DIFENDERE LA VERA FEDE
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ATTENTI SACERDOTI a non invalidare la Messa con le vostre superbe e fantasiose iniziative!

Last Update: 7/8/2019 11:46 PM
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11/8/2017 2:43 PM
 
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certo... è triste dover discutere di questo, ma a questo siamo arrivati ed è bene essere INFORMATI E PREPARATI altrimenti rischiamo di andare a Messe invalidate e SENZA LA GRAZIA, ossia, senza Gesù ... e se ciò vi accadesse (Dio non voglia) non potrete dire "io non lo sapevo, oppure che male c'è..." e così via 
 

Ringraziamo Don Alfredo Maria Morselli per questi chiarimenti, noi cerchiamo di farne tesoro 



Se il tuo parroco cambia le parole della consacrazione

 
di Don Alfredo Morselli
 
 
In questo momento della storia della Chiesa, sono saltati - nel cervello di molti - tutti i freni che il buon senso pone alla stupidità. Tra Comunioni sacrileghe, liturgie inter-confessionali, assoluzioni a chi non ha il proposito di cambiar vita, caricature della Misericordia, beatificazioni di eresiarchi, caccia ai cosiddetti “nemici del Papa”… – e la lista è ancora lunga –, adesso è esplosa anche la funesta moda della formula della consacrazione eucaristica mutata ad libitum del celebrante. 
 
Tanti buoni fedeli sono allarmati: “La S. Comunione che ricevo è il vero Corpo di Cristo?”; “Ma avviene la Transustanziazione?” “Una siffatta Messa è valida?” 
 
Poiché stanno circolando sul WEB dichiarazioni allarmanti circa il valore della consacrazione eucaristica con le parole della consacrazione stoltamente cambiate, è opportuno ricordare alcuni princípi della buona teologia sacramentaria.
 


A) Spiegazione dei termini
 
Sacramento “valido”: 
un sacramento è celebrato validamente quando è compiuto in modo tale da essere un “segno di cosa sacra che santifica l’uomo”; in altre parole il mistero (perdono dei peccati, rigenerazione in Cristo etc.) accade, succede, si realizza.

Sacramento “illecito”: 
un sacramento è celebrato illecitamente quando la celebrazione viene svolta disobbedendo alle norme liturgiche. 
 
Quindi un sacramento può essere celebrato: 
1) validamente e lecitamente
2) validamente e illecitamente
3) invalidamente e illecitamente
(non può esserci un sacramento celebrato lecitamente in modo invalido)
B) La celebrazione eucaristica
 
L’essenziale della forma dell’Eucarestia, ciò che è necessario per la validità, sono le parole “Questo è il mio Corpo - Questo è il mio Sangue” 
 
Es.: se in un campo di concentramento un sacerdote ha pochi secondi per celebrare la S. Messa, per non farsi vedere dai carcerieri, e se ha una briciola di pane e una goccia di vino, può dire solo queste parole e celebra validamente la S Messa.
 
Se invece un sacerdote cambia arbitrariamente – senza un motivo gravissimo – le parole prescritte dal Messale, ma lascia sostanzialmente intatta la forma, la S Messa è celebrata in modo gravemente illecito ma è valida. 
 
Se il sacerdote non crede nella transustanziazione per ignoranza o perché subisce la pressione dei cosiddetti “teologi”, ma ha nel cuore l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, la S Messa è valida, ma illecita. 
 
Se un sacerdote coscientemente non vuole fare ciò che fa la Chiesa, anche se usa le parole giuste, non c’è la S. Messa. 
 
Tra “stolto, improvvido” ed “eretico formale” c’è una enorme differenza. 
 
Gesù, agente principale in ogni celebrazione sacramentale, può agire per mezzo di un prete ingenuo, maldestro o sprovveduto, ma non può agire in chi coscientemente e volontariamente si oppone all’azione sacramentale così come si svolge nella Chiesa.
 
C) Suggerimenti pratici
 
In ogni caso è bene cercare una S. Messa celebrata da un bravo sacerdote.
 
Se il sacerdote non altera l’essenziale, in particolare se lascia intatta la copula “è”, in mancanza di meglio (e se non ci sono altri fatti gravi) si può assistere alla S. Messa, dissociandosi interiormente dalla disobbedienza del sacerdote. 
 
Se c’è la possibilità di andare a Messa dove viene detta bene, bisogna andare lì, onde evitare la cooperazione formale (= rendersi oggettivamente complici) a un atto di culto illecito. 
 
In questa situazione ecclesiale, rimane il dovere di studiare al meglio il Catechismo della Chiesa Cattolica (non nell’edizione commentata da autori neo-modernisti).
 
Rimane il dovere di completare a casa il catechismo ai propri bambini, supplendo alle lacune e correggendo gli errori: nei casi più gravi, ritirare i bambini dal catechismo e portarli in altra parrocchia.

Inoltre, anche se le speranze umane sono alquanto ridotte, è opportuno avvisare il Vescovo, secondo quanto suggerisce l’istruzione Redemptionis Sacramentum, § 184:
Ogni cattolico, sia Sacerdote sia Diacono sia fedele laico, ha il diritto di sporgere querela su un abuso liturgico presso il Vescovo diocesano o l’Ordinario competente a quegli equiparato dal diritto o alla Sede Apostolica in virtù del primato del Romano Pontefice. È bene, tuttavia, che la segnalazione o la querela sia, per quanto possibile, presentata dapprima al Vescovo diocesano. Ciò avvenga sempre con spirito di verità e carità”. 
Qualcuno potrebbe dire che i Vescovi intervengono con decisione solo se un parroco osa celebrare la S. Messa in latino, oppure se fa una predica contro il peccato di omosessualità, oppure se si rifiuta di dare la S. Comunione in mano; ma se un prete cambia suo arbitrio le parole della consacrazione… sciocchezzuole

Ricordiamoci allora quanto ci dice il santo profeta Ezechiele: “…se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato” (Ez. 3,19).

