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Papa Francesco esce allo scoperto La Liturgia Cattolica cambiera' contro il parere di Benedetto XVI e il cardinale Sarah

Ultimo Aggiornamento: 29/11/2017 15.09
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22/10/2017 10.04
 
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Liturgia: "Correctio paternalis" del Papa al cardinale Sarah

Papa Francesco

Papa Francesco smentisce l'interpretazione del cardinale Sarah sul Motu Proprio riguardo le traduzioni nella liturgia e chiede che la Nuova Bussola Quotidiana pubblichi la sua lettera. Una situazione senza precedenti che pone la NBQ al centro di un dibattito centrale per la vita della Chiesa. Il Papa esplicita il suo progetto di "devolution" liturgica, con sempre più ampi poteri affidati alle Conferenze episcopali.
- LA LETTERA DEL PAPA AL CARDINALE SARAH (testo)
- LA LETTERA DEL PAPA AL CARDINALE SARAH (originale in pdf)


L’interpretazione del cardinale Robert Sarah del Motu Proprio “Magnum Principium” non è corretta; lo spirito del documento pontificio è proprio quello di concedere per le traduzioni liturgiche quell’ampia autonomia e fiducia alle Conferenze episcopali che il cardinale Sarah vorrebbe limitare. A dirlo è proprio papa Francesco con una lettera autografa al prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – il cardinale Sarah appunto - che qui pubblichiamo integrale su richiesta esplicita dello stesso Pontefice. Era stata infatti proprio la Nuova Bussola Quotidiana a pubblicare il 12 ottobre la nota del cardinale Sarah che, tenendo conto di alcune reazioni già manifestatesi, proponeva una corretta interpretazione del Motu Proprio (clicca qui).

Il Papa che chiede che la Nuova Bussola Quotidiana pubblichi la sua lettera dopo aver pubblicata la nota del cardinale Sarah: è un gesto, quello di papa Francesco, senza precedenti. E aldilà delle questioni di merito cui accenneremo, siamo certamente onorati e grati di questa attenzione del Santo Padre che oggettivamente conferisce alla NBQ l’autorevolezza di ospitare un dibattito su temi fondamentali per la vita della Chiesa che lo vede protagonista insieme ad alcuni cardinali.

Ma veniamo al tema della controversia: l’argomento è quello delle traduzioni dal latino dei testi liturgici in uso nei singoli Paesi. Le traduzioni (versioni ed eventuali adattamenti) vengono preparate dalle singole Conferenze episcopali che poi ne chiedono l’approvazione alla Santa Sede. L’esame della Santa Sede avviene attraverso due strumenti: la confirmatio e la recognitio, che il Motu Proprio vuole ridefinire. A questo punto ecco le diverse interpretazioni: secondo il cardinale Sarah confirmatio e recognitio sono differenti per l’effetto prodotto (confirmatio: sola traduzione della edizione tipica latina; recognitio: aggiunta di nuovi testi e modifiche rituali ovviamente non sostanziali), ma sono due atti identici dal punto di vista della responsabilità della Santa Sede. E dunque in entrambi i casi è possibile e richiesta una analisi dettagliata di tutto: nuovi testi, modifiche rituali, traduzioni dell’originale latino.

È evidente la preoccupazione del cardinal Sarah in qualità di prefetto della Congregazione per il Culto Divino: mantenere l’unità della Chiesa anche nella liturgia, pur rispettando l’autonomia dei vescovi dei singoli Paesi nell’elaborare la liturgia locale.

Il Papa però ora fa sapere che non è questa la mens del Motu Proprio che va invece nella prospettiva di una vera e propria “devolution” liturgica. Egli precisa infatti che i due procedimenti – confirmatio  e recognitio - non sono identici e che nell’esercizio di queste due azioni si dà una responsabilità «diversa» sia da parte della Santa Sede, sia da parte delle Conferenze Episcopali:

a) La recognitio «indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa». È una frase un po’ ermetica ma che va probabilmente interpretata con le parole del commento con cui monsignor Artur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha accompagnato la pubblicazione di Magnum Principium: «La recognitio (...) implica il processo di riconoscimento da parte della Sede apostolica dei legittimi adattamenti liturgici, compresi quelli “più profondi”, che le conferenze episcopali possono stabilire e approvare per i loro territori, nei limiti consentiti. Su questo terreno d’incontro tra liturgia e cultura, la Sede apostolica è chiamata dunque a recognoscere, cioè a rivedere e valutare tali adattamenti, in ragione della salvaguardia dell’unità sostanziale del rito romano».

b) La confirmatio è l’atto sul quale la lettera papale centra di più l’attenzione. È detto chiaramente che il giudizio sulla fedeltà delle traduzioni con l’originale tipico latino è delle Conferenze Episcopali, «sia pure in dialogo con la Santa Sede». La quale Santa Sede, nel concedere la confirmatio, non attuerà più «un esame dettagliato parola per parola», eccetto casi evidenti di formule rilevanti come le preghiere eucaristiche o le formule sacramentali. Insomma molta più libertà alle conferenze episcopali.

Nella lettera al cardinal Sarah poi, il Papa spiega che vanno ricomprese o abrogate alcune parti di Liturgiam Authenticam (2001), il documento normativo per le traduzioni attualmente in vigore. «Vanno attentamente ri-compresi» i nn. 79-84, che riguardano l’approvazione della traduzione e la recognitio della Sede Apostolica; «sono decaduti» invece i nn. 76 e 80. Quest’ultimo è incentrato sulla recognitio, ed è stato ovviamente riformulato, mentre il n. 76 richiedeva alla Congregazione di partecipare «in maniera più stretta al lavoro di preparazione delle traduzioni nelle principali lingue».

Un ulteriore passaggio della lettera del Papa richiede attenzione. Dice infatti che «Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgiam Authenticam, così come veniva effettuato nel passato». Tale affermazione unita all’altra secondo cui una traduzione liturgica “fedele” «implica una triplice fedeltà» - al testo originale, alla lingua della traduzione, alla comprensibilità dei destinatari – lascia intendere che Magnum Principium è inteso come l’inizio di un processo che può portare molto lontano.  

E sta qui l’importanza di questa controversia che vede il Papa smentire il cardinale Sarah, il quale non fa altro che muoversi sulla linea tracciata da Benedetto XVI. Non c’è dubbio infatti che con lo “spirito” di Magnum Principium, precisato e accentuato dalla lettera papale che qui pubblichiamo, la tendenza sarà di avviarsi verso Messali nazionali sempre più differenti tra di loro, verso uno “spirito liturgico” sempre meno condiviso.

La questione va oltre l’aspetto meramente liturgico e, come ha più volte sostenuto il cardinale Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, riguarda la concezione di Chiesa, e la comprensione che la Chiesa ha di se stessa. In discussione è soprattutto il ruolo e il potere delle Conferenze episcopali, a cui papa Francesco intende dare «anche qualche autentica autorità dottrinale» (cfr. Evangelii Gaudiumno. 32).

Al contrario, già nel libro-intervista con Vittorio Messori – “Rapporto sulla fede” (1985) – il cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, commentando positivamente la valorizzazione del «ruolo e della responsabilità del vescovo» voluta dal Concilio Vaticano II, lamentava la deriva post-conciliare: «Il deciso rilancio del ruolo del vescovo si è in realtà smorzato o rischia addirittura di essere soffocato dall’inserzione dei presuli in conferenze episcopali sempre più organizzate, con strutture burocratiche spesso pesanti. Eppure non dobbiamo dimenticare che le conferenze episcopali non hanno una base teologica, non fanno parte della struttura ineliminabile della Chiesa così come è voluta da Cristo: hanno soltanto una funzione pratica, concreta». Il collettivo non sostituisce la persona del vescovo. Questo è un punto decisivo «perché – diceva il cardinale Ratzinger – si tratta di salvaguardare la natura stessa della Chiesa cattolica, che è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c’è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».





  • ESCLUSIVO

La lettera del Papa al cardinale Sarah

Papa Francesco

Città del Vaticano, 15 ottobre 2017

A Sua Eminenza Reverendissima

il signor Card. Robert SARAH

Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei  Sacramenti
Città del Vaticano

 

Eminenza,

ho ricevuto la sua lettera del 30 settembre u.s., con la quale Ella ha voluto benevolmente esprimermi la sua gratitudine per la pubblicazione del Motu Proprio Magnum Principium e trasmettermi una elaborata nota, “Commentaire”, sullo stesso finalizzata a una migliore comprensione del testo.

Nel ringraziarla sentitamente per l’impegno e il contributo, mi permetto di esprimere semplicemente, e spero chiaramente, alcune osservazioni sulla sopramenzionata nota che ritengo importanti soprattutto per l’applicazione e la giusta comprensione del Motu Proprio e per evitare qualsiasi equivoco.

Innanzitutto occorre evidenziare l’importanza della netta differenza che il nuovo MP stabilisce tra recognitio e confirmatio, ben sancita nei §§ 2 e 3 del can. 838, per abrogare la prassi, adottata dal Dicastero a seguito del Liturgia authenticam (LA) e che il nuovo Motu Proprio ha voluto modificare. Non si può dire pertanto che recognitio e confirmatio sono “strettamente sinonimi (o) sono intercambiabili” oppure “sono intercambiabili a livello di responsabilità della Santa Sede”.

In realtà il nuovo can. 838, attraverso la distinzione tra recognitio e confirmatio, asserisce la diversa responsabilità della Sede Apostolica nell’esercizio di queste due azioni, nonché quella delle Conferenze Episcopali. Il Magnum Principium non sostiene più che le traduzioni devono essere conformi in tutti i punti alle norme del Liturgia authenticam, così come veniva effettuato nel passato. Per questo i singoli numeri di LA vanno attentamente ri-compresi, inclusi i nn. 79-84, al fine di distinguere ciò che è chiesto dal codice per la traduzione e ciò che è richiesto per i legittimi adattamenti. Risulta quindi chiaro che alcuni numeri di LA sono stati abrogati o sono decaduti nei termini in cui sono stati ri-formulati dal nuovo canone del MP (ad es. il n. 76 e anche il n. 80).

