DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Brevi meditazioni dai Padri, dai Santi e Dottori della Chiesa

Ultimo Aggiornamento: 20/09/2018 20.39
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Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn 4-6; CSEL 3,268-270)

«La preghiera prorompa da un cuore umile»

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. È infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l'uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23,23-24). Ed ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15,3).

E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l'attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9,4). E in altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2,23).

Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in se la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l'ascoltò il Signore(cfr. 1Sam 1,13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4,5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza(cfr. Bar 6,5).

Pertanto, fratelli direttissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto e condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l'aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.



Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 4. 7-8; CSEL 64, 4-7)

Il dolce libro dei salmi

Tutta la Scrittura divina spira la bontà di Dio, tuttavia lo fa più di tutto il dolce libro dei salmi. Pensiamo a quanto fece Mosè. Egli descrisse le gesta degli antenati sempre con stile piano. Vi furono circostanze, però, nelle quali sentì il bisogno di innalzarsi ad altezze liriche. Così quando in quel memorabile evento fece passare attraverso il Mare Rosso il popolo dei padri, vedendo il re Faraone sommerso con il suo esercito, dopo aver compiuto cose superiori alle sue forze, si sentì profondamente ispirato e cantò al Signore un inno trionfale. Anche Maria, la profetessa, prendendo il cèmbalo, esortava le altre sue compagne dicendo: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!» (Es 15, 21).

La storia ammaestra, la legge istruisce, la profezia predice, la correzione castiga, la buona condotta persuade, ma nel libro dei salmi vi è come una sintesi di tutto questo e come una medicina dell’umana salvezza. Chiunque li legge, trova di che curare le ferite delle proprie passioni con uno speciale rimedio. Chiunque voglia lottare, guardi quanto si dice nei salmi e gli sembrerà di trovarsi nella pubblica palestra delle anime e nello stadio delle virtù e gli si offriranno diverse specie di gare. Si scelga fra queste quella alla quale si riconosce più adatto, per giungere più facilmente alla corona del premio.

Se uno ama di ripercorrere e di imitare le gesta degli antenati, troverà tutta la storia dei padri raccolta in un solo salmo, e si procurerà con una breve lettura un vero tesoro per la memoria. Se altri vuol conoscere la forza dell’amore della legge che tutta sta nel vincolo dell’amore, poiché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10) legga nei salmi con quanto sentimento di amore uno solo si è esposto a gravi pericoli per respingere il disonore di tutto un popolo e in questa trionfale prova di valore riconoscerà una non minore gloria di amore.

E che dirò del carisma profetico? Ciò che altri hanno annunziato in maniera confusa, solamente a Davide appare promesso con chiarezza ed apertamente. Sentì, infatti, che il Signore Gesù sarebbe nato dalla sua stessa stirpe, come gli disse Dio: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!» (Sal 131, 11). Nei salmi Gesù non solamente è preannunziato nella sua nascita per noi, ma accetta anche la sua passione, come causa di salvezza. Per noi muore, risorge, sale al cielo, siede alla destra del Padre. Ciò che nessun uomo avrebbe mai osato dire, lo ha annunziato il salmista profeta e poi lo ha predicato nel vangelo lo stesso Signore.



Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote
(Om. 4, 1; PG 12, 842-843)

«Il passaggio del Giordano»

Nel Giordano l’arca dell’alleanza guidava il popolo di Dio. Si ferma la schiera dei sacerdoti e dei leviti e le acque, come per riverenza ai ministri di Dio, arrestano il loro corso e si accumulano in un ammasso rigido, concedendo un passaggio senza danno al popolo di Dio. Ora non meravigliarti, o cristiano, quando ti vengono riferiti questi avvenimenti riguardanti il popolo ebraico, dal momento che a te, uscito dal Giordano per mezzo del sacramento del battesimo, la divina parola promette cose molto più grandi ed elevate, e ti offre un viaggio e un passaggio verso il cielo, attraverso l’etere. Ascolta infatti Paolo che dice riguardo ai giusti: «Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4, 17). Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere. Ogni creatura infatti gli è soggetta.

Ascolta, infine, come anche per mezzo del profeta Dio lo assicuri dicendo: Se dovessi passare attraverso il fuoco, la fiamma non ti brucerà, poiché io sono il Signore tuo Dio (cfr. Is 43, 2). Perciò ogni luogo accoglie il giusto, e ogni creatura gli offre il dovuto servizio. E non ritenere che queste cose siano accadute solo presso gli uomini che ti hanno preceduto, come se per te, che ora stai ascoltando queste cose, non potesse accadere nulla di simile: tutto si compirà in te secondo un piano misterioso.

Mi rivolgo ora a te, che, abbandonate le tenebre dell’idolatria, desideri darti all’ascolto della legge divina e cominci a uscire anche tu dall’Egitto. Allorché sei stato aggregato al numero dei catecumeni e hai cominciato ad ubbidire ai precetti della Chiesa, ti sei allontanato dal Mare Rosso, e fermandoti nelle diverse tappe del deserto, ti sei applicato ogni giorno ad ascoltare la parola di Dio e ad osservare il volto di Mosè, reso splendente dalla gloria del Signore. Giungerai al mistico fonte del battesimo e, quando la schiera dei sacerdoti e dei leviti avrà preso posto, sarai iniziato a quei venerandi e splendidi sacramenti, conosciuti da coloro ai quali è permesso di conoscerli. Allora, attraversato il Giordano per mezzo del ministero dei sacerdoti, entrerai nella terra promessa, nella quale dopo Mosè ti riceve Cristo. Egli stesso ti sarà guida per il tuo nuovo viaggio.


Allora, memore di tante e così grandi meraviglie di Dio, capirai che per te si è diviso il mare e si arrestò l’acqua del fiume. Ti rivolgerai a questi elementi e dirai: Che hai tu, o mare, che ti sei ritirato? E tu, o Giordano, che ti sei voltato in senso inverso? Perché voi monti avete saltato di gioia come arieti, e voi colline come agnelli di un gregge? Risponderà la parola divina e dirà: Dall’apparizione del Signore è stata scossa la terra, dall’apparizione del Dio di Giacobbe, che ha trasformato la pietra in un pozzo d’acqua, e la rupe in zampilli di acque (cfr. Sal 113, 5-8).



Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr., Capp. 1, 1 - 2, 2; Funk 1, 213-215)

«Non voglio piacere agli uomini, ma a Dio»

Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa che ha ottenuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo unico Figlio; alla chiesa amata e illuminata dalla volontà di colui che vuole tutto ciò che è secondo la fede e la carità di Gesù Cristo nostro Dio; alla chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani; alla chiesa gradita a Dio, meritevole di onore e di consensi, degna di essere proclamata beata; alla chiesa alla quale spetta un destino di grandezza; alla chiesa venerabile per la purezza della sua fede; alla chiesa che presiede alla comunione della carità. Essa possiede la legge di Cristo e porta il nome del Padre. Io la saluto nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre.
A quanti sono uniti tra loro come lo sono il corpo e l’anima, fusi nell’obbedienza ad ogni comando di Dio, ripieni della sua grazia, compatti fra loro e alieni da ogni contaminazione estranea, a tutti auguro santamente ogni bene in Gesù Cristo nostro Dio.

Con le mie preghiere ho ottenuto da Dio di vedere il vostro venerabile volto, e l’avevo chiesto con insistenza. Ora, incatenato in Gesù Cristo, spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia ritenuto degno di giungere fino alla fine. L’inizio è ben posto, mi resta da ottenere la grazia di raggiungere senza ostacolo la sorte che mi aspetta.

Temo che mi sia di danno l’affetto che mi portate. Per voi sarebbe facile ottenere ciò che volete: ma per me sarà difficile raggiungere Dio, se non avete pietà di me.
Non voglio che vi comportiate in modo da piacere agli uomini, ma a Dio, come del resto fate. Io non potrò mai trovare un’occasione più propizia per giungere al possesso di Dio, né voi potrete associare il vostro nome a un’opera più bella, se rimarrete in silenzio. Se non parlerete in mio favore, io diventerò parola di Dio. Se invece amerete questa mia vita nella carne, rimarrò una voce qualsiasi.

Non vogliate offrirmi di meglio del dono d’essere immolato a Dio, ora che l’altare è pronto. Allora, riuniti in coro nella carità, potrete cantare inni al Padre in Gesù Cristo, perché Dio ha concesso al vescovo di Siria la grazia di essere trovato in lui, facendolo venire dall’oriente in occidente. È bello tramontare al mondo per risorgere nell’aurora di Dio.




Sacratissimo Cuore di Gesù

Dalle «Opere» di san Bonaventura, vescovo
(Opusc. 3, Il legno della vita, 29,30.47; Opera omnia 8,79)


«Presso di te è la sorgente della vita»

Considera anche tu, o uomo redento, chi, quanto grande e di qual natura sia colui che pende per te dalla croce. La sua morte dà la vita ai morti, al suo trapasso piangono cielo e terra, le dure pietre si spaccano.

Inoltre, perché dal fianco di Cristo morto in croce fosse formata la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37), per divina disposizione è stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato. Ne uscì sangue ed acqua, prezzo della nostra salvezza. Lo sgorgare da una simile sorgente, cioè dal segreto del cuore, dà ai sacramenti della Chiesa la capacità di conferire la vita eterna ed è, per coloro che già vivono in Cristo, bevanda di fonte viva ò che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Sorgi, dunque, o anima amica di Cristo. Sii come colomba «che pone il suo nido nelle pareti di una gola profonda» (Ger 48,28). Come «il passero che ha trovato la sua dimora» (Sal 83,4), non cessare di vegliare in questo santuario. Ivi, come tortora, nascondi i tuoi piccoli, nati da un casto amore. Ivi accosta la bocca per attingere le acque dalle sorgenti del Salvatore (cfr. Is 12,3). Da qui infatti scaturisce la sorgente che scende dal centro del paradiso, la quale, divisa in quattro fiumi (cfr. Gn 2,10) e, infine, diffusa nei cuori che ardono di amore, feconda ed irriga tutta la terra.

Corri a questa fonte di vita e di luce con vivo desiderio, chiunque tu sia, o anima consacrata a Dio, e con l'intima forza del cuore grida a lui: «O ineffabile bellezza del Dio eccelso, o splendore purissimo di luce eterna! Tu sei vita che vivifica ogni vita, luce che illumina ogni luce e che conserva nell'eterno splendore i multiformi luminari che brillano davanti al trono della tua divinità fin dalla prima aurora.

O eterno e inaccessibile, splendido e dolce fluire di fonte nascosta agli occhi di tutti i mortali! La tua profondità è senza fine, la tua altezza senza termine, la tua ampiezza è infinita, la tua purezza imperturbabile!

Da te scaturisce il fiume «che rallegra la città di Dio» (Sal 45,5), perché «in mezzo ai canti di una moltitudine in festa» (Sal 41,5) possiamo cantarti cantici di lode, dimostrando, con la testimonianza dell'esperienza, che «in te è la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce» (Sal 35,10).



Visitazione della B.V.Maria

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

«Maria magnifica il Signore che opera in lei»

«L'anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l'eternità. […]

«Cose grandi ha fatto a me l'onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono.

Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).

Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l'inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell'incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.




Dalle «Opere» di san Tommaso d'Aquino, dottore della Chiesa
(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

«O prezioso e meraviglioso convito!»

L'Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi da uomini dèi.

Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull'altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati.
Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.

O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento? […]

L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.










[Modificato da Caterina63 20/09/2018 20.38]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Giovanni Paolo II, Omelia, Solennità del Corpus Domini, Giovedì 22 Giugno 2000

L'istituzione dell'Eucaristia, il sacrificio di Melchisedek e la moltiplicazione dei pani: è questo il suggestivo trittico che ci presenta la liturgia della Parola nella solennità del Corpus Domini.

Il Libro della Genesi ci narra di Melchisedek, "re di Salem" e "sacerdote del Dio altissimo", il quale benedisse Abram e "offrì pane e vino" (Gn 14,18). A questo passo fa riferimento il Salmo 109, che attribuisce al Re-Messia un singolare carattere sacerdotale per diretta investitura di Dio: "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek". Il giorno prima della sua morte in croce, Cristo istituì l'Eucaristia. Offrì anch'egli pane e vino, che "nelle sue mani sante e venerabili" (Canone Romano) diventarono il suo Corpo e il suo Sangue, offerti in sacrificio. Egli portava così a compimento la profezia dell'antica alleanza, legata all'offerta sacrificale di Melchisedek. Proprio per questo - ricorda la Lettera agli Ebrei - "Egli... divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek" (5, 7-10).

Il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci aiuta a meglio comprendere il dono e il mistero dell'Eucaristia. Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede agli Apostoli perché li distribuissero al popolo (cfr Lc 9,16). Tutti mangiarono a sazietà e vennero raccolte addirittura dodici ceste di avanzi. Si tratta di un prodigio sorprendente, che costituisce come l'inizio di un lungo processo storico: il moltiplicarsi senza sosta nella Chiesa del Pane di vita nuova per gli uomini di ogni razza e cultura. Questo ministero sacramentale è affidato agli Apostoli ed ai loro successori. Ed essi, fedeli alla consegna del divin Maestro, non cessano di spezzare e di distribuire il Pane eucaristico di generazione in generazione.




Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo 
(Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

«Luce, splendore e grazia della Trinità»

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l’operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l’unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio, che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). È al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L’apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6). […]

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.



Dalla «Spiegazione dell’Ecclesiaste» di san Gregorio di Agrigento, vescovo
(Lib. 8, 6; PG 98, 1071-1074)

«L’anima mia esulti nel Signore»

Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi con cuore lieto il tuo vino perché Dio ha già gradito le opere tue (Qo 9, 7). Potremmo prendere queste parole come una sicura e sana norma di saggezza umana per la vita di tutti i giorni. Tuttavia la spiegazione anagogica ci porta ad una considerazione più alta, e ci insegna a considerare il pane celeste e mistico che è disceso dal cielo e ha portato la vita nel mondo. Così pure bere il vino spirituale con cuore sereno significa dissetarsi di quel vino che uscì dal costato della vera vite, al momento della sua passione salvifica.

Di essi così parla il vangelo della nostra salvezza: Avendo preso del pane, dopo averlo benedetto, Gesù disse ai suoi discepoli: Prendete e mangiate: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi in remissione dei peccati. Similmente prese anche il calice e disse: Bevetene tutti: questo è il mio sangue della nuova alleanza, sparso per voi e per molti in remissione dei peccati (cfr. Mt 26, 26-28). Coloro dunque che mangiano questo pane e bevono questo mistico vino gioiscono ed esultano e possono esclamare a gran voce: Hai portato la gioia nel nostro cuore (cfr. Sal 4, 7).

A mio giudizio, è proprio a questo pane e a questo vino che si riferisce la Sapienza di Dio sussistente, cioè Cristo nostro salvatore, quando ci invita alla comunione vitale con se stesso, Verbo divino. Lo fa con le parole del libro dei Proverbi: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pro 9, 5). Coloro ai quali viene rivolto questo invito, devono compiere opere di luce, in modo da avere le loro anime splendenti non meno della luce stessa, come dice il Signore nel vangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16). Anzi in tal caso vedranno scendere sul loro capo anche l’olio, cioè lo Spirito di verità, che li proteggerà e li preserverà da ogni maleficio di peccato.



Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo e martire

Il Signore, concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19).

Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio. Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo.



Dal «Trattato sulla Trinità» di sant'Ilario, vescovo
(Lib. 2, 1, 33. 35; PL 10, 50-51. 73-75)

«Il Dono del Padre in Cristo»

Nell'ambito della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto è perfettissimo: l'immensità nell'eterno, la manifestazione nell'immagine, il godimento nel dono.

Ascoltiamo dalle parole dello stesso Signore quale sia il suo compito nei nostri confronti. Dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16, 12). È bene per voi che io me ne vada, se me ne vado vi manderò il Consolatore (cfr. Gv 16, 7). Ancora: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14, 16-17). «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio» (Gv 16, 13-14).

Insieme a tante altre promesse vi sono queste destinate ad aprire l'intelligenza delle alte cose. […]
Siccome la nostra limitatezza non ci permette di intendere né il Padre, né il Figlio, il dono dello Spirito Santo stabilisce un certo contatto tra noi e Dio, e così illumina la nostra fede nelle difficoltà relative all'incarnazione di Dio.

Lo si riceve dunque per conoscere. I sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Se non c'è luce o non è giorno, gli occhi non servono a nulla; gli orecchi in assenza di parole o di suono non possono svolgere il loro compito; le narici se non vi sono emanazioni odorifere, non servono a niente. E questo avviene non perché venga loro a mancare la capacità naturale, ma perché la loro funzione è condizionata da particolari elementi. Allo stesso modo l'anima dell'uomo, se non avrà attinto per mezzo della fede il dono dello Spirito Santo, ha sì la capacità di intendere Dio, ma le manca la luce per conoscerlo.

Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. 



Dalla Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa (Nn. 4. 12)

«La missione dello Spirito Santo nella Chiesa»

Dio Padre affidò al suo Figlio una missione da compiere sulla terra (cfr. Gv 17, 4). Quando fu espletata, venne il momento della Pentecoste. Allora fu inviato lo Spirito Santo per operare senza posa la santificazione della Chiesa, e i credenti avessero così per Cristo accesso al Padre in un solo Spirito (cfr. Ef 2, 18).

Questi è lo Spirito che dà la vita, è la sorgente di acqua zampillante per la vita eterna (cfr. Gv 4, 14; 7, 38-39); per lui il Padre ridà la vita agli uomini, morti per il peccato, e un giorno risusciterà in Cristo i loro corpi mortali (cfr. Rm 8, 10-11). Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3, 16; 6, 19) e in essi prega e rende testimonianza della adozione filiale (cfr. Gal 4, 6; Rm 8, 15-16 e 26). Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità (cfr. Gv 16, 13), la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici, coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4, 11-12; 1 Cor 12, 4; Gal 5, 22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, la rinnova continuamente e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni! (cfr. Ap 22, 17).

La Chiesa universale si presenta come «un popolo adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». […]

Lo Spirito Santo, per mezzo dei sacramenti e dei ministeri, santifica il popolo di Dio, lo guida e lo adorna di virtù. Inoltre, «distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui» (1 Cor 12, 11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie incombenze e missioni utili al rinnovamento della Chiesa e al suo sviluppo. È ciò che dice la Scrittura: «A ciascuno … la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio» (1 Cor 12, 7). Questi carismi, straordinari o anche più semplici e più largamente diffusi, sono appropriati alle necessità della Chiesa e perciò si devono accogliere con gratitudine e gioia.



Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

«Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo»

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. […] Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. […]

Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13). […]

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.



Giovanni Paolo II, Omelia, Vigilia di Pentecoste, 10 giugno 2000

Prima di salire al Cielo, Cristo aveva affidato agli Apostoli un grande compito: "Andate ... e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,19-20). Aveva anche promesso che, dopo la sua dipartita, avrebbero ricevuto "un altro Consolatore", il quale avrebbe insegnato loro ogni cosa (cfr Gv 14,16.26).

La riflessione a cui siamo invitati non può prescindere dal soffermarsi innanzitutto sull'opera che lo Spirito Santo svolge nei singoli e nelle comunità. E' lo Spirito Santo che sparge i "semi del Verbo" nei vari costumi e culture, disponendo le popolazioni delle più diverse regioni ad accogliere l'annuncio evangelico. Questa consapevolezza non può non suscitare nel discepolo di Cristo un atteggiamento di apertura e di dialogo nei confronti di chi ha convinzioni religiose diverse. E' doveroso, infatti, mettersi in ascolto di quanto lo Spirito può suggerire anche agli "altri". Essi sono in grado di offrire utili spunti per giungere ad una comprensione più profonda di quanto il cristiano già possiede nel "deposito rivelato". Il dialogo potrà così aprirgli la strada per un annuncio che si adegui maggiormente alle personali condizioni dell'ascoltatore.

Ciò che, comunque, resta decisivo per l'efficacia dell'annuncio è la testimonianza vissuta. Solo il credente che vive ciò che professa con le labbra, ha speranza di trovare ascolto. Si deve poi tener conto del fatto che, a volte, le circostanze non consentono l'annuncio esplicito di Gesù Cristo come Signore e Salvatore di tutti. E' allora che la testimonianza di una vita rispettosa, casta, distaccata dalle ricchezze e libera di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, la testimonianza della santità, anche se offerta in silenzio, può rivelare tutta la sua forza di convincimento.

E' inoltre chiaro che la fermezza nell'essere testimoni di Cristo con la forza dello Spirito Santo non impedisce di collaborare nel servizio all'uomo con gli appartenenti alle altre religioni. Al contrario, ci spinge a lavorare insieme con loro per il bene della società e la pace nel mondo. Se i figli della Chiesa sapranno rimanere aperti all'azione dello Spirito Santo, Egli li aiuterà a comunicare, in modo rispettoso delle altrui convinzioni religiose, l'unico ed universale messaggio salvifico di Cristo.



Dai «Commenti sui salmi» di sant'Agostino, vescovo
(Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)

«L'alleluia pasquale»

La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore […].

È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. […] Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l'uno e l'altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata.

Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore.



Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena
(Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità: libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928. II, pp. 586-588)

O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.

Io ho gustato e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.

Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.

O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità.

Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo

Il Signore dice di se stesso di essere la vite… Coloro che gli sono uniti, ed in certo qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci. Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo ci unisce a lui.

Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da lui la dignità dell'adozione. Infatti, secondo san Paolo, «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6, 17). […]

Siamo poi conservati nell'essere, inseriti in qualche modo in lui, se ci atteniamo tenacemente ai santi comandamenti che ci furono dati, se mettiamo ogni cura nel conservare il grado di nobiltà ottenuto, e se non permettiamo che venga contristato lo Spirito che abita in noi, quello Spirito che ci rivela il senso dell'inabitazione divina. […]

Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua natura, così l'unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l'affinità e la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l'amore e procura la scienza di ogni virtù e bontà.




Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

Il Signore Gesù afferma che dà un nuovo comandamento ai suoi discepoli, cioè che si amino reciprocamente: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34).

Ma questo comandamento non esisteva già nell'antica legge del Signore, che prescrive: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»? (Lv 19, 18). Perché allora il Signore dice nuovo un comandamento che sembra essere tanto antico? È forse un comandamento nuovo perché ci spoglia dell'uomo vecchio per rivestirci del nuovo? Certo. Rende nuovo chi gli dà ascolto o meglio chi gli si mostra obbediente. Ma l'amore che rigenera non è quello puramente umano. È quello che il Signore contraddistingue e qualifica con le parole: «Come io vi ho amati» (Gv 13, 34).

Questo è l'amore che ci rinnova, perché diventiamo uomini nuovi, eredi della nuova alleanza, cantori di un nuovo cantico. Quest'amore, fratelli carissimi, ha rinnovato gli antichi giusti, i patriarchi e i profeti, come in seguito ha rinnovato gli apostoli. Quest'amore ora rinnova anche tutti i popoli, e di tutto il genere umano, sparso sulla terra, forma un popolo nuovo, corpo della nuova Sposa dell'unigenito Figlio di Dio. […]

A questo fine quindi ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Ci amava e perciò ha voluto ci trovassimo legati di reciproco amore, perché fossimo il Corpo del supremo Capo e membra strette da un così dolce vincolo.



Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo

Ascolta il Signore che chiede: vedete in me il vostro corpo… il vostro sangue. […] Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l'amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno. […] Venite, dunque, ritornate. Sperimentate almeno la mia tenerezza paterna, che ricambia il male col bene, le ingiurie con l'amore, ferite tanto grandi con una carità così immensa.

Ma ascoltiamo adesso l'Apostolo: «Vi esorto», dice, «ad offrire i vostri corpi» (Rm 12, 1). L'Apostolo così vede tutti gli uomini innalzati alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente. O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L'uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L'uomo non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé. […] «Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente». […] Davvero Cristo fece il suo corpo ostia viva perché, ucciso, esso vive. In questa vittima, dunque, è corrisposto alla morte il suo prezzo. Ma la vittima rimane, la vittima vive e la morte è punita. […]

Questo è quanto il profeta ha predetto: «Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo» (cfr. Sal 39, 7 volg.). Sii, o uomo, sii sacrificio e sacerdote di Dio… La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fa' salire sempre l'incenso della preghiera come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fa' del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.



Dai «Discorsi» di sant’Efrem, diacono

Il nostro Signore fu schiacciato dalla morte, ma a sua volta egli la calpestò come una strada battuta. […] Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo, né gli inferi accoglierlo senza la carne, egli nacque dalla Vergine, per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. […]

Fu ben potente il figlio del falegname, che portò la sua croce sopra gli inferi che ingoiavano tutto e trasferì il genere umano nella casa della vita. […] Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. Attraverso questo ponte le anime si possono trasferire dalla regione della morte a quella della vita. Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali. Tu ora certo vivi. Coloro che ti hanno ucciso hanno agito verso la tua vita come gli agricoltori. La seminarono come frumento nel solco profondo. Ma di là rifiorì e fece risorgere con sé tutti.

Venite, offriamo il nostro amore come sacrificio grande e universale, eleviamo cantici solenni e rivolgiamo preghiere a colui che offrì la sua croce in sacrificio a Dio, per rendere ricchi tutti noi del suo inestimabile tesoro.



Dalle «Omelie sui Vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)

«Cristo, buon pastore»

Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).

Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore» (Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore. […]
Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S'infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s'infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare.

Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.



Dalla «Prima Apologia a favore dei cristiani» di san Giustino, martire

«Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve.»

Gesù ha detto: Se non rinascerete, non entrerete nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3). Non si tratta, ovviamente, di rientrare nel grembo materno, perché la nascita di cui parliamo è spirituale.
Il profeta Isaia ha spiegato in quale modo si liberano dai peccati coloro che li hanno commessi e fanno penitenza: Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre anime. Imparate a fare il bene, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve. Ma se non ascolterete, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato (cfr. Is 1, 16-20).

Questa dottrina l’abbiamo ricevuta dagli apostoli. Nella nostra prima nascita siamo stati messi al mondo dai genitori per istinto naturale e in modo inconscio. Ora non vogliamo restare figli della semplice natura e dell’ignoranza, ma di una scelta consapevole. Vogliamo ottenere nell’acqua salutare la remissione delle colpe commesse. Per questo su chi desidera di essere rigenerato e ha fatto penitenza dei peccati, si pronunzia il nome del Creatore e Signore Dio dell’universo. È questo solo nome che invochiamo su colui che viene condotto al lavacro per il battesimo.

Il lavacro si chiama illuminazione, perché coloro che imparano le verità ricordate sono illuminati nella loro mente. Colui che viene illuminato è anche lavato. È illuminato e lavato nel nome di Gesù Cristo crocifisso sotto Ponzio Pilato, è illuminato e lavato nel nome dello Spirito Santo, che ha preannunziato per mezzo dei profeti tutte le cose riguardanti Gesù.



Dai «Discorsi» di sant'Atanasio, vescovo

« La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini»

Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell'universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza. […]

Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. […] La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo.



Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

«La Chiesa è stata fondata sulla «Pietra» che fu oggetto della professione di fede di Pietro»

Cristo disse a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19). Con ciò Pietro assurse a simbolo di tutta la Chiesa, di quella Chiesa che in questo mondo è sconvolta da ogni genere di tribolazioni ed è come investita da piogge torrenziali, alluvioni, uragani e tuttavia non crolla mai perché è fondata su quella pietra da cui Pietro ricevette il suo nome. Perciò il Signore disse: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Era la risposta alle affermazioni di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16).

Gesù dunque volle dire: Sulla pietra che fu oggetto della tua professione di fede, io edificherò la mia Chiesa. Quella pietra era Cristo (cfr. 1 Cor 10, 4). Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3, 11).

Dunque la Chiesa che è fondata in Cristo, ricevette da lui, nella persona di Pietro, le chiavi del regno dei cieli, cioè la potestà di sciogliere e legare i peccati e questa Chiesa ama e segue Cristo e per questo viene liberata dai mali. La Chiesa segue Cristo in modo speciale nella persona di coloro che lottano per la verità fino alla morte.



Dal «Proslogion» di sant'Anselmo, vescovo.

Anima mia, hai trovato quello che cercavi? Cercavi Dio e hai trovato che egli è qualcosa di sommo tra tutti, di cui non si può pensare nulla di meglio; che è la stessa vita, la luce, la sapienza, la bontà, l'eterna beatitudine e la beata eternità; che è dovunque e sempre. Signore Dio mio, che mi hai formato e rifatto, dì all'anima mia, che lo desidera, che cosa altro sei oltre a quello che ha visto, perchè veda chiaramente ciò che desidera. […]

Ti prego, o Dio, fa' che io ti conosca, ti ami per gioire di te. E se non posso pienamente in questa vita, che io avanzi almeno di giorno in giorno fino a quando giunga alla pienezza. Cresca qui la mia conoscenza di te e diventi piena nell'altra vita. Cresca il tuo amore e un giorno divenga perfetto, perchè la mia gioia sia grande qui nella speranza e completa mediante il possesso definitivo nel futuro.
Signore, per mezzo di tuo Figlio comandi, anzi consigli di chiedere, e prometti che otterremo perché la nostra gioia sia piena. […] Possa io ricevere ciò che prometti… Nel frattempo mediti la mia mente, ne parli la mia lingua. Ne abbia fame l'anima…fino a quando io non entri nella gioia del mio Signore.



Paolo VI, Enciclica "Mysterium Fidei" sulla Dottrina e il Culto della Santissima Eucaristia

La Chiesa Cattolica ha sempre religiosamente custodito come preziosissimo tesoro l'ineffabile mistero di fede che è il dono dell'Eucaristia, largitole da Cristo suo Sposo come pegno del suo immenso amore. […] Nel Mistero Eucaristico è rappresentato in modo mirabile il Sacrificio della Croce una volta per sempre consumato sul Calvario; vi si richiama perennemente alla memoria e ne viene applicata la virtù salutifera in remissione dei peccati che si commettono quotidianamente.

