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ILLUSTRISSIMI Lettere del Patriarca Albino Luciani Giovanni Paolo I

Last Update: 11/7/2017 10:21 AM
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11/7/2017 9:41 AM
 
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Goethe

Nobiltà fa' obbligo 

    
Illustre poeta, L’ultima Mostra del Cinema (1971), chiacchierata cento volte e in cento modi, mi ha fatto pensare, non so perché, a Voi. Si tratta forse di impressioni, che emergono dal mio subcosciente su provocazione di parole lette sui giornali di quei giorni e vi evocano come esteta, artista, critico d’arte. Voi foste grande esteta, perché capace di percepire subito, intensamente e ad enormi bracciate il "bello naturale" ch’è sparso nel mondo, dai fenomeni della natura alle passioni intense dell’animo umano. Foste grande artista, perché capace di esprimere potentemente per gli altri sia il bello percepito, sia gli stati d’animo, con cui l’avevate percepito. Foste insigne critico d’arte, perché vi chinaste con intendimento e passione sulle creazioni artistiche altrui. La Germania non vi ammirò direttore per venticinque anni del teatro di Weimar? Non chiamaste vostro "secondo giorno di nascita" quello in cui metteste piede nella Roma dei monumenti antichi? Non sveniste quasi di felicità nel contemplare l’Apollo del Belvedere? Peccato che non abbiate potuto invece "contemplare" i films della Mostra, né io osservare le vostre reazioni; cerco, dunque, di intuirle.

***

Come esteta avreste trovato alla Mostra un sacco di cose belle, per voi nuove. Il cinema stesso, fatto com’è di luce, di movimento, colori, musica e azione, è una cosa bella. Vi sedete davanti allo schermo. Se il montaggio del film è stato accorto, un ritmo rapido vi trascinerà insieme agli avvenimenti e le ore vi sembreranno minuti. I "primissimi piani", riempiendo gli schermi con un solo volto, avvicineranno a voi straordinariamente le figure, mostrando anime sconvolte da profonde emozioni e creando tra voi e gli attori una grande intimità. Gli scorci potenti, che avete ammirato nel Mantegna e nel Caravaggio, li potrete vedere ingigantiti, grazie all’ "angolazione" che riprendendo, mettiamo, un farabutto dal basso, lo deforma con ombre sinistre e ve lo fa apparire minacciosissimo e terrificante. Questo, tanto per accennare a qualche dato. Troverete al cinema anche il "bello artistico"? Credo di sì. Il "critico d’arte", ch’è in voi, si prepari però a delle sorprese. Eravate abituato alle trascendenti contemplazioni, ai fervori classici, ad ascoltare un linguaggio che saliva a voi da architetture, da marmi ed affreschi, da miniature di codici. Giudicavate, in singolo, l’architetto, il pittore, l’attore-interprete. Nel cinema gli artisti possono invece essere parecchi: produttore, sceneggiatore, regista, attore, ciascuno agendo d’intesa e in armonia con gli altri per produrre un unico film. Difficile, però, individuare qual è stato il vero "momento creativo" dell’opera: ciò varia da un film all’altro. L’arte ci può essere, ripeto, e altissima, ma, se c’è, non si lascia includere in questo o quello scomparto, ama invece vagare e scorribandare attraverso tutti gli scomparti. Arte sui generis: la chiamano "Decima Musa". In chiave di influenza, poi, diventa "Quinto potere" dopo il Parlamento, il Consiglio dei Ministri, la Magistratura e la Stampa.

Quanto ad estensione, però, essa può talora chiamarsi "Primo potere": è stato infatti calcolato che qualche film, nel giro di anni, abbia influenzato miliardi di spettatori. Tanto esso può condizionare! 
Ma, a sua volta, viene condizionato, perché legato all’industria, al commercio e quindi al denaro. Il regista, gli attori desiderano spesso di produrre opere ad alto livello artistico, che permettano loro di rivelarsi. Ma il produttore, che deve mettere fuori i soldi, ragiona in modo diverso e vuole films di successo o di "cassetta". Se esistesse uno stregone, mettiamo il Vostro dottor Faust o addirittura Mefistofele in persona, che, a colpi di bacchetta magica o con filtri ed incantesimi, garantisse a priori il successo del film artistico, il produttore farebbe il film artistico. Non essendoci lo stregone, il produttore cerca di ingegnarsi per altre vie. Quali? Terenzio ebbe, ai suoi tempi, l’amara sorpresa di vedere gli spettatori lasciare le sue commedie artistiche per andare a ridere a crepapelle dai saltimbanchi e dai mimi, che erano venuti a prodursi nei pressi del teatro. Il fenomeno si ripete: i produttori tendono a sfornare films che assecondino le tendenze meno nobili degli spettatori, che alle sale cinematografiche vanno di solito non per elevarsi, ma per sollazzarsi. 

