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e ne scelse Dodici Itinerari sacri dove sono sepolti gli apostoli di Gesù

Last Update: 12/21/2016 7:12 PM
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12/1/2016 9:33 PM
 
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  SAN MARCO 

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«Noi dobbiamo ora aggiungere a quanto di lui [Papia] abbiamo già citato, una testimonianza che egli riporta a proposito del Vangelo scritto da Marco: “E diceva il presbitero: Marco, interprete di Pietro, scrisse con esattezza le cose che ricordava, ma non in ordine ciò che il Signore aveva detto e fatto. Egli infatti non aveva udito il Signore né lo aveva seguito, ma più tardi, come ho detto, aveva accompagnato Pietro. Egli dava gli insegnamenti secondo i bisogni, ma non come se facesse una raccolta sistematica dei discorsi del Signore.

Cosicché Marco non sbagliò in nulla, avendo scritto alcune cose così come le ricordava. Di una sola cosa, infatti, egli si dava pensiero nei suoi scritti: non tralasciare niente di ciò che aveva udito e non dire niente di falso”» (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, III, 39, 14-15). Le parole di Papia di Ierapoli, che visse tra la fine del I e la prima metà del II secolo, si riferiscono alla predicazione di Pietro a Roma e al Vangelo da lui dettato: quel Vangelo di Marco che il famoso 7Q5, il frammento papiraceo in lingua greca scoperto nelle grotte di Qumran, consentirebbe ora di datare a prima dell’anno 50. Della vita di Marco si conosce qualcosa soprattutto grazie ai rapporti che ebbe con Paolo e Pietro.

Alcuni studiosi hanno riconosciuto in lui il giovanetto che nel Getsemani, dopo l’arresto di Gesù, fuggì: «Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo» (
Mc 14, 51-52). I Vangeli e gli Atti degli Apostoli lo chiamano talvolta con il nome di Marco, talvolta con quello di Giovanni, talvolta con entrambi. Fu cugino, o meglio nipote, di Barnaba, insieme al quale accompagnò Paolo, verso il 45, nella prima parte del suo primo viaggio missionario che, dopo un soggiorno a Cipro, toccò varie città dell’Asia Minore, ma a un certo punto ritornò indietro. Verso il 51, non voluto da Paolo per un nuovo viaggio missionario, accompagnò Barnaba a Cipro.

Lo si ritrova poi insieme a Pietro, probabilmente a Roma, verso il 60 (
1Pt 5, 13; la lettera di Pietro è scritta da Babilonia, nome che gli esegeti hanno interpretato come indicante Roma, ma esso corrisponde anche a quello di un villaggio presso Alessandria d’Egitto); da quanto si deduce dalle lettere di Paolo, nel 61 Marco è con lui, mentre negli anni successivi, quando Paolo è prigioniero a Roma per la seconda volta, è con Timoteo a Efeso e Paolo chiede che venga a Roma. Una tradizione antica, fin dal II secolo, fa di Marco il fondatore della chiesa di Alessandria d’Egitto; così la riporta Eusebio: «Narrano che Marco, inviato in Egitto, fu il primo a predicarvi il Vangelo che mise poi anche per iscritto, e anche a fondarvi delle Chiese proprio ad Alessandria» (Storia ecclesiastica, II, 16, 1).

E altrove colloca questi avvenimenti nei primi anni dell’imperatore Claudio, verso il 42-43, e la prima successione a Marco nell’episcopato ad Alessandria nel 62: ma queste date non si adattano a quelle che sembrano dedursi dalle lettere di Pietro e di Paolo. Secondo gli Atti apocrifi di Marco, l’evangelista morì martire a Bucoli, un villaggio vicino ad Alessandria, ripetutamente trascinato per le strade dai pagani legato con funi al collo, quindi, da morto, parzialmente bruciato dopo essere stato, forse, decapitato. L’anno del martirio rimane discusso, e viene generalmente indicato nel 68, anche se il 
Chronicon paschalecolloca questo avvenimento durante il regno di Traiano (98-117).

