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e ne scelse Dodici Itinerari sacri dove sono sepolti gli apostoli di Gesù

Last Update: 12/21/2016 7:12 PM
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12/1/2016 9:25 PM
 
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SAN MATTIA 


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Mattia è l’apostolo associato agli undici dopo la Pasqua, in sostituzione di Giuda, che aveva tradito Gesù. Della sua scelta, avvenuta a sorte tra lui e Giuseppe detto Barsabba, soprannominato Giusto, si legge negli Atti degli Apostoli (
At 1, 15-26). Era di origine giudaica e aveva seguito Gesù fin dall’inizio della sua predicazione: probabilmente era uno dei settantadue discepoli di cui si parla nel Vangelo di Luca (Lc 10, 1), come pensa Eusebio di Cesarea: «Si racconta anche che Mattia, che fu aggregato al gruppo degli apostoli al posto di Giuda, e anche il suo compagno che ebbe l’onore di simile candidatura, furono giudicati degni della stessa scelta fra i settanta» (Storia ecclesiastica, I, 12, 3).
 

Della sua vita, a parte l’episodio riportato dagli Atti degli Apostoli, nulla di certo si conosce. Una tradizione, riportata da Clemente Alessandrino che cita Eracleone, lo fa morire di morte naturale; una seconda (Niceforo Callisto) lo dice martire (crocifisso) e sepolto in Etiopia: ma la regione così denominata sarebbe in realtà il Ponto Eusino, dove si sarebbe recato dopo un primo periodo di predicazione in Giudea; una terza invece (Breviario Romano, Martirologio di Floro) ne afferma il martirio, dopo la predicazione in Macedonia e poi in Palestina, proprio in quest’ultima regione in quanto nemico della legge mosaica, lapidato da ebrei e finito da un soldato romano che gli avrebbe tagliato la testa con un colpo di scure, strumento che appare spesso nelle raffigurazioni dell’apostolo, soprattutto nella Chiesa d’Oriente.
 

Una tarda tradizione vuole che il corpo di Mattia sia stato ritrovato nel 325 da Elena, madre di Costantino, a Gerusalemme, e di lì trasportato a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove fonti medievali e rinascimentali (la Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine, e Onofrio Panvinio) lo danno presente nell’urna di porfido sotto l’altare maggiore, insieme alle reliquie di san Girolamo; mentre la testa, separata, era custodita in un reliquiario.

Anche gli 
Annali di Treviri (Trier in Germania) dell’anno 754 (ma la loro redazione è di molto più tarda) conoscono la sepoltura di Mattia a Gerusalemme; e proprio a Treviri un’aggiunta posteriore agli Atti apocrifi di Mattia fa giungere il corpo dell’apostolo direttamente da Gerusalemme. Una terza tradizione cerca di conciliare le prime due, parlando di una traslazione da Gerusalemme a Treviri con tappa a Roma.

A Treviri il corpo di Mattia venne ritrovato nel 1127 durante la ricostruzione della Basilica (ora a lui intitolata) collegata all’adiacente convento benedettino, e lì, nel mezzo della navata centrale, tuttora si mostra il suo sepolcro, nel luogo dove allora fu collocato. Altre reliquie che una tradizione medievale attribuisce all’apostolo sono infine conservate nella Basilica di Santa Giustina a Padova, ma recentissime indagini scientifiche sembrano escludere tale attribuzione.

 

SAN PAOLO 
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Paolo (Saulo), ebreo di Tarso in Cilicia e cittadino romano, chiamato da Gesù tra gli apostoli mentre si sta recando a Damasco per organizzare la persecuzione contro i cristiani, è sepolto a Roma. Nella capitale dell’Impero era giunto nella primavera del 61, prigioniero, per essere sottoposto al giudizio di Nerone al qu
ale si era appellato, in quanto cittadino romano, dopo l’arresto avvenuto a Gerusalemme nel 58, accusato da alcuni giudei di avere oltraggiato la legge di Mosè.

Il viaggio di Paolo è descritto da Luca, che lo accompagnò, negli Atti degli Apostoli (
At 27, 1-44): per nave a Malta, toccando prima le isole di Cipro e di Creta, poi a Siracusa, Reggio, Pozzuoli, quindi lungo la via Appia a Forum Appi (presso Terracina) e alle Tres Tabernae (Pizzo Cardinale, a pochi chilometri dall’attuale Cisterna), località presso le quali gli vennero incontro i cristiani di Roma, per giungere infine nell’Urbe. Qui rimase sotto custodia militaris (cioè libero di abitare in casa propria ma sotto la sorveglianza di un soldato) in attesa del processo, che non avvenne verosimilmente perché i suoi accusatori non si presentarono a Roma. Una tradizione indica come abitazione di Paolo un edificio presso il Tevere, dove ora sorge la chiesa di San Paolo alla Regola (qui le indagini archeologiche hanno finora attestato strutture romane della fine del I secolo d.C.); e si è voluta indicare un’altra successiva dimora dell’apostolo presso la domus di Aquila e Prisca, sull’Aventino, nel luogo dove ora sorge la chiesa dedicata a santa Prisca.

