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La mistica citta' di Dio di suor Maria d'Agreda (1) (27 posts, agg.: 2/18/2021 8:11 PM)
 
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La mistica citta' di Dio di suor Maria d'Agreda (2)

Last Update: 7/3/2021 10:37 PM
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7/3/2021 10:35 PM
 
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CAPITOLO 16

Continua l'infanzia di Maria santissima nel tempio; il Signore la predispone a soffrire tribolazioni e muore suo padre san Gioacchino.

657. Abbiamo lasciato la nostra celeste principessa Maria alla metà del primo anno della sua infanzia nel tempio, volgendo altrove il discorso per dare qualche notizia delle virtù che, bambina negli anni ma adulta in sapienza, esercitava con le sue facoltà, come anche dei doni e delle rivelazioni divine che riceveva dalla mano dell'Altissimo.

La santissima bambina cresceva in età ed in grazia davanti a Dio e agli uomini, ma con tale corrispondenza che sempre la devozione superava la natura; mai la grazia si misurò con l'età, ma con la volontà divina e con gli alti fini ai quali la destinava l'impetuosa corrente della Divinità, che si andava a riversare e placare in questa città di Dio. L'Altissimo continuava ad assicurare i suoi doni e favori rinnovando sempre le meraviglie del suo braccio onnipotente, come se fossero state riservate per la sola Maria santissima. Sua Altezza corrispondeva in quella tenera età, colmando il cuore del Signore di perfetto ed adeguato compiacimento e gli angeli santi del cielo di ammirazione. Gli spiriti celesti osservavano tra l'Altissimo e la piccola Principessa una certa gara e competizione. Il potere divino, per arricchirla, traeva ogni giorno dai suoi tesori benefici nuovi ed antichi 1 riservati solo per Maria purissima; ella d'altra parte, siccome era terra benedetta, non solo non lasciava infruttuoso in se stessa il seme dell'eterna parola e dei suoi doni e favori, né solamente dava cento per uno come i più grandi santi, ma con stupore del cielo, sebbene tenera bambina, superava in amore, gratitudine, lode ed in tutte le virtù possibili i più eccelsi ed ardenti serafini, senza che ci fossero tempo, luogo, occasione o ministero in cui non operasse il sommo della perfezione allora a lei possibile.

658. Nei teneri anni della sua infanzia, quando già si era manifestata la sua capacità di leggere le Scritture, lo faceva molto spesso. Essendo piena di sapienza, confron~va nel suo cuore ciò che cono&ceva per mezzo delle rivelazioni divine con ciò che nelle Scritture era manifestato per beneficio di tutti. Durante questa lettura e questi arcani confronti, faceva suppliche ed orazioni continue e fervorose per la redenzione del genere umano e per l'incarnazione del Verbo. Leggeva più di frequente le profezie di Isaia e di Geremia ed i Salmi, trovando lì maggiormente espressi e ripetuti i misteri del Messia e della legge di grazia. Su ciò che di essi intendeva e comprendeva, poi, era solita interrogare gli angeli e proporre loro questioni altissime ed ammirabili. Molte volte parlava del mistero dell'umanità santissima del Verbo con incomparabile tenerezza, prendendo come oggetto dei suoi discorsi il suo dover essere bambino, nascere e venire allevato come gli altri uomini e dover nascere da madre vergine, crescere, patire e morire per tutti i figli di Adamo.

