DIFENDERE LA VERA FEDE
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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità (7)

Ultimo Aggiornamento: 21/08/2018 16.02
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04/01/2018 16.18
 
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 Cari amici, e ci auguriamo anche molti sacerdoti e vescovi, dopo il successo di BEN SEI precedenti thread su questi appelli (con oltre 378-MILA visite in totale):

vedi: -  Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità
Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità(2)  e 

Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità(3)
- Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità (4)

- Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità (5)
- Cari Vescovi, vi supplichiamo, non tacete più, gridate dai tetti la Verità (6)


arriviamo alla SETTIMA pagina dedicata a queste suppliche ai nostri Pastori, affinchè VIGILINO  attentamente e con pazienza sul gregge loro affidato, sulla diocesi che sono chiamati a servire...vedi Ezechiele 3,16-21

«Figlio dell'uomo, ti ho posto per sentinella alla casa d'Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu ammonisci il malvagio ed egli non si allontana dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per il suo peccato, ma tu ti sarai salvato.
Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l'iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l'avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te. Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato».

.. dal canto nostro assicuriamo preghiera e filiazione affettuosa, sempre... nei Cuori di Gesù e Maria....


 Era ora che qualche Vescovo cominciasse a fare chiarezza, nel marasma e nella confusione in cui si trova oggi la Chiesa.

Questi tre Vescovi, Mons. Peta, Mons. Schneider e Mons. Lenga hanno pubblicato una Correzione Ufficiale agli errori morali e dottrinali dell’Amoris Laetitia. 
Una cosa che aspettavamo da tempo. Reputo questo documento della massima importanza, perché a questo punto siamo ad un bivio. Questa infatti non è più una richiesta di chiarezza a Bergoglio, ma è proprio una Correzione Formale ai suoi errori.Soprattutto fatta da Vescovi. Che si sono sentiti in dovere di “chiarire” la deriva Bergogliana. 
Ecco perché vi dico: cari lettori, siamo ad un bivio. Ora è chiaro che si scatenerà un putiferio, perché Bergoglio sguinzaglierà i suoi “cani da guardia” giornalisti, editorialisti, Sale Stampa, per attaccare o intimorire questi coraggiosi Vescovi. Ma siamo arrivati al bivio: seguire la Vera Dottrina pronunciata oggi ufficialmente da Vescovi Cattolici o seguire la deriva e l’eresia di Bergoglio? Personalmente opto per la prima ovviamente. Anche se l’idea dello scisma non mi ha mai fatto impazzire. Ma se le cose continuano di questo passo, prima o poi una cosa del genere succederà. Infatti i malumori ormai sono tanti. E anche tra i fedeli e teologi c’è un movimento di ribellione nei confronti di questa eresia dilagante. La stampa ne parla poco (perché fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce). Ma vi assicuro che la maggioranza dei Cattolici non sono per niente in sintonia con questo Pontificato.


Che farà Bergoglio ora? Se prende provvedimenti contro questi Vescovi, credo si arrivi alla rivolta. Se tace, ne esce con le ossa completamente rotte, perché sarebbe una figura di m…. colossale. Ma solitamente il suo carattere impulsivo gli farà fare qualche ossa. Da buon dittatore sudamericano si starà già consultando con i suoi leccacalzini.

Staremo a vedere. Ma una cosa vi chiedo. Preghiamo intensamente per questi Vescovi, perché per loro inizierà la persecuzione. Preghiamo per la Chiesa intera, perché sento che sta per succedere qualcosa di impressionante che non si è mai visto prima d’ora.

Da parte nostra, come Blog,CI SENTIAMO DI SOSTENERE QUESTI VESCOVI EROICI E DI SOSTENERE IN PIENO LA LORO CORREZIONE. VI CHIEDO DI DIVULGARLA IL PIU’ POSSIBILE.

Eccola (ve la espongo con la traduzione del giornalista Dott. Marco Tosatti che ringrazio per aver pubblicato interamente il testo):

Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale

Dopo la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” (2016) vari vescovi hanno emanato a livello locale, regionale e nazionale norme applicative riguardanti la disciplina sacramentale di quei fedeli, detti “divorziati risposati”, i quali, vivendo ancora il loro coniuge al quale sono uniti con un valido vincolo matrimoniale sacramentale, hanno tuttavia iniziato una stabile convivenza more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo.

Le norme menzionate prevedono tra l’altro che in casi individuali le persone, dette “divorziati risposati”, possano ricevere il sacramento della Penitenza e la Santa Comunione, pur continuando a vivere abitualmente e intenzionalmente more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo. Tali norme pastorali hanno ricevuto l’approvazione da parte di diverse autorità gerarchiche. Alcune di queste norme hanno ricevuto l’approvazione persino da parte della suprema autorità della Chiesa.

La diffusione di tali norme pastorali, ecclesiasticamente approvate, ha causato una notevole e sempre più crescente confusione tra i fedeli e il clero, una confusione che tocca le centrali manifestazioni della vita della Chiesa, quali sono il matrimonio sacramentale con la famiglia, la chiesa domestica e il sacramento della Santissima Eucaristia.

Secondo la dottrina della Chiesa solamente il vincolo matrimoniale sacramentale costituisce una chiesa domestica (cf. Concilio Vaticano Secondo, Lumen gentium, 11). L’ammissione dei fedeli cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, che è la massima espressione dell’unità di Cristo-Sposo con la Sua Chiesa, significa nella pratica un modo d’approvazione o di legittimazione del divorzio, e in questo senso una specie di introduzione del divorzio nella vita della Chiesa.

Le menzionate norme pastorali si rivelano di fatto e col tempo come un mezzo di diffusione della “piaga del divorzio”, un’espressione usata dal Concilio Vaticano Secondo (cf. Gaudium et spes, 47). Si tratta di una diffusione della “piaga del divorzio” persino nella vita della Chiesa, quando la Chiesa, invece, dovrebbe essere, a causa della sua fedeltà incondizionata alla dottrina di Cristo, un baluardo e un inconfondibile segno di contraddizione contro la piaga ogni giorno più dilagante del divorzio nella società civile.

In modo inequivoco e senza ammettere nessuna eccezione Nostro Signore e Redentore Gesù Cristo ha solennemente riconfermato la volontà di Dio riguardo al divieto assoluto del divorzio. Un’approvazione o legittimazione della violazione della sacralità del vincolo matrimoniale, seppure indirettamente tramite la menzionata nuova disciplina sacramentale, contraddice in modo grave l’espressa volontà di Dio e il Suo comandamento. Tale pratica rappresenta perciò un’alterazione sostanziale della bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa. Inoltre, una disciplina sostanzialmente alterata comporterà col tempo anche un’alterazione nella corrispondente dottrina.

Il costante Magistero della Chiesa, cominciando dagli insegnamenti degli Apostoli e di tutti i Sommi Pontefici, ha conservato e fedelmente trasmesso sia nella dottrina (nella teoria) sia nella disciplina sacramentale (nella pratica) in modo inequivoco, senza alcuna ombra di dubbio e sempre nello stesso senso e nello stesso significato (eodem sensu eademque sententia) il cristallino insegnamento di Cristo riguardo all’indissolubilità del matrimonio.

A causa della sua natura Divinamente stabilita, la disciplina dei sacramenti non deve mai contraddire la parola rivelata di Dio e la fede della Chiesa nell’indissolubilità assoluta del matrimonio rato e consumato. “I sacramenti non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede” (Concilio Vaticano Secondo, Sacrosanctum Concilium, 59). “Neppure l’autorità suprema nella Chiesa può cambiare la liturgia a sua discrezione, ma unicamente nell’obbedienza della fede e nel religioso rispetto del mistero della liturgia” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1125). La fede cattolica per sua natura esclude una formale contraddizione tra la fede professata da un lato e la vita e la pratica dei sacramenti dall’altro. In questo senso si può intendere anche la seguente affermazione del Magistero: “La dissociazione tra la fede che si professa e la vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo” (Concilio Vaticano Secondo, Gaudium et spes, 43) e “la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non mai separata dalla sua dottrina” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).

In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce. Le norme pastorali riguardo all’indissolubilità del matrimonio non devono, quindi, contraddirsi tra una diocesi e un’altra, tra un paese e un altro. Dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha osservato questo principio come lo attesta Sant’Ireneo di Lione: “La Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” (Adversus haereses, I, 10, 2). San Tommaso d’Aquino ci trasmette lo stesso perenne principio della vita della Chiesa: “C’è una sola e medesima fede degli antichi e dei moderni, altrimenti non ci sarebbe l’unica medesima Chiesa” (Questiones Disputatae de Veritate, q. 14, a. 12c).

Resta attuale e valida la seguente ammonizione di Papa Giovanni Paolo II: “La confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli dalle divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni gravi e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin quasi a cancellarlo, il vero senso del peccato” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitenia, 18).

Alla dottrina e disciplina sacramentale riguardanti l’indissolubilità del matrimonio rato e consumato è pienamente applicabile il senso delle seguenti affermazioni del Magistero della Chiesa:

“La Chiesa di Cristo, fedele custode e garante dei dogmi a lei affidati, non ha mai apportato modifiche ad essi, non vi ha tolto o aggiunto alcunché, ma trattando con ogni cura, in modo accorto e sapiente, le dottrine del passato per scoprire quelle che si sono formate nei primi tempi e che la fede dei Padri ha seminato, si preoccupa di limare e di affinare quegli antichi dogmi della Divina Rivelazione, perché ne ricevano chiarezza, evidenza e precisione, ma conservino la loro pienezza, la loro integrità e la loro specificità e si sviluppino soltanto nella loro propria natura, cioè nell’ambito del dogma, mantenendo inalterati il concetto e il significato” (Pio IX, Bolla dogmatica Ineffabilis Deus).

“Quanto alla sostanza stessa della verità, la Chiesa ha, dinanzi a Dio e agli uomini, il sacro dovere di annunziarla, d’insegnarla senza alcuna attenuazione, come Cristo l’ha rivelata, e non vi è alcuna condizione di tempi che possa far scemare il rigore di quest’obbligo. Esso lega in coscienza ogni sacerdote a cui è affidata la cura di ammaestrare, di ammonire e di guidare i fedeli” (Pio XII, Discorso ai parroci e ai quaresimalisti, 23 marzo 1949).

“La Chiesa non storicizza, non relativizza alle metamorfosi della cultura profana la natura della Chiesa sempre eguale e fedele a se stessa, quale Cristo la volle e la autentica tradizione la perfezionò” (Paolo VI, Omelia dal 28 ottobre 1965).

“Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime” (Paolo VI, Enciclica Humanae Vitae, 29).

“Le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e compromettere la verità” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).

“Di tale norma [della legge morale Divina] la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).

“È il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, finché non abbiano raggiunto le richieste disposizioni dell’anima” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia, 34).

“La fermezza della Chiesa nel difendere le norme morali universali e immutabili, non ha nulla di mortificante. È solo al servizio della vera libertà dell’uomo: dal momento che non c’è libertà al di fuori o contro la verità” (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, 96).

“Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo «miserabile» sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali” (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, 96).

“Il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia [i divorziati risposati] è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore” (Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, dal 24 giugno 2000, n. 5).

Come vescovi cattolici, i quali – secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano Secondo – devono difendere l’unità della fede e la disciplina comune della Chiesa, e procurare che sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità (cf. Lumen gentium, 23), siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa. In questo spirito reiteriamo:

I rapporti sessuali tra persone che non sono legate tra loro con il vincolo di un matrimonio valido – ciò che si verifica nel caso dei cosiddetti “divorziati risposati” – sono sempre contrari alla volontà di Dio e costituiscono una grave offesa a Dio.

Nessuna circostanza o finalità, neanche una possibile imputabilità o colpevolezza diminuita, possono rendere tali relazioni sessuali una realtà morale positiva e gradevole a Dio. Lo stesso vale per gli altri precetti negativi dei Dieci Comandamenti di Dio. Poiché “esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia, 17).

La Chiesa non possiede il carisma infallibile di giudicare lo stato di grazia interiore di un fedele (cf. Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). La non-ammissione alla Santa Comunione dei cosiddetti “divorziati risposati” non significa quindi un giudizio sul loro stato di grazia dinanzi a Dio, ma un giudizio sul carattere visibile, pubblico e oggettivo della loro situazione. A causa della natura visibile dei sacramenti e della stessa Chiesa, la ricezione dei sacramenti dipende necessariamente dalla corrispondente situazione visibile e oggettiva dei fedeli.

Non è moralmente lecito intrattenere rapporti sessuali con una persona che non è il proprio coniuge legittimo per evitare un altro supposto peccato. Poiché la Parola di Dio ci insegna, che non è lecito “fare il male affinché venga il bene” (Rom. 3, 8).

L’ammissione di tali persone alla Santa Comunione può essere permessa solamente quando loro, con l’aiuto della grazia di Dio ed un paziente ed individuale accompagnamento pastorale, fanno un sincero proposito di cessare d’ora in poi l’abitudine di tali rapporti sessuali e di evitare lo scandalo. In ciò si è espresso sempre nella Chiesa il vero discernimento e l’autentico accompagnamento pastorale.

Le persone che hanno abituali rapporti sessuali non coniugali, violano con tale stile di vita il loro indissolubile vincolo nuziale sacramentale nei confronti del loro coniuge legittimo. Per questa ragione essi non sono capaci di partecipare “nello Spirito e nella Verità” (cf. Giov. 4, 23) alla cena nuziale eucaristica di Cristo, tenendo conto anche delle parole del rito della Santa Comunione: “Beati gli invitati alla cena nuziale dell’Agnello!” (Ap. 19, 9).

L’adempimento della volontà di Dio, rivelata nei Suoi Dieci Comandamenti e nel Suo esplicito e assoluto divieto del divorzio, costituisce il vero bene spirituale delle persone qui in terra e le condurrà alla vera gioia dell’amore nella salvezza della vita eterna.

Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale “cultores catholicae et apostolicae fidei” (cf. Missale Romanum, Canon Romanus), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere.

Affermiamo perciò nello spirito di San Giovanni Battista, di San Giovanni Fisher, di San Tommaso More, della Beata Laura Vicuña e di numerosi conosciuti e sconosciuti confessori e martiri dell’indissolubilità del matrimonio:

Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica.

Facendo questa pubblica professione dinanzi alla nostra coscienza e dinanzi a Dio che ci giudicherà, siamo sinceramente convinti di aver prestato con ciò un servizio di carità nella verità alla Chiesa dei nostri giorni e al Sommo Pontefice, Successore di San Pietro e Vicario di Cristo sulla terra.

31 dicembre 2017, Festa della Sacra Famiglia, nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima.

 + Tomash Peta, Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

+ Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda

+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

Dio benedica questi Pastori!

Fra Cristoforo"


  • INTERVISTA/NEGRI

«Sul matrimonio si riproponga la posizione tradizionale»

Monsignor Negri

Monsignor Negri spiega perché ha sottoscritto la “Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale”, lanciata da tre vescovi kazhaki: «Di fronte alla confusione generatasi nella Chiesa a proposito di matrimonio è necessario riproporre la chiarezza della posizione tradizionale». Il Lutero che non esiste e la replica alle accuse contro Ratzinger.

«Come vescovi cattolici, siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa». Così scrivono tre vescovi del Kazakhistan - Tomash Peta, arcivescovo metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in AstanaJan Pawel Lengaarcivescovo-vescovo emerito di Karaganda e Athanasius Schneider, vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana – in un lungo documento titolato “Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale” e pubblicato il 2 gennaio (qui potete leggere il testo integrale).

I tre vescovi prendono atto che dopo l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, singoli vescovi e diversi episcopati agiscono con norme pastorali che avranno come esito la diffusione della “piaga del divorzio” anche all’interno della Chiesa, ciò che è in grave contrasto con quanto Dio ha stabilito. E grave è il fatto che ormai la prassi sia diversa da diocesi a diocesi e perfino da parrocchia a parrocchia. «In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce», affermano i tre vescovi citando i Padri della Chiesa.

Infine i vescovi kazakhi ribadiscono il magistero tradizionale della Chiesa che considera sempre illeciti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sacramentale, e quindi l’impossibilità di accedere alla comunione per coloro che restano in tale stato, pur non costituendo questo un giudizio sullo stato di grazia interiore dei singoli fedeli.

La “Professione delle verità immutabili…” aggiunge dunque un nuovo capitolo al dibattito successivo ad Amoris Laetitia e alle sue interpretazioni, e dimostra quanto sia diffuso il disagio per la situazione che si è creata nella Chiesa. Non sembra neanche destinata a restare un fatto locale, che riguarda il Kazakhistan, tanto è vero che subito dopo la pubblicazione, due vescovi italiani hanno a loro volta sottoscritto il documento: monsignor Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America, e monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara. Proprio a monsignor Negri abbiamo rivolto alcune domande sul senso di questo documento e sul perché della sua adesione.

Monsignor Negri, cosa l’ha spinta a firmare questa lettera?
Davanti alla grave confusione che c’è nella Chiesa riguardo al tema del matrimonio io credo che sia necessario riproporre la chiarezza della posizione tradizionale.
Mi è sembrata giusto firmare perché il contenuto di questa posizione è ciò che ho largamente presentato in questi anni, non solo in questi ultimi mesi, in tutti i momenti della messa a punto che ho dedicato al tema della famiglia, della vita, della procreazione, della responsabilità educativa nei confronti dei più giovani. Sono temi di assoluta importanza per cui il mondo cattolico nel suo complesso non mostra molta sensibilità.

C’è chi sostiene che si è parlato fin troppo di famiglia e di vita…
Pensare a una Chiesa senza una preoccupazione esplicita, sistematica, vorrei dire quotidiana, di difesa e di promozione della famiglia e della sua responsabilità missionaria ed educativa fa pensare a una Chiesa gravemente e pesantemente condizionata dalla mentalità mondana. Tale mentalità, che domina largamente le nostre società ritiene che tutte le questioni “eticamente sensibili”, per usare una espressione diventata d’uso comune, siano responsabilità delle istituzioni politiche e sociali, prime fra tutte gli Stati. Mentre con la Dottrina sociale della Chiesa io ritengo che la questione della persona e dello svolgersi della sua identità e della sua responsabilità nel mondo sia un compito specifico, precipuo, irrinunciabile della Chiesa.
Si sta combattendo una battaglia tra la mentalità mondana - quella che papa Francesco nei primi mesi di pontificato ha chiamato “il pensiero unico dominante”, e la concezione cristiana della vita e dell’esistenza. Se la Chiesa non vive questo confronto finisce sostanzialmente per ridursi a una posizione di sostanziale autoemarginazione dalla vita sociale.

Nella lettera si parla molto della confusione esistente nella Chiesa, e anche lei l’ha accennato. Eppure c’è chi nega che ci sia questa confusione, alcuni sostengono che ci siano solo delle resistenze a un cammino di rinnovamento della Chiesa.
La confusione c’è. C’è ed è gravissima. Non c’è persona sensata che possa negare questo. Ricordo le parole accorate ma terribili del cardinale Carlo Caffarra qualche tempo prima di morire, quando disse: «Una Chiesa con poca attenzione alla dottrina non è una Chiesa più pastorale, ma è una Chiesa più ignorante». Da questa ignoranza nasce la confusione. Cito ancora il cardinale Caffarra, che diceva che «solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione». E io lo posso testimoniare per quel che ho visto soprattutto negli ultimi mesi del mio episcopato a Ferrara-Comacchio. Ero quotidianamente interloquito da buoni cristiani nella coscienza dei quali si era prodotta una delusione fortissima, e vivevano con molta sofferenza. Lo dico con chiarezza, una sofferenza maggiore di tanti ecclesiastici e di tanti miei confratelli vescovi. È la sofferenza di un popolo che non si sente più accudito, sostenuto nella esigenza fondamentale di verità, di bene, di bellezza e di giustizia che costituiscono il cuore profondo dell’uomo, che soltanto il mistero di Cristo rivela profondamente e attua in maniera straordinaria.
Io non voglio far polemica con nessuno ma non posso non dire che è necessario lavorare perché lo splendore della tradizione torni ad essere una esperienza per il popolo cristiano e una proposta che il popolo cristiano fa agli uomini. Questo è per me un compito che sento esauriente.

A proposito di confusione, in questi giorni è nata una nuova polemica partita dall’accusa a papa Ratzinger di errori dottrinali mai corretti, e di nuovo si è tirato in ballo il Concilio.   
Non voglio perdermi in riletture veloci e ideologiche di momenti fondamentali della vita della Chiesa, quale è stato il Concilio ad esempio: una straordinaria esperienza, complessa, articolata e - perché no – con aspetti non sempre chiari. Oppure il grande e indimenticabile magistero di san Giovanni Paolo II, il suo impegno a riproporre al mondo l’annunzio di Cristo come l’unica possibilità di salvezza e quindi a riproporre la Chiesa come ambito di questa esperienza - come diceva lui - di una vita rinnovata. Queste sono pietre miliari di un cammino che poi ha trovato nel grande magistero di Benedetto XVI un punto di sintesi, il richiamo forte a quella continuità nel passaggio tra la realtà preconciliare alla realtà del Concilio e del post-Concilio: è stata una formulazione di straordinario rilievo, di cui la Chiesa vive ancora.
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno innalzato il magistero cattolico a livelli di straordinaria ampiezza. Assurdo piegare l’interpretazione di questi grandi personaggi della vita della Chiesa a interessi di bottega. Ma è assurdo anche stabilire paragoni dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI con il magistero di papa Francesco. Nella storia della Chiesa ogni Papa ha la sua funzione. La funzione di Francesco non è certamente quella di riproporre l’integralità e l’ampiezza del messaggio cristiano ma è quella di tirare certe necessarie conseguenze sul piano etico e sociale.

Parlando sempre di confusione, in questo anno che ha ricordato i 500 anni della Riforma protestante, nella Chiesa si sono viste e sentite cose francamente sconcertanti.
La confusione dottrinale e culturale presenta degli aspetti che sembrano difficilmente credibili a persone di buon senso e a persone che hanno avuto una formazione culturale adeguata. Questa di Lutero è una vicenda incredibile. Questo Lutero di cui tanto si parla non esiste. Questo Lutero riformatore, questo Lutero evangelico, questo Lutero la cui presenza sarebbe stata una riforma positiva e benefica per la Chiesa non ha alcun fondamento storico e critico.
Tutt’altro discorso è se in un momento di grave attacco alla tradizione religiosa dell’Occidente si renda necessario che tutti gli uomini religiosi percepiscano che è il momento di una nuova e grande unità operativa. Bisogna lavorare insieme, certamente. Ma per lavorare insieme non bisogna annacquare la propria identità o pensare che l’esistenza dell’identità sia una obiezione al lavoro. È esattamente l’opposto: chi si mette nel dialogo religioso, nel dialogo ecumenico, nel dialogo con la vita sociale con una sua precisa identità dà un contributo estremamente significativo. Non si collabora e non si dialoga a partire dalla confusione. Si dialoga a partire dall’identità, e l’identità cattolica se è vissuta fino in fondo dà un contributo unico e irriducibile alla vita sociale.

C’è chi mette in guardia dalla tentazione  dell’egemonia.
Io non penso affatto a una egemonia sulla vita sociale, come ritengono tanti cattolici irresponsabili. Non è per una volontà di egemonia, ma per una volontà di missione. Una missione esplicita, limpida, significativa, appassionata e quindi polemica nei confronti del mondo. Questo ho imparato da don Giussani in 50 anni di convivenza con lui e su questo, secondo me si sono giocati in maniera positiva i grandi magisteri di Giovanni Paolo e Benedetto in linea con il grande magistero della Chiesa del XIX e del XX secolo.

   


[Modificato da Caterina63 05/01/2018 08.52]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
Negocio che non sia in campo turistico? Cuba Facilenon22/10/2018 20.27 by cocoloco
Invii non riuscitiMailant.it - Crea ed invi...non02/10/2018 09.42 by MailAnt
L'incorporamento dei VIDEO non funziona con il forum in httpsAssistenza FreeForumZonenon10/10/2018 11.08 by Compix83
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DICHIARAZIONI

Dubia, se il Papa tace il cardinale si risponde da solo
ECCLESIA 05-01-2018

Il matrimonio sacramentale

In una intervista a un sito austriaco uno dei quattro firmatari dei Dubia, il cardinale Brandmüller spiega quali sarebbero le risposte ai cinque quesiti posti oltre un anno fa al Papa secondo la tradizione della Chiesa. Sono dichiarazioni che dimostrano come le questioni sollevate dai Dubia siano più che mai aperte.

Eh no, ai “Dubia” non ci possono essere risposte oblique, implicite o trasversali, tantomeno ammiccamenti: ai Dubia bisogna rispondere  in base all’insegnamento morale della Chiesa cattolica. Lo ha ribadito il cardinale Walter Brandmüller, uno dei quattro firmatari dei Dubia stessi, il 30 dicembre scorso in un’intervista ad Armin Schwibach, il corrispondente romano del website cattolico austriaco Kath.net (clicca qui).

Si tratta di una presa di posizione che ci fa capire come il problema nato da Amoris Laetitia, e la confusione a livello mondiale originata dalle diverse interpretazioni sia tutt’altro che risolto, come vorrebbero forse certi manipolatori interessati. E d’altronde la gravità della situazione è stata sottolineata clamorosamente solo qualche giorno più tardi dalla pubblica professione di fedeltà all’insegnamento di sempre su matrimonio e eucarestia firmata da cinque vescovi, tre del Kazakhstan e due italiani (clicca qui per l'intervista a monsignor Negri). 

Il cardinale ricorda nell’intervista i punti principali dei Dubia. E cioè:

1)   Può una persona legata da un vincolo sacramentale in atto e che ora vive con un nuovo partner in una relazione coniugale (AL,N. 305, nota 351) ricevere in certi casi ‘assoluzione e comunione’?

2)   Ci sono comandamenti morali assoluti, rispettivamente, proibizione, che sono vincolanti senza eccezione e in tutte le circostanze (come l’uccisione di una persona innocente)?

3)   È ancora vero che chi vive continuamente in stato di adulterio si trova oggettivamente in stato di peccato grave?

4)   Ci sono situazioni nella vita che mitigano la responsabilità morale a tal punto che un atto immorale (qui: adulterio) può di conseguenza essere moralmente scusato, o persino giustificato?

5)   Può una decisione di coscienza personale permettere eccezioni dall’interdizione assoluta di un atto intrinsecamente immorale?

Il cardinale avendo stabilito questi punti alla memoria, fa notare all’intervistatore che «Queste cinque domande appartengono ai fondamenti della Fede e dell’insegnamento morale. Secondo questi fondamenti le domande 1, 4 e 5 devono avere come chiara risposta un ‘No’, e le questioni 2 e 3 un ‘Sì’».

Il porporato solo qualche mese si era espresso pubblicamente su questo tema lacerante, che inutilmente qualcuno cerca di far scivolare nell’oblio della quotidianità, nell’assenza sconcertante di una chiara risposta da parte del Pontefice regnante, evidentemente bloccato in un impasse senza uscite nette. E che pertanto si affida a escamotage ambigui, come l’iscrizione negli Acta Apostolicae sedis di una lettera privata.

Nell’ottobre del 2017 Brandmüller aveva detto, in relazione a chi pensa che vi possano essere eccezioni per gli adulteri che si accostano ai sacramenti: «Chi sostiene che uno può entrare in una nuova relazione mentre il suo coniuge legittimo è ancora in vita è scomunicato perché questo è un insegnamento erroneo, è un’eresia. Chiunque sostene una cosa simile è scomunicato…Così, se qualcuno pensa di poter contraddire il dogma definito di un Concilio Generale (per esempio il Concilio di Trento), bene, quello è davvero molto violento. Esattamente, quello è ciò che si chiama eresia – e ciò significa esclusione dalla Chiesa – perché uno ha abbandonato i fondamenti comuni della Fede».

Nell’intervista il cardinale tocca anche il tema di Lutero, e delle feste che sono state tributate in ambito cattolico all’ex monaco agostiniano. Citando storici protestanti, Brandmüller ricorda che Martin Lutero voleva abbattere tre muri: «Il primo muro era il sacerdozio basato sull’ordine sacro; il secondo era il Magistero basato sulla missione data da Gesù Cristo; il terzo era l’esistenza del papato. Che queste tre ‘mura’ avessero una solida base biblica non interessava all’irato monaco agostiniano. Ora che ha abbattuto queste tre mura, Lutero vede che l’intero edificio della Chiesa papale è crollato. Dichiarare che questa distruzione totale è “un lavoro dello Spirito Santo” è una dichiarazione assolutamente bizzarra che può essere spiegata con la pura e semplice ignoranza dei testi e dei fatti storici; un’ignoranza che è ancora più sorprendente per un vescovo». È evidente il riferimento alla dichiarazione incauta – per non dire di peggio – espressa da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.

 


- NEGRI: SUL MATRIMONIO SI GIOCA IL FUTURO DELLA CHIESA




QUALCHE VOLTA SAPPIAMO ANCHE SORRIDERE, NOI RIGORISTI....       

Una voce dal pianeta Ambiguo

scritto da 

«Metterci in contatto con extraterrestri? Credo che questo non possa avvenire in tempi brevi. Il problema sono le grandi distanze in gioco. Più guardiamo lontano dalla Terra, maggiori sono le probabilità che ci sia un pianeta con intelligenza; ma più difficile sarà comunicare con loro in modo significativo».

Lo confesso. Quando ho intercettato questa dichiarazione mi è scappato un sorriso. Dunque fratel Guy Consolmagno, grande astronomo, gesuita, direttore della Specola Vaticana, pur sostenendo che l’ipotesi dell’esistenza di extraterrestri non sia del tutto campata per aria (scusate la battuta), ritiene che le distanze siano troppo grandi per consentire un contatto.

E pensare che noi qui, sul pianeta Ambiguo, abbiamo già risolto il problema e sono almeno milleduecento anni che veniamo a sapere tutto, ma proprio tutto, di quel che si dice e si fa lì da voi, sul pianeta Terra.

Computer d’avanguardia? Calcoli complicati? Mega-antenne? Radiotelescopi potentissimi? Macché. Basta un doppio clic sul polso del nostro braccio centrale, dov’è installato  l’Interceptor Plus, ed è fatta. Istantaneamente possiamo collegarci con tutte le fonti d’informazioni sulla Terra, in ogni lingua disponibile, e l’Interceptor Plus provvede nello stesso tempo alla traduzione nel nostro idioma, l’ambiguo.

Come dite? Che voi, lì sulla Terra, non avete mai sentito parlare dell’Interceptor? Non ci credo! Voi non avete microchip sottocutanei per le comunicazioni? E neanche un braccio centrale?  È proprio vero che l’universo è bello perché è vario, come diceva sempre la mia nonna.

Comunque, tornando a fratel Consolmagno, da uno come lui mi sarei aspettato un’analisi più accurata. Dirige la Specola Vaticana, ha tre lauree, ha dato il suo nome a un asteroide, ha scritto un sacco di libri e ancora pensa che le distanze siano troppo grandi!

A proposito di libri, quello che ha fatto più sensazione è intitolato «Would You Baptize an Extraterrestrial?», ovvero «Battezzereste un alieno?», il che mi fa pensare che al bravo astronomo manchino proprio alcune notizie di base. Perché qui da noi gli alieni non solo li battezziamo da un sacco di tempo, ma li abbiamo pure istruiti a dovere, ed ora sono loro a fare i catechisti, così noi ci siamo tolti un bel peso e possiamo dedicarci in santa pace alla nuova evangelizzazione, qualunque cosa significhi.

Consolmagno dice che ci vorranno almeno vent’anni per scoprire qualcosa su Marte e su ciò che sta sotto le croste di ghiaccio delle lune come Europa ed Encelado. Secondo lui, qualche risposta circa la vita su altri pianeti potrà forse arrivare in una cinquantina d’anni.

Che tenerezza! E pensare che noi Marte l’abbiamo esplorato, e peraltro subito abbandonato (un postaccio, a dirla tutta), qualche migliaio d’anni fa, mentre su Europa ed Encelado facevamo spedizioni quando era di moda andare a pattinare sulle lune park, roba vintage.

Fratel Consolmagno non esclude la possibilità di vita intelligente su altri pianeti, ma spiega che le conoscenze dei terrestri sono talmente scarse che, se anche la trovassero, forse non sarebbero nemmeno in grado di riconoscerla.

Se sapesse che noi lì da voi, sulla Terra, siamo quasi di casa! E che proprio la religione ci interessa in modo particolare!

Pochi nell’universo lo sanno (sulla Terra, nessuno), ma, secondo voi, chi ha contribuito in modo determinante a produrre l’«Instrumentum laboris» dell’ultimo sinodo sulla famiglia? Noi, naturalmente! E chi ha fornito i suggerimenti decisivi per il capitolo ottavo dell’«Amoris laetitia»? Ma sempre noi, naturalmente!

Qui, sul pianeta Ambiguo, disponiamo di catalizzatori d’informazioni e algoritmi talmente potenti da permetterci di elaborare risposte a ogni problema. E la nostra lingua, l’ambiguo, si presta benissimo allo scopo.

Per esempio, tutta la questione circa la possibilità di aggirare le norme morali assolute è farina del nostro sacco, prodotta qui, sul nostro pianeta, e immediatamente trasferita sulla Terra a vostro beneficio.

Come facciamo? Eh! Adesso volete sapere troppo! Diciamo che abbiamo i nostri sistemi e sappiamo inculcare le nostre idee nelle menti dei terrestri al momento giusto.

Non so perché, ma la cosa, da un po’ di tempo, ci riesce particolarmente bene con preti, religiosi, teologi, vescovi. Tutte persone che, sebbene si esprimano nelle loro lingue terrestri, a volte sembrano proprio parlare l’ambiguo, come noi. Gente avanti, sveglia, ingegnosa.

Invece tutti quelli che, sulla Terra, chiedono chiarimenti, specie su «Amoris laetitia», ci procurano una certa pena. Sono così retrò, così ingenui! Non possono neppure immaginare quante ricerche abbiamo fatto qui, su Ambiguo, per arrivare a formulazioni autenticamente ambigue, tali da rendere superata ogni possibilità di risposta secondo il vetusto schematismo sì-no.

Il cammino non è stato facile. Noi di Ambiguo abbiamo impiegato millenni per affrancarci dalla schiavitù aristotelica del principio di non contraddizione e del «tertium non datur». Da noi, su Ambiguo, il «tertius» è «semper datur», ma anche il «quartus», il «quintus», il «sexstus» e via così. I nostri algoritmi ci permettono di abbondare, ben al di là di quanto sia immaginabile sulla Terra.

Però, di tanto in tanto, riusciamo a introdurre anche da voi un po’ della nostra ricchezza. Operazione che sarebbe molto più semplice, ovviamente, se non ci fossero tante resistenze da parte degli oscurantisti.

Prendiamo il caso dei critici di «Amoris laetitia», secondo i quali non è accettabile che un documento sia applicato in un modo in una diocesi e in un altro modo nella diocesi accanto. Poveri arretrati! Dimostrano quanto, sulla Terra, ci si lasci ancora condizionare dalla vecchia logica dell’uniformità.

Da noi, su Ambiguo, da secoli abbiamo sposato, con generale soddisfazione, la causa della multiformità: ci piace tutto ciò che è polimorfo e proteiforme. Ci piace A ma anche B. Sosteniamo che A non esclude B e viceversa. Ci piace cambiare, divagare, ondeggiare, fluttuare. Il che, su Ambiguo, è reso agevole per natura dalla scarsa forza di gravità, ma anche, lo ripeto, dalla nostra lingua, che è tutta un dire e un non dire, un dire no ma anche sì, sì ma anche no.

Lì da voi i nostri migliori alleati sono forse alcuni teologi. Loro sì che riescono ad applicare le leggi di Ambiguo quasi alla lettera. Soprattutto grazie alla parola «discernimento», che si presta a tutti gli scopi e consente un sacco di scappatoie. L’importante è non dire mai a che cosa, o a chi, si debba arrivare attraverso il discernimento.

Ma adesso non vorrei annoiarvi.

A fratel Consolmagno dico solo questo: non sia così pessimista circa la possibilità di incontrare altre forme di vita. Un piccolo indizio: chi era quel cardinale un po’ pingue che l’altro giorno si aggirava negli uffici della Specola con innocente (troppo innocente?) curiosità? Chi era quel giovane monsignore, tanto educato, che giorni fa, in perfetto inglese oxfordiano (troppo perfetto?) gli ha chiesto notizie sul programma «Search for Extra – Terrestrial Intelligence»? E ai padri sinodali chiedo: vi siete mai chiesti chi era quel monsignore che predicava con misericordia (troppa misericordia?) la necessità di sostenere che non esistono il bene e il male in senso oggettivo ma esiste solo un’etica adattabile a ogni singola situazione?

Vabbè, ho già detto troppo. Non è vero che le distanze sono un problema. Credetemi, amici terrestri, gli alieni non solo ci sono, ma sono tra voi. Da un pezzo.

Noi di Ambiguo non vi lasceremo soli. E sappiate che le scorte di materia prima, la tanto preziosa ambiguità, estratta senza sosta dal sottosuolo del nostro pianeta, possono far fronte a qualunque richiesta.

Qui Ambiguo a voi Terra. Passo e chiudo.

Aldo Maria Valli


 


[Modificato da Caterina63 08/01/2018 19.39]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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MESSA SENZA CREDO

Denunciare gli abusi serve: vescovo richiama prete choc

ECCLESIA  10-01-2018

Don Fredo durante la messa di Natale

In tempi di fede fai da te come quelli che viviamo vedere che ci sono vescovi che fanno il loro mestiere non è cosa da poco. Non sappiamo se don Fredo Olivero sia sinceramente pentito di aver omesso e sbeffeggiato il Credo nel corso della messa natalizia di mezzanotte nella sua chiesa di San Rocco di Torino, ma almeno un paletto è stato stabilito: quello che i diritti di Dio vengono prima delle fantasiose e narcisistiche pretese dei suoi ministri. 

La notizia del parroco che, suscitando il sorriso ilare dei suoi fedeli, non aveva detto il Credo perché «non ci credo» era stata data con ampio risalto dalla Nuova BQ tra lo sconcerto di molti fedeli. La notizia c'era tutta, anche perché, come sottolineavamo allora, se un prete ammette di non credere nel Credo, allora bisognerebbe alzare bandiera bianca e dichiarare la partita persa per sempre a tavolino. Della serie: che cosa ci sta a fare un prete a celebrar messa se per primo non ha la fede per credere le verità fondamentali della fede cattolica?

Qualcuno deve aver segnalato all'Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglial'articolo in questione, che avevamo corredato di fonte certa, la registrazione audio-video della messa, caricata su youtube, ma senza l'intento di denunciare i numerosi abusi che in essa vi erano compiuti. Il nostro articolo invece era critico e dava di quella messa show una lettura preoccupata circa la salute spirituale dei fedeli che vi assistevano. E a quel punto il vescovo non ha potuto fare altro che intervenire. Come? 

Anzitutto facendo cancellare quel video che ora non compare più tra i disponibili della rete. 

E poi con un intervento in prima persona. E' il quotidiano di Torino La Stampache ci informa che l'ordinario ha richiamato il sacerdote, il quale, sempre stando all'ammiraglia dell'informazione piemontese, ha fatto pubblica ammenda e promesso che d'ora in avanti proclamerà coram populo il Credo durante la messa. L'articolo non dice se il sacerdote sia o no sinceramente pentito. Ovviamente ha avanzato qualche timida giustificazione per il suo comportamento: «Ho fatto male a far cantare “Dolce sentire”. Ma non volevo affatto dire che “io non credo”». Piccola bugia, dato che se le parole sono importanti, aveva detto proprio l'esatto opposto. Ma in fondo non è questo il punto. 

Non è tanto importante che il sacerdote sia tornato sui suoi passi, anche se costretto, se la vedrà con il suo confessore in coscienza, così come se verranno presi provvedimenti canonici a riguardo, quanto che un vescovo abbia utilizzato la sua autorità per il bene. Che in questo caso non è lasciare che un prete usi delle cose sacre come dispone il suo ego, ma sono i diritti di Dio e dei fedeli i quali non vanno calpestati dalle paturnie sentimentaliste di questo o quel sacerdote.

Può sembrare fastidioso spesso nel clima attuale della Chiesa volemosebbene denunciare gli abusi liturgici o le profanazioni delle Chiese o persino gli svarioni dottrinali di questo teologo o di quel pastore, ma è il solo modo che il popolo di Dio ha, oltre alla preghiera, di esercitare quella correzione fraterna senza la quale non c'è vera carità.

Chissà se a monsignor Nosiglia è stato fatto anche vedere l'intero video della messa prima di cancellarlo, dall'introito al post communio un concentrato di abusi e stramberie da far impallidire il più modernista dei liturgisti, a cominciare dallo stravolgimento delle parole della Liturgia Eucaristica e della consacrazione per finire con l'autocomunione dei fedeli, ma confidiamo che presto si prenda coscienza anche del fatto che tantissime messe, non solo quella di San Rocco, sono ormai pervase da una creatività liturgica che ha snaturato, profanandolo completamente il mistero, il sacro, il sacrificio e in definitiva l'Incontro perfetto che in esse avviene.

 

HUMANAE VITAE

«Contraccezione un dovere? Intervenga il Papa»

ECCLESIA  11-01-2018

Don Maurizio Chiodi

Dopo la pubblicazione dell'intervento del teologo don Chiodi, membro della Pontificia Accademia per la Vita, che teorizza un "dovere" di contraccezione in alcune circostanze, fioccano le reazioni. «Sono tesi immorali, già condannate senza ambiguità da Giovanni Paolo II», dice il professor Seifert: «Don Chiodi deve ritrattare il suo errore o essere allontanato dall'Accademia per la Vita».

La relazione che don Maurizio Chiodi ha svolto il 14 dicembre scorso all’Università Gregoriana, e in cui affermava il “dovere” responsabile dei coniugi di usare sistemi contraccettivi, ha fatto scalpore e ha provocato risposte puntuali da parte di specialisti della materia. Ne citiamo due, quella del prof. Josef Seifert, presidente dell’Accademia Giovanni Paolo II per la Vita umana e la Famiglia, e quella del prof. Michael Pakaluk, ordinario all’Accademia Pontificia San Tommaso d’Aquino, oltre che docente alla Catholic University of America.

Seifert come vedremo illustra perché e come le tesi di don Chiodi siano profondamente contrarie agli insegnamenti della Chiesa e di Giovanni Paolo II in particolare, e conclude: «Possiamo solo sperare che papa Francesco, l’arcivescovo Paglia e la larga maggioranza dei membri della Pontiificia Accademia per la Vita chiedano a don Chiodi di correggere questi gravi errori, o di dimettersi immediatamente dall’illustre Accademia, il cui fondatore e padre spirituale Giovanni Paolo II combatté senza ambiguità e continuamente proprio contro quegli errori che don Chiodi ora propone, e li condannò in via definitiva».

Seifert, che è co-fondatore dell’Accademia Internazionale di Filosofia afferma che Chiodi nella sua relazione «propone posizioni etiche e filosofiche che sono profondamente erronee e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità, e in realtà di ogni verità e di ogni insegnamento della Chiesa». Queste sono il relativismo storico, la teoria del consenso e l’etica della situazione.

Secondo Seifert, quando don Chiodi afferma che le norme della legge naturale sono buone, ma sono storiche, «nega la perenne verità e validtà delle norme che ci dicono che la contraccezione e molti altri atti sono intrinsecamente sbagliati», per cui quello che poteva essere giusto nel 1968 non lo è più nel 2018. Inoltre Chiodi suggerisce, secondo il professore austriaco, che il fatto che un’ampia percentuale di coniugi cattolici pratichino la contraccezione prova che queste norme non sono più valide. «Con lo stesso diritto potrebbe sostenere che siamo giustificati a non parlare più del primo comandamento, di amare Dio sopra ogni cosa, o che quella norma non è più valida perché una maggioranza di cattolici non la adempie, o che non è più valido il comandamento di non dare falsa testimonianza perché la maggior parte della gente mente e calunnia».

E infine, conclude Seifert, quando don Chiodi facendo riferimento ad “Amoris Laetitia” afferma che alcune «circostanze proprio per amore di responsabilità, richiedono la contraccezione», «nega in realtà direttamente l’intrinseca erroneità della contraccezione insegnata magisterialmente da Paolo VI e dai suoi predecessori e successori e rende ciò che è buono o cattivo moralmente nella trasmissione della vita umana interamente dipendente dalle situazioni concrete». È l'etica delle situazioni, e tirando le conseguenze da queste affermazioni don Chiodi «suggerisce che in generale non esiste nessun atto intrinsecamente sbagliato…ma dipende dalla proporzione fra conseguenze buone e cattive». Quindi si verrebbe a negare anche l’intrinseca erroneità dell’aborto e dell’eutanasia e di molti altri atti. La teoria secondo cui c’è «un dovere alla contraccezione» è tale da contenere, secondo Seifert, «oltre all’aperto rigetto dell’insegnamento della Chiesa in Humanae Vitae, errori filosofici generali disastrosi», già respinti con forza da Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor.

Michael Pakaluk non entra direttamente nella questione della relazione di don Chiodi, ma su The Catholic Thing lancia un allarme. Nel 2018, anno in cui si celebra il mezzo secolo di vita dell’enciclica di Paolo VI, «è probabile che assistiamo ad attacchi concertati sul suo insegnamento, che non saranno scoraggiati da varie azioni del Vaticano». E continua Pakaluk: «Il tipo di attacchi non è difficile da indovinare. Non prenderà la forma di una contraddizione diretta, ma piuttosto di un aggiramento – cambiamenti che svuoteranno Humanae Vitae del suo contenuto grazie a un supposto ‘approfondimento’ del suo significato».

