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Papa Francesco esce allo scoperto La Liturgia Cattolica cambiera' contro il parere di Benedetto XVI e il cardinale Sarah

Last Update: 11/29/2017 3:09 PM
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11/25/2017 10:36 AM
 
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 Le critiche che da cinquant'anni si muovono verso l'infelice decisione di Paolo VI, di modificare la sacra Liturgia Cattolica, hanno sempre avuto quella lungimiranza, o profezia se preferite, di capire che le cose sarebbero andate ben oltre le buone intenzioni, e questo è più chiaro oggi laddove, dopo gli arresti alle innovazioni fatti da Giovanni Paolo II con l'enciclica Ecclesia de Eucharistia e la esortazione apostolica Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI, ci ritroviamo ora ad un nuovo assalto contro il Culto cattolico a Dio, contro la Messa.

Segue ora  la notizia di Radio Vaticana che è di oggi, e segue l'allarme che aveva già messo in allerta la Nuova Bussola mesi prima, nel febbraio scorso. A dimostrazione che certi allarmismi non sono un vuoto "al lupo, al lupo", ma che il lupo c'è e sta sbranando tutto....

Papa: aspettiamo cattolici e assiri "celebrare allo stesso altare"

Incontro tra il Patriarca della Chiesa Assira d'Oriente e il Papa  - Vaticano 02.10.2014 - L'Osservatore Romano

“Con voi rendo grazie al Signore per l’odierna firma della Dichiarazione comune, che sancisce la lieta conclusione della fase riguardante la vita sacramentale”. Così Papa Francesco, ai Membri della Commissione Mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Assira dell'Oriente.

Dopo la storica Dichiarazione cristologica del 94, nel quadro del cammino ecumenico, c’è dunque un ulteriore avvicinamento tra le due Chiese: “Oggi - ha evidenziato il Papa nel Suo Messaggio -  possiamo guardare con ancor più fiducia al domani e chiedere al Signore che il prosieguo dei vostri lavori contribuisca ad avvicinare quel giorno benedetto e tanto atteso, nel quale avremo la gioia di celebrare allo stesso altare la piena comunione nella Chiesa di Cristo”.

Aspetto della Dichiarazione comune particolarmente evidenziato dal Pontefice, il segno della croce “simbolo esplicito di unità tra tutte le celebrazioni sacramentali”.

“Quando guardiamo alla croce o facciamo il segno della croce” - ha sottolineato il Papa -  siamo anche invitati a ricordarci dei sacrifici sofferti in unione con quello di Gesù e a stare vicini a quanti portano oggi una croce pesante sulle spalle”.

Riferendosi alla Chiesa Assira dell’Oriente che “insieme ad altre Chiese e a tanti fratelli e sorelle della regione, patisce persecuzioni ed è testimone di violenze brutali, perpetrate in nome di estremismi fondamentalisti”; ai “deserti culturali e spirituali” causati dai conflitti, Francesco ha ricorda anche “il violento terremoto al confine tra l’Iraq, terra natia della vostra Chiesa, e l’Iran, dove pure si trovano da lunga data delle vostre comunità, come anche in Siria, in Libano e in India”.

Ed è proprio in realtà sconvolte da eventi naturali e dalle guerre che “Facendo il segno della croce, richiamiamo le piaghe di Cristo, quelle piaghe che la risurrezione non ha cancellato, ma ha riempito di luce. Così pure le ferite dei cristiani, anche quelle aperte, quando sono attraversate dalla presenza viva di Gesù e dal suo amore, diventano luminose, diventano segni di luce pasquale in un mondo avvolto da tante tenebre”.

Da qui, l’invito di Papa Francesco “a camminare, confidando nell’aiuto di coloro che “hanno dato la vita seguendo il Crocifisso”, “gli antesignani e i patroni della nostra comunione visibile in terra. Per la loro intercessione - ha continuato - chiedo anche al Signore che i cristiani delle vostre terre possano operare, nel paziente lavoro di ricostruzione dopo tante devastazioni, in pace e nel pieno rispetto con tutti”.

