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e ne scelse Dodici Itinerari sacri dove sono sepolti gli apostoli di Gesù

Last Update: 12/21/2016 7:12 PM
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12/1/2016 9:09 PM
 
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  SAN BARTOLOMEO 

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Sono davvero scarse le notizie sull’apostolo Bartolomeo. Il suo nome, che è un evidente patronimico (in aramaico 
Bar-Talmai significa “figlio di Talmai”), è presente nei Vangeli sinottici e negli Atti degli Apostoli, mentre nel Vangelo di Giovanni appare Natanaele di Cana in Galilea; sono, secondo un’interpretazione condivisa, due nomi della stessa persona, il nome proprio e il patronimico.

Poco si sa della sua vita; Eusebio di Cesarea, riferendo delle attività di apostolato all’epoca dell’imperatore Commodo (180-192), cita tra gli evangelizzatori dell’Oriente il filosofo Panteno, e dice: «Anche Panteno fu uno di loro, e si dice che andò tra gli indiani, dove trovò, come narra la tradizione, presso alcuni del luogo che avevano imparato a conoscere Cristo, che il Vangelo secondo Matteo aveva preceduto la sua venuta: tra loro, infatti, aveva predicato Bartolomeo, uno degli apostoli, che aveva lasciato agli indiani l’opera di Matteo nella scrittura degli ebrei, ed essa si era conservata fino all’epoca in questione» (
Storia ecclesiastica, V, 10, 3).

Dunque Bartolomeo avrebbe predicato in India, ma gli autori antichi sono incerti se intendere i luoghi della predicazione di Bartolomeo come l’India più occidentale, oppure l’Etiopia o anche l’Arabia Felice. La tradizione più ricorrente lo fa martire, dopo un viaggio missionario in Licaonia, Mesopotamia e Partia, in Armenia, ad Albanopoli. Sulla modalità del martirio non c’è uniformità nelle notizie, tutte comunque risalenti ad autori tardi o medievali; così la Chiesa d’Oriente accetta la pena della crocifissione, mentre in Occidente si seguono due diverse tradizioni: quella della decapitazione (ad esempio nel Martirologio di Rabano Mauro), e quella dello scuoiamento, sostenuta da Isidoro di Siviglia e da Beda, che alla fine prevarrà sull’altra nel tardo Medioevo e si affermerà nell’iconografia.

Secondo fonti orientali (Teodoro Lettore) le reliquie di Bartolomeo sarebbero state traslate a opera dell’imperatore bizantino Anastasio I, nel 507, a Darae in Mesopotamia o forse ad Anastasiopoli in Frigia; ma si ha notizia di una precedente traslazione a Maipherqat (Martyropolis, nella provincia di Mesopotamia, attuale Tikrit in Iraq) nel 410, a opera del vescovo Maruthas. Fonti occidentali (Vittore di Capua) le dicono in Frigia nel 546, poi se ne perdono le tracce, finché nel 580 compaiono in Occidente, nell’isola di Lipari.

La notizia della traslazione è riportata da Gregorio di Tours (538-594), descritta con tratti miracolosi (la cassa di piombo con il corpo di Bartolomeo, gettata in mare dai pagani dalla costa d’Asia, cioè l’attuale costa turca sull’Egeo, avrebbe galleggiato fino a Lipari) che tuttavia potrebbero non inficiarne la sostanziale validità; mentre appare sicuramente leggendaria la tradizione locale isolana, che collocherebbe la traslazione al 13 febbraio 264. Dopo le incursioni arabe che nell’838 devastarono l’isola e profanarono le reliquie, il principe longobardo Sicardo le raccolse e le trasferì a Benevento, in una cappella della chiesa cattedrale; e anche in questo caso il racconto evidenzia tratti miracolosi. 

Nel 999 (anche se comunemente si continua a indicare la data del 983) le reliquie furono traslate a Roma per ordine di Ottone III, che le depose nella chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, da lui edificata originariamente in memoria dell’amico san Adalberto, vescovo di Praga e martire nel 997. La città di Benevento ha però continuato a sostenere, e ancora sostiene, di possedere le reliquie dell’apostolo (o almeno parte di esse): a Ottone III, infatti, sarebbe stato consegnato un altro corpo, quello di san Paolino da Nola, come afferma la Cronaca di Leone Marsicano (scritta attorno al 1098-1101, cioè cento anni dopo il fatto), sull’obiettività della quale però vi sono dubbi. Dal XII secolo, comunque, si afferma la tradizione romana.