Sulla responsabilità delle Conferenze Episcopali di tradurre “fideliter”, occorre precisare che il giudizio circa la fedeltà al latino e le eventuali correzioni necessarie, era compito del Dicastero, mentre ora la norma concede alle Conferenze Episcopali la facoltà di giudicare la bontà e la coerenza dell’uno e dell’altro termine nelle traduzione dall’originale, se pure in dialogo con la Santa Sede. La confirmatio non suppone più dunque un esame dettagliato parola per parola, eccetto nei casi evidenti che possono essere fatti presenti ai Vescovi per una loro ulteriore riflessione. Ciò vale in particolare per le formule rilevanti, come per le Preghiere Eucaristiche e in particolare le formule sacramentali approvate dal Santo Padre. La confirmatio tiene inoltre conto dell’integrità del libro, ossia verifica che tutte le parti che compongono l’edizione tipica siano state tradotte[1].

Qui si può aggiungere che, alla luce del MP, il “fideliter” del § 3 del canone, implica una triplice fedeltà: al testo originale in primis; alla particolare lingua in cui viene tradotto e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari (cfr. Institutio Generalis Missalis Romani nn. 391-392)

In questo senso la recognitio indica soltanto la verifica e la salvaguardia della conformità al diritto e alla comunione della Chiesa. Il processo di tradurre i testi liturgici rilevanti (ed es. formule sacramentali, il Credo, il Pater Noster) in una lingua - dalla quale vengono considerati traduzioni autentiche -, non dovrebbe portare ad uno spirito di “imposizione” alle Conferenze Episcopali di una data traduzione fatta dal Dicastero, poiché ciò lederebbe il diritto dei Vescovi sancito nel canone e già prima dal SC 36 § 4. Del resto si tenga presente l’analogia con il can. 825 § 1 circa la versione della Sacra Scrittura che non necessita di confirmatio da parte della Sede Apostolica.

Risulta inesatto attribuire alla confirmatio la finalità della recognitio (ossia “verificare e salvaguardare la conformità al diritto”). Certo la confirmatio non è un atto meramente formale, ma necessario alla edizione del libro liturgico “tradotto”: viene concessa dopo che la versione è stata sottoposta alla Sede Apostolica per la ratifica dell’approvazione dei Vescovi, in spirito di dialogo e di aiuto a riflettere se e quando fosse necessario, rispettandone i diritti e i doveri, considerando la legalità del processo seguito e le sue modalità[2].

Infine, Eminenza, ribadisco il mio fraterno ringraziamento per il suo impegno e constatando che la nota “Commentaire” è stata pubblicata su alcuni siti web, ed erroneamente attribuita alla sua persona, Le chiedo cortesemente di provvedere alla divulgazione di questa mia risposta sugli stessi siti nonché l’invio della stessa a tutte le Conferenze Episcopali, ai Membri e ai Consultori di codesto Dicastero.

Fraternamente

Francesco

 

[1] Magnum Principium: “Fine delle traduzioni dei testi liturgici e dei testi biblici, per la liturgia della Parola, è annunciare ai fedeli la parola di salvezza in obbedienza alla fede ed esprimere la preghiera della Chiesa al Signore. A tale scopo bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina. Sebbene la fedeltà non sempre possa essere giudicata da parole singole, ma debba esserlo nel contesto di tutto l’atto della comunicazione e secondo il proprio genere letterario, tuttavia alcuni termini peculiari vanno considerati anche nel contesto dell’integra fede cattolica, poiché ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina”. 

[2] Magnum Principium: “Si deve senz’altro prestare attenzione all’utilità e al bene dei fedeli, né bisogna dimenticare il diritto e l’onere delle Conferenze Episcopali che, insieme con le Conferenze Episcopali di regioni aventi la medesima lingua e con la Sede Apostolica, devono far sì e stabilire che, salvaguardata l’indole di ciascuna lingua, sia reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale e che i libri liturgici tradotti, anche dopo gli adattamenti, sempre rifulgano per l’unità del Rito Romano”.

- LA LETTERA DEL PAPA (ORIGINALE) . pdf




[Modificato da Caterina63 22/10/2017 15.56]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dal federalismo dottrinale alla devolution liturgica. Papa Francesco rompe con i suoi 265 predecessori

Aiutiamoci a capire cosa sta accadendo. La Liturgia cattolica cambierà, verso una “torre di Babele” (decentramento), contro l’insegnamento della Tradizione nella Chiesa che si espresse inequivocabilmente in tutti questi secoli.

NON E’ UNA BUFALA! Non è un falso e, tutto sommato potremo dire “finalmente”, Papa Francesco esce allo scoperto e per la prima volta, in modo altrettanto “ufficiale” lo fa a modo suo non ex-cattedra (dalla cattedra), ma ufficialmente attraverso La Nuova Bussola Quotidiana alla quale ha affidato la Lettera per una “Correctio paternalis“, vedi qui, una sorta di caricatura alla Correctio filialis alla quale si guarda bene, però, di dare una risposta.

Di cosa si tratta lo avrete già letto tutti e di fatto non ci sarebbe nulla da aggiungere se non che di fermarsi a Pregare, sollecitare i Fedeli ad andare al Rito STRAORDINARIO della Messa antica, alimentare e far crescere questi gruppi legittimi e leciti attraverso il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, vedi qui e la Lettera Apostolica di accompagnamento, vedi qui.

Anche il titolo che abbiamo usato non è un falso: “devolution” liturgica è la traduzione più semplice di questo intricato argomento per sottolineare l’intenzione di Papa Francesco di DECENTRARE la Liturgia Cattolica. L’ha usato Cascioli nell’articolo, e noi lo riteniamo perfetto per comprendere i fatti.

Confessiamo che da mesi si rincorrevano molte voci contro la Liturgia tradizionale della Chiesa e noi, prudentemente, abbiamo cercato di non dare alcuna eco, di attendere pazientemente atti ufficiali per poterne parlare serenamente e più lealmente, parlando solo di alcune questioni specifiche all’utilizzo dei Motu Propri, cliccare quiVorremo così aiutare i nostri lettori – specialmente quelli più digiuni a questo argomento – a capire seppur brevemente, cosa è questa “devolution”, cosa sta accadendo e cosa succederà.

DECENTRAMENTO sembra essere così la parola d’ordine di Papa Francesco apparentemente a favore di una più “collegialità” con i Vescovi diocesani. Detto in soldoni, ogni Conferenza Episcopale potrà tradurre il Messale della Messa a seconda degli usi e della comprensione linguistica del posto, senza più alcun controllo da parte della Santa Sede. Il Papa sottolinea, ovviamente, che salvaguardando le parti centrali della Messa (Consacrazione e Comunione) tutto il resto potrà essere tradotto secondo le sensibilità delle varie diocesi.

È chiaro quindi, al momento, che le parole della Consacrazione non dovrebbero subire alcuna modifica! Tuttavia chi pensa che questa è così una garanzia che offre poi il diritto al Pontefice di fare quanto sta facendo, sta sbagliando di grosso. Il “diritto” di un Pontefice non è creare delle “torri di Babele”, ma abbatterle nel “confermare” le singole Chiese, comunità, diocesi, a quell’unica Voce per la quale ci chiamiamo “cattolici” ossia universali. Per questo diciamo “al momento non cambieranno le parole della Consacrazione” perché, venendo meno la “confermazione di Pietro” per le prossime traduzioni, mancherà ogni controllo, e ciò che verrà deciso sarà a descrizione del vescovo locale.

È questa la “Torre di Babele” a cui alludiamo: facciamo un esempio pratico. Se uno di noi, italiano, andasse ad una messa in Australia o in altra parte del mondo che vorreste voi, troverebbe sì una Messa nella lingua locale, ma attualmente, se conoscete tutte le parole della messa, capireste immediatamente cosa sta dicendo il sacerdote, anche se non capite la lingua. Da oggi cambierà tutto e voi, trovandovi in qualche luogo di cui non conoscete la lingua, assisterete ad una Liturgia di cui non sapreste più che cosa sta dicendo il sacerdote.

Facciamo un altro esempio reale: alcuni Vescovi stanno sbarellando letteralmente, favorevoli a nuove liturgie e riti per coppie omosessuali, altri per fare riti con i Musulmani, altri per aggirare il divieto chiaro di Giovanni Paolo II sulla inter-comunione (Ecclesia de Eucharistiavedi qui) chiedono modifiche liturgiche per fare insieme ai protestanti messe condivisibili, con un “pane” non eucaristico, ma unitivo (sic!), ed altre richieste davvero infernali, non le inventiamo noi, basta documentarsi un poco che troverete i nomi di questi vescovi. Ora cosa accadrà? Semplice: il vescovo del luogo, senza più IL CONTROLLO DELLA SANTA SEDE, potrà creare MESSALI SU MISURA…. e soddisfare tutte queste richieste!

È legittimo quanto il Papa sta facendo? Sì e No! Purtroppo non è molto semplice dare una sola risposta, i meccanismi sono molto complessi che però, il Concilio di Trento con san Pio V (1566-1572) con la Costituzione Apostolica Quo Primum (14 luglio 1570), promulgò il Messale Romano offrendo a tutti i cristiani – di quel presente e futuro – uno strumento di unità liturgica e insigne monumento del culto genuino e religioso nella Chiesa Cattolica. San Pio V non modificò la “Messa”, stiamo attenti, egli non fece altro che estendere a tutto l’Occidente la Messa “latina” tradizionale quale barriera contro il protestantesimo.  Non modificò nulla, ma tutti gli altri riti che non datavano da 200 anni li abolì perché inquinati di protestantesimo o almeno sospetti di infiltrazioni protestantiche, estendendo a tutto l’Occidente il Messale romano perché “sicuramente cattolico”.