659. A queste parole e domande i suoi angeli e serafini rispondevano illuminandola di nuovo, confermandola e riscaldando il suo cuore ardente e verginale con nuove fiamme di amore divino, ma nascondendole sempre la sua dignità altissima, benché ella si offrisse molte volte con umiltà profondissima come schiava del Signore e della felice madre che egli doveva scegliere per nascere nel mondo. Altre volte, interrogando gli angeli santi, diceva con ammirazione: «Principi e signori miei, è possibile che il Creatore debba nascere da una creatura e la debba avere come madre, che l'Onnipotente ed infinito, colui che ha creato i cieli e non può essere contenuto in essi, debba chiudersi nel grembo di una donna e rivestirsi di una natura così limitata quale è quella terrena? Dunque colui che veste di bellezza gli elementi, i cieli ed i medesimi angeli si deve rendere passibile? E deve esserci nella nostra stessa natura umana una donna tanto fortunata da poter chiamare suo figlio colui che l'ha fatta dal niente e da sentirsi chiamare madre da colui che è increato e creatore di tutto l'universo? Oh, miracolo inaudito! Come avrebbe potuto la capacità terrena concepire un'idea così magnifica, se lo stesso Autore non l'avesse manifestata? Oh, meraviglia delle sue meraviglie! Oh, felici e beati gli occhi che lo vedranno ed i secoli che lo meriteranno!». A queste esclamazioni piene di amore gli angeli rispondevano spiegandole i misteri divini, eccetto quello che riguardava lei.

660. Ognuno dei sublimi, umili e ardenti affetti della bambina Maria era quel «capello della sposa» che feriva il cuore di Dio con saetta di amore così dolce che, se non fosse stato conveniente attendere l'età adatta ed opportuna per concepire e partorire il Verbo incarnato, il compiacimento dell'Altissimo - a nostro modo di intendere - non avrebbe potuto contenersi senza prendere subito la nostra umanità nel suo grembo. Non lo fece, benché ella dalla sua fanciullezza quanto alla grazia e ai meriti ne fosse già capace, per dissimulare e nascondere meglio il mistero dell'incarnazione e affinché l'onore della sua Madre santissima stesse ancora più al sicuro, corrispondendo il suo parto verginale all'età naturale delle altre donne. Il Signore, intanto, si rendeva sopportabile questa dilazione con gli affetti e con i graditi cantici che - a nostro modo di intendere - attentamente ascoltava dalla sua Figlia e sposa, la quale in breve doveva essere degna madre dell'eterno Verbo. Furono tanti e così sublimi i cantici ed i salmi composti dalla nostra Regina e signora che, secondo la luce datami su questo, se fossero stati scritti la santa Chiesa ne avrebbe molti più di quelli che ha ricevuto da tutti i Profeti ed i Santi. Maria purissima, infatti, espresse e comprese tutto ciò che essi scrissero ed oltre a ciò intese e disse molto di più di quanto essi giunsero a conoscere. L'Altissimo, però, dispose che la sua Chiesa militante avesse con sovrabbondanza negli scritti degli Apostoli e dei Profeti tutto quello che era necessario e riservò scritto nella sua mente divina tutto ciò che aveva rivelato alla sua Madre santissima, per manifestarne poi nella Chiesa trionfante quella parte che sarebbe stata conveniente alla gloria accidentale dei beati.

661. In ciò la benignità divina volle anche assecondare la volontà santissima di Maria nostra signora, la quale, per accrescere la sua prudentissima umiltà e per lasciare ai mortali questo raro esempio in virtù tanto eccellenti, sempre volle nascondere il segreto del Re. Quando, poi, fu necessario rivelarlo in qualche parte per ossequio di sua Maestà e per vantaggio della Chiesa, procedette con prudenza così divina che, essendo maestra, mai cessò di essere umilissima discepola. Di fatto nella sua fanciullezza consultava gli angeli santi e seguiva il loro consiglio; dopo la nascita del Verbo incarnato, tenne come esempio e maestro in tutte le sue azioni lo stesso suo unigenito; alla fine dei suoi misteri, dopo che fu salito al cielo, ella che era la grande Regina dell'universo ubbidiva agli Apostoli, come nel corso della Storia diremo. Fu questa una delle ragioni per cui san Giovanni evangelista copri di tanti enigmi i misteri che scrisse circa questa signora nell'Apocalisse, affinché si potessero intendere tanto della Chiesa militante quanto di quella trionfante.

