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Paolo VI Salvete fratres e l'apertura al mondo....

Last Update: 1/26/2018 1:47 PM
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1/26/2018 1:39 PM
 
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Il rinnovamento della chiesa cattolica

Le quali speranze si rivolgono anche ad un altro principalissimo scopo di questo concilio; quello, come si dice, del rinnovamento della santa chiesa.

Dovrebbe essere, a Nostro giudizio, anche questo scopo derivato dalla nostra consapevolezza della relazione che unisce Cristo alla sua chiesa. Dicevamo voler la chiesa rispecchiarsi in lui; che se alcuna ombra, alcun difetto da tale confronto apparisse sul volto della chiesa, sulla sua veste nuziale, che cosa istintivamente, coraggiosamente dovrebbe essa fare? È chiaro: riformarsi, correggersi, sforzarsi di riportare se stessa a quella conformità col suo divino modello che costituisce il suo fondamentale dovere.

Ricordiamo le parole del Signore, nella sua preghiera sacerdotale, all’appressarsi dell’imminente passione: "Io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità" (Gv 17,19).

Il concilio ecumenico Vaticano II deve porsi, a Nostro avviso, in quest’ordine essenziale voluto da Cristo. Solamente dopo questa opera di interna santificazione, la chiesa potrà mostrare il suo volto al mondo intero, dicendo: chi vede me, vede il Cristo; così come Cristo aveva detto di sé: "Chi vede me, vede anche il Padre" (Gv 14,9).

Sotto questo aspetto il concilio vuol essere un primaverile risveglio d’immense energie spirituali e morali, quasi latenti nel seno della chiesa; esso si manifesta come il risoluto proposito d’un ringiovanimento, sia delle sue forze interiori, sia delle norme che regolano le sue strutture canoniche e le sue forme rituali. Cioè il concilio tende ad accrescere alla chiesa quella venustà di perfezione e di santità, che solo l’imitazione di Cristo e la mistica unione con lui, nello Spirito Santo, le possono conferire.

Sì, il concilio tende ad un rinnovamento. Facciamo attenzione; non è che, così dicendo e desiderando, Noi riconosciamo che la chiesa cattolica di oggi possa essere accusata di sostanziale infedeltà al pensiero del suo divino fondatore, ché anzi la approfondita scoperta della sua sostanziale fedeltà la riempie di gratitudine e di umiltà, e le infonde coraggio a correggere quelle imperfezioni, che sono proprie della debolezza umana. Non è dunque la riforma, a cui mira il concilio, un sovvertimento della vita presente della chiesa, ovvero una rottura con la sua tradizione in ciò ch’essa ha di essenziale e di venerabile, ma piuttosto un omaggio a tale tradizione, nell’atto stesso che la vuole spogliare d’ogni caduca e difettosa manifestazione per renderla genuina e feconda.

Non disse Gesù ai discepoli: "Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, Egli lo recide; e ogni tralcio, che porta frutto, lo rimonda, affinché ne porti ancora di più" (Gv 15,1-2)? Basta questo accenno evangelico per prospettarci i capitoli principali di quel perfezionamento a cui oggi aspira la chiesa: il primo riguarda la sua vitalità interiore ed esteriore. A Cristo vivo risponda la chiesa viva.

Se la fede e la carità sono i principi della sua vita, è chiaro che nulla dovrà essere trascurato per dare alla fede gaudiosa sicurezza e nuovo alimento e per rendere efficace l’iniziazione e la pedagogia cristiana a tale indispensabile scopo. Uno studio più assiduo e un culto più devoto della divina verità saranno certamente fondamento di questo rinnovamento. E l’educazione alla carità avrà successivamente il posto d’onore. Dobbiamo protenderci verso la "chiesa della carità", se vogliamo che essa sia in grado di rinnovare in profondità il mondo intorno a sé: immenso compito! Anche perché, com’è noto, la carità è la regina e la radice delle altre virtù cristiane: l’umiltà, la povertà, la religiosità, lo spirito di sacrificio, il coraggio della verità e l’amore della giustizia, e d’ogni altra forza operativa dell’uomo nuovo.

II programma del concilio qui spazia in immensi campi: uno di questi, elettissimo e tutto fiorente di carità, è la sacra liturgia, alla quale la prima sessione ha dedicato lunghe discussioni e alla quale speriamo che la seconda riservi felicissime conclusioni. Altri settori avranno certamente la medesima appassionata attenzione dei padri conciliari, sebbene temiamo che la brevità del tempo a noi disponibile non ci conceda di esplorarli tutti come si converrebbe, e che perciò essi ci offrano lavoro per una futura sessione.

 

La ricomposizione dell’unità fra tutti i cristiani

E vi è un terzo scopo che interessa questo concilio e ne costituisce, in un certo senso, il suo dramma spirituale; ed è quello, parimenti a noi prefisso da papa Giovanni XXIII, che riguarda "gli altri cristiani", coloro cioè che credono in Cristo, ma che noi non abbiamo la fortuna di annoverare con noi compaginati nella perfetta unità di Cristo, che solo la chiesa cattolica può loro offrire, mentre col battesimo di per sé sarebbe già dovuta ed è da loro virtualmente già desiderata.