Pakaluk identifica anche i protagonisti: saranno alcuni vescovi, principalmente da Paesi ricchi, e teologi da istituzioni accademiche. Si dirà che dal momento che l’80 per cento dei cattolici in alcune nazioni (non importa quanto bene pratichino la fede) rigettano Humanae Vitae, l’insegnamento non è stato “recepito”, e di conseguenza non è mai stato valido, almeno in quei Paesi, e quindi si chiederà un maggiore pluralismo. «Il consenso fra le persone illuminate a favore della contraccezione sarà citato come ‘un segno dei tempi’ e l’evidenza del lavoro dello Spirito Santo. Ci si dirà che la Chiesa deve ‘ascoltare’ queste persone in dialogo: infatti i Paul Erhlichs del mondo hanno già detto al Vaticano che alla luce della Laudato sì le coppie non dovrebbero aver più di due bambini». Ma si chiede Pakaluk, come è è praticabile quella politica «senza contraccezione artificiale?».



GENTILE DON CHIODI...
RILEGGA SAN GIOVANNI PAOLO II 
e poi vada a zappare!!!
 



Dalla procreazione nasce la società, dall’unione tra i coniugi nasce la socialità: la contraccezione separa società e socialità, costruisce una società senza socialità, senza accoglienza unitiva, una socialità giustapposta e strumentale. È questo il significato profondamente pubblico dell’enciclica Humanae vitae, che il Bollettinodell’Osservatorio Van Thuân annovera tra le encicliche “sociali” a pieno diritto.

di Stefano Fontana (12-01-2018)

Se si tocca l’Humanae vitae di Paolo VI crolla l’intero impianto della Dottrina sociale della Chiesa: è questo il messaggio contenuto nell’ultimo numero del Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa dell’Osservatorio cardinale Van Thuân in distribuzione in questi giorni e dedicato al 50mo anniversario dell’enciclica paolina sull’amore coniugale con un interessante sottotitolo: Il significato pubblico della sessualità umana. Come dire che, una volta rivista la lezione dell’Humanae vitae, non cade solo la morale coniugale, né la sola morale in generale, come la Nuova Bussola Quotidiana ha spiegato ieri, ma anche il senso ultimo dell’impegno per la costruzione della società. A dirlo sono i cinque saggi del fascicolo e, in particolare, l’editoriale dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi«Una messa in questione o una liquidazione dell’enciclica con la scusa di un suo “aggiornamento” avrebbe conseguenze negative per tutto l’ambito della Dottrina sociale della Chiesa».

La vera enciclica sociale di papa Paolo VI è l’Humanae vitae.

Troppo azzardata questa tesi? Eccessiva la segnalazione di pericolo? Il fine unitivo e quello procreativo della sessualità umana non sono due fini distinti: non ci può essere il primo senza il secondo.

I coniugi non possono esercitare una sessualità veramente unitiva che non sia aperta alla procreazione. La causa finale è la procreazione, la causa formale è l’unità. La contraccezione introduce un elemento di violenza reciproca – anche se consenziente – che impedisce la vera unità coniugale. Si introduce un elemento di strumentalizzazione, di non accoglienza, di non solidarietà. Dalla procreazione nasce la società, dall’unione tra i coniugi nasce la socialità: la contraccezione separa società e socialità, costruisce una società senza socialità, senza accoglienza unitiva, una socialità giustapposta e strumentale.
E’ questo il significato profondamente pubblico dell’enciclica Humanae vitae, che il Bollettino dell’Osservatorio Van Thuân annovera tra le encicliche “sociali” a pieno diritto. Alla base della società e della socialità stanno l’uomo e la donna uniti in matrimonio aperto alla vita. La loro relazione è fortemente personale, ma non privata: ha una grandissima valenza pubblica nel significato autentico e non contraffatto della parola. Oggi purtroppo la sessualità è molto pubblicizzata e proprio per questo è anche molto privatizzata. Niente di tutto ciò nel vero amore umano e cristiano. La contraccezione privatizza il significato di un atto denso di conseguenze per l’intera comunità.

Tali conseguenze sono, come si diceva, la perpetuazione della società nel tempo mediante la procreazione e la prima forma di accoglienza reciproca che si conosca, quella dell’unione tra i coniugi. L’Humanae vitae afferma che se questi due elementi non rimangono connessi in questo momento primordiale della vita sociale, si separeranno poi in tutti gli altri e non si potrà pretendere alcuna costruzione della società in modo socievole nel lavoro, nell’economia, nella politica e in ogni altro settore della vita comunitaria.

Il gesuita tedesco Rahner, autore della nefasta svolta antropologica.

Moglie e marito si accolgono non come individui, ma come coppia e secondo un ordine che non hanno deciso loro e che proprio per questo è una vocazione. L’uso della contraccezione, invece, fa sì che essi si trattino come individui isolati, giustapposti o addirittura contrapposti tra loro, e secondo un disegno frutto dei loro desideri privati. Ci sarà l’incontro ma non l’unione, l’accostamento ma non l’accoglienza nella fusione delle persone.

Se all’inizio della vita sociale poniamo questo tipo di relazione, anche tutta la vita sociale sarà poi costituita da individui isolati che si incontrano senza unirsi mai e non secondo un ordine da essi accolto come vocazione ma secondo i loro privati desideri. La società sarà una massa, un mucchio, una successione di elementi che si possono contare o pesare, una giustapposizione, una sovrapposizione, una contrapposizione, ma non una comunità. Se per prima la famiglia fondata sul matrimonio non conosce la comunione, come si può pretendere che la conosca l’anonima e dispersa società più vasta?

Il numero del Bollettino e le parole dell’arcivescovo Crepaldi esaminano il problema in profondità e da un punto di vista nuovo. Pochi pensano che nell’Humanae vitae sia contenuto il segreto non solo del bene coniugale e familiare ma anche del bene sociale e politico. E forse anche le proposte di revisione non ne tengono granché conto, mentre è bene essere consapevoli di cosa si perde, cambiando.

Si sente dire che l’Humanae vitae deve essere letta alla luce di Amoris Laetitia. Ma la verità è piuttosto il contrario, è Amoris Laetitia che deve essere letta alla luce dell’Humanae vitae. Potrebbe essere il contrario nell’ottica della “svolta antropologica” di Karl Rahner che però per fortuna non è dottrina della Chiesa. Per fortuna della morale coniugale ed anche della Dottrina sociale della Chiesa.

(fonte: lanuovabq.it)






[Modificato da Caterina63 21/08/2018 16.02]
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Le intenzioni del Papa non cambiano la dottrina
ECCLESIA 18-12-2017  -  di mons. Antonio Livi

Amoris Laetitia

Recentemente è stato resto noto che il 5 giugno scorso papa Francesco aveva ordinato la pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis di due documenti, specificando che essi costituiscono «magisterium authenticum»: si tratta di una lettera con cui egli approvava i provvedimenti adottati dai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires per applicare nel proprio territorio le direttive pastorali dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia (AL), e del testo di quel pronunciamento episcopale. La pubblicazione di questi documenti ha fatto esultare alcuni cattolici che ne hanno assunto la difesa d’ufficio contro altri cattolici (non esclusi autorevoli teologi e nemmeno alcuni eminenti uomini di Chiesa, come ad esempio i cardinali Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Joachim Meisner, Robert Sarah e Gerhard Ludwig Müller), etichettati come «nemici del Papa».

La soddisfazione di quelli che si autodefiniscono «amici di Francesco» è motivata dal fatto che, secondo loro, Francesco ha voluto mettere fine alle critiche sulla presunta ambiguità di AL eliminando ogni dubbio circa la sua volontà che, a certe condizioni, i «divorziati risposati» possano accedere alla comunione eucaristica, pur continuando a convivere "more uxorio". In effetti, il Papa scrive nella sua Epistola apostolica che il documento dei vescovi argentini «spiega in modo eccellente il capitolo VIII di Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni». A questo punto, sembra che abbiano “vinto” loro, i presunti «amici del Papa», nella loro rabbiosa polemica contro chi osava proporre “dubia” o addirittura una “Filialis correctio”. Si deve dire, con alcuni di essi, «Roma locuta, quaestio finita»? Purtroppo (per loro e per tutti), no: la questione di fondo resta aperta.

1) Tanto per cominciare, anche quest’ultimo pronunciamento magisteriale è suscettibile di diverse interpretazioni, non essendo affatto evidente che l’approvazione della soluzione adottata dai vescovi della regione di Buenos Aires implichi la delegittimazione delle soluzioni adottate da altri vescovi, sia in senso decisamente restrittivo (come hanno fatto i componenti della conferenza episcopale polacca, molti vescovi africani  e l'arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput), sia in senso decisamente più permissivo (come hanno fatto i componenti della conferenza episcopale tedesca o quelli della conferenza episcopale filippina). E non si deve dimenticare che lo stesso Francesco, riferendosi al dibattito che c’era stato durante il Sinodo, riconosceva all’inizio della AL che non sarebbe giusto escludere che «esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano», motivo per cui «in ogni regione o Paese si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali».
Insomma, di potrebbe dire, parafrasando un Leitmotif del magistero di papa Francesco, che quella dei vescovi argentini è soltanto una «scelta preferenziale». Se è così, resta aperta la questione se, al di là delle diverse interpretazioni o applicazioni pastorali, il “nucleo dogmatico” di AL (ossia la dottrina sul Matrimonio in relazione con la Penitenza e con l’Eucaristia) sia in perfetta continuità con il magistero ecclesiastico precedente oppure lo contraddica in punti fondamentali.

2) Secondariamente, non è affatto chiaro il significato di «magistero autentico» applicato ai due documenti, perché nemmeno essi tolgono ogni dubbio sulla compatibilità delle direttive di AL con i principi dottrinali che ispirano le norme del Codice di diritto canonico, che fa espresso divieto di concedere la comunione eucaristica a coloro che «ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto» (canone 915). Le argomentazioni canonistiche prodotte a titolo privato dal cardinale preposto all’interpretazione autentica dei testi legislativi (cfr Francesco Coccopalmerio, Il capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post Sinodale “Amoris Laetitia”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017) rappresentano anch’esse una difesa d’ufficio dalla AL, ma non entrano nel merito del problema perché fingono di ignorare che nessuna norma di legge può essere considerata abolita sulla base di discorsi vaghi e ambigui, non accompagnati peraltro da decreti legislativi adeguati.

Va riconosciuto, comunque, che una cosa almeno viene definitivamente chiarita da questo ultimo atto magisteriale di papa Francesco: è la sua fermaintenzione di introdurre nella Chiesa una nuova prassi, diversa da quella che era stata sancita dal suo predecessore san Giovanni Paolo II con l’esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio (1981), che ben si armonizzava con tutta la Tradizione dogmatico-morale e con le norme che si ritrovano oggi nel Codice di Diritto Canonico. Una prassi che viene a legittimare quanto già veniva fatto (abusivamente) in molte regioni del mondo cattolico, a cominciare dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda, per volontà delle conferenze episcopali di quei paesi. Si tratta di un’intenzione di cambiamento della prassi pastorale nei confronti di quei fedeli che chiedono di essere ammessi alla comunione sacramentale pur trovandosi in una condizione di vita (esterna, pubblica) che fa legittimamente presumere che non siano in «stato di grazia santificante».

In che consiste tale cambiamento? Consiste nella pubblica accoglienza di questi fedeli nella comunità visibile, ossia nella vita sociale della comunità cristiana, dove il Vescovo e i presbiteri sono pronti a un fraterno dialogo di “discernimento”, per verificare, caso per caso, se quei fedeli non siano, malgrado le apparenze, in «stato di grazia santificante» e possano quindi accedere direttamente alla Comunione, oppure possano recuperare lo stato di grazia con la Confessione, pur non volendo o non potendo cambiare la loro «situazione oggettiva di peccato».

Ma se ora è fuori di dubbio che questa era l’intenzione del papa nel pubblicare la AL, restano – anzi, aumentano – i dubbi circa la dottrina che dovrebbe giustificare la nuova prassi. Non si può ignorare che qualsiasi decisione che la suprema autorità della Chiesa voglia assumere riguardo alla prassi pastorale implica sempre dei criteri dottrinali, indipendentemente dal fatto che siano formalmente enunciati oppure restino impliciti. Tradizionalmente, quando sembra difficile far comprendere e far accettare determinate decisioni agli operatori della pastorale e ai semplici fedeli – ed è il caso di quelle novità sconcertanti che seguono a una radicale riforma – l’autorità della Chiesa si premura di esporre con la massima chiarezza quei criteri dottrinali. Ciò non è avvenuto con la AL, che – come ho sempre sostenuto nelle mie pubblicazioni al riguardo – si esprime in modo «volutamente ambiguo» circa le ragioni dottrinali che consiglierebbero la nuova prassi. E il motivo di tal voluta ambiguità è, presumibilmente, la consapevolezza che la dottrina che ispira la nuova prassi è chiaramente contraria alla Tradizione e riflette teorie teologiche chiaramente eretiche, come la Correctio filialis ebbe a denunciare. I cinque “dubia” che in precedenza erano stati presentati al papa dai quattro cardinali avevano appunto questo scopo: indurre papa Francesco a riformulare le direttive pastorali in modo da eliminare da esse quei presupposti dottrinali che possono sembrare ereticali.

Con questo suo ultimo gesto – la pubblicazione di una formale convalida di quanto avevano scritto i vescovi argentini –  papa Francesco ha fatto proprio il contrario: invece di riformulare le direttive pastorali in modo da eliminare da esse quei presupposti dottrinali che paiono a molti ereticali, ha mostrato disinteresse per la discussione sui principi e ha ribadito la sua intenzione di riformare ab imis la prassi pastorale della Chiesa universale nella direzione che gli era stata indica dal cardinale Walter Kasper e da un’agguerrita minoranza di vescovi  durante i lavori del Sinodo sulla famiglia (cfr i contributi di vari autori pubblicati in Dogma e pastorale. L’ermeneutica del Magistero dal Vaticano II al Sinodo sulla famiglia, a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2015). E questa corrente teologico-pastorale che ha suggerito a papa Francesco le soluzioni adottate nella AL le sta adesso giustificando, in polemica con i critici, ricorrendo a tante, troppe argomentazioni retoriche, una in contrasto con l’altra, sicché i fedeli che continuano a nutrire dei dubbi sui principi dottrinali che ispirano la nuova prassi di AL si trovano in uno stato d’animo che io continuo a definire di vero e proprio «disorientamento pastorale».

A questo punto, se mi si domanda che cosa deve fare un cristiano che vede nel Papa, chiunque egli sia, il Vicario di Cristo, dirò che ogni decisione coerente con la fede deve prescindere da considerazioni troppo umane e da ogni “partito preso”. E deve riferirsi concretamente alle diverse condizioni personali. 

1) Se si tratta di uno dei principali destinatari della AL, ossia di un vescovo, egli deve prendere in seria considerazione l’appello alla misericordia di papa Francesco, applicandolo prudentemente alla realtà della sua diocesi, in forza di quel senso di irrinunciabile responsabilità nei confronti del popolo a lui affidato che gli deriva dal suo specifico munus pastorale. Egli dunque adopererà il retto discernimento di fede per decidere se e come eseguire le indicazioni dell’esortazione apostolica post-sinodale e quelle eventuali della conferenza episcopale di riferimento, che per la loro stessa natura non sono da intendersi come prescrizioni canoniche assolutamente obbliganti. Io personalmente conosco bene alcuni casi di esemplare condotta di vescovi diocesani che hanno vissuto in piena coerenza sia il dovere di conservare l’unità del collegio episcopale con a capo il Papa, sia il dovere di esercitare responsabilmente  la discrezionalità che la stessa legge canonica prevede (cfr Giuseppe Siri, Dogma e liturgia, Leonardo da Vinci, Roma 2015; Mario Oliveri, Un vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli pastorali del relativismo dogmatico,  Leonardo da Vinci, Roma 2017).  

2) Se poi si tratta di uno dei destinatari diretti ma subordinati della AL, ossia diun sacerdote in cura d’anime, egli deve mettere fedelmente in pratica i criteri di “misericordia” e di “accompagnamento” suggeriti da papa Francesco, senza però considerare “superati” o “aboliti” (perché AL non li ha esplicitamente dichiarati superati né può abolirli) i precetti della legge morale naturale e della legge evangelica che il diritto canonico vigente ha codificato per regolare santamente la prassi pastorale dei Sacramenti. Egli quindi non concederà l’assoluzione sacramentale a quelle persone delle quali conosce la situazione “irregolare” se prima non avrà accertato, in foro interno (ossia in un colloquio personale), che quel fedele è effettivamente pentito, vuole davvero riparare il danno causato agli altri membri della Chiesa ed è fermamente deciso a non peccare più (il che implica la volontà di uscire dalla situazione nella quale si trova per sua colpa, al netto di tutte le circostanze che possono averne limitato la libertà di azione).
Ora, per accompagnare il penitente in questo arduo cammino di conversione, il confessore dovrà impegnarsi fin dall’inizio a illuminare la sua coscienza con la dottrina del Vangelo, rendendolo consapevole di aver mancato al dovere di fedeltà matrimoniale (per il fatto di aver abbandonato il coniuge e di essersi unito ad altra persona) e al dovere di dare testimonianza della propria fede cattolica  (per il fatto di aver chiesto all’autorità civile il riconoscimento pubblico del divorzio e della nuova unione coniugale). Il ministro del sacramento della Penitenza ha non solo il dovere, giustamente ricordato da papa Francesco, di praticare la comprensione e la misericordia nei confronti di ogni penitente, ma anche il dovere di giudicare, graviter onerata conscientia, se esistono o meno, nel penitente, le condizioni per ottenere il perdono da parte di Dio e con esso il ripristino della grazia santificante, ossia il pentimento, l’accusa sincera, il proposito di emendarsi e di riparare. Se il confessore non ha  l’evidenza di tali condizioni e assolve ugualmente il penitente, non amministra validamente il sacramento, a danno del penitente stesso e della Chiesa intera.

3) Infine, se si tratta di uno dei destinatari indiretti della AL, ossia di un comune fedele, sia ecclesiastico che laico, costui è tenuto anche oggi a rispettare e venerare il Papa, chiunque egli sia, senza per questo sentirsi obbligato a considerare de fide divina et catholica ciò che egli ha proposto, non come una precisa dottrina dogmatico-morale ma solo come vaghi e contraddittori argomenti filosofico-teologici a sostegno delle sue indicazioni pastorali. Come ho già detto, il fatto di includere formalmente la dottrina della AL tra i documenti del magistero ordinario del papa non implica che essa sia sostanzialmente tale da vincolare tutti i fedeli all’assenso, come parte del sistema della fede. Di conseguenza, un comune fedelesoprattutto se è un teologo, non deve sentirsi in coscienza privato della libertà di pensiero per quanto riguarda un proprio giudizio sulla prassi voluta da papa Francesco, la quale, a parere di molti cattolici competenti (ad esempio i filosofi Robert Spaemann, Stalislaw Gryegel e Joseph Seifert, oltre ai teologi firmatari della Correctio filialis, tra i quali notoriamente ci sono anch’io), comporta il rischio di contribuire alla diffusione delle eresie nella Chiesa di oggi.

Si tratta – ripeto ancora una volta, sperando che questa precisazione sia finalmente recepita anche da chi finora ha preferito alimentare sterili polemiche di parte – di legittime opinioni espresse con prudenza e misura da fedeli cattolici che sono solleciti del bene comune ecclesiale e constatano, vivendo in mezzo alla gente, che la prassi consigliata da papa Francesco non contribuisce all’unità della Chiesa nella fede e nella carità. In spirito di leale collaborazione ecclesiale, è lecito esprimere le proprie opinioni sull’opportunità di determinati atti di governo e di determinati indirizzi pastorali del Pontefice regnante. Non si tratta certamente di giudizi perentori (apodittici, dogmatici), su materie di fede e di morale che l’autorità ecclesiastica ha il compito di insegnare autorevolmente come facenti parte della divina rivelazione, quale è stata donata al mondo da Cristo ed è stata finora infallibilmente custodita e interpretata dalla Chiesa. Ha torto quindi chi accusa me e gli altri firmatari della Correctio filialis di aver voluto «condannare senza discutere» (cfr Rocco Buttiglione, Risposte amichevoli ai critici di “Amoris laetitia”, Ares, Milano 2017). Se è vero che talvolta alcuni espongono le loro opinioni (legittime) in in modo eccessivamente polemico (ad esempio i firmatari della dichiarazione intitolata Fedeli alla vera dottrina, non ai pastori che sbagliano), non è certamente questo il mio modo di servire la fede del popolo di Dio, nella fedeltà a Cristo e quindi ai Pastori da Lui istituiti.

A «condannare senza discutere» i Pastori della Chiesa di Cristo sono stati piuttosto quei «teologi del dissenso» che per oltre mezzo secolo hanno contestato sistematicamente i papi che hanno preceduto Francesco (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). Emblematico è il caso di Hans Küng, il quale ha davvero condannato senza discutere tutto il magistero di quei pontefici, come si può agevolmente verificare consultando il mio trattato su Vera e falsa teologia, Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 296-301). E oggi sono quegli stessi «teologi del dissenso» a ergersi a difensori di un Papa che essi considerano portatore delle loro idee (cfr Antonio Livi, Come la teologia neomodernista è passata dal rifiuto del Magistero ancora dogmatico all’esaltazione dei un Magistero volutamente ambiguo, in Teologia e Magistero, oggi, Leonardo da Vinci, Roma 2017, pp. 59-86). Se costoro praticano oggi il “culto della personalità” nei confronti di Francesco non è certamente perché vedano in lui, come in ogni altro papa, il Vicario di Cristo, ma perché lo considerano il portabandiera delle loro militanza ideologica.
Ben diverso è il caso di quei fedeli che si avvalgono della loro competenza in campo giuridico-morale per rilevare come la cattiva teologia sul matrimonio implichi l’abbandono delle certezze relative alla legge morale naturale (cfr Carlo Testa, L’ordine giuridico e l’ordine morale. Riflessioni sul diritto naturale e sulla deontologia dei giuristi a proposito della “Correcto filialis” a papa Bergoglio, Introduzione epistemologica di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2017).





SMENTITA

Mons. Negri: «Sui divorziati risposati non ho cambiato posizione»

EDITORIALI  15-01-2018

Monsignor Luigi Negri

Per l'importanza dell'argomento e a causa di gravi equivoci generati dalle interpretazioni a proposito di una intervista concessa da monsignor Luigi Negri a un quotidiano, pubblichiamo le precisazioni fatteci pervenire dalla segreteria dell'arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

Precisazioni in merito ad alcuni recenti articoli
apparsi sui giornali e sui media in queste ultime settimane.

L’arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio Mons Luigi Negri, riafferma la sua adesione alla “Professione di verità” sul matrimonio, proposta dai Vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider. Precisa che tale dichiarazione non è stata formulata in attacco ad alcuno, men che meno contro il Santo Padre Francesco, bensì intende affermare con chiarezza la fede cattolica circa alcune verità sulle quali la contemporaneità è profondamente segnata dalla confusione e dall’ambiguità.

Sua Eccellenza accoglie, con il dovuto ossequio, l’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia, che ha opportunamente invitato ad una rinnovata attenzione verso ogni singola persona e soprattutto verso coloro che si trovano in situazioni familiari di difficoltà e di lontananza dalle norme morali e canoniche. Ritiene che quanto contenuto in essa, circa tale incoraggiamento alla sollecitudine pastorale, vada inteso secondo le regole dell’ermeneutica teologica, in conformità con tutti i documenti del Magistero autentico e permanente della Chiesa.

Monsignor Negri precisa che le sue affermazioni circa la necessità di un “discernimento caso per caso” in merito all’accesso al Sacramento dell’Eucaristia di quelle persone che sono dette “divorziati risposati” non possono che essere interpretate (come già definito stabilmente da Familiaris Consortio n° 84 e Sacramentum Caritatis n° 29) o riferendole al discernimento di quei casi in cui i “divorziati risposati” già vivono astenendosi dai rapporti propriamente coniugali; o all’accompagnamento di quanti, al fine di poter ricevere con frutto il Sacramento della Riconciliazione e così poi poter accedere al Sacramento dell’Eucaristia, si rendano disponibili ad un cammino penitenziale o di purificazione che li porti previamente a vivere in piena continenza; avendo sempre cura di evitare lo scandalo pubblico dei fedeli.

Ad ulteriore chiarimento si riportano di seguito le disposizioni fornite dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 22 ottobre 2014 a firma dell’allora segretario Mons Luis Ladaria Ferrer S.J. e che contengono le specifiche direttive circa tale discernimento ed accompagnamento, contro ogni forma di automatismo:

«Non possiamo escludere a priori i fedeli divorziati risposati da un cammino penitenziale che porti alla riconciliazione sacramentale con Dio e quindi alla comunione eucaristica. Il Papa Giovanni Paolo II nella sua Esortazione Apostolica Familiaris Consortio (n°84) ha considerato questa possibilità e ne ha precisato le condizioni: “La riconciliazione nel sacramento della penitenza - che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico - può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, “assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.  (cfr. anche Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n°29).

Il cammino penitenziale da intraprendere deve considerare i seguenti elementi: 1) verificare la validità del matrimonio religioso nel rispetto della verità, evitando di dare l'impressione di una forma di “divorzio cattolico”; 2) vedere eventualmente se le persone, con l'aiuto della grazia, possono separarsi dai loro nuovi partner e riconciliarsi con quelli da cui si sono separati; 3) invitare le persone divorziate risposate, che per gravi motivi (per esempio i bambini) non possono separarsi dai loro congiunti, a vivere come “fratello e sorella”.

In ogni caso l'assoluzione può essere concessa solo se c'è la certezza di una vera contrizione, vale a dire “il dolore interiore e la riprovazione del peccato che è stato commesso, con la risoluzione di non peccare più” (cfr. Concilio di Trento, Dottrina sul sacramento della Penitenza, c.4). In questa linea non si può assolvere validamente un divorziato risposato che non prenda la ferma risoluzione di “non peccare più” e quindi si astenga dagli atti propri dei coniugi e facendo, in questo senso, tutto quello che è in suo potere.”»

Per questo, si precisa infine che tutte le supposizioni contrarie a quanto ivi contenuto sono frutto di interpretazioni personali e non condivise con l’arcivescovo.

 

Ufficio Stampa di S.E.R. Mons Luigi Negri
Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio




[Modificato da Caterina63 16/01/2018 09.05]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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12/01/2018 21.45
 
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Mons. Athanasius Schneider versus gli scribi e farisei odierni


 


Nella nostra traduzione dal sito Polonia Cristiana pubblichiamo di seguito l'intervista di Izabella Parowicz a mons. Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Santa Maria di Astana, Kazakistan. Mons. Schneider, oltre che sulle gravi discrasie, pone l'accento sulla pars sanior dei padri sinodali e sulla loro testimonianza, sferza senza mezzi termini chi devia dalla sana dottrina, incoraggia e dà indicazioni di comportamento nella fedeltà all'insegnamento costante della Chiesa.


Intervista rilasciata a Izabella Parowicz da mons. Athanasius Schneider Vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Santa Maria di Astana, Kazakistan. 
La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno di testimoni intrepidi e sinceri di tutta la verità del comandamento e della volontà di Dio, dell'intera verità delle parole di Cristo sul matrimonio. I farisei e gli scribi clericali moderni, quei vescovi e cardinali che lanciano granelli di incenso agli idoli neopagani dell'ideologia e del concubinato di genere, non convinceranno nessuno a credere in Cristo o ad essere pronti ad offrire la propria vita per Cristo.
Eccellenza, qual è la sua opinione sul Sinodo? Qual è il suo messaggio alle famiglie?

Durante il Sinodo ci sono stati momenti di evidente manipolazione da parte di alcuni chierici che detenevano posizioni chiave nella struttura redazionale e di governo dell'Assise. Il rapporto provvisorio (Relatio post disceptationem) era chiaramente un testo prefabbricato senza alcun riferimento alle dichiarazioni reali dei padri sinodali. Nelle sezioni sull'omosessualità, la sessualità e i "divorziati risposati" e la loro ammissione ai sacramenti, il testo rappresenta un'ideologia neopagana radicale.
Ѐ la prima volta nella storia della Chiesa che un testo così eterodosso è stato effettivamente pubblicato come documento-sintesi di un incontro ufficiale dei vescovi cattolici sotto la guida di un papa, anche se esso aveva solo un carattere preliminare. Grazie a Dio e alle preghiere dei fedeli di tutto il mondo un consistente numero di padri sinodali ha decisamente rifiutato un tale ordine del giorno; questo programma riflette la moralità corrente corrotta e pagana del nostro tempo, che viene imposta globalmente per mezzo di pressioni politiche e attraverso i mass media ufficiali quasi onnipotenti, fedeli ai principi del partito ideologico di genere mondiale. Un tale documento sinodale, anche se solo preliminare, rappresenta un vero peccato e è indicativo di quanto lo spirito del mondo anticristiano abbia già raggiunto livelli importanti della vita ecclesiale. Questo documento rimarrà per le generazioni future e per gli storici un segno nero che ha macchiato l'onore della Sede Apostolica. Fortunatamente il Messaggio dei Padri sinodali è un vero documento cattolico che delinea la verità divina sulla famiglia senza tacere sulle radici più profonde dei problemi, cioè sulla realtà del peccato. Dona vero coraggio e consolazione alle famiglie cattoliche. Alcune citazioni: "Pensiamo al fardello imposto dalla vita nella sofferenza che può sorgere con un bambino con bisogni speciali, con gravi malattie, con il deterioramento della vecchiaia o con la morte di una persona cara. Ammiriamo la fedeltà di tante famiglie che sopportano queste prove con coraggio, fede e amore. Essi non le vedono come un peso loro inflitto, ma come qualcosa in cui essi stessi donano, vedendo nella debolezza della carneCristo sofferente... L'amore coniugale, che è unico e indissolubile, resiste nonostante molte difficoltà. È uno dei più belli tra tutti i miracoli e il più comune. Questo amore si diffonde attraverso la fertilità e la generatività, che coinvolge non solo la procreazione dei figli, ma anche il dono della vita divina nel battesimo, la loro catechesi e la loro educazione . ...La presenza della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe nella loro modesta casa aleggia su di te ".

Quei gruppi di persone che si aspettavano un cambiamento nell'insegnamento della Chiesa riguardo alle questioni morali (per esempio permettere alle persone divorziate risposate di ricevere la Santa Comunione o concedere qualsiasi forma di approvazione alle unioni omosessuali) probabilmente sono rimaste deluse dal contenuto della Relatio finale. Non c'è, tuttavia, il pericolo che lo stesso interrogare e discutere questioni fondamentali per l'insegnamento della Chiesa possa aprire le porte a gravi abusi e analoghi tentativi di rivedere questo insegnamento in futuro?

Infatti un comandamento divino, nel nostro caso il sesto comandamento, l'assoluta indissolubilità del matrimonio sacramentale, una regola divinamente stabilita, significa che coloro che sono in uno stato di grave peccato non possono essere ammessi alla Santa Comunione. Questo è insegnato da San Paolo nella sua lettera ispirata dallo Spirito Santo in 1 Corinzi 11, 27-30 e non può essere messo ai voti, proprio come la Divinità di Cristo non sarebbe mai messa al voto. Una persona ancora legata nel vincolo matrimoniale sacramentale indissolubile e che ciò nonostante viva in una stabile convivenza coniugale con un'altra persona, per legge divina non può essere ammessa alla Santa Comunione. Farlo equivarrebbe ad una dichiarazione pubblica della Chiesa che legittima in modo nefasto la negazione dell'indissolubilità del matrimonio cristiano e, allo stesso tempo, abroga il sesto comandamento di Dio: "Non commetterai adulterio". "Ciò che Dio ha unito, l'uomo non separi" (Mt 19: 6). Indipendentemente da questa lucida verità, insegnata costantemente e immutabilmente - perché immutabile - dal Magistero della Chiesa attraverso tutti i secoli fino ai nostri giorni, come ad esempio nella "Familiaris consortio" di San Giovanni Paolo II, nel Catechismo della Chiesa Cattolica e da Papa Benedetto XVI, la questione dell'ammissibilità alla Santa Comunione dei cosiddetti "divorziati risposati" è stata messa ai voti nel Sinodo. Questo fatto è di per sé grave e rappresenta un atteggiamento di arroganza del clero verso la verità divina della Parola di Dio. Il tentativo di mettere al voto la verità divina e la Parola divina è indegno di coloro che come rappresentanti del Magistero devono consegnare zelantemente come regole buone e fedeli (cfr Mt 24, 45) il deposito divino. Ammettendo i "divorziati risposati" alla Santa Comunione, questi vescovi stabiliscono una nuova tradizione conforme alla propria volontà e trasgrediscono in tal modo il comandamento di Dio, come Cristo un tempo rimproverò i farisei e gli scribi (cfr Mt 15, 3). E ancor più grave è il fatto che tali vescovi cercano di legittimare la loro infedeltà alla parola di Cristo per mezzo di argomenti come "bisogno pastorale", "misericordia", "apertura allo Spirito Santo". Inoltre  essi non hanno paura né scrupoli nel pervertire in modo gnostico il vero significato di queste parole, nello stesso tempo etichettando chi loro si oppone e difende l'immutabile comandamento divino e la vera tradizione non umana, come rigido, scrupoloso o tradizionalista. Durante la grande crisi ariana del IV secolo i difensori della Divinità del Figlio di Dio furono etichettati come "intransigenti" e "tradizionalisti". San Atanasio fu persino scomunicato da Papa Liberio e il Papa lo giustificò con l'argomento che Atanasio non era in comunione con i vescovi orientali che erano per lo più eretici o semi-eretici. San Basilio il Grande affermò in quella situazione quanto segue: "Oggi un solo peccato è severamente punito: l'attenta osservanza delle tradizioni dei nostri padri. Per questo motivo i buoni vengono cacciati dai loro luoghi e portati nel deserto" ( Ep.  243).

Infatti i vescovi che sostengono la Santa Comunione per "divorziati risposati" sono i nuovi Farisei e Scribi perché trascurano il comandamento di Dio, contribuendo al fatto che continuino a "uscire adultèri" dal corpo e dal cuore dei divorziati risposati (Mt 15: 19), perché vogliono una soluzione "pulita" esteriore e apparire "puliti" anche agli occhi di coloro che hanno potere (i social media, l'opinione pubblica). Tuttavia, quando alla fine appariranno al tribunale di Cristo, sicuramente sentiranno con loro sgomento queste parole di Cristo: "Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza? Tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle... quando sei partecipe degli adulteri" (Sal 50 (49): 16-18).

Anche l'ultima Relatio del Sinodo contiene il paragrafo con il voto sulla questione della Santa Comunione per i "divorziati risposati". Anche se non ha raggiunto i necessari due terzi dei voti, rimane comunque il preoccupante e sorprendente fatto che la maggioranza assoluta dei vescovi presenti ha votato a favore della Santa Comunione per i "divorziati risposati", una triste riflessione sulla qualità della spiritualità dell'episcopato cattolico odierno. È inoltre triste che questo paragrafo, che non ha ottenuto l'approvazione necessaria della maggioranza qualitativa, sia rimasto comunque nel testo finale della Relatio e inviato a tutte le diocesi per ulteriori discussioni. Aumenterà sicuramente la confusione dottrinale tra i sacerdoti e i fedeli, essendo possibile, che i comandamenti divini e le parole divine di Cristo e quelle dell'apostolo Paolo siano assoggettate a gruppi decisionali umani. Un cardinale che ha apertamente e fortemente sostenuto la questione della Santa Comunione per i "divorziati risposati" e persino le vergognose dichiarazioni sulle "coppie" omosessuali nella Relatio preliminare, era insoddisfatto della Relatio finale e impudentemente ha dichiarato: "Il bicchiere è mezzo pieno", e ha detto che si sarebbe dovuto lavorare perché l'anno successivo al Sinodo fosse pieno. Dobbiamo credere fermamente che Dio dissiperà i piani di disonestà, infedeltà e tradimento. Cristo tiene infallibilmente il timone della barca della sua Chiesa in mezzo a una tempesta così grande. Crediamo e confidiamo nel vero governatore della Chiesa, in Nostro Signore Gesù Cristo, che è la verità.

Attualmente stiamo vivendo il culmine di un'aggressione contro la famiglia; questa aggressione è accompagnata da una tremenda confusione nel campo della scienza sull'identità umana e sull'umano. Sfortunatamente, ci sono alcuni membri della gerarchia ecclesiastica che, mentre discutono di questi argomenti, esprimono opinioni che contraddicono l'insegnamento di Nostro Signore. Come dovremmo parlare a quelle persone che diventano vittime di questa confusione al fine di rafforzare la loro fede e aiutarle verso la salvezza?
 
In questo momento straordinariamente difficile, Cristo sta purificando la nostra fede cattolica affinché attraverso questa prova la Chiesa risplenda più luminosa e sia davvero leggera e salata per l'insipido mondo neopagano grazie alla fedeltà e alla pura e semplice fede in primo luogo dei fedeli, i piccoli nella Chiesa, della "ecclesia docta", che ai nostri giorni rafforzerà la "ecclesia docens" (la Chiesa che insegna, cioè il Magistero), in modo simile a come era nel grande crisi della fede nel IV secolo, come affermava il Beato Card. John Henry Newman: 
"Questo è un fatto davvero notevole: ma c'è una morale in esso. Forse è stato permesso, per impressionare la Chiesa proprio in quel momento, passando dal suo stato di persecuzione alla grande lezione evangelica, che, non i saggi e i potenti, ma l'oscuro, l'ignorante e il debole costituiscono la sua vera forza. Fu soprattutto dalla gente fedele che il paganesimo fu rovesciato; fu dal popolo fedele, sotto la guida di Atanasio e dei vescovi egiziani, e in alcuni luoghi sostenuti dai loro Vescovi o sacerdoti, che la peggiore delle eresie fu contrastata e calpestata fuori dal territorio sacro... In quel tempo di immensa confusione il dogma divino della divinità di nostro Signore fu proclamato, forzato, mantenuto e (umanamente parlando) preservato, molto più dall'Ecclesia docta che dall'Ecclesia docens; il corpo dell'Episcopato era infedele alla sua funzione, mentre il corpo dei laici era fedele al suo battesimo; un tempo il papa, altre volte un patriarca, metropolitano o di grandi sedi, altre volte consigli generali, dicevano ciò che non avrebbero dovuto dire o facevano ciò che rivelava verità oscure e compromesse; mentre, d'altra parte, era il popolo cristiano, che, sotto la Provvidenza, era la forza ecclesiastica di Atanasio, Ilario, Eusebio di Vercelli, e degli altri grandi confessori solitari, che avrebbero fallito senza di loro" (Arians of the Fourth Century, pp. 446, 466).
Dobbiamo incoraggiare i cattolici comuni ad essere fedeli al Catechismo che hanno imparato, ad essere fedeli alle chiare parole di Cristo nel Vangelo, ad essere fedeli alla fede che i loro padri hanno loro consegnato. Dobbiamo organizzare circoli di studi e conferenze sull'insegnamento perenne della Chiesa, sulla questione del matrimonio e della castità, invitando soprattutto i giovani e le coppie sposate. Dobbiamo mostrare la bellezza stessa di una vita nella castità, la bellezza stessa del matrimonio e della famiglia cristiana, il grande valore della Croce e del sacrificio nella nostra vita. Dobbiamo presentare sempre di più gli esempi dei santi e delle persone esemplari che hanno dimostrato che, nonostante abbiano sofferto le stesse tentazioni della carne, la stessa ostilità e derisione del mondo pagano, tuttavia, con la grazia di Cristo hanno condotto una vita felice nella castità, in un matrimonio cristiano e in famiglia. La fede, la fede pura e integrale cattolica e apostolica vincerà il mondo (cfr 1 Giovanni 5: 4).

Dobbiamo fondare e promuovere gruppi giovanili di cuori puri, gruppi familiari, gruppi di sposi cattolici, che si impegneranno per la fedeltà dei loro voti matrimoniali. Dobbiamo organizzare gruppi che aiutino le famiglie moralmente e materialmente distrutte, le madri single, i gruppi che assistono con la preghiera e con buoni consigli coppie, gruppi e persone separate che aiuteranno le persone "divorziate risposate" ad avviare un processo di seria conversione, cioè riconoscere con umiltà la loro situazione peccaminosa e abbandonare con la grazia di Dio i peccati che violano il comandamento di Dio e la santità del sacramento del matrimonio. Dobbiamo creare gruppi che aiutino attentamente le persone con tendenze omosessuali ad entrare nel sentiero della conversione cristiana, il sentiero felice e bello di una vita casta e offrire loro alla fine in modo discreto una cura psicologica. Dobbiamo mostrare e predicare ai nostri contemporanei nel mondo neopagano la buona novella liberatrice dell'insegnamento di Cristo: che il comandamento di Dio, e anche il sesto comandamento è saggio, è bellezza:" La legge del Signore è perfetta  ristora l'anima; la testimonianza del Signore è veritiera, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi".(Sal 19 (18): 7-8).
 
Durante il Sinodo, l'arcivescovo Gądecki di Poznań [quie altri illustri prelati hanno espresso pubblicamente il loro disaccordo sul fatto che i risultati delle discussioni si erano allontanati dal perenne insegnamento della Chiesa. C'è speranza che, in mezzo a questa confusione, ci sia un risveglio dei membri del clero e di quei fedeli finora ignari del fatto che, proprio nel seno della Chiesa, ci sono persone che minano l'insegnamento di Nostro Signore?
 
È certamente un onore per il cattolicesimo polacco che il presidente dell'episcopato cattolico, Sua Eccellenza Mons. Gądecki, abbia difeso con chiarezza e coraggio la verità di Cristo sul matrimonio e la sessualità umana, rivelandosi così un vero figlio spirituale di San Giovanni Paolo II. Il cardinale George Pell [uno dei firmatari della Lettera dei 13], durante il Sinodo, ha definito in modo molto appropriato l'agenda sessuale liberale e il presunto sostegno misericordioso e pastorale della Santa Comunione ai "divorziati risposati", dicendo che questa è solo la punta dell'iceberg e una specie di cavallo di Troia nella Chiesa.

Che nello stesso seno della Chiesa, ci siano persone che minano l'insegnamento di Nostro Signore è diventato un fatto evidente e in tutto il mondo lo si può vedere grazie a Internet e al lavoro di alcuni giornalisti cattolici che non sono rimasti indifferenti a ciò che stava accadendo alla fede cattolica che considerano il tesoro di Cristo. Mi ha fatto piacere vedere che alcuni giornalisti cattolici e internet blogger si siano comportati come buoni soldati di Cristo e abbiano attirato l'attenzione su questo programma clericale che mina l'insegnamento perenne di Nostro Signore. Cardinali, vescovi, sacerdoti, famiglie cattoliche, giovani cattolici devono dire a se stessi:
  • rifiuto di conformarmi allo spirito neopagano di questo mondo, anche quando questo spirito è diffuso da alcuni vescovi e cardinali; 
  • Non accetterò il loro uso fallace e perverso della santa misericordia divina e della "nuova Pentecoste"; 
  • Mi rifiuto di gettare grani di incenso davanti alla statua dell'idolo dell'ideologia di genere, davanti all'idolo dei secondi matrimoni, del concubinato, anche se il mio vescovo lo farebbe, non lo farò; 
  • con la grazia di Dio, sceglierò di soffrire piuttosto che tradire l'intera verità di Cristo sulla sessualità umana e sul matrimonio.
I testimoni, non i maestri, convinceranno il mondo, ha detto Paolo VI in "Evangelii nuntiandi". La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno di testimoni intrepidi e sinceri di tutta la verità dei comandamenti e della volontà di Dio, dell'intera verità delle parole di Cristo sul matrimonio. I farisei e gli scribi clericali moderni, quei vescovi e cardinali che lanciano grani di incenso agli idoli neopagani dell'ideologia e del concubinato di genere, non convinceranno nessuno a credere in Cristo o ad essere pronti ad offrire la propria vita per Cristo. Infatti "veritas Domini manet in aeternum" (Sal 116: la verità del Signore rimane per sempre) e "Cristo è lo stesso ieri, oggi e per sempre" (Ebr 13: 8) e "la verità ti renderà liberi" (Giovanni 8 : 32). Quest'ultima frase era una delle frasi bibliche preferite di Giovanni Paolo II, il papa della famiglia. Possiamo aggiungere: la verità divina rivelata e trasmessa immutabilmente sulla sessualità e il matrimonio umani porterà vera libertà alle anime dentro e fuori la Chiesa. In mezzo alla crisi della Chiesa e al cattivo esempio morale e dottrinale di alcuni vescovi del suo tempo, Sant'Agostino confortò i semplici fedeli con queste parole: "Qualsiasi cosa noi vescovi possiamo essere, voi siete al sicuro, perché avete Dio come vostro Padre e la Sua Chiesa come vostra madre" ( Contra litteras Petiliani III, 9, 10).
+ Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell'Arcidiocesi di Santa Maria ad Astana, Kazakistan
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]
 




 

Il dibattito circa l’ambiguità e l’errore dottrinali, evidenti o sottesi, al documento papaleAmoris Laetitia è sempre vivo (cfr., su questo dibattito nell'ultimo mese, ad es., Paolo Pasqualucci, La pastorale della Via Larga di papa Francesco, in Chiesa e postconcilio, 22.8.2017; Maria Guarini, 'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidianaivi, 23.8.2017Mons. Fernández (Toucho): 'Il Papa ha cambiato la disciplina sulla comunione dei divorziati risposatiivi, 24.8.2017). Nelle ultime settimane l’attenzione internazionale a tale su tale dibattito è stata rilanciata dal noto domenicano p. Aidan Nichols, Maestro in Sacra Teologia, che è il più alto grado accademico che l’Ordine domenicano conferisca a un suo membro. Nichols è titolare di quella che, dopo secoli, è la prima cattedra di teologia cattolica all’università di Oxford.