Gli scavi archeologici che nel 2006 a Roma hanno portato alla luce, al di sotto dell’attuale chiesa, strutture dell’originario edificio ottoniano, hanno anche evidenziato la presenza, sotto la zona dell’altare, di una profonda e larga cavità rettangolare delimitata da pareti in laterizi, sicuramente un reliquiario. Quando papa Pasquale II, nel 1113, compì cospicui lavori di restauro nella basilica, testimoniati da un’epigrafe coeva tuttora leggibile sull’architrave del portale, le reliquie dovettero certamente essere spostate dalla loro prima collocazione. Al 1156 ci è nota la prima ricognizione delle reliquie, mentre una loro ulteriore risistemazione avvenne poco più tardi, al tempo di Alessandro III (1159-1181); forse già da allora esse si trovavano nella vasca di porfido rosso che tuttora le contiene (si nomina nelle fonti una “concha porfiretica”).

Tra il 1557 e il 1560 le reliquie furono trasferite a San Pietro, a causa dei danni subiti dalla chiesa dopo una disastrosa inondazione del Tevere. Un’altra ricognizione fu compiuta nel 1574, e ne abbiamo la descrizione. Si ha infine notizia di un ulteriore temporaneo spostamento delle reliquie a Santa Maria in Trastevere dal 20 luglio 1798 al 24 agosto 1800, per preservarle dalle manomissioni delle truppe di occupazione francesi. Molta devozione per le reliquie di Bartolomeo ebbero Pio IX, che nel 1852 restaurò la zona absidale e sostituì l’altare centrale sotto al quale tuttora è la vasca di porfido con le reliquie, e più recentemente Giovanni XXIII. 

Sebbene la ricerca storica sia generalmente orientata a riconoscere l’avvenuta traslazione a opera di Ottone III, reliquie di Bartolomeo continuano a venerarsi allo stesso tempo anche a Benevento, da dove, secondo la tradizione locale, non si sarebbero mai mosse.
Le si indicano in un’urna di porfido sotto l’altare maggiore della rinnovata Basilica di San Bartolomeo, dove furono traslate solennemente da una precedente vicina sistemazione l’8 maggio 1729 da papa Benedetto XIII (Vincenzo Maria Orsini), che da arcivescovo di Benevento nel 1698 ne aveva compiuto la ricognizione canonica.
Una nuova ricognizione è stata compiuta recentemente, il 27 marzo 2001, su disposizione dell’arcivescovo di Benevento monsignor Serafino Sprovieri: si è constatato che l’urna di porfido contiene numerosi piccoli frammenti ossei di uno scheletro divisi in ampolle, nelle quali furono sistemati a seguito della precedente ricognizione della fine del Seicento.
 





SAN MATTEO Apostolo ed evangelista

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Matteo o Levi, come anche viene chiamato nei Vangeli, era un pubblicano, un impiegato (
portitor) esattore delle imposte in Cafarnao. Alla chiamata di Gesù si alza di colpo, lascia tutto e lo segue. Della sua vita si sa pochissimo. Viene citato negli Atti degli Apostoli subito dopo l’Ascensione al cielo di Gesù, e nel momento dell’elezione di Mattia al posto di Giuda Iscariota.

È uno dei quattro evangelisti: la tradizione della Chiesa, a partire da Papia vescovo di Ierapoli in Frigia verso l’anno 130, è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo, ritenuto il più antico, e dagli studiosi datato (a seconda dell’interpretazione di quanto afferma Ireneo relativamente a esso) o tra il 42 e il 44 o tra il 61 e il 67 (e in quest’ultimo caso sarebbe posteriore al Vangelo di Marco, che, se a esso appartiene il famoso frammento 7Q5 di Qumran, risulterebbe scritto prima dell’anno 50).

La testimonianza di Papia ci è riportata da Eusebio di Cesarea: «Matteo raccolse quindi i detti (del Signore) nella lingua degli ebrei, traducendoli ognuno come poteva» (
Storia ecclesiastica, III, 39, 16). Anche quella di Ireneo ci è trasmessa da Eusebio: «Matteo pubblicò tra gli ebrei, nella loro lingua, anche un Vangelo scritto, mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma e vi fondavano la Chiesa» (Storia ecclesiastica, V, 8, 2).

E scrive ancora lo stesso Eusebio: «Di tutti coloro (gli apostoli e i discepoli che frequentarono il Signore), però, solamente Matteo e Giovanni ci hanno lasciato degli appunti, e anche questi si dice che li scrissero per necessità. Matteo infatti, che predicò in un primo tempo agli ebrei, quando dovette andare anche presso altri mise per iscritto nella madre lingua il Vangelo per i fedeli che lasciava, sostituendo così con la scrittura la sua presenza» (
Storia ecclesiastica, III, 24, 5-6).

