DIFENDERE LA VERA FEDE
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Il Papa è davvero infallibile? Cosa è questa Infallibilità?

Last Update: 12/12/2018 11:00 PM
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11/28/2008 3:17 PM
 
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Amici, togliendo nomi e riferimenti personali, riporto una vecchia discussione che ritengo utile rileggere anche da qui....

Mi rendo conto che l'argomento è trito e ritrito, ma non posso non formularmi un'inevitabile domanda: se è stabilito il principio dell'infallibilità del papa, possiamo veramente pensare che i papi che guidarono l'inquisizione fossero illuminati e quindi infallibili?


Mi si potrà rispondere che l'infallibilità riguarda solo le decisioni che riguardano le cose di Dio e che il resto è un fatto umano. Ma possiamo veramente pensare che un uomo che abbia ricevuto l'illuminazione sulle cose di Dio riesca ciò nonostante a perpretare certe contraddizioni? E' possibile una tale dicotomia?
Può lo Spirito albergare solo in una parte dell'uomo e non nella sua totalità?

Quindi la domanda è: come si concilia il principio dell'infallibilità del papa con quanto sopra e chi l'ha stabilito?

Sono poi d'accordo sull'esigenza dell'obbedienza al successore di Pietro, perchè si creerebbe confusione e anarchia all'interno stesso della Chiesa, ma l'obbedienza cessa di essere una virtù quando si va contro alla stessa Legge di Dio, come in effetti avveniva.

Fraternamente

*******************************************************

Risposta:

Caro Amico...comprendo che a prima lettura, quando si legge la parola INQUISIZIONE, ciò che appare è la crudeltà degli strumenti scelti....e la propaganda continua contro la Chiesa che l'ha segnata per oltre due secoli.. [SM=g27992] ...

Ora a noi NON è dato di giudicare...e già questo ci dovrebbe far entrare nell'argomento tentando di porre un attimo da parte la NOSTRA sensibilità personale....e poter così valutare i fatti vedendone le ragioni, i problemi, le verità storiche occultate da chi aveva l'interesse di far apparire soltanto "mostruosità" di questa parola o peggio associare il concetto di mostruoso allo strumento dell'Inquisizione per il quale apriremo un altro thread nella sezione deidcata alla Storia della Chiesa [SM=g27988] .....
ecco cliccate qui per l'Inquisizione:
difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8079559&#idm...


Attenzione tuttavia che con ciò NON sto giustificando quel che appare evidente come un errore nella storia della Chiesa NELLA SUA APPLICAZIONE...il famoso "Mea Culpa" del Papa..mette in ginocchio anche quei cattolici fondamentalisti che gridano allo scandalo di una richiesta di perdono...tutt'altro che semplice parlare dell'Inquisizione ed associare il concetto dell'infallibilità se si riduce la storia ai sentimentalismi, offuscando al tempo stesso che cosa è questa infallibilità e che cosa è la storia degli uomini.....

Il "pacifismo" è un illusionismo di questo nostro tempo con il quale si pretende di giudicare il passato, specialmente contro la Chiesa...ergo ometterò di citare qui le responsabilità vere sulla questione dell'Inquisizione lasciandolo al thread apposito....


Veniamo ora alla tua domanda-richiesta di affrontare un evento storico in questa infallibilità attribuita ad una Persona...

...Tanto per cominciare infallibile NON è il Papa in quanto UOMO, persona, ma lo è solo NELL'UFFUCIO DEL SUO RUOLO, ergo ha a che fare con la Professione di Fede e la difesa della stessa, il riconoscimento di questa Infallibilità del Papa nasce da una MATURAZIONE degli eventi storici...nel corso di tutta la storia della Chiesa, non fu certo improvvisata, già dal primo secolo, già con Clemente I nell'80 d.C. nella sua Lettera ai Corinti, si registra questa AUTORITA' nella difesa della Fede....