Nostro Signore Gesù Cristo istituendo il Mistero Eucaristico, ha sancito col suo sangue il nuovo Testamento di cui egli è Mediatore, come già Mosè aveva sancito il Vecchio col sangue dei vitelli. Difatti, come racconta l'Evangelista, nell'ultima Cena preso il pane, rese grazie e lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo dato per voi: fate questo in memoria di me. Similmente prese il calice, dopo la cena, dicendo: Questo è il calice del Nuovo Testamento nel mio sangue, sparso per voi. Ordinando agli Apostoli di far questo in sua memoria, volle perciò stesso che la cosa si rinnovasse in perpetuo. […]

[Cristo] è presente alla sua Chiesa che predica, essendo l'Evangelo che essa annunzia parola di Dio, che viene annunziata in nome e per autorità di Cristo Verbo di Dio incarnato. […] Inoltre in modo ancora più sublime Cristo è presente alla sua Chiesa che in suo nome celebra il Sacrificio della Messa e amministra i Sacramenti. […] Tale presenza…è sostanziale, e in forza di essa, infatti, Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. […] Convertita la sostanza o natura del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, nulla rimane più del pane e del vino che le sole specie, sotto le quali Cristo tutto intero è presente nella sua fisica « realtà » anche corporalmente, sebbene non allo stesso modo con cui i corpi sono nel luogo. Per questo i Padri ebbero gran cura di avvertire i fedeli che nel considerare questo augustissimo Sacramento non si affidassero ai sensi, che rilevano le proprietà del pane e del vino, ma alle parole di Cristo, che hanno la forza di mutare, trasformare, «transelementare» il pane e il vino nel corpo e nel sangue di lui; invero, come spesso dicono i Padri, la virtù che opera questo prodigio è la medesima virtù di Dio onnipotente, che al principio del tempo ha creato dal nulla l'universo.

La Beatissima Vergine Maria, dalla quale Cristo Signore ha assunto quella carne che in questo Sacramento sotto le specie del pane e del vino « è contenuta, è offerta ed è mangiata »…interceda presso il Padre delle misericordie, affinché dalla comune fede e culto eucaristico scaturisca e vigoreggi la perfetta unità di comunione fra tutti i cristiani.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dives In Misericordia, 1980

La Chiesa deve professare e proclamare la misericordia divina in tutta la verità, quale ci è tramandata dalla rivelazione. […]

Nella vita quotidiana della Chiesa la verità circa la misericordia di Dio, espressa nella Bibbia, risuona quale eco perenne attraverso numerose letture della sacra liturgia. La percepisce l'autentico senso della fede del Popolo di Dio, come attestano varie espressioni della pietà personale e comunitaria. Sarebbe certamente difficile elencarle e riassumerle tutte, poiché la maggior parte di esse è vivamente iscritta nell'intimo dei cuori e delle coscienze umane. Se alcuni teologi affermano che la misericordia è il più grande fra gli attributi e le perfezioni di Dio, la Bibbia, la tradizione e tutta la vita di fede del Popolo di Dio ne forniscono peculiari testimonianze. Non si tratta qui della perfezione dell'inscrutabile essenza di Dio nel mistero della divinità stessa, ma della perfezione e dell'attributo per cui l'uomo, nell'intima verità della sua esistenza, s'incontra particolarmente da vicino e particolarmente spesso con il Dio vivo. Conformemente alle parole che Cristo rivolse a Filippo, «la visione del Padre» - visione di Dio mediante la fede - trova appunto nell'incontro con la sua misericordia un singolare momento di interiore semplicità e verità, simile a quella che riscontriamo nella parabola del figliol prodigo.

«Chi ha visto me, ha visto il Padre». La Chiesa professa la misericordia di Dio, la Chiesa ne vive nella sua ampia esperienza di fede ed anche nel suo insegnamento, contemplando costantemente Cristo, concentrandosi in lui, sulla sua vita e sul suo Vangelo, sulla sua croce e risurrezione, sull'intero suo mistero. Tutto ciò che forma la «visione» di Cristo nella viva fede e nell'insegnamento della Chiesa ci avvicina alla «visione del Padre» nella santità della sua misericordia.



Dalle «Catechesi» di san Cirillo Gerusalemme
(Catech. 21, Mistagogica 3, 1-3; PG 33, 1087-1091)

«L'unzione dello Spirito Santo»

Siete diventati «consacrati» quando avete ricevuto il segno dello Spirito Santo. Tutto si è realizzato per voi in simbolo, dato che siete immagine di Cristo. Egli, battezzato nel fiume Giordano, dopo aver comunicato alle acque i fragranti effluvi della sua divinità, uscì da esse e su di lui avvenne la discesa del consustanziale Spirito Santo: l'Uguale si posò sull'Uguale.

Anche a voi, dopo che siete emersi dalle sacre acque, è stato dato il crisma, di cui era figura quello che unse il Cristo, cioè lo Spirito Santo. Di lui anche il grande Isaia, parlando in persona del Signore, dice nella profezia che lo riguarda: «Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri» (Is 61,1).

Cristo non fu unto dagli uomini con olio o altro unguento materiale, ma il Padre lo ha unto di Spirito Santo, prestabilendolo salvatore di tutto il mondo, come dice Pietro: Gesù di Nazareth, che Dio unse di Spirito Santo (cfr. At 10, 38). E il profeta David proclama: «Il tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro giusto lo scettro del tuo regno. Ami la giustizia e l'empietà detesti; Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali» (Sal 44, 7-8).

Egli fu unto con spirituale olio di letizia, cioè con lo Spirito Santo, il quale è chiamato olio di letizia, perché è lui l'autore della spirituale letizia. Voi, invece, siete stati unti con il crisma, divenendo così partecipi di Cristo e solidali con lui.

Guardatevi bene dal ritenere questo crisma come un puro e ordinario unguento. Santo è quest'unguento e non più puro e semplice olio. Dopo la consacrazione non è più olio ordinario, ma dono di Cristo e dello Spirito Santo. È divenuto efficace per la presenza della sua divinità e viene spalmato sulla tua fronte e sugli altri tuoi sensi con valore sacramentale. Così mentre il corpo viene unto con l'unguento visibile, l'anima viene santificata dal santo e vivificante Spirito.



Dall'«Omelia sulla Pasqua» di un antico autore.
(Disc. 35, 6-9; PL 17, 696-697)

L'apostolo Paolo ricordando la felicità per la riacquistata salvezza, dice: Come per Adamo la morte entrò in questo mondo, così per Cristo la salvezza viene nuovamente data al mondo (cfr. Rm 5, 12). E ancora: Il primo uomo tratto dalla terra, è terra; il secondo uomo viene dal cielo, ed è quindi celeste (1 Cor 15, 47). Dice ancora: «Come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra», cioè dell'uomo vecchio nel peccato, «porteremo anche l'immagine dell'uomo celeste» (1 Cor 15, 49), cioè abbiamo la salvezza dell'uomo assunto, redento, rinnovato e purificato in Cristo. Secondo lo stesso apostolo, Cristo viene per primo perché è l'autore della sua risurrezione e della vita. Poi vengono quelli che sono di Cristo, cioè quelli che vivono seguendo l'esempio della sua santità. Questi hanno la sicurezza basata sulla sua risurrezione e possiederanno con lui la gloria della celeste promessa, come dice il Signore stesso nel vangelo: Colui che mi seguirà, non perirà ma passerà dalla morte alla vita (cfr. Gv 5, 24).

Così la passione del Salvatore è la vita e la salvezza dell'uomo. Per questo infatti volle morire per noi, perché noi, credendo in lui, vivessimo per sempre. Volle diventare nel tempo quel che noi siamo, perché, attuata in noi la promessa della sua eternità, vivessimo con lui per sempre.

Questa, dico, è la grazia dei misteri celesti, questo il dono della Pasqua, questa è la festa dell'anno che più desideriamo, questi sono gli inizi delle realtà vivificanti.



Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Benedetto XVI, Udienza, Mercoledì 15 Aprile 2009

La risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente. In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo.

Questo evento che ha introdotto una nuova dimensione di vita, un’apertura di questo nostro mondo verso la vita eterna, ha cambiato l’esistenza dei testimoni oculari come dimostrano i racconti evangelici e gli altri scritti neotestamentari; è un annuncio che intere generazioni di uomini e donne lungo i secoli hanno accolto con fede e hanno testimoniato non raramente a prezzo del loro sangue, sapendo che proprio così entravano in questa nuova dimensione della vita. Anche quest’anno, a Pasqua risuona immutata e sempre nuova, in ogni angolo della terra, questa buona notizia: Gesù morto in croce è risuscitato, vive glorioso perché ha sconfitto il potere della morte, ha portato l’essere umano in una nuova comunione di vita con Dio e in Dio. Questa è la vittoria della Pasqua, la nostra salvezza! E quindi possiamo con sant’Agostino cantare: “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza”, perché ci introduce in un nuovo futuro.

Lasciamoci illuminare dallo splendore del Signore risorto. Accogliamolo con fede e aderiamo generosamente al suo Vangelo, come fecero i testimoni privilegiati della sua risurrezione; come fece, diversi anni dopo, san Paolo che incontrò il divino Maestro in modo straordinario sulla Via di Damasco. Non possiamo tenere solo per noi l’annuncio di questa Verità che cambia la vita di tutti. E con umile fiducia preghiamo: “Gesù, che risorgendo dai morti hai anticipato la nostra risurrezione, noi crediamo in Te!”. Mi piace concludere con una esclamazione che amava ripetere Silvano del Monte Athos: “Gioisci, anima mia. È sempre Pasqua, perché Cristo risorto è la nostra risurrezione!”. 



Venerdì Santo,

Dalle «Catechesi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Catech. 3, 13-19; SC 50, 174-177)

Vuoi conoscere la forza del sangue di Cristo? Richiamiamone la figura, scorrendo le pagine dell'Antico Testamento.

«Immolate, dice Mosè, un agnello di un anno e col suo sangue segnate le porte» (cfr. Es 12, 1-14). Cosa dici, Mosè? Quando mai il sangue di un agnello ha salvato l'uomo ragionevole? Certamente, sembra rispondere, non perché è sangue, ma perché è immagine del sangue del Signore. Molto più di allora il nemico passerà senza nuocere se vedrà sui battenti non il sangue dell'antico simbolo, ma quello della nuova realtà, vivo e splendente sulle labbra dei fedeli, sulla porta del tempio di Cristo.

Se vuoi comprendere ancor più profondamente la forza di questo sangue, considera da dove cominciò a scorrere e da quale sorgente scaturì. Fu versato sulla croce e sgorgò dal costato del Signore. A Gesù morto e ancora appeso alla croce, racconta il vangelo, s'avvicinò un soldato che gli aprì con un colpo di lancia il costato: ne uscì acqua e sangue. L'una simbolo del Battesimo, l'altro dell'Eucaristia. Il soldato aprì il costato: dischiuse il tempio sacro, dove ho scoperto un tesoro e dove ho la gioia di trovare splendide ricchezze. La stessa cosa accadde per l'Agnello: i Giudei sgozzarono la vittima ed io godo la salvezza, frutto di quel sacrificio.

E uscì dal fianco sangue ed acqua (cfr. Gv 19, 34). Carissimo, non passare troppo facilmente sopra a questo mistero. Ho ancora un altro significato mistico da spiegarti. Ho detto che quell'acqua e quel sangue sono simbolo del battesimo e dell'Eucaristia. Ora la Chiesa è nata da questi due sacramenti, da questo bagno di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito santo per mezzo del Battesimo e dell'Eucaristia. E i simboli del Battesimo e dell'Eucaristia sono usciti dal costato. Quindi è dal suo costato che Cristo ha formato la Chiesa, come dal costato di Adamo fu formata Eva.

Per questo Mosè, parlando del primo uomo, usa l'espressione: «ossa delle mie ossa, carne della mia carne» (Gn 2, 23), per indicarci il costato del Signore. Similmente come Dio formò la donna dal fianco di Adamo, così Cristo ci ha donato l'acqua e il sangue dal suo costato per formare la Chiesa. E come il fianco di Adamo fu toccato da Dio durante il sonno, così Cristo ci ha dato il sangue e l'acqua durante il sonno della sua morte.

Vedete in che modo Cristo unì a sé la sua Sposa, vedete con quale cibo ci nutre. Per il suo sangue nasciamo, con il suo sangue alimentiamo la nostra vita. Come la donna nutre il figlio col proprio latte, così il Cristo nutre costantemente col suo sangue coloro che ha rigenerato.



Riflessione Spirituale, Giovedì Santo

Dall'«Omelia sulla Pasqua» di Melitone di Sardi, vescovo
(Capp. 65-67; SC 123, 95-101)

Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti il mistero della Pasqua, che è Cristo, «al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1, 5 ecc.). Egli scese dai cieli sulla terra per l'umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell'uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.
Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall'Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e le membra del nostro corpo con il suo sangue.
Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l'iniquità e l'ingiustizia, come Mosè condannò alla sterilità l'Egitto.
Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.
Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell'agnello fu sgozzato.
Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato.
Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnello senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione.
Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro.



Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Dai «Discorsi» di sant'Andrea di Creta, vescovo (PG 97, 990-994)

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Betània e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza.

Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d'olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode di venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell'ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé.

Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia. Agitando i rami spirituali dell'anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele».



Festa di S. Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Patrono della Chiesa Universale

Dai «Discorsi» di san Bernardino da Siena, sacerdote

Regola generale di tutte le grazie singolari partecipate a una creatura ragionevole è che quando la condiscendenza divina sceglie qualcuno per una grazia singolare o per uno stato sublime, concede alla persona così scelta tutti i carismi che le sono necessari per il suo ufficio. Naturalmente essi portano anche onore al prescelto. Ecco quanto si è avverato soprattutto nel grande san Giuseppe, padre putativo del Signore Gesù Cristo e vero sposo della regina del mondo e signora degli angeli. […]

Se poni san Giuseppe dinanzi a tutta la Chiesa di Cristo, egli è l'uomo eletto e singolare, per mezzo del quale e sotto il quale Cristo fu introdotto nel mondo in modo ordinato e onesto. Se dunque tutta la santa Chiesa è debitrice alla Vergine Madre, perché fu stimata degna di ricevere Cristo per mezzo di lei, così in verità dopo di lei deve a Giuseppe una speciale riconoscenza e riverenza. Infatti egli segna la conclusione dell'Antico Testamento e in lui i grandi patriarchi e i profeti conseguono il frutto promesso. Invero egli solo poté godere della presenza fisica di colui che la divina condiscendenza aveva loro promesso.

Certamente Cristo non gli ha negato in cielo quella familiarità, quella riverenza e quell'altissima dignità che gli ha mostrato mentre viveva fra gli uomini, come figlio a suo padre, ma anzi l'ha portata al massimo della perfezione. […]

Ricordati dunque di noi, o beato Giuseppe, ed intercedi presso il tuo Figlio putativo con la tua potente preghiera; ma rendici anche propizia la beatissima Vergine tua sposa, che è Madre di colui che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli infiniti. Amen.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dalle «Lettere» di san Massimo Confessore, abate

Nulla è tanto caro a Dio e tanto conforme al suo amore quanto la conversione degli uomini mediante un sincero pentimento dei peccati. E proprio per ricondurre a sé gli uomini…il Verbo del Padre…si fece carne e … fece, patì e disse tutto quello che era necessario a riconciliare noi, nemici e avversari di Dio Padre. […]

Inoltre con molti esempi ci stimolò ad essere simili a lui nella comprensione, nella cortesia e nell'amore perfetto verso i fratelli. Per questo disse: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5, 32). E ancora: «Non sono i santi che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9, 12)… Ricordiamo poi quello che dice in un'altra sua parabola: «Così vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito...» (Lc 15, 7). Il buon samaritano del vangelo curò con olio e vino e fasciò le ferite di colui che era incappato nei ladri ed era stato spogliato di tutto e abbandonato sanguinante e mezzo morto sulla strada. Lo pose sulla sua cavalcatura, lo portò all'albergo, pagò quanto occorreva e promise di provvedere al resto. Cristo è il buon samaritano dell'umanità. 
Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso. Richiama all'ovile la pecorella che si era allontanata dalle cento pecore di Dio. Dopo averla trovata che vagava sui colli e sui monti, non la riconduce all'ovile a forza di spintoni e urla minacciose, ma se la pone sulle spalle e la restituisce incolume al resto del gregge con tenerezza e amore.

Dice: Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo (cfr. Mt 11, 28). E ancora: «Prendete il mio giogo sopra di voi» (Mt 11, 29). Il giogo sono i comandamenti o la vita vissuta secondo i precetti evangelici. Riguardo al peso poi, forse pesante e molesto al penitente, soggiunge: «Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 30).



Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa

Il beato Giobbe, essendo figura della santa Chiesa, a volte parla con la voce del corpo, a volte invece con la voce del capo. E mentre parla delle membra di lei, si eleva immediatamente alle parole del capo. Perciò anche qui si soggiunge: Questo soffro, eppure non c'è violenza nelle mie mani e pura è stata la mia preghiera (cfr. Gb 16, 17). Cristo infatti soffrì la passione e sopportò il tormento della croce per la nostra redenzione, sebbene non avesse commesso violenza con le sue mani, né peccato, e neppure vi fosse inganno sulla sua bocca. Egli solo fra tutti levò pura la sua preghiera a Dio, perché anche nello stesso strazio della passione pregò per i persecutori, dicendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).

Che cosa si può dire, che cosa si può immaginare di più puro della propria misericordiosa intercessione in favore di coloro che ci fanno soffrire? Avvenne perciò che il sangue del nostro Redentore, versato con crudeltà dai persecutori, fu poi da loro assunto con fede e il Cristo fu da essi annunziato quale Figlio di Dio.

La terra non coprì il suo sangue, anche perché la santa Chiesa ha predicato ormai il mistero della sua redenzione in tutte le parti del mondo. È da notare, poi, quanto si soggiunge: «E non abbia sosta il mio grido». Lo stesso sangue della redenzione che viene assunto è il grido del nostro Redentore. Perciò anche Paolo parla del «sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12, 24). Ora del sangue di Abele è stato detto: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo» (Gn 4, 10). Ma il sangue di Gesù è più eloquente di quello di Abele, perché il sangue di Abele domandava la morte del fratricida, mentre il sangue del Signore impetrò la vita ai persecutori.

Dobbiamo dunque imitare ciò che riceviamo e predicare agli altri ciò che veneriamo, perché il mistero della passione del Signore non sia vano per noi. Se la bocca non proclama quanto il cuore crede, anche il suo grido resta soffocato. Ma perché il suo grido non venga coperto in noi, è necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, dia testimonianza ai fratelli del mistero della sua nuova vita.



Dal trattato «Sulla fuga dal mondo» di sant'Ambrogio, vescovo
(CSEL 32, 192. 198-199. 204)

Dov'è il cuore dell'uomo ivi è anche il suo tesoro. Infatti il Signore non suole negare il buon dono a quanti lo pregano. Pertanto, poiché il Signore è buono e lo è soprattutto per quelli che lo aspettano pazientemente, aderiamo a lui, stiamo con lui con tutta la nostra anima, con tutto il cuore, con tutta la forza, per restare nella sua luce, vedere la sua gloria e godere della grazia della felicità suprema.

Pertanto siccome Dio è rifugio, e Dio è in cielo e sopra i cieli, allora dobbiamo fuggire di qui verso lassù dove regna la pace, il riposo dalle fatiche, dove festeggeremo il grande sabato.
Infatti riposare in Dio e vedere le sue delizie è come sedere a mensa ed essere pieni di felicità e di tranquillità. Fuggiamo dunque come cervi alle fonti d'acqua. Qual è quella sorgente? La sorgente infatti è Dio.



Benedetto XVI, Esortazione Apostolica Postsinodale «Verbum Domini»

La novità della rivelazione biblica consiste nel fatto che Dio si fa conoscere nel dialogo che desidera avere con noi. La Costituzione dogmatica Dei Verbum aveva esposto questa realtà riconoscendo che «Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé». […]

La Parola qui non si esprime innanzitutto in un discorso, in concetti o regole. Qui siamo posti di fronte alla persona stessa di Gesù. La sua storia unica e singolare è la Parola definitiva che Dio dice all’umanità. Da qui si capisce perché «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

Il rinnovarsi di questo incontro e di questa consapevolezza genera nel cuore dei credenti lo stupore per l’iniziativa divina che l’uomo con le proprie capacità razionali e la propria immaginazione non avrebbe mai potuto escogitare. Si tratta di una novità inaudita e umanamente inconcepibile: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14a).



Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo
(Tratt. 34, 8-9; CCL 36, 315-316)

Il Signore in maniera concisa ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12), e con queste parole comanda una cosa e ne promette un'altra. […] Dunque mettiamoci subito all'opera, seguiamo il Signore: spezziamo le catene che ci impediscono di seguirlo. Ma chi potrà spezzare tali catene, se non ci aiuta colui al quale fu detto: «Hai spezzato le mie catene»? (Sal 115, 16). Di lui un altro salmo dice: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto» (Sal 145, 7. 8).

Che cosa seguono quelli che sono stati liberati e rialzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre»? (Gv 8, 12). Sì, perché il Signore illumina i ciechi. O fratelli, ora i nostri occhi sono curati con il collirio della fede. Prima, infatti, mescolò la sua saliva con la terra, per ungere colui che era nato cieco. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui. Egli mescolò la saliva con la terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era già stato predetto: «La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84, 12) ed egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). […]

Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono», disse «la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via.



Paolo VI, Costituzione Apostolica “Paenitemini”, 17 Febbraio 1966

Cristo, che sempre nella sua vita fece ciò che insegnò, prima di iniziare il suo ministero, passò quaranta giorni e quaranta notti nella preghiera e nel digiuno, e inaugurò la sua missione pubblica col lieto messaggio: «Il regno di Dio è vicino», cui tosto aggiunse il comando: «Ravvedetevi e credete nel Vangelo».

Queste parole costituiscono in certo modo il compendio di tutta la vita cristiana. Al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la «metánoia», cioè attraverso quell'intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l'uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza […]

[L’]esercizio di mortificazione del corpo, ben lontano da ogni forma di stoicismo, non implica una condanna della carne, che il Figlio di Dio si è degnato di assumere; anzi, la mortificazione mira alla «liberazione» dell'uomo, che spesso si trova, a motivo della concupiscenza, quasi incatenato dalla parte sensitiva del proprio essere; attraverso il «digiuno corporale» l'uomo riacquista vigore e «la ferita inferta alla dignità della nostra natura dall'intemperanza, viene curata dalla medicina di una salutare astinenza».



Dalle «Omelie» di san Basilio Magno, vescovo

Il sapiente non si glori della sua sapienza, né il forte della sua forza, né il ricco delle sue ricchezze (cfr. Ger 9, 22-23). Ma allora qual è la vera gloria, e in che cosa è grande l'uomo? Dice la Scrittura: In questo si glori colui che si gloria: se conosce e capisce che io sono il Signore.

La grandezza dell'uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel conoscere ciò che è veramente grande, nell'attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore… Il perfetto e pieno gloriarsi in Dio, si verifica quando uno non si esalta per la sua giustizia, ma sa di essere destituito della vera giustizia e comprende di essere stato giustificato nella sola fede in Cristo. E proprio in questo si gloria Paolo, il quale disprezza la propria giustizia, e cerca quella che viene da Dio per mezzo di Gesù Cristo cioè la giustizia nella fede. Conosce lui e la potenza della sua risurrezione, partecipa alle sue sofferenze, è reso conforme alla morte di lui per arrivare in quanto possibile alla risurrezione dai morti.

Cade ogni alterigia e ogni superbia. Niente ti è rimasto su cui poterti gloriare, o uomo, poiché la tua gloria e la tua speranza sono situate in lui, perché sia mortificato tutto quello che è tuo e tu possa ricercare la vita futura in Cristo. Abbiamo già le primizie di quella vita, ci troviamo già in essa e viviamo ormai del tutto nella grazia e nel dono di Dio. Dio è lui «che suscita in noi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni» (Fil 2, 13). […]

Dio scampa dai pericoli al di là di ogni speranza umana. «Noi», dice, «abbiamo ricevuto su di noi la sentenza di morte, per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da quella morte egli ci ha liberati e ci libererà per la speranza che abbiamo riposto in lui che ci libererà ancora» (2 Cor 1, 10).



Dal «Libro ad Autolico» di san Teofilo di Antiochia, vescovo

Se dici: Fammi vedere il tuo Dio io ti dirò: Fammi vedere l'uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio. Fammi vedere quindi se gli occhi della tua anima vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano. Infatti quelli che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono ciò che si svolge in questa vita terrena… Allo stesso modo si comportano anche gli orecchi del cuore e gli occhi dell'anima in ordine alla vista di Dio.

Dio, infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla… Tu hai gli occhi della tua anima annebbiati per i tuoi peccati e le tue cattive azioni… Fa' vedere se per caso non sei operatore di cose indegne, ladro, calunniatore, iracondo, invidioso, superbo, avaro, arrogante con i tuoi genitori… Queste cose ti ottenebrano, come se le tue pupille avessero un diaframma che impedisse loro di fissarsi sul sole.

Ma se vuoi, puoi essere guarito. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima e del tuo cuore. Chi è questo medico? È Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita…Se capisci queste cose… e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutto vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo.

Quando avrai deposto la tua mortalità e ti sarai rivestito dell'immortalità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Egli infatti fa risuscitare insieme con l'anima anche la tua carne, rendendola immortale e allora, se ora credi in lui, divenuto immortale, vedrai l'Immortale.



Dai «Commenti sui salmi» di Sant'Agostino, vescovo

«Signore, a te ho gridato, accorri in mio aiuto» (Sal 140, 1). Questo lo possiamo dire tutti. Non lo dico io, bensì il Cristo totale. Ma fu detto da Cristo più specialmente in persona del corpo, perché mentre era quaggiù, pregò portando la nostra umanità, pregò il Padre in persona del corpo. Mentre infatti pregava, da tutto il suo corpo stillavano gocce di sangue… Che cosa significa questa effusione di sangue da tutto il corpo, se non la passione che tutta la Chiesa continua a sopportare nei suoi martiri? […]

«Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 140, 2). Ogni cristiano sa che questa espressione viene attribuita al capo stesso. Infatti sul finire della sera il Signore esalò in croce il suo spirito, che poi di nuovo avrebbe ripreso. Non lo esalò infatti contro la sua volontà. Però siamo stati raffigurati anche in questo caso. Qual parte di lui, infatti, pendeva dalla croce, se non ciò che aveva assunto da noi? […] Cristo…gridò con la voce della nostra stessa umanità: «Dio mio Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21, 1).

Questo, dunque, è il sacrificio vespertino: la passione del Signore, la croce del Signore, l'offerta della vittima di salvezza, l'olocausto gradito a Dio. E nella sua risurrezione cambiò quel sacrificio vespertino in offerta mattutina. La preghiera, dunque, che si eleva incontaminata da un cuore fedele, sale come incenso dal santo altare.








Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Dallo «Specchio della carità» di sant'Aelredo, abate

Non c'è niente che ci spinga ad amare i nemici, cosa in cui consiste la perfezione dell'amore fraterno, quanto la dolce considerazione di quella ammirabile pazienza per cui Egli… sottopose il capo, che fa tremare i Principati e le Potestà, alle punte acuminate delle spine…[e] sopportò la croce, i chiodi, la lancia, il fiele e l'aceto. […]

Chi al sentire quella voce meravigliosa piena di dolcezza, piena di carità, piena di inalterabile pacatezza: «Padre, perdonali» non abbraccerebbe subito i suoi nemici con tutto l'affetto? «Padre», dice, «perdonali» (Lc 23, 34). Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità ad una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa. Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. «Padre, disse, perdonali, perché non sanno quello che fanno». E invero sono grandi peccatori, ma poveri conoscitori. Perciò: «Padre, perdonali». Lo crocifiggono, ma non sanno chi crocifiggono, perché «se l'avessero conosciuto, giammai avrebbero crocifisso il Signore della gloria» (1 Cor 2, 8); perciò «Padre, perdonali». Lo ritengono un trasgressore della legge, un presuntuoso che si fa Dio, lo stimano un seduttore del popolo. «Ma io ho nascosto da loro il mio volto, non riconobbero la mia maestà». Perciò: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». […]

Perché questo fuoco divino non intiepidisca di fronte alle ingiustizie, guardi sempre con gli occhi della mente la pazienza e la pacatezza del suo amato Signore e Salvatore.



Dalle «Dimostrazioni» di Afraate, vescovo

La legge e il patto hanno subito totali mutazioni. Infatti Dio mutò il primo patto con Adamo e ne impose un altro a Noè. Poi un altro ne stipulò con Abramo, aggiornato in seguito con quello che strinse con Mosè. Siccome però anche il patto mosaico non veniva osservato, egli fece un'alleanza nuova con l'ultima generazione […]. La vera circoncisione approvata da colui che ha dato quei patti, è quella di cui parla Geremia quando dice: «Circoncidete il vostro cuore» (Ger 4, 4). […]

Dio, nelle diverse generazioni, stabilì delle leggi, che furono valide fino a che gli piacque, e poi andarono in disuso come dice l'Apostolo: In passato il regno di Dio assunse forme diverse nei diversi tempi. Tuttavia il nostro Dio è veritiero, e i suoi precetti sono fermissimi: e qualunque patto, nel suo tempo, fu mantenuto fermo e vero, e coloro che sono circoncisi nel cuore hanno la vita per la nuova circoncisione che si opera nel Giordano cioè nel battesimo ricevuto per la remissione dei peccati. Giosuè, figlio di Nun, fece circoncidere nuovamente il popolo con un coltello di pietra, quando col suo popolo passò il Giordano…[e] fece entrare il popolo nella terra promessa; Gesù nostro Signore, promise la terra della vita a tutti coloro che hanno passato il vero Giordano e hanno creduto e furono circoncisi nell'intimo del loro cuore.

Beati, quindi, coloro che furono circoncisi nell'intimo del cuore, e sono rinati dalle acque della seconda circoncisione. Essi riceveranno l'eredità con Abramo, capostipite fedele e padre di tutte le genti, perché la sua fede gli fu computata a giustizia.



Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo

Riconosci l'origine della tua esistenza, del respiro, dell'intelligenza, della sapienza e, ciò che più conta, della conoscenza di Dio, della speranza del Regno dei cieli, dell'onore che condividi con gli angeli, della contemplazione della gloria, ora certo come in uno specchio e in maniera confusa, ma a suo tempo in modo più pieno e più puro.

Riconosci, inoltre, che sei divenuto figlio di Dio, coerede di Cristo […]. Donde e da chi vengono a te tante e tali prerogative? […] Chi ti fece dono di quelle caratteristiche tutte tue che ti assicurano la piena sovranità su qualsiasi essere vivente? Fu Dio. Ebbene, egli in cambio di tutto ciò che cosa ti chiede? L'amore. Richiede da te continuamente innanzitutto e soprattutto l'amore a lui e al prossimo.

L'amore verso gli altri egli lo esige al pari del primo. Saremo restii a offrire a Dio questo dono dopo i numerosi benefici da lui ricevuti e quelli da lui promessi? Oseremo essere così impudenti? Egli, che è Dio e Signore, si fa chiamare nostro Padre, e noi vorremmo rinnegare i nostri fratelli?

Guardiamoci, cari amici, dal diventare cattivi amministratori di quanto ci è stato dato in dono. Meriteremmo allora l'ammonizione di Pietro: Vergognatevi, voi che trattenete le cose altrui, imitate piuttosto la bontà divina e così nessuno sarà povero. 
Non affatichiamoci ad accumulare e a conservare ricchezze, mentre altri soffrono la fame […].

Operiamo secondo quella suprema e prima legge di Dio che fa scendere la pioggia tanto sui giusti che sui peccatori, fa sorgere il sole ugualmente per tutti […]. Egli… Proporzionò sapientemente il suo dono al fabbisogno di ciascun essere e manifestò a tutti il suo amore.



Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. […] Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.

Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. […] Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole.

Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l'Apostolo dice: «Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26b). […] Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. […] Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza.



Giovanni Paolo II, Messaggio per la Quaresima, 1979

“La Quaresima ha un preciso significato: deve manifestare agli occhi del mondo che il Popolo di Dio, perché peccatore, si prepara nella Penitenza a rivivere liturgicamente la Passione, la Morte e la Risurrezione di Cristo. Questa testimonianza pubblica e collettiva ha la propria sorgente nello spirito di Penitenza di ciascuno di noi e ci induce altresì ad approfondire interiormente tale comportamento ed a meglio motivarlo. Rinunciare non significa soltanto donare il superfluo, ma talvolta anche il necessario, come la vedova nel Vangelo, la quale sapeva che il proprio obolo era già un dono ricevuto da Dio. Rinunciare significa liberarsi dalla schiavitù di una civiltà che ci spinge sempre più alla comodità ed al consumo”.



Mercoledì delle Ceneri

Benedetto XVI, Udienza generale, Mercoledì delle Ceneri, 17 febbraio 2010

“Iniziamo con il Mercoledì delle Ceneri il cammino quaresimale, un cammino che si snoda per quaranta giorni e che ci porta alla gioia della Pasqua del Signore. E che i quaranta giorni in preparazione della Pasqua siano tempo favorevole e di grazia lo possiamo capire proprio nell’appello che l’austero rito dell’imposizione delle ceneri ci rivolge: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, riprendendo quanto il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini.

Di fronte all’innata paura della fine, e ancor più nel contesto di una cultura che in tanti modi tende a censurare la realtà e l’esperienza umana del morire, la liturgia quaresimale, da un lato, ci ricorda la morte invitandoci al realismo e alla saggezza, ma, dall’altro lato, ci spinge soprattutto a cogliere e a vivere la novità inattesa che la fede cristiana sprigiona nella realtà della stessa morte. L’uomo è polvere preziosa agli occhi di Dio, perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità.

Attraverso la morte in croce, Cristo è diventato sorgente di una grazia donata e quanti credono in Lui vengono resi partecipi della stessa vita divina. Questa vita che non avrà fine è già in atto nella fase terrena della nostra esistenza, e sarà portata a compimento dopo “la risurrezione della carne”. 



Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo

Il Figlio di Dio e nostro Signore è Verbo del Padre e Figlio dell’uomo, poiché fu generato come uomo da Maria, che apparteneva al genere umano ed era lei stessa creatura umana. Perciò fu lo stesso Signore a darci un segno nelle profondità della terra e nelle altezze del cielo, un segno che l’uomo non aveva richiesto, perché egli non aveva mai sperato che una vergine potesse diventare madre, partorendo un figlio pur restando vergine.

Mai si sarebbe potuto immaginare che questo figlio fosse «Dio con noi» (cfr. Is 7, 10-17) e discendesse nelle profondità della terra alla ricerca della pecora che s’era smarrita, e che era poi sua creatura. Nessuno avrebbe potuto pensare che risalendo in cielo per offrire e raccomandare al Padre l’uomo che era stato ritrovato, facesse di se stesso la primizia della risurrezione dell’uomo. Infatti come il capo è risuscitato dai morti, così risorgerà anche il resto del corpo, cioè ogni uomo che si troverà a vivere dopo aver compiuto il tempo della condanna che gli era toccata per la disobbedienza.

Generoso fu dunque Dio il quale, venendo meno l’uomo, previde quella vittoria che sarebbe stata ottenuta per mezzo del Verbo. Infatti poiché la potenza trionfava nella debolezza, il Verbo mostrava la bontà e la magnifica potenza di Dio.



Dai «Trattati sui salmi» di sant'Ilario di Poitiers, vescovo

«Tutti i credenti avevano un cuor solo e un'anima sola»

«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!» (Sal 132, 1), perché quando vivono insieme, fraternamente, si riuniscono nell'assemblea della Chiesa, si sentono concordi nella carità e in un solo volere. Leggiamo che agli albori della predicazione apostolica questo grande precetto era molto sentito e praticato. Si dice infatti: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuor solo e un'anima sola» (At 4, 32). In realtà ben si conviene al popolo di Dio sentirsi fratelli sotto un unico Padre, sentirsi una cosa sola in un medesimo Spirito, vivere concordi nella stessa casa ed essere membra vive di uno stesso corpo. […]

L'unguento che servì per la consacrazione sacerdotale di Aronne fu preparato con vari profumi. Dio si compiacque che questa consacrazione fosse fatta anzitutto per il suo sacerdote e che anche nostro Signore fosse invisibilmente unto «a preferenza dei suoi eguali» (Sal 44, 8). Questa unzione non è terrena. Non fu consacrato come si ungevano i re con il corno pieno di olio profumato, ma «con olio di letizia» (Sal 44, 8). […]

Orbene, come questo unguento, su chiunque venga infuso, scaccia dai cuori gli spiriti immondi, così mediante l'unzione della carità, noi emaniamo la concordia, cosa veramente soave a Dio, come afferma l'Apostolo: «Noi siamo il profumo di Cristo» (2 Cor 2, 15).



Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diadoco di Fotice, vescovo (Capp. 6. 26. 27. 30; PG 65, 1169. 1175-1176)

E' lume della vera saggezza discernere il bene dal male senza sbagliare. Quando ciò avviene, allora la via della giustizia conduce la mente a Dio, sole di giustizia, e introduce nello sfolgorio infinito della scienza la mente stessa che cerca ormai con grande fiducia l'amore. E' necessario che coloro che combattono cerchino di conservare l'animo libero da interno turbamento, perché la mente, discernendo i pensieri che le si affacciano, possa conservare nel santuario della memoria quelli che sono buoni e mandati da Dio, e scacciare invece quelli che sono cattivi e suggeriti dal demonio.

Anche il mare quando è perfettamente calmo permette ai pescatori una visibilità che arriva fino al fondo, di modo che i pesci non sfuggono al loro sguardo. Ma quando è sconvolto dai venti, nasconde con le onde torbide ciò che nella calma mostra chiaramente; e così rimangono infruttuosi tutti gli accorgimenti che usano i pescatori per catturare i pesci.

Ora è soltanto allo Spirito Santo che appartiene il compito di purificare le menti: infatti se non entra quel forte per sopraffare il ladro, la preda non gli potrà essere tolta. E' necessario quindi che noi con la pace dell'anima alimentiamo l'azione dello Spirito Santo, ossia che teniamo in noi stessi sempre accesa la lucerna della chiaroveggenza, poiché mentre essa risplende nel segreto della mente, non soltanto quegli attacchi insidiosi e tenebrosi dei demoni vengono scoperti, ma vengono altresì sgominati perché colpiti da quella luce santa e gloriosa.



Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
(Epistolario, Torino, 1959, 4, 202. 294-205. 209)

«Vergogniamoci di ciò che possa avere in noi l'aria di dominatori»

Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l`aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11, 29).

Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell'animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l'avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.

In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall'altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.

Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.

Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dalle «Conferenze» di san Tommaso d'Aquino
(Conf. 6 sopra il «Credo in Deum»)

«Nessun esempio di virtù è assente dalla croce»

Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell'agire.
Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati. Ma non minore è l'utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. [...]

Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.

Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Ora Cristo ci ha dato sulla croce l'esempio dell'una e dell'altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1 Pt 2, 23) e come un agnello fu condotto alla morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8, 32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia» (Eb 12, 2).

Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.



Dalla «Introduzione alla vita devota» di san Francesco di Sales

«La devozione è possibile in ogni vocazione e professione»

Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna «secondo la propria specie» (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione.

La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona.

Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l'artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa.



Dal Trattato «Sulle vergini» di sant'Ambrogio, vescovo
(Lib. 1, cap. 2. 5. 7-9; PL 16, 189-191)

«Non ancora capace di soffrire e già matura per la vittoria»

E' il giorno natalizio per il cielo di una vergine: seguiamone l'integrità. E' il giorno natalizio di una martire: offriamo come lei il nostro sacrificio. E' il giorno natalizio di sant'Agnese!
Si dice che subì il martirio a dodici anni. Quanto è detestabile questa barbarie, che non ha saputo risparmiare neppure un'età così tenera! Ma certo assai più grande fu la forza della fede, che ha trovato testimonianza in una vita ancora all'inizio. […]

Tutti piangono, lei no. I più si meravigliano che, prodiga di una vita non ancora gustata, la doni come se l'avesse interamente goduta. Stupirono tutti che già fosse testimone della divinità colei che per l'età non poteva ancora essere arbitra di sé. Infine fece sì che si credesse alla sua testimonianza in favore di Dio, lei, cui ancora non si sarebbe creduto se avesse testimoniato in favore di uomini. Invero ciò che va oltre la natura è dall'Autore della natura.

A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: «E' un'offesa allo Sposo attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio». Stette ferma, pregò, chinò la testa.

Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui, tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la palma del martirio.



Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 31-33; Funk 1, 99-103)

«Affrettiamoci a compiere ogni opera buona»

Meditiamo attentamente il mistero della benedizione che Dio dà agli uomini e vediamo quali sono le vie che conducono ad essa. Ripercorriamo gli avvenimenti fin dall'inizio. Per quale motivo il nostro patriarca Abramo fu benedetto? Non forse perché operò la giustizia e la verità mediante la fede? Isacco, pieno di fiducia, si lasciò condurre di buon grado al sacrificio, conoscendo il futuro. Giacobbe in umiltà, a motivo del fratello, abbandonò la sua terra e si recò da Làbano cui prestò servizio, e gli furono dati i dodici scettri di Israele.

Ora se qualcuno, con animo sincero, passa in rassegna a uno a uno i doni che Dio ha concesso, ne riconoscerà la magnificenza. Da Giacobbe infatti ebbero origine tutti i sacerdoti e i leviti che servono all'altare di Dio, da lui viene il Signore Gesù secondo la carne, da lui i re, i principi e i condottieri della tribù di Giuda. […] Tutti costoro dunque si sono acquistati gloria e grandezza non da se stessi o per le loro opere o per la giustizia con cui hanno agito, ma piuttosto per la volontà di Dio. Anche noi perciò, chiamati nel Cristo Gesù, in grazia della sua volontà, siamo giustificati non per nostro merito, né per la nostra sapienza o intelligenza o pietà o altra opera che possiamo aver compiuto sia pure con santità di intenzione, ma per mezzo della fede, con la quale Dio onnipotente ha giustificato tutti fin da principio. […]

Che cosa faremo allora, o fratelli? Cesseremo dalle buone opere e abbandoneremo la carità? Il Signore mai permetta che ci succeda tale sventura, ma affrettiamoci a compiere ogni opera buona. Anzi siano proprio le opere sante fonte della nostra gioia.



Dal trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo

«La manifestazione del Figlio è la conoscenza del Padre»

Nessuno può conoscere il Padre senza il Verbo di Dio, cioè senza la rivelazione del Figlio, né alcuno può conoscere il Figlio senza la benevolenza del Padre. [...]

Il Figlio, poi, mettendosi al servizio del Padre, porta a compimento ogni cosa dal principio alla fine, e senza di lui nessuno può conoscere Dio. Conoscere il Figlio è conoscere il Padre. La conoscenza del Figlio viene a noi dal rivelarsi del Padre attraverso il Figlio. Per questo il Signore diceva: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,27). «Lo voglia rivelare»: infatti non fu detto soltanto per il futuro, come se il Verbo abbia cominciato a rivelare il Padre quando nacque da Maria, ma vale in generale per tutti i tempi. Infatti fin da principio il Figlio, vicino alla creatura da lui plasmata, rivela a tutti il Padre, a chi vuole, quando vuole e come vuole il Padre.

La nostra fede è questa: In tutto e per tutto non c'è che un solo Dio Padre, un solo Verbo, un solo Spirito e una sola salvezza per tutti quelli che credono nel Dio uno e trino.



Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo

«Il battesimo di Gesù»

Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo.

Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo. Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore.



Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

“I due precetti dell'amore”

È venuto il Signore… a ricapitolare la parola sulla terra (cfr. Rm 9, 28), come di lui fu predetto, e ha mostrato che la Legge e i Profeti si fondano sui due precetti dell'amore. Ricordiamo insieme, fratelli, quali sono questi due precetti. Essi devono esservi ben noti e non solo venirvi in mente quando ve li richiamiamo: non si devono mai cancellare dai vostri cuori.

Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente; e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare. L'amore di Dio è il primo come comandamento, ma l'amore del prossimo è primo come attuazione pratica. […]

Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l'occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (cfr. 1Gv 4,20).

Comincia quindi ad amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame… Facendo questo che cosa otterrai? Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore…? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l'abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere.




Battesimo del Signore

Dai «Discorsi» di san Massimo, vescovo di Torino

«I Sacramenti del Battesimo del Signore»

Il Signore Gesù venne al battesimo e volle che il suo corpo santo fosse lavato dall'acqua.
Ma qualcuno potrebbe chiedere perché egli che è santo volle essere battezzato. Ascolta perché: Cristo non volle esser battezzato per esser santificato dalle acque, ma per santificarle lui stesso sì che, mentre ne veniva purificato, fosse lui a purificare quelle acque che toccava. La consacrazione di Cristo è consacrazione maggiore dell'elemento acqua. Mentre viene lavato il Salvatore, già allora viene purificata tutta l'acqua per servire al nostro battesimo e viene resa pura la fonte perché la grazia del lavacro sia distribuita in seguito ai popoli futuri. Cristo dunque si offre al battesimo precedendoci, perché i popoli cristiani gli tengano dietro con fiducia.

Penetro nel mistero: in questa prospettiva la colonna di fuoco precedette i figli di Israele attraverso il Mar Rosso perché essi affrontassero intrepidi il cammino: avanzò per prima attraverso le acque per preparare il passaggio dietro di sé a quelli che seguivano. Questo fatto, come dice l'Apostolo, fu il segno del battesimo. In certo modo fu un vero battesimo in cui la nube copriva gli uomini, le acque li portavano.

Ma tutto questo lo compì il medesimo Cristo Signore il quale, come allora precedette attraverso il mare i figli di Israele nella colonna di fuoco, così ora nella colonna del suo corpo, per usare la stessa immagine, precede nel battesimo i popoli cristiani. La colonna, dico, che allora fece luce agli occhi di quelli che seguivano, ora offre luce ai cuori di quelli che credono; allora fu aperta una via sicura tra le onde, ora sono resi sicuri i passi nel lavacro della fede.



Dal «Commento su san Giovanni» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo

«L'effusione dello Spirito Santo su tutti gli uomini»

Quando colui che aveva dato vita all'universo decise con un'opera veramente mirabile, di ricapitolare in Cristo tutte le cose e volle ricondurre la natura dell'uomo alla sua condizione primitiva di dignità, rivelò che gli avrebbe concesso in seguito, tra gli altri doni, anche lo Spirito Santo; non era infatti possibile che l'uomo tornasse altrimenti ad un possesso duraturo dei beni ricevuti.

Stabilisce dunque Dio il tempo della discesa in noi dello Spirito ed è il tempo della venuta del Cristo, che egli ci annunzia dicendo: «In quei giorni», cioè nel tempo del Salvatore nostro, «Io effonderò il mio Spirito su ogni creatura» (cfr. Gl 3, 1). [...]

L'Unigenito Figlio non accoglie dunque per se stesso lo Spirito; infatti lo Spirito è lo Spirito del Figlio, ed è in lui, e viene dato per lui, come abbiamo già detto: ma poiché, fattosi uomo, il Figlio ebbe in sé tutta la natura umana, ha ricevuto lo Spirito per rinnovare l'uomo completamente e riportarlo alla sua prima grandezza.

Usando dunque la saggezza della ragione e appoggiandoci alle parole della Sacra Scrittura, comprendiamo che Cristo ebbe lo Spirito non per se stesso, ma per noi; ogni bene, infatti, viene a noi per mezzo di Lui.



6 gennaio, Festa dell'Epifania del Signore

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa

“Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza”

La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.
Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste. […]

Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell'universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra. […] L'aveva annunziato Isaia: «Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse» (cfr. Is 9, 1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: «Popoli che non ti conoscono ti invocheranno, e popoli che ti ignorano accorreranno a te» (cfr. Is 55, 5).

Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l'un l'altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere.


[Modificato da Caterina63 12/06/2016 21.44]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

 
"Tutti i peccatori difendono un altro peccatore nel male in cui sono implicati anche loro"

(Peccatores quique in quo sibi male sunt conscii, in eo et alium peccantem defendunt)".

Commento morale a Giobbe, VI, XXXIII, 10. Città Nuova editrice1/4, Roma 2001, p. 419.





"Viene messo sul cuore il sigillo dello sposo, quando viene impresso il mistero della sua fede a custodia del nostro pensiero, affinché quel servo infedele, cioè il nostro avversario, quando osserva i cuori segnati dalla fede, non osi fare irruzione in essi con la tentazione.
(Sponsus ergo in cor signaculum ponitur quando fidei eius mysterium in custodia nostrae cogitationi imprimitur, ut ille infidelis servus, nimirum noster adversarius, cum signata fide corda considerat, temptando ea irrumpere non praesumat)".
Commento morale a Giobbe, VI, XXIX, 12. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.87.



"La vita attiva è molto differente da quella contemplativa, ma quando è venuto il nostro Redentore, incarnandosi, mentre mostrò l'una e l'altra, associò in sé l'una e l'altra. Infatti quando compiva i miracoli in città e poi passava la notte in continua preghiera, offrì ai suoi discepoli l'esempio perché, attendendo alla contemplazione, non trascurassero il prossimo e, viceversa, impegnandosi in modo eccessivo nella cura del prossimo, non trascurassero l'impegno della contemplazione ma, dedicandosi ad ambedue le cose, le congiungessero in modo tale che né l'amore del prossimo ostacolasse l'amore di Dio, né l'amore di Dio, che è prioritario, trascurasse l'amore del prossimo".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 33. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.57.


Lucerna del  corpo è l'occhio (Lc 11,34) perché il valore dell'azione è illuminato dal raggio della retta intenzione (quia per bonae intentionis radium merita illustrantur actionis). Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce (Ivi). Infatti se noi abbiamo un'intenzione retta con un pensiero semplice, compiamo un'opera buona, anche se appare meno buona. Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo copro sarà tenebroso; perché quando si compie un'azione, anche retta, con intenzione perversa, anche se può apparire splendida agli occhi dellgli uomini, al giudizio del giudice è tenebrosa (quia cum perversa intentione quid vel rectum agitur, etsi splendore coram hominibus cernitur, apud examen tamen interni iudicis obscuratur)".
Commento morale a Giobbe VI, XXVIII, 30, Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.55.


"Si distende l'arco appunto per poterlo utilmente tendere al momento opportuno. Se non c'è una pausa di distensione, a causa della stessa tensione l'arco perde la forza di colpire. Così la virtù si maniene in esercizio se qualche volta per discrezione si sospende, e tanto più validamente colpisce poi i vizi, quanto più, per un certo tempo, smette di colpire per discrezione .
 
(Ex studio namque arcus distenditur, ut in suo tempore cum utilitate tendatur. Qui si otium relaxationis non accipit, feriendi virtutem ipso usu tensionis perdit. Sic aliquando in exercitatione virtus, cum per discretionem praetermittitur, reservatur ut tanto, post, vitia valenter feriat, quanto a percussione interim prudenter cessat").
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 29. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.53.
 
 
"Mancando la discrezione, 
si perde spesso una virtù 
che si sarebbe consolidata se, 
per discrezione, 
fosse stata sospesa.  
 
(Plerumque enim virtus 
cum indiscrete tenetur 
amittitur,
cumque discrete intermittitur, 
plus tenetur)"
 
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 29. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.53.


"Non sempre la stessa cosa 
è virtù, 
perché spesso 
col mutare delle situazioni 
muta il valore 
delle azioni stesse"
 
(Non enim res eadem 
semper est virtus, 
quia per momenta temporum 
saepe merita mutantur actionum)"
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 28, Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.51.


"Sporge il piede 
sul precipizio, 
chi non tiene conto 
del limite 
delle sue dimensioni.
 
(In praecipiti enim 
pedem porrigit 
qui mensurarum suarum 
limitem 
non attendit)".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 24. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.49.


"Che è infatti 
la santa Chiesa, 
se non il corpo 
del suo capo divino?
 
Quid enim 
sancta Ecclesia, 
nisi superni sui capitis 
corpus est?"
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 23. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, pag. 47.


"I santi dottori vengono chiamati base, perché se predicano la verità e la loro vita è in armonia con la loro predicazione (quia dum recta praedicant, et praedicationi suae vivendo concordant), con la stabile solidità dei loro costumi sostengono tutto il peso della Chiesa, sopportano dure prove da parte degli increduli e, con l'esempio delle loro opere, dimostrano che sono facili anche i precetti che i fedeli ritengono difficili".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 17. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.41.


"Nelle Scritture ai termini semplici e chiari si mescolano certe cose oscure affinché, guidati  da ciò che è privo di senso letterale, si possa  scoprire il senso mistico anche di ciò che appare sensato secondo la lettera (rebus planis ac patentibus obscura quaedam ac dissona permiscentur, ut per hoc quod ab intellectu litterae discrepat et illud inquiratur mystice quod dictum iuxta litteram sonat). E infatti come mediante alcune cose chiare ne conosciamo altre oscure, così può succedere che le parti oscure del testo ci spingano a individuare un significato più elevato anche in quelle parti che ritenevamo chiare".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 14. Città Nuova Editrice/4, pp.35.37.


"I giusto, non riuscendo a penetrare per mezzo della conoscenza nelle profondità del mistero, bussa alla porta del segreto di Dio e rimane lì davanti, riconoscendo umilmente la propria impotenza e, timoroso, loda di fuori quel che non  riesce a comprendere dentro".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 13. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.35.

"Si può dire che la parola che Dio ci rivolge  interiormente, più che farsi sentire, si compie dentro di noi, poiché quando penetra in noi senza la lentezza del discorso, rischiara con luce repentina le tenebre della nostra ignoranza.
(Dei locutio ad nos intrinsecus facta videtur, potius quam auditur, quia dum semetipsam sine mora sermonis insinuat, repentina luce nostrae ignorantiae tenebras illustrat)".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII2. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.25.

"La Parola non fa strepito e si fa sentire senza alcun suono (Sine strepitu sermo est, qui et auditum aperit, et habere sonitum nescit). E' quanto è stato scritto della venuta dello Spirito Santo...In Atti 2, 2-3 in cui né il fuoco era Dio, né il vento era Dio, ma per mezzo di ciò che esteriormente fece sentire, significò ciò che interiormente compì. Esteriormente mostrò le lingue di fuoco, interiormente  infuocò di zelo i discepoli e li ammestrò con la sua parola. Si servì dunque degli elementi sombolici, e così, mentre i corpi avvertirono il fuoco e il vento, i cuori furono ammaestrati da un fuoco invisibile e da una parola senza suono. Fuori ci fu un fuoco invisibile, dentro il fuoco che comunicò la scienza".
Commento morale a Giobbe, VI, XXVIII, 2. Città Nuova Editrice/4, Roma 2001, p.23.


"Che cosa può talvolta rovinare un'anima più della consapevolezza della propria virtù? Gonfia di questa presunzione, viene svuotata della verità che la riempiva; e mentre le insinua che merita il premio, ne allenta la tensione verso il meglio (Quid enim peius plerumque animam quam conscia virtus interficit? Quae illam dum consideratione sua inflat, a plenitudine veritatis evacuat; et dum se ad percipienda praemia sufficere suggerit, eam a meliorationis intentione distendit)".
Commento morale a Giobbe VI, XXVIII,01, Città Nuova Editrice/4, Roma 2001.


"Zaccheo, piccolo di satura, salì sul sicomoro e vide il Signore, perché quelli che umilmente scelgono di essere stolti nel mondo diventano capaci di contemplare con acutezza la sapienza di Dio. La folla impedisce alla nostra piccolezza di vedere il Signore, nel senso che il tumulto degli affari secolari grava sulla debolezza della mente umana impedendole di scorgere la luce della verità. Ma saliamo saggiamente sul sicomoro, se provvediamo a coltivare la stoltezza che da Dio ci viene inculcata".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 79. Città Muova Editrice/3, Roma 1997, p.617.


"Quelli che credono di essere sapienti non possono contemplare la sapienza di Dio, perché sono tanto più lontani dalla sua luce quanto più mancano di umiltà in se stessi. Il gonfiore della superbia, crescendo nella loro mente, chiude infatti lo sguardo alla contemplazione; e mentre essi ritengono di essere più luminosi degli altri, si privano di fatto della luce della verità.
(Contemplari enim Dei sapientiam non possunt qui sibi sapientes videntur, quia tanto ab eius luce longe sunt, quanto apud semetipsos humiles non sunt; quia in eorum mentibus dum tumor elationis crescit, aciem contemplationis claudit; et unde se lucere prae ceteris aestimant, inde se lumine veritatis privant)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 79. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 617.


"Ci sono alcuni che hanno un umile sentimento di sé, poiché, pur trovandosi in mezzo agli onori, ritengono di essere soltanto polvere e cenere, ma davanti agli uomini non vogliono apparire spregevoli e, contrariamente a ciò che pensano di se stessi, si ammantano esteriormente di un rigoroso decoro. E ci sono altri che desiderano apparire vili davanti agli uomini, non tengono conto di quel che sono mostrandosi spregevoli, ma dentro di loro si gonfiano per il merito stesso dell'ostentata umiltà, e tanto sono superbi nel cuore quanto apparentemente calpestano la superbia".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 78. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 615.


"Quando una virtù viene usata per vanagloria, non è più virtù, perché è a servizio del vizio. Siccome l'origine della virtù è l'umiltà, germoglia davvero in noi quella virtù che rimane nella sua propria radice, cioè nell'umiltà. Se si stacca da questa inaridisce, perché rimane priva della linfa della carità che intimamente la alimenta.(Quia enim origo virtutis humilitas est, illa in nobis virtus veraciter pullulat, quae in radice propria, id est in humilitate, perdurat. A qua nimirum si abscinditur arescit, quia vivificantem se in intimis humorem caritatis perdit)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 76. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.613.

"Ci sono beni sommi e beni medi. Beni sommi sono la fede, la speranza e la carità. Se uno li possiede davvero, non c'è pericolo che possano cambiarsi in male. Beni medi sono la profezia, la dottrina, il potere di compiere guarigioni e simili, per i quali esistono due possibilità: o si usano unicamente in vista della patria eterna, oppure in vista, talvolta, della gloria terrena...Siccome però spesso succede che gli stessi doni che si è contenti di ricevere allontanino l'animo incauto dall'opera del donatore, occorre vigilare, provvedendo di vincere prima i vizi e poi custodire con cautela i doni (Quia ergo saepe per ipsa dona quae se percipere exultat, a manu dantis incautus animus elongat, vigilanti provisione curandum est ut et prius subigantur vitia, et post sub circumspectione dona teneantur)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVIII76. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.613.


"I santi dottori, quando si accorgono che i loro uditori progrediscono nell'amore di Dio, s'infervorano maggiromente anch'essi nella forza del loro insegnamento; e vedendo quelli molto ardenti e ferventi in ordine alle cose celesti, acquistano maggior entusiasmo per annunciare i beni della ptaria celeste....Essi però non doverbbero attribuire mai a se stessi il merito, se vedono gli uditori  progredire verso traguardi più alti  grazie alla loro esortazione, perché se lo Spirito santo non riempie il cuore degli uditori, invano risuona la voce dei maestri agli orecchi del corpo. Possono sì, esteriormente, formulare la parola proprio di un  maestro, ma non possono imprimerla interiormente (Formulare enim vocem magistri exterius possunt, sed hanc imprimere interius non possunt)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 64. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.603.



"Sentiero stretto è vivere in questo mondo senza alcuna cupidigia delle cose del mondo (in hoc mundo vivere, sed de huius mundi concupiscentia nihil habere); non desiderare le cose altrui...per amore di Dio amare gli obbrobri...perdonare di cuore a chi ci fa del male e conservare intatto nel cuore l'amore per il Signore...Scienza perfetta poi è compiere tutte queste cose e sapere che in base ai nostri meriti siamo nulla (Perfecta scientia est haec cuncta sollicite agere et se, de suis meritis, scire nihil esse)...Scienza perfetta è anchde sapere tutto e tuttavia non sapere di essere sapiente (Perfecta scientia est scire omnia, et tamen scientem se esse nescire)".
Commneto morale a Giobbe, V, XXVII, 61.62. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.601.