662. L'Altissimo determinò che la pienezza delle grazie e delle virtù di Maria precedesse il culmine dei suoi meriti, estendendosi ad opere ardue e magnanime, nel modo possibile ai suoi teneri anni. Quindi, in una delle visioni nelle quali le si manifestò, sua Maestà le disse: «Sposa e colomba mia, io ti amo con infinito amore e voglio che tu faccia ciò che è più gradito agli occhi miei e dia intera soddisfazione al mio desiderio. Tu non ignori, figlia mia, il tesoro nascosto che racchiudono le tribolazioni e le pene che la cieca ignoranza dei mortali aborrisce. Tu sai che il mio Unigenito, quando si vestirà della natura umana, insegnerà il cammino della croce con la parola e con l'esempio, lasciandola in eredità ai miei eletti, come egli stesso la sceglierà per sé. Tu sai che stabilirà la legge di grazia sul fondamento fermo e nobile dell'umiltà e pazienza della croce, perché così richiede la condizione della natura degli uomini, tanto più dopo che per iJ peccato è rimasta depravata e male inclinata. È anche conforme alla mia equità e provvidenza che i morta-li giungano all'acquisto della corona di gloria attraverso le tribolazioni e la croce, mezzi con i quali la dovrà meritare anche il mio Figlio unigenito incarnato. Per tale ragione intenderai, sposa mia, che, avendoti eletta con la mia destra per mia delizia ed avendoti arricchita con i miei doni, non sarebbe giusto che la mia grazia stesse oziosa nel tuo cuore, che il tuo amore fosse privo del suo frutto o che ti mancasse l'eredità dei miei eletti. Per questo, voglio che ti disponga a patire tribolazioni e pene per amore mio».

663. A questa proposta l'invincibile principessa Maria rispose con cuore più costante di quello di tutti i santi e martiri. Disse a sua Divinità e maestà: «Signore Dio mio e re altissimo, ho dedicato tutte le mie azioni e facoltà e l'essere stesso che ho ricevuto dalla vostra bontà infinita alla vostra divina volontà, perché questa si adempia in tutto secondo l'elezione della vostra infinita sapienza e bontà. Se, o Signore, permettete anche a me di fare qualche scelta, io voglio solo patire per vostro amore fino alla morte. Vi supplico, mio Bene, di fare di questa vostra schiava un sacrificio ed olocausto di pazienza gradito agli occhi vostri. Io confesso il mio debito verso di voi, o Signore e Dio onnipotente e liberalissimo, perché nessuna delle creature vi deve quanto me; anzi, tutte insieme non vi sono tanto obbligate quanto me sola, sebbene io sia la più insufficiente a contraccambiare come desidero la vostra magnificenza. Perciò, se accettate il patire a titolo di una qualche ricompensa, vengano pure su di me le tribolazioni e tutti i dolori della morte. Vi chiedo solo la vostra divina protezione e, prostrata dinanzi al trono reale della vostra maestà infinita, vi supplico di non abbandonarmi. Ricordatevi, Signore mio, delle promesse fedeli che per mezzo dei nostri antichi Padri e Profeti avete fatto a tutti i vostri fedeli, cioè di favorire il giusto, stare con il tribolato, consolare l'afflitto, fargli ombra e difenderlo nella prova della tribolazione. Vere sono le vostre parole, infallibili e certe le vostre promesse, tanto che il cielo e la terra passeranno prima che passino esse, né la malizia della creatura potrà estinguere la vostra carità verso colui che spererà nella vostra misericordia. Si compia dunque perfettamente in me la vostra santa volontà».