Qui di seguito riportiamo la traduzione di un articolo che sintetizza l’intervento di Nichols, articolo apparso su The Catholic Herald, il prestigioso settimanale britannico, fondato nel 1888 e che divenne presto il punto di riferimento per tutti i cattolici inglesi. Nell’articolo si espone la proposta del noto ecclesiologo per una soluzione giuridica che possa affrontare l’eventualità di errori dottrinali formulati in modo pubblico da un papa. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche la risposta positiva a p. Nichols, data da un altro teologo, p. Brian Harrison, il quale espone alcune proposte giuridiche con maggiore realismo e concretezza. Anche in questo caso la fonte sarà The Catholic Herald e nella medesima data, il 18 agosto 2017.
Epifanio

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del Papa


Di Dan Hitchens, traduzione di F. S.

Padre Aidan Nichols, ha affermato che l’insegnamento di Papa Francesco ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Un teologo di spicco ha proposto una riforma del diritto canonico per permettere che gli errori dottrinali di un Papa possano essere constatati.Padre Aidan Nichols, prolifico autore che ha tenuto conferenze a Oxford e Cambridge e presso l’Angelicum a Roma, ha affermato che l’esortazione di Papa FrancescoAmoris Laetitia ha portato ad una situazione «estremamente grave».Padre Nichols ha proposto che, date le asserzioni del Papa su temi quali il matrimonio e la legge morale, la Chiesa potrebbe avere bisogno di «una procedura per richiamare all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».Il teologo domenicano ha affermato che questa procedura potrebbe essere meno «conflittuale» qualora si verifichi durante il corso di un pontificato, piuttosto che dopo la sua conclusione, come nel caso di Papa Onorio che fu condannato per un errore dottrinale solo dopo che ebbe cessato di occupare la sede petrina.Padre Nichols parlava a Cuddesdon, alla conferenza annuale di una società ecumenica, laFellowship of St Alban and St Sergius, ad un pubblico largamente non cattolico.

Ha affermato che il procedimento giudiziario «dissuaderebbe i Papi da qualsiasi tendenza alla capricciosità dottrinale o alla semplice negligenza» e risponderebbe ad alcune «ansie ecumeniche» di anglicani, ortodossi ed altri che temono che il Papa possa avere carta bianca per imporre un qualsiasi insegnamento. «Al contrario, potrebbe essere che l’attuale crisi del Magistero Romano sia provvidenzialmente destinata a richiamare l’attenzione sui limiti del primato in tale ambito».Padre Nichols ha scritto oltre 40 libri di filosofia, teologia, apologetica e analisi critica.

Nel 2006 è stato chiamato ad occupare la prima cattedra di Teologia cattolica presso l’Università di Oxford dopo la Riforma.Non ha mai pubblicamente commentato Amoris Laetitia fino ad ora, ma è stato tra i 45 firmatari, tra sacerdoti e teologi, di una lettera al Collegio dei Cardinali, poi trapelata al pubblico. La lettera ha chiesto ai Cardinali di reclamare un chiarimento dal Papa per escludere interpretazioni eretiche ed erronee dell’esortazione.Nel suo intervento P. Nichols ha riportato alcune delle stesse preoccupazioni presenti nella lettera: ha osservato, per esempio, cheAmoris Laetitia potrebbe far sembrare che la vita monastica non sia uno stato superiore a quello del matrimonio – un’opinione condannata come eretica dal Concilio di Trento.

L’esortazione è stata anche interpretata come se sostenesse che i divorziati risposati possano ricevere la Comunione senza cercare di vivere «come fratello e sorella». Questo contraddice l’insegnamento perenne della Chiesa, riaffermato dai Papi San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.P. Nichols ha affermato che questa interpretazione, avallata da Papa Francesco, introdurrà nella Chiesa «uno stato di vita inedito in precedenza. Senza giri di parole, questo stato di vita è un vero e proprio concubinato tollerato».Non solo, P. Nichols ha anche affermato che il modo in cui Amoris Laetitia ha approvato il «concubinato tollerato» (senza usare la frase) è stato potenzialmente ancora più dannoso. Ha citato la descrizione, che l’esortazione fa, di una coscienza che «riconosce come una data situazione non corrisponda oggettivamente alle esigenze del Vangelo» ma vede «con una certa sicurezza morale … che per il momento è la risposta più generosa». Il P. Nichols ha affermato che questo è come dire «che le azioni condannate dalla legge di Cristo possano talvolta essere moralmente giuste o, addirittura, persino richieste da Dio».

P. Nichols ha detto che questo contraddirebbe l’insegnamento della Chiesa, secondo cui alcuni atti sono sempre moralmente sbagliati.Egli – presumibilmente riferendosi ai tentativi di vivere in continenza – ha inoltre richiamato l’attenzione sull’affermazione che qualcuno «possa conoscere bene la regola … ma sia in una situazione concreta che non gli permetta di agire in modo diverso e di decidere altrimenti senza ulteriori peccati». P. Nichols ha osservato che il Concilio di Trento aveva solennemente condannato l’idea che «i Comandamenti di Dio siano impossibili da osservare, anche per un uomo che sia giustificato e stabilito nella grazia». Amoris Laetitia dà l’impressione di affermare che non sia sempre possibile, o almeno consigliabile, seguire la legge morale.Se tali affermazioni generali circa gli atti morali fossero corrette, ha detto P. Nichols, «allora nessuna area della morale cristiana può rimanere indenne».Ha affermato che sarebbe preferibile pensare che il Papa fosse stato solo «negligente» nel linguaggio usato, piuttosto che abbia insegnato positivamente degli errori. Ma questo parrebbe dubbio, visto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva suggerito delle correzioni ad Amoris Laetitia ed è stata ignorata.Il Cardinale Raymond Burke ha pubblicamente discusso riguardo a una correzione formale nei confronti del Papa.

Tuttavia, P. Nichols ha affermato che né i codici occidentali né quelli orientali del diritto canonico contengono una procedura «per un’indagine attorno al caso di un Papa sospettato di aver insegnato un errore dottrinale, tanto meno è previsto un processo».P. Nichols ha osservato che la tradizione del diritto canonico è che «la prima Sede non è giudicata da nessuno». Ma egli ha sostenuto anche che il Concilio Vaticano I aveva limitato la dottrina dell’infallibilità Papale, in modo che «non è la posizione della Chiesa Cattolica Romana quella che afferma che un Papa, come pubblico dottore, non possa sviare le persone con un falso insegnamento».
«Egli può essere il giudice supremo di appello della cristianità … ma questo non lo rende immune dal pronunciare castronerie dottrinali. Sorprendentemente, o forse non tanto sorprendentemente, data la pietà che ha circondato le figure dei Papi dal pontificato di Pio IX in poi, questo fatto sembra sconosciuto a molti, che dovrebbero conoscerlo molto bene». Tenuto conto dei limiti dell’infallibilità Papale, il diritto canonico potrebbe essere in grado di accogliere una procedura formale per indagare qualora un Papa avesse insegnato degli errori.P. Nichols ha affermato che le Conferenze Episcopali sono state lente a sostenere Papa Francesco, probabilmente perché erano divise al loro interno; ma ha affermato che «il programma [del Papa] non avrebbe ottenuto niente di più, se non si fosse verificato il caso che teologici liberali, generalmente in ombra, fossero stati promossi, in tempi relativamente recenti, a posizioni elevate sia nell’episcopato mondiale, sia fra i ranghi della Curia Romana».

P. Nichols ha affermato che c’è «un pericolo di possibile scisma», ma che è improbabile e non un pericolo così immediato quanto invece «la diffusione di un’eresia morale». La prospettiva che Amoris Laetitia apparentemente contiene, se passasse senza correzione, «sarebbe sempre più considerata come un parere teologico accettabile. E questo causerà un danno maggiore che non si potrà facilmente correggere».





[Modificato da Caterina63 13/01/2018 18.05]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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I funerali "NON funerli" di Ripa di Meana, svelano la gravità di certi cambiamenti LITURGICI della riforma, a dirlo è il domenicano Padre Riccardo Barile:

Corna glamour sulla bara: è la pastorale del diavolo


È stato un dopo morte all’insegna della soggettività trionfante, quasi ponendosi come un possibile modello. Alla morte dopo la “sedazione profonda” non sono seguite né esequie cristiane, né funerali civili. C’è stata sì la camera ardente con visite e dichiarazioni dei compagni di cordata, dopo di che la bara è stata portata direttamente al cimitero per la cremazione. È un dopo morte “fai da te come ti pare”, che cancella non solo le esequie cristiane, ma anche un funerale civile portatore di una tradizione sulla gestione ed elaborazione del lutto. Anche se, da un altro punto di vista, nel caso concreto è stato preferibile che sia successo così, evitando la sceneggiata di certi discorsi come ai funerali di Umberto Eco a Milano, quando Moni Ovadia impartì al defunto “una benedizione da non credente a non credente”!

È stato un dopo morte con un vuoto terribile di speranza per il silenzio di ogni riferimento a Gesù Cristo e alla vita eterna - coerente con l’immagine pubblica della defunta -, e per quell’unica certezza di “tornare alla terra” evocata nel video del testamento, citazione forse non avvertita di Gen 3,19, che, separata dalla restante storia salvifica, lascia l’uomo nella condanna e nella sconfitta. In realtà anche questo dopo morte è un modello di tanti funerali senza speranza perché la vita trascorre sempre di più senza Gesù Cristo.

Questo funerale - questi funerali - dovrebbe far prendere coscienza ai cristiani di quello che mancava e per contro della ricchezza che essi hanno a disposizione, come spiega il n. 1 delle Premesse del Rito delle Esequie: «Nelle esequie, la Chiesa prega che i suoi figli, incorporati per il Battesimo a Cristo morto e risorto, passino con lui dalla morte alla vita e, debitamente purificati nell’anima, vengano accolti con i Santi e gli eletti nel cielo, mentre il corpo aspetta la beata speranza della venuta di Cristo e la risurrezione dei morti». Quanta consolazione nella comunità che prega, nella speranza della risurrezione che non annulla il ritorno alla terra ma lo inserisce in una più luminosa prospettiva, in una vita che non è completamente spenta ma trasformata: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata /vita mutatur, non tollitur» (Prefazio I Defunti)! Per cui, caro cristiano del XXI secolo, «Impara almeno in questo la santa superbia, renditi conto che sei in una condizione migliore di loro / Disce in hac parte superbiam sanctam, scito te illis esse meliorem» (San Gerolamo, Lettera XXII a Eustochio, n. 16).

Resta il segno oggettivamente diabolico delle corna. Ho troppa coscienza dell’intelligente furbizia del diavolo per concludere che è un segno di disperazione, di dannazione, di sofferenza eterna così percepito dall’interessata e dagli altri. Il demonio sa bene che un messaggio del genere sarebbe rifiutato da quasi tutti e segnerebbe la sua sconfitta. Il messaggio diabolico è invece passato sotto due aspetti gradevoli: una certa eleganza estetica ricordata all’inizio e una sfida ironica del tipo: “Si può tranquillamente scherzarci sopra, tanto il diavolo non fa male, anzi, tanto al di là non c’è niente!”. Se così è, si può ridere su quello che insegna la Chiesa e ai segni della salvezza sostituire sulla bara un ricordo/simbolo di una allegra trasgressione, monito per chi vive: fate lo stesso!

E forse altri funerali seguiranno con altre analoghe trovate ben diffuse dai media. È la pastorale del demonio, al quale in bel modo una cosa sola interessa nascondere sino al momento in cui non sarà più possibile tornare indietro: che «la via dei peccatori è ben lastricata, ma al suo termine c’è un baratro finale» (Sir 21,10).

Come spesso capita, perdendo il cristiano si compromette anche l’umano e assistiamo sempre di più a una banalizzazione della morte, a cominciare dal tipo di fotografie che si collocano al cimitero.

Qui però forse c’è anche una sottile responsabilità della pastorale e della riforma liturgica. Infatti tutti gli aspetti belli e consolanti della morte cristiana e soprattutto del dopo morte non sono un di più che migliora una situazione neutra o già positiva, ma sono la liberazione da una tragedia. La quale tragedia va messa in evidenza a fianco della consolazione di esserne in Gesù Cristo liberati. Il Rito delle esequieprecedente il Vaticano II (Rituale del 1952) evidenziava con efficacia i due poli con due famosi responsori ben in vista: «Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda ecc. / Liberami, Signore, dalla morte eterna, in quel giorno tremendo», che esprimeva la possibile tragedia della morte, e poi la consolazione dell’altro responsorio: «Subvenite, Sancti Dei, occurrite, Angeli Domini: Suscipientes animam eius: Offerentes eam in conspectu Altissimi. Suscipiat te Christus ecc. / Accorrete Santi di Dio e Angeli del Signore, accogliete la sua anima e portatela al cospetto dell’Altissimo. Ti accolga Cristo ecc.». Ora l’attuale riforma ha ripreso e valorizzato molto il secondo responsorio, ma non ha valorizzato altrettanto il primo. Eppure la “morte eterna” non è altro che la seconda morte, di cui parla Ap 2,11; 20,6.14; 21,8, e la terribile espressione “in die illa tremenda / in quel giorno tremendo” altro non è se non una rielaborazione di Sof 1,15: «Dies irae, dies illa / Giorno d’ira quel giorno». Strano che una riforma intenzionata a riscoprire la Bibbia e a por fine all’esilio della Parola, non si sia accorta che il responsorio era biblico!

Ritengo che l’attuale Rito delle Esequie sia pregevole e sono consapevole della difficoltà di ricuperare con evidenza il primo responsorio, la morte eterna, il giorno dell’ira. È però vero che senza mettere in evidenza la tragedia della morte e del dopo morte (da cui in Cristo siamo liberati), di fronte alle corna sulla bara si reagisce lievemente o non si reagisce del tutto.

Come conclusione viene bene la preghiera di Fatima un poco aggiornata: «Gesù mio, perdona i nostri peccati, preservaci dal fuoco dell’inferno... e dalle corna del diavolo!».


 

Intervista a papa Gregorio Magno

scritto da 

– Buongiorno Santità.

– Buongiorno a voi.

– Posso disturbare la Santità vostra?

– Prego.

– Lei è papa Gregorio, non è vero? Gregorio I, detto Gregorio Magno, ovvero il Grande?

– In persona.

– Perdonateci l’ardire, ma vorrei intervistare la Santità Vostra…

– Intervistare?

– Sì, fare alcune domande…

– Prego, sarò lieto di rispondervi, se ne avrò la capacità.

– Grazie, Santità. Dunque, non so se avete appreso che di recente l’ordine equestre intitolato alla Santità vostra è stato attribuito a una signora olandese…

– Ordine equestre? Temiamo di non capire…

– Sarebbe, dunque, ehm, come dire… un ordine cavalleresco della Santa Sede, un’onorificenza…

– E questa onorificenza, come la chiamate, porta il nostro nome?

– Precisamente, Santità.

– E come mai?

– Beh ecco, fu un altro papa Gregorio, Gregorio XVI, nel 1831, a fondare quest’ordine, di prima classe, da conferire a cattolici, uomini e donne, che si siano distinti nel servizio alla Chiesa e per il loro buon esempio.

– Interessante. E perché mai questo nostro successore, Gregorio XVI, lo intitolò a noi?

– Beh, non sono un esperto, ma credo in vostro onore. Voi siete stato, voi siete, un papa importante, molto importante…

– Ah, ecco.

– Sì, dunque, dicevo che di recente questa onorificenza è stata attribuita a una signora olandese…

– Perché? Ha forse combattuto i barbari?

– No, no, santità…

– Combattere i  barbari, difendere Roma e salvare la fede è un grande merito. Noi abbiamo combattuto i longobardi a lungo…

– Certo.. certo…

– O forse questa signora ha evangelizzato qualche popolazione?…

– No, santità, non ha evangelizzato nessuno. Almeno non ci risulta…

– Uhm! Allora ha forse contribuito alla ricostruzione di Roma? Noi, nel nostro tempo, ci impegnammo nel ridare lustro alla città, in un’epoca di grave decadenza.

– Sì, sì, sappiamo, ma no, questa signora non ha contribuito alla ricostruzione di Roma.

– Ah, ci sono! Allora ha sicuramente dato un prezioso contributo al miglioramento della liturgia, per renderla più coerente e solenne. Fu un altro nostro impegno…

– No, Santità, non ha contribuito a migliorare la liturgia.

– Oh, che strano. E allora perché questo riconoscimento che porta il nostro nome?

– Ecco, Santità, il fatto è…

– No, non lo dica: ho capito! Ha rilanciato il canto gregoriano, il nostro amatissimo canto gregoriano!

– Nemmeno, Santità. La signora non ha fatto nulla a favore del canto gregoriano. A dir la verità non so neppure se sappia cantare…

– Oh! Ma voi ci sorprendete, signore. Parlate di un riconoscimento attribuito nel nostro nome, ma vedo che nessuna delle questioni che furono al centro del nostro lavoro e della nostra vita corrispondono agli interessi di questa signora…

– Ecco, santità, è proprio su questo che volevamo raccogliere la vostra opinione. L’ordine di San Gregorio Magno è stato attribuito alla signora perché… perché…

– Dite, dite, non teneteci sulle spine.

– Perché… Beh, in realtà non sappiamo il perché. E la nostra speranza era che voi, Santità, poteste aiutarci a capire.

– Noi? Ma noi, signore caro, non sapevamo neppure dell’esistenza di questo riconoscimento…

– Sì, ma pensavo che, poiché l’ordine porta il vostro augusto nome, la Santità vostra, magari, sarebbe stata informata…

– No, ci spiace, nessuno ci ha detto niente. Ma, credetemi, succede spesso. In ogni caso, che cosa avrebbe fatto di notevole questa signora?

– Beh, ecco… avrebbe, anzi ha… ehm.. ha lavorato molto a favore dell’aborto e della causa LGBT.

– Gentile signore, a questo punto le confessiamo di non capire un bel nulla di quel che dite.

– La Santità vostra ci perdoni… non è facile spiegare…

– Lo vedo, lo vedo. Voi pronunciate parole senza senso.

– Non sono senza senso, Santità. Sono solo un po’ difficili per chi, come voi, è vissuto tanto tempo fa.

– Comunque provateci. Ve ne saremmo grati.

– Come si fa? Guardate, Santità, provo a dire così: la signora ritiene che le mamme, quando sono in attesa di un figlio, possono decidere se tenerlo o no. E poi ritiene che i diritti vadano il più possibile estesi e garantiti a tutte quelle persone che fanno parte del mondo LGBT: lesbiche, gay, bisessuali, transgender.

– Signore, ci vediamo costretti a ribadire che è per noi assai difficile intendere il significato delle vostre parole. Una cosa, tuttavia, crediamo di averla capita, e cioè che questa gentile signora non ha fatto proprio nulla che riguardi la difesa della Chiesa e della fede. Per cui, se non vi dispiace, preferiremmo terminare qui questo colloquio che per noi, forse anche a causa dei molti secoli che ci separano, si è fatto piuttosto gravoso ed è fonte, non lo nascondiamo, di una certa inquietudine.

– Lo capisco molto bene, Santità, e spero che la Santità vostra voglia perdonarci. Avevamo pensato…

– Non importa. Andate pure in pace, per la vostra strada, e ricevete la nostra benedizione.

– Grazie, Santità, molte grazie.

– Ma prima diteci: lì, nella vostra epoca, chi regge le sorti della nostra santa e amata madre Chiesa?

– Abbiamo un papa che viene dall’Argentina.

– Argentina? E che contrada sarebbe? Sta forse dalle parti degli Angli?

– No, no, santità. È una parte del mondo scoperta molto, moltissimo tempo dopo la vostra esistenza su questa terra. Tanta acqua è passata sotto i ponti del Tevere…

– Ah! Non parlatemi del Tevere. Quando noi fummo papa, il fiume esondò in modo devastante e causò una pestilenza terribile. Esonda anche ora, nel vostro tempo?

– No, Santità, grazie a Dio è da un bel po’ che non esonda.

– E avete pestilenze?

– Ehm… no, Santità, non abbiamo pestilenze, almeno non nel senso classico del termine…

– Adesso di nuovo temiamo di non capire.

– Non importa, Santità. Vi lascio al vostro riposo.

– Un’ultima curiosità: i barbari sono stati poi convertiti?

– Difficile dirlo, Santità. In generale sì, ma forse nuove barbarie incombono.

– Gentile signore, il vostro parlare per enigmi risulta ostico per la nostra mente…

– Scusatemi ancora. La Santità vostra è stata fin troppo paziente. Grazie e buon riposo.

– Ora credo che ci dedicheremo un po’ al canto. Gregoriano, ovviamente.

– Benissimo. Grazie ancora e arrivederci, Santità!

–  Arrivederci!

 

Aldo Maria Valli


[Modificato da Caterina63 17/01/2018 13.33]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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[SM=g1740720] "Eccellenza, Reverendo: non le è consentito!" Una bellissima predica infuocata contro il prete che non crede al Credo e in difesa della fede cattolica. Bravissimo don Priola!

Per la nostra edificazione spirituale pubblichiamo oggi il testo finale di un'Omelia semplicemente cattolica (ma molto infuocata - al modo di tanti Santi di altre epoche- ) che fa gustare la fierezza di essere cattolici e la responsabilità, comune ai consacrati e ai fedeli laici, di difendere la vera fede!
Avevamo bisogno, come terra deserta arida senz'acqua assetata di pioggia rigenerante, di un'omelia autenticamente cattolica: pronunciata a braccio, durante la S. Messa di mezzogiorno della festa del Battesimo del Signore, domenica 7 gennaio 2018, dal Rev.do don Salvatore Priola, Parroco e Rettore del celebre Santuario della Madonna della Milicia nell'Arcidiocesi di Palermo "il primo e più insigne luogo di culto mariano della Chiesa palermitana".

Quanti Sacerdoti e quanti Religiosi sofferenti a colpa dell'attuale confusione ecclesiale si identificano in quell'Omelia!!!

Preghiamo per i Consacrati e soprattutto per le nuove vocazioni !
E complimenti al reverendo don Priola! Grazie e complimenti! Servono preti come lui!
AC

Trascrizione (dal min.05:23) da Youtube
www.youtube.com/watch?v=JprnC16xnpg&feature=share

Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo come noi diciamo nel Credo, come diremo fra poco nel Credo, benchè ci sia qualche prete stralunato che ultimamente sproloquia, insieme a tanti altri, persino dall’ambone nel dire stupidaggini enormi quanto l’universo. (Il Parroco si riferisce alla scandalosa vicenda torinese del prete che alla Messa della Notte di Natale ha detto «Io al Credo non ci credo» sostituendolo con il canto di "Dolce è sentire" )

Il Credo, di cui facciamo ogni domenica professione, contiene la maturazione nel tempo dal punto di vista teologico e dottrinale di un incontro, di un’esperienza, di un vissuto esistenziale con Gesù Cristo : non sono parole al vento!

Quei 12 articoli del Credo che noi ogni domenica ripetiamo "non sono un formuletta", una "tiritera" imparata a memoria da ripetere scriteriatamente senza consapevolezza.


Nel Concilio di Efeso nel 431 i Padri della Chiesa dopo quattro secoli dagli eventi accaduti a Gerusalemme, a Nazaret, in Galilea, in Giudea; dopo quattro secoli di riflessione, di dialogo, di confronto, di studio, di approfondimento i Padri della Chiesa hanno formulato la dottrina cattolica sulla divinità del Figlio di Dio Cristo Gesù - e ora dopo 1600 anni c'è qualche prete e forse persino qualche vescovo che si permette di turlupinare l’intelligenza la buona fede e la semplicità del cuore di tanti fedeli a cui veramente poi i media danno risonanze planetarie perché certo non verranno a sentire la predica di un prete cattolico NO! Dovranno dare risonanza alle parole stralunate di un prete che ha perso la fede e che ancora il vescovo tiene al suo posto.

La nostra fede è in Gesù Cristo Figlio di Dio vero Dio e vero uomo e chi non la vuole accettare se ne stia a casa, diventi pure testimone di Geova faccia quello che vuole - ma questa è la nostra fede da 2000 anni e siamo arrivati al punto di svenderla, di essere accondiscendenti con un buonismo stupido.
Dobbiamo custodire la fede!
Che cosa abbiamo fatto barzellette in questi giorni?
Che cosa siamo venuti a vedere in questi giorni?
Qual' è la testimonianza che Dio ci da su quel Bambino che è nato?
Possiamo mettere in dubbio tutto: tutto possiamo mettere in dubbio ma dobbiamo avere la decenza di prendere le distanze fisiche, concettuali, teologiche, prendere le distanze e non dichiararci più cristiani cattolici.

Che siano vescovi, che siano preti o che siano pure dei semplici fedeli laici: se uno ha perso la fede abbia il coraggio di deporre i segni del cristianesimo e di non infettare la fede semplice delle persone che ancora credono.
E voi fratelli e sorelle abbiate il coraggio, mi dispiace che si sono messi a ridere a Torino, bisognava che ci fosse in mezzo al popolo di Dio, dovete avere il coraggio quando sentite un prete dire cose contrarie alla fede cattolica: dovete avere il coraggio di alzarvi e di dirlo anche durante la messa: "questo non le è consentito!"

E’ tempo di mettersi in piedi quando sentite dire cose contrarie al nostro Credo anche se le dice un Vescovo anche se le dice un prete mettetevi in piedi e ditelo: "Padre, Eccellenza non le è consentito" perché c’è un Vangelo, perché c’è un catechismo della chiesa cattolica universale e non si può pestare sotto il piedi il Vangelo siamo tutti sotto il Vangelo, siamo tutti sotto il vangelo dal Papa a scendere: siamo tutti sotto il Vangelo:
non è consentito a nessuno alterare la fede che abbiamo ricevuto in dono: a nessuno è consentito - siamo tutti servi della Parola, tutti!

Dobbiamo essere tutti fedeli a quel Credo che abbiamo ricevuto: alla comprensione del mistero della fede che i padri ci hanno consegnato e che noi abbiamo il dovere di custodire e di tramandare.

Siamo arrivati a un livello di confusione, a un livello di stupidaggini , di eresie, di cretinate proclamate con una solennità come se fossero dogmi di fede e i pastori della chiesa a cominciare dai vescovi sono più colpevoli dei preti deficienti che si permettono di dire certe cose; perché loro dovrebbero vigilare “episcopos” in greco vuol dire “colui che vigila” e se il vescovo è troppo impegnato alle sue faccende renderà conto a Dio di quello che fa.

Bisogna vigilare sulla fede del popolo perché oggi c’è troppa confusione: dentro la chiesa c’è troppa confusione.
Dobbiamo rinnovare la nostra professione di fede dobbiamo recuperare la gioia di essere cristiani cattolici, la fierezza!
Dobbiamo recuperare i caratteri precisi della nostra cristianità che è fedeltà al Vangelo, non è fedeltà a forme tradizionali perchè non si tratta di essere tradizionalisti o progressisti: nella chiesa queste categorie sono fasulle! Non ci sono tradizionalisti e non ci sono progressisti nella chiesa: queste cose lasciatele alla politica.

Nella chiesa si è fedeli a Cristo o si è infedeli a Cristo, si è fedeli al Vangelo o non si è fedeli al Vangelo!
Non è questione di restare attaccati, come diceva Gustave Thibon il filosofo contadino, non è questione di restare attaccati ai parapetti della strada per non volersi muovere per paura di fare un passo in avanti, come farebbero i tradizionalisti e non è questione di essere progressisti i quali vorrebbero che dalle strade a precipizio si togliessero i parapetti così che qualcuno possa rovinare giù e precipitare.

Non è questo il punto non è restare attaccati a delle forme vuote ai dei contenitori vuoti - qui in gioco non ci sono "forme" qui in gioco c'è la fede perchè quando si arriva a negare validità al Credo quando un prete piuttosto che far fare la professione di fede dopo il vangelo, dopo l'omelia fa suonare Dolce è sentire non ha capito più niente si è perso e sta facendo perdere gli altri : tutti quelli che seduti lì a Torino si sono messi a ridere mentre avrebbero dovuto alzarsi e dire "scusi reverendo non le è consentito di fare questo "perchè la liturgia della chiesa non è del prete è della Chiesa la liturgia!" e se io impazzissi in questo momento e incominciassi a dire ... non non leggiamo più il Vangelo di Marco li leggo una bella pagina del libro Cuore .... voi vi dovete alzare in piedi e dire "caro padre Salvo non ti è consentito fare questo" non possono omettere parti della messa non si possono cambiare parti della messa (tantomeno inventarsi delle preghiere eucaristiche , tralaltro ambigue e inefficaci, come ha fatto don Fredo sempre nella stessa Messa della Notte di Natale. N.d.R.).

Cè qualche altro prete che ha detto "siccome siamo in tempo di amicizia con i luterani", i quali non credono nella Presenza Reale di Gesù nell'Eucaristia, che si permette di saltare la parte dove il Sacerdote dice: Pregate fratelli e sorelle perchè il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Onnipotente e sapete perchè lo saltano?
Perchè non credono più questi preti diventati luterani!


Non credono più che quel Pane e quel Vino sull'Altare sono il il Corpo e il Sangue del Signore e questo in nome di che cosa?
Di un ecumenismo fasullo.

E' tempo che ci mettiamo in piedi là dove vediamo la fede cattolica pestata sotto i piedi anche dai pastori della chiesa: ci dobbiamo mettere in piedi e dirlo chiaramente: "Eccellenza, Reverendo non le è consentito!"

Perchè la fede non è dei preti, non è dei vescovi non è proprietà loro : la fede è della Chiesa e voi fratelli e sorelli voi siete pietre vive della Chiesa di Cristo
Voi fratelli e sorelle: tutti noi in comunione siamo membra vive del corpo di Cristo di cui l'unico capo e Signore è Gesù Cristo, non un uomo , Gesù Cristo l'Unigenito Figlio di Dio che ha fatto di tutti noi figli di Dio, di noi tutti figli di Dio.

Noi non siamo aderenti di un'associazione religiosa , a un movimento religioso,non abbiamo preso una tessera di appartenenza, non siamo stati fidelizzati: noi siamo figli di Dio e abbiamo il dovere dei figli e abbiamo anche i diritti di figli e voi , voi avete diritto di avere dai pastori il cibo buono.

Come i figli hanno diritto di sedersi a tavola e di non essere avvelenati dai genitori così voi avete diritto di esigere dai pastori della Chiesa che diano a voi il cibo buono
quello che viene dal Vangelo che è fedele al deposito della fede, così si chiama tecnicamente

Sapete qual'è il deposito della fede?

E' il Credo: 12 articoli intoccabili, immodificabili che sintentizzano 2000 anni di comprensione del mistero della fede che Dio ha rivelato in Cristo Gesù : "Il Figlio amato" nel quale Dio ha posto il Suo compiacimento.
Questa è la nostra fede questa è la fede della Chiesa.
Continuate voi ( i fedeli) : "E noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signore. Amen".
E allora professiamola questa fede
Credo in un solo Dio... "





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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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20/01/2018 09.24
 
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  •   SALVIAMOLECHIESE

"Chiese proibite per usi profani". Firmato: un vescovo

A Valencia il cardinale Arcivescovo scrive un atto rivolto a fedeli e sacerdoti nel quale proibisce l'utilizzo delle chiese per scopi profani. E raccomanda la comunione in ginocchio e in bocca. "La secolarizzazione interna alla Chiesa è la più grave di tutte".


“Il mio tempio è una casa di orazione”: partendo dalla frase del Vangelo il cardinale arcivescovo di Valencia, Antonio Llovera Canizares, ha scritto qualche giorno fa una lettera ai sacerdoti della sua diocesi per indicare come si possa – e soprattutto come non si possa – usare una chiesa. È un argomento particolarmente attuale e interessante, soprattutto da noi, dove l’abitudine – la moda? – di usare le chiese per allestire pranzi e cene, e altri usi ancora, sta dilagando come la Nuova BQ sta mostrando da settimane con la campagna #salviamolechiese. Un fenomeno di imitazione cominciato con la mensa in San Petronio durante la visita del Pontefice, e che si è diffuso qua e là anche altrove; nonostante in moltissimi casi non siano certo i locali a disposizione che mancano alle chiese e alle diocesi…E il card. Canizares raccomanda anche di ricevere l’eucarestia in ginocchio e in bocca, anche se è permesso ricevere l’ostia nella mano.

“Cari fratelli sacerdoti, cari tutti: vi scrivo questa lettera con tutto l’affetto a la preoccupazione e il massimo interesse affinché i templi – cattedrale, basiliche, chiese parrocchiali, cappelle, eremitaggi con culto abituale –siano case di orazione e non si trasformino, o non le convertiamo in luoghi profani”.

Il porporato inizia raccomandando il silenzio, dovuto ai luoghi sacri, e ricorda come sin da bambino gli sia stato insegnato dai genitori a mantenere il silenzio in chiesa. Un silenzio che, osserva, “si vede alterato con troppa frequenza e indebitamente nel rito della pace, così come alla fine della celebrazione, o all’ingresso nel tempio”.

Dopo aver ricordato che per entrare in chiesa è necessario un abbigliamento adeguato, e che è opportuno ricordarlo con cartelli all’ingresso delle chiese, parla poi delle fotografie. “Senza impedire il ricordo, che capisco sia gradito di conservare in fotografia. Si possono fare fotografie, è normale che si desideri. Però non possiamo convertire il tempio in un salone di fotografie né in un momento di divertimento e frivolezza”.

Continua poi in questo piccolo saggio di etichetta sacra: “Mi permetto di richiamare la vostra attenzione a come ci comportiamo quando passiamo davanti al tabernacolo; a volte si passa davanti al tabernacolo senza fare nessun gesto di riverenza né genuflessione, come si deve. I bambini passano davanti al tabernacolo in cui sta Gesù presente, consacrato. Bisogna educarli, e bisogna educare i grandi”.

I punti centrali della lettera però riguardano la comunione, e l’uso improprio dei luoghi di culto. Fa riferimento a una lettera pastorale di qualche anno fa: “In questa stessa lettera ricordavo come darsi la pace e comunicarsi. Vi confesso che ci sono volte che sto male vedendo come si avvicinano alcuni, senza nessun raccoglimento e devozione, senza nessun gesto di adorazione, come si prende un biscotto o qualche cosa di simile. Insisto in quello che dicevo nella lettera citata sull’Eucarestia: ci si può comunicare direttamente in bocca, o con la mano per poi portarsi il corpo di Cristo alla bocca. Però devo aggiungere che la forma più consona con il mistero del Corpo di Cristo che si riceve è comunicarsi in ginocchio, e in bocca. Non sono retrogrado in questo, ma segnalo solo ciò che si accorda alla comunione”.

E l’ultima parte è centrata sull’uso corretto delle chiese, e sulla lotta alla secolarizzazione interna nella Chiesa: “Infine, i templi devono essere rispettati per quello che sono: Tutti abbiamo visto male che in Catalogna si siano utilizzati i templi, per esempio, per metterci le urne del recente voto. E vediamo con quanta tranquillità, senza scomporsi, con un certo gusto anzi, non so se per snobismo o per quale ragione – si usano i templi con la migliore buona intenzione ma senza testa, per altri usi, per i quali si potrebbero usare altri locali; chiaro salvo casi di emergenza o necessità? Rispetto a ciò devo dire per fedeltà e rispetto a quello che è il tempio che proibisco severamente altri usi profani che, salvo casi di emergenza o di necessità maggiore o inevitabile che lo richiedano, e questo con autorizzazione almeno del vicario di zone. Non contribuiamo alla secolarizzazione, la secolarizzazione interna alla Chiesa è la più grave di tutte”.

La lettera si chiude con una richiesta paterna: “Non prendete in mala parte ciò che dico; è per il vostro bene e il bene delle nuove generazioni e della Chiesa…. Non dimentichiamo mai le parole di Gesù stesso, mosso con tutto il suo zelo di Figlio per la gloria del Padre, in tutta la loro gravità e profondità: ‘La mia casa è casa di orazione’. Contribuiremo, se lo facciamo, seguendo le indicazioni che offro ad andare superando la secolarizzazione così grande che subiamo e che è necessario superare. In questo modo contribuiremo al culto in “spirito e verità” come ci dice Gesù, e a compiere quello che ordina il primo comandamento, di amare Dio sopra ogni cosa”. A Valencia c’è un vescovo. 


 


Preti cattolici diventano anglicani

Con questo titolo, nostro, pubblichiato il seguente articolo apparso sul quotidiano Libero del 16 gennaio 2018, con l'intestazione che riportiamo
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13299531/vaticano-papa-francesco-fuga-chiesa-
cattolica-chiesa-anglicana-uno-su-dieci-non-ce-la-fa.html



Uno su dieci non ce la fa. Tra i sintomi più preoccupanti della crisi del cattolicesimo non c’è solo la fuga dei fedeli dalle chiese e il mancato avvicinamento o la mancata conversione di nuovi credenti; ma c’è anche la rinuncia al proprio ministero da parte di tanti, tantissimi sacerdoti che - per ragioni personali, motivi dottrinali o un’insofferenza verso le gerarchie - si spretano, dismettono l’abito talare o approdano ad altre confessioni. 
Secondo le stime di alcune associazioni cattoliche in Italia, sono ben 5mila i preti che si sono dimessi su un totale di 50mila uomini con la tonaca. 

Un’erosione enorme.

Ed è interessante che, mentre la maggior parte torna alla vita laicale, alcuni di essi restano preti, ma sotto una nuova veste, quella della Chiesa anglicana. 
In questi giorni ha fatto scalpore la storia del segretario dell’abbazia di Montecassino, padre Antonio Potenza, diventato anglicano e trasferitosi in Gran Bretagna dove ha sposato una giovane donna all’interno di un’altra abbazia, quella di Westminster. 
Ma non è un caso isolato. 
Come raccontato da Marianna Losito di coratolive.it, un prete pugliese, don Fabrizio Pesce, dopo una crisi spirituale durante una missione in Argentina (dove aveva come vescovo il futuro Papa Francesco), ha lasciato il sacerdozio, si è innamorato di una donna che ha sposato ed è andato a vivere a Londra; qua si è avvicinato alla comunità anglicana fino a divenirne sacerdote.

Storie che si inseriscono in un fenomeno più ampio, confermato dal vicario generale della Chiesa anglicana in Italia, Vickie Sims: «I preti cattolici mi contattano nella speranza di poter diventare preti anglicani», ci dice, «anche se non esiste un passaggio diretto. Uno deve essere prima membro della chiesa anglicana, e poi in un secondo momento discernere la vocazione al sacerdozio anglicano». 
Ecco allora il caso di «un gesuita che, tempo dopo aver lasciato il sacerdozio cattolico, è entrato nella Chiesa d’Inghilterra e ha poi ottenuto il permesso a esercitare il ministero dal nostro vescovo»; e ancora la storia di un prete che si è sposato, ha avuto una figlia ed è approdato alla Chiesa d’Inghilterra; o la vicenda di un giovane ex sacerdote cattolico che «è ancora nel processo per fare riconoscere i suoi ordini» dalla Chiesa anglicana. 
A conferma che, sebbene richiesto, il passaggio è molto lento e lungo. «Prima la persona deve far parte di una congregazione anglicana come laico per un periodo di tempo. Poi, a seguito di un processo di discernimento, può essere accettata per esercitare il suo ministero nella Chiesa d’Inghilterra».

Di solito i parroci ex cattolici, nella fase di passaggio, cambiano non solo confessione ma anche Paese: si trasferiscono in Gran Bretagna dove hanno maggiore possibilità di esercitare il loro sacerdozio con la nuova veste.
«A muoverli nella scelta di approdare all’anglicanesimo c’è una somma di fattori. In primo luogo, la possibilità di vivere a pieno la propria sfera affettivo-sessuale, visto che nella Chiesa anglicana il matrimonio dei sacerdoti è pienamente riconosciuto. Ma contano anche altri aspetti, di natura dottrinale-pastorale: dalla minore gerarchia interna alla maggiore autonomia di ciascuna comunità fino a un messaggio evangelico più vicino all’uomo e alla sua natura, in nome di un pragmatismo tipicamente british. «Una combinazione», sintetizza la Sims, «di vita privata con questioni di dogma e di cultura ecclesiastica».

Temi che spingono ad aderire alla comunità anglicana non solo parroci ma anche semplici fedeli. 
Motivati ad esempio dalla possibilità per un divorziato di risposarsi o di vedere celebrata una messa anche da parte di una donna (nella Chiesa anglicana è prevista l’ordinazione femminile). 
Ma, ribadisce la Sims, «quello che attrae le persone è soprattutto l’esperienza di una comunità dove si sentono volute, accettate, e trovano lo spazio per riflettere sulla vita e incontrare Dio». 

E così la Chiesa anglicana cresce, a piccoli passi in Italia, dove esistono una ventina di congregazioni riconducibili alla Chiesa d’Inghilterra e la comunità ha un carattere internazionale, in quanto mette insieme persone dalle nazioni più diverse; e in modo più significativo nel mondo, dove la confessione anglicana è la terza del cristianesimo, dopo il cattolicesimo romano e la Chiesa ortodossa. 
Ma, a spiegare questa tendenza, c’è forse soprattutto la volontà di realizzare il doppio auspicio di Enrico VIII e di Lucio Dalla. 
Il primo, divorziando, sperava di «tornare lo scapolo più felice del creato»; il secondo sognava preti che «potranno sposarsi, ma solo a una certa età».







[Modificato da Caterina63 20/01/2018 10.10]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Dai divorzi lampo ai matrimoni al volo…

Effettivamente “tremiamo” quando Papa Francesco prende un volo… a volte lo diciamo con sana ironia, a volte con un vero e tragico dubbio: “che cosa dirà questa volta?” Questa volta è andato oltre il dire, la notizia è di dominio pubblico quindi la nostra cronaca si occuperà più sui contenuti del fatto che troverete cliccando qui con tanto di video… papale.

Vediamo prima l’aspetto positivo: dai divorzi lampo che i governi hanno appoggiato e sostenuto, alimentando la distruzione delle Famiglie, Papa Francesco ha fatto un gesto di per sé ottimo, nulla da ridire anzi, ha dimostrato che è più facile sposarsi, cattolicamente, anziché perseguire una rottura che per quanto “lampo”, porta con sé i segni di una rottura, di una distruzione, di sofferenza…

Che cosa c’è di più bello, infatti, che unire in matrimonio e benedire una unione cattolicamente quando, un uomo e una donna che vivevano in concubinato e avevano già dei figli, ti chiedono di risolvere la loro situazione? I fatti sembrano essere andati così, lisci come l’olio, nessun intoppo burocratico, niente cartelle comunali o parrocchiali, che bello!

Qualcuno ci ha chiesto circa la VALIDITA’ di questa unione: ebbene sì, la validità c’è e per una serie di motivi, dalla richiesta del Papa stesso alla loro vera intenzione (primo elemento per rendere valido il matrimonio cattolico), alla richiesta di un testimone… il matrimonio lo fanno gli sposi e il sacerdote cattolico deve solo approvare, davanti i testimoni, che il fatto è avvenuto, la promessa davanti a Dio c’è stata. Questa la burocrazia realista e valida.

Sembra la storia di una favola finita… tra le nuvole, si arrendano tutti coloro che hanno subito criticato i fatti! Il Papa poteva (e doveva) farlo, sono infatti gli sposi a “fare” il loro matrimonio, il loro consenso, il loro onesto “sì” davanti a Dio – che il sacerdote in quel momento rappresenta – a consacrare la loro unione e quindi, tutto bene così! Imparino i sacerdoti da questa storia, a lieto fine, che la burocrazia non paga… E non lo diciamo con ironia, le cose stanno veramente così. Stando ai fatti è stato tutto lecito e si è potuta scrivere una bellissima pagina di questo viaggio, cronaca papale.

Vediamo ora alcuni problemi seri legati ai fattise ascolterete il video del racconto, fatto dallo sposo, ci sono alcuni passaggi che suscitano domande.

Lo steward racconta che si sono sposati prima civilmente e che stavano poi andando alla chiesa per sposarsi cattolicamente…. ma il terremoto del 210 ha distrutto la loro chiesa e così non hanno potuto completare quella “burocrazia”. Innanzi tutto non possiamo non domandare allo steward, lo sposo: “scusaci ma, ti ci sono voluti sette anni per trovare un prete che vi sposasse? Da sette anni nessuno è andato più in chiesa in Cile? Tutte le chiese distrutte e nessuno si è più sposato in tutti questi anni?” Per dieci anni non avete trovato un solo sacerdote disposto a completare quel matrimonio e a rendere gioioso quel desiderio inesprimibile? Suvvia!

L’altro aspetto inquietante è la confessione…. lo steward non ne parla ma, se il tutto è avvenuto così in fretta e all’improvviso, occasione d’oro da prendere al volo… non possiamo non domandarci se, prima dell’unione accordata dal Pontefice, ci sia stata la confessione degli sposi, con l’assoluzione, per essere vissuti in concubinato per tutti questi anni! L’aspetto inquieta perché la preoccupazione del Papa non è stata questa, di ripulire le due anime dal peccato dell’adulterio, ma «Siete già sposati civilmente?» ha chiesto il Papa. «E tu – ha detto a Carlos – sei sicuro? Siete sicuri di volerlo?». «Bueno – ha detto il Papa – allora vi sposo io!». Così è scattata la proposta del matrimonio al volo…. e della, sulla Confessione?

Noi ci auguriamo, ovviamente, essendo l’aereo pieno di “santi sacerdoti…. che qualcuno si sia preso prima l’onere di confessare i novelli sposi!! Ce lo auguriamo perché i fatti, così narrati, fanno prevalere l’ennesimo marketing preparato ad hoc.

Dopo l’euforia dei confetti, e dello spumante ad alta quota, riflettiamo un momento: intanto la stranezza di una hostess e di uno steward, sposati e con due figli (solitamente i genitori si danno i turni per non lasciarli troppo tempo soli), in servizio sullo stesso volo papale, nello stesso momento, sullo stesso aereo,… ebbene ragazzi!! è davvero una coincidenza unica, quasi quasi preparata a tavolino! Non siamo cattivi noi, ma sono le regole del lavoro che non consentono queste coincidenze!