Dunque, mentre gli altri tre Vangeli sono scritti in greco, quello di Matteo è scritto nella sua lingua materna, quasi sicuramente in aramaico, la lingua che allora si parlava in Palestina. E agli ebrei si rivolge la sua prima predicazione. Non possediamo più la versione originale del Vangelo di Matteo, ma solo la sua traduzione in greco; una tradizione riporta che al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), quando a Cipro fu ritrovata dall’arcivescovo Anthemios la tomba di Barnaba, sul suo petto si trovò anche il Vangelo di Matteo scritto di sua mano, che venne poi donato all’imperatore.

Vari sono i luoghi di predicazione attribuiti a Matteo: Siria, Macedonia, Irlanda; ma la tradizione antica più consistente riporta la notizia della predicazione di Matteo in Etiopia (cioè nella Colchide, sul Ponto Eusino), accolta anche nel Martirologio Romano che indica lì anche il suo martirio, ricordato nel giorno 21 di settembre. Nello stesso giorno invece il Martirologio geronimiano indica il martirio di Matteo in Persia, a Tarrium, città che però altrove viene indicata in Etiopia: dunque non ci sarebbe contraddizione tra le fonti. Secondo le passioni apocrife e la 
Leggenda aurea, il martirio di Matteo sarebbe avvenuto di spada mentre celebrava la messa.

Esiste poi anche un’altra tradizione minore, riportata da Clemente Alessandrino, che parla per Matteo di morte naturale. Se ignota è comunque la data della sua morte, ignota è anche l’occasione in cui il corpo di Matteo venne traslato in Occidente: una tradizione leggendaria pone questo avvenimento verso il 370 a opera di marinai che lo avrebbero portato dalle coste etiopiche a Velia. Di qui, dopo che la cittadina fu conquistata dei Saraceni nel 412, sarebbe stato trasferito e nascosto in Lucania, in una località detta 
ad duo flumina presso Casalvelino.

Il Martirologio Romano ricorda al 6 di maggio l’arrivo del corpo di Matteo a Salerno dalla Lucania: ve lo avrebbe portato, in quel giorno dell’anno 954, il re longobardo Gisulfo I (946-977). Questa tradizione risale al 
Chronicon Salernitanum, redatto da un anonimo cronista nel monastero di San Benedetto a Salerno nel 978, e ad altri due testi medievali che con esso concordano. A Salerno le reliquie, di cui si era persa notizia per più di un secolo, furono nuovamente ritrovate nel 1080 e poste nella cripta della Cattedrale consacrata da papa Gregorio VII, dove tuttora riposano.

La data del 1080 è storicamente attestata dalla lettera che il 18 settembre di quell’anno il Papa scrisse all’arcivescovo di Salerno Alfano, in cui viene menzionato il ritrovamento. Reliquie minori di Matteo sono note anche a Roma. Una, portata a Roma dal futuro papa Vittore III nel 1050 in dono a Cencio Frangipane, era in un reliquiario d’argento (ora vuoto) che fu trovato durante una ricognizione nel maggio 1924 nel pozzetto sotto l’altare della cripta della chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Si ritiene poi che una parte di un braccio di Matteo si trovi in Santa Maria Maggiore, portatavi probabilmente come dono da papa Paolo V (1605-1621). 




SAN SIMONE 

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Le notizie pervenuteci su Simone ci attestano un appellativo, che Vangeli e Atti degli Apostoli riportano in due diverse forme (“cananeo” e “zelota”), entrambe dal significato di “ardente di zelo”. L’errata interpretazione del termine “cananeo” ha fatto sì che la Chiesa orientale lo abbia identificato con Natanaele di Cana, nome invece da riferirsi all’apostolo Bartolomeo.

Alcuni hanno invece voluto attribuire all’appellativo “zelota” un valore indicativo dell’appartenenza alla setta politico-religiosa antiromana degli Zeloti, ma si tratta di un’ipotesi che non riceve alcuna conferma dai testi antichi, sia canonici che apocrifi. Un’interpretazione che già appare nell’antichità, nella Chiesa abissina, lo identifica invece con Simeone figlio di Cleofa, cugino di Gesù e fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale succedette nel 62 nella guida della Chiesa di Gerusalemme, fino alla morte che avvenne sotto l’imperatore Traiano.