664. L'Altissimo accettò questo sacrificio mattutino della tenera sposa e bambina Maria santissima e con aspetto compiaciuto le disse: «Bella sei nei tuoi pensieri, figlia del Principe, colomba mia e diletta mia; io accolgo i tuoi desideri, graditi agli occhi miei, e voglio che nel loro adempimento tu sappia come già si avvicina il tempo in cui, per mia divina disposizione, tuo padre Gioacchino deve passare dalla vita mortale a quella immortale ed eterna. La sua agonia sarà molto breve, subito riposerà in pace e sarà posto con i santi nel limbo, dove attenderà la redenzione di tutto il genere umano». Questo avviso del Signore non alterò né turbò il cuore regale della principessa del cielo, Maria; ma, siccome l'amore dei figli verso i genitori è un giusto debito della natura, e nella santissima bambina esso aveva tutta la sua perfezione, ella non poteva evitare il dolore naturale di restare priva del suo santissimo padre Gioacchino, che santamente amava come figlia. La tenera e dolce bambina senù questa dolorosa commozione, compatibile con la serenità del suo magnanimo cuore. Per questo, operando in tutto con grandezza d'animo e dando alla grazia ed alla natura ciò che a ciascuna spettava, fece una fervorosa orazione per suò padre Gioacchino. Chiese al Signore che, come onnipotente e Dio vero, lo guardasse nel transito della sua felice morte, difendendolo dal demonio specialmente in quell'ultima ora, conservandolo e stabilendolo nel numero degli eletti, poiché nella sua vita aveva confessato e magnificato il suo santo nome. Quindi, per vincolare maggiormente a ciò sua divina Maestà, la fedelissima figlia si offrì di patire per il suo padre santissimo Gioacchino tutto quello che il Signore avrebbe ordinato.

665. Sua Maestà accettò questa preghiera e consolò la divina Bambina, assicurandola che egli avrebbe assistito suo padre, come misericordioso e pietoso rimuneratore di quelli che lo amano e lo servono, e che lo avrebbe collocato tra i patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. Quindi, la predispose di nuovo a ricevere e patire tribolazioni. Otto giorni prima della morte del santo patriarca Gioacchino, Maria santissima ebbe un nuovo avviso del Signore, con cui egli le dichiarò il giorno e l'ora in cui doveva monre. Così in effetti accadde, dopo solo sei mesi da quando la nostra Regina era entrata a vivere nel tempio. Avvertita di questo, sua Altezza chiese ai dodici angeli - dei quali si è detto sopra che sono quelli che san Giovanni nomina nell'Apocalisse - di assistere suo padre Gioacchino nella sua infermità e di confortarlo e consolarlo in essa, come fecero. Poi, per l'ultima ora del suo transito inviò tutti quelli della sua custodia e domandò al Signore che li rendesse visibili a suo padre per sua maggiore consolazione. L'Altissimo glielo concesse subito ed in tutto assecondò il desiderio della sua eletta, unica e perfetta, cosicché il grande patriarca, il fortunato Gioacchino, vide i mille angeli santi che custodivano sua figlia Maria. La grazia dell'Onnipotente superò le sue domande ed i suoi desideri, poiché per suo ordine gli angeli dissero a Gioacchino queste parole:

666. «Uomo di Dio, l'Altissimo ed onnipotente sia tua salvezza eterna e ti invii dal suo luogo santo l'aiuto necessario ed opportuno per la tua anima. Maria, tua figlia, ci manda per assisterti in questa ora, nella quale devi pagare al tuo Creatore il debito della morte naturale. Ella èfedelissima e intercede con potenza per te presso l'Altissimo, nel cui nome e nella cui pace puoi partire consolato e felice da questo mondo, poiché ti ha fatto padre di una figlia così benedetta. Benché sua Maestà incomprensibile, per i suoi imperscrutabili giudizi, non ti abbia manifestato fino ad ora la dignità nella quale deve costituire tua figlia, vuole che tu la conosca adesso, perché lo magnifichi e lodi, unendo il giubilo del tuo spirito per tale notizia al dolore ed alla tristezza naturale della morte. Maria, tua figlia e nostra regina, è l'eletta dal braccio onnipotente affinché nel suo grembo si vesta di carne e forma umana il Verbo divino. Ella sarà la felice Madre del Messia e la benedetta fra tutte le donne, superiore ad ogni creatura ed inferiore solamente a Dio. Si, la tua figlia fortunatissima deve essere la riparatrice di quanto il genere umano ha perduto per la prima colpa e l'alto monte su cui si deve formare e stabilire la nuova legge di grazia. Ecco, dunque, che tu lasci già nel mondo la sua restauratrice ed una figlia per mezzo della quale Dio gli prepara il rimedio opportuno. Per questo, puoi partirne con giubilo della tua anima. Ti benedica il Signore da Sion e ti dia l'eredità dei santi, affinché tu arrivi alla visione ed al godimento della felice Gerusalemme».