Non dimentichiamo poi che il portavoce della sala stampa Vaticana, Greg Burke, è stato un pubblicista in passato, ottimo osservatore ed organizzatore di eventi… suscitano , infatti, molte perplessità, le parole espresse dallo steward nel racconto dei fatti che sono così talmente precise e così talmente perfette da accendere immediatamente la luce su qualche legittimo sospetto. Parliamo solo di “sospetti”, le cronache sono anche questo, purtroppo.

Per esempio, sul finale del video lo steward dice che l’evento è stato una cosa molto bella e importante: “perché questo sacramento significherà molto per la coppia che non sono sposate nel mondo… e quindi questo aiuterà, incentiverà le persone a sposarsi… una diocesi in cielo, a 3.700 metri d’altezza..“. Cosa c’è di strano in queste parole? Nulla in apparenza, se non il fatto che c’è da tempo nel desiderio dello stesso Pontefice, di cogliere “al volo” ogni opportunità per “sposare” quanti sono irregolari, andatevi a leggere gli incontri di giugno 2016 con il clero…. Basterà davvero questo marketing del volo papale per “incentivare” le coppie irregolari ad andare in chiesa per sposarsi davanti al Signore Gesù? Noi ce lo auguriamo, ma… siamo anche realisti e non viviamo in una favola ad alta quota, ma in una “valle di lacrime”. I sacerdoti elimineranno “finalmente” la Messa cattolica per facilitare i matrimoni “al volo”, senza riti e liturgie, ma solo con una bella pacca sulle spalle?

L’altro aspetto è quello della confessione a cui abbiamo già accennato, non sottovalutatelo, perché se questi due novelli sposini, non si sono confessati prima e “al volo”, il Papa stesso ha benedetto una unione commettendo una profanazione, un sacrilegio… non lo inventiamo “noi”, ma lo insegna la Chiesa.

Tornando infine sulla validità di questa unione, come abbiamo spiegato, sì che la cerimonia è valida, ma stando al racconto siamo un tantino perplessi su una procedura anomala. Ciò che emerge dall’evento è quel mettere l’uomo al posto di Dio, prima viene l’uomo, poi Dio…

Lo steward racconta che il Papa – dopo aver chiesto loro quanto fossero davvero consenzienti – ha chiesto la presenza di un testimone che, guarda il caso, era già pronto sull’aereo papale , niente meno che il presidente della compagnia aerea, giustamente…. Poi si sono seduti ed è iniziata la: “cerimonia, piccola – racconta lo steward – ci ha chiesto se c’era amore nel nostro matrimonio, se volevamo continuare così tutta la vita… e noi abbiamo detto di sì, naturalmente… era quello che aspettavamo, davvero..” poi c’è stato uno scambio di battute spiritose (??) e da queste battute spiritose il Papa avrebbe detto che: “sì, allora funziona il matrimonio… e così ci ha benedetti, ci ha dato la benedizione, ci ha sposati. Il segretario ci ha chiesto se volete che questo sia reso pubblico? Nessun problema! Naturalmente avremo voluto dividere con voi questo, perché voi siete interessati a tutto questo… (??) Sì, la benedizione per la coppia, perché sapevamo che lui voleva riposare adesso… ma lui si è offerto…”.

Questi i fatti, che al di là della favola a lieto fine, non convince e lascia molte domande sulla serietà del Sacramento del Matrimonio che non è una “occasione da prendere al volo”…. queste sono le eccezioni, e per la quale non possiamo che augurare ogni vera gioia ai due sposi…. così come ci auguriamo però, che non parta ora uno tsunami di matrimoni “riparatori” frettolosi, senza formule, senza confessione, senza Eucaristia…. senza sacralità! solo perché lo ha fatto il Papa Francesco, così può farlo chiunque. La procedura è stata lecita ma anomala nei contenuti, da non ripetersi più così… al volo! specialmente senza la consapevolezza verso la santa Confessione, per aver vissuto anni in adulterio.

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RICORDA CHE un conto è l’eccezione, non ripetibile appunto, altra cosa sono le Norme volte al bene della chiesa e dei Fedeli



Marco Tosatti ha riportato un triste commento che consigliamo di leggere il primo clicca qui. E per l'altro sulla Bussola, cliccare qui.


Ora leggiamo Aldo Maria Valli.....

I miei “dubia” sul matrimonio “al volo”

 


La notizia del matrimonio celebrato da papa Francesco in aereo, durante un trasferimento nel corso del suo viaggio in Cile e Perù, ha fatto il giro del mondo e in generale ha suscitato simpatia nei confronti dei due sposi, emozionati e felici, e dello stesso pontefice, autore di un gesto che i più hanno giudicato bello perché spontaneo e anticonformista.

Il sottoscritto invece pensa che la decisione del papa sia alquanto discutibile alla luce del valore del sacramento del matrimonio. Ovviamente per quanto sto per dire sarò giudicato oscurantista, legalista, fariseo. Non mi importa. Da battezzato, mi importa il sacramento.

Molti chiederanno: chi sei tu per giudicare? Non ho difficoltà a rispondere che sono, appunto, un battezzato, e come tale ho il dovere di stare dalla parte della verità della fede.

Ovviamente solo Dio vede nel cuore delle sue creature e, in questo caso, il giudizio non vuole essere a carico delle persone. Sono anzi certissimo che i due sposi, una hostess e uno steward delle linee aree cilene, siano degni del massimo rispetto. Ripeto: da battezzato mi interrogo sul sacramento. E, di conseguenza, mi pongo alcune domande.

Eccole.

I due sposi, dicono le cronache, avevano messo in programma il matrimonio nel 2010, poi un terremoto distrusse la chiesetta e tutto fu rinviato. Ma da allora sono passati otto anni, non pochi mesi, e i due sposi hanno convissuto e messo al mondo due figlie. Non essendoci, immagino, impedimenti di natura economica (dato che entrambi lavorano), il papa avrà chiesto loro la ragione di tale comportamento?

Prima di unirli in matrimonio, il papa avrà amministrato loro il sacramento della penitenza?

È stato riferito che l’idea del matrimonio è nata all’istante e che la proposta è arrivata dal papa. Quale idea di matrimonio cattolico ha dunque il papa? Forse di qualcosa che si può fare così, sulle ali (è il caso di dirlo) dell’emozione e all’insegna dello spontaneismo?

Celebrando il matrimonio in quel modo, il sacramento non è stato forse banalizzato? Sentimentalismo e superficialità non hanno forse avuto il sopravvento su fede e ragione?

Le cronache riferiscono che il papa avrebbe chiesto ai due sposi: “Sei sicuro? Sei sicura? Bueno!”. Ora, il papa pensa davvero che un sacramento possa essere così semplificato e, se mi è permesso, parodiato?

Il matrimonio non è stato forse trasformato, in tal modo, in una sorta di happening, un trionfo dell’improvvisazione, là dove sono invece richieste, doverosamente, maturità, responsabilità e sacralità?

Il sacramento, in tal modo, non è stato forse svalutato e ridotto a evento estemporaneo?

In tale tipo di celebrazione non sono forse presenti elementi di protagonismo e narcisismo, anche se inconsapevoli, da parte sia degli sposi sia del celebrante?

In tutto ciò, la presenza di Dio non è forse diventata un dettaglio in fondo trascurabile?

Non sarebbe stato consigliabile, almeno, convocare i due sposi nella cappella della nunziatura apostolica e celebrare il matrimonio lì, in modo un po’ più consono alla dignità del sacramento, del quale i due sposi, per la nostra Santa Madre Chiesa, sono i ministri?

La decisione del papa ha preservato e garantito la dignità della celebrazione del matrimonio, raccomandata dal Catechismo della Chiesa cattolica in quanto gesto sacramentale di santificazione?

“Dio stesso è l’autore del matrimonio”, ricorda ancora il Catechismo. Stando così le cose, è legittimo, perfino per il Papa, unire in matrimonio al di fuori della celebrazione eucaristica, non essendoci particolari motivi di urgenza?

Il Catechismo non ricorda forse che, essendo il matrimonio sacramentale un atto liturgico, è conveniente che venga celebrato nella liturgia pubblica della Chiesa?

Poiché a tutti i cattolici la Chiesa, in quanto madre premurosa, raccomanda, in preparazione al matrimonio, la frequentazione di un corso, sembra legittimo chiedersi: i due sposi di cui ci stiamo occupando l’hanno frequentato? Oppure dobbiamo pensare che tale corso sia solo una formalità e un’inutile perdita di tempo?

In generale, con questo matrimonio in volo e al volo, quale messaggio è stato lanciato alle coppie cattoliche?

Ecco, questi sono, in sintesi, i dubia sorti in un semplice battezzato, che non ritiene di essere un bacchettone, qualunque cosa voglia dire, ma solo un povero uomo che ha a cuore la fede, la Chiesa cattolica e i sacramenti istituiti da Cristo.

Aldo Maria Valli





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Carlo Caffarra, profeta inascoltato. L'ultima sua lettera a papa Francesco

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La mattina del 6 settembre è venuto improvvisamente a mancare il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna e teologo morale di prima grandezza, specie sulle questioni della famiglia e della vita.

Con la sua scomparsa e dopo la morte, anch'essa inattesa, il 5 luglio scorso, del cardinale Joachim Meisner, i quattro cardinali firmatari dei "dubia" sottoposti un anno fa a papa Francesco sui punti controversi di "Amoris laetitia" si sono dimezzati. I due in vita sono il tedesco Walter Brandmüller e lo statunitense Raymond L. Burke.

Dei quattro, Caffarra era figura trainante. Porta la sua firma la lettera con cui la scorsa primavera chiese udienza al papa per lui e gli altri tre. Anche questa volta, come già per i "dubia", senza ottenere risposta alcuna.

Poco prima dell'invio di quella lettera, Caffarra aveva avuto in sorte di incontrare papa Francesco che era in visita a Carpi, vicino a Bologna, il 2 aprile. Durante il pranzo sedeva al suo fianco, ma il papa preferì conversare con un anziano sacerdote e con i seminaristi che sedevano alla stessa tavola. "Purtroppo, nessuno spunto incoraggiante", ha confidato il cardinale dopo l'incontro. E a chi gli faceva notare che nella foto del loro abbraccio diffusa dalla sala stampa vaticana (vedi sopra) lui appariva "con sguardo sereno e fermo" mentre il papa era con volto "corrucciato", ha risposto: "Lei ha bene interpretato l'incrocio dei due sguardi".

Ecco qui di seguito il testo integrale della lettera, l'ultima scritta da Caffarra a papa Francesco, già pubblicata lo scorso 20 giugno in esclusiva su Settimo Cielo, con l'autorizzazione dell'autore.

*

"LA NOSTRA COSCIENZA CI SPINGE…"

Beatissimo Padre,

è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.

Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il "dolce Cristo in terra", come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l'indivisibile responsabilità del "munus" petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal "munus" cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell'Episcopato, che "ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue" (At 20, 28).

Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque "dubia", chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell'Esortazione Apostolica post-sinodale "Amoris Laetitia".

Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.

Beatissimo Padre,

è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di "Amoris Laetitia". In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell'Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l'accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell'Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l'amara constatazione di B. Pascal: "Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra".

Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell'Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: "Fare chiarezza".

Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.

Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.

Carlo Card. Caffarra

Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista

*

FOGLIO D’UDIENZA

1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai "dubia"; ragioni di tale richiesta.

2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, "in primis" i parroci.

*

Oltre che in italiano, in inglese, in spagnolo e in francese, la lettera è disponibile anche in portoghese e in tedesco:

> "A nossa consciência força-nos…"

> "Unser Gewissen drängt uns…"


 

Conversione folgorante: da Mohammed al-Sayyid al-Moussaoui a Joseph Fadelle

 
E se, oltre a farla finita con l'accoglienza indiscriminata e suicidaria, cominciassimo a fare proselitismo, che non significa coercizione, ma Annuncio dell'Unico che salva?

Già dignitario sciita, Joseph Fadelle, iracheno, si è convertito al cattolicesimo in seguito a un’intuizione sconvolgente. Ma non si lascia l’Islam tanto facilmente. Ancora oggi, ogni giorno ne paga il prezzo.
l vero nome di Joseph Fadelle è Mohammed al-Sayyid al-Moussaoui, nato nel 1964 in una delle più grandi famiglie dell’aristocrazia sciita d’Iraq, discendente dall’imam Ali, cugino del Profeta. Ignora praticamente tutto del cristianesimo fino al suo primo incontro con un cristiano, all’epoca del suo servizio di leva. Con lui ingaggia discussioni su islam e cristianesimo. Ha 23 anni. Massoud, che da principio guardava in cagnesco, comincia a poco a poco a intrigarlo. Come lo intrigherà uno dei suoi libri, intitolato I miracoli di Gesù, che si sarebbe messo a leggere un giorno in cui l’altro era assente, lasciandosi presto trasportare dal fascino di questo personaggio che non conosceva e che gli procurava, senza che sapesse dirne il motivo, «una gioia benefica». Da questo libro, Mohammed passa alla Bibbia, ma non senza aver attentamente e intelligentemente riletto il Corano, come gli aveva chiesto di fare Massoud.

«Come una violenta deflagrazione…»

Poco a poco la sua fede nell’Islam si affievolisce. Perde tutti i suoi punti di riferimento – religione, identità, rango sociale, famiglia – ma non la sua fede in Dio. Il Signore gli si rivela allora in modo misterioso, in un sogno che gli procura una felicità nuova:
 
Accade in me qualcosa di straordinario, come una deflagrazione violenta che spazza via ogni cosa – accompagnata a una sensazione di benessere e di calore… Come se tutto d’un colpo una luce esplosiva illuminasse la mia vita in un modo completamente nuovo e le desse senso completo. Ho l’impressione di essere ubriaco, mentre nel mio cuore sale un inusitato sentimento di forza, una passione quasi violenta e innamorata per questo Gesù Cristo di cui parlano i Vangeli.

«Bisogna che tu mangi il pane della vita»

Mohammed, nel suo sogno, si trova in riva a un ruscello. Dall’altra parte sta un personaggio di una quarantina d’anni, «di una grande bellezza» e dallo sguardo «di una dolcezza infinita». Una forza misteriosa attira il giovane musulmano verso quest’uomo, ed eccolo sospeso nell’aria che cerca di raggiungerlo. «Per attraversare il ruscello, bisogna che tu mangi il pane della vita», gli dichiara l’uomo tendendogli la mano per aiutarlo. Dall’indomani, Massoud – il suo amico cristiano – lo avrebbe introdotto ai misteri della fede cristiana, e da lì sarebbe poi partita la ricerca del battesimo, con le relative peregrinazioni per chiese cattoliche. Ci sarebbero ancora voluti molti anni, per trovare un prete che accettasse di battezzarlo e di dargli “il pane della vita”, cioè l’Eucaristia, il corpo di Cristo.

E poi un giorno la famiglia di Mohammed, divenuto Joseph Fadelle dopo il suo battesimo, finì per apprendere della sua conversione – e quello fu l’inizio della persecuzione: imprigionato, bastonato, frustato, torturato dalla propria famiglia, dovette fuggire dopo un tentativo di assassinio da parte di suo zio e dei suoi fratelli. Ancora oggi vive in esilio in Francia con sua moglie, anche lei convertita, e i loro primi due figli.




Joseph Fadelle è l’autore del pungente libro Le Prix à payer (Il prezzo da pagare). [Fonte]






[Modificato da Caterina63 20/01/2018 21.34]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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23/01/2018 16.23
 
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Roma, 5 dicembre 2016, ma molto attuale.

Una esperienza 'forte' di Chiesa e di Cattolicità. Il discorso di Mons. Schneider

 
Un'esperienza forte di Chiesa e di cattolicità, nel cuore ancor oggi vibrante della Roma paleocristiana.

Magnificat anima mea Dominum!

Ieri, 5 dicembre, si è tenuto a Roma, presso la Fondazione Lepanto, a ridosso dell'antichissima Basilica di Santa Balbina, un incontro, introdotto dal Prof. Roberto De Mattei, con due dei Cardinali dei Dubia, Raymond Leo Burke e Walter Brandmüller e con il vescovo Athanasius Schneider, che li ha preceduti e seguiti con le sue prese di posizione pubbliche [qui e qui], il quale ha pronunciato un discorso grandioso, il cui testo potete leggere di seguito. A loro si è aggiunto Mons. Andreas Laun, vescovo di Salisburgo.

Vi do le mie prime impressioni, ma non mancherò di approfondire in seguito.
Un incontro in cui era palpabile, a partire dal solenne silenzio che ha accolto gli illustri ospiti e la vibrante commossa attenzione con cui si è rimasti in ascolto per finire, in chiusura, col canto corale del Credo in perfetta consonanza di pensieri e sentimenti fortificata dalla comune esperienza, seguìto dalla benedizione impartita dal Card. Burke.

Lo dico con gioia, ma soprattutto col conforto grande di essere confermata e benedetta dai nostri Pastori, che non incontravo per la prima volta e con i quali sono riuscita a intrattenermi brevemente. Di questo e dell'intera esperienza sono molto grata agli organizzatori.


La maggior parte dei presenti, provenienti non solo da tutta Italia ma da ogni paese, era costituita da numerosissimi sacerdoti e religiosi, alcuni molto giovani, tra cui i Francescani dell'Immacolata (non posso che chiamarli con la loro denominazione originaria non cancellabile per via del loro voto mariano indissolubile). Oltre al più discreto numero di laici, spiccavano per la loro attenta partecipazione alcuni dei maggiori vaticanisti esteri tra coloro che si distinguono particolarmente per l'assenza nei loro contenuti di fraintendimenti della realtà (per l'Italia, Sandro Magister).
Con loro ho potuto scambiare alcune impressioni.

Mi scuso per la scarsa qualità delle immagini scattate dal mio cellulare.
I sorrisi di mons. Schneider e del Cardinale Burke, che lo ha ringraziato per le sue parole luminose, accompagnano la frase: I suoi genitori dovevano essere davvero ispirati per averle dato quel nome. Doppia allusione: al glorioso Atanasio della crisi Ariana del IV secolo e anche alla vicenda personale di mons. Schneider, cresciuto e fortificatosi ai tempi della persecuzione sovietica. (Maria Guarini)


La grandezza non negoziabile del matrimonio cristiano
Mons. Athanasius Schneider, Roma, 5 dicembre 2016

Quando Nostro Signore Gesù Cristo ha predicato le verità eterne due mila anni fa, la cultura o lo spirito regnante di quel tempo Gli erano radicalmente contrari. In concreto lo erano il sincretismo religioso, lo gnosticismo delle élite intellettuali e il permissivismo morale delle masse, specialmente riguardo all’istituto del matrimonio. “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe” (Giov. 1, 10).

La gran parte del popolo d’Israele, ed in particolare i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei hanno rigettato il Magistero della rivelazione Divina di Cristo e persino la proclamazione dell’assoluta indissolubilità del matrimonio: “Venne fra la Sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Giov. 1, 11). L’intera missione del Figlio di Dio sulla terra consisteva nel rivelare la verità: “Per questo sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità” (Giov. 18, 37).
 
Nostro Signore Gesù Cristo è morto sulla Croce per salvare gli uomini dai peccati, offrendo se stesso in perfetto e gradito sacrificio di lode e di espiazione a Dio Padre. La morte redentrice di Cristo contiene anche la testimonianza che Egli dava di ogni Sua parola. Cristo era pronto a morire per la verità di ciascuna delle Sue parole: “Voi cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?” (Giov. 8, 40-46). La prontezza di Gesù nel morire per la verità includeva tutte le verità da Lui annunziate, certamente anche la verità dell’indissolubilità assoluta del matrimonio.
 
Gesù Cristo è il restauratore dell’indissolubilità e della santità originaria del matrimonio non soltanto per mezzo della Sua parola Divina, ma in modo più radicale per mezzo della Sua morte redentrice, con la quale Egli ha elevato la dignità creata e naturale del matrimonio alla dignità di sacramento. “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa. […] Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef. 5, 25.29-32). Per questa ragione anche al matrimonio si applicano le seguenti parole della preghiera della Chiesa: “Dio che in modo meraviglioso creasti la dignità della natura umana e in maniera ancora più meravigliosa la riformasti”.
 
Gli Apostoli e i suoi successori, in primo luogo i Romani Pontefici, successori di Pietro, hanno santamente custodito e fedelmente trasmesso la dottrina non negoziabile del Verbo Incarnato sulla santità e indissolubilità del matrimonio anche riguardo alla prassi pastorale. Questa dottrina di Cristo è espressa nelle seguenti affermazioni degli Apostoli: “Il matrimonio sia onorato ed il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio” (Ebr. 13, 4) e “Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito, e qualora si separi, rimanga senza sposarsi, e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor. 7, 10-11). Queste parole ispirate dallo Spirito Santo furono sempre proclamate nella Chiesa durante duemila anni, servendo come un’indicazione vincolante e come norma indispensabile per la disciplina sacramentale e per la vita pratica dei fedeli.
 
Il comandamento di rimanere senza sposarsi dopo una separazione dal proprio coniuge legittimo, non è nel fondo una norma positiva o canonica della Chiesa, ma è parola di Dio, come insegnava l’apostolo San Paolo: “Ordino non io, ma il Signore” (1 Cor. 7, 10). La Chiesa ha ininterrottamente proclamato queste parole, vietando ai fedeli validamente sposati di attentare il matrimonio con un nuovo partner. Di conseguenza, la Chiesa secondo la logica Divina e umana non ha la competenza di approvare nemmeno implicitamente una convivenza more uxorio al di fuori di un valido matrimonio, ammettendo tali persone adultere alla Santa Comunione.
 
Un’autorità ecclesiastica che emana norme o orientamenti pastorali che prevedono una tale ammissione, si arroga un diritto che Dio non le ha dato. Un accompagnamento e discernimento pastorale che non propone alle persone adultere, i cosiddetti divorziati risposati, l’obbligo divinamente stabilito di vivere in continenza come condizione sine qua non all’ammissione ai sacramenti, si rivela in realtà come un clericalismo arrogante. Poiché non esiste un clericalismo più farisaico che quello che si arroga diritti divini.
 
Uno dei più antichi ed inequivocabili testimoni dell’immutabile prassi della Chiesa Romana di non accettare per mezzo della disciplina sacramentale la convivenza adulterina dei fedeli, che sono ancora legati al loro legittimo coniuge tramite il vincolo matrimoniale, è l’autore di una catechesi penitenziale conosciuta sotto il titolo pseudonimo Il Pastore di Erma. La catechesi è stata scritta con molta probabilità da un presbitero romano all’inizio del secondo secolo sotto la forma letteraria di un’apocalisse o di un racconto di visioni.
 
Il seguente dialogo tra Erma e l’angelo della penitenza che gli appare nella forma di un pastore, dimostra con ammirevole chiarezza l’immutabile dottrina e prassi della Chiesa cattolica in questa materia: “Che cosa, Signore, farà il marito se la moglie persiste in questa passione dell’adulterio?”. “L'allontani e il marito rimanga per sé solo. Se dopo aver allontanato la moglie sposa un’altra donna, anch’egli commette adulterio“. “Se, signore, la moglie, dopo che è stata allontanata, si pente e vuole ritornare dal marito non sarà ripresa?”. “Sì, dice; e se il marito non la riceve pecca e si addossa una grande colpa. Deve, invece, ricevere chi ha peccato e si è pentito. […] A causa della possibilità di tale pentimento, il marito non deve risposarsi. Questa direttiva vale sia per la donna che per l’uomo. Non solo si ha adulterio se uno corrompe la propria carne, ma anche chi compie cose simili ai pagani è un adultero. […] Per questo vi fu ordinato di rimanere da soli, per la donna e per l’uomo. Vi può essere in loro pentimento, … ma chi ha peccato non pecchi più” (Herm. Mand., IV, 1, 6-11).
 
Sappiamo che il primo grande peccato clericale fu il peccato del sommo sacerdote Aronne, quando costui cedette alle domande impertinenti dei peccatori e permise loro di venerare l’idolo del vitello d’oro (cfr. Es. 32, 4), sostituendo in questo concreto caso il Primo Comandamento del Decalogo di Dio, cioè sostituendo la volontà e la parola di Dio, con la volontà peccatrice dell’uomo. Aronne giustificava questo suo atto di clericalismo esasperato con il ricorso alla misericordia e alla comprensione con le esigenze degli uomini. La Sacra Scrittura dice appunto: “Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne avevo tolto ogni freno al popolo, così da farne il ludibrio dei loro avversari” (Es. 32, 25).
 
Si ripete oggi nuovamente nella vita della Chiesa, quel primo peccato clericale. Aronne aveva dato il permesso di peccare contro il Primo Comandamento del Decalogo di Dio e di poter essere allo stesso tempo sereni e lieti nel farlo, e la gente appunto danzava. Si trattava in quel caso di una letizia nell’idolatria: “Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzo per darsi al divertimento” (Es. 32, 6). Invece del Primo Comandamento come era al tempo di Aronne, parecchi chierici, anche ai più alti livelli, sostituiscono ai nostri giorni il Sesto Comandamento con il nuovo idolo della pratica sessuale tra persone non validamente sposate, che è in un certo senso il vitello d’oro venerato dai chierici dei nostri giorni.
 
L’ammissione di tali persone ai sacramenti senza chieder loro la vita in continenza come conditio sine qua non, significa nel fondo un permesso di non dover osservare in questo caso il Sesto Comandamento. Tali chierici, come nuovi “Aronne”, tranquillizzano queste persone, dicendo che possono essere serene e liete, cioè continuare nella gioia dell’adulterio a causa di una nuova “via caritatis” e del senso “materno“ della Chiesa e che possono persino ricevere il cibo Eucaristico. Con tale orientamento pastorale i nuovi “Aronne” clericali fanno del popolo cattolico il ludibrio dei loro nemici, cioè del mondo non credente e immorale, il quale potrà davvero dire, ad esempio:
  • Nella Chiesa cattolica si può avere un nuovo partner accanto al proprio coniuge, e la convivenza con lui è ammessa nella prassi
  • Nella Chiesa cattolica è ammessa di conseguenza una specie di poligamia.
  • Nella Chiesa cattolica l’osservanza del Sesto Comandamento del Decalogo, tanto odiato da parte della nostra società moderna ecologica ed illuminata, può avere delle legittime eccezioni.
  • Il principio del progresso morale dell’uomo moderno, secondo il quale si deve accettare la legittimità degli atti sessuali fuori del matrimonio, è finalmente riconosiuto accettare in maniera implicita dalla Chiesa cattolica, che era stata sempre retrograda, rigida e nemica della letizia dell’amore e del progresso morale dell’uomo moderno.
Così già cominciano parlare i nemici di Cristo e della verità Divina, che sono i veri nemici della Chiesa. Per opera del nuovo clericalismo aronnitico l’ammissione degli adulteri praticanti ed impenitenti ai sacramenti, rende i figli della Chiesa Cattolica ludibrio di fatto dei loro avversari.
 
Rimane sempre una grande lezione e un serio ammonimento ai Pastori e ai fedeli della Chiesa il fatto che il Santo che per primo diede la sua vita come testimone di Cristo, fu San Giovanni Battista, il Precursore del Signore. La sua testimonianza per Cristo consisteva nel difendere senza ombra di dubbi e di ambiguità l’indissolubilità del matrimonio e nel condannare l’adulterio. La storia della Chiesa cattolica si gloria di possedere esempi luminosi che hanno seguito l’esempio di San Giovanni Battista o hanno dato come lui la testimonianza del sangue, soffrendo delle persecuzioni e svantaggi personali. Questi esempi devono guidare specialmente i Pastori della Chiesa dei nostri giorni, perché non cedano alla tipica tentazione clericale di voler piacere più agli uomini che alla santa ed esigente volontà di Dio, una volontà allo stesso tempo amorevole e sommamente saggia.
 
Tra la numerosa schiera di tanti imitatori di San Giovanni Battista come martiri e confessori dell’indissolubilità del matrimonio, possiamo ricordare solo alcuni più significativi. Il primo grande testimone fu il Papa San Nicolò I, detto il Grande. Si tratta dello scontro nel secolo IX tra Papa Niccolò I e Lotario II re di Lotaringia. Lotario, inizialmente unito, ma non sposato, con una aristocratica di nome Gualdrada, poi unitosi in matrimonio con la nobile Teutberga per interessi politici e poi ancora separatosi da questa e sposatosi con la precedente compagna, volle a tutti i costi che il Papa riconoscesse la validità del suo secondo matrimonio. Ma nonostante Lotario godesse dell’appoggio dei vescovi della sua regione e del sostegno dell’imperatore Ludovico, che arrivò ad invadere Roma col suo esercito, papa Niccolò I non si piegò alle sue pretese e non riconobbe mai come legittimo il suo secondo matrimonio.
 
Lotario II re di Lorena, dopo aver respinta e chiusa in un monastero la sua consorte Teutberga, conviveva con una certa Valdrada e ricorrendo a calunnie, minacce, torture, richiedeva ai vescovi locali il divorzio per poterla sposare. I vescovi di Lorena, nel Sinodo di Aquisgrana dell’862, cedendo alle astuzie del Re, accettarono la confessione d’infedeltà di Teutberga, senza tener conto che le era stata estorta con la violenza. Lotario II sposò quindi Valdrada che divenne regina. Seguì un appello della deposta Regina al Papa, il quale intervenne contro i vescovi consenzienti suscitando disubbidienze, scomuniche e ritorsioni da parte di due di loro, i quali si rivolsero all’imperatore Lodovico II, fratello di Lotario.
 
L’imperatore Ludovico decise di agire con la forza e al principio dell’864 venne a Roma con le armi, invadendo con i suoi soldati la città leonina, disperdendo anche le processioni religiose. Papa Niccolò dovette lasciare il Laterano e rifugiarsi in S. Pietro e il Papa si disse pronto di morire piuttosto che permettere una vita more uxorio al di fuori del valido matrimonio. Infine l’imperatore cedette alla costanza eroica del Papa e accettò i decreti del Papa, costringendo anche i due arcivescovi ribelli Guntero di Colonia e Teutgardo di Treviri ad accettare la sentenza papale.
 
Il cardinale Walter Brandmüller dà la seguente valutazione di questo caso emblematico della storia della Chiesa:
“Nel caso esaminato, ciò significa che dal dogma dell’unità, della sacramentalità e dell’indissolubilità, radicati nel matrimonio tra due battezzati, non c’è una strada che porti indietro, se non quella – inevitabile e per questo da rigettare – del ritenerli un errore dal quale emendarsi. Il modo di agire di Niccolò I nella disputa sul nuovo matrimonio di Lotario II, tanto consapevole dei principi quanto inflessibile ed impavido, costituisce una tappa importante sul cammino per l’affermazione dell’insegnamento sul matrimonio nell’ambito culturale germanico. Il fatto che il Papa, come anche suoi diversi successori in occasioni analoghe, si sia dimostrato avvocato della dignità della persona e della libertà dei deboli – per la maggior parte erano donne – ha fatto meritare a Niccolò I il rispetto della storiografia, la corona della santità ed il titolo di Magnus“.
Un altro esempio luminoso di confessori e martiri dell’indissolubilità del matrimonio ci è offerto da tre personaggi storici coinvolti nella vicenda del divorzio di Enrico VIII, Re d’Inghilterra. Si tratta del cardinale san Giovanni Fisher, di san Tommaso Moro e del cardinale Reginaldo Pole.
 
Quando si seppe per la prima volta che Enrico VIII stava cercando delle strade attraverso cui divorziare dalla sua legittima moglie Caterina d’Aragona, il vescovo di Rochester, Giovanni Fisher, si oppose pubblicamente a tali tentativi. San Giovanni Fisher è autore di sette pubblicazioni in cui condanna il divorzio imminente di Enrico VIII. Il Primate d’Inghilterra il cardinale Wolsey e tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del vescovo di Rochester John Fisher appoggiarono il tentativo del Re di sciogliere il suo primo e valido matrimonio. Forse lo fecero per motivi pastorali e adducendo la possibilità di un accompagnamento e discernimento pastorale.
 
Invece, il vescovo Giovanni Fisher ebbe persino il coraggio di fare una dichiarazione molto chiara nella Camera dei Lords affermando, che il matrimonio era legittimo, che un divorzio sarebbe stato illegale e che il Re non aveva il diritto di avanzare su questa strada. Nella stessa sessione del Parlamento fu approvato il famoso “Act of Succession”, con il quale tutti cittadini dovevano fare il giuramento di successione, riconoscendo la prole di Enrico e Anna Boleyn come legittimi eredi del trono, sotto pena di essere colpevoli del crimine di alto tradimento. Il cardinale Fisher rifiutò il giuramento, fu imprigionato nel 1534 nella Torre di Londra e l’anno seguente fu decapitato.
 
Il cardinale Fisher aveva dichiarato, che nessun potere sia umano o Divino, poteva sciogliere il matrimonio del Re e della Regina, perché il matrimonio era indissolubile e che lui sarebbe stato pronto a dare volentieri la sua vita per questa verità. Il cardinale Fisher notava in quella circostanza che Giovanni Battista non vedeva altra strada per morire più gloriosamente che morire per la causa del matrimonio, nonostante il fatto che il matrimonio non era così sacro a quel tempo come lo divenne quando Cristo versò il Suo Sangue per santificare il matrimonio.
 
In almeno due racconti del suo processo, san Tommaso Moro osservò che la vera causa dell’inimicizia di Enrico VIII contro di lui, era il fatto che Tommaso Moro non credeva che Anna Boleyn fose la moglie di Enrico VIII. Una delle cause dell’incarcerazione di Tommaso Moro fu il suo rifiuto di affermare con giuramento la validità del matrimonio tra Enrico VIII e Anna Boleyn. In quel tempo, al contrario del nostro, nessun cattolico credeva che una relazione adultera avrebbe potuto, in determinate circostanze o per motivi pastorali, essere trattata come se essa fosse un vero matrimonio.
 
Reginaldo Pole, futuro cardinale, era un lontano cugino di Re Enrico VIII, e nella sua gioventù aveva ricevuto da lui una generosa borsa di studio. Enrico VIII gli offri l’arcivescovado di York nel caso che egli lo avesse appoggiato nella causa del divorzio. Così Pole avrebbe dovuto essere complice nel disprezzo che Enrico VIII aveva per il matrimonio. Durante un colloquio con il Re nel palazzo reale, Reginaldo Pole gli disse che egli non poteva approvare i suoi piani, per la salvezza dell’anima del Re e a causa della propria coscienza. Nessuno, fino a quel momento, aveva osato opporsi al Re a viso aperto. Quando Reginaldo Pole pronunciò queste sue parole, il Re si adirò al punto di prendere il suo pugnale. Pole pensò in quel momento che il Re lo avrebbe accoltellato. Però la semplicità candida con la quale parlava Pole come se lui avesse pronunciato un messaggio di Dio, e il suo coraggio nella presenza di un tiranno, gli salvarono la vita.
 
Alcuni chierici in quel tempo suggerirono al cardinale Fisher, al cardinale Pole e a Tommaso More di essere più “realisti” nella vicenda dell’unione irregolare e adultera di Enrico VIII con Anna Boleyn e meno “nero-bianco” e che forse si sarebbe potuto fare un breve processo canonico per constatare la nullità del primo matrimonio. Con questo si sarebbe potuto evitare lo scisma e impedire a Enrico VIII di commettere ulteriori gravi e mostruosi peccati. Tuttavia contro un tale ragionamento esiste un grande problema: l’intera testimonianza della Parola rivelata di Divina e dell’ininterrotta tradizione della Chiesa dicono che non si può rinnegare la realtà dell’indissolubilità di un vero matrimonio o tollerare un adulterio consolidato nel tempo, quali che siano le circostanze.
 
Un ultimo esempio è la testimonianza dei cosiddetti cardinali “neri” nella vicenda del divorzio di Napoleone I, un nobile e glorioso esempio di membri collegio cardinalizio per tutti i tempi. Nel 1810 il cardinale Ercole Consalvi, allora Segretario di Stato, rifiutò di assistere alla celebrazione del matrimonio fra Napoleone I e Maria Luisa d’Austria, visto che il Papa non aveva potuto esprimersi sull’invalidità della prima unione fra l’Imperatore e Giuseppina Beauharnais. Furioso, Napoleone ordinò che i beni del Consalvi e di altri 12 cardinali fossero confiscati e che essi fossero privati del loro rango. Questi cardinali avrebbero dovuto quindi vestire come normali sacerdoti e furono perciò soprannominati i “cardinali neri”. Il cardinale Consalvi raccontò la vicenda dei 13 cardinali “neri” nelle sue Memorie:
“Nello stesso giorno noi ci trovammo obbligati a più non far uso delle insegne cardinalizie e a vestire di nero, dal che nacque poi la denominazione dei “Neri” e dei “Rossi”, con cui furono distinte le due parti del Collegio. … Fu un prodigio che, avendo nel primo furore dato l’Imperatore l’ordine di fucilare 3 dei 13 cardinali, cioè Opizzoni, me [Cadinale Consalvi] e un terzo, che non si è saputo chi fosse (forse fu il Cardinale di Pietro), ed essendosi poi limitato a me solo, la cosa non si realizzasse”.
Poi il cardinale Consalvi racconta più dettagliatamente:
“Dopo molte deliberazioni fra noi 13, si concluse che agli inviti dell’Imperatore, che riguardavano il matrimonio, non saremmo intervenuti, cioè non all’ecclesiastico per la ragione detta di sopra, non al civile perché non credevamo che convenisse a dei Cardinali autorizzare con la loro presenza la nuova legislazione, che separa un tale atto dalla così chiamata benedizione nuziale, prescindendo, anche dal supporre con quell’atto medesimo già sciolto quel precedente vincolo, che noi non credevamo sciolto legittimamente. Decidemmo dunque di non intervenire. Quando si fece il matrimonio civile in S. Cloud i 13 non intervennero. Arrivò il giorno, in cui si fece il matrimonio ecclesiastico. Si videro preparate le sedie per tutti i Cardinali, non essendosi perduta sino alla fine la speranza che almeno a quello, che era ciò che più interessava la Corte, tutti interverrebbero. Ma i 13 cardinali non vi intervennero. Gli altri 14 cardinali intervennero. … Quando l’Imperatore entrò nella cappella, il suo primo sguardo fu al luogo dove erano i Cardinali e, al vederne il solo numero 14, dimostrò nel viso tanto furore, che tutti gli astanti se ne avvidero manifestamente”.
“Arrivò così il giorno della resa dei conti. Giunti tutti i 13 cardinali dal Ministro dei Culti, fummo introdotti nella sua camera, dove trovammo anche il Ministro della Polizia Fouché. Appena entrati, il Ministro Fouché ch’era al camino, a cui io mi accostai per salutarlo, mi disse a voce bassa: «Ve lo predissi io, Sig. Cardinale, che le conseguenze sarebbero state terribili: quello che mi trafigge è il veder Voi nel numero delle vittime». Prende la parola il Ministro dei Culti ed accusa il Cardinale ed i suoi 12 colleghi di complotto. Di questo delitto, vietato e punito severissimamente dalle leggi veglianti, si trovava nella dispiacevole necessità di manifestarci gli ordini di Sua Maestà a nostro riguardo, i quali si riducevano a queste tre cose, cioè: 1° che i nostri beni non meno ecclesiastici, che patrimoniali rimanevano fin da quel momento a noi tolti e posti sotto sequestro, dichiarandocene affatto spogliati e privati; 2° che ci si vietava di più far uso delle insegne cardinalizie e di qualunque divisa della nostra dignità, non considerandoci più Sua Maestà come Cardinali; 3° che Sua Maestà si riservava di statuire in appresso sulle nostre persone, alcune delle quali ci fece intendere che sarebbero state messe sotto un giudizio. … Nello stesso giorno dunque noi ci trovammo obbligati a più non far uso delle insegne cardinalizie e a vestire di nero, dal che nacque poi la denominazione dei Neri e dei Rossi, con cui furono distinte le due parti del Collegio”.
Voglia lo Spirito Santo suscitare in tutti i membri della Chiesa, dal più semplice e umile fedele fino al Supremo Pastore sempre più numerosi e coraggiosi difensori della verità dell’indissolubilità del matrimonio e della corrispondente prassi immutabile della Chiesa, anche se a causa di tale difesa essi rischiassero considerevoli svantaggi personali. La Chiesa deve più che mai adoperarsi nell’annuncio della dottrina e nella pastorale matrimoniale, affinché nella vita dei coniugi e specialmente dei cosiddetti divorziati risposati sia osservato quello che lo Spirito Santo ha detto nella Sacra Scrittura: “Il matrimonio sia onorato ed il talamo sia senza macchia” (Eb. 13, 4). Solo una pastorale matrimoniale, che prenda ancora sul serio questa parole di Dio, si rivela come veramente misericordiosa, poiché conduce le anime peccatrici sulla strada sicura della vita eterna. E questo è ciò che conta.
 

[Modificato da Caterina63 23/01/2018 16.26]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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26/01/2018 09.45
 
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INTERVISTA/ZEN

«Se il Vaticano si arrende alla Cina, noi resisteremo»

ECCLESIA 26-01-2018

Il cardinale Zen

La Santa Sede ha chiesto a due vescovi legittimi di dimettersi per fare posto a vescovi della Chiesa patriottica, di cui uno è scomunicato. La Nuova BQ intervista il cardinale Zen: «È una cosa tragica, una resa senza condizioni, perché il governo vuole controllare tutto. Ma ci sarà sempre chi continuerà a dire che una Chiesa indipendente è una Chiesa scismatica»

La situazione dei negoziati fra Cina e Vaticano è sempre stata nebulosa, visto che le notizie si rincorrono nell’uno e nell’altro senso ed è difficile confermare cosa è vero e cosa non lo è. Ma, data da una fonte attendibile, è stata accolta con viva preoccupazione la notizia pubblicata da John Baptist Lin su AsiaNews il 22 gennaio scorso (rilanciato da media nazionali e internazionali), che riferiva della richiesta da parte di una delegazione vaticana all’anziano vescovo di Shantou (Guangdong) Zhuang Jianjian, riconosciuto dalla Santa Sede, di farsi da parte per fare posto al vescovo della Chiesa patriottica (cioè che dipende dal Partito comunista cinese e non dalla Santa Sede) Huang Bingzhang, già scomunicato e membro dell’Assemblea nazionale del popolo, cioè il parlamento della Cina comunista.

Il vescovo Zhuang ha rigettato la richiesta. Inoltre la stessa fonte di stampa ha citato il caso di monsignor Guo Xijin, vescovo titolare di Mindong (una delle roccaforti della Chiesa cinese fedele a Roma) riconosciuto dalla Santa Sede (e che ha sofferto per la sua fedeltà anche la detenzione) a cui è stato chiesto dalla stessa delegazione di retrocedere a vescovo ausiliare o coadiutore di monsignor Zhan Silu, vescovo della Chiesa patriottica e quindi alle dipendenze del governo comunista.

Questi avvenimenti fanno sorgere una legittima domanda. Può la Santa Sede de facto scaricare dei vescovi fedeli a favore di altri vescovi de facto e de iuredipendenti da uno Stato comunista e ateo? Senza ovviamente che questo Stato comunista e ateo abbia mostrato segni concreti di un desiderio di collaborazione che rispetti la controparte. Anzi, i segnali ricevuti negli ultimi tempi sembrano andare in tutt'altro senso. Dalle fonti ufficiali governative si capisce che è in atto una normalizzazione in senso restrittivo dei fenomeni religiosi, con un controllo sempre più forte e stringente su coloro che intendono rimanere fedeli al Papa.

È interessante che Papa Francesco abbia detto il 24 gennaio scorso queste parole: «È inaccettabile che esseri umani vengano perseguitati e uccisi a motivo della loro appartenenza religiosa! Ogni persona ha diritto di professare liberamente e senza costrizioni il proprio credo religioso». Allora come diviene accettabile una trattativa portata avanti in questo modo con un governo che persegue persone per la propria religione? Lo abbiamo chiesto al cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong e voce controcorrente della Chiesa cinese.

Eminenza, cosa c’è di vero in queste notizie? 
Si sa che quella di controllare le ordinazioni episcopali è sempre stata una pretesa del governo cinese. Recentemente il Santo Padre parlava su questo con molta cautela e quindi eravamo rassicurati. Ma a novembre è arrivata la notizia che a due vescovi legittimi è stato chiesto di fare posto a due illegittimi, uno dei quali scomunicato. Questo preoccupa, sarà una cosa tragica per la Chiesa in Cina. Da tanti anni si era detto di resistere, di essere fedeli, ora si dice di arrendersi! Poi per che cosa? Uno si arrende senza ottenere niente, perché questo governo cinese si sente forte, fanno paura, hanno mezzi economici; sembra un cedere dei deboli con i forti... Ma la realtà è che noi nella Chiesa abbiamo tanta forza, che è una forza spirituale.

Come mai siamo arrivati a questo punto? 
È veramente difficile capire questo. Non riusciamo a vedere cosa vogliono concedere, il governo vuole controllare tutto! E noi consegniamo tutto! E questo è incomprensibile. Se il Vaticano comanda di arrendersi, alcuni, dopo anni di lotte e privazioni, accetteranno; arrendersi è facile. Ma ci saranno quelli che continueranno ad opporsi e a dire che la Chiesa gli ha sempre detto che una Chiesa indipendente è oggettivamente scismatica. La parola “scisma” è evitata dai Papi per misericordia. Come si può dire che è un progresso forzare tutti a entrare in questa Chiesa scismatica? Incredibile, semplicemente incredibile.

