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Magistero integrale Ognissanti e Defunti di Giovanni Paolo II

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10/22/2018 7:48 PM
 
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SANTA MESSA NEL CIMITERO VERANO DI ROMA

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di Tutti i Santi
Martedì, 1° novembre 1988

 

1. “Del Signore è la terra e quanto contiene” (Sal 24 [23], 1). Con le parole del salmista la Chiesa professa la verità che affonda le sue radici nel mistero della creazione e della redenzione. “del Signore è . . . l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24 [23], 1). Il salmo dell’odierna liturgia trova il suo pieno riflesso nella solennità di Tutti i Santi. Diversamente risuona qui, nel cimitero dove veniamo questo pomeriggio, pensando al giorno di domani: alla Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti. In questo momento, pensiamo ai nostri morti. E tra essi ricordo specialmente Papa Pio XII di cui ricorre quest’anno il XXX anniversario della scomparsa. Il suo monumento, in piazza del Verano ricorda la sua visita in questo luogo in un’occasione tanto dolorosa e drammatica per gli abitanti del quartiere di san Lorenzo. Del Signore è . . . l’uomo!

2. Spesso quest’uomo, particolarmente l’uomo dei nostri tempi, ritiene di appartenere soltanto a se stesso, e che a lui appartenga il mondo: i grandi prodotti del suo pensiero creativo, i prodotti che egli trasforma secondo il proprio progetto e a proprio uso. L’uomo pensa spesso proprio così. Tale è il contenuto della sua vita, delle sue aspirazioni e azioni . . . fino a questo limite, che è determinato dalla morte. La morte è un termine! Oggi e domani visiteremo i cimiteri: questo cimitero romano del Verano e gli altri della nostra città, nell’“urbe” ed anche “extra urbem”: in tutto il mondo! Pellegriniamo forse soltanto nei luoghi della morte? Tutti questi cimiteri testimoniano forse soltanto la fine dell’essere che si chiama “uomo”? Confermano soltanto l’imperativo del ritorno alla terra: “polvere tu sei e in polvere tornerai”? (Gen 3, 19).

3. La liturgia ci dice un’altra cosa.  “Del Signore è la terra e quanto contiene”.  Del Signore è l’uomo che in tanti cimiteri - noti e ignoti - è affidato alla terra dopo la morte del suo corpo.  Del Signore è! La liturgia ci rivela come un nuovo movimento, un altro movimento che compenetra ciò che è stato trattenuto dalla potenza della morte. Ciò che è abbandonato all’immobilità. Un altro movimento - e una altra presenzaDi questo movimento ci parlano tutte le letture dell’odierna liturgia. Ce ne parla il salmo responsoriale. In modo particolare ce ne parla il libro dell’Apocalisse. “Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello” (Ap 7, 9).

4. Chi erano coloro, la cui vita terrena si è chiusa con il coperchio del feretro e con la pietra tombale?  Risponde il salmista
“Ecco la generazione . . . che cerca il volto del Dio di Giacobbe” (cf. Sal 24 [23], 6).  Chi sono coloro, le cui spoglie mortali si trovano nelle tombe? 
Risponde il libro dell’Apocalisse:  Ecco coloro che stanno in piedi davanti all’Agnello e gridano a gran voce:  “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7, 10).  In tanti luoghi in cui noi sentiamo l’assenza dei nostri fratelli e sorelle, che ci hanno lasciato - la Parola dell’odierna liturgia ci rivela una presenza nuova.  È la presenza dinanzi a Dio stesso.  È la presenza per opera dell’Agnello.

5. L’Agnello di Dio si trova al centro di questa realtà che è un cimitero vissuto alla luce della fede.
L’Agnello è colui che alla umanità apre la via delle otto Beatitudini
È colui che diceva: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11, 28). L’Agnello è colui, nel quale il Padre ci ha donato il più grande amore: “per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1 Gv 3, 1).  Per opera della sua croce, della sua morte e risurrezione.  L’Agnello: Gesù Cristo! Leggiamo nel libro dell’Apocalisse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono? . . . Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap 7, 13-14).

6. Sulle tombe e sui monumenti sepolcrali, intorno a noi vi è il segno della croce. Questo segno parla di un morto che era cristiano. Ma non soltanto. Questo segno rende testimonianza all’Agnello: a Gesù Cristo, nel quale è la redenzione del mondo. La redenzione dell’uomo. Questo segno parla a ciascuno e a tutti del “luogo santo” di Dio (cf. Sal 24 [23], 3), al quale è chiamato l’uomo in Cristo.  Veramente: “Del Signore è la terra e quanto contiene”.  La croce: il segno dell’Agnello ne rende testimonianza. Così sia!