Così viene descritto il martirio da Egesippo, vissuto nel II secolo e citato da Eusebio di Cesarea (
Storia ecclesiastica, III, 32, 3. 6): «Alcuni di questi eretici accusarono Simeone, figlio di Cleofa, di essere discendente di Davide e cristiano; egli subì così il martirio, all’età di centoventi anni, sotto Traiano Cesare e il consolare Attico. […] il figlio dello zio del Signore, il suddetto Simeone figlio di Cleofa, fu denunciato dagli eretici e giudicato anch’egli per lo stesso motivo, sotto il consolare Attico. Torturato per molti giorni, testimoniò la sua fede in modo tale, che tutti, compreso il consolare, si stupirono di come un uomo di centoventi anni potesse resistere tanto; e fu condannato alla crocifissione». La menzione di Attico, cioè Tiberio Claudio Attico Erode, legato di Giudea dal 100 al 103, pone il martirio di Simeone ai primi anni del regno di Traiano, a Pella in Palestina, come si deduce ancora da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, III, 5, 3). 

È invece evidentemente un’altra persona il Simone che, secondo la tradizione del Breviario Romano, predicò in Egitto e, insieme all’apostolo Giuda Taddeo, in Mesopotamia. I due apostoli figurano insieme anche nella notizia di san Fortunato, vescovo di Poitiers alla fine del VI secolo, che, riprendendo l’apocrifa Passio Simonis et Iudae, indica per entrambi il martirio comune (uccisi a bastonate) verso l’anno 70 a opera di pagani in Persia, nella città di Suanir (probabilmente nella Colchide); e la loro sepoltura sarebbe stata in Babilonia.

Altre tradizioni nominano per il martirio le vicine regioni dell’Armenia e dell’Iberia caucasica; mentre una tarda tradizione orientale (affermata dal monaco Epifane, IX secolo) conosce una tomba di Simone a Nicopsis, nel Caucaso occidentale. Insomma, l’area geografica indicata dalle diverse tradizioni sembra essere comunque abbastanza circoscritta. 

Per quanto riguarda la modalità del martirio, si innesta nella tradizione occidentale (quella cioè che accomuna nel martirio Simone e Giuda Taddeo) l’influsso della medievale Leggenda aurea di Iacopo da Varagine, e a Simone viene attribuito lo stesso martirio subito dal profeta Isaia, così che egli viene spesso rappresentato segato in due. 

Nel Medioevo le reliquie di Simone, sempre unito a Giuda Taddeo, erano venerate nella antica Basilica di San Pietro in Vaticano, nella quale esisteva un altare a loro dedicato. Dal 27 ottobre 1605 sono collocate presso l’altare al centro dell’abside del transetto sinistro della nuova Basilica (tribuna dei Santi Apostoli Simone e Giuda), che nel 1963 è stato dedicato a san Giuseppe patrono della Chiesa universale. 
 


SAN GIUDA TADDEO 

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All’apostolo Giuda detto Taddeo, che significa “magnanimo”, o, secondo alcuni codici, Lebbeo, cioè “coraggioso”, o ancora, come Simone, Zelota, “ardente di zelo”, figlio di Cleofa, fratello di Giacomo e di Simeone (che, come si è visto, una tradizione identificherebbe con l’apostolo Simone) e cugino del Signore, è attribuita l’ultima delle lettere cattoliche nel canone del Nuovo Testamento. Scarsissime sono le notizie sulla sua vita.

Una tradizione gli assegna attività di apostolato in Palestina e nelle regioni vicine; gli scrittori siri affermano il suo martirio ad Arado, presso Beirut. Dalla confusione con Addai, evangelizzatore della Siria mesopotamica discepolo dell’apostolo Tommaso e uno dei settantadue di cui parla in Vangelo di Luca, nasce invece un’altra tradizione che assegna a Giuda Taddeo una morte naturale a Edessa (oggi Urfa, in Turchia), capitale dell’Osroene, regno situato nella Mesopotamia nord-occidentale; confusione la cui origine è forse da ricercarsi nel racconto dai tratti leggendari riportato da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, I, 13), che narra la guarigione del re dell’Osroene Abgar V e il suo accoglimento dell’annuncio della salvezza. 

Ma la tradizione che più si afferma è quella che unisce Giuda Taddeo all’altro apostolo Simone lo Zelota, insieme al quale, secondo il Breviario Romano, predicò in Mesopotamia. La Passio Simonis et Iudae indica per entrambi, come si è già detto, il martirio comune in Persia, nella città di Suanir (probabilmente nella Colchide), verso l’anno 70, a colpi di bastone, e la sepoltura in Babilonia. Si ha notizia della venerazione delle reliquie di Giuda Taddeo a Reims e a Tolosa in Francia; ma nel Medioevo esse si trovano a Roma, insieme a quelle di Simone, nella antica Basilica di San Pietro in Vaticano, nella quale esisteva un altare a loro dedicato. Nella nuova Basilica, dal 27 ottobre 1605 sono collocate presso l’altare al centro dell’abside del transetto sinistro (tribuna dei Santi Apostoli Simone e Giuda), dal 1963 dedicato a san Giuseppe patrono della Chiesa universale. 






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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