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LETTERE di Santa Caterina da Siena dalla 1 alla 71 (1)

Last Update: 1/10/2021 9:40 PM
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4/22/2016 10:50 AM
 
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XV - A Consiglio, Giudeo.

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Si faccia cristiano. Schietta e affettuosa e più riverente che quando scrive a Cristiani tristi.

Laudato sia Gesù Cristo crocifisso, figliuolo della gloriosa Vergine Maria.

A te, dilettissimo e carissimo fratello ricomprato del prezioso sangue del Figliuolo di Dio, come io, io indegna Catarina scrivo, costretta da Cristo crocifisso e dalla sua dolce Madre Maria, che io vi preghi e costringa che doviate uscire e abbandonare la durezza e la tenebrosa infedeltà e doviatevi riducere, e ricevere la Grazia del santo battesimo: però che senza il battesimo non potete avere la Grazia di Dio. Chi è senza il battesimo non par- tecipa del frutto della Chiesa santa; ma come membro putrido e tagliato dalla congregazione de' fedeli Cristiani, passa dalla morte temporale alla morte eternale, e ragionevolmente riceve pena e tenebre; perocchè non s'è voluto lavare nell'acqua del santo battesimo, e ha tenuto a vile il sangue del Figliuolo di Dio, il quale ha sparto con tanto amore. O carissimo fratello in Cristo Gesù, apri l'occhio dell'intendimento a ragguardare la sua inestimabile carità, che ti manda invitando con le sante spirazioni che ti sono venute nel cuore; e per li servi suoi tirichiede e t'invita, che vuol fare pace teco, non ragguardando alla longa guerra e ingiuria che ha ricevuto da te per la tua infedeltà.

Perocchè tanto è dolce e benigno lo Dio nostro, che, poi che venne la legge dell'amore, e che il Figliuolo di Dio venne nella Vergine Maria, e sparse l'abbondanza del sangue in sul legno della santissima croce, possiamo ricevere l'abbondanza della divina misericordia. Onde siccome la legge di Mosè era fondata in giustizia e in pena; così la legge nuova data da Cristo crocifisso, vita evangelica, è fondata in amore e misericordia. In tanto ch'egli è dolce e benigno, purchè l'uomo ritorni a lui umiliato e fedele, e credere per Cristo avere vita eterna. é pare che non si voglia ricordare dell'offese che noi gli facciamo; e non ci vuole dannare eternalmente, ma sempre fare misericordia. Adunque lèvati, fratello mio, in quanto tu voglia essere legato con Cristo; e non dormire più in tanta cecità, perocchè Dio non vuole, nè io voglio, che l'ora della morte ti trovi cieco; ma desidera l'anima mia di vederti pervenire al lume del santo battesimo, sì come il cervo desidera, essendo affannato, l'acqua viva.

Non fare dunque più resistenza allo Spirito Santo che ti chiama, e non spregiare l'amore che t'ha Maria, nè le lagrime e orazioni che sono fatte per te; perchè troppo ti sarebbe grande giudizio. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio; e io prego lui che è somma Verità, che c'illumini e riempia della sua santissima grazia, e adempia il mio desiderio in te, Consiglio. Data a te, Consiglio, questa da parte di Cristo Gesù. Laudato sia Cristo crocifisso, e la sua dolcissima Madre gloriosa Vergine Madonna santa Maria. Gesù dolce, Gesù amore.




XVI - Ad un gran Prelato.

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Colloquio tra Gesù e Caterina, del desiderio amoroso ch'egli ebbe del bene nostro, onde gli fu dolce il patire. Amino i prelati le anime, e non il bene proprio; patiscano, e non tacciano i vizi de' colleghi loro.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Reverendo e carissimo padre in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo crocifisso, scrivo a voi nel prezioso sangue suo: con desiderio di vedervi affamato del cibo della creatura per onore di Dio; imparando dalla prima dolce verità, che per fame e sete che egli ha della nostra salute, muore. Non pare che questo Agnello immacolato si possa saziare; grida in croce satollato da obbrobri, e dice che ha sete. Poniamochè corporalmente esso avesse sete, ma maggiore era la sete del santo desiderio che egli aveva della salute dell'anime. O inestimabile dolcissima Carità, e' non pare che tu dia tanto, dandoti a tanti tormenti, che non rimanga maggiore il desiderio che egli aveva della salute dell'anime di più voler dare tutto. N'è cagion l'amore. Non me ne maraviglio: chè l'amore tuo era infinito, e la pena era finita. E però gli era maggiore la croce del desiderio, che la croce del corpo.