667. Quando gli angeli santi dissero a Gioacchino queste parole, si trovava presente la sua santa sposa Anna, che lo assisteva al suo capezzale; ella udì ed intese tutto per divina disposizione. In quello stesso momento il santo patriarca Gioacchino perse la parola e, entrando per il sentiero comune ad ogni uomo, cominciò ad agonizzare con una meravigliosa lotta fra il giubilo di una così lieta notizia ed il dolore della morte. In questo conflitto, con le facoltà interiori fece molti e fervorosi atti di amore per Dio, di fede, di ammirazione, di lode, di riconoscenza, di umiliazione e di altre virtù, che esercitò eroicamente. Assorto così nella conoscenza appena ricevuta di un mistero così divino, giunse al termine della sua vita naturale con la preziosa morte dei santi. La sua anima santissima fu portata dagli angeli al limbo dei santi Padri e dei giusti. Così, l'Altissimo ordinava che, per nuova consolazione e luce della lunga notte in cui questi vivevano, l'anima del santo patriarca Gioacchino fosse il nuovo messaggero di sua Maestà, mandato ad annunziare a quei giusti che già spuntava il giorno dell'eterna luce e già ne era apparsa l'aurora, cioè Maria santissima figlia sua e di Anna, da cui sarebbe ben presto nato il sole della Divinità, Cristo redentore di tutto il genere umano. I santi Padri ed i giusti del limbo ascoltarono queste felici notizie e per il giubilo che ne sentirono innalzarono nuovi cantici di lode all'Altissimo.

668. Come ho riferito sopra, questa felice morte del patriarca san Gioacchino avvenne mezzo anno dopo che sua figlia Maria santissima era entrata nel tempio; quindi, ella aveva tre anni e mezzo d'età quando restò senza padre naturale sulla terra. L'età del patriarca era di sessantanove anni, ripartiti così: a quarantasei anni prese in sposa sant'Anna; venti anni dopo il matrimonio ebbero Maria santissima; aggiungendo i tre anni e mezzo che aveva allora sua Altezza, questi anni tutti insieme fanno sessantanove e mezzo, giorno più o giorno meno.

669. Defunto il santo patriarca, padre della nostra Regina, gli angeli santi della sua custodia tornarono subito alla sua presenza e le diedero notizia di tutto ciò che era avvenuto nel transito di suo padre. Subito la prudentissima bambina si rivolse a sollecitare con orazioni la consolazione di sua madre sant'Anna, domandando al Signore che la guidasse ed assistesse come padre nella solitudine in cui si trovava per la mancanza del suo sposo Gioacchino. Sant'Anna inviò a lei l'avviso della morte, che diedero prima alla maestra della nostra divina Principessa, affinché dandole tale notizia la consolasse, come fece. La sapientissima bambina stette ad ascoltarla, come se non sapesse ancora nulla, con gratitudine, con pazienza e con la calma di una regina. Siccome, però, in tutto era perfettissima, se ne andò subito al tempio a rinnovare a Dio l'offerta della lode, della preghiera, dell'umiltà, della pazienza e di altre virtù, procedendo sempre con passi tanto veloci quanto belli agli occhi di Dio. Poi, per conferire anche a queste azioni, come a tutte le altre, la massima perfezione, pregò i santi angeli di accompagnarla e sostenerla nel glorificare l'Altissimo.



Insegnamento che mi diede la Regina del cielo



670. Figlia mia, pensa molte volte nel segreto del tuo cuore alla stima che devi avere delle tribolazioni, veri benefici che l'arcana provvidenza di Dio dispensa con giustizia ed equità ai mortali. Questi sono i giudizi giusti in se stessi, più stimabili delle pietre preziose e dell'oro e più dolci del favo del miele per chi giudica secondo ragione. Voglio, anima, che tu sappia che per la creatura patire ed essere tribolata senza colpa, o non per la colpa, è beneficio tale che non può esserne degna senza grande misericordia dell'Altissimo; invece, che Dio faccia patire qualcuno per le sue colpe, benché sia misericordia, è molto giusto.

