in modo assoluto che, secondo la dottrina cattolica, il corpo è il male. Risposi che ciò è un'eresia, un'assurdità; ricordai l'eresia manichea, a tutti nota e condannata dalla Chiesa proprio perché aveva sostenuto che il corpo è il male. Ebbene, non son riuscito a convincere il mio interlocutore " {Filosofia del Credo, Ed. Cantagalli, Siena 1936, pag. 78).


Quante enormità si son dette sul peccato originale e sulle sue conseguenze! Secondo J. J. Rousseau (Lettre à M. de Beaumont, in Oeuvres, 1820, t. X, p. 20) la Chiesa insegna che a Dio crea tante anime innocenti e pure, proprio per unirle a corpi colpevoli e condannarle tutte quante all'inferno, senz'ateo delitto che quest'unione, che è opera sua "; secondo Michelet (Bible de l'humantté, 1864, p. 479) " il bambino, l'innocente (è) creato espressamente per l'inferno "; secondo Leconte de Lisle i bambini non battezzati, nell'inferno, vengono torturati " in modo spaventoso, perché sono morti prima del sacramento ".


P. Janet (Revue des Deux Mondes, 15 maggio 1869, p. 362) obietta che la dottrina della caduta non spiega il dolore e la morte degli animali, ignorando che secondo il dogma il dolore e la morte sono l'effetto del peccato originale non per gli animali, ma solo per l'uomo, naturalmente passibile e perituro, che con un privilegio preternaturale era stato esentato dalla sofferenza e dalla morte. Quante volte si disse che la Chiesa insegna il peccato originale essere stato la rovina della naturai J. Payot, per esempio (Revue Philosophique, dicembre 1899, p. 601) pretende che a noi abbiamo ereditato il nostro sistema educativo in gran parte dalla tesi cattolica che la natura umana è fondamentalmente cattiva e corrotta "; ma questa anziché della Chiesa cattolica, è la tesi di Calvino e di Giansenio, che la Chiesa ha condannato.

Le stesse inesattezze sulla formazione del mondo. G. Séailles (Les affirmations de la conscience moderne, 1903, p. 6) proclama che a i dommi rispondono a una scienza e a una filosofia ormai soppiantate da una coscienza e una filosofia nuova "; e per dimostrarlo suppone che la fede della Chiesa sia legata al sistema astronomico di Tolomeo. Tale errore fu recentemente rinnovato dal filosofo L. Brunschvicg, ma, in una discussione alla Società Francese di Filosofia, Stefano Gilson ed E. Le Roy hanno rilevato la forma caricaturale sotto cui egli vede il cristianesimo (cfr. Bulletin de la Sodétè Frangaise de philosophie, 1928, p. 50-51, 56-59, 73).

 

Un libro, che è un affastellamento di dommi falsamente attribuiti alla Chiesa (I conflitti della scienza e della religione dell'americano J. W. Draper; trad. frane. 12 ed. 1908) contiene tra il resto, (ed. frane, p. 261) questa inverosimile affermazione, che cioè il papa " non può reclamare l'infallibilità in materia religiosa senza contemporaneamente reclamarla in materia scientifica. L'infallibilità comprende tutto e implica l'onniscienza ".

 

Altri, come molti protestanti, confondono l'infallibilità con l'impeccabilità. T. de la Rive, (De Genove a Rome, 1895) ha dato alcuni esempi per mostrare come l'ambiente protestante, da cui è venuto al cattolicesimo, conosce male le dottrine cattoliche. Vi son protestanti i quali credono ancora che noi adoriamo la Vergine e i Santi; alle volte pensano che noi intendiamo la presenza reale nel senso più materiale della parola, in modo che in ogni ostia consecrata c'è un frammento, d'eguali dimensioni, del corpo di Cristo; immaginano che, secondo noi, la parola del sacerdote agisca per se stessa, senza bisogno delle disposizioni interiori, del pentimento del penitente; che sia possibile lucrare un'indulgenza in previsione d'un peccato che vogliamo commettere, ecc.

 

Rincalzi del didentro. - Vi sono pure cattolici sinceri che han preso cantonate. Non bisogna confondere la teologia col domma. Nella teologia, come nella scienza, vi sono le ipotesi e le verità incontestabili; accanto ai dommi definitivi vi sono le opinioni discutibili. Teologi e apologisti laici, più provvisti di buona volontà che di scienza, vollero imporre le loro idee personali in nome della fede e parlare in nome del domma quando il domma non diceva nulla.

 

Non insistiamo sull'ingenuità d'un Vittorio de Bonald (Molise et les gèologies modernes, 1835) per il quale la geologia è trascurabile, avendo già la Genesi raccontato le origini del mondo, e quindi non potendo gli studiosi aggiungere nulla al racconto di Mosè. È deplorevole si sia dimenticato che Sant'Agostino e San Tommaso avevano detto (e Leone XIII lo confermò nell'Enciclica Providentissimus) ". che la Scrittura in materia strettamente scientifica, non si esprime con linguaggio scientifico, ma sicut communis sermo per ea ferebat tempora " (Denzinger, 1847). Per conciliare la Genesi con ipotesi successive furono accatastati concordismi caduchi e disastrosi d'ogni genere.

 

A. de Lapparent (Science et apologétique, 1905, p. 271-287), trattando i doveri dell'apologista cristiano, segnala deficienze incredibili, ma reali. Qualcuno scrisse : " II calcolo infinitesimale è tutto quanto fondato sopra un errore, e peggio ancora sopra un errore contrario alla rivelazione ". Un apologista negli strati di carbon fossile volle vedere una prova decisiva del diluvio, " Invano gli si fece osservare che, senza dubbio, l'età del carbon fossile risale ad un'epoca considerevolmente anteriore all'esistenza dell'uomo... Non solo non volle abbandonare il suo sistema, ma sollecitò rumorosamente l'anatema contro qualsiasi dottrina che non vi si ispirava in modo esclusivo ".

 

La condanna di Galileo da parte dell'Indice e del Sant'Ufficio (non però dell'infallibile magistero della Chiesa) è un fatto unico e deplorevole, anche se le sue circostanze aiutano a spiegarlo; tuttavia ebbe almeno il vantaggio di rendere chiarissima la necessità che la teologia non usurpi il campo della scienza.

 

Divisione del soggetto. - Tre note principali segnano la dottrina della Chiesa: la coesione, la stabilità unita al progresso, la pienezza. C'è una quarta nota essenziale: la fecondità; ma se ne parlerà nei trattati dedicati alla morale, all'azione e alla santità della Chiesa.

 

La Chiesa ha la coesione. Lungi dall'essere in contraddizione con se stessa e con le conoscenze umane, la sua dottrina forma una sintesi in cui tutto si sostiene e si lega, dove s'accorda con le conoscenze certe, scientifiche o di altro genere, possedute dal genere umano.

 

Essa ha insieme la stabilità e il progresso, come vuole la legge della vita, che richiede la persistenza dell'essere costantemente identico a se stesso e la esplicazione, a mano a mano che il vivente sviluppa la sua attività sempre feconda, delle virtualità che contiene in se stesso.

 

Essa ha la pienezza e fa conoscere tutto il necessario a sapersi da tutti gli uomini di tutte le condizioni, paesi e tempi.

 

 

 

Quando avremo studiato questo triplice carattere della dottrina della Chiesa, ci chiederemo se siffatta eccellenza dottrinale sia semplicemente umana o più che umana e spiegabile solo con un intervento di Dio.





[Edited by Caterina63 4/12/2016 11:39 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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CAPITOLO I. - LA COESIONE DELLA DOTTRINA DELLA CHIESA


§ 1. - Le armonie del domma.


a) Coesione interna delle dottrine. - La contraddizione non affiora in nessuna parte della dottrina della Chiesa. L'abate de Tourville (Lumière et vie, 1924, p. 22) nota giustamente che se tra gl'insegnamenti cosi numerosi, straordinari e talvolta complicati, ci fosse una contraddizione reale, indubbiamente " sarebbe ben conosciuta, e ripetuta ovunque; ma cosi non è ".


Le dottrine della Chiesa non solo sfuggono alla contraddizione, ma si sostengono e s'accordano tra loro. La sintesi che le raggnippa e in cui si rafforzano a vicenda può essere ordinata in molti modi. La più semplice e forse la migliore è quella tracciata nel simbolo degli apostoli secondo cui l'idea centrale della dottrina cattolica è che Dio vuole la salvezza degli uomini mediante Cristo : donde le divisioni seguenti.


Dio considerato in se stesso, nell'unità della natura e nella trinità delle persone;


Dio creatore del mondo, degli uomini, degli angeli (quest'ultimi vengono considerati meno per se stessi che per il loro compito nell'economia della nostra salvezza).


Dio che eleva l'uomo allo stato soprannaturale, cioè alla partecipazione della sua vita divina, quaggiù mediante la grazia, nell'eternità mediante la gloria.


Dìo che ricrea in qualche modo ciò che il peccato aveva distrutto, restaurando l'uomo nella vita soprannaturale mediante il Verbo incarnato e redentore, Figlio di Dio e Figlio di Maria.


Dio santificatore: Cristo, Verbo incarnato e Redentore, si continua, si comunica attraverso la Chiesa, suo corpo mistico, di cui Egli è il capo, e compie mediante essa l'opera della nostra salute, restituendoci la grazia, data soprattutto attraverso i sacramenti, purché la libertà dell'uomo cooperi con la grazia.


Dio rimuneratore: la salute eterna conseguita o perduta secondo il nostro sì o il nostro no definitivi alla grazia di Dio.


b) Cristo centro della sintesi dottrinale. - Tutto si riassume nel detto di San Paolo (I Tim., 2, 5) : Unus Deus, unus est mediator Dei et hominum, homo Christus Jesus. Tutto qui: Dio, l'uomo, l'uomo-Dio. Tra Dio e gli uomini c'è un mediatore, ed è l'Uomo che non è soltanto uomo, ma è anche Cristo, cioè il Verbo incarnato il quale, essendo l'Uomo-Dio, o Cristo, è Gesù, cioè Salvatore. L'Uomo-Dio, vero Dio e vero uomo, il quale essendo a un tempo vicino a Dio e all'uomo è capace di riconciliare l'uomo e Dio; inclina Dio verso l'uomo, senza che Dio sia minorato, per quanto discenda in basso; rialza l'uomo verso Dio, senza che l'uomo sia sopraffatto, per quanto salga in alto.


L'Uomo-Dio, che è il tutto di Dio e dell'uomo, colui in cui sussistono tutte le cose, in quo omnia Constant (Col., 1, 17).


Già al primo colpo d'occhio si scorge che tutte le dottrine della Chiesa fanno corpo con questa dottrina centrale, ma lo si vede tanto meglio quanto più si va a fondo. Sarebbe interessante constatare come tanti spiriti acuti furono colpiti da quest'accordo delle dottrine della Chiesa tra loro e dal loro legame con la dottrina cristologica, ma ci limitiamo ad alcune indicazioni significative.


Newraan, nel suo celebre Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana (trad. frane. Gondon, 1848, p. 161), scrive a questo riguardo: a L'incarnazione è l'antecedente della dottrina della mediazione, e insieme l'archetipo del principio sacramentale e del merito dei santi ". E dopo aver enumerato alcuni dogmi che ne derivano, condude: " Questi sviluppi separati non sono indipendenti tra loro, ma sono legati da rapporti intimi e crescenti insieme ".


T. de la Rive (De Genève à Rome, trad. frane, cit., pp. 190-197) descrisse il suo stupore estatico nel comprendere a che tutte le devozioni e tutti i dommi essenzialmente cattolici sono concatenati e si spiegano a vicenda... La presenza reale, la confessione, le indulgenze, la concezione immacolata di Maria, il suo culto e quello dei santi, dei morti, del Sacro Cuore sono soltanto le affermazioni variate della divinità di Gesù Cristo o modi diversi di rendere omaggio a questa divinità. Poiché non bisogna ingannarsi: è sempre Gesù Cristo, la sua potenza, il suo amore, la sua persona, che ci viene indicato da ognuno di questi dommi, e a Lui si riduce ciascuna di queste devozioni ". La scoperta gli causò una dolcezza prodigiosa. " Quando divenni cattolico, provai un sentimento analogo a quello che si deve provare quando, dopo die si è letta spesso la vita di qualcuno, se ne fa la conoscenza personale e ci si trova in rapporti diretti con lui. Nel Gesù Cristo della Chiesa ho riconosriuto il Gesù Cristo del Vangelo; ma capii che se il Vangelo è il racconto della sua vita, la Chiesa è la sua stessa vita; e mi accorsi che ero passato da una relazione già affettuosa e salutare a un grado superiore di relazione, tutta intima e più attiva ".


Le stesse impressioni ha una delle grandi anime dei nostri tempi, Maddalena Semer. F. Klein (Une expénence religieuse. Madeleine Sémer convertie et mystique, 1923, p. 256) cita queste sue righe: "Che cosa c'è di più vero e di più bello del domma? Per me la religione cristiana è l'unione dell'anima a Dio mediante Gesù Cristo, e nient'altro, perché qui c'è tutto. Da questa sommità io discenderò incontro a tutto; del resto è il mio modo, o piuttosto (perché non sapevo quello che facevo) la maniera di Dio su di me. Ho voluto il bene per la sua grazia; ho trovato Dio. Ho scelto il Cristo come maestro e un giorno nella mia preghiera lo ricevetti come Verbo incarnato, sposo delle anime, vivente in loro. Con la sua vita ho conosciuto la Santissima Trinità, la bellezza della Chiesa, la Vergine Immacolata, e tutti i santi. Senza che ci avessi pensato, un bel giorno mi sentii figlia e protetta di San Giuseppe. Ed ecco, tutte le rivelazioni si succedono in me nell'ordine che ebbero nel mondo e nella Chiesa! ".


c) L'eresia, rottura dell'equilibrio dottrinale. - Quella delle eresie è la storia dei tentativi fatti per distruggere la coesione della dottrina cattolica. Pascal (Pensées, ed. V. Giraud, 1913, pp. 385-386; trad. it. La Scuola, Brescia 1948, p. 187-188) dice che " c'è un gran numero di verità e di fede e di morale che sembrano ripugnare tra loro e invece sussistono in un ordine ammirabile.


 


La fonte dell'eresia è sempre l'esclusione di qualcuna di tali verità... Gli eretici non potendo capire come due verità opposte si concilino e credendo che l'ammissione di una implichi l'esclusione dell'altra, si aggrappano ad una ed escludono l'altra, e pensano che noi facciamo il contrario. Ora l'esclusione è la causa della loro eresia, e la nostra ignoranza è l'altra causa, che da origine alle loro obiezioni ".


Pascal cita come esempio proprio il mistero del Cristo che possiede la natura divina e la natura umana nell'unità della persona divina. Egli dice che " gli ariani non potendo accordare queste cose che credono incompatibili, dicono che egli è uomo, e in questo sono cattolici; ma negano che egli sia Dio, e in questo sono eretici. Essi pretendono che noi neghiamo la sua umanità: in questo sono ignoranti ". Negando la divinità di Cristo rendono incoerente il domma. Se Cristo non è Dio, non potè essere vero mediatore tra Dio e gli uomini, sollevare gli uomini fino a Dio e dare per gli uomini una riparazione degna di Dio.


Però non fu solamente rigettata la divinità di Gesù Cristo, a La Chiesa, dice ancora Pascal, dovette faticare per mostrare contro i negatori che Gesù Cristo era uomo, come aveva faticato a far vedere che egli era Dio ".


La negazione dell'umanità di Cristo assunse le forme più varie. Snidato e condannato in un punto, l'errore si portava in un altro: i doceti dicevano che Cristo ebbe soltanto un corpo apparente o fantastico; alcuni gnostici dissero che ebbe un corpo reale ma astrale, celeste, non umano; gli aftartodoceti sostennero che Cristo certo ebbe un vero corpo umano, ma impassibile; l'apollinarismo insegnava che prese un corpo passibile e un'anima sensibile, ma non ragionevole; i monofisiti dicevano che egli prese tutta la natura umana corpo e anima, ma unita alla divinità in modo da formare con essa una sola natura e da esserne assorbita e come annegata; il monotelismo asseriva che il Verbo prese la natura umana distinta dalla natura divina, ma non la volontà e le operazioni umane. Sono tutti modi di dire che Cristo non era vero uomo, che la sua vita umana, apparentemente simile alla nostra, fu soltanto un'illusione, un continuo inganno, che egli non ci ha salvati con un vero sacrifido di sé, ma con uno simulato e che quindi non si può credere all'amore che lo immolò: amar sacerdos immolat. Se egli era Dio senz'essere vero uomo, non potè essere strettamente mediatore tra gli uomini e Dio, ossia intervenire direttamente presso Dio a nome degli uomini: così il domma fondamentale della Chiesa, quello del corpo mistico di Cristo, perde ogni senso.


A sua volta il nestorianesimo abolisce Cristo mediatore, immaginando che Egli risulti d'un uomo e d'un Dio, che conservano entrambi la propria personalità. Al Dio che è eternamente e assume nel tempo la natura umana, facendosi uno di noi, nostro fratello, che morì per noi, e quindi possiamo amare teneramente, intimamente, il nestorianesimo sostituisce due persone, che restano distinte conservando ambedue il proprio io, unite solamente dail'amicizia o dalla vita della grazia con un'unione simile a quella di Dio e i giusti. Perciò il Bambino della mangiatoia, il Crocefisso del Calvario sarebbe bensì un uomo molto santo, molto caro a Dio, ma solo un uomo, un uomo lontano, e Maria sua Madre ancora più lontana da noi. Dio resta inaccessibile per noi. Tra lui e noi Cristo non soppresse le distanze, come vuole la mediazione e l'amore esige.


Lo stesso accade per tutte le eresie, che distruggono l'equilibrio della dottrina cattolica inserendovi la contraddizione.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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4/12/2016 11:41 PM
 
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§ 2. - II domma e le conoscenze umane.

a) I misteri non contraddicono la ragione. - Concordi fra loro, le dottrine della Chiesa si accordano pure con le conoscenze umane incontestabili. Possiamo qui ripetere ciò che si disse coesione interna di queste dottrine. a Se per un punto qualsiasi ci fosse una contraddizione manifesta, provata, acquisita, sarebbe ben conosciuta e ripetuta dappertutto. Ma non è cosi. Furono fatti e si fanno tuttora sforzi per stabilire qualche contraddizione di tal genere, senza però accertarne alcuna " (H. de Tourville, Lumière et vie, p. 21). Si obietterà che nella dottrina cattolica vi sono i misteri e, col pretesto che sono superiori alla ragione, si cercherà di metterli in contraddizione con essa. Lo si fece spesso, ma a torto.

Altro è ciò che supera la ragione, altro ciò che la contraddice. Dire a un bambino che splende il sole nel cuore della notte, significa dirgli un assurdo, che ha il diritto di respingere sdegnato;' invece formulargli una delle innumerevoli verità scientifiche, di cui non ha il minimo sentore, è parlargli di cosa che non è alla portata della sua intelligenza, ma che egli non potrebbe ragionevolmente accusare di errore. Sarebbe ridicolo che un cieco negasse l'esistenza della luce solo perché non la percepisce.

I misteri non sono contro la ragione. Il Credo quia obsurdum, che viene attribuito alla Chiesa, è estraneo al suo pensiero. È una battuta, se non in questa forma almeno in espressioni equivalenti, di Tertulliano; la quale impegna la responsabilità di questo scrittore, non quella della Chiesa. E poi tale espressione posta nel contesto di Tertulliano, è una di quelle figure retoriche che sono suscettibili d'un senso accettabile. Nulla è più infondato del pregiudizio che, sulla base del pretesto Credo quia absurdum, si rappresentano i misteri come certe assurdità ben definite e proposte ai fedeli per provarne la fede, per distruggerne l'indipendenza di spirito, per sottometterli alla Chiesa legati mani e piedi; i misteri sarebbero fatti, anziché per soddisfare lo spirito, per affrontarlo, combatterlo e spegnerlo. La Chiesa sostenne sempre i diritti della ragione nel campo che le è proprio, e il Concilio Vaticano ha proclamato l'impossibilità d'un conflitto tra fede e ragione, perché lo stesso Dio che rivelò i misteri, diede all'anima umana il lume della ragione (cf. Denzinger, 1797).

Certo, non comprendiamo interamente il mistero, ma esso non è immerso nell'oscurità assoluta. Infatti, scrive Brunhes (La foi et sa justification ratio-^ nelle, p. 130), " è lapalissiano che Dio non ha parlato all'uomo per non dirgli nulla e presentare al suo spirito un puro inintelligibile. Nella Trinità comprendiamo molto bene che in Dio vi sono tre persone e una sola natura; quello che ci sfugge è il possesso di quest'unica natura da parte di tre persone ". Così negli altri misteri afferriamo le idee, senza cogliere il legame che le unisce, pur sapendo che c'è questo legame. Perfino la psicologia umana è almeno parzialmente impenetrabile; che meraviglia che non si possa percepire a fondo la psicologia divina? Per poter comprendere Dio come si comprende Egli stesso, o anche solo come l'uomo, che pur comprendiamo imperfettamente, dovremmo essere: come Dio o Dio dovrebbe essere come noi. Forse che le ricchezze divine non devono superare la capacità delle nostre concezioni terrene e limitate? a Lungi dall'essere un'obiezione contro i nostri dommi, dice il Bainvel (D A.F.C, t. II, col. 72), la trascendenza degli oggetti della nostra fede, diviene anzi una presunzione in, favore della fede stessa, quando si comprende che tale trascendenza non è mai in contraddizione con la ragione e che, all'opposto, ha armonie mirabili e convenienze con la natura e le verità naturali ".

b) I misteri richiamano verità dimenticate. - Ispirandosi a San Tommaso (C. Gentes, I, e IV), il Concilio Vaticano dichiara: "Grazie alla divina rivelazione, le verità religiose che per sé non sono inaccessibili alla ragione, nel presente stato dell'umanità possono venir conosciute da tutti facilmente, con ferma certezza e senza errori; tuttavia non si deve dire per questo che la rivelazione sia assolutamente necessaria " (Denzinger, 1786).

Difatti la storia dimostra che le verità fondamentali della religione naturale, quali l'unità di Dio e i suoi principali attributi, la creazione, la Provvidenza, la spiritualità e l'immortalità dell'anima, i doveri essenziali verso Dio, il prossimo e noi stessi, nel loro insieme furono disgraziatamente ignorati tra i popoli privi della rivelazione. Perfino i dotti, i più illustri e migliori filosofi, come un Aristotele, un Platone, un Seneca, un Marco Aurelio, gustarono la loro dottrina religiosa e morale con i peggiori errori.

La qual cosa è continuata anche dopo la comparsa del cristianesimo. Gli spiriti colti, estranei alla fede cristiana, pur vivendo un'atmosfera tutta impregnata di cristianesimo e beneficiando, senza accorgetene, delle luci del loro atavismo cristiano, caddero negli stessi errori. L'irriverente frase di Montaigne (Essais, II, e. XII) : " Chi affastellasse un mucchio d'asinerie della sapienza umana, direbbe meraviglie ", si applica a tutto ciò che fu scritto nei secoli sulla verità e i precetti della religione naturale. La dottrina cattolica fu la costante salvaguardia della loro conoscenza proporzionandola a tutte le capacità.

c) La trascendenza dei misteri è una perpetua fonte di luce per la mente. - Essa da all'uomo un'idea di Dio, che stupisce per l'ardimento e insieme per l'adattamento alla nostra condizione umana; idea che, inquadrando la nozione puramente razionale di Dio, la supera sotto tutti gli aspetti, come un gigante che si erge dietro un bambino.

La Trinità. - Alla concezione razionale di Dio mancava la conoscenza della sua vita intima. Il domma della Trinità colma la lacuna e lascia intravedere la psicologia di Dio rivelando una simpatica e inimmaginabile analogia tra la vita intima di Dio e la vita intima dell'anima umana.

Grazie a questa conoscenza sovreminente, dice il Card. Pie (Oeuvres, 1873, t. V., p. 83), " noi non siamo più nella condizione di doverci rifugiare nel pirronismo religioso, per la deplorevole alternativa o d'ammettere la pluralità degli dèi (quindi la pluralità degl'infiniti il che è assurdo) o di credere a un Dio indolente e addormentato, schiacciato dal peso d'una natura infinita, eternamente impotente a produrre altro che non sia il finito ". Noi evitiamo il duplice pericolo di vedere in Dio solo un ideale, o di confonderlo con l'universo. L'assoluta trascendenza di Dio viene quindi mantenuta al riparo da tutte le forme del panteismo. Un filosofo oculato come G. Dumesnil, era colpito dall'impeccabile coerenza logica della dottrina della Chiesa, dalla sintesi che essa ne presenta, e specialmente dal domma trinitario, che viene in aiuto della ragione per spiegare la vita intima di Dio e premunire contro i sistemi che, non distinguendo la vita intima di Dio e i suoi atti esterni, conducono alle affermazioni più irrazionali e immorali.

Anche solo per questo il domma della Trinità serve alla ragione e, per giustificarlo è troppo poco dire che non le è contrario. C'è di più. Conosciuta con la fede la Trinità, la ragione può trovare nelle sue concezioni " qualcosa che la incammina, per quanto sia grande la distanza, alla conclusione che le ha dato la rivelazione ". Non tutto ciò che è stato detto a questo riguardo ha lo stesso valore. In particolare non vorremmo avere un eccessivo attaccamento alla ricerca delle vestigie trinitarie nella creazione, anche se Keplero trovò qui il punto di partenza per la scoperta delle leggi dell'astronomia. Non possiamo tuttavia non essere impressionati dalla comparsa costante del numero ternario nel mondo esterno e specialmente nell'anima; seguendo Sant'Agostino, San Tommaso, Bossuet, Gratry, l'abate de Tourville, ecc, siamo condotti a far convergere sul mistero fondamentale impenetrabile dell'unità della natura nella trinità delle persone, questo riflesso di luce divina percepito nell'anima umana, " creata a immagine di Dio e che è pure essa verbo interiore, pensiero, e anche volere e amore ".

Gli altri misteri sono egualmente fonti inesauribili di spiegazioni... Considerati nel loro rapporto e coerenza con tutto il resto, cioè immersi nell'esperienza, i misteri operano come un lievito che fa fermentare tutta la massa-Appartenendo essi all'inesplicabile, i misteri non sono direttamente dimostrabili. Però dice J. Rivière (A la trace de Dieu, 1925, pag. 43), a essi sono provati da tutto ciò che spiegano. Una volta che li abbiamo accolti come veri, ci sentiamo presto schiacciati dalle prove, che ci vengono da ogni parte ". J. Rivière adduce l'esempio del mistero del peccato originale, e a la straordinaria messe di prove che fa crescere e ci fa raccogliere dopo che abbiamo anche solo acconsentito a riceverlo e a camminare nella sua luce ".

J. Rivière si unisce così a Sant'Agostino, Origene, San Giustino e a tutti gli antichi apologisti, i quali illuminavano i pagani che volevano confutare o convenire, sulle convenienze dei misteri, e sulle loro analogie con il miglior pensiero antico. Gli apologisti moderni hanno forse insistito troppo sulle ragioni di credere all'esistenza della rivelazione. Ma l'esperienza dimostra che ancora oggi l'oggetto da credere fa eguale e talvolta maggior presa sulle intelligenze che non le ragioni di credere, e che è sempre opportuno sottolineare le sublimi soddisfazioni che la ragione può trovare nel concatenamento delle dottrine offerte dalla nostra fede, nella loro armonia con i bisogni e le aspirazioni dell'anima umana, nell'accrescimento di luce con cui la fede arricchisce la ragione.

L'Incarnazione. - II mistero di Cristo, centro della dottrina della Chiesa, ci offre un esempio sintetico di quanto riguarda l'accordo di questa dottrina con le conoscenze umane.

Anzitutto nel mistero dell'Incarnazione non v'è nulla che contraddica la ragione. Ci sarebbe contraddizione se natura e persona fossero sinonimi sotto ogni aspetto, ma non lo sono. La persona è il principio che agisce, l'io responsabile; la natura è quello per cui agisce; la persona è individuale, la natura umana è di tutti gli uomini; la natura è comunicabile a più, la persona incomunicabile. Io ho una natura e sono una persona.

 

Troviamo un paragone (imperfetto ma utile) nel simbolo Atanasiano: " Come l'anima ragionevole e la carne sono un solo uomo, cosi Dio e l'uomo sono un solo Cristo ". L'unità della persona umana, fatta di corpo e anima, due elementi tanto dissimili, sussiste nello stesso io. lo penso, io sono immortale per la mia anima; io mangio, io muoio per il mio corpo. La mia anima, impadronendosi del corpo, se lo unisce così bene da elevarlo con sé all'onore della personalità. Che misterol E perché la potenza di Dio non può, fare alcunché di analogo in Cristo? Perché una persona divina non può far sussistere in sé la natura umana? Il nostro corpo, invece di sussistere come animale, riceve la sussistenza d'un'anima intelligente e dice un io ragionevole. Perché la natura umana, invece di trovare il suo complemento in una personalità umana, non lo potrebbe trovare in una persona divina, con la quale direbbe il suo io divinamente piuttosto che dirlo solo umanamente? La natura umana sarebbe una persona umana se non fosse comunicata affatto a una persona superiore, se non fosse presa dal Verbo. Perché questa persona superiore, divina, infinitamente potente e sapiente, non potrebbe fare in questa natura umana quello che fa la persona umana? Se lo fa, che guadagno per la natura umana, la quale lungi dall'essere privata della perfezione che poteva ricevere dalla persona umana, riceve in meglio la stessa perfezione della persona divinai

Di qui s'intrawede come la persona di Cristo, vero Dio e vero uomo, possa produrre atti divini e atti umani, e questi ultimi d'un valore illimitato per l'unione della natura umana con la persona divina. Un albero, per esempio un melo che produce mele bianche, non può ricevere in uno dei suoi rami un innesto di melo che produce mele rosse e così produrre mele bianche coi rami nati dal suo tronco, e mele rosse col ramo innestato? Abbiamo così mele diverse da un solo e identico melo.

Quindi, pur restando impenetrabile alla ragione, il mistero di Cristo non d urta; anzi quando lo possediamo proietta una luce meravigliosa su Dio e sull'uomo!

Nella nostra conoscenza di Dio viene colmata un'enorme e dolorosissima lacuna. Una concezione solo metafisica di Dio potrebbe mostrarcelo troppo superiore all'uomo e lontano dalle nostre simpatie. L'Uomo Dio pone Dio alla nostra portata e ormai sappiamo essere possibili intimi rapporti tra il Creatore e noi.

Storicamente constatiamo che l'omaggio dovuto a Dio per la religione naturale è raro e povero finché viene ignorato il mistero di Cristo. Dio è conosciuto, servito, amato in quanto si conosce e si ama Cristo. Giustamente fu detto " che la religione naturale attende ancora il suo San Vincenzo de' Paolil " E quali conseguenze per l'uomo! che sicurezza, che forza, che dolcezza nel sapere e sentire che Dio s'è reso così prossimo, così familiare! che invito a rispondere con l'amore all'amore del nostro Dio! Sic nos amantem quis non redamaret! Quale insegnamento nella vita e nella morte del Cristo! E come non ricordare, senza parlare del resto, gli splendori del domma dell'incorporazione a Cristo, della Chiesa corpo mistico di Cristo e della comunione dei santi? Non viene forse definitivamente garantita la fraternità di tutti gli uomini? Infatti per essere fratelli gli uomini devono avere un Padre comune, che può solo essere colui che Sant'Agostino (Confess., 9, 12) chiamava Patrem omnium fratrum Christi tui.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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CAPITOLO II. - LA STABILITÀ E IL PROGRESSO DELLA DOTTRINA DELLA CHIESA

§ 1. La verità cattolica permane identica a se stessa.

a) Se il domina è vero non può disdire se stesso. - I precetti possono variare con le circostanze, come quelli d'un padre al bambino che sono diversi da quelli che gli da quand'è giovanotto. La patria in tempo di pace modifica le leggi del tempo di guerra. Cambia il modo d'essere: chi è seduto starà in piedi, ma l'essere non muta nella sua essenza. Siccome Dio è Creatore e l'uomo è la sua creatura, fu ed è sempre necessario che l'uomo tratti Dio come creatore e tenga il suo posto di creatura, riconoscendo che Dio, padrone supremo, onnipotente, ottimo ha diritto all'adorazione, al ringraziamento, alla domanda e, se l'uomo l'ha offeso, alla riparazione. Le relazioni tra Dio e l'uomo furono, sono e saranno sempre le stesse. Se è vero che Dio è uno nella natura e trino nelle persone, questo rimane vero e lo sarà per sempre.

Allo stesso modo non cambiano nemmeno i fatti. Fu un fatto che il Figlio di Dio s'è fatto uomo per salvare gli uomini, che sofferse, mori, risorse, fondò la Chiesa per continuare la sua missione, istituì i sacramenti, ecc. Questi fatti sono acquisiti una volta per sempre, e nulla potrà distruggerli. Ciò che è, è: Quod est, est. Se la Chiesa dimenticasse questo, se dopo aver affermato una cosa come verità venuta da Dio, ammettesse il contrario, si squalificherebbe irrimediabilmente. Come non può presentare, in un dato momento della sua durata, una dottrina incoerente, così senza autodistruggersi non può subire variazioni dottrinali. A imitazione di Cristo, al quale si richiama, la sua dottrina dev'essere oggi ciò che fu ieri, e dev'essere tale nei secoli. Jesus Christus fieri et hodie, ipse et in saecula. Un teste che varia nelle sue deposizioni successive si scredita; una religione che si dice rivelata ed è instabile nel suo insegnamento dommatico è La Chiesa fin dai suoi inizi dichiara che conserverà intatta la verità divina. In questo si conforma alla volontà di Cristo. " Passeranno il cielo e la terra, ma non le mie parole". Egli disse agli apostoli: "Andate, ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro a osservare tutto quello che vi ho comandato ". La verità divina è un " deposito " affidato alla Chiesa, non è un patrimonio di cui essa possa disporre a suo piacimento; perdo custodirà gelosamente e non permetterà che si alteri questo deposito. Tutto quello che è stato detto da Cristo direttamente o mediante gli apostoli, come un'affermazione della verità divina, nel senso preciso in cui fu detto, è acquisito una volta per sempre. Non è possibile nessuna addizione, nessuna sottrazione, nessun ritocco sostanziale.

Il ciclo delle rivelazioni pubbliche si chiuse con la morte dell'ultimo apostolo. Possono esserci rivelazioni private; la Chiesa quando ne approva qualcuna, intende soltanto dire che questa rivelazione non è contraria né alla fede, né ai costumi, e che vi si può credere secondo le norme della prudenza umana, ma non obbliga nessuno ad ammetterla. " Essa può approfittare dell'occasione, dice A. Eymieu (Deux arguments pour le catholicisme, 1928, p. 233) per precisare dommi antichi, ma non per formulare come dommi dottrine die avessero la loro unica fonte nelle rivelazioni private. In occasione delle rivelazioni di Paray-le-Monial, ad esempio, la Chiesa ha insistito in vari modi sul contratto d'amore che Gesù Cristo sigillò con gli uomini sul Calvario; ma non una sola parola detta da Gesù Cristo a Paray-le-Monial potrà diventare un articolo di fede ".