Recentemente Lei è stato a Roma ed ha avuto anche la possibilità di incontrare il Santo Padre. Quale è la sua sensazione?
Io sono anziano e ho già viaggiato di recente anche a Roma e per il mondo, solo che l’età e qualche acciacco mi consigliavano di essere più prudente. Solo che qualcuno, piangendo, mi pregava di consegnare delle lettere al Papa. Ora, io non ero neanche sicuro che gli arrivassero le mie! Allora ho pensato di partecipare all’udienza generale del mercoledì e di consegnargli una lettera di persona. Il Santo Padre è stato così buono da chiamarmi per avere poi una conversazione con lui. Da tutto questo ho avuto l’impressione che il Santo Padre non sia favorevole a questa resa completa, a questi compromessi senza fondamento. Speriamo che il Santo Padre fermi questa tendenza sbagliata. La fede è il nostro principio! Possiamo avere difficoltà nell’accedere ai Sacramenti, ma non possiamo rinunciare alla fede.  Non possiamo parlare così di evangelizzazione. Che evangelizzazione è quando la Chiesa non è più quello che deve essere?





si legga anche qui: 

Non s’illuda, caro card. Zen: è proprio questa la strategia di papa Bergoglio

 
 
 

Impressioni sbagliate, caro cardinale Zen: è tutto studiato a tavolino, i cattolici cinesi sono stati lasciati al loro destino…

Ci riferiamo alla drammatica intervista rilasciata dal cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong e voce controcorrente della Chiesa cinese, a La Nuova Bussola Quotidianaclicca qui. L’anziano porporato alla fine dice:

“Io sono anziano e ho già viaggiato di recente anche a Roma e per il mondo, solo che l’età e qualche acciacco mi consigliavano di essere più prudente. Solo che qualcuno, piangendo, mi pregava di consegnare delle lettere al Papa. Ora, io non ero neanche sicuro che gli arrivassero le mie! Allora ho pensato di partecipare all’udienza generale del mercoledì e di consegnargli una lettera di persona. Il Santo Padre è stato così buono da chiamarmi per avere poi una conversazione con lui. Da tutto questo ho avuto l’impressione che il Santo Padre non sia favorevole a questa resa completa, a questi compromessi senza fondamento. Speriamo che il Santo Padre fermi questa tendenza sbagliata. La fede è il nostro principio! Possiamo avere difficoltà nell’accedere ai Sacramenti, ma non possiamo rinunciare alla fede.  Non possiamo parlare così di evangelizzazione. Che evangelizzazione è quando la Chiesa non è più quello che deve essere?”.

“Da tutto questo ho avuto l’impressione che il Santo Padre non sia favorevole a questa resa completa, a questi compromessi senza fondamento. Speriamo che il Santo Padre fermi questa tendenza sbagliata….”.

No, eminenza, ma proprio no! Ci dispiace doverla svegliare dai suoi sogni e desideri, ma il santo Padre Francesco non solo è al corrente di tutto, ma vuole questo e qualche cosa l’abbiamo trattata qui portando le prove. Lo stesso Segretario di Stato, il cardinale Parolin, non muove foglia che Bergoglio non voglia, la sua impressione è sbagliata caro cardinale, è la tattica di Bergoglio (volutamente in questi casi non usiamo il più austero ed impegnativo nome da Pontefice), ne abbiamo parlato qui, con tanto di prove, come anche qui, nero su bianco…

Sono cinque anni che tutti noi cerchiamo di aiutare il santo Padre a scrollarsi di dosso la perversa collaborazione di coloro che, in fin dei conti, ha scelto lui stesso per farsi aiutare nel governo della Chiesa… altro esempio concreto lo trovate quima appare sempre più evidente che è Bergoglio stesso a volere ciò che sta accadendo nella Chiesa: LA RIVOLUZIONE CATTO-COMUNISTA.

Non una autentica “riforma”, ma una vera rivoluzione di stampo dittatoriale e marxista, condita di cattolicesimo modernista alla scuola del gesuitismo modernista. Comprendiamo le sue apprensioni, speranze e i suoi desideri, eminenza, ma nascondere la polvere sotto il tappeto non è di alcun aiuto. Bergoglio avvicina sempre coloro che, in qualche modo, gli sono utili a prendere le sue decisioni, ma senza ascoltare le necessità dell’interlocutore, cerca di usare – manipolandolo – il pensiero di chi gli parla per girarlo a suo vantaggio. Non l’ha ricevuta per risolvere il problema che lui stesso ha scatenato, ma ascoltando le sue suppliche, se ne servirà per annientarla, se ciò fosse di ostacolo al suo progetto.

Per avere certezza di quanto stiamo affermando è necessario che tutti voi facciate lo sforzo di andarvi a leggere TUTTI i Documenti ufficiali di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI sulla questione della Chiesa in Cina…. noi lo abbiamo fatto, è stato un lavoro lungo e doloroso, ma che ha dato buoni frutti, fatelo anche voi!

Giovanni Paolo II non riuscì mai a mettere piede in Cina perché non scese a nessun compromesso, mentre Bergoglio desidera arrivarci per poter passare alla storia come l’unico Papa che è riuscito ad entrare in Cina, e ci sta provando attraverso la POLITICA, una politica di compromessi. Nell’Anno del grande Giubileo del 2000, il Papa dovette subire l’onta delle ordinazioni episcopali illecite e le polemiche per la canonizzazione dei 120 martiri, ma non ritrattò la sua condanna e il disconoscimento di questi vescovi dipendenti dal partito, non li incardinò nel collegio episcopale.

“Il regime ha fatto di tutto per asservire la Chiesa cattolica cinese e separarla dall’obbedienza a Roma. Ha creato una sua Chiesa fantoccio, supercontrollata da una cosiddetta Associazione patriottica che è in realtà un braccio del partito comunista. Ma la maggioranza dei cattolici cinesi, con i loro vescovi e preti, sono rimasti fedeli al papa e hanno preferito la clandestinità”  (così scriveva Sandro Magister nel 2000).

Adesso questa “maggioranza di cattolici cinesi” è costretta alla confusione, al ludibrio, a vedere inutili tutte le proprie sofferenze passate, il partito ha vinto, Marx ha vinto e a farlo vincere è stato proprio il Papa di cui si fidavano, non il Papa di ieri, ma di oggi, quello moderno e piacione, quello che ha detto di sé che vuole passare alla storia come “il papa buono e misericordioso” (Intervista a Spadaro 2013)

Caro card. Joseph Zen Ze-kiun non si illuda! La sua impressione è sbagliatissima. La Civiltà Cattolica, la rivista gesuita in mano al potere Modernista del gesuitismo rifondato, nel 2017 ha provato – vergognosamente – di affermare che il pensiero politico di Benedetto XVI e di Francesco sulla chiesa in Cina è il medesimo! FALSO!! Mentono sapendo di mentire, e per questo non citano mai Giovanni Paolo II per unirlo al medesimo pensiero di Bergoglio, sarebbero troppo spudorati e la menzogna si scoprirebbe subito.

La falsità progettata da Civiltà Cattolica è che strumentalizza tutte le frasi di Benedetto XVI nella famosa Lettera ai fedeli Laici ed alla Chiesa in Cina, vedi qui, dedicate ad una volontà di “aprire” ogni via disponibile e possibile al dialogo costruttivo con le autorità in Cina, estrapolandole però dal contesto e associandole così al nuovo pensiero del suo successore, per esempio questo passaggio:

“Pertanto, anche la Chiesa cattolica che è in Cina ha la missione non di cambiare la struttura o l’amministrazione dello Stato, bensì di annunziare agli uomini il Cristo, Salvatore del mondo, appoggiandosi — nel compimento del proprio apostolato — sulla potenza di Dio. Come ricordavo nella mia Enciclica Deus caritas est, «la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile. Non può e non deve mettersi al posto dello Stato. Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell’argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare. La società giusta non può essere opera della Chiesa, ma deve essere realizzata dalla politica. Tuttavia l’adoperarsi per la giustizia lavorando per l’apertura dell’intelligenza e della volontà alle esigenze del bene la interessa profondamente»”.

Dimenticando di aggiungervi il passaggio successivo:

“Chiesa cattolica in Cina, piccolo gregge presente ed operante nella vastità di un immenso Popolo che cammina nella storia, come risuonano incoraggianti e provocanti per te le parole di Gesù: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc.12,32)! «Voi siete il sale della terra, […] la luce del mondo»: perciò «risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli»(Mt.5,13.14.16) (…) Pertanto, Pastori e fedeli sono chiamati a difendere e a salvaguardare ciò che appartiene alla dottrina e alla tradizione della Chiesa… (…) Considerando «il disegno originario di Gesù», risulta evidente che la pretesa di alcuni organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, di porsi al di sopra dei Vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale, non corrisponde alla dottrina cattolica… (..) Anche la dichiarata finalità dei suddetti organismi di attuare «i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa», è inconciliabile con la dottrina cattolica….

Non siete ancora convinti? Leggiamo quest’altro passaggio:

“Negli anni recenti, per varie cause, voi, Fratelli nell’episcopato, avete incontrato difficoltà, poiché persone non «ordinate», e a volte anche non battezzate, controllano e prendono decisioni circa importanti questioni ecclesiali, inclusa la nomina dei Vescovi, in nome di vari organismi statali. Di conseguenza, si è assistito a uno svilimento dei ministeri petrino ed episcopale in forza di una visione della Chiesa, secondo la quale il Sommo Pontefice, i Vescovi e i sacerdoti, rischiano di diventare di fatto persone senza ufficio e senza potere…. pertanto il progetto di una Chiesa «indipendente», in ambito religioso, dalla Santa Sede è incompatibile con la dottrina cattolica… (…) Molti membri dell’Episcopato cinese, che in questi ultimi decenni hanno guidato la Chiesa, hanno offerto, e offrono, alle proprie comunità e alla Chiesa universale una luminosa testimonianza. Ancora una volta, sgorga dal cuore un inno di lode e di ringraziamento al «Pastore supremo» del gregge (1Pt.5,4): non si può infatti dimenticare che molti di loro hanno subito la persecuzione e sono stati impediti nell’esercizio del loro ministero, e alcuni di loro hanno reso feconda la Chiesa con l’effusione del proprio sangue… (…) Di fronte al relativismo e al soggettivismo che inquinano tanta parte della cultura contemporanea, i Vescovi sono chiamati a difendere e promuovere l’unità dottrinale dei loro fedeli. Solleciti per ogni situazione in cui la fede è smarrita o ignorata, essi si adoperano con tutte le forze in favore dell’evangelizzazione, preparando a tal fine sacerdoti, religiosi e laici e mettendo a disposizione le necessarie risorse…“.

Senza dubbio che sia Giovanni Paolo II quanto Benedetto XVI abbiano avviato, sollecitato e continuato iniziative atte ad aprire, alla Chiesa in Cina, ogni porta per tentare una riconciliazione, Benedetto XVI ha provato una riconciliazione riconoscendogli anche dei Vescovi illeciti, ma mai contro la dottrina cattolica, lo ripete ben cinque volte Benedetto XVI nella Lettera citata: “INCOMPATIBILE CON LA DOTTRINA CATTOLICA”, mai i compromessi che riguardassero la piena autonomia episcopale della Chiesa, con tutto ciò che ne consegue.

Ma si sa (o dovreste imparare a conoscere), cari lettori e cara eminenza, che per i Gesuiti la Cina è “affare proprio” rivendicandone la prima evangelizzazione e l’opera del gesuita Matteo Ricci…. su questa “padronanza” fa leva infatti la Civiltà Cattolica. Bergoglio non è affatto estraneo ai fatti, egli stesso esprime in molti suoi racconti autobiografici, il desiderio di esser voluto diventare missionario e di andare anche in Cina sulle orme del Ricci… ma il suo pensiero è modernista… è filo-marxista, egli vuole assoggettare la Chiesa in Cina a quella porzione di chiesa creata ad arte dal partito, come del resto fecero già i Gesuiti in alcune parti del sud America attraverso la Teologia della liberazione prima, e la teologia del popolo dopo. Questo vuole instaurare Bergoglio nella Chiesa sparsa nel mondo: LA TEOLOGIA DEL POPOLO, è e sarà “il popolo” a fare “la chiesa”, e non certo un popolo fedele al Vangelo, piuttosto un popolo legato ALLA TERRA, ai propri sogni e desideri, indipendentemente da ogni dottrina.

AGGIORNAMENTO: come volevasi dimostrare ecco una notizia di Asia-News, cliccare qui, che ci riporta indietro nel tempo, quando i gesuiti diventavano ministri dei governi nell’America latina… Un prete di Shanghai nominato consigliere politico. Forse è il futuro vescovo.







[Modificato da Caterina63 27/01/2018 10.42]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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27/01/2018 10.43
 
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AMORIS LAETITIA

«Fare chiarezza»: ai Dubia si associa il cardinale Eijk

ECCLESIA 27-01-2018

«Le persone sono confuse e questo non va bene. L'esortazione post sinodale Amoris laetitia ha generato dei dubbi tali per cui è necessario fare chiarezza». Esce allo scoperto il cardinale olandese Eijk: «Ciò che è vero in un posto non può essere sbagliato in un altro», ha detto circa l'interpretazione sull'Eucarestia ai “divorziati risposati”. Parole che rilanciano il dibattito dopo i dubia, strappi di alcune conferenze episcopali, appelli di vescovi e correctio formalis. 

«Le persone sono confuse e questo non va bene». Lo ha dichiarato il cardinale olandese Willem Jacobus Eijk, 64 anni, arcivescovo di Utrecht, a proposito della «confusione» che registra nella chiesa su di una domanda precisa: possono i divorziati risposati accedere all’Eucaristia?

In un’intervista concessa al giornale olandese Trouwil porporato ha detto che ci sono diverse conferenze episcopali con soluzioni contrastanti in risposta alla domanda, ma «ciò che è vero in un posto», ha detto, «non può essere sbagliato in un altro». Medico, teologo e cardinale, Eijk fa notare come l’esortazione post sinodale Amoris laetitia abbia generato dei dubbi tali per cui sarebbe necessario fare «chiarezza»; e qui il pensiero va subito ai dubia sollevati da quattro cardinali, due dei quali, Joachim Meisner e Carlo Caffarra sono morti lo scorso anno. Peraltro il cardinale Eijk, insieme a Caffarra, era uno dei tredici cardinali che firmarono una lettera inviata al Papa all’avvio del sinodo ordinario sulla famiglia nel 2015. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche quella lettera conteneva una preoccupazione circa le procedure messe in atto al sinodo, che sarebbero state preordinate all’ottenimento di un risultato già previsto su questioni dibattute.

Per diradare i dubbi Eijk non esita a indicare anche la possibilità che il Papa proceda a chiarire «con un documento», modalità che certamente eviterebbe ulteriori fraintendimenti. Per quanto riguarda il suo punto di vista sulla questione, il cardinale olandese è chiaro: «Abbiamo le parole di Cristo stesso, cioè che il matrimonio è uno e indissolubile. Questo è ciò a cui ci atteniamo in arcidiocesi. Quando un tribunale ecclesiastico ha dichiarato nullo un matrimonio, è ufficialmente confermato che non c'è mai stato un matrimonio. Solo allora, si è liberi di sposarsi e di ricevere i sacramenti della Confessione e della Comunione».

Le parole di Eijk sono subito state rilanciate dall’agenzia web della Conferenza episcopale tedesca, katolisch.de. La Chiesa tedesca è stata sicuramente una delle più zelanti nel cercare di aprire la possibilità ai divorziati risposati di accedere all’eucaristia. Fu, infatti, il cardinale Walter Kasper, nel febbraio 2014, a introdurre il dibattito sul tema proponendo vecchie tesi (in ultima analisi fondate su di un concetto di epikeia tomista che aveva già ricevuto molte critiche in passato, ma che, di fatto, risulterà poi vincente). Nell’ottobre 2015, nella fase finale del doppio sinodo sulla famiglia, fu il gruppo minore di lingua tedesca ad essere individuato per trovare una soluzione all’impasse che si era prodotta in aula. Il cardinale Reinhard Marx, lo stesso Kasper, il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, e l’allora prefetto per la dottrina della fede, cardinale Gerhard Muller, sedevano intorno allo stesso tavolo, ma la mediazione trovata, rimanendo aperta a diverse interpretazioni, non ha certo favorito la chiarezza intepretativa.  

Proprio l’agenzia web della chiesa tedesca nel commentare le parole del cardinale Eijk sottolinea, non a caso, che il Papa nel dicembre scorso ha pubblicato sugli Acta apostolica sedis, la Gazzetta ufficiale del Vaticano, la lettera con la quale Francesco indicava che l’interpretazione del capitolo VIII dell’esortazione offerta dai confratelli di Buenos Aires non ne ammette altre. E cioè che, in certi casi, i divorziati risposati civilmente, dopo accurato discernimento, possono ricevere i sacramenti anche se il loro precedente matrimonio sacramentale continua ad essere canonicamente valido. 

Non sembra però che la pubblicazione di questo documento sugli Acta riesca a sopire la confusione, è un dato di fatto che ci sono conferenze episcopali, o singoli vescovi, che sul punto ritengono ancora che l’accesso all’Eucaristia resti sempre e comunque subordinato all’impegno dei due conviventi more uxorio a vivere come “fratello e sorella”, esattamente come insegnato da Giovanni Paolo II in Familiaris consortio 84 e confermato da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis n. 29. Allo stesso tempo vi sono conferenze episcopali, in Italia l’ultimo esempio è fornito da quella della regione Emilia-Romagna, in cui, invece, l’accesso all’Eucaristia, in certi casi, è permesso anche ai divorziati risposati che convivono compiendo atti coniugali che però tali non sono. 

Il dibattito su questo tema sta caratterizzando il papato di Francesco in modo sordo e continuo, sollevando petizioni, dubbi, interpretazioni divergenti, perfino “correzioni”. E’ recente anche un documento proposto da tre vescovi kazaki che poi è stato sottoscritto anche da altri tre vescovi (due italiani) e un cardinale, in cui si ribadisce che i divorziati risposati non possono accedere all’Eucaristia se continuano a convivere abitualmente e intenzionalmente more uxorio

Il Papa parla di una necessaria conversione pastorale per poter guardare alle cose in modo rinnovato e dice di valutare caso per caso, per lui forse la confusione è solo un prezzo da pagare. Per altri, evidentemente, c’è qualcosa di più di una questione solamente pastorale.

-VESCOVO CRITICA LA “VIA EMILIANA”: FRETTA E PRESSIONI di Andrea Zambrano

-IN POLONIA LE PURGHE CONTRO I GIORNALI NON ALLINEATI di Marco Tosatti





Il Vocabolario della Chiesa Accogliente

scritto da 

Uscito in allegato alla rivista dei gesuiti «La Civiltà Cordiale», il Vocabolario della Chiesa Accogliente è un testo di straordinaria importanza. Fornì infatti le parole, e dunque la materia prima, per alimentare il fuoco dell’aggiornamento. La Chiesa cattolica divenne Chiesa Accogliente in quello stesso anno per volontà di papa Francesco VII, un domenicano dominicano di nome Heinz Carlos Jonathan Mariano José Espinal, che comunicò la decisione con il motu proprio «Gaudeamus igitur».

Come vedrai, caro lettore, in realtà il documento è qualcosa più di un semplice vocabolario. Propone anche indicazioni pratiche sull’uso delle parole. Il suggerimento di fondo è uno solo: più che al ragionamento è bene affidarsi al suono dei vocaboli. Ciò che conta non è il significato, è la strategia. Essere benvoluta dal mondo: ecco ciò che la Chiesa vuole, con tutte le sue forze. Di qui un uso nuovo delle parole.

Ecco alcune pagine del Vocabolario miracolosamente giunte fino a noi:

A

Accogliere – Tutti e sempre. Verbo altamente consigliato. Strategico per farsi accettare nel mondo laicista e ottenere facoltà di parola. Se una persona accoglie, è un cattolico aggiornato. Usare sempre in senso generico: mai specificare che cosa voglia dire precisamente. Utile al pari di accompagnare.

Accompagnare – Azione da compiere sulla via del discernimento. Come per accogliere, verbo altamente consigliato, strategico. Un cattolico aggiornato è un cattolico che accompagna. Mai specificare per andare dove. Usare spesso l’espressione “percorso di accompagnamento”, possibilmente con il volto atteggiato a comprensione e misericordia.

Amore – Parola da usare, ma senza approfondire. Sottolineare soltanto che l’amore di Dio è pieno di misericordia. Dire “Dio è amore” garantisce successo e applausi. Nel dialogo con le altre confessioni cristiane e le altre religioni, l’espressione “Dio è amore”, specie se pronunciata con un sorriso che esprime benevolenza, mette tutti d’accordo. Dire anche che la sola legge è quella dell’amore. Oltre a quella della misericordia.

Apertura –  Parola cruciale per il cattolico aggiornato. Consigliabile introdurla dappertutto. Aprire le porte fa sempre bene. Idem per le finestre. Specie per stroncare con misericordia la chiusura dei farisei. L’apertura è necessaria nel processo di discernimento. Un autentico processo di discernimento non è tale senza spirito di apertura. Chi si apre è aggiornato. Il fariseo non si apre.

Ascolto – Termine strategico, vivamente consigliato, sempre e comunque. La sua arte è praticata da chi sta nell’ospedale da campo e anche da chi compie un cammino di discernimento, qualunque cosa voglia dire. Il cattolico della Chiesa Accogliente è uno che ascolta. Anzi, cammina e ascolta. Anzi, ascolta in cammino.

B

Bastione – La Chiesa Accogliente non lo sia mai, specie contro la modernità. La Chiesa Accogliente costruisce ponti, non muri, né tanto meno bastioni. Il cattolico che parla di bastioni, specie contro l’Islam, va deplorato e condannato. Non è degno di essere accolto nella Chiesa Accogliente.

Bene – Ottimo se comune, da evitare invece in senso oggettivo. Ricordare che ognuno ne ha una sua visione, come del male. Evitare di usarlo con l’iniziale maiuscola, perché spaventa. Dire che è preferibile il bene possibile al bene massimo. Non spiegare perché.

Benedetto XVI – Dire che fu un nonno buono, ma evitare di riflettere su che cosa insegnò. Far capire che il suo magistero appartiene a una Chiesa che non c’è più.

Bontà  –  Il cattolico aggiornato ne fa sfoggio. La Chiesa Accogliente gronda bontà oltre che misericordia. Certe volte il cattolico aggiornato ne è così sopraffatto da aver bisogno di piccole dosi di intolleranza per riprendersi e non pensare di essere già sulla via della beatificazione. La bontà del cattolico aggiornato si estrinseca nella tenerezza. La tenerezza si estrinseca nell’accoglienza. L’accoglienza si esercita nel discernimento. Poi tornare alla casella di partenza.

C

Cammino – Parola altamente raccomandata, strategica, si porta con tutto. Se è ecumenico, il cammino esige che il cattolico faccia autocritica e chieda perdono. Se è di maturazione, va fatto nel discernimento. Ricordare che si pratica nell’ospedale da campo. Contrapporre ad autorità. Camminare fa sempre bene. Preferibile non precisare per andare dove. Camminare nelle periferie esistenziali è espressione consigliabile in ogni contesto. Ricordare che il fariseo, freddo e arcigno, non accompagna e quindi non cammina.

Carico – Da usare nell’espressione “farsi carico”. Specie delle debolezze, delle ferite e dei limiti, all’interno dell’ospedale da campo. Ricordare sempre che il cattolico aggiornato cammina, accompagna e si fa carico. Se poi gli resta ancora qualche forza, discerne.

Castigo – Parola tabù. Non pronunciare mai! Dio non giudica e quindi non castiga! Se dovesse sfuggire di bocca, fare una risata e aggiungere: “Ci siete cascati!” Il castigo divino è impensabile. Tranne che in un caso: può colpire il fariseo freddo e distaccato. Anzi, è auspicabile che lo colpisca, così impara.

Chiesa – Quella Accogliente è ospedale da campo, cura le ferite e va in periferia, perché, com’è noto, da lì si vede meglio. Sia povera e per i poveri. Sia anche incidentata e sinodale. Sia cantiere aperto. Non stare troppo a spiegare che significa. Dire che la Chiesa Accogliente sta vivendo una primavera che i vecchi cardinali tradizionalisti e in preda ai dubia non furono in grado di apprezzare perché chiusi e legalisti. La Chiesa Accogliente è comunità. Anzi, comunità in cammino. Anzi, comunità in cammino sinodale. Verso le periferie. Già detto? Non importa: meglio ripetere.

Chiusura – È quella dei farisei arcigni e freddi. Contraddistingue chi non accetta l’avvento della Chiesa Accogliente e si combatte implacabilmente con la misericordia, a colpi di apertura nel cammino di accompagnamento e nel processo di discernimento. Il cattolico aggiornato non ha chiusure. Se non verso il fariseo freddo e legalista.

Comprensione – Da esercitare in ogni singola situazione. Parola strategica, sempre consigliata. Il cattolico aggiornato cammina, accompagna, fa autocritica, chiede perdono ed esercita la comprensione. Perché non tutto è bianco o nero, eccetera.

Condanna – Parola tabù. Non si pronunci mai! Pronunciarla vuol dire farsi estromettere dal ballo delle idee correnti e dal consesso delle persone civili! Ricordare che Dio non giudica, quindi non condanna. Fare eccezione per il fariseo legalista e freddo.

D

Decentramento –  La Chiesa Accogliente lo vuole. Va a braccetto con la sinodalità. Dire che il decentramento aiuta a vedere le periferie e le ferite.

Dialogo – Alla Chiesa Accogliente piace da morire. Il cattolico aggiornato è tutto un dialogo e un dialogare. Caldamente raccomandato il dialogo interreligioso e intrareligioso.

Dio – Dire che non è cattolico. Dire anche che è buono, ma evitare ogni riferimento alla sua onnipotenza. Dire che ognuno ha il suo ed è giusto così. È misericordioso e quindi non giudica, non condanna, non castiga. Altrimenti sarebbe fondamentalista. Espressione tipica del cattolico aggiornato: Dio è amore. Non spiegare.

Discernimento –  Parola determinante. Avviene sempre e comunque nell’ascolto e nel cammino di accompagnamento. Il discernimento sia responsabile e serio. Il suo processo avvenga all’interno di una pastorale non fredda. Il suo fine sia distinguere esaminando le circostanze attenuanti. Usarlo in sostituzione del concetto di verità. Contrapporre con decisione ad autorità e norma. Fa ritrovare il gusto della libertà. Il cattolico aggiornato sostanzialmente è uno che discerne.

Dottrina – Se ne parli il meno possibile. Parola che non piace alla Chiesa Accogliente, perché porta con sé l’immagine di qualcosa di certo. Da prendere sempre con le molle. Mai accostarla a “retta”. Chi se ne occupa pecca di astrattezza. Non può sostituire il discernimento. Quando se ne esce, si ritrova il gusto della libertà. Se per caso scappa di citarla, dire che si sta parlando per assurdo.

E

Ecumenico – Dicesi del cammino nel quale il cattolico deve farsi carico di qualcosa mentre comunque chiede perdono e spiega che Dio è amore. Sinonimo di aggiornato e aperto.

Empatia – Parola amata dalla Chiesa Accogliente. Il cattolico aggiornato è empatico. Dire che un cuore empatico pulsa nel dialogo.

F

Falsi – Dicesi degli ipocriti farisei che si preoccupano della legge e producono dottrina da scrivania. Non riescono a percepire l’aria di primavera. Dipingerli misericordiosamente come parassiti.

Ferite – Parola altamente consigliabile. Sono curate nell’ospedale da campo con la misericordia e senza giudicare. Bisogna farsene carico, al pari delle fragilità e delle complessità. Il cattolico aggiornato ne parla in continuazione. Come nel caso delle periferie, la parola “ferite” assicura l’unanime plauso e consente l’ingresso immediato al gran ballo delle idee correnti.

G

Gesti – Ricordare che valgono più delle parole.

Gesù – Era uomo, era Dio, ma più uomo che Dio. Metterne in luce l’umanità. Accusare il cattolico non aggiornato di nutrire un’insana passione per un Gesù destoricizzato.

Giudicare – È meschino, quindi vietato. In ogni caso mai farlo in un serio e responsabile processo di discernimento pratico. Da usare solo nell’espressione idiomatica “Chi siamo noi per giudicare?”

Giudizio – Da evitare sempre!

I

Identità – Parola sorpassata, da evitare. Usare solo nell’espressione “identità plurale”. Non spiegare.

Incidentata – Lo sia la Chiesa e anche la teologia. Non spiegare mai che cosa vuol dire.

Incontro – Parola regina. La Chiesa Accogliente sia tutto un incontro e un incontrare. Espressione raccomandata: “Fare l’esperienza dell’incontro”. Meglio ancora: “Fare l’esperienza dell’incontro nella gratuità”.

Integrare – Sempre e tutti. Ovviamente con premura e tenerezza. Il cattolico aggiornato è per l’integrazione. Se non si è d’accordo, si è fuori!

Intercomunione – Obiettivo da raggiungere tra cattolici e luterani. Ovviamente dopo che i cattolici hanno fatto autocritica e chiesto perdono.

L

Legge  – Roba da farisei. Dire che c’è solo la legge della misericordia e dell’amore, ma senza spiegare. Sostenere che non ce n’è una generale. Meschino considerare solo la legge, specie se morale, prescindendo dalla situazione soggettiva. Comunque da prendere con le molle. Chi se ne occupa pecca di astrattezza.

Lontani – La Chiesa Accogliente li ama. Tutte le attenzioni sono per loro. Non specificare chi siano.

Lutero – Non voleva dividere, ma riformare. Dire che fu una medicina per la Chiesa.

M

Magistero – Buono quando prende le distanze dalla norma. Cattivo quando pretende di insegnare la Verità. Non può e non deve spiegare tutto. Preferibile sostituire con la parola discernimento.

Male – Di esso ognuno ha una sua visione. Come del bene.

Misericordia  –  Altra parola regina per la Chiesa Accogliente. Non viene negata a nessuno. Si esercita nell’ospedale da campo e nel cantiere aperto, per la cura delle ferite e delle fragilità. Serve per stroncare la chiusura dei farisei e bollare la loro tiepidezza. Ricordare: Dio è misericordia totale, quindi non giudica, non punisce. Il cattolico aggiornato gronda misericordia.

Modernità  –  Parlarne per giustificare l’aggiornamento. Non spiegare. Parlare di confronto aperto con essa: suona bene e attira consensi.

Multireligiosità –  Parola da usare spesso, anche a casaccio. Come tutto ciò che è “inter”, anche tutto ciò che è “multi” piace alla Chiesa Accogliente. Ricordare: chi non è “inter” e “multi” è inevitabilmente e terribilmente “pre”. E non sa essere doverosamente “post”.

Muri  – Il cattolico aggiornato li abbatte e costruisce ponti. Tenere a mente che chi innalza muri non è cristiano. Se poi l’eventuale muro serve per difendere fede e identità, sorvolare.

N

Naso – Mai metterlo nella vita morale della gente.

Naturale (legge morale) – Non tenerne conto. La legge morale naturale è un ferrovecchio del pensiero. Il cattolico aggiornato è storicista, quindi procede attraverso ben altre categorie, ci mancherebbe!

Negoziabili  – Tutti i valori lo sono.

Neopelagiani  –  Dire dei cattolici fedeli alla tradizione.

Nero  –  Mai accostarlo a bianco perché nella vita, si sa, nulla è bianco o nero.

Norma  –  Se generale, non c’è. Se morale, va inquadrata. Meschino considerarla senza un appropriato e serio processo di discernimento pratico. Bene precisare che nessuno intende metterla in discussione, salvo poi considerarla un vecchio arnese.

O

Odore  –  Com’è noto, è quello delle pecore. Com’è altrettanto noto, contraddistingue il vero pastore. Il cattolico aggiornato ama queste metafore e ne fa sfoggio senza pietà.

Oggettiva –  Una tale situazione di peccato praticamente non c’è o esiste solo nella testa dei fondamentalisti e dei farisei.

Onnipotente – Da evitare. Aggettivo che sa di vecchio. Nella Chiesa Accogliente Dio è buono e misericordioso, non onnipotente.

Ospedale (da campo) – Espressione da utilizzare in ogni occasione. Dicesi della Chiesa quando esercita la misericordia nella cura delle ferite gravi e se ne prende carico. Chi ci sta dentro pratica l’ascolto in un cammino di discernimento sinodale. Evitare di chiedersi quale cammino e per arrivare a che cosa.

P

Pace – Ciò che vogliono i musulmani.

Papa – Mai usare quando si dialoga con le altre confessioni cristiane! Per la Chiesa Accogliente in questi casi il papa non esiste. C’è solo il vescovo di Roma.

Peccato  – Meno se ne parla meglio è. Su quello originale sorvolare sempre. Quello mortale non è più contemplato.

Pecore – Il loro odore accompagni il vero pastore. Rincorrere misericordiosamente quelle fuori dal recinto proponendo opportuni cammini di discernimento. Vedere l’effetto che fa. Preoccuparsi di quelle che stanno dentro il recinto è roba da tradizionalisti ipocriti e freddi.

Penitenza – Non se ne parli. Nella Chiesa Accogliente non si fa.

Perdono – Parola regina nella Chiesa Accogliente. Il cattolico aggiornato ne parla sempre. Una frase come “il dialogo si fa autentico quando mette al centro la grammatica del perdono” lo manda in brodo di giuggiole. La Chiesa Accogliente chiede perdono a tutti: protestanti, buddhisti, confuciani, musulmani. Non si sa perché, ma suona tanto bene. Dio inoltre perdona, sempre e comunque.

Periferie – Vanno sempre bene. Da lì si vede meglio. Non chiedersi perché. La Chiesa sia al servizio di quelle esistenziali. Usare per screditare con misericordia i fondamentalisti.

Pluralistico – Lo è il pensiero e il punto di vista del cattolico aggiornato. Aggettivo da esibire come lasciapassare per essere ammessi al gran ballo delle idee correnti. Tutto ciò che è pluralistico e plurale va bene nella Chiesa Accogliente.

Poliedro – Figura solida da esaltare. Metterla in contrapposizione alla sfera, sottolineando che quest’ultima è troppo perfetta.

Ponti – Il cattolico aggiornato li costruisce ovunque, da mattina a sera, e nel contempo abbatte i muri.

Popolo – Ha sempre ragione, è praticamente santo. Parola da utilizzare a profusione. Il popolo non può sbagliare. Può solo essere oppresso e sfruttato. I movimenti che lo rappresentano vanno accolti a braccia aperte ed elogiati. I capipopolo sono simpatici. Se sostengono idee assurde e dicono banalità, non si deve farci caso. Ancora meno se si comportano da tiranni. Sottolineare invece la bellezza dei loro abiti colorati.

Proselitismo – Strumento di propaganda. Una solenne sciocchezza.

R

Registratore – Come affermò autorevolmente il generale dei gesuiti nel 2017, ai tempi di Gesù non c’era. Quindi non possiamo essere sicuri di ciò che ha veramente detto nostro Signore. Quindi la guida non è il Vangelo, ma il discernimento.

Relativismo – Tralasciare. Ne parlava Ratzinger: roba vecchia.

S

Sacro (senso del) – Come per l’aborto, l’eutanasia e il peccato: meno se ne parla, meglio è. Sa di vecchio.

Salvezza (dell’anima) – Non interessa, non fa notizia. Il cattolico aggiornato non ne parla. Anche perché, impegnato com’è a discernere, accompagnare, integrare, farsi carico, ascoltare, eccetera, non ha più fiato.

Segni (dei tempi) – Interpretarli, nel cammino di discernimento. Ma l’espressione migliore è “assumerli responsabilmente”. Obiettivo: scardinare la dottrina e aprire le porte alla morale della situazione.

Sinodale – Aggettivo altamente consigliato. La Chiesa Accogliente, ospedale da campo e cantiere aperto, è sinodale. Suona sempre bene. Il cattolico aggiornato è sinodale a prescindere.

Situazione – Quella oggettiva di peccato non esiste. C’è solo quella soggettiva. Ognuna va affrontata con comprensione nel processo di discernimento.

T

Tempo – È superiore allo spazio. Non spiegare perché.

Tenerezza – Da esercitare con premura al fine di integrare. Il cattolico aggiornato la usa in modo implacabile contro il fondamentalismo.

Timore (di Dio) – Soppresso.

Tommaso d’Aquino (san) – Utile quando serve al processo di discernimento. Mai prenderlo alla lettera.

Tradizione – Usare poco, per lo più in chiave polemica. Quella cristiana, specie in campo morale, va letta solo in senso pastorale, non dottrinale. Non spiegare che cosa significa.

U

Umiltà – Ingrediente fondamentale in un serio processo di discernimento pratico. Contrapporre sempre e comunque a fondamentalismo e fondamentalisti.

Unità – Quella con i luterani è da ricercare senza sosta.

V

Varietà – Contrapporre a identità. Dire che la verità si rivela nella varietà. Non spiegare.

Verità – Da usare con le molle, solo se strettamente necessario, meglio con l’iniziale minuscola e al plurale. Preferibile parlare di complessità.

Z

Zitella – Appellativo da attribuire alla Chiesa triste, non fantasiosa e ridanciana.

 

Aldo Maria Valli





[Modificato da Caterina63 27/01/2018 12.35]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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28/01/2018 16.18
 
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“Sta succedendo l’Apocalisse”. Samuel Colombo della West Africa Corporation intervista padre Mario Minichiello - 28.1.2018

Buongiorno padre Mario!

Grazie per aver accettato questa breve intervista..

Dunque.. lei di dove è originario? Dove ha la sua parrocchia? 

Del paese di Ponzio Pilato, di Aeclanum (Mirabella Eclano), provincia di Avellino. Io non ho parrocchia, sono parroco dell’Italia.. sono vice parroco di Lioni, sempre nella stessa provincia..

Ma entriamo subito nel merito dell’intervista..

Insomma.. che cosa ne pensa di questo modernismo all’interno della Chiesa?

Secondo lei non rasenta l’eresia?

Sacerdoti che benedicono coppie gay, aperture nei confronti di Lutero, trasformazione del cattolicesimo in protestantesimo, negazione del peccato e dell’inferno, relativismo dilagante, sacerdoti e vescovi che trasformano chiese e cattedrali in ristoranti e osterie, messe che vengono cambiate, parole della consacrazione che vengono cambiate rendendo nulla la messa, ognuno dice la sua..

Un tal sacerdote della diocesi di Torino che dice: “Io al Credo non credo”..

Un altro che dà una comunione simbolica ai musulmani..

Pare manchi ordine.. pare manchi una vera guida.. domina la confusione..

Ma che sta succedendo?

L’Apocalisse! Sta succedendo l’Apocalisse. Io sto studiando l’Apocalisse da 40 anni, prima che entrassi in seminario ed iniziassi gli studi, ho studiato anche a Posillipo sull’Apocalisse, con un certo sacerdote Gesuita di Posillipo che è morto, e quindi la conosco abbastanza bene. Perciò quando parli di queste cose io vedo la prostituta, la falsa chiesa cattolica che è seduta sopra la bestia e quindi fa tutto quello che deve fare e chi è cosciente, è cosciente.. ma ci sono anche dei sacerdoti, vescovi e cardinali che sono incoscienti.

Quindi lei chiaramente pensa come il cardinal Burke che forse siamo giunti alla fine dei tempi?

Ehehe.. da parecchio lo penso, anche perché io ho conosciuto personalmente, non così per strada.. ma a tavola, vivendo sotto lo stesso tetto un certo Bruno Cornacchiola..

Sono stato a casa sua con lui, giorno e notte, per diversi anni.

E che cosa le ha lasciato questo averlo conosciuto..?

Mi diceva, prima di tutto quando studiavo al Laterano, sentivo dei professori che erano modernisti e dei professori invece che erano veri cattolici, e quindi vedevo la battaglia già allora, negli anni che vanno dal ‘74 all’80.

Che cosa le è rimasto più impresso in questo rapporto con Bruno Cornacchiola?

Ciò che mi è rimasto più impresso del rapporto con Bruno è che diceva spesso che ci dobbiamo convertire tutti.. anche il Papa, e allora era Paolo VI… Poi lui ci spiegava che cosa voleva dire: convertire significa che quando uno va verso Roma, se si converte.. piglia e gira e va verso Napoli.. Poi mi ha fatto capire che cosa intendeva, me lo ha fatto capire Gesù stesso..

Cioè?

Quando io ero sacerdote.. quando ero andato a studiare a Roma per diventare sacerdote.. nel ’71 mi trovavo in Germania.. se viene meno la fede a Roma, è dappertutto che viene meno e allora io devo andare a Roma a studiare. Andai lì e trovai che Bruno Cornacchiola mi accolse, ma io andai lì per studiare, per diventare sacerdote, perché la mia vocazione l’ho avuta in Germania. Come Gesù me lo ha fatto capire..? Perché io venivo da un pellegrinaggio a Lourdes, ero sul treno, Gesù mi si presentò e mi disse: “Preparati alla Messa”, a me! Io che avevo fatto tutto sto lavoro.. stavamo proprio in vista di San Pietro. Tant’è vero che quando vidi la cupola di San Pietro, esultai, ma Lui mi disse: “Si, ma lascia stare”.

Ha avuto una visione? Si è presentato in Spirito?

No, no, lo potevo toccare! E poi mi disse anche altre cose, perché io allora ero assistente del decano degli esorcisti cattolici mondiali, che è padre Cipriano De Meo, pochi lo sanno perché pensano che sia padre Amorth, ma non era padre Amorth, perché ancora non esisteva. Padre Cipriano è decano perché ha 60 anni di esperienza negli esorcismi, è il più vecchio, è anche stato presidente degli esorcisti italiani.

Stavo dicendo che Gesù mi disse: “preparati alla Messa” e pensavo: Ma come.. Gesù non sa che io ho lottato per andare a studiare a Roma? E con questo pensiero io non capivo… poi l’ho capito a Gerusalemme nella Pasqua del 1991, sono andato alla messa in latino, quella cattolica, al Santo Sepolcro e, poco dopo, ho sentito la messa ortodossa.. ho assistito a tutte e due, dall’inizio alla fine, e poi a 200 metri c’è il Santissimo Salvatore, la chiesa luterana.. ho seguito un po’ di messa luterana e, io che conosco un po’ di tedesco, quando sono uscito, ho detto: ma questi luterani celebrano la messa come la celebriamo noi! Cioè io cattolico, ero già sacerdote da qualche anno… poi ho iniziato a celebrare la messa Tridentina, quella di Padre Pio.. e ho capito anche che voleva dire Bruno Cornacchiola quando diceva che anche il Papa si deve convertire a U, cioè non deve parlare al popolo come un Lenin o Stalin, ma deve parlare con il Padre Eterno. Perciò Gesù quando mi disse che mi dovevo preparare alla Messa intendeva non quella di Paolo VI, ma quella Tridentina o Vetus Ordo.

Quindi secondo lei si ritornerà alle origini sulla celebrazione della messa?

Sì, si ritornerà alla celebrazione della messa del 1960. Io sono già 40 anni che la celebro così.

Questa chiesa di Bergoglio lei non ritiene sia la stessa chiesa profetizzata dalla beata Anna Katerina Emmerick?

Ah sì, certamente. Ho letto, so di quella storia.

Conosce le vicende di don Alessandro Minutella, sacerdote della diocesi di Palermo, rimosso dalla sua parrocchia, sospeso a divinis e continuamente perseguitato, perché ha avuto il coraggio di esporsi a difesa della sana dottrina cattolica, contro questa falsa chiesa e il falso profeta Bergoglio? 

Che cosa ne pensa?

Io penso che don Alessandro Minutella non è solo lui.. sono io don Alessandro Minutella.. hai capito? Sono io, e questa sera ho scoperto che c’è un altro sacerdote, che si chiama don Alessandro Minutella. Ce ne sono molti, tanti e tanti, che io non li conosco tutti quanti. Don Alessandro Minutella è quello al quale Dio ha fatto capire. Chi è a contatto con il Signore capisce queste cose..

Quindi lei crede che ce ne siano molti di don Alessandro Minutella?

Certamente! Stai parlando con don Alessandro Minutella in questo momento. Diverso però..

Perché secondo lei i sacerdoti non escono allo scoperto in difesa della sana dottrina cattolica? Hanno forse paura? Siamo forse in un regime? 

Io credo che il Signore affidi ad ogni sacerdote una missione. Non ti posso dire perché.. può essere la paura, può essere lo stipendio, tante cose, o che sono ignoranti pure, non capiscono tanto bene perché anche io sono cresciuto..

Ho capito, ma determinate eresie sono evidenti, no? Anche da riconoscere..

Ma se tu sapessi che ci hanno insegnato lì al Laterano…(risata) altro che eresie! Io sono scappato da questo modernismo e da queste cose, perché quando andavo a studiare in Laterano, mentre eravamo a tavola.. all’una si mangiava, con Bruno Cornacchiola e gli riportavo quello che il professore diceva.. Bruno diceva: “la Madonna dice questo… la dottrina cattolica dice questo… questo che ha detto il professore lo dicevo pure io quando ero diventato protestante luterano..”. Hai capito? (ride) CHI MI HA SALVATO E’ STATA LA MADONNA, LA VERGINE DELLA RIVELAZIONE DELLE TRE FONTANE.. capito..? Sennò sarei come tutti quanti gli amici miei, che incontro ogni settimana.. 4-5 sacerdoti che sono stati con me in seminario, e che purtroppo non capiscono queste cose, non capiscono..

Ho saputo che lei ha una devozione particolare per padre Pio. Ci può parlare di questo..

È stato a Pietrelcina o San Giovanni Rotondo ultimamente?

Se c’è stato.. come l’ha trovata? Sempre piena di fedeli oppure nel corso di questi ultimi anni sono calati drasticamente? E se come ho sentito io personalmente sono calati come lo spiega?

Non ritiene che forse ci sia una perdita generale della fede?

Certamente c’è stata una perdita della fede ed è stato dovuto proprio alla santa messa. Io di padre Pio ho una grande stima, perché Padre Pio ha avuto rapporti con il papà di… mio nonno (credo che qui intendesse il papà di sua mamma, quindi suo nonno), si confessava da lui.. anche mia madre si confessava da lui.. poi è di Pietrelcina, a pochi chilometri dal mio paese.