Questo mi ricordo che il dolce e buono Gesù manifestava una volta ad una serva sua. Vedendo ella in lui la croce del desiderio e la croce del corpo, ella dimandava: «Signore mio dolce, quale ti fu maggiore pena, o la pena del corpo, o la pena del desiderio?». Egli rispondeva dolce e benignamente, e diceva: «Figliuola mia, non dubitare: chè io ti fo sicura di questo; che veruna comparazione si può fare dalla cosa finita alla cosa infinita. Cosìti pensa che la pena del corpo mi fu finita; ma il santo desiderio non finisce mai. Però io portai la croce del santo desiderio. E non ti ricorda, figliuola mia, che una volta, quando ti manifestai la mia natività, tu mi vedevi fanciullo parvolo, nato con la croce al collo? Perch'io ti fo sapere, che come io, Parola incarnata, fui seminata nel ventre di Maria, mi si cominciò la croce del desiderio ch'io avevo di fare l'obbedienzia del Padre mio, e d'adempire la sua volontà nell'uomo; cioè che l'uomo fusse restituito a Grazia, e ricevesse il fine pel quale eglifu creato. Questa croce m'era maggiore pena che veruna altra pena ch'io portassi mai corporalmente. E però lo spirito mio esultò con grandissime letizie, quando mi vidi condotto all'ultimo; e specialmente nella cena del Giovedì santo. E però dissi: con desiderio ho desiderato di fare questa pasqua; cioè di fare sacrificio del corpo mio al Padre.

Grandissima letizia e consolazione avevo, perchè vedevo apparecchiare il tempo disposto a tormi questa croce del desiderio; cioè che quanto più mi vidi giugnere a' flagelli e a'tormenti corporali, tanto mi scemava più la pena. Chè con la pena corporale si cacciava la pena del desiderio; perchè vedevo adempito quello che io desideravo». Ella rispondeva e diceva: «O Signor mio dolce, tu dici che questa pena della croce del desiderio ti si partì in croce. In che modo fu? Or perdesti tu il desiderio di me?». Ed egli diceva: «Figliuola mia dolce, no. Chè, morendo io in su la croce, terminò la pena del santo desiderio ad un'ora con la vita; ma non terminò il desiderio e la fame che io ho della salute vostra. Che se l'amore ineffabile che io ebbi e ho all'umana generazione fusse terminato e finito, voi non sareste. Perocchè, come l'amore vi trasse dal seno del Padre mio, creandovi con la sapienza sua; così esso amore vi conserva: che voi non sete fatti d'altro che d'amore. Se ritraesse a sè l'amore con quella potenzia e sapienzia con la quale egli vi creò, voi non sareste. Io, unigenito Figliuolo di Dio, sono fatto uno condotto che vi porge l'acqua della Grazia. Io vi manifesto l'affetto del Padre mio: perocchè quello affetto che egli ha, e io ho; e quello che ho io, egli ha: perchè sono una cosa col Padre, e il Padre è una cosa con meco; e per mezzo di me ha manifestato sè. E però dissi io: ciò che io ho avuto dal Padre, io ho manifestato a voi. D'ogni cosa n'è cagione l'Amore».

Adunque ben vedete, reverendo padre, che il dolce e il buono Gesù amore, egli muore di sete e di fame della salute nostra. Io vi prego per l'amore di Cristo crocifisso che voi vi poniate per obietto la fame di questo Agnello. Questo desidera l'anima mia, di vedervi morire per santo e vero desiderio, cioè che per l'affetto e amore che voi arete all'onore di Dio, salute dell'anime ed esaltazione di santa Chiesa, ho volontà di vedervi tanto crescere questa fame, che sotto questa fame rimaneste morto. Chè, come il Figliuolo di Dio (come detto abbiamo) di fame morì: così voi rimagnate morto a ogni amore proprio di voi medesìmo; e a ogni passione sensitiva rimanga morta la volontà e l'appetito; a stati e delizie del mondo, al piacere del secolo e di tutte le pompe sue. Non dubito che se l'occhio del cognoscimento si volge a ragguardare voi medesimo, cognoscendo voi non essere, troverete l'essere vostro dato a voi con tanto fuoco d'amore. Dico che il cuore e l'affetto vostro non potrà tenersi che non si spasmi per amore: non cì potrà vivere amore proprio; non cercherà sè per sè per propria sua utilità, ma cercherà sè per onore di Dio, nè 'l prossimo per sè, per utilità propria, ma amerallo e desidererà la salute sua per loda e gloria del nome di Dio.

