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«Annum sacrum» enciclica Leone XIII consacrazione al sacro Cuore di Gesù

Ultimo Aggiornamento: 07/03/2018 16.10
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«Annum sacrum»
Lettera enciclica di Leone XIII
sulla consacrazione dell'umanità al sacro Cuore di Gesù
(25 maggio 1899)

Con nostra lettera apostolica abbiamo recentemente promulgato, come ben sapete, l'anno santo, che, secondo la tradizione, dovrà essere tra poco celebrato in quest'alma città di Roma. Oggi, nella speranza e nell'intenzione di rendere più santa questa grande solennità religiosa, proponiamo e raccomandiamo un altro atto veramente solenne. E abbiamo tutte le ragioni, se esso sarà compiuto da tutti con sincerità di cuore e con unanime e spontanea volontà, di attenderci frutti straordinari e duraturi a vantaggio della religione cristiana e di tutto il genere umano.

Più volte, sull'esempio dei nostri predecessori Innocenzo XII, Benedetto XIII, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, ci siamo adoperati di promuovere e di mettere in sempre più viva luce quella eccellentissima forma di religiosa pietà, che è il culto del sacratissimo Cuore di Gesù. Tale era lo scopo principale del nostro decreto del 28 giugno 1889, col quale abbiamo innalzato a rito di prima classe la festa del sacro Cuore. Ora però pensiamo a una forma di ancor più splendido omaggio, che sia come il culmine e il coronamento di tutti gli onori, che sono stati tributati finora a questo Cuore sacratissimo e abbiamo fiducia che sia di sommo gradimento al nostro redentore Gesù Cristo. La cosa, in verità, non è nuova. Venticinque anni fa infatti, all'approssimarsi del II centenario diretto a commemorare la missione che la beata Margherita Maria Alacoque aveva ricevuto dall'alto, di propagare il culto dei divin Cuore, da ogni parte, non solo da privati, ma anche da vescovi, pervennero numerose lettere a Pio IX, con le quali si chiedeva che si degnasse di consacrare il genere umano all'augustissimo Cuore di Gesù. Si preferì, in quelle circostanze, rimandare la cosa per una decisione più matura; nel frattempo si dava facoltà alle città, che lo desideravano, di consacrarsi con la formula prescritta. Sopraggiunti ora nuovi motivi, giudichiamo maturo il tempo di realizzare quel progetto.








 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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07/03/2018 16.05
 
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La consacrazione a Gesù Cristo è dovuta per diritto di natura


Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l'umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con lui la stessa natura, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose.

Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: «Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: «Tu sei mio Figlio». Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: «Ti darò in possesso le genti». Simili a queste sono le parole dell'apostolo Paolo: «L'ha costituito erede di tutte le cose» (Eb 1,2). 

Si deve tener presente soprattutto ciò che Gesù Cristo, non attraverso i suoi apostoli e profeti, ma con le stesse sue parole ha affermato del suo potere. Al governatore romano che gli chiedeva: «Dunque tu sei re», egli, senza esitazione, rispose: «Tu lo dici; io sono re» (Gv 18,37). La vastità poi del suo potere e l'ampiezza senza limiti del suo regno sono chiaramente confermate dalle parole rivolte agli apostoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18).

Se a Cristo è stato concesso ogni potere, ne segue necessariamente che il suo dominio deve essere sovrano, assoluto, non soggetto ad alcuno, tanto che non ne può esistere un altro né uguale né simile. E siccome questo potere gli è stato dato e in cielo e in terra, devono stare a lui soggetti il cielo e la terra. Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell'unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna.

 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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07/03/2018 16.06
 
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La consacrazione a Gesù Cristo è dovuta per diritto acquisito


E non è tutto. Cristo non ha il potere di comandare soltanto per diritto di nascita, essendo il Figlio unigenito di Dio, ma anche per diritto acquisito. Egli infatti ci ha liberato «dal potere delle tenebre» (Col 1,13) e «ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). E perciò per lui non soltanto i cattolici e quanti hanno ricevuto il battesimo, ma anche tutti e singoli gli uomini sono diventati «un popolo che egli si è conquistato» (1 Pt 2,9).