671. Se l'oro fugge dal crogiolo, il ferro dalla lima, il grano dal mulino o dalla trebbia, l'uva dal torchio, tutti saranno inutili e non si conseguirà il fine per cui furono creati. Quanto, dunque, si ingannano i mortali nel supporre di poter divenire puri e degni di godere Dio eternamente rimanendo pieni di brutti vizi e di abominevoli colpe, senza il crogiolo e la lima delle tribolazioni! Anche se fossero innocenti non sarebbero capaci né degni di conseguire il bene infinito ed eterno per premio e per corona, per cui, come saranno tali dimorando nelle tenebre in disgrazia di Dio? Eppure, i figli della perdizione impiegano tutta la loro sollecitudine nel conservarsi indegni e nemici di Dio e nel rigettare da sé la croce dei dolori, che sono il cammino per fare ritorno a Dio. Essi, infatti, sono luce per l'intelletto, disinganno delle apparenze, alimento dei giusti, mezzo unico della grazia, prezzo della gloria e soprattutto eredità legittima che il mio figlio e Signore elesse per sé e per i suoi, nascendo e vivendo sempre in mezzo alle sofferenze e morendo in croce.

672. È da ciò, figlia mia, che tu devi misurare il valore del patire, che i mondani non arrivano a capire perché sono indegni di questa conoscenza divina e, ignorandola, la disprezzano. Rallegrati e consolati nelle tribolazioni e, quando l'Altissimo si degnerà di inviartene qualcuna, procura di uscirle subito incontro, per riceverla come benedizione sua e come pegno del suo amore e della sua gloria. Dilata il tuo cuore con la magnanimità e la costanza, affinché nella sofferenza tu rimanga la stessa che sei nella prosperità e nei propositi. Poiché il Signore ama chi è lo stesso nel dare come nell'offrire, non compiere con malinconia ciò che hai promesso con allegrezza. Sacrifica, dunque, il tuo cuore e le tue facoltà in olocausto di pazienza. Anzi, quando l'Altissimo nel luogo del tuo pellegrinaggio ti tratterà come sua e ti segnerà con il sigillo della sua amicizia, che sono le pene e la croce delle tribolazioni, canta la sua giustizia con nuovi cantici di allegrezza e di lode.

673. Sappi intanto, o carissima, che il mio Figlio santissimo ed io desideriamo avere tra le creature qualche anima di quelle che sono arrivate al cammino della croce, a cui poter insegnare ordinatamente questa divina scienza, deviandola dalla sapienza mondana e diabolica in cui i figli di Adamo con cieca pertinacia cercano di avanzare allontanando da sé la salutare disciplina delle tribolazioni. Se, dunque, desideri essere nostra discepola, entra in questa scuola dove si insegnano la dottrina della croce e come cercare solo in questa il riposo e le vere delizie. Con questa sapienza non possono stare né l'amore terreno dei piaceri sensibili e delle ricchezze né la vana ostentazione e pompa che affascina gli occhi ottenebrati dei mondani, avidi di vanagloria e di quella falsa distinzione e grandezza che si attira l'ammirazione degli ignoranti. Tu invece, figlia mia, ama e scegli per te la parte migliore, cioè di essere nascosta e dimenticata dal mondo. Forse che io non ero Madre dello stesso Dio incarnato e quindi signora di ogni cosa creata insieme al mio figlio santissimo? E forse che egli non è una maestà infinita? Eppure, io fui poco conosciuta ed egli fu molto disprezzato dagli uomini. Se non fosse questo l'insegnamento più stimabile e sicuro, non l'avremmo dato con l'esempio e con le parole. Senza dubbio questa è luce che risplende nelle tenebre, amata dagli eletti ed aborrita dai reprobi.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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