"Anche nel cuore dei buoni possono entrare pensieri illeciti, ma non possono rimanervi, perché essi, onde impedire che la casa della coscienza ne rimanga prigioniera, mettono in fuga il nemico appena tocca la soglia del cuore (Et in bonis enim cordibus cogitationes illicitae veniunt, sed tamen morari prohibentur, quia recti quique ne captivandum domum conscientiae praebeant, ab ipso cordis limine hostem fugant)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 50. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.589.


"Sentire la voce dello sposo significa elevarsi mediante la forza dell'intima compunzione verso l'amore del Creatore invisibile. Ma nessuno sa da dove viene, perché non si sa in quali occasioni si effonda in noi mediante la bocca di coloro che predicano. E nessuno sa dove va, perché, quando molti ascoltano la medesima predicazione, non si può certo comprendere chi egli respinge, abbandonandolo, e nel cuore di chi entri, per riposarvi. Unico è ciò che avviene fuori, ma non è unico il modo con cui per mezzo di lui sono penetrati i cuori di quelli che sono in ascolto, perché colui che modifica le cose visibili in modo invisibile, pianta in modo incomprensibile i germi delle cause nei cuori umani (Una quippe res foris agitur, sed non per hanc uno modo intuentium corda penetrantur, quia qui invisibiliter visibilia modificat in humanis cordibus causarum semina, incomprehesibiliter plantat)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 41. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 577. 


"Il primo ascolto della voce divina avviene nella paura, per poi convertirsi in dolcezza. Prima ci raggiunge con il timore del severo giudizio per poi ristorarci, dopo averci fatto soffrire, consolandoci con superna dolcezza (Auditio igitur vocis Dei prius in terrore fit, ut post vertatur in dulcedinem, quia ante nos districti iudicii timore castigat, ut iam castigatos supernae dulcedinis consolatione reficiat)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 33, Città Nuova Editrice /3. Roma 1997, p.569.


"Il grande dono dei predicatori consiste nel saper affliggere le anime dei superbi e, dopo averle afflitte, saperle anche nutrire con la parola della consolazione...Sì Dio Onnipotente mediante i suoi predicatori prima ci scuote rimproverandoci della cattiva azione, e poi ci nutre consolandoci per mezzo della speranza (Quia nimirum Omnipotens Deus per praedicatores suos prius nos de prava actione corripiens concutit, et postmodum per spem consolans nutrit)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 22. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, P. 557.


"Nella santa Chiesa vi sono alcuni che vivono bene ma non sanno predicare il bene, quasi fossero stelle nate in tempo di siccità: possono fare luce agli altri mediante l'esempio di una vita buona, ma non sono in grado di far piovere mediante la parola della predicazione. (Stellae quidem sunt, sed in siccitate aeris natae; quia per exemplum bene vivendi lucere ceteris possunt, sed per praedicationis verbum pluere nequent)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 12. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, pp. 545-547.
 

"LAmato è cercato nel letto lungo la notte, perché lo Spirito lo si desidera nella tribolazione dentro la camera segreta del cuore. Tuttavia la sposa che lo cerca non lo trova, perché ogni anima eletta arde di amore per Lui, ma ancora non le è concesso di vedere il volto che cerca, affinché cresca il desiderio di colui che essa ama.
(Dilectus namque in lectulo per noctes quaeritur, quia intra secreta cordis cubilia in tribulatione spiritus desideratur. Quem tamen quaerens sponsa non invenit, quia electa quaeque anima iam quidem amoris eius facibus flagrat, sed adhuc quaesita negatur species, ut amantis desiderium crescat)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 4. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.539.


"Eliu, dotto e arrogante, alcune volte proferisce ciò che è profumato, altre volte ciò che punge; perciò bisogna prendere dal suo insegnamento ciò che profuma, stando tuttavia bene attenti a ciò che ferisce per la sua superbia (sumendum est de eius doctrina quod fragrat, ut tamen sollicite cavendum sit de elatione quod vulnerat)... del resto sappiamo che perfino un'asina ricevette dalla visione di un angelo parole ragionevoli (cum ex visione angeli accepisse verba rationabilia et asinam noverimus)...spesso succede un uomo qualunque riceva parole sante per mezzo dello spirito di profezia, senza che tuttavia giunga a meritare la gloria della santità; infatti con la parola succede che si elevi al di sopra di sé e con la vita precipiti al di sotto di sé (ut supra se loquendo et infra se vivendo torpescat)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVII, 1.2. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.537.


"Il nostro Creatore permette che l'animo innalzato dalla prosperità sia improvvisamente colpito dalla tentazione, perché veda con maggiore verità la propria debolezza e dalla boria orgogliosa, che aveva assunto a motivo delle virtù, scivoli in basso divenendo migliore in se stesso...Infatti rinunziamo alla grandezza e alle prove di forza quando, sotto la spinta della colpa, siamo costretti a pensare cosa siamo (magnitudinem et robustos motus deponimus quando, pulsante vitio, cogimur pensare quid sumus)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 82. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 531.


"Se chi intende correggere 
si lascia vincere dall'ira, 
anziché correggere 
opprime"
(Si is qui corrigere nititur
 ira superatur, 
opprimit antequam corrigat)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 78. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 527.


"Quando correggiamo le colpe degli altri, è giusto che giudichiamo le nostre, affinché la mente mitighi prima la propria eccitazione e calmi prima dentro di sé con serena equità l'impeto del proprio zelo, per non cadere in peccato, volendo correggere il peccato".
(Dignum quippe est ut cum aliena corrigimus, prius nostra metiamur, ut prius mens a sua accensione deferveat e prius intra semetipsam zeli sui impetum tranquilla aequitate componat, ne si ad animadvertenda vitia abrepto furore trahimur et, peccatum corrigendo, peccemus)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 78. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 527.


"Ogni peccato è senza fondamento perché per sua natura non sussiste. Il male non è una sostanza. Tuttavia qualunque esso sia, si lamenta della natura del bene. 
(Omne peccatum fundamentum non habet, quia non ex propria natura subsistit. Malum quippe sine substantia est. Quod tamen, utcumque sit, in boni natura coalescit)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 68. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 517.


"E' ormai caduto nel pozzo chi commette ciò che la legge divina proibisce (Iam in puteum cecidit qui hoc quod divina lex prohibet perpetravit); ma se non l'opprime una lunga abitudine, il pozzo non ha ancora serrato la sua bocca. Ne esce tanto più facilmente quanto meno è prigioniero dell'abitudine (Tanto facilius egreditur, quanto minori consuetudine coartatur)."
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 65. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p. 515.


"La tribolazione 
apre l'orecchio del cuore, 
che spesso 
la prosperità di questo mondo 
chiude.
(Aurem itaque cordis 
tribulatio aperit, 
quam saepe 
huis mundi prosperitas 
claudit)".
Commento morale a Giobbe, V, XXVI, 64. Città Nuova Editrice/3, Roma 1997, p.515.



[Modificato da Caterina63 04/12/2016 00.52]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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26/08/2016 12.57
 
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Dalle "Omelie su Ezechiele" di san Gregorio Magno, papa
"Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele" (ez 3, 16). E' da notare che quando il Signore manda uno a predicare, lo chiama col nome di sentinella. La sentinella infatti sta sempre su un luogo elevato, per poter scorgere da lontano qualunque cosa stia per accadere. Chiunque é posto come sentinella del popolo deve stare in alto con la sua vita, per poter giovare con la sua preveggenza. Come mi suonano dure queste parole che dico!
Così parlando, ferisco m stesso, poiché né la mia lingua esercita come si conviene la predicazione, né la mia vita segue la lingua, anche quando questa fa quello che può. Ora io non nego di essere colpevole, e vedo la mai lentezza e negligenza. Forse lo steso riconoscimento della mia colpa mi otterrà perdono presso il giudice pietoso. Certo, quando mi trovavo in monastero ero in grado di trattenere la lingua dalla parole inutili, e di tenere occupata la mente in uno stato quasi continuo di profonda orazione. Ma da quando ho sottoposto le spalle al peso dell'ufficio pastorale, l'animo non può più raccogliersi con assiduità in se stesso, perché é diviso tra molte faccende.
Sono costretto a trattare ora le questioni delle chiese, ora dei monasteri, spesso a esaminare la vita e le azioni dei singoli; ora ad interesserarmi di faccende private dei cittadini; ora a gemere sotto le spade irrompenti dei barbari e a temere i lupi che insidiano il gregge affidatomi. Ora debbo darmi pensiero di cose materiali, perché non manchno opportun aiuti a tutti coloro che la regola della disciplina tiene vincolati. A volte debbo sopportare con animo imperturbato certi predoni, altre volte affrontarli, cercando tuttavia di conservare la carità.
Quando dunque la mente divisa e dilaniata si porta a considerare una mole così grande e così vasta di questioni, come potrebbe rientrare in se stessa, per dedicarsi tutta alla predicazione e non allontanarsi dal ministero della parola? Siccome poi per necessità di ufficio debbo trattare con uomini del mondo, talvolta non bado a tenere a freno la lingua.
Se infatti mi tengo nel costante rigore della vigilanza su me stesso, so che i più deboli mi sfuggono e non riuscirò mai a portarli dove io desidero. Per questo succede che molte volte sto ad ascoltare pazientemente le loro parole inutili. E poiché anch'io sono debole, trascinato un poco in discorsi vani, finisco per parlare volentieri di ciò che avevo cominciato ad ascoltare contro voglia, e di starmene piacevolmente a giacere dove mi rincresceva di cadere.
Che razza di sentinella sono dunque io, che invece di stare sulla montagna a lavorare, giaccio ancora nella valle della debolezza? Però il creatore e redentore del genere umano ha la capacità di donare a me indegno l'elevatezza della vita e l'efficenza della lingua, perché, per suo amore, non risparmio me stesso nel parlare di lui. (Lib. 1, 11, 4-6; CCL 142, 170-172)

[ Testo tratto dal sito a cura dei Monaci Benedettini Silvestrini del Monastero San Vincenzo M. ]

Gregorio I, detto Magno, papa, Dottore della Chiesa, santo, dal 1606 i suoi resti si trovano presso l’altare, a lui dedicato, nella cappella Clementina di S. Pietro in Vaticano. Fu sepolto nel portico, poi all’altare, eretto da Gregorio IV e restaurato da Pio II, posto all’inizio della navata sinistra dell’antica basilica. Qui nel giorno della sua festa vi era un gran concorso di popolo per baciarne le reliquie. Un braccio è nella chiesa del Celio a lui dedicata dove, fino al 1870, si esponeva con solennità. Gregorio I, Romano, fu pontefice dal 3 settembre 590 al 12 marzo 604.
M.R.: 12 marzo - A Roma san Gregorio primo, Papa, Confessore ed esimio Dottore della Chiesa, il quale, per le ammirabili gesta e per aver convertito gli Inglesi alla fede di Cristo, è stato detto Magno e soprannominato Apostolo dell'Inghilterra. Il 3 settembre l'Ordinazione a Sommo Pontefice dell'incomparabile uomo san Gregorio Magno, il quale, costretto a portare quel peso, dall'alto trono rifulse nel mondo con i più fulgidi raggi di santità.


[ Tratto dall'opera «Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma» di Giovanni Sicari ] 






TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

 
"<Andò a sedersi sul letamaio> (Gb 2,8). Sedersi sul letamaio significa avere di sé un sentimento vile e spregevole (In sterquilinio quippe sedere est vilia de se quempiam et abiecta sentire). Per noi, sedere sul letamaio significa riportare gli occhi dello spirito a ciò che di male abbiamo commesso, pentendoci (in sterquilinio nobis sedere est ad ea quae illicite gessimus mentis oculis paenitendo reducere), affinché, mentre vediamo davanti a noi lo sterco dei peccati, abbassiamo ogni moto di superbia che sorge nell'animo. Giace sul letamaio colui che prontamente vede la propria debolezza e non si inorgoglisce dei beni che per grazia ha ricevuto (et sese de bonis quae per gratiam perceperit, non extollit)"
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 60. Città Nuova Editrice/1, Roma 1992, p. 295.



"Coloro che intendono raggiungere sinceramente la vetta di una vita virtuosa, quando sentono parlare delle colpe degli altri, pensano subito alle proprie e giudicano quelle degli altri tanto più rettamente quanto più deplorano sinceramente  le proprie. E, dal momento che ogni eletto si concentra sulla considerazione della propria debolezza, è giusto dire che un santo siede sempre dolente sul letamaio (dicatur recte quod vir sanctus in sterquilinio dolens sedet) come il beato Giobbe".
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 61. Città Nuova Editrice/1, Roma 1992, p. 297.


"Giobbe significa <il Sofferente>. Egli è figura autentica del Servo sofferente descritto dal profeta (Iob...dolens veraciter per figuram dicitur), di Colui cioè che si è caricato dei nostri dolori (qui portare dolores nostros propheta attestante perhibetur)....Egli è giustamente chiamato Servo, perché non disdegnò di assumere la condizione di schiavo. E, assumendo l'umiltà della carne, non sminuì la propria maestà, perché assumendo ciò che voleva salvare e conservando ciò che era, l'umanità non sminuì la divinità né la divinità assorbì l'umanità (nec divina humanitate minuit, nec humana divinitate consupsit)".  

Commento morale a Giobbe, I, II, 42. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.199.
E' importante tenere presente queste dichiarazioni, perfettamente omogenee alla fede professata dai padri del Concilio di Calcedonia del 451, per comprendere il seguito delle interpretazioni <allegoriche> delle quali ci arricchirà Papa Gregorio.



 

"La mente si affretta a trattare i passi più oscuri del testo biblico, 
perché, pur  dedicandosi diffusamente ai passi chiari, 
è giusto che si impegni a bussare anche quando la porta è chiusa" 
 
(Ad obscuriora quippe disserenda mens properat; 
et si apertis diu involvitur, 
clausa, ut dignum est, pulsare praepeditur)
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 56. Città Nuova Editrice /1, Roma 1992, p.291.



"Viene detto ad Israele: Mi farete un altare di terra (Es 20,24). Il nostro dono è accolto da Dio, quando la nostra umiltà depone su questo altare, cioè sopra la fede nell'incarnazione del Signore, tutto ciò che si compie (Tunc quippe a Deo nostrum munus accipitur, quando in hoc altari nostra humilitas, id est super Dominicae incarnationis fidem posuerit quicquid operatur)...Coloro dunque che, in comunione con noi, credono nella vera carne del Redentore, siedono per terra come Giobbe (Qui ergo veram nobiscum incarnationem Redemptoris perhibent, quasi cum Iob terra pariter sedent)...Gli avversari però ci vogliono bene se restiamo muti, ci odiano se parliamo (Mutos nos adversarii diligunt, loquentes oderunt)".
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 51. Città Nuova Editrice/1, Roma 1992, p. 287.



Alcuni "si mostrano studiosi delle Scritture
 soltanto in termini di loquacità, 
ma sono privi in cuore 
del calore della carità.
 
(Scripturarum se studiosos exhibent
 solius verbis loquacitatis, 
non autem visceribus caritatis calent)."
 
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 45. Città Nuova Editrice, Roma 1992/I, p. 283.


"Gli eretici, che ardentemente desiderano di sapere più del necessario, cercano di essere caldi (Haeretici igitur quia ardentius appetunt sapere, quasi plusquam necesse est, student calere). La pigrizia infatti si accorda bene col torpore del freddo, mentre l'inquietudine della curiosità senza misura si accorda bene, a sua volta, col calore eccessivo. Paolo si era preoccupato perciò di temperare la mente dei fedeli mettendoli in guardia nei confronti del calore di una sapienza senza misura (ab hoc calore immoderatae sapientiae mentes fidelium Paulus temperare curaverat)...Gli eretici...desiderano avere il calore, non per vivere bene, ma per parlare con arroganza, perché si presentano come studiosi delle Scritture soltanto in termini di loquacità, senza possedere nel loro cuore il calore della carità (calorem quippe non ut bene vivant sed ut elate loquantur, habere desiderant, quia per hoc quod Scripturarum se studiosos exhibent solius verbis loquacitatis, non autem visceribus caritatis calent)...non desiderano essere dotti, ma di apparire come tali (quia enim docti, non esse sed videri, appetunt)...si accordano quando concordano in opinioni errate contro la Chiesa e così dissentono dalla verità e concordano tra loro nella falsità...Si avvicinano alla Chiesa come per consolarla, ma desiderano solo insegnarle le loro idee". 
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 45.46. OGM, vol.1, Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.283.




"La santa Chiesa, stabilita nell'afflizione durante tutto il tempo della sua peregrinazione, quando subisce ferite, quando soffre per la caduta dei suoi membri, deve sopportare, oltre a tutti gli altri nemici di Cristo, anche quelli che portano il nome di Cristo.
 
(Sancta itaque Ecclesia omni hoc tempore peregrinationis suae in afflictione constituta, cum vulnera sustinet, cum membrorum suorum lapsus dolet, insuper alios sub Christi nomine tolerat hostes Christi").
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 42, Città Nuova Editrice/1, Roma 1992, p.281.



"La regola per consolare è questa: se vogliamo liberare un afflitto dalla tristezza, dobbiamo anzitutto partecipare alla sua disgrazia con il nostro cordoglio. Non può consolare un afflitto, chi non partecipa al suo dolore (dolentem namque non potest consolari qui non concordat dolori)...Il ferro non si congiunge al ferro prima che  entrambi siano resi incandescenti e immorbiditi dal fuoco...così chi giace prostrato a terra non possiamo rialzarlo se non rinunziamo alla nostra rigidità (nec iacentes erigimus, nisi a rigore nostri status inclinemur)... Chi non scende allo stesso livello di chi giace prostrato a terra, non riesce ad alzare nessuno (cui condescendere neglegit, nequaquam levat)" Commento morale a Giobbe, I, III, 20. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.259.


"Se il silenzio non fosse, qualche volta, colpevole
 il profeta non avrebbe detto:  
Guai a me, perché ho taciuto! (Is 6,5).
 
(Si aliquando et tacere culpa non esset, 
propheta non diceret :
Vae mihi quia tacui)
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 257.


"L'antico nemico provoca dapprima la perdita dei beni...poi sottrae i figli...finalmente colpisce anche il corpo. Siccome però non riese a ferire l'anima piagando il corpo, ricorre alla lingua della moglie:...Rimani ancora fermo nella tua integrità?. Ringrazia Dio e muori! (Gb 2,9). Con la tentazione gli ha portato via tutto, ma...molto astutamente si è riservato come aiuto la donna (omnia abstulit, tentando mulierem reliquit) perché gli dica: Rimani ancora fermo nella tua integrità?. Eva ripete così le sue parole. Infatti...che significa: Maledici Dio e muori, se non: Vivi trasgredendo il precetto?... Ma il nostro Adamo giace adesso sul letame da forte, mentre si ritrovò debole un tempo pur trovandosi in paradiso (Sed Adam noster fortis in sterquilinio iacuit, qui in paradiso quondam debilis stetit)...Così adesso il nemico viene battutto da ogni lato e sconfitto su tutti i fronti...ed è una gioia contemplare il santo che, nonostante tutti gli attacchi subìti, appare fuori assolutamente vuoto di tutto, ma pieno, dentro, di Dio (igitur sanctum virum intueri libet, foras rebus vacuum, intrinsecus Deo plenum)". 
 
Commento morale a Giobbe, I, III, 14.15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 253.255.




"Ci sono doni dello Spirito senza i quali non si può raggiungere la vita e ci sono doni che manifestano la santità della vita per l'utilità degli altri (Alia namque sunt dona illius sine quibus ad vitam nequaquam pertingitur, alia quibus vitae sanctitas pro aliorum utilitate declaratur). La dolcezza, l'umiltà, la pazienza, la fede, la speranza, la carità sono doni dello Spirito senza i quali non si può in alcun modo raggiungere la vita. Invece la profezia, il potere di guarire, il dono delle lingue e quello di interpretarle, sono doni dello Spirito che manifestano la presenza della sua potenza per la conversione di coloro che vi assistono". 
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 91. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 239.


"Il solido edificio della nostra anima è sostenuto dalla prudenza, dalla temperanza, dalla fortezza e dalla giustizia (mirum solidum mentis nostrae aedificium, prudentia, temperantia, fortitudo, iustitia sustinet). La casa poggia su quattro angoli, perché su queste quattro virtù si edifica la struttura di un'opera buona... Quando nel cuore sono presenti queste quattro virtù viene mitigato l'ardore dei desideri carnali. Se l'ignavia sorprende l'anima, la prudenza si raffredda...Se qualche piacere irretisce l'anima, la nostra temperanza perde di vigore...Se nel cuore s'insinua il timore la  fortezza di fronte alle avversità è tanto più debole quanto maggiore è la paura di perdere dei beni ai quali si è attaccato il cuore (eo minores contra adversa existimus quo quaedam perdere immoderatius dilecta formidamus)...Se l'amor proprio penetra nell'anima la distoglie impercettibilmente dalla rettitudine della giustizia e, nella misura in cui si trascura di donarsi interamente al Creatore, si viola il diritto della giustizia... La casa crolla quando, compromesse le virtù, la coscienza non si sente in pace (domus eruitur dum pulsatis virtutibus conscientia turbatur)".
 
Commento morale a Giobbe, I,II, 76. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.227-229.


<Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati: sono scampato solo io> (Gb 1,16).
"Che significano le pecore, se non l'innocenza dei pensieri? Che significano le pecore, se non la purezza di cuore dei buoni (quid per oves nisi bonorum cordium munditia designatur)?...Quando dunque la fiamma dell'invidia... irrompe contro la purezza dei nostri pensieri, il fuoco scende dal cielo sulle pecore. I pensieri della nostra mente si infiammano spesso infatti  con l'ardore della libidine, e col loro fuoco incendiano per così dire le pecore, quando turbano i nostri sentimenti con le tentazioni della lussuria (Saepe enim mundas mentis nostrae cogitationes ardore libidinis accendunt). Si chiamano fuoco di Dio, perché pur non essendo opera di Dio, tuttavia nascono col suo permesso (etsi non faciente Deo, tamen permittente, generatur). E poiché con il loro impeto improvviso travolgono la vigilanza stessa dell'anima, passano, per così dire, a fil di spada i guardiani. Uno solo tuttavia sfugge incolume, quando il discernimento che ci rimane esamina con lucidità tutto ciò che l'animo soffre e, solo, sfugge al pericolo di morte (unus incolumis fugit dum omne quod mens patitur, perseverans discretio subtiliter respicit, solaque mortis periculum evadit)". 
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 74. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.223-225.
 
Siamo di fronte ad un esempio - e ne incontreremo tanti - di interpretazione morale del testo biblico che non passa attraverso il riferimento esplicito all'<allegoria> identificata con il mistero di Cristo; ma non dobbiamo dimenticare che Gregorio ha già spiegato che Giobbe è profezia di Cristo in tutta la sua umanità, per cui nulla di ciò che avviene nell'uomo è estraneo a lui tranne, ovviamente, il peccato. 


 


"La madre del Redentore secondo la carne è la sinagoga, dalla quale è partito per venire a noi rivestito d'un corpo che lo rendeva visibile. Essa l'ha tenuto dentro di sé coperto col velo della lettera, trascurando di aprire gli occhi della mente all'intelligenza spirituale (hunc intra se tegmine litterae adopertum tenuit dum ad spiritalem eius intellegentiam mentis oculos aperire neglexit). Rifiutando di vedere Dio che si nascondeva nella carne del corpo umano, ha come disdegnato di considerarlo nudo nella sua divinità. Ma egli è uscito nudo dal grembo di sua madre, perché partendo dalla carne della sinagoga, è venuto ben visibile ai pagani.Ciò è stato ben simboleggiato da Giuseppe, che fuggì lasciando andare il mantello. Infatti, quando la donna adultera voleva abusare di lui, egli si salvò lasciando andare il mantello (cfr Gen39,12). La sinagoga, credendo che il Signore fosse soltanto un uomo, voleva stringerlo con un abbraccio quasi adulterino; allora egli lasciò sotto gli occhi di lei il rivestimento della lettera e si offrì allo sguardo dei pagani per far loro conoscere la potenza della sua divinità (ipse tegmen litterae eius oculis reliquit et ad cognoscendum divinitatis suae potentaim conspicuum se gentibus praebuit)...Ma forse che l'ha abbandonata del tutto?...Egli apparità manifesto anche alla sinagoga (erit ergo quando conspicuus etiam Synagogae appareat). E questo succederà senza dubbio alla fine del mondo, quando farà conoscere se stesso come Dio al resto del popolo."  
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 59. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 215.


"Non deve stupirci che nella Sacra Scrittura Dio non riveli subito allo spirito umano la sua immutabilità. Infatti anche dopo la solenne sua risurrezione fece conoscere soltanto gradualmente  (quibusdam provectionum accessibus innotuit) l'incorruttibilità del suo corpo. Luca c'informa che dapprima inviò gli angeli a quanti lo cercavano nel sepolcro (quibusdam se in monumento quaerentibus prius)... poi... si fece riconoscere soltanto dopo una lunga conversazione al momento dello spezzare il pane (rursum...post exortationis moras cognoscendum se in panis fractione monstravit); finalmente... non soltanto si fece conoscere ma si fece anche toccare (ad extremum vero...non solum se cognoscibilem, sed etiam palpabilem praebuit). Siccome il cuore dei discepoli era ancora incerto e dubbioso di fronte a un tale mistero (quia enim infirma adhuc gestabant corda discipuli in cognitione tanti mysterii), fu necessario...che, cercando, trovassero a poco a poco qualcosa, trovando crescessero e, crescendo, possedessero con più solidità le cose conosciute (ut paulisper aliquid quaerentes invenirent, invenientes crescerent et, crescentes, cognita robustius tenerent). Non tutto d'un colpo quindi,  ma attraverso un crescendo graduale di fatti e di parole, siamo guidati un passo dopo l'altro verso l'eternità (igitur non repente sed causarum verborumque incrementis, quasi quibusdam ad aeternitatem passibus ducimur)". 
 
Commento morale a Giobbe, I,II, 35. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.193.




"Quando in questa vita ci tocca soffrire delle contrarietà, è necessario sottomettere di buon grado la nostra volontà a Colui che non può volere nulla di ingiusto. In ogni evento spiacevole ci consola molto sapere che nulla ci accade se non per ordine di Colui a cui non piace se non ciò che è giusto (Magna quippe est consolatio in eo quod displicet quod illo ordinante erga nos agitur, cui nonnisi iustum placet). Se dunque sappiamo che al Signore piace ciò che è giusto e che nulla possiamo soffrire senza il suo beneplacito, tutto ciò che soffriamo è giusto, ed è molto ingiusto mormorare per ciò che giustamente soffriamo (iusta sunt cuncta quae patimur et valde iniustum est, si de iusta passione murmuramus). Abbiamo inteso Giobbe difendere la propria causa con linguaggio forte contro l'avversario; ascoltiamo ora, al termine del suo discorso, benedire e lodare il Giudice in questi termini: <Sia benedetto il nome del Signore> (Gb1,21). Ecco egli riassume ogni suo retto sentimento nella benedizione del Signore. Così....con l'umiltà colpì il nemico superbo, con la pazienza atterrò il crudele (Ecce...superbum hostem humilitate percussit, crudelem patientia stravit)". 
 
Commento morale a Giobbe, I,II, 31.32. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.191.


"La condotta licenziosa dei giovani è tenuta a freno dalla disciplina degli anziani (sciendum nobis est quia quod a minoribus voluptuose agitur maiorum disciplina cohibetur); ma se si danno ai bagordi gli anziani, il libertinaggio dei giovani non conosce più freni (cum vero maiores ipsi voluptati deserviunt nimirum minoribus lasciviae frena laxantur). Chi accetterà la regola della disciplina quando gli stessi che si assumono l'impegno di far osservare questa regola si abbandonano ai piaceri? I figli (di Giobbe) periscono mentre banchettano nella casa del fratello maggiore, perché il nemico acquista più forza contro di noi quando vede che si danno alla bella vita gli stessi incaricati della disciplina (tunc contra nos hostis vehementius vires accipit, quando et ipsos qui pro custodia disciplinae praelati sunt laetitiae servire cognoscunt)".
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 27. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 185.



"L'antico avversario, quando non trova in noi un male di cui accusarci, cerca d'interpretare in male anche il bene (Antiquus adversarius cum quae accuset mala non invenit, ipsa ad malum inflectere bona quaerit). Quando è vinto dalle opere, esamina le nostre parole per incolparci. Se neppure nelle parole trova materia di accusa, cerca di offuscare l'intenzione del cuore (Cum de operibus vincitur ad accusandum verba nostra perscrutatur. Cum nec in verbis accusationem reperit, intentionem cordis offuscare contendit): come se le opere buone non fossero compiute con animo buono, e che perciò non debbano essere considerate buone dal Giudice divino. Vedendo che i frutti dell'albero si conservano freschi sotto il sole, cerca di inoculare il verme nella radice (Quia enim fructus arboris esse et in aestu virides conspicit, quasi vermem ponere ad radicem quaerit)".
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 175.



"I desideri sono parole che escono dal cuore (Animarum verba ipsa sunt desideria)... Bisogna allora che le anime dei santi aderiscano a Dio nel più profondo del cuore così che, nell'aderire a Lui, trovino la pace (et sanctorum animae ita in interni secreti sinu Deo inhaereant ut inhaerendo requiescant) ...Infatti quanto più ardentemente aderiscono a Lui con lo spirito, tanto più ottengono la grazia di chiedere a Lui ciò che sanno essere conforme alla sua volontà. Da lui quindi bevono ciò di cui egli stesso le rende assetate (De ipso ergo bibunt quod ab ipso sitiunt) e così succede che, in modi a noi ancora incomprensibili, prevedono di essere saziate con ciò che bramano pregando (et modo nobis adhuc incomprehensibili in hoc quod petendo esuriunt, praesciendo satiantur)...La voce delle anime coincida perciò col desiderio che è proprio di un amante (animarum vox sit quod amantes desiderant)".
 
 
Commento morale a Giobbe, I,II, 11. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 171.