E soprattutto, non dobbiamo meravigliarci se gli empi, i tiepidi, i carrieristi e i traditori fanno la loro parte: facciamo noi bene la nostra, e meglio facciamo, prima finisce la notte. 




ed ecco anche le parole di Papa Francesco all'udienza generale del 22 novembre 2017:

Se l’amore di Cristo è in me, posso donarmi pienamente all’altro, nella certezza interiore che se anche l’altro dovesse ferirmi io non morirei; altrimenti dovrei difendermi. I martiri hanno dato la vita proprio per questa certezza della vittoria di Cristo sulla morte. Solo se sperimentiamo questo potere di Cristo, il potere del suo amore, siamo veramente liberi di donarci senza paura.
Questo è la Messa: entrare in questa passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al calvario, lo stesso. Ma pensate voi: se noi nel momento della Messa andiamo al calvario – pensiamo con immaginazione – e sappiamo che quell’uomo lì è Gesù. Ma, noi ci permetteremo di chiacchierare, di fare fotografie, di fare un po’ lo spettacolo? No! Perché è Gesù! Noi di sicuro staremmo nel silenzio, nel pianto e anche nella gioia di essere salvati. Quando noi entriamo in chiesa per celebrare la Messa pensiamo questo: entro nel calvario, dove Gesù dà la sua vita per me.
E così sparisce lo spettacolo, spariscono le chiacchiere, i commenti e queste cose che ci allontano da questa cosa tanto bella che è la Messa, il trionfo di Gesù.

Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì nel calvario.

La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.

 


[Edited by Caterina63 11/23/2017 3:50 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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PERCHÉ A MESSA NON BISOGNA PRENDERSI PER MANO DURANTE IL PADRE NOSTRO, O ALZARE LE MANI AL CIELO

Perché a messa non bisogna prendersi per mano durante il Padre Nostro, o alzare le mani al Cielo

di Henry Vargas Holguín

 

La pratica di prendersi per mano al momento di recitare il Padre Nostro deriva dal mondo protestante. Il motivo è che i protestanti, non avendo la Presenza Reale di Cristo, ovvero non avendo una comunione reale e valida che li unisca tra loro e con Dio, considerano il gesto di prendersi per mano un momento di comunione nella preghiera comunitaria.
 
Noi nella Messa abbiamo due momenti importanti: la Consacrazione e la Comunione. È lì – nella Messa – che risiede la nostra unità, è lì che ci uniamo a Cristo e in Cristo mediante il sacerdozio comune dei fedeli; il prendersi per mano è ovviamente una distrazione da questo. Noi cattolici ci uniamo nella Comunione, non quando ci prendiamo per mano.
 
Nell'Istruzione Generale del Messale Romano non c'è nulla che indichi che la pratica di prendersi per mano vada effettuata. Nella Messa ogni gesto è regolato dalla Chiesa e dalle sue rubriche.
 
È per questo che abbiamo parti particolari della Messa in cui inginocchiamo, parti in cui ci alziamo, altre in cui ci sediamo ecc., e non c'è alcuna menzione nelle rubriche che parli del fatto che dobbiamo prenderci mano al momento di recitare il Padre Nostro.
 
Si deve quindi evitare questa pratica durante la celebrazione della Messa. Se qualcuno vuole farlo può (a mo' di eccezione) con qualcuno di assoluta fiducia, senza forzare nessuno, senza dar fastidio a nessuno e senza volere che questa pratica diventi una norma liturgica per tutti.
 
Bisogna tener conto del fatto che non tutti vogliono prendere la mano del vicino, e cercare di imporlo è qualcosa che va a detrimento della preghiera, della pietà e del raccoglimento.
 
Un'altra cosa molto diversa è la preghiera comunitaria al di fuori della Messa; quando si recita fuori dalla Messa non c'è alcuna opposizione se si prende la mano di qualcuno, perché è un gesto emotivo e simbolico.
 
Questo, come altri atteggiamenti, non è altro che l'esaltazione del sentimento. L'essere in comunione con qualcuno non consiste tanto nel prendere qualcuno per mano quando si recita il Padre Nostro, ma nel fatto di essere confessato, di essere in stato di grazia e soprattutto nell'essere preparato all'Eucaristia.
 
Se il gesto di prendersi la mano fosse necessario o importante o conveniente per tutta la Chiesa, i vescovi o le Conferenze Episcopali avrebbero inviato già da molto tempo una richiesta a Roma perché questa pratica venisse impiantata. Non lo hanno fatto, né credo che lo faranno mai.
 
Un'altra cosa che vedo molto quando si recita il Padre Nostro è che la gente alza le mani come fa il sacerdote. Nemmeno questo va bene, perché non spetta ai laici durante la Messa compiere gesti riservati al sacerdote o pronunciare le parole o le preghiere del sacerdote confondendo il sacerdozio comune con il sacerdozio ministeriale.
 
Solo i sacerdoti stendono le mani, e la cosa migliore è che i fedeli restino o preghino con le mani giunte perché la fede interiore è ciò che conta, è quello che Dio vede.
 
I gesti esterni nella Santa Messa da parte dei sacerdoti servono a far sì che i fedeli – in primo luogo – vedano che il sacerdote è l'uomo designato che intercede per loro.
 
Stendere le braccia nella preghiera era già abituale nella Chiesa delle origini, ma nel contesto di un circolo di preghiera, o nella preghiera in privato o in un altro incontro non liturgico.
 
I gesti nella Messa sono precisi sia nel sacerdote che per i fedeli; ciascuno fa i propri e i fedeli non devono copiare quelli dei sacerdoti. I gesti dei fedeli nella Messa sono le loro risposte, il loro canto, le loro posizioni.
 