Sono stato ultimamente a Pietrelcina e l’ho trovata vuota.. ho trovato un cane nero e un cane bianco: il cane nero ci ha seguito da Santa Maria degli Angeli, appena si entra a Pietrelcina, fino alla chiesa parrocchiale.. e lì siamo entrati, il cane è rimasto fuori. Poi ci ha seguito un cane bianco. Però non ho visto nessuno, tranne nel bar, nel quale c’era il barman che ci ha detto che da 3-4 anni è così.. (vuota). Il mio amico ha chiesto al barman: “Ma da 3-4 anni?” e il barman: “Sì, sì, proprio da 3-4 anni!”. E io ho capito perché il mio amico ha specificato il periodo (ride).

Grazie.. grazie mille per il suo tempo..





Importantissima presa di posizione ed esortazione di mons. Schneider sulla Professione delle verità di fede sul matrimonio

 
Traduco ed estrapolo da LifeSiteNews ulteriori recenti dichiarazioni di mons. Athanasius Schneider che interrompono la trepida attesa di posizioni pubbliche, nette e senza ambiguità sulla confusione pastorale, e dottrinale, creata da Amoris Laetitia. Giorni fa abbiamo tradotto e pubblicato un'altra bellissima e articolata intervista al National Catholic Register [qui]. Ma ora c'è ben di più. Se non è una Correctio formalis questa! Vengono chiamati direttamente in causa i vescovi del mondo intero ed è quanto un vescovo come mons. Athanasius Schneider potesse fare; ma l'invito riguarda la Chiesa universale, dunque Papa, Cardinali, Vescovi e fedeli tutti. Ed è un atto serio e grave che va accolto con tutta l'attenzione e il sostegno che merita.
Mons. Schneider ha confermato che tutti i vescovi del mondo hanno già ricevuto per posta elettronica il testo della Professione di fede sulle verità immutabili in ordine al matrimonio sacramentale. "Spetta a ciascun vescovo dichiarare pubblicamente il suo sostegno o emettere un testo simile", ha detto Schneider. "La reazione pubblica del cardinale Eijk di Utrecht potrebbe essere un primo esempio." 
In un'intervista esclusiva due settimane dopo aver emesso una professione di verità immutabili sul matrimonio sacramentale, il vescovo Athanasius Schneider invita i suoi fratelli vescovi di ​​tutto il mondo a pronunciarsi con voce unanime in difesa della santità e dell'indissolubilità del matrimonio, in seno ad una "società neopagana" in cui il divorzio è diventato "una piaga".
Nella conversazione del 15 gennaio scorso, Mons.  Schneider ha dichiarato che
"Dio decide il tempo, e verrà il momento in cui il Papa e l'episcopato proclameranno ancora, con tutta chiarezza, inequivocità e bellezza, la santità del matrimonio, della famiglia e dell'eucaristia ".
I suoi commenti giungono a poche settimane dalla Professione di verità immutabili sul matrimonio sacramentale [qui] - resa pubblica il 31 dicembre scorso, Festa della Sacra Famiglia - nella quale professa solennemente, insieme ai suoi confratelli, l'insegnamento e la disciplina ricevuti dalla Chiesa in merito al matrimonio sacramentale e alle condizioni richieste ai cattolici divorziati e "risposati" per ricevere l'assoluzione sacramentale e la Santa Comunione. (cfr. Familiaris Consortio, 84)

Il vescovo Schneider ha dichiarato che la Professione è espressa "davanti a Dio che ci giudicherà", in risposta ad alcune norme pastorali, emesse da numerose conferenze episcopali, finalizzate all'attuazione del capitolo 8 dell'esortazione apostolica sulla famiglia, Amoris Laetitia, alcune delle quali costituiscono una "approvazione implicita" al divorzio e all'attività sessuale al di fuori di un matrimonio valido. Ed ha aggiunto:
Ciò è contrario alla Divina Rivelazione... le bellissime spiegazioni che vengono presentate al clero e ai fedeli come discernimento e accompagnamento pastorale, o cambio di paradigma e scoperta del soggettivo parte della veritàtrasformato in linguaggio dei sensi, equivale a all'autorizzazione a peccare.
Il sacramento del matrimonio, la sua indissolubilità, e la santità dell'Eucaristia vengono ora toccati dalle norme pastorali di vari vescovi che, alla fine, con linguaggio astuto e velato, ammettono alla Santa Comunione coloro che commettono intenzionalmente e abitualmente atti sessuali e vivono rapporti sessuali al di fuori di un matrimonio valido.
Un simile linguaggio permette di dare il permesso di peccare, come ha fatto Mosè a causa della durezza di cuore del popolo e che Gesù Cristo ha condannato. Come possono oggi gli Apostoli e i Successori degli Apostoli introdurre una norma pastorale che è in sostanza ciò che ha fatto Mosè? 
Mons. Schneider ha quindi precisato che i tre vescovi sono stati mossi da un "sincero desiderio" di offrire "la verità nella carità" in una situazione evidente di confusione dottrinale. Egli crede che i vescovi dovrebbero essere capaci di alzare rispettosamente la voce nei "momenti importanti della Chiesa", senza che ciò venga interpretato come un atto "contro il Papa".
"Non abbiamo detto niente contro il Papa ... e sono convinto che un giorno lo stesso Papa Francesco, almeno quando si troverà davanti al giudizio di Dio ... sarà riconoscente e grato a questa nostra voce".
Egli ha inoltre insistito sul fatto che, nel rilasciare la professione, i vescovi non hanno criticato l'intero documento Amoris Laetitia ma solo "una norma concreta" che conferisce ai cattolici "divorziati e risposati" l'approvazione implicita "attraverso l'accesso alla Santa Comunione", del loro divorzio e attività sessuale al di fuori di un matrimonio valido. Così si è espresso:
"Quando ciò è evidentemente contro l'intera Tradizione della Chiesa, non importa chi lo abbia pubblicato.... Dobbiamo dirlo, perché il Papa è solo un servitore. Lui non è Dio. E non è Cristo, è solo il Vicario di Cristo e deve essere fedele al suo primo compito di trasmettere fedelmente  senza ambiguità e tutta intera la verità della Chiesa". Si offre un "aiuto autentico", per la "parte soggettiva della dottrina", quando vescovi e sacerdoti porgono alle persone "la pienezza della verità di Cristo" con amore e pazienza, e rappresentano loro la realtà della loro situazione senza condannarle. 
"Un medico non può nascondere la reale situazione di una malattia. E quando dice al paziente: 'Questa è la tua malattia; Ho fatto una diagnosi', nessuno può offendersi. Ma ciò non significa che il dottore ti condanna e che è contro di te. Lui ti aiuterà, e spesso non ai può curare una malattia all'improvviso. Occorre del tempo". "Questo è l'autentico accompagnamento e discernimento pastorale". "Un buon dottore non ti darà mai una medicina che ti confermi nella tua malattia. Sarebbe crudele".
Il vescovo Schneider ha affermato che dare la santa comunione a coloro che svolgono intenzionalmente attività sessuali al di fuori di un matrimonio valido 
"è una medicina crudele. Questa è una falsa medicina. Significa confermarli nella loro malattia per continuare a vivere contro la volontà di Dio, contro la Rivelazione. E questo non porterà mai loro la parte soggettiva della verità. Tutto questo sta distorcendo la verità e non è amore pastorale.
Certo, è più impegnativo per vescovi e sacerdoti accompagnare i nostri fratelli divorziati per diversi anni, ma il clero deve dare alle persone un obiettivo chiaro e aiutarle pazientemente a raggiungerlo. L'obiettivo è che vivano in continenza, che smettano di offendere Dio. Nel frattempo, la santa comunione non è la medicina giusta, ma sarebbe l'esatto opposto. 
Nella stessa intervista il vescovo Schneider ha anche detto di credere che alcuni di coloro che sostengono la Comunione per i "divorziati risposati" siano 
"non tanto sostenitori dell'importanza della Comunione, ma la usino come strumento implicito per introdurre il divorzio nella Chiesa e per concedere il permesso di avere attività sessuali al di fuori di un matrimonio valido, per introdurre lo spirito del mondo di oggi".
Alla domanda su come la sua esperienza di crescita nella Chiesa perseguitata nell'Unione Sovietica, spesso senza poter accedere ai Sacramenti, influenzi la sua visuale, Schneider ha detto: 
"Siamo vissuti diversi anni senza poter accedere alla Santa Comunione, ma abbiamo praticato la nostra vita cristiana e le nostre preghiere e siamo cresciuti nella fede. Questa è la mia esperienza. E così quando queste coppie per alcuni anni non riceveranno la Santa Comunione e le aiuteremo a smettere di offendere Dio con l'attività sessuale, allora le aiuteremo davvero".
Dalla pubblicazione della Professione, avvenuta il 2 gennaio 2018, hanno aggiunto i loro nomi due cardinali e altri quattro vescovi. Dunque finora hanno dato la loro adesione:
  • Cardinale Willem Eijk, arcivescovo metropolita di Utrecht
  • Cardinale Janis Pujats, arcivescovo metropolita di Riga in Lettonia
  • Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio
  • Carlo Maria Viganò, già nunzio apostolico negli Stati Uniti
  • René Henry Garcida, vescovo emerito di Corpus Christi, in Texas, il più recente firmatario.
Alla domanda se sia deluso dalla risposta, mons. Schneider ha affermato che "da un punto di vista umano" è un "fenomeno triste" che "tanti vescovi tacciano" o addirittura "condannino" i firmatari. Tuttavia ha aggiunto:
"Ma nel regno di Dio, non è importante il numero. Spesso, nella storia della salvezza, nella storia della Chiesa, Dio si è servito di un piccolo numero per promuovere il suo regno in tempi molto difficili".
Inoltre Schneider ha affermato che "come successori degli apostoli, non avrebbero potuto agire in altro modo".
"La nostra coscienza di vescovi ci chiama a farlo. Siamo stati costretti dalla nostra coscienza, che è quella di Successori degli Apostoli e collaboratori del Papa."
E proprio in ragione dell'enfasi di Papa Francesco sull'importanza della coscienza, mons. Schneider dichiara che il Papa "non possa essere dispiaciuto" del suo "atto fraterno di professione di fede".
Invita quindi i vescovi del mondo intero ad aggiungere i loro nomi alla Professione delle verità immutabili sul matrimonio sacramentale :
"Sarebbe una voce più forte nel professare le verità costanti della Chiesa, e sarebbe magnifico difendere con voce unanime la santità e l'indissolubilità del matrimonio in seno ad una società neo-pagana, nella quale il divorzio è diventato una piaga e la depravazione sessuale si sta diffondendo sempre più ".
Il vescovo Schneider ha poi aggiunto:
"Ѐ una missione profetica chiedere alla Chiesa, ai vescovi, di alzare una voce comune. E non abbiamo fatto altro che ripetere l'insegnamento costante della Chiesa. È una professione e una professione di verità non è contro nessuno. È unicamente a favore della Verità.
E ha concluso:
"Come ha detto San Paolo: Non abbiamo infatti alcun potere contro la Verità (2 Corinzi 13:18). La nostra coscienza non ce lo permette. E così spero che questa voce dei vescovi aumenterà. Non so quando. Dipende dai tempi di Dio. Dio decide il tempo e verrà il momento in cui il Papa e l'episcopato proclameranno ancora, con chiarezza,  bellezza  e inequivocabilmente, la santità del matrimonio, della famiglia e dell'Eucaristia ".
Mons. Schneider ha infine elogiato una valutazione dell'iniziativa kazaka, scritta da p. Timothy V. Vaverek1 [qui]
"Ora, i tre vescovi del Kazakistan stanno sfidando questo deplorevole stato di cose denunciando formalmente le innovazioni e le errate ipotesi che sottendono. In tal modo, i vescovi vanno oltre la loro limitata giurisdizione canonica territoriale e parlano direttamente alla Chiesa universale come Successori degli Apostoli. La loro autorità e il loro mandato non provengono dalla Legge Canonica, ma da Cristo stesso che li ha posti nella Chiesa per annunciare il Vangelo. (Mt 28:18 e LG 23-24)
Nel fare ciò i vescovi hanno oltrepassato "la limitata giurisdizione canonica del proprio territorio" e parlano "direttamente alla Chiesa universale come Successori degli Apostoli". La Professione ora lascia ai vescovi del mondo tre opzioni:
  • non dire nulla; 
  • emettere una Professione simile o unirsi a questa; 
  • rifiutare pubblicamente la Professione.
Maria Guarini


[Modificato da Caterina63 31/01/2018 16.28]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  • CHIESA E AUTORITA'

«Il Papa non è un sovrano assoluto»

C'è una diffusa ignoranza sul reale significato dell'autorità papale nella Chiesa. Le parole del papa sono a servizio dell’intera Tradizione della Chiesa e non il contrario. Come disse Benedetto XVI: «Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire»


Pubblichiamo la traduzione di una riflessione sull'autorità del Papa nella Chiesa scritta dal cardinale Gerhard Müller e pubblicata su First Things il 16 gennaio 2018.

Come sono correlati tra loro il Magistero del papa e la Tradizione della Chiesa? Quando interpreta le parole di Gesù, il papa deve essere in continuità con la Tradizione ed il Magistero precedente, incluso quello dei papi più recenti? O è piuttosto la Tradizione della Chiesa a dover essere reinterpretata alla luce delle nuove parole del papa? Che cosa accade se ci sono delle contraddizioni?

Per rispondere a queste domande, sembra pertinente iniziare con una importante Lettera Apostolica che papa Pio IX inviò all’episcopato tedesco, il 4 marzo 1875. Nella sua lettera, il Papa precisava che i vescovi tedeschi avevano interpretato il dogma dell’infallibilità pontificia e del primato petrino in perfetta armonia con le definizioni del Concilio Vaticano I. Ad aver provocato la lettera del Papa fu la circolare del Cancelliere tedesco Bismarck, che fraintese gravemente questo dogma per giustificare la feroce persecuzione dei cattolici tedeschi nella cosiddetta Kulturkampf o “battaglia culturale”. Secondo Pio IX, nella loro risposta alla provocazione di Bismarck, i vescovi tedeschi avevano chiaramente mostrato che «non c’è assolutamente nulla nelle definizioni prese di mira che sia nuovo o che cambi qualcosa circa le nostre relazioni con i governi civili o che possano offrire un pretesto per proseguire nella persecuzione della Chiesa».

Per poter valutare gli eventi, bisogna certamente tener presenti i presupposti culturali a partire dai quali Bismarck e i suoi liberali “guerrieri culturali” hanno agito. Sebbene essi avessero in gran parte abbandonato il contenuto religioso della Riforma Protestante, che aveva segnato il loro paese, avevano invece ampiamente mantenuto i relativi pregiudizi contro la Chiesa cattolica. Secondo loro, l’ufficio magisteriale esercitato dal papa e dai concili della Chiesa pretendeva un’autorità maggiore di quella della stessa Parola di Dio. Non solo il magistero della Chiesa finiva per intralciare il rapporto immediato del fedele con Dio, ma si ergeva anche come elemento estraneo tra i cittadini e lo stato - uno stato, certamente, che nel caso della Prussia della fine del XIX secolo si attribuiva un’autorità assoluta, distaccata anche dalla legge morale naturale.

Bismarck e i suoi sostenitori erano convinti che l’autorità del papa si estendesse fino a poter inventare arbitrariamente ed anche imporre dottrine e pratiche alla Chiesa universale, inclusi i cittadini cattolici tedeschi, che allora sarebbero stati vincolati ad aderire ad esse sotto la minaccia della scomunica e della perdita della vita eterna. Contro questa totale caricatura della pienezza del potere del papa, i vescovi tedeschi sottolinearono che «in tutti gli aspetti essenziali la costituzione della Chiesa si basa su ordini divini, e pertanto non è soggetta ad arbitrarietà umane». Quanto ad essi, «l’opinione secondo cui il papa è ‘un sovrano assoluto a motivo della sua infallibilità’ si basa su una comprensione totalmente falsa del dogma dell’infallibilità pontificia». Infatti, il Magistero del papa «è limitato ai contenuti della Sacra Scrittura e della tradizione ed anche ai dogmi precedentemente definiti dall’autorità magisteriale della Chiesa».

Il fatto è che la funzione di insegnare detenuta dal Papa e dai vescovi in comunione con lui è un ministero a servizio della Parola di Dio, una Parola che è divenuta carne in Gesù Cristo. Cristo è perciò l’unico Maestro (cf. Mt. 23, 10), che ci insegna le “parole di vita eterna” (Gv. 6, 68). In relazione a lui, Pietro, gli apostoli e tutti i battezzati sono fratelli e sorelle dell’unico Padre celeste.

Senza pregiudicare il fatto che tutti i credenti sono fratelli e sorelle, Gesù ha scelto alcuni tra i suoi molti discepoli per essere i suoi apostoli, dando loro l’autorità di insegnare e governare. Egli ha affidato loro “il messaggio di riconciliazione”, così che essi agiscano realmente nella persona di Cristo per la salvezza del mondo (cf. 2Cor. 5, 19f). Il Signore risorto, al quale è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra, manda i suoi apostoli in tutto il mondo per fare discepoli da tutte le nazioni e battezzarli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Incaricando i suoi apostoli, Gesù incarica anche i loro successori, cioè i vescovi, insieme con il successore di Pietro, il papa, come loro capo. Il mandato che Cristo conferisce loro è di “insegnar loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt. 28, 20). In questo modo egli chiarisce che il contenuto dell’insegnamento degli apostoli - il criterio di verità di quanto essi diranno - è il suo stesso insegnamento. La certezza della fede cristiana riposa in ultimo sul fatto che la parola umana degli apostoli e dei vescovi è la divina Parola di salvezza, non prodotta ma piuttosto testimoniata mediante una mediazione umana (cf. 1Ts. 2, 13).

Fin dai tempi di Ireneo di Lione nel secondo secolo, è andata saldamente consolidandosi una terminologia secondo la quale il contenuto della rivelazione si trova nella Sacra Scrittura e nella Tradizione Apostolica. Questa rivelazione è autorevolmente proclamata dal Magistero della Chiesa costituito dal papa e dai vescovi in comunione con lui. Contrariamente al principio protestante del sola scriptura (solo la Scrittura), il Concilio di Trento «giudicare il vero senso e la vera interpretazione della Sacra Scrittura – e… nessuno osi interpretare la Scrittura in un modo contrario al consenso unanime dei Padri».  

Il Concilio Vaticano II riprende questa modalità fondamentale di interpretare la fede cattolica e, a partire da essa, conclude: «Il magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio» (Dei Verbum, 10).

C’è accordo tra tutti i cristiani nel ritenere che la Sacra Scrittura sia Parola di Dio. Ma dal momento che questa Parola viene trasmessa con un linguaggio umano, essa non ha quell’evidenza (quoad se - in se stessa) che i protestanti vogliono attribuirle. C’è invece bisogno di un’interpretazione umana da parte dei maestri della fede, la cui autorità proviene dallo Spirito Santo. Riguardo a coloro che ascoltano la Parola di Dio, questi maestri rappresentano la stessa autorità di Dio, avvalendosi di parole e di decisioni umane (quoad nos – per noi). Il compito dell’insegnamento autorevole e del governo non può essere lasciato unicamente al singolo fedele che nella propria coscienza giunge ad accettare una certa verità. Dopotutto la rivelazione è stata affidata alla Chiesa nel suo insieme. Quindi, il Magistero è una parte essenziale della missione della Chiesa. Solo con l’aiuto del magistero vivente del papa e dei vescovi la Parola di Dio può essere trasmessa nella sua integrità ai fedeli e a tutte le persone di ogni tempo e luogo.

Nel nostro credo noi professiamo la nostra fede usando parole umane. Queste parole sono soggette ad un certo cambiamento, per quanto concerne la modalità espressiva. Ciò è possibile e a volte è necessario, dal momento che, come afferma chiaramente S. Tommaso, «l’atto del credente non si ferma all’enunciato, ma va alla realtà» (S. Th. II-II, q. 1, a. 2, ad. 2). Dato che l’insegnamento degli apostoli - e anche l’insegnamento della Chiesa - è la Parola di Dio trasmessa mediante le parole di esseri umani, la Parola di Dio si delinea e si sviluppa nella consapevolezza della Chiesa della propria fede, abbastanza analogamente al modo in cui ciascuno dei fedeli è soggetto ad uno sviluppo spirituale e storico sotto la guida dello Spirito Santo. Senza dubbio, la missione dello Spirito Santo non consiste nell’inventare nuove dottrine, ma nel rendere presente nella Chiesa la pienezza della rivelazione di Gesù Cristo (cf. Gv. 16, 13).

Dal momento che il papa, in quanto capo del collegio dei vescovi, è il principio dell’unità della Chiesa nella verità, egli ha la missione sia di custodire la verità della rivelazione che di pronunciare nuove formulazioni concettuali del credo (il “simbolo”), laddove sia necessario. Facendo ciò, egli non può aggiungere nulla alla rivelazione dataci nella Scrittura e nella Tradizione, e neppure può cambiare il contenuto di precedenti definizioni dogmatiche. Ma al fine di proteggere l’unità della Chiesa nella fede, a certe condizioni egli ha il diritto e il dovere di dare una nuova formulazione al credo (nova editio symboli). Così spiega S. Tommaso: «nell’insegnamento di Cristo e degli Apostoli le verità di fede sono spiegate a sufficienza. Siccome però gli uomini perversi, secondo l’espressione di S. Pietro [2Pt. 3, 16], ‘travisano per loro propria rovina’ l’insegnamento apostolico e le altre Scritture, è necessario che nel corso del tempo ci sia un’esposizione della fede contro gli errori che insorgono» (S. Th. II-II, q. 1, a. 10, ad. 1, sottolineatura aggiunta).

Per questo compito, il magistero si basa sulla comprensione soprannaturaledella fede (sensus fidei), data dallo Spirito Santo a tutto il Popolo di Dio, sotto la guida dei vescovi (cf. Lumen Gentium, 12). Ma conta anche sui teologi. Senza il lavoro teologico preparatorio di Sant’Atanasio e dei Padri Cappadoci, non ci sarebbe stato il credo niceno né la sua difesa e precisazione nei concili successivi. Parimenti, i decreti del Concilio di Trento non sarebbero stati possibili senza il lavoro preparatorio dei teologi più dotti del tempo. È vero che per il Concilio Vaticano II la fedele e completa trasmissione storica della rivelazione si basa sul carisma dell’infallibilità, che è proprio del papa e dei concili ecumenici. Nello stesso tempo però, il Vaticano II non manca di aggiungere: «Perché poi sia debitamente indagata ed enunziata in modo adatto, il romano Pontefice e i vescovi nella coscienza del loro ufficio e della gravità della cosa, prestano la loro vigile opera usando i mezzi convenienti; però non ricevono alcuna nuova rivelazione pubblica come appartenente al deposito divino della fede» (Lumen Gentium, 25).

Certamente, come cattolici, non possiamo ignorare lo sviluppo dottrinale della Chiesa per occuparci solamente della presunta pura dottrina della Scrittura. La parabola del figlio prodigo, per esempio, non fornisce un’istruzione catechetica sul sacramento della penitenza nella sua materia (pentimento, confessione, soddisfazione) e forma (assoluzione da parte del sacerdote). Se si dovesse guardare alla sola Scrittura, si dovrebbe allora concludere che, dal momento che il figlio prodigo in realtà non va a confessare i suoi peccati, neppure noi siamo tenuti a farlo. In ogni caso, opporre in questo modo la Scrittura alla Chiesa significherebbe ignorare completamente le parole di Cristo, che affida agli apostoli - con Pietro come loro capo - il compito di custodire fedelmente l’intero deposito della fede.

Cristo «prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell'unità di fede e di comunione» (Lumen Gentium, 18). Ora, la pienezza dell’autorità apostolica non comporta un’illimitata pienezza di potestà secondo l’accezione secolare. Al contrario, questo potere è strettamente circoscritto dalla sua finalità: è a servizio della difesa dell’unità della Chiesa nella sua fede nel Figlio di Dio venuto nella “pienezza dei tempi” (Gal. 4, 4-6). L’autorità del papa è legata molto strettamente alla rivelazione; infatti essa deriva dalla rivelazione. È solo per il potere di Dio che Pietro è in grado di custodire l’intera Chiesa nella fedeltà a Cristo, anche quando Satana la scuote e la vaglia, così che il grano venga separato dalla pula. Così dice Gesù: “ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (Lc. 22, 32). Nel suo magistero supremo, il papa unisce tutta la Chiesa e tutti i vescovi nella stessa confessione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt. 16, 16). Ed è precisamente in questa confessione che egli è la roccia sulla quale il Signore Gesù continua ad edificare la sua Chiesa fino alla fine del mondo. È chiaro, allora, che le parole del papa sono a servizio dell’intera Tradizione della Chiesa e non il contrario.

Quanto è stato detto sopra si riferisce all’insegnamento della Chiesa, ma anche all’amministrazione dei mezzi della grazia nei sacramenti. Nel suo Decreto sulla Santa Comunione, il Concilio di Trento dichiara che la Chiesa ha il potere di stabilire o di modificare i riti esterni dei sacramenti. Nello stesso tempo, il Concilio nega che la Chiesa abbia il diritto o la possibilità di interferire con l’essenza dei sacramenti, insistendo che sia «fatta salva la loro sostanza». Quando il Concilio di Trento definisce che ci sono tre atti del penitente che fanno parte del sacramento della penitenza (pentimento con la risoluzione di non peccare nuovamente, confessione e soddisfazione), allora anche i papi e i vescovi dei secoli successivi sono vincolati da questa dichiarazione. Essi non sono liberi di dare l’assoluzione sacramentale per i peccati, o di autorizzare i propri sacerdoti a darla, quando i penitenti non mostrano realmente segni di pentimento o quando essi esplicitamente non vogliono prendere la risoluzione di non peccare più. Nessun essere umano può annullare l’intima contraddizione tra l’effetto del sacramento - ossia, la nuova comunione di vita con Cristo nella fede, speranza e carità - e l’inadeguata disposizione del penitente. Nemmeno il papa o un concilio possono farlo, perché non ne hanno l’autorità e neppure potranno mai ricevere una tale autorità, perché Dio non chiede mai agli uomini di fare qualcosa che sia contraddittorio in se stesso e contrario a Dio stesso.

È necessario ricordare che le affermazioni dottrinali possiedono diversi gradi di autorità. Essi richiedono differenti gradi di consenso, come espresso dalle cosiddette “note teologiche”. L’accettazione di un insegnamento con “fede divina e cattolica” è richiesta solamente per le definizioni dogmatiche. È chiaro anche che il papa e i vescovi non devono mai chiedere ad alcuno di agire o insegnare contro la legge morale naturale. L’obbedienza dei fedeli verso i loro superiori ecclesiastici non è perciò un obbedienza assoluta e il superiore non può richiedere un’obbedienza assoluta, perché sia il superiore che coloro che sono affidati alla sua autorità sono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre e sono discepoli dello stesso Maestro. Pertanto, è più arduo insegnare che imparare, perché l’insegnamento è associato ad una più grande responsabilità di fronte a Dio. L’affermazione «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti 5, 29) ha il suo valore anche e soprattutto nella Chiesa. Contro il principio di obbedienza assoluta vigente nello stato militare prussiano, i vescovi tedeschi ribadivano di fronte a Bismarck: «Non è certamente la Chiesa cattolica ad aver fatto proprio il principio immorale e dispotico che il comando di un superiore svincola incondizionatamente da ogni responsabilità personale».

Quando delle opinioni private o dei limiti spirituali e morali si inseriscono nell’esercizio dell’autorità ecclesiastica, allora diventano necessarie critiche sobrie ed oggettive come anche la correzione personale, specialmente da parte dei fratelli nell’episcopato. Tommaso d’Aquino non può essere di certo sospettato di relativizzare il primato pietrino e la virtù d’obbedienza. Particolarmente illuminante è il modo in cui egli interpreta l’incidente avvenuto ad Antiochia, culminato con la pubblica correzione di Pietro da parte di Paolo (Gal. 2, 11). Secondo l’Aquinate, l’episodio ci insegna che a certe condizioni un apostolo può avere il diritto ed anche il dovere di correggere un altro apostolo in modo fraterno, e che anche un sottoposto può avere il diritto e il dovere di criticare il superiore (cf. Commento sulla lettera ai Galati, c. II, l. 3). Questo non significa che si possa ridurre il magistero ad un’opinione privata, così da essere dispensati dal potere vincolante dell’insegnamento autentico e definitivo della Chiesa (cf. Lumen Gentium, 37). Significa solamente che si deve comprendere bene il senso preciso dell’autorità nella Chiesa in generale e il ruolo del ministero petrino in particolare. Ciò è particolarmente vero quando il conflitto non nasce tra l’insegnamento del papa e la sua idea personale, ma tra l’insegnamento del papa e l’insegnamento dei papi precedenti, che è in accordo con l’ininterrotta tradizione della Chiesa.

Come Papa Benedetto XVI ha spiegato durante la Messa in occasione del suo insediamento sulla Cattedra di Vescovo di Roma, il 7 maggio 2005, «il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo».

(Traduzione di Luisella Scrosati)






Preghiera neo chiesa Bergamo: “Dacci oggi la nostra eresia quotidiana”



«Solo un peccato è ora gravemente punito: l’attenta osservanza delle tradizioni dei nostri Padri. Per tale ragione i buoni sono allontanati dai loro paesi e portati nel deserto» (San Basilio, Ep. 243).

Per il Vescovo di Bergamo Francesco Beschi: Gesù Cristo NON è Dio!

Non ci piace dover fare questo genere di articoli, che oltre tutto ci fanno perdere molto tempo prezioso, ma è un sofferto servizio alla Chiesa e ai Fedeli, a noi stessi, in quel puro evangelico “ama il prossimo tuo… COME AMI TE STESSO“, e questo non può che avvenire nella Verità, alla quale tutti i Battezzati sono chiamati. Del resto, se c’è chi afferma di non voler leggere i siti della “RESISTENZA CATTOLICA-DOTTRINALE” – vedi qui – per la propria salute mentale, noi affermiamo  di voler leggere queste propagande per fare santo discernimento, come ci chiede il Vangelo, e rinnegare l’eresia e l’apostasia. Chi si ama nella menzogna, spiega infatti sant’Agostino vedi qui, al prossimo non farà altro che dare menzogna e amare iniquamente, nella menzogna, dice il Santo:

Se poi tu ami l’iniquità e mandi in rovina te stesso, non è possibile che tu pretenda ti sia affidato il prossimo da amare come te stesso, perché come perderesti te stesso con il tuo modo di amarti, così faresti perdere il tuo prossimo amandolo allo stesso modo. Ti proibisco dunque di amare alcuno, perché sia tu solo a perderti. Ti pongo l’alternativa: o correggere il tuo modo di amare o astenerti da ogni rapporto con altri…”

Ringraziando la pagina di Facebook: “Amici della Tradizione Cattolica-Forlì“, andiamo ad analizzare e a condannare senza i “sé, i ma e i però…” l’opuscolo che le ACLI di Bergamo (ed è evidente che hanno ottenuto il placet della sede vescovile, visto che c’è la prefazione del vescovo Beschi) hanno improntato per le preghiere e meditazioni “Pasqua 2018”.

Di cosa si tratta? Lo potete vedere nelle immagini che vi alleghiamo al fianco e che potrete ingrandire. Si tratta di preghiere anomale attraverso le quali Gesù Cristo E’ IL GRANDE ASSENTE  e un dio generico è invocato al pari del Dio Cattolico, ed è posto sullo stesso piano dottrinale e concettuale dell’eresia e dell’apostasia ecumenista, di cui parlammo anche qui.

La gravità sta nel fatto che Gesù Cristo NON E’ CONSIDERATO QUEL DIO UNICO al quale si rivolgono le Preghiere, e che c’è dunque UN ‘ALTRO DIO – comune a tutti – al di fuori di Gesù Cristo, quando san Paolo afferma: “… uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tim.2,5)

– MEDITAZIONI! E su che cosa? sul nulla, sul vuoto più assoluto, senza alcuna identità del PECCATO, dell’offesa al vero ed unico Dio, della conversione al Cristo Gesù. Dalla “preghiera luterana” (???)leggiamo:

Dio tu vuoi che non solo ti chiamiamo Padre, ma Padre nostro comune, e che ti preghiamo concordemente per tutti…”

FALSO!!! Falso ed eretico! Non abbiate paura di dirlo. Gesù Cristo, alla domanda specifica sul cosa dire per pregare correttamente, ci dona LA SUA PREGHIERA AL PADRE, ed essendo Battezzati in Cristo, imparare a chiamare questo Dio che si è rivelato in Cristo Gesù, con l’appellativo di PADRE, PADRE NOSTRO che nulla ha da spartire con l’ideologico termine “Padre COMUNE”. Gesù non ha mai usato questo termine. Avrete notato come si sta iniziando a forzare il Vangelo e a modificarlo a proprio piacimento, la stessa frase del Padre Nostro sul finale, vedi qui, ci fa capire dove si vuole arrivare, denaturalizzando IL SENSO della Preghiera come ci è stata trasmessa dalla TRADIZIONE DEI PADRI.

La Preghiera del Pater Noster, così come Gesù ce l’ha insegnata e i santi Padri della Chiesa l’hanno trasmessa, ha un senso di per sé che è già “comune” ma nel senso di CATTOLICO e non di sincretismo religioso come la si vuole strumentalizzare. Certo che “Dio” è “Padre di tutti, ma quel “Nostro”, specificano i Padri, è l’invocazione DEI BATTEZZATI che dichiarano al mondo l’appartenenza a questo Dio – e non altri – per testimoniare la loro ADOZIONE A FIGLI per mezzo di Gesù Cristo NELLA SUA UNICA CHIESA.

Questa invocazione luterana E’ FALSITA’… è una forzatura del Vangelo, proprio loro che divisero la Chiesa imponendo il “Sola Scriptura” ossia, solo ciò che è LETTERALMENTE riportato dai Vangeli, negando alla Chiesa Cattolica il diritto ad insegnare ed interpretare il Vangelo, ora manipolano maggiormente le Scritture inventando cose non scritte, e attribuendo al Cristo ciò che non ha mai detto. Non è per tanto “Dio che lo vuole” ma gli eretici vogliono questa falsificazione della Scrittura.

– PREGHIERA GIAINISTA (???) “La pace e l’amore universale sono l’essenza del Vangelo predicato da tutti gli ILLUMINATI (???). Il Signore ha predicato che la serenità d’animo è il Darma…” (???)

“Guai al mondo per gli scandali! Poiché, ben è necessario che avvengano degli scandali; ma guai all’uomo per cui lo scandalo avviene!” (Mt.18,7), “è impossibile che non avvengano scandali” precisa Gesù in Luca 17,1 e allora, come superare questa frenesia eretica ed apostata? San Paolo offre molte indicazioni è necessario che tu, io, noi… ci troviamo di fronte a tali ostacoli, per superarli e crescere all’altezza della statura perfetta di Cristo attraverso il sano DISCERNIMENTO (cfrEf.4,13).

Che il Signore Gesù abbia “predicato” il DHARMA è privo di senso teologico e cattolico, poichè se è vero che Dharma non è in sé un termine nocivo, dal momento che significa semplicemente “legge naturale; insegnamento; obbligo morale; fondamento della verità…“, d’altra parte, però, teologicamente parlando, toglie al Cristo Gesù l’esclusività della VERITA’, GLI TOGLIE LA SUA IDENTITA’.

Ve lo spieghiamo in chiaro e breve: Gesù Cristo non ha detto “io vi dico una verità; io vi offro una legge morale.. ecc..”, magistero questo che è naturale trovare in ogni CULTURA SANA che si  riscontra nei popoli onesti e timorati, bensì Gesù ha detto di Se stesso: “IO SONO LA VERITA’, la Via e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”(Gv.14,6). Un Battezzato non ha bisogno di fare preghiere giainiste… e soprattutto NON può abbassare Gesù Cristo ad altre divinità, non può fare SINCRETISMO RELIGIOSO, pena l’apostasia e l’eresia.

– PREGHIERA SIKH (??) “…chi ama raggiunge Dio”…. bella scoperta, MA QUALE DIO?? e di quale VERITA’ allude la preghiera “sikh” quando essi stessi NON SI CONVERTONO AL CRISTO GESU’ VERITA’ UNICA e sono panteisti? I sikh sono i devoti del Sri Guru Granth Sahib, le sacre scritture dei 10 guru che si sono succeduti dal 1469 al 1708 e di altri amanti del Creatore. Vivono principalmente nel Punjab (India del nord-ovest). Pregano il Creatore onnipresente ed onnipotente, che si manifesta attraverso il creato..

Ma il nostro VERO ED UNICO DIO SI E’ INCARNATO!!! Questa preghiera sincretista è la negazione dell’Incarnazione di Dio!! “Chi è il menzognero se non colui che nega che Gesù è il Cristo? L’anticristo è colui che nega il Padre e il Figlio. Chiunque nega il Figlio, non possiede nemmeno il Padre..”(1Gv.2,22-23), c’è altro da aggiungere? Purtroppo sì: gran parte delle credenze dei Sikh deriva dall’induismo. I Sikh sono monoteisti e credono nella legge del karma e nella reincarnazione. L’ingresso nella comunità avviene mediante una sorta di battesimo.

Come fa un vero cattolico, e che dir si voglia, a non capire che questo battesimo nulla ha da spartire con il Battesimo impartito dal Cristo Gesù? “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù“(Fil.2,5), come fa  un vero cattolico a non capire che queste invocazioni non contengono i “medesimi sentimenti di Cristo” il cui vero AMORE è la conversione al Padre, passando attraverso IL FIGLIO, riconoscendolo per ciò che Egli era, è e sarà…? NOI NON crediamo nella reincarnazione e preghiamo e crediamo nella risurrezione dei corpi! CRISTO E’ RISORTO!

E veniamo al tocco finale, la ciliegina sulla torta:

– PREGHIERA MUSULMANA (??) “Nel nome di Allah, il clemente, il misericordioso… e i servi di Dio (falsato perché loro usano solo il termine Allah) i santi sono quelli che camminano sulla terra con umiltà…”

Intanto avvisiamo tutti che nei famosi “99 Nomi” attraverso i quali l’Islam onora Allah, manca proprio il centesimo che, guarda il “caso”, è proprio l’appellativo di PADRE!! Per l’Islam è offensivo definire Allah come un “Padre” perché non c’è una RELAZIONE con la divinità, non c’è un Dio “rivelato o incarnato” e Gesù NON E’ IL FIGLIO…. Appare evidente la forzatura di questa preghiera fatta, probabilmente in campo interreligioso con persone che non contano nulla, teologicamente parlando, ma capaci di IMPORRE concetti devastanti.

I Santi sono quelli che sulla terra “camminano nell’umiltà”, è evidente che anche questa frase è costruita ad arte, mischiata, perché non c’è nell’Islam la virtù dell’umiltà e i santi, per loro, sono coloro che muoiono nel nome di Allah, magari uccidendo gli infedeli (ebrei e cristiani). Il concetto di PARADISO per loro non è quello Cattolico, ma è UN HAREM dentro al quale, il santo musulmano morto in combattimento, magari meglio se uccidendo… riceverà TUTTO CIO’ CHE IN TERRA NON HA AVUTO….

Confondere i Santi Cattolici, con il santo pensato dall’Islam – e dalle altre religioni – è OFFENDERE I SANTI E IL CRISTO STESSO. Altra cosa è invece RISPETTARE che nelle altre fedi sparse sulla terra, per coloro che non vi sia stata possibilità di conoscere il Cristo – e dunque non lo hanno rifiutato – vi siano persone morte santamente, nel rispetto inconsapevole del Dio Uno e Trino e Rivelato….

Ma questo “rispettare” non può essere usato ed imposto come un “Cammino verso la Pasqua di Nostro Signore Gesù Cristo”! E’ ERESIA, E’ APOSTASIA.

RIBELLIAMOCI E RIBELLATEVI!!! Con rispetto e con mitezza, che non significa stupidità, ebetismo, imbecillità…. supinismo… Gesù è stato chiarissimo, ed è un “Dio geloso” il nostro: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc.8,34-38)

Se non volete credere a “noi” studiatevi almeno il Catechismo della Chiesa Cattolica che afferma:

  1. Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.

Laudetur Jesus Christus

Ricordiamo anche:

 





[Modificato da Caterina63 24/02/2018 09.28]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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20/02/2018 13.23
 
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Don Morselli scrive ai Vescovi dell'Emilia Romagna, contesta la loro interpretazione di Amoris laetitia ed esprime fedeltà alla Chiesa



A Sua Ecc.za Rev.maMons. Matteo ZuppiArcivescovo di Bologna

Pubblica professione di fede in forma di giuramento

I. Premessa.

Eccellenza,
non Le ho mai nascosto le mie perplessità nei confronti dell'Esortazione Amoris laetitia: perplessità condivise con autorevoli personalità della Chiesa, Cardinali e Vescovi, soprattutto con il Suo Predecessore.Mai mi sarei sognato di esternare questi dubbi se anche queste personalità non si fossero pronunciate in modo analogo.Inoltre, preliminarmente, dichiaro di sottoporre al giudizio della Chiesa quanto contenuto in questo scritto, ed intendo fin d'ora per ritrattato tutto ciò che di contrario alla fede - del tutto involontariamente - io eventualmente affermassi.

1.     Grande confusione nella Chiesa
Il Card. Caffarra diceva, il 14-1-2017, che "Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione"[1] e che "La divisione tra pastori è la causa della lettera che abbiamo spedito a Francesco"[2].Nuovi fatti sono sopraggiunti da allora: e mentre, appellandosi all'esortazione vien messa in discussione Humane vitae, mentre alcuni Vescovi si sono dichiarati favorevoli a benedire la convivenza di persone con tendenza omosessuale, pure sono state presentate le Indicazioni sul capitolo VIII dell'Amoris Laetitia, a firma de I Vescovi dell'Emilia Romagna, pubblicate il 15-1-2018; non riesco a vedere come detto documento non costituisca un allontanamento da quanto proposto a credere dalla Chiesa, in modo chiarissimo, fino a pochi anni fa.

2.     Sviluppo omogeneo del dogma
Certamente è possibile uno sviluppo omogeneo del dogma: San Tommaso d'Aquino, nello spiegare la definizione "La fede è sustanza di cose sperate, ed argomento delle non parventi"[3], insegna che il termine sostanza va inteso come primo cominciamento di tutto ciò che a partire da quello stesso principio è esplicitabile, in quanto in esso virtualmente contenuto: "… si suole chiamare sostanza il primo elemento di qualsiasi cosa, specialmente quando tutto lo sviluppo successivo è contenuto virtualmente in quel primo principio"[4].lQuindi la fede da un lato è immutabile - in quanto partecipazione nell'intelletto umano della Verità prima - e da un altro può esplicitarsi. Infatti "l'oggetto formale della fede è unico e semplice, non essendo che la prima verità, come sopra abbiamo dimostrato. Perciò da questo lato la fede non ha variazioni nei credenti, ma è in tutti della medesima specie"[5]; non di meno, quoad nos, la fede può crescere, man mano che lo Spirito ci guida nella Verità tutta intera (e˙n thØv aÓlhqei÷aˆ pa¿shØ; Gv16,13). Spiega San Tommaso: "…le verità materialmente proposte a credere sono molteplici: e possono essere accolte in maniera più o meno esplicita. E da questo lato un uomo può credere esplicitamente più cose di un altro. Perciò in uno può esserci una fede più grande in base all'esplicitazione dei dogmi"[6].
E in questo senso avanza il progresso dogmatico della Chiesa.Ma uno sviluppo omogeneo non può ammettere contraddizione, perché le conclusioni non possono essere contraddittorie con le premesse: il Card. Caffarra così insegnava:"…il grande tema dell’evoluzione della dottrina, che ha sempre accompagnato il pensiero cristiano… è stato ripreso in maniera splendida dal beato John Henry Newman. Se c’è un punto chiaro, è che non c’è evoluzione laddove c’è contraddizione. Se io dico che s è p e poi dico che s non è p, la seconda proposizione non sviluppa la prima ma la contraddice. Già Aristotele aveva giustamente insegnato che enunciare una proposizione universale affermativa (e. g. ogni adulterio è ingiusto) e allo stesso tempo una proposizione particolare negativa avente lo stesso soggetto e predicato (e. g. qualche adulterio non è ingiusto), non si fa un’eccezione alla prima. La si contraddice. Alla fine, se volessi definire la logica della vita cristiana, userei l’espressione di Kierkegaard: ‘Muoversi sempre, rimanendo sempre fermi nello stesso punto’" [6 bis].

3.     Affermazioni contraddittorie

Purtroppo constatiamo che la divisione tra i Pastori verte su due affermazioni contraddittorie, cioè delle quali se è vera l'una, l'altra è falsa.
(a)   non è mai lecito a due persone non sposate compiere gli atti propri degli sposi(b)  qualche volta è lecito a due persone non sposate compiere gli atti propri degli sposi
L'ammissione dei fratelli divorziati (civilmente risposati e conviventi more uxorio) alla S. Comunione presuppone che si ritenga vero (b), e porta inevitabilmente a conclusioni inaccettabili per ogni buon cristiano: il Suo venerato Predecessore, infatti, in occasione di un importante convegno svoltosi a Roma, nel novembre 2015[7], rispondendo a una domanda circa la possibilità di ammettere i suddetti fratelli alla ricezione dell’Eucarestia, ci diceva che ciò "non è possibile": e questo perché "una tale ammissione vorrebbe dire cambiare la dottrina del matrimonio, della Eucarestia, della confessione, della Chiesa sulla sessualità umana e quinto, avrebbe una rilevanza pedagogica devastante, perché di fronte a una tale decisione, specialmente i giovani, potrebbero concludere legittimamente: - allora è proprio vero, non esiste un matrimonio indissolubile -"[8].