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MESSA PER I DEFUNTI NEL CIMITERO ROMANO DI CAMPO VERANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di Tutti i Santi - Mercoledì, 1° novembre 1989

 

1. “Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo la parola li ammaestrava dicendo” (Mt 5, 1-2). Con queste stesse parole Gesù oggi ammaestra noi, qui riuniti. Proclama il Vangelo delle otto beatitudini in mezzo a questo cimitero romano. Lo proclama in tanti altri cimiteri di tutto il mondo. Lo stiamo udendo noi - che ancora viviamo su questa terra. L’ascoltano le tombe, nelle quali riposano i nostri fratelli e sorelle defunti. Viene indirizzato anche a loro il Vangelo delle otto beatitudini? Parla esso di morte?

2. Il Vangelo delle otto beatitudini parla della morte, anche se neppure una volta la chiama per nome. Invece, ogni beatitudine del discorso della montagna pone una accanto all’altra le due dimensioni della vita: quella temporale e quella eterna, definitiva. Si sa che la vita temporale su questa terra finisce con la morte. Il vangelo delle otto beatitudini parla dunque della morte, ma ordina di guardarla attraverso il prisma della vita: della vita che passa qui sulla terra - e di quella che è eterna: in Dio. Per questo anche il Vangelo delle otto beatitudini ha oggi una particolare eloquenza tra le tombe e le cappelle del Campo Verano, e in tutti i cimiteri del mondo.

3. Ecco, a coloro che riposano nei sepolcri, ogni beatitudine pone la domanda: Sei stato povero in spirito? Hai avuto fame e sete della giustizia? Sei stato misericordioso? Puro di cuore? Eri tra coloro che sono stati operatori di pace? Che sono stati perseguitati per causa della giustizia? Che hanno sopportato gli insulti e le persecuzioni e le menzogne dette contro di loro “per causa di Cristo”? E che sono stati accusati di ogni sorta di male a causa di lui? (cf. Mt 5, 3-11). Hai provato nella tua vita molte sofferenze e tristezze? Ognuno di questi nostri fratelli e sorelle che riposano nei cimiteri di Roma e del mondo intero, ha dovuto - al termine della sua vita - giudicare la propria vita terrena secondo queste domande.  Ognuna di esse mette una pietra sulla vita temporale per schiudere la prospettiva sulla vita eterna. Questa è la vita in Dio. Questo e il Regno di Dio, il Regno dei cieli. Dio desidera questa vita e questo Regno per noi uomini, pellegrini attraverso la temporaneità verso la frontiera della morte.

4. Viviamo questo - insieme con tutta la Chiesa - in modo particolare oggi e domani. Oggi e domani sostiamo presso le tombe dei nostri cari con la domanda: siete stati una generazione in cerca del Dio vivo? Siete stati tra coloro che cercano il volto del Dio di Giacobbe? L’uomo compie il pellegrinaggio attraverso questa terra, attraverso la temporaneità che passa, verso il volto del Dio vivo: per vederlo “così come egli è. Vederlo a faccia a faccia” (cf. 1 Gv 3, 2). L’uomo sottoposto alla legge della morte. Ed allo stesso tempo: l’uomo - pellegrino dell’Assoluto!

5. “Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3, 2). Il cimitero è soltanto il luogo del termine della vita umana sulla terra? Non è insieme l’inizio di ciò che qui, sulla terra, “non è stato ancora rivelato”? L’inizio di un futuro nuovo? Di una vita nuova? Sì, qui sulla terra conosciamo le parole: “siamo già figli di Dio” (cf. 1 Gv 3, 1). Anzi: “lo siamo realmente” (1 Gv 3, 1) in virtù della Parola rivelataci da Cristo. Perciò anch’egli - Cristo, venuto dal Padre, dice a tutti: “Quale grande amore ci ha dato il Padre”! (come leggiamo in san Giovanni 1 Gv 3, 1). Lo proclama tutto il Vangelo. In modo particolare il Vangelo delle otto beatitudini. Questo viene espresso definitivamente dalla morte di Cristo: dalla sua Croce, dal suo sepolcro e dalla sua Risurrezione.