"Agli occhi altrui noi stiamo nel segreto dell'anima come dietro una parete costituita dal corpo; quando decidiamo di comunicare qualcosa di noi stessi usciamo da questo nascondiglio utilizzando la lingua come fosse una porta  per mostrarci fuori come siamo dentro (cum manifestare nosmetipsos cupimus, quasi per linguae ianuam egredimur, ut quales sumus intrinsecus ostendamus). Non è la stessa cosa per un essere spirituale, non composto di anima e corpo come noi ...Dio, per esempio, parla agli angeli santi manifestando i suoi segreti invisibili direttamente ai loro cuori, così che essi, contemplando la Verità, vi leggono tutto ciò che debbono fare (loquitur Deus ad angelos sanctos eo ipso quo eorum cordibus occulta sua invisibilia ostendat, ut quicquid agere debeant, in ipsa contemplatione veritatis legant). Le gioie della contemplazione corrispondono perciò ai precetti dati a viva voce (velut quaedam praecepta vocis sint ipsa gaudia contemplationis)...Si può dunque dire che Dio parla agli angeli manifestandosi ad essi con una visione interiore, e gli angeli parlano al Signore contemplandolo con uno sguardo che li trascende, permettendo loro di elevarsi in un trasporto di ammirazione. Avviene qualcosa di simile nei santi, per cui si può dire che altro è il modo con cui parla Dio alle anime dei santi e altro è il modo con cui i santi parlano a Dio (aliter Deus ad sanctorum animas, aliter sanctorum animae loquuntur ad Deum)". 
 
Commento morale a Giobbe, I, II, 8.9.10.11. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.169-171.
 
C'è in queste spiegazioni di Gregorio la base stessa della tensione dei monaci medioevali a voler raggiungere la condizione angelica. Non si trattava di <disprezzo> del corpo, ma di desiderio cocente di ottenere, restando nel corpo, le stesse possibilità di comunicare con Dio che sono proprie degli angeli.


"La sacra Scrittura si presenta agli occhi della nostra mente 
come uno specchio, 
in cui contemplare il nostro volto interiore. 
Scriptura Sacra mentis oculis 
quasi quoddam speculum opponitur,
 ut interna nostra facies in ipsa videatur.
 
In esso conosciamo
 il bello e il brutto che c'è in noi; 
Ibi enim foeda ibi puchra nostra cognoscimus
 
In esso abbiamo la verifica 
del nostro progresso 
e della nostra lontananza dalla mèta
Ibi sentimus quantum proficimus
ibi a provectu quam longe distamus". 

Commento morale a Giobbe, II, 1, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.161.


"La sacra Scrittura racconta le imprese dei santi e stimola i cuori infiacchiti e deboli ad imitarli (Scriptura sacra narrat gesta sactorum et ad imitationem corda provocat infirmorum). E mentre richiama alla memoria le loro azioni vittoriose rafforza le nostre deboli membra per affrontare la lotta contro il male. Le sue parole rendono meno trepidante nel combattimento il nostro spirito, che si vede posti di fronte i trionfi di tanti valorosi. Qualche volta poi, non solo ci descrive le loro vittorie, ma ci rende note anche le loro sconfitte, affinché possiamo ricavare dalla vittoria dei forti l'esempio da imitare e dalla sconfitta di chi cade ciò che dobbiamo temere (Nonnunquam vero non solum nobis eorum virtutes asserit, sed etiam casus innotescit, ut et in victoria fortium quod imitando arripere et rursus videamus in lapsibus quod timere)". 
 
Commento morale a Giobbe, II, 1. Città Nuova editrice, Roma 1992, p.161.


Nella Scrittura viene presentato, per esempio, "Giobbe reso più grande dalla tentazione e Davide invece dalla stessa tentazione sconfitto (Ecce enim Iob describitur temptatione auctus sed David tentatione prostratus), affinché il valore degli antenati alimenti la nostra speranza e la loro caduta ci renda cauti e umili (ut et maiorum virtus spem nostram foveat et maiorum casus ad cautelam nos humilitatis accingat)... Nel primo caso l'animo di chi ascolta viene educato alla fiducia che nasce dalla speranza, nel secondo invece viene educato all'umiltà che nasce dal timore. Così non diventerà superbo per temerarietà, perché trattenuto dal timore, né diverrà disperato per paura, perché l'esempio del valore lo incoraggerà alla fiducia che nasce dalla speranza (nec temeritate superbiat quia formidine premitur, nec pressus timore desperet, quia ad spei fiduciam virtutis exemplo roboratur)".  
 
Commento morale a Giobbe, II,1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.161.



<Chi è costei che sale dal deserto come una colonna di fumo, esalando profumo di mirra e d'incenso e d'ogni polvere aromatica?> (Ct 3,6). La santa Chiesa sale come una colonna di profumo, perché ogni giorno progredisce nella rettitudine dell'incenso interiore che le virtù della sua vita esalano (Sancta quippe Ecclesia sicut fumi virgula ex aromatibus ascendit, quia ex vitae suae virtutibus in interni cotidie incensi rectitudinem proficit). Senza disperdersi in vani pensieri, nel segreto del cuore si tottopone ad una rigorosa disciplina (sese intra arcana cordis in rigoris virga constringit). Non smettendo mai di ripensare e analizzare le sue azioni (dum recogitare semper ac retractare non desinit), col pensiero riduce in polvere la mirra e l'incenso delle sue opere...il che vuol dire che dobbiamo compiere con perseveranza sino alla fine ogni cosa buona che intraprendiamo. Perciò le cose cominciate bene devono essere continuate ogni giorno (bene igitur coepta cunctis diebus agenda sunt). Così mentre si combatte per respingere il male, si tiene in pugno, grazie alla costanza, la vittoria del bene". 
 
Commento morale a Giobbe, I,1,55.56. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.157-159.




"Spesso ad un'opera cominciata bene, si accompagna l'ira (Saepe se bene inchoatae nostrae iustitiae ex latere ira subiungit) che, turbando l'animo oltre misura con lo zelo della rettitudine, ferisce in modo grave la salute della pace interiore. Spesso succede anche che alla gravità si accompagni la tristezza del cuore (Saepe gravitatem cordis quasi subiuncta ex latere tristitia sequitur) che copre con la nube dell'afflizione ogni opera iniziata con buona intenzione. Respingere quest'ultima è qualche volta tanto più difficile quanto più essa mostra di voler conferire all'animo una nota di maggiore serietà. Spesso infine all'opera buona si accompagna una smodata letizia (Saepe se bono operi laetitia immoderata subiungit) che, spingendo l'animo a rallegrarsi più di quanto conviene (cumque plus mentem quam decet hilarescere exigit), elimina del tutto dall'azione buona ogni serietà".  
 
Commento morale a Giobbe, I, 1, 53. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 153.



"Spesso quando un'opera buona ha successo e procura la lode degli uomini,
ha il potere di mutare l'intenzione di chi la compie.
(Saepe bono operi dum laus humana obviat, 
mentem operantis immutat)
 
La lode infatti, anche se non cercata, fa piacere
(Quae laus, quamvis quaesita non fuerat, 
tamen oblata delectat). 
 
E così succede che, mentre chi opera bene si abbandona a questo piacere,
svanisce del tutto dentro di lui la motivazione originaria
(Cuius delectatione dum mens bene operantis resolvitur
ab omni intentionis intimae vigore dissipatur)".


Commento morale a Giobbe, I, 1, 53. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 153.



"Bisogna sapere che l'antico avversario...cerca di corrompere agli occhi del Giudice interiore ciò che si compie rettamente agli occhi degli uomini in tre modi (Sciendum est quod bona nostra tribus modis antiquus hostis insequitur): Qualche volta inquina nell'opera buona l'intenzione (intentionem polluit) affinché ciò che si traduce in azione non risulti né puro né nitido a motivo di questa sorgente inquinata...qualche volta interferisce nel corso dell'azione stessa (in ipsa actione se quasi in itinere opponit)...qualche volta infine tende il laccio all'opera buona al compimento dell'azione stessa (opus bonum in fine actionis illaqueat). E comunque quanto più simula di essersi allontanato dalla casa del cuore o dallo svolgimento dell'azione, tanto più astutamente aspetta di rovinare il compimento dell'azione, e quanto più è riuscito  a rendere incauto uno allontanandosi, tanto più duro e inguaribile è il colpo con cui improvvisamente lo trafigge (et quo incautum quemque quasi recedendo reddiderit, eo illum repentino nonnumquam vulnere durius insanabiliusque transfigit)".
 
Commento morale a Giobbe, I, 1, 51. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 151.
 
Gregorio è davvero un profondo conoscitore della dinamica comune ad ogni agire umano.



 

[Modificato da Caterina63 30/08/2016 13.46]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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(la conversione di San Paolo)



Dalla «Dottrina dei Dodici Apostoli»
(Capp. 9, 1 – 10, 6; 14, 1-3; Funk 2, 19-22. 26)

L’Eucaristia

Così rendete grazie: dapprima riguardo al calice: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la santa vite di Davide, tuo servo, che ci hai fatto conoscere per mezzo di Gesù, tuo Servo; gloria a te nei secoli.

Poi riguardo al pane spezzato: Ti ringraziamo, o Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù, tuo Servo; gloria a te nei secoli. Come questo pane spezzato era disperso sopra i monti e, raccolto, è diventato una cosa sola, così sia radunata la tua Chiesa dai confini della terra nel tuo Regno; perché tua è la gloria e la potenza per Gesù Cristo nei secoli.

Nessuno mangi e beva della vostra Eucaristia, se non coloro che sono stati battezzati nel nome del Signore. A questo proposito il Signore ha detto: «Non date le cose sante ai cani» (Mt 7, 6).
Una volta saziati poi, così ringraziate: Ti rendiamo grazie, o Padre santo, per il tuo santo nome, che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai manifestato per mezzo di Gesù tuo Servo. Gloria a te nei secoli.

Tu, Signore onnipotente, hai creato tutto a gloria del tuo nome; hai dato a gustare agli uomini cibo e bevanda perché ti ringraziassero, mentre a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituale e la vita eterna per mezzo del tuo Servo. Soprattutto noi ti ringraziamo perché sei potente. Gloria a te nei secoli.

Ricordati, o Signore, della tua Chiesa, preservala da ogni male e rendila perfetta nella tua carità. Radunala dai quattro venti, santificala nel tuo regno, che per lei hai preparato. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

Venga la tua grazia e passi questo mondo. Osanna al Dio di Davide! Se qualcuno è santo, si accosti; se no faccia penitenza. Maranatha: vieni Signore Gesù! Amen.
Nel giorno del Signore, riunitevi, spezzate il pane e rendete grazie, dopo aver confessato i vostri peccati, perché il vostro sacrificio sia puro.

Chiunque invece ha qualche discordia con il suo compagno, non si raduni con voi prima che si siano riconciliati, perché non sia profanato il vostro sacrificio. Il Signore infatti ha detto: In ogni luogo e in ogni tempo mi si offra un sacrificio perfetto, perché un grande Re sono io, dice il Signore, e mirabile è il mio nome fra le genti (cfr. Ml 1, 11. 14).



Dai «Discorsi» di Sant'Agostino, vescovo
(Disc. 19,2-3; CCL 41,252-254)

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio

David ha confessato: «Riconosco la mia colpa» (Sal 50,5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Sia data alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono. Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri. Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 5,5). Egli non stava a badare ai peccati altrui. Citava se stesso, non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso se stesso, e quindi pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione.

Vuoi riconciliarti con Dio? Comprendi ciò che fai con te stesso, perché Dio si riconcili con te. Poni attenzione a quello che si legge nello stesso salmo: «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50,18). Dunque resterai senza sacrificio? Non avrai nulla da offrire? Con nessuna offerta potrai placare Dio? Che cosa hai detto? «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50,18). Prosegui, ascolta e prega: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi». Dopo aver rigettato ciò che offrivi, hai trovato che cosa offrire. Infatti presso gli antichi offrivi vittime del gregge e venivano denominate sacrifici. «Non gradisci il sacrificio»: non accetti più quei sacrifici passati, però cerchi un sacrificio.

Dice il salmista: «Se offro olocausti, non li accetti». Perciò dal momento che non gradisci gli olocausti, rimarrai senza sacrificio? Non sia mai. «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi». Hai la materia per sacrificare. Non andare in cerca del gregge, non preparare imbarcazioni per recarti nelle più lontane regioni da dove portare profumi. Cerca nel tuo cuore ciò che è gradito a Dio. Bisogna spezzare minutamente il cuore. Temi che perisca perché frantumato? Sulla bocca del salmista tu trovi questa espressione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50,12). Quindi deve essere distrutto il cuore impuro, perché sia creato quello puro.

Quando pecchiamo dobbiamo provare dispiacere di noi stessi, perché i peccati dispiacciono a Dio. E poiché constatiamo che non siamo senza peccato almeno in questo cerchiamo di essere simili a Dio nel dispiacerci di ciò che dispiace a Dio. In certo qual modo sei unito alla volontà di Dio, poiché dispiace a te ciò che il tuo Creatore odia.



Dal libro «Sulla predestinazione dei santi» di sant'Agostino, vescovo
(Cap. 15, 30-31; PL 44, 981-983)

«Gesù Cristo nato dalla stirpe di Davide secondo la carne»

Fulgidissima luce di predestinazione e di grazia è lo stesso Salvatore, «il Mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5). Con quali suoi meriti antecedenti di opere e di fede la natura umana presente in lui ha fatto sì che raggiungesse tale grado? Mi venga data una risposta, per favore. Quell'uomo assunto dal Verbo coeterno al Padre nell'unità della persona, come ha meritato di essere il Figlio unigenito di Dio? Quale sua opera buona qualsiasi precedette? Che cosa ha compiuto prima, che cosa ha creduto, che cosa ha chiesto, per arrivare a questa ineffabile grandezza? Forse che il Verbo, creando e assumendo l'uomo, dal momento in cui cominciò ad esistere, quell'uomo stesso non cominciò ad essere l'unico Figlio di Dio?

Sia per noi ben chiaro che è nel nostro capo, Cristo, che si trova la sorgente della grazia, da cui essa si diffonde per tutte le sue membra, secondo la capacità di ciascuno. Per mezzo di quella grazia ogni uomo diviene cristiano all'inizio della fede, e fu pure per quella grazia, che quell'uomo, fin dall'inizio, è diventato Cristo. Questo è rinato dallo stesso Spirito, dal quale è nato quell'altro. Colui che opera in noi la remissione dei peccati è quel medesimo Spirito che preservò quell'altro da ogni peccato. Certamente Dio seppe in precedenza ciò che avrebbe compiuto. Quindi la predestinazione dei santi è quella che ebbe il suo massimo splendore nel Santo dei santi. Chi interpreta giustamente le parole della verità, come può negare questa dottrina? Infatti noi sappiamo che lo stesso Signore della gloria, in quanto il Figlio di Dio si è fatto uomo, fu predestinato.

Gesù dunque è stato predestinato. Egli che doveva diventare figlio di Davide secondo la carne, è stato predestinato ad essere, nella potenza, Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità. Ecco perché è nato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. E questa è stata appunto l'impresa singolare dell'uomo, impresa compiuta ineffabilmente dal Dio Verbo, in modo che fosse davvero e propriamente chiamato al tempo stesso Figlio di Dio e Figlio dell'uomo: figlio dell'uomo per la natura umana assunta, Figlio di Dio perché chi l'assumeva era il Dio Unigenito; perché non si credesse ad una quaternità invece che alla Trinità.

Questa sublimazione così grande, eccelsa e somma della natura umana fu predestinata in modo che non potesse essere più alta. Così, d'altra parte, la divinità non poté abbassarsi di più per noi, che con l'assumere la natura umana insieme alla debolezza della carne fino alla morte di croce. Quindi come egli solo fu predestinato ad essere nostro capo, così siamo stati predestinati in molti ad essere sue membra. Perciò tacciano qui i meriti che sono andati perduti per colpa di Adamo, e regni la grazia di Dio che domina per opera di Gesù Cristo nostro Signore, unico Figlio di Dio, unico Signore. Chiunque avrà scoperto che la generazione singolare del nostro capo è dovuta ai suoi meriti precedenti, cerchi pure di scoprire in noi sue membra i precedenti meriti dello stesso capo, ai quali è dovuta la rigenerazione moltiplicata.



29 Giugno 2016, Santi Pietro e Paolo Apostoli

Dai «Discorsi» di Sant'Agostino, vescovo
(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

«Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato»

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.

Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.

Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l'incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l'intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l'intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell'universalità e dell'unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. È ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un'altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).

Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l'incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l'unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.

Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell'amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell'amore ciò che avevi legato per timore.

E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch'essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.



Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. 293, 1-3; PL 38, 1327-1328)

«Voce di chi grida nel deserto»

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.

Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.

Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola. Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso, non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.



Dal trattato «L'ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo (PG 46, 254-255)

Paolo ha conosciuto chi è Cristo molto più a fondo di tutti e con la sua condotta ha detto chiaramente come deve essere colui che da Cristo ha preso il suo nome. [...]

Egli ci ha mostrato quale forza abbia questo nome di Cristo, quando ha detto che è la forza e la sapienza di Dio, quando lo ha chiamato pace e luce inaccessibile, nella quale abita Dio, espiazione e redenzione, e grande sacerdote, e Pasqua, e propiziazione delle anime, splendore della gloria e immagine della sostanza divina, creatore dei secoli, cibo e bevanda spirituale, pietra e acqua, fondamento della fede, pietra angolare, immagine del Dio invisibile, e sommo Dio, capo del corpo della Chiesa, principio della nuova creazione, primizia di coloro che si sono addormentati, esemplare dei risorti e primogenito fra molti fratelli, mediatore tra Dio e gli uomini, Figlio unigenito coronato di onore e di gloria, Signore della gloria e principio di ogni cosa, re di giustizia, e inoltre re della pace, re di tutti i re, che ha il possesso di un regno non limitato da alcun confine.

Lo ha designato con queste e simili denominazioni, tanto numerose che non è facile contarle. Se tutte queste espressioni si raffrontassero fra loro e si cogliesse il significato di ognuna di esse, ci mostrerebbero la forza mirabile del nome di Cristo e della sua maestà, che non può essere spiegata con parole.



Dal trattato «Sulla Trinità» di Faustino Luciferiano, sacerdote
(Nn. 30-40; CCL 69, 340-341)

«Cristo re e sacerdote in eterno»

Il nostro Salvatore divenne veramente «cristo» secondo la carne e nello stesso tempo vero re e vero sacerdote. Egli è l’una e l’altra cosa insieme, perché nulla manchi al Salvatore di quanto aveva come Dio. Egli stesso afferma la sua dignità regale, quando dice: Io sono stato consacrato re da lui sul suo santo monte Sion (cfr. Sal 2, 6). Il Padre inoltre attesta la dignità sacerdotale del Figlio con le parole: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek» (Sal 109, 4).

Nell’antica legge il primo ad essere consacrato sacerdote col crisma dell’unzione fu Aronne. Non si dice però «secondo l’ordine di Aronne», perché non si creda che anche il sacerdozio del Salvatore gli sia stato conferito per successione. Il sacerdozio di Aronne si trasmetteva per via ereditaria, non così invece quello del Cristo, perché egli stesso resta eternamente sacerdote. Si dice infatti: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedek». Il Salvatore dunque, secondo la carne, è re e sacerdote. L’unzione però da lui ricevuta non è materiale, ma spirituale. Infatti coloro che presso gli Israeliti erano consacrati re e sacerdoti con l’unzione materiale dell’olio, diventavano re e sacerdoti, non però tutte e due le cose insieme, ma ciascuno di loro era o re o sacerdote. Solo a Cristo compete la perfezione e la pienezza in tutto, poiché era venuto ad adempiere la legge.

Quantunque tuttavia nessuno di loro fosse re e sacerdote insieme, quelli che erano consacrati con l’unzione materiale, o re o sacerdoti, erano chiamati «cristi». Il Salvatore però, che è il vero Cristo, fu unto dallo Spirito Santo, perché si adempisse quanto era stato scritto di lui: Per questo «Dio, il tuo Dio ti ha consacrato con olio di letizia a preferenza dei tuoi eguali» (Sal 44, 8). La sua unzione eccelle al di sopra di quella di tutti i suoi compagni perché egli è stato unto con l’olio di letizia, che altro non significa se non lo Spirito Santo.

Che questo sia vero lo sappiamo dallo stesso Salvatore, il quale, preso il libro di Isaia e avendovi letto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4, 18), proclamò davanti a quelli che lo ascoltavano che la profezia si era adempiuta allora nella sua persona.
Anche Pietro, principe degli apostoli, dichiara che quel crisma, da cui il Salvatore è stato manifestato, è lo Spirito Santo, cioè la stessa potenza di Dio, quando negli Atti degli Apostoli tra le altre cose dice al centurione Cornelio, uomo pieno di fede e di misericordia: «Incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni, Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo» (At 10, 37-38).

Anche Pietro, dunque, come hai potuto renderti conto, afferma che Gesù uomo è stato unto di Spirito Santo e di potenza. È vero perciò che lo stesso Gesù è diventato «cristo» in quanto uomo, perché con l’unzione dello Spirito Santo è stato consacrato re e sacerdote in eterno.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 13-15; CSEL 3,275-278)

«Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà»

«Venga il tuo regno». Domandiamo che venga a noi il regno di Dio, così come chiediamo che sia santificato in noi il suo nome. Ma ci può essere un tempo in cui Dio non regna? O quando presso di lui può cominciare ciò che sempre fu e mai cessò di esistere? Non è questo che noi chiediamo, ma piuttosto che venga il nostro regno, quello che Dio ci ha promesso, e che ci è stato acquistato dal sangue e dalla passione di Cristo, perché noi, che prima siamo stati schiavi del mondo, possiamo in seguito regnare sotto la signoria di Cristo. Così egli stesso promette, dicendo: «Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34).

In verità, fratelli carissimi, lo stesso Cristo può essere il regno di Dio di cui ogni giorno chiediamola venuta, di cui desideriamo vedere, al più presto, l'arrivo per noi. Egli infatti è la risurrezione, poiché in lui risorgiamo. Per questo egli può essere inteso come il regno di Dio, giacché in lui regneremo. Giustamente dunque chiediamo il regno di Dio, cioè il regno celeste, poiché vi è anche un regno terrestre. Ma chi ha ormai rinunziato al mondo del male, è superiore tanto ai suoi onori quanto al suo regno.

Proseguendo nella preghiera diciamo: «Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra», non tanto perché faccia Dio ciò che vuole, ma perché possiamo fare noi ciò che Dio vuole. Infatti chi è capace di impedire a Dio di fare ciò che vuole? Siamo noi invece che non facciamo ciò che Dio vuole, perché contro di noi si alza il diavolo ad impedirci di orientare il nostro cuore e le nostre azioni secondo il volere divino. Per questo preghiamo e chiediamo che si faccia in noi la volontà di Dio. E perché questa si faccia in noi abbiamo bisogno della volontà di Dio, cioè della sua potenza e protezione, poiché nessuno è forte per le proprie forze, ma lo diviene per la benevolenza e la misericordia di Dio. Infine anche il Signore, mostrando che anche in lui c'era la debolezza propria dell'uomo, disse: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39). E offrendo l'esempio ai suoi discepoli perché non facessero la volontà loro, ma quella di Dio, aggiunse: «Però non come voglio io, ma come vuoi tu».

La volontà di Dio dunque è quella che Cristo ha eseguito e ha insegnato. È umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità. Volontà di Dio è non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore, amarlo in quanto è Padre, temerlo in quanto è Dio, nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza, dargli ferma testimonianza quando è in discussione il suo nome e il suo onore, mostrare sicurezza della buona causa, quando ci battiamo per lui, accettare con lieto animo la morte quando essa verrà per portarci al premio.
Questo significa voler essere coeredi di Cristo, questo è fare il comando di Dio, questo è adempiere la volontà del Padre.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn. 11-12; CSEL 3, 274-275)

«Sia santificato il tuo nome»

Quanto è preziosa la grazia del Signore, quanto alta la sua degnazione e magnifica la sua bontà verso di noi! Egli ha voluto che noi celebrassimo la nostra preghiera davanti a lui e lo invocassimo col nome di Padre, e come Cristo è Figlio di Dio, così noi pure ci chiamassimo figli di Dio. Questo nome nessuno di noi oserebbe pronunziarlo nella preghiera, se egli stesso non ci avesse permesso di pregare così. Dobbiamo dunque ricordare e sapere, fratelli carissimi, che, se diciamo Dio nostro Padre, dobbiamo comportarci come figli di Dio perché allo stesso modo con cui noi ci compiacciamo di Dio Padre, così anch'egli si compiaccia di noi.

Comportiamoci come tempio di Dio, perché si veda che Dio abita in noi. E il nostro agire non sia in contrasto con lo spirito, perché, dal momento che abbiamo incominciato ad essere creature spirituali e celesti, non abbiamo a pensare e compiere se non cose spirituali e celesti, giacché lo stesso Signore dice: «Chi mi onorerà, anch'io lo onorerò; chi mi disprezzerà sarà oggetto di disprezzo» (1 Sam 2, 30).
Anche il beato Apostolo in una sua lettera ha scritto: «Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor 6, 20).

Dopo questo diciamo: «Sia santificato il tuo nome», non perché auguriamo a Dio che sia santificato dalle nostre preghiere, ma perché chiediamo al Signore che in noi sia santificato il suo nome. D'altronde da chi può essere santificato Dio, quando è lui stesso che santifica? Egli disse: «Siate santi, perché anch'io sono santo» (Lv 11, 45). Perciò noi chiediamo e imploriamo che, santificati dal battesimo, perseveriamo in ciò che abbiamo incominciato ad essere. E questo lo chiediamo ogni giorno. Infatti abbiamo bisogno di una quotidiana santificazione. Siccome pecchiamo ogni giorno, dobbiamo purificarci dai nostri delitti con una ininterrotta santificazione.



Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire
(Nn 4-6; CSEL 3,268-270)

«La preghiera prorompa da un cuore umile»

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. È infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l'uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23,23-24). Ed ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15,3).

E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l'attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9,4). E in altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2,23).

Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in se la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l'ascoltò il Signore(cfr. 1Sam 1,13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4,5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza(cfr. Bar 6,5).

Pertanto, fratelli direttissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto e condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l'aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.



Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 4. 7-8; CSEL 64, 4-7)

Il dolce libro dei salmi

Tutta la Scrittura divina spira la bontà di Dio, tuttavia lo fa più di tutto il dolce libro dei salmi. Pensiamo a quanto fece Mosè. Egli descrisse le gesta degli antenati sempre con stile piano. Vi furono circostanze, però, nelle quali sentì il bisogno di innalzarsi ad altezze liriche. Così quando in quel memorabile evento fece passare attraverso il Mare Rosso il popolo dei padri, vedendo il re Faraone sommerso con il suo esercito, dopo aver compiuto cose superiori alle sue forze, si sentì profondamente ispirato e cantò al Signore un inno trionfale. Anche Maria, la profetessa, prendendo il cèmbalo, esortava le altre sue compagne dicendo: «Cantate al Signore perché ha mirabilmente trionfato: ha gettato in mare cavallo e cavaliere!» (Es 15, 21).

La storia ammaestra, la legge istruisce, la profezia predice, la correzione castiga, la buona condotta persuade, ma nel libro dei salmi vi è come una sintesi di tutto questo e come una medicina dell’umana salvezza. Chiunque li legge, trova di che curare le ferite delle proprie passioni con uno speciale rimedio. Chiunque voglia lottare, guardi quanto si dice nei salmi e gli sembrerà di trovarsi nella pubblica palestra delle anime e nello stadio delle virtù e gli si offriranno diverse specie di gare. Si scelga fra queste quella alla quale si riconosce più adatto, per giungere più facilmente alla corona del premio.

Se uno ama di ripercorrere e di imitare le gesta degli antenati, troverà tutta la storia dei padri raccolta in un solo salmo, e si procurerà con una breve lettura un vero tesoro per la memoria. Se altri vuol conoscere la forza dell’amore della legge che tutta sta nel vincolo dell’amore, poiché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10) legga nei salmi con quanto sentimento di amore uno solo si è esposto a gravi pericoli per respingere il disonore di tutto un popolo e in questa trionfale prova di valore riconoscerà una non minore gloria di amore.

E che dirò del carisma profetico? Ciò che altri hanno annunziato in maniera confusa, solamente a Davide appare promesso con chiarezza ed apertamente. Sentì, infatti, che il Signore Gesù sarebbe nato dalla sua stessa stirpe, come gli disse Dio: «Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!» (Sal 131, 11). Nei salmi Gesù non solamente è preannunziato nella sua nascita per noi, ma accetta anche la sua passione, come causa di salvezza. Per noi muore, risorge, sale al cielo, siede alla destra del Padre. Ciò che nessun uomo avrebbe mai osato dire, lo ha annunziato il salmista profeta e poi lo ha predicato nel vangelo lo stesso Signore.

Dalle «Omelie sul libro di Giosuè» di Origène, sacerdote
(Om. 4, 1; PG 12, 842-843)

«Il passaggio del Giordano»

Nel Giordano l’arca dell’alleanza guidava il popolo di Dio. Si ferma la schiera dei sacerdoti e dei leviti e le acque, come per riverenza ai ministri di Dio, arrestano il loro corso e si accumulano in un ammasso rigido, concedendo un passaggio senza danno al popolo di Dio. Ora non meravigliarti, o cristiano, quando ti vengono riferiti questi avvenimenti riguardanti il popolo ebraico, dal momento che a te, uscito dal Giordano per mezzo del sacramento del battesimo, la divina parola promette cose molto più grandi ed elevate, e ti offre un viaggio e un passaggio verso il cielo, attraverso l’etere. Ascolta infatti Paolo che dice riguardo ai giusti: «Saremo rapiti tra le nubi per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Ts 4, 17). Non vi è assolutamente nulla che il giusto debba temere. Ogni creatura infatti gli è soggetta.

