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LETTERE di Santa Caterina da Siena dalla 1 alla 71 (1)

Last Update: 1/10/2021 9:40 PM
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LXVI  (66) - A fra Guglielmo d'Inghilterra, baccelliere che sta a Lecceto dell'ordine di Santo Agostino

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo padre e figliuolo in Cristo Gesù, la vostra indegna miserabile figliuola Catarina vi si raccomanda nel prezioso sangue del Figliuolo di Dio; con desiderio che a noi sia detta quella parola che disse Dio ad Abram, cioè: «esci dalla casa e dalla terra tua». E Abram obbediente non fece resistenzia al comandamento di Dio, che disse: «sèguitami»; e egli il seguitò. Oh quanto sarà beata l'anima nostra, quando udiremo quella dolce parola, che noi ci partiamo da questa nostra terra del misero miserabile corpo. In due modi si debbe levare l'uomo e seguitare la prima Verità che 'l chiama. Il primo è, che noi traiamo l'affetto dalla casa diquesta nostra passione sensitiva terrena e amore proprio di noi medesimi, e dalla terra nostra, cioè, che l'affetto silevi da ogni amore terreno, e seguitiamo l'Agnello svenato in sul legno della santissima croce. Il quale Agnello c'invita e ci chiama a seguitarlo per vie d'obbrobri, pene, rimproverii, i quali all'anima che 'l gusta sono di grandissima dolcezza e soavità. A questo affetto ci ha tratti Dio per la sua infinita bontà e misericordia. Or chevoce aspetta ora l'anima poichè ella ha udita la prima voce, e ha risposto abbandonando il vizio, e seguitando le virtù, le quali fa gustare Dio per grazia in questa vita!Sapete, Padre, quale voce aspetta? quella dolce parola della Cantica, cioè: «Vieni, diletta Sposa mia». E drittamente s'adempie la parola tra l'anima e il corpo, che disse Cristo a' discepoli suoi, dicendo: «Lassate i parvoli venire a me, perocchè di costoro è il reame del cielo». Questo modo tiene Dio co' servi suoi, quando li trae di questa miserabile vita, e menali al luogo di riposo, comandando e dicendo a questa nostra carne che è stata serva e discepola dell'anima: «lassa quest'anima venire ame, perocchè di costei è il reame di vita eterna».

Oh inestimabile, dolcissima e ardentissima carità! Tu dici nè più nè meno, come se l'anima t'avesse servito per sè medesima; conciossiacosachè ogni servizio fatto a te, tu ne se' l'operatore e il donatore. Perocchè tu se' colui che se'; e senza te, noi non siamo. Cosi diceva l'Apostolo. Noi non possiamo bene pensare, se non ci fusse dato di sopra. Adunque per grazia ci dai, e non per debito: e questo fa il tuo smisurato amore, che il tuo medesimo vuoi remunerare a noi. E però l'anima quando ragguarda tanto fuoco d'amore, s'innebria per sì fatto modo che perde sè medesima; e ciò che vede e sente, vede nel suo creatore.

Or questa dunque è la voce dalla quale desidera l'anima che noi siamo chiamati. Ma non parrebbe, Padre, che io fussi molto contenta, se innanzi a questa io non udissi un'altra, cioè la voce desiderata da tutti i servi di Dio, cioè che noi udiamo: «Uscite, figliuoli, dalle terre edalle case vostre: seguitatemi, e venite a far sacrifizio delcorpo vostro». Onde, quando io considero, Padre, che Dio ci facesse grazia d'udirla e di vederci dare la vita perlo smisurato amore dell'Agnello, pare che l'anima a mano a mano, pur del pensiero, si voglia partire dal corpo. Or corriamo dunque, figliuoli e fratelli miei in Cristo Gesù, e distendiamo i dolci e amorosi desiderii, costringendo e pregando la divina bontà, che tosto ce ne faccia degni. E qui non ci conviene commettere negligenzia, ma grande sollicitudine, e voi sempre sollicitando e altrui. Il tempo pare che s'abbrevi, trovando molta disposizione nelle creature. E però sappiate, che quello Frate Jacomo, che noi mandammno al giudice d'Arborea con una lettera dove si conteneva di questo passaggio; egli m'ha risposto graziosamente che vuole venire con la sua persona, e fornire per dieci anni due galee e mille cavalieri e tremila pedoni e seicento balestrieri. Sappiate ancora che Genova è tutta commossa, a questo medesimo proferendo l'avere e le persone. E sappiate che di questo e dell'altre cose Dio adopera l'onore suo.

