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Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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La Quaresima con sant'Agostino

Last Update: 1/7/2021 1:02 PM
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1/7/2021 12:53 PM
 
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QUARESIMA CON SANT AGOSTINO


 


Mercoledì delle Ceneri, sulle tracce del Gueranger


 


Ieri il mondo s’agitava fra i suoi piaceri, e gli stessi figli della promessa si abbandonavano a gioie oneste… Stamani risuona la sacra tromba della quale dice il Profeta (Gioele II): essa annunzia il tempo dell’espiazione, l’avvicinarsi di grandi anniversari, della nostra salute, e in questo giorno ci invita a ricevere sul nostro capo la cenere, fin dal tempo dell’antica alleanza simbolo dell’umiliazione e della penitenza. Giobbe stesso, in seno al paganesimo, copriva di cenere la sua carne percossa, e così implorava misericordia (cap.XVI). Più tardi, il Profeta, nell’ardente contrizione del suo cuore, mescolava la cenere al suo pane amaro (Ps.101).


Esempi analoghi abbondano nei Libri dell’Antico Testamento. Fin d’allora si sentiva l’analogia che esiste fra “quella polvere” di una materia trasformata dal fuoco, e l’uomo il cui corpo è destinato a ridursi in polvere! Nei primi secoli la cenere si dava soltanto a coloro ai quali, per qualche colpa grave, la Chiesa imponeva la penitenza pubblica. Dopo il secolo XI, quest’uso, cominciò a venir meno, ma subentrò quello d’imporre la cenere a TUTTI i Fedeli. La funzione sacra comincia colla benedizione delle Ceneri. Queste son fatte da rami d’Ulivo, benedetti l’anno prima.


Adesso!!, dice dunque il Signore, convertitevi a Me con tutto il cuor vostro, nel digiuno, nelle lagrime e nei sospiri. E spezzate i cuori vostri e non le vostre vesti, cioè, non accontentatevi di una penitenza superficiale, non facciamo “tanto per fare” ma mostrate al mondo che il vostro pentimento è dentro al cuore, colla riforma dei vostri costumi e la modifica dei vostri sentimenti!


Convertitevi al Signore Dio vostro perché Egli è benigno, è vero è misericordioso e paziente, ha molta clemenza, ed è portato a revocare ogni castigo, ma VOI PENTITEVI. Suonate la tromba in Sion, intimate il digiuno santo, convocate l’adunanza. Radunate il popolo, purificate tutta la gente, radunate i seniori, fate venire i fanciulli; esca lo sposo dal letto nuziale e dal talamo suo la sposa. Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti ministri del Signore e dicano: PERDONA, SIGNORE, PERDONA AL TUO POPOLO!


Quando tu aprirai le tue viscere all’affamato e consolerai l’anima afflitta, nascerà nelle tenebre a te, la Luce.


Il vero digiuno è la fuga dal peccato, la rottura dagli affetti perversi, DAI VIZI, nutrire l’Amore verso Dio, nutrire lo zelo alla Preghiera: lagrime del pentimento, vuole Dio, la cura dei poveri, come Cristo ordina nel Vangelo. Stiamo attenti, per timore che digiunando non sostituiamo l’intemperanza colle ingiurie, le inimicizie, le contese, e che non ci allontaniamo da Dio colle negligenze o coprendole, con giustificazione del peccato.


 


Preghiamo: + O Dio, che purifichi ogni anno la Tua Chiesa mediante la pratica della Quaresima, fa che i Tuoi servi adempino colle loro opere buone il bene che colle astinenze si sforzano di meritare. Accordane, Signore, di cominciar degnamente, con questo santo digiuno, la carriera della Milizia Cristiana, affinché dovendo combattere il male, il mondo, il peccato, i vizi, ci difenda contro di essi il soccorso di ogni opera santa: digiuno, astinenza, preghiera, silenzio, meditazione.


CRISTO VIVE IN ME! - LA QUARESIMA CON SANT'AGOSTINO


 


La Quaresima «mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l'ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa». È un tempo liturgico sacro, un sacramentum - come si esprimevano i Padri della Chiesa - il segno di un tempo di grazia che coinvolge tutta la Chiesa: sia quanti si preparano a ricevere per la prima volta il battesimo, sia quanti riscoprono la propria vita di cristiani alla luce della Pasqua. Per questo esercizio di preparazione, la Chiesa si dota di eccezionali strumenti, attraverso i quali si rende visibile l'azione di Dio che accompagna ogni uomo nel suo cammino di conversione: l'ascolto della Parola, la preghiera, la penitenza, la carità, il digiuno.


Il ciclo di letture domenicali guida il fedele a conformarsi sempre più a Cristo, a diventare "cristiforme". Il modello cui aderire è Cristo, che sarà presentato di volta in volta come l'acqua viva che disseta, la luce del mondo, la risurrezione e la vita.


In questa prospettiva proponiamo un sussidio di testi agostiniani a commento di alcune tematiche evangeliche, aggiungendo ulteriori spunti di meditazione tratti dalle opere di sant'Agostino, in modo particolare per le ultime tre domeniche della Quaresima.


 



  • "Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua gente?" (Is.58,6-7)


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in ps. 42, 7-8)


 


Le ali della tua preghiera


In un salmo è detto: Io dissi: Signore, abbi pietà di me, risana l'anima mia, perché ho peccato contro di te (Ps 4, 5). Questa supplica, fratelli, è sicura; ma vigilate nelle opere buone. Toccate il salterio obbedendo ai comandamenti, toccate la cetra, sopportando le passioni. Spezza il tuo pane per chi ha fame (Is 58, 7), ha detto Isaia; non credere che sia sufficiente il digiuno. Il digiuno ti mortifica, non soccorre gli altri. Saranno fruttuose le tue privazioni se donerai ad altri con larghezza. Ecco, hai defraudato la tua anima; a chi darai ciò che ti sei tolto? dove porrai ciò che hai negato a te stesso? Quanti poveri potrebbe saziare il pranzo che noi oggi abbiamo interrotto! Il tuo digiuno deve essere questo: mentre un altro prende cibo, godi di nutrirti della preghiera per la quale sarai esaudito. Continua infatti Isaia: Mentre ancora tu parli, io ti dirò: ecco son qui; se spezzerai di buon animo il pane a chi ha fame (Is 58, 9-10); perché di solito ciò vien fatto con tristezza e brontolando, per evitare il fastidio di colui che chiede, non per ristorare le viscere di chi ha bisogno. Ma Dio ama chi dona con letizia (2 Cor 9, 7). Se avrai dato il pane con tristezza, hai perduto il pane e il merito. Fa' dunque questo di buon animo, affinché colui che vede dentro mentre ancora stai parlando ti dica: Ecco son qui. Con quanta celerità sono accolte le preghiere di coloro che operano il bene! Questa è la giustizia dell’uomo in questa vita, il digiuno, l’elemosina, la preghiera. Vuoi che la tua preghiera voli fino a Dio? Donale due ali: il digiuno e l'elemosina. Così ci trovi, così tranquilli ci scopra la luce di Dio e la verità di Dio, quando verrà a liberarci dalla morte Colui che già è venuto a subire la morte per noi. Amen.


 


IN BREVE...


Quando un cristiano accoglie un cristiano, le membra servono alle membra e il Capo, Cristo, ne gioisce e conta come dato a sé ciò che si dona a un membro suo. Quaggiù sia nutrito Cristo affamato, assetato riceva la bevanda, nudo sia vestito, forestiero sia accolto, infermo sia visitato. Questo è necessario durante il viaggio. Così si deve vivere in questo esilio, dove Cristo è bisognoso. È bisognoso nei suoi, ricco di ogni cosa in se stesso. (Serm. 263, 3)


 



  • GIOVEDÌ DOPO LE CENERI


 


Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà (Lc.9,23-24). DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 313/D, 2)


INTRODUZIONE


Perdere la vita per guadagnare la vita: è il più grande paradosso del cristianesimo! "Perdere" la vita terrena per non "perdere" la vita eterna: non è un semplice gioco di parole. Nell’ombra si nasconde una grande verità: la vita è dono di Dio, non appartiene in modo esclusivo all’uomo. Il modo più fruttuoso di servirsi della propria vita è quella di metterla a servizio degli altri, spendendola per gli altri: la vita va donata perché da Dio è stata data in dono e per dono. Cosa è dunque il perdono se non un dono continuo che noi offriamo ai fratelli, per riceverlo in modo arricchito da Dio? A chi molto ama, molto sarà perdonato: è la conclusione logica!


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 313/D, 2)


 


Se ami la tua vita, allora devi perderla! Consideriamo dunque che s'intenda per rinneghi se stesso (Mc 8, 34); fratelli dilettissimi, grande è la ricompensa che ci è proposta. Che significa allora rinneghi se stesso? Rinnega te. Che significa "rinnega te"? Sei costretto a rinnegare Dio? rinnega te e non negare Dio. Non amare questa tua vita temporale e, al contrario, impegnati per la vita eterna; anzi, cedi di fronte alla vita eterna per diventare anche tu eterno: rinnega te stesso per confessare Dio; rinnega te, uomo, per diventare angelo, rinnega te, uomo mortale, perché, confessando Dio, possa meritare di vivere per l'eternità. Ecco, tu ami la vita temporale; non la vuoi rinnegare, ma vuoi negare Dio. Si allontana da te Dio che hai rinnegato, che non hai voluto confessare; ed avrai la vita temporale che ti sei rifiutato di rinnegare. Stiamo a vedere fino a quando durerai in questa vita. Ecco il giorno di domani e dopo il domani un altro domani, e, dopo molti "domani", viene la fine. Dove andrai? dove finirai? Non certo da Dio che hai negato. Misero infelice! e hai rinnegato Dio e hai perduto, voglia tu o non voglia, la vita temporale. Infatti, fratelli dilettissimi, questa vita, vogliamo o non vogliamo, passa, fugge: rinneghiamo perciò noi stessi in questa vita temporale per meritare di vivere in eterno. Rinnega te, confessa Dio. Ami l'anima tua? Perdila. Ma tu mi dici: come perdo ciò che amo? È quanto fai in casa tua. Ti è caro il frumento e, intanto, spargi il frumento, che con tanta cura avevi riposto nel granaio, che con tanta fatica di mietitura e trebbiatura avevi mondato; ormai riposto, ormai mondato, giunto il tempo della semina, lo trai fuori, lo spargi, lo ricopri per nascondere ciò che spargi. Ecco, amando il frumento, spargi il frumento; amando la vita, spargi la vita; amando l'anima tua, la perdi; poiché, quando l'avrai perduta, per Dio, nel tempo presente, la ritroverai in seguito per la vita eterna. Perciò, amando la vita, spargi la vita.


 


IN BREVE...


Servono Gesù Cristo coloro che non cercano i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo... Chi compie per Cristo non solamente opere di misericordia corporali, ma qualsiasi opera buona (ricordiamo che le Opere di Misericordia sono 14: 7 spirituali e 7 corporali e non vanno disgiunte), egli è servo di Cristo, specie se giungerà fino a quella grande opera di carità che consiste nell’offrire la propria vita per i fratelli, che equivale a offrirla per Cristo. (In Io. Ev. 51, 12)


 



  • VENERDÌ DOPO LE CENERI


 


Il Signore disse allora a Caino:


"Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto?


Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto?


Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta;


verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo" (Gn 4, 6-7)


 


INTRODUZIONE


Nel linguaggio ebraico il vocabolo "peccato" indica l’errore di chi manca un bersaglio, di chi non fa centro. In altri termini: l’uomo anziché rivolgersi a Dio, Creatore delle cose, si piega invece a ricercare le cose create da Dio. Egli non ha centrato la sua vocazione: ad un amore ordinato, finalizzato al Creatore, preferisce un amore disordinato rivolto alle creature. È un bene l’amore, così come sono un bene la vita terrena, l’amicizia, l’onore, la ricchezza secondo misura: Dio ha creato ogni cosa buona! Il male invece subentra quando si "ama malamente" tutti questi beni inferiori, quando verso i beni creati ci si curva "con disordine, contro l’uso onesto, contro l’uso lecito, contro la legge e la volontà del Creatore". La colpa risiede in una volontà distorta dell’uomo che indirizzando il suo amore verso un bene inferiore dimentica ed abbandona il Bene supremo, il Signore di tutti i beni.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 21, 3)


 


Il peccato consiste nell’amore disordinato per le creature


Tu compi il peccato nell'amare le creature con disordine, contro l'uso onesto, contro l'uso lecito, contro la legge e la volontà del loro Creatore. Non è che ami il peccato in se stesso ma, amando malamente quello che ami, vieni intrappolato nel peccato. A te piace l'esca che è nella rete e, senza accorgertene inghiotti il peccato. E dopo tenti di scusarti dicendo: "Se è peccato bere molto, perché Iddio ha fatto il vino? Se è peccato amare l'oro, (e io l'oro lo amo, non lo creo, è Dio che l'ha creato) perché ha creato una cosa che poi era peccato amare?". E così per tutte le cose che ami disordinatamente, in cui è ogni sorta di libidine, per cui viene commessa ogni sorta di iniquità. State attenti, riflettete, considerate e vedete che tutto ciò che è stato creato da Dio è buono (1 Tim 4, 4). E in nessuna creatura è il peccato, se non in quanto se ne fa cattivo uso. Ascolta un po', caro. Tu dici: "Perché Dio ha creato cose che poi mi proibisce di amare? Se non le avesse create, non ci sarebbero, e io non le amerei. Se non avesse creato delle cose che poi mi proibisce di amare, io non avrei potuto amarle e non rischierei di dannarmi amandole". Se potesse parlare quella creatura che tu ami malamente perché non sai amare bene neanche te stesso, essa ti risponderebbe: "Tu vorresti che Dio non mi avesse fatto, perché io non ci fossi e tu non mi potessi amare. Allora non avrebbe dovuto fare neanche te, perché non ci fossi neanche tu ad amarmi". Considera perciò quanto tu sei ingiusto e come dalle tue parole stesse ti riveli pieno di ingiustizia. Che Iddio, che è sopra di te, abbia fatto te, questo tu l'approvi, però non sei d'accordo che abbia fatto delle altre cose buone al di sotto di te. Tutto ciò che Dio ha fatto è buono. Alcuni sono beni più grandi, altri più piccoli, tutti beni però. Alcuni sono beni celesti, altri terreni. Alcuni sono beni spirituali, altri materiali. Alcuni beni eterni, altri temporali. Tutti però sono beni, perché è il buono che ha fatto questi beni. Perciò nella Sacra Scrittura è detto: Mettete in ordine in me la carità (Cant 2, 4). Iddio ha fatto te come un bene inferiore a lui, e altre cose le ha fatte inferiori e sotto di te. A qualcuno sei inferiore, a qualche altro superiore. Non devi trascurare il bene superiore e curvarti a quello inferiore. Sii retto, perché possa trarne gioia, perché tutti i retti di cuore ne trarranno gioia (Ps 63, 11). Che altro è il peccato dunque se non il trattare disordinatamente le cose che hai ricevuto in uso? Sappi bene usare le cose inferiori e potrai rettamente fruire del bene superiore.


 


IN BREVE...


In tutte codeste e altre simili tendenze il peccato entra quando ci si abbandona sregolatamente, e, per beni di grado infimo, si trascurano i più alti e migliori: Te, nostro Signore, e la tua verità e la tua legge. (Confess. 2, 5)


 


 



  • SABATO DOPO LE CENERI


 


Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme (1Pt.2,21)


 


INTRODUZIONE


La virtù propria del tempo quaresimale è per Agostino l’umiltà, così come indicata da Cristo. A partire dalla sua nascita in una mangiatoia sino alla morte in croce, tutta la vita di Cristo è scandita da atteggiamenti di umiltà. Pur essendo di natura divina il Figlio di Dio non ha disdegnato di "svuotare se stesso" (Fil 2, 6-8) divenendo simile agli uomini, assumendo su di sé la condizione del peccatore, donando la vita per uomini empi. Cristo ha applicato concretamente la definizione che ha dato di sé: Imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11, 29). Il mite è colui che si apre ad accogliere la volontà di Dio; l’umile è colui che identifica il proprio bene nel compiere la volontà di Dio.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 206, 1)


 


Quaresima, tempo di umiltà


Dopo un anno è ritornato il tempo della Quaresima e io mi sento in dovere di farvi delle esortazioni. Anche voi infatti siete debitori verso Dio di azioni adeguate al tempo che state vivendo, azioni che possano giovare a voi, non a Dio. Il cristiano anche negli altri tempi dell'anno deve essere fervoroso nelle preghiere, nei digiuni e nelle elemosine. Tuttavia questo tempo solenne deve stimolare anche coloro che negli altri giorni sono pigri in queste cose. Ma anche quelli che negli altri giorni sono solleciti nel fare queste opere buone, ora le debbono compiere con più fervore. La vita che trascorriamo in questo mondo è il tempo della nostra umiltà ed è simboleggiata da questi giorni nei quali il Cristo Signore, il quale ha sofferto morendo per noi una volta per sempre, sembra che ritorni ogni anno a soffrire. Infatti ciò che è stato fatto una sola volta per sempre, perché la nostra vita si rinnovasse, lo si celebra tutti gli anni per richiamarlo alla memoria. Se pertanto dobbiamo essere umili di cuore con tutta la forza di una pietà assolutamente verace per tutto il tempo di questo nostro pellegrinaggio, durante il quale viviamo in mezzo a tentazioni: quanto più dobbiamo esserlo in questi giorni nei quali non solo, vivendo, stiamo trascorrendo questo tempo della nostra umiltà, ma lo simboleggiamo anche con un'apposita celebrazione? L'umiltà di Cristo ci ha insegnato ad essere umili: nella morte infatti si sottomise ai peccatori; la glorificazione di Cristo glorifica anche noi: con la risurrezione infatti ha preceduto i suoi fedeli. Se noi siamo morti con lui - dice l'Apostolo - vivremo pure con lui; se perseveriamo, regneremo anche insieme con lui (2 Tim 2, 11. 12). La prima parte di questa espressione dell'Apostolo celebriamola ora con la dovuta devozione, avvicinandosi la sua passione; la seconda parte la celebreremo dopo Pasqua, a risurrezione avvenuta. Dopo Pasqua infatti, passati questi giorni in cui manifestiamo la nostra umiltà, sarà il tempo anche della nostra glorificazione, benché non possa essere pienamente realizzato perché non c'è ancora la visione - tuttavia già reca gioia soltanto il pensarci sopra -. Ora dunque gemiamo con preghiere più insistenti: poi saremo più abbondantemente ricolmi di gioia nella lode.


 


IN BREVE...


Il Signore nostro Gesù Cristo si offrì a noi come esempio, perché, siccome siamo cristiani, o imitiamo lui o gli altri che hanno imitato lui. (Serm. 5, 1)


 


 


 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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PRIMA SETTIMANA DI QUARESIMA: TEMPO DI CONVERSIONE E PENITENZA


 



  • DOMENICA


 


In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. (Mt 4, 1)


Come per la disobbedienza di uno solo sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. (Rom 5, 19)


 


INTRODUZIONE


Dai tempi di Adamo l’uomo è chiamato a dar prova della sua fedeltà a Dio di fronte alle tentazioni del maligno. La capacità di scegliere Dio al posto di Satana è messa sempre in discussione. Ecco allora ci viene in aiuto l’insegnamento di Cristo tentato nel deserto: "se Egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo tu avresti imparato a combattere contro il tentatore?". Le tre tentazioni diaboliche riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo: il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora un detto di Agostino: quando sei colto dai morsi della fame - e noi aggiungiamo anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita.