Ecco, allora, una cosa che forse avrebbe rattristato alla Mostra Goethe critico d’arte: constatare che c’erano i mezzi e le persone per realizzare dei capolavori e trovare talvolta nelle opere realizzate soltanto delle cose mediocri per colpa delle prevalenti preoccupazioni economiche. Un altro fenomeno vi sarebbe potuto succedere: di trovare in qualche film dell’arte autentica, mescolata però ad immoralità altrettanto autentica. Qui, forse, Vi stupisce ch’io ammetta l'esistenza di opere immorali e, insieme, artisticamente belle. Gli è che l’aggettivo "artistico" si riferisce all’opera; l’aggettivo "immorale", invece, si riferisce all’agire dell’artista-uomo e cristiano. Certe novelle immorali del Boccaccio sono artisticamente belle; il Boccaccio, però, ha commesso, scrivendole, una azione moralmente brutta, che si ripercuote con danno in alcune categorie di lettori. Ne sapete qualche cosa anche Voi, che, dopo aver scritto I dolori del giovane Werther, vi sentiste inquieto e turbato, constatando l’azione corrosiva che il libro aveva avuto sui più fiacchi e sui più esaltati tra i giovani tedeschi.

***

Ma io sto osando critiche nei confronti di quel Goethe, che scrisse, a proposito di uno tra i suoi critici: Come ogni rosa così ogni artista ha il suo insetto: io ho Tieck!". Ebbene, adesso avete anche me, che ammiro il Vostro genio, ma non accetto qualcuna delle vostre idee. Questa, per esempio: che, avendo l’arte per suo campo tutta la realtà, l’artista possa legittimamente e liberissimamente narrare, dipingere, descrivere tutto, anche il male. L’artista può sì rappresentare il male, ma in modo che il male appaia male da fuggire, non sia creduto bene, non venga abbellito, non spinga altri a ripeterlo e imitarlo. Nell’EdipoRe, di Sofocle, tema centrale è l'incesto: questo vi è descritto con frasi crudamente potenti, ma ne è talmente evidente, dal principio alla fine, la riprovazione, sono così terribili i castighi piombati sui colpevoli, che il lettore, a lettura finita, resta tutt’altro che entusiasta dell'incesto. Ho scritto: "dal principio alla fine". Pour cause: ci sono, infatti, registi e critici, che credono di poter redimere tutto un film pornografico con una sequenza a battuta moralistica finale, messa come spruzzatina d'acqua santa a esorcismo e scaramanzia. Ci vuol altro!

***

Altra idea da respingere: che l’uomo di genio sia quasi un semidio, "divo"!, al di sopra della morale comune. Voi avete espresso questo pensiero specialmente nel tempo in cui, studiando Spinoza colla signora von Stein, cercavate Dio nel "Gran Tutto", opinando che l’uomo intelligente potesse, elevandosi sempre più con la cultura, venire un po' alla volta assorbito da Dio, confondersi in Lui ed essere legge a se stesso. Oggi più d’uno condivide questa idea, almeno in pratica. Male! Grandi sono, infatti, il destino e le possibilità dell’uomo, ma di ogni uomo, anche di quello povero, ignorante e sofferente. Dio ha voluto che fossimo tutti suoi figli e avessimo tutti in un certo senso il suo stesso destino. Ma si tratta di una elevazione che si realizza col suo aiuto e con l’osservanza della sua Legge, la quale obbliga tutti, grandi e piccoli, artisti compresi. Voi, grande poeta, gli artisti presenti coi loro lavori alla Mostra e noi, gente della strada, meno dotata di doni naturali, davanti a Dio siamo eguali, sotto questo aspetto. Se qualcuno ha avuto il dono dell’arte, della notorietà e della ricchezza, questi ha, semmai, un obbligo di più di manifestare la sua gratitudine a Dio con una vita buona. Essere dei "grandi" è anche dono di Dio, che deve non "scaldar la testa", ma piuttosto spingere a modestia e virtù. Ancora una volta, noblesse oblige! Nobiltà fa obbligo! 
Dicembre 1971