Ascolta, infine, come anche per mezzo del profeta Dio lo assicuri dicendo: Se dovessi passare attraverso il fuoco, la fiamma non ti brucerà, poiché io sono il Signore tuo Dio (cfr. Is 43, 2). Perciò ogni luogo accoglie il giusto, e ogni creatura gli offre il dovuto servizio. E non ritenere che queste cose siano accadute solo presso gli uomini che ti hanno preceduto, come se per te, che ora stai ascoltando queste cose, non potesse accadere nulla di simile: tutto si compirà in te secondo un piano misterioso.

Mi rivolgo ora a te, che, abbandonate le tenebre dell’idolatria, desideri darti all’ascolto della legge divina e cominci a uscire anche tu dall’Egitto. Allorché sei stato aggregato al numero dei catecumeni e hai cominciato ad ubbidire ai precetti della Chiesa, ti sei allontanato dal Mare Rosso, e fermandoti nelle diverse tappe del deserto, ti sei applicato ogni giorno ad ascoltare la parola di Dio e ad osservare il volto di Mosè, reso splendente dalla gloria del Signore. Giungerai al mistico fonte del battesimo e, quando la schiera dei sacerdoti e dei leviti avrà preso posto, sarai iniziato a quei venerandi e splendidi sacramenti, conosciuti da coloro ai quali è permesso di conoscerli. Allora, attraversato il Giordano per mezzo del ministero dei sacerdoti, entrerai nella terra promessa, nella quale dopo Mosè ti riceve Cristo. Egli stesso ti sarà guida per il tuo nuovo viaggio.


Allora, memore di tante e così grandi meraviglie di Dio, capirai che per te si è diviso il mare e si arrestò l’acqua del fiume. Ti rivolgerai a questi elementi e dirai: Che hai tu, o mare, che ti sei ritirato? E tu, o Giordano, che ti sei voltato in senso inverso? Perché voi monti avete saltato di gioia come arieti, e voi colline come agnelli di un gregge? Risponderà la parola divina e dirà: Dall’apparizione del Signore è stata scossa la terra, dall’apparizione del Dio di Giacobbe, che ha trasformato la pietra in un pozzo d’acqua, e la rupe in zampilli di acque (cfr. Sal 113, 5-8).



Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire
(Intr., Capp. 1, 1 - 2, 2; Funk 1, 213-215)

«Non voglio piacere agli uomini, ma a Dio»

Ignazio, detto anche Teoforo, alla chiesa che ha ottenuto misericordia dalla magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo, suo unico Figlio; alla chiesa amata e illuminata dalla volontà di colui che vuole tutto ciò che è secondo la fede e la carità di Gesù Cristo nostro Dio; alla chiesa che ha la presidenza nella regione dei Romani; alla chiesa gradita a Dio, meritevole di onore e di consensi, degna di essere proclamata beata; alla chiesa alla quale spetta un destino di grandezza; alla chiesa venerabile per la purezza della sua fede; alla chiesa che presiede alla comunione della carità. Essa possiede la legge di Cristo e porta il nome del Padre. Io la saluto nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Padre.
A quanti sono uniti tra loro come lo sono il corpo e l’anima, fusi nell’obbedienza ad ogni comando di Dio, ripieni della sua grazia, compatti fra loro e alieni da ogni contaminazione estranea, a tutti auguro santamente ogni bene in Gesù Cristo nostro Dio.

Con le mie preghiere ho ottenuto da Dio di vedere il vostro venerabile volto, e l’avevo chiesto con insistenza. Ora, incatenato in Gesù Cristo, spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia ritenuto degno di giungere fino alla fine. L’inizio è ben posto, mi resta da ottenere la grazia di raggiungere senza ostacolo la sorte che mi aspetta.

Temo che mi sia di danno l’affetto che mi portate. Per voi sarebbe facile ottenere ciò che volete: ma per me sarà difficile raggiungere Dio, se non avete pietà di me.
Non voglio che vi comportiate in modo da piacere agli uomini, ma a Dio, come del resto fate. Io non potrò mai trovare un’occasione più propizia per giungere al possesso di Dio, né voi potrete associare il vostro nome a un’opera più bella, se rimarrete in silenzio. Se non parlerete in mio favore, io diventerò parola di Dio. Se invece amerete questa mia vita nella carne, rimarrò una voce qualsiasi.

Non vogliate offrirmi di meglio del dono d’essere immolato a Dio, ora che l’altare è pronto. Allora, riuniti in coro nella carità, potrete cantare inni al Padre in Gesù Cristo, perché Dio ha concesso al vescovo di Siria la grazia di essere trovato in lui, facendolo venire dall’oriente in occidente. È bello tramontare al mondo per risorgere nell’aurora di Dio.





Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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Sacratissimo Cuore di Gesù

Dalle «Opere» di san Bonaventura, vescovo
(Opusc. 3, Il legno della vita, 29,30.47; Opera omnia 8,79)


«Presso di te è la sorgente della vita»

Considera anche tu, o uomo redento, chi, quanto grande e di qual natura sia colui che pende per te dalla croce. La sua morte dà la vita ai morti, al suo trapasso piangono cielo e terra, le dure pietre si spaccano.

Inoltre, perché dal fianco di Cristo morto in croce fosse formata la Chiesa e si adempisse la Scrittura che dice: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37), per divina disposizione è stato permesso che un soldato trafiggesse e aprisse quel sacro costato. Ne uscì sangue ed acqua, prezzo della nostra salvezza. Lo sgorgare da una simile sorgente, cioè dal segreto del cuore, dà ai sacramenti della Chiesa la capacità di conferire la vita eterna ed è, per coloro che già vivono in Cristo, bevanda di fonte viva ò che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14).

Sorgi, dunque, o anima amica di Cristo. Sii come colomba «che pone il suo nido nelle pareti di una gola profonda» (Ger 48,28). Come «il passero che ha trovato la sua dimora» (Sal 83,4), non cessare di vegliare in questo santuario. Ivi, come tortora, nascondi i tuoi piccoli, nati da un casto amore. Ivi accosta la bocca per attingere le acque dalle sorgenti del Salvatore (cfr. Is 12,3). Da qui infatti scaturisce la sorgente che scende dal centro del paradiso, la quale, divisa in quattro fiumi (cfr. Gn 2,10) e, infine, diffusa nei cuori che ardono di amore, feconda ed irriga tutta la terra.

Corri a questa fonte di vita e di luce con vivo desiderio, chiunque tu sia, o anima consacrata a Dio, e con l'intima forza del cuore grida a lui: «O ineffabile bellezza del Dio eccelso, o splendore purissimo di luce eterna! Tu sei vita che vivifica ogni vita, luce che illumina ogni luce e che conserva nell'eterno splendore i multiformi luminari che brillano davanti al trono della tua divinità fin dalla prima aurora.

O eterno e inaccessibile, splendido e dolce fluire di fonte nascosta agli occhi di tutti i mortali! La tua profondità è senza fine, la tua altezza senza termine, la tua ampiezza è infinita, la tua purezza imperturbabile!

Da te scaturisce il fiume «che rallegra la città di Dio» (Sal 45,5), perché «in mezzo ai canti di una moltitudine in festa» (Sal 41,5) possiamo cantarti cantici di lode, dimostrando, con la testimonianza dell'esperienza, che «in te è la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce» (Sal 35,10).



Visitazione della B.V.Maria

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

«Maria magnifica il Signore che opera in lei»

«L'anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l'eternità. […]

«Cose grandi ha fatto a me l'onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono.

Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).

Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l'inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell'incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.



Dalle «Opere» di san Tommaso d'Aquino, dottore della Chiesa
(Opusc. 57, nella festa del Corpo del Signore, lect. 1-4)

«O prezioso e meraviglioso convito!»

L'Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi da uomini dèi.

Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo corpo come vittima sull'altare della croce per la nostra riconciliazione. Sparse il suo sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo purificati da tutti i peccati.
Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo corpo in cibo e il suo sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.

O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commensali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cristo, vero Dio. Che cosa di più sublime di questo sacramento? […]

L'Eucaristia è il memoriale della passione, il compimento delle figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo amore immenso per gli uomini.



Giovanni Paolo II, Omelia, Solennità del Corpus Domini, Giovedì 22 Giugno 2000

L'istituzione dell'Eucaristia, il sacrificio di Melchisedek e la moltiplicazione dei pani: è questo il suggestivo trittico che ci presenta la liturgia della Parola nella solennità del Corpus Domini.

Il Libro della Genesi ci narra di Melchisedek, "re di Salem" e "sacerdote del Dio altissimo", il quale benedisse Abram e "offrì pane e vino" (Gn 14,18). A questo passo fa riferimento il Salmo 109, che attribuisce al Re-Messia un singolare carattere sacerdotale per diretta investitura di Dio: "Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek". Il giorno prima della sua morte in croce, Cristo istituì l'Eucaristia. Offrì anch'egli pane e vino, che "nelle sue mani sante e venerabili" (Canone Romano) diventarono il suo Corpo e il suo Sangue, offerti in sacrificio. Egli portava così a compimento la profezia dell'antica alleanza, legata all'offerta sacrificale di Melchisedek. Proprio per questo - ricorda la Lettera agli Ebrei - "Egli... divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek" (5, 7-10).

Il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci aiuta a meglio comprendere il dono e il mistero dell'Eucaristia. Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò lo sguardo al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede agli Apostoli perché li distribuissero al popolo (cfr Lc 9,16). Tutti mangiarono a sazietà e vennero raccolte addirittura dodici ceste di avanzi. Si tratta di un prodigio sorprendente, che costituisce come l'inizio di un lungo processo storico: il moltiplicarsi senza sosta nella Chiesa del Pane di vita nuova per gli uomini di ogni razza e cultura. Questo ministero sacramentale è affidato agli Apostoli ed ai loro successori. Ed essi, fedeli alla consegna del divin Maestro, non cessano di spezzare e di distribuire il Pane eucaristico di generazione in generazione.



Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo 
(Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26, 594-595. 599)

«Luce, splendore e grazia della Trinità»

La nostra fede è questa: la Trinità santa e perfetta è quella che è distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma è tutta potenza creatrice e forza operativa. Una è la sua natura, identica a se stessa. Uno è il principio attivo e una l’operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, è mantenuta intatta l’unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio, che è al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed è in tutte le cose (cfr. Ef 4, 6). È al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo.

L’apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1 Cor 12, 4-6). […]

Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13). Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.



Dalla «Spiegazione dell’Ecclesiaste» di san Gregorio di Agrigento, vescovo
(Lib. 8, 6; PG 98, 1071-1074)

«L’anima mia esulti nel Signore»

Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi con cuore lieto il tuo vino perché Dio ha già gradito le opere tue (Qo 9, 7). Potremmo prendere queste parole come una sicura e sana norma di saggezza umana per la vita di tutti i giorni. Tuttavia la spiegazione anagogica ci porta ad una considerazione più alta, e ci insegna a considerare il pane celeste e mistico che è disceso dal cielo e ha portato la vita nel mondo. Così pure bere il vino spirituale con cuore sereno significa dissetarsi di quel vino che uscì dal costato della vera vite, al momento della sua passione salvifica.

Di essi così parla il vangelo della nostra salvezza: Avendo preso del pane, dopo averlo benedetto, Gesù disse ai suoi discepoli: Prendete e mangiate: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi in remissione dei peccati. Similmente prese anche il calice e disse: Bevetene tutti: questo è il mio sangue della nuova alleanza, sparso per voi e per molti in remissione dei peccati (cfr. Mt 26, 26-28). Coloro dunque che mangiano questo pane e bevono questo mistico vino gioiscono ed esultano e possono esclamare a gran voce: Hai portato la gioia nel nostro cuore (cfr. Sal 4, 7).

A mio giudizio, è proprio a questo pane e a questo vino che si riferisce la Sapienza di Dio sussistente, cioè Cristo nostro salvatore, quando ci invita alla comunione vitale con se stesso, Verbo divino. Lo fa con le parole del libro dei Proverbi: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pro 9, 5). Coloro ai quali viene rivolto questo invito, devono compiere opere di luce, in modo da avere le loro anime splendenti non meno della luce stessa, come dice il Signore nel vangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16). Anzi in tal caso vedranno scendere sul loro capo anche l’olio, cioè lo Spirito di verità, che li proteggerà e li preserverà da ogni maleficio di peccato.



Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo e martire

Il Signore, concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19).

Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio. Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo.



Benedetto XVI, Omelia, Domenica di Pentecoste, 23 maggio 2010

Nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. […] Gesù, infatti, vive sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo.

E cosa produce questa nuova e potente auto-comunicazione di Dio? Là dove ci sono lacerazioni ed estraneità, essa crea unità e comprensione. Si innesca un processo di riunificazione tra le parti della famiglia umana, divise e disperse; le persone, spesso ridotte a individui in competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa.

Da questo, cari fratelli, deriva un criterio pratico di discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito Santo. Il cammino dei cristiani e delle Chiese particolari deve sempre confrontarsi con quello della Chiesa una e cattolica, e armonizzarsi con esso. Ciò non significa che l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di egualitarismo. Al contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo definire “tecnica”. La Bibbia, infatti, ci dice (cfr Gen 11,1-9) che a Babele tutti parlavano una sola lingua. A Pentecoste, invece, gli Apostoli parlano lingue diverse in modo che ciascuno comprenda il messaggio nel proprio idioma. L’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti sociali.



Dal «Trattato sulla Trinità» di sant'Ilario, vescovo
(Lib. 2, 1, 33. 35; PL 10, 50-51. 73-75)

«Il Dono del Padre in Cristo»

Nell'ambito della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, tutto è perfettissimo: l'immensità nell'eterno, la manifestazione nell'immagine, il godimento nel dono.

Ascoltiamo dalle parole dello stesso Signore quale sia il suo compito nei nostri confronti. Dice: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16, 12). È bene per voi che io me ne vada, se me ne vado vi manderò il Consolatore (cfr. Gv 16, 7). Ancora: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14, 16-17). «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio» (Gv 16, 13-14).

Insieme a tante altre promesse vi sono queste destinate ad aprire l'intelligenza delle alte cose. […]
Siccome la nostra limitatezza non ci permette di intendere né il Padre, né il Figlio, il dono dello Spirito Santo stabilisce un certo contatto tra noi e Dio, e così illumina la nostra fede nelle difficoltà relative all'incarnazione di Dio.

Lo si riceve dunque per conoscere. I sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Se non c'è luce o non è giorno, gli occhi non servono a nulla; gli orecchi in assenza di parole o di suono non possono svolgere il loro compito; le narici se non vi sono emanazioni odorifere, non servono a niente. E questo avviene non perché venga loro a mancare la capacità naturale, ma perché la loro funzione è condizionata da particolari elementi. Allo stesso modo l'anima dell'uomo, se non avrà attinto per mezzo della fede il dono dello Spirito Santo, ha sì la capacità di intendere Dio, ma le manca la luce per conoscerlo.

Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. 



Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

«Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo»

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. […] Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. […]

Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13). […]

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo.



Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena
(Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità: libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928. II, pp. 586-588)

O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce.

Io ho gustato e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti.

Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.

O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità.

Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini.



Dal «Commento sul vangelo di Giovanni» di san Cirillo d'Alessandria, vescovo

Il Signore dice di se stesso di essere la vite… Coloro che gli sono uniti, ed in certo qual modo incorporati e innestati, li paragona ai tralci. Questi sono resi partecipi della sua stessa natura, mediante la comunicazione dello Spirito Santo. Infatti lo Spirito Santo di Cristo ci unisce a lui.

Noi ci siamo accostati a Cristo nella fede per una buona deliberazione della volontà, ma partecipiamo della sua natura per aver ottenuto da lui la dignità dell'adozione. Infatti, secondo san Paolo, «Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1 Cor 6, 17). […]

Siamo poi conservati nell'essere, inseriti in qualche modo in lui, se ci atteniamo tenacemente ai santi comandamenti che ci furono dati, se mettiamo ogni cura nel conservare il grado di nobiltà ottenuto, e se non permettiamo che venga contristato lo Spirito che abita in noi, quello Spirito che ci rivela il senso dell'inabitazione divina. […]

Come la radice comunica ai tralci le qualità e la condizione della sua natura, così l'unigenito Verbo di Dio conferisce agli uomini, e soprattutto a quelli che gli sono uniti per mezzo della fede, il suo Spirito, concede loro ogni genere di santità, conferisce l'affinità e la parentela con la natura sua e del Padre, alimenta l'amore e procura la scienza di ogni virtù e bontà.



Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

Il Signore Gesù afferma che dà un nuovo comandamento ai suoi discepoli, cioè che si amino reciprocamente: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34).

Ma questo comandamento non esisteva già nell'antica legge del Signore, che prescrive: «Amerai il tuo prossimo come te stesso»? (Lv 19, 18). Perché allora il Signore dice nuovo un comandamento che sembra essere tanto antico? È forse un comandamento nuovo perché ci spoglia dell'uomo vecchio per rivestirci del nuovo? Certo. Rende nuovo chi gli dà ascolto o meglio chi gli si mostra obbediente. Ma l'amore che rigenera non è quello puramente umano. È quello che il Signore contraddistingue e qualifica con le parole: «Come io vi ho amati» (Gv 13, 34).

Questo è l'amore che ci rinnova, perché diventiamo uomini nuovi, eredi della nuova alleanza, cantori di un nuovo cantico. Quest'amore, fratelli carissimi, ha rinnovato gli antichi giusti, i patriarchi e i profeti, come in seguito ha rinnovato gli apostoli. Quest'amore ora rinnova anche tutti i popoli, e di tutto il genere umano, sparso sulla terra, forma un popolo nuovo, corpo della nuova Sposa dell'unigenito Figlio di Dio. […]

A questo fine quindi ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda. Ci amava e perciò ha voluto ci trovassimo legati di reciproco amore, perché fossimo il Corpo del supremo Capo e membra strette da un così dolce vincolo.



Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo

Ascolta il Signore che chiede: vedete in me il vostro corpo… il vostro sangue. […] Non abbiate timore. Questa croce non è un pungiglione per me, ma per la morte. Questi chiodi non mi procurano tanto dolore, quanto imprimono più profondamente in me l'amore verso di voi. Queste ferite non mi fanno gemere, ma piuttosto introducono voi nel mio interno. […] Venite, dunque, ritornate. Sperimentate almeno la mia tenerezza paterna, che ricambia il male col bene, le ingiurie con l'amore, ferite tanto grandi con una carità così immensa.

Ma ascoltiamo adesso l'Apostolo: «Vi esorto», dice, «ad offrire i vostri corpi» (Rm 12, 1). L'Apostolo così vede tutti gli uomini innalzati alla dignità sacerdotale per offrire i propri corpi come sacrificio vivente. O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L'uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L'uomo non cerca fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé. […] «Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente». […] Davvero Cristo fece il suo corpo ostia viva perché, ucciso, esso vive. In questa vittima, dunque, è corrisposto alla morte il suo prezzo. Ma la vittima rimane, la vittima vive e la morte è punita. […]

Questo è quanto il profeta ha predetto: «Non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai dato un corpo» (cfr. Sal 39, 7 volg.). Sii, o uomo, sii sacrificio e sacerdote di Dio… La croce permanga a difesa della tua fronte. Accosta al tuo petto il sacramento della scienza divina. Fa' salire sempre l'incenso della preghiera come odore soave. Afferra la spada dello spirito, fa' del tuo cuore un altare, e così presenta con ferma fiducia il tuo corpo quale vittima a Dio. Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.



Dai «Discorsi» di sant’Efrem, diacono

Il nostro Signore fu schiacciato dalla morte, ma a sua volta egli la calpestò come una strada battuta. […] Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo, né gli inferi accoglierlo senza la carne, egli nacque dalla Vergine, per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. […]

Fu ben potente il figlio del falegname, che portò la sua croce sopra gli inferi che ingoiavano tutto e trasferì il genere umano nella casa della vita. […] Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. Attraverso questo ponte le anime si possono trasferire dalla regione della morte a quella della vita. Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali. Tu ora certo vivi. Coloro che ti hanno ucciso hanno agito verso la tua vita come gli agricoltori. La seminarono come frumento nel solco profondo. Ma di là rifiorì e fece risorgere con sé tutti.

Venite, offriamo il nostro amore come sacrificio grande e universale, eleviamo cantici solenni e rivolgiamo preghiere a colui che offrì la sua croce in sacrificio a Dio, per rendere ricchi tutti noi del suo inestimabile tesoro.



Dalle «Omelie sui Vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 14, 3-6; PL 76, 1129-1130)

«Cristo, buon pastore»

Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: «Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo» (1 Gv 2, 4).

Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: «Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore» (Gv 10, 15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore. […]
Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S'infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s'infiammino per i beni superni. In tal modo amare sarà già un camminare.

Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare.



Dalla «Prima Apologia a favore dei cristiani» di san Giustino, martire

«Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve.»

Gesù ha detto: Se non rinascerete, non entrerete nel regno dei cieli (cfr. Mt 18, 3). Non si tratta, ovviamente, di rientrare nel grembo materno, perché la nascita di cui parliamo è spirituale.
Il profeta Isaia ha spiegato in quale modo si liberano dai peccati coloro che li hanno commessi e fanno penitenza: Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre anime. Imparate a fare il bene, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo, dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, li renderò bianchi come la neve. Ma se non ascolterete, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato (cfr. Is 1, 16-20).

Questa dottrina l’abbiamo ricevuta dagli apostoli. Nella nostra prima nascita siamo stati messi al mondo dai genitori per istinto naturale e in modo inconscio. Ora non vogliamo restare figli della semplice natura e dell’ignoranza, ma di una scelta consapevole. Vogliamo ottenere nell’acqua salutare la remissione delle colpe commesse. Per questo su chi desidera di essere rigenerato e ha fatto penitenza dei peccati, si pronunzia il nome del Creatore e Signore Dio dell’universo. È questo solo nome che invochiamo su colui che viene condotto al lavacro per il battesimo.

Il lavacro si chiama illuminazione, perché coloro che imparano le verità ricordate sono illuminati nella loro mente. Colui che viene illuminato è anche lavato. È illuminato e lavato nel nome di Gesù Cristo crocifisso sotto Ponzio Pilato, è illuminato e lavato nel nome dello Spirito Santo, che ha preannunziato per mezzo dei profeti tutte le cose riguardanti Gesù.



Dai «Discorsi» di sant'Atanasio, vescovo

« La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini»

Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell'universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza. […]

Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. […] La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo.



Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo

«La Chiesa è stata fondata sulla «Pietra» che fu oggetto della professione di fede di Pietro»

Cristo disse a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19). Con ciò Pietro assurse a simbolo di tutta la Chiesa, di quella Chiesa che in questo mondo è sconvolta da ogni genere di tribolazioni ed è come investita da piogge torrenziali, alluvioni, uragani e tuttavia non crolla mai perché è fondata su quella pietra da cui Pietro ricevette il suo nome. Perciò il Signore disse: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Era la risposta alle affermazioni di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16).

Gesù dunque volle dire: Sulla pietra che fu oggetto della tua professione di fede, io edificherò la mia Chiesa. Quella pietra era Cristo (cfr. 1 Cor 10, 4). Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1 Cor 3, 11).

Dunque la Chiesa che è fondata in Cristo, ricevette da lui, nella persona di Pietro, le chiavi del regno dei cieli, cioè la potestà di sciogliere e legare i peccati e questa Chiesa ama e segue Cristo e per questo viene liberata dai mali. La Chiesa segue Cristo in modo speciale nella persona di coloro che lottano per la verità fino alla morte.



Dal «Proslogion» di sant'Anselmo, vescovo.

Anima mia, hai trovato quello che cercavi? Cercavi Dio e hai trovato che egli è qualcosa di sommo tra tutti, di cui non si può pensare nulla di meglio; che è la stessa vita, la luce, la sapienza, la bontà, l'eterna beatitudine e la beata eternità; che è dovunque e sempre. Signore Dio mio, che mi hai formato e rifatto, dì all'anima mia, che lo desidera, che cosa altro sei oltre a quello che ha visto, perchè veda chiaramente ciò che desidera. […]

Ti prego, o Dio, fa' che io ti conosca, ti ami per gioire di te. E se non posso pienamente in questa vita, che io avanzi almeno di giorno in giorno fino a quando giunga alla pienezza. Cresca qui la mia conoscenza di te e diventi piena nell'altra vita. Cresca il tuo amore e un giorno divenga perfetto, perchè la mia gioia sia grande qui nella speranza e completa mediante il possesso definitivo nel futuro.
Signore, per mezzo di tuo Figlio comandi, anzi consigli di chiedere, e prometti che otterremo perché la nostra gioia sia piena. […] Possa io ricevere ciò che prometti… Nel frattempo mediti la mia mente, ne parli la mia lingua. Ne abbia fame l'anima…fino a quando io non entri nella gioia del mio Signore.


[Modificato da Caterina63 20/09/2018 20.39]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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LETTERA E SPIRITO



Rivista di Studi Tradizionali




Il discernimento spirituale nel cristianesimo


di abggallardo



 





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«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,


un virgulto germoglierà dalle sue radici.


Su di lui si poserà lo spirito del Signore,


spirito di sapienza e di intelligenza,


spirito di consiglio (discernimento) e di fortezza,


spirito di conoscenza e di timore del Signore.»[1]


 


«Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»[2]


 


«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.»[3]


 


«Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, an­che le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.»[4]


 


«Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono.»[5]


 


«Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.»[6]


 


INTRODUZIONE


 


In generale, il discernimento è l’azione con cui si cerca di distinguere, differenziare tra due cose che in linea di massima ci appaiono come buone. Nel linguaggio colloquiale possiamo dire che una persona “senza discernimento” è quella che prende le cose alla leggera, che non è ca­pace di fare un giudizio accurato sulla realtà né di agire conseguentemente in una determinata situazione. La mancanza di discernimento può portare, in questo senso, ad agire senza soppesare quel che si fa né misurare bene le conseguenze dei propri pensieri, parole o azioni.


Tuttavia, qui si parla di un discernimento “spirituale”. Che significa questo? Le Sacre Scrit­ture ci offrono lumi preziosi per capire che significa discernere spiritualmente. Esse rivelano l’esistenza nell’uomo di una lotta o combattimento interiore intrapreso nell’anima umana: sono l’“uomo vecchio” e l’“uomo nuovo”; l’uomo del peccato e l’uomo redento da Cristo e illumi­nato dallo Spirito Santo. A nostra conoscenza, niente illustra meglio questa tensione, che lacera l’anima umana tra il vizio e la virtù, della citazione biblica da Romani, 7, 15-24 che abbiamo riprodotto all’inizio del presente articolo.


Per poter discernere qual è la volontà di Dio, qual è il Suo Progetto di salvezza per noi, San Paolo ci dice che è fondamentale che ci trasformiamo interiormente secondo l’“uomo nuovo” che è Cristo. Il rinnovamento della mente cui allude l’apostolo Paolo non si produce tanto per l’azione di una legge esterna, ma inizia dentro l’uomo, dall’intima illuminazione dello Spirito Santo che ci rende capaci di distinguere il bene dal male e di seguire il cammino del bene. Questo intendiamo quando parliamo di un discernimento spirituale. Si tratta di un’azione che non soltanto si realizza dall’interno, ma che altresì deve compiersi sempre in presenza e sotto l’azione dello Spirito di Dio.


Alla luce di quanto detto, potremmo definire il discernimento spirituale come un esercizio interiore che ci porta a esaminare e distinguere quali situazioni, persone o cose ci aiutano a seguire il Progetto di Dio e per contro quali ci discostano da esso. In questa maniera, aperti all’azione dello Spirito Santo che ci illumina e ci spinge, potremo dare alla nostra vita un orientamento che ci porti alla vera felicità.


Al discernere spiritualmente, cerchiamo d’illuminare una situazione concreta della nostra vi­ta con la luce della fede, in modo che la scelta che facciamo vada per il cammino dell’amore­vole disegno di Dio, che ricerca il bene per noi.


Tutto ciò che ci aliena dalla vita nello Spirito diventa un ostacolo per un buon discernimento spirituale. È responsabilità di ciascuno individuare nel proprio foro interiore gli ostacoli per un retto pensare e un retto agire: testardaggine, impazienza, superbia, autosufficienza, pigrizia mentale, o qualunque altro.


Presentiamo qui di seguito una selezione di testi di autori cristiani che trattano del discerni­mento spirituale.


 


1. DIADOCO DI FOTICA


 


Diadoco, vescovo di Fotica nell’Epiro, è uno dei grandi asceti del V secolo, poco si sa della sua vita. Fozio menziona il “vescovo di Fotica, di nome Diadoco” tra gli avversari dei monofisiti[7] durante la celebrazione del Concilio di Calcedonia (451), in cui si condannò detta eresia. La sua firma compare in una lettera indirizzata all’imperatore Leone dai vescovi dell’Epiro dopo l’assas­sinio di Proterio vescovo d’Alessandria, per mano dei monofisiti, l’anno 457. Morì probabilmente verso il 468. La sua opera più importante, Kεϕάλαια γνωστικά ρ′ (De perfectione spirituali capita centum o I cento capitoli gnostici), è un manuale d’ascetismo, che ha esercitato uno straordinario influsso sulla formazione della dottrina e terminologia mistica e sull’ascetica cristiana. L’autore non solo mostra il vero cammino verso la perfezione, ma cerca anche di distinguere tra veri e falsi mezzi per tendere a essa, chiarire concetti ed eliminare fraintendimenti.


 


Riportiamo di seguito i capp. 30, 31 e 33 della sua opera principale, I cento capitoli gnostici. In essi, l’autore traccia un’analogia tra il senso corporeo del gusto e il suo appetito per le cose belle e gradevoli al palato e il senso dell’intelletto come “gusto divino” orientato alle dolcezze spirituali. Ricorda che così com’è proprio dell’uomo naturale lasciarsi influenzare dalle “dolcezze terrene”, l’intelletto colmato dalla grazia divina (Spirito Santo) si orienta alle realtà spirituali.


Diadoco rileva altresì la necessità d’essere vigili e attenti alle insinuazioni di Satana così come all’influenza nefasta dei “logismoi”[8] e perciò prescrive un metodo proprio della tradizione esicasta[9]: la concentrazione o il costante ricordo in un’orazione o formula a somiglianza del mantra indù o del dhikr islamico.