Perché i movimenti recenti, e tuttora in pieno sviluppo in seno alle comunità cristiane da noi separate dimostrano all’evidenza due cose: che la chiesa di Cristo è una sola, e perciò dev’essere unica; e che questa misteriosa e visibile unione non si può raggiungere che nell’identità della fede, nella partecipazione ai medesimi sacramenti e nell’armonia organica, anche se ciò può avvenire col rispetto ad una larga varietà di espressioni linguistiche, di forme rituali, di tradizioni storiche, di prerogative locali, di correnti spirituali, di istituzioni legittime, di attività preferite.

Qual è l’atteggiamento del concilio a riguardo di queste immense schiere di fratelli separati e di questo possibile pluralismo nell’esplicazione dell’unità? È chiaro. La convocazione di questo concilio è caratteristica anche sotto questo aspetto. Esso tende ad una ecumenicità, che vorrebbe essere totale, universale. Almeno nel desiderio, almeno nell’invocazione, almeno nella preparazione. Oggi nella speranza, perché sia domani nella realtà. Cioè, questo concilio, mentre chiama e conta e chiude nell’ovile di Cristo le pecore che lo compongono e gli appartengono a titolo giusto e pieno, apre le porte, alza la voce, attende ansioso le tante pecore di Cristo, che nell’unico ovile tuttora non sono. È un concilio, perciò, di invito, di attesa, di fiducia verso una più larga e più fraterna partecipazione alla sua autentica ecumenicità.

Qui il Nostro discorso si rivolge con riverenza ai rappresentanti delle denominazioni cristiane separate dalla chiesa cattolica, i quali però sono stati da esse inviati per assistere, in qualità di osservatori, a questa solenne assemblea.

Noi li salutiamo di cuore.

Noi li ringraziamo di questo intervento.

Noi mandiamo attraverso la loro presenza il Nostro messaggio di paternità e fraternità alle venerabili comunità cristiane, che essi qui rappresentano.

La Nostra voce trema, il Nostro cuore palpita, perché tanto la loro odierna vicinanza è per Noi ineffabile consolazione e dolcissima speranza, quanto la loro persistente separazione profondamente Ci addolora.

Se alcuna colpa fosse a noi imputabile per tale separazione, noi ne chiediamo a Dio umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero da noi offesi; e siamo pronti, per quanto ci riguarda, a condonare le offese, di cui la chiesa cattolica è stata oggetto, e a dimenticare il dolore che le è stato recato nella lunga serie di dissensi e separazioni.

Che il Padre celeste accolga questa nostra dichiarazione e tutti ci restituisca ad una pace veramente fraterna!

Restano, lo sappiamo, gravi e complicate questioni obiettive da studiare, da trattare e da risolvere. Vorremmo che ciò subito fosse, a causa della carità di Cristo che "ci spinge"; ma siamo persuasi che simili problemi esigono molte condizioni per essere appianati e risolti; condizioni oggi non ancora mature; e noi non abbiamo timore di attendere pazientemente l’ora benedetta della perfetta riconciliazione.

Ma intanto vogliamo confermare agli osservatori presenti, perché ne siano latori alle loro rispettive comunità cristiane, e perché la nostra voce giunga anche alle altre venerabili comunità cristiane, da noi separate, le quali non hanno accolto il Nostro invito ad assistere, pur senza alcun reciproco impegno, a questo concilio, alcuni criteri a cui si ispira il Nostro atteggiamento in ordine alla ricomposizione dell’unità ecclesiastica con i fratelli separati. Essi già conoscono, Noi crediamo, tali criteri; ma qui proferirli può essere salutare.

Il Nostro linguaggio verso di loro è pacifico e assolutamente sincero. Non nasconde insidie, non temporali interessi. Noi dobbiamo alla nostra fede, che crediamo divina, la più schietta e la più ferma adesione; ma siamo convinti che essa non è un ostacolo all’intesa auspicata con i fratelli separati, appunto perché è verità del Signore, e perciò principio d’unione e non di distinzione o di separazione. Ad ogni modo noi non vogliamo fare della nostra fede motivo di polemica verso di loro.

In secondo luogo guardiamo con riverenza al patrimonio religioso originario e comune, conservato e in parte anche bene sviluppato presso i fratelli separati. Vediamo con compiacenza lo studio di coloro che cercano onestamente di mettere in evidenza e in onore tesori di verità e di vita spirituale autentici, posseduti dai medesimi fratelli separati, allo scopo di migliorare i rapporti nostri con loro. Vogliamo sperare che essi pure con pari desiderio vorranno studiare meglio la nostra dottrina e la sua logica derivazione dal deposito della divina rivelazione, come vorranno conoscere meglio la nostra storia e la nostra vita religiosa.

Diremo infine a questo riguardo che, consapevoli delle enormi difficoltà tuttora frapposte all’unificazione desiderata, noi poniamo umilmente la nostra confidenza in Dio. Continueremo a pregare. Cercheremo di meglio testimoniare il nostro sforzo di genuina vita cristiana e di fraterna carità. E ricorderemo, quando la realtà storica cercasse di disilludere la nostra speranza, le parole confortatrici di Cristo: "Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio" (Lc 18,27).

 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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