Perchè vede che Dio sommamente ama la creatura; e questa è la cagione che subito li servi di Dio amano tanto la creatura, perocchè veggono che sommamente l'ama il Creatore; e la condizione dell'amore è d'amare quello che ama colui che io amo. Dico che non amano Dio per sè, ma amanlo in quanto è somma ed eterna Bontà degno d'essere amato. Veramente, padre, che costoro hanno messo a uscita la vita, perchè non pensano di loro più. Egli non vogliano altro che pene, strazii, tormenti e villanie: elli hanno in dispregio tutti li tormenti del mondo: tanto è maggiore la croce e pena che portano di vedere l'offesa e il vituperio di Dio, e la dannazione delle creature; ed è sì grande questa pena, che dimenticano il sentimento della vita propria. E non tanto che fuggano le pene, ma essi se ne dilettano e vannole cercando. Accordansi con quello dolce innamorato di Paolo che si gloriava nelle tribolazioni per l'amore di Cristo crocifisso. Or questo dolce banditore voglio e pregovi che seguitiate.

Oimè, oimè, disaventurata l'anima mia! Aprite l'occhio e ragguardate la perversità della morte che è venuta nel mondo, e singolarmente nel corpo della santa Chiesa. Oimè, scoppi il cuore e l'anima vostra a vedere tante offese di Dio. Vedete, padre, che 'l lupo infernale ne porta la creatura, le pecorelle che si pascono nel giardino della santa Chiesa; e non si trova chi si muova a trargliele di bocca. Li pastori dormono nell'amor proprio di loro medesimi, in una cupidità e immondizia: sono sì ebbri di superbia, che dormono e non si sentono, perchè veggano che il diavolo, lupo infernale, se ne porti la vita della Grazia in loro e anco quella de' sudditi loro. Essi non se ne curano: e tutto n'è cagione la perversità dell'amore proprio. Oh quanto è pericoloso questo amore nelli prelati e nelli sudditi! S'egli è prelato ed egliha amore proprio, egli non corregge il difetto de' suoi sudditi; perocchè colui che ama sè per sè, cade in timore servile, e però non riprende. Che se egli amasse sè per Dio, non temerebbe di timore servile; ma arditamente con virile cuore riprenderebbe li difetti e non tacerebbe nè farebbe vista di non vedere.

Di questo amore voglio che siate privato, padre carissimo. Pregovi che facciate sì che non sia detta a voi quella dura parola con riprensione dalla prima verità, dicendo: «maladetto sia tu che tacesti». Oimè, non più tacere! Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita, toltogli è il colore, perchè gli è succhiato il sangue da dosso, cìoè che il sangue di Cristo, che è dato per grazia e non per debito, egli sel furano con la superbia, tollendo l'onore che debbe essere di Dio, e dannolo a loro; e si ruba per simonia, vendendo i doni e le grazie che ci sono dati per grazia col prezzo del sangue del Figliuolo di Dio. Oimè! ch'io muoio, e non posso morire. Non dormite più in negligenzia; adoperate nel tempo presente ciò che si può. Credo che vi verrà altro tempo che anco potrete più adoperare; ma ora pel tempo presente v'invito a spogliare l'anima vostra d'ogni amore proprio, e vestirla di fame e di virtù reale e vera, a onore di Dio e salute dell'anime. Confortatevi in Cristo Gesù dolce amore: chè tosto vedremo apparire i fiori. Studiate che il gonfalone della croce tosto si levi; e non venga meno il cuore e l'affetto vostro per veruno inconveniente che vedeste venire; ma più allora vi confortate, pensando che Cristo crocifisso sarà il facitore e adempitore degli spasmati desiderii de' servi di Dio. Non dico più. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso: ponetevi in croce con Cristo crocifisso: nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso: fatevi bagno nel sangue di Cristo crocifisso.

Perdonate, padre, alla mia presunzione. Gesù dolce, Gesù Amore.



XVII - Al venerabile religioso Frate Antonio da Nizza, dell'Ordine de' Frati eremitani di Santo Agostino, a Selva di Lago.