Proprio ricordando che “nella tradizione siriaca Cristo sulla croce è rappresentato come Medico buono e Medicina di vita”, il Pontefice conclude chiedendo di “rimarginare completamente le nostre ferite del passato e di sanare le tante ferite che nel mondo oggi si aprono per i disastri delle violenze e delle guerre”.



Il lavorìo carsico per una messa "ecumenica"

di Luisella Scrosati, 20 febbraio 2017


Nell'opera in corso di riforma della Curia romana prende sempre più corpo l'idea che i dicasteri continuano ad esistere nominalmente, ma in pratica la loro autorità viene sempre più sminuita. Se la Congregazione per la Dottrina della Fede è stata di fatto esautorata, non essendo stata autorizzata a pronunciar parola sulle divisioni in atto a motivo dell’interpretazione di Amoris Laetitia (il Cardinale Gerhard L. Müller non fu nemmeno invitato alla presentazione del documento, vista la preferenza accordata ai cardinali C. Schönborn e Lorenzo Baldisseri), la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti non gode di miglior prestigio.

Rivedere il centro e le periferie

Si è già data notizia dei movimenti sovversivi (vedi qui) per rovesciare la quinta istruzione per la retta applicazione della Costituzione sulla liturgia del Vaticano II, Liturgiam Autenticham (LA). Questo testo fondamentale è poco gradito non solo per i criteri di traduzione indicati, ma anche perché ribadisce e rafforza la necessità della recognitio dei testi liturgici approvati dalle conferenze episcopali: «Questa recognitio non è tanto una formalità quanto un atto della potestà di governo, assolutamente necessario (in caso d'omissione, infatti, gli atti delle conferenze dei vescovi non hanno forza di legge), che può comportare delle modifiche, anche sostanziali. Così, non è permesso pubblicare testi liturgici […] se manca la recognitio». La ragione è chiara: «Siccome è necessario che la lex orandi concordi sempre con la lex credendi[…] le traduzioni liturgiche non possono essere degne di Dio se non rendono fedelmente nella lingua vernacola la ricchezza della dottrina cattolica presente nel testo originale, cosicché la lingua sacra si adatti al contenuto dogmatico che reca con sé». E arriva poi la mannaia ad ogni tentativo centrifugo: «Bisogna osservare il principio secondo cui ciascuna Chiesa particolare deve essere concorde con la Chiesa universale non solo in ciò che riguarda la dottrina della fede e i segni sacramentali, ma anche in ciò che riguarda gli usi universalmente ricevuti dalla tradizione apostolica ininterrotta» (LA, § 80).

Per dissolvere definitivamente la liturgia cattolica è perciò necessario dare più libertà alle conferenze episcopali e togliere di mezzo – in gergo curiale “sfumare” - la sgradita recognitio, in gaudente accettazione della linea di devolution.

Amoris Laetitia docet. Si pensava che la battaglia si giocasse su due modi di intendere la dottrina sul matrimonio e l’Eucaristia, mentre invece il messaggio è stato piuttosto chiaro: la dottrina resta immutata (leggi: della dottrina non interessa), ma cambia la prassi. E per questo c’è stato bisogno di dare libertà alle conferenze episcopali, tra le quali non mancano certo quelle che non vedono l’ora di avventurarsi verso nuovi sentieri, ovviamente per il bene delle anime.  Perché, in fondo, «non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”» (Evangelii Gaudium, 16). La rivoluzione parte dalle periferie.

Verso una preghiera eucaristica ecumenica

Indiscrezioni confermano che nella liturgia si sta tentando di fare la stessa cosa: decentralizzare e dare una “certa” libertà agli episcopati nello sperimentare nuove traduzioni, più comprensibili al popolo di Dio, nuovi testi più adatti alla mentalità dell’uomo moderno e - perché no? - una nuova preghiera eucaristica, per poter andare incontro ai fratelli separati, soprattutto nelle aree germanofone, che con i fratelli separati ci devono convivere, senza però poter dare testimonianza di unione intorno all’altare del Signore... Si dovrebbe perciò pensare ad una preghiera eucaristica che possa essere pronunciata insieme, senza creare difficoltà a nessuno.