Altro non dico, se non che io vi prego e vi raccomando questo giovine, che ha nome Matteo Forestani, che 'l facciate spacciare al più tosto che potete, sicchè sia ricevuto alla santa Religione. Studiatevi quanto potete, che egli venga alle vere e reali virtù, singolarmente di mortificare in lui il parere del mondo e la volontà sua. Emmi paruto il meglio, che egli non sia andato in altro viaggio;perocchè poteva essere più tosto svagolamento della mente sua, che altro. Dissemi frate Nofrio come frate Stefano stava male; e voi ancora avevate sentito, e temevate di non avere chi vi scrivesse. Non temete, ma confidatevi; che quando Dio tolle l'uno, provvede dell'altro. Confortate e benedicete frate Antonio cento migliaia di volte in Cristo Gesù. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.





LXVII - Al convento de' monaci di Passignano di Vall'Ombrosa

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissimi fratelli e figliuoli in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, schiava e serva de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fiori odoriferi piantati nel giardino della santa religione,e non fiori puzzolenti. Sappiate, figliuoli carissimi, che ilreligioso che non vive secondo la santa religione, con costumi religiosi, ma lascivamente e con appetito disordinato, con impazienzia, portando impazientemente le fadighe dell'Ordine, o con disordinata allegrezza nei diletti e piaceri del mondo, con superbia e vanità (della quale superbia e vanità nasce la disonestà e di mente e di corpo), o con desiderare l'onore e lo stato e le ricchezze del mondo (le quali sono la morte dell'anima, vergogna e confusione de' religiosi); questo cotale è fiore puzzolente, e gitta puzzo a Dio e agli Angeli, e nel cospetto degli uomini. Costui è degno di confusione: egli conduce sè medesimo in morte eternale. Desiderando le ricchezze, impoverisce; volendo onore, si vitupera; volendo diletto sensitivo e amare sè senza Dio, egli s'odia; volendosi saziare di diletti e piaceri del mondo, egli rimane affamato, e di fame si muore. Perocchè tutte le cose create, e' diletti e piaceri del mondo non possono saziare l'anima; però che queste cose create sono fatte per la creatura ragionevole, e la creatura è fatta per Dio; sicchè le cose create sensibili non possono saziare l'uomo, perocchè sono minori dell'uomo; ma solo Dio è colui che è Creatore e Fattore di tutte le cose create, e colui che può saziare. Sicchè vedete bene, ch'e' si muore di fame.

Ma non fanno così i fiori odoriferi, ciò sono i veri religiosi, osservatori dell'ordine, e non trapassatori; perocchè innanzi eleggono la morte, che trapassarlo mai. Spezialmente nel voto che fa nella professione, quando promette obedienza, povertà volontaria e continenzia di mente e di corpo. Dico, che i veri religiosi, i quali voi, figliuoli, dovete essere, e che osservano l'Ordine suo, gimmai non vogliono trapassare l'obedienza dell'Ordine e del prelato; ma sempre vogliono obbedire: e non investigano la volontà di chi la comanda; ma semplicemente obbediscono. E questa è il vero segno della vera umiltà; perocchè l'umiltà è sempre obbediente, e l'obbediente è sempre umile. L'obbediente è sempre umile, perchè ha tolto da sè la perversa volontà, la quale fa l'uomo superbo: l'umile è obbediente, perchè per amore ha rinunziato alla propria volontà, e annegatala, e tolto il giogo suosopra di sè; cioè, che la rebellione della parte sensitiva che vuole ribellare al suo creatore, col giogo della sua volontà, e' rompe: cioè, che volontariamente ha sottomesso sè alla volontà di Dio, e al giogo della santa obedienza.

Sicchè lo umile ha spregiata la ricchezza, onde la propria volontà trae la superbia; e appetisce la vera e santa povertà. Perocchè vede che la povertà volontaria del mondo arrichisce l'anima, e tràlla dalla servitudine; fàllo benigno e mansueto, e tollegli la vana fede della speranza delle cose transitorie, e dàgli fede viva e speranza vera. Spera nel suo Creatore per Cristo crocifisso e non per sè: porta ogni cosa. Vede bene, ch'egli è maledetto colui che si confida nell'uomo; e però pone la sua speranza e fede in Dio e nelle vere e reali virtù. Perocchè la virtù è ricchezza dell'anime, onore, gaudio, riposo e perfetta consolazione. E però cerca il vero religioso di fornire la casa dell'anima sua; e giusta il suo potere spregia ciò ch'è contrario alla virtù, ed ama tutto quello che ve'i fa venire. E però è tanto amatore delle pene, delle ingiurie, scherni e villanie; perocchè vede bene che questa è quella cosa che prova l'uomo, e fàllo venire a virtù. Così dunque vedete che per amore della vera ricchezza spregia la vana ricchezza, e cerca povertà, e fassela sposaper amore di Cristo crocifisso, che tutta la vita sua non fu altro che povertà. Nascendo, vivendo e morendo, non ebbe luogo dove riposare il capo suo. Conciosiacosa che fusse Dio, somma ed eterna ricchezza; nondimeno, come regola nostra, elesse ed amò la povertà, per insegnare a noi ignoranti miserabili.