La Chiesa dichiara che la verità divina sarà custodita intatta grazie all'assistenza divina. - Forte della promessa di Cristo di essere con lei sino alla fine del mondo, fin da principio la Chiesa fa assegnamento su di Lui per conservare intatta la rivelazione. Essa dice che esisterà sempre e che col suo magistero infallibile manterrà sempre la dottrina rivelata; dice che il suo magistero sarà esercitato attraverso i Papi e i concili ecumenici in unione col Papa, quindi attraverso una successione di uomini diversi per età, paese, interessi umani, carattere, sapere, virtù. Questo significa dire che una successione indefinita (che, umanamente parlando, nulla potrebbe assicurare) di esseri mobili, fluttuanti al soffio di tutti i venti, àoh, considerando la cosa da un punto di vista umano, proprio l'inconsistenza dovrà garantire la consistenza e la perpetuità della dottrina. Ma questi uomini non saranno abbandonati a se stessi; Dio li assisterà fino alla fine, e fino alla fine l'azione di Dio li premunirà dall'errore. Ecco quanto afferma la Chiesa in modo chiaro e predso.

b) L'eccezionale stabilità dottrinale del cattolicesimo. - Ora questo programma, umanamente irrealizzabile, s'è realizzato, poiché la stabilità della Chiesa è un fatto che brilla attraverso tutti i secoli.

Assenza della stabilità dottrinale nelle varie eresie. - Già San Giustino, discutendo con i Greci che esortava al cristianesimo, portava come derisivo l'argomento tratto dalla stabilità dottrinale (Cohort. ad Graecos, 8) dicendo: " I vostri maestri dimostrano abbastanza la loro ignoranza sulle cose divine con i loro mutui dissensi. Invece i nostri non hanno, per cosi dire, che una sola bocca e un unico linguaggio. L'accordo sia tra di loro che con se stessi, su tutti i punti, è altrettanto completo quanto fermo e inalterabile, benché abbiano scritto in tempi e luoghi diversi ".

Al contrario la variazione nella fede apparve sempre come una prova di falsità. Bossuet (Histoire des variations des élises protestantes préf. II) nota che questo " è stato uno dei fondamenti sul quale gli antichi dottori condannarono gli ariani, che ogni giorno mettevano fuori confessioni di nuova data, senza potersi mai fissare ". La stessa cosa Sant'Ilario rimproverava all'imperatore Costanzo, protettore di questi eretici (Ad Const., 23): " Vi è capitato ciò che capita agli architetti ignoranti, cui spiacciono sempre le proprie opere: non fate che costruire e distruggere; invece la Chiesa cattolica, fin dalla sua prima riunione, costruì un edificio immortale e nel Simbolo di Nicea diede una sì piena dichiarazione della verità che, per condannare eternamente l'arianesimo, altro non ha mai fatto che ripeterla ". Ed è quello che già prima Tertulliano, ancora ortodosso, aveva detto dello gnostidsmo (De Praescript., 42) : " L'eresia nel suo continuo innovare non fa che conservare la natura sua originaria... Nelle eresie tutto cambia; e quando le penetriamo a fondo, nelle loro varie conseguenze le troviamo in molti punti diverse da ciò che furono quando nacquero ".

Il protestantesimo, più di qualsiasi altra eresia, non ha fatto che variare. Bossuet illuminò talmente quest'instabilità fondamentale, che alcuni protestanti, non potendola negare, dovettero ripiegare sulla tesi che il principio di variazione, lungi dall'essere esecrabile come si pensava un tempo, costituisce la ragion d'essere della religione. Un'importante porzione del protestantesimo considerò la religione non più come qualcosa essenzialmente immutabile, ma " come uno sforzo continuamente ricominciato, come una continua ascensione, attraverso inevitabili trasformazioni e disavventure benefiche, verso un ideale sempre lontano e sfuggente ", come ha spiegato Rébelliau (Bossuet historien du protestantisme, 2.a ed., 1892, p. 560). Un noto protestante, G. Monod (Reme historique, maggio 1892, p. 103) proprio a proposito del libro di Rébelliau, arrivò a definire il protestantesimo (non quello di tutti i protestanti ma di molti di loro) cosi: " Una serie e una collezione di forme religiose del libero pensiero ". Si vede molto bene che cosa il libero pensiero guadagni in questa volatilizzazione dottrinale, e si vede pure che il risultato è l'evanescenza dell'idea cristiana.

La Chiesa ha sempre conservato l'unità dottrinale. - Nulla di simile nella Chiesa cattolica. Sempre la stessa fede: non fu ritirato neppure un domina, non fu abbandonata una definizione, non venne introdotto nemmeno un cambiamento sostanziale; talvolta fu ripresa una definizione antica, ma sempre per mantenerla e precisandola meglio.

Certo, le difficoltà non mancano. La stabilità della dottrina corre pericoli umanamente temibili; i concili non furono esenti da intrighi: il Concilio ecumenico d'Efeso (431) fu seguito da un altro concilio che pretese d'essere ecumenico (449) e che la storia stimmatizzò chiamandolo: " brigantaggio efesino "; il quinto concilio ecumenico (2.0 Costantinopoli, 553) in principio potè sembrare una reazione del monofisismo contro il quarto concilio ecumenico di Calcedonia (451); il Concilio ecumenico di Firenze (1438-1439) era cominciato a Basilea (1431), dove aveva ceduto allo scisma. Vi furono papi mediocri, o peggio, come Giovanni XII nel secolo XII e Alessandro vi alla fine del secolo XV e al principio del XVI. Ebbene, dai Concili l'ortodossia uscì sempre vittoriosa, e i bollari pontifici più discussi sono irreprensibili in quanto alla fede. In occasione del Concilio Vaticano si cercò di trovare in fallo la dottrina dei papi e furono trovate appena due o tre obiezioni a prima vista degne d'esame tratte dagli atti dei Papi Vigilio, Liberio e soprattutto Onorio, le quali però non resistettero a un serio studio dei fatti, e apparve vano ogni sforzo per scoprire anche una sola variazione dottrinale in tutto il passato tante volte secolare della Chiesa.

Le famose pagine della ventinovesima conferenza di Lacordaire (Conferenze, ed. Marietti, voi 3.o, p. 26) esprimono in modo impressionante la meraviglia d'una dottrina immutabile, mentre tutto muta sulla terra; d'una dottrina posta nelle mani di uomini, di poveri vecchi i quali, in un certo luogo chiamato Vaticano, la costudiscono sotto chiave e che, senz'altra difesa, resiste al corso dei tempi, ai sogni dei sapienti, ai disegni dei re, al cader degl'imperi, sempre una, costante, identica ", perché viene da Dio, che non muta mai.




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§ 2. - La verità cattolica progredisce.

a) I dommi hanno una vita? - I dommi non sono paragonabili a pietre giacenti in un deserto, inerti per sempre; al contrario sono verità vive, ricevute in anime vive, verità generatrici di vita.

In ogni tendenza vitale c'è un principio statico o di continuità dell'essere iniziale, e un principio dinamico o di progresso per una spinta interna. La vita è uno sviluppo che suppone due cose; una parte immutabile, senza la quale l'essere svanirebbe; una parte mutabile, senza di cui l'essere si pietrificherebbe. Se non rimanesse nulla, ben presto non vi sarebbe più essere; e se nulla mutasse, non vi sarebbe più vita... O l'immutabilità senza progresso; o il progresso folle senz'unità.

In ogni tempo la Chiesa ha riconosciuto la legge del progresso. Dell'apostolo San Mattia, di cui conosciamo poco più che l'elezione all'apostolato, Clemente Alessandrino (Strom. 2) cita questo detto, che è una bella formula di vita cristiana: u Accrescere la propria anima con la fede e la scienza ". Ma è sempre stato pacifico che il progresso deve attuarsi nella stabilità della dottrina.

b) Che cos'è, e che cosa non è il progresso dommatico. -1. San Vincenzo di Lerino e il progresso della dottrina della Chiesa. - Tra tutti gli scrittori ecclesiastici, San Vincenzo di Lerino pare abbia avuto la missione d'esprimere questa verità in termini decisivi, come fece nel Commonitorium, redatto nel 434.

Ecco prima di tutto al c. XXII il suo commento al Depositimi custodi di San Paolo: "E oggi chi è Timoteo, se non la Chiesa universale e specialmente il corpo intero dei capi della Chiesa?... Conserva il deposito, dice l'Apostolo. Ma che cos'è il deposito? È ciò che ti è stato affidato, non dò che hai trovato; è quel che hai ricevuto, e non quello che hai pensato tu; è ciò che non dipende dall'ingegno tuo, ma dalla dottrina (rivelata)... Conserva il deposito, ossia conserva illibato e inviolato il talento della fede cattolica. Quello che ti fu affidato resti presso di te, per essere da te trasmesso. Hai ricevuto oro, e oro devi restituire; io non voglio che tu sostituisca una cosa all'altra; non voglio che al posto dell'oro mi presenti impudentemente piombo, o fraudolentemente rame; non voglio ciò che assomiglia all'oro, ma l'oro autentico ". Non si poteva esprimere più nettamente la stabilità della dottrina.

Però stabilità nel progresso. Passiamo al capitolo successivo. " Dirà forse qualcuno: Nella Chiesa di Cristo la religione non è dunque suscettibile di nessun progresso? Ci deve certo essere, e grande... Tale però che sia veramente un progresso e non un mutamento di fede. Proprio del progresso è che ciascuna cosa s'accresca, restando se stessa; al contrario è proprio del mutamento che una cosa si trasformi in un'altra. Bisogna quindi che cresca potentemente l'intelligenza, la scienza, la sapienza, tanto dei singoli come di tutti, tanto d'un solo uomo come di tutta quanta la Chiesa, col susseguirsi delle età e dei secoli, ma nei limiti dello stesso identico dogma, nello stesso significato, nella stessa dottrina! " Frase magnifica che il Concilio Vaticano ha fatto sua ed ha come canonizzata!

Vincenzo di Lerino si spiega poi con l'analogia della crescita del corpo umano e del chicco di frumento o d'una pianta. " I corpi umani, nel decorso degli anni, si sviluppano e assumono le loro giuste proporzioni, ma rimangono iden-tici a quello che erano. C'è una bella diversità tra il fiore della giovinezza e la maturità della vecchiaia, eppure i vecchi son quegli stessi individui che un tempo eran giovani... Cosi conviene che il dogma cristiano nel suo progresso segua queste leggi, cioè si rassodi con gli anni, si dilati col tempo, si perfezioni con l'età, rimanendo però incorrotto ed illibato...; che in semina non ammetta nessun'alterazione, non perda alcuno dei suoi caratteri specifici, non soffra la minima variazione in ciò che ha di definito ". Altra analogia: " I nostri maggiori anticamente nel campo della Chiesa seminarono il frumento della fede... Siccome la fine risponde pienamente agli inizi, ora che è cresciuto il frumento della dottrina è giusto e logico che raccogliamo il frutto del domma, anch'esso perfettamente puro. Ma se i germi originari in una certa misura si sono evoluti col tempo e ora sfoggiano piena maturità, almeno il carattere proprio del chicco non deve affatto cambiare. Diventino pur belli, formosi, splendenti, ma ciascuno conservi la sua specie! Dio non voglia che i rosai della dottrina cattolica si trasformino in cardi e spine! Dio non voglia, io dico, che in questo paradiso spirituale si vedano nascere improvvisi la zizzania e l'aconito dai bottoni del cinamomo e del balsamo! ".

2. Studio del progresso della dottrina della Chiesa. - II testo di Vincenzo di Lerino, sebbene sia uno fra i più ricchi nella letteratura dommatica, non dice tutto. Vincenzo pone il principio dello sviluppo, non ne da una teoria completa. Una tale teoria non esiste ancora. Newman stesso, pur tracciandone lineamenti preziosi nel suo Essay on thè develoment of christian doctrine, la presenta con molte lacune.

Non è il caso di entrare nei particolari della teoria; basterà rilevarne alcuni punti essenziali : il progresso non è- alterazione; è vitale; non è una nuova creazione; è opera dello Spirito Santo.

Non è alterazione. - Prima di tutto il progresso del domma non è un'alterazione della verità rivelata, tanto da esserle sostituita un'altra dottrina. La sostanza della verità rivelata rimane sempre identica, te Evolversi, disse Brune-tière {Discours de combat, 1902, t. II, p. 274-277), è finire di diventare se stesso a, però a condizione che l'evoluzione sia diretta da un principio indefettibile. L'immutabilità del domma, " ben lungi dall'ostacolare lo sviluppo, lo condiziona ". Non si svilupperebbe se nell'identità del suo principio e per cosi dire nella permanenza del suo essere, non avesse la causa finale del suo sviluppo. " Evolversi non è mutarsi. Non si cambia quando si continua ad essere se stessi... Il domma s'evolve, non cambia, e restando identico a se stesso, non varia, ma si sviluppa ".

È vitale. - Inoltre il progresso del domma non è puramente logico, come quello d'un assioma di geometria, dal quale lo studioso trae le conseguenze, ma è un progresso vitale, che incorpora elementi estranei. " Non l'elemento estraneo che resta estraneo, che si giustappone e non si assimila ", ma l'elemento estraneo che s'assimila, perché è assimilabile, perché era postulato o gradito in anticipo da proprietà concordanti con le sue, e che perciò vi era contenuto potenzialmente. Cosi gli elementi ceduti alla pianta dall'aria, dall'acqua, dalla terra, s'incorporano ad essa ed entrano sotto la sua legge di vita, lasciandole quindi la sua essenza " (Sertillanges, II miracolo della Chiesa, p. 73-74). A differenza di quella degli esseri viventi che, con l'assimilazione degli elementi nuovi, implica l'eliminazione di quelli vecchi, divenuti inutili e nocivi (la fissazione di questi elementi, che la circolazione vitale non riesce più a espellere, annuncia e causa la fine prossima), l'assimilazione che si opera attraverso il domma è definitiva.

Non è una nuova creazione. - Dunque non dommi nuovi, e nemmeno nuove formule in contraddizione con quelle anteriori. Le formule dommatiche sono sempre vere, sebbene possano essere incomplete. Esse corrispondono esattamente al loro oggetto, sebbene non lo esprimano tutto intero; sono positive, assolute,definitive, come l'oggetto stesso. La Chiesa, nel corso dei secoli e secondo i bisogni dei tempi, potrà proporne altre più ampie, più esplicite, che faranno risaltare e illumineranno altri aspetti del domma; ma non ne cancellerà né modificherà mai il tenore autentico di nessuna. Le definizioni papali o conciliari più antiche si adatteranno sempre da se stesse e senza alterazione alle più recenti, per formare il corpo armonioso della credenza cattolica.

È opera dello Spirito Santo. - Infine è capitale l'azione dello Spirito Santo, che presiede allo sviluppo del domma e lo preserva da ogni deviazione. Tale sviluppo considerato esternamente è simile agli altri sviluppi dottrinali, ma per l'azione immanente dello Spirito di Verità è unico e trascendente. Il Grandmai-son (Le dogme chrétien, 1928, p. 19) dta a questo riguardo The temporal mis-sion of thè Holy Gost, del cardinal Manning, libro in cui domina l'idea dello Spirito Santo anima della Chiesa e che, " da questo punto di vista, completa l'opera di Newman ".

e) La storia conferma l'esistenza d'uno sviluppo omogeneo. - In tutto il corso della storia della Chiesa constatiamo il progresso del domma nella sua stabilità.

Dal simbolo degli apostoli a quello di Nicea, da questo a quello di San-t'Atanasio, dal simbolo atanasiano, senza parlare delle intermedie professioni di fede, alla professione di fede del Concilio Tridentino e da questa a quelle del Concilio Vaticano e di Pio x, l'enunciazione delle principali verità di fede s'ampliò sempre più, ma la definizione anteriore di fede non fu mai ripudiata né misconosciuta. Il simbolo degli apostoli è rimasto nella preghiera quotidiana dei fedeli; quello di Nicea è rimasto nella liturgia della Messa; quello d'Atana-sio è recitato dai sacerdoti nel breviario; la professione di fede del Concilio di Trento, accresciuta da quelle del Concilio Vaticano e di Pio x, è imposta ai sacerdoti in varie circostanze importanti.

Non solo non viene sconfessato niente del passato, ma il passato si continua sempre. Il Credo apostolico si è sviluppato in quello di Nicea, questo nel simbolo d'Atanasio, e questo nelle diverse professioni di fede, e infine in quelle del Concilio di Trento, del Concilio Vaticano e di Pio x.

Enrico Newman, nel suo Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, ha dato una celebre prova di questa continuità e della preservazione del tipo primitivo nel progresso dei dommi. Egli parti dalla tesi protestante che la dottrina della Chiesa cattolica, con i suoi accrescimenti nel còrso dei secoli, è un'alterazione, una corruzione del cristianesimo primitivo. Uno studio, approfondito degli scritti dei Padri, che egli conobbe alla perfezione, gli fece vedere che s'era ingannato. Ciò che aveva qualificato di corruzione, alla luce dei testi gli apparve un sviluppo legittimo, necessario. Più spingeva le sue ricerche e più scopriva la stabilità della dottrina in un progresso regolare, sapiente, diretto da una guida evidentemente superiore all'uomo. Lo splendore di questa verità lo condusse proprio là dove non pensava d'arrivare. Cominciando il suo libro (1845) Newman era anglicano, quando lo terminò non lo era più, e il 9 ottobre dello stesso anno fu ricevuto nella Chiesa cattolica.

Le due verità di fede definite tra la prima edizione del libro di Newman (1845) e la terza rimaneggiata dall'autore (1878), cioè l'Immacolata Concezione e l'infallibilità del papa, non produssero nessun cambiamento nel punto di vista del Newman: si veda la sua Apologià (Trad. ital. citata, p. 302-312). Il motivo è che i due dommi offrivano solo due nuovi casi, molto notevoli, del progresso compiuto da una dottrina sempre identica. L'Immacolata Concezione era implicitamente contenuta nel domma della divina maternità di Maria; l'infallibilità, nei testi del Vangelo; l'una e l'altra, nella vita della Chiesa. Se qualche nube (falsa esegesi, falsi dati scientifici) aveva impedito per un certo tempo, ad alcuni spiriti, anche tra i migliori, di riconoscerlo, sotto l'azione dello Spirito Santo l'oscurità s'era dissipata; e abbiamo sentito alcuni convertiti, come A. von Ruville (Retour à la sainte Eglise, p. 50, 51) dichiarare che è " proprio la dottrina dell'infallibilità che (lo ha) avvicinato alla Chiesa ", che " questo domma, ben compreso, è molto salutare, necessario, e che in definitiva ha la sua origine in Cristo Gesù ".




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CAPITOLO III. - LA PIENEZZA DELLA DOTTRINA DELLA CHIESA

La dottrina, per avere la pienezza, deve offrire a tutti gli uomini tutte le venta che sono loro essenzialmente necessarie.

§ 1. -Il domma illumina tutto il problema del destino.

Una pagina di Jouffroy. - Fu spesso citata una pagina di T. Jouffroy (Mélanges philosophiques, 1833, p. 470471), valida per se stessa, nonostante il contesto improntato ad un miope razionalismo da tempo passato di moda: a C'è un libriccino, egli scrive, che si fa imparare ai bambini, e sul quale vengono interrogati in chiesa; leggete questo libriccino, il catechismo, e vi troverete una soluzione di tutte le questioni che io ho posto (nell'insegnamento della filosofia); di tutte, senz'eccezione. Chiedete al cristiano donde provenga la specie umana, ed egli lo sa; dove va, ed egli lo sa; come va, e lo sa. Domandate a quel povero bambino, che non vi ha mai pensato, perché è quaggiù, e che cosa diventerà dopo la sua morte, e vi darà una risposta sublime, che egli non capirà (diciamo: che non capirà interamente), ma che non è meno ammirabile Chiedetegli come è stato creato il mondo e per quale fine, perché Dio ha posto in esso animali e piante; come fu popolata la terra, se da una sola o più famiglie; perché gli uomini parlano molte lingue; perché soffrono, perché si combattono e come finirà tutto questo; egli lo sa. Origine del mondo, origine della specie, questione delle razze, destino dell'uomo in questa vita e nell'altra, rapporti dell’uomo con Dio, doveri dell'uomo verso i suoi simili, diritti dell'uomo sulla creazione, egli non ignora nulla; da adulto poi non esiterà nemmeno sul diritto naturale, sul diritto politico, sui diritti delle genti; perché tutte queste cose scaturiscono chiare e spontanee dal cristianesimo. Ecco quello che io chiamo una grande religione, che riconosco da questo segno: essa non lascia senza risposta nessuna delle questioni che interessano l'umanità ".

a) Un insegnamento completo e completamente religioso. - Risposta alle "questioni che interessano l'umanità" o, come dice ancora Jouffroy, con formula eccellente, soluzione del "problema del destino umano " Tutto l'oggetto della dottrina della Chiesa è qui; ed è quello che diceva Cristo quando prometteva agli apostoli (Gv., 14, 26; 16, 13) che lo Spirito di verità avrebbe loro insegnato omnem veritatem. Non ogni verità nell'ordine delle scienze profane, come in materia storica, astronomica o fisica, ma ogni verità nell'ordine della salvezza. Tutte le verità che Cristo aveva esposte agli apostoli, ma che essi non avevano sufficientemente compreso, essi che fino alla discesa dello Spirito Santo meritarono da Gesù il rimprovero d'essere senza intelletto (Mt., 15, 16), ma che dopo la Pentecoste penetravano addentro la parola del Divin Maestro in modo prima mai visto; tutte le verità veramente necessarie a sapersi, non la risposta alle domande di pura curiosità, come quella che riguardava la fine del mondo, sulla quale Cristo aveva detto che non era affar loro essere istruiti: non est vestrum nosse tempora vel momenta quae Pater posuit in sua potestate (AL, 1, 7). Insomma tutte le verità di fede o di costumi necessarie per realizzare la ragion d'essere del cristiano : " conoscere Dio, amarlo, e servirlo e con questo mezzo acquistare la vita eterna ".

b) Una verità capace d'integrare tatti i frammenti di verità. - Fu detto che in ogni errore c'è " un'anima di verità ", una verità parziale, per cui esso fa presa sugli spiriti in qualche modo affascinati da tale aspetto di verità e distratti riguardo a quanto di erroneo vi si cela. La Chiesa raccoglie queste verità frammentarie assimilandole tutte con la sua dottrina.

Per esempio la questione della natura dell'uomo. Che cos'è l'uomo? È materia, risponde il materialismo; questo è vero, ma il materialismo, brutale o raffinato è solo metà della verità. È anima, dicono gli spiritualisti, ed è ancora vero, ma l'uomo non è soltanto un'anima. È corpo e anima, non già un corpo e un'anima semplicemente giustapposti o sovrapposti l'uno all'altro, a guisa di pilota sul battello, come afferma Platone, ma uniti a formare una sola sostanza, una persona. L'uomo quindi non è un " musico che ha una lira ", né " un'intelligenza servita da organi ", ma un corpo e un'anima. Il corpo è certo per l'anima, e in definitiva il corpo vale per l'anima, ma la natura dell'uomo è anima più corpo. Quindi bisogna evitare un primo eccesso consistente, nel carezzare troppo il corpo, nel farne uno strumento di piacere odi vanità: errore, questo, del sensualismo nelle sue forme diverse. Bisogna evitare anche il secondo eccesso, quello d'un certo idealismo, d'un certo gnosticismo, d'un certo quietismo, consistente nell'abbassare troppo il corpo, come se non se ne dovesse fare alcun conto, dimenticando che " chi vuoi fare esclusivamente l'angelo, finisce col fare la bestia ". Quello che questi due sistemi opposti hanno di vero si trova nella dottrina della Chiesa, che elimina quanto hanno di inesatto e di esclusivismo.

Altro esempio si ha nel domma centrale dell'Incarnazione, te Cristo è la conciliazione celeste tra la divinità immobile, l'Assoluto morto dell'Oriente grandioso, e la moltitudine degli dèi inquieti del pantheon occidentale " scrive J. Serre (La religion de l'esprìt large, 1903, p. 182-183). Tra i pagani, la presenza della divinità sulla terra in forma visibile s'alterna con un antropomorfismo grossolano, che assimila l'Essere supremo alle creature, e un simbolismo vago, che all'uomo non facilita affatto l'entrare in rapporto con l'Infinito. Invece l'Incarnazione cristiana, definita dai concili d'Efeso e Calcedonia, stabilisce un legame preciso tra il mondo assoluto e quello contingente, e fa realmente vivere Dio sulla terra, senza che cessi di essere il sovrano invisibile dell'universo. La stessa dottrina, pura e ideale, rigetta le scorie grossolane delle analogie pagane, le incarnazioni nel corpo degli animali, o in quello di uomini colpevoli o corrotti, come Siva o Krishna. Come Èrcole e altri eroi, Cristo ha un'origine celeste; ma al posto delle favole grossolane e scandalose, con cui il paganesimo spiega quest'unione del cielo e della terra, il Vangelo ci mostra un tipo di purezza, perfetta, la cui bellezza si confonde con la stessa morale, superandola e coronandola. Caratteristica della vita di Gesù Cristo, com'è raccontata nel Vangelo, è l'unione della perfezione e dell'ideale con la piena realtà storica. Mentre in tutti i fondatori di religioni questi due elementi sono separati, nel Cristo sono uniti.

" Questo carattere sintetico, divinamente semplificatore, conclude J. Serre, è quello di tutti i dommi del cristianesimo cattolico, che mi si rivela sempre più come l'idea pura e perfetta di quello che altrove è diluito o incompleto ".

Quanto precede è confermato da alcuni casi di conversione. - Anche la storia di vari convertiti mostra come la dottrina della Chiesa, nella sua sintesi, integri tutte le verità frammentarie sparse altrove.

San Giustino, dopo aver chiesto invano tutta la verità su Dio e le cose divine allo stoicismo, al peripatetismo, al pitagorismo, al platonismo, .la ricevette finalmente dal misterioso vegliardo che gli rivelò Cristo. Senza rinunciare alla filosofia, o alla nozione della natura divina attinta da Platone, egli accetta una " filosofia " migliore, " l'unica utile e sicura " (Dial. cum Tryphone, e. Vili), la filosofia dei profeti ispirati dallo Spirito Santo e degli apostoli, che annunciavano a tutti la salvezza in Gesù Cristo. Cosi ai nostri giorni miss Baker percorse tutto il ciclo dei sistemi moderni per ritenerne soltanto le conclusioni che la condussero alla Chiesa cattolica (v. il suo libro: A modern Pilgrim's Progress, tradotto in francese con il titolo: Vers la maison de lumière, 1912).

Sant'Agostino, (Confess. lib. Ili, e. IV) dice dell'Hortensìus di Cicerone: a llle liber mutavit affectum meum, et ad teipsum, Domine, mutavit preces meas, et vota ac desiderio mea fecit alia; era il preludio alla conversione. La Vie de Jesus di Renan preparò delle conversioni, indirizzando allo studio diretto dei Vangeli uomini che furono colpiti da dò che aveva rivelato del Cristo che non conoscevano affatto. J. Joergensen (Le néant et la vie, trad. frane 1898, p. 6) dice: " Comincerò subito con la sorprendente dichiarazione che sono diventato cristiano perché ero darwinista; anzi una conclusione darwinista mi fece adottare la verità del cristianesimo ". I Primi Princìpi di Herbert Spencer e la sua teoria sull'inconosdbile aiutarono Paolo Bourget a orientarsi verso il cristianesimo integrale. Maddalena Sémer attribuì il migliore influsso alla sua conversione alle opere di Bergson e alla loro parte di verità, che la fecero passare " da un materialismo e da un determinismo assoluto a una filosofia dello spirito e della libertà " (F. Klein, Madeleine Sémer, p. 68; cfr. pp. 237-288). Pitigrilli (La Piscina di Siloe, Sonzogno, Milano 1948), dichiara che il punto di partenza della sua conversione fu l'esperimento e lo studio dei fenomeni spiritici. Armando Carlini, scrivendo del suo ritorno a Cristo, afferma: " Io credo perché nel dogma cristiano ho ritrovato la vera e autentica espressione della vita spirituale, al di là di tutte le contraffazioni o unilaterali interpre-tazioni che ne danno le filosofie su ricordate (immanentismo, idealismo, storicismo). Queste filosofie si ispirano al Cristianesimo, si, come a fonte di pensieri che nobilitano l'uomo innanzi a se stesso; ma per nobilitare cosi l'uomo credono necessario staccare il suo cuore e il suo pensiero dalla fonte prima, dall'Uomo-Dio, e si mettono così in contraddizione con se stesse " (Nel volume Incontro a Cristo, a cura di Giovanni Rossi, Assisi 1951, p. 221).

Sarebbe facile allungare questa lista di casi, in cui " l'anima di verità ", trovata negli errori d'ogni genere, apri la via verso la Chiesa, dove la verità totale incorpora in modo perfetto le verità frammentarie deformate perché unite all'errore.

e) La dottrina della Chiesa, " luce in luogo oscuro ". - La rivelazione insegna dunque all'uomo tutto ciò che deve conoscere. È una luce questa però che brilla in un luogo oscuro, lucernae lucenti in caliginoso loco (2 Piet, 1, 19), cioè in guisa da far apparire quello che è necessario a sapersi, ma non da dissipare tutte le tenebre prima che sorga il pieno giorno e che nel nostro cuore sorga l'alba eterna, donec dies lucescat et lucifer orìatur in cordibus vestrìs. Dio non dice tutto il suo segreto, ma attraverso la Chiesa ne rivela a suffidenza perché l'uomo possa sperare e agire con la certezza di raggiungere lo scopo della sua esistenza.

Ugo Benson (Les confessions d'un converti, trad. frane, 3 ed. 1914, p. 169-177) ha descritto la felicità da lui provata quando comprese chiaramente e improvvisamente questo compito, dapprima soltanto sospettato, della Chiesa " via divina della salvezza ". " Era impossibile che la scoperta di questa via (della salvezza) fosse un affare d'intelligenza o d'erudizione, perché a questo prezzo la salvezza diverrebbe più facile per l'uomo colto e fornito di agi che per l'uomo semplice e privo del tempo necessario alle lunghe riflessioni ". La Chiesa gli apparve come depositarla di parole di vita, protetta, nel trasmetterle a tutti attraverso i secoli, da quello stesso Spirito di verità, che aveva " ripetuto agli apostoli quanto Cristo aveva loro detto " e assistito la Chiesa nascente, e Io non dico che tutte le mie difficoltà se ne siano andate di colpo... Restava sempre il vecchio problema eterno del peccato e della libera volontà; ma per chi ha immerso i suoi occhi in quelli della sua grande madre, questi problemi non sono più nulla, perché egli capisce che, anche se noi ignoriamo, la madre sa; e che in essa, proprio in fondo al suo grande cuore, risiede l'infinita sapienza di Dio ".

Il problema del male e del dolore. - Nel locus caliginosus che è il mondo, " i vecchi ed eterni problemi del peccato e della libera volontà ", cioè del male e del dolore, sono i più difficili. Fuori del cristianesimo non c'è soluzione ma unicamente l'assenza di soluzione ossia il fatalismo, " A che cosa si riducono, scrive E. Bougaud (Le christìanisme et les temps prèsents, 5 ed. 1883, 11. p. 495) tutti gli sforzi degli uomini di fronte al dolore? O a negarlo, ed è una follia; o a cercare di sopprimerlo, ed è un sogno; oppure ad odiarlo, e non serve che ad accrescerlo; o a cercare di distrarsi e dimenticare, e significa aggiungere un dolore a un altro dolore, una tomba a una tomba, seppellire una seconda volta quelli che amammo più teneramente. Ecco tutto! " La dottrina cristiana invece proietta su questi misteri luci che li rendono accettabili e anche cari.

Essa ricorda che il male, in tutte le sue forme, risulta dalla natura dell'uomo, corpo e anima, dotato d'intelligenza, di volontà, di sensibilità.

Il male metafisico non è altro che la limitazione dell'essere, e deriva dal fatto che l'uomo è una creatura, quindi finito, imperfetto. Ne segue che sarebbe stato meglio per lui non esistere o che egli deve lamentarsi perché l'imperfetto non è perfetto, il finito non è l'infinito, la creatura non è Dio?

Il male morale, o peccato, ha la sua fonte nella libertà umana. Sarebbe stato meglio che l'uomo non fosse libero, fosse, un puro automa? Il tremendo dono della libertà, che Dio gli ha fatto, non è forse il dono regale, che lo configura all'immagine divina e gli permette di accedere alla vera grandezza?

Il male fisico — dolori del corpo, dolori del cuore e dolori dell'anima, che sono i più penosi — è causato dal fatto che siamo sensibili. Sarebbe meglio che l'uomo fosse privo di sensibilità? Le pietre non soffrono; ma possiamo invidiare la condizione delle pietre?

Anche sul piano umano e nella condizione della vita presente, si può intravvedere il senso del dolore. " Senza il dolore ciascuno di noi non sarebbe che un eterno bambino " scrive Olle Laprune (Le prix de la vie, S.a ed. 1896, p. 196). L'educazione del fanciullo esige il dolore dello studio, il dolore dell'obbedienza, il dolore di tante rinunce che gli danno la possibilità di diventare padrone di se stesso. Il dolore è un mezzo d'educazione morale. Il dolore è il gran maestro degli uomini.

È onore della natura umana elevarsi col prezzo dello sforzo doloroso. È forse un male che l'uomo sia perfettibile? E se è cosa buona, come si può maledire ciò che per lui è punto di partenza d'ogni progresso? La sofferenza che sentiamo risveglia molto la simpatia per la sofferenza degli altri, e insegna " la religione della sofferenza umana ". Bel detto nel paganesimo è quello di Virgilio (Aen., I, 639); " Non ignara malis, miseris succurrere disco ".

Sul piano soprannaturale i due aspetti benefici del dolore s'ampliano all'infinito. Il dolore espia, distacca, perfeziona, assimila a Cristo, fa partecipi della sua azione redentrice. La reversibilità del merito del nostro sacrifìcio, unito al sacrificio di Cristo, per una moltitudine dei nostri fratelli, che son nel peccato e nella sofferenza, è un principio di salvezza, preparando nello stesso tempo la salvezza nostra: a tu soffri la tua felicità futura, o uomo mortale ".

Cosi il dolore, pur restando oscuro, diviene intelligibile, accettabile, talvolta amato, desiderato. " O soffrire, o morire ", n sempre soffrire, non morire ", dicevano i santi. Cristiani ordinali, convertiti, come F. Coppée, parlano del a saper soffrire "; di se stesso egli dice (La bonne souffrance, 83 ed., p. 14); " anche se non invoco il dolore e la morte, almeno non li temo più, avendo appreso nel Vangelo l'arte di soffrire e di morire ", e soggiunge (pp. 155, 162) che " il migliore anno " della sua vita fu quello in cui la malattia torturante gli rivelò a il prezioso segreto " evangelico: " saper soffrire, saper amare ".