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Chi cerca nella virtù il diletto della virtù; chi vuol fare il bene a suo modo, e fuor di quel modo che piace a lui non vede che male; costui lascia l'amor proprio insinuarsi ne' più riposti seni del cuore, e mette il bene in guerra col bene. Giudizii di maschia sapienza, rivelati al cuor della donna.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo padre e fratello in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo e raccomandovi nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio; con desiderio di vedervi annegato e affocato nella fornace della divina Carità, e in essa arsa eannegata la vostra propria volontà, la quale volontà ci tolle la vita e dacci la morte. Apriamo gli occhi, carissimo fratello: perocchè noi abbiamo due volontà; l'una sensitiva, che cerca le cose sensibili; e l'altra è la volontàspirituale, che con specie e colore di virtù tiene ferma la volontà sua. E in questa lo dimostra, quando vorrà eleggere i luoghi e i tempi e le consolazioni a suo modo; e dice: «io vorrei questo per più avere Dio». E questo è grande inganno, e illusione di dimonio: chè non potendo il dimonio ingannare i servi di Dio colla prima volontà (chè già i servi di Dio l'hanno mortificata alle cose sensitive), di furto pigliali la seconda volontà colle cose spirituali. Onde spesse volte l'anima riceve consolazione, e da Dio poi si sente privato di quella; e aranne un'altra la quale sarà di meno consolazione, e di più frutto. Allora l'anima, che è inanimata a quella che dà dolcezza, essendone privata, ha pena e riceve tedio. E perchè tedio? perchè ella non ne vorrebbe essere privata; dicendo: «e' mi pare amare più Dio in questo modo che in quello. Di quello sento qualche frutto; e di questo non sento frutto nessuno, altro che pena, spesse volte molte battaglie; e parmene offendere Dio». - Dico, Figliuolo e fratello in Cristo Gesù, che quest'anima s'inganna colla propria volontà; che non vorrebbe esser privata di quella dolcezza: con questa esca la piglia il dimonio. E spesse volte pèrdono il tempo, volendo il tempo a loro modo; perocchè non esercitano quello che essi hanno, altro che in pena e in tenebre.

Disse una volta il nostro dolce Salvatore a una sua dilettissima figliuola: «Sai tu come fanno questi che vogliono adempiere la volontà in consolazione e in dolcezza e in diletto? come ne sono privati, elli vogliono escire dalla mia volontà, parendo loro ben fare, e per non offendere: ma gli è nascosta la falsa sensualità; e per fuggire pene, cade nell'offesa, e non se ne avvede. Ma se l'anima fusse savia, e avesse il lume dentro della volontà mia, ragguarderebbe al frutto, e non alla dolcezza. Quale è il frutto dell'anima? l'odio di sè, e amore di me. Il quale odio e amore sono esciti dal cognoscimento di sè medesimo: e allora cognosce, sè, difettuoso, non essere niente; e vede in sè la bontà mia, che gli conserva la buona volonta; e vede la persona che io l'ho fatto, perchè mi serva in maggiore perfezione; e giudica che io l'ho fatto per lo meglio e per più suo bene. Questo tale, carissima figliuola, non vuole il tempo a suo modo, perchè è umiliato; e cognoscendo la sua infirmità, non si fida del suo volere: ma è fedele a me. Vestesi della somma ed eterna volontà mia, perocchè vede che io non do nè toglio, se non per vostra santificazione; e vede che solo l'amore mi muove e dare a voi la dolcezza, e torvela: e per questo non si può dolere di veruna consolazione che gli fusse tolta o dentro o di fuori, o dal dimonio o dalle creature; perchè vede che se non fusse suo bene, io nol permetterei. Onde costui si gode, perocchè egli ha il lume dentro e di fuore; ed è sì illuminato che, giungendo il dimonio colle tenebre nella mente sua per confusione, dicendo: «questo è per li tuoi peccati»; ed egli risponde come persona che non schifa pena, dicendo: «grazia sia al mio Creatore che s'è ricordato di me nel tempo delle tenebre, punendomi per pena nel tempo finito. Grande amore è questo, che non mi vuole punire nel tempo infinito».