6. Visitando il cimitero, in questi primi giorni di novembre, mettiamoci in ascolto di questo Vangelo. Per mezzo di tutti i segni della morte dell’uomo, che riempiono questo campo santo, Cristo annunzia la verità della vita eterna, Questa vita è più forte della morte. Essa è radicata nell’“amore datoci dal Padre”. Così sia!

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MESSA PER I DEFUNTI AL CIMITERO DEL VERANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di Tutti i Santi - Giovedì, 1° novembre 1990

 

“Finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi” (Ap 7, 3).

1. Dio ha sigillato la storia dell’uomo sulla terra con il Vangelo delle otto beatitudini. Lo ha sigillato con il sangue dell’Agnello. Questo sigillo è impresso su tutti coloro che attraversano questa terra. Tutti coloro che scendono nella tomba portano su di sé il sigillo della creazione e della redenzione. Ecco, questo cimitero romano e tutti i cimiteri del mondo, che sono oggi visitati, rendono testimonianza alla legge della morte. Spesso pensiamo soltanto a questo, ma non possiamo dimenticare la legge del sigillo di Dio. Dio non solo ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma l’ha creato nel suo Figlio eterno. In lui siamo chiamati figli di Dio. In lui diventiamo figli di Dio e lo siamo realmente. Su di noi è impresso il sigillo della redenzione. Su tutti! Con questo sigillo camminiamo nel mondo, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28). E con esso scendiamo nella tomba.

2. In virtù del sigillo di Dio, impresso sulla nostra esistenza umana, siamo invitati a “salire”, a salire “il monte del Signore” (Sal 23, 3). Anche il nostro morire è una fase di questa salita. Noi viviamo e moriamo alla luce delle otto beatitudini. Davvero inscrutabili sono le vie di questo salire mediante la morte, che porta con sé la distruzione del corpo; eppure queste vie sono scritte nell’eterno Verbo, che è il Figlio del Padre. E non è stato versato invano il sangue dell’Agnello, con cui ciascuno di noi fu segnato. Per questo ogni uomo, che vive su questa terra, non cessi di cercare il volto di Dio e non si lasci affliggere e angosciare dalla prospettiva della morte.

3. “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato” (1 Gv 3, 2), scrive san Giovanni. Non è stato ancora rivelato! Infatti il tempo, in cui l’uomo vive su questa terra, è tempo di aspirazione, di acquisizione, di ricerca del volto di Dio mediante il Vangelo delle otto beatitudini e mediante la partecipazione al sangue dell’Agnello di Dio, affinché questo sigillo sia ancor più manifesto e chiaro. “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2).

4. La morte è un fatto evidente e certo. Ogni cimitero ne conferma la certezza. L’uomo si ferma al suo limite. Si immerge nei ricordi di coloro che se ne sono andati, che ci sono stati strappati, non può andare oltre. Ma la Chiesa non si ferma, va oltre. Attraverso le tombe e i cimiteri di tutto il mondo guida e sostiene la speranza del popolo di Dio con la luce della preghiera di suffragio, che può stabilire una mediazione tra noi e le anime dei fedeli defunti. La Chiesa ci fa ripetere con le parole della liturgia: “Dona loro l’eterno riposo”. / “Dona loro la tua pace”. / “Splenda ad essi la luce perpetua”. È la luce nella quale vediamo Dio faccia a faccia. La luce della gloria, quando diventiamo simili a lui, non soltanto come creature simili al Creatore, ma anche come figli simili al Padre. Come figli nell’Eterno Figlio! La Chiesa prega così, perché così crede e così spera. Veramente: su di noi è impresso il sigillo del Dio Vivente! Così sia!


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CELEBRAZIONE DELLA MESSA PER I DEFUNTI

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Cimitero romano di Prima Porta - Venerdì, 1° novembre 1991

 