A farci comprendere cosa accadde leggiamo questo passaggio da parte di Ratzinger: “… rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Pio V e non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano rielaborato questo messale, in un processo continuativo di crescita storica e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è stata la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Dopo il concilio di Trento, per contrastare l’irruzione della riforma protestante che aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa unitaria e dall’imperante pluralismo liturgico eredito dal tardo medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro” (J. Ratzinger, La mia vita, pp. 111-112).

La battaglia di Benedetto XVI, poi, la conosciamo tutti, è per questo “divieto” che Paolo VI non avrebbe dovuto inoltrare (quindi non poteva farlo) contro la Messa detta antica o di San Pio V, che arrivò a riabilitarla con il famoso Summorum Pontificum il 7 luglio 2007.

Così abbiamo risposto ad una prima osservazione: non è affatto vero che un Pontefice possa arrivare a far modificare il contenuto del Messale cattolico lasciandolo al libero arbitrio dei Vescovi. Paolo VI si guardò bene dal lasciare libertà di traduzione del Messale! Sapeva perfettamente che ciò non era affatto in suo potere e neppure dei Vescovi. E veniamo così alla spinosa questione del PRO MULTIS, che tradotto in italiano è diventato un illegittimo “per tutti”.

Nella famosa Lettera all’episcopato tedesco, clicca qui , Benedetto XVI ordina che l’espressione “per tutti” attualmente presente nel Messale tra le parole della Consacrazione Eucaristica, venga mutata in  “per molti”, perché, dice il Pontefice, questa è la traduzione esatta del testo greco originale del Vangelo. NESSUNO OBBEDI’ AL PONTEFICE!

Nella Lettera Benedetto XVI insegna un’importante regola ermeneutica, valida sempre e in ogni caso nell’interpretazione della Bibbia, come del resto di qualunque testo letterario: un conto, dice il Pontefice, è tradurre e un conto è interpretare. La traduzione va fatta con fedeltà e precisione, anche se il testo che vien fuori è difficile o indigesto o antipatico. E qui ci fermiamo!

Senza dubbio che la rivoluzione in campo liturgico fu portata a termine imprudentemente da Paolo VI, poiché essa era iniziata, ma con modi confacenti e molto prudenti, già da san Pio X… Paolo VI non si limitò ad una riforma del Rito come i suoi Predecessori, le sue scelte infatti andarono a modificare l’essenza della Messa che da “sacrificio” divenne una più goliardica e protestantica “cena”, e tutto questo per venire incontro ai “fratelli protestanti”, con il risultato che i fedeli cattolici, clero e vescovi, si sono protestantizzati e, i protestanti, sono rimasti fieramente protestanti. Benedetto XVI attraverso il Summorum Pontificum ha cercato di riparare i danni, ed è questo che un Papa può e deve fare, rispondendo così a ciò che un Papa può o non può fare.

Tornando così alla vicenda odierna Papa Francesco sta abusando del potere conferitogli dal Cristo! “Tutto mi è lecito, ma non tutto giova” (1Cor.6,12) insegna san Paolo, e il tutto era programmato nell’Evangelii gaudium (EG) laddove Papa Francesco attaccò, senza mezze misure e naturalmente indirettamente, un Documento firmato da Giovanni Paolo II, poco conosciuto ma importante per la Liturgia “Liturgiam authenticam”. Nella EG la nuova parola d’ordine è “decentrare” il potere curialeper affidare alle “regioni episcopali continentali” anche competenze di carattere dottrinale. Di grande impatto è stato, in EG, la previsione di un tale “decentramento” in alcuni settori della stessa “dottrina”, nella liturgia del popolo e nell’esercizio del magistero.

Ma tutto questo programma di decentramento contrasta in modo strutturale con ciò che in campo liturgico accade dal 2001, ossia da quando la V Istruzione sulla Riforma Liturgica – Liturgiam authenticam – ha di fatto bloccato a livello universale ogni libera traduzione ed interpretazione dei testi della liturgia. Papa Francesco nella EG sposa la battaglia della chiesa tedesca, della corrente rahneriana e modernista di un  disegno di rimodellare universalmente la liturgia sul prototipo protestante — progetto inevitabilmente, per Francesco, “chiuso” e senza “vie di uscita” a causa della “lingua latina” — dando privilegio ad una traduzione “dettata dal cuore, materna” pretendendo che le “lingue parlate” assumano la struttura stessa della lingua latina.. Mai era stata tanto disprezzata la lingua della Chiesa… per salvare la quale nulla è valso l’appello accorato di Benedetto XVI fondando addirittura la Pontificia Academia Latinitatisclicca qui testo ufficiale, che si rispecchia nella Costituzione Apostolica Veterum sapientia di Giovanni XXIII.

Rottura su tutti i fronti, decentramento, populismo, vittoria del pueblo… chi più ne ha più ne metta! Può fare tutto ciò un Pontefice? Certo che può, abusando del potere delle chiavi (clicca qui l’articolo illuminante di Padre Giovanni Scalese) che, non a caso, sono stato oggetto di recente di una battuta dello stesso Francesco, come a dire che intende servirsi di questo potere per fare tutto ciò che lui riterrà opportuno per la “sua immagine di chiesa”.

Tuttavia si può sollecitare questa domanda: ma se il Papa vuole decentrare tutto e non vuole più controllare che i Vescovi ciò che i vescovi fanno, lui a Roma che ci sta a fare? Semplice lui sta lì a controllare che i Vescovi però, nell’esercizio della loro libertà, stiano attenti a sposare ciò che il Papa vuole fare. Se prima si diceva OBBEDIENZA ALLA CHIESA E DUNQUE AL PAPA, OGGI E’ STATO TUTTO RIBALTATO: OBBEDIENZA AL PAPA PER OBBEDIRE ALLA SUA CHIESA.

Certo che se prima non capivamo cosa stesse accadendo, ora il minestrone sta uscendo allo scoperto, vedi qui. E possiamo dire con certezza che non saremo noi ad “uscire” dalla Chiesa, noi continueremo a stare con la Chiesa DI SEMPRE e laddove le messe saranno nuovamente stravolte e modificate nel linguaggio, state attenti alle parole della Consacrazione perché se verranno modificate la Messa è invalida e non avviene alcuna Transustanziazione.

Qui non è più in gioco “papa sì, papa no”, perché noi non abbandoneremo mai il Pontefice, ma si tratta anche di salvare le nostre anime, e con messe invalidate e lasciate a libere traduzioni ed interpretazioni linguistiche, o a riti fantasiosi e sincretisti, l’anima non si salva, mentre il papato è bellamente protetto da Nostro Signore Gesù Cristo.




 

«Io ho le chiavi»

- Padre Giovanni Scalese

In un articolo pubblicato ieri su OnePeterFive, Maike Hickson (foto) si chiede: “Potrebbe l’aneddoto raccontato sulla rivista dei Cappuccini essere la chiave per svelare i piani del Papa sull’ordinazione delle donne?”.

Di che si tratta? Si tratta di un aneddoto narrato tre anni fa (2014) nell’editoriale del numero di aprile della rivista dei Cappuccini svizzeri Ite dal Direttore Fra Adrian Müller. L’originale è in tedesco; non conoscendo il tedesco, vi traduco in italiano la versione inglese della Hickson:Papa Francesco non risiede nell’appartamento pontificio, ma piuttosto nell’albergo del Vaticano [l’Ospizio Santa Marta]. Lí le Guardie [Svizzere] hanno il compito di proteggere il Papa o, talvolta, quando mette la testa fuori dalla porta, andare a prendergli un caffè. 

Al nuovo Vescovo di Roma non piace fare colazione da solo. Perciò, di solito, si siede ogni volta accanto a qualcuno e incomincia a parlare con lui. In una di tali occasioni, pare che sia avvenuto il seguente incontro:Si dice che Papa Francesco si sia seduto una mattina di fronte a un Arcivescovo e abbia portato il discorso sulla questione del sacerdozio femminile. Poi avrebbe chiesto al suo compagno di tavola che cosa ne pensasse. Quello taceva, non sapendo come rispondere a questa domanda. Dopo un momento di silenzio, si dice che Francesco abbia replicato: “Sí, sí, entrambi i miei predecessori ci hanno chiuso la porta”. 
Quindi, ridendo, avrebbe detto: “Per fortuna, io ho le chiavi”.

L’autore dell’editoriale si chiede “quali chiavi il Successore di Pietro effettivamente ha?”. Beh, direi che la risposta sia abbastanza semplice: il Papa ha le “chiavi del regno”, che Cristo ha consegnato a Pietro e ai suoi successori: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16:19). Penso che quella del Papa sia stata nulla piú che una battuta sulle proprie prerogative. Anche se, personalmente, non la trovo di buon gusto (sono stato educato all’adagio “scherza coi fanti e lascia stare i santi”). Ma sappiamo che a Papa Bergoglio piace scherzare, e quindi siamo pronti a perdonargli anche una battuta forse un po’ sopra le righe.

Quel che invece desta qualche preoccupazione è il contesto in cui è stata fatta la battuta: una conversazione, per quanto inter pocula, sul sacerdozio alle donne. Perché scegliere proprio un argomento cosí delicato per fare una battuta che potrebbe essere facilmente fraintesa? In altre occasioni, lo stesso Pontefice ha confermato che su tale questione non c’è spazio per ripensamenti:Sull’ordinazione di donne nella Chiesa Cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane. Questo rimane(Conferenza stampa durante il volo di ritorno dalla Svezia, 1° novembre 2016).Allora, perché scherzarci sopra?

