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Il Pater Noster difeso e spiegato da San Tommaso d'Aquino che NOI NON cambieremo

Last Update: 2/1/2018 6:07 PM
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E non ci indurre in tentazione

Alcuni peccano e poi, desiderando di ottenere il perdono dei loro peccati, li confessano e se ne pentono, senza però impegnarsi a fondo, come dovrebbero, per non ricadervi.
Ma non è davvero bello che uno, da una parte, pianga i propri peccati quando si pente, e dall’altra accumuli motivi di pianto tornando a peccare. Infatti sta scritto: “Lavatevi, purificatevi, togliete il male dalle vostre azioni, dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene” (Is 1,16).
Per questo motivo Cristo, mentre nella precedente domanda ci insegnava a chiedere perdono dei peccati, in questa ci insegna a chiedere di poterli evitare, ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato, e ci fa dire: “Non ci indurre in tentazione”.

A proposito di questa domanda, ci poniamo tre interrogativi:
1) che cos’è la tentazione, 
2) come e da chi l’uomo viene tentato, 
3) come viene liberato dalla tentazione.

Quanto al primo interrogativo, diciamo che tentare non è altro che saggiare o mettere alla prova, sicché tentare l’uomo vuol dire provare la sua virtù. Il che può compiersi in due maniere, secondo le due esigenze della virtù dell’uomo, che sono: operare nel bene, ossia comportarsi bene, ed evitare il male, secondo il monito del salmo: “Stà lontano dal male e fa’ il bene” (Sal 33,15).
La virtù dell’uomo viene pertanto provata alle volte quanto al bene da fare, e altre volte circa il male da evitare.
Nel primo caso, l’uomo è messo alla prova affinché si veda se egli è pronto al bene; e se sarai trovato pronto al bene vuol dire che la tua virtù è grande. Ebbene, qualche volta Dio saggia l’uomo in questo modo, non perché egli non conosca la sua virtù, ma per far sì che tutti la conoscano e sia a tutti di buon esempio.
Fu a questo scopo che egli tentò Abramo e Giobbe; ed è con questa intenzione che egli manda spesso le tribolazioni ai giusti, affinché cioè, sopportandole con pazienza, appaia la loro virtù e facciano maggiore progresso. Dice infatti il Deuteronomio: “Il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima” (Dt 13,4).
Risulta perciò chiaro che Dio tenta incitando al bene.

Nell’altro caso, la virtù dell’uomo viene messa a prova dall’istigazione al male.
Se egli resiste e non acconsente alla tentazione, la sua virtù è grande.
Se invece soccombe, la sua virtù è nulla. Ma in questa maniera nessuno è tentato da Dio, perché egli, come dice Giacomo, “non tenta nessuno al male” (Gc 1,13).

In risposta al secondo interrogativo (come e da chi l’uomo viene tentato), si noti che l’uomo viene tentato al male in tre modi:
dalla propria carne,
dal diavolo
e dal mondo.
Dalla carne viene tentato in due maniere.
La carne infatti istiga al male, perché ricerca sempre i propri piaceri nei quali, trattandosi di piaceri carnali, spesso c’è il peccato per il fatto che chi si lascia assorbire da essi trascura quelli dello spirito. Dice al riguardo S. Giacomo: “Ciascuno è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce, poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato” (Gc 1,14).

La carne poi tenta distogliendo l’uomo dal bene. Mentre infatti lo spirito, per quanto dipende da lui, si diletta sempre dei beni spirituali, la carne col suo peso gli è di impaccio, perché “un corpo corruttibile appesantisce l’anima” (Sap 9,15).
S. Paolo scrive in proposito: “Acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (Rm 7,22 23).
E questa tentazione della carne è molto grave perché questo nostro nemico, cioè la carne, è congiunto a noi; e, come dice Boezio, “non c’è per noi peste più nociva di un nemico che sia della nostra famiglia” (De consolatione philosophiae III,5).
Contro la carne perciò si deve vigilare: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” (Mt 26,41).

A sua volta, il diavolo tenta con estrema violenza.
Una volta infatti che si abbia vinta la carne, si scatena questo altro nostro nemico, il diavolo, contro il quale dobbiamo sostenere una grande battaglia: “La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12).
Per questo satana è detto espressamente il tentatore (Mt 4,3; I Ts 3,5).

Il diavolo nel tentare usa molta astuzia.
Come un abile capitano che assedia una fortezza, prima studia il punto debole della persona che vuol far cadere e poi la tenta là dove la scorge più vulnerabile.
Perciò una volta che gli uomini hanno resa inoffensiva la propria carne, Satana li tenta in quei vizi verso i quali sono più inclinati, quali l’ira, la superbia ed altri vizi spirituali. Dice S. Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1 Pt 5,8).