La spiegazione del dolore data dalla dottrina cristiana è talmente notevole, che colpi uno spirito estraneo a ogni misticismo, Adolfo Thiers, il quale scrisse (De la proprietà, 1848, p. 432): "Questa possente religione, che si chiama cristianesimo, esercita sul mondo un dominio continuo, e, tra gli altri motivi, deve ciò al vantaggio, che essa possiede, unica fra tutte le religioni. Tale vantaggio sapete che cos'è? D'aver saputo dare, essa sola, un senso al dolore ".

d) I paradossi del cristianesimo sono segni della sua pienezza. - Oltre i misteri propriamente detti, dei quali s'è detto che, pur restando impenetrabili, non implicano nessuna contraddizione, la dottrina e la vita della Chiesa, nonché il suo atteggiamento verso il mondo, presentano anch'essi le cosiddette " antinomie " o " paradossi ", cioè contraddizioni e dissonanze apparenti, ma non reali.

Dopo K. Chesterton (Ortodossia, trad. ital., 5 ed., capo vi, p. 79-100), Ugo Benson (Paradossi del cattolicesimo, trad. ital., ed. Fiorentina, 1923), raccogliendo come un abile giocoliere, le accuse inconciliabili degli awersari con-tro la Chiesa, ha dimostrato che la Chiesa unisce ed equilibra tra loro, senza diminuirle o stemperarle anzi spingendone la tensione al massimo, idee che sembrano escludersi. Un professore dell'università di Oxford, E. Devans (L'Egli-se et le progrès du monde, trad. frane, di D. Folghera, 1909) ha fatto un lavoro analogo su queste dieci " antinomie " del cristianesimo:

l.o La Chiesa si mostra opposta e favorevole alla civiltà intellettuale.

2.o La Chiesa si mostra opposta e favorevole alla civiltà materiale.

3.0 La Chiesa insegna una morale d'austerità e di gioia.

4.0 La Chiesa è l'antagonista e il sostegno dello Stato, rivale e alleata.

5.o La Chiesa professa l'eguaglianza di tutti gli uomini e conserva l'ineguaglianza creata dalla proprietà e dal potere.

6.o La Chiesa è piena di scandali e tutta santa; traccia una legge facile e difficile.

7.o La Chiesa rivendica e combatte in materia religiosa la libertà di coscienza.

8.o La Chiesa è una e la cristianità fu sempre divisa.

9.o La Chiesa è sempre la stessa e sempre cambia.

10.o La Chiesa fu sempre vinta e sempre fu vittoriosa.

Esistono ovunque difficoltà e " paradossi ", cominciando dall'uomo, homo duplex, uno nella dualità del corpo e dell'anima, essere di miseria e di grandezza a un tempo. Il cristianesimo riposa sull'adorabile paradosso del suo fondatore, Dio e uomo. " Cosi la Chiesa cattolica, che è un'estensione dell'Incarnazione, ha anch'essa la sua natura, divina e umana insieme, che sola spiega i "paradossi" della sua storia. Trattate la Chiesa cattolica come se fosse solo divina, e cozzerete contro scandali, fallimenti, insufficienze. Trattatela come se fosse soltanto umana, sarete ridotti al silenzio dai suoi miracoli, dalla sua santità e dalle sue eterne resurrezioni " (U. Benson).

È umana, e quindi deve piegarsi alle condizioni di ciò che è umano, adattarsi al mondo, se desidera viverci. È divina; perciò vive nel mondo senza essere del mondo, e non è organizzata come se il mondo fosse tutto; non accetta tutti i pensieri del mondo, e nemmeno li respinge tutti; ma con un progresso d'assorbimento parziale e di repulsa parziale, mira a ottenere che il cristianesimo penetri e trasformi incessantemente il mondo sempre cangiante. È soprannaturale, ma il soprannaturale, lungi dal distruggere la natura, la perfeziona ed eleva. " Io voglio che si sia santi; ma prima ancora voglio che si sia uomini onesti in modo superlativo " diceva Swetchine (Pensées, in Oeuvres et médita-tions, ed. Falloux, 15 ed., 184, p. 80).

In tutto e per tutto " queste apparenti dissonanze non fanno che preparare una soluzione altamente armoniosa, perché la santa Chiesa non devia né a destra né a sinistra, né verso la credulità, né verso lo scetticismo. Essa respinge la falsa semplicità del quietismo e la falsa dialettica dell'intellettualismo; il suo governo sta tra la tirannia e la debolezza; la sua religione non è puramente esteriore, né puramente ulteriore, ma unisce armoniosamente i due caratteri; permette l'alternarsi delle epoche d'espansione o d'assimilazione con i tempi di concentrazione e di dommatismo ".

Altrettanto si deve dire dei " paradossi " del cristianesimo. Chesterton (Ortodossia, trad. it., 5 ed., p. 99, 100) scrive che l'equilibrio della sua dottrina è l'equilibrio " di un uomo dietro cavalli che corrono a precipizio, che pare si chini da una parte, si spenzoli da quell'altra, e pure, in ogni atteggiamento conserva la grazia della statuaria e la precisione matematica... È facile esser pazzi; è facile essere eretici; è sempre facile lasciare che un'epoca si metta alla, testa di qualche cosa, difficile è conservare la propria testa... È sempre semplice cadere; c'è un'infinità di angoli a cui si cade, ce n'è uno soltanto a cui ci si appoggia e si resta in piedi ". La Chiesa è rimasta in piedi.

E. Psichari, raggiunta l'ultima tappa prima della verità cristiana, scriveva (Les voix qui crient dans le désert, 25.a ed., 1920, p. 301) che te in essa ci sono certamente difficoltà, ma nessuna di esse è insormontabile; anzi una volta superate, tutto appare perfettamente bello e armonioso tanto nel nostro cuore che nel nostro spirito. Io mi dicevo: Supponiamo che il problema sia risolto; allora noi abbiamo un sistema del mondo coerente e magnificamente ordinato, abbiamo una morale ineguagliata. Improvvisamente una luce miracolosa invade gli angoli più reconditi e oscuri della nostra anima. Quindi la soluzione è buona ".

E' nota l'ironica battuta di Pascal contro l'eccessivo intellettualismo (ed. Rizzoli, p. 30) : " L'uomo è pieno di bisogni e ama solo coloro che possono soddisfarglieli tutti. "E' un buon matematico", si dirà; ma io non so che farmene dei matematici che mi scambierebbero per una proposizione ". Assieme al vero, l'uomo reale ricerca il bene e il bello. La Chiesa in Dio rivela l'ideale di verità ma anche di bellezza, di bontà, dove si placano simultaneamente tutti i nostri desideri essenziali. A. de Poulpiquet (L'object integrai de l'apologétique, 3.a ed., 1911, p. 463) scrive che la rivelazione non è " un fatto qualsiasi, di cui la scienza dimostra l'esistenza; ma è la realtà, senza la quale le nostre tendenze più profonde e più umane restano insoddisfatte ". Problema del destino, problema di Dio nelle sue relazioni con l'uomo, problema del dolore, del male, della redenzione, aspirazione verso a tutto ciò che è vero, tutto ciò che è puro, tutto ciò che è giusto, tutto quello che è santo, tutto quello che è amabile, tutto quello che ha buon nome, tutto quello che è virtù e degno di lode " secondo il motto di San Paolo (Filip. 4, 8); a tutto questo la Chiesa risponde pienamente conforme al suo nome: Chiesa cattolica, cioè universale.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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4/12/2016 11:45 PM
 
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§2.-Il domma si rivolge a tutti gli uomini.


La dottrina della Chiesa è adatta a tutte le situazioni. - La dottrina della Chiesa ha la singolare caratteristica d'essere adatta tanto ai geni, sia d'ordine religioso, come Sant'Agostino, San Bernardo, San Tommaso d'Aquino, Bossuet, Lacordaire, sia d'ordine scientifico, come Pascal, Ampère, Cauchy, Pasteur, quanto agli spiriti di media cultura, agl'ignoranti e ai bambini.


Le parole, registrate da Giovenale (Sat. VI, 221): " O insensato, uno schia vo è forse uomo? o demens, ita servus homo est? " e da Lucano (Phars., V, 342). a Humanum paucis vivit genus: il genere umano vive per un piccolo numero di uomini ", sono assolutamente opposte al cristianesimo. Altrettanto opposto al cristianesimo è il disprezzo d'un Renan che diceva (Revue des Deux Mondes, gennaio 1860, p. 378) : " Io non vedo la ragione perché il Papuasiano sia immortale " : e d'un Voltaire che scriveva in una lettera a d'Alembert, (6 dicembre 1757): a non s'è mai preteso illuminare i ciabattini e le serve: è prerogativa degli apostoli ". In realtà la Chiesa degli apostoli non si disinteressa né dei ciabattini, né delle serve, né dei Papuasiani perché sa che hanno un'anima e che la " buona novella " di Cristo è per tutte le anime. Le stesse verità che nutrono e affascinano le più sublimi intelligenze, sono distribuite ai fedeli più umili.


San Tommaso d'Aquino (Expositio symboli, Opera, Parma, t. XVI, p. 135) scrive : " Nessuno tra i filosofi anteriori alla venuta di Cristo, riguardo a Dio e alle cose necessarie alla vita eterna, malgrado tutti gli sforzi, non poteva saperne quanto ne sa una vecchietta (vetula) dopo la venuta del Cristo ". La vetula di San Tommaso è non meno avvantaggiata quando si tratta non più della conoscenza, ma dell'amore. Un giorno fratel Egidio grida davanti a San Bonaventura: Ohimè, noi ignoranti e semplici, che cosa faremo per meritare la bontà di Dio? Fratello mio, gli rispose San Bonaventura, lo sai bene che basta amare Dio. Ne siete sicuro? replicò Egidio. Credete che una semplice donna, possa piacergli quanto un maestro in teologia? Alla risposta affermativa del dottore, frate Egidio corse in giardino e guardando verso la città gridò : —O vecchie-rella poverella, semplice e idiota, ama il Signore Iddio e potrai essere più grande di frate Bonaventura. (Cfr. Fra Leone, Vita di Frate Egidio, e. XLVII nella recensione di Feo Belcari, Prose, ed. Gigli, Roma, 1843, t. II, p. 235).


Ritroviamo l'idea di San Tommaso in scrittori razionalisti, come V. Cousin e J. Simon. Sentiamo Cousin (Premiers assais de Philosophie, 3.a ed., 1855, p. XV) : " il riassunto di quanto c'è di meglio nel Fedone e nel Timeo, nelle Meditations, nella Connaissance de Dieu et de soimème, nei più bei capitoli della Crìtica della ragion pratica, è tutto quanto nelle prime pagine del catechismo, che è il nutrimento dei poveri di spirito, dei bambini, della donna, del pecoraio, dell'operaio, mentre la Connaissance de Dieu et de soi-mém, le Meditations, il Fedone, il Timeo, si rivolgono a ben pochi individui della specie umana ". E altrove (Du vrai, du beau, du bien, 16 ed. 1875, pp. 428431): convelliti Che gioia avrebbero provato un Socrate, un Platone se avessero trovato il genere umano in braccio al cristianesimo! " Meglio ancora J. Simon (La liberti de coscience, 1859, p. 10): " Nella religione cristiana trovo un carattere che mi rapisce: essa unisce la metafisica più sapiente alla più perfetta e, se cosi posso dire, più efficace semplicità. Certamente il Timeo di Platone e il XII libro della Metafisica d'Aristotele sono una meraviglia; ma io non m'attendo che ne possa uscire un simbolo che si possa far recitare ai bambini. Finora soltanto la religione cristiana ebbe insieme la Somma di San Tommaso e il catechismo ".


La dottrina della Chiesa si adatta a tutte le categorie. Dotti e ignoranti, poveri e ricchi. Lélite cristiana, cioè i santi, viene reclutate tra gli uni e gli altri. E in tutte le condizioni le fisionomie individuali sono sorprendentemente diverse, come la grazia di Dio che le ha plasmate a somiglianzà di Cristo, multiformis gratiae Dei (I Piet., 4, 10).


b) II Vangelo conviene a tutti i luoghi e a tutti i tempi. - II problema del destino umano, attorno al quale gravita tutta la dottrina della Chiesa, è identico per tutti gli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi; perciò questa dottrina ha valore per gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi.


La Chiesa si stabilisce prima nel mondo greco-romano, donde s'irradia nelle nazioni barbare e in tutta l'Europa, poi, successivamente in tutte le parti dell'universo. Può darsi che tra " due o tre secoli sia stabilita ovunque " come pensa il P. ( La prióre missionaire, 1935, p. 83). Constatiamo che in tutte le età, essa ha penetrato le civiltà più diverse, affermando la sua fecondità, la sua duttilità, sposando i secoli, i regimi, sempre combattuta, sempre rinascente e viva, impossessandosi dei migliori che le si accostano, elevando tutte le anime, senza cancellare quanto i secoli e i regimi hanno di buono, senza abdicare a una briciola dei suoi dommi. Secondo il detto di Sant'Ireneo, (C. Haer., Ili e. XXIV, n. 1), essa fu e rimane a colei che con l'azione dello Spirito Santo, mantiene sempre la verità divina come un vaso prezioso, e che, sempre giovane, fa continuamente ringiovanire lo stesso vaso che la contiene, quae semper a Spiritu Dei quasi in vose bonum exìmium quoddam depositimi juvenescens, et juvenescere faciens ipsum vas in quo est ". Dopo tanti secoli il Vangelo è più attuale che mai.


c) La parabola del Genere umano di Raimondo Brucker. - Raimondo Brucker, sansimoniano convertito dal P. de Ravignan nel 1848, era un forte oratore popolare. L. Gautier (Portrait du XlX.e siede, s. d., t. II, pp. 343-345) ricostruì un suo discorso, che si potrebbe intitolare la parabola del Genere umano e che mostra al vivo l'adattamento della dottrina della Chiesa a tutti gli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi. Eccone larghi estratti:


" In quel tempo tutto quanto il Genere umano, quello che fu, quello che è, quello che sarà, si raduna in una grande pianura e vi convoca tutti i filosofi, passati, presenti e futuri.


E il Genere umano così parla ai filosofi: Ho letto tutte le vostre opere; si, tutte, e devo dire che mi sono tremendamente annoiato; io sbadiglio ancora... Ho letto tutte le vostre opere... E dopo averle lette e rilette, mi sono trovato circondato da tenebre lugubri e spaventose. Ne sapevo meno di prima. Perciò vi ho convocati per porvi nuovamente il grande problema che mi agita, e per rivolgervi tre domande.


lo voglio un libro, un piccolo libro, di dieci o venti pagine, che contenga tutta la verità in forma elementare e assolutamente trasparente; un piccolo libro, che si possa mettere in tasca e che costi solo pochi soldi; un piccolo libro che sia egualmente alla portata del pensatore, del poeta, e anche di quelle moltitudini che vivono unicamente la vita pratica e materiale. Questo il libro, questa la lezione che io voglio.


I filosofi si guardano con stupore... e molti cominciano a nascondersi e a scomparire.


Il Genere umano continua: Non solo io voglio un piccolo libro, che contenga tutta la verità in dieci pagine e la volgarizzi universalmente nel tempo e nello spazio; ma voglio che un giorno venga qualcuno a offrirmi l'esempio di tutte le virtù che sono insegnate in questo piccolo libro. E voglio che quest'esempio possa essere facilmente imitato dall'uomo, dalla donna e dal bambino... Potete darmi il libro? potete darmi l'esempio?


I tre quarti dei filosofi sono già scomparsi. 11 Genere umano, che se ne accorge, comincia ad essere triste in cuor suo. E dice ancora: Non è tutto. Non solo ho bisogno d'una lezione; non solo mi occorre un esempio immortale, ma ho ancora bisogno d'un'istituzione immortale... che garantisca e perpetui la lezione e l'esempio, rendendoli eternamente viventi.


 


Quando il Genere umano ebbe terminato queste parole gettò uno sguardo sui filosofi; ed erano fuggiti tutti spaventati.


Allora il Genere umano, il povero Genere umano, pianse calde lacrime... E mentr'era cosi immerso nel suo dolore, ecco apparire, non so in che angolo, una specie d'Uomo, vestito con una specie di blusa, che portava sulle spalle una specie di trave, un grosso pezzo di legno tutto insanguinato. La trave era attraversata da un altro pezzo di legno; era come dire una croce. E l'Uomo aveva tutti i suoi bei capelli biondi coperti di sangue; il sangue gli scendeva sugli occhi; il sangue colava in grosse gocce lungo tutto il suo corpo; egli guardava il povero Genere umano, cosi dolcemente, così dolcemente, così dolcemente!


Poi s'avanzò con che lentezza, con che maestà! Camminava portando il legno enorme; egli disse con voce tanto tenera, tanto tenera: Tu vuoi la verità? te la porto io; tu vuoi un piccolo libro, che in dieci pagine contenga tutta la verità e che sia capito da tutti. Ecco, prendi questo libretto. E nella prima pagina il Genere umano lesse : Catechismo.


L'Uomo prosegui: Tu mi hai chiesto non solo una lezione, ma un esempio vivente. Ecco: guardami. Io sono il tuo Dio, che s'è fatto uomo per offrirti un tipo eterno e condurti alla beatitudine. Infine tu m'hai chiesto un'istituzione. Prendi : ecco la Chiesa.


E il Genere umano cadde in ginocchio e adorò Gesù Cristo "




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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CAPITOLO IV. - IL TRIONFO DELL'IMPROBABILE

La dottrina che la Chiesa, dicendosi incaricata da Dio, recò al mondo, urtava contro difficoltà umanamente insormontabili.

Ma le difficoltà furono divinamente superate.

Dunque la Chiesa viene da Dio.

Questo l'argomento che l'apologetica trae dalla dottrina della Chiesa. È giunto il momento di esporne e precisarne il valore.

§ 1. - Difficoltà umanamente insuperabili.

Possiamo considerarle da parte della stessa dottrina, da parte di coloro cui si rivolge, da parte dei suoi propagatori e dei suoi custodi.

a) II grande rischio inerente a una sintesi totale. - A. Eymieu, che qui seguiamo da vicino, nota (Deux arguments pour le catholicisme, p. 14) che il cattolicesimo " è la dottrina più rigorosa di tutte, la più complessa e la più completa, che con i suoi princìpi penetra in tutte le strutture del pensiero, e con la sua morale in tutte le strutture dell'azione; quindi eccola perpetuamente di fronte a tutte le ripercussioni delle idee e a tutte le realtà della vita. Povera dottrina se il suo inventore fosse soltanto un uomo! ".

Completa e complessa, questa dottrina si ricollega a tutto il passato, a tutto l'avvenire. Il Cristo, dal quale la Chiesa la riceve, riferisce e applica a sé profezie distribuite lungo le età passate; afferma che la sua vita, la sua morte, la sua opera realizzeranno un complesso di fatti descritti in anticipo e dipendenti da una moltitudine di libere volontà che, umanamente, gli possono infliggere una smentita. Per tutti i secoli successivi annuncia cose inverosimili, anch'esse dipendenti da volontà libere, umanamente imprevedibili; dichiara, per esempio, che fino alla fine del mondo sarà amato dagli uni e odiato dagli altri, al di sopra di tutto, e che per causa sua i suoi discepoli parteciperanno a quest'amore e a quest'odio, mentre d'ordinario gli uomini, che occupano i posti più in vista tra i loro contemporanei, appena morti, cadranno nell'oblio e nell'indifferenza.

Ma non è tutto. Questa dottrina impone l'assenso a misteri che superano la ragione e davanti ai quali essa si deve inchinare, essa che è cosi pronta a rigettare tutto quello che non afferra. Oltre i misteri propriamente detti, nella dottrina della Chiesa o in conseguenza di questa dottrina, nei suoi atti, nel suo atteggiamento verso la società civile, si scoprono " antinomie " e " paradossi ". In fondo come nei misteri niente di contradditorio; le dissonanze sono soltanto apparenti, simili a quelle dissonanze musicali di cui si compiacciono i grandi artisti e che nel momento in cui l'orrecchio sta per soffrirne, si risolvono improvvisamente in magnifiche armonie. Ma a primo aspetto un osservatore superficiale potrebbe confondere le contraddizioni apparenti con un disaccordo reale, e quante volte l'intelligenza umana, ombrosa e frivola, non si accontenterà del primo sguardo che ingannai

Ma non basta ancora. Questa dottrina dev'essere invariabile: la verità non cambia. Nessuna acquisizione successiva delle scienze umane, che riservano sempre tante sorprese, deve introdurvi la minima variazione. Qualis ab incepto. Antica e sempre nuova come tutto ciò che è vivo, essa non conoscerà né vecchiaia né decrepitezza.

b) Le reazioni del di fuori. - II Vangelo fu predicato prima ai Giudei, poi ai Gentili, urtando le idee tradizionali degli uni e degli altri.

I Giudei attendevano un Messia glorioso con un regno terreno, invece il regno di Cristo è spirituale e cominciò con le umiliazioni della croce.

In quanto ai Gentili, Fustel de Coulanges (Cité antique, 4 ed., 1872, p. 472-481; trad. it. presso Vallecchi, p. 493-501) rilevò alcune novità del cristianesimo. Fu epurata la nozione di Dio che cessò d'essere confuso con l'uomo o con la natura. Trasformati i doveri dell'uomo verso Dio: la religione è soprattutto intcriore. Si adora un Dio unico, universale, che è di tutti: l'unità della razza umana e la fraternità degli uomini sono corollari dell'unità di Dio e, per il governo degli Stati, ecco la distinzione tra il potere spirituale e il potere temporale, e quindi la liberazione delle anime, il dominio della coscienza inviolabile e dacché tutte le virtù non sono più comprese nel patriottismo, si ha la fioritura delle virtù private. Tre secoli di persecuzioni, scatenate contro la Chiesa nascente, mostrano fin dove giungesse la resistenza alle novità della sua dottrina.

La lotta non doveva finire con la pace costantiniana. Ciò che sussiste e sussisterà sempre nel tt paganesimo immortale " si rizzò e si rizzerà sempre contro la dottrina della Chiesa. La forza materiale, la forza delle passioni, la forza delle idee lavorano a turno o insieme per distruggerla: la forza materiale dei capi dello Stato, sui quali la Chiesa denuncia le ingiustizie; la forza delle passioni che essa reprime : la forza delle idee, fuori della Chiesa, del razionalismo che rifiuta d'inchinarsi davanti a Dio e, nel seno della Chiesa, quella dell'eresia: Proteo dalle forme indefinite e cangianti, che alligna nel suo senso e, uno dopo l'altro, rigetta i dommi.

 

c) Da parte di quelli che custodiscono e insegnano la dottrina della Chiesa. - La dottrina fu affidata alla Chiesa da Cristo, cioè da un giudeo povero e senza cultura. I suoi compatrioti chiedevano di lui (Gv., 7, 15): " Come conosce le Scritture, lui che non ha frequentate le scuole? ". Gli' apostoli, che raccolsero il suo insegnamento e dovevano trasmetterlo al mondo, erano umili lavoratori senza cultura. A dire il vero, San Paolo aveva fatto dei buoni studi ed era un genio; però non insegna quello che gli hanno insegnato gli uomini, né il frutto d'un lavoro personale; ma unicamente quello che ha ricevuto da Gesù Cristo (Gai., 1, 12).

Il modo con cui gli apostoli divulgano la dottrina di Cristo umanamente non può che nuocere. Non utilizzano i mezzi che s'adoperano per il lancio delle idee. Secondo i metodi umani, dovrebbero cominciare a fissare l'insieme e i particolari della dottrina, che vanno a diffondere per il mondo, onde prevedere, con la precisione delle formule, la risposta alle obiezioni che non mancheranno di sorgere ovunque. Macché, essi partono in tutte le direzioni dello spazio; parlano, insistendo su questo o quel punto della dottrina, secondo che si presentano le questioni; su questo o su quel punto di condotta, secondo le circostanze. Dove parlano si stabilisce una fede, un culto, una morale; e bisogna che la morale, il culto, la fede che predica ciascuno dei Dodici, sia identica. Alcuni scrivono o fanno scrivere a questo riguardo alcune rapide pagine, semplici canovacci dei loro discorsi o riassunti delle loro conversazioni; e scrivono queste cose mirabili cosi come parlano, con una serenità imperturbabile, senz'arte, senza nessuna preoccupazione, usando le parole come vengono; e gettano queste parole nel mondo, le abbandonano alla storia, a tutte le obiezioni del presente e dell'avvenire; qualunque sia la penna o la bocca da cui cadono, bisogna che tali parole si accordino insieme, che lascino all'avvenire una dottrina coerente, senz'incrinature, dove non possa mai scoppiare la contraddizione.

Ed ecco altre difficoltà. Per custodire e trasmettere la dottrina, gli apostoli avranno la successione della gerarchia ecclesiastica, i vescovi, specialmente riuniti in concilio ecumenico, soprattutto il papa. Il che vuoi dire, umanamente parlando, uomini venuti dai quattro punti cardinali, senza che nulla ne garantisca il valore, la scienza o santità personale; nulla può, sempre parlando umanamente, assicurare la fedeltà alla dottrina e al pensiero di Cristo. La successione di questi uomini dovrà essere ininterrotta: mentre tutto ciò che è umano crolla e muore, il papato non deve morire. Il favoloso Atlante era un Titano che reggeva il mondo. Ma qui si tratta di uomini, cioè di esseri caduchi e fragili; ecco su che cosa riposa la Chiesa con la sua dottrina indefettibile!

§ 2. - Difficoltà divinamente risolte.

Tutte le difficoltà accumulate contro la dottrina della Chiesa sono state risolte divinamente. Coesione, stabilità e insieme progresso, pienezza (potremmo aggiungere: fecondità inesauribile), ecco alcuni fra i lineamenti visibili di questa dottrina, nonostante le impossibilità umane.

a) La coesione. - La dottrina della Chiesa è complessa, piena di contrasti che d'ogni parte ne minacciano l'equilibrio, piena di misteri, davanti ai quali la ragione s'impenna subito; piena di doveri, che fanno urlare di collera gli istinti. È gettata da un pugno d'ignoranti, con espressioni immature, senza un piano fisso, secondo il gioco delle circostanze, in un mondo indisposto per accoglierla, " scandalo ai Giudei, diceva S. Paolo (1 Cr., 1, 23), e follia per i pagani ", che non volevano ricevere nulla dai Giudei e che specialmente non volevano ricevere una dottrina, la quale anzitutto a predica Gesù crocifisso ". Umanamente è fatale che queste frasi, che. come la semente della parabola cadono sulla strada, siano calpestate dai passanti e muoiano senza dar frutto. Oppure, se per un miracolo inesplicabile sopravvivono, è fatale che la dottrina che esprimono si allarghi in un caos di contraddizioni interne, e urti da ogni parte nelle ripetute smentite della ragione illuminata, dei fatti imprevisti della storia e delle conclusioni non meno impreviste di tante scienze un tempo ignorate.

In tutte le altre confessioni cristiane scoppiano le contraddizioni e le smentite di questo genere; al contrario mancano nella dottrina della Chiesa, della quale abbiamo ammirato l'accordo con se stessa e l'armonia con le scienze profane. Quanto più si approfondiscono e progrediscono le scienze profane, tanto meglio questa dottrina viene compresa e risponde ai bisogni del genere umano. J. Rivière (A la trace de Dieu, p. 13) giudicava che la miglior apologià della fede cristiana consiste " nel descriverla minutamente ", nel mettere in luce a la sua meravigliosa coesione con forza tale che l'incredulo sia preso da vertigine e non abbia più altro da fare che precipitarvisi ". P. Claudel, nella prefazione al libro postumo di J. Rivière, così riprendeva il pensiero : " Insomma, la religione cattolica dev'essere provata con una dimostrazione cattolica, cioè totale, e mediante la stessa totalità. È vera perché è cattolica cioè completa, perché è la chiave e il coronamento di tutto ".

Una dottrina simile evidentemente non può essere l'opera dei dodici poveri uomini che l'hanno predicata. Per spiegare quello che Bninetière (Revue des Deux MondeSf 1 novembre 1898, p. 176) chiamava " la massa, la densità di questa dottrina ", non c'è che la parola di Cristo, che affida agli apostoli la missione di diffonderla (Gv. 7, 16): " La mia dottrina non è mia, ma è quella del Padre che mi ha mandato ".

b) La stabilità unita al progresso. - Questa dottrina tanto complessa deve restare identica a se stessa attraverso i costanti progressi che sono la legge d'ogni vita.

Per mantenerla tale, vi saranno i vescovi e, sopra tutti, i papi; vescovi e papi diversissimi in virtù, carattere, età, nazionalità, e dovranno esserci fino alla fine dei secoli; papi, e vescovi uniti ai papi, che non devono mai ingannarsi, mentre gli uomini s'ingannano cosi spesso; papi che siano d'accordo tra loro nei secoli, mentre un uomo è così raramente d'accordo con se stesso, nel corso della sua vita. Bisogna che essi abbiano ragione in anticipo contro idee che non esistono ancora, contro obiezioni nascoste nel mistero dell'avvenire.

Questa dottrina non resta chiusa in un ambiente ristretto, in un gruppo chiuso a ogni azione esteriore. Non è stata posta sotto la custodia dell'ignoranza, né al riparo contro la discussione, né imbalsamata immobile nel morto passato; ma è stata mescolata a tutti i movimenti del mondo, è stata il grande fermento della storia, è stata esposta, in mezzo ai popoli più colti della terra, a tutti i flutti d'idee, a tutte le collere delle passioni, a tutti gli assalti della forza brutale.

Nessuna dottrina puramente umana potrebbe resistere a simili scosse dal di dentro e dal di fuori. Invece la Chiesa ha resistitol Non uno dei suoi dommi s'è mosso, non un iota è scomparso. Invece di frustarsi, il suo corpo di dottrine s'è arricchito e riuscì a vivere nonostante tante cause di morte; immutabile senza mummificarsi, in costante progresso senz'alterazione di sorta. È l'avveramento d'una parola, che può essere solo d'un Dio, detta agli apostoli (Mt., 28, 18-20): "A me fu dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque, e ammaestrate tutte le genti... Ed ecco, io son con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo ".

c) La pienezza. - Che dire della pienezza della dottrina di Cristo? La veduta di S. Tommaso e di S. Bonaventura, su Dio e le cose divine, ne sa più di tutti gli antichi filosofi e può amare Dio quanto e più dei maestri in teologia. Ed ecco un Pasteur, che, a questa domanda d'un suo allievo: " Voi che avete tanto riflettuto, come potete credere?", risponde semplicemente: "Appunto perché ho riflettuto e studiato molto, ho conservato la fede di un uomo bretone; se avessi studiato e riflettuto di più, sarei arrivato alla fede d'una donna bretone ". (Cfr. Van Tricht, Revue des questions scientifiques, t. XXXIX, p. 385). La dottrina della Chiesa soddisfaceva un Pasteur e la buona vecchierella: ai Pasteur come alle buone vecchiette di tutti i luoghi e di tutti i tempi fa conoscere tutto quello che importa ed è essenziale sapersi.

A questa meraviglia s'aggiunge l'identica facilità d'un Pasteur e d'una vecchierella, la sicurezza con cui l'uno e l'altra entrano in possesso delle verità indispensabili. A. von Ruville (Retour à la sainte Eglise, pp. 5-45) fa a tal riguardo rilievi di grande portata. Egli espone come, educato nel protestantesimo, passato attraverso il dubbio, il materialismo, il panteismo, il modernismo, grazie ai libri fini col ritrovare le verità fondamentali del cristianesimo, pur comprendendo che il suo acquisto era insufficiente, che gli mancava " ancora molto, sì, molto ". Le scoperte delle fatiche intellettuali erano un sostegno alla sua fede riconquistata, " Per me, uomo di studio, questo lavoro di riflessione, egli dice, avrebbe forse potuto bastare, benché in realtà non bastasse. Ma era ammissibile fondare su un lavoro di riflessione ", su lunghi studi, " la fede della massa incolta, molto più ancora, quella dei popoli tuttora immersi nella barbarie primitiva, che solo col tempo, e forse mai, potranno compiere questo lavoro necessario? ". Altra difficoltà, " Se le anime popolari arrivassero realmente a una sufficiente intelligenza, sarebbero armate contro l'influsso dei dottori eterodossi, dei teologi liberi pensatori, che con nuovi dubbi cercassero di turbare la fede di queste anime? Infatti tali influssi non potevano essere tenuti lontano in eterno. Era troppo domandare a gente poco istruita che seguisse la stessa via che io avevo percorso con pena, che conservasse o riacquistasse con i propri lumi i beni della fede. L'eloquenza persuasiva dei pastori non offre nessun aiuto apprezzabile per questo, perché contro di essa c'è pure l'eloquenza persuasiva dei pastori liberali, anch'essa efficace ". Di fronte alla confusione dottrinale che regnava nella chiesa protestante, A. von Ruville comprese che " le dottrine fondamentali del cristianesimo dovevano riposare sopra un punto d'appoggio che fosse al sicuro da tutti gl'influssi del libero pensiero ", che " questo punto d'appoggio, se pure c'è, non poteva essere che il papato "; che supporre che il Cristo non avesse munito la Chiesa di questo punto d'appoggio indispensabile, significava negargli una saggezza elementare. Egli finalmente cedette " alla potenza esercitata dalla Chiesa sugli uomini di tutte le classi, d'ogni condizione, di qualsiasi cultura intellettuale... Il difetto di riflessione, egli dice, che io avevo trovato nella chiesa protestante, qui non c'era... Qui anche il più semplice poteva arrivare a tutti quei beni che vengono un'eccellenza più che umana.

Securus judicat orbis terrarum. - È nota la ripercussione che ebbero queste parole di Sant'Agostino sulla conversione di Newman, il quale dice (Apologià, trad. it. cit., p. 158) che " erano come il tolle et lege del fanciullo che convertl lo stesso Sant'Agostino"; da esse fu "letteralmente polverizzata" la teoria della via media, con la quale aveva creduto poter sfuggire alla Chiesa romana. L'orbis terrarum, la massa degli uomini d'ogni condizione, luogo e tempo, dev'essere sicura di possedere la dottrina della salvezza. Per questo occorre (cosa umanamente irrealizzabile) un'autorità infallibile, un'autorità vivente: un'autorità infallibile, perché lo Spirito Santo l'assiste; un'autorità vivente, che per quest'assistenza, dia sempre, conforme alle difficoltà che nascono, ai problemi che sorgono, una risposta infallibile alle questioni che le vengono poste dai fedeli di tutte le condizioni, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Il che è avvenuto durante tutti i secoli. E oggi, dice l'abate de Tourville (Lumière et vie, p. 278), " la Chiesa, nel suo tenore puro, liberata dagli adattamenti fatti per i tempi anteriori, concorda col bisogno presente e con le disposizioni presenti più facilmente, più semplicemente che con quanto ha preceduto ". E questo garantisce l'avvenire. Cosi si compie la promessa di Gesù Cristo a San Pietro e, in lui, a tutti i suoi successori : " Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno; tu conferma i tuoi fratelli. Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io fonderò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle " (Le, 22, 32; Mt., 16, 18; Gv., 21, 16-17).