Sia prendere la mano di qualcuno che alzare le mani recitando il Padre Nostro sono, nei fedeli, pratiche non liturgiche, che pur non essendo esplicitamente proibite nel Messale non corrispondono nemmeno a una sana liturgia.
 
I fedeli non devono ripetere né con parole né con azioni ciò che dice e fa il sacerdote la cui funzione è presiedere l'assemblea liturgica.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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7/8/2019 11:46 PM
 
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 fonte: La Chiesa Cattolica - la sua dottrina - Vol.II - con Imprimatur Vescovile - Trieste 1886

Mescolato anch'io con gli Apostoli, nel Cenacolo, sentirò quelle dolci parole di Gesù, Dio nostro: < amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi > (Gv.15,12).

 

- Che cosa è la Santa Messa per un Cattolico?

 

L'Eucaristia è uno dei sette Sacramenti ma, possiamo anche dire, che è il Sacramento per eccellenza e senza il quale tutti gli altri non avrebbero senso, né compimento.

Tutta la vita della Chiesa, infatti, si muove e prende vita dall'Eucaristia, e senza l'Eucaristia non avremmo alcun Culto a Dio, o nulla di così unico, specifico di Colui che si è Incarnato e che volendo assumere la nostra natura umana, è al tempo stesso Dio al quale dobbiamo rendere Culto.

L'unicità di questo Culto risiede nel fatto che solo la religione Cattolica possiede un Culto che non proviene dal basso, cioè dall'uomo, ma questo viene dall'Alto, ci è "disceso" dal Cielo, comandato e raccomandato dal Signore stesso, da farsi ogni giorno fino al Suo ritorno glorioso.

Altra eccezionalità di tal Culto è la Presenza Reale di Nostro Signore Gesù Cristo, Egli infatti non è assente, non ha raccomandato il Divino Memoriale per farsi sostituire dal Sacerdote, Egli è l'unico Sacerdote che ha dato ai suoi Ministri, validamente Ordinati nella Santa Chiesa, di agire con Lui, in Sua Persona, per Suo tramite, la Santa Messa risponde così ad un comando, ad un ordine voluto da Dio stesso, ad un rituale che ci è disceso dal Cielo, che nutre il fedele di Sé, lo eleva alla vita della grazia per santificarlo, imperciocché non sarebbe mai possibile santificarci con il cibo che perisce o con altre funzioni materiali, per questo la Chiesa definisce la Messa "Santa", perché essa santifica il fedele e al tempo stesso rende Culto a Dio "in ispirito e verità"; spirito in quanto Nostro Signore Gesù Cristo è presente con il Suo Corpo glorificato con la Risurrezione, in verità perché sono le Sue parole e la Sua Presenza a rendere tale Culto vivo e vero.

Per tanto, la Comunione si deve considerare:

quale intima unione con Gesù Cristo, secondo le di Lui parole:" Caro enim mea verus est cibus, et sanguis meus verus est potus. Qui manducat meam carnem et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo. /Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui."(Gv.6,55-56). Così spiega san Cirillo Alessandrino: " Come se qualcuno liquefasse col fuoco della cera aggiunta ad altra cera, d'ambedue formerebbe una sola massa, così per la partecipazione del Corpo e del Sangue prezioso di Cristo, ed Egli in noi si unisce, e noi ci uniamo a Lui" (comm. libr. Joann.10).

quale viva ed autentica partecipazione al Sacrificio Eucaristico, secondo le di Lui parole: " Ego sum panis vivus, qui de caelo descendi. Si quis manducaverit ex hoc pane, vivet in aeternum; panis autem, quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita ”. Litigabant ergo Iudaei ad invicem dicentes: “ Quomodo potest hic nobis carnem suam dare ad manducandum? ”. Dixit ergo eis Iesus: “ Amen, amen dico vobis: Nisi manducaveritis carnem Filii hominis et biberitis eius sanguinem, non habetis vitam in vobismetipsis. / Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse: "In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita." (Gv.6 51-53).

In quanto a "partecipazione del Sacrificio", benché il solo Celebrante ne sia propriamente il Ministro, perché egli solo compie l'atto essenziale della Consacrazione, pure non è ch'egli solo offre a Dio il Sacrificio, ma lo compie assieme al popolo redento, infatti non è che il Sacerdote dice: Io ti offro il mio sacrifizio, ma dice: "questo nostro Sacrificio, che piaccia a Te Signore Dio...". Perciò. quanto più uno s'immedesima col Celebrante e prende parte più viva al Santo Mistero, tanto più maggiormente egli beneficia del medesimo, e poiché chi si comunica alla Santa Messa non solo concorre come gli altri all'oblazione del Sacrificio, ma concorre anche con il Sacerdote alla consumazione del medesimo, col "cibarsi della Carne e del Sangue" della Vittima "immolata per la nostra salvezza", così è chiaro che la Santa Comunione fatta durante la Messa, è una viva e reale partecipazione al Sacrificio Eucaristico.

Bisogna anche chiarire e con santo scrupolo, quanto segue:

a quanto detto si oppone che, essendo uno solo il Sacrificio, ogni Comunione, sé anche fatta fuori della Santa Messa è una reale "consumazione della Vittima" e quindi è una partecipazione al Sacrificio fatta dal Sacerdote celebrante. Questo è dunque ben vero, ma si tratta di una partecipazione indiretta in quanto che, chi si comunica con Particole consacrate prima, non concorre col Celebrante alla Oblazione e, non prendendo parte viva al Sacrificio, non partecipa direttamente del medesimo se non in quanto, indirettamente, dal momento che Esso è offerto dalla santa Chiesa per tutti, che se pure o prima della Messa, o dopo della Comunione assiste ad una Santa Messa, ei perde sempre, non comunicandosi nella stessa, la pienezza dell'effetto che avrebbe ricevuto se, insieme col Sacerdote, fosse concorso non solo ad offrire ma pure a consumare la Vittima.