Carlo Goldoni

Le femministe e la barba di Santa Vilgefortis 

    
Caro Goldoni, Ho avuto occasione di vedere a fine agosto di quest’ anno (1974) i vostri "Rusteghi" e, a poca distanza, "La bisbetica domata" di Shakespeare. Senza che ci pensassi, spontaneamente mi s’è imposto il contrasto: "antifemminista" Shakespeare, "femminista" Voi. La "bisbetica" è Caterina, figlia di un riccone di Padova. Iraconda, stizzosa, insofferente di tutto e di tutti, manda all’aria i mobili delle stanze, fa scappare la gente di casa, ha perfino la gentile usanza di mordere, nessuno la vuole in sposa. Ma sopravviene da Verona Petruccio, cui fa gola la ricchissima dote di Caterina. Eccolo pretendente alla sua mano: essa lo sdegna, ma lui, furbo e imperturbabile, le fa una corte sapiente: quanto più essa lo maltratta, tanto più egli dichiara di trovarla dolce e gentile. Si fa il matrimonio, Petruccio porta la sposa a Verona, ma qui le parti si invertono. Petruccio, col pretesto che i cibi ed il letto non sono degni della sposa, in mezzo a mille moine e proteste di affetto, non permette che essa mangi né che dorma. 

Senza cibo e senza sonno Caterina è "domata"; quando al marito piaccia, essa è disposta a chiamare sole la luna e viceversa, a dire che è sereno quando piove e viceversa; al padre, alla sorella, al cognato e al pubblico dichiara che i doveri di una moglie sono: obbedire, servire il marito e dichiararsi sempre del suo parere. Ne "I Rusteghi" il procedimento è inverso: quattro mariti partono "domatori" e arrivano piuttosto "domati". Le loro spose? "Che le staga in casa, che no le veda nissun, che no le sappia gnente!". La figlia di Lunardo, uno dei quattro? Il giorno del matrimonio né sa di aver un fidanzato né l’ ha mai visto: tutto è combinato in gran segreto dai padri degli sposi. La sposina si lamenta colla matrigna: "E mi, poverazza, che no vago mai fora de la porta? E nol vol mo gnanca che vaga un fià al balcon"!Ma ecco le mogli partire alla riscossa, con in testa l’ intraprendente "sora Felice", la quale, dopo aver scoperto e propalato il segreto dell’imminente matrimonio e aver procurato ai "rusteghi" una grossa sorpresa, vince le loro ultime resistenze con una arringa degna di un avvocato, che li fa sbalordire. I quattro, vinti più che convinti, devono confessare che le mogli e le figlie non vanno "domate", ma ascoltate: la parola, in ogni caso, se i mariti non gliela danno, se la prendono le mogli stesse.

***

Fra la tesi di Shakespeare e la vostra, caro Goldoni, preferisco la vostra: più umana, più giusta, più vicina alla realtà di allora e di oggi, anche se oggi il vostro "femminismo" appare palliduccio: dai vostri tempi in qua la donna, infatti, ne ha fatto delle conquiste! Conquiste in gran parte positive. Ne "Le femmine puntigliose" voi avete riso sui salotti, "ove ghe xé donne co i cavalieri serventi che le sta dure impetrie a farse adorar: chi ghe sospira intorno da una banda, chi se ghe inzenocchia dall’ altra, chi ghe sporze la sotto coppa, chi ghe tol su da terra el fazzoletto, chi ghe basa la man, chi le serve de brazzo, chi ghe fa da segretario, chi da camerier...". Ebbene, oggi tutto questo non solo è scomparso, ma è scomparsa quasi del tutto anche la differenza tra le "signore" e le "popolane". Il tempo e specialmente due guerre formidabili con susseguente formidabile "rimescolamento di carte" hanno cambiato la mentalità e la posizione sociale delle donne. Le ragazze non stanno più chiuse in casa: anche le più agiate studiano o si preparano in vista di un lavoro con cui guadagnarsi la vita.