CONCLUSIONE

Un triplice miracolo morale. - Coesione, stabilità unita a progresso, pienezza, sono altrettanti caratteri della dottrina della Chiesa, cui imprimono dalla convinzione di possedere con sicurezza la verità ".

A meno che si ammetta un effetto senza causa, la sola spiegazione di quest'eccellenza più che umana della dottrina della Chiesa è un intervento di Dio. Dunque questa dottrina, che si dice rivelata, e proprio rivelata: viene proprio da Dio. Dunque la Chiesa è divina. La prova è ottima.

Ciascun carattere della Chiesa, da noi studiato, offre un argomento distinto e ciascuno di questi tre argomenti è valido. Essi si rafforzano a vicenda < e ne guadagnano quando vengono posti nell'apologetica integrale, che ab- 1 braccia le note interne ed esterne della Chiesa, i miracoli fisici e il grande miracolo morale, che è il grande fatto della Chiesa e della sua esistenza, della sua dottrina, della sua opera, della sua vita.

Questo o quell'aspetto dell'apologetica integrale colpisce maggiormente questo e quello spirito, secondo le varie mentalità. La vita della dottrina della Chiesa, della sua coesione, della sua fissità unita al progresso, della sua pienezza, è uno degli aspetti che colpiscono maggiormente i nostri contemporanei.

Un triplice argomento per l'apologetica contemporanea. - Alcuni uomini dalla mentalità filosofica sono preoccupati di quanto c'è di difficile nelle questioni che vengono loro poste, di contraddittorio e di caduco nelle teorie successive immaginate per risolverli; constatano che dopo tanti secoli, dopo tante faticose ricerche, k il mistero indietreggia senza cessare di essere mistero ", che quanto sembrava più sicuro è rimesso in questione, che, per esempio, non si sa proprio che pensare della gravitazione universale, dell'etere, e nemmeno dello spazio e del tempo. La serie dei sistemi costruiti dai filosofi appare loro come un complesso di incoerenze, fragilità, balbettii. Quando scoprono la dottrina della Chiesa, la sua impeccabile coesione intrinseca, la sua armonia con le conquiste graduali delle scienze sperimentali, l'arricchimento da essa portato alla ragione pur superandola, i lumi proiettati senza uscire dal proprio dominio su tutto il dominio dell'azione e dell'idea, costoro entrano in un mondo completamente nuovo. Ed eccoli in cammino verso la fede cristiana.

Due cose hanno contribuito a mettere in rilievo il secondo argomento: il successo dell'ipotesi dell'evoluzione, e il successo dei libri di storia. La scienza storica è fra quelle che hanno maggiormente perfezionato i loro metodi, ed ha maggiormente incontrato i gusti. L'ipotesi dell'evoluzione, per quanto possa ancor essere perfettibile, a molti nostri contemporanei è parsa bella e feconda. Disposizioni eccellenti per affrontare il domma cattolico! Perciò impressionante è lo spettacolo d'una dottrina che proclamandosi la verità, afferma che resterà di fatto costantemente identica con se stessa, e che, d'altra parte, trasmessa a un'umanità in cammino, in perpetua evoluzione, s'adatta ai bisogni intellettuali di tutti i tempi, conformemente alle esigenze del progresso vitale. Nulla di simile nella storia delle dottrine umane, che cambiano e crollano come castelli di carta, al soffio dei giorni che passano, degli uomini che si seguono, delle loro passioni, delle loro idee, delle loro scoperte. Questo contrasto può avviare alla fede coloro che hanno il senso della storia.

Infine due direzioni convergenti del pensiero contemporaneo invitano a fermarsi sul terzo argomento. La psicologia s'applica allo studio delle aspirazioni profonde e incoercibili dell'anima; ora la dottrina della Chiesa (ed essa sola) soddisfa queste aspirazioni, perché essa sola comunica all'uomo le conoscenze essenziali, essa sola risolve il problema del nostro destino. D'altra parte, se ai nostri giorni ci sono parole veramente fortunate, sono quelle di solidarietà, d'umanità, d'internazionalismo, ecc Parole magiche, con senso troppo spesso snaturato, ma che, ben comprese, hanno un senso cosi cristiano! La Chiesa da la dottrina di verità a tutti; per lei non ci sono né ricchi né poveri, né sapienti né ignoranti, né giudei né gentili, né romani né barbari, non vi sono stranieri; tutti egualmente sono i figli del Padre che è nei cieli, fratelli di Cristo che è il Salvatore di tutti, membri dello stesso corpo mistico, fatti per la stessa felicità indefettibile, cui arrivano amando colui che è per tutti il Buon Dio e amandosi tra loro. Qui sono la vera solidarietà, la vera fraternità umana, il vero internazionalismo. Sembra crescere sempre più il numero di quelli che intravedono o percepiscono questo fatto. Dei tre argomenti esposti, attualmente il terzo ha certamente maggior peso.

Un argomento che rispetta la libertà della nostra fede. - È necessario ricordare che " le scienze superiori della morale e della religione non si presentano all'intelligenza con intimazioni e prove ovvie, come quelle che servono di punto di partenza alla scienza fisica?... Ombre e linee leggere, indubbiamente certe ma delicate e fragili, quasi evanescenti, che lo spirito vede a intervalli, che appaiono nella calma, che si cancellano nell'agitazione, a II riflesso del cielo e delle montagne nel lago prova che il cielo e le montagne lo circondano; ma il crepuscolo, la nebbia, la tempesta spazzano via la splendida immagine che scompare senza lasciare traccia ". Così si esprime Newman (Idea of University, citato da S. Devas, L'Église et le progrès du monde, trad. frane, pag. 302).

Gli argomenti in favore del cattolicesimo desunti dalla dottrina che esso insegna sono probanti, ma non irresistibili, " altrimenti, dice ancora Newman (Grommar of assent, trad. it., ed. Guanda 1943, p. 315), come succederebbe che di fatto gli uomini vi resistono? C'è una grande differenza tra ciò che (la verità della rivelazione) è in se stessa e ciò che essa è relativamente a noi. La luce è una qualità della materia, così come la verità è una qualità del cristianesimo; ma il cieco non può vedere la luce, e ci sono uomini che non arrivano a conoscere la verità per colpa non della verità, ma di loro stessi ". Gli argomenti che conducono a conseguenze morali, richiedono disposizioni morali per essere apprezzati nel loro giusto valore. Questo valore " appare nella calma e si cancella nell'agitazione ". Quando l'anima è retta e il cuore puro, quando si prega con perseveranza, quando " si fa la verità nella carità ", nella dottrina della Chiesa si trova la chiarezza sempre viva che rischiara le ombre della vita mortale, in attesa della luce piena del giorno " senza foschia e senza crepuscolo ".

F. V.

BIBLIOGRAFIA. - 1. La coesione della dottrina cattolica è posta in particolare rilievo in Scheeben, I misteri del cristianesimo, trad. it. di Gorlani, 2 ed. Morcelliana, Brescia 1952. In modo più accessibile nelle seguenti opere: F. Olgiati, II sillabario del cristianesimo; II sillabario della morale, ed. Vita e Pensiero,. Milano; Lippert, La visione cattolica del mondo, Morcelliana, Brescia 1931; Sertuxanges, Il catechismo degli increduli, S. E. I., Torino 1937; L. von Rudloff, Piccola dogmatica per laici, 6 ed., Morcelliana, Brescia 1944; P. Parente, Dio e l'uomo, a ed., Marietti, Torino 1949.

La stabilità e il progresso : L. de Grandmaison, Le dogme chrétien, 3 ed.. Beauchesne,
Paris 1928; SERTn-LANGEs, Il miracolo della chiesa, Morcelliana, Brescia 1936; E. Newmak,
Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, trad. it. in preparazione presso l'Editrice Fioren
tina, Firenze. Autori vari, Lo sviluppo del dogma secondo la dottrina cattolica, Pont. Univ.
Gregoriana, Roma 1953. Il volume raccoglie le relazioni lette nella Seconda Settimana
Teologica, 24-28 sett. 1951. Vedere la trattazione di C. Colombo in questo volume. 
La pienezza della dottrina. C. Adam, L'essenza del cattolicesimo, Morcelliana, Bre
scia 1938. U. Benson,I paradossi del cattolicesimo, Fiorentina, Firenze 1923. G. K. Che-
sterton, L'ortodossia 5 ed. Morcell. Brescia 1947. F. De Hovre, Le catholicisme, Dewit,
Bruxelles 1930, particolarmente le pp. 27-76 ricche di importanti citazioni di autori. Le
bellezze del cristianesimo cattolico e le sue intime armonie con le aspirazioni e i bisogni
del cuore umano sono esposte particolarmente in Bougaud, Il cristianesimo e ì tempi presenti, 5 voli., Marietti, Torino 1926-1928. A. Weiss, Apologià del cristianesimo, 5 voli., Monaumi, Trento e Tip. Emiliana, Venezia 1896-1908, dimostra che solo nel cattolicesimo
l'uomo può avere il suo completo perfezionamento. R. Spiazzi, Il cristianesimo perfezioni
dell'uomo, 2 ed., Ed. Paoline, Alba 1953. Falcon, Manuale di Apologetica, Ed. Paoline, Alba
'95'j PP- 453-463 e particolarmente pp. 483-502, ove l'argomento della coesione e del va
lore umano del cristianesimo viene sviluppato assumendo il dogma dell'Incarnazione come
centro di prospettiva.

 

   


Fraternamente CaterinaLD

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  i surrogati della religione di P. ARCHAMBAULT

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testoAPOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

CAPITOLO I. - IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA

La tendenza a darsi un Dio.

- Se, come dice san Paolo, è vero che " tutto il creato geme e soffre i dolori del parto... anelando all'adozione in figli "; se è certo, come dice sant'Agostino, che " il nostro cuore è fatto per Dio ", che esso " riposa solo in Dio " e che inoltre lo ama sempre "cercandolo anche senza saperlo "; se è vero, come dice san Tommaso, che nell'uomo c'è un desiderio naturale di " vedere Dio nella sua essenza "; se è vero, come dice san Francesco di Sales, che il peccato originale ha lasciato sussistere in noi " un'inclinazione naturale ad amare Dio sopra tutte le cose "; se e vero, come dice Pascal, che " tutto ciò che non è Dio non può colmare la mia attesa "; se è vero, come dice Blondel scavando ed esplorando in tutti i sensi l'insegnamento tradizionale, che, di fronte all' " Unico Necessario ", sono possibili solo due partiti: a voler essere Dio senza Dio e contro Dio, e voler essere Dio per mezzo di Dio e per Dio ", allora quello che noi, cosi grossolanamente chiamiamo ancora " il fatto religioso " o " il bisogno di Dio " deve intervenire nella nostra vita in modo completamente diverso da un dato puramente accidentale ed estrinseco: avvenimento imprevisto, conformismo sociale, aspirazione sentimentale curiosità intellettuale o prodigio sconcertante. È certamente un dato, ma non fortuito e semplicemente subito; è un dato irriducibile e ineliminabile, presente in qualche modo in ogni manifestazione della nostra attività razionale; dato penetrante e insinuante, usato anche quando sembra ripudiato. Nell'ordine spirituale, c'è qualcosa d'analogo alle attrattive subite dai corpi nell'ordine materiale, che agiscono anche quando restano invisibili, che sono efficaci anche quando non producono nessun effetto apparente.

Infatti, è caratteristica universale ed essenziale dell'attività umana tendere, dove manca l'unico vero Dio, a darsi un Dio, a farsi un Dio, a fare se stessi Dio.

Come si cerca di sostituire il vero Dio. - Negli stadi inferiori del pensiero e della condotta, tra i primitivi, tra coloro che sono ancora nello stato infantile, tra gli uomini bizzarri e sconcertanti, questo si chiama superstizione. È cosa ridicola e commovente insieme. Ridicola, perché la ragione rimane confusa di fronte alla sproporzione tra il desiderio e il gesto, tra il significato che imponiamo all'oggetto della superstizione e il suo valore reale e la sua efficacia; è anche commovente, perché attesta perlomeno la nostra impossibilità di prendere il mondo e la vita tali e quali sono, nella loro immediata e ovvia realtà e il nostro sforzo per raggiungere per loro tramite una realtà che, nello stesso tempo, li contiene e li supera.

 

Le stesse osservazioni valgono per gli stadi superiori. L'elenco degl'idoli e dei feticci partoriti dall'immaginazione dei deboli e dei semplici è lungo; ma non meno lungo è quello dei surrogati della religione, mediante i quali coloro che diciamo i " forti noia dotti ", in forme meno ridicole, cercano anch'essi di' saziare la loro fame e occupare la stessa attesa.

Surrogati della religione sono l'amore e l'amicizia quando arrivano a farri dire: " Tu solo mi basti per tutta l'eternità ", come se ci fosse una creatura capace di portare questo carico di confidenza, di adorazione e di responsabilità.

Sono surrogati della religione lo sposo, il bambino, la casa, il mestiere quando limitano l'orizzonte d'un'anima anche ardente e generosa, tutta dedita, che non si è procurata nessun alibi.

Surrogato della religione è la patria per chi considera intollerabile come un sacrilegio il minimo dubbio sul suo avvenire, la minima critica sul suo passato.

Surrogati della religione sono il partito, la classe, il proletariato per il militante che gioca tutta la sua vita su una Città futura che non vedrà mai né lui né i suoi discendenti.

Sono surrogati della religione l'umanità, il servizio sociale, la carità del filantropo, del benefattore, dell'apostolo che non potrà essere fermato da nulla finché non avrà dato tutto.

Surrogato della religione l'onore per chi parla della " superstizione della virtù ", che in questo modo sottolinea la formidabile maggiorazione, elio deve subire anche il sentimento più nobile per giustificare certi sacrifici.

Surrogato della religione la Verità per chi crede nella scienza o nella speculazione, che, davanti al puro diamante d'un'evidenza irrefragabile, vede impallidire tutte le grandezze della carne e perfino quelle della carità.

Surrogato della religione la Bellezza che, con la creazione o il possesso di una grande opera, compensa sufficientemente l'artista di tutte le incomprensioni, di tutti gli scacchi, di tutte le miserie, compresa quella del " tempo perduto ".

Surrogato della religione il Diritto nell'uomo abbastanza candido e audace per fare affidamento sulla, fedeltà della " Giustizia immanente n, anche se comincia estinguendo tutte le stelle del cielo.

Surrogato della religione le Idee, lo Spirito, la Sostanza infinita e tutte le grandi entità che i filosofi innalzarono per colmare o almeno mascherare il vuoto dovuto all'assenza del Dio vivo.

Surrogato della religione la Vita in quelli che, davanti a queste due sìllabe, entrano in uno stato ipnotico, fino a diventare indifferenti al contenuto, all'uso di questa vita insostituibile, " Purché io non muoia senz'aver vissuto! "

Surrogato della religione il Mistero, l'Ignoto, l'Inconoscibile in chi, rigorosamente parlando, può fare a meno di tutto il resto, ma non di desiderare, di attendere, di sperare, di sognare.

Qui ci limitiamo ai surrogati religiosi più comuni e meno irragionevoli; ma che cosa non dovremmo nominare se volessimo darne un elenco completo? Quale cosa non è stata adorata dall'uomo nel giorno del pericolo o dell'aberrazione?

Surrogato della religione, e alla fin fine superstizione, è, come disse M. Blondel, tutto ciò che vogliamo infinitamente senza deciderci a volere l'Infinito.

Qui, non possiamo nemmeno pensare di studiare in particolare ciascuno

 

degli esempi che abbiamo dato, e specialmente che ancora potremmo dare. Ci limitiamo ad alcuni casi tipici, che hanno il duplice privilegio di essere stati elaborati con sufficiente precisione dottrinale e di corrispondere a stati di spirito comunemente e attualmente vivi attorno a noi.

CAPITOLO II. - ALCUNI CASI TIPICI

Kant e la religione del dovere.

- Kant non era affatto un ateo confesso o camuffato; era anzi un bravo protestante pietista, che prendeva molto sul serio le credenze e i riti della sua confessione, ai quali perciò cercava di trovare un senso razionale. Anche se parte da un metodo che, ai nostri occhi, 6 assolutamente inadeguato, la sua opera: La religione nei limiti della ragione non è puramente negativa, come fu detto spesso. Vi permangono le nozioni di Verbo, di peccato, di Chiesa con alcuni corollari essenziali, tanto che il suo pensiero, sotto le due forme, è dominato dalla considerazione dell'Assoluto: " totalità incondizionata " per la ragion pura, a bene sovrano " per la ragion pratica.

Pero Ratti, da una parte, come filosofo, pretende di aver stabilito l'impossibilità di tiare ai problemi metafisici una soluzione di carattere dommatico dimostrativo, perché le conclusioni legittime della ragione non vanno oltre il campo dei fenomeni. Dal fatto che l'idea di Dio rappresenta un'esigenza reale e inevitabile del pensiero, non se ne può concludere l'esistenza di un essere corrispondente a quest'esigenza. D'altra parte, Kant, come moralista, tiene costantemente desta la diffidenza per ogni specie di utilitarismo e perfino di eudemonismo. Azione moralmente buona è quella fatta non solamente in conformità, ma per la sua conformità col dovere; e qui importa non l'opera, ma la buona volontà. Ogni considerazione estrinseca, compresa quella della ricompensa e dei castighi d'oltre tomba, intervenendo nell'azione morale, mette perlomeno in pericolo la purezza dell'intenzione e il valore dell'atto.

In questo modo, Kant iniziò un surrogato della religione (la religione del dovere) che potè sedurre un certo numero di anime incontestabilmente nobili, specialmente tra quei cristiani di tradizione e di aspirazione che una coscienza e una filosofia male intese allontanavano dai dommi.

La dissero una morale indipendente da ogni metafisica definita, come pure da ogni dommatica confessionale, e quindi, suscettibile di venir proposta, negli ambienti più diversi e più lontani; morale autonoma, dove la volontà è forzata solo dalla ragione, dai suoi principi e dalla sua logica; morale disinteressata, per cui facciamo il dovere per il dovere stesso, senz'altra ricompensa che una gioiosa fedeltà alla legge che ci costituisce spiritualmente.

La pretesa di restare così fuori d'ogni speculazione o influsso religioso, assolutamente parlando, sarebbe sostenibile se si trattasse soltanto di una morale, come dice Goyau, " senz'obbligazione e senza sanzione ", in cui, per usare le parole di Fouillée, che hanno senso equivalente, " L"imperativo categorico" cede il posto "all'ottativo supremo" ".

Ma una coscienza, per quanto poco esigente, non può contentarsi di cosi poco di fronte a se stessa e a quello a cui, nonostante tutto, si sente legata. Questo almeno non è il caso dei discepoli di Kant di cui parliamo, per i quali le nozioni di obbligazione e di sanzione conservano un senso, forse rinnovato, ma irriducibile.

Ammettiamo che si giudichino un po' semplicisti e sbrigativi certi modi filosofici e teologici di identificare senz'altro l'idea d'obbligazione morale e quella di comandamento divino, ma resta sempre che non possiamo separare l'idea d'obbligazione da quella di valore, né l'idea d'imperativo categorico da quella di valore incommensurabile a qualsiasi altro valore. Ma non si può nemmeno separare l'ordine dei valori da quello delle verità, come l'ordine della verità da quello dell'essere: ciò che non è affatto, non agisce affatto, nemmeno come attrattiva e appello, e quindi, la stessa idea di valore comporta quella di essere in sé. Entrati in quest'ingranaggio dialettico, pare difficile sfuggirvi senza accettare l'illogismo e la contraddizione. Ma questo non rientra certamente nelle prospettive kantiane.

Ammettiamo che si ritengano grossolani certi modi di ridurre l'idea di sanzione a quella di ricompensa e di castigo; rimane però, come nota espressamente Kant stesso, che chi non agisce interessatamente, cioè direttamente e immediatamente preoccupato di un utile personale, non accetta per questo che il bene e il male non abbiano conseguenze e che queste possano essere le stesse per l'uno e per l'altro. Kant vuole che virtù e felicità alla fine si uniscano; ma come potranno unirsi se non c'è Qualcuno al principio e alla fine, abbastanza santo per voler sempre questa riconciliazione finale, abbastanza potente per poterla sempre attuare? E se non c'è una vita superiore, dove si potrà compiere e perfezionare ciò che non è compiuto sulla terra?

Il kantiano certamente aderisce a queste affermazioni solo per un postulato, poiché ritiene impossibile darne la prova; ma il sistema non offre forse qui uno dei suoi punti più fragili? Il nesso delle idee che abbiamo delineato non ha il carattere d'una dimostrazione adattata alla natura particolare del problema? D'altronde, il postulato non ammette nessuna dimostrazione, ma può venir dimostrato indirettamente attraverso l'intelligibilità e la fecondità del sistema di pensiero e di condotta che esso, ed esso solo, rende possibile; e questo genere di dimostrazione non pare inconciliabile con la critica più esigente.

Concludendo, diciamo che l'affermazione categorica e incondizionata del dovere è gravida di una concezione religiosa del mondo e della vita, e prima di tutto, dell'idea d'una Perfezione sussistente, e questa è la definizione meno equivoca del nostro Dio.

Augusto Comte e la religione dell'Umanità. - La religione dell'Umanità è una specie molto generale, che comporta numerose varietà (1);

(1) La religione dell'Umanità si può presentare come un umanitarismo (culto dell'umanità come collettività degli uomini, insieme degli esseri umani nati o nascituri) o come umanismo (culto dell'umanità come essenza e natura dell'uomo, complesso dei valori umani).

La nostra esposizione, che non intende dire tutto e che si limita, come abbiamo detto, ad alcuni casi tipici, si pone dal primo punto di vista.

Mettendoci al secondo punto di vista, si troverebbe ad esempio, dal lato dei filosofi, un Brunschvicg e il suo idealismo immanentista (dove lo spirito in fondo non è altro che lo sforzo dell'uomo che costituisce la scienza e la moralità) ; dal lato dei militanti, un Guéhenno e la sua " conversione all'umano ".

L'argomento da opporre resta in sostanza lo stesso. Si tratti di soddisfare la nostra intelligenza o di condurre e stimolare la nostra condotta, l'umanismo svolse e svolge spesso l'ufficio di una religione di sostituzione, in nome e in forza di principi impliciti che superano le sue affermazioni esplicite. L'uomo può essere oggetto di culto per l'uomo solo in quanto supera l'uomo.e consideriamo la forma datale da Comte in un clima che non era tanto favorevole, e quindi, in condizioni particolarmente istruttive.

È noto che l'idea appare nella seconda filosofia di Comte, la quale, a prima vista, sembra radicalmente opposta alla prima. Da una parte, la constatazione positiva, l'oggettività rigorosa e impassibile; dall'altra, una sintesi del sapere umano tentata dal punto di vista soggettivo, dal punto di vista dei bisogni e delle aspirazioni dell'uomo; qui, la scienza, la dimostrazione, la ragione da sole; là, un primato riconosciuto al cuore, all'intuizione, all'aspirazione; da un lato la concezione dell'azione e della pratica tutte rivolte all'utile, dall'altro l'accentuazione della simpatia, dell'amore disinteressato, della bontà; qui, se non il disprezzo, almeno il disdegno del passato metafisico e teologico dell'umanità; là, una costruzione religiosa calcata anche nei minimi particolari sulla dommatica. sulla disciplina, sulla liturgia della Chiesa cattolica.

Che cos'è avvenuto tra il Cours de Pkilosophie positive e il Système de Politique positive! Si dice: Ci fu di mezzo l'amore e la morte di Clotilde de Vaux, tutto un dramma passionale che riaperse in Augusto Comte le fonti troppo chiuse della sensibilità e delle lacrime, che contribuì ad aggravare i turbamenti mentali di cui aveva già sofferto; un fenomeno patologico, almeno nella misura in cui è patologico il predominio della sensibilità sulla ragione.

Certamente questo ci fu: ma ci fu anche un'altra cosa assai più significativa.

Fin dalla prima lezione del Cours, lo stesso Comte ammette che il bisogno d'unità è uno dei più profondamente sentiti dal pensiero umano. Ora, nonostante le generalizzazioni cui si abbandona il pensiero e per poco che la conoscenza scientifica rispetti i principi, questa non soddisfa il bisogno d'unità. Con i suoi principi e metodi specializzati, la scienza è fatta di scienze che non si con-giungono o si congiungono soltanto da un punto di vista superiore.

D'altra parte, il grande problema della vita morale consiste nel superare l'egoismo con l'altruismo, nel a fare prevalere gradualmente la socialità sulla personalità, anche se questa è spontaneamente preponderante " (Catéchisme positivisle); e anche qui, bisogna mettersi da un punto di vista superiore per capire che vivere per gli altri è ancora il miglior modo di vivere per sé.

Altro aspetto delle stesse idee. L'uomo non potrebbe rassegnarsi a un genere di esistenza che lo lasci esteriore e come estraneo all'ordine universale, come pure a un sapere inorganico. La religione dell'Umanità, con la sua Trinità (il Grande Essere, il Grande Feticcio, il Grande Ambiente) ristabilisce ovunque la continuità e la solidarietà e fa affluire in noi " l'essere, il movimento, la vita n da un piano più grande di noi.

Anche Comte venne a chiedere alla religione (religare: legare di nuovo) uno stato di unità completa, in cui tutte le potenze del nostro essere materiale e spirituale cooperano a uno stesso fine, in cui tutti gli uomini s'incontrano in uno stesso compito e per una felicità comune; un'armonia dell'uomo con se stesso, con gli altri, con l'universo.

Non diciamo che la scossa affettiva sofferta da Comte non abbia avuto una parte meccanica nel far scivolare il suo pensiero, ma dobbiamo ammettere anche che questo fu finalizzato da tendenze più profonde, che la ragione può confessare pienamente; dobbiamo pure logicamente ammettere che questo doveva portarlo ancor più lontano, se è vero, come dice Boutròux commentando questi fatti (Science et Réligion dans la philosophie contemporaine, p. 77-79) che, a nella stessa umanità, ci sono i gemi d'una religione che supera l'umanità " e che le stesse nozioni di reale e di utile, fondamento della filosofia positiva, a a noi sono un incitamento alla ricerca del Vero, del Bello, del Bene ".






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Proudhon e la religione della Giustizia.


- " Proudhon non è ateo; è un nemico di Dio a, diceva il Cardinal Matthieu, arcivescovo di Besanc,on, nella lettera ad Eugenio de Mirecourt, che è all'origine de La Justice dans la Révolution et dans l'Eglise. Proudhon accetta la definizione in quanto sottolinea realmente la sua posizione personale.


Per dirsi ateo, bisognerebbe che egli considerasse in realtà il problema di Dio come risolto metafisicamente; ma non è così, poiché dell'esistenza e della natura di Dio " noi ne sappiamo positivamente nulla ".


Il filosofo Proudhon non sa nulla di Dio; ma il sociologo Proudhon nell'idea religiosa vede il prodotto e anche il mezzo di due cose che egli detesta: da una parte l'affermazione categorica dell'assoluto, mentre lo spirito critico e il senso del relativo gli sembrano condizionare ogni sforzo di pensiero fecondo; d'altra parte, l'esaltazione dell'autorità e della costrizione, mentre l'autonomia umana gli sembra condizionare ogni progresso sociale e ogni vita morale.


Perciò, ai dommi della Chiesa, erede dell'assoluto e complico dei poteri, egli opporrà i principi della Rivoluzione e le esigenze della Giustizia.


La Giustizia — " facoltà di sentire e di affermare la nostra dignità, e quindi, di volerla e difenderla tanto nella persona altrui come nella nostra " — è la salvaguardia dell'onore e il vero legame sociale; e solo la Giustizia può " equilibrare ", dal punto di vista economico, la proprietà e la a comunità "; dal punto di vista politico, la libertà e l'autorità; dal punto di vista familiare, l'amore e la disciplina dei sensi; solo la Giustizia, con l'educazione e la cultura veramente umana, ci assicura l'affetto e il rispetto altrui, il godimento pacifico della natura e del mondo, la serenità di fronte al dolore e alla morte; solo alla Giustizia appartiene sanzionare interiormente e intrinsecamente la regola che essa decreta.


Ma come potrebbe la Giustizia essere capace di tutto questo, se fosse soltanto una costruzione mentale e un sogno soggettivo? Onde permetterle di reggere l'enorme fardello che le impone, Proudhon vede come non potrà mai dare troppa realtà concreta e solidità ontologica alla Giustizia, che considera come ideale nello stesso tempo che reale, norma e fatto, facoltà spirituale e forza cosmica che regge tutte le cose: la morale col nome di diritto e di dovere, la logica e la matematica col nome di eguaglianza, l'immaginazione e l'arte col nome di armonia, la natura col nome di equilibrio. " L'Universo è stabilito conforme alle leggi della Giustizia che è organizzata conforme alle leggi dell'Universo ". La Giustizia non ha nulla che l'uomo non possa trovare in se stesso: a essa è umana, nient'altro che umana, tutta umana"; i filosofi la riconobbero e la celebrarono con i nomi di Idea, di Assoluto, di Dio. Essa è il sostegno di ogni esistenza autentica, la sorgente di tutte le forze, il principio di qualsiasi valore; ad essa sola appartiene, pienamente, dire : Egp sum qui sum. E che cosa significa questo, se non che Proudhon non le rifiutò nessuno dei nomi di Dio?


Dopo ciò, egli potrà opporre quanto vuole immanenza e trascendenza come termini d'un'antinomia irriducibile, l'unica che, apparentemente, non a si bilancia ". Anche Proudhon pone nell'immanenza della vita umana sinceramente vissuta una trascendenza irriducibile; anch'egli apporta la sua pietra all'edificio pascaliano e cristiano: a Noi siamo pieni di cose che ci gettano al di fuori... Il bene universale è in noi, è noi stessi, e non è noi " (Pensées, ed. Br., 464 e 485).


Nietzsche e l'orgoglio della vita.


- Nietzsche, ecco un altro nemico di Dio, e cosi violento, che mai nessuno spinse così avanti la negazione. Sotto i colpi della " volontà di potenza ", crolla l'idea del vero insieme con quella del bene; aldilà di ogni Chiesa, Nietzsche colpisce lo stesso Vangelo. L'ingiuria non si era mai spinta così lontano, e alla fine, è pura frenesia, " Schiacciate l'infame! Mi avete capito? Dioniso contro il Crocefisso! "


Ma, prima di tutto, bisognerebbe sapere se Nietzsche non appartiene alla razza di quegli uomini nei quali la violenza stessa è un'oscura questua di amore: così almeno pensano quelli che l'hanno meglio conosciuto, come Mine Lou Salomé: " Ogni volta che Nietzsche perseguita o demolisce con un odio particolare, è perché questa cosa è profondamente ancorata nel cuore della sua filosofìa e della sua vita. E questo è vero non soltanto riguardo alle teorie e agli esseri umani " (Frèdéric Nietzsche, Trad. Benoist-Méchin, 1932, p. 240).


Bisognerebbe pure sapere se del cristianesimo Nietzsche non detesti meno gli autentici insegnamenti che non certe limitazioni e anche deformazioni che essi hanno subito, come la facilità nell'obbedienza, una certa paura del rischio nell'umiltà, un certo orrore della vita nell'ascetismo, il sentimentalismo nella pietà.


Bisognerebbe infine sapere se, facendo l'analisi del preteso amoralismo di Nietzsche, in definitiva non si riduca — come d'altronde pare ridursi ogni amoralismo sistematico — a un moralismo capovolto o invertito, in cui il superuomo ritrova i suoi imperativi categorici, cioè la durezza invece della pietà, il rifiuto del limite invece dell'accettazione. " Tutte le passioni finiranno col divenire tutte le virtù ". Lo stesso autore di Cosi parlò Zarathustra presenta la sua opera ora come una sovversione, ora come una trasvalutazione dei valori. I posteri hanno preso soprattutto questo secondo aspetto, vedendo in Nietzsche colui che a su nuove tavole scolpì nuovi valori ". a Ed è veramente un nuovo Bene e un nuovo Male ".


Ammettiamo che le interpretazioni benigne del pensiero di Nietzsche, che oggi tendono a prevalere (anche tra cristiani come Carlo Du Bos), hanno molte cose che si devono ribattere. Non dimentichiamo con che insistenza e forza questo pensiero in rivolta ci riconduce al te senso della terra ", e guardiamoci dal prendere alla leggera, nel senso stesso che qui è posta, l'opposizione dell'" io voglio " e del " tu devi ".


Ma, tutto ben ponderato, Nietzsche resta nella zona d'attrazione dello spirituale e del divino sia per la fede ostinata, sempre vinta e sempre rinascente, in una possibile " redenzione ", sia per il bisogno di "superamento ".


Nietzsche prima, nel periodo romantico e wagneriano, che più tardi rinnegherà con violenza, attese questa redenzione dall'arte; poi, fu affascinato dal Sapere, dal Sapere esatto, lucido, critico, implacabile tanto al bisogno e alle esigenze dell'azione quanto a quelle della sensibilità. Il vero vale tutti i sacrifici: Fiat Veritas, pereat Vita. Poi, sopraggiunge un dubbio: Che cos'è il vero, se non una creazione della vita anch'esso? e con che diritto il creato può rivoltarsi contro il suo creatore? Anche la legge del vero è illusione e schiavitù, e solo la vita può essere legge a se stessa: Fiat Vita, pereat Ventasi Ormai, Nietz-sche non modificherà più la sua posizione, e dirà si alla vita e a tutto ciò che la l'appoggia e l'esalta; dirà no a tutto ciò che la nega o la limita, e quindi, al bene e al vero, perché ormai ne vede solo più le costrizioni. E se qualche destino spaventoso lo accascia, se qualche atroce visione lo incalza (come l'idea del " ritorno eterno " al quale credette doversi collegare, ma non poteva parlarne senza spavento), proprio da essi trarrà forza e gioia. Nella storia delle idee, non c'è nulla più patetico di questo inno alla gioia di un malato, di un miserabile, che si sentiva oscurare nella follia, e che raccoglieva le sue ultime forze per poter dire ancora una volta: " Vale la pena di vivere sulla terra ".


Ma la vita merita quest'onore, è capace di reggere questa fiducia, permette di sfidare cosi il dolore e la morte se sopportasse solo se stessa, i suoi rischi, le sue metamorfosi? D'accordo che qui bisogna guardarsi da facili controsensi; ma è un fatto che egli ha scritto: " Io v'insegno il sovrumano. L'uomo è qualcosa che dev'essere superato "; e questo fatto è tale, che ha ben poco senso fuori d'una concezione religiosa del mondo e della vita, e non ci sorprende più questa dichiarazione rapitale della signora Lou Salomé: " La vita e il pensiero di Nietzsche furono sempre guidati da un istinto religioso; le sue diverse teorie non sono altro che tentativi per sostituire Dio, palliativi con cui spera di sopportare l'assenza dell'ideale divino " (O. e, p. 170).