1. Carissimi, guardate “quale grande amore ci ha dato il Padre” (1 Gv 3, 1). Ci rechiamo, oggi e domani, nei nostri cimiteri: nell’antico Campo Verano e in questo cimitero nuovo di Prima Porta, che mi è dato di visitare oggi per la prima volta, insieme con voi, cari fratelli e sorelle. Ci sono tanti altri cimiteri nelle città, villaggi e paesi del mondo: in tutti si ascoltano, oggi, le stesse parole della prima Lettera di San Giovanni sull’amore, con cui il Padre ci ha amati. Queste parole cadono su una terra particolare. I cimiteri parlano della morte dell’uomo, di questa legge, secondo la quale “è stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio” (Eb 9, 27). Sì, i cimiteri parlano della morte! Dimostrano come la morte sia una sorte inevitabile dell’uomo, una esistenziale necessità su questa terra. Tutti i cimiteri, e ciascuno di essi, ne sono testimonianza. Anche questo che visitiamo oggi. Essi parlano della morte dei nostri parenti ed amici, dei nostri vicini e di quelli lontani; delle persone conosciute e di quelle sconosciute. Veniamo qui non come visitatori indifferenti e distratti, perché portiamo impresso, in vari modi, il ricordo di coloro che se ne sono andati, portiamo con noi un profondo dolore, registrato indelebilmente nel cuore di ciascuno di noi.

2. La Chiesa dice: “guardate quale grande amore ci ha dato il Padre”. Lo dice nel giorno in cui circonda con il ricordo Tutti i Santi. Chi sono i Santi? Sono i testimoni particolari di questo eterno amore che ci ha dato il Padre nel suo Figlio Unigenito. I Santi sono “coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione”, coloro che “hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello”, secondo le parole dell’Apocalisse (cf. Ap 7, 14). Anch’essi sono stati abbracciati dalla legge della morte, ma sono stati poi sollevati dall’abbraccio della potenza della Vita, che proviene da Cristo. Sono stati “chiamati figli di Dio” e lo sono realmente e pienamente nella comunione eterna con Dio (cf. 1 Gv 3, 1).

3. Il mondo non li conosce (cf. 1 Gv 3, 1); non conosce questa Vita di cui sono fatti partecipi, al di là del limite della morte. Questa è la Vita con Cristo in Dio, la Vita che è al di sopra di ciò che è visibile, di ciò che è accessibile ai sensi, al di sopra di ciò che nel mondo può essere raggiunto dalla conoscenza umana. Tale Vita è un mistero, così come Dio è un mistero nella sua Vita divina: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo! Come la Vita di Dio, così anche la vita dei Santi in Dio fa parte del mistero della fede. Questo mistero ha la sua dimensione temporale e terrena, ma ha il suo futuro in Dio. L’Apostolo scrive: “noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo, però, che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). C’è davanti a noi il cimitero: il luogo di coloro che sono morti, il cimitero dei ricordi, del dolore dei cuori umani. Ma c’è anche il cimitero della nostra fede: il cimitero di Tutti i Santi, venerati oggi dalla Chiesa. Tutti coloro che noi ricorderemo domani, sono stati anch’essi redenti dal Sangue dell’Agnello. Il Padre ha dato anche a tutti costoro l’amore del suo Figlio. Infatti Egli ha creato tutti gli uomini a sua immagine e somiglianza, e vuole che diventino simili a Lui nella vita eterna e che lo vedano “così come Egli è”. E per questo visitiamo i cimiteri del mondo con la speranza ispirata dalla fede.

4. Questa speranza è stata portata qui a Roma, e in tanti altri luoghi del mondo antico, dagli Apostoli e dai primi seguaci di Cristo. Essa si ricollega con i cimiteri di quel tempo, con le Catacombe, che erano luoghi di preghiera e di incontro. Ivi i primi cristiani si riunivano durante le persecuzioni da parte del mondo profano ed ostile, che non conosceva il Dio vero. Ivi, presso le tombe dei propri martiri, celebravano l’Eucaristia. In questo modo sono stati santificati i cimiteri dell’Antica Roma. Essi hanno acquistato, così, un nuovo significato. In tali luoghi si è cominciato a rendere testimonianza all’amore che ci viene dato dal Padre in Gesù Cristo, suo Eterno Figlio, che si è fatto nostro fratello: al Primogenito di ogni creatura, al Primogenito di coloro che risuscitano dai morti (cf. Col 1, 15.18), affinché abbiano la vita eterna in Dio e l’abbiano in abbondanza (cf. Gv 10, 10). Cari fratelli e sorelle, con questi pensieri e con queste certezze nel nostro cuore, vogliamo ora celebrare l’Eucaristia in suffragio delle anime dei nostri cari defunti e di tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e della speranza e riposano in tutti i cimiteri del mondo. Così sia!