Oh, quanta tranquillità di mente ha quest'anima, perchè s'ha tolta la volontà, che dà tempesta! Ma non fa così colui che ha la volontà dentro viva, cercando le cose a suo modo: che par che egli creda saper meglio quello che gli bisogna, che io. E spesse volte dice: «mi ci pare offendere Dio. Tollami via l'offesa, e faccia ciò che vuole». Questo è segno che v'è tolta l'offesa, quando vedete in voi buona volontà di non offendere Dio e il dispiacimento del peccato; onde dovete pigliare speranza. Però che, se tutte l'operazioni di fuore e consolazioni dentro venissero meno, stia sempre ferma la buona volontà, per piacere a Dio. E sopra questa pietra è fondata la Grazia. Se dici: «non me la pare avere»: Ð dico ch'egli è falso: perocchè se non l'avessi, non temeresti d'offendere Dio. Ma egli è il dimonio che fa veder questo, perchè l'anima venga a confusione e a tristizia disordinata, e perchè tenga ferma la sua volontà in volere le consolazioni, i tempi e i luoghi a suo modo. Non gli credete, figliuola carissima: ma sempre si disponga l'anima a sostenere pene, per qualunque modo Dio le dia. Altrimenti, faresti come colui che sta in sull'uscio col lume in mano, che distende la mano di fuore, e fa lume fuore, e dentro è tenebroso. Ciò è colui che già è accordato nelle cose di fuore colla volontà di Dio, disprezzando il mondo; ma dentro gli rimane la volontà spirituale viva, velata con colore di virtù». Ð Cosi disse Dio a quella sua serva detta di sopra.

Però dissi io che volevo e desideravo che la vostra volontà fusse annegata e trasformata in lui; disponendoci sempre a portare pene e fadighe, per qualunque modo Dio ce le vuole dare. Così saremo privati della tenebra, e avremo la luce. Amen. Laudato sia Gesù Cristo crocifisso e Maria dolce.



XVIII - A Benincasa suo fratello, essendo esso in Firenze.

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Lo conforta a pazienza, perchè il patire breve, grande il premio del ben sopportare; del contrario è grave il danno. Soavemente gli raccomanda che sia grato alla madre.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo fratello in Cristo Gesù. lo Catarina, serva inutile, ti conforto e benedico, ed invito a una dolce e santissima pazienzia; chè senza la pazienzia non potremmo piacere a Dio. Adunque vi prego, acciocchè voi riceviate il frutto delle vostre tribolazioni, che voi pigliate quest'arme della pazienzia. E se vi paresse molto duro a portare le molte fadighe, riducovi alla memoria tre cose, acciò che portiate più pazientemente. E prima, voglio che pensiate la brevità del tempo vostro; che non sete sicuro del dì di domane. Bene possiamo dire che non abbiamo la fadiga passata, nè quella ch'è a venire, ma solo il punto del tempo, che noi abbiamo. Adunque bene doviamo portare pazientemente, poichè 'l tempo è cotanto breve. La seconda si è, che voi consideriate il fatto che segue dalle fadighe. Che dice Santo Paolo, che non è comparazione delle fadighe a rispetto del frutto e rimunerazione della superna gloria. La terza si è che voi con: sideriate il danno che sèguita a coloro, che portano con ira e con impazienzia: che sèguita questo danno qui, e la pena eternale dell'anima.

E però vi prego, carissimo fratello, che voi portiate con ogni pazienzia. E non vorrei che vi uscisse di mente il correggervi della vostra ingratitudine, ed ignoranzia, cioè del debito che avete con la madre vostra, alla quale voi sete tenuto per comandamento di Dio. E io ho veduto moltiplicare tanto la vostra ingratitudine, che non tanto che voi gli abbiate renduto il debito d'aiutarla; poniamochè di questo io v'ho per iscusato, perocchè non avete potuto; e se avesti potuto, non so che voi avreste fatto, perocchè solo delle parole le avete fatto caro. Oh ingratitudine! Non avete considerato la fadiga del parto nè il latte che ella trasse del petto suo, nè le molte fadighe che ella ha avuto di voi, e di tutti gli altri. E se mi dicesti che ella non ha avuto pietà di noi; dico che non è vero: perocchè ella n'ha avuto tanta di voi, e dell'altro, che caro gli costa. Ma poniamo caso, che fusse vero; voi sete obbligati a lei, e non ella a voi. Ella non trasse la carne di voi, ma ella diè la sua carne a voi. Pregovi che vicorreggiate di questo difetto, e degli altri; e che perdoniate alla mia ignoranzia. Chè se io non amassi l'anima vostra, non vi direi quello che io vi dico. Rammentovi la vostra confessione, a voi, e alla vostra famiglia. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.