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 90, d. 2, 6-7)


 


La tentazione di Cristo è di grande ammaestramento per il cristiano


Il Signore fu battezzato; dopo il battesimo fu tentato e infine digiunò per quaranta giorni, per adempiere un mistero di cui spesso vi ho parlato. Non si possono dire tutte le cose in una volta per non sciupare del tempo prezioso. Dopo quaranta giorni il Signore ebbe fame. Avrebbe potuto anche non provare mai la fame; ma, se così avesse fatto, in qual modo sarebbe stato tentato? E se egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo avresti tu imparato a combattere contro il tentatore? Ebbe fame, ho detto; e subito, il tentatore: Di' a queste pietre che diventino pani, se sei il Figlio di Dio (Mt 4, 3). Era forse una gran cosa per il Signore Gesù Cristo cambiare le pietre in pane? Non fu lui che con cinque pani saziò tante migliaia di persone? (cf. Mt 14, 17-21). Quella volta creò il pane dal nulla. Donde fu presa infatti una così grande quantità di cibo che bastò a saziare tante migliaia di persone? Le fonti del pane erano nelle mani del Signore. Non c'è niente di strano in questo: infatti, colui che di cinque pani ne fece tanti da saziare tutte quelle migliaia di persone, è lo stesso che ogni giorno trasforma pochi grani nascosti in terra in messi sterminate. Anche questi sono miracoli del Signore ma, siccome avvengono di continuo, noi non diamo loro importanza. Ebbene, fratelli, era forse impossibile al Signore fare dei pani con le pietre? Con le pietre egli fa degli uomini, come diceva lo stesso Giovanni Battista. Dio è capace di suscitare da queste pietre figli per Abramo (Mt 3, 9). Perché dunque non operò il miracolo? Per insegnarti come devi rispondere al tentatore. Poni il caso che ti trovi nell'afflizione. Ecco venire il tentatore e suggerirti: Tu sei cristiano e appartieni a Cristo; perché ti avrà ora abbandonato? Perché non ti manda il suo aiuto? Ricordati del medico. Talora egli taglia e per questo sembra che abbandoni; ma non abbandona. Come capitò a Paolo, il quale non fu esaudito proprio perché doveva essere esaudito. Paolo dice infatti che non fu esaudita la preghiera con cui chiedeva gli fosse tolto il pungiglione della carne, l'angelo di satana che lo schiaffeggiava, e aggiunge: Per questo pregai tre volte il Signore affinché me lo togliesse. In risposta egli mi disse: Ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 8-9). Siate perciò forti, fratelli! Se talvolta siete tentati da qualche strettezza, è Dio che vi flagella per mettervi alla prova: egli che vi ha preparato e vi conserva l'eredità eterna. E non lasciate che il diavolo vi dica: Se tu fossi giusto, non ti manderebbe forse Dio il pane per mezzo di un corvo, come lo mandò ad Elia (1 Re 17, 6)? Non hai forse letto le parole: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane (Sal 36, 25)? Rispondi al diavolo: È vero quello che dice la Scrittura: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane; ho infatti un mio pane che tu non conosci. Quale pane? Ascolta il Signore: Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola di Dio (Mt 4, 4). Non credi che la parola di Dio sia pane? Se non fosse pane il Verbo di Dio, per cui mezzo sono state fatte tutte le cose, il Signore non direbbe: Io sono il pane vivo, io che sono disceso dal cielo (Gv 6, 41). Hai dunque imparato che cosa devi rispondere al tentatore quando sei colto dai morsi della fame.


E che dirai se il diavolo ti tenta dicendoti: Se tu fossi cristiano faresti miracoli come ne fecero, molti antichi cristiani? Ingannato da questo malvagio suggerimento, ti potrebbe venire la voglia di tentare il Signore Dio tuo, dicendogli: Se sono cristiano, se lo sono dinanzi ai tuoi occhi e tu mi annoveri nel numero dei tuoi, concedimi di fare anch'io qualcuna delle gesta che compirono i tuoi santi. Hai tentato Dio pensando che non saresti cristiano se non facessi tali cose. Molti sono caduti proprio per il desiderio di tali gesta portentose... Ebbene, che cosa devi rispondere per non tentare Dio se il diavolo ti tentasse dicendoti: Fa' miracoli? Rispondi ciò che rispose il Signore. Il diavolo gli disse: Gettati giù, perché sta scritto che egli ha comandato ai suoi angeli di occuparsi di te, di sollevarti nelle loro mani perché tu non inciampi con il piede nella pietra (Mt 4, 6). Voleva suggerirgli: Se ti butterai giù gli angeli ti sosterranno. Poteva certamente accadere, fratelli, che, se il Signore si fosse buttato nel vuoto, gli angeli devotamente avrebbero sostenuto la sua carne. Invece egli che cosa rispose? Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Tu mi credi un uomo, rispose. Per questo infatti il diavolo gli si era avvicinato, per provare se fosse o no Figlio di Dio. Egli vedeva solo la carne, mentre la maestà si palesava attraverso le opere, e gli angeli gliene avevano reso testimonianza. Il diavolo dunque lo vedeva mortale e per questo lo tentò; ma la tentazione di Cristo è stata di grande ammaestramento per il cristiano. Che cosa è dunque ciò che sta scritto? Non tenterai il Signore Dio tuo! Non tentiamo perciò il Signore dicendo: Se apparteniamo a te, concedici di fare miracoli.


 


IN BREVE... (Cristo) si è fatto per noi via in questo esilio, in modo che noi camminando in lui non ci smarriamo, non veniamo meno, non ci imbattiamo nei ladroni, non cadiamo nelle trappole. (En. in Ps. 90, d. 2, 1)


 



  • LUNEDÌ


 


Vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede. (1 Pt 5, 8-9)


 


INTRODUZIONE


L’uomo, grande abisso: chi può conoscere cosa si nasconda nel suo cuore, se non Dio solo? E perché l’uomo possa per lo meno rendersi cosciente di una tale condizione è messo alla prova da Dio. Dio tenta, ma in modo differente dal diavolo: non per suscitare un atto di ribellione, ma per rivelare all’uomo "qualcosa che prima gli era nascosto", quelle cose che risultano "occulte allo stesso uomo entro cui sono". L’azione di Dio è pedagogica: Egli non acconsente che l’uomo subisca una tentazione superiore alle sue forze. A colui che si mantiene fedele è promessa "la corona della vita" (Ap 2, 10). La Bibbia racconta i casi di numerose tentazioni di Dio nei confronti dell’uomo: l’esempio più conosciuto è quello di Abramo e del figlio Isacco.


 


DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 2, 3)


 


Dio tenta l’uomo, perché l’uomo conosca se stesso


Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell'uomo è occulto. L'uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L'uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l'uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell'uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l'occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l'Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l'uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.


 


IN BREVE...


La onnipotente tua mano non è lontana da noi neanche quando noi siamo lontani da Te... O Signore, tu colpisci, ma per risanare; ci uccidi, perché non si muoia lontani da Te. (Confess. 2, 2)


 


 


 


 



  • MARTEDÌ


 


Non ricordare i peccati della mia giovinezza: ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. (Sal 25, 7)


 


INTRODUZIONE


Le piccole gocce, se continue ed insistenti, riempiono i fiumi o scavano la pietra; analogamente i piccoli e quotidiani peccati, pur nella loro levità, sono capaci, proprio perché numerosi, di condurre l’uomo alla morte. "Sono lievi, non sono gravi": è la giustificazione istintiva che l’uomo formula confrontandosi con colpe maggiori. Una tale affermazione pecca di autosufficienza da parte dell’uomo. Quali i rimedi che la Scrittura propone per ovviare ad una simile fragilità umana? Applicarsi alle opere di misericordia corporale e spirituale, alla preghiera, ai digiuni e alle elemosine; ad essi Agostino aggiunge in altri discorsi il pianto e la contrizione del cuore.


 


DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 9, 17)


 


Guardarsi dai peccati lievi e numerosi


Se delle seduzioni mondane cercano di insinuarsi nella vostra anima, applicatevi alle opere di misericordia, attendete all'elemosina, al digiuno, alla preghiera. Con questi mezzi infatti vengono rimessi i peccati quotidiani, che non possono non insinuarsi nell'anima, a causa della fragilità umana. Non trascurarli perché sono meno gravi, ma temi per il fatto che sono molti. Fate attenzione, fratelli miei. Sono lievi, non sono gravi. Non è una bestia grande come un leone, che possa scannarti con un solo morso. Ma la maggior parte delle volte anche gli animaletti piccoli, se molti, possono uccidere. Se uno viene gettato in un luogo pieno di pulci, non vi muore forse? Non sono grandi, ma la natura umana è debole e può essere uccisa anche da animali minutissimi. Così anche i piccoli peccati; voi fate osservare che sono piccoli: state attenti, però, perché sono molti. Quanto sono fini i granelli di sabbia! Ma se in una nave ce se ne mettono troppi la sommergono fino a farla colare a picco. Quanto sono minute le gocce della pioggia! Tuttavia non fanno straripare i fiumi e crollare gli edifici? Perciò non trascurate questi piccoli peccati. Ma direte: "E chi può essere senza di essi?". Perché tu non dicessi questo - poiché veramente nessuno potrebbe - Dio misericordioso, vedendo la nostra fragilità, pose contro di essi dei rimedi. Quali sono i rimedi? Le elemosine, i digiuni, le preghiere: sono questi tre. Perché tu possa pregare con sincerità, bisogna fare elemosine perfette. Quali sono le elemosine perfette? Queste: che quanto ti abbonda lo dia a chi non l'ha, e quando qualcuno ti offende, lo perdoni.


 


IN BREVE...


In quanto uomini non possiamo evitare le cadute; quel che importa non è ignorarle o minimizzarle. I fiumi che straripano non sono fatti di piccole gocce? Una piccola infiltrazione non riparata in tempo provoca a lungo andare l’affondamento della barca. (Serm. 58, 9-10)


 


 



  • MERCOLEDÌ


 


Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. (Sap 2, 23-24)


 


INTRODUZIONE


Agostino invita l’uomo peccatore ad un onesto esame di coscienza, che ne metta in luce la responsabilità di fronte al male. Se il peccato è la perversione della volontà umana, che si rivolge a beni inferiori piuttosto che cercare il Bene Sommo, allora non può attribuirsi che all’uomo. Allo stesso modo l’uomo non deve cadere nella tracotanza e nell’orgoglio, riconoscendo come proprio il bene che compie. Il bene viene da Dio, il male dall’uomo: di qui ne deriva il principio agostiniano, secondo il quale l’uomo elimini da sé la sua opera di peccatore, per lasciare spazio in sé all’opera redentrice di Dio.


 


DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 16/B, 1-2)


 


Il bene che compi è Dio a compierlo; il male che fai, sei tu a farlo


Se dei tuoi peccati tu vuoi dare ad altri la colpa, come ho detto, o alla fortuna o al destino o al diavolo, e non a te stesso; oppure se delle tue opere buone a te stesso vuoi dare il vanto e non a Dio, saresti perverso. Invece, qualunque male tu faccia, lo fai per tua malizia, e qualunque bene tu faccia, lo fai per grazia di Dio.


Ma considerate come certi uomini, anche non volendo, vanno talmente avanti nella bestemmia fino a mettere sotto accusa Dio stesso. Quando uno comincia ad accusare la fortuna dicendo che essa lo ha costretto a peccare o che essa ha peccato in lui, quando comincia ad accusare il destino, gli si può chiedere: "Ma la fortuna che cos'è? Che cos'è il destino?". Quegli cercherà di dire che al peccato lo hanno portato le stelle. Vedete come a poco a poco la sua bestemmia cammina verso Dio. Le stelle infatti chi le ha poste nel cielo? Non forse Dio, creatore di tutto? Se dunque lui vi ha posto queste stelle, ed esse ti costringono a peccare, non ti par che sia lui l'autore dei tuoi peccati? Vedi, o uomo, quanto sei perverso! Mentre Dio accusa i tuoi peccati non per punirtene, ma perché, punendo quelli, tu ne sia liberato, tu nella tua perversità, se fai qualcosa di buono l'attribuisci a te, se fai qualcosa di cattivo l'attribuisci a Dio. Ravvediti da questa perversità. Correggiti, comincia a contraddire te stesso e a parlare diversamente a te stesso. Prima che cosa dicevi? "Il bene che faccio, lo faccio io; il male che faccio, lo fa Dio". La verità è ben altra: il bene che fai è Dio che lo fa, il male che fai, sei tu che lo fai. Se l'intendi in questo modo, non è inutile il tuo canto: Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).


Perché se ciò che è male lo fa Iddio e ciò che è bene lo fai tu, tu dici contro Dio un'iniquità. Sentite su questo che cosa dice il salmo: Non alzate la testa contro il cielo e non dite iniquità contro Dio (Sal 74, 6). Era infatti un'iniquità quella che dicevi contro Dio, per cui tutto il bene lo volevi attribuire a te e tutto il male a lui. Alzando la testa superbamente dicevi iniquità contro Dio. Solo umiliandoti puoi parlare con equità. E quale è l'equità che esprimerai umiliandoti? Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).


IN BREVE...


La carità è la radice di tutte le opere buone. Come la cupidigia è la radice di tutti i mali (1 Tim 6, 10), così la radice di tutti i beni è la carità. (Serm. 223/E, 2)


 



  • GIOVEDÌ


 


Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. (Lc 15, 7)


 


INTRODUZIONE


Nell’attesa della seconda venuta del Figlio di Dio, quando giudicherà il mondo alla fine dei tempi, la Chiesa vive il tempo della misericordia. Dio nella sua grandezza d’animo dà testimonianza di pazientare, di offrire sempre una nuova occasione di pentimento al peccatore, prolungandogli i giorni di vita. Tuttavia il perdono di Dio esige che il peccatore sia disposto a perdonare il prossimo. Accusare gli altri per scusare se stessi affretta il tempo della condanna da parte di Dio. Il perdono negato al fratello si ritorcerà inevitabilmente su se stessi, perché con la misura con la quale si misura, saremo misurati (Cf. Mt 7, 2).


 


DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 17, 5)


 


È questo il tempo della misericordia nel quale ci è dato di correggerci


Ora infatti, quando tu compi il male, ti sembra di esser buono, perché non vuoi vedere te stesso. Rimproveri gli altri, ma a te non guardi; accusi gli altri, ma a te stesso non pensi; gli altri li metti davanti ai tuoi occhi, ma te stesso poni dietro la tua schiena. Io invece, quando ti incolperò, farò il contrario. Ti prenderò via dalla tua schiena e ti porrò davanti ai tuoi occhi. Allora ti vedrai e ti piangerai. Ma non ci sarà più la possibilità di cambiarti. Tu trascuri il tempo della misericordia: verrà il tempo del giudizio. Tu stesso infatti mi hai cantato nella chiesa: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore 14. È dalla nostra bocca che risuona, dappertutto le chiese rintronano a Cristo: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore. È questo il tempo della misericordia e ci possiamo correggere; non è ancora arrivato il tempo del giudizio. C'è ancora modo; c'è ancora tempo. Abbiamo peccato, correggiamoci. Non è ancora finita la strada; il giorno non è ancora spirato, non ancora concluso. E non ci si disperi, il che sarebbe peggio; perché proprio per i peccati umani e scusabili, tanto più frequenti quanto più piccoli, Dio ha costituito nella sua Chiesa dei tempi di misericordia preventiva, cioè quella medicina quotidiana, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 15. Per queste parole infatti con faccia pulita ci accostiamo all'altare, per queste parole con faccia pulita comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo.


 


IN BREVE...


Vi piacciono queste parole; io però voglio i fatti. Non vogliate rattristarmi col vostro cattivo comportamento, perché la mia gioia in questa vita non è se non la vostra buona vita. (Serm. 17, 7)


 



  • VENERDÌ


 


Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa (1Gv 1, 8-9)


 


INTRODUZIONE


La vita presente non è vita a paragone di quella eterna (Cf. Serm. 16, 1). L’uomo vive in sé la tensione tra la bontà dell’opera di Dio e la malvagità connessa al peccato. San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 7, 19), sintetizza questo pensiero nell’assioma: "Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". L’uomo è pertanto un vero enigma: la sua interiorità è positiva, la sua prassi negativa. Egli necessita di un intervento esterno, che l’aiuti a superare lo scollamento tra ciò che è e ciò che fa. Tale aiuto è frutto dalla grazia divina: è la luce che apre gli occhi ottenebrati dal peccato, che invita ad uscire allo scoperto, ad operare la verità e secondo Verità. "Chi opera la verità condanna in se stesso le azioni cattive"; implora da Dio il perdono e, ricreato nel suo cuore, vive vigilante nell’attesa che risplendi la luce di Cristo.


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 12, 13-14)


 


Condanna i tuoi peccati per unirti a Dio


Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l'opera tua e ami in te l'opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l'avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d'avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.


 


Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell'orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l'omicidio, il furto, l'adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d'intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone - gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.


 


IN BREVE...


Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso: con la tua mano frughi nelle mie viscere di morte e purifichi l’abisso di corruzione che è nel mio animo, nel momento in cui non volli più ciò che prima volevo e volli invece ciò che volevi tu. (Confess. 9, 1)


 



  • SABATO


 


Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rom 12, 2)


 


INTRODUZIONE


Il peccato ha introdotto nel tempo la morte: ad essa nessuno può sottrarsi. Tuttavia la morte non domina indisturbata la scena del pellegrinaggio terreno, che si muove tra le vie di una città, Babilonia, assunta a simbolo della schiavitù del peccato. Nel tempo infatti è posta anche una promessa, la speranza di un compimento della storia che si realizzerà pienamente in un’altra città, la Gerusalemme celeste, la "gran madre celeste", che accoglie i figli redenti dal sacrificio di Cristo. La beatitudine in cielo è la vita in Dio; ma il suo inizio parte dalla dimensione terrena, con il desiderare ardentemente di vivere Deo, di vivere per Dio e con Dio, nell’attesa di godere della vita autentica che non avrà mai fine. Primo passo: gareggiare nell’accostarsi a Dio con un cuore contrito, che muova guerra al peccato: "È sicuramente meglio combattere contro i propri vizi che lasciarsi dominare da essi senza alcuna resistenza... nella speranza della pace eterna" (De civ. Dei 21, 15).


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 216, 4)


 


La conversione è il passo necessario per guadagnare la vita eterna


Accostatevi dunque a lui con la contrizione del cuore, perché egli è vicino a chi ha il cuore contrito e vi salverà per i vostri spiriti affranti (cf. Sal 33, 19). Accostatevi a gara, per essere illuminati (cf. Sal 33, 6). Perché voi siete ancora nelle tenebre e le tenebre sono in voi. Ma sarete luce nel Signore (cf. Ef 5, 8), il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Vi siete conformati al secolo, ora convertitevi a Dio. Vi rincresca finalmente della schiavitù di Babilonia. Ecco Gerusalemme, la gran madre celeste, vi viene incontro lungo la via, invitandovi gioiosamente, e vi supplica perché desideriate la vita e amiate di vedere giorni buoni (cf. Sal 33, 13), giorni che mai avete avuto né mai potrete avere quaggiù. Quaggiù infatti i vostri giorni si dissolvevano come fumo; più crescevano, più diminuivano; più crescevate in essi, più venivate meno; più salivate in sù, più svanivate. Avete vissuto al peccato per anni numerosi e cattivi, desiderate ora di vivere a Dio; desiderate non molti di quegli anni che debbono aver fine e che corrono per perdersi nell'ombra della morte, ma quelli buoni, quelli vicini veramente alla vita autentica, in cui non vi indebolirete per fame o per sete, perché vostro cibo sarà la fede, vostra bevanda la sapienza. Adesso infatti nella Chiesa benedite il Signore nella fede 16, allora invece nella visione sarete abbondantemente dissetati alle sorgenti di Israele.


 


IN BREVE...


Tu stesso esàminati. Sempre ti dispiaccia quello che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Perché dal momento che sei soddisfatto di te stesso sei fermo. Se dici: "Basta!", sei perduto. Sempre aggiungi, sempre cammina, sempre progredisci; non fermarti per via, non tornare indietro, non uscire di strada... Va meglio uno zoppo per la strada che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 18)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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1/7/2021 12:56 PM
 
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SECONDA SETTIMANA DI QUARESIMA: TEMPO DELL'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO


 



  • DOMENICA


 


Ed ecco una voce che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo"(Mt 17, 5); (Gesù Cristo) ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l'immortalità per mezzo del vangelo. (2 Tim 1, 10)


 


INTRODUZIONE


Nel mistero della trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor, la voce del Padre invita i tre discepoli estasiati dalla visione "a mettersi in ascolto di Cristo, a porre in Lui ogni fiducia, a farne il centro della vita" (Giovanni Paolo II). Cristo al tempo stesso svela e rivela la sua verità: è il Figlio eletto dal Padre a portare il lieto annunzio di salvezza; è il Messia atteso dai padri dell’Antico Testamento. La Parola di Dio, che nei tempi antichi era risuonata per il popolo di Israele, ora si è fatta carne. Il discepolo deve porsi in ascolto del Verbo di Dio, se vuole conseguire la vita eterna. "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68) è la professione di fede di Pietro.


L’ascolto della Parola esige da parte dell’uomo la virtù dell’umiltà, la disponibilità ad accogliere (il voler ascoltare parte dal riconoscimento della propria povertà al cospetto di chi parla), la ricerca del silenzio interiore. Ma l’ascolto deve tradursi in azione, invitando a scendere dal monte della contemplazione per lavorare, affaticarsi, soffrire e persino morire per il Regno. Anche Gesù è salito sul Tabor, ma per discendere in vista di una nuova ascesa, quella del Golgota.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 78, 3-6)


 


Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso


Mentre la nube li avvolgeva tutti e in certo qual modo facendo per essi una sola tenda, si fece sentire anche una voce che diceva: Questo è il Figlio mio prediletto. Erano lì Mosè ed Elia, eppure discepoli non fu detto: "Questi sono i figli miei diletti". Una cosa è il Figlio unigenito, un'altra cosa sono i figli adottivi. Veniva esaltato Colui del quale si gloriavano la Legge e i Profeti. Questo è il Figlio mio prediletto - è detto - nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! (Mt 17, 5; Lc 9, 35) Poiché lo avete udito attraverso i Profeti e attraverso la Legge. E quando non lo avete udito? A quelle parole i discepoli caddero bocconi a terra. Ci viene già mostrato nella Chiesa il regno di Dio. Qui c'è il Signore, qui c'è la Legge e i Profeti; ma il Signore in quanto è il Signore, la Legge invece in quanto rappresentata da Mosè e la Profezia rappresentata da Elia; ma essi in quanto servi, in quanto esecutori degli ordini. Essi come recipienti, egli come sorgente. Mosè ed i Profeti parlavano e scrivevano, ma da lui proveniva ciò ch'essi proferivano.