In ogni caso — senza con questo voler fare i musoni che non riescono neppure a capire una battuta, ma solo per mettere i puntini sulle “i” — forse val la pena di chiarire (non certo al Papa, che lo sa bene, ma ai miei lettori) che il “potere delle chiavi” dato da Gesú a Pietro (e solo a lui, a differenza del “potere di legare e sciogliere”, dato anche agli altri apostoli) non è un potere assoluto: è un potere supremo (nel senso che è superiore a qualsiasi altro potere umano), ma non è assoluto (nel senso che non è sciolto da qualsiasi altro potere, avendo sopra di sé l’autorità di Cristo, Capo della Chiesa).

Ci siamo occupati del “potere delle chiavi” in un recente post, a cui rimandiamo. Qui ci limiteremo a ricordare quanto afferma in proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica:Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesú, il “Buon Pastore” (Gv 10:11), ha confermato tale incarico dopo la risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21:15-17). 

Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesú ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli [cf Mt 18:18] e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno (n. 553).Dunque, il “potere delle chiavi” consiste nell’autorità per governare la Chiesa. Piú avanti il Catechismo aggiunge:Del solo Simone, al quale diede il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi [cf Mt 16:18-19]; l’ha costituito pastore di tutto il gregge [cf Gv 21:15-17] (n. 881).
Il Papa, Vescovo di Roma e successore di San Pietro, “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” [LG 23]. “Infatti il Romano Pontefice, in virtú del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” [LG 22; cf CD 2 e 9] (n. 882).Dunque, il potere del Papa è “pieno, supremo e universale”, ma non assoluto.

Il Concilio Vaticano I, che ha definito il dogma del primato del Romano Pontefice (di solito si insiste di piú sull’infallibilità, senza rendersi conto che si tratta solo di un necessario corollario del primato), ha solennemente dichiarato:Se uno dice che il Romano Pontefice ha solo un ufficio di ispezione o direzione, ma non la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo nelle cose che riguardano la fede e i costumi, ma anche in quelle che riguardano la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o [se uno dice] che egli avrebbe solo la parte piú importante, ma non tutta la pienezza di questa suprema potestà; o [se uno dice] che la sua potestà non è ordinaria e immediata su tutte e singole le chiese [particolari] e su tutti e singoli i pastori e fedeli: anathema sit (Denzinger-Schönmetzer, n. 3064).

Siccome però ci furono, soprattutto in Germania, delle interpretazioni errate della suddetta definizione, l’Episcopato tedesco emanò una dichiarazione (gennaio-febbraio 1875), successivamente ratificata dal Papa Pio IX, in cui si precisava la vera natura del primato pontificio:I decreti del Concilio Vaticano non forniscono neppure un’ombra di fondamento all’asserzione, secondo cui il Papa con essi sarebbe diventato un principe assoluto, e anzi, in forza dell’infallibilità, assolutissimo, “piú di qualsiasi altro monarca assoluto nel mondo”. Innanzi tutto, il dominio della potestà ecclesiastica del Pontefice è essenzialmente diverso dal principato civile del monarca; né in alcun modo i cattolici negano la piena e somma potestà del signore di un territorio per quanto riguarda le questioni civili

Ma inoltre neppure rispetto alle questioni ecclesiastiche il Papa può chiamarsi un monarca assoluto, essendo lui subordinato al diritto divino e obbligato a ciò che Cristo ha disposto per la sua Chiesa. Egli non può mutare la costituzione data alla Chiesa dal divin fondatore, analogamente a quanto fa il legislatore civile che può mutare la costituzione dello Stato. La costituzione della Chiesa in tutti gli aspetti essenziali si fonda sull’ordinamento divino e perciò è immune da ogni arbitraria disposizione umana (Denzinger-Schönmetzer, n. 3114).

Piú chiaro di cosí! Tornando alla nostra questione (il sacerdozio femminile), essa è appunto uno degli “aspetti essenziali” della costituzione della Chiesa, che nessuno — neppure il Papa — può modificare. Nella malaugurata ipotesi che un giorno un Papa decidesse di cambiare l’attuale disciplina, la sua decisione sarebbe semplicemente nulla; e i Vescovi che imponessero le mani a una donna, non le farebbero altro che una carezza sulla chioma e incorrerebbero nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica (Normae de gravioribus delictis, 21 maggio 2010, art. 5). Per cui, direi di starsene tranquilli, nessuno potrà mai attentare alla costituzione divina della Chiesa.




 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Traduzioni liturgiche, Muller in campo con Sarah

Il cardinale Mūller ha preso posizione in appoggio al cardinale Robert Sarah nella questione della traduzione dei testi liturgici, e del motu proprio Magnum Principium. "La liturgia unisce, non deve dividere e far scaturire contraddizioni”.

Il cardinale Gerhard Mūller in un’intervista al Neue Passauer Presse ha preso decisamente posizione in appoggio al cardinale Robert Sarah nella questione della traduzione dei testi liturgici, e del motu proprio Magnum Principium. Come è noto, il documento pontificio dava più ampi poteri alle Conferenze episcopali per quanto riguarda la traduzione dei testi liturgici. Il cardinale Robert Sarah ha cercato di interpretare il documento in maniera da garantire un maggio ruolo a Roma nell’approvazione dei testi tradotti localmente. Ma è stato corretto dal Pontefice regnante con una lettera che confermava la volontà di ridurre il controllo della Congregazione per il Culto Divino.

Nell’intervista è stato chiesto al cardinale Mūller: “Di recente c’è stato anche un conflitto del papa con il cardinale Robert Sarah prefetto della Congregazione per il culto divino. Diversamente da Sarah, Francesco lascia ai vescovi delle Conferenze episcopali più libertà nella traduzione dei testi liturgici. È un affronto al cardinale?”.

Mūller ha risposto: “Mi rammarico molto che per quanto riguarda la questione della traduzione esatta e fedele dei testi liturgici dalla lingua latina nel Rito Romano siano emerse tali frizioni. La liturgia unisce, non deve dividere e far scaturire contraddizioni. Per quanto riguarda il tradurre si deve prestare attenzione all’esattezza dei contenuti, alla fedeltà e a una reale corrispondenza nello spirito e nella cultura della lingua in cui si traduce, la  lingua di destinazione. L’autorità finale in caso di dubbi non può risiedere nelle Conferenze Episcopali perché questo vorrebbe dire distruggere l’unità della Chiesa cattolica e la comprensione della fede e della comunione e della preghiera”.

Il porporato ha aggiunto poi: “Qui non si può fare riferimento alle categorie politicizzanti del centralismo e della decentralizzazione. “La legge della fede è la legge della preghiera”. Abbiamo già vissuto di frequente il fatto che i traduttori dei testi biblici e liturgici a cui hanno fatto appello i vescovi abbiano indebolito e annacquato i testi col pretesto di una migliore comprensione”.

Sono stati chiesti degli esempi, e l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede ha risposto: “Insegnamenti molto esigenti come quello dell’espiazione del peccato di Gesù sulla Croce, della nascita di Gesù da Maria Vergine, dell’incarnazione di Gesù, del dono della sua carne e del suo sangue sotto la forma di pane e vino e altre verità sono stati in alcuni Paesi iperrazionalizzati o ridotti a un appello etico e così si è spogliato il realismo purificante del cattolicesimo”.

L’intervistatore ha poi chiesto: “Benedetto XVI ha scritto che la liturgia con Sarah è in buone mani. Questo vuol dire che non c’è armonia fra Benedetto e Francesco?”.

Il cardinale ha fatto un elogio della spiritualità del porporato africano: “Sarah nella sua patria, la Guinea, a rischio della vita ha mostrato la sua fede di fronte a un regime comunista barbaro. Questa è una profonda precondizione spirituale, di non cercare nella liturgia un autoriflesso umano ma di condurre davvero un culto e un’adorazione esistenziali e spirituali di Dio e nell’unione con il Salvatore sofferente e martoriato sulla Croce e con il Signore risorto trovare il punto centrale di un’esistenza cristiana. È al di là della mia competenza esprimermi pubblicamente sui rapporti fra il Papa e Benedetto XVI”.

È interessante notare come questa critica esplicita alle interpretazioni più aperturiste del Magnum Principium, confermate dal Pontefice, giunga subito dopo un altro episodio che ha visto protagonista il cardinale tedesco. E cioè la polemica relativa all’introduzione da lui scritta al libro di Buttiglione su Amoris Laetitia. Una polemica a cui Mūller stesso ha posto fine con una dichiarazione inequivoca sulla non liceità per i divorziati risposati di accedere all’eucarestia.




GRANDE E' LA CONFUSIONE DAL MOMENTO CHE, PERO', ALL'OMELIA PER LA MESSA DEI CARDINALI DEFUNTI, PAPA FRANCESCO SEMBRA FARE UN PASSO INDIETRO E RIPRENDERE LA VIA DI BENEDETTO XVI A RIGUARDO DEL "PRO-MULTIS"


L'articolo di Andrea Mainardi

Con una breve omelia dettata venerdì per la messa di suffragio per i cardinali e i vescovi defunti nel corso dell’anno, Papa Francesco è sembrato entrare nel dibattito sulla traduzione della preghiera eucaristica sostenendo la posizione del predecessore Benedetto XVI. Anche modificando quanto aveva detto due anni fa. E insieme ha implicitamente non concluso la discussione intorno al suo recente motu proprio Magnum principium sulle competenze delle conferenze episcopali nella traduzione dei testi liturgici.