 


CAPITOLI GNOSTICI N° 30, 31 E 33[10]



  1. Per senso intellettivo s’intende un gusto preciso di ciò che si discerne. Infatti allo stesso modo in cui mediante il nostro senso corporeo del gusto, quando godiamo buona salute, discer­niamo senza errore le cose buone dalle cattive e ci indirizziamo verso quelle che ci fanno bene[11], così anche il nostro spirito, quando comincia a muoversi sanamente in piena libertà da affanni, può sentire abbondantemente la consolazione divina senza mai farsi prendere da quella opposta. Come il corpo, infatti, per gustare le dolcezze della terra possiede l’infallibile espe­rienza del senso, così anche la mente, quando esulta al di sopra dei consigli della carne, può gustare senza errore la consolazione dello Spirito Santo («Gustate – dice infatti la Scrittura – e vedete che buono è il Signore»[12]) e conservare intatto per effetto dell’amore il ricordo del gusto, per cui distinguiamo con sicurezza ciò che più importa, secondo che dice san Paolo: «E per questo prego: che il vostro amore più e più ancora abbondi in conoscenza e in pienezza di senso, perché possiate distinguere ciò che più importa»[13].


 



  1. Quando il nostro spirito comincia a sentire la consolazione dello Spirito Santo, allora anche Satana consola l’anima quasi con un senso di falsa dolcezza che intervalli il riposo not­turno, quando cioè si cede a un sonno leggerissimo solo per un breve istante. Se allora l’in­gannatore si accorge che lo spirito si attacca al santo nome del Signore Gesù[14] con un intenso fervido ricordo, e che si serve di questo santo e glorioso nome a mo’ di arma contro le sue mistificazioni, recede dall’insidia e da quel momento combatte l’anima in una guerra aperta. Di conseguenza, riconoscendo esattamente le mistificazioni del maligno, lo spirito progredisce sempre più nell’esperienza del giudizio[15].


 



  1. Talora accade che l’anima si accenda d’amor di Dio per un moto che sicuramente la fa tendere verso di lui e che perciò non è frutto di fantasia. Essa allora quasi trascina con sé anche il corpo fino alle profondità di quell’amore ineffabile, sia che colui il quale è sotto l’influsso della grazia divina stia sveglio, sia che egli cada in quella parvenza di sonno di cui abbiamo parlato; in tale condizione l’anima non pensa a nient’altro che a quello verso cui si muove: si sappia bene che allora si è sotto l’azione dello Spirito Santo. Infatti tutta deliziata da quella dolcezza indicibile a nient’altro può allora pensare, perché gode di una gioia incrollabile.


Ma altre volte accade che lo spirito, pur se sotto l’influsso della grazia divina, concepisca un dubbio qualsiasi o un pensiero impuro. Anche se esso allora si è servito del santo nome per difendersi dal maligno – non però unicamente per amore di Dio –, si comprenda bene che allora sotto l’apparenza di quella gioiosa consolazione vi è l’ingannatore; tale gioia, del tutto confusa e scomposta, è propria del nemico che vuole fare dell’anima un’adultera. Quando infatti egli si accorge che lo spirito è decisamente fiero dell’esperienza del suo senso, allora suggestiona l’anima – come già detto – con certe consolazioni solo apparentemente buone, perché essa pro­strata da quella vana e morbida dolcezza si accoppi con l’ingannatore senza rendersene conto.


Questi sono i Segni di riconoscimento dello Spirito veritiero e dello spirito ingannatore.


È certamente impossibile sia gustare col senso spirituale la divina bontà, sia sperimentare sensibilmente l’amarezza dei demoni, se non ci si convince pienamente che la grazia ha stabilito la sua dimora nei profondi recessi dello spirito, e che gli spiriti maligni stazionano sempre vigili per attaccare da ogni parte il cuore; la qual cosa giammai i demoni vogliono sia creduta dagli uomi­ni, temendo che lo spirito, avutane esatta conoscenza, si armi contro di essi del ricordo di Dio.


 


2. SAN GIOVANNI CLIMACO


 


San Giovanni lo Scolastico è noto soprattutto con il suo soprannome Climaco, che deriva dalla trascrizione latina “della scala”, tratta dal titolo della sua opera principale: La Scala del Paradiso. I suoi dati biografici sono scarsi. Nato intorno al 579, entrò nel monastero del Monte Sinai all’età di sedici anni. A venti, fece la professione di fede secondo la regola del monastero, fino a quando de­cise di vivere da eremita. Dio lo favorì con il dono delle lacrime, e la sua fama di santità crebbe a tal punto che i monaci lo elessero come abate: aveva allora sessant’anni. La sua morte avvenne intorno all’anno 649.


Considerato un dottore universale, San Giovanni Climaco approfondì il cammino ascetico che può attraversare ogni cristiano. La Scala del Paradiso, libro di grande ricchezza interiore ed enor­me popolarità, sviluppa l’idea dell’ascesa dell’anima sotto la guida dello Spirito Santo, a somi­glianza con Cristo. Il titolo di quest’opera ricorda la scala di Giacobbe. È divisa in trenta scalini, e si possono considerarvi due parti principali: la prima riguarda i ventitré capitoli iniziali e tratta della lotta contro i vizi; i rimanenti sette capitoli ruotano attorno all’acquisizione delle virtù.


 


In San Giovanni Climaco, il discernimento non deve essere assimilato, senza ulteriori preci­sazioni, alla ragione, al pensiero, alla facoltà di conoscenza analitica, indiretta, mediata e di ca­rattere individuale. Non si tratta di ragionare o pensare a quel che si deve fare in una determi­nata situazione, per contro l’autore chiarisce bene la natura spirituale di questa facoltà illumi­nata dalla Grazia divina che permette di percepire la volontà di Dio “in ogni occasione, in ogni luogo e in ogni circostanza”. Il discernimento (qui chiamato “occhio dell’anima”), sarebbe quin­di l’applicazione al dominio contingente della Sapienza divina insufflata in un cuore puro. Vale a dire, la Grazia dello Spirito Santo la riceve solo un’anima vuota e distaccata da ogni identifi­cazione con le cose sensibili e con le creature. In definitiva si tratta di ordinare e allineare la volontà umana a quella divina, così che il cristiano voglia solo quello che vuole Dio.


Quanto segue è una selezione di frammenti corrispondenti al ventiseiesimo gradino del Scala Santa, in cui l’autore affronta il problema del discernimento spirituale.


 


SCALA PARADISI. GRADINO XXVI: DISCREZIONE DEI PENSIERI, DELLE PASSIONI, DELLE VIRTÙ.[16]



  1. La discrezione[17], per i principianti, è la precisa cognizione di se stessi; per i proficienti, è un sentimento dell’anima, il quale può discernere senza errore il vero bene dai beni materiali e dal male; per i perfetti, è una cognizione, che proviene da illuminazione divina e che può con la sua luce illuminare anche le tenebre degli altri. – O forse anche, in complesso, la discrezione è, e viene intesa, come l’adempimento della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza, quale essa si presenta solo a quelli che hanno puro il cuore, il corpo e le labbra.


Chi ha abbattuto questi tre vizi ha vinto anche gli altri cinque; chi trascura gli uni, non vince nemmeno gli altri. – La discrezione suppone purezza di coscienza e di sentimenti.



  1. L’anima, che è del tutto spirituale, è pure rivestita d’un senso spirituale, che non ces­siamo mai di ricercare in noi, anche quando in noi intorpidisse. Ravvivato quello, i sensi esterni cesseranno di adempire le loro funzioni a modo loro. Questo è il valore del motto che disse un Savio intelligente: «E troverai il senso divino»!

  2. Quando si hanno cattivi pensieri, altro è pregare, altro resistervi, e altro disperderli e sgominarli del tutto. Al primo allude colui che prega: Signore, accorri in mio aiuto[18] e simili in­vocazioni; al secondo chi afferma: Saprò che cosa rispondere a chi mi insulta[19] contradicendo­gli; e altrove: Ci hai reso oggetto di contesa ai nostri nemici[20]; al terzo chi cantò: Tacqui e non aprii bocca[21] e Posi alle mie labbra un fermaglio, finché l’empio stette in faccia a me[22]; e altrove: I superbi agivano contro di me, iniquamente, in tutti i modi; ma io non ho levato mai il mio sguardo da Te[23]. – Di queste armi la seconda si unisce talora alla prima, perché da sola sarebbe insufficiente; la prima però non riesce mai a cacciare il nemico mediante la seconda; la terza invece sopprime i suoi nemici assolutamente.

  3. Troppo è intelligente e fine l’occhio dell’anima, e, dopo gli Angeli, è superiore a ogni altra creatura vivente; e quindi quelli, che sono inclinati alle passioni, riusciranno spesso a scor­gere nell’anima altrui i pensieri passionali, per l’affetto che loro portano, specialmente quando non sono immersi essi stessi nel fango dei vizi …

  4. Come la cervabruciante di sete, anela ai ruscelli[24] così i religiosi desiderano cono­scere la santa volontà di Dio, non solo, ma anche la volontà mista, e perfino il suo contrario. – Su questo punto avrei realmente molto da dire e non poca difficoltà di spiegarmi: cioè quali azioni, adatte a noi, si debbano fare senza ombra di esitazione (secondo colui che dice «Guai a chi differisce di giorno in giorno»[25] e a chi, avendo tempo, aspetta tempo) e quali con arte e circospezione (come avverte chi dice « Secondo il disegnosi fa la guerra»[26]; e altrove «Tutto si faccia con decoro e ordine»)[27].


Certo non è di qualunque capita tra i piedi, intuire e valutare con immediatezza imprese difficili, poiché colui, che era pieno di Dio e in lui parlava lo Spirito Santo, pare che abbia chie­sto intuizione più d’una volta, e in particolare quando dice: Insegnami a fare la tua volontà, perché sei il mio Dio[28]; e in un altro punto: Guidami per la via vera[29]; e altrove: Fammi conoscere le vie, per cui andare, onde elevarmi a Te[30] da tutte le miserie della vita e dei vizi.


Coloro che vogliono conoscere la volontà di Dio, devono morire a se stessi; e, pregando i Padri, e anche i fratelli, con fiducia e schietta semplicità, e interrogandoli con umiltà e docilità, riceverne i consigli come dalle labbra di Dio, anche se quello che dicono è contrario alle loro vedute, e gli interrogati non siano persone tanto spirituali: Iddio non è ingiusto, da lasciare che vengano ingannate anime, che si sottopongono ai consigli altrui con fiducia e ingenuità, nem­meno nel caso che chi risponde, non sia fior di sapienza, perché chi parla per mezzo loro è l’Immateriale e l’Invisibile.



  1. Quelli che seguono in perfetta buona fede la regola indicata, sono pieni di bella umiltà. Se colui affidò il suo enigma al Salterio[31] immaginarsi quanto un’anima intelligente e dotata di ragione, sia da più del suono della lira![32].


Chi attraverso il lume divino possiede Iddio in sé, nel secondo caso suole venire illuminato da Dio senza ritardo, sia negli affari urgenti, sia negli affari non urgenti: la perplessità e il rima­nere impacciato a lungo, è indizio non di essere illuminato, ma attaccato al proprio parere. Dio non è ingiusto, da respingere da Sé chi picchia alla sua porta[33] con umiltà. Dio guarda l’inten­zione, sia in ciò che occorresse far subito, sia in ciò che bisognasse differire. Tutto quello che non ha difetto, né macchia, e si opera per il Signore e non per altro fine, anche se non fosse buono sotto ogni aspetto, ci sarà attribuito a merito ugualmente. Le ricerche troppo elevate, non sono scevre da pericoli; il giudizio di Dio sul conto nostro, a noi riesce imperscrutabile.


Talora poi Iddio provvidenzialmente vuole nascondere la sua volontà, sapendo che noi, anche conoscendola, non la eseguiremmo, e la nostra responsabilità sarebbe maggiore. – Il cuor retto evita le circonvoluzioni, navigando tranquillo entro la barca dell’innocenza.



  1. I loro insegnamenti [dei Padri] ci sono lucerna nelle tenebre, sono richiamo agli erranti, guida di quelli, che vanno a tastoni …


Chi ha la discrezione, dà la salute, e guarisce dalle malattie.


 


continua................   


Fraternamente CaterinaLD

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Rivista di Studi Tradizionali




Il discernimento spirituale nel cristianesimo


di abggallardo



 





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«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,


un virgulto germoglierà dalle sue radici.


Su di lui si poserà lo spirito del Signore,


spirito di sapienza e di intelligenza,


spirito di consiglio (discernimento) e di fortezza,


spirito di conoscenza e di timore del Signore.»[1]


 


«Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»[2]


 


«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.»[3]


 


«Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, an­che le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.»[4]


 


«Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono.»[5]


 


«Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.»[6]


 


INTRODUZIONE


 


In generale, il discernimento è l’azione con cui si cerca di distinguere, differenziare tra due cose che in linea di massima ci appaiono come buone. Nel linguaggio colloquiale possiamo dire che una persona “senza discernimento” è quella che prende le cose alla leggera, che non è ca­pace di fare un giudizio accurato sulla realtà né di agire conseguentemente in una determinata situazione. La mancanza di discernimento può portare, in questo senso, ad agire senza soppesare quel che si fa né misurare bene le conseguenze dei propri pensieri, parole o azioni.


Tuttavia, qui si parla di un discernimento “spirituale”. Che significa questo? Le Sacre Scrit­ture ci offrono lumi preziosi per capire che significa discernere spiritualmente. Esse rivelano l’esistenza nell’uomo di una lotta o combattimento interiore intrapreso nell’anima umana: sono l’“uomo vecchio” e l’“uomo nuovo”; l’uomo del peccato e l’uomo redento da Cristo e illumi­nato dallo Spirito Santo. A nostra conoscenza, niente illustra meglio questa tensione, che lacera l’anima umana tra il vizio e la virtù, della citazione biblica da Romani, 7, 15-24 che abbiamo riprodotto all’inizio del presente articolo.


Per poter discernere qual è la volontà di Dio, qual è il Suo Progetto di salvezza per noi, San Paolo ci dice che è fondamentale che ci trasformiamo interiormente secondo l’“uomo nuovo” che è Cristo. Il rinnovamento della mente cui allude l’apostolo Paolo non si produce tanto per l’azione di una legge esterna, ma inizia dentro l’uomo, dall’intima illuminazione dello Spirito Santo che ci rende capaci di distinguere il bene dal male e di seguire il cammino del bene. Questo intendiamo quando parliamo di un discernimento spirituale. Si tratta di un’azione che non soltanto si realizza dall’interno, ma che altresì deve compiersi sempre in presenza e sotto l’azione dello Spirito di Dio.


Alla luce di quanto detto, potremmo definire il discernimento spirituale come un esercizio interiore che ci porta a esaminare e distinguere quali situazioni, persone o cose ci aiutano a seguire il Progetto di Dio e per contro quali ci discostano da esso. In questa maniera, aperti all’azione dello Spirito Santo che ci illumina e ci spinge, potremo dare alla nostra vita un orientamento che ci porti alla vera felicità.


Al discernere spiritualmente, cerchiamo d’illuminare una situazione concreta della nostra vi­ta con la luce della fede, in modo che la scelta che facciamo vada per il cammino dell’amore­vole disegno di Dio, che ricerca il bene per noi.


Tutto ciò che ci aliena dalla vita nello Spirito diventa un ostacolo per un buon discernimento spirituale. È responsabilità di ciascuno individuare nel proprio foro interiore gli ostacoli per un retto pensare e un retto agire: testardaggine, impazienza, superbia, autosufficienza, pigrizia mentale, o qualunque altro.


Presentiamo qui di seguito una selezione di testi di autori cristiani che trattano del discerni­mento spirituale.


 


1. DIADOCO DI FOTICA


 


Diadoco, vescovo di Fotica nell’Epiro, è uno dei grandi asceti del V secolo, poco si sa della sua vita. Fozio menziona il “vescovo di Fotica, di nome Diadoco” tra gli avversari dei monofisiti[7] durante la celebrazione del Concilio di Calcedonia (451), in cui si condannò detta eresia. La sua firma compare in una lettera indirizzata all’imperatore Leone dai vescovi dell’Epiro dopo l’assas­sinio di Proterio vescovo d’Alessandria, per mano dei monofisiti, l’anno 457. Morì probabilmente verso il 468. La sua opera più importante, Kεϕάλαια γνωστικά ρ′ (De perfectione spirituali capita centum o I cento capitoli gnostici), è un manuale d’ascetismo, che ha esercitato uno straordinario influsso sulla formazione della dottrina e terminologia mistica e sull’ascetica cristiana. L’autore non solo mostra il vero cammino verso la perfezione, ma cerca anche di distinguere tra veri e falsi mezzi per tendere a essa, chiarire concetti ed eliminare fraintendimenti.


 


Riportiamo di seguito i capp. 30, 31 e 33 della sua opera principale, I cento capitoli gnostici. In essi, l’autore traccia un’analogia tra il senso corporeo del gusto e il suo appetito per le cose belle e gradevoli al palato e il senso dell’intelletto come “gusto divino” orientato alle dolcezze spirituali. Ricorda che così com’è proprio dell’uomo naturale lasciarsi influenzare dalle “dolcezze terrene”, l’intelletto colmato dalla grazia divina (Spirito Santo) si orienta alle realtà spirituali.


Diadoco rileva altresì la necessità d’essere vigili e attenti alle insinuazioni di Satana così come all’influenza nefasta dei “logismoi”[8] e perciò prescrive un metodo proprio della tradizione esicasta[9]: la concentrazione o il costante ricordo in un’orazione o formula a somiglianza del mantra indù o del dhikr islamico.


 


CAPITOLI GNOSTICI N° 30, 31 E 33[10]



  1. Per senso intellettivo s’intende un gusto preciso di ciò che si discerne. Infatti allo stesso modo in cui mediante il nostro senso corporeo del gusto, quando godiamo buona salute, discer­niamo senza errore le cose buone dalle cattive e ci indirizziamo verso quelle che ci fanno bene[11], così anche il nostro spirito, quando comincia a muoversi sanamente in piena libertà da affanni, può sentire abbondantemente la consolazione divina senza mai farsi prendere da quella opposta. Come il corpo, infatti, per gustare le dolcezze della terra possiede l’infallibile espe­rienza del senso, così anche la mente, quando esulta al di sopra dei consigli della carne, può gustare senza errore la consolazione dello Spirito Santo («Gustate – dice infatti la Scrittura – e vedete che buono è il Signore»[12]) e conservare intatto per effetto dell’amore il ricordo del gusto, per cui distinguiamo con sicurezza ciò che più importa, secondo che dice san Paolo: «E per questo prego: che il vostro amore più e più ancora abbondi in conoscenza e in pienezza di senso, perché possiate distinguere ciò che più importa»[13].


 



  1. Quando il nostro spirito comincia a sentire la consolazione dello Spirito Santo, allora anche Satana consola l’anima quasi con un senso di falsa dolcezza che intervalli il riposo not­turno, quando cioè si cede a un sonno leggerissimo solo per un breve istante. Se allora l’in­gannatore si accorge che lo spirito si attacca al santo nome del Signore Gesù[14] con un intenso fervido ricordo, e che si serve di questo santo e glorioso nome a mo’ di arma contro le sue mistificazioni, recede dall’insidia e da quel momento combatte l’anima in una guerra aperta. Di conseguenza, riconoscendo esattamente le mistificazioni del maligno, lo spirito progredisce sempre più nell’esperienza del giudizio[15].


 



  1. Talora accade che l’anima si accenda d’amor di Dio per un moto che sicuramente la fa tendere verso di lui e che perciò non è frutto di fantasia. Essa allora quasi trascina con sé anche il corpo fino alle profondità di quell’amore ineffabile, sia che colui il quale è sotto l’influsso della grazia divina stia sveglio, sia che egli cada in quella parvenza di sonno di cui abbiamo parlato; in tale condizione l’anima non pensa a nient’altro che a quello verso cui si muove: si sappia bene che allora si è sotto l’azione dello Spirito Santo. Infatti tutta deliziata da quella dolcezza indicibile a nient’altro può allora pensare, perché gode di una gioia incrollabile.


Ma altre volte accade che lo spirito, pur se sotto l’influsso della grazia divina, concepisca un dubbio qualsiasi o un pensiero impuro. Anche se esso allora si è servito del santo nome per difendersi dal maligno – non però unicamente per amore di Dio –, si comprenda bene che allora sotto l’apparenza di quella gioiosa consolazione vi è l’ingannatore; tale gioia, del tutto confusa e scomposta, è propria del nemico che vuole fare dell’anima un’adultera. Quando infatti egli si accorge che lo spirito è decisamente fiero dell’esperienza del suo senso, allora suggestiona l’anima – come già detto – con certe consolazioni solo apparentemente buone, perché essa pro­strata da quella vana e morbida dolcezza si accoppi con l’ingannatore senza rendersene conto.


Questi sono i Segni di riconoscimento dello Spirito veritiero e dello spirito ingannatore.


È certamente impossibile sia gustare col senso spirituale la divina bontà, sia sperimentare sensibilmente l’amarezza dei demoni, se non ci si convince pienamente che la grazia ha stabilito la sua dimora nei profondi recessi dello spirito, e che gli spiriti maligni stazionano sempre vigili per attaccare da ogni parte il cuore; la qual cosa giammai i demoni vogliono sia creduta dagli uomi­ni, temendo che lo spirito, avutane esatta conoscenza, si armi contro di essi del ricordo di Dio.


 


2. SAN GIOVANNI CLIMACO


 


San Giovanni lo Scolastico è noto soprattutto con il suo soprannome Climaco, che deriva dalla trascrizione latina “della scala”, tratta dal titolo della sua opera principale: La Scala del Paradiso. I suoi dati biografici sono scarsi. Nato intorno al 579, entrò nel monastero del Monte Sinai all’età di sedici anni. A venti, fece la professione di fede secondo la regola del monastero, fino a quando de­cise di vivere da eremita. Dio lo favorì con il dono delle lacrime, e la sua fama di santità crebbe a tal punto che i monaci lo elessero come abate: aveva allora sessant’anni. La sua morte avvenne intorno all’anno 649.


Considerato un dottore universale, San Giovanni Climaco approfondì il cammino ascetico che può attraversare ogni cristiano. La Scala del Paradiso, libro di grande ricchezza interiore ed enor­me popolarità, sviluppa l’idea dell’ascesa dell’anima sotto la guida dello Spirito Santo, a somi­glianza con Cristo. Il titolo di quest’opera ricorda la scala di Giacobbe. È divisa in trenta scalini, e si possono considerarvi due parti principali: la prima riguarda i ventitré capitoli iniziali e tratta della lotta contro i vizi; i rimanenti sette capitoli ruotano attorno all’acquisizione delle virtù.


 


In San Giovanni Climaco, il discernimento non deve essere assimilato, senza ulteriori preci­sazioni, alla ragione, al pensiero, alla facoltà di conoscenza analitica, indiretta, mediata e di ca­rattere individuale. Non si tratta di ragionare o pensare a quel che si deve fare in una determi­nata situazione, per contro l’autore chiarisce bene la natura spirituale di questa facoltà illumi­nata dalla Grazia divina che permette di percepire la volontà di Dio “in ogni occasione, in ogni luogo e in ogni circostanza”. Il discernimento (qui chiamato “occhio dell’anima”), sarebbe quin­di l’applicazione al dominio contingente della Sapienza divina insufflata in un cuore puro. Vale a dire, la Grazia dello Spirito Santo la riceve solo un’anima vuota e distaccata da ogni identifi­cazione con le cose sensibili e con le creature. In definitiva si tratta di ordinare e allineare la volontà umana a quella divina, così che il cristiano voglia solo quello che vuole Dio.


Quanto segue è una selezione di frammenti corrispondenti al ventiseiesimo gradino del Scala Santa, in cui l’autore affronta il problema del discernimento spirituale.


 


SCALA PARADISI. GRADINO XXVI: DISCREZIONE DEI PENSIERI, DELLE PASSIONI, DELLE VIRTÙ.[16]



  1. La discrezione[17], per i principianti, è la precisa cognizione di se stessi; per i proficienti, è un sentimento dell’anima, il quale può discernere senza errore il vero bene dai beni materiali e dal male; per i perfetti, è una cognizione, che proviene da illuminazione divina e che può con la sua luce illuminare anche le tenebre degli altri. – O forse anche, in complesso, la discrezione è, e viene intesa, come l’adempimento della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza, quale essa si presenta solo a quelli che hanno puro il cuore, il corpo e le labbra.


Chi ha abbattuto questi tre vizi ha vinto anche gli altri cinque; chi trascura gli uni, non vince nemmeno gli altri. – La discrezione suppone purezza di coscienza e di sentimenti.



  1. L’anima, che è del tutto spirituale, è pure rivestita d’un senso spirituale, che non ces­siamo mai di ricercare in noi, anche quando in noi intorpidisse. Ravvivato quello, i sensi esterni cesseranno di adempire le loro funzioni a modo loro. Questo è il valore del motto che disse un Savio intelligente: «E troverai il senso divino»!

  2. Quando si hanno cattivi pensieri, altro è pregare, altro resistervi, e altro disperderli e sgominarli del tutto. Al primo allude colui che prega: Signore, accorri in mio aiuto[18] e simili in­vocazioni; al secondo chi afferma: Saprò che cosa rispondere a chi mi insulta[19] contradicendo­gli; e altrove: Ci hai reso oggetto di contesa ai nostri nemici[20]; al terzo chi cantò: Tacqui e non aprii bocca[21] e Posi alle mie labbra un fermaglio, finché l’empio stette in faccia a me[22]; e altrove: I superbi agivano contro di me, iniquamente, in tutti i modi; ma io non ho levato mai il mio sguardo da Te[23]. – Di queste armi la seconda si unisce talora alla prima, perché da sola sarebbe insufficiente; la prima però non riesce mai a cacciare il nemico mediante la seconda; la terza invece sopprime i suoi nemici assolutamente.

  3. Troppo è intelligente e fine l’occhio dell’anima, e, dopo gli Angeli, è superiore a ogni altra creatura vivente; e quindi quelli, che sono inclinati alle passioni, riusciranno spesso a scor­gere nell’anima altrui i pensieri passionali, per l’affetto che loro portano, specialmente quando non sono immersi essi stessi nel fango dei vizi …

  4. Come la cervabruciante di sete, anela ai ruscelli[24] così i religiosi desiderano cono­scere la santa volontà di Dio, non solo, ma anche la volontà mista, e perfino il suo contrario. – Su questo punto avrei realmente molto da dire e non poca difficoltà di spiegarmi: cioè quali azioni, adatte a noi, si debbano fare senza ombra di esitazione (secondo colui che dice «Guai a chi differisce di giorno in giorno»[25] e a chi, avendo tempo, aspetta tempo) e quali con arte e circospezione (come avverte chi dice « Secondo il disegnosi fa la guerra»[26]; e altrove «Tutto si faccia con decoro e ordine»)[27].


Certo non è di qualunque capita tra i piedi, intuire e valutare con immediatezza imprese difficili, poiché colui, che era pieno di Dio e in lui parlava lo Spirito Santo, pare che abbia chie­sto intuizione più d’una volta, e in particolare quando dice: Insegnami a fare la tua volontà, perché sei il mio Dio[28]; e in un altro punto: Guidami per la via vera[29]; e altrove: Fammi conoscere le vie, per cui andare, onde elevarmi a Te[30] da tutte le miserie della vita e dei vizi.


Coloro che vogliono conoscere la volontà di Dio, devono morire a se stessi; e, pregando i Padri, e anche i fratelli, con fiducia e schietta semplicità, e interrogandoli con umiltà e docilità, riceverne i consigli come dalle labbra di Dio, anche se quello che dicono è contrario alle loro vedute, e gli interrogati non siano persone tanto spirituali: Iddio non è ingiusto, da lasciare che vengano ingannate anime, che si sottopongono ai consigli altrui con fiducia e ingenuità, nem­meno nel caso che chi risponde, non sia fior di sapienza, perché chi parla per mezzo loro è l’Immateriale e l’Invisibile.



  1. Quelli che seguono in perfetta buona fede la regola indicata, sono pieni di bella umiltà. Se colui affidò il suo enigma al Salterio[31] immaginarsi quanto un’anima intelligente e dotata di ragione, sia da più del suono della lira![32].


Chi attraverso il lume divino possiede Iddio in sé, nel secondo caso suole venire illuminato da Dio senza ritardo, sia negli affari urgenti, sia negli affari non urgenti: la perplessità e il rima­nere impacciato a lungo, è indizio non di essere illuminato, ma attaccato al proprio parere. Dio non è ingiusto, da respingere da Sé chi picchia alla sua porta[33] con umiltà. Dio guarda l’inten­zione, sia in ciò che occorresse far subito, sia in ciò che bisognasse differire. Tutto quello che non ha difetto, né macchia, e si opera per il Signore e non per altro fine, anche se non fosse buono sotto ogni aspetto, ci sarà attribuito a merito ugualmente. Le ricerche troppo elevate, non sono scevre da pericoli; il giudizio di Dio sul conto nostro, a noi riesce imperscrutabile.


Talora poi Iddio provvidenzialmente vuole nascondere la sua volontà, sapendo che noi, anche conoscendola, non la eseguiremmo, e la nostra responsabilità sarebbe maggiore. – Il cuor retto evita le circonvoluzioni, navigando tranquillo entro la barca dell’innocenza.



  1. I loro insegnamenti [dei Padri] ci sono lucerna nelle tenebre, sono richiamo agli erranti, guida di quelli, che vanno a tastoni …


Chi ha la discrezione, dà la salute, e guarisce dalle malattie.


 


continua................   


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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3. SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE


 


Nacque nel 1090, a Fontaine, vicino a Digione (Francia), in una famiglia nobile della Borgo­gna, e morì a Chiaravalle il 21 agosto 1153. Già da giovane manifestò una speciale devozione alla Beata Vergine e nessuno ha mai parlato in maniera più sublime di lui della Regina dei Cieli. Dopo l’immissione nell’Ordine benedettino, nel 1116 fondò una nuova comunità nella Valle d’Assenzio, o Valle dell’Amarezza, nella Diocesi di Langres. Bernardo la chiamò Claire Vallée, da Clairvaux (Chiaravalle). Durante l’assenza del Vescovo di Langres, Bernardo fu investito come Abate da Guglielmo di Champeaux, Vescovo di Châlons-sur-Marne, che vide in lui l’uomo predestinato, servo di Dio. Da quel momento, una forte amicizia nacque tra l’Abate e il Vescovo, che fu professore di teologia a Notre Dame a Parigi e fondatore del convento di San Vittore.