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CONCELEBRAZIONE PER LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI 
NEL CIMITERO ROMANO DEL CAMPO VERANO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità di Tutti i Santi - Domenica, 1° novembre 1992

 

1. “Del Signore è la terra” (Sal 24, 1). Il Salmo responsoriale, che poc’anzi abbiamo proclamato, canta la gloria del Creatore. Sua è la terra “e quanto contiene”. Nella concezione del salmista la terra costituisce il fulcro della creazione, ma oggi noi sappiamo che essa non si trova al centro del cosmo. Al Signore appartiene quindi non solo il sistema al cui centro sta il sole e di cui la terra è uno dei pianeti, ma la molteplicità delle galassie che formano l’intero universo.

2. “Del Signore . . . è l’universo e i suoi abitanti” (Sal 24, 1). Anche se la terra non è il centro del cosmo, essa si distingue dagli altri pianeti per il fatto che è diventata la dimora dell’uomo: il luogo della sua nascita, della sua vita e della sua morte. Essa è, pertanto, il suo “universo”. Questo “universo”, che è “l’universo” dell’uomo, appartiene in modo particolare al Signore, perché a Lui appartiene l’uomo che in esso abita. In quale modo l’uomo è di Dio?

3. A questa domanda risponde il salmo insieme con tutta la liturgia dell’odierna solennità. L’uomo è di Dio in quanto è sua immagine; creato a immagine e somiglianza di Dio. L’uomo, dunque, è di Dio in maniera diversa rispetto a tutte le altre creature visibili. Egli è colui che “sale il monte del Signore” (cf. Sal 24, 3). È chiamato, nella stessa profondità del suo essere spirituale, a “cercare Dio”: a “cercare il suo volto” (cf. Sal 24, 6). È chiamato a “stare nel luogo santo del suo Signore” (cf. Sal 24, 3) in ragione della stessa profondità dell’“immagine e somiglianza divina”. L’uomo si inserisce in un processo dinamico e vitale mediante il quale matura passando attraverso le “mani innocenti” e “il cuore puro” (cf. Sal 24, 4), riportando la vittoria sul peccato e su chiunque “pronunzia menzogna e giura a danno del suo prossimo” (cf. Ivi.). In tal modo l’uomo è di Dio. Tra tutte le creature, egli è il destinatario di una particolare benedizione del Creatore.

4. Questa divina benedizione ha raggiunto la sua pienezza in Cristo; in Lui l’uomo appartiene a Dio come a un Padre. Il Verbo eterno, consustanziale con il Padre, diventando uomo, innesta nei cuori degli “uomini-creature” il mistero dell’adozione a figli. “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente” (1 Gv 3, 1). Gesù Cristo - Colui che solo è Santo - apre nella storia dell’uomo il cammino verso la comunione dei santi: “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro” (1 Gv 3, 3). Il cammino verso la santità, quell’itinerario, cioè, che conduce alla comunità dei santi che vivono in Dio e partecipano della sua stessa Vita, passa attraverso il Vangelo delle Otto Beatitudini.

5. Oggi, la Chiesa è chiamata a sostare contemplando questo grande mistero nell’immensità della creazione. Lo contempla nella storia della terra in quanto dimora delle generazioni umane, di coloro cioè che “cercano il volto di Dio”. Leggiamo nel libro dell’Apocalisse: “Apparve una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti . . . all’Agnello” (Ap 7, 9). Anche noi ci poniamo in piedi davanti all’Agnello. Questo antico cimitero del Verano è uno dei tanti luoghi dove riposano i corpi dei morti. Domani questi luoghi, i cimiteri, saranno meta di un ininterrotto pellegrinaggio dei vivi alle tombe dei morti. Ma quanti di questi luoghi sono ancora sconosciuti! Quanti morti - venuti meno spesso tra terribili sofferenze - non hanno trovato e continuano a non trovare il loro cimitero, il luogo per i funerali e la tomba per l’incontro con le persone care! L’intera storia dell’uomo verrà riassunta, come ogni anno, nella commemorazione di tutti i Fedeli Defunti, che celebreremo domani.

6. Però già oggi, partecipando alla liturgia eucaristica dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, desideriamo dire: “Signore mio, tu lo sai”. “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap 7, 14).

Signore mio, tu lo sai. Essi appartengono tutti a Te! Tutti appartengono a Te. Consegnali tu al Padre. Così sia!

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[Edited by Caterina63 10/22/2018 9:01 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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