A mano a mano sèguita l'altro della vera continenzia perocchè colui ch'è umile e obbediente, e ha spregiato la ricchezza e il mondo con tutte le delizie sue, è fatto amatore della povertà e della viltà, e dilettasi della conversazione della cella, edella santa orazione; è fatto subito continente: chè, non tanto che egli s'involla nel loto della carnalità attualmente, ma il pensiero gli verrà a tedio e correggerà sè medesimo; e fugge tutte le cagioni e le vie le quali gli potessero tollere la ricchezza della continenzia e della purità delcuore, e strigne e ama quello che gli conserva. E perocchè vede che la conversazione de' cattivi e dissoluti gli èmolto nociva, e la conversazione e amistà delle femmine; però le fugge come serpenti velenosi.

Piglia, e studiasi di pigliare, la conversazione della santissima croce; e con tutti quelli servi di Dio che sono amatori di Cristo crocifisso. Della vigilia e della orazione non se ne sazia nè stanca mai, perocchè vede ch'ell'è quella madre che ci dona il latte della divina dolcezza, e notrica al petto suo i figliuoli della virtù: e per tanto sene diletta. Ella fa unire l'anima con Dio, ella l'adorna dipurità; e donagli perfetta sapienza di vero cognoscimento di sè, e della bontà di Dio in sè. E brevemente, carissimi figliuoli, tutti i tesori e i diletti che può avere un'anima in questa vita, truova nella santissima orazione. Or questi cotali sono fiori odoriferi, che gittano odore nelcospetto di Dio, nella natura angelica, e dinanzi agli uomini. E però io vi prego per amore di Cristo crocifisso, che se per infino al dì d'oggi fuste stati il contrario, chevoi vi poniate fine e termine. Fate ragione d'essere novizi, che testè di nuovo con grande reverenza entraste a operare la santa religione.
Poichè Dio v'ha fatto degni d'essere nello stato angelico, non vogliate ponervi a stato umano: perocchè nello stato umano stanno i secolari, che sono chiamati allo stato comune; ma voi siete nello stato perfetto. E non essendo perfetti, non sareste in stato umano, ma peggio che in stato d'animali bruti. Orsù, figliuoli, bagnatevi nel sangue di Cristo crocifisso, il quale fortificherà l'anima, e torravvi ogni debilezza. Conversate in cella; dilettatevi del coro; siate obbedienti; e fuggite la conversazione: studiate all'orazione e allavigilia. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.



LXVIII - A madonna Benedetta, donna che fu di misser Bocchino de' Belforti da Volterra, essendo essa in Firenze

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi dilettissima e carissima madre e suoro in Cristo Gesù, io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo, e confortovi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi vestita dell'Uomo nuovo, e spogliata dell'Uomo vecchio; cioè della pazienzia dell'uomo nuovo Cristo crocifisso, sapendo che senza la pazienzia non possiamo piacere a Dio. E però io v'invito carissimamente a questa pazienzia: perocchè colui che è impaziente, è vestito dell'Uomo vecchio, cioè del peccato; e ha perduta la libertà, e non possiede la città dell'anima sua, però che si lassa signoreggiare all'ira. Ma non è cosicolui che è paziente, però che possiede sè medesimo Così disse il nostro Cristo Salvatore: «Nella pazienzia vostra possederete l'anime vostre».

Oh pazienzia dolce, piena di letizia e di gaudio! Però che quando ella procede da carità, cioè portando per Dio ogni tribulazione, o per morte, o per vita, o per qualunque modo Dio la conceda, dico, che sotto questo giogo della pazienzia, acquistata colla soavità dolce della volontà di Dio, ogni amaritudine diventa dolce, e ogni gran peso diventa leggero. Di questo, dunque, santo e dolce vestimento si veste l'anima, quando ella si veste della volontà di Dio, il quale non vuole altro che la nostra santificazione; e ciò che dà e permette a noi, ci si dàper nostro bene, e perchè siamo santificati in lui. Non vi paia dunque malagevole, carissima madre e suoro in Cristo Gesù: però che il medico della vita durabile è venuto nel mondo per sanare le nostre infirmitadi. E veramente egli fa come vero medico, dandoci la medicina amara, e traendoci sangue per conservare la sanità. E ogni cosa sapete che porta lo infermo per lo rispetto che ha alla sanità. Oimè, perchè facciamo peggio al medico celestiale, che al medico terreno, però che non vuole la morte del peccatore, ma vuole che si converta e viva? Allora, dolcissima madre, ci dà il dolce Dio l'amaritudine alla sensualità, ma none alla ragione; trae il sangue quando ritrae a sè, privandoci de' figliuoli, di sanità, o diprosperità, o di qualunque altra cosa sia.