COSA HA DETTO IL PAPA

Commentando il passaggio del libro di Daniele, dove il profeta ricorda che “molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno”, Francesco ha precisato: “I ‘molti’ che risorgeranno per una vita eterna sono da intendere come i ‘molti’ per i quali è versato il sangue di Cristo. Sono la moltitudine che, grazie alla bontà misericordiosa di Dio, può sperimentare la realtà della vita che non passa, la vittoria completa sulla morte per mezzo della risurrezione”. Virgolette e corsivo che incorniciano “molti” sono nel testo ufficiale diffuso dal Vaticano. E sembrano una discreta quanto chiara presa di posizione del Papa nella disputa sulla traduzione delle parole della preghiera eucaristica al momento della consacrazione del vino nel sangue di Cristo.

PER MOLTI O PER TUTTI?

Nell’editio typica in latino del Messale romano a cui fanno riferimento le traduzioni nelle diverse lingue moderne si legge “Hic est enim calix sanguinis mei … qui pro vobis et pro multis effundetur”. Molte versioni postconciliari hanno scelto di leggere il pro multis come un pro omnibus, di conseguenza declinato. Con il risultato di una non irrilevante differenza in un punto cruciale del credo cattolico: stessa messa, ma diverse parole alla consacrazione eucaristica. Anche per gli stessi gruppi linguistici. Così in italiano si ha “per tutti”; chi va a messa in un paese germanofono ascolterà a volte le parole “für viele” (per molti), ma in altre regioni sentirà “für alle” (per tutti). Discrepanze anche in spagnolo. Alcune conferenze episcopali hanno scelto di tradurre “por muchos”, per molti; altre “por todos los hombres”, per tutti gli uomini. Traduzione più letterale in Francia, dove risuona un “pour la multitude” che riecheggia la moltitudine a cui ha fatto riferimento Francesco.

LA POSIZIONE DI BENEDETTO XVI

Alle traduzioni interpretative aveva tentato di porre un argine Benedetto XVI. Nel 2006 fece inviare una lettera a tutte le conferenze episcopali dall’allora prefetto del Culto divino Francis Arinze, chiarendo la preferenza per una traduzione letterale del “pro multis” e invitando a modificarla qualora fosse in uso l’espressione “per tutti”. Appello raccolto negli Usa, dove dal 2011 il nuovo messale ha abbandonato “for all” per la formula “for many”. Ma la richiesta è spesso caduta nel vuoto. Come in Italia dove, ha rivelato il vaticanista Sandro Magister, nel 2010 in una votazione su 187 vescovi soltanto in 11 si espressero per cambiare in “per molti”. Papa Ratzinger era poi tornato sulla questione in una lettera del 2012 ai vescovi della Germania. Il documento, firmato di suo pugno, riassume le ragioni teologiche della necessaria fedeltà all’originale latino, precisando che il cambiamento della traduzione doveva avvenire accompagnato da una specifica catechesi ai fedeli. Per il Papa tedesco, il “per molti” conserva una concezione giusta della salvezza che lascia il credente la libertà di dire sì all’amore di Dio.

COME CELEBRA FRANCESCO

Le parole di Francesco riaprono ma non sembrano chiudere il dibattito. Del resto, lui stesso celebra messa utilizzando a seconda dei casi l’una o l’altra versione. Così a Cuba il 20 settembre 2015 ha utilizzato la formula spagnola “por todos los hombres”, ma a Washington, tre giorni dopo, sempre in spagnolo, ha pregato con un “por muchos”, più aderente al “pro multis” utilizzato nelle altre celebrazioni durante lo stesso viaggio apostolico dove il canone è stato letto in latino. E se venerdì per la messa in San Pietro ha usato la preghiera in latino con il “pro multis”, il giorno prima, al cimitero di Nettuno, utilizzando la stessa preghiera eucaristica ma in italiano, aveva usato le parole “per tutti”, la traduzione attualmente in vigore in Italia. In Argentina, dove l’attuale versione del Messale è stata promulgata nel 2009, quando il cardinale Jorge Mario Bergoglio era primate del Paese, si legge “por muchos”. Traduzione valida anche per Cile, Paraguay e Uruguay.

LE PAROLE DI BERGOGLIO DEL 2015

Con questo intervento, Papa Francesco prende dunque posizione? Non si può non ricordare che nel 2015 ai partecipanti al V Convegno nazionale della Chiesa italiana riuniti a Firenze disse: “Ben sapete che il Signore ha versato il suo sangue non per alcuni, né per pochi né per molti, ma per tutti”. Che suona differente rispetto alle parole utilizzate venerdì in San Pietro. Un’espressione, quella del 2015, che per il teologo Andrea Grillo – considerato uno degli ispiratori di una pretesa volontà di devolution liturgica dell’attuale pontificato – avrebbe sancito la “conclusione alle inutili discussioni sul pro multis, che avevano caratterizzato gli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI”.

SI RIAPRE IL DIBATTITO?

Ora Bergoglio sembra riaprire il dibattito. Che andrà incorniciato all’interno del suo motu proprio di settembre Magnum principium che spinge per il decentramento delle traduzioni liturgiche ed è stato visto da molti come un rovesciamento del precedente documento in materia, Liturgiam authenticam. Documento difeso dal prefetto del Culto divino, RobertSarah, che per avere depotenziato la novità introdotta da Francesco si è visto redarguire dal Papa con una sonora correctio paternalis. Un test sul singolo punto del pro multis sarà la traduzione del nuovo messale italiano, la cui pubblicazione è attesa da tempo. I vescovi conserveranno il “per tutti” attualmente in uso o sceglieranno una resa più letterale del canone della messa?





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 Le critiche che da cinquant'anni si muovono verso l'infelice decisione di Paolo VI, di modificare la sacra Liturgia Cattolica, hanno sempre avuto quella lungimiranza, o profezia se preferite, di capire che le cose sarebbero andate ben oltre le buone intenzioni, e questo è più chiaro oggi laddove, dopo gli arresti alle innovazioni fatti da Giovanni Paolo II con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia e la esortazione apostolica Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI, ci ritroviamo ora ad un nuovo assalto contro il Culto cattolico a Dio, contro la Messa.

Segue ora  la notizia di Radio Vaticana che è di oggi, e segue l'allarme che aveva già messo in allerta la Nuova Bussola mesi prima, nel febbraio scorso. A dimostrazione che certi allarmismi non sono un vuoto "al lupo, al lupo", ma che il lupo c'è e sta sbranando tutto....

Papa: aspettiamo cattolici e assiri "celebrare allo stesso altare"

Incontro tra il Patriarca della Chiesa Assira d'Oriente e il Papa  - Vaticano 02.10.2014 - L'Osservatore Romano

“Con voi rendo grazie al Signore per l’odierna firma della Dichiarazione comune, che sancisce la lieta conclusione della fase riguardante la vita sacramentale”. Così Papa Francesco, ai Membri della Commissione Mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira dell'Oriente.

Dopo la storica Dichiarazione cristologica del 94, nel quadro del cammino ecumenico, c’è dunque un ulteriore avvicinamento tra le due Chiese: “Oggi - ha evidenziato il Papa nel Suo Messaggio -  possiamo guardare con ancor più fiducia al domani e chiedere al Signore che il prosieguo dei vostri lavori contribuisca ad avvicinare quel giorno benedetto e tanto atteso, nel quale avremo la gioia di celebrare allo stesso altare la piena comunione nella Chiesa di Cristo”.

Aspetto della Dichiarazione comune particolarmente evidenziato dal Pontefice, il segno della croce “simbolo esplicito di unità tra tutte le celebrazioni sacramentali”.

“Quando guardiamo alla croce o facciamo il segno della croce” - ha sottolineato il Papa -  siamo anche invitati a ricordarci dei sacrifici sofferti in unione con quello di Gesù e a stare vicini a quanti portano oggi una croce pesante sulle spalle”.

Riferendosi alla Chiesa Assira dell’Oriente che “insieme ad altre Chiese e a tanti fratelli e sorelle della regione, patisce persecuzioni ed è testimone di violenze brutali, perpetrate in nome di estremismi fondamentalisti”; ai “deserti culturali e spirituali” causati dai conflitti, Francesco ha ricorda anche “il violento terremoto al confine tra l’Iraq, terra natia della vostra Chiesa, e l’Iran, dove pure si trovano da lunga data delle vostre comunità, come anche in Siria, in Libano e in India”.

Ed è proprio in realtà sconvolte da eventi naturali e dalle guerre che “Facendo il segno della croce, richiamiamo le piaghe di Cristo, quelle piaghe che la risurrezione non ha cancellato, ma ha riempito di luce. Così pure le ferite dei cristiani, anche quelle aperte, quando sono attraversate dalla presenza viva di Gesù e dal suo amore, diventano luminose, diventano segni di luce pasquale in un mondo avvolto da tante tenebre”.

Da qui, l’invito di Papa Francesco “a camminare, confidando nell’aiuto di coloro che “hanno dato la vita seguendo il Crocifisso”, “gli antesignani e i patroni della nostra comunione visibile in terra. Per la loro intercessione - ha continuato - chiedo anche al Signore che i cristiani delle vostre terre possano operare, nel paziente lavoro di ricostruzione dopo tante devastazioni, in pace e nel pieno rispetto con tutti”.

Proprio ricordando che “nella tradizione siriaca Cristo sulla croce è rappresentato come Medico buono e Medicina di vita”, il Pontefice conclude chiedendo di “rimarginare completamente le nostre ferite del passato e di sanare le tante ferite che nel mondo oggi si aprono per i disastri delle violenze e delle guerre”.