A questo proposito sant'Agostino osserva giustamente: «Volete sapere che cosa ha comprato? Fate attenzione a ciò che ha dato e capirete che cosa ha comprato. Il sangue di Cristo: ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa se non il mondo intero? Per tutto ha dato tutto» (Tract. 120 In Ioan.).

San Tommaso, trattando della questione, indica perché e come gli infedeli sono soggetti al potere e alla giurisdizione di Gesù Cristo. Posto infatti il quesito se il suo potere di giudice si estenda o no a tutti gli uomini, risponde che, siccome «il potere di giudice è una conseguenza del potere regale», si deve concludere che «quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo, anche se non tutto gli è soggetto quanto all'esercizio del suo potere» (Summa theol., III, q. 59, a. 4 ad 2.). Questa potestà e questo dominio sugli uomini lo esercita per mezzo della verità, della giustizia, ma soprattutto per mezzo della carità.


Gesù Cristo desidera la nostra volontaria consacrazione

Tuttavia Gesù, per sua bontà, a questo suo duplice titolo di potere e di dominio, permette che noi aggiungiamo, da parte nostra, il titolo di una volontaria consacrazione. Gesù Cristo, come Dio e Redentore, è senza dubbio in pieno e perfetto possesso di tutto ciò che esiste, mentre noi siamo tanto poveri e indigenti da non aver nulla da potergli offrire come cosa verarnente nostra. Tuttavia, nella sua infinita bontà e amore, non solo non ricusa che gli offriamo e consacriamo ciò che è suo, come se fosse bene nostro, ma anzi lo desidera e lo domanda: «Figlio, dammi il tuo cuore» (Pro 23,26). Possiamo dunque con la nostra buona volontà e le buone disposizioni dell'animo fare a lui un dono gradito. Consacrandoci infatti a lui, non solo riconosciamo e accettiamo apertamente e con gioia il suo dominio, ma coi fatti affermiamo che, se quel che offriamo fosse veramente nostro, glielo offriremmo lo stesso di tutto cuore. In più lo preghiamo che non gli dispiaccia di ricevere da noi ciò che, in realtà, è pienamente suo. Così va inteso l'atto di cui parliamo e questa è la portata delle nostre parole. 

Poiché il sacro Cuore è il simbolo e l'immagine trasparente dell'infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a rendergli amore per amore, è quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributati al divin Cuore, in realtà è rivolto allo stesso Cristo. 

Sollecitiamo pertanto ed esortiamo tutti coloro che conoscono e amano il divin Cuore a compiere spontaneamente questo atto di consacrazione. Inoltre desideriamo vivamente che esso si compia da tutti nel medesimo giorno, affinché i sentimenti di tante migliaia di cuori, che fanno la stessa offerta, salgano tutti, nello stesso tempo, al trono di Dio. 

Ma come potremo dimenticare quella stragrande moltitudine di persone, per le quali non è ancora brillata la luce della verità cristiana? Noi teniamo il posto di colui che è venuto a salvare ciò che era perduto e diede il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Ecco perché la nostra sollecitudine è continuamente rivolta a coloro che giacciono ancora nell'ombra di morte e mandiamo dovunque missionari di Cristo per istruirli e condurli alla vera vita. Ora, commossi per la loro sorte, li raccomandiamo vivamente al sacratissimo Cuore di Gesù e, per quanto sta in noi, a lui li consacriamo.