4.     Amore e devozione per il Santo Padre.
Di fronte alle problematiche sopra descritte, che mi fanno vedere nella Chiesa di oggi lo stato della Figlia di Sion descritta nelle Lamentazioni (non Le nascondo che ritengo che il Card. Caffarra sia morto di crepacuore, per il dolore dovuto allo stato della Chiesa), voglio innanzi tutto rinnovare la mia devozione a Papa Francesco, sempre facendo mie - conservate le debite distanze - le parole del Suo Predecessore, al cui sentire mi attengo scrupolosamente:"Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il "dolce Cristo in terra", come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l'indivisibile responsabilità del "munus" petrino"[9].E proprio per questa devozione al Romano Pontefice e per quell'idea che ho appreso circa il suo ministero, mi aspetto ancora dal Vicario di Cristo la risposta ai dubia dei Cardinali. San Tommaso spiega chiaramente i principi per cui è lecito aspettarsi un chiarimento dottrinale inequivocabile da parte del Papa, onde eliminare ogni pericolo di scisma:"…
Ecco perché il Signore disse a Pietro, che aveva costituito Sommo Pontefice: "Io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli". E la ragione di ciò sta nel fatto che la Chiesa deve avere un'unica fede, secondo l'ammonimento di S. Paolo: "Dite tutti la stessa cosa, e non ci siano tra voi degli scismi". Ma questo non si può osservare se, quando sorge una questione di fede, non viene determinata da chi presiede su tutta la Chiesa, in modo che la sua decisione sia accettata dalla Chiesa intera con fermo consenso"[10].Oggi, quanto l'Aquinate affermava in ipotesi - ovvero il non potersi osservare che tutti abbiamo la stessa fede e che non ci sono scismi - sembra essere un dato di fatto; che cosa possiamo fare se, pur essendo sorta una questione di fede, questo chiarimento - che in questi casi è doveroso chiedere e ragionevole attendersi - non arriva?  

Se detta questione non viene determinata dal Papa, mediante indicazioni certissime, anche da un punto di vista formale (sicché l'obbligo e la misura dell'assenso richiesto possano dedursi inequivocabilmente "dal carattere dei documenti, o dall'insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi"[11]), viene buona un'altra raccomandazione del Card. Caffarra:"Ai fedeli cattolici così confusi circa la dottrina della fede riguardo al matrimonio dico semplicemente: leggete e meditate il Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1601-1666. E quando sentite qualche discorso sul matrimonio, anche se fatto da sacerdoti, vescovi, cardinali, e verificate che non è conforme al Catechismo, non ascoltateli. Sono ciechi che conducono altri ciechi"[12].Sulla base di quanto sopra, in questo doloroso frangente, non mi rimane altro che confessare la dottrina cattolica certa, dottrina alla quale ho giurato fedeltà ogni qualvolta l'acquisizione di un ufficio me lo ha richiesto, a norma del diritto canonico: e se mai, per essere fedele al Catechismo, mi trovassi a spergiurare rispetto ad Amoris laetitia o viceversa, allora qualcosa veramente non quadra. E poiché le Indicazioni dei Vescovi dell'Emilia Romagna sono pubbliche, pubblica è anche questa professione di fede, comprensiva della Premessa. Molte persone si sono rivolte a me in questi giorni, scandalizzate; in mancanza di più autorevoli interventi, in coscienza non posso tacere.

II. Professione di fede

Io, Sac. Alfredo Maria Morselli, parroco in diocesi di Bologna, cercando, con l'aiuto di Dio, di mettere in pratica quanto scrive S. Luigi M. Grignion de Montfort, ovvero portando sulle spalle "lo stendardo insanguinato della Croce; il crocifisso nella mano destra; la corona nella sinistra; i sacri nomi di Gesù e di Maria nel cuore"[13], in forma di giuramento, dinnanzi al SS. Sacramento esposto, emetto la seguente professione di fede:

I - ALCUNI PRINCIPI DI MORALE FONDAMENTALE

1.    Credo che esistono degli atti intrinsecamente cattivi che sono sempre peccato mortale, se commessi con piena avvertenza e deliberato consenso, e che quindi non possono ricevere una valutazione morale caso per caso.
Infatti “ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo spergiuro, l'omicidio e l'adulterio. Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene” (CCC 1756).

2.    Credo che le circostanze non possono rendere buona un’azione intrinsecamente cattiva.

Infatti “le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un'azione intrinsecamente cattiva” (CCC 1754).

3.    Credo che non è possibile valutare se un atto sia moralmente buono o meno, considerando solo l’intenzione e le circostanze.

Infatti è “sbagliato giudicare la moralità degli atti umani considerando soltanto l'intenzione che li ispira, o le circostanze (ambiente, pressione sociale, costrizione o necessità di agire, etc. che ne costituiscono la cornice)” (CCC 1756).

4.    Credo che la morale dell’oggetto - così come spiegata nell'enciclica Veritatis splendor - possa e debba essere opportunamente applicata all’esperienza pastorale concreta, anche nei casi più critici.

Infatti “il Magistero della Chiesa […] presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche” (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 115).

5.    Credo che Dio non comanda a nessuno cose impossibili ad osservarsi (quindi neppure ai divorziati civilmente risposati).

Infatti “Nessuno, poi, per quanto giustificato, deve ritenersi libero dall'osservanza dei comandamenti, nessuno deve far propria quell'espressione temeraria e proibita dai padri sotto pena di scomunica, esser cioè impossibile per l'uomo giustificato osservare i comandamenti di Dio” (Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, 13-1-1547, Sessio VI, cap. 11).Inoltre “Dio non comanda cose impossibili ordinando di resistere a qualunque tentazione, ma ordinando “ammonisce di fare ciò che puoi, e di chiedere ciò che non puoi e aiuta perché tu possa” (Concilio di Trento, Ibidem).

6.    Credo che Dio non permette che siamo tentati oltre le nostre forze.

Infatti “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo per poterla sostenere” (1 Cor 10,13).

7.    Credo che non bisogna violare i comandamenti di Dio anche nelle circostanze più gravi.

Infatti “La Chiesa propone l'esempio di numerosi santi e sante, che hanno testimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferito la morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all'onore degli altari, la Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il loro giudizio, secondo cui l'amore di Dio implica obbligatoriamente il rispetto dei suoi comandamenti, anche nelle circostanze più gravi, e il rifiuto di tradirli, anche con l'intenzione di salvare la propria vita” (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 91).

8.    Credo che non è lecito commettere un peccato neppure nel caso si voglia favorire l’educazione dei figli avuti al di fuori del legittimo matrimonio.

Infatti “non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali” (Paolo VI, Lettera enciclica Humanae Vitae, 25-7-1968, § 14).

9.    Credo che la coscienza debba adeguarsi a ciò che è bene e non deciderlo autonomamente.

Infatti “La coscienza, all’atto pratico, è il giudizio circa la rettitudine, cioè la moralità, delle nostre azioni, sia considerate nel loro abituale svolgimento, sia nei loro singoli atti”. (Paolo VI, Udienza generale,12-8-1969).

10.  Credo che la coscienza, intesa come sopra, è necessaria.

Infatti, la coscienza è necessaria perché “la bontà dell’azione umana dipende dall’oggetto in cui è impegnata e, oltre che dalle circostanze in cui è compiuta, dall’intenzione che la muove (Cfr. S. TH. I-IIæ, 18, 1-4); ora questa complessa specificazione dell’azione, se vuol essere umana, implica un giudizio soggettivo, immediato di coscienza, che poi si sviluppa nella virtù regolatrice dell’azione stessa, la prudenza”. (Paolo VI, Udienza generale, 2-8-1972).

11.  Credo che la coscienza, intesa come sopra, è insufficiente.

Infatti la coscienza è insufficiente perché da sola “non basta. Anche se essa porta in se stessa i precetti fondamentali della legge naturale (Cfr. Rom. 2, 2-16). Occorre appunto la legge: e quella che la coscienza offre da sé alla guida della vita umana non basta; dev’essere educata e spiegata; dev’essere integrata con la legge esterna, sia nell’ordinamento civile - chi non lo sa? - e sia nell’ordinamento cristiano - anche questo: chi non lo sa? -. La «via» cristiana non ci sarebbe nota, con verità e con autorità, se non ci fosse annunciata dal messaggio della Parola esteriore, del Vangelo e della Chiesa” (Paolo VI, Ibidem).

12.  Credo che la coscienza non è arbitra del valore morale delle azioni che essa suggerisce.

Infatti la coscienza “è interprete d’una norma interiore e superiore; non la crea da sé. Essa è illuminata dalla intuizione di certi principi normativi, connaturali nella ragione umana (cfr. S. Th., I, 79, 12 e 13; I-II, 94, 1); la coscienza non è la fonte del bene e del male; è l’avvertenza, è l’ascoltazione di una voce, che si chiama appunto la voce della coscienza, è il richiamo alla conformità che un’azione deve avere ad una esigenza intrinseca all’uomo, affinché l’uomo sia uomo vero e perfetto. Cioè è l’intimazione soggettiva e immediata di una legge, che dobbiamo chiamare naturale, nonostante che molti oggi non vogliano più sentir parlare di legge naturale” (Paolo VI, Udienza generale, 12-2-1969).

13.  Credo che la ragione umana non può creare essa stessa la norma morale

Infatti “La giusta autonomia della ragione pratica significa che l'uomo possiede in se stesso la propria legge, ricevuta dal Creatore. Tuttavia, l'autonomia della ragione non può significare la creazione, da parte della stessa ragione, dei valori e delle norme morali. Se questa autonomia implicasse una negazione della partecipazione della ragione pratica alla sapienza del Creatore e Legislatore divino, oppure se suggerisse una libertà creatrice delle norme morali, a seconda delle contingenze storiche o delle diverse società e culture, una tale pretesa autonomia contraddirebbe l'insegnamento della Chiesa sulla verità dell’uomo” (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 40).

14.  Credo che un colloquio con un sacerdote non può mai rendere lecita un’azione intrinsecamente cattiva.

Infatti il sacerdote ha il dovere di spiegare la malizia di un atto intrinsecamente cattivo: “nel campo della morale come in quello del dogma, tutti si attengano al Magistero della Chiesa e parlino uno stesso linguaggio” (Paolo VI, Lettera enciclica Humanae Vitae, 25-7-1968, § 28).

15.  Credo che i precetti negativi della legge naturale - quali ad esempio non bestemmiare, non spergiurare, non commettere omicidio, non commettere adulterio (cf. CCC 1756) - sono universalmente validi.

Infatti “I precetti negativi della legge naturale sono universalmente validi: essi obbligano tutti e ciascuno, sempre e in ogni circostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinata azione semper et pro semper, senza eccezioni, perché la scelta di un tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà della volontà della persona che agisce, con la sua vocazione alla vita con Dio e alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangere precetti che vincolano, tutti e a qualunque costo, a non offendere in alcuno e, prima di tutto, in se stessi la dignità personale e comune a tutti” (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 51).

16.  Credo che chi commette un peccato mortale è privo della grazia di Dio.

Infatti “Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia” (CCC 1861).


II - CIRCA L'INDISSOLUBILITÀ DEL MATRIMONIO

17.  Credo che l’unione matrimoniale dell'uomo e della donna è indissolubile in ogni caso.
Infatti “Nella sua predicazione Gesù ha insegnato senza equivoci il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, quale il Creatore l'ha voluta all'origine: il permesso, dato da Mosè, di ripudiare la propria moglie, era una concessione motivata dalla durezza del cuore; [Cf Mt 19,8] l'unione matrimoniale dell'uomo e della donna è indissolubile: Dio stesso l'ha conclusa. “Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi” (Mt 19,6)” (CCC 1614).

18.  Credo che l’indissolubilità del matrimonio non è mai un’esigenza irrealizzabile.

Infatti “Questa inequivocabile insistenza sull'indissolubilità del vincolo matrimoniale ha potuto lasciare perplessi e apparire come un'esigenza irrealizzabile [Cf. Mt 19,10]. Tuttavia Gesù non ha caricato gli sposi di un fardello impossibile da portare e troppo gravoso, [Cf. Mt 11,29-30] più pesante della Legge di Mosè” (CCC 1615).

19.  Credo che è sempre possibile rimanere fedeli al matrimonio indissolubile, pur in mezzo a tante difficoltà.

Infatti “Venendo a ristabilire l'ordine iniziale della creazione sconvolto dal peccato, [Gesù] stesso dona la forza e la grazia per vivere il matrimonio nella nuova dimensione del Regno di Dio” (CCC 1615).

20.  Credo che tutti gli sposi possono capire il senso originale del matrimonio e viverlo con l'aiuto di Cristo.

Infatti “Seguendo Cristo, rinnegando se stessi, prendendo su di sé la propria croce [Cf. Mc 8,34] gli sposi potranno “capire” [Cf. Mt 19,11] il senso originale del matrimonio e viverlo con l'aiuto di Cristo. Questa grazia del Matrimonio cristiano è un frutto della croce di Cristo, sorgente di ogni vita cristiana” (CCC 1615).

21.  Credo che chi causa il divorzio pecca gravemente.

Infatti “il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di sciogliere il patto liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l'uno con l'altro fino alla morte. Il divorzio offende l'Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno” (CCC 2384).

22.  Credo che un coniuge che contrae un nuovo matrimonio meramente civile si trova in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.

Infatti “Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio” (CCC 1650).Inoltre Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente” (CCC 2384).

23.  Credo che la Chiesa non può riconoscere come valida una nuova unione se era valido il primo matrimonio.

Infatti, anche se oggi, “in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo (“Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”: (Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio” (CCC1650).

24. Credo che non è possibile applicare analogicamente, ad una relazione adulterina, il principio per cui se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 51).

Infatti, essendo l’adulterio un grave peccato e “il peccato il principio attivo della divisione - divisione fra l'uomo e il Creatore, divisione nel cuore e nell'essere dell'uomo, divisione fra gli uomini singoli e fra i gruppi umani, divisione fra l'uomo e la natura creata da Dio -, soltanto la conversione dal peccato è capace di operare una profonda e duratura riconciliazione dovunque sia penetrata la divisione” (S. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2-12-1984, § 23).

25. Credo che l'astensione dagli atti propri degli sposi non danneggia i figli nati dalla nuova unione e quindi non costituisce una nuova colpa.

Infatti provvedere ai figli nati dalla nuova unione non rende necessario compiere gli atti propri degli sposi tra persone che non sono in realtà sposi. Se i divorziati risposati hanno dei figli nati nell'ambito del nuovo matrimonio civile, possono meglio provvedere loro vivendo in grazia di Dio.


III - ALCUNI PRINCIPI DI TEOLOGIA SACRAMENTARIA

26.  Credo che chi è conscio di essere in peccato grave è tenuto a non celebrare la S. Messa e a non comunicarsi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale.
Infatti “La consuetudine della Chiesa afferma […] la necessità che ognuno esamini molto a fondo se stesso [Cf. 1 Cor 11, 28], affinché chi sia conscio di essere in peccato grave non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza avere premesso la confessione sacramentale” (Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Istruzione Redemptionis sacramentum, 25-3-2004, § 80).

27.  Credo che il principale ed indispensabile atto del penitente per ricevere validamente l’assoluzione sacramentale è la contrizione.

Infatti, “Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo posto. Essa è “il dolore dell'animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire” [Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1676]” (CCC 1451). Inoltre “'atto essenziale della penitenza, da parte del penitente, è la contrizione, ossia un chiaro e deciso ripudio del peccato commesso insieme col proposito di non tornare a commetterlo, per l'amore che si porta a Dio e che rinasce col pentimento. Così intesa, la contrizione è, dunque, il principio e l'anima della conversione” (S. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2-12-1984, § 31, III).

28.  Credo che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro.

Infatti “se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento” (S. Giovanni Paolo II, Lettera al Card. William W. Baum in occasione del corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica, 22-3-1996, § 5).

29.  Credo che se uno fosse scoraggiato per le frequenti cadute o spaventato dalla difficoltà di non peccare, deve fondare il pur richiesto proposito di non offendere più Dio sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare.

Infatti “Il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente” (Ibidem).

30.  Credo che se una persona teme di ricadere in peccato, può ugualmente avere il buon proposito di non peccare.

Infatti “non pregiudica l'autenticità del proposito, quando a quel timore di ricadere in peccato sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa” (Ibidem).

31.  Credo che è possibile a persone divorziate risposate ricevere l’assoluzione solo quando sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio.

Infatti, l’assoluzione “può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14-9-1994, § 4).

32.  Credo che l’espressione “forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio” significa in concreto l'assunzione dell'impegno di vivere in piena continenza.

Infatti “Ciò importa, in concreto, che quando l'uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, "assumano l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi” (S. Giovanni Paolo II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 25-10-1980, § 7). In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l'obbligo di evitare lo scandalo” (Ibidem).

33.  Credo che se un fedele divorziato risposato fosse convinto della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, non può ugualmente accedere ai sacramenti.

Infatti É certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l'accesso all'Eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale. Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l'uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza” (Ibidem, § 8).

34.  Credo che non è possibile non riconoscere la mediazione ecclesiale nel valutare nullo il precedente matrimonio.

Infatti “Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della Chiesa, vale a dire, come sacramento” (Ibidem).

35.  Credo che un sacerdote, di fronte a un fedele che, pur vivendo more uxorio con persona diversa dal proprio coniuge legittimo, ritenesse giusto in coscienza di poter accedere all’Eucarestia, ha l'obbligo di ammonirlo che tale giudizio è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa.

Infatti “I pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona e del bene comune della Chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa” (Ibidem, § 6).

36.  Credo che l’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato presuppone l'arrogarsi la facoltà di decidere in ultima analisi, sulla base del proprio pensiero.

Infatti “L’errata convinzione di poter accedere alla Comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione (Cf. Lett. enc. Veritatis splendor, n. 55: AAS 85 (1993) 1178), dell'esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione. Ma una tale attribuzione è inammissibile (Cf. Codice di Diritto Canonico, can. 1085 § 2). Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell'unione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica” (Ibidem, § 7).

37.  Credo che i sacerdoti debbano illuminare la coscienza dei fedeli affinché questi non pensino che l'unico modo di partecipare alla vita della Chiesa sia quello di accostarsi all'Eucarestia.

Infatti “È necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della Chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell'Eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella Messa, della comunione spirituale, della preghiera, della meditazione della Parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia” (Ibidem, § 6).

38.  Credo che i sacerdoti confessori devono sempre mostrare pazienza e bontà nei confronti di chi non riesce ancora ad uscire dallo stato di peccato.

Infatti “Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare, Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone” (Paolo VI, Lettera enciclica Humanae Vitae, 25-7-1968, § 29).

39.  Credo che possiamo e dobbiamo aiutare in tanti modi - che non siano l'ammissione alla recezione dell'Eucaristia - chi non riesce ancora ad uscire dallo stato di peccato.

Infatti dobbiamo ribadire che “I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l'ascolto della Parola di Dio, l'Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l'impegno educativo verso i figli” (Benedetto XVI, esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, 22-2-2007, § 29).

40.  Credo che un’assoluzione data con leggerezza e contraffatta misericordia a chi non ha le dovute disposizioni non può rendere felice lo stesso penitente.

Infatti “Nessuna assoluzione, offerta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologiche, può rendere l'uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possono donare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita”. (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 120).

41.  Credo che i divorziati risposati civilmente e conviventi more uxorio non possono accedere alla Comunione eucaristica.

Infatti “Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione. Per lo stesso motivo non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali. La riconciliazione mediante il sacramento della Penitenza non può essere accordata se non a coloro che si sono pentiti di aver violato il segno dell'Alleanza e della fedeltà a Cristo, e si sono impegnati a vivere in una completa continenza” (CCC1650).

42.  Credo che la norma che preclude la ricezione dell’Eucaristia ai divorziati risposati non deve essere considerata una sorta di punizione.

Infatti  “Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l'accesso alla Comunione eucaristica: «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, 14-9-1994, § 4).

43.  Credo che ammettere i divorziati risposati all’Eucarestia, oltre a essere in sé una cosa cattiva, potrebbe indurre i fedeli in errore e in confusione.

Infatti “C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale; se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio” (Ibidem).

44.  Credo che Maria Santissima, debellatrice di tutte le eresie, debellerà anche gli errori circa la dottrina sul matrimonio.

Ne sono certo, perché Ella “non accetta che l'uomo peccatore venga ingannato da chi pretenderebbe di amarlo giustificandone il peccato, perché sa che in tal modo sarebbe reso vano il sacrificio di Cristo, suo Figlio” (S. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 6-8-1993, § 120).

Hanc veram catholicam fidem, extra quam nemo salvus esse potest, quam in praesenti sponte profiteor et veraciter teneo, eamdem integram et immaculatam usque ad extremum vitae spiritum constantissime, Deo adiuvante, retinere et confiteri atque a meis subditis vel illis, quorum cura ad me in munere meo spectabit, teneri, doceri et praedicari, quantum in me erit, curaturum, ego idem Sac. Alfredo Maria Morselli spondeo, voveo ac iuro: sic me Deus adiuvet, et haec sancta Dei Evangelia.

San Benedetto del Querceto (BO), 20 febbraio 2018

[1] «“Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione”. Intervista al cardinale Caffarra», Il Foglio, 14-1-2017, https://tinyurl.com/ybhlmbt8.
[2] Ibidem
[3] Eb 11,1, come reso da Dante in Par. XXIV, 64-65.
[4] "Substantia enim solet dici prima inchoatio cuiuscumque rei, et maxime quando tota res sequens continetur virtute in primo principio"; Summa theologiae, IIª-IIae q. 4 a. 1 co.
[5] "Formale autem obiectum fidei est unum et simplex scilicet veritas prima, ut supra dictum est. Unde ex hac parte fides non diversificatur in credentibus, sed est una specie in omnibus"; Summa Theologiae, IIª-IIae q. 5 a. 4 co.
[6] "… ea quae materialiter credenda proponuntur sunt plura, et possunt accipi vel magis vel minus explicite. Et secundum hoc potest unus homo plura explicite credere quam alius. Et sic in uno potest esse maior fides secundum maiorem fidei explicationem."; Ibidem

[6 bis] «Solo un cieco…»
[7] "Permanere nella verità di Cristo" - Convegno internazionale in vista del Sinodo sulla famiglia, Roma, 30 settembre 2015.
[8] È possibile vedere il video dell’intervista qui: https://youtu.be/iKRLWE96RCw.
[9] Testo ripreso da: «Un'altra lettera dei quattro cardinali al papa. Anche questa senza risposta», Settimo cielo, 20 giugno 2017, https://tinyurl.com/ycxkt235.
[10] "Unde et Dominus, Luc. XXII, Petro dixit, quem summum pontificem constituit, ego pro te rogavi, Petre, ut non deficiat fides tua, et tu aliquando conversus confirma fratres tuos. Et huius ratio est quia una fides debet esse totius Ecclesiae, secundum illud I ad Cor. I, idipsum dicatis omnes, et non sint in vobis schismata. Quod servari non posset nisi quaestio fidei de fide exorta determinaretur per eum qui toti Ecclesiae praeest, ut sic eius sententia a tota Ecclesia firmiter teneatur". Summa theologiae, IIª-IIae q. 1 a. 10 co.
[11] Lumen gentium 25,
[12] «Santità, la prego risponda a queste tre domande su Amoris Laetitia», a c. di Maike Hickson, http://tinyurl.com/hhfqe3f.
[13] Trattato della vera devozione a Maria, § 59.






[Modificato da Caterina63 20/02/2018 13.29]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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27/02/2018 09.14
 
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"Denuncio la crisi di fede di un clero che ha tradito"
ECCLESIA 27-02-2018

Il cardinal Sarah in Belgio ha parlato della crisi della fede a partire dalle alte gerarchie ecclesiastiche e non ha esitato a denunciare il tradimento dei chierici per mancanza di fede.

 

Nei giorni scorsi il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, era in Belgio, dove  alla presentazione del suo libro “Dio o niente”, ha risposto a certi tentativi di modificare la morale cattolica, in particolare per quello che riguarda il matrimonio e la famiglia, oltre che l’insegnamento sulla vita. Si può leggere in certe sue parole una risposta alle esternazioni del cardinale tedesco Reinhard Marx, del vicepresidente di quella conferenza episcopale, Franz-Josef Bode, e al cardinale di Vienna, Schoenborn? 

Sembra proprio di sì. Davanti a una chiesa piena di fedeli, con in prima fila il nunzio apostolico, il cardinale De Kesel, il Borgomastro Woluwé-Saint Pierre e anche l’abate Philippe Mawet, responsabile della pastorale francofona, che aveva criticato il libro del cardinale qualche giorno prima in un articolo sul quotidiano di sinistra “Libre Belgique”, il porporato ha evocato le ideologie e i gruppi di pressione che “con mezzi finanziari e mediatici potentissimi, attaccano le finalità naturali del matrimonio e si impegnano a distruggere la cellula della famiglia”.

Ma il porporato guineano, in un delle Chiese più disastrate del Continente non ha avuto paura di aggiungere parole dure verso i suoi confratelli nell’episcopato. “Degli alti prelati, provenienti soprattutto dalle nazioni opulente, si danno da fare per apportare modifiche alla morale cristiana per ciò che riguarda il rispetto assoluto della vita dal suo concepimento fino alla sua morte naturale, la questione dei divorziati risposati e altre situazioni familiari problematiche. 

Questi ‘guardiani della fede’ dovrebbero tuttavia non perdere di vista il fatto che il problema posto dalla frammentazione degli scopi del matrimonio è un problema di morale naturale”. Ma il cardinale non si è fermato lì. Ha proseguito con tranquillità: “Le grandi derive sono sorte quando alcuni prelati o intellettuali cattolici hanno cominciato a dire o a scrivere ‘semaforo verde per l’aborto’, ‘semaforo verde per l’eutanasia’. Ora, a partire dal momento in cui i cattolici abbandonano l’insegnamento di Gesù e il Magistero della Chiesa, contribuiscono alla distruzione dell’istituzione naturale del matrimonio come della famiglia ed è tutta la comunità umana che si trova incrinata da questa nuovo tradimento dei chierici”.

Nell’anno in cui si celebra il mezzo secolo di vita dell’enciclica “Humanae Vitae”, con i tentativi neanche troppo nascosti di attenuare in qualche maniera il suo insegnamento, il cardinale ha pronunciato parole molto forti: “Bisognerebbe che la Chiesa tornasse all’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI così come agli insegnamenti di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI su queste questioni vitali per l’umanità. Lo stesso papa Francesco resta nel solco dei predecessori quando sottolinea la coincidenza fra il vangelo dell’amore e il vangelo della pace. Bisogna affermare con forza e senza ambiguità il peso magisteriale di tutto questo insegnamento, mettere in rilievo la sua coerenza e proteggere questo tesoro contro i predatori di questo mondo senza Dio”.

In un’intervista concessa a Cathobel, ha messo in evidenza che la Chiesa oggi debba affrontare grandi questioni, e soprattutto “la sua fedeltà a Gesù, al suo Vangelo, all’insegnamento che ha sempre ricevuto dai primi papi, dai concili…e questo non è evidente, perché la Chiesa desidera adattarsi al suo ambiente, alla cultura moderna”.

E poi la fede: “La fede è venuta a mancare, non solo a livello di popolo di Dio, ma anche fra i responsabili della Chiesa, ci si può chiedere qualche volta se abbiamo davvero la fede”. Il card. Sarah ha ricordato l’episodio del Credo, di don Fredo Olivero, e ha concluso: “Penso che oggi ci sia una grande crisi di fede e anche una grande crisi della nostra relazione personale con Dio”.

E l’Europa? “Non solamente l’Occidente sta perdendo la sua anima, ma si sta suicidando, perché un albero senza radici è condannato a morte. Penso che l’Occidente non possa rinunciare alle sua radici, che hanno creato la sua cultur, i suoi valori”. Il porporato ha continuato così: “Ci sono cose agghiaccianti che succedono in occidente. Penso che un parlamento che autorizza la morte di un bimbo innocente, senza difesa, sia una grave violenza fatta contro la persona umana. Quando si impone l’aborto, soprattutto in Paesi in via di sviluppo, dicendo che se non lo fanno non li si aiuterà più, è una violenza. Non c’è da stupirsi. Quando si ha abbandonato Dio, si abbandona l’uomo, non si ha più una visione chiara dell’uomo. C’è una grande crisi antropologica oggi in Occidente. E questo porta a trattare le persone come oggetti”.






Divorziati "risposati", un altro cardinale sposa i dubia

ECCLESIA  08-03-2018

"Ciò che è vero in un posto A non può essere falso in un posto B. Queste interpretazioni differenti dell’esortazione, che riguardano delle questioni dottrinali, causano confusione fra i fedeli. Io sarei lieto perciò se il Papa facesse chiarezza al riguardo, preferibilmente nella forma di qualche documento magisteriale". Intervistato dal Timone, il cardinale arcivescovo di Utrecht, Eijk chiede al pontefice un documento magisteriale per mettere fine alla confusione generata dall’esortazione post sinodale Amoris laetitia.

Olandese, 65 anni, medico e teologo esperto di bioetica, dal 2007 arcivescovo di Utrecht e fino al 2016 presidente della conferenza episcopale dei Paesi Bassi. E' il cardinale Willem Jacobus Eijk che ha rilasciato una lunga intervista pubblicata sul numero di marzo del Timone.

Nelle risposte affronta apertamente quel piano inclinato che i paesi del centro nord Europa hanno imboccato da tempo e su cui ormai scivolano tutti i paesi dell’Occidente. «La porta, una volta socchiusa, alla fine si apre completamente», dice Eijk spiegando la situazione dell’Olanda rispetto all’eutanasia. La perdita dei principi non negoziabili, anche nell’azione politica dei cattolici, si mostra come una ferita mortale nella ricerca del bene comune e per la dignità della persona umana.

Per quanto riguarda il dibattito ecclesiale sulla questione dell’accesso all’eucaristia per i divorziati risposati, il cardinale ritiene «sarebbe necessario fare chiarezza». Una confusione generata dal capitolo VIII di Amoris laetitia per cui alcuni vescovi o conferenze episcopali offrono soluzioni diverse al fedele.

Ecco alcune risposte del cardinale Eijk al giornalista del Timone Lorenzo Bertocchi.

Eminenza, sembra che molti cattolici impegnati in politica abbiano dimenticato i cosiddetti “principi non negoziabili” (difesa della vita, famiglia naturale e libera educazione).
«I numeri 73-74 dell’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II (1995) permettono che i politici cattolici sotto certe condizioni, cioè rispettando le condizioni dei principi generali sulla collaborazione al male, possano votare per una legge, per esempio una norma più restrittiva sull’aborto procurato, anche se si tratta di una legge intrinsecamente ingiusta, nel tentativo di prevenire che sia accettata una proposta di legge sull’aborto più permissiva. I politici, limitando così il numero di aborti procurati, possono vedere questa azione come un contributo al bene comune. Molti politici cattolici hanno difeso in questo modo il loro voto a favore di una legge sull’aborto o sull’eutanasia, sebbene ci si possa chiedere se davvero abbiano seguito sempre tutte le condizioni menzionate nella Evangelium vitae e se il loro voto possa davvero essere interpretato come un contributo al Bene Comune. Ora, a parte il fatto che molti politici cattolici siano effettivamente preparati per dialogare sui principi non negoziabili e per arrivare a un compromesso eticamente giustificabile o meno, temo che molti di loro non li vedano nemmeno più come non negoziabili».

A suo parere qual è la causa di questa situazione?
«La crisi della fede colpisce sempre anche le convinzioni morali, che ne sono una parte intrinseca. La crisi della fede in Cristo ha condotto a una crisi della fede nella norma assoluta, l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, e perciò nel fatto che certi principi non sono negoziabili. Tuttavia, “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5,29). Le leggi umane devono corrispondere alla legge morale naturale, che salvaguarda la dignità della persona e che deriva dall’ordine che Dio ha dato alla sua creazione». (…)

Nel mese di gennaio lei ha rilasciato un’intervista al quotidiano olandese Trouw, dove ha affrontato la controversa questione dell’accesso ai sacramenti per le coppie di divorziati risposati, un tema che è frutto del cammino sinodale. Potrebbe ripetere il suo pensiero al proposito?
«La questione se si possa consentire ai cosiddetti divorziati risposati civilmente di ricevere l’assoluzione sacramentale e quindi l’eucaristia sta spaccando la Chiesa. Si incontra un dibattito, alle volte abbastanza veemente, a tutti i livelli, fra cardinali, vescovi, preti e laici. La fonte della confusione è l’esortazione post sinodale Amoris laetitia, scritta da Papa Francesco in conclusione dei Sinodi sulla famiglia del 2014 e 2015. Questa confusione concerne soprattutto il numero 305 dell’esortazione. Si osserva che alcune conferenze episcopali hanno introdotto delle regole pastorali che implicano che i divorziati risposati possano essere ammessi alla comunione con una serie di condizioni e dopo un periodo di discernimento pastorale da parte del sacerdote che li accompagna. Invece, altre conferenze episcopali escludono questo. Ciò che è vero in un posto A non può essere falso in un posto B. Queste interpretazioni differenti dell’esortazione, che riguardano delle questioni dottrinali, causano confusione fra i fedeli. Io sarei lieto perciò se il Papa facesse chiarezza al riguardo, preferibilmente nella forma di qualche documento magisteriale.

Io stesso, partecipando a entrambi i Sinodi sulla famiglia, ho argomentato che non si può consentire ai divorziati risposati in rito civile di ricevere la comunione, l’ho fatto anche in un articolo pubblicato su di un libro che conteneva interventi di undici cardinali (“Si può consentire ai divorziati risposati con rito civile di ricevere la comunione?,” in: Matrimonio e Famiglia: Prospettive pastorali di undici cardinali, W. Aymans (ed.), Cantagalli, Siena 2015, pp. 75-86, ndr)».

Può spiegare brevemente qual è la sua posizione?
«Gesù stesso dice che il matrimonio è indissolubile (Mt 5,32; 19,9; Mc 10,11-12; Lc 16,18). Gesù, nel Vangelo secondo Matteo (19,9; cfr. 5,32), sembra ammettere una eccezione, cioè che si possa ripudiare la propria moglie «in un caso di unione illegittima». Tuttavia, il significato della parola greca, porneia, tradotta qui con «unione illegittima», è incerto: significa molto probabilmente un’unione incestuosa a causa di un matrimonio entro gradi di parentela proibiti (cfr. Lev 18,6-18; cf. Atti degli apostoli 15,18-28).

L’argomento più profondo è che non si può consentire ai divorziati risposati di ricevere la comunione in base all’analogia tra il rapporto fra marito e moglie e quello fra Cristo e la Chiesa (Ef 5,23-32). Il rapporto fra Cristo e la Chiesa è un mutuo dono totale. La donazione totale di Cristo alla chiesa si realizza nella donazione della sua vita sulla croce. Questa donazione totale è resa presente nel sacramento dell’Eucaristia. Chi partecipa all’Eucaristia deve essere pronto a un dono totale di se stesso, che fa parte della donazione totale della Chiesa a Cristo. Chi divorzia e si risposa in rito civile, mentre il primo matrimonio non è stato dichiarato nullo, viola il dono mutuo totale che questo primo matrimonio implica. Il secondo matrimonio in rito civile non è un matrimonio vero e proprio. Il violare il dono totale del primo matrimonio ancora da considerare come valido, e l’assenza della volontà di attenersi a questo dono totale, rende la persona coinvolta indegna di partecipare all’eucaristia, che rende presente la donazione totale di Cristo alla Chiesa. Questo non toglie, però, che i divorziati risposati possano partecipare alle celebrazioni liturgiche, anche quella Eucaristica, senza ricevere la comunione, e che i sacerdoti li accompagnino pastoralmente.

Nel caso in cui i divorziati risposati civilmente non possono separarsi, ad esempio per le loro obbligazioni verso i figli di entrambi, possono essere ammessi alla comunione o al sacramento della penitenza, solo rispondendo alle condizioni menzionate nel numero 84 della Familaris consortio e nel numero 29 della Sacramentum caritatis. Una di queste condizioni è che loro devono impegnarsi a vivere come fratello e sorella, cioè smettere di avere rapporti sessuali».






IL CASO

"Il Papa mi ha detto...". Si fa largo il magistero privato

EDITORIALI 05-04-2018

Una suora dall'Argentina sdogana i preservativi: "Me l'ha detto il Papa...". Silenzio dalla sala stampa vaticana. Intanto però si fa largo un magistero privato di Francesco esposto sempre da terzi, ma in contraddizione con quello pubblico che rende ormai urgente un intervento chiarificatore. Perché quando le opinioni sono imposte da chi ha potere, il passo verso l'ideologia è molto breve.

 

Martha Pelloni

A forza di dichiarazioni choc finirà che la sala stampa della Santa Sede verrà ribattezzata Ufficio smentite & conferme. Non si è ancora sopito il can can mediatico dopo le parole attribuite al Papa da Eugenio Scalfari sull’inesistenza dell’inferno, che sul tavolo del portavoce vaticano ieri è piombato come un macigno un nuovo faldone: quello dello sdoganamento dei preservativi. Contraccettivi per evitare l’aborto. Il tutto attribuito a Papa Francesco da una suora argentina. Possibile? Il metodo è quello ormai della dichiarazione choc fatta da un interlocutore che sostiene di averne parlato con il Papa.

In Argentina si è nel mezzo del dibattito sulla depenalizzazione dell’aborto e una radio locale, Fm la Patriada ha intervistato una suora molto conosciuta nel Paese, Martha Pelloni, che si occupa di bambini da strappare alla droga e di donne in difficoltà.  Ebbene, nel corso dell’intervista, la Pelloni, dopo aver detto di essere a favore del dibattito, come il presidente Macri, ha sostenuto che una donna non debba aver bisogno di abortire perché se è ben informata, se lavora e se non subisce violenza non ha bisogno di ricorrere all’interruzione di gravidanza. Ma andando sul tema della paternità responsabile dice: “Papa Francesco parlando su questo argomento mi ha detto tre parole: preservativo, transitorio e reversibile. Un diaframma e, nell'ultimo caso, che è ciò che consigliamo alle donne sul campo ... la legatura delle tube”.

Non si capisce per quale motivo la legatura delle tube debba rientrare tra le procedure reversibili, data la sostanziale irreversibilità della sterilizzazione tubarica. In ogni caso, la battuta, riportata senza particolari dettagli, ha provocato il necessario clamore: “Il papa sdogana i contraccettivi”. Ovviamente si ignora il contesto, quando sarebbe stata detta questa frase e soprattutto si ignora se la frase sia stata realmente pronunciata da Papa Francesco o dall’allora vescovo Bergoglio. La sala stampa ieri non ha fornito nessun chiarimento. Intanto però la macchina mediatica macina e assimila il concetto, quello dei contraccettivi da liberare dal laccio dottrinale che già sono interessati da una vasta operazione di rilettura critica dell’Humanae vitae di Paolo VI.

Sarà vero? L’avrà detto o no? La confusione regna sovrana. In fondo, basterebbe poco da parte della Santa Sede: un comunicato secco per dire che non è vero o che ciò che emerge negli incontri privati del Papa non è materia di Magistero perché rientra appunto nel privato. Ma forse è proprio questo il punto, la sovrapposizione tra il piano privato e quello pubblico per portare avanti spinte rivoluzionarie in tema di dottrina e di morale utilizzando materia teologica che è già da tempo dibattuta e spinge per essere approvata.

Come dimostra infatti la vicenda Scalfari, ultimamente ciò che esce nel privato di Bergoglio, in un modo o nell’altro, diventa anche di dominio pubblico e viene rielaborato come se si trattasse di una dichiarazione pronunciata in cathedra Petriassistita dall’infallibilità pontificia. Delle due l’una: o c’è un complotto internazionale che vuole far passare il Papa per quello che non è o il Papa in privato fa affermazioni che non sono in conformità con la dottrina. In ogni caso è sempre più necessario spiegare e se il caso chiarire questo pericoloso corto circuito che ha ricadute anche immediate. Pensiamo solo a come possa uscire depotenziata la contrarietà dei vescovi argentini nella battaglia contro l’approvazione di una legge che depenalizzi l’aborto se si fa uscire la notizia che il Papa sdogana i contraccettivi.

Adesso qualcuno si prenderà la briga di riportare tutti gli interventi pubblici nel corso dei quali il Papa ha detto no ai contraccettivi, un po’ per placare le ansie, un po’ per normalizzare il tutto, ma nel frattempo lavorerà anche quel magistero parallelo che si nutre di dichiarazioni private o parziali di Bergoglio per sostenere il contrario, in uno scontro all’ultimo sangue dove ad uscire sconfitto è il principio di non contraddizione.

E questo modus operandi non sembra trovare ostacoli da parte dello stesso pontefice e dei suoi collaboratori più stretti. Con questo pontificato è stato inaugurato un nuovo tipo di comunicazione: “Il Papa mi ha detto che…”. Lo si vede ora con i casi Pelloni e Scalfari, ma lo si è visto anche in passato con tanti altri interpreti delle confidenze del Papa. Basti solo ricordare il caso del vescovo Bruno Forte su come accomodare le risultanze del Sinodo dei vescovi in materia di comunione ai divorziati risposati. 

In questo modo si crea così un Magistero privato da contrapporre a quello ufficiale. Un Magistero personale che viaggia parallelamente e con il favore mediatico sul quale però sarebbe il momento che sia lo stesso Bergoglio a intervenire per dire se sia quello da tenere in considerazione o no perché la coabitazione tra una verità e il suo contrario sta gettando nello sconcerto sempre più fedeli.

Il passo è breve. Si va dal Magistero del dubbio, sostenuto da vescovi e cardinali, in cui la dottrina non viene più in aiuto per confermare la fede, ma per ampliare il raggio delle possibilità e delle soluzioni, al magistero privato, in cui ognuno, smettendo di insegnare non fa altro che esporre le sue opinioni. E quando le opinioni acquisiscono autorevolezza in forza non della loro verità, ma del grado gerarchico del potente di turno che le espone, il passo verso l’ideologia è davvero breve. 






 

[Modificato da Caterina63 05/04/2018 09.21]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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INTERVISTA

Burke: Correggere il Papa per obbedire a Cristo
ECCLESIA 05-04-2018

C’è chi accusa di disobbedienza quanti hanno espresso dubbi, domande e critiche all’operato del Papa, ma «la correzione della confusione o dell’errore non è un atto di disobbedienza, bensì un atto di obbedienza a Cristo e perciò al Suo Vicario sulla terra». Così il cardinale Raymond Leo Burke in questa intervista a La Nuova BQ, alla vigilia di un importante convegno che ci sarà a Roma sabato 7 aprile sul tema “Dove va la Chiesa”.

 

Il cardinale Raymond L. Burke

C’è chi accusa di disobbedienza quanti hanno espresso dubbi, domande e critiche all’operato del Papa, ma «la correzione della confusione o dell’errore non è un atto di disobbedienza, ma un atto di obbedienza a Cristo e perciò al Suo Vicario sulla terra». Così si esprime il cardinale Raymond Leo Burke in questa intervista a La Nuova BQ, alla vigilia di un importante convegno che ci sarà a Roma sabato 7 aprile sul tema “Dove va la Chiesa” (clicca qui), di cui lo stesso cardinale Burke sarà uno dei relatori. Il convegno di Roma si svolgerà nel ricordo del cardinale Carlo Caffarra, scomparso lo scorso settembre, uno dei firmatari dei Dubia. Come si ricorderà si tratta di 5 domande a papa Francesco volte ad avere una dichiarazione chiara di continuità con il Magistero precedente in seguito alla confusione creatasi con le diverse e a volte opposte interpretazioni dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. A quei Dubia, di cui anche il cardinale Burke è un firmatario, mai è stata data risposta né papa Francesco ha mai risposto alla ripetuta richiesta di un’udienza da parte dei cardinali firmatari.

Eminenza, lei sarà uno dei principali relatori al convegno del 7 aprile, che nel nome del cardinal Caffarra si interrogherà sulla direzione della Chiesa. Già dal titolo del convegno si percepisce la preoccupazione per la direzione presa. Quali sono i motivi di tale preoccupazione?
La confusione e la divisione nella Chiesa, sulle questioni fondamentali e più importanti – il matrimonio e la famiglia, i Sacramenti e la giusta disposizione per accedervi, gli atti intrinsecamente cattivi, la vita eterna ed i Novissimi – diventano sempre più diffuse. E il Papa non soltanto rifiuta di chiarire le cose con l’annuncio della costante dottrina e sana disciplina della Chiesa, una responsabilità che è inerente al suo ministero quale Successore di san Pietro, ma aumenta anche la confusione.

Si riferisce anche al moltiplicarsi di dichiarazioni private che vengono riportate da coloro che lo incontrano?
Quello che è successo con l’ultima intervista concessa ad Eugenio Scalfari durante la Settimana Santa e resa pubblica il Giovedì Santo è andato oltre il tollerabile. Che un noto ateo pretenda di annunciare una rivoluzione nell’insegnamento della Chiesa Cattolica, ritenendo di parlare nel nome del Papa, negando l’immortalità dell’anima umana e l’esistenza dell’Inferno, è stata fonte di profondo scandalo non solo per tanti cattolici ma anche per tanti laici che hanno rispetto per la Chiesa Cattolica ed i suoi insegnamenti, anche se non li condividono. Oltretutto il Giovedì Santo è uno dei giorni più santi dell’anno, il giorno in cui il Signore ha istituito il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e il Sacerdozio, affinché Egli possa offrirci sempre il frutto della Sua redentiva Passione e Morte per la nostra salvezza eterna. Inoltre la risposta della Santa Sede alle reazioni scandalizzate arrivate da tutto il mondo, è stata fortemente inadeguata. Invece di riannunciare chiaramente la verità sulla immortalità della anima umana e sull’Inferno, nella smentita c’è scritto solo che alcune parole citate non sono del Papa. Non dice che le idee erronee, perfino eretiche, espresse da queste parole non sono condivise dal Papa e che il Papa ripudia tali idee quali contrarie alla fede cattolica. Questo giocare con la fede e la dottrina, al livello più alto della Chiesa, giustamente lascia pastori e fedeli scandalizzati.