Confortatevi dunque, poichè non l'ha fatto per darvi morte, anco per darvi vita, e per conservarvi la sanità. E però io vi prego per l'amore di quello dolcissimo e abbondantissimo sangue, il quale fu sparto per la nostra redenzione, acciò che la volontà di Dio sia piena in voi, e acciò che queste amaritudini tutte tornino in vostra santificazione: sì, come vuole la volontà di Dio, voi in verità vi vestiate della virtù della pazienzia, come detto è.

E non voglio che pensiate nel vostro figliuolo che v'è rimaso come cosa vostra, però che non è vostra (anco saremmo ladri); ma come cosa prestata usare a vostra necessità. Sapete bene, che egli è così; però che se fusse vostra, noi la potremmo tenere, e usare secondo la nostra volontà; ma perchè è prestata, conviencela rendere secondo il piacere del dolce Maestro della verità, il quale èdonatore e facitore di tutte quante cose che sono. O inestimabile dilezione di carità, quanta è la pazienzia tua, che tu hai inverso gl'indurati e ignoranti cuori, che vogliono possedere quello che è tuo per loro; e lagnarsi di quello che tu hai fatto per loro bene! Non facciamo così per l'amore di Dio; ma portiamo con pazienzia la disciplina sua.

E se mi diceste: «io non posso accordare questa sensualità»; dico che voglio che la ragione vinca. E piglia trecose. L'una si è la brevità del tempo; e l'altra è la volontàdi Dio ch'e' gli ha tratti a sè, secondo che mi mandaste dicendo. Della quale cosa, quando l'udii, mi rallegrai della loro salute, ed ebbivi un poco di compassione; poniamo che io mi rallegrassi del frutto che avete della tribulazione. La terza cosa si è il danno che seguiterebbe della impazienzia. Confortatevi dunque: perocchè il tempo è breve, e la fadiga è poca, e 'l frutto è grande. Altro non dico. La pace di Dio sia con voi. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.Gesù dolce, Gesù amore.

Caterina, serva inutile, vi si raccomanda.





LXIX - A Sano di Maco in Siena

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Dilettissimo e carissimo fratello in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava de' servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedere in voi quella virtù della santa fede e perseveranzia, che fu nella Cananea; però ch'ella l'ebbe tanto forte, che ella meritò che 'l dimonio fosse cacciato da dosso della figliuola sua. E più ancora, che, volendo Dio manifestare quanto gli piaceva la fede sua, volle rimettere l'autorità in lei, dicendo: «Sia fatto alla figliuola tua siccometu vuoi». O gloriosa e eccellentissima virtù, tu se' colei che manifesti il fuoco della divina Carità, quand'è nell'anima: però che l'uomo non ha mai fede nè speranza se non in quello ch'egli ama. Di queste virtù l'una tiene dietro l'altra; però che amore non è senza fede, nè fede senza speranza.

Queste sono tre colonne che mantengono la ròcca dell'anima nostra sì e per siffatto modo che neuno vento di tentazione, nè parole ingiuriose, nè lunsighe di creature, nè amore terreno, nè di sposa, nè di figliuoli, il può dare a terra: ma in tutte questecose sarà fortificato da queste vere colonne. Allora faremo come questa Cananea: che, vedendo passare Cristo per l'anima nostra; per santo e vero desiderio vollerenci a lui con vera contrizione e dispiacimento del peccato, e diremo: «Signore, libera la figliuola mia, cioè l'anima mia; però che il dimonio la molesta con le molte tentazioni e disordinati pensieri». E se noi persevereremo, e terremo ferma la volontà, che non consenta nè s'inchini a veruna cosa amare fuori di Dio, umiliandoci e reputandoci indegni della pace e della quiete; e con fede aspetteremo, e con pazienzia, e speranza per Cristo crocifisso di portare ogni cosa, diremo con santo Paolo: «Ogni cosa posso, non per me, ma per Cristo crocifisso ch'è in me, che mi conforta».