In tal modo questa consacrazione che esortiamo a compiere, potrà giovare a tutti. Con questo atto, infatti, coloro che già conoscono e amano Gesù Cristo, sperimenteranno facilniente un aumento di fede e di amore. Coloro che, pur conoscendo Cristo trascurano l'osservanza della sua legge e dei suoi precetti, avranno modo di attingere da quel divin Cuore la fiamma dell'amore. Per coloro infine che sono più degli altri infelici, perché avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo, chiederemo tutti insieme l'aiuto del cielo, affinché Gesù Cristo, che li tiene già soggetti «quanto al potere», li possa anche avere sottomessi «quanto all'esercizio di tale potere». E preghiamo anche che ciò si compia non solo nel mondo futuro, «quando egli eseguirà pienamente su tutti la sua volontà, salvando gli uni e castigando gli altri» (S. THOMAS AQ., Summa theol, III, q. 59, a. 4 ad 2.), ma anche in questa vita terrena con il dono della fede e della santificazione, in modo che, con la pratica di queste virtù, possano onorare debitamente Dio e tendere così alla felicità del cielo. 
Tale consacrazione ci fa anche sperare per i popoli un'èra migliore; può infatti stabilire o rinsaldare quei vincoli, che, per legge di natura, uniscono le nazioni a Dio. 

In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l'autorità del diritto sacro e divino, nell'intento di escludere ogni influsso della religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c'è forse da meravigliarsi che gran parte dell'umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c'è dubbio che, con il disprezzo della religione, vengono scalzate le più solide basi dell'incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio. 

Di qui scaturisce quella colluvie di mali, che da tempo ci minacciano e ci spingono con forza a ricercare l'aiuto in colui che solo ha la forza di allontanarli. E chi potrà essere questi se non Gesù Cristo, l'unigenito Figlio di Dio? «Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). A lui si deve ricorrere, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Si è andati fuori strada? bisogna ritornare sulla giusta via. Le tenebre hanno oscurato le menti? è necessario dissiparle con lo splendore della verità. La morte ha trionfato? bisogna attaccarsi alla vita. Solo così potremo sanare tante ferite. Solo allora il diritto potrà riacquistare l'autentica autorità; solo così tornerà a risplendere la pace, cadranno le spade e sfuggiranno di mano le armi. Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno; e ogni lingua proclamerà «che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).

Quando la chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane imperatore apparve in cielo una croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In lui sono da collocare tutte le nostre speranze; da lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza.

Infine non vogliamo passare sotto silenzio un motivo, questa volta personale, ma giusto e importante, che ci ha spinto a questa consacrazione: l'averci Dio, autore di tutti i beni, scampato non molto tempo addietro da pericolosa infermità. Questo sommo onore al Cuore sacratissimo di Gesù, da noi promosso, vogliamo che rimanga memoria e pubblico segno di gratitudine di tanto beneficio.

Ordiniamo perciò che, nei giorni 9, 10 e 11 del prossimo 1 mese di giugno, nella chiesa principale di ogni città o paese, alla recita delle altre preghiere si aggiungano ogni giorno anche le litanie del sacro Cuore da noi approvate. Nell'ultimo giorno poi si reciti, venerabili fratelli, la formula di consacrazione. che vi mandiamo con la presente lettera. 
Come pegno di favori divini e testimonianza della nostra benevolenza, a voi, al clero e al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore, nel Signore, l'apostolica benedizione. 

Roma, presso San Pietro, il 25 maggio 1899, anno XXII del nostro pontificato.

LEONE PP. XIII


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù


O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore.
- Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono.

O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo.
O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell'inganno dell'errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.
Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio.
Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fate che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.

     



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LITTERAE ENCYCLICAE 
SSMI. D. N. LEONIS PAPAE XIII

ANNUM SACRUM

DE HOMINIBUS
SACRATISSIMO CORDI IESU 
DEVOVENDIS

 

Annum Sacrum, more institutoque maiorum in hac alma Urbe proxime celebrandum, per apostolicas Litteras, ut probe nostis, nuperrime indiximus. Hodierno autem die, in spem auspiciumque peragendae sanctius religiosissimae celebritatis, auctores suasoresque sumus praeclarae cuiusdam rei, ex qua quidem, si modo omnes ex animo, si consentientibus libentibusque voluntatibus paruerint, primum quidem nomini christiano, deinde societati hominum universae fructus insignes non sine caussa expectamus eosdemque mansuros.