Ricevono magari ancora inchini e baciamano, ma in fretta: sanno che, in generale, devono contare solo su se stesse, bastare a se stesse come gli uomini e portare il proprio contributo di lavoro e di denaro alla famiglia. 
Come ai vostri tempi, esse possiedono tesori di intuizione e di sentimento, ma oggi li devono orientare metà per farsi una famiglia, metà per farsi una posizione sociale e mantenerla. Nelle vostre commedie le categorie femminili stanno sulle dita di una mano: nobildonne, "parone" borghesi, "massere", "locandiere", "cameriere". Oggi non basta un vocabolario intero: commesse, studentesse, operaie, vetriniste, maestre, hostess, professoresse, infermiere, impiegate, medichesse, poliziotte, assistenti sociali, avvocatesse e su su in una schiera interminabile fino alle deputatesse e alle ministro di stato. "La sa far de tuto" fate dire con orgoglio a Lunardo a proposito della figlia Lucietta. E intendete: calza, rammendi, ricamini, pietanzette, suonatine. 

Oggi il lavoro della donna si estende a tutte le forme, anche a quelle che nei vostri tempi erano riservate ai soli uomini; oggi trovate le donne nelle competizioni politiche, nelle gare sportive e, spesso, in atteggiamento forte e scanzonato, che sdegna, o finge di sdegnare, ogni manifestazione esterna di sentimento. Sotto, magari, il cuore sogna e piange come quello delle vostre Rosaure, Marine, Luciette e Colombine, ma fuori c’è per lo più la maschera dell’ indifferenza. A questo punto chiederete: "Ma tutto questo lo giudicate un bene o un male? ". In sé è bene, caro Goldoni; il male, semmai, risiede nel deterioramento in peggio dell’ ambiente in cui le donne oggi si muovono e che insidia fortemente le loro sane convinzioni e la loro vita religiosa e morale. Il 26 luglio, ad esempio, i quotidiani italiani riferivano: ieri in una conferenza stampa, la deputatessa N., propugnando la liberalizzazione dell’ aborto, ha dichiarato: "Il diritto a vivere la propria sessualità è oggi limitato dal senso del peccato... c’è il diritto della donna a vivere la propria sessualità non solo nell’ ambito di una famiglia e in vista di una famiglia". Caro Goldoni, Voi non siete stato quel che dicono un "bigotto", avete parlato poco di Dio e avete sparso perfino qualche pizzico d’ ironia su certo clero; avvocato - drammaturgo, avete conosciuto il mondo e la vita. E quale vita! quella dei teatranti, della Venezia Settecento, della Corte di Luigi XVI. 

Alla famiglia però, all’ amore e fedeltà coniugale, alla dignità della donna, nonostante la innata vostra galanteria e la confessata attrattiva verso il "bel sesso", ci credevate. La vostra "putta onorata"; la "buona madre", la "figlia obbediente", la stessa "vedova scaltra" (scaltra si, ma in vista di un onesto secondo matrimonio) sarebbero arrossite, ascoltando la deputatessa succitata. Era inaudito al vostro tempo che l’ esercizio di una sessualità femminile extrafamiliare venisse reclamato come diritto a nome di tutte le donne, sotto gli occhi di tutti, senza veli e reticenze. Inaudito anche che il peccato passasse come pura invenzione del "potere" per fare rigar diritta la gente e toglierela libertà. Le donne del vostro tempo, anche se peccavano, ammettevano quasi tutte che, fuori di noi, un Dio, a nostro e non a suo vantaggio, poteva mettere leggi alle azioni umane. Oggi? Mi domando quante donne consentono alle tesi della deputatessa. Spero che non siano numerose, ma non lo so: se fossero numerose, allora, più che un’ avanzata del "femminismo", avremmo un crollo della femminilità e dell’ umanità.

***

Avete sentito la deputatessa: aborto liberalizzato e regolamentato per la promozione della donna. Ma sarà vera promozione? Inchieste di medici giapponesi, inglesi e ungheresi su aborti, pur eseguiti sotto il patrocinio della legge e in cliniche specializzate, rivelano che tali aborti sono sempre un trauma per la salute della donna, per i parti e i figli successivi. Psicologi e psichiatri, a loro volta, segnalano altre cattive conseguenze: queste, dicono, magari sonnecchiano abitualmente nel subcosciente della donna che ha abortito, ma riemergono in seguito in tempo di crisi. Non parliamo dell’ aspetto morale: l’ aborto, oltre che violare le leggi di Dio, va contro le aspirazioni più profonde della donna, turbandola fortemente. In molti casi poi l’ aborto, più che la donna, libera in realtà il suo partner, marito o no, da noie e seccature, permettendogli di dare corso ai suoi desideri sessuali senza assumere i relativi doveri: è un retrocedere, più che un avanzare, della donna nei confronti dell’ uomo.