Il lavorìo carsico per una messa "ecumenica"

di Luisella Scrosati, 20 febbraio 2017


Nell'opera in corso di riforma della Curia romana prende sempre più corpo l'idea che i dicasteri continuano ad esistere nominalmente, ma in pratica la loro autorità viene sempre più sminuita. Se la Congregazione per la Dottrina della Fede è stata di fatto esautorata, non essendo stata autorizzata a pronunciar parola sulle divisioni in atto a motivo dell’interpretazione di Amoris Laetitia (il Cardinale Gerhard L. Müller non fu nemmeno invitato alla presentazione del documento, vista la preferenza accordata ai cardinali C. Schönborn e Lorenzo Baldisseri), la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti non gode di miglior prestigio.

Rivedere il centro e le periferie

Si è già data notizia dei movimenti sovversivi (vedi qui) per rovesciare la quinta istruzione per la retta applicazione della Costituzione sulla liturgia del Vaticano II, Liturgiam Autenticham (LA). Questo testo fondamentale è poco gradito non solo per i criteri di traduzione indicati, ma anche perché ribadisce e rafforza la necessità della recognitio dei testi liturgici approvati dalle conferenze episcopali: «Questa recognitio non è tanto una formalità quanto un atto della potestà di governo, assolutamente necessario (in caso d'omissione, infatti, gli atti delle conferenze dei vescovi non hanno forza di legge), che può comportare delle modifiche, anche sostanziali. Così, non è permesso pubblicare testi liturgici […] se manca la recognitio». La ragione è chiara: «Siccome è necessario che la lex orandi concordi sempre con la lex credendi[…] le traduzioni liturgiche non possono essere degne di Dio se non rendono fedelmente nella lingua vernacola la ricchezza della dottrina cattolica presente nel testo originale, cosicché la lingua sacra si adatti al contenuto dogmatico che reca con sé». E arriva poi la mannaia ad ogni tentativo centrifugo: «Bisogna osservare il principio secondo cui ciascuna Chiesa particolare deve essere concorde con la Chiesa universale non solo in ciò che riguarda la dottrina della fede e i segni sacramentali, ma anche in ciò che riguarda gli usi universalmente ricevuti dalla tradizione apostolica ininterrotta» (LA, § 80).

Per dissolvere definitivamente la liturgia cattolica è perciò necessario dare più libertà alle conferenze episcopali e togliere di mezzo – in gergo curiale “sfumare” - la sgradita recognitio, in gaudente accettazione della linea di devolution.

Amoris Laetitia docet. Si pensava che la battaglia si giocasse su due modi di intendere la dottrina sul matrimonio e l’Eucaristia, mentre invece il messaggio è stato piuttosto chiaro: la dottrina resta immutata (leggi: della dottrina non interessa), ma cambia la prassi. E per questo c’è stato bisogno di dare libertà alle conferenze episcopali, tra le quali non mancano certo quelle che non vedono l’ora di avventurarsi verso nuovi sentieri, ovviamente per il bene delle anime.  Perché, in fondo, «non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (Evangelii Gaudium, 16). La rivoluzione parte dalle periferie.

Verso una preghiera eucaristica ecumenica

Indiscrezioni confermano che nella liturgia si sta tentando di fare la stessa cosa: decentralizzare e dare una “certa” libertà agli episcopati nello sperimentare nuove traduzioni, più comprensibili al popolo di Dio, nuovi testi più adatti alla mentalità dell’uomo moderno e - perché no? - una nuova preghiera eucaristica, per poter andare incontro ai fratelli separati, soprattutto nelle aree germanofone, che con i fratelli separati ci devono convivere, senza però poter dare testimonianza di unione intorno all’altare del Signore... Si dovrebbe perciò pensare ad una preghiera eucaristica che possa essere pronunciata insieme, senza creare difficoltà a nessuno.

Farneticazioni? No. E’ già pronta anche la pezza d’appoggio con cui giustificare il tutto. Si tratta del documento del 2001 del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, allora presieduto dal Cardinale Kasper, con il quale si riconosceva la validità dell’Anafora di Addai e Mari (preghiera eucaristica della Chiesa assira d’Oriente, più conosciuta come Chiesa nestoriana), documento che può vantare il placet della Congregazione per la Dottrina della Fede, che aveva come prefetto il cardinale Ratzinger, e quello di Giovanni Paolo II. Niente di meglio per poter rivoluzionare tutto, coprendosi dietro una continuità con i Papi precedenti. Questa anafora, cui dedicheremo più avanti un articolo di approfondimento, ha la particolarità di non contenere le parole della consacrazione, se non, come afferma il documento del 2001, «in modo eucologico e disseminato», cioè non in modo esplicito (“Questo è il mio corpo… Questo è il calice del mio sangue”), bensì “sparse” nelle preghiere che compongono l’anafora. Sarebbe perciò utilissima come principio giustificativo di una nuova preghiera eucaristica senza parole consacratorie, che potrebbero urtare i fratelli protestanti.

Non verrà dato molto peso al fatto che, proprio al termine di quel documento, si specificava che «le suddette considerazioni sull'uso dell'Anafora di Addai e Mari[…], si intendono esclusivamente per la celebrazione eucaristica […] della Chiesa caldea e della Chiesa assira dell'Oriente, a motivo della necessità pastorale e del contesto ecumenico sopra menzionati». Detto in altre parole: questa anafora può essere usata solo nel contesto indicato e non può diventare principio ispiratore per nuove presunte riforme, come di fatto stanno strombazzando da anni molti liturgisti. Asinus asinum fricat.  Ma si sa che nell’epoca in cui si devono edificare non muri ma ponti, questa clausola è destinata ad esser spazzata via in un istante.

Anche la Messa antica nel mirino

Ma l’attacco a LA ha anche un altro scopo, che è proprio l’insospettabile Andrea Grillo a rivelarci (vedi qui). Riassunto: se spazziamo via LA colpiamo anche il motu proprio Summorum Pontificum (SP), perché sono entrambi legati da una stessa logica. «Il Motu Proprio di 6 anni successivo, che avrebbe dato inizio al rischioso parallelismo tra rito ordinario e rito straordinario è, di fatto, contenuto, non solo nello spirito, ma addirittura nella lettera di LA, ossia all’interno di questa indiretta negazione non certo del Concilio, ma proprio della sua giustificazione pastorale». LA e SP non hanno capito un’acca della pastoralità del Vaticano II, anzi l’hanno soffocata: «Una delle ambizioni di LA veniva così affermata: “La presente istruzione prelude – cercando di prepararla – una nuova stagione di rinnovamento…”. Questa asserzione assomiglia molto a quelle – ad essa contemporanee e anche successive – intorno alla esigenza di un “nuovo movimento liturgico”, ossia l’auspicio di un movimento liturgico che possa garantire alla navicella della Chiesa di rispondere ad un “solo ordine”: “macchine indietro tutta”!». Ed infine, appello a tutte le forze di rinnovamento da Grillo, in versione Marco Porcio Catone: «Oggi, a distanza di 15 anni […] è del tutto evidente che “una nuova stagione di rinnovamento” sarà possibile soltanto superando le contraddizioni e le ingenuità nostalgiche di questo atto di interruzione della “svolta pastorale” iniziata con il Concilio Vaticano II». Delenda Carthago: più chiaro di così… 



si legga anche qui...... anche qui...... 

 


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26/11/2017 09.46
 
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  • L'ANALISI

Liturgia e traduzioni, il rovesciamento delle gerarchie

Il dibattito innestatosi sul Motu Proprio Magnum Principium, che delega molti poteri alle Conferenze episcopali riguardo a traduzione e adattamento dei testi liturgici, sta mettendo in evidenza come la questione abbia conseguenze che vanno ben oltre la liturgia. Lo spiega monsignor Nicola Bux.

Il Motu Proprio Magnum Principium, riguardo alle traduzioni dei testi liturgici nelle lingue nazionali, ha provocato un acceso dibattito dopo che l'interpretazione autorevole data dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, è stata smentita dallo stesso papa Francesco. Al centro della controversia sta il corretto rapporto tra Sede apostolica e conferenze episcopali riguardo la liturgia. Abbiamo chiesto all'esperto monsignor Nicola Bux un approfondimento. Data la complessità del tema e i numerosi aspetti da prendere in considerazione, l'intervento di monsignor Bux viene presentato in due puntate.

I padri della Chiesa non ammettevano qualsiasi fede, ma, secondo l'insegnamento di san Paolo, richiedevano sempre la fede ortodossa, ossia retta, sana e pura, a partire dalla professione battesimale. Inoltre, vedevano le preghiere liturgiche e i riti come espressione di questa fede, su cui aveva autorità la «beatissima Sede Apostolica..., in quanto tramandati dagli Apostoli in tutto il mondo e celebrati uniformemente in tutta la Chiesa cattolica, affinché la regola della preghiera stabilisca la regola della fede (ut legem credendi lex statuat supplicandi)» (Prospero, Capitula, 8: DS 246); si ricorda, in genere, solo quest'ultima parte del  principio enunciato da Prospero d'Aquitania, discepolo di sant'Agostino, non la prima parte, che chiama in causa la Sede Apostolica. Il principio, in vigore molto prima del V secolo, conferma il nesso intimo tra fede e liturgia.

Col Motu proprio Magnum principium, la Sede Apostolica rinuncia alla sua fondamentale competenza sulle traduzioni dei libri liturgici, in favore delle conferenze episcopali: la regolamentazione (moderatio) della sacra liturgia si capovolge,disponendo che sia esercitata dal basso verso l'alto. Invece, la Costituzione liturgica Sacrosantum Concilium (1963) attribuisce, in senso discendente, al Papa, al vescovo diocesano e alle conferenze episcopali, la funzione di moderare la liturgia secondo gradi differenti e subordinati (art.22). Per questo, la Sede Romana è l’autorità moderante primaziale della liturgia romana in tutta la Chiesa cattolica, mediante lo strumento esecutivo di tale «moderatio» che è la Congregazione per il Culto Divino.