Liberato dalla prigionia, forse Paolo non era più a Roma nel 64, l’anno di inizio della persecuzione neroniana. Vi tornò però subito dopo, di nuovo prigioniero e questa volta trattenuto in carcere, nel 66 o nel 67, anno in cui subì il processo e il martirio per decapitazione. Il passo di papa Clemente, già citato a proposito di Pietro, fa intuire che l’arresto di Paolo e la sua condanna avvennero per denuncia di cristiani; e alcune parole rivolte a Timoteo testimoniano del suo abbandono e della sua solitudine: «Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica» (
2Tm 4, 10); «Solo Luca è con me» (2 Tm 4, 11); «Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro» (2 Tm4, 16). 

Varie tradizioni accomunano Pietro e Paolo nelle circostanze del martirio: dalla loro comune detenzione nel Carcere Mamertino a quella del loro ultimo incontro lungo la via Ostiense, poco fuori di Roma; anche se, come già detto, gli studi più recenti e accettati tendono a collocare in anni differenti il martirio di Pietro e quello di Paolo. È però costante e molto antica la tradizione, risalente al II secolo, che pone il martirio di Paolo nel luogo detto Ad Aquas Salvias, subito fuori dall’abitato cittadino, dove indagini archeologiche della fine del XIX secolo hanno attestato testimonianze risalenti al I secolo, e dove nel V secolo venne edificata la chiesa di San Paolo Ad Tres fontes, attualmente compresa nell’abbazia delle Tre Fontane.

La sua sepoltura avvenne invece in un’area cimiteriale lungo la via Ostiense, in un podere, secondo la tradizione, di proprietà di una certa Lucina (
praedium Lucinae); ci è testimoniata per la prima volta dal passo di Gaio, già citato a proposito di Pietro, che alla fine del II secolo, al tempo del pontificato di papa Zefirino (198-217), dice: «Io posso mostrarti i trofei degli apostoli. Se vorrai recarti sul Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa» (in Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, II, 25, 6-7). Giova ancora qui ripetere che, utilizzando la parola greca trópaion, Gaio non vuole alludere primariamente alla struttura architettonica, che dovette senz’altro esserci, ma, in senso proprio, al suo contenuto, cioè al corpo del martire, nel quale si è mostrata la vittoria di Cristo: è questo il “trofeo della vittoria”.

Tracce di parte della necropoli dove fu sepolto Paolo, sviluppatasi dal I secolo a.C. fino a tutto il IV secolo, riportate alla luce e recintate, sono tuttora visibili lungo la via Ostiense, presso l’attuale basilica di San Paolo. Il 
Liber pontificalis, in cui sono raccolte le biografie dei vescovi di Roma fino al tardo Medioevo, ci informa che Costantino edificò sul sepolcro di Paolo una Basilica, che dunque deve datarsi agli anni precedenti al 337, anno della morte di Costantino. Di questa prima costruzione non sono state ritrovate tracce sicure, nonostante alcune ipotesi anche recentemente riproposte a proposito di una piccola abside (che a rigor di logica potrebbe essere pertinente a un qualsiasi mausoleo della necropoli in cui avvenne la sepoltura di Paolo) emersa di fronte all’altare della Basilica durante scavi nel 1850, che testimonierebbe un edificio molto più piccolo dell’attuale e con orientamento opposto.

Verso il 384-386 i tre imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio in un rescritto al 
praefectus UrbiSallustio prescrissero di decorare (ornare), ampliare (amplificare) e innalzare, o meglio far più grande e magnifica (attollere) la chiesa costruita sulla tomba dell’apostolo, in funzione anche della notevole quantità dei pellegrini. Ne risultò una Basilica a cinque navate, di notevole grandezza, con un transetto larghissimo. Questa Basilica rimase grosso modo intatta fino al XIX secolo, quando il rovinoso incendio sviluppatosi il 26 luglio del 1823 la fece in gran parte rovinare, senza peraltro intaccare il luogo del sepolcro di Paolo. Quella che a noi resta, ricostruita nei tre decenni seguenti, è dunque solamente una copia della Basilica del IV secolo.

Il già citato 
Liber pontificalis(la cui redazione risale al VI secolo, ma su fonti che sicuramente si rifanno a tempi ben più antichi) ci informa anche che Costantino aveva fatto chiudere il corpo di Paolo in una cassa di bronzo, contenuta e protetta da un ambiente murato, a similitudine del sepolcro di Pietro. La cassa, sulla quale era posta una grande croce d’oro del peso di 150 libbre, dovrebbe trovarsi (la mancanza di verifiche impone di usare il condizionale) al di sotto del livello del pavimento della Basilica costantiniana, più basso rispetto al livello di quella, successiva, dei tre imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Al luogo della sepoltura corrisponde ora, più in alto, l’altare centrale.