Quando poi egli tenta, mette in atto due espedienti.
Da principio non propone subito alla persona tentata un oggetto palesemente cattivo, ma qualcosa che abbia l’apparenza di bene, per stornarla inizialmente in tal modo dal suo proposito fondamentale e poterla poi in seguito indurre più facilmente al peccato, una volta che è riuscito a distoglierla sia pure di poco dal bene: in altre parole, “Satana si maschera da angelo di luce” (2 Cor 11,14).
In seguito poi, quando l’ha indotta al peccato, la lega talmente alla colpa da impedirle di distaccarsene, perché, al dire di Giobbe, “i nervi delle sue cosce si intrecciano saldi” (Gb 40,17).
Cosicché due cose fa il diavolo: prima inganna e poi trattiene nel peccato chi ha ingannato.

Il terzo tentatore è il mondo, il quale tenta anch’esso in due maniere.
Prima di tutto con un eccessivo e smoderato desiderio dei beni temporali, perché come dice l’Apostolo: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1 Tm 6,10).
Servendosi dei persecutori e dei tiranni, tenta poi anche incutendo terrore, per cui dice il Libro di Giobbe: “Anche noi siamo avvolti nelle tenebre” (Gb 37,19) e S. Paolo aggiunge: “Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2 Tm 3,12). Ma il Signore ci rassicura: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28).
Dalle cose dette risulta perciò chiaro che cos’è la tentazione e come e da chi l’uomo viene tentato.

Rimane da vedere in qual modo l’uomo venga liberato dalla tentazione.
Su quest’ultimo punto va notato che Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione.
Se infatti l’uomo vince la tentazione merita la corona; ed è per questo che Giacomo ci ammonisce: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove” (Gc 1,2), e il Siracide aggiunge: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione” (Sir 2,1).
Ecco perché ci viene insegnato a chiedere di non essere indotti nella tentazione prestandole consenso; e S. Paolo commenta: “Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1 Cor 10,12).
Essere tentati è infatti cosa umana, ma consentirvi è cosa diabolica.

Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”?
Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista “Non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 70,9).
Dio però sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti che “le grandi acque non possono spegnere l’amore” (Ct 8,7).

Lo sostiene inoltre col lume dell’intelletto, col quale ci istruisce sulle cose da fare; poiché, come dice il Filosofo: “Ogni peccatore è un ignorante”.
E, siccome Dio per bocca sua aveva promesso: “Ti farò saggio, t’indicherò la via da seguire” (Sal 31,8), questo dono Davide lo chiedeva invocandolo: “Signore mio Dio, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte, perché il mio nemico non dica: l’ho vinto” (Sal 12,4 5).
Noi otteniamo tutto questo col Dono dell’Intelletto, mediante il quale, se non consentiamo alla tentazione, conserviamo un cuore puro, del quale viene detto “Beati i puri di cuore” (Mt 5,8).
In questa maniera perverremo alla visione beatifica, alla quale ci faccia giungere il Signore.

Ma liberaci dal male. Amen

Nelle due domande precedenti il Signore ci ha insegnato a chiedere il perdono dei peccati e il modo di evitare le tentazioni.
Qui invece ci insegna a chiedere di essere preservati dal male.
Tale richiesta è generale, come fa osservare Agostino, perché riguarda tutti i mali, sia i peccati che le infermità, le avversità e le afflizioni.
Ma poiché del peccato e delle tentazioni si è già detto, ora non ci resta che parlare degli altri mali, ossia delle avversità e tribolazioni di questo mondo, dalle quali Dio ci libera in quattro maniere.
1 - Impedendo che ci colpisca l’afflizione. Ma capita di rado che i santi in questo mondo non siano afflitti, perché “tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” (2 Tm 3,12).
A qualcuno tuttavia Dio concede alle volte di non essere afflitto dal male, quando cioè lo sa impotente e incapace di sopportarlo, alla stessa maniera del medico, il quale non somministra medicine troppo forti a un malato debole. A questo modo di agire di Dio allude l’Apocalisse quando dice: “Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere perché hai poca forza” (Ap 3,8; Volgata).
In cielo invece sarà comune a tutti i beati l’esenzione da ogni afflizione. Si dice infatti che il Signore: “da sei tribolazioni ti libererà - quelle cioè della vita presente, che suole distinguersi in sei età - e alla settima non li toccherà il male” (Gb 5,19), e ancora, che essi: “non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole né arsura di sorta” (Ap 7,16).