E' perciò che la Chiesa ha sempre considerato come lecita, legittima e santa la Comunione con Particole consacrate prima, in altre Messe, ed ha condannato invece l'opinione di Padre Nanarroni, il quale sosteneva "essere obbligati i cristiani a comunicarsi almeno una volta in vita, durante la Messa, con Particole consacrate durante la medesima", tuttavia la Chiesa stessa raccomanda ugualmente ai fedeli tale pratica, la quale corrisponde all'antica disciplina approvata dai Concili, dai Padri, dai teologi, perché è semplicemente di maggior vantaggio a chi lo fa.

L'intenzione della Chiesa è del resto molto ben espressa anche dal nostro ultimo Sinodo Diocesano, il quale riporta: "Noi crediamo e proponiamo come lecita e santa la Comunione con le Particole pre-consacrate, essa però abbia luogo solamente per motivi ragionevoli e non per capriccio; essendo nostra intenzione, che per principio abbia luogo durante l'azione della Messa la Comunione del popolo..". (Synod. Dioec. Bonifac. a Ponte a.1779 cap.XIII).

 

Il Sacrificio della Santa Messa, e la partecipazione ad Essa da parte del fedele, del popolo, è perciò fondamentale e di vitale importanza per la vita stessa delle comunità e della Chiesa universale, imperciocchè non è il popolo né il fedele che la rende così speciale, unica e santa, ma è il Sacrificio che possiede un valore infinito e sovrannaturale. Il Sacrificio della Divina Eucaristia, infatti, non giova agli individui se non in quanto viene loro applicato, e il partecipare di questa applicazione dipende da due circostanze:

 

1. per partecipare veramente del Frutto del Sacrificio è indispensabile trovarsi in stato di grazia e santificazione, ossia, bisogna essere confessati e purificati da ogni peccato mortale. Chi è tale, riceve in proporzione alla parte che prende nel Sacrificio:

a - l'aumento della grazia abituale;

b - la remissione dei peccati veniali se profondamente pentiti;

c - il perdono, almeno in parte, delle pene dovute ai peccati commessi;

d - le grazie necessarie delle quali abbisogna per la santificazione;

e - la distribuzione delle grazie necessarie per le Anime del Purgatorio.

E' bene ricordare che chi assiste alla Santa Messa nello stato di peccato mortale, specialmente nell'ostinazione e nel rifiuto alla confessione ed alla vera conversione, non rende inefficace il Divino Sacrificio, ma impedisce a sé stesso la ricezione e l'aumento della grazia santificante, perché non l'ha, e nell'ostinazione la rifiuta; né può usufruire del perdono dei peccati veniali, poiché si trova in uno stato grave di peccato; né può ricevere il perdono delle pene temporali, perché reo di pena eterna, ma egli può ricevere ugualmente e solamente le grazie attuali che si dipartono dalla Santa Messa, e se vi partecipa con cuore afflitto e pronto a volersi rimettere in ordine con Dio, il Sacrificio al quale vi assiste può offrirgli la grazia di una perfetta contrizione, ed indirizzato verso il Confessionale, può riconciliarsi con Dio e ricevere la Santa Comunione. Non è perciò che torni inutile ai peccatori, anche ai più incalliti, l'assistere al Santo Sacrificio, al contrario e come la Santa Chiesa ha sempre insegnato, è per essi importante che in qualche modo vi assistano, perché la Messa è per i peccatori, ma affinché si convertano e si santifichino, imperciocchè divotamente assistendovi, pur non partecipandovi poiché sono in stato di grave peccato, impetrano da Dio la forza di vincere le loro cattive abitudini, e di riacquistare per mezzo d'una sincera penitenza, la grazia santificante.

Facciano pertanto attenzione, i Ministri dell'Eucaristia, ad istruire i propri fedeli sul danno del peccato mortale, a non dare ad essi la Santa Comunione, ma tuttavia ad invitarli ad assistere al Divino Sacrificio, quand'anche essi non vi potessero partecipare a causa della condizione peccaminosa, vi potrebbero ricevere giovamenti di conversione nell'assistervi.

 

2. dal concorrere ch'Esso fa più, o meno all'Oblazione, parlando in generale, significa che partecipa assai di più del Frutto della Santa Messa chi è presente alla celebrazione e, con somma divozione, accompagna l'azione del Sacerdote che celebra, la mancanza della corretta divozione vanifica su di sé la partecipazione al Frutto del Divino Sacrificio. Fra i presenti vi partecipa di più colui che concorre all'Oblazione, quindi:

a - più d'ogni altro è il Celebrante stesso, perché a preferenza d'ogni altro e chiamato dal Signore stesso ad essere Suo Sacerdote, concorre al Divino Sacrificio in nome della Chiesa, facendo ciò che N.S. Gesù Cristo in Essa ha comandato di fare;

b - quanti si comunicano in stato di grazia concorrono alla consumazione della Vittima per sé stessi ma anche per gli altri, specialmente per i Suffragi delle Anime del Purgatorio e la conversione dei peccatori, e la Chiesa stessa raccomanda che tutti i presenti possano ricevere l'Eucaristia "acciocché loro dal Sacrificio, maggiori frutti ne derivassero..." (Conc. Trid. sess. XXII, cap. VI);

c - e più di altri vi partecipa chi, con pio raccoglimento, oblazione personale, seguendo con santa divozione la Celebrazione e al momento stesso della Consumazione, fa un atto di desiderio di unirsi spiritualmente al Redentore sul Calvario, insieme alla Vergine Santissima, a San Giovanni e a tutti i Santi.

In parità di circostanze, e a seconda delle necessità della Chiesa stessa, partecipa con più frutto chi offre al Sacerdote l'elemosina acciocché applichi la Santa Messa per lui, o secondo la di lui intenzione, specialmente per le Anime del Purgatorio.