Probatissimam religionis formam, quae in cultu Sacratissimi Cordis Iesu versatur, sancte tueri ac maiore in lumine collocare non semel conati sumus, exemplo Decessorum Nostrorum Innocentii XII, Benedicti XIII, Clementis XIII, Pii VI eodemque nomine VII ac IX: idque maxime per Decretum egimus die XXVIII Iunii mensis an. MDCCCLXXXIX datum, quo scilicet Festum eo titulo ad ritum primae classis eveximus. Nunc vero luculentior quaedam obsequii forma obversatur animo, quae scilicet honorum omnium, quotquot Sacratissimo Cordi haberi consueverunt, velut absolutio perfectioque sit: eamque Iesu Christo Redemptori pergratam fore confidimus. Quamquam haec, de qua loquimur, haud sane nunc primum mota res est. Etenim abhinc quinque ferme lustris, cum saecularia solemnia imminerent iterum instauranda postea quam mandatum de cultu divini Cordis propagando beata Margarita Maria de Alacoque divinitus acceperat, libelli supplices non a privatis tantummodo, sed etiam ab Episcopis ad Pium IX in id undique missi complures, ut communitatem generis humani devovere augustissimo Cordi Iesu vellet. Differri placuit rem, quo decerneretur maturius: interim devovendi sese singillatim civitatibus data facultas volentibus, praescriptaque devotionis formula. Novis nunc accedentibus causis, maturitatem venisse rei perficiendae iudicamus.

Atque amplissimum istud maximumque obsequii et pietatis testimonium omnino convenit Iesu Christo, quia ipse princeps est ac dominus summus. Videlicet imperium eius non est tantummodo in gentes catholici nominis, aut in eos solum, qui sacro baptismate rite abluti, utique ad Ecclesiam, si spectetur ius, pertinent, quamvis vel error opinionum devios agat, vel dissensio a caritate seiungat: sed complectitur etiam quotquot numerantur christianae fidei expertes, ita ut verissime in potestate Iesu Christi sit universitas generis humani. Nam qui Dei Patris Unigenitus est, eamdemque habet cum ipso substantiam, splendor gloriae et figura substantiae eius (Hebr. I. 3), huic omnia cum Patre communia esse necesse est, proptereaque quoque rerum omnium summum imperium. Ob eam rem Dei Filius de se ipse apud Prophetam, Ego autem, effatur, constitutus sum rex super Sion montem sanctum eius. — Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. Postula a me, et dabo Tibi gentes hereditatem tuam et possessionem tuam terminos terrae (Ps. II). Quibus declarat, se potestatem a Deo accepisse cum in omnem Ecclesiam quae per Sion montem intelligitur, tum in reliquum terrarum orbem, qua eius late termini proferuntur. Quo autem summa ista potestas fundamento nitatur, satis illa docent, Filius meus es tu. Hoc enim ipso quod omnium Regis est Filius, universae potestatis est heres: ex quo illa, dabo Tibi gentes hereditatem tuam. Quorum sunt ea similia, quae habet Paulus apostolus: Quem constituit heredem universorum (Hebr. I, 2).

Illud autem considerandum maxime, quid affirmaverit de imperio suo Iesus Christus non iam per apostolos aut prophetas, sed suis ipse verbis. Quaerenti enim romano Praesidi: ergo rex es tu ? sine ulla dubitatione respondit: tu dicis quia rex sum ego (Ioan. XVIII, 37). Atque huius magnitudinem potestatis et infinitatem regni illa ad Apostolos apertius confirmant: Data est mihi omnis potestas in caelo et in terra (Matth. XXVIII, 18). Si Christo data potestas omnis, necessario consequitur, imperium eius summum esse oportere, absolutum, arbitrio nullius obnoxium, nihil ut ei sit nec par nec simile: cumque data sit in caelo et in terra, debet sibi habere caelum terrasque parentia. Re autem vera ius istud singulare sibique proprium exercuit, iussis nimirum Apostolis evulgare doctrinam suam, congregare homines in unum corpus Ecclesiae per lavacrum salutis, leges denique imponere, quas recusare sine salutis sempiternae discrimine nemo posset.