La Sede Romana con le dovute differenze modera oltre ai riti occidentali cattolici, anche i riti delle Chiese cattoliche orientali mediante la Congregazione apposita. Giovanni Paolo II lo ha confermato nella Costituzione Pastor Bonus (1988) con cui ha riformato la Curia Romana: moderare e promuovere la sacra liturgia, in specie i sacramenti (art. 62-70). Il compito di mantenere l’ordine liturgico, di rimuovere gli abusi, di preparare i testi liturgici, di esaminare i calendari particolari ecc. sono le stesse competenze della Congregazione dei Riti istituita dopo Trento, a cui si è aggiunta di recente la revisione degli adattamenti compiuti dalle conferenze episcopali.

Sempre in base alla Sacrosanctum concilium n. 44, all’autorità della Santa Sede si affianca in subordine quella del vescovo diocesano e in certi limiti dei superiori religiosi maggiori, ossia in una parola l’Ordinario; poi quella delle conferenze episcopali; il primo e le seconde hanno come strumenti le commissioni liturgiche locali e nazionali o territoriali, con compiti di dirigere la pastorale liturgica, quindi esecutivi. Infine, la Sacrosanctum concilium n. 45-46, suggerisce l’istituzione di commissioni liturgiche diocesane e interdiocesane, e anche di musica sacra e di arte sacra, tra loro distinte o congiunte. Vi sono anche le commissioni congiunte o miste internazionali nei maggiori gruppi linguistici, che dovrebbero essere sottomesse alle conferenze episcopali rispettive. Purtroppo il lavoro di tali commissioni di esperti, per certi versi meritorio, non di rado è stato accusato, e non a torto, di aver preso il posto dell’autorità dei vescovi e «fabbricato» la liturgia, specialmente per quanto attiene alle traduzioni dei libri liturgici.

Lasciando da parte la querelle sul potere «in bianco» delle commissioni o stra-potere, rispetto a quello dei vescovi, affrontiamo piuttosto la questione di fondo, riguardante l’autorità primaziale della Sede Apostolica sulla liturgia: se e in che misura ce l’abbia. Klaus Gamber si domandava se il Papa abbia il diritto di modificare un rito risalente alla tradizione apostolica e tramandato attraverso i secoli. Secondo lo studioso tedesco, l’autorità ecclesiastica non ha mai esercitato influenza sull’evoluzione delle forme liturgiche ma ha solo sanzionato il rito tramandato e solo tardivamente, dopo l’apparizione dei libri liturgici a stampa, segnatamente in Occidente solo dopo Trento. E’ a questo che fa allusione, riferendosi al can. 1257 del Codex Iuris Canonici del 1917, la Costituzione liturgica nel già menzionato n. 22, quando recita: «Sacrae liturgiae moderatio compete unicamente all’autorità della Chiesa, che risiede nella Sede Apostolica e, a norma di diritto, nel Vescovo.[…] Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica». Un avvertimento attuale per chi si proponesse di cambiare la Messa e addirittura le parole consacratorie, per motivi pseudo-ecumenici. 

Ora, in primo luogo, la “dottrina del caso per caso”, applicata alle traduzioni dei libri liturgici, porta a interpretare liberamente anche i testi, a seconda delle situazioni. Viene intaccato, così, il principio dogmatico lex credendi lex orandi. Una simile scelta è dannosa, per la Chiesa e per la fede dei semplici. Perciò, la messa in questione dell'Istruzione Liturgiam authenticam, va oltre l’aspetto liturgico, ed è sintomo di una concezione di Chiesa cattolica, come federazione di chiese nazionali o autonome: concezione che ha già portato il mondo ortodosso alla paralisi e quello protestante alla frantumazione. Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esortava a: «Salvaguardare la natura stessa della Chiesa cattolica, che è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c’è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».       

Ora, il nuovo Motu proprio del Papa, che demanda alle conferenze episcopali,oltre alla traduzione, anche la revisione (recognitio) dei libri liturgici, attribuita finora alla Sede Apostolica, priva codesta - come pure quella dei singoli vescovi - di quell'autorità di diritto divino, riconosciuta dalla Costituzione liturgica (22,1), a favore di una entità di diritto umano, per quanto ecclesiastico, qual'è la conferenza episcopale (cfr Rapporto sulla fede”, intervista del cardinale Ratzinger con Vittorio Messori, 1985).

L'interpretazione data dal Cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – contestata dalla Lettera del Papa – si muove nel quadro dell' “ermeneutica della continuità e della riforma dell'unico soggetto Chiesa”, con cui Benedetto XVI guardava al Vaticano II, di cui la Costituzione liturgica è il primo frutto. Il Cardinale ha osservato che la conferma (confirmatio) da parte della Sede Apostolica, non avverrà in senso notarile, ma “solo dopo aver debitamente verificato che la traduzione sia «fedele» («fideliter»), ossia conforme al testo dell’editio typica in lingua latina in base ai criteri enunciati dall’Istruzione Liturgiam authenticam sulle traduzioni liturgiche”. Per tale ragione, Paolo VI aveva chiesto che le Conferenze Episcopali, collocassero nei messali il testo dell’ordinario e del  proprio, in sinossi bilingue: latina e nazionale.

In secondo luogo, la tendenza invalsa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II,a interpretare più che a tradurre fedelmente i testi in modo corrispondente all'edizione tipica latina dei libri liturgici, ha incrinatto l'unità del rito romano che la Costituzione liturgica presuppone, invece, doversi salvaguardare (n. 38). Infatti, il rito romano, come tutte le grandi famiglie liturgiche storiche della Chiesa cattolica, ha uno stile e una struttura propria che vanno rispettati in quanto possibile, anche per le traduzioni; queste attengono alla “sostanziale” unità del rito, in quanto traducono la parola divina e i testi eucologici da essa ispirati che, appunto, lo “sostanziano”; perciò, Liturgiam authenticam ricorda che la lingua dei testi tradotti, non va intesa come espressione della disposizione interna del fedele, ma piuttosto della parola di Dio rivelata. La lingua liturgica può, quindi, ragionevolmente divergere dal parlato ordinario, ma rifletterne al tempo stesso gli elementi migliori. L’obbiettivo, da perseguire, sarà lo sviluppo di un volgare dignitoso, atto ad essere destinato al culto, in un determinato contesto culturale.

L'Istruzione Liturgiam authenticam dedica un certo spazio a sottolineare l’importanza del rimando degli affari liturgici alla Santa Sede, parzialmente basandosi sul Motu Proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos del 1998, in cui si chiariva la natura e la funzione delle conferenze episcopali. La procedura di rimando, oltre che segno della comunione dei Vescovi col Papa, ha anche un valore di consolidamento di questa relazione. Essa è garanzia della qualità dei testi e ha per fine che le celebrazioni liturgiche delle Chiese particolari siano in piena armonia con la tradizione della Chiesa Cattolica lungo i secoli e in tutti i luoghi del mondo.

Per comprendere Liturgiam authenticam, quindi, bisogna essere convinti che, a partire dalla Pentecoste, quando nacque con destinazione universale, la Chiesa cattolica preceda ontologicamente le Chiese particolari, come affermato dalla Lettera Communionis notio, della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi (1992). Invece, l'idea di “Chiesa sinodale”, intesa come insieme di enti autonomi, che si persegue in nome dell'inculturazione e del decentramento, finisce per assimilarla ad una entità politica. La Chiesa cattolica non è un concilio o un sinodo permanente – che pure costituiscono momenti straordinari della sua vita – ma la communio governata ordinariamente dal Primato romano, in due modi: da solo, e con i Vescovi ad esso uniti.

Al fine di garantire l’identità del rito romano sul piano mondiale, l'Istruzione Liturgiam authenticam tenta di riportare la questione alla Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, quanto al rapporto tra lingua universale e lingue particolari(cfr n. 63): questa si preoccupava appunto di conservare il latino nei riti latini, in specie nella preghiera eucaristica e collette. Già prima del concilio,infatti, i sacramenti venivano celebrati in latino e con inserzioni in lingua volgare. Per questo, la Costituzione da un lato prescrive: "l'uso della lingua latina ... sia conservato nei riti latini" (n. 36, 1; cfr anche art. 54), dall'altro regola l'uso della lingua volgare (n. 36, 2-3): nella Messa e nei sacramenti “si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia”: sono menzionate letture, monizioni, alcune preghiere e canti, ma non le parti strettamente sacramentali come le formule e le preghiere epicletiche o consacratorie, che - analogamente al canone della messa e alle orazioni presidenziali - si riteneva ovvio che dovessero conservare il latino. La Costituzione pure raccomanda che i fedeli sappiano recitare e cantare in latino le parti loro spettanti(ivi, n. 54) come già fanno nella lingua parlata; che i chierici sappiano recitare in latino l’ufficio secondo la tradizione (ivi, n. 101); per altre parti come le letture e l’orazione dei fedeli prevede il volgare.

Perchè, parlando di traduzioni, è importante il latino, lingua delle edizioni tipiche dei libri liturgici della Sede Apostolica? Secondo Giovanni XXIII, se le verità cattoliche fossero affidate alle lingue moderne, soggette a mutamento, il loro senso non sarebbe manifesto con sufficiente chiarezza e precisione, senza il latino mancherebbe una lingua comune e stabile con cui confrontare il significato delle altre (cfr Costituzione apostolica Veterum sapientia, 22 febbraio 1962). Quindi, il latino tutela la dottrina in ragione del fatto che non è più soggetto a mutazioni; inoltre, papa Giovanni, non mancò di sottolineare il carattere “unitivo” della lingua latina anche «nel presente momento storico, in cui, insieme con una più sentita esigenza di unità e di intesa fra tutti i popoli, non mancano tuttavia espressioni di individualismo». Per questo, tale idioma «può ancora oggi rendere nobile servizio all’opera di pacificazione e di unificazione», giacché, non essendo legato «agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e di sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuto studi medi e superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione.