Si può quindi sostenere la tesi clic Nietzsche teina più i falsi dèi di quanto rifiuti Dio. D'altronde, qualsiasi cristiano 6 pronto a firmare questa formula commovente: " Nel mondo, non c'è abbastanza amore e bellezza, perché noi abbiamo il diritto di sviarne la minima particella per donarla ad esseri immaginar! " (Umano, troppo umano, i, 129).


Marx e il messianismo proletario.


- Più di tutte le filosofie di cui abbiamo parlato, il marxismo sembra a prima vista chiuso a ogni preoccupazione religiosa. " La religione è la coscienza e il sentimento dell'uomo che non si è ancora trovato o che si è già riperduto... È l'oppio dei popoli... Qualsiasi critica dev'essere preceduta dalla critica della religione... La critica della religione conduce alla dottrina che l'uomo è l'essere supremo per l'uomo e ha l'imperativo di rovesciare tutte le relazioni sociali in cui egli è un essere degradato, asservito, abbandonato, miserabile ". Questo il punto di vista di Marx (La Sacra Famiglia, 1845; cf. Morceaux choisis de Nizan et Duret, pp. 222-223); e gli sembra rosi naturale e inevitabile, che non si da pensiero di giustificarlo.


Però, non ci fermiamo a queste enunciazioni astratte, e consideriamo i loro commentar! e gli sviluppi concreti. Altro sono le formule e altro le appli-zioni che se ne fanno; altro il sistema, altra cosa gli uomini che lo vivono; altra la volontà voluta e altra la volontà volente. Infatti, visto da questo punto di vista, il marxismo vivo non ha cessato di manifestare contraddizioni intime notate con forza specialmente da Berdiaeff (2).


(2) Vedute analoghe, in Giacomo Maritain, Humanisme integra!, pp. 43 ss. trad. it. pp. 40 e 58. " La fede nella rivoluzione comunista in roaltà presuppone un universo totale di fede e di religione in seno al quale essa si edifica ". Perché questa religione ha preso una forma antireligiosa e atea? Prima di tutto, per colpa di un mondo cristiano infedele ai suoi principi, fenomeno di " risentimento " che determina un processo di " sostituzione". Processo in tre tempi: la causaliià materiale diventa la causalità puramente e semplicemente primaria ; viene attribuito alla materia il dinamismo della dialettica hege-liana; il proletariato assume la missione redentrice. In tutto questo appare ancora una volta che l'ateismo non può « essere vissuto n. Inoltre, 0 il rifiuto pratico d'ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome... Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio. può darsi (e Dio solo lo sa) che l'atto intcriore di adesione volontaria prodotto da un'anima conduca su una realtà che di %tto sia vera-mcnie Dio ».



Il marxismo che è e si lascia chiamare materialista, dal lato dello spirito vede solo riflesso e inerzia, soprastruttura ideologica di un'infrastruttura economica, ti emanazione di un certo comportamento materiale "; e tuttavia esso è nato, e agisce solo grazie a uno sforzo di pensiero costantemente rinnovato, la cui originalità non è mai stata più visibile .

Il marxismo si crede ateo e parla realmente da ateo, dichiarando che la " radice " e " l'essenza " dell'uomo è l'uomo stesso, e intanto parla ora dell'uomo ora della collettività umana come d'un valore incondizionato e incommensurabile a ogni nitro; e questo, in un naturalismo puro, è almeno un'affermazione audace.

Il marxismo professa il determinismo e " considera il movimento sociale come una catena naturale di fatti storici... sottomesso a leggi che non solo sono indipendenti dalla volontà, dalla coscienza e dai suoi disegni, ma che anzi ne determina la volontà, la coscienza e i disegni "; ma da quando volle e nella misura in cui volle attuare il movimento sociale, si appellò all'energia della libera volontà, ora distruttive e ora creatrice; e oggi, in Russia, insegna che, per trasformare il mondo, bisogna trasformare l'uomo.

Considerando le idee come semplici " epifenomeni " e riflessi d'interessi e di bisogni contingenti, esso comporta una concezione completamente relativistica della verità; e intanto, parla e agisce come se risultasse da una verità prima di esso sconosciuta, nata con esso, che gli da un fondamento e dev'essere accettata senza discussione.

Il marxista, molto logicamente, non lascia nessun posto all'apprezzamento morale, al giudizio del valore etico; ma intanto, e spesso più di chiunque altro, s'indigna contro il disordine e l'ingiustizia dell'alienazione e dello sfruttamento umano e si appella a una giustizia riparatrice e salvatrice.

Non c'è nulla di più pessimistico della concezione che il marxismo si fa della storia; e tuttavia esso dalla storia attende la vittoria della ragione insieme con la vittoria del proletariato; questa vittoria sarà definitiva, perché metterà fine alla dominazione delle cose sull'uomo e assicurerà il dominio dell'uomo sulle cose.

Il marxismo arrossirebbe se dovesse discutere superstizioni come il domma del peccato originale o quello della redenzione; e intanto, anch'esso è compenetrato di elementi escatologici come il peccato radicale del capitalismo, il messianismo del proletariato, l'avvento di una terra nuova sotto cieli nuovi.

Concludiamo: questa dottrina tanto severa contro tutte le religioni è virtualmente essa stessa una religione e agisce sugli uomini e sulla storia solo' in quanto viene accettata questa legge del suo destino. Perfino la propaganda dei " Senza-Dio ", con le sue violenze e con le sue oltranze, prova a suo modo che, di fronte a Dio, è impossibile restare indifferenti ed estranei.

   


Fraternamente CaterinaLD

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CAPITOLO III. - INTERPRETAZIONE APOLOGETICA


Dal nostro punto di vista, qual è il significato esatto delle dottrine di cui abbiamo parlato e delle constatazioni che abbiamo fatto?


Insufficienza delle dottrine esaminate.


- L'apologetica, ordinariamente, si occupa di queste dottrine per trionfare, con più o meno comprensione o severità, sulle loro insufficienze teoriche o pratiche, da una parte indicandone le incoerenze e le contraddizioni, parlando per esempio dei " valori n ai quali esse si riferiscono (il dovere, la giustizia, ecc), alle volte come di realtà che trascendono l'universo sensibile, alle volte come di forze immanenti all'universo, senza giungere a dare loro una forma di esistenza ben definita e precisa; dall'altra parte, dimostrandole moralmente e socialmente affatto o troppo poco efficaci e impotenti, eccetto in qualche caso privilegiato e grazie alle sopravvivenze cristiane, a muovere la sensibilità e a vincere le volontà, incapaci di assolvere la funzione che a questo riguardo fu sempre svolta dalla religione.


Queste considerazioni non sono certo indifferenti. La coerenza interna e la fecondità non bastano a definire la verità, ma valgono almeno come segno e criterio che ce la possono far conoscere, poiché la dottrina che non riesce affatto a concordare con se stessa e che lascia continuamente trasparire una contraddizione mascherata, ma non superata, che impegna l'azione in un vicolo cieco e non riesce a uscirne, è perlomeno incompleta e troppo sistematica, non risponde alle esigenze della verità, adeguamento del pensiero con l'oggetto e anche, anzi prima ancora, (per noi) adeguamento dell'essere con se stesso nell'insieme delle sue condizioni d'esistenza. Se si trattasse di abbatterla o di metterla da parte, basterebbe questa constatazione.


Ma l'apologetica non è l'arte del massacrare e nemmeno una battaglia, poiché non vogliamo la morte del peccatore, ma la conversione e la vita; e quindi, non basta snidarlo dalle posizioni dov'è rifugiato con la sua debolezza e miseria, ma dobbiamo impegnarlo nelle vie della liberazione, dove alla fine troverà tutta la forza e la luce. Avremmo il miglior pegno della vittoria decisiva se riuscissimo a dimostrargli che egli, pur senza saperlo e senza osare spingersi molto lontano, è già impegnato in questa via, che deve vincere la timidita e non abbandonare l'orientamento; che in definitiva gli chiediamo soltanto di accettare integralmente proprio quelle conseguenze delle esigenze e aspirazioni che l'hanno messo in cammino, facendogliene prendere intera coscienza.


È certo possibile trarre un grande vantaggio dall'analisi, dalla meditazione, dalle nozioni d'assenza o di vuoto, purché in esse si veda non un puro e semplice nulla, e si lasci nel mondo dei fantasmi la pseudo-idea del nulla. In questa logica concreta e viva, che Blondel, per distinguerla dalla logica astratta e formale del pensiero puro, proponeva di chiamare a normativa ", la negazione è privazione, e a questo titolo, comporta degli effetti positivi; l'assenza è assenza d'una presenza che può rimanere irraggiungibile e inattingibile, ma non per questo cessa di esercitare un'azione effettiva, e lascia un vuoto di forma e dimensioni indefinite, te il cui fondo è certamente indeterminabile, ma i suoi margini e contorni intanto prefigurano le virtualità d'un'eventuale soluzione " (M. Blondel, La Pensée, II, p. 327). La ragione ha il compito assai più di scavarlo che di colmarlo, sia pure nel solo campo ideale e ipotetico, e inoltre, di fronte a quest'Ignoto che per noi non sarà mai più come se non esistesse, essa non è condannata alla completa ignoranza e ridotta al silenzio.


Perciò, non è sacrilegio temerario cercare di scorgere almeno qualcosa dell'autentico Dio e della vera religione in questi idoli più o meno grossolani, in questi surrogati di religione, nei quali hanno tuttavia lasciato il loro segno come nella cera molle e fluida l'immagine incavata del rilievo del sigillo. Non possiamo dirci soddisfattti quando li abbiamo costretti a confessare la loro insufficienza; ma proprio in quest'insufficienza, dobbiamo cercare l'unica cosa che può bastare; e proprio nel fondo di queste idee ìnadegute, conservando tutta la riverenza verso i dati propri della rivelazione e della grazia, dobbiamo seguire attentamente l'anima di verità che fa vivere questi surrogati, anima che tuttavia essi mutilano e ripudiano.


Implicazione d'una trascendenza.


- Consideriamo nuovamente le dottrine di cui abbiamo parlato. Sarebbe una constatazione di mediocre interesse vedere come esse scivolino quasi fatalmente ad affermazioni di carattere trascendente e ben presto specifìcnmenle religioso, se questo fosse soltanto l'effetto d'un'attrazione secolare, d'un'attrazione gregaria, d'una necessità sentimentale, o anche d'un imperioso bisogno che però resterebbe artificiale. Ma non è cosi, perché questi surrogati scivolano in tali affermazioni per una necessità intelligibile, propria dell'ordine razionale, costretti da una legge che chiameremmo volentieri legge di trascendenza inevitabile: l'uomo impegna e implica qualcosa che supera l'uomo, qualcosa da cui egli da solo non sarebbe capace di dedurre rigorosamente la natura né di verificarne direttamente l'esistenza, e meno ancora assicurarsene il godimento; qualcosa la cui privazione lo lascia in disaccordo e come ostile con se stesso, qualcosa da cui il rifiuto e perfino la negazione non possono distaccarlo del tutto.


La volontà dell'uomo supera l’uomo, non ne eguaglia mai le realizzazioni ai progetti, né questi alle ambizioni. Le volizioni coscienti della " volontà voluta " non occupano né soddisfano completamente lo slancio misterioso della a volontà volente n. In tutto quello che facciamo e vogliamo, diceva Malebranche, vi è k movimento per andare più lontano " (Blondel, Action, ed. 1893, passim).


Il pensiero dell'uomo supera l'uomo.


" II nostro pensiero, lungi dal terminare in se stesso, viene da profondità maggiori e sale più alto della coscienza del pensiero stesso " (Blondel, La Pensée, II, 165). Noi pensiamo le stesse cose dello spazio e del tempo dominando lo spazio e il tempo, riferendoci a una verità indipendente dal fenomeno e dall'accidente. Ogni operazione razionale implica l'affermazione dell'assoluto, et Pensare, significa pensare Dio " (Ivi, I, 175).


L'essere dell'uomo supera l'uomo. L'uomo come creatura, esiste non solo per la totalità degli esseri che ne condizionano l'esistenza e finalmente per l'Essere in sé e per sé che lo causa e lo sostiene, ma, come creatura ragionevole e come persona, non si consolida e non si compie nell'essere e, in senso esatto, non si attua che rispondendo all'appello e cooperando all'attività creatrice, unificatrice, divinizzatrice di quest'Unico necessario (Blondel, L'Etre et les étres, passim).


Bisogno, aspirazione, esigenza, attrazione, sollecitudine, stimolazione, implicazione, partecipazione, presenza: con quale di questi nomi dobbiamo indicare la costrizione liberatrice che intanto non dipende da noi subire o non subire? Come un medesimo fatto scientifico in teorie e sistemi che hanno note diverse, viene escluso solo da punti di vista filosofici differenti, cosi questa costrizione può essere legittimamente riconosciuta e formulata in diversi modi. A nostro avviso, bisogno e aspirazione non dicono abbastanza, e il soggettivismo proprio di queste nozioni ci lascia in una posizione dialettica troppo vulnerabile. Ci pare che presenza dica ancora troppo, e c'è pericolo che risvegli le seriissime difficoltà sollevate dalla nozione realmente equivoca d'esperienza religiosa. Blondel preferisce dire implicazione, e negli ultimi suoi libri, ci spiega che, anche se è condotto a rivedere un certo numero di formule déil'Action, non rinnega né il metodo d'implicazione che aveva definito genialmente, né le conclusioni alle quali tale metodo lo aveva condotto. Quindi, anche noi, con Blondel, diciamo " implicazione ". Questo punto di vista comporta un certo genere di rigore e d'oggettività che troppo spesso manca realmente all'apologetica detta interna, alla quale è ormai tempo di annetterlo, poiché d'altronde non pare andare oltre le affermazioni di una teologia prudente e avveduta.


Perciò, compito non solo naturale ma indispensabile e più di tutto fecondo dell'apologetica, che non si balocca con se stessa, che non mentisce a se stessa, ma accetta di " diventare quello che osa 6 ", e svelare in inevitabili implicazioni trascendenti del pensiero o della vita umana. L'interesse di una tale apologetica non è soltanto utilitario o prammatico, come quello d'un'argomentazione ad kominem, riguardo alla quale si può dubitare si: sia irrefutabile in sé, ma di cui si sa bene clic l'avversario non la con fu toni. Come abbiamo fatto per dilucidare il caso dei " surrogali della religione ", noi pensiamo che si possa proporre quest'apologetica in perfetto accordo con la ragione più esigente e con l'analisi psicologica più minuziosa.


P. A.


 


Su Carlo Marx: - Tutte le opere di Marx vengono tradotte da " Rinascita ", Roma, nelle due Collane Classici del marxismo e Piccola biblioteca marxista. Per II Capitale c'è anche l'edizione a cura di Firpo, U. T. E. T., Torino 1946 ; del Manifesto comunista si veda la recente traduzione con introduzione, commento e appendice critica, a cura di N. Campagnola, Ed. Mazza, Firenze 1951. Le pagine di Marx sulla religione sono raccolte nel volume: K. Marx, Morceaux choisis, Gallimard, Paris 1934. F. Oloiati, Cario Marx, Vita e Pensiero, Milano 1948; A. Corno, Karl Marx, L'uomo e l'opera, Milano 1946; G. A. Wetter, Materialismo dialettico e Materialismo storico, in Enc. Catt., voi. Vili, coli. 366-386. Importante. Id., M materialismo dialettico sovietico, Einaudi, Torino 1948; R. Lombardi, La dottrina marxista. Ed. Civiltà Cattolica, Roma 1947; Vasi Autori, La filosofia del comunismo, Marietti, Torino 1949. Vari Autori, H comunismo e i cristiani, Morcelliana, Brescia 1946; N. Berdiabp, // Problema del comunismo, Gatti, Brescia, 1937; Id., Le fonti e lo spirito del comunismo russo, Corticelli, Milano 1945. G. Maritain, Umanesimo integrale, 3 ed. Studium, Roma 1949. A. Lovecchio, // marxismo in Italia, Bocca, Milano 1953.


BIBLIOGRAFIA. - Posizione del problema: M. Blondel, L'action, 1893; riedizione presso P. TJ. F. Paris 1950; trad. it. presso Vallecchi, Firenze, 1923; Id., Le problème di la phtiosophie catholique, 1932. Olle - Laprune, Le prix de la vie, 1894, trad. it. presso Vallecchi; A. Verriele, II soprannaturale in noi e il peccato originale, Vita e Pensiero, Milano 1936.


Su Kant: - E. Kant, Fondamenti sulla metafisica dei costumi, tr. it. di G. Vidari, Laterza Bari 1908; La religione nei limiti della ragione, trad. it. di A. Poggi, Guancia, Modena 1941 ; B. Jansen, La pkUosophie religieuse de Kant, Vrin, Paris 1934; P. Charles, Kant, in D. T. C, t. Vili, coli. 2297-2331.


Su A. Comte: - A. Comte, Système de polilique positive, 1851-54; Caléchisme positivisti, 1852, ed. Fécant 1909; H. Db Lubao, // dramma dell'umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia 1949" PP- .137-275: Comte e il cristianesimo.


Su F. Nietzsche: - F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 7 ed. Bocca, Milano 1943; H. Lkjhtenbergek, La philoosophie de Nietzsche, Alcan, Paris 1923; H. De Lubao, // dramma dell'ateismo ateo, ediz. cit, pp. 40-134; A. Pellegrini, Nietzsche, interpretazione del pensiero e della s^ta, Garzanti, Milano 1943; E. Paci, Nietzsche, Garzanti, Milano 1940. Ampio saggio introduttivo e antologia dei passi delle opere principali. I. C. Lannoy, Nietzsche mi l'histoire d'un égocentrisme atkée, Desclée de Br., Paris 1953.


Su Proudhon: - P. J. Proudhon, De la Justtce dans la Rholutim et dans l'Église, éditionBouglé et Moysset, 1930-35; H. De Ltjbac, Proudhon et le Christianisme, Ed. du Seuil, Paris 1945; G. Santonostaso, Proudhon, Laterza, Bari 1935.

 







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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4/12/2016 11:52 PM
 
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  l'atto di fede

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testoAPOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

L'apologetica non è una scienza disinteressata, perché l'apologista è un discepolo o un ricercatore o un combattente in difesa d'una causa e al servizio di qualcuno. Chi difende e chi serve? Prima di tutto, Dio-Verità che testimoniò di se stesso; poi le anime, che bisogna portare alla Verità perché vi aderiscano. Un'opera apologetica potrebbe benissimo terminare con la dichiarazione finale del Vangelo di san Giovanni: " Tutte queste cose furono scritte perché crediate e abbiate così la vita eterna ".

L'evangelista si guardò bene dallo scrivere: "Voi ora dovete essere convinti ", oppure: " Dovreste essere convinti ", sottintendendo: a Ma non lo siete ancora tutti ". Aveva affermato l'obbligo di credere e la responsabilità dell'uomo al quale è stata offerta e ha parlato la verità; eppure, al momento di concludere, dice soltanto il suo intento e lascia Dio giudice del problema morale e personale del lettore. Manifesta il suo disegno al momento di concludere e non al principio del suo scritto, non perché dubiti della verità che comunica, ma perché aveva il diritto di dubitare del modo con cui sarebbe stata ricevuta, non sapendo che cosa ci sia nell'uomo.

Gli evangelisti di un tempo e gli apologisti di oggi sanno certamente di non essere i padroni, ma semplicemente i servi della verità; sanno pure che gli uomini, che essi cercano d'indurre a riconoscere e seguire là verità, vi aderiscono liberamente, mai passivamente spinti dalla forza delle cose e di un'esatta esposizione; le si donano quando si rivela loro.

In un'opera d'apologetica, occorre quindi una breve analisi dell'atto di fede, che senza toccare lo sviluppo scientifico degli argomenti, consiglerà un'arte più sottile delle altre, perché non mira soltanto al senso o all'intelligenza, ma a tutta l'anima.

CAPITOLO I. - COME CONCEPIRE LA FEDE SOPRANNATURALE

Questa parola può avere diversi sensi.

- La nozione di fede è alla base di ogni religione, nascondendo un fondo comune con sfumature varie non tutte superficiali. La fede mette l'uomo in relazione col mondo invisibile, al quale talvolta egli si attacca come a una ferma realtà, talvolta si sente portato o verso di esso da un istinto più o meno potente, o in esso come uno degli elementi che lo compongono. Quando chi non è cristiano o anche non è cattolico parla della sua fede, non dobbiamo aver fretta di applicare a questa fede le idee chiare che abbiamo della nostra, poiché la stessa parola serve a indicare una vaga religiosità, convinzioni irrazionali e insieme potenti, un sentimento di confidenza nel destino o in qualcuno, l'affermazione delle verità estranee all'esperienza, come pure l'adesione a un essere supremo ritenuto come rivelatore. Neppure gl'increduli hanno paura della parola e vantano la loro fede scientifica o patriottica, né sempre hanno torto; però, finiscono col creare confusione. La nozione sarà completa quando alle diverse accezioni della parola n fede j avremo aggiunto quelle della parola " credenza ". Si crede che a farà bello "; si crede " all'avvenire " della scienza, " alla parola a di qualcuno, all'" autenticità del vasellame di Glozel "; si crede che a Dio esiste e che l'anima è immortale "; e infine che a Dio si è incarnato ed è morto per noia.

Di tutti questi esempi, uno solo è autentico nel linguaggio religioso e per un cattolico: quello in cui la parola " fede a o " credenza " indica un'adesione dello spirito a una verità non evidente, ma rivelata da Dio, alla parola di Colui al quale ci si rimette totalmente.

L'uso profano si scosta più o meno da questa definizione, ma ne ritiene sempre qualche cosa: sia il carattere di certezza dell'adesione, sia il dono di sé che comporta, sia la mancanza di evidenza della verità, sia la fiducia accordata a un teste o data a qualcuno.

Lo stesso Vangelo non si serve sempre della parola " fede " nel nostro senso rigoroso. San Pietro non ha la stessa fede quando proclama Gesù Figlio di Dio vivo e sulla sua parola accetta il mistero dell'Eucaristia, e quando segue Gesù per la prima volta o quando sulla parola di Cristo getta la rete o cammina sulle acque, pur passando dall'una all'altra fede.

Un altro esempio ci viene dato dagli uomini ai quali Gesù rimprovera di non credere, ma che non sono increduli poiché credevano in Dio, al Dio che si era rivelato a Mosé, Isacco e Giacobbe. Guardiamoci bene dal datare la fede a partire dalla rivelazione cristiana e di accaparrarla solo per noi.

L'accezione ritenuta dalla Chiesa cattolica.

- Fatta questa riserva prudenziale, i cattolici hanno il grande vantaggio di potersi riferire per ciò che riguarda la natura della fede alla definizione ufficiale del Concilio Vaticano, che precisa una nozione già accettata dalla Chiesa : " La fede è una virtù soprannaturale per la quale, mossi e aiutati dalla grazia di Dio, riteniamo come vere le verità rivelate da Lui, non per averne percepito la verità intrinseca col lume naturale della ragione, ma per l'autorità di Dio stesso rivelatore, che non può ingannarsi né ingannarci ". Lungi dal pensare a cavillare sulle parole, proviamo . un vero piacere nel vederci definiti cosi chiaramente e cosi ben ritratti come credenti.

Anche i protestanti hanno cercato di definire l'atto di fede, preconizzando la fede-fiducia. La loro fede vuoi essere un sentimento di fiducia. Fiducia nel Cristo? Non proprio, ma fiducia che ci sia un incontro spirituale, e vorremmo poter scrivere: " fiducia che " i meriti di Cristo ci siano applicati e che per questo veniamo salvati.

La Chiesa cattolica però non ha ammesso questa nozione restrittiva, poiché la fede non è semplicemente un sentimento. Questo non significa che la Chiesa escluda la fiducia dalla sua nozione dell'atto di fede, perché occorre certamente la fiducia per accettare la testimonianza. La Chiesa non nega che i protestanti e gli altri credenti possano fare un atto di fede autentico come il suo, cioè aderendo a un Dio rivelatore e accettando delle verità sulla sua testimonianza; essa chiede soltanto che, se la loro fede non coincide con la sua per l'oggetto, la riduzione dell'una relativamente all'altra sia dovuta solo a un'ignoranza invincibile.

Nella definizione del Concilio Vaticano, emergono nettamente tre idee: Lo. l'atto di fede è un atto dell'intelligenza, che ritiene come vere le verità rivelate da Dio; 2.o l'atto di fede è un'atto di virtù, e quindi interessa la volontà e le disposizioni morali; 3.o è un atto soprannaturale e ha bisogno della grazia. Dobbiamo esaminare attentamente questi tre punti senza dimenticare che chi crede è un unico e identico spirito, in cui sono distinte intelligenza, volontà e grazia, ma con operazioni indivise.





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4/12/2016 11:53 PM
 
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CAPITOLO II. - LA FEDE OSSEQUIO RAGIONEVOLE

Occorre cogliere la funzione dell'intelletto nello stesso atto di fede, nella preparazione ad essa e nel susseguente sforzo di comprensione.

§ 1 - Compito dell'intelligenza nell'atto di fede.

Adesione fondata su Dio stesso.

- Essendo un atto conoscitivo, l'atto di fede proviene dalla facoltà conoscitiva, cioè dall'intelligenza; esso però supera la semplice conoscenza, perché comporta un giudizio di verità. L'incredulo che studia il cristianesimo può saperne quanto e più di un fedele, ma non vi aderisce e non giudica che è vero.

L'incredulo potrebbe certamente accettare alcune verità die fanno parte del deposito rivelato e che nello stesso tempo rientrano nei limiti dello spirito umano, come l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima, ma non per questo fa un atto di fede, perché il suo giudizio e quello del fedele non hanno la stessa natura. Tutti e due dicono: alo credo all'immortalità dell'anima"; ma quell'a io credo " non è Io stesso per tutti e due e comporta la stessa ambiguità che hanno i termini a credenza " e " fede ". Uno crede in seguito a riflessioni e in forza di un ragionamento, l'altro crede sull'autorità di Dio rivelatore. Nei due casi l'atto non è lo stesso e differisce nel motivo, tanto che in un campo dove l'evidenza è così tenue la credenza del cristiano, poggiando sulla suprema e assoluta autorità di Dio, raggiunge una certezza assai superiore a quella dell'incredulo. Il cristiano è assolutamente " certo " e non c'è argomento o arguzia che per sua natura sia capace di scuoterlo, perdiè attinge la verità nella sua fonte, in Dio che è la Verità prima, e aderendo a una verità rivelata sull'autorità di Dio Rivelatore in realtà aderisce a Dio stesso.

Lo sguardo della fede.

- L'atto di fede consiste dunque in un giudizio, caratterizzato dal suo motivo, che è l'autorità di Dio. È un atto semplice, che può essere preparato da ragionamenti destinati a trarre dalla rivelazione questa o quella verità, o a dare un fondamento all'autorità di Dio, ma è sempre distinto da tali ragionamenti, che non gli sono necessari, anche se legittimi. L'atto di fede consiste nel prendere possesso d'un'idea per mezzo dell'intelligenza e nell'aderire alla verità di quest'idea.

È un atto diretto, che non implica necessariamente né la riflessione sulla verità ammessa cercando di approfondirla, né la riflessione su noi stessi, che ci renda coscienti di quello che crediamo. Può accadere che difficoltà d'ordine intellettuale o d'altro genere inducano un'anima a dubitare della sua fede profonda, ma questo non significa che dubiti di Dio e di ciò che Egli rivela, e con la pratica della preghiera, con l'esercizio della carità, e camminando nella direzione della fede, fa implicitamente atti di fede.

È sempre utile e talora anche obbligatorio fare atti espliciti di fede, che possono essere preparati e facilitati, ma anche complicati dai ragionamenti, che talvolta invece di aprire l'accesso lo ostruiscono. Brunetière e Newman seguendo questo metodo, l'uno per giungere alla fede primitiva, l'altro alla fede nella divinità della Chiesa romana, provarono quanto fosse lento questo processo, da cui furono dispensati Paolo Claudel e san Paolo. Ma che cosa importa questo se la ragione deve abbandonarsi e affidarsi a Dio? Perciò la ragione abbandona i ragionamenti che poterono servirle e ora non servono più, perdiè essa scopre la novità di Dio che viene a lei, che con i suoi passi ha avanzato molto poco e d'improvviso scopre che ha superato una distanza infinita. Essa ha così una specie di rivelazione, quella del fatto della Rivelazione. Gli elementi della ricerca sono sempre gli stessi, ma la vista è molto diversa e le s'impone un nuovo modo di vedere.

Questa spiegazione non deve stupire, perché anche nell'ordine sensibile avvengono fatti analoghi. Il nostro sguardo pratico sugli oggetti non è quello specializzato del pittore e dell'artista, che di uno stesso spettacolo hanno una visione più ricca della nostra. Potremmo fare molti esempi; ci bastino due, in cui le impressioni ricevute dall'esterno restano identiche e cambia solo la visione. Uno stesso individuo fissando un pavimento a losanghe di diverso colore, le vede comporsi successivamente in figure diverse. Guardando un gruppo roccioso un amico ci fa vedere figure che non avevamo notate.

Così gli stessi dati della rivelazione e gli stessi ragionamenti colpiscono l'uno e lasciano l'altro indifferente; l'uno vede solo fatti e argomenti dove l'altro coglie segni e prove, e non per questo siamo nel soggettivismo, perché i dati sono oggettivi e reali. Nell'atto di fede scopriamo la novità del fatto della Rivelazione, la testimonianza di Dio, l'autorità di Dio che sollecita la nostra adesione.

L'oggetto della fede è la parola divina.

- La fede può prendere possesso di tutte le verità rivelate, e quando prende possesso di una acquista implicitamente tutte le altre, poiché tutta la difficoltà consiste nel farsi sensibili al motivo per ammetterle, cioè all'autorità di Dio, alla divina veracità, die è motivo eguale per tutte le verità. Chi deliberatamente rigetta una verità rivelata, pecca contro la fede; chi pecca contro la fede corre pericolo di mettere in dubbio l'autorità di Dio e di perdere la fede. Chi perde la fede su di un punto, non salvando il modo, perde la fede su tutti gli altri, qualunque conoscenza ne conservi.

Tra tutte le verità rivelate, quella che Dio è amore che si è abbassato su di noi e ci attira, è la verità centrale che raccoglie e domina tutte le altre e pare servirsene per trasmettersi come verità essenziale attraverso di esse.

Attraverso tutti i dommi, la fede ci fa giungere a Dio stesso, Verità prima che si rivela a noi, e promette di essere il nostro fine ultimo soprannaturale. Infatti proprio qui è il punto di partenza, il termine e la base di tutta la Rivelazione. Perché Dio rivela se non perché ci ama e la sua condiscendenza è prova di amicizia? Perché si rivela e si fa conoscere se non perché lo amiamo com'è in se stesso? Che cosa ci rivela di se stesso se non che Egli è amore e che, sempre per amore, s'incarna, redime e agisce per noi? A questo riguardo la testimonianza di san Giovanni è formale. Questa verità non contiene tutte le altre verità rivelate, ma vi è contenuta in tutte. Volendo trattarci da amici e figli, Dio ci manifesta un amore, ci riserva doni che superano infinitamente ciò che deve alla nostra natura per la sua giustizia e sapienza.

Si accederebbe quindi alla fede scoprendo quest'aggiunta, questo soprannaturale, quest'amicizia offerta da Dio, prendendo l'offerta sul serio e accettandola realmente. Credidìmus carilati scrive San Giovanni; noi crediamo all'amicizia di Dio, anzi crediamo la stessa amicizia in modo che la fiducia, che, credendo dimostriamo a Dio non si rivolge solo alla sua Veracità, ma anche alla sua suprema Bontà, e crediamo sulla parola, perché Egli, specialmente quando ci scopre il suo Amore, non può né ingannarsi né ingannarci.

Chi crede ai doni sublimi dell'amicizia divina, dell'Incarnazione, della Redenzione, dell'Eucaristia, della nostra divina adozione, della Chiesa, della visione beatifica, ecc, coglie implicitamente quest'oggetto essenziale della fede; si può anzi pensare che quelli i quali non sono stati toccati dalla rivelazione cristiana siano capaci di fare il vero atto di fede se aderiscono a Dio e ne scoprono l'amore: " Credere clic Dio esiste e che rimunera quelli che con diligenza Io cercano" (Ebr. 11, fi).

Data la natura, il motivo e l'oggetto della fede consideralo come un atto dell'intelligenza, si comprende cosi che non 6 un alto della sola intelligenza, ma un atto morale, religioso, effetto della grazia; e che per l'adulto è "li necessità di mezzo per la salute, perché é la prima risposta possibile che condiziona tutte le altre all'offerta di salute che ci viene fatta da Dio.




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4/12/2016 11:54 PM
 
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§ 2. - La preparazione intellettuale alla fede.


I segni di credibilità.


- La ragione può verificare l'origine divina del messaggio rivelato con una verifica che è logicamente anteriore alla fede, e che psicologicamente la può accompagnare o seguire. Il credente che si accinge a giustificare la sua fede non abbandona per questo la sua credenza, ma fa una cosa perfettamente legittima e possibile. La Chiesa ha sempre rivendicato per sé il diritto di giustificare la propria fede e per la ragione umana la possibilità di riuscirvi.


Il Concilio Vaticano insegna che ci sono realmente " segni o argomenti esterni della rivelazione, cioè fatti divini, soprattutto miracoli e profezie, che mostrando sovrabbondantemente l'onnipotenza e l'infinita scienza di Dio, sono segni certissimi della divina rivelazione, appropriati all'intelligenza di tutti " (Denz. 1790). Tra i compiti principali l'apologetica ha quello di studiare questi segni.


Veramente l'apologetica accoglie soltanto le ragioni di credere (o segni di credibilità) che hanno un valore generale e possono essere offerti a tutti, perché le ragioni personali ordinariamente non sono comunicabili, ma non sono meno valide, poiché la grazia può far scoprire un segno dell'azione di Dio in un'esperienza privata, ed è una fortuna per quelli che non hanno potuto essere raggiunti dalla predicazione evangelica.


I segni di credibilità si adattano a tutti gli spiriti.