E allora udiremo quella dolce voce: «Sia sanata la figliuola tua, cioè l'anima tua,secondo che tu vuoli». Qui manifesta la smisurata bontà di Dio il tesoro che egli ha dato nell'anima, del proprio elibero arbitrio che nè dimonio nè creatura il può costringere a uno peccato mortale, se egli non vuole. O carissimo figliuolo in Cristo Gesù, ragguardate con fede e vera perseveranza; che, insino alla morte queste parole sono dette a noi. Sappiate, che come l'uomo è creato da Dio, gli sono dette queste parole: «Sia fatto come tu vuoli». Cioè: «Ti fo libero, che tu non sia soggetto a veruna cosa, se non a me». Oh inestimabile e dolcissimo fuoco d'amore, tu mostri e manifesti la eccellenzia della creatura: chè ogni cosa hai creata perchè serva alla tua creatura ragionevole, e la creatura hai fatta perchè serva te. Ma noi miseri e miserabili andiamo ad amare il mondo colle pompe e diletti suoi; per lo quale amore l'anima perde la signoria, e è fatta serva e schiava del peccato. Onde questo tale ha preso per signore il dimonio. Oh quanto è pericolosa la signoria sua! Perocchè sempre cerca e tratta la morte dell'uomo. Onde non mi pare che sia da servire siffatto signore: ma voglio che noi siamo diquelle anime innamorate di Dio; ragguardando sempre, noi essere schiavi ricomperati del sangue dell'Agnello.

Lo schiavo non si può vendere, nè ad altro signore servire. Noi siamo comperati non d'oro nè di dolcezza d'amore solo, ma di sangue. Scoppino i cuori e le anime nostre d'amore, levinsi con sollecitudine a servire e temere il dolce e buono Gesù, ragguardando che egli ci ha tratti di prigione e della servitudine del dimonio che ci possedeva come suoi; e egli entrò in ricolta e pagatore, e stracciò la carta della obbligazione. E quando entrò in ricolta? Quando si fece servo, prendendo la nostra umanità. Oimè, non bastava a noi se non avesse pagato il debito fatto per noi? e quando si pagò? In sul legno della santissima croce, dando la vita per renderci la vita della Grazia, la quale noi perdemmo. Oh inestimabile dolcissima Carità, tu hai rotta la carta ch'era fra l'uomo e 'l dimonio, stracciandola in sul legno della santissima croce. La carta non è fatta d'altro che d'Agnello: e questo è quello Agnello immacolato, il quale ci ha scritto in sè medesimo; ma stracciò questa carta. Confortinsi adunque l'anime nostre, poichè siamo scritti, e la carta è rotta, che non ci può più addimandare l'avversario e contrario nostro. Or corriamo, figliuolo dolcissimo, con santo e vero desiderio, abbracciando le virtù colla memoria del dolce Agnello svenato con tanto ardentissimo amore. Non dico più.

Sappiate che in questa vita noi non possiamo avere altro che delle molliche che caggiono della mensa, siccome questa Cananea dimanda. Le molliche sono la Grazia che riceviamo; e caggiono dalla mensa del Signore. Ma quando noi saremo nella vita durabile, dove noi gusteremo Dio e vedrenlo a faccia a faccia; allora averemo delle vivande della mensa. Adunque non schifate mai labore. Io vi manderò delle mollicole e delle vivande, come a figliuolo. E voi combattete virilmente. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.





LXX   (70) - A frate Bartolomeo Dominici dell'ordine de' predicatori, quando era baccelliere a Pisa

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo fratello, e padre per riverenzia di quello dolcissimo sacramento. Io Alessa e Catarina, e Catarina serva inutile di Gesù Cristo si raccomandano; con desiderio di vedervi unito e trasformato nell'unico desiderio di Dio. O fuoco ardentissimo che sempre ardi, direttamente tu se' uno fuoco. Così parve che dicesse la bocca della Verità: «Io son fuoco, e voi le faville». Dice che 'l fuoco vuole sempre tornare nel suo principio, e però sempre ritorna in su. O inestimabile dilezione di carità, che benedici vero che bene siamo faville. E però vuole che siamo umiliate: e siccome la favilla riceve l'essere dal fuoco, cosi noi riceviamo l'essere dal primo nostro principio. E però disse egli: «Io son fuoco, e tu favilla». Dunque l'anima tua non si levi in superbia. E fa che tu faccia come la favilla, che prima va insue, poi torna in giù. Perocchè il primo movimento del santo desiderio nostro dee essere nel cognoscimento di Dio, e nell'onore suo; e poichè siamo saliti, discendiamo a cognoscere la miseria e la negligenzia nostra. O addormentati, destatevi. E così saremo umiliati, trovandoci nell'abisso della sua carità. O madre dolce di carità, che non è veruna mente tanto dura nè tanto addormentata, che non si dovesse destare e risolvere a tanto fuoco di carità.