Neque tamen sunt in hoc omnia. Imperat Christus non iure tantum nativo, quippe Dei Unigenitus, sed etiam quaesito. Ipse enim eripuit nos de potestate tenebrarum (Coloss. I, 13), idemque dedit redemptionem semetipsum pro omnibus (1 Tim. II, 6). Ei ergo facti sunt populus acquisitionis (1 Petr. II, 9) non solum et catholici et quotquot christianum baptisma rite accepere, sed homines singuli et universi. Quam in rem apte Augustinus: quaeritis, inquit, quid emeriti Videte quid dederit, et invenietis quid emerit. Sanguis Christi pretium est. Tanti quid valet?, quid, nisi totus mundus? quid, nisi omnes gentes? Pro toto dedit, quantum dedit(Tract. 120 in Ioan.).

Cur autem ipsi infideles potestate dominatuque Iesu Christi teneantur, caussam sanctus Thomas rationemque, edisserendo, docet. Cum enim de iudiciali eius potestate quaesisset, num ad homines porrigatur universos, affirmassetque, iudiciaria potestas consequitur potestatem regiam, plane concludit: Christo omnia sunt subiecta quantum ad potestatem, etsi nondum sunt ei subiecta quantum ad executionem potestatis (3 p. q. 39 a. 4). Quae Christi potestas et imperium in homines exercetur per veritatem, per iustitiam, maxime per caritatem.

Verum ad istud potestatis dominationisque suae fundamentum duplex benigne ipse sinit ut accedat a nobis, si libet, devotio voluntaria. Porro Iesus Christus, Deus idem ac Redemptor, omnium est rerum cumulata perfectaque possessione locuples : nos autem adeo inopes atque egentes ut, quo eum munerari liceat, de nostro quidem suppetat nihil. Sed tamen pro summa bonitate et caritate sua minime recusat quin sibi, quod suum est, perinde demus, addicamus, ac iuris nostri foret: nec solum non recusat, sed expetit ac rogat: Fili, praebe cor tuum mihi. Ergo gratifican illi utique possumus voluntate atque affezione animi. Nam ipsi devovendo nos, non modo et agnoscimus et accipimus imperium eius aperte ac libenter: sed re ipsa testamur, si nostrum id esset quod dono damus, summa nos voluntate daturos; ac petere ab eo ut id ipsum, etsi plane suum, tamen accipere a nobis ne gravetur. Haec vis rei est, de qua agimus, haec Nostris subiecta verbis sententia. — Quoniamque inest in Sacro Corde symbolum atque expressa imago infinitae Iesu Christi caritatis, quae movet ipsa nos ad amandum mutuo, ideo consentaneum est dicare se Cordi eius augustissimo: quod tamen nihil est aliud quam dedere atque obligare se Iesu Christo, quia quidquid honoris, obsequii, pietatis divino Cordi tribuitur, vere et proprie Christo tribuitur ipsi.

Itaque ad istiusmodi devotionem voluntate suscipiendam excitamus cohortamurque quotquot divinissimum Cor et noscant et diligant: ac valde velimus, eodem id singulos die efficere, ut tot millium idem voventium animorum significationes uno omnes tempore ad caeli templa pervehantur. — Verum numne elabi animo patiemur innumerabiles alios, quibus christiana veritas nondum affulsit? Atqui eius persona geritur a Nobis, qui venit salvum facere quod perierat, quique totius humani generis saluti addixit sanguinem suum. Propterea eos ipsos qui in umbra mortis sedent, quemadmodum excitare ad eam, quae vere vita est, assidue studemus, Christi nuntiis in omnes partes ad erudiendum dimissis, ita nunc, eorum miserati vicem, Sacratissimo Cordi Iesu commendamus maiorem in modum et, quantum in Nobis est, dedicamus. — Qua ratione haec, quam cunctis suademus, cunctis est profutura devotio. Hoc enim facto, in quibus est Iesu Christi cognitio et amor, ii facile sentient sibi fidem amoremque crescere. Qui, Christo cognito, praecepta tamen eius legemque negligunt, iis fas erit e Sacro Corde flammam caritatis arripere. Iis demum longe miseris, qui caeca superstitione conflictantur, caeleste auxilium uno omnes animo flagitabimus, ut eos Iesus Christus, sicut iam sibi habet subiectos secundum potestatem, subiiciat aliquando secundum executionem potestatis, neque solum in futuro saeculo, quando de omnibus voluntatem suam implebit, quosdam quidem salvando, quosdam puniendo (S. Tom. i. c. ), sed in hac etiam vita mortali, fidem scilicet ac sanctitatem impertiendo; quibus illi virtutibus colere Deum queant, uti par est, et ad sempiternam in caelo felicitatem contendere.