Una tarda tradizione riportata da Paolo Diacono nell’VIII secolo fa di Marco l’evangelizzatore della zona di Aquileia, ma si tratta di una notizia che la critica storica ha dimostrato leggendaria. Il sepolcro di Marco a Bucoli è noto, dall’inizio del V secolo (ma altre fonti retrodaterebbero questa notizia almeno all’inizio del IV secolo), come meta di pellegrinaggi. Verso la metà del V secolo le reliquie di Marco vengono trasferite, sempre ad Alessandria, nella chiesa del Canopo, da dove, il 31 gennaio 828, le avrebbero portate a Venezia i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. La presenza di Marco a Venezia e di una basilica a lui dedicata è testimoniata da un documento dell’829, il testamento di Giustiniano Particiaco, sull’interpretazione del quale si è molto discusso.

Fatto sta che la presenza delle reliquie attribuite a Marco è certa alla fine dell’XI secolo: esse furono viste durante la costruzione della nuova Basilica, che inglobò e ingrandì la precedente, e che, consacrata nel 1094, fu anch’essa intitolata a Marco. Il suo corpo in quell’anno fu deposto solennemente in un’urna marmorea nella cripta. Notizie problematiche si hanno sulla reliquia del capo dell’evangelista: nominato in Egitto nell’836, nel 1010, nel 1088 e verso il 1240, nel 1419 esso sembra essere ancora nella chiesa di San Giorgio ad Alessandria, e Venezia discute se recuperarlo, dubitando però della sua autenticità. Di certo queste notizie sono in contrasto con quanto emerse dalla ricognizione compiuta su iniziativa del patriarca di Venezia Bonsignori il 6 maggio 1811, che rivelò la presenza di un corpo completo del capo. Una successiva ricognizione avvenne sotto il patriarca Monico, nel 1835, quando l’urna marmorea fu posta sotto la mensa dell’altare maggiore nel presbiterio. Infine, un’ultima ricognizione si deve, il 24 novembre 1957, al patriarca Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII. 




SAN LUCA 

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E
usebio di Cesarea definisce Luca «antiocheno d’origine [si tratta di Antiochia di Siria, ora in Turchia, ndr], medico per professione, discepolo degli apostoli» (Storia ecclesiastica, III, 4, 6). La tradizione orientale lo conosce anche come il pittore della Madonna. Lo scrittore del terzo Vangelo e degli Atti degli Apostoli probabilmente era un pagano convertito, non conobbe Gesù e fu discepolo di Paolo, che seguì fino al momento del suo martirio a Roma. Poi le fonti più attendibili (Epifanio, Gregorio Nazianzeno) lo indicano come evangelizzatore di Dalmazia, Gallia, Italia, Macedonia e Acaia.

Morì tra la fine del I secolo e i primi decenni del II, all’età di 84 anni, e fu sepolto in Beozia, a Tebe (è invece probabilmente erronea un’altra tradizione che lo dà per sepolto in Bitinia). Nell’anno 357 l’imperatore Costanzo II trasferì il suo corpo, insieme a quello dell’apostolo Andrea, a Costantinopoli, nuova capitale dell’Impero, dove l’anno precedente era stato traslato da Efeso il corpo di Timoteo, anch’esso discepolo di Paolo. Quando, verso il 527, Giustiniano riedificò l’
Apostoleion (la Basilica dei Santi Apostoli in Costantinopoli), furono viste, ma senza essere aperte, le casse di legno che si era certi contenessero i corpi di Andrea, Luca e Timoteo (Procopio di Cesarea, Sugli edifici, I, 3). Nel 586 Gregorio Magno, all’epoca apocrisario (cioè ambasciatore) del papa Pelagio II, portò a Roma da Costantinopoli come dono dell’imperatore Maurizio Tiberio la testa di san Luca, ora conservata in Vaticano: ma le analisi scientifiche e la datazione al carbonio 14, compiute nel 1999, hanno dimostrato che si tratta di una falsa reliquia, poiché la sua datazione non scende più in giù del V secolo. 