 (1. continua)






  • LITURGIA

Le ragioni del ritorno del latino in chiesa


di mons. Nucila Bux

Bisogna interrogarsi seriamente, circa la disobbedienza verso il Concilio Ecumenico Vaticano II, per aver abolito, di fatto e del tutto, il latino nella liturgia e nei sacramenti, facendo un favore al secolarismo e al particolarismo.

Da milleseicento anni la lingua ufficiale della Chiesa cattolica romana è il latino, come della Chiesa di Costantinopoli è il greco antico, di quella di Mosca lo slavo ecclesiastico, dei luterani il tedesco medievale. Il latino è quindi anche la lingua della liturgia romana, come di altre liturgie occidentali: segno di unità ecclesiale che travalica tempo e spazio, perché collega le generazioni cristiane dai primi secoli sino ad oggi, e perché permette a tutti i cattolici di unirsi in una sola voce; è la chiesa universale che prega per bocca dei suoi figli senza distinzione di razza e cultura.

Che cosa è successo con la riforma liturgica? Per quanto siano stati tradotti nelle lingue parlate, molti testi liturgici non si potevano rendere con la stessa efficacia; per non parlare del canto gregoriano e polifonico legato ad esso. Inoltre, la tesi in sé positiva dell’inculturazione della liturgia in un luogo e cultura - per la quale fu promulgata l'Istruzione Varietates legitimae, da leggere complementariamente a Liturgiam authenticam - non può offuscar l’altra che la precede e la segue: la liturgia deve esprimere l’unità e la cattolicità della Chiesa. Joseph Ratzinger osservava che tradurre la liturgia nelle lingue parlate sia stata una cosa buona, perché dobbiamo capirla, dobbiamo prendervi parte anche con il nostro pensiero, ma una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: "io sono nella stessa Chiesa" …per avere una maggiore esperienza di universalità, per non precludersi la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Col latino i sacerdoti possono dire messa per qualsiasi comunità nel mondo ed essere compresi.

Surrettiziamente però si è coniata la tesi dell’incomunicabilità plurisecolare della liturgia facendola dipendere dall’altra tesi che il latino non fosse comprensibile ai tempi di Trento da parte della quasi totalità dei preti. Si è volutamente dimenticata l’opera di formazione del clero e di catechesi dei fedeli avviata da quel concilio, che ha mutato in quattro secoli la situazione. Questa tesi tace sul fatto che i nostri padri vivessero il mistero eucaristico e liturgico molto più profondamente di noi oggi e, ultimamente, significa negare l’azione dello Spirito Santo. La comprensione del mistero, non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio, annichiliti come Pietro, esclamando: “Allontanati da me che sono un peccatore”? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: “Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo”.

A tutto questo poi, non ha contribuito la pubblicazione, in breve tempo, di documenti spesso contraddittori. Come giudicare lo iato tra il Motu proprio Sacram Liturgiam del 25 gennaio 1964, col quale papa Paolo VI ammetteva le lingue nazionali solo per le letture e il vangelo della Messa degli sposi, e l’Istruzione Inter Oecumenici del 26 settembre 1964, promulgata dalla Congregazione per il Culto Divino insieme al Consilium ad exsequendam Costitutionem de Sacra Liturgia (l’organismo istituito per “eseguire” il testo conciliare), in cui si autorizzava la lingua volgare oltre che nelle letture e nella preghiera universale, anche nell’Ordinario della Messa, cosa non prevista dalla Sacrosanctum Concilium?

Poi, sebbene l’Istruzione, al n 57 prescrivesse che i messali e breviari in lingua volgare contenessero anche il testo latino, il 31 gennaio 1967 si comincia a recitare in lingua volgare anche il Canone romano. Ma il 13 luglio 1967 Paolo VI – come anzi detto –  aveva fatto scrivere dalla Segreteria di Stato al Consilium, affinché i messali nazionali fossero bilingue: latino e lingua volgare. Eppure, appena un mese prima, il 21 giugno, il Consilium aveva inviato una lettera circolare a firma del suo presidente card. Lercaro, in cui si affermava che nelle celebrazioni non si dovrà passare da una lingua all’altra. Così, il 10 agosto del 1967 il Consilium diramava una comunicazione ai presidenti delle conferenze episcopali nazionali, circa la traduzione del Canone romano, in cui affermava: “E’ desiderio del Santo Padre che i messali, sia quotidiani che festivi, in edizione integrale o parziale, portino sempre a lato della versione in lingua volgare il testo latino, su doppia colonna o a pagine rispondenti, e non in fascicoli o libri separati, a norma dell’Istruzione Inter Oecumenici e del Decreto della S.Congregazione dei Riti De Editionibus librorum liturgicorum, del 27 gennaio 1966”.

Nel 1969 Paolo VI tornava a chiederlo anche alla Commissione liturgica nazionale italiana, a proposito della traduzione da intraprendere, addentrandosi  “nell’augusto, austero, sacro, venerando, tremendo recinto delle preci eucaristiche” – che costituiscono il cuore della Messa, il momento della consacrazione del pane e del vino – dove esortava a “procedere con pazienza, senza fretta, e soprattutto con qualche umiltà” (n. 11). L’espressione sarà ripresa letteralmente nella terza Istruzione Liturgicae Instaurationes del 1970, tranne l’accenno all’umiltà! Ma il papa rimase inascoltato, sia sull’impostazione bilingue sia sulle traduzioni, con la scusa dell’eccessiva voluminosità che avrebbe raggiunto il messale, secondo il segretario del Consilium, mons.Bugnini. Se questi avesse potuto vedere l’edizione italiana attuale, cosa avrebbe detto?  Dunque, direbbe Manzoni, le 'gride' c’erano ma non sono state osservate.

Dinanzi al proliferare inarrestabile delle traduzioni-interpretazioni, dovette intervenire, nel 1974, la Congregazione per la Dottrina della fede che stabiliva: “Il significato da intendersi per  esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall’originale testo latino”. Risultato: l’originale latino scomparve, impedendo così a preti e studiosi di intendere l’autentico significato del testo tradotto. Infatti, se si studia comparativamente il lessico e la sintassi del messale tridentino, promulgato da san Pio V, e di quello di Paolo VI si hanno non poche sorprese.

Per esempio, un’orazione dell’antico messale diceDeus, qui nocentis mundi crimina per acquas abluens, regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti (Dio, che astergendo con le acque i delitti di un mondo peccatore, nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita); nel messale attuale è resa così: “Deus, qui regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti” (Dio, che nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita): sono scomparse le espressioni che riguardano la condizione umana di peccato, i pericoli e le insidie del diavolo e del mondo. Perché? Forse per non provocare “choc al senso cristiano attuale” (cfr Istruzione del Consilium del 1969). Questa situazioneè un sintomo di quell’ottimismo romantico, stigmatizzato da Joseph Ratzinger nel Rapporto sulla fede, che oggi è sfociato nel relativismo teologico.

Significativo è quanto affermava Giovanni Paolo II, il quale riconosceva che la lingua latina «è stata anche un’espressione dell’unità della Chiesa, e, mediante il suo carattere dignitoso, ha suscitato un senso profondo del mistero eucaristico». Papa Wojtyla ammetteva, inoltre, sempre nello stesso documento, che «la Chiesa romana ha particolari obblighi verso il latino, la splendida lingua di Roma antica, e deve manifestarli ogni qualvolta se ne presenti l’occasione».

Che cosa pensare e che fare? Uwe M.Lang annota: “I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico nel periodo post-conciliare si è spinta così oltre che la maggioranza dei fedeli oggi può a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma o a Lourdes. In un'epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l'istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001”.

A chi obbietta che la lingua latina non permette la comunicazione e la partecipazione alla liturgia, bisogna far notare che il latino, quale lingua 'sacra' ha una potenza comunicativa, in quanto è adoperata all'interno di un atto sacro; inoltre, le caratteristiche di eredità della tradizione, universalità e immutabilità - che sono parallele a quelle del nucleo della fede - la rendono particolarmente adatta alla liturgia, che tratta delle res sacrae aeterne: il latino risponde alla missione della Chiesa di Roma. Anche le Chiese giovani africane e asiatiche hanno bisogno di una lingua unificante e universale, in momenti particolarmente significativi della loro vita, come la liturgia.

In molte parti del mondo si torna al latino: da Oxford a Cambridge, a Seattle…perché considerarla un’arretratezza? Ad un europeo che deve imparare l’inglese per comunicare col mondo, perché non può essere utile conoscere il latino nostra madre lingua, per comunicare nella liturgia cattolica con i fratelli di fede ed anche saper decifrare il patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo senza far la figura degli ignoranti? Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le Messe in latino.

Bisogna interrogarsi seriamente, circa la disobbedienza verso il Concilio Ecumenico Vaticano II, per aver abolito, di fatto e del tutto, il latino nella liturgia e nei sacramenti, facendo un favore al secolarismo e al particolarismo. Rispetto al tempo in cui fu pubblicata la Costituzione liturgica, la situazione è molto più grave in diverse parti del mondo, specialmente in Occidente: “È in questione la fede”e “l'unità del rito romano”che la esprime (cfr.Sacrosanctum Concilium, n. 37-38). 

(FINE - 2) Già pubblicato: Il rovesciamento delle gerarchie



 




[Modificato da Caterina63 29/11/2017 15.09]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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