Dilatate, dilatate l'anima vostra a ricevere il prossimo per amore e per desiderio. Ma non veggo che potiamo avere questo desiderio se l'occhio non si volle, come aquila, verso il legno della vita. O dolcissimo amore Gesù che dicesti: «Vuoi tu essere animato all'onore di me, e alla salute delle creature; e essere forte a sostenere ognitribolazione con pazienzia? Or ragguarda me, Agnello svenato in croce per te; come, tutto, perso sangue da capo a' piei, e non è udito il grido mio per mormorazione. Non ragguardo la tua ignoranzia, nè la tua ingratitudine mi ritrae, che, come pazzo e trasformato per fame che io ho di te, io non adoperi la tua salute.

Or, carissimi e dolcissimi fratelli, levianci, levianci ditanta negligenzia, e corriamo con sollicitudine per la via della verità; ma corriamo con sollecitudine e morti; e non ci ritragga la ingratitudine delle creature. Seminate, seminate la arola di Dio; rendete i talenti commessi a voi. E non tanto che Dio n'abbi commesso uno talento, ma Egli ve n'ha commessi dieci a voi e al prossimo vostro, i quali sono i dieci comandamenti, che sono la vita dell'anima vostra. Adunque siate sollecito d'esercitarli.

Ricordovi di quella santa abitazione della cella dell'anima e del corpo. E così dite a Frate Tommaso e agli altri nostri fratelli. Pregovi che siate solliciti: il tempo è breve, il camino è lungo. Io son misera miserabile, perocchè sono tanto moltiplicati i miei peccati, che mai, poichè voi andaste non fui degna di ricevere il dolcissimo e venerabile sacramento. Questo vi dico perchè voi m'aitiate a piagnere, e preghiate che mi sia aitato, acciocchè io riceva la plenitudine della grazia. Perdonate, Padre, alla mia ignoranzia, e raccomandatemi alla vostra santissima Messa, e io riceverò il corpo dolce del Figliuolo di Dio spiritualmente da voi.

Io Alessa vi prego che preghiate quello dolcissimo Agnello, che mi faccia insieme con voi vivere e trasformare nell'amore di Dio e nel cognoscimento di me. Raccomandomi cento cento migliaia di volte.

Maravigliomi, come voi non ci avete mandato novelle di voi, conciosiacosachè io ve ne pregassi. Secondo che io ho inteso, parmi che vi sia la mortalità. Raccomandatemi a frate Tomaso; e se v'è la mortalità, e' pare a frateTomaso che voi ne veniate ambedue. Altro non dico. Raccomandovi il vostro frate Tomaso, e gli altri vostri fratelli e suore e figliuole.

Pregovi che voi mandiate una lettera a mona Gemmina perocchè voi sete degno di riprensione, però che vi partiste e non le faceste motto. Laudato sia Gesù Cristo crocifisso. Amatevi, amatevi insieme.




LXXI   (71) - A monna Bartolomea d'Andrea Mei da Siena

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissima madre e figliuola in Cristo dolce Gesù. Io Catarina, serva e schiava di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondata in vera e reale virtù: perocchè senza il mezzo della virtù non potremo piacere al nostro Creatore. Però che Dio sempre ha voluta dare la vita della grazia col mezzo. Sapete bene che essendo caduto il primo uomo Adam per la disobedienzia nella colpa, colla quale colpa seguitò la morte eternale; e volendone restituire a grazia, e dargli vita eterna; egli il fece col mezzo dell'unigenito suo Figliuolo, imponendogli, che con la obedienzia uccidesse la disobedienzia nostra, e col mezzo della morte sua ci rendesse la vita, e consumasse e distruggesse lanostra morte. E veramente cosi fu: che facendo egli uno torniello in sul legno della croce, questo dolce e innamorato Verbo, egli giocòne alle braccia con la morte, e con la morte vinse la morte, e la morte uccise la vita: cioè che lamorte della colpa nostra uccise il Figliuolo di Dio in sul legno della santissima croce: sicchè con la morte sua ci tolse la morte, e rendette perfetta vita.
Dunque la Vita è rimasta donna, ha sconfitto il demonio infernale, che teneva e possedeva la signoria dell'uomo, del quale non debbe essere signore altri che solo Dio, Signore eterno. Da questo veniamo noi alla prima morte, e perdiamo la vita, quale abbiamo col mezzo del sangue di Cristo; cioè, quando l'anima piglia a servire la propria sensualità con disordinati desiderii o di stato o ricchezza o di figliuoli od'altra creatura, o in qualunque modo si sia, che non sia ordinato e fondato in Dio.