***

In materia di aborto, caro Goldoni, la deputatessa e le femministe hanno oggi dei potenti alleati. "L’ aborto regolamentato, dicono alcuni, è un male minore; impedirà gli aborti clandestini e la morte di parecchie giovani donne, vittime sinora delle "praticone". Ma l’ esperienza di altri paesi assicura che gli aborti clandestini non diminuiscono affatto col sopravvenire della legalizzazione, a meno che questa non permetta qualunqueaborto. Il numero poi delle giovani vittime della clandestinità è spesso gonfiato a scopo di propaganda. "Posseggono l’ aborto legalizzato altre nazioni civili; perché non l’ Italia?" Ribatto: se legalizzare l’ aborto è un errore, perché errare anche noi? una malattia importata da fuori in Italia, per il fatto che è importata, non diventa salute, ma infezione o epidemia. In difesa dell’ aborto comincia a correre un motivo anche più specioso: "Importante, dicono, è la 12a settimana. Si perché quello è il momento delle due vite del feto nel seno materno. La prima vita è umana, ancora vegeto-animale; l seconda è umanizzata, ma umanizzata a una condizione. A condizione, cioè, che i genitori, percepita appena la presenza del nuovo esserino, lo “chiamino a nascere”, lo vogliano, lo riconoscano, intreccino con lui un legame di amore, conferendogli così il diritto ad esistere". E soggiungono: di solito, i genitori devono fare questa chiamata; se però (bruttissimo però) è in vista un motivo, i genitori possono, senza peccato, rifiutare il figlio ed espellerlo.

Tutt’ al più, ad evitare abusi, perché non si sia troppo facili a espellere, si dovranno sentire dei medici o dei magistrati prima di decidere. 
Ahimé! caro Goldoni, quelle "due vite" esistono soltanto nella testa di alcuni teologi: fuori delle teste, nel seno della madre, in concreto, c’è una sola vita a lanciare il suo implorante appello ai genitori e alla società. Si suppone che spetti ai genitori, dopo la famosa 12a settimana, creare dei diritti nella creatura. E’ vero il contrario: è la creatura, fin dall’ inizio del suo sviluppo, che pone dei doveri nei genitori. E oltre la creatura c’è Dio, che ha intimato: "Non ammazzare! ". "La vita, ha scritto il Concilio Vaticano II,dev’ essere protetta con la massima cura fin dal momento della concezione: l’ aborto come l’ infanticidio sono abominevoli delitti" (GS., n. 51).

*** 

Caro Goldoni, ci sarebbero altri "femminismi" poco delicati da segnalare, ma lasciamoli lì. Auguro, invece, che le donne possano realizzare conquiste nuove, ma giuste ed elevanti, a sviluppo di quanto il Signore ha rivelato circa la vera grandezza della donna. Un aiuto, caro Goldoni, lo potrebbero recare le vostre commedie, così piene di buon senso, popolate di fanciulle che trepidano in attesa della vita coniugale, di spose che desiderano si una vita più lieta ed hanno si dei difetti, ma che sono oneste, attente ai propri doveri e gelose della propria virtù. Alcune femministe trovano invece tutto questo antiquato e sorpassato, tentando di gabbare come "schiavitù imposte dal maschio" perfino alcune leggi di Dio. Vuol dire che esse stanno scegliendo modelli di vita non cristiani. 

Se dovessimo raccomandarle a una santa, questa potrebbe essere Vilgifortis dal nome strano e dalle vicende più strane ancora. Nata infatti in Portogallo da genitori pagani e battezzata a loro insaputa, essa, secondo la leggenda, aveva fatto voto di verginità. Promessa da suo padre in matrimonio a un re di Sicilia, chiese ed ottenne dal Signore un miracolo e cioè una folta e orrida barba, che di fatto spuntò sul suo virgineo mento. Le nozze naturalmente caddero; la vergine fu libera dallo sposo, anche se poi martirizzata dal padre. Il riferimento è senza malizia: scherzosamente si può dire, tuttavia, che una santa barbuta, liberata da un marito, ci vorrebbe proprio per le femministe, che partono con propositi feroci contro i barbuti uomini. Dopo "La vedova scaltra", "La donna di garbo", "Le massere", "Le morbinose", "La putta onorata", "Il cavaliere e la dama", "Le femmine puntigliose", "I pettegolezzi delle donne", "La moglie saggia", "La castalda", "La sposa persiana", "Donne de casa soa" e tante altre, "La donna barbuta" darebbe all’ immenso quadro femminile goldoniano l’ ultimo personaggio! 
Novembre 1974



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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