XIX - A Niccolaccio di Caterino Petroni da Siena

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Senza carità non è vita. Liberale dottrina: che il bene fatto anco in istato di colpa è rimunerato da Dio. Accenno di pace.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo fratello in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo: con desiderio di vedervi osservatore de' dolci comandamenti di Dio, acciocchè potiate in voi participare la vita della Grazia. Ma questo non potresti fare col dispiacimento e odio del prossimo vostro; perocchè 'l secondo comandamento di Dio è d'amare il prossimo come noi medesimi. Questa dilezione d'amare la creatura esce dalla fontana della divina carità. Adunque chi non è nella carità di Dio, non è in quella del prossimo suo; non essendovi, è come 'l membro ch'è tagliato dal corpo, che subito perde la vita e seccasi; perchè è tagliato del suo principio. E cosi l'anima separata per l'odio dalla divina carità, è subito morta a grazia: in tanto che veruno bene che faccia, gli vale, quanto a vita eterna.

Vero è che 'l bene non si debbe però lassare che non si faccia, in qualunque stato altri sia; perchè ogni bene è rimunerato, e ogni colpa punita. Se non è rimunerato dunque a vita eterna, Dio gli rende questo, che o gli presta il tempo a poter correggere la vita sua, o gli metterà alcun mezzo de' servi suoi a trarlo delle mani delle dimonia; o egli fa abbondare ne' beni temporali; e anco poi morendo, eziandio essendo entro l'inferno, ha meno pena. Chè più pena gli seguiterebbe se quel tempo che egli fece quel poco di bene, egli avesse fatto il male. Onde, per questo e molte altre cose, il bene in veruno modo si debbe mai lassare, in qualunque stato egli sia fatto. Ma bene è da considerare, poichè Dio è sì dolce remuneratore, che la buona opera, non ostante che ella sia fatta in peccato mortale, egli la vuole retribuire in qualche cosa.

Quanto maggiormente farà a coloro che la fanno in stato di grazia, con vero e santo desiderio nella carità di Dio, e dilezione del prossimo loro! A questi, della loro opera ne ha dato frutto infinito; vivendo in questa per grazia; nell'altra gli è dato vita eterna. Adunque voglio che con ogni santa sollecitudine voi vi studiate di vivere in grazia, operando i dolci comandamenti di Dio; chè in altro modo non potreste. E però vi dissi che io desideravo di vedervi operatore dei detti comandamenti. Non dico più qui: se non che in questo che io vi domanderò, m'avvedrò se starete in questa dilezione, o no. Quel che io v'addimando, si è la pace, la quale... Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.



XX - A Benincasa suo fratello in Firenze

Proemio, di Niccolò Tommaseo:
Lo conforta a pazienza: forse nella perdita degli averi.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimo e dilettissimo fratello in Cristo Gesù. lo Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, vi conforto nel Prezioso sangue del Figliuolo di Dio: con desiderio di vedervi tutto accordato e trasformato con volontà di Dio; sapendo che lui è quello giogo santo e dolce che ogni amaritudine fa tornare in dolcezza. Ogni gran peso diventa leggero sotto questo santissimo giogo della dolce volontà di Dio, senza la quale non potresti piacere a Dio, anzi gusteresti l'arra dell'inferno. Confortatevi, confortatevi, carissimo fratello, e non venite meno sotto questa disciplina di Dio; ma confidatevi, chè quando l'aiuto umano vien meno, l'aiuto divino è presso.
Iddio vi provvederà. Pensate che Giobbe perdette l'avere e' figliuoli e la sanità; rimasegli la donna sua perun continuo flagello: e poi che Dio ebbe provata la pazienzia sua, gli rendè ogni cosa a doppio, e alla fine vita eterna. Giobbe paziente non si disturbò mai; ma sempre adoperando la virtù della santa pazienzia, diceva: «Dio me l'ha date, Dio me l'ha tolte; sia il nome di Dio benedetto». Così voglio che facciate voi, carissimo fratello; che siate amatore della virtù, con una pazienzia santa, con una confessione spessa, che vi farà portare spesso le vostre fadighe. E io vi dico: Dio userà la sua benignità e misericordia, e rimunereravvi d'ogni fadiga che per lo suo amore voi averete portata. Permanente nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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