Il fatto che i discepoli caddero bocconi a terra significa simbolicamente che moriremo, poiché è stato detto alla carne: Terra sei e nella terra tornerai (Gn 3, 19). Il fatto invece che il Signore li fece rialzare, simboleggiava la risurrezione. Dopo la risurrezione a che ti serve la Legge? a che ti serve la profezia? Ecco perché scompaiono Elia e Mosè. Ti rimane: ln principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Ti resta che Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Vi sarà Mosè ma non vi sarà più la Legge. Vedremo lì anche Elia, ma non più gli scritti del Profeta. Poiché la Legge e i Profeti resero testimonianza a Cristo che doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti ed entrare nella sua gloria (cf. Lc 24, 44-47). Lì si avvererà ciò che ha promesso a coloro che lo amano: Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò (Gv 14, 21). E come se gli fosse stato chiesto: "Poiché tu lo amerai, che cosa gli darai?", risponde: Mi farò conoscere a lui (Gv 14, 21). Gran dono, grande promessa! Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso. Perché mai, avaro, non ti basta ciò che ti promette Cristo? A te sembra d'esser ricco, ma se non hai Dio, che cosa hai? Un altro invece è povero ma se possiede Dio, che cosa non possiede?


Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d'insegnare (cf. 2 Tim 4, 2). Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch'è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore. Poiché nell'elogio della carità, letto nella lettera dell'Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi (1 Cor 13, 5). Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede. ln un altro passo egli usa un'espressione piuttosto pericolosa qualora non sia ben intesa. L'Apostolo infatti facendo ai fedeli membri di Cristo una raccomandazione conforme alla stessa carità, dice: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri (1 Cor 10, 24). L'avaro infatti, al sentire tale precetto, prepara tranelli per frodare negli affari, ingannare qualcuno e cercare non quel ch'è proprio ma la roba d'altri. L'avarizia invece reprima questi desideri e venga avanti la giustizia; ascoltiamo e cerchiamo di capire quel precetto. Alla carità è detto: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri.


Se però tu, o avaro, ti opponi a questo precetto e piuttosto pretendi ridurre questo precetto al permesso di bramare l'altrui, prìvati del tuo. Ma siccome io ti conosco, tu vuoi avere non solo il tuo ma anche l'altrui. Tu compi frodi per appropriarti dell'altrui; allora lasciati derubare, perché in tal modo tu possa disfarti del tuo. Tu però non vuoi cercare quel ch'è tuo ma ti porti via la roba d'altri. Se fai così, non fai bene. Ascolta, o avaro, ascolta bene. ll precetto: Nessuno cerchi quel ch'è suo, ma quello ch'è di altri, l'Apostolo te lo spiega più chiaramente in un altro passo. Di se stesso dice: Non cerco quel ch'è utile a me personalmente, ma quel ch'è utile a tutti, affinché tutti si salvino (1 Cor 10, 33). Ciò Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: "Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, ad essere disprezzato, ad essere crocifisso sulla terra". È discesa la vita per essere uccisa, è disceso il pane per sentire la fame, è discesa la via, perché sentisse la stanchezza nel cammino, è discesa la sorgente per aver sete, e tu rifiuti di soffrire? Non cercare i tuoi propri interessi. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all'eternità, ove troverai la tranquillità.


 


IN BREVE...


Non essere vuota, o anima mia; non assordare l’orecchio del cuore con il tumultuare delle tue vanità. Ascolta anche tu: la Parola stessa ti grida di ritornare... Poni dunque la tua abitazione in Lui, anima mia, a Lui affida tutto ciò che da Lui ricevi. (Confess. 4, 11)


 



  • LUNEDÌ


 


Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e tu venga gettato in prigione. (Mt 5, 25)


 


INTRODUZIONE


Il confronto con la Parola di Dio non si rivela mai accomodante per la coscienza dell’uomo. Vivere la radicalità del Vangelo comporta sempre uno scontro interiore: "gli uomini non vogliono fare ciò vuole la Parola di Dio". Eppure Dio ha fatto udire dal cielo la sua voce per educare l’uomo (cf. Dt 4, 36), per accordargli felicità, prosperità e lunga vita (cf. Dt 6, 2-3). Come tra due strumenti musicali, dobbiamo sforzarci di armonizzare le nostre azioni con la voce di Dio. Gesù diviene allora il nostro avversario, con il quale si deve trovare un’intesa prima che si compia il suo giudizio sulla storia. Chi si allea con Cristo deve attirare a Lui anche i fratelli, perché ne seguano l’esempio. È questa la preoccupazione continua del pastore, che rischia l’accusa di aver rinnegato Cristo, qualora non abbia esortato i fedeli a mettersi d’accordo con l’avversario.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Serm. 9, 2-3)


 


La Parola è il tuo avversario!


Se di giorno in giorno dobbiamo attendere il giorno incerto, accordati con l'avversario, mentre è con te per via 4. Per via s'intende questa vita, per la quale tutti passano. E questo avversario non si ritira.


Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d'accordo con il diavolo. È un altro l'avversario, che l'uomo stesso si rende avversario.


Chi è dunque l'avversario? La Parola di Dio. La Parola di Dio è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Ti dice: Unico è il tuo Dio (Dt 6, 4; cf. Es 20, 2-3), adora l'unico Dio. Tu invece, abbandonato l'unico Dio, che è come il legittimo sposo della tua anima vuoi fornicare con molti demoni e, ciò che è più grave, non lo lasci e non lo ripudi apertamente come fanno gli apostati, ma rimanendo nella casa del tuo sposo, fai entrare gli adulteri. Cioè, come cristiano non abbandoni la Chiesa, ma consulti gli astrologi o gli aruspici o gli indovini o i maghi. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all'adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ti si dice: Non assumere invano il nome del Signore Dio tuo (Es 20, 7), perché non pensi che sia creatura Cristo, per il fatto che per te ha assunto la creatura. E tu disprezzi lui che è uguale al Padre e una sola cosa con il Padre (cf. Gv 10, 30). Ti si dice di rispettare spiritualmente il sabato (cf. Es 20, 8), non come i giudei che osservano il sabato senza far nulla materialmente. Vogliono infatti astenersi dal lavoro per darsi alle frivolezze e alle loro lussurie. Sarebbe molto meglio che il giudeo facesse qualcosa di utile nel suo campo anziché stare turbolento nel teatro, e sarebbe meglio che le loro donne nel giorno di sabato lavorassero la lana anziché danzare impudicamente tutto il giorno sotto i loro porticati. A te è detto di rispettare spiritualmente il sabato, nella speranza del riposo futuro che il Signore ti promette. Chiunque, per quel riposo futuro, agisce nei limiti del possibile, benché sembri faticoso quanto fa, tuttavia se lo riferisce alla fede nel riposo promesso, non ancora possiede il sabato nella realtà, ma lo possiede nella speranza. Tu invece vuoi riposare per affaticarti, mentre dovresti lavorare per poterti poi riposare. Ti si dice: Onora tuo padre e tua madre (Es 20, 12). Rechi ingiuria ai genitori, tu che non vuoi avere pene da parte dei tuoi figli. Ti si dice: Non uccidere (Es 20, 13); tu invece vuoi uccidere il tuo nemico; e forse non metti in pratica questo tuo desiderio perché temi il giudice umano, non perché pensi a Dio. Non sai che egli è testimone anche dei pensieri? Anche se continua a vivere colui che tu vorresti che morisse, Dio ti ritiene omicida nel cuore (1 Gv 3, 15). Ti si dice: Non commettere adulterio (Es 20, 14), cioè non andare con alcun'altra donna all'infuori di tua moglie. Tu invece questo comportamento lo esigi da tua moglie ma non lo vuoi rispettare nei confronti di tua moglie. E mentre dovresti precedere la moglie nella virtù - e la castità è una virtù - tu cadi al primo assalto della libidine. Vuoi che tua moglie ne esca vincitrice, tu rimani vinto.


Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio. E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? Temo di essere avversario anch'io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini. Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli - e abbondano questi tali - non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d'accordo con l'avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire.


 


IN BREVE...


Anzitutto badate a non lasciarvi tentare se non intendete ancora le Scritture sante; se le intendete, a non insuperbirvi; quello che non intendete, rimandate ad altri tempi con rispetto, e quello che intendete, tenetelo con sentimenti di carità. (Serm. 51, 35)


 



  • MARTEDÌ


 


Figlio mio, fa’ attenzione alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti; non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore, perché essi sono vita per chi li trova e salute per tutto il suo corpo. (Pro 4, 20-22)


 


INTRODUZIONE


"Quanto a noi, con la presente opera... ci rivolgiamo a colui che, credendo già in Dio, vuole compiere meglio il suo divino volere. Costui esortiamo a specchiarsi in questo libro per constatare quanto cammino abbia fatto nella santità della vita e nelle opere buone e quanto invece gliene resta da percorrere". Con queste parole Agostino introduce la sua opera Speculum, una raccolta di precetti, isolati dalla Bibbia, perché siano di rapida consultazione. In tal modo il lettore "potrà ringraziare Dio per le mete conseguite e, per quanto non ha ancora raggiunto, impegnarsi per raggiungerlo, mentre lavora e prega con fede e pietà per conservare quello che possiede e per conseguire ciò che gli manca". Il cristiano è invitato a riflettere sulla Bibbia, in un cammino di comprensione e meditazione della Parola di Dio, ed a riflettere nella Bibbia, come davanti ad uno specchio, la sua vita, al fine di riconoscerne gli aspetti positivi e negativi.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 49, 5-6)


 


La Parola di Dio è la cartina tornasole di ogni tuo comportamento


Riguardo al giudizio, ne ho trattato domenica scorsa dicendo che tu devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto! Giùdicati, non ti risparmiare. Ciò che giustamente in te ti dispiace, castigalo, emendalo, correggilo. Ti sia come specchio la sacra Scrittura. Questo specchio ha un riflesso non menzognero, un riflesso che non adula, che non ha preferenze per alcuno. Se sei bello, lì ti vedrai bello; se sei brutto, lì ti vedrai brutto. Quando però sei brutto e prendi lo specchio e lì ti riscontri essere brutto, non incolpare lo specchio. Torna in te: lo specchio non ti inganna; non essere tu a ingannare te stesso. Giùdicati, rattrìstati della tua bruttezza, di modo che, lasciando lo specchio e allontanandoti rattristato, perché sei brutto, una volta corretto puoi ritornare bello. In primo luogo dunque giudica te stesso e giudicati senza adulazione; successivamente giudica con amore anche il prossimo. Puoi infatti giudicare qualcosa solo sulla base di ciò che vedi. Può succedere, ad esempio, che tu veda la colpa di cui tu sei imbrattato; può succedere che lo stesso tuo prossimo ti confessi la sua colpa e manifesti all'amico ciò che teneva nascosto nel cuore. Giudica come vedi. Ciò che non vedi, lascialo al giudizio di Dio. Quando poi giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l'amore che devi all'uomo; non odiare l'uomo a motivo dei suoi vizi. L'uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l'amico solo se e quando odierai ciò che all'amico nuoce. Se credi, farai questo, poiché il giusto vive di fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17).


Sii dunque simile a un medico. Il medico non amerebbe l'ammalato se non odiasse la malattia. Per liberare il malato, si accanisce contro la febbre. Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi.


 


IN BREVE...


A noi è stata data la dolcezza delle Scritture per resistere in questo deserto della vita umana. (Serm. 4, 10)


 



  • MERCOLEDÌ


 


Sta’ in silenzio davanti al Signore e spera in Lui (Sal 37, 7)


 


INTRODUZIONE


L’ascolto della Parola di Dio non si identifica con il sentire superficiale e distratto, con un suono che percuote le orecchie e lascia indifferenti. Il vero ascolto richiede un’assimilazione interiore della voce divina. Il peccato che è a monte di qualsiasi altro peccato è quello di chiudere il cuore all’ascolto: è la durezza dei cuori, l’incomprensione che interrompe quel silenzio interiore (silentium cordis), che è la condizione necessaria per dialogare con Dio. Nel Serm. 37, 1 Agostino invita al silenzio i suoi fedeli, perché nel silenzio preparino un nido nel quale accogliere degnamente la Parola di Dio. "Se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere nella solitudine" (In Io. Ev. 17, 11).


 


 


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 12, 4-5)


 


Dio parla nel silenzio del cuore


Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, come attraverso il libro delle sacre Scritture. Parla tramite qualche elemento del mondo, come ha parlato ai magi attraverso una stella (cf. Mt 2, 2). Che cosa è il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla tramite la sorte, come ha parlato nella scelta di Mattia al posto di Giuda (cf. At 1, 26). Parla tramite l'essere umano, come attraverso il profeta. Parla tramite l'angelo, come sappiamo abbia parlato ad alcuni dei patriarchi (cf. Gn 22, 11), dei profeti (cf. Dan 14, 33) e degli Apostoli (cf . At 5, 19-20). Parla tramite una qualche creatura fatta di voce e di suono, come leggiamo e crediamo siano scese delle voci dal cielo, pur non vedendosi nessuno con gli occhi (cf. Mt 3, 17). Infine all'uomo stesso Dio parla, non esternamente tramite le sue orecchie o gli occhi, ma interiormente, nell'anima, in varie maniere: o in sogno, come è scritto che parlò a Labano l'arameo, perché non facesse alcun male al suo servo Giacobbe (cf. Gn 31, 24), e al faraone per annunciargli sette anni di abbondanza e altrettanti di carestia (cf. Gn 41, 1-7). Oppure inebriando lo spirito dell'uomo, ciò che i greci chiamano estasi, come a Pietro, mentre era intento alla preghiera, apparve un recipiente, che veniva calato dal cielo, pieno di simboli dei pagani che avrebbero creduto (cf. At 10, 10-16); o infine nella stessa mente, quando ciascuno intuisce l'autorità o la volontà di Dio, come Pietro da quella stessa visione conobbe, riflettendo fra sé, quanto il Signore voleva che facesse (cf. At 10, 19). Nessuno può conoscere ciò che Dio vuole, se interiormente non risuona un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi. Infatti nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. Ma la verità è Dio. E se in tanti modi essa parla agli uomini sia buoni che cattivi - benché non tutti quelli ai quali parla in così diverse maniere possano vedere la sua sostanza e natura - quale uomo può, congetturando o riflettendo, contare in quanti e quali modi questa Verità parli agli angeli: sia ai buoni, i quali godono, contemplandola con singolare carità, del suo ineffabile splendore e bellezza; sia ai cattivi i quali, rovinati dalla loro superbia e condannati all'inferno dalla stessa Verità, possono in qualche modo a noi sconosciuto udire la sua voce, benché non siano degni di vedere il suo volto?


Perciò, dilettissimi fratelli, fedeli di Dio e veri e propri figli della Madre cattolica, nessuno vi inganni con cibi avvelenati, anche se ancora avete bisogno di essere nutriti di latte (cf. 1 Cor 3, 2; Eb 5, 12-14). Camminate ora con perseveranza nella fede della verità (cf. 2 Tess 2, 12), perché a tempo determinato e opportuno possiate arrivare alla visione della stessa verità (Cf. Tt 1, 1-2). Come dice l'Apostolo: Mentre viviamo nel corpo siamo pellegrini lungi dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non nella visione(2 Cor 5, 6-7). La fede in Cristo conduce alla visione del Padre. Perciò il Signore dice: Nessuno viene al Padre se non per me (Gv 14, 6-10).


 


IN BREVE...


Il Signore non si fa sentire alle orecchie del corpo in maniera più forte che nel segreto del pensiero, dove Lui solo ascolta, dove Lui solo è udito. (Serm. 12, 3)


 



  • GIOVEDÌ


 


Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo (Mt 23, 10); Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori. (Ef 3, 17)


 


INTRODUZIONE


"Noi parliamo, ma è Dio che ammaestra; noi parliamo, ma è Dio che insegna" (Serm. 153, 1). Con grande umiltà Agostino, instancabile predicatore, riconosce la sterilità delle sue parole, a meno che Cristo, che abita nei cuori degli uomini, non si degni di far ascoltare la sua voce nell’intimo dell’uomo. Alla scuola di Cristo si pone lo stesso Agostino: egli sa di dover ammaestrare, ammonire ed aiutare i suoi fedeli; ma sa anche che, mentre esercita tale ministero, lui stesso deve sedere dalla parte dei fedeli, seguendo gli insegnamenti del Maestro interiore. "Entra con me, se puoi, nel santuario di Dio. Forse là, se posso, ti insegnerò; o meglio, impara con me da Colui che mi ammaestra" (Serm. 48, 8).


 


DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In 1 Io. Ep. tr. 3, 13)


 


Sia Cristo a parlare dentro di voi


Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.


 


IN BREVE...


Rientrate nei vostri cuori, voi che siete lontani da Dio, e aderite a Dio che vi ha creato. Rimanete stabilmente con Lui e sarete salvi; riposate in Lui e avrete pace. Dove volete andare? In cerca di sofferenze? Dove volete andare? Il bene che desiderate viene da Lui. (Confess. 4, 12, 18)


 



  • VENERDÌ


 


Ma Gesù disse: Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!.


(Lc 11, 28)


 


INTRODUZIONE


"Al termine della vita (Agostino) si lamenta, recensendo le sue opere, che "dovunque, me presente, vi fosse stato bisogno di parlare al popolo, molto raramente mi fu permesso di tacere e di ascoltare gli altri" (Ritrattazioni, prologo 2). La predicazione costituiva per il vescovo di Ippona una grossa fatica e un continuo tormento: una fatica per lo sforzo fisico che richiedeva - non era raro il caso che dovesse smettere di parlare per la stanchezza o per la completa afonia - e un tormento per l’impossibilità di dedicarsi, come avrebbe voluto, allo studio... (Infatti) per parlare bisogna sapere ascoltare. sarà perciò "un vano predicatore della Parola di Dio all’esterno chi non l’ascolta di dentro" (Serm. 179, 1). Da questo precetto nascono il desiderio insaziabile di studiare le Scritture divine e il carattere eminentemente biblico della sua predicazione. È maestro e si sente discepolo. Vuol nutrire gli altri della stessa mensa di cui si nutre egli stesso. "Da questa cattedra siamo per voi come maestri, ma siamo condiscepoli con voi sotto quell’unico Maestro" (En. in Ps. 126, 3)". (P. A. Trapè)


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 179, 1-2)


 


Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio che ti parla


Il beato apostolo Giacomo si riferisce agli ascoltatori assidui della parola di Dio, dicendo: Ma siate di quelli che mettono in pratica la parola e non ascoltatori soltanto, ingannando voi stessi.(Gc 1, 22). Non ingannate certo colui al quale appartiene la parola, oppure colui che ne è ministro, ma ingannate voi stessi. A motivo dunque di questa affermazione, che sgorga dalla sorgente della verità per la parola veracissima dell'Apostolo, anche noi prendiamo coraggio ad esortarvi e ad esaminare noi stessi, mentre indirizziamo a voi un ammonimento. È indubbiamente senza frutto chi predica all'esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo. Non siamo neppure così estranei alla condizione umana ed alla riflessione basata sulla fede da avvertire, noi che predichiamo ai popoli la parola di Dio, i nostri personali pericoli. D'altra parte ci consola il fatto che là, dove siamo in pericolo nell'esercizio dei nostri ministeri, veniamo sostenuti dalle vostre preghiere. Appunto perché sappiate, fratelli, che, rispetto a noi, vi trovate in luogo più sicuro, vi espongo un'altra affermazione dello stesso Apostolo, il quale dice: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare (Gc 1, 19).