Eziandio alcuna volta l'anima spiritualmente diventerà serva e schiava della propria volontà sotto colore di spirito, e per più avere Dio; cioè quando noi desideriamo consolazione o tribolazione, o tentazione del dimonio, o tempo o luogo a nostro modo; dicendo alcuna volta: «in altro modo vorrei avere la tribolazione, però che in questo mi pare perdere Dio. Questa porterei io pazientemente; ma quella non posso. Se io non offendessi Dio, io la vorrei: ma perchè me ne pare offendere Dio, però me ne doglio». Carissima madre, se aprite l'occhio dell'intelletto, vederete che questa è la propria volontà sensitiva, ammantellata col mantello spirituale: però che se fusse savio, non sarebbe così; ma con fede viva crederebbe che Dio non gli permette più ch'el possa portare, nè senza la necessità della salute sua; perchè egli è lo Dio nostro che non vuole altro che la nostra santificazione.

E cosi facciamo spesse volte delle proprie consolazioni della mente. Perocchè non sentendole quando vuole nè in quelli luoghi che desidera, ma piuttosto sente battaglie e molestie, e la mente sterile e asciutta; ne viene inpena in amaritudine e in afflizione e in tedio grandissimo. E spesse volte per inganni del demonio gli fa vedere che quello che ella dice allora e sa, non sia, piacevole e accetto a Dio, quasi gli dica: «poichè non gli piace, perchè tu sei così cattiva, lassa stare ora; e un'altra volta forse ti sentirai meglio, e potrai fare la tua orazione». Questo fa il demonio, perchè noi perdiamo lo esercizio corporale e mentale della santa orazione attuale, vocale e mentale. Perocchè, avendo noi perduta l'arme con che il servo di Dio si difende da' colpi del demonio, della carne e del mondo; arebbe da noi ciò che volesse: e arrenderebbe allora la città dell'anima a lui, ed entrerebbevi come signore. E non potria essere altrimenti, avendo perduta l'arme e la forza dell'orazione; la quale orazione ci dà l'arme della vera umilità e dell'ardentissima carità. Perocchè l'orazione santa ci fa cognoscere perfettamente noi medesimi e la propria fragilità, e l'infinita carità e bontà di Dio. E meglio si cognosce l'uno e l'altro nel tempo delle battaglie della mente asciutta; e tranne più perfetta umiltà e sollecitudine.

Onde se ella è prudente, che non serva alla propria volontà sotto colore di consolazione e non creda a demonio, ma virilmente e con odio santo di sè perseveri nell'orazione, in qualunque modo Dio le lo dà, o con sentimento della dolcezza o con sentimento dell'amaritudine; ella guadagna più per lo modo detto nell'amaritudine e nelle pene (per qualunque modo Dio il concede), che nella dolcezza. Perocchè nel bisogno ne va con tutta umiltà, e con vera sollicitudine corre al suo benefattore, cognoscendo che per sè non può alcuna cosa; ma solo Dio è quello in cui si spera, che può e vuole vernirla ad aitare.

Dunque per farci venire a vera virtù (perocchè senza questo mezzo non verremmo alla virtù provata, ma potrebbe bene essere conceputa per desiderio) si conviene sostenere con vera e reale pazienzia le tribolazioni della mente, cioè quelle che ci dissero le creature per infamie o per altri scandali che ci fussero date. E così veniamo a virtù; perocchè questi sono quelli mezzi che ci fanno parturire la virtù, perchè è provata nelle fadighe, siccome l'oro si pruova nel fuoco. Perchè, se nelle fadighe non avesse fatto vera pruova di pazienzia, anco la schivasse per lo modo detto di sopra o per alcuna altra cosa che avvenisse, sarebbe manifesto segno che non servirebbe al suo Creatore, e non si lasserebbe signoreggiare a lui, ricevendo umilmente e con amore quello che 'l suo Signore gli dà; e non mostrerebbe segno di fede, cioè che credesse d'essere amato dal Signore. Perocchè se egli il credesse in verità, di neuna cosa si potrebbe mai scandalizzare; ma tanto gli peserebbe e arebbe in riverenzia la mano dell'avversità, quanto quella della prosperità e consolazione; perchè ogni cosa vederebbe fatta con amore.