Fin dal primo secolo il popolo portava nelle Chiese, o nella assemblea riunita in qualche casa prima che le Chiese venissero costruite, il pane e il vino occorrente al Sacrificio, ed i Diaconi raccoglievano il tutto al momento dell'Offertorio, insieme anche a qualche indumento per i più poveri, o alle somme di danaro: chi trascurava di fare la sua offerta, ben sapendo che poteva farla, si considerava come "non partecipante" al Sacrificio. San Cipriano disse così ad una ricca signora: "Sei doviziosa, e credi tu di partecipare al Sacrificio di Nostro Signore, venendo al Sacrificio senza la tua offerta?!" (St.Cypr. de opere elemos.), e lo stesso Sant'Agostino diceva: "Portate voi le offerte da consacrarsi. Chi lo può si deve vergognare di ricevere la Comunione dall'oblazione di un altro!" (St.August. de temp. serm. 15).

L'uso di queste pubbliche offerte durò fino al decimo secolo, ma l'offerta continuò in forma spesso privata, i fedeli continuarono a portare ai Sacerdoti le elemosine acciocché nella Santa Messa pregassero anche per loro, imperciocchè è bene sottolineare che i Sacerdoti che le ricevevano come prezzo delle loro preghiere, ma come offerta fatta alla Chiesa, per concorrere alle necessità dei più poveri della comunità, per le necessità della Chiesa e pure per il sostentamento dei sacri Ministri i quali, come ben ammaestra San Paolo: " Nescitis quoniam, qui sacra operantur, quae de sacrario sunt, edunt; qui altari deserviunt, cum altari participantur? / Non sapete che coloro che celebrano il culto traggono il vitto dal culto, e coloro che attendono all'altare hanno parte dell'altare?" (1Cor.9,13).

Non si trascuri di ammaestrare, dunque, che il Divino Sacrificio non viene celebrato solamente per chi fa l'elemosina, o che la limosina sia maggiore del Sacrificio stesso, ma tale Sacrificio si auto sostiene dalla Divina Provvidenza la quale si serve dei fedeli per sovvenire alle necessità della Carità, è il Sacrificio stesso che produce la Carità in ogni sua forma, è Esso stesso la Carità, e viene celebrato per tutti ritraendone vantaggio quanto maggiormente i fedeli vi partecipino con divozione e responsabilità.

 

 

- In cosa consiste il Sacrificio della Divina Eucaristia?

 

A quanto detto nel capitolo precedente, su cosa è la Santa Messa, a riguardo del Sacrificio occorre dire che: come il Sacrificio storico di Gesù Cristo consistette nell'essersi Egli umiliato come Dio e come Uomo: "humiliavit semetipsum factus oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis. / umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce." (Filippesi 2,8), così allo stesso modo consiste il Sacrificio Eucaristico della Santa Messa, nella umiliazione, a cui per la Transustanziazione volontariamente Egli si assoggetta, e poiché questa umiliazione, tanto che come Dio che come Uomo, è nuova e maggiore dal momento che Egli è risuscitato e "siede alla destra del Padre nella gloria", così costituisce Essa un vero e proprio Sacrificio.

Nella Eucaristia è nuova e maggiore della prima umiliazione di Gesù "come Dio", perché durante il corso della Sua vita terrena la Sua divinità era nascosta, ma non così che a traverso del velo della umana natura non trasparisse lo splendore della Sua gloria Divina. Ei nasce in una stalla, ma gli angeli annunziano la Sua nascita e pastori e magi vengono per adorarlo. Ei vive come povero e circondato dai poveri, dagli umili o dai semplici, come quando si circonda degli Apostoli provenienti dagli umili lavori come i pescatori, ma tra loro opera prodigi e miracoli attestando lentamente la Sua onnipotenza comune al Padre. Muore sulla Croce, fra due malfattori, come un comune brigante e bestemmiatore, ma alla Sua morte la natura Gli rende testimonianza, il sole s'oscurò, la terra tremò, accaddero molti prodigi, che l'istesso centurione non può che esclamare, piegando le sue ginocchia: Videns autem centurio, qui ex adverso stabat, quia sic clamans exspirasset, ait: “ Vere homo hic Filius Dei erat ”  /  Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: "Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!"(Mc. 15,39)

Così, anche l'umiliazione di Gesù "come Uomo" è nell'Eucaristia maggiore della prima: imperciocchè per quanto Egli fosse dispregiato e l'infimo degli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come ci ricorda il Profeta Isaia 53,3, pur aveva la figura d'uomo, veniva amato dai Suoi Discepoli, acclamato come grande profeta, rispettato per umani riguardi persino dai farisei, e quando venne condotto al supplizio, le donne di Gerusalemme piangevan per Lui.

Ora, nell'Eucaristia anche l'umanità del Divino Redentore è interamente nascosta, e, se la fede non illumina l'intelletto, nessuno potrebbe ravvisare Gesù sotto le specie del pane e del vino.

Il Divino Redentore, nella Santa Eucaristia si riduce all'estremo dell'abiezione, si spoglia di tutto ciò che potrebbe cattivargli amore e rispetto, si espone agli oltraggi, alle profanazioni, all'incredulità, ai motteggi dei peccatori, persino all'indecenza dei Suoi Sacerdoti quando celebrano in stato di peccato oppure quando celebrano con svogliatezza, o credendosi insostituibili spadroneggiando. Gesù ancora una volta e nell'Eucaristia: " Afflictus est et ipse subiecit se et non aperuit os suum; sicut agnus, qui ad occisionem ducitur, et quasi ovis, quae coram tondentibus se obmutuit et non aperuit os suum. / Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca." (Is.53,7).

Perciò è fondamentale che si istruiscano i fedeli nella corretta visione dell'Eucaristia nella Santa Messa, in questo dobbiamo guardare alla relazione fra il Sacrificio storico e l' Eucaristico.