Cuiusmodi dedicatio spem quoque civitatibus affert rerum meliorum, cum vincula instaurare aut firmius possit adstringere, quae res publicas natura iungunt Deo. — Novissimis hisce temporibus id maxime actum, ut Ecclesiam inter ac rem civilem quasi murus intersit. In constitutione atque administratione civitatum pro nihilo habetur sacri divinique iuris auctoritas, eo proposito ut communis vitae consuetudinem nulla vis religionis attingat. Quod huc ferme recidit, Christi fidem de medio tollere, ipsumque, si fieri posset, terris exigere Deum. Tanta insolentia elatis animis, quid mirum quod humana gens pleraque in eam inciderit rerum perturbationem iisque iactetur fluctibus, qui metu et periculo vacuum sinant esse neminem ? Certissima incolumitati publicae firmamenta dilabi necesse est, religione posthabita. Poenas autem Deus de perduellibus iustas meritasque sumpturus, tradidit eos suae ipsorum libidini, ut serviant cupiditatibus ac sese ipsi nimia libertate conficiant.

Hinc vis illa maiorum quae iamdiu insident, quaeque vehementer postulant, ut unius auxilium exquiratur, cuius virtute depellantur. Quisnam autem ille sit, praeter Iesum Christum Unigenitum Dei? Neque enim aliud nomen est sub caelo datum hominibus, in quo oporteat nos salvos fieri (Act. IV, 12). Ad illum ergo confugiendum, qui est via, veritas et vita. Erratum est: redeundum in viam: obductae mentibus tenebrae: discutienda caligo luce veritatis: mors occupavit: apprehendenda vita. Tum denique licebit sanari tot vulnera, tum ius omne in pristinae auctoritatis spem revirescet, et restituentur ornamenta pacis, atque excident gladii fluentque arma de manibus, cum Christi imperium omnes accipient libentes eique parebunt, atque omnis lingua confitebitur quia Dominus Iesus Christus in gloria est Dei Patris (Phil. II, 11).

Cum Ecclesia per proxima originibus tempora caesareo iugo premeretur, conspecta sublime adolescenti imperatori crux, amplissimae victoriae, quae mox est consecuta, auspex simul atque effectrix. En alterum hodie oblatum oculis auspicatissimum divinissimumque signum: videlicet Cor Iesu sacratissimum, superimposita cruce, splendidissimo candore inter nammas elucens. In eo omnes collocandae spes: ex eo hominum petenda atque expectanda salus.

Denique, id quod praeterire silentio nolumus, illa quoque caussa, privatim quidem Nostra, sed satis iusta et gravis, ad rem suscipiendam impulit, quod bonorum omnium auctor Deus Nos haud ita pridem, periculoso depulso morbo, conservavit. Cuius tanti beneficii, auctis nunc per Nos Sacratissimo Cordi honoribus, et memoriam publice extare volumus et gratiam.

Itaque edicimus ut diebus nono, decimo, undecimo proximi mensis Iunii, in suo cuiusque urbis atque oppidi templo principe statae supplicationes fiant, perque singulos eos dies ad ceteras preces Litaniae Sanctissimi Cordis adiiciantur auctoritate Nostra probatae: postremo autem die formula Consecrationis recitetur: quam vobis formulam, Venerabiles Fratres, una cum his litteris mittimus.

Divinorum munerum auspicem benevolentiaeque Nostrae testem vobis et clero populoque, cui praeestis, apostolicam benedictionem peramanter in Domino impertimus.

Datum Romae apud Sanctum Petrum die 25 Maii, An. 1899, Pontificatus Nostri vicesimo secundo.

 

LEO PP. XIII


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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