È opportuno che io vi esorti a non essere soltanto ascoltatori della parola, ma di quelli che la mettono in pratica. In conseguenza, poiché vi parliamo spesso, chi non ci giudica, facendo poco conto del fatto che vi siamo obbligati, quando legge: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare? Ecco, la cura di voi non ci permette di mettere in pratica tale affermazione. Perciò dovete pregare, sostenere chi costringete ad essere nel pericolo. Nondimeno, fratelli miei, vi dirò ciò che voglio crediate, perché non potete vederlo nel mio cuore. Io che parlo frequentemente, per mandato del mio signore e fratello, il vostro vescovo, e perché voi lo domandate, allora sono veramente contento, mentre ascolto, non quando predico. Allora infatti trovo piacere senza timore. Quel godimento non comporta orgoglio. Dove è la roccia della verità autentica, là non si può avere paura del precipizio della vanagloria. E perché sappiate che in realtà è cosí, ascoltate quel che è stato detto: Mi farai sentire gioia e letizia. Allora godo, quando ascolto. Proseguendo ha poi aggiunto: Esulteranno le ossa umiliate (Sal 50, 10). Mentre ascoltiamo, quindi, siamo umili; ma quando predichiamo, se non siamo in pericolo per superbia, per lo meno è certo che ci sentiamo frenati. E se non mi esalto, sono in pericolo in quanto cosciente di non esaltarmi. Quando invece ascolto, godo senza che alcuno m'inganni, mi diletto senza essere notato.


 


IN BREVE...


Siano le tue Scritture le mie caste delizie: in esse io mi diletto. (Confess. 11, 25)


 



  • SABATO


 


Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre. (Mt 12, 50)


 


INTRODUZIONE


Maria non è resa grande dal dono ricevuto (generare Cristo nella carne), ma dalla fede in Cristo. La Vergine prima ha generato il Figlio di Dio nella fede, nella carne e nel cuore verginale; poi, come forza cogente, lo ha concepito fisicamente. La beatitudine per la Vergine Maria è nell’aver conservato l’integrità della fede, nell’ascolto e nell’obbedienza umile alla Parola di Dio. La Chiesa guarda a Maria come figura tipologica da imitare nel suo ruolo di madre e vergine: "Maria mise al mondo fisicamente il capo Cristo di questo corpo Chiesa; la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo" (La verginità consacrata 2, 2). Come madre la Chiesa genera alla fede, nel battesimo, i figli redenti da Cristo, membra del suo corpo mistico; come vergine conserva integra la fede in riferimento a Cristo, suo sposo.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 72/A, 7)


 


Maria custodì la verità nella mente più che la carne di Cristo nel ventre


Ecco, fratelli miei, ponete piuttosto attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: Sono questi mia madre e i miei fratelli. E se uno farà la volontà del Padre mio che mi ha inviato, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre (Mt 12, 49-50). Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa più felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! (Lc 11, 27). Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11, 28). È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica. Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale di più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d'un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo.


 


IN BREVE...


Maria era madre in quanto fece la volontà del Padre. È questo che il Signore volle esaltare in lei: di aver fatto al volontà del Padre, non di aver generato dalla sua carne la carne del Verbo. (In Io. Ev. tr. 10, 3)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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1/7/2021 12:57 PM
 
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TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA: CRISTO "ACQUA VIVA"


 



  • DOMENICA


 


"Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me". (Gv 7, 37-38)


 


INTRODUZIONE


Gesù stanco giunge al pozzo di Giacobbe. Una semplice annotazione che non sfugge ad Agostino: la stanchezza è il segno più profondo dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Cristo infatti si rende pienamente solidale con l’umanità, sperimentando il pianto, l’angoscia, la sofferenza, la morte; e la stanchezza diviene preludio alla passione: Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.


L’opera di salvezza non conosce confini: Gesù infrange la mentalità legalistica del suo tempo, accetta di incontrare e di dialogare con una donna, la samaritana, che la mentalità ebraica avrebbe bollato come impura, eretica, diabolica. Il suo intervento vuole suscitare nel cuore della donna un desiderio profondo, il dono della fede. Gesù "aveva detto alla donna Samaritana: Ho sete. Che significa: Ho sete?"; conclude Agostino: "Desidero la tua fede" (Serm. 99, 3). Gesù riporta il mistero al centro dell’attenzione della donna: il desiderio di Dio. E ciò avviene perché Gesù prova una sete ardente per la fede della donna: "Quella Samaritana presso il pozzo sentì che il Signore aveva sete e fu saziata da Colui che era assetato" (En. in ps. 61, 3).


 


Dal "Commento al Vangelo di S. Giovanni" di Sant’Agostino Vescovo (In Io. Ev. tr. 15, 6.10-17)


 


Gesù e la Samaritana


Gesù, dunque, stanco per il viaggio, stava così a sedere sul pozzo [di Giacobbe]. Era circa l’ora sesta (Gv 4, 6). Cominciano i misteri. Non per nulla, infatti, Gesù si stanca; non per nulla si stanca la forza di Dio; non per nulla si stanca colui che, quando siamo affaticati, ci ristora, quando è lontano ci abbattiamo, quando è vicino ci sentiamo sostenuti. Comunque Gesù è stanco, stanco del viaggio, e si mette a sedere; si mette a sedere sul pozzo, ed è l’ora sesta quando, stanco, si mette a sedere. Tutto ciò vuol suggerirci qualcosa, vuol rivelarci qualcosa; richiama la nostra attenzione, ci invita a bussare. Ci apra, a noi e a voi, quello stesso che si è degnato esortarci dicendo: Bussate e vi sarà aperto (Mt 7, 7). È per te che Gesù si è stancato nel viaggio. Vediamo Gesù pieno di forza e lo vediamo debole; è forte e debole: forte perché in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; questo era in principio presso Dio. Vuoi vedere com’è forte il Figlio di Dio? Tutto fu fatto per mezzo di lui, e niente fu fatto senza di lui; e tutto senza fatica. Chi, dunque, è più forte di lui che ha fatto tutte le cose senza fatica? Vuoi vedere ora la sua debolezza? Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 1-3.14). La forza di Cristo ti ha creato, la debolezza di Cristo ti ha ricreato. La forza di Cristo ha chiamato all’esistenza ciò che non era, la debolezza di Cristo ha impedito che si perdesse ciò che esisteva. Con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci.


Arriva una donna. È figura della Chiesa, non ancora giustificata, ma già in via di essere giustificata: questo il tema del sermone. Arriva senza sapere nulla e trova Gesù, il quale attacca discorso con lei. Vediamo su che cosa e con quale intenzione. Arriva una donna samaritana ad attingere acqua (Gv 4, 7).


Gesù le dice: Dammi da bere. I suoi discepoli erano andati in città per acquistare provviste. La donna samaritana, dunque, gli dice: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? I Giudei, infatti, non sono in buoni rapporti con i Samaritani (Gv 4, 7-9). Ecco la prova che i Samaritani erano stranieri. I Giudei non si servivano assolutamente dei loro recipienti; e la donna, che portava con sé un recipiente per attingere l’acqua, si stupì che un giudeo le chiedesse da bere, cosa che i Giudei non erano soliti fare. Ma, in realtà, colui che chiedeva da bere, aveva sete della fede di quella donna.


Ascolta, adesso, chi è colui che chiede da bere. Gesù rispose: Se conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu, ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva (Gv 4, 10). Chiede da bere e promette da bere. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, ed è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare. Se conoscessi - dice - il dono di Dio. Il dono di Dio è lo Spirito Santo. Ma il Signore parla alla donna in maniera ancora velata, solo a poco a poco penetra nel cuore di lei. Intanto la istruisce. Che c’è di più soave e di più amabile di questa esortazione: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "dammi da bere", l’avresti pregato tu ed egli ti avrebbe dato un’acqua viva?


Tuttavia, interdetta, la donna esclamò: Signore, tu non hai nulla per attingere e il pozzo è profondo (Gv 4, 11). Come vedete, acqua viva per lei è l’acqua del pozzo. Tu mi vuoi dare acqua viva, ma io possiedo la brocca con cui attingere, mentre tu no. Qui c’è l’acqua viva, ma tu come fai a darmela? Pur intendendo un’altra cosa e ragionando secondo la carne, tuttavia bussava alla porta, in attesa che il Maestro aprisse ciò ch’era chiuso. Bussava più per curiosità che per amore della verità. Era ancora da compiangere, non ancora in condizione d’essere illuminata.


La samaritana continua ad intendere il linguaggio di Gesù in senso materiale. È allettata dalla prospettiva di non dover più patire la sete e crede di poter intendere in questo senso materiale la promessa del Signore.


Il Signore prometteva abbondanza e pienezza di Spirito Santo e quella ancora non capiva; e siccome non capiva, che cosa rispondeva? Gli dice la donna: Signore, dammi codesta acqua affinché non abbia più sete e non venga fin qui ad attingere (Gv 4, 15). Il bisogno la costringeva alla fatica, che la sua debolezza mal sopportava. Oh, se avesse sentito l’invito: Venite a me, quanti siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11, 28)! Infatti Gesù le diceva queste cose, perché non si affaticasse più. Ma lei ancora non capiva.


 



  • LUNEDÌ


 


"Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce". (Sal 36, 8.10)


 


INTRODUZIONE


Agostino commenta il salmo 41, che descrive la ricerca di una polla d’acqua da parte della cerva assetata. E quanto sia preziosa una sorgente d’acqua può comprenderlo chi ha fatto esperienza dell’arsura e dell’aridità di un deserto. L’immagine ben si presta ad esprimere la condizione dell’uomo, che guidato dall’occhio interiore, anela con tutto se stesso a trovare in Dio ogni appagamento. Desiderare la fonte dell’acqua e della luce – due simboli divini – esprime la tensione vitale dell’uomo che solo in Dio trova pace e sazietà.


 


Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 41, 2)


 


La dolcezza interiore per Dio


Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce (Sal 35, 10). Se è fonte, è anche luce, e giustamente è anche intelligenza che sazia l’anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C’è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono. Per questo l’Apostolo dice supplicando a coloro che anelano a questa fonte di vita e da essa qualcosa prendono: Non camminate più come camminano anche i Gentili nella vanità della loro mente, oscurati nell’intelligenza, estraniati dalla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, a cagione della cecità dei loro cuori (Ef 4, 17-18). Orbene se essi sono ottenebrati nell’intelligenza, cioè sono ottenebrati perché non capiscono, ne consegue che coloro che capiscono sono illuminati. Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla fonte.


 



  • MARTEDÌ


 


"O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte". (Is 55, 1)


 


INTRODUZIONE


"Coloro che hanno davvero sete di Dio, debbono sentirla sempre e dovunque, nell’anima e nella carne, poiché Dio, come dà all’anima il suo pane, cioè, la parola della verità, così dà anche alla carne ciò che le è necessario… Abbiano dunque, l’una e l’altra, sete di Dio, e nella loro molteplice fatica siano ristorate con un unico intervento di lui" (En. in Ps. 62, 7). Nella scala gerarchica dei valori, e pertanto dei desideri, occorre saper collocare Dio al primo posto; bisogna imparare a disciplinare i propri desideri, perché – ammonisce più volte Agostino nei suoi sermoni – non avvenga di ripetere l’atteggiamento irrazionale dell’avaro, che nell’accumulo senza sosta dei beni è un assetato, condannato a non trovare già in questa vita né soddisfazione né godimento: la sua arsura è destinata a non esaurirsi!


 


Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 62, 5-7)


 


La giusta sete per Dio


Ha avuto sete di te l’anima mia. Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: Di te l’anima mia ha avuto sete! La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto, ove l’anima dovrebbe aver sete di Dio.


 


Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia. E di ciò ci sazieremo, per quanto ne siamo capaci, al termine di questa vita, quando raggiungeremo ciò che Dio ci ha promesso, cioè l’uguaglianza con gli angeli. Gli angeli non provano la sete che proviamo noi, non provano la fame che noi conosciamo, ma sono sazi di verità, di luce, di sapienza immortale. Per questo sono beati. E dalla loro sede beata, cioè da quella città, la Gerusalemme celeste, verso la quale noi ora siamo incamminati, essi attendono noi esuli. Hanno compassione di noi, e per ordine del Signore ci aiutano a tornare a quella patria che abbiamo con essi comune, per saziarci insieme con loro alla fonte di verità e di eternità che il Signore ci ha preparata. Allo stato attuale, dunque, l’anima nostra ha sete. Ma di che cosa ha sete anche la nostra carne? Quale è anzi la sua sete in più modi sperimentata? Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? […] Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede.


 



  • MERCOLEDÌ


 


"Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta". (Mt 6, 33)


 


INTRODUZIONE


Il giusto rapporto dell’uomo nei confronti dei beni terreni è riassunto nella coppia di verbi latini uti e frui. Delle realtà temporali occorre servirsi (uti) come mezzo – mai come fine! – per giungere alla fruizione (frui) dei beni eterni in Dio. A tale riguardo si può prendere in considerazione anche quanto Agostino scrive nel De doctrina christiana, libro I, 4, 4: "Se in questa vita mortale, dove siamo pellegrini lontano dal Signore, vogliamo tornare alla patria dove potremo essere beati, dobbiamo servirci del mondo presente, non volerne la fruizione… Per mezzo di cose corporee e temporali attingeremo le cose eterne e spirituali. Le cose di cui bisogna appieno godere sono dunque il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, cioè la Trinità, che è la più eccelsa di tutte le cose".


 


Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 4, 8-9)


 


Cristo abita nell’uomo interiore


Sperate nel Signore. Ma che cosa si spera, se non il bene? Siccome però ciascuno vuole ottenere da Dio quel bene che ama, e difficilmente si trova chi ami i beni interiori - cioè quelli che riguardano l’uomo interiore, i soli che debbono essere amati, mentre gli altri debbono essere soltanto usati per necessità, e non fruiti per goderne -, mirabilmente, dopo aver detto: sperate nel Signore, soggiunge: molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Queste parole e questa domanda ricorrono quotidianamente sulla bocca di tutti gli stolti e gli empi, sia di quelli che desiderano la pace e la tranquillità nella vita del secolo e non la trovano a cagione della perversità del genere umano, i quali osano persino accusare - ciechi - l’ordine delle cose perché credono, tutti presi dai loro meriti, che i tempi presenti siano peggiori di quelli trascorsi; sia di coloro che dubitano o disperano della stessa vita futura che ci è promessa, e perciò dicono spesso: chissà se è vero? Oppure: chi è venuto dall’inferno per annunziarci tali cose? Ebbene, in modo magnifico e conciso, ma solo per chi vede nell’intimo, [il salmista] mostra quali beni debbono essere ricercati. Alla domanda di quanti dicono: Chi ci mostra il bene? risponde: È impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore. Questa luce è il completo e vero bene dell’uomo, che si vede non con gli occhi, ma con lo spirito. È impressa, ha detto, in noi, così come nel denaro è impressa l’immagine del re. Perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf Gen 1, 26), e questa peccando ha corrotto; il suo bene perciò è vero ed eterno, se rinascendo gli viene impresso. […] Hai messo la gioia nel mio cuore. Non dobbiamo dunque cercare la gioia fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell’uomo interiore (Ef 3, 17), dice l’Apostolo; e spetta dunque all’uomo interiore vedere la verità, dato che [il Signore] ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6).


Ma gli uomini che inseguono le cose temporali - e certamente sono molti - non sanno dire altro se non: chi ci mostrerà il bene, perché non sono capaci di vedere i veri e sicuri beni entro se stessi.


 



  • GIOVEDÌ


 


"Sacrificio e offerta non gradisci… Allora ho detto: Ecco io vengo. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore". (Sal 40, 7.8.9)


 


INTRODUZIONE


Nel dialogo con la Samaritana, Gesù rivela come la sua presenza tra gli uomini inauguri un nuovo culto: l’adorazione di Dio in spirito e verità (Gv 5, 23ss). Ecco il culto spirituale gradito a Dio: un rapporto di amore personale con il Padre, che supera ogni formalismo istituzionale del tempio e della religione ebraica. I cristiani non devono sacrificare vittime a Dio, ma se stessi: è lo Spirito Santo, che agendo con i suoi doni nel credente, lo trasforma in figlio di Dio. Un nuovo legame ci unisce a Dio: la forza dell’amore per Dio, che si concretizza nell’amore per il prossimo.


 


Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 3.2)


 


Il vero culto gradito a Dio


A [Dio] dobbiamo il servizio, tanto nelle varie pratiche rituali come nelle nostre coscienze. Tutti insieme e ciascuno di noi siamo suoi templi (1 Cor 3, 16-17), perché si degna di essere presente nell’unione comunitaria di tutti e in ciascuno, non più grande in tutti che in ciascuno, perché non si accresce nell’estensione e non diminuisce per divisibilità. Quando il nostro cuore è presso di lui diviene il suo altare; lo plachiamo mediante il sacerdozio del suo Unigenito; gli offriamo vittime cruenti se combattiamo fino al sangue per la sua verità; bruciamo per lui un incenso dal profumo delicato, quando bruciamo di pio e santo amore alla sua presenza; promettiamo e rendiamo a lui i suoi doni in noi e noi stessi; gli dedichiamo e consacriamo il ricordo dei suoi benefici nelle celebrazioni festive e nei giorni stabiliti, affinché col trascorrere del tempo non sopravvenga l’ingrato oblio; a lui sacrifichiamo nell’altare del cuore l’offerta dell’umiliazione e della lode fervente del fuoco della carità (Sal 115, 17). Per averne visione, come potrà aversene, e per unirci a lui, ci purifichiamo da ogni contaminazione dei peccati e delle passioni disoneste e ci consideriamo cose divine nel suo nome. Egli è infatti principio della nostra felicità, egli fine di ogni desiderio. Scegliendolo, anzi scegliendolo di nuovo, perché l’avevamo perduto scartandolo dalla nostra scelta; scegliendolo di nuovo [religere] dunque, poiché proprio da questo si fa derivare religione, tendiamo a lui con una scelta di amore per cessare dall’affanno all’arrivo, felici appunto perché in possesso della pienezza in quel fine. Il nostro bene infatti, sul cui fine fra i filosofi esiste una grande controversia, non è altro che vivere in unione con lui, perché l’anima intellettuale si riempie e si feconda delle vere virtù soltanto nell’abbraccio incorporeo, se si può dire, di lui. Ci viene comandato di amare questo bene con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la virtù. Dobbiamo inoltre esser condotti a questo bene da coloro che ci amano e condurvi coloro che amiamo. Così sono adempiuti i due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 37). Perché infatti l’uomo sapesse amare se stesso, gli fu stabilito un fine al quale dirigere tutte le sue azioni per essere felice; chi si ama infatti non vuole altro che essere felice. E questo fine è unirsi a Dio (Sal 72, 28). Dunque a chi sa amare se stesso, quando gli si comanda di amare il prossimo come se stesso, gli si comanda soltanto che, per quanto gli è possibile, lo sproni ad amare Dio. Questo è il culto di Dio, questa la vera religione, questa la retta pietà, questo il servizio dovuto soltanto a Dio.


 



  • VENERDÌ


 


"Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto ed umiliato, Dio, tu non disprezzi". (Sal 51, 19)


 


INTRODUZIONE


Che il culto cristiano si qualifichi come "spirituale", non vuol alludere ad una sua connotazione intimistica: il rapporto di servizio che ci lega a Dio non deve chiudersi l’uomo in se stesso, ma sempre aprirlo al prossimo: fare il bene è dunque il vero sacrificio. Ed il bene nel linguaggio di Agostino è sempre un’azione concreta a favore di chi mi sta accanto: "Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio" (De civitate Dei X, 6). Chi ne guadagna è l’uomo stesso: tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. La preghiera, o qualsiasi pratica cultuale, compiuta dall’uomo non serve ad accrescere la lode, la grandezza, la maestà… di Dio, ma a ricordare all’uomo stesso in quale disegno d’amore Dio lo ha inserito per la sua salvezza.


 


Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 5)


 


Fare il bene è il vero sacrificio


Si deve dunque ammettere che Dio non solo non ha bisogno di un animale o di altra cosa corruttibile e terrena, ma neanche dell’onestà dell’uomo. Tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. Non si potrà certamente dire di aver provveduto alla sorgente se si beve, o alla luce se si vede. Dagli antichi Patriarchi furono offerti altri sacrifici immolando come vittime gli animali. Ora il popolo di Dio li conosce leggendo nella Scrittura, ma non li offre più. In proposito si deve intendere soltanto che con quei riti furono significati gli atti che si compiono nella nostra coscienza affinché ci uniamo a Dio e per lo stesso fine veniamo in aiuto al prossimo. Dunque il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro di un sacrificio invisibile. Per questo il penitente nel profeta o lo stesso profeta, che vuole avere Dio clemente ai propri peccati, dice: Se tu avessi voluto un sacrificio, te lo avrei offerto ma tu non prendi diletto degli olocausti. È sacrificio a Dio un cuore contrito; Dio non sprezzerà un cuore contrito e umiliato (Sal 50, 18-19). Osserviamo come in un medesimo passo dice che Dio non vuole e vuole il sacrificio. Non vuole dunque il sacrificio dell’animale ucciso e vuole il sacrificio del cuore contrito. […] Dice in un passo di un altro salmo (49, 12-13): Se avessi fame, non lo direi a te, perché mia è la terra e quanto contiene. Forse che dovrò mangiare le carni dei tori e bere il sangue dei capri?. Sembra che voglia dire: "Se ne avessi bisogno, non chiederei a te le cose che ho in potere". Poi, spiegando il significato delle parole, soggiunge: Offri a Dio il sacrificio della lode e rendi all’Altissimo le tue offerte e invocami nel giorno della sofferenza, io te ne libererò e tu mi darai gloria (Sal 49, 14-15). […] Nella lettera intestata agli Ebrei (13, 16) l’autore dice: Non dimenticare di fare il bene e di comunicarlo con gli altri; con questi sacrifici si è graditi a Dio. Quindi nella frase della Scrittura: Preferisco opere di bene al sacrificio (Os 6, 6) si deve intendere soltanto che un sacrificio è preferito all’altro, perché quello che comunemente è considerato sacrificio è segno del vero sacrificio. Pertanto, fare il bene è dunque il vero sacrificio.