Se queste cose sono molto gravi, e fonte di imbarazzo, stupisce però anche il silenzio di tantissimi Pastori.
Certo, la situazione è ulteriormente aggravata dal silenzio di tanti vescovi e cardinali che condividono con il Romano Pontefice la sollecitudine per la Chiesa universale. Alcuni stanno semplicemente zitti. Altri fanno finta che non ci sia nulla di grave. Altri ancora diffondono fantasie di una nuova Chiesa, di una Chiesa che prende una direzione totalmente diversa dal passato, fantasticando ad esempio di un “nuovo paradigma” per la Chiesa o di una conversione radicale della prassi pastorale della Chiesa, rendendola completamente nuova. Poi ci sono quelli che sono entusiasti promotori della cosiddetta rivoluzione nella Chiesa Cattolica. Per i fedeli che capiscono la gravità della situazione, la mancanza di direzione dottrinale e disciplinare da parte dei loro pastori li lascia smarriti. Per i fedeli che non capiscono la gravità della situazione, questa mancanza li lascia in confusione ed eventualmente vittime di errori dannosi alle loro anime. Molti che sono entrati nella piena comunione della Chiesa Cattolica, essendosi battezzati in una comunione ecclesiale protestante, perché le loro comunità ecclesiali hanno abbandonato la fede apostolica, soffrono intensamente la situazione: percependo che la Chiesa Cattolica sta andando nella stessa via dell’abbandono della fede.

Quella che lei dipinge è una situazione apocalittica…
Tutta questa situazione mi porta a riflettere sempre più sul messaggio della Madonna di Fátima che ci ammonisce del male - ancora più grave dei gravissimi mali sofferti a causa della diffusione del comunismo ateistico - che è l’apostasia dalla fede dentro la Chiesa. Il n. 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che “[p]rima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti“, e che “[l]a persecuzione che accompagna il suo [della Chiesa] pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”.

In una tale situazione i vescovi e i cardinali hanno il dovere di annunciare la vera dottrina. Allo stesso tempo devono condurre i fedeli a fare riparazione per le offese a Cristo e le ferite inflitte al Suo Corpo Mistico, la Chiesa, quando la fede e la disciplina non sono giustamente salvaguardate e promosse dai pastori. Il grande canonista del XIII secolo, Enrico da Susa o l’Ostiense, affrontando la difficile questione di come correggere un Romano Pontefice che agirebbe in un modo contrario al suo ufficio, afferma che il Collegio dei Cardinali costituisce un controllo de facto contro l’errore papale.

Senza dubbio, oggi è molto discussa la figura di papa Francesco. Si passa facilmente dall’esaltazione acritica di qualsiasi cosa egli faccia alla critica spietata per ogni suo gesto ambiguo. Ma in qualche modo il problema di come rapportarsi al Papa vale per ogni pontefice. Per cui alcune cose necessitano di essere chiarite. Intanto, cosa rappresenta il Papa per la Chiesa?
Secondo il costante insegnamento della Chiesa, il Papa, per la volontà espressa di Cristo, è “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Costituzione Dommatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, n. 23). È l’essenziale servizio del Papa di salvaguardare e promuovere il deposito della fede, la vera dottrina e la sana disciplina coerente con le verità credute. Nell’intervista già citata con Eugenio Scalfari, ci si riferisce compiacenti al Papa come “rivoluzionario”. Ma l’Ufficio Petrino non ha niente, assolutamente niente, da fare con la rivoluzione. Al contrario, esiste esclusivamente per la conservazione e propagazione della fede cattolica immutabile che conduce anime alla conversione di cuore e conduce tutta l’umanità alla unità fondata sull’ordine iscritto da Dio nella Sua creazione e soprattutto nel cuore dell’uomo, l’unica creatura terrena fatta ad immagine di Dio. È l’ordine che Cristo ha restaurato per il Mistero Pasquale che stiamo celebrando in questi giorni. La grazia della Redenzione che promana dal Suo Cuore trafitto glorioso nella Chiesa, nei cuori di suoi membri, dà la forza per vivere secondo questo ordine, cioè in comunione con Dio e con il prossimo. 

Sicuramente il Papa non è un sovrano assoluto, eppure oggi è molto percepito in questo modo. “Se lo dice il Papa…” è il modo comune di troncare qualsiasi domanda o dubbio su alcune affermazioni. C’è una sorta di papolatria. Come vi si risponde?
La nozione della pienezza del potere del Romano Pontefice è stata chiaramente enunciata già da Papa San Leone Magno. I canonisti del Medioevo hanno contributo grandemente all’approfondimento del potere inerente l’Ufficio Petrino. Il loro contributo rimane sempre valido e importante. La nozione è assai semplice. Il Papa, per la volontà divina, gode di tutto il potere necessario per poter salvaguardare e promuovere la vera fede, il vero culto divino, e la richiesta sana disciplina. Questo potere appartiene non alla sua persona ma al suo ufficio di Successore di san Pietro. Nel passato, per lo più, i papi non hanno resi pubblici i loro atti personali o le loro opinioni, proprio per non rischiare che i fedeli siano confusi su quello che fa e pensa il successore di san Pietro. Attualmente, c’è una rischiosa e perfino dannosa confusione della persona del Papa con il suo ufficio che risulta nell’oscuramento dell’Ufficio Petrino e in un concetto mondano e politico del servizio del Romano Pontefice nella Chiesa. La Chiesa esiste per la salvezza delle anime. Qualsiasi atto di un Papa che mina la missione salvifica di Cristo nella Chiesa, sia un atto eretico o sia un atto peccaminoso in se stesso, è semplicemente vuoto dal punto di vista dell'Ufficio petrino. Quindi anche se chiaramente reca gravissimo danno alle anime, non comanda l'obbedienza di pastori e fedeli. Dobbiamo sempre distinguere il corpo dell’uomo che è il Romano Pontefice dal corpo del Romano Pontefice, cioè dell’uomo che esercita l’ufficio di san Pietro nella Chiesa. Non fare la distinzione significa papolatria e finisce con la perdita di fede nell’Ufficio Petrino divinamente fondato e sostenuto.

Nel rapporto con il Papa a cosa un cattolico deve tenere maggiormente?
Il cattolico deve sempre rispettare, in modo assoluto, l’Ufficio Petrino quale parte essenziale dell’istituzione della Chiesa da parte di Cristo. Il momento nel quale il cattolico non rispetta più l’ufficio del Papa si è disposto o allo scisma o alla apostasia dalla fede. Allo stesso tempo, il cattolico deve rispettare l’uomo incaricato con l’ufficio che significa attenzione al suo insegnamento e direzione pastorale. Questo rispetto include anche il dovere di esprimere al Papa il giudizio di una coscienza rettamente formata, quando egli devia o sembra deviare dalla vera dottrina e sana disciplina o abbandona le responsabilità inerenti il suo ufficio. Per il diritto naturale, per i Vangeli, e per la costante tradizione disciplinare della Chiesa, i fedeli sono tenuti ad esprimere ai loro pastori la loro premura per lo stato della Chiesa. Hanno questo dovere al quale corrisponde il diritto di ricevere una risposta dai loro pastori.

Quindi è possibile criticare il Papa? E a quali condizioni?
Se il Papa non adempie il suo ufficio per il bene di tutte le anime, non è soltanto possibile ma anche necessario criticare il Papa. Questa critica deve seguire l’insegnamento di Cristo sulla correzione fraterna nel Vangelo (Mt 18, 15-18). Prima, il fedele o pastore deve esprimere la sua critica in un modo privato, che permetterà al Papa di correggersi. Ma se il Papa rifiuta di correggere il suo modo di insegnare o agire gravemente mancante, la critica deve essere resa pubblica, perché ha da fare con il bene comune nella Chiesa e nel mondo. Alcuni hanno criticato quelli che hanno espresso pubblicamente la critica al Papa quale una manifestazione di ribellione o di disobbedienza, ma domandare – con il rispetto dovuto per il suo ufficio - la correzione di confusione o errore non è un atto di disobbedienza, ma un atto di obbedienza a Cristo e perciò al Suo Vicario sulla terra.  



I VOLUMETTI DI VIGANÒ

Promuovere Francesco ignorando Giovanni Paolo e Benedetto
ECCLESIA 09-04-2018

Continuiamo la lettura dei volumetti sulla "Teologia di papa Francesco", affrontando il saggio di don Roberto Repole dedicato all'ecclesiologia. Laddove risulta che il rapporto tra Chiesa universale e Chiese locali è rovesciato rispetto a quanto codificato dai suoi predecessori.

 

La collana sulla teologia di Francesco

Continuiamo la lettura dei volumetti sulla "Teologia di papa Francesco", editi dalla Libreria Editrice Vaticana, che sono stati al centro del pasticcio che ha coinvolto Benedetto XVI e alla fine provocato le dimissioni di monsignor Dario Edoardo Viganò da prefetto della Segreteria per la Comunicazione. Scopo della collana è l’approfondimento del pensiero teologico dell’attuale Pontefice e la dimostrazione della sua continuità con i predecessori. Dopo aver affrontato i tedeschi Peter Hünermann e Jürgen Werbick, prendiamo ora in esame il lavoro dell'italiano don Roberto Repole, curatore della collana.

Il sogno di una Chiesa evangelica, che si occupa dell’ecclesiologia del Papa, è particolarmente importante perché scritto dal curatore dell’intera collana, don Roberto Repole, torinese, classe 1967, attuale direttore della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sezione di Torino. Don Repole sceglie una via piuttosto difficile, volendo dimostrare la continuità del Papa con i predecessori, semplicemente ignorando di chiamare in causa tali predecessori. Il Papa più “vecchio” che compare è Giovanni Paolo II, relegato in una noticina, giusto per dire che il suo insegnamento presente in Apostolos Suos, 12 è troppo “all’interno di una cornice ancora tendenzialmente universalistica di Chiesa”.

Questo limite, che risalta, secondo lui, in modo ancora più evidente nella lettera Communionis notio della Congregazione per la Dottrina della Fede (1992), ha fatto sorgere – afferma Repole – “un intenso dibattito teologico che ha visto in Ratzinger e Kasper i due principali protagonisti”. In questa disputa, Francesco ha seguito la posizione di Kasper, sostenitore di una concezione “per cui non si possa intendere l’universalità della Chiesa come realtà previa all’esistenza delle Chiese locali”.

Stranamente si fa finta che Ratzinger sia un teologo che esprime il proprio personale pensiero, dibattendo con un altro teologo (Kasper) e che il Papa attuale avrebbe preferito quest’ultimo. Le cose però sono un tantino diverse: “La Chiesa universale precede le Chiese particolari, e queste devono sempre conformarsi a quella, secondo un criterio di unità e universalità” è un’affermazione che fece Benedetto XVI, in occasione della solennità di Pentecoste del 2010; affermazione da Papa, che riprende in modo sintetico quanto diffusamente spiegato nella già citata Communionis Notio, che egli firma da Prefetto della CDF, con approvazione di un Papa, Giovanni Paolo II. E sempre da Papa pubblicò l’Esortazione Apostolica Ecclesia in Medio Oriente, dove al n. 38 si legge che la Chiesa universale è una realtà preliminare alle Chiese particolari, che nascono nella e dalla Chiesa universale”, precisando che “questa verità riflette fedelmente la dottrina cattolica e particolarmente quella del Concilio Vaticano II. Introduce alla comprensione della dimensione gerarchica della comunione ecclesiale e permette alla diversità ricca e legittima delle Chiese particolari di articolarsi sempre nell’unità”.

È quindi quanto meno curioso che Repole non riporti questi testi, ma riduca il tutto ad una disputa tra teologi, laddove Benedetto XVI intende esporre fedelmente la dottrina cattolica ed anche l’insegnamento del Concilio. Un modo singolare di provare la continuità quello di cancellare qualsiasi testo del Magistero precedente che possa mostrare qualche problema di discontinuità…

Ed infatti Repole presenta una linea diretta tra papa Francesco e il Vaticano II, come se nel frattempo non ci siano stati cinquant’anni di Magistero, che di quel Concilio hanno indicato l’interpretazione. Secondo Repole, l’insegnamento di Francesco segna una “nuova fase di recezione dell’insegnamento ecclesiologico espresso dal Vaticano II”, talmente nuova da non riuscire a trovare agganci se non in Francesco stesso ed in altri nuovi “pontefici”. I più citati: Spadaro, già ben conosciuto; Carlos Maria Galli, decano della Facoltà di teologia di Buenos Aires (della Pontificia Università Cattolica Argentina, il cui rettore è Victor Manuel Fernandez), che con Spadaro ha pubblicato La riforma e le riforme nella Chiesa. Un libro che provocherà la risposta di mons. Agostino Marchetto, che ha dovuto mettere in rilievo come nel volume, gli autori “si situano tutti, o quasi, in una linea unidimensionale di riforma, con sottolineatura della sinodalità-collegialità, senza tener molto presente e sviluppare l’altro polo del fondamentale binomio primato-sinodalità…E proprio per questo, in fondo, monocorde tono del coro e la conseguente unilateralità dell’opera, che è sorta in me l’idea di far udire un’altra voce” (cioè la pubblicazione di Marchetto La riforma e le riforme nella Chiesa. Una risposta).  

Galli - che insieme al gesuita argentino Juan Carlos Scannone, altra firma della collana sulla teologia del Papa - è tra i sostenitori della cosiddetta “teologia del popolo”, è anche autore del volume della collana La Teologia di papa Francescodedicato alla mariologia. Oltre a Spadaro e Galli, l’altra grande auctoritas a cui rinvia il libro di Repole è Kasper. Niente male. Paolo VI, Giovanni Paolo II assenti; Benedetto XVI ridotto a semplice teologo, ma in compenso abbiamo le tre colonne della continuità: Spadaro, Galli e Kasper.

Quest’ultimo poi viene tirato in ballo anche per un’altra chicca: una cosina non proprio indifferente. Le formule dottrinali, scrive Repoli, “sono sempre definitive e provvisorie al tempo stesso, per usare un’espressione adoperata da Kasper già diversi decenni or sono. Tali formulazioni non possono, perciò, costituire un divieto allo sforzo di riesprimere in altri modi quella medesima verità”. Repole, sulla scorta di Evangelii Gaudium, 41, arriva a sostenere che “senza cogliere il senso profondo e il compito delle formule dottrinali, che non impediscono nuove formulazioni… si potrebbe arrivare alla situazione paradossale di sentire un linguaggio formalmente ortodosso che non indirizza al vero Vangelo di Cristo”. Da qui porte aperte a “nuove formulazioni”, a “nuovi linguaggi di espressione della fede”. Per Repole, anche Ratzinger avvallerebbe quanto sopra.

Ora, su un argomento così delicato ci si sarebbe aspettati almeno qualche precisazione in più; e soprattutto, se si cita qualcuno (in questo caso un certo Ratzinger), si dovrebbe esprimere il suo pensiero integralmente, sebbene limitatamente allo spazio a disposizione. Ratzinger, nella frase riportata in nota da Repole, affermava che la formulazione dogmatica certamente non ha la pretesa di essere l’unica possibile, eppure essa obbliga e permane perché “esprime la fede in comune”; cioè per dirla con il documento L’interpretazione dei dogmi, della Commissione Teologica Internazionale (1990), autorizzato dallo stesso cardinal Ratzinger, la Chiesa, per giungere a delle formulazioni, ha sottoposto i termini utilizzati “a un processo di purificazione e di trasformazione o di rielaborazione. Così, ha creato il linguaggio adatto al proprio messaggio”. Proprio per questo, “come comunità della fede, la Chiesa è una comunità nella parola della confessione. Perciò l’unità nelle parole fondamentali della fede fa anche parte… dell’unità della Chiesa”.

La conseguenza di questo processo è diametralmente opposta a quella cui arriva Repole: “Queste parole fondamentali della fede non sono rivedibili, neppure quando ci si propone di non perdere di vista la realtà che è espressa in esse. Ma ci si deve sforzare di assimilarle sempre più e di procedere oltre nella loro spiegazione, grazie a tutta una gamma di forme diverse di evangelizzazione”.

Tout se tient: la posta in gioco è l’unità della Chiesa; se si rinuncia alla precedenza della Chiesa universale rispetto alle chiese particolari, se la sinodalità e la collegialità diventano ipertrofiche, se le formulazioni dogmatiche non solo possono ma devono cambiare, il risultato è che l’unità della Chiesa si frantuma e non a vantaggio di una maggiore libertà dei cristiani, ma per un loro completo naufragio. Ed infatti a tutti questi punti i predecessori di Bergoglio si sono opposti, riequilibrando la barca di Pietro.

La ripetizione mantrica della sinodalità va di pari passo con l’assolutizzazione della concezione della Chiesa come popolo di Dio. Repole decide piuttosto arbitrariamente che “la categoria più importante con cui il Vaticano II ha parlato della Chiesa è stata quella di popolo di Dio”, categoria che diventa centrale nell’ecclesiologia di papa Francesco. Il minimo che si dovrebbe dire è che insieme alla categoria di popolo di Dio, la Sacra Scrittura, la Tradizione della Chiesa, lo stesso Concilio e il Catechismo ne utilizzano altre (Corpo mistico di Cristo, Sposa di Cristo, Tempio dello Spirito Santo, nuova Gerusalemme…), ciascuna delle quali permette di arricchire la nostra comprensione di ciò che permane un mistero e di evitare fughe unilaterali. La stessa Lumen Gentium, subito dopo il secondo capitolo dedicato alla Chiesa popolo di Dio, parla della costituzione gerarchica della Chiesa.

Ma Repole non sembra tenerne molto conto e tira dritto con affermazioni di sconcertante superficialità; secondo lui, l’identificazione della Chiesa come popolo di Dio impedisce di “separare rigidamente una Ecclesia docens ed una Ecclesia discens. All’interno della Chiesa nessuno può essere, infatti, collocato al di sopra degli altri”. Frase certamente ad effetto, adatta alle campagne elettorali, ma non ad un testo di ecclesiologia. Perché un’affermazione così risulta (volutamente?) anfibologica, prestandosi come minimo ad interpretazioni contrarie alla fede cattolica.

Stessa sorte per il continuo ricorrere all’immagine della “Chiesa in uscita” e alla “conversione pastorale”, provocando uno sbilanciamento molto problematico, che finisce con lo snaturare la Chiesa di Dio e la vita cristiana. E’ l’evangelista Marco a ricordare che Gesù “ne costituì Dodici – che chiamò Apostoli – perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc. 3, 14): nessuna conversione pastorale, ma semmai cristocentrica.

E’ significativo che in questa presentazione dell’ecclesiologia di Francesco manchi totalmente il riferimento liturgico ed anche quello sacramentale risulta carente. Più correttamente, il cardinal Ratzinger, nel suo noto intervento del 2000 sull’ecclesiologia di Lumen Gentium, faceva notare alcune cose essenziali, sulle quali, non a caso Repole, dice che “si può eccepire”. Così scriveva Ratzinger: “il Vaticano II voleva chiaramente inserire e subordinare il discorso della Chiesa al discorso di Dio, voleva proporre una ecclesiologia nel senso propriamente teo-logico…All’inizio sta l’adorazione. E quindi Dio. Questo inizio corrisponde alla parola della Regola benedettina: Operi Dei nihil praeponatur... La Chiesa si lascia guidare dalla preghiera, dalla missione di glorificare Dio. L’ecclesiologia ha a che fare per sua natura con la liturgia”. Un altro mondo.

E proprio in questo discorso Ratzinger metteva in guardia da alcuni malintesi: “Ero grato e contento, quando il Sinodo del 1985 riportò al centro della riflessione il concetto di «communio». Ma gli anni successivi mostrarono che nessuna parola è protetta dai malintesi, neppure la migliore e la più profonda. Nella misura in cui «communio» divenne un facile slogan, essa fu appiattita e travisata. Come per il concetto di popolo di Dio così si doveva anche qui rilevare una progressiva orizzontalizzazione, l’abbandono del concetto di Dio. L’ecclesiologia di comunione cominciò a ridursi alla tematica della relazione fra Chiesa locale e Chiesa universale, che a sua volta ricadde sempre più nel problema della divisione di competenze fra l’una e l’altra”. Come dicono a Roma: stiamo da capo a 12.



[Modificato da Caterina63 09/04/2018 08.27]
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BELGIO/APPELLO IGNORATO

Bergoglio mette fine alla fraternità "dei miracoli"
ECCLESIA 12-04-2018

Il Papa firma il decreto di dissoluzione della Fraternità dei Santi apostoli di Bruxelles, che poteva contare su un numero considerevole di sacerdoti e seminaristi, nel deserto ecclesiale del Belgio. Una ferita, provocata senza aspettare che la giustizia ecclesiastica seguisse il suo corso naturale e si pronunciasse sul ricorso presentato dai parrocchiani.

 

Ricordate il caso delle Fraternità sacerdotale dei Santi Apostoli, di Bruxelles? Nel panorama disastrato della Chiesa belga, e della capitale europea forse più scristianizzata, l’allora arcivescovo di Malines-Bruxelles, André Léonard aveva creato una Fraternità sacerdotale, nel 2013 ispirata al carisma del sacerdote francese Michel-Marie Zanotti- Sorkine. Poteva contare su 23 seminaristi e 6 sacerdoti. Un evento straordinario in una Chiesa in cui l’anno scorso, nella parte francofona non si è contato neanche un nuovo ingresso in seminario. Alla Fraternità era stata affidata una parrocchia nel centro di Bruxelles, Santa Caterina, e la loro presenza aveva segnato una nuova fioritura di fede e di attività.

Poi l’arcivescovo André Léonard, una figura di uomo di fede e che per la sua difesa dei valori della Chiesa aveva subito attacchi (anche fisici) e umiliazioni non solo non aveva ricevuto come sarebbe stato logico attendersi la berretta cardinalizia, ma allo scadere dei 75 anni era stato rapidamente congedato dal Pontefice regnante. Il suo posto è stato preso da mons. De Kesel, gran protetto del discusso cardinale Danneels, coinvolto in una penosa inchiesta di abusi per aver protetto un vescovo colpevole. De Kesel naturalmente è stato fatto cardinale. E una delle prime azioni è stata quella di decidere di non ospitare più la Fraternità, a cui, oltre che Santa Caterina, era stata affidata un’altra parrocchia. Il motivo ufficiale della decisione era che molti dei seminaristi erano francesi, e dunque era meglio che tornassero alle rispettive diocesi in Francia, per ragioni di solidarietà episcopale.

Naturalmente i parrocchiani di Bruxelles non hanno creduto neanche per un secondo a questa scusa trasparente, e hanno chiesto un incontro con l’arcivescovo, per esporgli le loro ragioni. “Mons. De Kesel non desidera più accogliere la Fraternità con il pretesto che include troppi francesi. E’ il vescovo della capitale d’Europa del XXI secolo? Il principio di solidarietà verso i vescovi francesi invocato nel comunicato dell’arcivescovo per non continuare più l’opera iniziata da mons. Léonard, malgrado tutti i successi della Fraternità che il comunicato stesso riconosce, non ha senso. In effetti, su 80 seminaristi in formazione a Namur (il seminario nazionale belga, N.D.A.) solo 25 sono belgi. Saranno mandati tutti nei loro Paesi? Saranno mandati via tutti i sacerdoti africani e polacchi che vengono ad aiutarci a portare il messaggio di Cristo in Belgio? La Chiesa cattolica non è più universale e non trascende più le frontiere?”.

Sappiamo come è andata a finire. Ma ne scriviamo perché nei giorni scorsi abbiamo ricevuto un’informazione importante su un evento decisivo nella triste storia della Fraternità, ed è un evento che si è svolto a Roma e che purtroppo porta la firma del Pontefice.

Questa, in breve, la storia. Mentre a Bruxelles si discuteva e si cercava di trovare una soluzione, due coppie di laici hanno intrapreso la strada della legalità, e dell’appello – normale in questi casi – a Roma, al Tribunale della Segnatura Apostolica. I laici hanno presentato un appello contro la decisione di De Kesel alla Congregazione per il Clero, che non era più diretta dal cardinale Mauro Piacenza, ma dal cardinale Beniamino Stella, già diplomatico e nominato dal Pontefice regnante. Nel novembre del 2016 la Congregazione per il Clero negava “senza nessuna motivazione”, ci hanno scritto i laici interesstai, lo “jus standi”, cioè il diritto dei reclamanti di apparire davanti a un tribunale per presentare la loro istanza.  E allo stesso tempo ha confermato il decreto di dissoluzione della Fraternità deciso dall’arcivescovo di Bruxelles.

In un caso come questo, l’ultima risorsa è rappresentata dalla Segnatura Apostolica, il Tribunale Supremo della Chiesa a cui qualsiasi persona nella Chiesa, chierico o laico, può fare ricorso se ritiene di dover difendere un suo diritto. Alla Segnatura Apostolica non c’era già più il cardinale Raymond Leo Burke, una personalità sia giuridica che sacerdotale di forte tempra. Era stato sostituito dall’ex ministro degli Esteri del Papa, un diplomatico anche in questo caso, mons. Dominique Mamberti.  Nel dicembre del 2016 i laici di Bruxelles hanno portato la loro istanza alla Segnatura Apostolica. La causa era stata considerata positivamente dal Promotore di Giustizia, e stava per essere sottomessa al collegio dei giudici, in un’udienza che si sarebbe dovuta svolgere nell’autunno del 2017. “Cosi, avevamo fiducia che la giustizia e la verità avrebbero finalmente vinto”, ci è stato scritto.

E a questo punto c’è stato un pessimo colpo di scena. Il 25 novembre una lettera della Segnatura informava gli interessati che la causa era finita. Senza aspettare che la giustizia ecclesiastica seguisse il suo corso naturale e si pronunciasse (“dum summarium conficiebatur”),  il prefetto della Congregazione per il Clero, Beniamino Stella, aveva portato al Pontefice regnante per fargli firmare, e di conseguenza fare suo, il decreto, impugnato, di dissoluzione della Fraternità. Il Pontefice l’ha firmato; un atto di imperio che certamente appare una ferita al diritto dei più deboli nella Chiesa. Una storia che certamente non proietta una bella luce sul modo di agire dei vertici della riformata Curia Romana, e sul Pontefice stesso. Una brutta storia.




COPPIA GAY NEL CATECHISMO?

LDC replica, ma il sussidio è ancora più ambiguo
EDUCAZIONE 13-04-2018

La nota della casa editrice dei salesiani sul catechismo dove compare un'immagine scambiata per coppia gay. Il direttore generale, smentisce, ci invita a leggere il testo all'interno e minaccia azioni legali. Così lo abbiamo letto. Ebbene: quei due papà non si capisce chi abbiano per figli, non hanno moglie, la stessa casa editrice salesiana cade in errore nel descriverli e poi cancella la data di pubblicazione. Ce n'è abbastanza per definire ambigua quell'immagine e per giustificare i sospetti del web per un testo rivolto a bambini. Bisognerà farsene una ragione. 

 

L'immagine "incriminata"

La nota della casa editrice dei salesiani sul catechismo dove compare un'immagine scambiata per coppia gay. Il direttore generale ci invita a leggere il testo all'interno e minaccia azioni legali. 

-AFFERMAZIONI FALSE E LESIVE di Elledici editore

Abbiamo fatto quanto ci ha consigliato la casa editrice e lo abbiamo letto. Ebbene: quei due papà non si capisce chi abbiano per figli, non hanno moglie, la stessa casa editrice salesiana cade in errore nel descriverli e poi cancella la data di pubblicazione. Ce n'è abbastanza per definire ambigua quell'immagine e per giustificare i sospetti del web. Bisognerà farsene una ragione. 

-ORA E' ANCORA PIU' AMBIGUO di Andrea Zambrano



“Sarebbe stato sufficiente leggere”, dice il direttore generale Elledici Valerio Bocci alla Nuova BQ nel comunicato-smentita. Il caso è quello della nostra presunta intereptazione del catechismo che poteva mostrare una coppia gay in copertina e che aveva fatto inalberare il web. 

Leggiamo, dunque. E partiamo dalla lettura più istintiva di quell’immagine. Due uomini e due bambini, entrambi avvinghiati ad uno dei due. Chiunque lo sospetterebbe perché è un’immagine che parla da sola, soprattutto se non è accompagnata da alcuna didascalia. Non perché è maliziosa, ma perché è cambiato ormai il contesto culturale vittima di un bombardamento mediatico, di immagini e di riferimenti che hanno portato a pensare che l’omosessualità sia una variante della sessualità umana. Anche in ambito cattolico.

Siamo giornalisti e sappiamo che le immagini parlano senza bisogno di ulteriori spiegazioni. La casa editrice dei salesiani potrebbe prenderne atto, al di là della malafede che nessuno le ha mai attribuito.  

Quello che ci premeva sottolineare nell’articolo era che di fronte a quella rappresentazione il web, che vive emozionalmente ogni cosa, ha espresso perplessità e contrarietà. E nell’articolo, pur mancandoci quelle informazioni necessarie per definire il quadro avevamo comunque concesso, per dovere di veridicità e continenza, che in realtà le immagini potevano significare altro, ammettendo che quella delle proteste della rete poteva essere anche una semplice ossessione frutto di una coincidenza.

Ma adesso, che, grazie a Elledici abbiamo approfondito la questione, possiamo dirlo con maggiore certezza: quei due papà sono ambigui. Piaccia o no. 

Il direttore generale ci imputa di avere scritto che il catechismo Elledici è stato dato da poco alle stampe, invece è del 2006 e ristampato senza modifiche di copertina. Preso atto, ci dogliamo sinceramente dell’errore, ma qui ci tocca giustificarci. Siamo stati tratti in inganno proprio dalla casa editrice salesiana, che nel suo sito, scriveva: “Anno di pubblicazione 2016”. Perché allora subito dopo il nostro articolo quel riferimento è scomparso? 















Veniamo all’accusa di aver accostato Conchita Wurst a Gesù. Non capiamo a chi si riferirebbe la diffamazione, se a Gesù, del quale non abbiamo raffigurazioni ufficiali o se invece è al disegno come essere vivente. O forse a questo punto è lo stesso trans austriaco che ha preso spunto da Gesù? In ogni caso, è innegabile, la somiglianza è impressionante.

Giunti a questo punto dobbiamo intervenire sul caso dei “presunti genitori gay”. Ma qui dobbiamo premettere una doverosa avvertenza per il lettore che, come abbiamo fatto noi, deve armarsi di pazienza. Quanto stiamo per documentare è che la stessa casa editrice dà indicazioni sbagliate sui personaggi di quella copertina, i due uomini con i due bambini, e che a seguire le loro indicazioni esce una iconografia così astrusa, ambigua e fallace tale da essere indotti davvero a pensare che si tratti di una coppia quanto meno irregolare. Per dimostrarlo si è costretti a seguire passo passo le indicazioni date dal direttore Elledici e cioè leggere le due pagine interne dove inizia il viaggio dei personaggi del catechismo.







Le pagine a cui si riferisce il direttore sono la due e la tre che iniziano con la presentazione dei protagonisti del catechismo. Sono ritratte a pagina 2 le “testine” di ognuno e a pagina 3 c’è una foto di gruppo. Curioso il nome scelto dal gruppo che inizia con i propri bambini il percorso di catechismo: si chiama Gruppo Arcobaleno.

Pagina due si apre con una sorta di Indovina Chi? Ricordate il gioco in cui indovinare sulla base di piccole descrizioni fisiche o accessoriali il nome di un personaggio misterioso? Ecco, il catechismo Incontrare Gesù si apre proprio così: per scoprire i nomi dei personaggi bisogna seguire le indicazioni.











Una volta risolto l’identikit e trovati i nomi di tutti i personaggi, il testo prosegue con l’invito a “collegare con delle frecce i bambini con i rispettivi parenti”. Non dice genitori, ma parenti. Strano: o è un testo tradotto dall’inglese e allora parenti starebbe per parents, genitori, oppure non si capisce perché quel nome così generico. Lo si capisce una volta collegate tutte le frecce: le famiglie che si compongono sono tutte mono parentali. O una mamma con il figlio/figlia o un papà con figlio/figlia. Nessuna famiglia tradizionale con mamma, papà e bambini. Lo ammette la stessa casa editrice nella nota: 6 bambini, 6 adulti (1 adulto + 1 bambino per famiglia), 2 catechisti accompagnatori e il parroco.

Dunque, una scelta precisa: il catechismo non presenta famiglie complete ma solo degli spezzoni di esse. Ne consegue che i due papà ritratti in quarta di copertina non hanno moglie e se ce l’hanno non è dato saperlo stando al testo di cui si consiglia la lettura ai bambini. Il primo messaggio, involontario o no, è lanciato. 

Ma la sorpresa arriva quando si passa a individuare chi sono i misteriosi personaggi ritratti nella quarta di copertina della discordia. E qui c’è davvero da trasecolare. I due personaggi ritratti sono sì, come detto da Elledici Giovanni (quello con i baffi) e Fabio (con gli occhiali), ma l’identificazione dei bambini e del loro grado di parentela è molto problematica. La bambina avvinghiata alla gamba sinistra di Giovanni è Caterina, che però è figlia di Fabio, che sta dietro. Fabio dunque è il papà di Caterina e non di Andrea, come erroneamente detto dal direttore Elledici. A voler fare i pignoli sorge dunque una domanda: perché, se Caterina è la figlia di Fabio, questa si avvinghia a Giovanni che non è suo papà? Qual è il rapporto tra loro? Impossibile saperlo, il dato non c’è. 

Veniamo al bambino con il ciuccio in bocca che tiene per mano sempre Giovanni. Il direttore dice che Giovanni è papà di Caterina, Christine e del fratello più piccolo. Dal gioco dell’indovina chi questo è vero per Christine, ma non per Caterina, che sappiamo figlia di Fabio. E il bebè? Il bebè non si sa come si chiami né di chi sia figlio. Il direttore dice che è figlio di Giovanni, ma dalle informazioni iniziali questo non si ricava per il semplice motivo che il neonato con ciuccio non compare mai nelle pagine iniziali, non è descritto né raffigurato. Insomma: è un bambino misterioso che compare solo alla fine del libro, nella quarta di copertina della discordia. D’altra parte: se l’Elledici spiega che si tratta in tutti i casi di un genitore più un figlio, perché Giovanni dovrebbe avere tre figli?

Per la verità, sfogliando il sussidio l’immagine di un bambino appena nato con il ciuccio compare due volte, molto marginalmente. Ma tutte le volte che compare è in compagnia di genitori diversi: la prima volta a pagina 7 tenuto per mano da Sara, che sappiamo essere però solo la mamma di Enzo. La seconda volta a pagina 16 in un quadretto famigliare dove l’unico riconoscibile è Fabio, che sappiamo già essere soltanto papà di Caterina. Ammettiamo che il bebè sia il secondo figlio di Fabio, anche se le premesse non sono rispettate dato che per regola ad un genitore corrisponde un solo figlio, non si capisce perché il papà che lo tiene per mano sia Giovanni, che per lo stesso motivo non può essere suo papà.

Chiediamo ancora venia al lettore per l’astrusità della cosa e del ragionamento, ma dato che questo percorso di identificazione ci è stato suggerito dalla casa editrice come condicio sine qua non per capire il contesto iconografico, è uno sforzo che bisogna fare.

Sforzo che Elledici nel suo comunicato ha dimostrato di aver fatto male, sbagliando i nomi. In conclusione: i due papà ritratti non hanno mogli, hanno con sé due bambini che, in un caso, è Caterina, ma non accoppiata col papà Fabio, bensì con Giovanni, e nell’altro un bebè di cui si disconosce la paternità.

Un bel guazzabuglio, non trovate? 

Ora, immaginate che i bambini abbiano fatto lo sforzo che abbiamo fatto noi per identificare il tutto. Che cosa possono capirci? Possono avere un quadro di famiglie regolari o normali o anche solo facilmente identificabili? No perché l’impianto è così sbalestrato da confondere chiunque. Per questo, di prim’acchito abbiamo parlato di immagine ambigua. E per questo, dopo il viaggio cui ci ha costretto la casa editrice non possiamo fare altro che ribadire che quell’immagine è ambigua. 

E’ un contributo che regaliamo volentieri alla casa editrice dei salesiani. Magari nella prossima ristampa troveremo ogni cosa al suo posto e, sempre magari, visto che si tratta di un catechismo, potremo trovare anche una famigliola di quelle all'antica, come ad esempio la Santa famiglia di Nazaret, sulla cui identificazione almeno fino ad oggi siamo tutti d’accordo. Lo considereremo un buon punto di partenza per fare chiarezza. 










[Modificato da Caterina63 13/04/2018 08.55]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Paolo VI e la riforma liturgica. La approvò, ma gli piaceva poco



I difensori della liturgia preconciliare additano in Paolo VI il responsabile ultimo di tutte le innovazioni. In realtà tra lui e la riforma — il cui “regista” fu Annibale Bugnini — che man mano prendeva corpo non c’era affatto quella sintonia che i critici gli rimproverano. Ma allora perché la approvò?


di Sandro Magister (19-04-2018)


“Lo vuole il Papa”. È così che monsignor Annibale Bugnini (1912-1982), l’artefice della riforma liturgica che seguì al Concilio Vaticano II, metteva ogni volta a tacere gli esperti che contestavano l’una o l’altra delle sue innovazioni più sconsiderate.


Il papa era Paolo VI, che in effetti aveva affidato proprio a Bugnini il ruolo di segretario e factotum del consiglio per la riforma della liturgia, presieduta dal cardinale Giacomo Lercaro.


Bugnini godeva di pessima reputazione presso alcuni dei componenti del consiglio. “Scellerato e mellifluo”, “manovratore”, “sprovvisto di cultura come di onestà”: così l’ha definito nelle sue Memorie il grande teologo e liturgista Louis Bouyer (1913-2004), stimatissimo da Paolo VI.


Paolo VI e Bugnini

Il quale papa, alla fine, fu sul punto di fare cardinale Bouyer e punì Bugnini esiliandolo come nunzio a Teheran, resosi conto dei danni che aveva procurato e della falsità di quel “Lo vuole il papa” di cui il reprobo si faceva scudo.


Nei decenni successivi, comunque, gli eredi di Bugnini dominarono il campo. Il suo segretario personale Piero Marini fu dal 1983 al 2007 il regista delle cerimonie pontificie. E di recente sono usciti su Bugnini dei libri che ne esaltano il ruolo.


Ma tornando a Paolo VI, come egli visse la vicenda della riforma liturgica? I difensori della liturgia preconciliare additano in lui il responsabile ultimo di tutte le innovazioni. In realtà tra Paolo VI e la riforma che man mano prendeva corpo non c’era affatto quella sintonia che i critici gli rimproverano. Anzi, non poche volte Paolo VI soffriva per ciò che vedeva compiersi, e che era all’opposto della sua cultura liturgica, della sua sensibilità, dello spirito con cui lui stesso celebrava.


C’è un piccolo libro, uscito nei giorni scorsi, che getta una nuova luce proprio su questa personale sofferenza di papa Giovanni Battista Montini per una riforma liturgica di cui non condivideva tante cose: Paolo VI. Una storia minima, a cura di Leonardo Sapienza, Edizioni VivereIn, Monopoli, 2018.


In questo libro monsignor Sapienza – che dal 2012 è reggente della prefettura della casa pontificia – raccoglie varie pagine dei “Diari” redatti da colui che con Paolo VI era il maestro delle cerimonie pontificie, Virgilio Noè (1922-2011), poi divenuto cardinale nel 1991.


Con questi “Diari” Noè prolungò una tradizione che risale al Liber notarum del tedesco Johannes Burckardt, cerimoniere di Alessandro VI. Nel resoconto di ogni celebrazione Noè registrava anche tutto ciò che Paolo VI gli aveva detto prima e dopo il rito, compresi i suoi commenti a talune novità della riforma liturgica sperimentati per la prima volta in quell’occasione.


Ad esempio, il 3 giugno 1971, dopo la messa di commemorazione della morte di Giovanni XXIII, Paolo VI commentò: “Come mai nella liturgia dei defunti non si parla più di peccato e di espiazione? Manca completamente l’implorazione alla misericordia del Signore. Anche stamattina, per la messa celebrata nelle Grotte [vaticane], pur avendo dei testi bellissimi, mancava in essi tuttavia il senso del peccato e il senso della misericordia. Ma abbiamo bisogno di questo! E quando verrà la mia ultima ora, domandate misericordia per me al Signore, perché ne ho tanto bisogno!”.


E ancora nel 1975, dopo un’altra messa celebrata in memoria di Giovanni XXIII: “Certo, in questa liturgia mancano i grandi temi della morte, del giudizio…”.


Il riferimento non è esplicito, ma Paolo VI qui lamentava, tra l’altro, l’estromissione dalla liturgia dei defunti della grandiosa sequenza Dies irae, che in effetti oggi non si recita né si canta più nelle messe, ma sopravvive solo nei concerti, nelle composizioni di Mozart, Verdi e di altri musicisti.


Un’altra volta, il 10 aprile 1971, al termine della veglia pasquale riformata, Paolo VI commentò: “Certo che la nuova liturgia ha molto alleggerito la simbologia. Però la esagerata semplificazione ha tolto degli elementi che una volta facevano molta presa sull’animo dei fedeli”. E chiese al suo cerimoniere: “Questa liturgia della veglia pasquale è definitiva?”. Al che Noè rispose: “Sì, Padre Santo, ormai i libri liturgici sono stati stampati”. “Ma si potrà ancora cambiare qualche cosa?”, insisté il papa, evidentemente non soddisfatto.


Un’altra volta, il 24 settembre 1972, Paolo VI replicò al proprio segretario Pasquale Macchi, che lamentava la lunghezza del canto del Credo: “Ma ci deve essere qualche isola in cui tutti si ritrovino insieme: ad esempio il Credo, il Pater noster in gregoriano…”.


Il 18 maggio 1975, dopo aver notato più d’una volta che durante la distribuzione della Comunione, in basilica o in piazza San Pietro, c’era chi passava di mano in mano l’Ostia consacrata, Paolo VI commentò: “Il pane eucaristico non può essere trattato con tanta libertà! I fedeli, in questi casi, si comportano da… infedeli!”.


Prima di ogni messa, mentre rivestiva i paramenti sacri, Paolo VI continuò a recitare le preghiere previste nel messale antico “cum sacerdos induitur sacerdotalibus paramentis” anche dopo che erano state abolite. E un giorno, il 24 settembre 1972, chiese sorridendo a Noè: “È proibito recitare queste preghiere mentre si indossano i paramenti?”. “No, Padre Santo: si possono recitare, se lo si vuole”, gli rispose il cerimoniere. E il papa: “Ma non si trovano più queste preghiere in nessun libro: anche nella sagrestia non ci sono più i cartelli… E così si perderanno!”.


Sono piccole battute, espressive però della sensibilità liturgica di papa Montini e del suo disagio per una riforma che vedeva procedere fuori misura, come lo stesso Noè ha annotato nei suoi “Diari”: “Si ha l’impressione che il papa non sia completamente soddisfatto di quello che è stato compiuto nella riforma liturgica. […] Non sempre conosce tutto quello che è stato fatto per la riforma liturgica. Forse qualche volta gli è sfuggito qualche cosa, nel momento della preparazione e dell’approvazione”.


Anche questo dovrà essere ricordato di lui, quando nel prossimo autunno Paolo VI sarà proclamato santo.




A titolo di documentazione, ecco qui di seguito – in latino e in lingua moderna – le preghiere che i sacerdoti dicevano mentre indossavano i paramenti sacri e che Paolo VI continuò a recitare anche dopo la loro cancellazione dagli attuali libri liturgici.


Cum lavat manus, dicat:
Mentre si lava le mani, dica:

Da, Domine, virtutem manibus meis ad abstergendam omnem maculam: ut sine pollutione mentis et corporis valeam tibi servire.
Concedi, o Signore, che le mie mani siano monde da ogni macchia: affinché possa servirti con purezza di mente e di corpo.

Ad amictum, dum ponitur super caput, dicat:
All’amitto, mentre se lo poggia sul capo, dica:

Impone, Domine, capiti meo galeam salutis, ad expugnandos diabolicos incursus.
Imponi, o Signore, sul mio capo l’elmo della salvezza, per vincere gli assalti del demonio.

Ad albam, cum ea induitur:
Al camice, mentre lo indossa:

Dealba me, Domine, et munda cor meum; ut, in sanguine Agni dealbatus, gaudiis perfruat sempiternis.
Purificami, o Signore, e monda il mio cuore: affinché, purificato nel sangue dell’Agnello, io goda dei gaudii eterni.

Ad cingulum, dum se cingit:
Al cingolo, mentre se ne cinge:

Praecinge me, Domine, cingulo puritatis, et extingue in lumbis meis humorem libidinis; ut maneat in me virtus continentiae et castitatis.
Cingimi, o Signore, col cingolo della purezza, ed estingui nei miei lombi l’ardore della concupiscenza; affinché si mantenga in me la virtú della continenza e della castità.

Ad manipulum, dum imponitur bracchio sinistro:
Al manipolo, mentre se lo pone sul braccio sinistro:

Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris; ut cum exsultatione recipiam mercedem laboris.
Fa, o Signore, che io meriti di portare il manipolo del pianto e del dolore: affinché riceva con gioia la mercede del mio lavoro.

Ad stolam, dum imponitur collo:
Alla stola, mentre se la pone sul collo:

Redde mihi, Domine, stolam immortalitatis, quam perdidi in praevaricatione primi parentis: et, quamvis indignus accedo ad tuum sacrum mysterium, merear tamen gaudium sempiternum.
Rendimi, o Signore, la stola dell’immortalità, perduta per la prevaricazione del progenitore; e sebbene io acceda indegno al tuo sacro mistero, fa che possa meritare il gaudio eterno.

Ad casulam, cum assumitur:
Alla pianeta, mentre se la impone:

Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.
O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è lieve: fa che io possa portare questo in modo da conseguire la tua grazia. Così sia.

(fonte: settimocielo.it)




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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