Nel 1119 Bernardo partecipò al primo Capitolo Generale dell’Ordine, convocato da Stefano di Citeaux. Sebbene non ancora trentenne, Bernardo fu ascoltato con la massima attenzione e rispet­to, specialmente quando espose i suoi pensieri circa la rivitalizzazione dello spirito primitivo di regolarità e fervore in tutti gli ordini monastici. Nel 1120 Bernardo scrisse il suo primo libro Da Gradibus Superbiae et Humilitatis e le omelie De Laudibus Mariæ. Inoltre in questo periodo scris­se la sua opera su Grazia e Libero Arbitrio. Nel 1128 Bernardo partecipò al Concilio di Troyes, dove indicò le linee generali della Regola dei Cavalieri Templari, che ben presto divennero l’ideale della nobiltà francese. Bernardo li lodava nel suo De Laudibus Novæ Militiæ, indirizzato a Hughes de Payns, primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio e Priore di Gerusalemme (1129). Quest’opera è un elogio dell’ordine militare fondato nel 1118 e un’esortazione ai cavalieri a com­portarsi con valore nella loro condizione.


Nel 1139 Bernardo ricevette la visita a Chiaravalle di San Malachia, metropolita della Chiesa d’Irlanda, e si stabilì tra loro una stretta amicizia. San Malachia avrebbe volentieri preso l’abito cistercense, ma il Sommo Pontefice non avrebbe dato il suo permesso; tuttavia, egli morì a Chia­ravalle nel 1148.


Nel 1145 Papa Eugenio III incaricò Bernardo di predicare una nuova Crociata, per la quale concesse le stesse indulgenze che Urbano II aveva accordato alla prima. Gli ultimi anni della vita di Bernardo furono rattristati dal fallimento di tale Crociata, la cui intera responsabilità ricadde su di lui. Egli aveva accreditato l’impresa con i miracoli, però non ne aveva garantito il successo con­tro l’inganno e la perfidia di coloro che vi parteciparono.


Papa Pio VIII (1832) gli conferì il titolo di Dottore della Chiesa. I cistercensi l’onorano come solo i fondatori di ordini si onorano, per la meravigliosa ed estesa attività che diede all’Ordine di Citeaux.


 


Nel sermone di cui diamo un estratto, San Bernardo parte da numerose citazioni della Sacra Scrittura che mostrano con crudezza e drammaticità quella guerra santa interiore che è chiamato a fare ogni cristiano. Lo stile marziale e virile del sermone non ci sorprende provenendo dal principale ispiratore dell’Ordine del Tempio con i suoi cavalieri mezzi monaci e mezzi soldati e dal predicatore della seconda Crociata.


Dobbiamo precisare che il termine “carne” usato sia da San Paolo che da San Bernardo così come da molti Padri della Chiesa, non è sinonimo di corpo. La carne, secondo l’antropologia ebraica, designa la persona umana nella sua debolezza, nella sua indigenza privata della Luce dello Spirito. Vale a dire, la carne è l’insieme psicosomatico (corpo e anima individuale), che insieme con lo Spirito (universale) forma la costituzione tripartita umana che sostengono tutte le tradizioni spirituali. Pertanto, qualsiasi ascesi (disciplina) vera deve presentare tanto i sensi corporei quanto le potenze psichiche (memoria, volontà e ragione). È proprio a questa disciplina (fisica e psichica) che fa appello San Bernardo nella sua denuncia delle conseguenze della condotta secondo la carne. Così ci previene di stare in guardia contro i “poteri degli spiriti”, espressione che può riferirsi tanto ai demoni quanto ai cattivi pensieri e ai desideri che scatu­riscono dall’interno dell’uomo. Egli afferma che l’uomo deve diffidare di se stesso, ascoltare la voce di Dio nel suo cuore e discernere tenendo conto della natura e delle conseguenze dei suoi pensieri, parole e azioni.


 


SERMONE XXIII: DEI SETTE SPIRITI [34]



  1. Il maestro dei Gentili, Paolo, prendendo occasione dalla natura spirituale per la quale abbiamo la vita, eccitando i discepoli ad una condotta spirituale, dice: Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spinto[35]. Come se dicesse: Se la carne non giova a nulla, ma è lo spirito che la vivifica, occorre separare ciò che è prezioso da ciò che è vile, e mettere al primo posto la parte più degna, in modo da camminare secondo lo spirito, non secondo la carne. La carne si deve convertire allo spirito, sicché sia essa a servire e non a essere servita, e lo spirito dica al suo servo, il corpo: “Vieni!”, ed esso venga; “fa’ questo”, e lo faccia. Così infatti la no­stra compagna (la carne) sarà come vite carica di frutti, e si salverà per la generazione dei figli[36] che sono le opere buone, se essa sarà negli angoli della nostra casa, cioè in luogo nascosto e umile, e l’anima invece, come padrona, risiederà nel mezzo, come capo-famiglia, come giudice, onde avvenga come è scritto: L’anima mia è sempre nelle mie mani[37]. Maledetto infatti quello spirito che rende peggiore la sua compagna. Maledetto l’uomo che pasce la sterile e non benefi­ca la vedova. E, come attesta l’Apostolo, se vivremo secondo la carne, moriremo, perché quelli che camminano secondo la carne, non possono piacere a Dio, e quelli che seminano nella carne, dalla carne mieteranno corruzione[38]. Se invece con lo spirito mortificheremo le opere della carne, vivremo[39], perché quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio, e coloro che seminano nello Spirito, dallo spirito mieteranno vita eterna.

  2. Prudentemente pertanto, fratelli, e non da stolti, abbiamo scelto per voi una vita spirituale, per cui castighiamo il corpo e lo riduciamo in servitù, e adoriamo Dio, che è Spirito, in spirito e verità. Ma poiché vi sono diverse specie di spiriti, ci è necessaria la discrezione di essi, tanto più che l’Apostolo ci ammonisce non doversi credere ad ogni spirito. Può infatti sembrare ai meno eruditi e a coloro che hanno i sentimenti poco esercitati, che ogni pensiero sia una espressione dello stesso spirito umano, mentre la sicura verità della fede prova che non è così, come lo dimostrano anche le sacre Scritture. Ascolterò, dice il Profeta, non “che cosa dico io”, ma che cosa dice in me il Signore Dio[40]. E un altro Profeta: L’Angelo, dice, che parlava in me, eccetera[41], e dal salmo veniamo a sapere che vengono immesse cose per mezzo di angeli cattivi[42]. Per questo anche l’Apostolo teme che, come il serpente ha sedotto Eva con la sua astuzia, così an­che i cuori dei discepoli ai quali si rivolge siano ingannati da colui, del quale lo stesso Paolo non ignora l’astuzia. Perciò dice: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e carne, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra[43]. Che ci sia poi uno spirito della carne non buono, lo indica chiaramente l’Apostolo, dove attesta che vi sono certuni gonfi di vano orgoglio nella loro mente carnale[44]. Dichiara anche che c’è lo spirito di questo mondo dove si gloria nel Signore per sé e per i suoi discepoli di non averlo accettato, ma di aver ricevuto lo Spirito di Dio, per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato[45].

  3. Questi due sono pertanto satelliti di quel maligno principe delle tenebre, e questo spirito di nequizia domina sia lo spirito della carne, sia lo spirito di questo mondo. Qualunque dunque di questi tre tipi parli allo spirito nostro, non dobbiamo credergli, perché essi hanno sete di sangue, non dei corpi, ma quel che è più grave, del sangue delle anime. Ma poiché hanno tutti una natura superficiale, li conosceremo dalle proposte che ci fanno, e la loro stessa suggestione metterà in chiaro quale sia lo spirito che parla. Lo spirito della carne infatti spinge sempre alla mollezza, lo spirito del mondo alla vanità, mentre lo spirito di malizia dice parole amare. Ogni qualvolta dunque un pensiero carnale viene a importunarci, come capita, per esempio quando, pensando al cibo, alla bevanda, al sonno e ad altre simili cose che riguardano la carne, veniamo presi da un certo desiderio umano, dobbiamo essere certi che in noi parla lo spirito della carne, e allora dobbiamo discacciarlo come un nemico, dicendo: Lungi da me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio[46], ma piuttosto la tua sapienza è nemica di Dio. Quando invece si tratta, non degli allettamenti carnali, ma dell’ambizione del secolo, della iattanza, dell’arroganza o di altri pensieri simili, è lo spirito del mondo che parla nei nostri cuori, nemico questo molto più perni­cioso, e da scacciare con maggiore sollecitudine. Ma talvolta questi satelliti voltano le spalle, e lo stesso principe con grande ira, come leone ruggente, insorge contro di noi. È quando siamo spinti, non ai piaceri della carne o alla vanità del secolo, ma all’ira, all’impazienza, all’invidia, all’amarezza. Il demonio s’insinua importunamente per farci notare se qualche cosa è stata fatta o detta poco amichevolmente o con poca discrezione, se in qualche azione o segno ci possa essere occasione di sdegno o materia di sospetto. A tali pensieri bisogna resistere come prove­nienti dal diavolo stesso, e occorre guardarsene come dalla perdizione stessa. Poiché sta scritto: Con la vostra pazienza salverete le vostre anime[47].

  4. Capita tuttavia qualche volta che, il nostro spirito, vinto spesso da qualcuno di questi tre, e divenuto suo schiavo, ahimè!, fa le veci di quello a suo danno, di modo che, anche senza sugge­stione dell’altro spirito, l’anima, da se stessa, concepisce pensieri, o voluttuosi, o vani, o amari. Ora penso che non sia facile discernere quando sia il nostro spirito che parla in noi, e quando invece esso ascolti uno qualsiasi degli altri tre che parla. Ma che importa chi parli, dal momento che dicono tutti la stessa cosa? Che cosa importa conoscere la persona di chi parla, quando si sa che è pernicioso quello che viene detto? Se è il nemico che tenta, resisti virilmente al nemico; se è il tuo stesso spirito che suggerisce il male, sgridalo e piangi miserevolmente perché è precipi­tato in tanta miseria e si è ridotto a tale miserabile schiavitù.

  5. Ogni qualvolta invece la mente viene occupata da salutari pensieri circa la mortificazione del corpo, la conservazione dell’unità, la pratica della carità tra i fratelli o l’acquisto di altre virtù, la loro conservazione, il loro sviluppo, allora è certamente lo Spirito di Dio che parla, o direttamente, o tramite il suo angelo. E a quel modo che è stato detto dello spirito umano e di quello diabolico, così si può dire di quello angelico e divino, e non è facile discernere chi sia che parla, né è pericoloso ignorarlo, specialmente se pensiamo che l’angelo buono non parla mai da se stesso, ma è Dio che parla in lui.

  6. Pertanto, consideriamo ora in quale maniera udire, o piuttosto, con quanta indignazione rigettare le suggestioni di quegli spiriti maligni, stornando i nostri orecchi per non udire il san­gue e la sapienza, che viene dalla carne e dal sangue, prendendo anche fin dall’inizio i piccoli di Babilonia, cioè i pensieri mondani, e sbattendoli contro la pietra, discacciando anche lo stesso maligno con tutte le sue tentazioni dal nostro cuore e riducendolo al nulla. Accettando invece con tutta devozione quei pensieri che ci portano alla giustizia e alla verità, rendiamo grazie alla divina degnazione, né ci capiti di essere trovati un giorno ingrati a così grande benignità, sa­pendo che è lui stesso che parla la giustizia, lui, la cui parola è verità. Com’è temerario infatti, anzi, quanto è cosa sciocca se, mentre ci parla il Signore della maestà, noi non prestiamo ascol­to, e rivolgiamo la nostra attenzione a non so quali inezie! Quale grande ingiuria è questa e di quali castighi meritevole, mentre un vilissimo verme disdegna di ascoltare il Creatore di tutte le cose che si rivolge a lui? Quanto è grande l’ineffabile degnazione della divina bontà, che vede ogni giorno come noi chiudiamo le orecchie e induriamo il cuore, e ciononostante grida verso di noi, e continuamente fa risuonare la sua voce nelle piazze? Veramente nelle piazze, perché nella larghezza della carità. Ecco infatti che tu non hai bisogno dei miei beni, o Signore, e tuttavia dici: Ritornate a me, figli dell’uomo[48]; e di nuovo vai gridando: Ritorna, ritorna, Sunamite; ritorna, vogliamo ammirarti[49].


[1] Isaia, 11, 1-2.


[2] Romani, 7, 15-24.


[3] Romani, 12, 2.


[4] I Corinti, 2, 10-16.


[5] I Tessalonicesi, 5,21.


[6] I Giovanni, 4, 13.


[7] Eresia cristologica che nega l’esistenza di due nature (la divina e l’umana), nella Persona divina del Verbo (Cristo).


[8] Pensieri (non necessariamente cattivi) che turbano la pace dello spirito e fanno capovolgere l’anima del credente.


[9] Esicasmo (da hesychia, tranquillità, pace) è una via iniziatica nella tradizione cristiana ortodossa, mantenutasi sul Monte Athos (Grecia). Il metodo esicasta propone di ricondurre la mente al cuore tramite la quietudine dei pensieri attraverso tecniche respiratorie e la recitazione di una formula che è solitamente la “Preghiera di Gesù”: Signore, abbi pietà di me, peccatore! (Luca, 18, 13).


[10] Cfr. Diadoco, Cento considerazioni sulla Fede, traduzione a cura di Vincenzo Messana, Città Nuova Editrice, Roma, 1978.


[11] Letteralmente “utili”.


[12] Salmi, 33, 9.


[13] Filippesi, 1, 9-10.


[14] Diadoco sottolinea l’importanza della Preghiera di Gesù.


[15] Il ricordo incessante di Dio, unito all’invocazione del Suo santo Nome, appare come fonte di discer­nimento.


[16] Estratti. Cfr. S. Giovanni Climaco, Scala Paradisi, Società Editrice Internazionale, Torino, 1941, a cura del Sac. Pietro Trevisan.


[17] Il termine “discrezione” qui utilizzato nella traduzione del testo di S. Giovanni Climaco, così come in seguito in quella di San Bernardo di Chiaravalle, deriva dal latino discretiònem da discrètus, p.p. di discèrnere, composto dalla particella dis (due volte, esprimente separazione, divisione) e cernere (separare una cosa da un’altra). Vista l’etimologia comune con “discernimento” manteniamo l’utilizzo di questi due termini considerandoli come sinonimi.


[18] Salmi, 69, 2.


[19] Salmi, 118, 42.


[20] Salmi, 79, 7.


[21] Salmi, 38, 10.


[22] Salmi, 38, 2.


[23] Salmi, 118, 51.


[24] Salmi, 41, 2.


[25] Ecclesiaste, 5, 8.


[26] Proverbi, 24, 6.


[27] I Corinzi, 14, 40.


[28] Salmi, 142, 10.


[29] Salmi, 24, 5.


[30] Salmi, 142, 8.


[31] Salmi, 48, 5.


[32] Senso: Il Salmista rivela i suoi segreti alla sua cetra; e tanto più volentieri Iddio li affida all’anima fiduciosa.


[33] Matteo, 7, 7.


[34] Estratto. Cfr. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni diversi, traduzione di Domenico Turco, Edizioni Vivere In, Roma, 1997.


[35] Galati, 5, 25.


[36] I Timoteo, 2, 15.


[37] Salmi, 118, 109.


[38] Romani, 8, 13; 8, 1-8; Galati, 6, 8.


[39] Romani, 8, 13-14.


[40] Salmi, 84, 9.


[41] Zaccaria, 1, 9.


[42] Salmi, 77, 49.


[43] Efesini, 6, 12.


[44] Colossesi, 2, 18.


[45] I Corinti, 2, 12.


[46] Marco, 8, 33.


[47] Luca, 21, 19.


[48] Salmi, 89, 3.


[49] Cantico, 6, 12.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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15/11/2017 16.04
 
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Il processo a Gesù commentato da alcuni Padri della Chiesa

San Giovanni Crisostomo dice: «Quel consesso aveva solo l’apparenza di un tribunale; di fatto era una spelonca di assassini sitibondi di sangue (con molta sete di sangue, ndR). Per questo il Signore intese rimproverarli non rispondendo alle loro domande» (Omelia LXXXV, In Mt.; Cf. «Letture sulla passione di Gesù Cristo», G. Pesce, Ed. Desclée & C, riedizione introdotta da P. Teodoro Foley, Generale dei Passionisti, 20 dicembre 1964, III. Commento dei santi Padri, pagine 302, 303, 304 e 305).

Origene commenta: «Caifa scongiurò Gesù Cristo e gli comandò di dirgli se egli veramente era il Figlio di Dio. Uomo diabolico; Satana, per ben due volte chiese a Gesù Cristo: dimmi se tu sei il Figlio di Dio. Caifa, ripetendo la stessa domanda, imitò Satana, suo padre» (Trattato XXXV, In Ut.; Ivi).

San Beda aggiunge: «Caifa nella sua domanda, si mostrò peggiore di Satana, poiché il fine di ottenere dalla bocca del Signore la confessione della verità, era di calunniarlo e condannarlo a morte» (In Lc.; Ivi.).

Sant’Ilario dice: «Osservate: Caifa si stracciò le vesti al momento nel quale Gesù si dichiarò Figlio di Dio, il vero Messia alla presenza di tutta la nazione ebraica, riunita nella persona dei suoi capi. Ciò significa, che, appena il divino Redentore - legalmente e solennemente - scoprì la vera sua natura e la sua vera missione, cessarono tutte le ombre, che erano state destinate a figurarlo. Cessò il sacerdozio di Aronne; scomparve la legge, dinanzi al Vangelo; si squarciarono i veli delle sacre Scritture, figurati nelle vesti sacerdotali» (Canone XXXII, In Mt.; Ivi).

San Girolamo commenta: «Caifa, sacerdote ebraico, stracciò le sue proprie vesti; mentre i soldati gentili conservarono intatta la veste di Gesù sul Calvario. Ciò indica che il sacerdozio di Cristo, figurato nella sua veste inconsutile, sarebbe restato perpetuamente intatto presso i popoli pagani divenuti cristiani; mentre rimaneva scisso e abolito per sempre presso il popolo ebraico» (In Mt.; Ivi).

Particolarmente significativa è la sentenza di Papa san Leone I, detto Magno: «Il buffone sacrilego (Caifa, ndR), reprime la sua allegrezza interna, mentre affetta al di fuori raccapriccio, orrore; compone a mestizia il volto, mentre tripudia nel cuore; si mostra sacerdote zelante dell’onor di Dio vilipeso, mentre sfoga il suo odio crudele; e per fare più profonda impressione sul popolo spettatore, si abbandona a moti violenti, a smanie da uomo profondamente addolorato, mentre era tutta ipocrisia (…). Infelice Caifa! Egli non comprese il tremendo mistero che compiva con quella frenesia sacrilega. Stracciandosi le insegne sacerdotali, si dissacrò con le stesse sue mani; si privò egli medesimo dell’onore e della dignità di Grande Sacerdote; egli stesso, reo e carnefice, eseguì sopra se stesso questa sua obbrobriosa condanna» (Sermone IV, De Passione …; Ivi).

Ne approfitto di queste poche righe per riportare ancora il pensiero di san Girolamo, tratto da san Tommaso D’Aquino, «Catena Aurea in quatuor Evangelia», Expositio in Matthaeum, cap. 26, lectio 16, Taurini editum, 1953: «Hieronymus. Per hoc autem quod scidit vestimenta sua, ostendit Iudaeos sacerdotalem gloriam perdidisse, et vacuam sedem habere pontificis. Dum enim vestem sibi discidit, ipsum quo tegebatur vestimentum legis abrupit».

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Dove si legge: Cercavano false testimonianze ecc..., era già stabilito che Gesù doveva morire (Gv. 11, 50), si cercava solo di dare un’apparenza di legalità alla condanna. Non le trovavano ecc...: affine di poter condannare un uomo, la legge (Dt. 19, 14-15) richiedeva almeno due testimoni che, separatamente interrogati, fossero pienamente d’accordo nelle loro testimonianze. Costui ha detto ecc...: nei primordi del suo pubblico ministero Gesù aveva detto una frase consimile, ma non identica: «Disfate questo tempio, e io in tre giorni lo rimetterò in piedi».

La deposizione dei due testimoni non era quindi esatta quanto alla lettera, e meno ancora quanto al senso, poiché Gesù aveva parlato non del tempio materiale ma del tempio che era il suo corpo. L’accusa però era grave; venendo la bestemmia contro il tempio punita colla morte. Ma nelle parole di Gesù non v’era ombra di bestemmia, poiché promettendo egli di edificare un nuovo tempio, non veniva per nulla a disprezzare il culto di Dio. Ti scongiuro ecc...: Caifa non trovando sufficiente l’accusa dei due testimoni, e non avendo potuto ottenere alcuna risposta da Gesù, gli fa una nuova domanda sulla qualità di Messia e di Figlio di Dio, che Egli aveva tante volte a sé rivendicata, costringendolo a rispondere con un giuramento.

Ti scongiuro, cioè ti faccio giurare per Dio vivo, che ci dica se tu sei il Messia, e il Figlio di Dio. Queste ultime parole «Figlio di Dio» non sono sinonime di «Messia», ma vanno intese nel loro stretto e proprio senso di figlio naturale di Dio. Caifa e i membri del Sinedrio sapevano troppo bene che Gesù aveva affermato di essere Figlio naturale di Dio, e non potevano ingannarsi sul senso delle sue parole. Tu l’hai detto, cioè sì, io sono il Messia e il Figlio di Dio. Con giuramento solenne davanti al più alto consesso della nazione, Gesù afferma la sua divinità, rivendica a sé tutti i diritti e la potestà del Padre, e la qualità suprema di giudice di tutta l’umanità. Fra poco, Egli dice, vedrete il Figliuolo dell’uomo sedere alla destra della virtù di Dio (Sal. 109, 1), cioè regnare con Dio e far manifesta la sua potenza divina; lo vedrete venire sulle nubi del cielo (Dan. 7, 13), vale a dire come giudice supremo.

Fra poco conosceranno che Egli è Dio, quando saranno stati testimoni della sua risurrezione, della Pentecoste ecc... e, a suo tempo, ma specialmente alla fine del mondo, lo vedranno venire come giudice supremo. Stracciò le sue vesti ecc...: Caifa comprese la portata delle parole di Gesù, e in segno di orrore per la presunta bestemmia straccia da 7 a 8 centimetri le sue vesti, come solevano fare gli Ebrei per mostrare il loro dolore. Da presidente del tribunale, egli si fa accusatore, e pronunzia una sentenza senza aver sentito alcun testimonio a discolpa dell’accusato, senza concedere all’accusato il tempo per preparare la sua difesa. È reo di morte. La sentenza è pronunziata. Gesù deve morire perché ha bestemmiato. Allora gli sputarono ecc... Secondo san Marco 15; tra coloro che così maltrattarono Gesù vi erano alcuni membri del Sinedrio, i quali oltre all’essere stati accusatori e giudici vollero ancora essere esecutori della sentenza.

 

[Tratto da «La Sacra Bibbia», commentata dal P. Marco M. Sales O.P., 2 Imprimatur, Tipografia Pontificia cav. P. Marietti, Torino, 1911, pag. 122, note 59-67].

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Il processo a Gesù commentato dal Dottore Alfonso Maria de’ Liguori

L’iniquo pontefice (Caifa, ndR), non trovando testimoni per condannare l’innocente Signore, cercò dalle di lui stesse parole trovar materia di dichiararlo reo; onde l’interrogò in nome di Dio: Adiuro te per Deum vivum, ut dicas nobis, si tu es Christus Filius Dei. Gesù, udendo scongiurarsi in nome di Dio, dichiarò la verità, e rispose: Ego sum; et videbitis Filium hominis sedentem a dextris virtutis Dei, et venientem cum nubibus cœli. Caifa in sentir ciò si lacera le vesti e dice: A che servono più testimoni? Avete intesa la bestemmia che ha detta? Tunc princeps sacerdotum scidit vestimenta sua, dicens: Blasphemavit: Quid adhuc egemus testibus? Indi domandò agli altri sacerdoti: Quid vobis videtur? E quelli risposero: Reus est mortis. Ma questa sentenza fu già prima data dall’eterno Padre, quando Gesù offerissi a pagare la pena dei nostri peccati. Gesù mio, vi ringrazio ed amo. Pubblicata l’iniqua sentenza, tutti in quella notte si affaticano a tormentarlo: chi gli sputa in faccia, chi lo percuote coi pugni, e chi gli dà più schiaffi, deridendolo come falso profeta: Tunc expuerunt in faciem eius, et colaphis eum cæciderunt; alii autem palmas in faciem eius dederunt, dicentes: Prophetiza nobis, Christe, quis est qui te percussit? E, come soggiunge san Marco, gli coprono il sacro volto con un panno rozzo, e così poi a vicenda lo percuotono. Ah Gesù mio, quante ingiurie avete sofferte per me, per soddisfare all’ingiurie che ho fatto a voi! V’amo, bontà infinita. Mi dolgo sommamente di avervi così disprezzata. Perdonatemi e datemi la grazia di esser tutto vostro. Io tutto vostro voglio essere, e voi l’avete da fare. Voi ancora me l’avete da ottenere colle vostre preghiere, o avvocata e speranza mia Maria.

 

[Tratto da: «Delle cerimonie della Messa», par. II, § 2, Considerazione II per il lunedì, pp. 800 e 801].

 

In altro luogo spiega ancora sant’Alfonso: Calvino (oppone all’autorità dei, ndR) Concilj, l’iniquità del Concilio di Caifas, che fu ben generale di tutti i prìncipi dei sacerdoti, ed ivi fu condannato Gesù Cristo come reo di morte. Dunque ne deduce che anche i Concilj ecumenici sono fallibili. Si risponde che noi diciamo infallibili i soli Concilj generali legittimi, ai quali assiste lo Spirito Santo; ma come può dirsi legittimo ed assistito dallo Spirito Santo quel Concilio, ove si condannava come bestemmiatore Gesù Cristo, per avere attestato di esser figlio di Dio, dopo tante prove che Egli ne aveva date di esser tale? E dove si procedeva con inganni subornando i testimonj, e si operava per invidia, come conobbe lo stesso Pilato? Sciebat enim quod per invidiam tradidissent eum.

 

[Tratto da: «Storia delle Eresie», confutazione XI, § 8, Dell’autorità de’ Concilj generali, n° 80].

 

In questo capitolo di «Storia delle Eresie», sant’Alfonso sta confutando gli errori di Lutero e di Calvino circa l’autorità dei concilii generali e l’infallibilità della Chiesa. La sua premessa è la seguente: La Chiesa poi c'istruisce per mezzo dei concilj ecumenici; e perciò la perpetua tradizione di tutti i fedeli ha tenute sempre per infallibili le definizioni de' concilj generali, e per eretici coloro che a quelle non han voluto sottoporsi. Tali sono stati i Luterani e i Calvinisti, dicendo che i concilj generali non sono infallibili. Ecco come parlava Lutero, e nell'articolo 30 fra gli articoli 41 condannati dal papa Leone X.: Via nobis facta est enervandi auctoritatem conciliorum, et iudicandi eorum decreta, et confidenter confitendi quidquid verum videtur, sive prolatum fuerit, sive reprobatum a quocunque concilio. Lo stesso scrisse Calvino, e questa falsa opinione è stata poi abbracciata dagli altri Luterani e da' Calvinisti; mentre anche Calvino con Beza, come scrive un autore, dissero che tutti i concilj, per santi che siano, possono errare in ciò che spetta alla fede. All'incontro la facoltà di Parigi, censurando l'articolo 30 di Lutero, dichiarò: Certum est concilium generale legitime congregatum in fidei et morum determinationibus errare non posse. Ed in verità è troppa ingiustizia il negare l'infallibilità de' concilj ecumenici: poiché essi rappresentano la Chiesa universale; sicché se potessero errare in materia di fede, potrebbe errare tutta la Chiesa, ed in tal caso potrebbero dire gli atei che Dio non ha provveduto abbastanza all'unità della fede, alla quale era tenuto a provvedere, volendo che da tutti una sola fede si tenesse. Fine delle citazioni.

 

Breve commento. Contro il dogma cattolico, contro la dottrina, qui ricordata e brevemente spiegata da sant'Alfonso, oggigiorno i cosiddetti "tradizionalisti" del modernismo, ossia i moderni pragmatisti e fallibilisti, negano l'infallibilità della Chiesa nelle definizioni dei Concilii universali. Essi sostengono, con Lutero e Calvino, che la Chiesa, riunita in un legittimo ed autorevole Concilio universale, possa definire in errore, così da deviare l'intera Chiesa dalla vera fede. All'atto pratico, i mentovati "tradizionalisti" ritengono che si debba necessariamente ricorrere alla loro guida, al loro aiuto, in pratica alla loro "consulenza", per sapere se la Chiesa, riunita in un legittimo ed autorevole Concilio universale, abbia definito correttamente, oppure no. La loro regola prossima di fede, come si evince, non è più il Magistero della Chiesa, bensì la loro propria opinione o valutazione. Dunque, stando a questa pretesa, ogni cattolico, che intenda professare la vera fede, dovrebbe ricorrere alla "consulenza" dei cosiddetti "tradizionalisti" del modernismo, mentre non dovrebbe ricorrere alla Chiesa, in quanto fallibile. Deduciamo l'evidente pretesa di infallibilismo che si arrogano, solo per se stessi, i cosiddetti "tradizionalisti" del modernismo. Altresì essi dichiarano di poggiare questa usurpazione di infallibilità sulla "dottrina tradizionale" che, in realtà e come abbiamo potuto constatare, sostiene l'esatto contrario.

 

A cura di Carlo di Pietro


 

[Modificato da Caterina63 15/11/2017 16.08]
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(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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