 


SABATO


 


"Vi esorto, fratelli, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale". (Rom 12, 1)


 


INTRODUZIONE


Offrire "sacrifici spirituali" è l’atteggiamento del cristiano che imita nella sua vita, volontariamente, l’offerta sacrificale di Cristo; è il vivere conformi alla esistenza di Cristo. Ciascun battezzato deve riscoprire la sua natura di figlio di Dio, prendere consapevolezza di essere Tempio dello Spirito Santo (1 Cor 6, 19-20). Da questa verità scaturisce il suo agire, sempre orientato a Dio: scrive san Paolo ai Galati (2, 20): Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. L’originalità del culto cristiano si fonda sull’evento salvifico di Gesù Cristo, morto e risorto, e non su di un rito; su di un’esistenza, su di una Persona. Nella misura in cui l’uomo riconosce in Cristo il centro della propria vita, fa della sua vita la vera offerta a Dio, trasformandola in liturgia, in canto di lode e di ringraziamento a Dio (cf. De civitate Dei X, 20). Nel sacrificio eucaristico la Chiesa, in quanto corpo di Cristo-Capo, offre se stessa nel pane e nel vino, segni sacramentali del sacrificio di Cristo: "la chiesa è offerta – spiega Agostino – nella cosa stessa che offre".


 


Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 6)


 


Il sacrificio della comunità cristiana


Dunque vero sacrificio è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Pertanto l’uomo stesso consacrato nel nome di Dio e a lui promesso, in quanto muore al mondo per vivere di Dio, è un sacrificio. Anche questo appartiene al bene che l’uomo compie in favore di se stesso. Perciò è stato scritto: Abbi pietà della tua anima col renderti gradito a Dio (Sir 30, 24). Quando castighiamo anche il nostro corpo con la temperanza, se lo facciamo, come è dovere, in relazione a Dio per non offrire le nostre membra come armi d’iniquità al peccato, ma come armi di giustizia a Dio, anche questo è un sacrificio. Ad esso esortandoci l’Apostolo dice: Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come offerta viva, santa, gradita a Dio, come vostro ossequio ragionevole (Rom 12, 1). Allora il corpo che per la sua debolezza l’anima usa come un servo o uno strumento, quando il suo impiego morale e onesto si riferisce a Dio, è un sacrificio. A più forte ragione dunque diviene un sacrificio l’anima stessa quando si pone in relazione con Dio affinché, accesa dal fuoco del suo amore, perda la forma della terrena passione e sottomessa si riformi a lui come a forma che non muta, resa quindi a lui gradita perché ha ricevuto della sua bellezza. L’Apostolo citato esprime questo pensiero soggiungendo: Non conformatevi a questo mondo che passa, ma riformatevi in un rinnovamento della coscienza, per rendervi consapevoli qual è il volere di Dio, l’azione buona, gradita, perfetta (Rom 12, 2). Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dalla infelicità e così divenire felici; e questo si ottiene solamente con quel bene di cui è stato detto: Il mio bene è unirmi a Dio (Sal 72, 28). Ne consegue dunque che tutta la città redenta, cioè l’assemblea comunitaria dei santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì anche se stesso per noi nella forma di servo perché fossimo il corpo di un capo così grande. Ha immolato la forma di servo, in essa è stato immolato, perché in essa è mediatore, sacerdote e sacrificio. L’Apostolo dunque ci ha esortato a presentare il nostro corpo come offerta viva, santa e gradita a Dio, come nostro ossequio ragionevole, a non conformarci al mondo che passa ma a riformarci nel rinnovamento della coscienza, per renderci consapevoli qual è la volontà di Dio, l’azione buona, gradita e perfetta. E questo sacrificio siamo noi stessi. Poi soggiunge: Dico nella grazia di Dio, che mi è stata data, a tutti quelli che sono nella vostra comunità di non esaltarvi più di quanto è necessario, ma di valutare con moderazione, nel modo con cui Dio ha distribuito a ciascuno la regola della fede. Come infatti nel corpo abbiamo molte membra che non hanno tutte la medesima funzione, così molti siamo in Cristo un solo corpo e ciascuno è membro dell’altro perché abbiamo carismi diversi secondo la grazia che ci è stata data (Rom 12, 3-5). Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso le si rivela che nella cosa che offre essa stessa è offerta.


 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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1/7/2021 12:58 PM
 
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QUARTA SETTIMANA DI QUARESIMA: CRISTO "LUCE DEL MONDO"


 



  • DOMENICA


 


"Gesù parlò loro: "Io sono la luce del mondo chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". (Gv 8, 12)


 


INTRODUZIONE


Riacquistare la vista per il cieco nato è il segno di un’ulteriore guarigione, la salvezza dell’uomo segnata da un progressivo itinerario di fede. L’incontro casuale con il profeta Gesù (Gv 9, 17) si tramuta nella conoscenza e nell’adorazione del Signore Gesù (Gv 9, 34-38). È questo il percorso di ogni battezzato, che libera il suo cuore da ogni incrostazione che offusca la sua natura di figlio di Dio. Giocando sul senso della parola Siloe, che significa Inviato, Agostino ricorderà che se Cristo non si fosse presentato come l’Inviato (missus) dal Padre, l’uomo non sarebbe stato disviato (di-missus) dal peccato, cioè perdonato.


 


DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Sermo 136/C, 1-3.5)


 


Vedere la luce di Dio


Le opere proprie di Cristo Signore, quelle che allora egli compì nei corpi, compie ora nei cuori. Sebbene non cessi affatto di operare anche in molti corpi, tuttavia nei cuori la sua azione è superiore. Se indubbiamente è gran cosa la vista della luce del cielo, quanto è più grande vedere la luce di Dio! A questo fine infatti sono risanati gli occhi del cuore, a questo vengono aperti, a questo sono purificati, affinché vedano la luce, che è Dio. Infatti Dio è luce, afferma la Scrittura, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1, 5); e il Signore nel Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Perciò noi che restiamo ammirati che questo cieco ora vede, con tutte le nostre forze, di cui Dio stesso ci fa dono, perseveriamo nella preghiera affinché i nostri cuori siano risanati ed anche purificati. A che giova infatti essere stati resi mondi dai peccati nel fonte battesimale e subito dopo tornare a macchiarsi con perfidi costumi?


Il compiersi progressivo di quest’opera del Signore, per la quale il cieco ebbe la luce degli occhi, induce a intravedere qualcosa di grande e di essenziale. Evidentemente il Signore Gesù Cristo poteva - e chi è che può dire: Non poteva? - toccargli gli occhi senza l’impasto di saliva e di fango, e subito rendergli, o piuttosto, dargli la vista. Poteva farlo. Che dovrei dire: Se avesse toccato? Che cosa egli non poteva fare con la parola se lo avesse voluto? Mediante la parola che cosa è impossibile alla Parola, non ad una parola qualsiasi, ma a quella che in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Questo Verbo in principio Dio presso Dio si fece carne per abitare in mezzo a noi (Gv 1, 1-2.14). […] Seguì perciò, nel curare questo cieco nato, nel quale era figurato il genere umano, nato cieco; seguì perciò anche il Signore un procedere graduale in quest’uomo da illuminare. Sputò in terra e fece del fango, poi con quello intriso di saliva spalmò gli occhi di lui.


Ma considera dove fu inviato a lavarsi il volto. Alla piscina di Siloe. Che significa "Siloe"? Opportunamente non lo tacque l’Evangelista: che significa "inviato" (Gv 9, 7). Chi è l’inviato se non colui del quale è detto: Ecco l'Agnello di Dio? In lui stesso viene lavato il volto e chi era stato spalmato vede, perché in Cristo Signore si realizzò ogni profezia. Chi non conosce Cristo procede impedito nella vista. Ma tale procedere graduale usato prima sugli occhi di quest’uomo, ebbe seguito anche nel cuore di lui. Ponete attenzione al modo di condurre l’interrogatorio da parte dei Giudei: Tu che dici di quest’uomo? Dico - rispose - che è un profeta (Gv 9, 17). Non aveva ancora lavato in Siloe gli occhi del cuore. Gli occhi in realtà erano già aperti, ma il cuore era ancora impedito. Quando aveva lavato il volto, rispose come poté, in quanto aveva il cuore impedito, non era ancora vedente. Dette ragione e di avere l’impasto – l’aveva cioè il suo cuore - e, invece, di aver avuto già aperti gli occhi del corpo.


Cerchiamo costui che ha già gli occhi aperti, tuttavia ha la vista del cuore ancora impedita. Pieni di sdegno i Giudei, vinti e per di più smascherati, furenti e accecati contro di lui che vedeva, lo cacciarono fuori. Nel momento in cui lo cacciarono fuori, allora entrò là, da dove i Giudei presenti nella casa di Dio non lo avrebbero potuto cacciare fuori. Quindi, cacciato fuori, trovò nel tempio il Signore che gli parlò - certamente era conosciuto da chi gli aveva reso la vista del corpo, restando coperto il cuore. Ora ha la vista del cuore, ora va a Siloe, perché ora riconosce l’Unigenito inviato -. Tu credi - dice - nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Come impedito, non ancora vedente. E il Signore: Lo hai visto e colui che parla con te è proprio lui. L’ascolto di queste parole equivale a lavare il volto del cuore. Finalmente quello, lavato già il volto, con la vista del cuore disse: Credo, Signore, e gli si prostrò innanzi, e lo adorò (Gv 9, 34-38).


 



  • LUNEDÌ


 


"E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie". (Gv 3, 19)


 


INTRODUZIONE


Siamo luce per gli altri nelle nostre azioni in quanto riflettiamo la Luce che proviene dall’alto. Impariamo a riscoprire il primato di Dio nella nostra vita, a riconoscere come suoi quei meriti e quelle opere meravigliose che noi possiamo realizzare. Scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 10): Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana.


 


DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)


 


Accorriamo a Cristo per ricevere la luce


Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: "vedeva"? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.


Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel suo tempio compie le sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.


 



  • MARTEDÌ


 


"Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi". (Sal 26, 7)


 


INTRODUZIONE


Dio è Padre di misericordia, con lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del ritorno del peccatore; è pronto alla sua accoglienza e al suo riscatto. A tale riguardo risulta consolante la profezia di Isaia (1, 18): Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Tuttavia Dio non fa violenza al peccatore, non gli impone la salvezza: attende che ci sia sempre un movimento di ritorno, un primo passo dell’uomo verso la conversione, che si compie attraverso l’ascolto e la docilità alla sua Parola (Is 1, 19).


 


DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 135, 5.6-6.7)


 


Dio ascolta ed esaudisce i peccatori che si riconoscono tali


Nelle parole dell’uomo che era cieco c’è un non so che capace di turbare e forse indurre a perdere la speranza quanti non ne intendono il senso vero. Quello stesso uomo al quale furono aperti gli occhi, tra le altre espressioni, giunse ad asserire: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9, 31). Che facciamo, se Dio non ascolta i peccatori? Abbiamo il coraggio di supplicare Dio se non ascolta i peccatori? Datemi uno che preghi ed ecco c’è chi può esaudire. […] Dammi quel Pubblicano. Vieni, Pubblicano, poniti in mezzo, fa’ vedere la tua speranza, perché i deboli non cessino di sperare. Ecco infatti il Pubblicano salire a pregare e il Fariseo con lui; e a capo basso, tenendosi a distanza e battendosi il petto, diceva: Signore, abbi pietà di me peccatore. E si allontanò perdonato, a differenza di quel Fariseo (Lc 18, 10ss). Quello che disse: Abbi pietà di me peccatore, affermò il vero o il falso? Se disse il vero, era peccatore; e venne esaudito e fu perdonato. Che vuol dire allora ciò che hai detto tu dopo che il Signore ti aprì gli occhi: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori? Ecco, Dio ascolta i peccatori. Lava, però, il tuo volto interiore, si operi nell’intimo ciò che si è curato di fare al tuo aspetto esterno, e ti renderai conto che Dio ascolta i peccatori. Ti ha tratto in inganno il divagare della tua mente. C’è dell’altro che il Signore deve operare in te. Indubbiamente quel [cieco] venne espulso dalla sinagoga; il Signore lo apprese, lo incontrò e gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Guardava e non vedeva: guardava con gli occhi, ma con la mente non discerneva ancora. Gli affermò il Signore: Tu l’hai visto, e colui che parla con te è proprio lui. Allora, prostratosi, lo adorò (Gv 9, 35-38). Fu allora che deterse il volto interiore.


Volgetevi perciò alla preghiera, peccatori! Confessate i vostri peccati, supplicate affinché siano rimossi, implorate che abbiano termine, scongiurate che appunto essi vengano meno intanto che voi progredite; tuttavia non cessate di sperare e, da peccatori, pregate. Chi è infatti che non ha commesso peccato? Prendi a considerare dai sacerdoti: Offrite sacrifici prima per i vostri peccati, e poi per il popolo (Lev 16, 6). I sacrifici erano prove d’accusa a carico dei sacerdoti; così che se alcuno si fosse dichiarato giusto e senza peccato, potesse essergli opposto: Non bado a ciò che vai dicendo, ma a ciò che offri; ti scopre la vittima per tuo conto. Perché fai l’offerta per i tuoi peccati, se da ogni peccato tu sei immune? O magari fingi con Dio nel sacrificare a lui? Ma può darsi che erano peccatori i sacerdoti del popolo antico e che non sono peccatori quelli del popolo nuovo. È vero, fratelli, perché Dio lo ha voluto, sono sacerdote proprio di lui, sono peccatore, insieme a voi mi batto il petto, insieme a voi chiedo il perdono, con voi spero che Dio sia benevolo. Ma forse gli Apostoli santi, i massimi arieti del gregge, i pastori membra del Pastore, appunto essi forse non avevano il peccato. Veramente lo avevano, anch’essi lo avevano; non se ne adontano, perché lo confessano. Da me non avrei l’ardire. Prima di tutto, sta’ a sentire il Signore stesso che si rivolge agli Apostoli: Pregate così. Come riguardo a quei sacerdoti si dava prova mediante i sacrifici, ugualmente per costoro mediante l’orazione. Pregate così. E tra le altre petizioni che comandò si facessero, assegnò anche questa: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 9.12). Che dicono gli Apostoli? Chiedono ogni giorno per sé la remissione dei debiti. Si presentano da debitori, si allontanano perdonati, e tornano alla preghiera da debitori. Questa vita non è immune da peccato, così che tante volte si prega, altrettante volte vengono rimessi i peccati.


 



  • MERCOLEDÌ


 


"Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce". (Gv 12, 36)


 


INTRODUZIONE


Se l’uomo desidera ardentemente di unirsi a Dio non può non seguire Cristo: il Verbo, divenuto carne, è disceso dal cielo per indicare, in senso inverso, all’uomo la via che lo riconduce in cielo. Cristo dunque è la via per eccellenza; percorrendola, l’uomo potrà appagare il desiderio di verità e vita eterna. Da sé, con le sue deboli forze, l’uomo non avrebbe mai potuto ascendere a Dio; ed ecco che Dio si è degnato di indicarci in Cristo il cammino da seguire. "Attraverso l’umanità di Cristo puoi arrivare alla divinità di Cristo. Dio è troppo lontano da te, ma Dio si è fatto uomo. Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. È insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta" (Sermo 261, 7).


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In Io. Ev. tr. 34, 9)


 


Seguire Cristo via, verità e vita


Cosa seguono coloro che sono stati liberati e raddrizzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre? (Gv 8, 12) Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Noi veniamo ora illuminati, o fratelli, con il collirio della fede. Egli dapprima mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9, 6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere da lui illuminati. Egli mescolò la saliva con la terra: Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era stato predetto: La verità è uscita dalla terra (Sal 84, 12), ed egli dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Noi godremo pienamente della verità quando lo vedremo faccia a faccia. Anche questo, infatti, ci è stato promesso. E chi oserebbe sperare ciò che Dio non si fosse degnato promettere o dare? Lo vedremo faccia a faccia. Dice l'Apostolo: Adesso conosco in parte, adesso vedo in modo enigmatico come in uno specchio, allora invece faccia a faccia (1Cor 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua epistola aggiunge: Carissimi, già adesso noi siamo figli di Dio, ma ancora non si è manifestato ciò che saremo; sappiamo infatti che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3, 2). Che grande promessa è questa! Se lo ami, seguilo! Io lo amo, - tu dici - ma per quale via debbo seguirlo? Vedi, se il Signore tuo Dio ti avesse detto soltanto: Io sono la verità e la vita, il tuo desiderio della verità e il tuo anelito per la vita ti spingerebbero a cercare la via per poter giungere all’una e all’altra, o diresti a te stesso: Che grande cosa la verità, che grande cosa la vita, oh se l’anima mia sapesse come giungervi! Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via; la via per arrivare dove? e sono la verità e la vita. Prima ti dice che via devi prendere, poi dove devi arrivare: Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita. Dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina! Forse tenti di camminare e non riesci perché ti dolgono i piedi; e ti dolgono perché, forse spinto dall’avarizia, hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.


 



  • GIOVEDÌ


 


"Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce". (Ef 5, 8)


 


INTRODUZIONE


Nel libro XII delle Confessioni (10, 10) nel descrivere il proprio itinerario spirituale di dialogo con Dio Agostino ricorre alla metafora luce/tenebra. È solo un esempio che riportiamo, quale testimonianza del livello mistico delle sue parole: "O verità, lume del mio cuore, non siano le mie tenebre a parlarmi! Riversatomi fra gli esseri di questo mondo, la mia vista si è oscurata; ma anche di quaggiù, di quaggiù ancora ti ho amato intensamente. Nel mio errore mi sono ricordato di te, ho udito alle mie spalle la tua voce che mi gridava di tornare, con stento l’ho udita per il tumultuare di uomini insoddisfatti. Ed ora torno riarso e anelante alla tua fonte. Nessuno me ne tenga lontano, ch’io ne beva e ne viva".


 


DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In 1 Io. Ep. 1, 4-5)


 


La luce di Dio


È questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il Creatore dalla sua creazione, la Sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce.


[…] Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia.


 



  • VENERDÌ


 


"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre". (1Gv 1, 5)


 


INTRODUZIONE


Il desiderio di Cristo è il desiderio di luce, di sazietà, di giungere a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). La nostra beatitudine e perfezione è nel tendere a Cristo, nel riposare in Dio per non desiderare più nulla, avendo raggiunto ogni appagamento. Cristo infatti si presenta al nostro cuore come l’insieme di ogni delizia! (Cf. En. in ps. 138, 11)


 


 


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 35, 14-15)


 


Vedere la luce di Dio


Dunque, fratelli, siamo figli degli uomini, speriamo nella protezione delle sue ali, e ci inebrieremo nell’abbondanza della sua casa. Mi sono espresso come ho potuto, e come posso vedo, ma non posso esprimermi come vedo. Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa; e li disseterai al torrente della tua delizia. È detto torrente il corso d’acqua che scorre con impeto. Impetuosa sarà la misericordia di Dio, nell’irrigare e nell’inebriare coloro che ora pongono la loro speranza sotto la protezione delle sue ali. Che cos’è quella delizia? È come un torrente che inebria gli assetati. Chi ora dunque ha sete, fondi la sua speranza; chi ha sete abbia la speranza e, inebriato, avrà la realtà; ma prima di avere la realtà, sia assetato nella speranza. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 6).