1. Il Sacrificio dell'Eucaristia è identico, inteso come medesimo, al Sacrificio che si compì sul Calvario, imperciocchè, così in quello come in questo abbiamo:

a - il medesimo Sacerdote, Gesù Signore, il quale là si offriva da Sé medesimo ma per le mani dei carnefici, e di ognun di noi peccatore, e s'offre qui per mezzo dei Suoi Ministri "santi e santificatori";

b - la medesima Vittima Gesù, Agnello immolato, Agnello condotto al macello, che là s'offriva al Padre raccogliendo tutti i peccati, prima sofferti, coronandoli col patir sulla Croce, e qui offre al Padre tutte le umiliazioni e i peccati, ora subiti nel corso della storia dalla Sua Incarnazione, coronandoli assoggettandosi ad una umiliazione nuova e maggiore;

c - il medesimo scopo, cioè, la Gloria di Dio Padre e la salute degli uomini, la loro vita eterna.

La differenza fra il Sacrificio storico e l'Eucaristico è solo accidentale: il primo comprese i patimenti fisici compiendosi in maniera cruenta; questo, Eucaristico è spirituale, cioè, incruento, Gesù non patisce più fisicamente, Egli già regna Vincitore sulla Morte e nella Gloria del Padre, ma nei veli nascosti dell'Eucaristia Egli patisce ancora il rifiuto degli uomini, le profanazioni, le ingiurie, e nell'Oblazione supplica per noi, ancora una volta, ad ogni Messa, il Padre, affinché l'uomo si salvi, lo accolga, abbia compassione di ciò che patì e si converta.

2. Dall'essere il Sacrificio della Santa Messa identico a quello che Gesù compì storicamente sulla Croce, ne segue:

a - ch'Esso è unico e di valore infinito, perché umiliazione dell'Uomo-Dio;

b - ch'Esso è un Sacrificio di adorazione di Gesù sulla Croce e di ringraziamento a Gesù gloriosamente Vincitore;

c -  ch'Esso è di propiziazione pei peccati e d'impetrazione di grazie, avente in Sé tutti i tesori Divini e tutte le Grazie necessarie a tutte le necessità dell'umanità in ogni tempo;

d - ch'Esso è un Sacrificio Cattolico, universale, il quale è offerto per tutti, non solo per i viventi ma anche per i Defunti nel Signore; universale perché lo si offre in memoria dei Santi, non ai Santi, ma a Dio, adorandolo e ringraziandolo per le vittorie loro concesse ed impetrando il loro patrocinio, primo fra tutti il patrocinio della Beatissima Vergine, Madre di Dio, di san Giuseppe Patrono della Santa Chiesa, e di tutti i Santi; universale perché lo si offre per le Anime del Purgatorio, per abbreviare il tempo della loro punizione e addolcire il rigore delle pene che ancora debbono soffrire.

E' con sana ragione che i Cattolici possono dire: "Quae est enim alia natio tam grandis, quae habeat deos appropinquantes sibi, sicut Dominus Deus noster adest cunctis obsecrationibus nostris? / Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?" (Deutaron.IV,7).

 

- Santa Messa o Santa Cena?

 

Dalla Riforma Protestante è invalso l'uso, ma con motivi diversi non propriamente cattolici, di rinominare il Divino Sacrificio con un termine di per sé antico: santa Cena.

Imperciocchè è da annotare, a quanto abbiamo detto fino a qui, che per insegnare tutto sulla Santa Messa è più indicato parlare di Oblazione, Sacrificio di Adorazione e Ringraziamento, senza aver timore di usare il termine amato dai Padri: Santa Messa.

La voce "Messa" la troviamo usata già da St.Ambrogio nel IV secolo (Epistola 20, n.4) e deriva dal latino Missa che significa "mandata, licenziata", ed è stata sempre intesa sia per il Sacrificio Eucaristico "il mandato di celebrare questi Misteri", sia ch'abbia a sott'intendere l'Oblatio, l'offerta, il Sacrificio espiatorio che, mandato da Dio, include anche al "licenziarsi" del popolo dopo l'adorazione del Sacrificio stesso e dopo aver consumato la Vittima nella Comunione fraterna. Inoltre, Messa, indica la "missius", l'atto del mandare, del congedare dopo aver affidato qualcosa, una missione. L'Ite Missa est significa, appunto: andate, l'adunanza è sciolta, licenziata.

Santa Cena: seppur con tal termine si è sempre inteso, nella Chiesa, indicare il momento specifico della Comunione dei fedeli al comando di Gesù di "essere accolto-ricevuto, prefigurazione della Mensa Celeste ed eterna", si è ritenuto sempre valido e più corretto parlare di Santa Messa dal momento che tale Funzione Sacra non racchiude solamente il momento della Comunione dei fedeli, ma anzi, sott'intende principalmente il Sacrificio della Croce, l'offerta della Vittima, i Divini Misteri e che si conclude con il rendimento di grazie colla distribuzione della Santa Comunione.

La Riforma Protestante avendo rigettato la sacralità della Messa, per essi è solo spirituale, la Presenza reale di N.S. Gesù Cristo nella Transustanziazione, e avendo essa rinnegato il Sacerdozio come Sacramento specifico dei Ministri di Dio e conservato esclusivamente il sacerdozio comune a tutti i battezzati, ha ritenuto "normale" modificare anche il termine, non più "Santa Messa" ma una santa Cena, con un pane e vino distribuiti senza la Transustanziazione, di conseguenza essi celebrano solo la comunione, una Cena santa nelle intenzioni, ma in una forma non sacramentale bensì solo spirituale, imperciocchè imperfetta, poiché anche se lo chiamano "sacramento", avendo tolti i segni sacramentali, essa è solo un ricordo spirituale.

 

 

- La Santa Messa che celebriamo è quella del primo secolo?