- Non tutti gli uomini sono egualmente sensibili alle stesse prove; chi preferisce attenersi ai miracoli, chi alle profezie, chi alla coerenza e alla stabilità della dottrina; gli spiriti moderni infine saranno impressionati dal miracolo permanente della Chiesa, che ripete l'ascendente personale che Gesù esercitava al suo tempo. San Matteo scriveva il suo Vangelo per i Giudei e insisteva soprattutto sulle profezie; San Marco invece, scrivendo per il lettore romano proveniente dal paganesimo insisteva sui miracoli. Possiamo dire che ci sono prove per tutti i gusti e per tutti i temperamenti. D'altronde i vari segni si rafforzano a vicenda e l'uno spesso implica l'altro, come i miracoli evangelici e la dottrina sono uniti da tal vincolo che il miracolo, segno della rivelazione, essendo quasi sempre un miracolo tanto della bontà quanto della potenza, trasmette a suo modo la dottrina e diviene segno rivelatore. " Andate e riferite a Giovanni ciò che avete veduto e udito:... gli zoppi camminano, ecc". Gesù nello stesso tempo manifestò la sua potenza, rivelò la sua bontà e adempì una profezia. Non occorre filosofare per giungere ad ammettere la trascendenza dei segni, cioè per riconoscere in essi o per essi la presenza e l'azione d'una sapienza, d'una potenza e d'una bontà che supera le forze create; né occorre iniziazione scientifica perché ordinariamente bastano attenzioni, buon senso e quella logica naturale di cui ci serviamo tutti i giorni senza bisogno di analizzarne le leggi, clic ci da certezze e convinzioni ragionevoli, anche se non sempre ragionate.


Non è proibito ragionare; lo faccia chi vuole e può; è anzi consigliabile die Io si farcia. L'apologetica è appunto la scienza delle ragioni di credere. Si potranno anche volgarizzare per le masse le ricerche erudite, ma non occorre possederle appieno e in tutti i particolari. Per offrire ai fedeli buoni elementi di apologetica basta la conoscenza anche succinta purché esatta, della fede e della pratica cristiana.


Per acquistare delle certezze non è nemmeno necessario essere adusati agli esercizi della logica formale in cui può anche errare la ragione di molti, non trovandovisi più la duttilità d'un pensiero vissuto; né occorre cominciare col dubbio che nega ogni valore alla logica naturale, perché il dubbio né illumina né offre il punto di partenza per la certezza. D'altronde non si tratta di dubitare, ma di esaminare e chi non dubita non è meno intelligente.


§ 3. - La ragione che si nutre della fede.


L'intelligenza dei misteri. - Il Concilio Vaticano insegna che s quando la ragione, illuminata dalla fede, cerca con cura, pietà e moderazione, per dono divino acquista una certa intelligenza dei misteri molto fruttuosa, sia per l'analogia delle cose che conosce naturalmente, sia per il legame dei misteri tra di loro e col fine ultimo dell'uomo ".


La religione non è tutto mistero, né lo stesso mistero è tutto misterioso. È pacifico il principio che il mistero non si dimostra e di fatto esso sfugge a un'esauriente comprensione; ma ciò non implica che esso sfugga completamente alla comprensione. Siccome Dio s'è degnato d'insegnare a noi non per abbagliarci ma per istruirci, anche nel mistero si può cogliere qualcosa per soddisfare lo spirito, come pure per la condotta della vita.


Il Concilio Vaticano ci avvia per la strada battuta dalla Chiesa nel suo lavoro teologico.


Un primo processo, analitico, si fonda sull'analogia esistente tra il rivelato e il creato. Perfino le espressioni di cui si serve Dio per rivelare se stesso e la sua azione (Padre, Figlio, Spirito, Verbo, Luce, Vita, Verità, Amore, Redenzione, Cielo, ecc.) sono prese dalla nostra esperienza umana e ci danno quindi un'idea positiva dei misteri che esse rivelano. L'intelligenza le analizza e, dopo averle spogliate del loro antropomorfismo e liberate dalle tare inerenti alla natura creata, ne conserva il contenuto accettabile.


All'analisi segue la sintesi. Tutti i misteri della rivelazione, che è un tutto, sono collegati con in cima la Trinità, il grande Mistero, l'unico che rappresenta un Assoluto necessario; poi gli altri misteri, come la nostra vocazione a partecipare alla vita intima dì Dio, la grazia e, data la cadute dell'uomo col peccato, l'Incarnazione, la Redenzione, e una nuova economia della grazia nei Sacramenti e attraverso la Chiesa. I dommi sono così connessi die basta toglierne uno per scuotere tutti gli altri, come risulta dalla storia delle eresie, e per vederne l'armonia basta concatenare gli uni con gli altri.


La fede vissuta illumina lo spirito.


- Per quanto interessante l'analisi di ciascun domma é soddisfacente la vista del loro insieme, è ancor possibile migliorare la conoscenza che cc ne danno l'analisi e la sintesi, perché dopo averli contemplati, dobbiamo ancora viverli. La dottrina cristiana illumina la nostra vita e, per una felice reversibilità, dalla pratica della vita cristiana riceve un supplemento di chiarezza. Per comprendere qualcosa dell'amore di Dio bisogna amare: l'egoismo è d'ostacolo alla fede. Parallelamente non è possibile intendere bene il " dato rivelato " se non lo si riconosce teoricamente e praticamente nella verità che apporta la luce attesa per orientare la vita. Rileggendo con questo spirito il sesto capitolo di san Giovanni si nota come Nostro Signore, proponendo ai suoi discepoli l'idea, in quel tempo ancora sconcertante, che occorre mangiare il suo corpo, l'associa al progetto splendido a prima vista pazzesco della partecipazione alla vita di Dio; il Padre attira l'uomo e lo da al Figlio; il Figlio lo riceverà dal Padre e non lo respingerà, anzi darà se stesso all'uomo per renderlo al Padre e associarlo al loro divino amplesso: " Siccome il Padre, il vivente, ha mandato me e io vivo per il Padre, così pure colui che mangia di me, per me vivrà ". San Pietro non aveva capito più degli altri " come mai può costui darci da mangiare la sua carne ", ma aveva tuttavia percepito che cosi sarebbe avvenuto e poggia la sua fede su questa grande esperienza: a Tu hai parole di vita eterna ".



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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CAPITOLO III. - LE DISPOSIZIONI MORALI


La fede impegna tutta quanta l'anima. . La Chiesa e i teologi insegnano che vi sono disposizioni morali necessarie per credere. Ecco alcune testimonianze.


Il Concilio Vaticano afferma che quello della fede a è un atto libero e non è prodotto necessariamente dalle prove della ragione umana ". Sant'Agostino scrive: " L'amore domanda, l'amore colpisce, l'amore fa aderire alla Rivelazione, l'amore conserva l'adesione data ". E San Tommaso: " La fede si fonda sull'intelligenza sotto il comando della volontà, e ne risulta che quest'azione della volontà è accidentale relativamente all'intelligenza, ma essenziale relativamente alla fede " (De Veritate, q. 14, a. 3).


E qui la tradizione non fa altro che commentare il Vangelo. Il fatto che Nostro Signore annuncia sanzioni contro chi non crede, significa che chi non crede è responsabile e libero, a Chi crede... sarà salvato; chi non crede sarà condannato " (Me. 16, 16). Il colloquio con Nicodemo (Gv. 3, 18-22) ci offre un inizio di spiegazione di questa legge: " Chi in lui crede, non va condannato; ma chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell'Unigenito Figlio di Dio, ed è questa la ragione della condanna: che la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano cattive. Infatti chi opera il male odia la luce e alla luce non si accosta per timore che non si palesino per ciò che sono le sue opere; ma chi opera la verità si accosta alla luce, affinchè si renda manifesto che le sue opere sono fatte secondo Dio ". E nel discorso apologetico del capitolo quinto Gesù chiede ai suoi avversari: " Come potreste credere voi, che andate in cerca di gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? " Poco prima aveva detto loro: " Io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio ".


I testi precedenti sono tutti chiari.


L'atto di fede è proprio dell'intelligenza, perché è un atto di conoscenza e di giudizio; tanto per il suo motivo che per l'oggetto interessa egualmente la volontà e le tendenze, in modo che le disposizioni morali aiutano, ostacolano o anche si oppongono all'adesione. Sebbene l'atto di fede sia fondato su ragioni, non basta concludere: " Questo è rivelato; Dio ha parlato; possiamo, dobbiamo credere questo ", per giungere a dire: " Io credo ". Paolo Bourget nell'Etape presenta Jean Monneron, uno studente incredulo, che si fa istruire nella religione dal suo professore di filosofia, M. Ferrand, cattolico fervente. Lo studente segue la dimostrazione, ammette teoricamente le conclusioni e praticamente... nulla: " Egli non crede ". Altro è riconoscere che la religione ha una buona base e altro fare un atto religioso. Ora quello della fede è un atto religioso, non una opinione favorevole all'autorità di Dio, non è nemmeno una proclamazione formale di quest'autorità, ma è una sommissione a quest'autorità, un vero omaggio di sommissione, in cui è impegnato tutto l'uomo. D'altronde Dio stesso si impegna con la Rivelazione, poiché non annuncia una verità qualsiasi garantendola solo con la sua veracità, ma si rivela e offre se stesso come amore e offre il suo amore, senz'avere gran bisogno di reclamare il nostro amore; ora per credere a una tale proposta di amicizia occorre un amore o amicizia iniziale.


Tanto per la ragione desunta dal motivo dell'atto di fede quanto per quella desunta dall'oggetto della fede è indispensabile che per credere l'uomo sia almeno sommariamente ben disposto verso Dio, che si senta impegnato e s'impegni verso di Lui in questa o quella forma. Claudel sentì la felicità di credere; Brunetière volle lasciarsi fare dalla verità; la Samaritana, contro ogni costumanza, accettò di essere ammaestrata da un uomo d'una razza estranea e ostile e di non vedere in lui che il profeta, non appena ebbe sentore che Io fosse davvero. Nonostante gli errori della sua vita morale, questa donna dimostrò una dirittura fondamentale sul punto capitale del dovere di adorare; si mostrò curiosa della verità, mentre poteva chiudersi alle questioni che le venivano proposte e interrompere il colloquio. Fu cosi che ella venne alla Luce.


Occorre sempre questo procedimento, in cui il primo passo è di Dio, il secondo dev'essere nostro, quello della nostra doverosa ricerca. Alcuni aspettano finché la luce li risvegli con la sua intensità; altri fissano appuntamenti a Dio e lo aspettano al varco: a Quando mi sarà stato provato che... b, ponendo ciascuno condizioni varie secondo i propri gusti; ma ciò non significa volere la verità, amarla, cercare la gloria che viene da Dio solo.


Precisazioni sol compito della volontà. - La volontà e le disposizioni morali come esercitano il loro influsso? Non supplendo l'insufficienza delle prove, supposto che siano realmente insufficienti. Io credo quella determinata verità proprio perché voglio crederla e perché è vera, non perché io voglia che sia vera.


Un paragone con l'apparecchio radio-ricevente ci aiuterà a capire. Per prendere bene una trasmissione occorre fissarsi sulla lunghezza d'onda; amplificare il suono; eliminare i suoni parassiti e fare la messa a punto per ottenere la purezza e la chiarezza e distinguere ciò che trasmette la stazione da cui si captano le onde. Orbene, è evidente che l'apparecchio ricevente non emette quello che riceve. Allo stesso modo la volontà influisce sull'atto di fede, come in tutte le conoscenze in cui interviene, fissando l'attenzione dell'intelligenza, intensificando lo sforzo per comprendere, aiutandola a mettersi a punto. La volontà aiuta l'intelligenza cercando il bene che le viene offerto e favorendola cosi nella ricerca del vero, poiché lo stesso spirito pensa e vuole, e Io stesso essere si propone ad esso sotto il duplice aspetto di vero e di bene. Le verità di fede sono luce e vita, ma non essendo evidenti per se stesse, l'intelligenza e la volontà devono agire nello stesso senso. Quindi non basta dire che la volontà fa aderire l'intelligenza all'oggetto della fede, ma bisogna anche riconoscere che l'aiuta a vedere, senza il pericolo che l'aiuti fino a farle vedere ciò che non è, dal momento die la volontà rafforza bensì l'intelligenza, ma l'intelligenza dirige la volontà: ignoti nulla cupido. Intelligenza e volontà collaborano con un'azione combinata, ma l'una non sostituisce l'altra, e dobbiamo pure tener presente che esse rispondono a una richiesta che viene loro dall'esterno e che la Rivelazione entra nel campo delle idee solo in quanto era prima nel campo della storia.


In definitiva la fede, poggiando sulla stessa verità di Dio, Creatore e Rivelatore, poggia su una certezza superiore a tutte le certezze umane; però questa certezza é sempre fragile, come ogni certezza morale, e basta che perdiamo il gusto e l'amore della Verità per sottrarre il nostro appoggio e ritrovarci vacillanti, non però per colpa della Verità.


CAPITOLO IV. - CARATTERE SOPRANNATURALE DELL'ATTO DI FEDE


Nessuno va a Dio senza Dio. - " Benché l'assenso della fede non sia per nulla un moto cieco dello spirito, nessuno può tuttavia aderire all'insegnamento del Vangelo, come è necessario per giungere alla salute, senza un'illumuiazione e un'ispirazione dello Spirito Santo, che da a tutti la soavità dell'adesione e della credenza alla verità, poiché la fede in se tessa è un dono di Dio, anche quando non opera mediante la carità, e il suo atto è un'opera relativa alla salute, con cui l'uomo si sottomette liberamente a Dio stesso, consentendo e cooperando alla sua grazia, cui potrebbe resistere". Così il Concilio Vaticano ha condensato tutta la dottrina scritturale tradizionale. La tradizione è unanime nell'affermare che nell'opera della salvezza l'iniziativa spetta a Dio. Questa dottrina fu messa in rilievo soprattutto nel dibattito tra Sant'Agostino, dottore della grazia, e i Pelagiani. Annunciando l'Eucaristia alla folla, Gesù diceva: " Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre, che mi ha mandato ", e siccome gli ascoltatori erano poco disposti il Maestro divino cercava di prepararli a credere : il suo discorso sull'Eucaristia (Gv. 6) è anche un discorso sulla fede. " Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà più fame ". Egli è il vero pane del cielo, e ci si nutre di Lui prima di tutto andando a Lui con la fede; ma per andare al Figlio bisogna che prima siamo stati dati a Lui dal Padre: a Tutto ciò che il Padre mi ha dato verrà a me ", e il Padre da soltanto quelli che si sono lasciati attirare da Lui.


La grazia che guarisce e la grazia che eleva.


- Così il credere non dipende soltanto dalla nostra buona volontà ma, per varie ragioni, occorre la grazia:


1. a titolo di rimedio (detta perciò grazia medicinale), perché la nostra buona volontà non è mai tanto sicura da non dover temere nessun ostacolo o difficoltà, che non mancano mai, nemmeno per i credenti. La nostra intelligenza è sempre in grado di dare tanto facilmente un consenso assoluto a verità non evidenti, per quanto ben fondate su testimonianze?


2. A titolo più rigoroso, che le da il nome di elevante. Abbiamo bisogno non solo di essere sostenuti perché siamo deboli, troppo deboli per il nostro compito, ma di essere " elevati " all'altezza del compito che ci domina in modo assoluto, perché non è naturale all'uomo stringere amicizia con Dio, ed è proprio questa che Dio propone e l'uomo accetta. Con la fede entriamo nel soprannaturale assoluto. Molte verità rivelate riguardano l'intima vita di Dio e lo stesso fatto della Rivelazione, indipendentemente dal contenuto e dai mezzi adoperati per attuarlo, é un atto di condiscendenza che traduce un'intenzione personale; è un'attenzione delicata e personale di Dio per l'uomo. È ancor naturale che l'uomo consideri l'autorità di Dio ben diversamente che una verità astratta, capace di giustificare una tesi, e vi si riferisca e appoggi direttamente su di essa, facendola entrare in qualche modo nelle sue vie, e che tratti con Dio da persona a persona? L'atto di fede, per se stesso e qual è stato definito, non è dunque nella natura dell'uomo o di qualsiasi altra creatura di Dio: per diventarne capaci bisogna riceverne la capacità da Dio, il quale se si china su di noi, non si abbassa, perché per rendere possibile l'incontro bisogna che ci elevi e ci " imparenti " con Lui.


Si spiega cosi la nostra possibilità di adattarci al bene soprannaturale che ci viene proposto e all'offerta che ci è fatta; si spiega che le nostre aspirazioni di uomini semplicemente onesti si innalzino alle soglie dell'Eterno, e che accogliamo con simpatia la Rivelazione e il suo oggetto; si spiega cosi quel a colpo d'occhio " che in segni materiali, fa riconoscere il modo di Dio, e la sua firma personale, " colpo d'occhio " che non è proporzionato né direttamente né inversamente all'intelligenza naturale e ai suoi gradi. C'è un dono che non è naturale, che è una luce nuova per lo spirito e un impulso, un'attrattiva, per la volontà, che vengono solo dall'alto.


Per quanto misteriosi gli apparenti indugi della grazia, questo dono non viene rifiutato a nessuno che lo cerchi con buona volontà, come insegna il Concilio Vaticano : " II Signore misericordiosissimo con la sua grazia eccita gli erranti e li aiuta a giungere alla conoscenza della verità; Egli da pure la sua grazia a quelli che ha trasferito dalle tenebre nella sua luce ammirabile per confermarli nella perseveranza fedele a questa luce, abbandonando solo quelli che lo abbandonano ".


Ricerca scientifica e fede personale.


- L'apologetica, dicevamo, non è una scienza disinteressata. Essa istruisce, ma per convincere; convince per persuadere e convertire.


Il credente che fa dell'apologetica è già in precedenza completamente convinto, persuaso e convertito. Prima dell'apologetica la sua fede non era cieca; egli aveva buone ragioni per credere e gli mancava solo di essersene reso nettamente conto, di conoscerne la profondità e l'estensione, di saperle ordinare in un sistema logico, spiegarle e renderle utili agli altri.


Anche dopo che il credente avrà fatto questo lavoro, l'incredulo non sarà costretto a seguirlo, poiché la fede non si crea a forza di ragionamenti; non viene data bell'e fatta; piuttosto la da Dio che può d'un sùbito illuminare l'intelligenza e convertire la volontà, restando sempre il padrone dei suoi doni, e del giorno e dell'ora. Conseguentemente l'apologista ha un compito complesso; alla solidità scientifica deve aggiungere l'abilità d'un avvocato e la santità di un apostolo, dovendo ad un tempo soddisfare lo spirito, guadagnare la volontà e ottenere la grazia.


Tutta la chiave del problema è in questi tre dati e dal fatto che compito e specialità propria dell'apologista è di offrire motivi, non si devono dimenticare gli altri due dati, anche se non se ne parla, perché trascurandoli non si giunge e non si può sperare di giungere a buon fine.


Già solo le dimensioni di questo volume, che è soltanto un manuale di volgarizzazione, scoraggerebbero le migliori volontà, se proprio la buona volontà, aiutata dalla grazia non fosse capace ad ogni istante di sollevare lo spirito che sta per essere sopraffatto. I problemi toccati dall'apologetica si moltipllcheranno ancora. Non ci dobbiamo sconcertare se crescerà sempre più il numero delle questioni da risolvere e delle obiezioni da confutare, perché non fa tanto impressione il fatto che da tutte le parti si fa fuoco contro le posizioni della Chiesa, quanto piuttosto che tutti gli assalti siano stati respinti uno dopo l'altro. Ora occorre custodire gelosamente tutte le conquiste di queste vittorie, almeno per servirsene al momento buono, perché i nuovi venuti della critica, quando non hanno nulla di nuovo da offrire, hanno il debole di rimettere in questione quello che è già stato risolto. In complesso la massa delle obiezioni non può costituire un'obiezione massiccia, e non oseremmo forse riprendere ad una ad una le risposte, se la buona volontà, sempre a aiutata dalla grazia " non traesse un argomento altrettanto plausibile dalla massa delle risposte. Si riprendano ad una ad una le obiezioni, anzi quelle che per me fanno difficoltà o, meglio ancora, si studino di preferenza quelle in cui si scopre già un raggio di luce; allora non occorrerà che siano esauriti tutti i problemi perché la buona volontà, sempre aiutata dalla grazia, si affretti a concludere, non essendo necessario né utile trarre dall'ombra tutti i dubbi formulati in passato per ripiombarveli, dal momento che sono già al loro posto, e non devono essere riportati alla luce quando non è indispensabile. Il vero amore per la verità non cerca l'ombra, ma la luce.


II compito dell'apologetica è insieme scienza e arte.


- Il ricercatore di buona volontà studierà finché non avrà trovato; rifletterà, pregherà, sia pure mettendo semplicemente i propri mali davanti al taumaturgo, denudando i propri dubbi, come chi espone una piaga al sole; se crede potrà anche discutere, purché non si lasci prendere dal gioco della discussione, discutendo per discutere.


L'apologista dal canto suo si studierà di guidare lo spirito del ricercatore, aiutandolo a prendere coscienza delle proprie certezze e aspirazioni, cercando di fargli scoprire le scorciatoie nella foresta di cui non occorre contare tutti gli alberi; suggerendogli, con l'analogia delle cose che conosce, gli atteggiamenti del credente e le certezze della fede. È importante quest'ultimo punto, poiché l'apologista ha il compito di condurre il ricercatore a "un modo di vedere ", a " un colpo d'occhio ", che tuttavia sono dati dalla grazia, potendo egli fare poco più che suggerirli, per mezzo di comparazioni, il che richiede abilità e tatto psicologico. Le comparazioni, di cui anche Gesù si servi nel suo insegnamento, non sono ragioni. Questo metodo è efficace non tanto perché illumina un oggetto con un altro, ma perché conduce lo spirito a fare su tale oggetto una messa a punto che lo aiuterà a vederne meglio un altro. Un ufficiale d'artiglieria che ha fatto pratica nello spostare i tiri, capirà a volo il metodo: il tiro viene aggiustato su di un obbiettivo in vista determinando e utilizzando gli elementi di aggiustamento per raggiungere un obbiettivo vicino e visto. Semplice comparazione.


Per finire riprendiamo il paragone della foresta, in cui ci possiamo perdere. Cosi nell'apologetica. Chi non conosce la foresta si deve lasciar guidare da chi l'ha percorsa in senso inverso, e soprattutto deve andare avanti, evitando di girare attorno, di ritornare sempre sui propri passi, di voler passare ad ogni costo dove c'è un albero, di fermarsi in un angolo piacevole senza più pensare alla meta. Proprio cosi fanno molti apologisti, che non avanzano, chiudendosi in un cerchio, ritornando su punti acquisiti, ostinandosi su di una difficoltà, compiacendosi di uno studio senza uscirne. L'essenziale è giungere alla meta, non importa per quale via. Lo spirito umano non è universale e una difficoltà superata resta una difficoltà, ma è superata, ed è ormai classica la formula di Newman: a Diecimila difficoltà non fanno un dubbio ". Di certezza in certezza si vada al vero, preferendo ciò che prova a ciò che crea il dubbio. Nel 1852 Ozanam consigliava a un amico di fare " in materia di religione ciò che si fa in materia di scienza: assicurare un certo numero di verità prime, provate, e poi abbandonare le obiezioni allo studio dei saggi ". n Quante obiezioni cadranno da se stesse quando si crederai "


L'apologetica in definitiva è una scienza; è la scienza delle ragioni di credere; ma è anche un'arte, e solo lo studio dell'atto di fede poteva determinarne le leggi.


M. H.


BIBLIOGRAFIA. - L'articolo postumo di Houdard prolunga con originalità l'insegnamento di G. Brunhes nel suo classico libro su La fot et sa justification rationelk, Paris, Bloud et Gay 1928; trad. it. presso Ed. Paoline, Alba, 1955.


Dopo di allora è stato pubblicato: R. Aubert, Le problèmi de l'aete de fot, Louvain 1Q.45- Questo lavoro, di oltre ottocento pagine, dispensa da ogni altra bibliografia, poiché vi si trova il repertorio più completo di tutto quello che fu pensato e scritto sul problema dell'atto di fede.


Segnaliamo due opere venute dopo quella dell'Aubert: M. L. Gherard de Lau-ries, Dimensions de la fot, a voli. Ed. du Cerf, Paris 1952. Contiene profonde analisi speculative. A. Decout, L'aete de fot. Beauchesne, Paris 1947. Presenta in forma facile gli elementi logici e psicologici dell'atto di fede. Infine ricordiamo il volumetto di J. MouROtrx, Io credo in te, Morcelliana, Brescia 1950, che studia la struttura personale della fede, e quello di R. Brini, Dalle certezze di ragione alle certezze di fede, Ed. C. Fanton, Torino 1949, che è uno studio sul tipo di certezza nell'assenso razionale della rivelazione cristiana.


 







Fraternamente CaterinaLD

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la dottrina della chiesa

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testoAPOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

  LA MORALE CRISTIANA NON ESAURISCE IL CRISTIANESIMO

" Noi amiamo certamente Gesù Cristo, ma assolutamente nulla ci potrà far amare la morale cristiana" (1). Se prendessimo alla lettera questo paradosso di Claudel sarebbe pregiudicato il disegno propostoci, cioè di portare la nostra testimonianza in favore della morale cattolica e di scoprirvi il segno della divinità della Chiesa. Da un certo punto di vista Claudel ha ragione e sono con lui i mistici di tutti i tempi e il pensiero religioso contemporaneo. Il cristianesimo innanzitutto è una religione non una morale, è unione a Dio nel Cristo, una sommissione allo Spirito, una vita eterna, cominciata in noi già in questa terra attraverso la conoscenza attiva che abbiamo del Padre e del Figlio; è un atteggiamento filiale. Non è in primo luogo un'educazione della volontà, né una cultura dell'anima, tanto meno un semplice codice, un manuale di atti permessi o proibiti protetti da sanzioni. Nondimeno è innegabile che questa vita spirituale contiene anche un'etica e un'ascesi e costringe a certe posizioni proibendone altre, poiché il cristianesimo si riconosce dai suoi frutti, cioè dalle sue opere; e lo Spirito ci obbliga a praticare le virtù che ci suggerisce.

Il presente trattatello ha lo scopo di studiare come e in quali condizioni questa morale s'aggancia alla spiritualità, come abbia cercato di definirsi, e forse anche di costituirsi a parte, come a sua volta ha in sé i segni del dito di Dio, e offre a suo modo uno speciale argomento apologetico, di cui il cristianesimo va fiero.

 

CAPITOLO I. - LA MORALE CRISTIANA NELLE SUE FONTI

§ 1. - La Morale portata dal Cristo

II moralismo giudaico. - Quando Cristo cominciò a predicare il Vangelo in Israele non mancavano certo le prescrizioni sul bene e il male; i casi di coscienza erano familiari ai rabbini contemporanei, come sono familiari alla leggerezza del nostro tempo le parole incrociate, e il valore dei credenti si misurava dall'austerità delle loro osservanze, con un sistema che, seguendolo, gli uomini corrono sempre il rischio di cercare in se stessi la propria legge e misura.

 

(1) P. Claudel, FeuUles des Saints, Ed. della Nauseile Reme Francaise, p. 69.

La rivoluzione di Cristo. - La grande rivoluzione di Gesù fu quella d'insegnare a trovare in Dio l'ideale della loro azione, e a spingere i limiti del dovere, che ai suoi occhi erano le frontiere della perfezione, fino all'infinito. " Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste ". Cosi di colpo diventava impossibile materializzare la morale, incarnarla una volta per tutte in atti definiti, al di qua dei quali comincerebbe il peccato e al di là trionferebbe un altro regime, inaccessibile agli uomini, quello di Dio. Il cielo era disceso sulla terra nella persona del Figlio, che attirò i discepoli alla sua sequela; d'ora in poi non ci sarà più morale umana distinta dai costumi divini, e la vita spirituale ormai consisterà nell'imitazione di Cristo e nel possesso di Dio. Invece d'un codice, un modello; invece d'una legge, un'adesione; oltre la lettera, uno spirito. È noto l'entusiasmo di San Paolo di fronte a questa trasposizione di tutti i valori religiosi, e come la Lettera ai Galati e la Lettera ai Romani, trent'anni dopo, avrebbero registrato per sempre questa rivoluzione. Anche il Vangelo esprime questo, in formule più calme, e d'altronde anche forti, dove solo la squisita tenerezza del Maestro tempera le sue straordinarie esigenze. Il Discorso della montagna è il testimonio per eccellenza di quest'atteggiamento inaudito: le sue opposizioni tra la legge antica e lo spirito nuovo inaugurano il primo corso di teologia morale cristiana che abbia inteso l'umanità: Voi sapete quello che fu detto agli antichi...; ma io vi dico, non certo il contrario, ma talmente di più che ormai nulla più esaurirà il contenuto del Vangelo da credersi e da attuarsi nell'azione e nella vita pratica.

Intanto un nome doveva riassumere tutto questo contenuto: il termine amore che fu tradotto ben presto con carità, per distinguerlo, nella lingua greca e latina, meno religiose di quella ebraica, da tutte le categorie inferiori della sensibilità umana. Dio ci aveva amati fino a darci il proprio Figlio; cosi il suo vero nome è Carità, e la dilezione riassume tutte le sue iniziative temporali ed eterne in nostro favore. Il Figlio ci ha amati all'esempio del Padre, fino a dare la sua vita per noi. In virtù di tutto il dinamismo spirituale, ricordato più sopra, gli uomini a loro volta, dovevano amare Dio con tutto il loro cuore, con tutta la loro anima e tutte le forze, e il prossimo come se stessi per amore e nell'amore di Dio.

In questi due comandamenti è racchiusa tutta la morale cristiana. Il resto sarà sempre e soltanto commento e corollario.

§ 2. - La Morale nella Chiesa di Cristo

Compito della Chiesa. - Intanto non si poteva fare a meno d'un commentario e per offrirci anche questo fu istituita la Chiesa, la' quale, a sua volta, è realmente animata dallo Spirito Santo, è figlia di Dio, Sposa di Cristo, e i suoi costumi, la sua vita di santità, le sue istituzioni, servono a tradurre in lezioni e in esempi la morale evangelica. Ma la Chiesa è indefinitamente differenziata circumdata varietale; essa lungo la storia non fa che sminuzzare quello che il Discorso della montagna e il Discorso dopo la Cena avevano insegnato una volta per tutte. D'altronde Gesù aveva cominciato per primo questo lavoro di ; sviluppo; per rispondere a domande insidiose o per darne l'esempio in circostanze decisive, aveva tratto egli stesso le conseguenze più importanti della grande legge della carità.

 

Due idee-poli. - Non è nostro compito dire dettagliatamente come la nostra teologia latina, erede a suo modo dello spirito giuridico dell'impero romano e dell'imperatoria brevitas, e come la nostra anima occidentale, alla quale Sant'Agostino aveva inculcato per sempre il profondo senso della miseria del peccato, ispirandosi a questi principi, abbiano a poco a poco costruito separatamente una morale conforme alle esigenze del Vangelo. Basterà ricordare che le linee maestre della costruzione sono organizzate attorno alle due idee della natura umana e del fine dell'uomo: non la natura limitata alle sole sue forze, (il che avrebbe condotto unicamente a sostituire una specie di stoicismo cristiano al giudaismo antico), ma la natura voluta dal nostro Padre a sua propria immagine, una natura di figli adottivi di Dio, quindi con tutte le esigenze evangeliche di cui parleremo fra poco, e tuttavia con un costante riferimento all'intelligenza ragionevole, che comincia fin dalla creazione a farci assomigliare al nostro Autore. Noi siamo insieme creature ragionevoli e figli di Dio secondo lo Spirito: in quanto creature ragionevoli non abbandoniamo nulla della morale naturale; per la nostra seconda e più alta vocazione di figli di Dio mettiamo nell'ordine razionale un'anima nuova, che eleviamo fino alle vette del Vangelo. La morale cattolica deriva da questi due principi; si rinfresca ad ambedue queste fonti: grazie alla prima fonte, sotto la penna dei teologi si è fatta così chiara, limpida e sempre umana; grazie alla seconda fonte continua ad essere una spinta verso una perfezione di cui è impossibile in astratto disegnare i contorni, e di cui ciascuno di noi a ogni istante scoprirà nella sua coscienza i limiti provvisori e mobili.

La parola ragione, che troviamo in San Paolo e che nella forma greca è scritta al principio del prologo di San Giovanni, non la cogliamo dalle labbra del Signore, che in pratica parlava solo aramaico e usava unicamente il vocabolario religioso d'Israele, dove la natura umana non viene mai definita a parte, ma è sempre percepita attraverso la sapienza divina, che la istruisce. Le due idee di creazione e di salute sono però presenti in ogni pagina del Vangelo: la prima fonda la trascendenza divina e nello stesso tempo la grandezza umana, l'idea d'un ordine primitivo da rispettare, da stabilire o da ristabilire, insomma un concetto di natura e un programma di dignità. La salvezza o il regno, nel vocabolario messianico, è un'opera d'amore, cui deve corrispondere una vita di carità. A queste due esigenze, che non si contraddicono, perché ci spingono a distanze differenti nella stessa direzione, è agganciato quello che, infine, possiamo chiamare, dopo averne spiegata e legittimata la nascita, il moralismo cristiano. D'altronde non è sempre facile e nemmeno necessario (come nella morale coniugale) distinguere le prescrizioni del diritto naturale e le obbligazioni del diritto evangelico.





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CAPITOLO II. - STRUTTURA DELLA MORALE CRISTIANA


§ 1. - L'ordine naturale


Dignità della persona umana. - Grazie alle osservazioni precedenti possiamo cercare di delineare i doveri del cristiano partendo anzitutto dalla sua natura corporea e intelligente. Per l'anima ragionevole, che c'imparenta con gli spiriti e con Dio, c'è in noi una dignità umana che non consiste tutta quanta nella ragione, come si diceva in Francia nel secolo XVII, ma prima di tutto nel dominio della ragione sulla carne, su una carne che non è né dimenticata, né soppressa, né ridotta in schiavitù, ma elevata al livello dello spirito che l'informa e la dirige interamente. C'è dunque una morale del composto umano, che non è una legge nel senso giudaico, imposta dal di fuori sotto forma di prescrizioni materiali e complicate, ma è una legge interiore, definizione perfetta dell'uomo, e che si oppone, per sostituirla, a quest'altra legge di violenza carnale, insita unicamente nelle membra del nostro corpo in rivolta.


Rapporti degli uomini tra loro. - Questo principio della dignità umana s'applica dapprima alle relazioni degli uomini tra loro, nella divisione e nello scambio dei loro beni materiali: si chiama, in tal caso, giustizia, non nel senso biblico o paolino dove il nome indica tutta la vita religiosa e l'unione a Dio, ma nel senso comune e latino della parola, quello che si riduce al settimo comandamento del decalogo.


Approfondendo quest'idea scorgiamo subito che, se la morale cristiana distingue l'ordine umano dai regni inferiori, deriva dal fatto che esso è costituito da relazioni tra persone e non tra cose, da relazioni cioè che formano una società, con i suoi diritti, le sue leggi, la sua autorità. Ma la natura ragionevole dell'uomo in ciascuno di noi si realizza appieno nella nostra propria personalità, la quale, benché non si trovi nel Vangelo con questo preciso termine, tuttavia è ovunque sottintesa nella dottrina della nostra responsabilità di fronte a Dio, nell'obligazione della salute eterna imposta a ciascuno, o semplicemente nel fatto che siamo individualmente chiamati all'amicizia di Cristo.