Da quale fonte dunque sarai inondato e donde scaturisce questo così grande torrente della sua delizia? Perché presso di te è la sorgente della vita, dice. Chi è la sorgente della vita, se non Cristo? È venuto a te nella carne, per bagnare la tua gola assetata; sazierà chi spera, Colui che ha bagnato l’assetato. Perché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce. Qui una cosa è la sorgente ed un’altra la luce: non così lassù. Perché ciò che è la fonte è anche la luce; chiamalo come vuoi, ma non è quello che tu chiami, perché non puoi trovare un nome adeguato, non è racchiuso in un solo nome. Se tu dicessi che è soltanto luce, ti si potrebbe rispondere: Senza ragione dunque mi è stato detto di aver fame e sete: chi infatti può mangiare la luce? Con tutta verità mi è stato detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8); se è luce preparo i miei occhi. Prepara anche la gola, perché ciò che è luce è anche sorgente; è sorgente perché sazia gli assetati, luce perché illumina i ciechi. Sulla terra talora in un luogo è la luce, ed in un altro la sorgente. Talvolta infatti i fiumi scorrono anche nelle tenebre; e talora, nel deserto sopporterai il sole, ma non troverai la fonte. Qui dunque queste due cose possono essere separate: lassù non ti affaticherai, perché è sorgente; e non sarai ottenebrato, perché è luce.


 



  • SABATO


 


"Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre". (1 Gv 1, 5)


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 58, d. 1, 18-19)


 


Avviciniamoci alla luce che ci illumina


Io invece affiderò a te [Signore] la mia forza; perché, se mi allontano, cado; se mi avvicino, divento più forte. Vedete, fratelli, che cosa accade nell’anima umana. Essa da se stessa non ha luce; da se stessa non ha forza. Tutto quanto di bello c’è nell’anima è la virtù e la sapienza; ma essa, da se stessa, non sa come da se stessa nemmeno può. Non è luce di per sé, né è virtù di per sé. Esiste, però, una origine e una fonte della virtù, una radice della sapienza; esiste una regione, per così dire e se così si può dire, della verità immutabile. Allontanandosi da questa regione, l’anima si ottenebra; avvicinandosi ad essa si illumina. Avvicinatevi a lui, e sarete illuminati (Sal 33, 6), poiché, allontanandovene, siete ottenebrati. Orbene, affiderò a te la mia forza: non mi allontanerò da te, non mi fiderò di me stesso. Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio. Dove ero? Dove sono? Donde mi hai tratto? Quali colpe mi hai perdonate? Dove giacevo? A quali altezze sono stato sollevato? Queste cose devo ricordarmi. Come si dice in un altro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha accolto (Sal 26, 10). Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio.


Il Dio mio! La sua misericordia mi previene. Ecco cosa vuoi dire la frase: Affiderò a te la mia forza. Significa: In nessun modo presumerò di me. Che cosa, infatti, ho potuto io accumulare di bene per cui tu debba muoverti a compassione di me e giustificarmi? Che cosa hai trovato in me? Soltanto peccati. Di tuo vi hai trovato solo la natura che tu stesso avevi creata; il resto erano mali miei; e tu li hai eliminati. Non io per primo mi sono levato e mosso incontro a te, ma tu sei venuto a svegliarmi. Infatti, la sua misericordia mi previene. Prima che io compia qualcosa di buono, la sua misericordia mi previene.


 


 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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1/7/2021 12:59 PM
 
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QUINTA SETTIMANA DI QUARESIMA: CRISTO VITA E RESURREZIONE


 



  • DOMENICA


 


"Gesù disse: Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato". (Gv 11, 4)


 


INTRODUZIONE


Il peccato è la morte dell’anima, nella misura in cui rompe quel rapporto vitale che lega l’uomo a Dio. Credendosi autosufficiente, l’uomo falsifica l’immagine di Dio, concependolo in concorrenza con la propria libertà, e si sforza di decidere autonomamente del bene e del male. In tal modo egli si condanna ad una forma di solitudine, rifiutando Dio, gli uomini, il mondo creato. Il processo è graduale: Agostino ne parla interpretando allegoricamente tre episodi del Vangelo dedicati ad altrettanti casi di "morti". La morte fisica è solo il segno di un’altra morte, quella spirituale, prodotta dal peccato: dal peccato di intenzione si passa a quello di azione, fino al grado ultimo del peccato legato all’abitudine. È un quadro fosco, che non deve spingere l’uomo sull’orlo della disperazione, perché il rimedio è alla sua portata. Solo Cristo morto e risorto può liberarlo da un simile "ottundimento dello spirito": Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! (Rom 7, 24-25).


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 1.2.3)


 


Se hai peccato, pentiti e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa


Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l’uomo; egli infatti è l’Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furono fatte tutte le cose. Ora, se per mezzo di lui furono fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? È cosa più grande creare gli uomini che risuscitarli. Tuttavia egli si degnò creare e risuscitare: creare tutti e risuscitarne alcuni.


Apprendiamo dal Vangelo che tre sono i morti risuscitati dal Signore e ciò non senza un significato. Sì, perché le opere del Signore non sono soltanto dei fatti, ma anche dei segni. E se sono dei segni, oltre ad essere mirabili, devono pur significare qualcosa; e trovare il significato di questi fatti è alquanto più impegnativo che leggerli o ascoltarli.


Se dunque il Signore, per sua grande grazia e misericordia, risuscita le anime affinché non si muoia in eterno, ben possiamo supporre che quei tre che egli risuscitò nei loro corpi significano e adombrano la risurrezione delle anime, che si ottiene mediante la fede. Risuscitò la figlia del capo della sinagoga, che si trovava ancora in casa (cf. Mc 5, 41-42); risuscitò il giovane figlio della vedova, che era già stato portato fuori della città (cf. Lc 7 14-15); risuscitò Lazzaro, che era stato sepolto da quattro giorni. Esamini ciascuno la sua anima: se pecca muore, giacché il peccato è la morte dell’anima. A volte si pecca solo col pensiero: ti sei compiaciuto di ciò che è male, hai acconsentito, hai peccato; il consenso ti ha ucciso; però la morte è solo dentro di te, perché il cattivo pensiero non si è ancora tradotto in azione. Il Signore, per indicare che egli risuscita tal sorta di anime, risuscitò quella fanciulla che ancora non era stata portata fuori, ma giaceva morta in casa, a significare il peccato occulto. Se però non soltanto hai ceduto col pensiero al male, ma lo hai anche tradotto in opere, è come se il morto fosse uscito dalla porta; ormai sei fuori e sei un morto portato alla sepoltura. Il Signore tuttavia risuscitò anche quel giovane e lo restituì a sua madre vedova. Se hai peccato, pentiti! e il Signore ti risusciterà e ti restituirà alla Chiesa, che è la tua madre. Il terzo morto è Lazzaro. Siamo di fronte al caso più grave, che è l’abitudine perversa. Una cosa infatti è peccare, un’altra è contrarre l’abitudine al peccato. Chi pecca, ma subito si emenda, subito riprende a vivere; perché non è ancora prigioniero dell’abitudine, non è ancora sepolto. Chi invece pecca abitualmente, è già sepolto e ben si può dire che già emette fetore, nel senso che la cattiva fama che si è fatta comincia a diffondersi come un pestifero odore. Così sono coloro che ormai sono abituati a tutto e persi dietro ogni scelleratezza. Inutile dire a uno di costoro: non fare così! Come fa a sentirti chi è come sepolto sotto terra, corrotto, oppresso dal peso dell’abitudine? Né tuttavia la potenza di Cristo è incapace di risuscitare anche uno ridotto così. Abbiamo conosciuto, abbiamo visto e ogni giorno vediamo uomini che, cambiate le loro pessime abitudini, vivono meglio di altri che li rimproveravano. Tu, ad esempio, avevi molto da ridire sulla condotta del tale: ebbene, guarda la sorella stessa di Lazzaro (ammesso che sia lei la peccatrice che unse i piedi del Signore, e glieli asciugò con i suoi capelli dopo averglieli lavati con le sue lacrime); la sua risurrezione è più prodigiosa di quella del fratello, perché è stata liberata dal grave peso dei suoi cattivi costumi inveterati. Era infatti una famosa peccatrice e di lei il Signore disse: Le sono rimessi molti peccati, perché ha amato molto (Lc 7, 47). Abbiamo visto e conosciamo molti di questi peccatori: nessuno disperi, nessuno presuma di sé. È male disperare ed è male presumere di sé. Non disperare e scegli dove poter collocare la tua speranza.


 



  • LUNEDÌ


 


"Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita". (1 Gv 3, 14a)


 


INTRODUZIONE


"Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima […] Se in noi c’è fede, in noi c’è Cristo" (In Io. Ev. tr. 49, 15. 19).


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 49, 2)


 


Ogni uomo che crede, risorge


Abbiamo ascoltato il Vangelo che racconta come Lazzaro riebbe la vita, pieni di ammirazione come se quello spettacolo meraviglioso si svolgesse davanti ai nostri occhi. Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l’altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell’anima. Tutti si preoccupano per la morte del corpo, che prima o poi dovrà venire, e fanno di tutto per scongiurarla. L’uomo destinato a morire si dà tanto da fare per evitare la morte, mentre non altrettanto si sforza di evitare il peccato l’uomo che pure è chiamato a vivere in eterno. Eppure quanto fa per non morire, lo fa inutilmente: al più ottiene di ritardare la morte, non di evitarla. Se invece si impegna a non peccare, non si affaticherà e vivrà in eterno. Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge! Che cosa non fa uno di fronte al pericolo della morte? Quanti, sotto la minaccia che pendeva sul loro capo, hanno preferito perdere tutto pur di salvare la vita! Chi infatti non lo farebbe per non essere colpito? E magari, dopo aver perduto tutto, qualcuno ci ha rimesso anche la vita. Chi pur di continuare a vivere, non sarebbe pronto a perdere il necessario per vivere, preferendo una vita mendicante ad una morte anticipata? Se si dice a uno: se non vuoi morire devi navigare, esiterà forse a farlo? Se a uno si dice: se non vuoi morire devi lavorare, si lascerà forse prendere dalla pigrizia? Dio ci comanda cose meno pesanti per farci vivere in eterno e noi siamo negligenti nell’obbedire. Dio non ti dice: getta via tutto ciò che possiedi per vivere poco tempo tirando avanti stentatamente; ti dice: dona i tuoi beni ai poveri se vuoi vivere eternamente nella sicurezza e nella pace. Coloro che amano la vita terrena, che essi non possiedono né quando vogliono né finché vogliono, sono un continuo rimprovero per noi; e noi non ci rimproveriamo a vicenda per essere tanto pigri, tanto tiepidi nel procurarci la vita eterna, che avremo se vorremo e che non perderemo quando l’avremo. Invece questa morte che temiamo, anche se non vogliamo, ci colpirà.



  • MARTEDÌ


 


"Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno". (Gv 11, 25)


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (In Io. Ev. tr. 22, 6-8)


 


Risorgi nel tuo cuore: credi e confessa!


Compi fin d’ora il passaggio dalla morte alla vita. Quale è la tua vita? È la fede: Il giusto vive della fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17). Che dire allora degli infedeli? Essi sono morti. A siffatti morti apparteneva, quanto al corpo, quel tale di cui il Signore disse: Lascia i morti seppellire i morti (Mt 8, 22). In questa vita, quindi, vi sono dei morti e dei vivi, anche se apparentemente tutti sono vivi. Chi sono i morti? Quelli che non credono. Chi sono i vivi? Quelli che credono. Cosa dice ai morti l’Apostolo? Svegliati, tu che dormi. Ma dirai: parla di sonno, non di morte. Ascolta come prosegue: Svegliati tu che dormi e risorgi dalla morte. E come se il morto chiedesse: e dove andrò? l’Apostolo continua: E Cristo ti illuminerà (Ef 5, 14). Quando, credendo in Cristo, sei da lui illuminato, tu passi dalla morte alla vita: permani nella vita alla quale sei passato e non incorrerai nel giudizio.


Così spiega il Signore, aggiungendo: In verità, in verità vi dico. Affinché non intendessimo le sue parole: è passato dalla morte alla vita, come riferite alla risurrezione futura, e volendo mostrare come nel credente si compia questo passaggio e che questo passaggio dalla morte alla vita è il passaggio dall’infedeltà alla fede, dall’iniquità alla giustizia, dalla superbia all’umiltà, dall’odio alla carità, egli con solennità dichiara: In verità, in verità vi dico: viene l’ora, ed è questa ... Poteva essere più esplicito? In questo modo ci ha già chiarito il suo pensiero, che cioè si compie adesso il passaggio al quale Cristo ci esorta. Viene l’ora. Quale ora?... ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno ascoltata vivranno (Gv 5, 25). Si è già parlato di questi morti. Credete voi, miei fratelli, che in mezzo a questa folla che mi ascolta non ci siano di questi morti? Quelli che credono e operano in conformità alla vera fede, sono vivi e non morti; ma quelli che non credono, o credono alla maniera dei demoni, che cioè tremano di paura e vivono male (cf. Gc 2, 19), che confessano il Figlio di Dio e sono privi di carità, sono piuttosto da considerarsi morti. E certamente l’ora di cui parla il Signore è tuttora presente: non è una delle dodici ore del giorno. Da quando egli parlò fino al tempo presente, e sino alla fine del mondo, quest’ora è in corso. È l’ora di cui parla Giovanni nella sua epistola: Figlioli, è iniziata l’ultima ora (1Gv 2, 18). È questa l’ora, è adesso. Chi vive, viva; chi era morto, risorga; ascolti, chi giaceva morto, la voce del Figlio di Dio, si alzi e viva. Il Signore lanciò un grido verso il sepolcro di Lazzaro e colui che era morto da quattro giorni, risuscitò. Colui che già si decomponeva, uscì fuori all’aria libera; era sepolto sotto una grossa pietra, la voce del Signore penetrò la durezza della pietra; ma il tuo cuore è così duro che quella voce divina non è ancora riuscita a spezzarlo. Risorgi nel tuo cuore, esci fuori dal tuo sepolcro. Perché quando stavi morto nel tuo cuore, giacevi come in un sepolcro ed eri come schiacciato sotto il peso della cattiva abitudine. Risorgi e vieni fuori! Che significa: Risorgi e vieni fuori? Credi e confessa. Colui che crede risorge e colui che confessa esce fuori. Perché diciamo che colui che confessa viene fuori? Perché prima della professione di fede, era occulto; ma dopo la professione di fede, viene fuori dalle tenebre alla luce.


Viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata vivranno. Come potranno vivere? In virtù della vita stessa. Di quale vita? Di Cristo? Come si dimostra che vivranno in virtù della vita che è Cristo? Io sono - egli dice - la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Vuoi tu camminare? Io sono la via. Vuoi evitare l’errore? Io sono la verità. Vuoi sfuggire alla morte? Io sono la vita. Questo ti dice il tuo Salvatore: Non hai dove andare se non vieni a me e non c’è via per cui tu possa camminare se io non sono la tua via.


 



  • MERCOLEDÌ


 


"Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio". (Gv 5, 24)


 


INTRODUZIONE


Quando lo sguardo di Agostino si eleva verso l’alto per contemplare con gli occhi del cuore la vita eterna, la sua voce si colora di un intenso lirismo. Le sue pagine ci immettono in un’aurea mistica che tenta di descrivere la bellezza spirituale che ci attende. La fatica del pellegrinaggio terreno, la sete e la fame patite durante il viaggio, le sofferenze sopportate nella carne lasceranno il posto ad un indicibile delizia: "La nostra anima avrà allora il suo cibo: il Verbo stesso di Dio, per il quale tutte le cose sono state create" (En. in ps. 62, 10). E solo allora non vi sarà più nulla da chiedere o da desiderare.


 


DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 150, 8.9-8.10)


 


Cristo è la beatitudine e la via alla beatitudine


Tu desideravi la fortezza; di’: Signore, mia forza (Sal 45, 2). Desideravi la vita felice; di’: Beato l’uomo che tu istruisci, Signore (Sal 93, 12). Beato infatti il popolo la cui felicità non è il piacere carnale, non è la virtù propria, ma: Beato il popolo il cui Dio è il Signore (Sal 143, 15). Questa è la patria della beatitudine che tutti vogliono; ma non tutti la desiderano con rettitudine. Noi, invece, non intendiamo aprirci, per così dire, con artificio, nel nostro cuore, una via verso tale patria e approntare sentieri che portano all’errore; di lì viene anche la via.


Dunque l’uomo felice vuole altro che non essere ingannato, non morire, non soffrire? E che desidera? Avere più fame e mangiare di più? Perché, se è meglio non aver fame? Nessuno è felice se non chi vive in eterno senza alcun timore, senza alcun inganno. Infatti l’anima detesta d’essere ingannata. […] Perciò, in quella patria, ci sarà la verità, non si troverà mai l’inganno e l’errore. Ma ci sarà la verità e non ci sarà il pianto; poiché ci sarà e l’autentico ridere e il godere della verità, perché ci sarà la vita. Infatti se ci sarà dolore, non ci sarà la vita; poiché neppure va chiamata vita un perpetuo, inestinguibile tormento […] ma chiamò vita quella che è felice ed eterna. In conseguenza, quel ricco domandava al Signore: Che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Ma il Signore chiamava veramente vita eterna solo la vita felice; poiché gli empi avranno la vita eterna, ma non la vita felice, in quanto piena di tormenti. Così quello disse: Signore, che devo fare di buono per ottenere la vita eterna? Il Signore gli parlò dei comandamenti. Quello, di rimando: Ho osservato tutte queste cose. Ma [il Signore], nel parlare dei comandamenti, come si espresse? Se vuoi giungere alla vita (Mt 19, 16-17). Non gli disse: "felice", perché una vita piena di miserie non va chiamata vita. Non gli aggiunse: "eterna", perché neppure va chiamata vita quando c’è il timore della morte. Quindi, quanto alla vita, che è degna di questo nome, così che si chiami vita, non si tratta che della vita felice; e non è felice se non è eterna. Questa vogliono tutti, questa vogliamo tutti: la verità e la vita; ma per dove si giunge ad un possesso di così grande valore, ad una così grande felicità? I filosofi si costruirono vie di errore; alcuni dissero: Per di qua; altri: Non per di qua ma per di là. Si tenne nascosta a loro la via, perché Dio resiste ai superbi. Sarebbe nascosta anche a noi se non fosse venuta a noi. Per questo il Signore: Io - disse - sono la via. Pigro viandante, non volevi giungere alla via; è venuta a te la via. Cercavi per dove andare: Io sono la via. Cercavi dove giungere: Io sono la verità e la vita (Gv 14, 6). Non finirai nell’errore se andrai a lui per mezzo di lui. Questa è la dottrina dei Cristiani.


 



  • GIOVEDÌ


 


"Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra". (Col 3, 1-2)


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 62, 6)


 


La promessa della resurrezione della carne


Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? Non vi sembri dunque incredibile, anche se vedete imputridire i morti, anche se li vedete ridotti a polvere e cenere; anche se un cadavere viene bruciato, oppure se i cani lo dilaniano, non per questo dovrete credere che esso non risorgerà. Tutti i corpi che, per essersi o disgregati o marciti, sono divenuti minutissime particelle, per Dio sono integri. Ritornano infatti in quegli elementi del mondo donde dapprima erano venuti quando l’uomo venne creato. Noi non vediamo tali elementi primordiali; Dio tuttavia, nella maniera che egli conosce, li rintraccerà, così come, prima che noi fossimo, ci ha formati conforme alla sua sapienza. Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede. Ora infatti, fragili e corruttibili come siamo, se non mangiassimo ci sentiremmo stanchi e avremmo fame; se non bevessimo, verremmo meno e avremmo sete. Se rimaniamo svegli per molto tempo, ci stanchiamo e dobbiamo dormire; e quando siamo stanchi di dormire ci svegliamo. Se mangiamo e beviamo troppo, anche se mangiamo e beviamo per ristorarci, questo esagerato protrarsi della refezione diviene causa di debolezza. Se stiamo molto tempo in piedi, ci stanchiamo e ci dobbiamo mettere seduti; ma anche di stare troppo a lungo seduti ci stanchiamo e dobbiamo alzarci. Osservate inoltre come per la nostra carne non si dia alcuna stabilità. L’infanzia se ne vola passando nella fanciullezza; tu cerchi l’infanzia ed essa non c’è più, perché già al suo posto c’è la fanciullezza. Ma questa in un attimo vola nell’adolescenza; cerchi la fanciullezza e non la trovi. L’adolescente diventa giovane; cerchi l’adolescente e non c’è più. Il giovane diventa vecchio; cerchi il giovane e non c’è. Il vecchio muore: cerchi il vecchio e non lo trovi più. La nostra vita, nelle sue varie età, non si arresta; e dovunque c’è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. Mirando però alla speranza della resurrezione che Dio ci ha promessa, in tutte queste fasi del nostro decadere noi abbiamo sete di quella incorruttibilità; e così la nostra carne ha sete di Dio in molte maniere. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza.


 



  • VENERDÌ


 


"Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!". (Sal 84, 5)


 


INTRODUZIONE


Leggiamo un brevissimo discorso pronunciato da Agostino nel tempo di Quaresima, costruito sulla contrapposizione tra la vita di quaggiù, segnata dalle fatiche del tempo presente, e la vita di lassù, simboleggiata dal riposo del tempo futuro. Un tale riposo non sarà dominato dall’ozio o dall’inattività, ma contraddistinto da tre atteggiamenti che Agostino esprime con altrettanti verbi a lui tanto cari: vedere, amare e lodare Dio.