Altre fonti sulle reliquie di Luca si ritrovano, dopo secoli di silenzio, nel pieno Medioevo. Riferisce un testo della fine del XII secolo che il 14 aprile dell’anno 1177, nell’area cimiteriale presso la Basilica di Santa Giustina a Padova, fu rinvenuta la cassa di piombo contenente le reliquie di san Luca evangelista. Una tradizione medievale successiva, che sembra emergere nella seconda metà del XIII secolo, aggiunge che la traslazione dall’Apostoleion di Costantinopoli sarebbe avvenuta a opera del sacerdote Urio per sottrarre le reliquie al pericolo che l’imperatore Giuliano l’Apostata (361-363) le distruggesse. Una tradizione ancora più tarda (inizio XIV secolo) porrebbe invece la traslazione al tempo della persecuzione iconoclasta di Costantino V Copronimo (741-775).

Al XV secolo risale poi una disputa sulla autenticità delle reliquie di san Luca: Padova vinse nel 1463, dopo una ricognizione compiuta da un’apposita commissione, un processo nei confronti della vicina Venezia, che sosteneva di avere le vere reliquie dell’evangelista. Un’apertura della cassa di Padova era già avvenuta prima, nel 1354, quando il capo dello scheletro fu portato dall’imperatore Carlo IV nella Cattedrale di San Vito a Praga, dove tuttora è conservato; e un’altra avvenne nel 1562, quando l’arca in Santa Giustina che dal 1313 conteneva le reliquie fu rimodellata e spostata nel transetto di sinistra della chiesa, dove oggi si trova. 

Se il Martirologio Romano dal 1583 (e fino alla riforma dell’ultimo Concilio) accoglie la notizia della traslazione del corpo di san Luca da Costantinopoli a Padova, la critica moderna ha spesso mostrato scetticismo di fronte a una tradizione così tarda. Sennonché negli anni scorsi la richiesta di una reliquia di Luca da ricollocare a Tebe nel sarcofago che la tradizione orientale considera il luogo della sua prima deposizione, fatta dal locale vescovo ortodosso, è stata motivo di un’accurata indagine compiuta da una commissione scientifica dal 1998 al 2001. È stata dunque riaperta la cassa e riesaminato il contenuto, consistente in uno scheletro privo del capo deposto in una cassa di piombo lunga quasi due metri, forata sul fondo in tre diversi punti.

L’unico segno distintivo antico che appare è un rilievo sull’esterno di uno dei lati corti della cassa, una specie di stella a otto bracci. Cassa e contenuto hanno certamente subito modifiche, per via delle varie ricognizioni, rispetto alle condizioni originarie (ad esempio il coperchio è di epoca rinascimentale), ma questo non ha impedito di ottenere dei dati autentici e valutabili in rapporto alla tradizione antica. Si è dunque potuto stabilire che lo scheletro di Padova appartiene a un uomo anziano, alto circa 163 cm, e che la cassa è quella della sua originaria sepoltura; le analisi del radiocarbonio 14 hanno fornito per le ossa una datazione probabile tra la seconda metà del I secolo d.C. e l’inizio del V, con la massima probabilità tra il II e il IV; è stato confermato che il cranio trasferito nel 1354 a Praga è quello dello scheletro di Padova. Lo studio del Dna ha escluso un’origine greca, mentre l’origine siriana, anche se non l’unica possibile, risulta la maggiormente probabile.

Altre analisi fisiche hanno stabilito con certezza che cassa e reliquie si trovavano a Padova già verso il V-VI secolo, escludendo così ogni ipotesi di traslazione in epoca medievale; e lo studio dei pollini ha indicato come area di provenienza la sola Grecia. In più, lo studio archeologico ha permesso di identificare il segno presente sulla cassa come una combinazione di due croci, con la forma di una stella a otto terminazioni: una figura che è nota anche in ambito giudeo-cristiano (appare già negli ossuari della Palestina del I-II secolo) a significare la nuova vita in Cristo. Dunque, le recenti indagini scientifiche hanno avvalorato la tesi dell’autenticità delle reliquie custodite a Padova, e della loro provenienza dall’Oriente (e in particolare dalla Grecia) in un periodo anteriore al VI secolo. Dal 2000 una costola di Luca è ritornata a Tebe, nel sarcofago che forse accolse la sua prima sepoltura. 




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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