Perciò i rapporti vicendevoli degli uomini sono rapporti tra persone che sono le une di fronte alle altre: nessuno di noi ha il diritto di considerarsi una cosa, che si sopprime o si trasforma a piacimento, e soprattutto nessuno ha il diritto di considerare i propri fratelli quali vili strumenti, di ridurli alla schiavitù o alla mendicità, d'irregimentarli in formazioni di guerra e di assalto, ove la personalità verrebbe sacrificata al primato della razza o alla volontà, assoluta del dittatore.


Morale sessuale e coniugale. . Perfino il povero corpo umano, carne mortale, umile e dolorante, entra nel sistema e vi trova un posto cui nulla nei costumi antichi lo aveva preparato. Un tempo serviva a tutto: sangue, voluttà e morte, vessazioni, servitù e crudeltà. D'ora in poi apparterrà solo più allo spirito che lo abita, allo spirito dell'uomo e allo spirito di Dio. Questo non significa che potrà fare quanto gli piace e che sia esatta la formula: il tuo corpo è tuo; perché la carne dipende dalla legge di dignità, in cui il composto umano trova l'equilibrio interiore e quell'unità dei suoi due elementi gerarchizzati, a cui dopo tutto esso aspira assai più che alla voluttà.


Qui, assai più che altrove, s'è esercitata la morbosa curiosità degli uomini e, purtroppo anche la sagacia dei moralisti. Da quando i farisei interrogarono Cristo sul libello del divorzio, fino alle recenti controversie sul metodo Ogino, quante questioni indiscrete e inevitabili furono poste alla Chiesa, quasi fosse stata istituita solo per studiare questi problemi. La dottrina sessuale della Chiesa è molto semplice: l'uomo è un animale ragionevole, è una persona. In quanto composto d'un'anima e d'un corpo, non deve mai permettere volontariamente che un'azione corporea oltrepassi il proprio contenuto spirituale, che qui è l'amore, l'amore d'una donna al servizio dell'amore del figlio. La sensazione, o meglio il gesto che la provoca, dev'essere il segno efficace, l'incarnazione adeguata d'un legittimo sentimento. Questa è la legge della nostra creazione, secondo San Tommaso, per il quale l'ideale di Dio non era l'astensione, ma la perfetta equivalenza dei valori psicologici e delle pratiche carnali. " Nello stato d'innocenza, egli aggiunge, il piacere sarebbe stato tanto più forte quanto più la natura era pura e il corpo sensibile " (I, q. 98, a. 2). L'uomo è una persona. Specialmente la donna cessa d'essere una cosa e ha il diritto a un amore degno di lei, per cui sarà trattata come compagna, non come strumento. Tutto il regime matrimoniale fu cosi trasformato, da una rivoluzione nel cuore dell'uomo, nel letto coniugale, nella legislazione, che pone nel mondo l'unità e l'indissolubilità come un ideale da raggiungere, una legge da rispettare, una barriera di protezione, un santuario dov'è santificato l'amore. Infatti la Chiesa persegue il folle sogno di stabilire lo spirituale nel carnale tanto bene da combaciare perfettamente e da salvare l'unità interiore dell'uomo. A questa concezione la Chiesa ha legato tutta la sua morale familiare, organizzandola sulla metafisica della natura e su quella della persona, che d'altronde qui sono una sola. Infatti un animale ragionevole per sentirsi amato come una persona, ha bisogno d'essere sicuro che il suo corpo non sarà mai cercato soltanto per la sensazione proveniente dall'unione. Per salvare questo progetto di alta spiritualità sensibile, per incarnare questa metafisica in una psicologia conseguente — quella del vero amore — la Chiesa sopportò e impose tutti i sacrifici, interdisse costantemente il divorzio e, sul piano dell'ascesi, organizzò il celibato religioso ed ecclesiastico.


Morale sociale e internazionale. . Ammessa la dottrina della dignità umana, la legge della persona e delle persone s'insinua ovunque: nei contratti per apportarvi un nuovo valore, molto superiore al valore eventuale della forza, dell'interesse o anche della volontà dell'uomo; nelle relazioni sociali, per cambiarne lo spirito, quindi trasformare le civiltà e rinnovare la faccia della terra; nella concezione dello Stato, riconducendolo alle sue vere e grandi funzioni di servire la giustizia e l'ordine subordinatamente al valore dei sudditi o cittadini; infine nelle relazioni internazionali, poiché nella nostra Europa sconvolta, caotica, o nelle nostre imprese coloniali compiute in vista di fini immediati e con facili mezzi, cominciamo a capire che la morale cristiana a chi le da ascolto offre finalmente la pace, che tutti desideriamo, senz'osare di credervi o senza voler sempre lavorare per essa.


La virtù di religione. - Ma la concezione cristiana dell'uomo ha modificato per sempre i nostri atteggiamenti soprattutto di fronte a Dio, portandoci lo spirito nuovo di religione, per riempircene tutti quanti. S'è detto che l'uomo aveva pensato la divinità a sua propria immagine; perché non dobbiamo ammetterlo se Dio con la rivelazione ha dato dapprima all'uomo la vera idea che l'uomo deve formarsi di se stesso? Le due immagini dipendono incontestabilmente l'una dall'altra. La virtù di religione nel cristianesimo con la visione di Dio che la sostiene, con la vita interiore che esige, con l'inquietudine e la sicurezza che genera, con i gesti che detta, infine col sentimento che ispira all'uomo di fronte a se stesso, considerata nei suoi riti, nei suoi templi, nella sua liturgìa, nella sua spiritualità, sarebbe già da sola uno dei più alti spettacoli che uno storico e un pensatore possano ammirare. E non è che il primo capitolo della morale che studiamo, quello riguardante i nostri doveri verso Dio.


§ 2. - L'ordine soprannaturale.


Abbiamo aspettato fin qui a esaminare i comandamenti che riguardano il culto e l'amore di Dio, perché proprio qui passa la corrente vitale che trasforma di colpo senza distruggerlo, l'ordine razionale e umano di vita morale. Finora si trattava solo di spingere all'estremo le esigenze pratiche della nostra natura, che cioè l'uomo partendo dalla sua natura ben compresa, adori e serva Dio come l'uomo deve adorare e servire il suo Creatore, che ami Dio nel modo che gli è proprio, tutto umano e ragionevole.


Vocazione all'amor filiale. - Ma improvvisamente gli viene comandato e quindi dato il potere d'amare Dio alla maniera di Dio, in ogni caso alla maniera del Figlio di Dio, e si inizia cosi un ordine nuovo ben al di sopra di quello anteriore. I due ordini non si contraddicono, perché la morale evangelica non distrugge quella razionale, ma la anima, la eleva, la perfeziona, la supera senza negarla. Il doppiamente o meglio l'incontro è una delle meraviglie del cristianesimo, in cui tutte le prescrizioni anteriori sono trasferite, sublimate, penetrate dallo Spirito nuovo ed eterno. La rivelazione soprannaturale con tutte le sue conseguenze pratiche, viene a inserirsi qui e, con essa, la morale specificamente cristiana, e le virtù a riservate ", come si diceva all'epoca romantica sul pulpito di Nótre-Dame.


a) Rinuncia preventiva. - Quest'aggiunta che non è una tirannia, ma un dono gratuito conforme a desideri (che non sono diritti) profondi, e questo prolungamento, che è un baluardo alle fragili costruzioni sempre precarie della morale naturale, si possono ottenere solo con una certa rinuncia preventiva. "Chi vuoi venire dietro a me, rinneghi se stesso " (Mt., 16, 24; Le, 9, 28), cioè rinneghi non la propria natura, ma i limiti della sua natura, non il suo umanesimo interiore, ma l'egocentrismo, che è una visuale errata, un errore che disgraziatamente ci è caro. Occorre qui passare da un piano a un altro, a causa dei donami del peccato originale e della grazia, che sono l'inverso e il diritto d'una stessa verità. Noi siamo obbligatoriamente chiamati a un ordine superiore di realtà, (d'altronde conformi a desideri naturali inefficaci in se stessi) il che è una gloria e una gioia, ed è anche un dovere che interessa la nostra vita morale. A questo titolo i due dommi suddetti sono parte necessaria del nostro soggetto.


Sollevandoci tanto in alto, il cristianesimo ci ha onorati con l'invito a sforzi maggiori; c'impone privazioni solo apparenti, poiché sacrificare i nostri limiti naturali per portarli più lontani, in realtà significa accrescere le possibilità di vita. I mezzi poi che si devono usare per raggiungere questo scopo, come esercizi ascetici, mortificazioni e anche penitenze, rendono il centuplo di quanto costarono in principio; il ramo tagliato rimette più vigoroso per dare frutti più abbondanti. Certo, la morale cristiana è alquanto severa e perciò è difficile predicarla, o meglio è facile esagerarla, trasformando i mezzi provvisori in fini ultimi, facendo del peccato originale il principio d'una diminuzione della nostra natura, mentre al contrario arricchisce il nostro programma morale primitivo superandolo.


Però la parola superare ci atterrisce, poiché mentre dovrebbe evocare l'immagine d'una vittoria da riportare per un migliore risultato, sembra obbligarci a lasciare posizioni legittime, facendoci vittime d'una metafora che serve a scusare la nostra pigrizia e la nostra rivolta. In realtà siamo invitati a restare uomini, pur divenendo figli di Dio. È una rivoluzione che non suppone nessuna abdicazione preventiva, ma è una rivoluzione. Nel passato quando si trattava di relazioni dell'uomo con se stesso o col suo prossimo era possibile conservare per qualche tempo l'illusione d'una semplice morale, fatta sulla nostra misura. Ma di fronte al Dio di Abramo, d'Isacco, di Giacobbe e dei profeti; di fronte al Padre del Nostro Signore Gesù Cristo, è ormai definitivamente impossibile. Con la redenzione del Figlio suo. Dio si è talmente dato agli uomini, che un atteggiamento puramente ragionevole verso di lui appare ormai un'ingratitudine, un anacronismo, una mostruosità. Tempo fa col pretesto dei progressi spirituali dovuti allo stesso cristianesimo, si tentò di sostituirgli una religione puramente filosofica e naturale; nel secolo XVIII, durante la grande rivoluzione francese e in seguito, siffatta religione cercò d'organizzarsi a sé con nomi diversi, ma in realtà mai nessuno volle servirsene nella vita pratica, non ebbe mai templi, sacrifìci o martiri, e fu soltanto un capitolo morto nei programmi dell'esame di filosofia.


b) Sviluppo di questa vocazione: le tre virtù teologali. - Bisogna dunque amare Dio com'Egli permise e volle che lo amassimo. Disgraziatamente l'uomo di fronte a questo comandamento rimane troppo spesso distratto, o pigro, o carnale. Quest'amore, come si sa, ha contro di sé le apparenze perché ai nostri occhi miopi pare che Dio non ci ami, perché non conosciamo i suoi misteri, non comprendiamo la sua opera, che ci sembra dura, o crudele o contradditoria. E tuttavia dobbiamo amare Dio, credere che Egli è nostro Padre e provare per lui sentimenti di figli, che non cessano d'essere sue creature, la cui unica tragedia consiste proprio nel fatto d'essere creature elevate alla dignità di figli. La fede, la speranza e la carità sono le tre virtù che hanno il compito di tradurre nei fatti e nei gesti quest'inaudita posizione, e tutte e tre assieme definiscono la morale cristiana, che in esse tocca i vertici più belli. Le altre virtù partecipano allo slancio o se si vuole, alla linea di queste altezze principali. La virtù della religione, non abolita ma sublimata, è tutta vivificata dallo spirito delle tre virtù teologali; la religione cristiana praticamente non assomiglia a nessun'altra, benché risponda alle aspirazioni umane più incoercibili. In questa atmosfera di carità paterna e d'amore filiale, i tre primi comandamenti della legge di Mosè, senz'essere soppressi, vengono animati da un dinamismo nuovo, e si trasfigurano assai più della faccia del grande legislatore ebreo quando discendeva dal Sinai. Si tratta sempre di rispettare il nome di Dio, i suoi templi e sacerdoti, e anche il suo giorno, però con uno spirito tutto nuovo, cioè per amore. Per l'amore infatti adoriamo Dio a motivo delle sue infinite perfezioni, la prima delle quali è proprio la carità: Deus caritas est.


Conseguenze di questa vocazione.
- a) La preghiera ininterrotta. 
- Il dislivello tra queste posizioni sovrumane e le nostre naturali possibilità non fa che sottolineare la nostra strana situazione di fronte a questi doveri, sicché noi siamo fortunatamente condannati alla perpetua preghiera di domanda. Tale stato tinge sempre la morale cristiana con colori che appartengono veramente e solo ad essa: di fronte a Dio siamo debitori incorreggibili, inferiori al nostro compito se non interviene un aiuto e se, conforme alla forte formula agostiana, Dio stesso non ci avrà dato i mezzi per obbedire ai suoi comandamenti. La preghiera del cristiano è d'una qualità particolare, ed ha una fiducia fatta d'umiltà, una certezza fondata sull'abbandono alla misericordia più che alla giustizia:

Se delle colpe tieni conto, o Signore,

Signor mio, chi potrà sostenersi?

È la prima parola che la liturgia cattolica fa dire al sacerdote che entra nella casa ove giace morto il cristiano; ma quest'atteggiamento non è esso pure dettato dall'amore, e dal miglior amore?

b) Perfezionamento dell'ordine morale. - La carità verso il prossimo, da cui riconosceranno, diceva Cristo, che voi siete miei discepoli, riprende anch'essa e a modo suo, tutte le soluzioni già date dalla morale naturale, portandole a un'esigenza di grado indefinito che però rispetta e non altera i lineamenti anteriori. Rimane la rigorosissima giustizia, ma la carità vi s'aggiunge come l'olio agli ingranaggi d'acciaio, onde permettere di girare più veloci senza spezzarsi. C'è sempre l'obbligo di dire la verità alla persona che ne ha il diritto; ma vi s'aggiungeranno tutte le verità di cui essa è capace, e sarà tanto di guadagnato per la dignità umana. A questo regime della mutua fiducia, si stabilisce la lealtà sulla terra e nei costumi, la civiltà s'addolcisce. E cosi di seguito : a tutte le antiche virtù dello stoico viene ad aggiungersi una qualità complementare che, senza distruggerle, da ad esse un aspetto e anche un nome specificatamente cristiano.

Il regime dell'esercizio dell'autorità familiare e sociale, e reciprocamente dell'obbedienza degl'inferiori, viene migliorato nel senso della duttibilità, dell'eleganza e specialmente della bontà. Ormai esiste un rispetto dei superiori riguardo ai loro subordinati, che non sono semplicemente dei soggetti, né dei puri e semplici sudditi timorosi; il che sul piano di governo, distingue le società aperte da quelle chiuse. La violenza e la forza sono sempre meno necessarie e finiscono coll'apparire mostruose, mentre ben sappiamo che posto avessero un tempo tra gli uomini.

Su questo largo orizzonte sociologico, dalle grandi linee visibili da lungi, è forse più facile cogliere i risultati della morale cristiana e le trasformazioni che essa opera ovunque. Ed è pure su questo terreno che la scomparsa del suo influsso riconduce al più presto l'umanità verso forme di civiltà che si credevano estinte e che ora rivivono dappertutto: l'uomo ridiviene per l'uomo un animale da strozzare.

CONCLUSIONE.

- I FRUTTI DELLA MORALE CRISTIANA

Quali furono nella storia e nella civiltà i frutti della morale della Chiesa cattolica nel passato, oggi lo sappiamo fin troppo bene, meglio che compulsando gli archivi del passato, guardando il vuoto immenso scavato nel mondo dal suo abbandono. Sono noti i tre esempi tracciati da Ippolito Taine ai suoi lettoori 
per fare loro apprezzare l'apporto morale e spirituale del cristianesimo: il Rinascimento in Italia, la Restaurazione in Inghilterra, la Convenzione e il Direttorio in Francia, in cui l'uomo ritorna pagano, voluttuoso e duro, e la società ridiviene un mattatoio e un inferno. Ora possiamo aggiungere l'Europa dopo le due guerre, in cui a poco a poco, per una veloce decadenza la morale delle società chiuse, fatta di forza, di dittatura, di dominio degli uni o di qualcuno sopra gli altri, di ritorno ai valori materiali, e quantitativi, oro, sensazioni, chilometro, si sostituisce alla magnifica morale aperta, generatrice d'amore e, per estensione, di libertà inaugurata dal cristianesimo sulla terra. Non soltanto la faccia del mondo ma anche quella dell'uomo è devastata: i nostri lineamenti ricominciano ad essere cattivi, sconvolti, urtati, sterilmente sensuali, inutilmente ironici, dopo che dalla nostra anima fu espulsa la divina carità.

Ogni tanto una grande luce, proveniente dalla Chiesa, attraversa il nostro cielo cupo e tormentato: si chiama Rerum Novarum, Casti Connubii, Quadra-gesimo Anno. In quei giorni gli uomini dovrebbero accorgersi che tra loro c'è ancora una vecchia morale fedele a se stessa, logica e mistica insieme, ragionevole e divina, che fa loro onore, perché è offerta a tutta l'umanità e che potrebbe salvarli. Ed essi dovrebbero confessare che, se certi cristiani non traducono sempre queste lezioni in esempi, la Chiesa, la grande Chiesa continua sempre ad essere fedele alla legge di Gesù Cristo.

E. Ma.

BIBLIOGRAFIA. - i. Sulla struttura della morale cattolica. G. a,

L'insegnamento della morale cristiana, Ed. Paoline, Alba 1951. G. Gilleman, Le primat de la diorite en théologie morale, Desclée de Brouwer, Paris 1952. Sono finora i due migliori libri sull'argomento. Qualche riserva per il Leclercq.

a. Esposizioni sintetiche della morale cattolica. F. Tiixmann, H maestro chiama, Morcelliana, Brescia 1940. G. Maorbach, Teologia morale, voli. 3, Ed. Paoline, Alba 1956-57. B. Haerino, La Legge di Cristo, Morcelliana, Brescia 1957. G. Leclercq., Saggio dimorale cattolica, Ed. Paoline, Alba 1954. Massimo Massimi, La nostra legge. Le basi e la sintesi della morale cattolica, 3 ed., Libreria Vaticana, Roma 1953. F. Oloiati, II sillabario della morale cristiana, Vita e Pensiero, Milano 1943. A. D. Sertoìanoes, Vita cattolica, ì voli., Queriniana, Brescia 1938-39. Da un punto di vista scolastico-pratico: E. Jonb, Compendio di Teologia morale, 3 ed. Marietti Torino 1952. Né van dimenticate Le osservatimi sulla morale cattolica, di A. Manzoni, benché siano di indole piuttosto apologetica.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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4/13/2016 12:04 AM
 
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  dogmi cattolici in particolare

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testoAPOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

Fin dai primi secoli della predicazione missionaria cristiana i non credenti bersagliarono con le loro critiche e motteggi gli articoli del simbolo di fede. Pietro de Labriolle nel suo libro: La rèaction paienne. Elude sur la polemique antichrétienne du I au VI siede (L'artisan du Livre, Paris 1950), riassume gli attacchi, talvolta magistrali, che i primi polemisti anticristiani, specialmente Celso e Porfido, diressero contro i dommi cattolici. Soffermiamoci un po' nelle principali difficoltà sollevate dai filosofi pagani, seguendo l'esposizione dell'autore citato nella sua brillante opera.

Al pari di Celso, osserva de Labriolle, Porfido prima di tutto rinfaccia ai cristiani di aderire a una " fede irragionevole ". Egli si sforza di dimostrare l'irrazionalità della fede in Dio, nell'Incarnazione, nella resurrezione, nei sacramenti, nei novissimi e nei sacramenti del battesimo e dell'Eucarestia.

La fede in Dio! II preteso monoteismo cristiano non sarebbe altro che un politeismo mascherato, poiché gli angeli sarebbero esseri divini ridotti a spiriti. La trascendenza dell'essere divino sarebbe compromessa dal mistero della Trinità, dall'esistenza degli angeli, e, più ancora, dal sistema dell'incarnazione, un vero tessuto d'assurdità : " Perché Cristo venne così tardi, dopo aver lasciato l'umanità per tanti secoli senza il beneficio della rivelazione? Perché doveva permettere che innumerevoli anime si perdessero senz'aiuto? E come si può credere che il Figlio di Dio abbia veramente sofferto sulla croce? E perché la croce? Come sofferse egli, se per la sua natura divina era impassibile? ".

Il domma della risurrezione provocava in Porfirio proteste non meno violente. Il filosofo pagano muove obiezioni che ancor oggi sono la gioia dei nostri increduli. " Come possiamo pensare che saranno ricostituiti gli organismi distrutti? Un uomo naufraga: i cefali marini ne divorano il corpo; alcuni pescatori mangiano i cefali, periscono anch'essi e i loro cadaveri sono mangiati dai cani, che saranno preda degli avvoltoi. Dov'è mai la carne del naufrago? "

Porfirio usa lo stesso tono sarcastico contro il battesimo e l'eucarestia. Riguardo al battesimo degli adulti scrive: "Tante macchie, tanti adulteri, tante turpitudini lavate da una sola abluzione, da una semplice invocazione del nome di Cristo! Una tale disciplina è fautrice di vizio e d'empietà! ". Porfirio assimila poi la comunione eucaristica a un atto di cannibalismo fino a dire bestiali e assurde le parole di Cristo in San Giovanni (6,52).

Dopo tanti secoli è bene rileggere queste violente opposizioni dei più abili polemisti, di cui il paganesimo morente poteva essere fiero, poiché esse dimostrano che gli avversari della religione cristiana nel corso dei secoli hanno trovato ben poco di nuovo da obiettare. Il fatto poi che la Chiesa sia sopravvissuta a tutte le difficoltà ne è già un'eloquente confutazione.

D'altra parte il fatto che la polemica anticristiana si è in certo modo cristallizzata attorno ad alcuni problemi, immutati, prova che determinati aspetti della fede cristiana prestano il fianco a determinate critiche, che appunto queste pagine sulle obiezioni contro i dommi cristiani mirano a risolvere.

Nella prima parte studiamo il mistero della Redenzione nel suo insieme; nella seconda incalziamo più da vicino alcune obiezioni presentate contro questo o quel domina particolare.

PARTE PRIMA - L'ECONOMIA DELLA REDENZIONE CRISTIANA LA REDENZIONE - LA GRAZIA - I NOVISSIMI

PARTE SECONDA - OBIEZIONI CONTRO ALCUNI
DOMMI IN PARTICOLARE






  perfetta verginita' di Maria

tratto da una trasmissione dell'apologeta Giampaolo Barra tenuta su Radio Maria

Affrontiamo un altro argomento utilizzato dai contestatori della dottrina cattolica per negare una verità di fede: la perpetua verginità di Maria.

Che cosa insegna la nostra fede su questo punto? Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al punto n. 501, dice testualmente: “Gesù è l’unico Figlio di Maria”. Dunque, stando alla dottrina cattolica così ben sintetizzata nel Catechismo, Gesù no ha avuto fratelli e sorelle e questo corrisponde perfettamente, e doverosamente, al dogma della perpetua verginità di Maria.

Questa verità di fede cattolica non è condivisa, anzi è contestata dai Protestanti e dai Testimoni di Geova. Come è possibile –questo è il succo della contestazione – credere nella perpetua verginità di Maria se il Vangelo parla esplicitamente dei fratelli di Gesù?

In effetti, se stiamo bene attenti, è vero che i Vangeli parlano dei fratelli di Gesù.

(Se volete approfondire l'argomento potete guardare "I fratelli e le sorelle di Gesù")

Sentiamo san Matteo: “non è Egli (Gesù) forse il figlio del carpentiere? Sua Madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra noi?” (13,55-56)

Il Vangelo di Matteo, come abbiamo potuto ascoltare, non solo parla dei fratelli di Gesù, ma ci fornisce anche i loro nomi: Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda.

Sentiamo san Marco: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses (Giuseppe), di Giuda e di Simone?" (6,3). Anche san Marco concorda con san Matteo nel dire che Gesù aveva dei fratelli e ci fornisce i loro nomi.

Anche nel Vangelo di san Luca si parla di fratelli del Signore: “Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non poterono avvicinarlo a causa della folla” (8,19)

E, infine, il quarto Vangelo, quello di san Giovanni: “Dopo questo fatto discese (Gesù) a Cafarnao insieme con sua Madre, i fratelli e i discepoli” (2,12).

E, non solo i Vangeli, ma anche nel libro degli Atti degli apostoli troviamo un accenno ai fratelli di Gesù: “Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui” (1,14).

Ora, questa insistenza della Parola di Dio sui “fratelli” di Gesù sembra mettere noi cattolici spalle al muro e sembra dare man forte alle contestazioni di Protestanti e Testimoni di Geova. Torna alla mente la solita domanda, cavallo di battaglia di tutte le contestazioni: se i Vangeli parlano dei “fratelli” di Gesù, come possiamo noi cattolici credere al dogma della perpetua verginità di Maria?

Badate bene che la questione sollevata da questa domanda è delicatissima e implica conseguenze addirittura mortali per la fede cattolica. Infatti, se la perpetua verginità di Maria, che è verità dogmatica, non ha fondamento biblico, allora vuol dire che la Chiesa ha sbagliato, ha annunciato una “presunta verità”; ma questo comporta il dover ammettere che la Chiesa può insegnare l’errore, non è infallibile. Capite bene che, di questo passo, si corre il rischio di minare irrimediabilmente la credibilità della Chiesa cattolica e della fede cattolica.

Prima di disarmare, noi cattolici dobbiamo almeno tentare di far fronte e rispondere a queste osservazioni, anzi: a queste vere e proprie contestazioni. E come è nostra abitudine, vogliamo approfondire bene il discorso e vedremo – al termine di questa conversazione – che noi cattolici possiamo tranquillamente, e con piena ragione, continuare a credere nella perpetua verginità di Maria, con buona pace di tutti i contestatori di ieri e di oggi.

Veniamo subito alla prima osservazione. Leggendo il Vangelo, non ci deve sfuggire un particolare estremamente significativo. Avete notato che nel Vangelo si parla sempre ed esclusivamente di “fratelli” di Gesù, ma che questi fratelli di Gesù non sono mai chiamati “figli di Maria” ?

Badate bene: soltanto Gesù viene chiamato “figlio di Maria”, i suoi fratelli no. E ancheMaria è sempre chiamata la “Madre di Gesù” e mai viene detta madre dei suoi fratelli.

Non è un particolare di poco conto. Se stiamo attenti al modo con il quale san Luca racconta, negli Atti degli Apostoli, il brano che abbiamo letto prima, possiamo fare una osservazione interessante. San Luca scrive: “Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera , insieme con alcune donne e con Maria, la Madre di Gesù, e con i fratelli di lui” (1,14).

A noi sorge spontanea una considerazione: se quei fratelli di Gesù fossero stati veramente figli della Madonna, san Luca avrebbe dovuto scrivere, molto più correttamente: “C’era Maria, Madre di Gesù con gli altri suoi figli”. Invece no: san Luca non dice, non vuole dire che Maria è anche la madre dei “fratelli “ di Gesù.

Naturalmente, questo è solo un primo indizio, un particolare certamente interessante, che non deve sfuggire a chi sa leggere bene la Bibbia: ma si tratta di un indizio che ci introduce ad una riflessione più profonda.

Proseguiamo. Come abbiamo ascoltato, i Vangeli ci hanno conservato i nomi dei fratelli di Gesù: Giacomo, Giuseppe (Joses) , Giuda (non il traditore) e Simone.

Non solo: i Vangeli sono così ricchi di informazioni che ci dicono anche chi era la loro madre e ci fanno sapere che la madre dei “fratelli” di Gesù si chiamava anch’essa Maria, ma non era la Madonna. Era un’altra Maria.

Ascoltiamo con attenzione il Vangelo di san Matteo nel capitolo che racconta i fatti del Venerdì santo. Siamo sul monte Calvario, subito dopo la morte di Gesù in Croce. Scrive san Matteo: “C’erano là molte donne che osservavano da lontano: quelle stesse che dalla Galilea avevano seguito Gesù per servirlo. Tra esse, c’era Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo” (27,55.56)

Attenti bene: per san Matteo, in quel tragico Venerdì santo, c’era sul Calvario una donna di nome Maria che era madre di Giacomo e Giuseppe, cioè era la madre di due dei “fratelli” di Gesù. Domandiamoci: questa Maria era forse la Madonna? Rispondiamo con sicurezza: no, non era la Madonna. Era la madre di due dei “fratelli” di Gesù, ma non era la Madonna.

Da dove nasce questa sicurezza? Nasce dal fatto che solo qualche versetto più avanti, proprio per distinguerla dalla Madonna, san Matteo la chiama per ben due volte “l’altra Maria”.

E ci dice che questa “altra Maria”, insieme a Maria di Magdala, assistette alla sepoltura di Gesù (27,61) e poi, il giorno dopo il sabato, sempre insieme a Maria di Magdala, andò al sepolcro (28,1) e ascoltò quelle famose parole dall’angelo: “So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto”.

Come vedete, la verità cattolica comincia ad avere fondamenti biblici e, parallelamente, le contestazioni, che ci sembravano a prima vista così sicure, cominciano a scricchiolare. Ora, diamo un colpetto e le facciamo scricchiolare e cascare del tutto.

Siamo propri sicuri che “l’altra Maria”, di cui parla san Matteo, non sia la Madonna ma proprio la madre di Giacomo e Giuseppe, cioè di due “fratelli” di Gesù?

Si, siamo sicuri perché lo afferma esplicitamente San Marco nel suo Vangelo. San Marco prima conferma quello che ha detto san Matteo: “C’erano là alcune donne che osservavano da distanza, tra le altre: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Giuseppe, e Salome, le quali lo seguivano e lo servivano, etc etc.” (15,40-41).

Poi – e la cosa ci interessa particolarmente – san Marco ci spiega che “l’altra Maria” che andò al sepolcro non era la Madonna ma era la madre dei “fratelli” di Gesù. Sentiamolo: “Passato il sabato, Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome, comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù”; (Mc 16,1) quindi conferma l’episodio dell’incontro con l’angelo al sepolcro.

Dunque Marco dice chiaramente che quella donna che andò al sepolcro con la Maddalena e che Matteo chiama “l’altra Maria” era proprio Maria madre di Giacomo, di uno dei fratelli di Gesù.

Le nostre informazioni, leggendo bene i Vangeli, si stanno arricchendo e ci dicono che almeno due dei “fratelli” di Gesù, Giacomo e Giuseppe, non hanno la stessa Madre di Gesù. Il vangelo li chiama “fratelli” di Gesù ma non hanno la stessa Madre. Possiamo lecitamente pensare la stessa cosa anche per gli altri due.

Proseguiamo. Giovanni ci offre qualche altro particolare interessante per identificare bene quella donna che Matteo chiama “l’altra Maria”. Scrive: “Presso la croce di Gesù stavano sua Madre e la sorella di lei, Maria di Cleofa, e Maria di Magdala” (Gv. 19,25)

Per san Giovanni, ai piedi della croce di Gesù stavano, insieme ad altre persone, almeno tre donne che portavano lo stesso nome Maria: una era la Madonna, un’altra era Maria di Cleofa (che cosa vuol dire “di Cleofa” ? vuol dire che era o moglie o figlia di Cleofa) e poi c’era la Maddalena.

San Giovanni ci fa sapere che quella donna che san Matteo chiama “l’altra Maria”, che san Marco dice essere la madre di Giacomo, era Maria di Cleofa.

San Matteo e san Marco ci dicono che quest’altra Maria, Maria di Cleofa, era la madre di Giacomo e Giuseppe.

Attenti bene, perché abbiamo un’altra informazione da aggiungere a quelle che sono già in nostro possesso. Questo Giacomo, nell’elenco degli Apostoli è sempre chiamato figlio di Alfeo.

Sommando tutte queste informazioni, ci risulta, da un’attenta lettura del Vangelo, che almeno due dei “fratelli” del Signore, Giacomo e Giuseppe, avevano per madre una donna di nome Maria, che non era la Madonna, e per padre un uomo di nome Alfeo. Avevano dunque genitori diversi da quelli di Gesù; eppure sono chiamati “fratelli” di Gesù.

A questo punto, sembra esser giunto il momento di domandarci: perché sono chiamati “fratelli” di Gesù?

La risposta è piuttosto semplice. Dobbiamo ricordare che nella lingua ebraica il termine “fratello” aveva un significato più ampio di quello che gli attribuiamo oggi; poteva indicare, infatti, anche cugino, nipote, parente molto vicino.

La parola “fratello” nella Bibbia non indica sempre e soltanto “fratello di sangue”, ma anche cugino, parente prossimo.

Abbiamo le prove di quello che stiamo dicendo. Nel libro del Genesi, per esempio, si parla di Lot e ci viene detto che Lot era “fratello di Abramo”. E’ lo stesso Abramo che chiama Lot suo “fratello”. Sentiamo: “Abramo disse a Lot: non ci sia discordia tra me e te, tra i miei pastori e i tuoi, perché noi siamo fratelli.” (Gn. 13,8)

Dunque, Lot è “fratello” di Abramo. però, lo stesso libro del Genesi ci dice anche che Lot era figlio del fratello di Abramo, che si chiamava Haran (Gn 11, 27). Dunque Abramo chiama “fratello” Lot, ma questi in realtà era suo nipote.

Nella Bibbia c’è un altro esempio, ancora più chiaro e ci è raccontato nel Primo Libro delle Cronache. Qui ci viene detto che Eleazaro e Kish erano entrambi figli di Macli, dunque erano fratelli carnali. Poi si aggiunge: “Eleazaro morì senza figli; ebbe solo figlie. I figli di Kish, loro fratelli, le sposarono” (1 Cr. 23,21-23)

Come si vede, la Bibbia chiama i figli di Kish “fratelli” delle figlie di Eleazaro, che poi sposarono, ma in realtà erano cugini di queste ragazze.

Questo si spiega solo se ricordiamo che in ebraico “fratello” può voler dire anche cugino, nipote o parente in generale.

Dunque, visto che i Vangeli ci parlano dei “fratelli” di Gesù, considerato che ci danno i nomi dei fratelli di Gesù, osservato che ci dicono anche il nome della loro madre, che non era la Madonna, e perfino del loro padre, che non era Giuseppe, possiamo concludere che le contestazioni al dogma della perpetua verginità di Maria, basate sulla parola “fratello”, non hanno fondamento biblico.

E con questo, noi cattolici possiamo star tranquilli. Ci vuol bene latro per minare la credibilità della nostra fede.

Risolto questo problema, veniamo ad osservare come, interpretando malamente la Bibbia, Protestanti e Testimoni di Geova accampano altre scuse per negare la perpetua verginità di Maria.

San Matteo scrive che Giuseppe non conobbe Maria, nel senso biblico del termine, cioè non ebbe relazioni coniugali con Lei, finchè non partorì Gesù (Mt 1,25). E leggendo malamente san Matteo, Testimoni di Geova e Protestanti sostengono che, se Matteo parla in questo modo, ciò vuol dire che “dopo” il parto di Gesù, Maria e Giuseppe vissero come tutti gli sposi. Lo dimostrerebbe quel “finché”.