 


DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 211/A)


 


La promessa della resurrezione della carne


Il Signore nostro Gesù Cristo con la sua passione ha dato un significato alle fatiche e alle tribolazioni della vita del tempo presente; con la sua risurrezione ci ha garantito la vita eterna e beata del tempo futuro. Sopportiamo pertanto gli inconvenienti della vita presente e speriamo nei beni futuri. In questo periodo [di Quaresima] viviamo i nostri giorni - che simboleggiano le fatiche del tempo presente - nei digiuni e nell’osservanza quaresimale non risparmiando la nostra vita; il periodo che verrà poi simboleggia il tempo futuro. Ancora non ci siamo; infatti ho detto "simboleggia" e non "sarà". Fino alla Passione dunque è tempo di penitenza, dopo la risurrezione sarà tempo di lode.


In quella vita eterna infatti, nel regno di Dio, la nostra occupazione sarà questa: vedere, amare, lodare. Che cosa faremo lì? Delle azioni che si compiono in questo mondo alcune sono imposte dalla necessità, altre sono delittuose. Quali sono le azioni imposte dalla necessità? Seminare, arare, piantare vigneti, navigare, macinare, cuocere, tessere e altre azioni simili, ugualmente necessarie. Ma anche le nostre opere buone rientrano tra le azioni necessarie. Spezzare il pane all’affamato: tu non lo fai per necessità, ma ne ha bisogno colui al quale spezzi il pane. Accogliere il viandante, vestire l’ignudo, riscattare il prigioniero, visitare l’ammalato, consigliare il dubbioso, liberare l’oppresso: tutte queste azioni rientrano nell’elemosina. Sono azioni necessarie. Quali sono le azioni delittuose? Rubare, depredare, ubriacarsi, giocare a dadi, esigere interessi: ma chi può contare tutti i possibili delitti? Nel regno celeste invece non ci saranno azioni necessarie da compiere, perché non ci sarà alcuna miseria, e non ci saranno azioni delittuose perché nessuno darà fastidio all’altro. Dove non c’è miseria non ci sono azioni da compiere per venire incontro alla necessità; dove non c’è cattiveria non ci sono azioni delittuose. Che cosa dovrai fare infatti per poter mangiare, quando nessuno ha fame? Come potrai compiere le stesse opere di misericordia? A chi spezzerai il pane se nessuno ne avrà bisogno? Quale malato visiterai se lì la salute non verrà mai meno? Quale morto seppellirai se l’immortalità non finirà mai? Verranno meno dunque le azioni fatte per necessità. Per quanto riguarda invece le azioni delittuose, se le avrai fatte in questa vita non perverrai alla vita eterna. Ditemi allora: che cosa faremo lì? Dormiremo? In questa vita infatti quando non si sa che cosa fare si va a letto. Ma lì non ci sarà sonno, perché non ci sarà alcuna stanchezza. Non faremo azioni imposte dalla necessità. Non dormiremo. Ma che cosa faremo? Nessuno abbia timore di annoiarsi, nessuno creda che anche lì ci sarà noia. Forse ora ti annoi a star bene? Ogni cosa in questa vita alla fine stanca; la salute però non stanca mai. Se la salute non ti stanca, ti stancherà l’immortalità? Che cosa faremo dunque? Canteremo Amen e Alleluia. Qui infatti facciamo certe cose, lì ne faremo altre. Non dico: di giorno e di notte, ma: nel giorno senza fine. Faremo ciò che ora fanno le potenze dei cieli, i serafini; senza stancarsi dicono: Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti (Is 6, 3); lo dicono senza annoiarsi. Si stanca forse ora il pulsare delle tue vene? Finché vivi la tua vena pulsa; tu fai una cosa e facendola ti stanchi, ti riposi un poco e ritorni alla tua opera, ma la tua vena non si stanca. Come la tua vena non si stanca nel lavorare per la tua salute, così la tua lingua e il tuo cuore non si stancheranno nella lode di Dio, quando sarai immortale. Ascoltate una testimonianza sulla occupazione che avrete. Ma che significa "sull’occupazione che avrete"? Questa occupazione sarà un riposo. In che cosa consisterà questa occupazione riposante? Nel lodare il Signore. Ascoltate dunque la testimonianza: beati coloro che abitano nella tua casa. Il Salmo dice così: beati coloro che abitano nella tua casa. E come se chiedessimo: Perché beati? Avranno molto oro? Ma coloro che hanno molto oro sono molto infelici. Beati costoro che abitano nella tua casa. Perché dunque beati? Questa è la loro beatitudine: Ti loderanno nei secoli eterni (Sal 84, 5).


 



  • SABATO


 


"Possa Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi". (Ef 1, 18)


 


INTRODUZIONE


"La virtù teologale della speranza da una parte spinge il cristiano a non perdere di vista la meta finale che dà senso e valore all’intera sua esistenza e, dall’altra, gli offre motivazioni solide e profonde per l’impegno quotidiano nella trasformazione della realtà per renderla conforme al progetto di Dio" (Giovanni Paolo II, TMA nr. 46). Occorre alimentarci della speranza, desiderando nella fede il Regno dei cieli e la vita eterna, ben sapendo che in noi, nel battesimo, è già stato posto il germe della partecipazione alla vita divina. La speranza è il sostegno e l’incoraggiamento per chi è in cammino sulla terra; nella casa di Dio invece essa è destinata ad eclissarsi, cedendo il posto alla carità, alla piena comunione con Dio Trinità.


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 41, 10-12)


 


Perseveriamo nella speranza


Vivi frattanto nella speranza. La speranza che si vede non è speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo è per mezzo della pazienza che noi l’aspettiamo (cf. Rom 8, 24-25).


Spera in Dio. Perché spera? Perché ancora potrò dar lode a Lui. Come lo loderai? Salvezza del mio volto, Dio mio. La salvezza non mi può venire da me stesso; questo dirò, questo confesserò: Salvezza del mio volto, Dio mio. Infatti, temendo quelle cose che in qualche modo ha conosciuto, le esamina di nuovo perché non si insinui il nemico, e ancora, dice, non sono salvo da ogni parte. Avendo infatti le primizie dello Spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l’adozione e la redenzione del nostro corpo (cf. Rom 8, 23). Perfezionata in noi quella salvezza, saremo nella casa di Dio e vivremo senza fine e senza fine loderemo colui al quale è detto: Beati coloro che abitano nella tua casa, nei secoli dei secoli ti loderanno (Sal 83, 5). Questo non è ancora accaduto, perché non è ancora venuta quella salvezza che è promessa; ma lodo il mio Dio nella speranza e gli dico: Salvezza del mio volto, Dio mio. Perché nella speranza già siamo salvati; ma la speranza che si vede non è speranza. Persevera dunque per giungere alla salvezza; persevera finché la salvezza non verrà. Ascolta il tuo stesso Dio che ti parla dal tuo intimo: spera nel Signore, comportati da uomo, e si conforti il tuo cuore, e spera nel Signore (Sal 26, 14); perché chi avrà perseverato fino alla fine, costui sarà salvo (Mt 10, 24; 24, 13). Orbene perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Spera in Dio perché ancora potrò dar lode a Lui. Questa è la mia lode: Salvezza del mio volto, Dio mio.


Ascolta più chiaramente questo concetto. Non sperare in te, ma nel tuo Dio. Infatti, se speri in te, la tua anima si preoccupa per te; perché non è ancora sicura di te stesso. Ebbene poiché l’anima mia si è turbata per me, che mi resta se non l’umiltà, in modo che l’anima non presuma troppo di se stessa? Che le resta, se non che si faccia piccolissima, che si umili, se vuol meritare di essere esaltata? Non attribuisca nessun merito a se stessa, in modo che sia attribuito tutto a Colui dal quale è vantaggioso tutto attenderci.


 


 


 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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SETTIMANA SANTA:


 



  • DOMENICA DELLE PALME


 


"Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile cavalca un asino. Annunzierà la pace alle genti". (Zc 9, 9.10)


 


INTRODUZIONE


Con l’ingresso a Gerusalemme, Gesù si consegna volontariamente alla morte, secondo un disegno che non è frutto del caso, ma risponde ad un progetto di salvezza di Dio. Dio permette il male, acconsente alla morte del Figlio per un giudizio che sfugge alla comprensione umana. Questo progetto di salvezza, che si compie con la condanna a morte del Servo, trova una sua anticipazione nella figura del Servo di YHWH, uomo dei dolori, reietto e disprezzato, condotto al macello per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (Is 52, 13 - 53, 12). La passione di Gesù realizza la profezia dell’Antico Testamento.


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 61, 22)


 


Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!


Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l'intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.


Che male fu per il Cristo l'essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall'ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c'è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.


 


IN BREVE...


Si celebra la passione del Signore: è tempo di gemere, tempo di piangere, tempo di confessare e di pregare. Ma chi di noi è capace di versare lacrime secondo la grandezza di tanto dolore? (En. in Ps. 21, 1)


 



  • LUNEDÌ


 


Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui? (Rm 8, 31-32)


 


INTRODUZIONE


Il peccato originale non solo ha compromesso la relazione tra uomo e Dio, ma ha inficiato anche i rapporti reciproci tra gli uomini e tra questi e il creato, sottomesso anch’esso alla caducità del male. Tutti sono dunque coinvolti nel peccato di Adamo, componendo la cosiddetta massa peccati, degna dell’ira di Dio. Il peccato ha assunto dimensione universale (massa), pur senza intaccare la bontà sostanziale delle creature volute da Dio. Pur di fronte al rifiuto dell’uomo, Dio non abbandona i suoi figli: la storia della salvezza registra i suoi continui interventi volti a ravvedere e ricercare il peccatore per riscattarlo dalla morte. Nella pienezza dei tempi (Gal 4, 4), Dio realizza il suo disegno di salvezza: consegna il Figlio Unigenito per la redenzione universale. L’innocenza di Cristo (che Agostino sottolinea con una triplice ripetizione dell’avverbio innocenter) mette in luce l’indegnità dell’uomo, che non ha meriti da avanzare di fronte a Dio, e fa’ emergere la misericordia sovrabbondante e la generosa benevolenza di Dio.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 22, 9)


 


Dio ha dato per noi il sangue del suo Figlio


La misericordia di Dio è sovrabbondante e generosa la sua benevolenza: ci ha redenti con il sangue del Figlio suo (cf. 1 Pt 1, 18-19), mentre per i nostri peccati non meritavamo niente. Egli aveva fatto certo una grande cosa nel creare l'uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 27). Ma poiché noi con il peccato volemmo ridurci al nulla ed ereditammo dai progenitori un legame di morte e divenimmo una massa di peccato, una massa d'ira, piacque a lui, nella sua misericordia, riscattarci a tanto prezzo. Ha dato per noi il sangue del suo Unigenito innocentemente nato, innocentemente vissuto, innocentemente morto. Chi ci ha riscattato a tanto prezzo non vuole che periscano quelli che si è acquistato. Non li ha acquistati per farli perire, ma per dar loro la vita. Se i nostri peccati sono una mole più grande di noi, Dio non disprezza il prezzo da lui pagato. Ha pagato un prezzo ingente. Da parte nostra però non lusinghiamoci basandoci unicamente sulla sua misericordia, se non siamo decisi a combattere i nostri peccati. E se ne commettiamo, soprattutto di gravi, non speriamo che ci si usi una tale misericordia che includa dell'ingiustizia. Potrà forse collocare coloro che niente hanno fatto per vivere da convertiti, ma rimasero nell'ostinazione e durezza di cuore, incolparono anzi Dio difendendo i propri peccati, nello stesso posto ove ha collocato i santi Apostoli, i Profeti, i Patriarchi e i suoi fedeli che si sono comportati bene, che lo hanno servito, che hanno camminato nella castità, nella modestia, nell'umiltà, facendo elemosine, perdonando tutto ciò che dovettero sopportare dagli altri? Tale è la via seguita dai giusti, tale è la via seguita dai santi che hanno ritenuto Dio come loro padre e la Chiesa come loro madre. Non disgustando né quel Padre né questa madre ma vivendo nell'amore di ambedue questi genitori e affrettandosi verso l'eredità eterna, appunto perché non si è offeso il Padre né la madre, verrà data a ciascuno l'eredità.


 


IN BREVE...


Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra. (En. in Ps. 21, 28)


 



  • MARTEDÌ


 


E, inginocchiatosi, pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà. (Lc 22, 41-42)


 


INTRODUZIONE


Cristo "fu maestro di umiltà con la parola e con l’opera" (Serm. 340/A, 5), non solo predicando tale virtù, ma applicandola concretamente, offrendo liberamente se stesso per il riscatto dei peccatori: Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso (Gv 10, 18). Questo disegno di redenzione passa attraverso il Corpo dato per voi e il Sangue versato per molti; fa esperienza della paura nell’agonia del Getsemani (Mc 14, 36) e dell’abbandono nel grido sulla croce (Mc 15, 34). Ma in obbedienza alla volontà del Padre, Cristo accetta di bere il calice amaro dell’umiliazione, chiudendo la sua vita terrena ancora una volta sotto il segno dell’umiltà. "Questo dunque consideriamo nel Signore: osserviamo la sua umiltà, beviamo al calice della sua umiltà, teniamoci stretti a Lui, facciamolo oggetto della nostra meditazione". (Serm. 340/A, 5)


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 20/A, 2-7. 8)


 


Il calice dell’umiliazione


Nessuna cosa è più cara a Dio di colui che è l'immagine di Dio.


Iddio ha posto tutto al di sotto dell'uomo, e l'uomo al di sotto di sé. Vuoi che sia sotto di te tutto ciò che Dio ha fatto? Sii tu sotto di Dio. Sarebbe grande impudenza che tu pretenda che le creature inferiori stiano sotto di te e intanto tu non riconosci sopra di te colui che le ha create. Iddio dunque ha disposto quel che ha creato ponendo sotto di sé colui che è sua immagine e tutto il resto sotto di questa. Accogli lui e ti innalzerai sull'umano. [...] Anche Cristo fu disprezzato. Lui al quale vien detto: In te mi rifugio (Sal 56, 1), è venuto ad esser disprezzato per te, e ti ha redento proprio perché disprezzato. Tu non saresti salvato, se egli non fosse stato disprezzato. Disprezzato in che senso? Perché ha preso la veste di servo, la tua stessa forma. Altro era infatti quel che si nascondeva, altro quel che si vedeva. Si nascondeva Dio, si vedeva l'uomo (cf. At 3, 13). Così l'uomo fu disprezzato, ma da Dio fu glorificato.


Tutto dunque, egli che per noi si fece via, tutto ciò che gli uomini quaggiù ambiscono come qualcosa di grande, egli lo rifiutò; egli che tutto aveva, a cui apparteneva il cielo e la terra, per mezzo del quale erano stati fatti il cielo e la terra, al quale nei cieli e nel più alto dei cieli servivano gli angeli, egli che sfugava i demoni, che scacciava le febbri, che apriva gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi, che comandava al mare, ai venti e alle tempeste, che risuscitava i morti. Egli tanto poteva, eppure contro di lui tanto poté colui che egli aveva creato. Benché creatore dell'uomo, si sottomise all'uomo, quando apparve come uomo per liberare l'uomo. Si sottomise all'uomo, ma nelle vesti di uomo, nascondendo la divinità; manifestatosi come uomo, come uomo fu disprezzato, riconosciuto più tardi come Dio; ma riconosciuto proprio perché prima era stato disprezzato. E anche a te non volle dare la gloria, se non dopo averti insegnato l'umiltà.


Ogni uomo desidera cose sublimi. Ma sulla terra che c'è di sublime? Se dunque desideri cose sublimi, il cielo desidera, le cose celesti desidera, desidera le cose sopracelesti. Brama di essere concittadino degli angeli, anela verso quella città, verso di essa sospira, là dove non perderai l'amico e non dovrai soffrire il nemico, dove non troverai nessuno liberato, perché da quaggiù nessuno vi può portare il suo schiavo. Quella infatti è città eterna, dove nessuno nasce, nessuno muore, dove è perpetua e perfetta sanità, perché la sanità si chiama immortalità. Se tu brami di essere lassù, veramente aspiri a cose sublimi. Questo è il dove; ma considera anche il come. Perché non c'è nessuno che non brami di essere concittadino degli angeli, di godere in Dio, di Dio, sotto Dio, di restare per sempre, di non essere afflitto da nessuna piaga, raggiunto da nessuna vecchiezza, debilitato da nessuna stanchezza, consumato da nessuna malattia e da nessuna morte. Grande cosa, sublime cosa, desiderabile cosa. Tu desideri di arrivarci; ma guarda per dove ci si arriva.


Ecco, quei due discepoli di nostro Signore, i santi e grandi fratelli Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, come abbiamo letto nel Vangelo, desiderarono dal Signore Dio nostro di poter sedere nel regno uno alla destra e l'altro alla sinistra (cf. Mt 20-23). Essi dunque non desiderarono di esser dei re sulla terra, non ambirono dal Signore Iddio onori caduchi, non di essere ornati di ricchezze, non di avere una famiglia gloriosa, non di essere onorati di clientela, non di essere ingannati da adulatori, ma chiesero veramente qualcosa di grande e di solido, cioè di avere dei seggi nel regno di Dio, in cui si rimane per sempre. È grande cosa quella che desiderarono, ed essi non vengono rimproverati per il desiderio, ma vengono richiamati nell'ordine. In essi il Signore vide il desiderio delle cose grandi e colse l'occasione per insegnare la via dell'umiltà; come se dicesse: "Vedete dove voi aspirate, vedete chi sono io per voi: io che vi ho fatto sono disceso fino a voi, per voi io mi sono umiliato". Queste parole che sto dicendo veramente non sono nel Vangelo, io però dico la sostanza delle parole che si leggono nel Vangelo. E le parole che sono nel Vangelo adesso ve le rammento, perché vi rendiate conto che quelle che ho detto io sono nate lì, come se quelle fossero le radici e le nostre i rami (cf. Mt 20, 26-27). Quando dunque il Signore ebbe ascoltato il loro desiderio, disse loro: Voi potete bere il calice che io sto per bere? (Mt 20, 22). Voi desiderate di sedere al mio fianco; prima rispondetemi su quanto vi chiedo: Potete bere il calice che io sto per bere? Voi che cercate dei seggi così sublimi, non sarà per voi amaro il calice dell'umiltà?


Però quando il precetto è pesante, grande ne è la ricompensa. Il calice della passione, il calice dell'umiliazione non vogliono, non vogliono berlo gli uomini. Desiderano cose sublimi? Amino quelle umili. Per salire in alto bisogna infatti partire dal basso. Nessuno può costruire una fabbrica alta se prima non ha impiantato in basso le fondamenta. Considerate tutte queste cose, fratelli miei, e da qui partite, da qui costruitevi nella fede, per capire la strada per la quale potrete arrivare dove desiderate. Io lo so, lo riconosco: non c'è alcuno tra voi che non desideri l'immortalità, l'eterna gloria e di avere l'amicizia con Dio. Queste cose tutti le desideriamo. Ma dobbiamo conoscere la strada per arrivare, dato che arrivare è desiderio di tutti.


Tu, uomo avevi paura di affrontare l'oltraggio dell'umiliazione. Ma è utile per te bere il calice così amaro della passione. Le tue viscere sono tumide, il petto ti si è gonfiato. Bevi l'amaro, per ritrovare la salute. Lo beve anche il medico sano; non vorrà berlo il malato indebolito? Così infatti disse ai figli di Zebedeo: Potete bere il calice? (Mt 20, 22) Però non disse: "Potete bere il calice degli oltraggi, il calice del fiele, il calice dell'aceto, il calice delle amarezze, il calice pieno di veleno, il calice di tutte le sofferenze?". Se avesse detto così, più olle incoraggiarli li avrebbe spaventati. Ma quando si è in compagnia si ha anche più spinta. E allora che paura hai, o servo? Quel calice lo beve anche il Signore. Che paura hai, o infermo? Lo beve anche il medico. Che paura hai, o infiacchito? Lo beve anche il sano.


 


IN BREVE...