 

Si risponde a questa domanda a causa dell'avvento del Protestantesimo che ha snaturato la Santa Messa, ha eliminato il Sacerdozio come Sacramento, ed ha rinnegato il prodigio della Transustanziazione.

La celebrazione della Santa Messa ha sempre compreso più parti al suo interno.

Fin dal primo secolo si comprendevano due parti ben distinte:

  1.  la Prima parte quale preparazione al Sacrificio Divino e si chiama "Messa dei Catecumeni" in quanto vi potevano partecipare anche coloro che, fanciulli in età della ragione e adulti, si preparavano a ricevere il Battesimo, e perché anche a loro, come ai pubblici penitenti è dato di assistere alla Messa, ma senza partecipare all'Oblazione in quanto ancora non battezzati. Questa prima parte comprende:

a - l'Introito, ingresso: nell'antica Chiesa il Celebrante preceduto dal Clero e dal popolo entrava nel Tempio cantando Salmi e, presi i paramenti recitava le Orazioni alternate dal canto del Kyrie eleison e Christe eleison (Signore pietà, Cristo pietà). Queste finivano con l'inno Gloria in excelsis, inno che già si sapeva essere tralasciato quando si dicevano le Messe per i Defunti o nei tempi di penitenza, dopo di che si concludeva con il celebrante che salutava il popolo dicendo: " Dominus vobiscum" (il Signore sia con voi), o, s'era il Vescovo, col "Pax vobis" (la pace sia con voi).

Oggi l'Introito è ristretto ad un Salmo cantato, o ad una Antifona indicante spesso anche il Tempo liturgico, e a seguire il Confiteor che recita il Sacerdote a pié dell'Altare. Seguono poi, ma non è più parte dell'Introito e siamo già dentro la Messa, il Kyrie e Christe eleison ed il Gloria nei tempi festosi, concludendo la parte con il saluto al popolo. Come possiamo vedere non è cambiato nulla di sostanziale.

b - le Orazioni: il Celebrante dice le Orazioni del proprio Tempo e vi aggiunge, meno che nella Messa di morto, delle altre Orazioni pei bisogni del popolo, o anche di qualche persona in particolare. Oggi, queste Orazioni hanno il nome di Collette che significa "raccolte", perché in esse si raccolgono i desideri e le preghiere del popolo e di tutta la Chiesa, qui i fedeli possono esprimere singolarmente, nel silenzio del proprio cuore, le proprie preghiere o unirsi, mediante un messale o breviario, a quelle del Sacerdote.

c - l'Epistola (Lettera): fin dal primo secolo si usava questa occasione per far conoscere alle comunità gli sviluppi della Chiesa; si comunicavano all'assemblea le relazioni che una Chiesa mandava ad un'altra, specialmente le Lettere degli Apostoli o di qualche Vescovo apostolico, specialmente se questi era rinchiuso in qualche carcere o stava per subire il martirio, e se così lo richiedeva una festa particolare, vi si leggeva un brano storico dell'Antico Testamento o dagli Atti degli Apostoli. Dopo l'Epistola, mentre il diacono saliva i gradini dell'Altare per ricevere la benedizione del Celebrante, si cantava un Salmo chiamato "Graduale". Nel Tempo di Penitenza (solitamente la Quaresima) il canto si tirava più in lungo e perciò si chiamava Tractus.

Oggi le cose non sono cambiate, solamente che per l'Epistola non si leggono più gli scritti dei Vescovi o dalle altre Chiese, ma solo brani tratti dalla Sacra Scrittura.

 

All'Epistola fu sempre associata la lettura d'un brano della vita di Gesù Cristo tratta dagli Evangelisti, e perciò detto subito "Dal Vangelo di..." la Buona Novella portata dal Redentore agli uomini. Il Celebrante offre l'incenso al Sacro Testo e con riverenza lo bacia, annuncia la Lettura e il Ministro dice in nome del popolo: Lode a Te o Cristo.

Dopo la lettura del Vangelo, nelle Feste principali e nelle Domeniche, aveva luogo l'Omelia, che significa proprio: discorso, istruzione sul Vangelo.

Nell'antica Chiesa solo i Vescovi potevano tenere l'Omelia, e nelle opere dei SS. Padri abbiamo delle omelie che sono dei capolavori della vera eloquenza, letteratura, e persino di poesia. Finita l'Omelia il Vescovo pregava pei Catecumeni e pei pubblici penitenti, e a questo punto il Diacono li licenziava dalla Messa, ossia , i Catecumeni lasciavano l'assemblea in attesa di ricevere il Battesimo, dal momento che non potevano ricevere l'Eucaristia. Si chiudevano poi le porte del Tempio ed i ministri giravano silenziosi, acciocché nessuno disturbasse il silenzio, il raccoglimento e la divozione dei fedeli presenti.

 

  1.  La Seconda parte della Messa cominciava con i preparativi per il Sacrificio "vivo e santo" il quale comprende l'Offertorio, la Consacrazione e la Comunione, da qui si parlava già di "Messa dei fedeli" derivante dal fatto che i presenti si uniscono all'offerta del Celebrante, in una partecipazione oblativa e in quanto destinatari della Comunione Eucaristica.

a - l'Offertorio: dopo il Concilio di Nicea (a.325) che condannò l'eresia di Ario, all'Offertorio si fé precedere il Credo, poiché la fede è la base dell'ecclesiastica unità. Il Simbolo che diciamo oggi è quello del Concilio Ecumenico di Costantinopoli (a.381), un pò più lungo e più articolato, coll'aggiunta del Filioque fatta in quello di Firenze. Tale Simbolo viene pronunciato solennemente nelle Feste di maggior solennità, o a motivo del grande concorso di popolo.