Come rispondiamo noi cattolici a questa osservazione?

In primo luogo: San Matteo non ci dice che cosa avvenne dopo il parto di Gesù, ma si limita a dire che Maria era vergine al momento del concepimento e al momento del parto. Matteo vuol parlare unicamente del concepimento e del parto verginale di Gesù, non di altro.

Tanto è vero che – lo abbiamo visto – quando Matteo ci dice i nomi dei fratelli di Gesù, ci dice anche la loro madre non era la Madonna.

In secondo luogo: il “finchè”, nell’uso della Bibbia, nega un’azione per il tempo passato, ma non implica che questa azione sia stata compiuta in seguito.

Facciamo due esempi. Il primo: nel Salmo 110, Dio invita il Messia alla sua destra “finché” pone i nemici a sgabello dei suoi piedi. Questo “finché” non significa che dopo il Messia non starà più alla destra di Dio.

Il secondo esempio: alla fine del capitolo 28 del Vangelo di San Matteo, Gesù affida alla Chiesa la missione di evangelizzare tutto il mondo e conclude con queste parole: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

Questo “fino alla fine del mondo”, questo “finchè il mondo esiste” non implica che dopo Gesù sarà più con i suoi discepoli. Dice soltanto che sarà sempre con loro nell’opera di evangelizzazione.

Come vedete, cari amici, anche a questa obiezione si può rispondere esaurientemente. Anche in questo caso, possiamo dire che ci vuole ben altro per minare la verità evangelica e dogmatica della perpetua verginità di Maria.

Esaminiamo ora brevemente un’altra contestazione della perpetua verginità di Maria. Contestazione che può essere formulata in questo modo: siccome Gesù è chiamato “Figlio primogenito”, questo vuol dire che, dopo di Lui, ci fu un figlio secondogenito, un terzo, un quarto etc. Quindi la Madonna non sarebbe stata sempre vergine, ma ebbe altri figli.

Come rispondiamo noi cattolici? Cominciamo col dire che nelle culture di tutti i popoli “primogenito” vuol dire “primo nato”. E vuol dire “primo nato” sia che dopo di lui ci siano stati altri, sia che fosse figlio unico.

Inoltre, dobbiamo sapere che presso gli ebrei, il primo nato era sempre chiamato “primogenito”, anche se dopo di lui non arrivavano fratelli e sorelle.

Qui la storia ci dà una bella mano. Recentemente è stata scoperta, in un cimitero ebraico, una iscrizione che risale proprio all’epoca appena precedente la nascita di Gesù. In questa iscrizione si legge di una madre, di nome Arsinoe, morta dopo avere dato alla luce il suo primo figlio. Ecco che cosa leggiamo testualmente: “Nei dolori del parto del mio primogenito la sorte mi condusse al termine della vita”.

Come si può facilmente capire, quel bambino non ebbe altri fratelli, visto che la mamma era morta proprio mentre lo partoriva. Eppure quel bambino è chiamato “primogenito” . Questo dimostra che nella cultura ebraica del tempo di Gesù la qualifica di primogenito non implica necessariamente che vi siano altri fratelli.

La contestazione alla perpetua verginità di Maria basata sull’uso del termine “primogenito” è così smontata.

Bene. Molte altre cose ci sarebbero da dire. A noi può bastare, per adesso, la consolazione che la dottrina cattolica sulla perpetua verginità di Maria ha solidissime basi bibliche e non è certamente scalfita dalle critiche.

Ma, proprio perché siamo cattolici, vogliamo concludere questa conversazione affidando a Maria, la Madre di Gesù, vero Dio e vero uomo, non solo noi stessi, ma specialmente coloro che, magari in buona fede, magari perché sono sprovveduti o forse perché non conoscono la Parola di Dio, contestano la venerazione di Maria.

Chiediamo Maria che predisponga la loro mente a conoscere la verità sulla Madre di Dio e il loro cuore ad aprirsi all’amore veramente materno della nostra Mamma che è nei Cieli.

 

   


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Concilio di Calcedonia
13/06/2000
Dall'8 ottobre al 1 novembre 451. Papa Leone Magno (440-461). Convocato dall'Imperatore Marciano. 17 sessioni. Due nature nell'unica Persona del Cristo condanna del monofisismo). 28 canoni.
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Concilio di Costanza
13/06/2000
Dal 5 novembre 1414 al 22 aprile 1418. 45 sessioni. Composizione del grande scisma. dimissioni del Papa romano Gregorio XII (1405-1415) il 4 luglio 1415; deposizione del papa del concilio di Pisa Giovanni XXIII (1410-1415) il 29 Maggio 1415; del Papa avignonese Benedetto VIII (1394- 1415) il 26 luglio 1417. Elezione di Martino V l'11 novembre 1415. Condanna di Giovanni Huss. Decreto sulla supremazia nel concilio sul papa e sulla periodicità dei concili. Concordati con le cinque nazioni conciliari.
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Concilio di Efeso
13/06/2000
Dal 22 giugno al 31 luglio 431. Papa Celestino I (422-432). Convocato dall'Imperatore Teodosio I. Cinque sessioni. Divina Maternità di Maria contro Nestorio. 6 canoni.
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Concilio di Efeso
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Dal 16 ottobre 1311 al 6 maggio 1312. Papa Clemente V (1305-1314). 3 sessioni. Soppressione dell'ordine dei Templari, disputa sulla povertà francescana. Decreti di riforma.
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Dal I maggio al luglio 381. Papa: Damaso I (366-384). Convocato dall'imperatore Teodosio I. Simbolo Niceno-Costantinopolitano. Divinità dello Spirito Santo. 4 canoni.
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Lettere dogmatiche. Introduzione
09/03/2000
Il volume è curato da Giulio Tretti e fa parte della collana di Testi patristici diretta da Antonio Quacquarelli, dell'Editrice Città Nuova. Questa prima parte offre un'ampia introduzione sulla vita di S. Leone Magno.
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Lettere dogmatiche. Parte I
09/03/2000
Il volume è curato da Giulio Tretti e fa parte della collana di Testi patristici diretta da Antonio Quacquarelli, dell'Editrice Città Nuova.
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Lettere dogmatiche. Parte II
09/03/2000
Il volume è curato da Giulio Tretti e fa parte della collana di Testi patristici diretta da Antonio Quacquarelli, dell'Editrice Città Nuova.
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Lettere dogmatiche. Parte III
09/03/2000
Il volume è curato da Giulio Tretti e fa parte della collana di Testi patristici diretta da Antonio Quacquarelli, dell'Editrice Città Nuova.
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Sono ad immagine di Dio: che cosa significa e comporta?



ROMA, lunedì, 1° giugno 2009 (ZENIT.org).- Mons. Raffaello Martinelli, sacerdote della diocesi di Bergamo, dopo aver conseguito il dottorato in Sacra Teologia con  specializzazione in pastorale catechistica presso l’Università Lateranense di Roma e la laurea in Pedagogia all’Università Cattolica di Milano, è dal 1980 a servizio della Congregazione per la Dottrina della Fede.


Come Primicerio della Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso in Roma, ha realizzato alcune schede catechistiche su vari argomenti d‘attualità, a disposizione di quanti entrano nella suddetta Basilica. Ne sono state prese oltre 2.000.000 di copie, in circa due anni.


Sono state redatte, in forma dialogica, sulla base di documenti della Santa Sede e, in particolare,  secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio.


Tutte le 50 schede catechistiche sono state raccolte e pubblicate in un tascabile, 50 Argomenti d’attualità – catechesi dialogica, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, come pure si ritrovano sul sito internet:www.sancarlo.pcn.net.


 




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Dove si fonda l’affermazione che “sono creato ad immagine di Dio (Imago Dei)”?


Si fonda sulla Bibbia. Proprio nelle prime sue pagine infatti leggiamo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27).


Quando l’uomo inizia ad essere immagine di Dio?


Inizia dal primo momento della sua fecondazione. Tale dignità è dunque presente in ogni fase della vita umana, la quale è un bene inalienabile e indisponibile. La Chiesa annuncia questa verità non soltanto con l’autorità del Vangelo, ma anche con la forza derivante dalla ragione, e proprio per questo sente il dovere di fare appello ad ogni uomo di buona volontà, nella certezza che l’accoglienza di questa verità non può che giovare ai singoli ed alla società.


Da dove viene all’uomo l’essere immagine di Dio?


■ Viene da Dio. È Dio stesso che fa questo dono speciale all’uomo. L’uomo lo riceve gratuitamente. Non è dunque una conquista umana o un’opera dell’uomo.


■ All’uomo spetta:


• riconoscere tale dono;


• ringraziare il Donatore, Dio;


• manifestare e far crescere nella sua vita i frutti di tale dono;


• testimoniare con coraggio, nel proprio agire quotidiano, l’essere a immagine di Dio.


Che cosa significa: Dio ci ha creati a sua immagine?


■ “Dire che Dio ci ha creati a sua immagine, significa che:


• Egli ha voluto che ciascuno di noi manifesti un aspetto del suo splendore infinito;


• Egli ha un progetto su ciascuno di noi;


• ciascuno di noi è destinato a entrare, per un itinerario che gli è proprio, nell’eternità beata. Immagine di Dio la creatura è quindi proprio per il fatto che partecipa dell’immortalità, non per sua natura, ma come dono del Creatore.


L’orientamento alla vita eterna è ciò che fa diventare l’uomo il corrispondente creato di Dio.


■ La dignità dell’uomo non è qualcosa che si impone ai nostri occhi, non è misurabile né qualificabile, essa sfugge ai parametri della ragione scientifica o tecnica; ma la nostra civiltà, il nostro umanesimo, non hanno fatto progressi se non nella misura in cui questa dignità è stata più universalmente e più pienamente riconosciuta a sempre più persone” (Card. Joseph Ratzinger, Discorso al Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, 28 novembre 1996).


■ “Se dici: Fammi vedere il tuo Dio, io ti dirò: Fammi vedere l’uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio”(San TEOFILO di Antiochia, Libro ad Autolico).


In che senso l’uomo è creato a “immagine di Dio”?


“L’uomo è creato a immagine di Dio nel senso che è capace di conoscere e di amare, nella libertà, il proprio Creatore. È la sola creatura, su questa terra, che Dio ha voluto per se stessa e che ha chiamato a condividere, nella conoscenza e nell’amore, la sua vita divina. Egli, in quanto creato a immagine di Dio, ha la dignità di persona: non è qualcosa, ma qualcuno, capace di conoscersi, di donarsi liberamente e di entrare in comunione con Dio e con le altre persone” (Compendio del CCC, n. 66).


“Volendo specificare, l’uomo è “immagine” di Dio a causa di almeno sei caratteristiche:


1. la razionalità, cioè la capacità e l’obbligo di conoscere e di comprendere il mondo creato,


2. la libertà, che implica la capacità e il dovere di decidere e la responsabilità per le decisioni prese (cfr.Gn 2),


3. una posizione di guida, però in nessun modo assoluta, bensì sotto il dominio di Dio,


4. la capacità di agire in conformità con colui di cui la persona umana è l’immagine, o di imitare Dio,


5. la dignità di essere una persona, un essere ‘relazionale’, capace di avere rapporti personali con Dio e con gli altri esseri umani (cfr. Gn 2),


6. la santità della vita umana” (PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Bibbia e morale, LEV, 2008, pp.17-18).


Quali dimensioni della persona coinvolge l’essere creato ad immagine di Dio?


■ Coinvolge tutto l’uomo e ogni uomo


■ In particolare:


• la sua dignità;


• la sua unità di corpo e anima;


• il suo essere uomo o donna;


• la sua relazione con Dio, con se stesso, con le altre persone, con il mondo.


■ È pertanto l’uomo nella sua interezza ad essere creato a immagine di Dio. “La creatura senza il Creatore svanisce” (GS,36)La Bibbia presenta una visione dell’essere umano nella quale la dimensione spirituale è vista insieme alla dimensione fisica, sociale e storica dell’uomo.


In che modo l’essere ad immagine di Dio coinvolge la dignità dell’uomo?


■ Coinvolge la sua dignità in quanto ne costituisce il fondamento.


L’uomo, proprio nel suo essere creato ad immagine di Dio, trova il fondamento ultimo della propria dignità.


■ La dignità dell’uomo infatti:


• non si identifica con i geni del suo DNA;


• non dipende dal suo avere o dalla sua capacità di fare, tanto meno dalla sua appartenenza a una razza o cultura o nazione;


• non diminuisce a causa dell’eventuale presenza di diversità fisiche o di difetti genetici.


■ Il fondamento dell’autentica e piena dignità, insita in ogni uomo, sta nel suo essere creato ad immagine e somiglianza di Dio. “La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio. Dotata di un’anima spirituale e immortale, d’intelligenza e di libera volontà la persona umana è ordinata a Dio e chiamata, con la sua anima e il suo corpo, alla beatitudine eterna” (Compendio del CCC, n. 358).


■ Tale dignità così fondata, distingue l’uomo essenzialmente da tutti gli altri esseri creati (per questo si parla di differenza ontologica – sul piano dell’essere e non solo sul piano funzionale dell’agire – tra gli esseri umani e il resto del mondo). La Bibbia evidenzia questa differenza già nelle prime pagine, allorquando afferma che Dio, dopo aver creato le cose di questo mondo, dice: “E Dio vide che era cosa buona” (Gn 1,26), ma, dopo aver creato l’uomo, esclama: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,31).


Nell’uomo, in che rapporto sta l’essere immagine di Dio con la sua comunione con Dio?


■ L’essere creato a immagine di Dio è il fondamento dell’orientamento dell’uomo verso Dio. è proprio su questa somiglianza radicale al Dio Uno e Trino che si fonda la possibilità della comunione dell’uomo con la Santissima Trinità.


Così ha voluto Dio stesso. Il Dio Uno e Trino ha voluto infatti condividere la sua comunione trinitaria con persone create a sua immagine. Anzi, è per questa comunione trinitaria che l’uomo è stato creato a immagine di Dio. Fine dell’uomo è pertanto conoscere, amare e servire Lui in questa vita e goderLo poi nell’altra vita, e amare il prossimo come Dio lo ama.


■ “Creato a immagine di Dio, l’uomo esprime la verità del suo rapporto con Dio Creatore anche mediante la bellezza delle proprie opere artistiche” (CCC, 2501).


Anche il corpo partecipa di tale immagine di Dio?


■ Sì, il corpo stesso, come parte intrinseca della persona, partecipa alla sua creazione a immagine di Dio.


■ Nella Fede cristiana:


• è l’anima ad essere creata ad immagine di Dio;


• ma, poiché l’anima è la forma sub­stantialis del corpo, la persona umana nel suo insieme è portatrice dell’immagine divina in una dimensione tanto spirituale quanto corporea;


• l’uomo non ha il suo corpo, ma è anche il suo corpo;


• è escluso quindi il dualismo corpo-anima;


• l’uomo è considerato nella sua inte­rezza, nella sua unità: è spirito incarnato, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale;


• la corporeità è quindi essenziale all’identità personale;


• l’affermazione della risurrezione del corpo, alla fine del mondo, fa comprendere come l’uomo esista anche nell’eternità, dopo la morte, come persona fisica e spirituale completa.


■ La Fede cristiana afferma pertanto chiaramente l’unità dell’uomo e comprende la corporeità come essenziale all’identità personale sia in questa vita che nell’altra.


Perché l’immagine di Dio si manifesta anche nella differenza dei sessi?


■ Perché l’essere umano esiste soltanto come maschile o femminile, e questa differenza sessuale, lungi dall’essere un aspetto accidentale o secondario della personalità, è un elemento costitutivo dell’identità personale. Dunque anche la dimensione sessuale appartiene all’essere immagine di Dio. Uomo e donna sono ugualmente creati a immagine di Dio, anche se ciascuno lo è in maniera propria e peculiare. Per questo la Fede cristiana parla di reciprocità e complementarietà fra i sessi.


■ Creati a immagine di Dio, gli esseri umani sono chiamati all’amore e alla comunione. Poiché questa vocazione si realizza in modo peculiare nell’unione unitivo-procreativa tra marito e moglie, la differenza tra uomo e donna è un elemento essenziale nella costituzione degli esseri umani fatti a immagine di Dio. “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gn 1,27; cfr. Gn 5,1-2). Secondo la Scrittura, quindi, l’Imago Dei si manifesta, sin dall’inizio, anche nella differenza tra i sessi.


■ “La sessualità esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del suo corpo e della sua anima. Essa concerne particolarmente l’affettività, la capacità di amare e di procreare, e, in modo più generale, l’attitudine a intrecciare rapporti di comunione con altri” (CCC, 2332).


■ I ruoli attribuiti all’uno o all’altro sesso possono variare nel tempo e nello spazio, ma l’identità sessuale della persona non è una costruzione culturale o sociale. Appartiene al modo specifico in cui esiste l’Imago Dei.


■ Questa specificità sessuale è rafforzata dall’Incarnazione del Verbo. Egli ha assunto la condizione umana nella sua totalità, assumendo un sesso, ma diventando uomo in entrambi i sensi del termine: come membro della comunità umana, e come essere di sesso maschile (cfr. CTI, 34).


■ Inoltre l’incarnazione del Figlio di Dio e la risurrezione dei corpi alla fine dei tempi estendono anche all’eternità l’identità sessuale originaria dell’Imago Dei.


Perché l’essere immagine di Dio coinvolge anche il nostro rapporto con le altre persone?


■ Proprio perché Dio è Trinità, comunione cioè di Tre persone nell’unica natura divina, anche la persona, creata ad immagine di Dio, è quindi capace di relazione con le altre persone, è un essere che:


• ha un orientamento fondamentale verso le altre persone;


• è chiamato a formare con loro una comunità.


■ “L’essere umano è pertanto veramente umano nella misura in cui attualizza l’elemento essenzialmente sociale nella sua costituzione, in quanto persona all’interno di gruppi familiari, religiosi, civili, professionali e di altro genere, che insieme formano la società circostante alla quale appartiene” (CTI, 42).


■ Il matrimonio costituisce una forma elevata di comunione tra le persone umane e una delle migliori analogie della vita trinitaria. Anzi “il primo esempio di questa comunione è l’unione procreativa dell’uomo e della donna, che rispecchia la comunione creativa dell’amore trinitario” (CTI, 56). Quando un uomo e una donna uniscono il loro corpo e il loro spirito in un atteggiamento di totale apertura e donazione di sé, formano una nuova immagine di Dio. La loro unione in una sola carne non risponde semplicemente a una necessità biologica, ma all’intenzione del Creatore che li conduce a condividere la felicità di essere fatti a sua immagine (cfr. CCC, 2331).


■ L’umanità stessa, nella sua unità originaria (di cui è simbolo Adamo), è fatta a immagine della divina Trinità.


“Tutti gli uomini formano l’unità del genere umano, per la comune origine che hanno da Dio. Dio, inoltre, ha creato «da uno solo tutte le nazioni degli uomini» (At 17,26). Tutti, poi, hanno un unico Salvatore e sono chiamati a condividere l’eterna felicità di Dio” (Compendio del CCC, n. 68).


Come l’essere a immagine di Dio coinvolge anche la nostra relazione verso le cose create?


L’essere creati ad immagine di Dio è il fondamento:


• della nostra relazione alle cose create;


• della nostra superiorità sul mondo visibile: l’uomo è il vertice della creazione visibile, in quanto è l’unico ad essere creato a immagine e somiglianza di Dio;


• della nostra partecipazione al governo divino della creazione.


In che modo l’uomo partecipa della signoria di Dio sul mondo?


■ Il partecipare della signoria di Dio sul mondo significa che l’uomo:


• esercita tale signoria sulla creazione visibile soltanto in virtù del privilegio conferitogli da Dio;


• riconosce in Dio il creatore di tutto, rende lode e grazie a Lui per il dono della creazione, glorificando il nome di Dio;


• non è il signore principale sul mondo. Dio, il creatore del mondo, è il Signore per eccellenza sul mondo. L’uomo è un signore subordinato (signoria ministeriale e subordinata);


• è designato da Dio ad essere come suo collaboratore, amministratore. L’uomo è chiamato da Dio a esercitare, in nome di Dio stesso, un’amministrazione responsabile sul mondo creato. Tale amministrazione “deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future, ed esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione” (CCC, 2415);


• in quanto amministratore, deve rendere conto della sua gestione, e Dio giudicherà le sue azioni.


■ Tale signoria si attua nel rispetto verso il creato: l’uomo, come immagine di Dio, non è un dominatore sul mondo. L’amministra­zio­ne umana del mondo creato è proprio un servizio svolto attraverso la partecipazione al governo divino. “Gli esseri umani svolgono tale servizio acquistando una conoscenza scientifica dell’universo, occupandosi re­sponsabilmente del mondo naturale (inclusi gli animali e l’ambiente) e salvaguardando la loro stessa integrità biologica” (CTI, 61).


■ Lo stesso lavoro umano “proviene immediatamente da persone create a immagine di Dio e chiamate a prolungare, le une con le altre e per le altre, l’opera della creazione” (CCC, 2427), collaborando con Dio Creatore.


Qual è il rapporto tra l’essere a immagine di Dio e la legge naturale?


Creando l’uomo a sua immagine, Dio ha posto nell’intimità della coscienza umana una legge, che “la tradizione chiama legge naturale. Tale legge è di origine divina, e la consapevolezza che l’uomo ne ha, è essa stessa partecipazione alla legge divina” (CTI, 60). La legge naturale è la luce della ragione infusa dal Creatore nel cuore dell’uomo: essa è dunque una legge interiore all’uomo, scolpita nella sua anima e conosciuta con la ragione, che tutti possono conoscere. Di carattere universale, essa precede e unisce tutti i diritti e i doveri. essendo un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli. E ilCompendio del CCC afferma al riguardo: “La legge naturale, iscritta dal Creatore nel cuore di ogni uomo, consiste in una partecipazione alla sapienza e alla bontà di Dio ed esprime il senso morale originario, che permette all’uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male. Essa è universale e immutabile e pone la base dei doveri e dei diritti fondamentali della persona, nonché della comunità umana e della stessa legge civile” (n. 416). Essa “costituisce la vera garanzia offerta ad ognuno per vivere libero e rispettato nella sua dignità di persona, e per sentirsi difeso da qualsivoglia manipolazione ideologica e da ogni sopruso perpetrato in base alla legge del più forte”(BENEDETTO XVI, Discorso alla CTI, 5-12-08).


È percepita da tutti tale legge?


“A causa del peccato, la legge naturale non sempre e non da tutti viene percepita con uguale chiarezza e immediatezza” (Compendio, 417).


Per questo Dio “ha scritto sulle tavole della Legge quanto gli uomini non riuscivano a leggere nei loro cuori” (Sant’Agostino).


Quali conseguenze ha provocato e provoca il peccato sull’essere dell’uomo a immagine di Dio?


■ Il peccato non distrugge, non annulla l’immagine di Dio nell’uomo. L’uomo è immagine di Dio in quanto uomo. E finché egli è uomo, è un essere umano a immagine di Dio. L’immagine divina è connessa con l’essenza umana in quanto tale, e non è in potere dell’uomo distruggerla completamente.


■ Il peccato, a secondo della sua gravità oggettiva e della responsabilità soggettiva dell’uomo, deturpa l’immagine di Dio nell’uomo, la ferisce, la offusca. E proprio perché il peccato è come una ferita dell’immagine di Dio nell’uomo, ferisce, offusca l’uomo:


• nella sua dignità, provocando una divisione al suo interno tra corpo e spirito, conoscenza e volontà, ragione e emozioni;


• nella sua relazione con Dio, con se stesso, con gli altri, con il creato.


■ Ferito dal peccato, l’uomo è bisognoso di salvezza. E Dio infinitamente buono, gli offre tale salvezza nientemeno che nel Suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, il quale libera, risana la ferita dell’uomo mediante la Sua Morte e Risurrezione.


■ Il deturpamento dell’Imago Dei da parte del peccato, con le sue inevitabili conseguenze negative sulla vita personale e interpersonale, è pertanto vinto dalla Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.


 


<b>Quale modello ha l’uomo nell’attuare il suo essere a immagine di Dio?


■ Anzitutto l’uomo comprende pienamente se stesso, e soprattutto il suo essere immagine di Dio, solo nella luce di Cristo. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa noto la sua altissima vocazione” (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 22).


■ Il mistero dell’uomo si chiarisce pertanto solo alla luce di Cristo, che è immagine perfetta “del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura” (Col 1,15) e che ci introduce, attraverso lo Spirito Santo, a una partecipazione al mistero di Dio Uno e Trino. “Che cosa significhi essere creati a Imago Dei ci viene quindi pienamente svelato soltanto nell’Imago Christi” (CTI, 53).


■ “Dio Padre ci chiama ad essere «conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29), mediante l’opera dello Spirito Santo, il quale agisce in modo misterioso in tutti gli esseri umani di buona volontà, nelle società e nel cosmo, per trasfigurare e divinizzare gli esseri umani. Inoltre lo Spirito Santo opera attraverso i Sacramenti, in particolare attraverso l’Eucaristia ” (CTI, 54).


■ Grazie allo Spirito Santo, “la grazia salvifica della partecipazione al mistero pasquale di Cristo riconfigura l’Imago Dei secondo il modello dell’Imago Christi […]. In tal senso l’esistenza quotidiana dell’uomo è definita come uno sforzo di sempre più piena conformazione all’immagine di Cristo, cercando di dedicare la propria vita al combattimento per arrivare alla vittoria finale di Cristo nel mondo” (CTI, 56). Dunque noi diventiamo pienamente immagine di Dio per mezzo della partecipazione alla vita divina in Cristo.


In che modo Cristo è il modello di ogni uomo nel vivere ad immagine di Dio?


Cristo è il modello per l’uomo nel vivere ad immagine di Dio, nel senso che:


■ l’immagine originaria dell’uomo, che a sua volta ripresenta l’immagine di Dio, è Cristo, e l’uomo è creato a partire dalla immagine di Cristo, su sua immagine. La creatura umana è allo stesso tempo progetto preliminare in vista di Cristo, ovvero: Cristo è l’immagine perfetta e fondamentale del Creatore, e Dio forma l’uomo proprio in vista di Lui, del Suo Figlio;


■ le possibilità che Cristo apre all’uomo non significano la soppressione della realtà dell’uomo in quanto creatura, ma la sua trasformazione e realizzazione secondo l’immagine perfetta del Figlio;


■ nello stesso tempo, esiste una tensione fra nascondimento e futura manifestazione dell’immagine di Dio: possiamo applicare qui la parola della prima Lettera di Giovanni: “Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1Gv 3,2).


Tutti gli esseri umani già fin d’ora sono immagine di Dio – ad immagine di Cristo, anche se non è ancora manifesto ciò che essi diverranno soprattutto alla fine dei tempi, allorquando il Signore Gesù verrà sulle nubi del cielo, perché Dio “sia tutto in tutti” (1Cor15,28). L’Imago Dei può essere quindi considerata, in un senso reale, ancora in divenire: suo carattere dinamico;


■ la nostra conformazione all’immagine di Cristo si compie pertanto perfettamente solo nella nostra risurrezione alla fine dei tempi, nella quale Cristo ci ha preceduto e ha già associato a sé Sua Madre, Maria SS.ma.


In che senso si può anche dire che Dio è a nostra immagine?


In un duplice senso:


“Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l’unione che hai stabilito fra te e l’uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell’umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l’amore” (SANTA CATERINA DA SIENA, Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 13);


il Figlio di Dio, consostanziale al Padre per la divinità, facendosi uomo, ha assunto la nostra natura umana, è divenuto consostanziale a noi per l’umanità, “simile in tutto a noi, fuorché nel peccato” (Eb 4,15).


 


NB: Per approfondire l’argomento si leggano:


* COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE (abbr. CTI), Comunione e Servizio, Libreria Editrice Vaticana, 2005;


* Card. JOSEPH RATZINGER, Conferenza al Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, sul tema: «A immagine e somiglianza di Dio: Sempre? Il disagio della mente umana»(28 novembre 1996);


* CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (CCC), nn. 355-420;


COMPENDIO del CCC, nn. 66-78.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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11/17/2017 12:10 PM
 
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  ATTENZIONE ANCHE QUESTA è DOTTRINA CATTOLICA..... UNIVERSALE! NON UN MONOPOLIO ADATTABILE ALLE MODE DEI TEMPI.


Cari Vescovi: attenzione allo spettro dell’accanimento terapeutico!

Ci risiamo! Lo spettro dell’accanimento terapeutico torna prepotentemente ad ingannare i Pastori della santa Chiesa, specialmente torna a far confondere le buone intenzioni del santo Padre Francesco. Non siamo “tuttologi” ma non ci vuole neppure una laurea in medicina o alla Pico de Paperis per capire che, periodicamente, la giustificazione del concetto di “accanimento”, viene usato per aprire porte pericolose e, soprattutto, senza mai arrivare a specificare cosa loro stessi vogliono intendere con tale termine.

Ne ha parlato la Nuova Bussola, vedi qui, un articolo che condividiamo integralmente perché ha colto magnificamente i punti centrali – purtroppo anche i più critici – delle parole del Discorso ufficiale del santo Padre, leggi qui, attraverso i quali seppur viene spiegato – a grandi linee – in cosa consisterebbe “l’accanimento terapeutico”, dall’altra parte si offrono però degli spunti – involontari – verso l’eutanasia giustificata, specialmente se i Media interpretano in questo modo le sue parole e il Papa non smentisce e non chiarisce…

Il Denzinger afferma che: “Un decreto dottrinale che può sembrare ad alcuni dubbio, deve essere sempre compreso nel senso secondo cui l’asserto è vero..“, offrendo a noi tutti una specie di cartina tornasole per poter interpretare correttamente le parole, ufficiali, del Pontefice. Tuttavia è anche salutare e un bene rimarcare alcuni punti come ha offerto la Nuova Bussola, attraverso i quali capire ciò che è vero da ciò che è falso.

La storia di Victoria, tanto per fare un esempio concreto, vedi qui: Dallo “stato vegetativo” al ballo dopo un lento miracolo … ce la dice lunga di cosa sarebbe stato di lei se, confondendo gli aiuti ricevuti si fosse solo pensato ad un accanimento terapeutico… vedi anche qui, Victoria sarebbe morta sentendo tutto, ascoltando tutto, come dimostrano tanti altri episodi di persone che, uscendo dal coma, hanno poi detto che sentivano tutto e vedevano… Persone che escono dal coma dopo 4 anni, anche 10 anni, non sono affatto una rarità, una vittoria contro i sostenitori di un accanimento terapeutico che li avrebbe portati a morte certa.

Così giustamente sottolinea l’editoriale di La Bussola: “Il Papa da una parte afferma che vivere più a lungo è un bene, ma vivere più a lungo in condizioni di salute critica non lo è. Occorre a questo proposito ricordare che curare un paziente permettendogli di vivere più a lungo, sebbene con una qualità di vita non elevata perché affetto da gravi disabilità, patologie croniche severe, etc., non configura accanimento terapeutico. L’accanimento terapeutico infatti, come ricorda correttamente il Pontefice, è una sproporzione tra trattamenti e risultati sperati. Se grazie alla tecnologia oggi disponibile posso mantenere in vita per lungo tempo una persona affetta da sindrome della veglia aresponsiva (il cd paziente in stato vegetativo) ciò non configura accanimento terapeutico, ma in realtà è un obbligo morale in capo al medico e al paziente. La proporzione, in questi casi, deve guardare all’effetto positivo “vita”, non al “benessere”…

E allora, si chiede il Papa: Chi deve decidere se c’è o meno accanimento terapeutico? Francesco risponde usando, parzialmente, il Catechismo lasciando così quel dubbio e quella criticità nell’interpretazione delle sue parole.

«Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (CCC n. 2278), cita Papa Francesco, ma il Catechismo dice molto di più… quel di più che egli o lascia intendere dandolo per scontato – e qui vale l’insegnamento del Denzinger sopra riportato – oppure lo si ritiene scartato o inutile da coloro che, delle parole del Pontefice, devono trarre l’insegnamento e i punti fermi.

Detto in soldoni – spiega la Bussola -: se una paziente dichiarasse che non vuole più nutrirsi con le peg perché a suo insindacabile giudizio la nutrizione assistita configura accanimento terapeutico, questa volontà sarebbe irragionevole e quindi non da rispettare. L’ultima parola spetta alla valutazione del bene oggettivo della persona, bene oggettivo spesso non riconosciuto dalla persona stessa. Di contro, rispettare sempre e comunque il giudizio del paziente su cosa è o non è accanimento terapeutico aprirebbe la porta all’eutanasia. Quella stessa porta che il Santo Padre, nel messaggio inviato ai partecipanti del convegno che si sta svolgendo in Vaticano, vorrebbe che rimanesse sempre chiusa…

Quindi attenzione ai titoli dei Media e alle dispute sui Social…. Papa Francesco NON VUOLE APRIRE QUELLA PORTA. “Il messaggio del Papa – conclude La Bussola – è incentrato per buona parte sull’accanimento terapeutico perché «oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo». Parrebbe quindi che il vero pericolo oggi nelle corsie di ospedale sia l’accanimento terapeutico e non l’eutanasia. Ma così non è…”

_0019 NO eutanasia 2L’allarme che anche noi abbiamo colto dalle conclusioni – omesse – del Papa è proprio in questa diffusa errata concezione che si persista, cioè, su un “accanimento terapeutico”, mentre al Papa sfugge (sfugge?) la conoscenza, o la competenza, oppure è malamente informato, che esistono le “cliniche per la dolce morte” e che le leggi delle Nazioni e degli Stati hanno optato da anni per “uccidere” le persone non solo in stato terminale, non solo a prescindere da ciò che essi chiedono o non chiedono, non solo contro il parere stesso dei genitori, non solo anziani diventati inutili per la società… Ciò che il Papa omette di discutere o di correggere, o persino di condannare come dovrebbe fare con “sì, sì – no, no” (Mt.5,37) è proprio quell’ UCCIDERE che è diventato invece legge degli uomini, questa chiarezza manca al suo Discorso.

Del resto Papa Francesco, a riguardo della PENA DI MORTE è stato così categorico e così chiaro nel dire che essa è INACCETTABILE, senza sé e senza ma. Tuttavia si dimostra eccessivamente prudente laddove dovrebbe dire con assoluta determinatezza quel che dice lo stesso Catechismo a riguardo dell’eutanasia: “Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile…”(CCC.n.2277)

E’ per questa ragione dottrinale che riteniamo, l’uso della questione e del termine “accanimento terapeutico” la chiave che apre all’eutanasia legalizzata… una chiave che se Papa Francesco da una parte chiede, effettivamente, di non usare e di non aprire quella “porta”, dall’altra parte però… lascia alla libera comprensione o interpretazione… Per questo è fondamentale ricordare a tutti noi, come insegna il Donzinger, che laddove l’incomprensione dilaga, il pensiero di un Pontefice deve essere interpretato “…nel senso secondo cui l’asserto è vero..“, e il Catechismo è chiaro!

Laudetur Jesus Christus


 
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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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