È facile pensare a cose eccelse, è facile compiacersi degli onori, è facile dare ascolto a chi dà assenso e a chi adula. Tollerare la riprensione, udire con pazienza l’ingiuria, pregare per chi oltraggia: ecco il calice del Signore, ecco il convito del Signore. (Serm. 340/A, 5)


 



  • MERCOLEDÌ


 


Nei giorni della sua vita terrena (Cristo) offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. (Ebr 5, 7-9)


 


INTRODUZIONE


"Se avessimo dovuto immaginare la venuta di un Dio sulla terra, avremmo naturalmente pensato che si sarebbe presentato come il Maestro unico e supremo. Dei filosofi avrebbero sostenuto che l’umiltà non conveniva a quel Dio vivente fra gli uomini; infatti, avrebbero potuto dire l’umiltà è la virtù che caratterizza la nostra condizione di creature. Invece la Rivelazione ci offre una realtà ben diversa: tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà, è basata sull’umiltà, al punto che Paolo riassume tutta l’Incarnazione redentrice nell’annientamento e nell’ubbidienza... Nessuno sforzo artificiale per abbassarsi: l’umiltà di Gesù deriva semplicemente dal suo amore. Egli si annulla di fronte al Padre perché è unicamente preoccupato di Lui, e perché lo antepone sempre a se stesso. L’umiltà di Gesù è certamente assoluta, ma in un altro senso: si fonda sulla convinzione di aver ricevuto tutto dal Padre". (J. Galot)


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 23/A, 1-4)


 


Cristo percorre la via dell’umiltà


Confessare a Dio che cosa significa se non umiliarsi davanti a Dio e non attribuirsi alcun merito? Poiché per grazia sua siamo stati salvati, come dice l'Apostolo, non per merito delle opere, perché nessuno s'insuperbisca; infatti per sua grazia siamo stati salvati (Ef 2, 8-9). Non è preceduta infatti una qualche vita meritoria, che Dio dall'alto possa aver gradito e amato e così possa aver detto: "Veniamo in aiuto, soccorriamo questi uomini, perché vivono bene ". Non fu contento della nostra vita, gli dispiacque in noi tutto quanto facevamo, mentre non gli dispiacque quanto lui aveva fatto in noi. Perciò condannerà quanto abbiamo fatto noi, salverà quanto ha fatto lui. Condannerà le cattive azioni degli uomini, ma salverà gli uomini. Gli uomini non hanno fatto se stessi, ma hanno prodotto cattive azioni. Quanto Dio ha fatto in essi - Dio infatti ha creato l'uomo ad immagine e somiglianza sua (cf. Gn 1, 26) - è buono. Quanto invece l'uomo, respingendo il suo Autore e creatore e volgendosi alla perversità, tramite il libero arbitrio, ha fatto di male, questo condanna Dio per liberare l'uomo; cioè Dio condanna quanto ha fatto l'uomo e libera quanto ha fatto lo stesso Dio.


Noi non eravamo buoni. Ma ha avuto pietà di noi (cf. Sal 66, 2), e ha mandato il suo Figlio (cf. Gal 4, 4) a morire, non per i buoni ma per i cattivi, non per i giusti ma per gli ingiusti (cf. Mt 5, 15). Infatti Cristo è morto per gli empi (Rm 5, 6). E che cosa segue? È raro il caso che uno voglia morire per un giusto; tuttavia qualcuno forse accetterebbe di morire per un uomo dabbene (Rm 5, 7). Si potrebbe trovare qualcuno che abbia il coraggio di morire per un uomo dabbene. Invece per un ingiusto, per un empio, per un iniquo chi vorrebbe morire, se non Cristo solo, così innocente da poter giustificare anche gli ingiusti? Perciò, fratelli miei, non avevamo nessun'opera meritoria, ma soltanto demeriti. Ma pur essendo tali le opere degli uomini, la sua misericordia non abbandonò gli uomini. E mentre erano meritevoli di pena, egli invece della pena dovuta donò la grazia non dovuta. E mandò il Figlio suo (cf. Gal 4, 4) per redimerci, non a prezzo d'oro o d'argento, ma a prezzo del suo sangue (cf. 1 Pt 1, 18-19), che egli sparse, agnello immacolato condotto al macello (cf. Ger 11, 19) per le pecore contaminate, se pur soltanto contaminate o non anche completamente infette. Ecco la grazia che abbiamo ricevuta. Viviamo in maniera degna di questa grazia che abbiamo accolta, per non fare torto a tanto dono. Un così grande medico è venuto a noi, ha rimesso tutti i nostri peccati. Se vogliamo di nuovo ammalarci, non soltanto danneggeremo noi stessi, ma ci mostreremo anche ingrati verso il medico.


Seguiamo perciò le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell'umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l'insegnamento la via dell'umiltà e l'ha percorsa soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto se non si fosse umiliato; chi avrebbe potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è anch'egli Dio. È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, del quale parla Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Chi avrebbe potuto uccidere colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e senza il quale niente è stato fatto? Chi avrebbe potuto ucciderlo, se egli non si fosse umiliato? Ma in che modo si è umiliato? Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi (Gv 1, 14). Il Verbo di Dio infatti non avrebbe potuto essere ucciso. Perché potesse morire per noi, poiché per sua natura non poteva morire, il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Immortale, assunse la mortalità, perché potesse morire per noi, e con la sua morte uccidere la nostra morte. Questo ha fatto il Signore, questo ha compiuto per noi. Onnipotente, si è umiliato; umiliato, è stato ucciso; è stato ucciso, è risorto, è stato esaltato per non abbandonarci, morti, nell'inferno, ma per glorificarci in lui nella resurrezione dei morti, mentre ora ci ha innalzati nella fede e nella confessione dei giusti.


Perciò ci ha dato come via l'umiltà. Se la percorreremo, confesseremo al Signore e allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome (Sal 74, 2).


 


IN BREVE...


Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati. (En. in ps. 85, 2)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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  • GIOVEDÌ SANTO


 



  1. Sul Sacerdozio


 


Io prego per loro; per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. (Gv 17, 9)


 


INTRODUZIONE


"La nostra preghiera non sale a Dio se non in Cristo e attraverso il Cristo. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici, non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo" (P. A. Trapè). Egli prega per noi come nostro sacerdote: egli è il nostro sacerdote, prega per ciascuno di noi e per tutti gli uomini, chiedendo al Padre quanto è necessario per ciascuno di noi. Cristo prega per noi come nostro capo: è Lui che parla attraverso la Chiesa, che prega in noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Cristo è pregato da noi come nostro Dio: invocando Cristo siamo immessi nel circolo di Amore della Trinità. Questa è la sintesi agostiniana della preghiera di Cristo, con Cristo e in Cristo. Noi siamo invitati a farne esperienza.


 


DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 85, 1)


 


La preghiera di Gesù Cristo sacerdote


Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare dà lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato dal suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce. E quando nei riguardi del Signore Gesù Cristo, soprattutto nelle profezie, si dice qualcosa che contiene dell’umiliazione e quindi indegno di Dio, non dobbiamo esitare ad attribuirlo a lui, poiché lui non ha esitato a unirsi a noi. Al suo servizio è infatti tutta la creazione, perché per suo mezzo tutte le creature sono state fatte. E noi quasi vediamo la sua maestà divina quando ascoltiamo le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose per suo mezzo sono state fatte e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Contempliamo qui la divinità del Figlio di Dio, così eccelsa e sublime che va al di là di ogni più alta creatura; ma poi, in qualche altra parte delle Scritture, lo ascoltiamo gemere, pregare, e confessare. Stentiamo allora ad attribuire a lui queste parole, e la nostra mente trova difficoltà a discendere dalla recente contemplazione della sua divinità alla sua umiltà. Crede di offenderlo, trovando parole troppo umane riferite a colui al quale dirigeva la supplica quando pregava Dio; e così rimane sospesa e vorrebbe cambiare il senso delle parole. Nella Scrittura, però, altro non trova se non che bisogna ricorrere a lui e non lasciarsi sviare da lui. Si desti dunque e vigili nella fede! Ricordi come colui, che poco prima contemplava nella natura di Dio ha assunto la natura di servo: è divenuto simile agli uomini e, per le sue fattezze, è stato ritenuto uomo. Egli si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte (cf. Fil 2, 5-8); ha voluto far sue le parole del salmo e, mentre pendeva dalla croce, diceva: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 21, 2). È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi.


 


IN BREVE...


(Gesù Cristo) per noi, ben sapendo che non era usurpazione il farsi eguale a Te, si fece invece tuo servo fino alla morte di croce: per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti, da servi, figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi. (Confess. 10, 43)


 



  1. Sul comandamento dell’amore vicendevole


 


Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. (Gv 15, 13)


 


INTRODUZIONE


La missione di Cristo si comprende alla luce del dono e del servizio, non del potere e del dominio. Cristo non è il Messia trionfale sognato dagli Ebrei, ma il servo che dona la vita per i fratelli, pronto a compiere anche quel gesto che un pio israelita non avrebbe imposto neppure al suo schiavo: lavare i piedi ad un’altra persona!


 


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 58, 5)


 


Il servizio vicendevole dei fratelli


Ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (cf. Mt 6, 12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13, 14-15). Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (cf. Rm 8, 34). Ascoltiamo l'apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Gc 5, 16). È questo l'esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l'Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell'altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3, 13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. È nostro dovere adempiere, con l'aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.


 


IN BREVE...


Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà. (In Io. Ev. 58, 4)


 



  1. Sull’Eucarestia


 


Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno


e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. (Gv 6, 51)


 


 


INTRODUZIONE


Non è possibile sintetizzare in poche righe la dottrina di Agostino sull’Eucarestia; proponiamo un solo tassello. L’Eucarestia è il pane dell’unità della Chiesa-corpo con il Cristo-capo, segno concreto della carità che raccoglie i fratelli in Cristo. La partecipazione all’Eucarestia si rivela un forte richiamo alla coerenza di vita dei cristiani.


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 228/B, 2-5)


 


"O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità!" (In Io. Ev. tr. 26, 6, 13)


Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute, che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13), con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest'altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco.


Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione d ei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Ebr 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l'eterna eredità. osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).


Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati. E l'Apostolo ricorda che questo era già stato predetto nella santa Scrittura: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande, soggiunge, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 31-32). E in un altro passo, riguardo a questa medesima Eucarestia, dice: Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). Voi quindi cominciate a ricevere quel che già avete cominciato ad essere, purché non lo riceviate indegnamente, mangiando e bevendo la vostra condanna.


 


IN BREVE...


Ti sei seduto ad una grande tavola; sta’ bene attento a ciò che ti è messo davanti, perché bisogna che anche tu prepari altrettanto (Pro 23,1). La grande mensa è quella dove è cibo lo stesso padrone della mensa. Nessuno ciba i convitati di se stesso: lo fa solo Cristo Signore; Egli è colui che invita, ed Egli stesso è cibo e bevanda. (Serm. 329)


 



  • VENERDÌ SANTO


 



  1. La croce di Cristo


 


"Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio". (1 Cor 1,23-24)


 


INTRODUZIONE


Restare uniti alla croce di Cristo, perché su di essa poggia il fondamento della Chiesa: ecco la stoltezza e lo scandalo del cristianesimo. Uno strumento di morte infamante nasconde la sapienza e la potenza di Dio. Non si può addolcire la parola della croce sbilanciandosi a favore della resurrezione e passando sotto silenzio il dramma del Calvario, il dolore del Figlio prediletto del Padre che sperimenta l’abbandono di Dio. La Chiesa è comunità di salvati in quanto accoglie la salvezza che proviene dalla croce; alla croce deve aggrapparsi, come ad un legno in mezzo a i flutti del mondo, per compiere quella traversata che la condurrà nel Regno dei cieli.


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 2, 3-4)


 


Restate uniti alla croce di Cristo!


Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare. È meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza.


Vi sono stati, per la verità, filosofi di questo mondo che si impegnarono a cercare il Creatore attraverso le creature. Che il Creatore si possa trovare attraverso le sue creature, ce lo dice esplicitamente l'Apostolo: Fin dalla creazione del mondo le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità, onde sono inescusabili. E continua: Perché avendo conosciuto Dio... Non dice: perché non hanno conosciuto Dio, ma al contrario: Perché avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insipiente si ottenebrò. In che modo si ottenebrò il loro cuore? Lo dice chiaramente: Affermando di essere sapienti, diventarono stolti (Rm 1, 20-22). Avevano visto dove bisognava andare, ma, ingrati verso colui che aveva loro concesso questa visione, attribuirono a se stessi ciò che avevano visto; diventati superbi, si smarrirono, e si rivolsero agli idoli, ai simulacri, ai culti demoniaci, giungendo ad adorare la creatura e a disprezzare il Creatore. Giunsero a questo dopo che già erano caduti in basso. Fu l'orgoglio a farli cadere, quell'orgoglio che li aveva portati a ritenersi sapienti. [...] Essi riuscirono a vedere ciò che è, ma videro da lontano. Non vollero aggrapparsi all'umiltà di Cristo, cioè a quella nave che poteva condurli sicuri al porto intravisto. La croce apparve ai loro occhi spregevole. Devi attraversare il mare e disprezzi la nave? Superba sapienza! Irridi al Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era necessario il legno della sua umiltà. Infatti ti eri gonfiato di superbia, ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c'è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare (cf. Mt 14, 25), per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l'umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Come Dio, non si può dire che è venuto né che se n'è andato, perché, come Dio, egli è presente ovunque, e non può essere contenuto in alcun luogo. Come è venuto, invece? Nella sua visibile umanità.


 


IN BREVE...


Credi nel crocefisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti. (Serm. 131, 2)


 



  1. La morte in croce


 


Apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. (Fil 2, 7-8)


 


INTRODUZIONE


Nella visione dell’evangelista Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce è il segno visibile della sua glorificazione. Si compie quell’ora non ancora giunta nell’episodio di Cana, l’ora della salvezza: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12, 32). La croce è lo strumento di morte del Figlio dell’uomo; ma anche l’albero della vita: ai suoi piedi nasce la Chiesa, nella figura di Maria e del discepolo Giovanni.


 


 


 


DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 117, 3)


 


Lo spettacolo della croce


Presero dunque Gesù, il quale, portandosi egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha, dove lo crocifissero. Gesù si avviò verso il luogo dove sarebbe stato crocifisso, portandosi egli stesso la croce. Quale spettacolo! Grande ludibrio agli occhi degli empi, grande mistero a chi contempla con animo pio. Agli occhi degli empi è uno spettacolo terribile e umiliante, ma chi sa guardare con sentimenti di devozione, trova qui un grande sostegno per la sua fede. Chi assiste a questo spettacolo con animo empio, non può che irridere il re che, invece dello scettro, porta la croce del suo supplizio; la pietà invece contempla il re che porta la croce alla quale egli sarà confitto, ma che dovrà essere poi collocata perfino sulla fronte dei re. Su di essa egli sarà disprezzato agli occhi degli empi, e in essa si glorieranno i cuori dei santi. Paolo, infatti, dirà: Non accada mai che io mi glori d'altro che della croce del Signore Gesù Cristo (Gal 6, 14). Cristo esaltava la croce portandola sulle sue spalle, e la reggeva come un candelabro per la lucerna che deve ardere e non deve essere posta sotto il moggio (cf. Mt 5, 15). Dunque, portando egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha. Qui lo crocifissero, e con lui due altri, di qua e di là, e Gesù nel mezzo (Gv 19, 17-18). Questi due, come apprendiamo dalla narrazione degli altri evangelisti, erano briganti. Cristo fu crocifisso insieme ad essi, anzi in mezzo ad essi (cf. Mt 27, 38; Mc 15, 27; Lc 23, 33), compiendosi così la profezia che aveva annunciato: Fu annoverato tra i malfattori (Is 53, 12).


 


IN BREVE...


Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore... Vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce. (La verginità consacrata, 54. 55. 56)


 



  • SABATO SANTO


 


Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. (1 Pt 3, 18)


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 215, 5)


 


Dio ama a tal punto da morire di amore per i peccatori!


Potrà sembrar poco questo, che Dio per gli uomini, il giusto per i peccatori, l'innocente per i colpevoli, il re per gli schiavi, il signore per i servi sia venuto rivestito della carne umana, sia stato visto sulla terra, abbia vissuto insieme con gli uomini (cf. Bar 3, 38); ma per di più fu crocifisso, morì e fu sepolto. Non credi? Chiedi forse quando sia successo? Ecco quando: Sotto Ponzio Pilato. Per precisartelo c'è anche il nome del giudice, perché tu non possa dubitare neanche del tempo. E allora credete che il Figlio di Dio fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e fu sepolto. Ecco che nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Nessuno davvero? Proprio nessuno. È verità, lo ha detto Gesù stesso. Interroghiamo anche l'Apostolo; egli ci dice: Cristo morì per gli empi (Rm 5, 6). E poco dopo: Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). E allora in Cristo noi troviamo un amore ancora più grande, perché egli non ha dato la sua vita per degli amici, ma per i suoi nemici. Quanto grande è l'amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore! Egli dimostra il suo amore per noi, sono ancora parole dell'Apostolo, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8). Anche tu dunque credilo, e non vergognarti di confessarlo per la tua salvezza. Si crede infatti col cuore per ottenere la giustizia, e si confessa con la bocca per avere la salvezza (Rm 10, 10). Inoltre, perché non avessi dubbi, perché non avessi vergogna, quando cominciasti a credere ricevesti il segno di Cristo sulla fronte, che è come la sede del pudore. Ripensa che cosa hai in fronte, e non avrai paura della lingua altrui. Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, dice il Signore stesso, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui davanti agli angeli di Dio (Mc 8, 38). Non arrossire dunque per l'ignominia della croce che per te Dio stesso non ha esitato di accogliere. Ripeti con l'Apostolo: Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6, 14). E ti farà eco ancora lo stesso Apostolo: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2, 2). Egli che da un sol popolo fu allora crocifisso, ora è fisso nel cuore di tutti quanti i popoli.


 


IN BREVE...


Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza amare i peccatori fino al punto da morire per essi di amore! (Serm. 215, 5)


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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  • LA VEGLIA PASQUALE


 


Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,


perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione. (Sal 16, 9-10)


 


INTRODUZIONE


Dopo una giornata di silenzio, preghiera e digiuno, durante la quale la Chiesa contempla la deposizione di Gesù Cristo nel Sepolcro, la comunità cristiana si raduna sul far della sera per vivere la celebrazione vigiliare più importante dell’Anno Liturgico. Agostino definisce la veglia di Pasqua come la madre di tutte le veglie: "È questa infatti la nostra veglia grande; a nessun’altra veglia solenne corre il nostro pensiero quando in questo senso si chiede o si dice: Quando si farà la veglia?". (Serm. 221, 2) Dal buio della notte una luce avanza: Cristo risorto da morte ha vinto la morte! La Chiesa proclama il lieto annuncio: Cristo nostra Pasqua è stato immolato (1 Cor 5, 7).


 


DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 221, 1)


 


È questa la nostra grande veglia!


Siccome il Signore nostro Gesù Cristo ha reso glorioso con la sua risurrezione il giorno che aveva reso luttuoso con la morte, noi, rievocando i due momenti in un'unica commemorazione solenne, vegliamo ricordando la sua morte, esultiamo aspettando la sua risurrezione. Questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell'uccisione dell'agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell'immolazione del Salvatore, perché Cristo nostra Pasqua, è stato immolato (1 Cor 5, 7), e le cose vecchie son passate ed ora ne sono nate delle nuove (2 Cor 5, 17). È se piangiamo è per il peso dei nostri peccati, e se esultiamo, è perché giustificati dalla sua grazia, perché egli è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 25). Per quelli piangiamo, di questo ci rallegriamo, e sempre siamo nella gioia. Quanto per causa nostra e a nostro vantaggio è stato compiuto di triste o anticipato di lieto, non lo lasciamo passare con ingrata dimenticanza, ma lo celebriamo con riconoscente memoria. Vegliamo dunque, carissimi, perché la sepoltura di Cristo si è protratta fino a questa notte, cosicché proprio in, questa notte è avvenuta la risurrezione di quella sua carne che allora fu oltraggiata sul legno, adesso è adorata in cielo e sulla terra. Naturalmente questa notte si considera come facente parte del giorno di domani, che per noi è il giorno del Signore. Ed era opportuno che risorgesse di notte, perché con Ia sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre; non per nulla già poco tempo prima si cantava a lui: Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Così la nostra stessa pietà mette in risalto questo mistero così grande; come la nostra fede, rafforzata dalla sua risurrezione, è già sull'attenti, così anche questa notte, già così piena di luci, sia ancor più luminosa per il nostro vegliare, in modo che noi, insieme a tutta la Chiesa diffusa per il mondo intero, possiamo badare in modo giusto a non esser trovati nella notte. Per tanti e tanti popoli, che dovunque questa fulgida solennità ha radunato insieme nel nome di Cristo, il sole è già tramontato, ma il fulgore non se n'è andato, perché a un cielo pieno di luce ha fatto seguito una terra ugualmente piena di luce.


 


IN BREVE...


Umilmente vegliamo, umilmente preghiamo, con piissima fede, con saldissima speranza, con ferventissima carità, pensando quanto la nostra glorificazione risplenderà come giorno, se già la nostra umiliazione cambia la notte in giorno. (Serm. 223/I, 1)


 


*************


 


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Ricordando il canale YouTube di Preghiera in diretta e notiziario: PietroPaolo Trinita


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Fraternamente CaterinaLD

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