Terminato il momento delle pubbliche offerte, il Celebrante prepara prima l'Hostia, Vittima del Sacrificio, perché sotto gli accidenti del pane, Gesù s'offre vittima di amore per il popolo e per la Sua Sposa, ch'è la Chiesa, poi prepara le Particole da consacrarsi insieme all'Hostia. Anticamente durante l'Offerta si cantavano dei Salmi, poi il Celebrante prosegue in silenzio e a bassa voce pregando, scoperto il Calice offre a Dio il pane sulla patena (piattino col quale si sposta con riverenza l'Hostia evitando di toccarla troppe volte con le mani) e poi il Calice col vino, nel quale versa alcune gocciole d'acqua in memoria dell'acqua che assieme col Sangue sgorgò dal costato  trafitto del Redentore.

A questo punto il Sacerdote si lava le mani, un gesto simbolico e reale che richiama all'acqua che con il Battesimo ci donò lo stato primordiale della purificazione, ripetendo a bassa voce brani dal Salmo 25 per esprimere l'interna mondezza, ed anche per riverenza verso il Divin Sacramento che dovrà toccare con le mani, poi sollecita gli astanti a sollevar i loro cuori in un inno, un cantico di lode "uniti agli Angeli", con il trisagio: Santo, Santo, Santo il Signore Dio..... Ad oggi nulla è cambiato nella sostanza di ciò che esprimeva la Chiesa fin dai primi secoli.

b - La Consacrazione (Transustanziazione): i fedeli si inginocchiano e il Celebrante supplica Dio di accogliere i Doni che sono stati offerti per la santa Chiesa, pel Sommo Pontefice, pel Vescovo, anche per l'Imperatore, e raccomanda quindi in particolare le persone  per le quali si intende di applicare il Sacrificio (Memento per i vivi). Egli esprime la relazione dei viventi coi Santi venerandone la memoria e con tutta la Chiesa Mistica, trionfante, stende poi le mani sul pane e sul vino supplicando il Signore di accogliere e gradire questa Offerta e passa a compiere l'augusta azione, che compì il Signore Gesù nell'Ultima Cena, pronunciando sulle offerte le stesse parole. Appena avvenuta la Consacrazione, il Celebrante inchinato continua le orazioni adorando l'Hostia pura e Santa e il Vino transustanziati, l'adora più volte, poi la solleva all'adorazione dei fedeli, poi torna alla adorazione con le orazioni a bassa voce, e così fa con il Pane e il Vino Consacrati.

Vi è da ricordare che l'elevazione dell'Hostia e del Calice col Vino Consacrati fu introdotta dopo l'eresia di Berengario (leggasi il paragrafo:- E' obbligatorio credere nella "Presenza Reale"  Gesù nell'Eucaristia?).

Ora il Sacerdote offre a Dio Padre la Vittima del Sacrificio perfetto, il Pane Santo della vita eterna e il Calice della salute perpetua, e Lo supplica di farlo portare dalle mani del Suo Angelo alla Sua stessa Presenza, acciocché "ogni qualvolta partecipando di questo Altare, avremo preso il Corpo e il Sangue del Suo Figliuolo, siamo ricolmati d'ogni celeste benedizione".

Segue il Memento pei Defunti in generale, e in particolare, ed il Celebrante battendosi il petto, continua: " Anche a noi peccatori concedi parte e società coi Tuoi Santi per Cristo nostro Signore, per mezzo di cui Tu crei tutti questi beni, santifichi, vivifichi e doni a noi..." Le croci che il Sacerdote compie nel dire queste parole, si riferiscono alle specie sacramentali, come rappresentanti i beni della terra, e a questo punto anticamente, si benedicevano le offerte dei fedeli che non erano destinate all'Eucaristia, per esempio il pane benedetto, e si chiamava "Eulogia" (benedizione) il quale veniva distribuito anche a quelli che non avevano preso parte all'Eucaristia. I Cristiani se lo portavano a casa o se lo mandavano come dono, come segno di comunione e di pace. Da qui l'uso delle focacce che per le feste pasquali i cristiani si mandavano come dono, ancora in uso in molte Chiese Ortodosse, purtroppo in disuso nella Chiesa Cattolica.

c - La Comunione (il Banchetto) questa parte inizia con la Preghiera comune a tutti i Cristiani, il Padre Nostro, da qui il Celebrante invoca il Signore di "liberarci da tutti i mali" e donarci la Sua Pace, Nostro Signore Gesù Cristo, e questa Pace egli augura a tutti i presenti colle parole: Pax + Domini sit + semper vobis+cum, e la intercede loro quando dopo il terzo Agnus Dei qui tollis peccata mundi, il popolo fedele già inginocchiato risponde: dona nobis pacem.

Nell'antica Chiesa i Cristiani prima di ricevere la Santa Comunione, si davano un abbraccio l'un l'altro, col segno della pace e di fraternità. Il Celebrante si prepara ora alla Comunione e prendendo nella mano sinistra l'Hostia Santa, colla destra si batte il petto dicendo per tre volte: Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum; sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea / Signore, non son degno che Tu entri nella mia casa, ma di una parola e l'anima mia sarà risanata.

Poi viene risanato il popolo che si reca presso il Celebrante per ricevere la Comunione. Nella sostanza, anche oggi, nulla è stato modificato della Santa Messa che si celebrava fin dai primi secoli.

- Licenziamento dell'Assemblea, dopo aver fatto ulteriori Preghiere con voce bassa, il Sacerdote avvia il rito di conclusione, si congeda dal popolo con le parole: Ite Missa est / Andate, la Messa è finita, e il popolo risponde: Deo gratias, ossia, rendiamo grazie a Dio, colla Benedizione il Celebrante scioglie l'assemblea affidando ad essa la missione di annunciare alle genti quanto hanno ricevuto.

Si conclude il Rito con la Lettura dell'ultimo Vangelo ch'è d'ordinario il principio del Vangelo di San Giovanni, che tratta dell'Incarnazione del Verbo con cui incominciò il Sacrificio di Gesù Cristo Nostro Signore.

 

***


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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