Ma però nol vede, perchè dimostra ch'el sia fatto servo della propria sensualità e volontà spirituale, da qualunque lato venga, come è detto di sopra, e hassela fatta suo signore; e però si lassa signoreggiare a loro.Convienei adunque, perchè questa servitù ci dà morte (cioè la servitù del mondo e la servitù della propria volontà spirituale detta), fuggirla; perocchè c'impedisce la perfezione, di non essere servi liberi a Dio, ma facci volergli più tosto servire a nostro modo che a suo; la qual cosa è sconvenevole, e fa il servizio mercenaio. Dico adunque (poichè tanto male ne sèguita, e Dio vuole fare ogni cosa col mezzo) che noi seguitiamo questa via e dottrina sua che ci ha data.

Noi vediamo bene che per noi medesimi non fummo creati, ma egli medesimo ci fece, mezzo la sua carità; però che per puro suo amore ci creò alla similitudine e imagine sua, perchè noi partecipassimo e godessimo della eterna sua visione. Ma noi la perdemmo per la colpa e per lo amore pro-rio del primo nostro padre. Onde per rendere all'uomo quello che lui aveva perduto, ci donò il mezzo del suo Figliuolo, il quale fece come tramezzatore a pacificare l'uomo con Dio, e esso tramezzatore ricevette le percosse. Perocchè in altromodo questa pace non si poteva fare: sì grande era stata la guerra. Però che era offeso Dio infinito; e l'uomo finito che aveva fatta l'offesa, per niuna sua pena che avesse sostenuto, non poteva satisfare all'infinito e dolce Dio.
E però ilfuoco dell'abisso della sua carità trovò il modo per fare questa pace; e perchè alla giustizia fosse satisfatto, unì sèmedesimo, cioè la deità eterna, natura divina, con la nostra natura umana; ed unito Dio infinito con la natura dell'uomo finita, fu sufficiente Cristo Uomo, sostenendo le pene in sul legno della santissima croce, a satisfare alPadre suo e placare l'ira che veniva sopra dell'uomo. E gettando uno colpo questo dolce Verbo in sul legno della croce, cioè facendo insieme misericordia all'uomo, ha in questo modo contentata la misericordia e ha donata la grazia a noi che l'avevamo perduta, ed è contentata la giustizia che voleva che della colpa si facesse vendetta; ed egli l'ha fatta sopra il corpo suo in quella medesima natura che l'aveva offeso: però che la carne di Cristo fu della massa di Adam.

Ma, noi ingrati e sconoscenti, perdiamo spesse volte per li peccati nostri la Grazia, ed entriamo in guerra con Dio: e alcuna volta è guerra mortale, e alcuna volta sdegno d'amico. La guerra mortale è quando l'anima giace nella morte del peccato mortale, facendosi Dio del mondo, della carne e delli miserabili diletti. Onde questi hanno perduto la via in tutto. é ben vero che con la confessione e con il mezzo del sangue di Cristo la può ricuperare, mentre che vive. Sicchè dunque vedete che senza il mezzo non può vivere in grazia, nè giugnere alla vita durabile. Sdegno di amico è in quelli ed in quelle che servono a Dio privati del peccato mortale, e sono in grazia e vogliono essere veri servi di Dio; ma spesse volte per ignoranzia (la quale procede dalla propria volontà spirituale), la quale si ha fatta signore, che lo dilunga dalla verità, non che esca della verità, che caggia in peccato mortale, ma offende la perfezione alla quale in verità vorria venire, volendo eleggere il tempo e luogo, la consolazione e tribulazione e tentazione a suo modo.

Allora Iddio piglia sdegno coll'anima che gli è amica, perchè non gli pare che vada, nè va, con quella libertà schietta che debbe andare. Onde uno mezzo ci ha posto, e richiede che noi lo usiamo se vogliamo che sia levato lo sdegno e lo spiacere, e non ci sia impedito il nostro andare alla perfezione dolce: cioè che noi anneghiamo la propria volontà, sicchè non cerchi nè voglia altro che Cristo crocifisso, e tutto il suo diletto sia di riposarsi negli obbrobri di Cristo, parturendo le virtù, concepute per santo desiderio, nella carità del prossimo, con vera umiltà.

Onde dunque col mezzo di sostenere pene e fadighe secondo che Dio concede, e sterilità di mente, con vera e santa pazienza, saremo fondati in vera e reale virtù; e averemo forza e cognoscimento di grandi e non di fanciullo, che non vuole andare nè fare altro che a suo modo. Per altra via non veggo che possiamo passare. E però vi dissi che io desideravo di vedervi fondata in vera e reale virtù; e volendo che l'anima vostra sia unita in Dio per affetto di amore, dissi che non si poteva fare senza il mezzo della virtù, però che ogni cosa si vuole fare col mezzo come detto è. Son certa che per la infinita bontà di Dio adempirete la volontà sua e il desiderio mio. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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