Farneticazioni? No. E’ già pronta anche la pezza d’appoggio con cui giustificare il tutto. Si tratta del documento del 2001 del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, allora presieduto dal Cardinale Kasper, con il quale si riconosceva la validità dell’Anafora di Addai e Mari (preghiera eucaristica della Chiesa assira d’Oriente, più conosciuta come Chiesa nestoriana), documento che può vantare il placet della Congregazione per la Dottrina della Fede, che aveva come prefetto il cardinale Ratzinger, e quello di Giovanni Paolo II. Niente di meglio per poter rivoluzionare tutto, coprendosi dietro una continuità con i Papi precedenti. Questa anafora, cui dedicheremo più avanti un articolo di approfondimento, ha la particolarità di non contenere le parole della consacrazione, se non, come afferma il documento del 2001, «in modo eucologico e disseminato», cioè non in modo esplicito (“Questo è il mio corpo… Questo è il calice del mio sangue”), bensì “sparse” nelle preghiere che compongono l’anafora. Sarebbe perciò utilissima come principio giustificativo di una nuova preghiera eucaristica senza parole consacratorie, che potrebbero urtare i fratelli protestanti.

Non verrà dato molto peso al fatto che, proprio al termine di quel documento, si specificava che «le suddette considerazioni sull'uso dell'Anafora di Addai e Mari[…], si intendono esclusivamente per la celebrazione eucaristica […] della Chiesa caldea e della Chiesa assira dell'Oriente, a motivo della necessità pastorale e del contesto ecumenico sopra menzionati». Detto in altre parole: questa anafora può essere usata solo nel contesto indicato e non può diventare principio ispiratore per nuove presunte riforme, come di fatto stanno strombazzando da anni molti liturgisti. Asinus asinum fricat.  Ma si sa che nell’epoca in cui si devono edificare non muri ma ponti, questa clausola è destinata ad esser spazzata via in un istante.

Anche la Messa antica nel mirino

Ma l’attacco a LA ha anche un altro scopo, che è proprio l’insospettabile Andrea Grillo a rivelarci (vedi qui). Riassunto: se spazziamo via LA colpiamo anche il motu proprio Summorum Pontificum (SP), perché sono entrambi legati da una stessa logica. «Il Motu Proprio di 6 anni successivo, che avrebbe dato inizio al rischioso parallelismo tra rito ordinario e rito straordinario è, di fatto, contenuto, non solo nello spirito, ma addirittura nella lettera di LA, ossia all’interno di questa indiretta negazione non certo del Concilio, ma proprio della sua giustificazione pastorale». LA e SP non hanno capito un’acca della pastoralità del Vaticano II, anzi l’hanno soffocata: «Una delle ambizioni di LA veniva così affermata: “La presente istruzione prelude – cercando di prepararla – una nuova stagione di rinnovamento…”. Questa asserzione assomiglia molto a quelle – ad essa contemporanee e anche successive – intorno alla esigenza di un “nuovo movimento liturgico”, ossia l’auspicio di un movimento liturgico che possa garantire alla navicella della Chiesa di rispondere ad un “solo ordine”: “macchine indietro tutta”!». Ed infine, appello a tutte le forze di rinnovamento da Grillo, in versione Marco Porcio Catone: «Oggi, a distanza di 15 anni […] è del tutto evidente che “una nuova stagione di rinnovamento” sarà possibile soltanto superando le contraddizioni e le ingenuità nostalgiche di questo atto di interruzione della “svolta pastorale” iniziata con il Concilio Vaticano II». Delenda Carthago: più chiaro di così… 



si legga anche qui...... anche qui...... 

 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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