La sistemazione della confessione paolina, così come sopra descritta, non fu mai sostanzialmente modificata nel corso dei secoli, se non nel suo intorno, una prima volta all’epoca di papa Leone Magno (440-461), che rialzò il transetto, e una seconda volta quando papa Gregorio Magno (590-604), dopo un ulteriore rialzamento del livello pavimentale, fece scavare una cripta che si sviluppava con un percorso anulare attorno alla tomba dell’apostolo, permettendo l’accesso e la visita dei fedeli. Di questa cripta rimane tuttora una parte, quella di fronte all’altare, mentre la restante parte andò distrutta nel corso di lavori di restauro eseguiti nel XVI secolo, che resero non più direttamente accessibile il luogo dove sono custodite le spoglie mortali di Paolo.

All’attuale livello del presbiterio, al di sotto dell’altare, si trova una lastra marmorea, formata da due pezzi diversi uniti fra loro, che reca incise le parole “PAULO APOSTOLO MART(YRI)” (“a Paolo apostolo e martire”), risalente presumibilmente al V secolo. Sulla lastra tre fori, uno circolare e due rettangolari, introducono a tre pozzetti (
cataractae) comunicanti tra di loro, usati per tutto il Medioevo per ottenere reliquie per contatto mediante l’inserimento di brandea (strisce di stoffa). Il sepolcro paolino è rimasto pressoché intatto fino ai giorni nostri senza che nessuno lo abbia mai toccato. Mentre la Basilica veniva ricostruita, furono eseguiti anche, nel gennaio 1838, scavi nell’area della confessione; non si poté però esaminare a fondo la tomba dell’apostolo, per l’esplicito divieto del papa Gregorio XVI.

Ma l’architetto Virginio Vespignani (colui che curò la riedificazione della basilica nella forma che oggi vediamo) poté osservare da vicino ciò che era rimasto precluso agli occhi di tutti per secoli, ed eseguì degli schizzi a documentazione di quella occasionale ricognizione che però non giunse fino all’apertura della cassa sepolcrale. Lo studio di questa documentazione, unitamente ad alcuni saggi avvenuti ultimamente nella zona dell’altare, ha permesso di evidenziare la quota dei livelli pavimentali più recenti fino a quello della Basilica dei Tre Imperatori. Tra questo e l’altare si è liberata parte del lato lungo di quella che è stata interpretata come una cassa marmorea, sul cui coperchio un foro circolare (ora occluso) è in corrispondenza col foro circolare presente sulla soprastante lastra con l’epigrafe “PAULO APOSTOLO MART(YRI)”.

Non sono state al momento compiute indagini all’interno della supposta cassa. Dato il livello, non si tratta però comunque dell’originaria sepoltura di Paolo, che si trova a un livello sicuramente inferiore (al di sotto dovrebbe trovarsi il livello costantiniano e ancora al di sotto di questo quello corrispondente al trópaion citato da Gaio), ma non si può escludere una traslazione “verticale” del corpo di Paolo in un luogo più elevato alla fine del IV secolo, come avvenne (in epoca diversa) per quello di Pietro. Dal 2006 nella confessione della Basilica ostiense è stato rimosso l’altare moderno dedicato a un san Timoteo martire del IV secolo ed è così visibile parte dell’area sottostante all’altare e alla lastra con l’epigrafe. 

È opportuno anche segnalare qui, come fatto a proposito di Pietro, l’epigrafe di papa Damaso (366-384) presso la Memoria Apostolorum ad catacumbas lungo la via Appia (oggi Basilica di San Sebastiano), che dice: «Chiunque sei che cerchi i nomi congiunti di Pietro e di Paolo, sappi che questi santi hanno qui riposato (habitasse) un tempo. L’Oriente inviò i discepoli – lo affermano volentieri – ed essi, grazie al sangue del martirio e alla eccelsa sequela di Cristo, hanno raggiunto le regioni celesti e il regno dei giusti. Roma ha piuttosto meritato di rivendicarli come suoi cittadini. Questo in vostra lode canta Damaso, o nuovi luminari». Sulla base di questo testo, e della presenza nelle catacombe di numerose iscrizioni di invocazione congiunta a Pietro e Paolo, si è ipotizzata una temporanea traslazione delle reliquie dei due fondatori della Chiesa di Roma in questo luogo nel periodo della persecuzione avviata dall’imperatore Valeriano (258): ma siamo nel campo delle ipotesi di studio. 

Infine, una tradizione medievale vuole che la testa di Paolo e quella di Pietro siano state conservate dall’VIII secolo nel Sancta Sanctorum e poi trasferite da papa Urbano V, il 16 aprile 1369, nei due busti argentei all’interno del ciborio della Basilica lateranense. Una ricognizione venne compiuta il 23 luglio 1823 dal cardinale Antonelli; mentre indagini scientifiche dagli esiti incerti sono state compiute qualche decennio fa, nell’ambito delle ricerche su Pietro. 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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