2 - Consolandoci quando le afflizioni sopraggiungono.
Se infatti Dio non lo consolasse, l’uomo non potrebbe resistere. L’Apostolo scriveva infatti di sé: “La tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze” (2 Cor 1,8), ma aggiungeva: “Dio che consola gli afflitti ci ha consolati” (2 Cor 7,6); e anche il salmista poteva dire di sé: “Quando ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto mi ha consolato” (Sal 93,19).

3 - Concedendo agli afflitti tanti beni da far loro dimenticare i mali, sì da far dire a Tobia “Tu non ti diletti delle nostre afflizioni, ma dopo la tempesta fai tornare la tranquillità e dopo le lacrime e il pianto infondi la gioia” (Tb 3,22).
Non sono dunque da temere le afflizioni e le tribolazioni di questo mondo perché sono facilmente tollerabili, sia per la consolazione che è loro unita, sia per la loro breve durata, come dice l’Apostolo: “Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2 Cor 4,17). Per esse si perviene cioè alla vita eterna.

4 - Trasformando in bene tentazioni e tribolazioni.
È per questo che non si dice “liberaci dalla tribolazione”, ma “dal male”, perché per i santi le tribolazioni servono alla loro corona, e quindi essi se ne gloriano, come se ne gloriava S. Paolo quando diceva: “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude” (Rm 5,3 5).
E Tobia diceva: “Benedetto sia il tuo nome, Dio dei nostri padri... che nel tempo della tribolazione perdoni i peccati” (Tb 3,13).
Dio, dunque, libera l’uomo dal male della tribolazione quando la volge in bene: e ciò è segno di massima sapienza, perché è proprio del sapiente ordinare il male al bene. E questo si ottiene mediante la pazienza che si esercita nelle tribolazioni. Mentre infatti tutte le altre virtù si servono dei beni dell’uomo, la pazienza usa invece dei mali, e perciò essa è necessaria solo nei mali, ossia nelle tribolazioni. Si legge infatti nel Libro dei Proverbi: “Dalla pazienza si conosce la saggezza dell’uomo” (Pr 19,11).

Questo lo Spirito Santo, mediante il Dono della Sapienza, ci fa chiedere: di poter pervenire a quella beatitudine alla quale ci ordina la pace, perché è per mezzo della pazienza che noi otteniamo la pace, sia nelle prosperità che nelle avversità. E si comprende così perché i pacifici siano detti figli di Dio, ossia simili a Lui, perché, come a Dio, anche a loro nulla può nuocere, né le cose prospere né quelle avverse. Perciò è detto: “beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9).
Chiudiamo quindi la nostra preghiera dicendo: Amen, quasi come sigillo di conferma di tutte le nostre domande.

Sintesi conclusiva

Volendo riassumere in breve quanto è stato detto sul Pater noster, bisogna rilevare che nella Preghiera del Signore sono contenute tutte le cose da desiderare e tutte quelle da fuggire.
Tra le cose da desiderare, si desidera di più quella che più si ama, cioè Dio. Ecco perché chiediamo per prima cosa la gloria di Dio dicendo “sia santificato il tuo nome”.

A Dio vengono poi richiesti tre beni che riguardano te.
Il primo è quello di poter pervenire alla vita eterna, e tu glielo chiedi quando dici: “venga il tuo regno”.
Il secondo è che tu faccia la volontà e adempia la giustizia di Dio, e glielo chiedi quando dici: “sia fatta la tua volontà”.
Il terzo è che tu abbia le cose necessarie alla vita, e gliele chiedi quando dici: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”.
A questi tre beni allude il Signore quando dice:
circa il primo “Cercate prima il regno di Dio”;
circa il secondo: “la sua giustizia”,
e circa il terzo: “e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33).

Le cose invece da evitare e da fuggire sono quelle contrarie al bene.
E il bene che noi dobbiamo desiderare è quadruplice.
Il primo è la gloria di Dio. E ad essa nessun male è contrario perché risulta sia dal bene che dal male: dal male in quanto Dio lo punisce, dal bene perché lo premia. Perciò è detto: “Se pecchi, che gli fai?... Se tu sei giusto, che cosa gli dai?” (Gb 35,67).
Il secondo è la vita eterna, e ad essa è contrario il peccato, perché col peccato si perde.
Per rimuoverlo diciamo perciò: “rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Il terzo bene è costituito dalla giustizia e dalle opere buone, e a questo bene sono contrarie le tentazioni, perché esse ci impediscono di fare il bene. Per rimuovere questo male chiediamo: “non ci indurre in tentazione”.
Il quarto bene sono le cose necessarie alla vita, alle quali si oppongono le avversità e le tribolazioni. Per rimuoverle chiediamo: “liberaci dal male. Amen”.







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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