Se vogliamo approfondire questa realtà, dobbiamo tenere a mente:

a) l'opera dello Spirito Santo che non ha mai abbandonato il Successore di Pietro in materia dottrinale conferendogli in tal senso il concetto dell'infallibilità durante ogni legittima successione;

b) che la definizione dogmatica invece, sull'infallibilità, giunse con il Concilio Vaticano I, quando la Chiesa, appuntò, maturò tutta la complessità della sua missione nel mondo...dal primo secolo fino ad oggi e domani, fino al ritorno del Capo della Chiesa, il Cristo Gesù, il quale giudicherà poi i suoi Vicari e per ciò che avranno o non avranno fatto... [SM=g27988]


Lo Spirito Santo di cui parliamo quando parliamo di Chiesa, NON alberga in un solo uomo....ne pretendiamo che abbia albergato in coloro che hanno commesso degli abusi durante il loro mandato [SM=g27988]... questa infallibilità di cui parliamo è incatenata alla promessa del Cristo: "e le porte degli inferi non prevarranno", assicurando così a Pietro e dunque ai suoi successori, questa che chiamiamo infallibilità nel governo della Chiesa in campo dottrinale..

Perchè dunque appare così in contrasto il concetto dell'infallibilità dottrinale con una certa severità usata dalla Chiesa durante il suo percorso?

Innanzi tutto perchè si tenta di ragionare con i parametri di oggi, con il pacifismo, con il concetto di democrazia....tutte acquisizioni estraneee a quei tempi... secondo perchè la Chiesa, che vive NEL mondo e che è comunque sia lasciata da Dio alla crescita dell'uomo stesso e della sua maturità, non di rado HA SUBITO così tanto che non aveva altra scelta, in determinati contesti, che di usare le maniere "forti" le quali, attenzione, non erano invenzione della Chiesa, ma strumenti già in dotazione dell'epoca, strumenti secolari NON ecclesiali. [SM=g27988]

Quando vogliamo attribuire un atto alla Chiesa, , occorre guardare e valutare se ciò proviene dalla cultura del suo tempo ed alla sua utilità, o se provenendo dalle dispute dottrinale non sia appunto da associare alla sua infallibilità....
In tal modo ci si renderà conto che MAI la Chiesa ha usato la sua infallibilità per fare del male...Volere il Male della persona è una cosa, correggere l'errore e gli erranti con gli strumenti in dotazione del proprio tempo è ben altra cosa...
Gli strumenti di morte, così come i Tribunali, le torture... non provengono infatti da una creatura papale o dalla sua dottrina infallibile...bensì dall'uomo in uso all'uomo che a seconda dei cicli storici, venivano usate più o meno con assidutà, violenza o anche clemenza...Non era dunque nè il Papa nè la sua infallibilità a decretare, ma le istanze della società culturale di un determinato tempo storico...che in quel tempo era chiamato "braccio secolare" il quale appunto non aveva nulla a che fare con l'Ecclesia o il Magistero anche se può essere accaduto che uomini DI Chiesa (non dunque LA Chiesa) ne abbiano approfittato per vendette personali, rigorismi di sorta, troppo zelo... [SM=g27988]

Ora dunque concludiamo con una risposta sull'Infallibilità...

Cos'è l' infallibilità papale? la risposta è in questo articolo che ho tratto da Totustuus.



L'infallibilità della Chiesa

L'infallibilità vuol dire impossibilità di cadere in errore e, nel caso nostro, si distingue in attiva e passiva. La prima (infall. in docendo) è propria dei pastori nell'esercizio del loro ufficio magisteriale, la seconda (infall. in credendo) dì tutti i fedeli nell'adesione al messaggio di fede. Ambedue sono reciprocamente causa ed effetto. Qui si parlerà soprattutto dell'infallibilità attiva.

1. Realtà dell'infallibilità.

La Chiesa nel definire una dottrina di fede e di morale è infallibile. De fide.
Il Concilio Vaticano I presuppose, nella definizione dell'infallibilità papale, quella della Chiesa dichiarando: "Il Papa, quando parla ex cathedra, gode... di quella infallibilità di cui il Divino Redentore volle fosse munita la sua Chiesa nel definire una dottrina di fede o di morale" (D. 1839 [DS- 3074]).
Avversari di questo dogma sono i riformatori, che respinsero insieme alla gerarchia, il magistero e la sua autorità, ed i modernisti, che contestarono l'istituzione divina del magistero ecclesiastico, disconoscendogli perciò anche l'infallibilità.
Cristo ha promesso agli Apostoli l'assistenza dello Spirito Santo e la sua propria nel compimento del loro ministero di maestri. Gv. 14, 16: "Io pregherò il Padre e vi darà un altro Confortatore, affinché rimanga sempre con voi, lo Spirito di verità". Mt. 28, 20: "Ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo". Cfr. Gv. 14, 26; 16, 13; Atti 1, 8.

L'assistenza costante di Cristo e dello Spirito Santo è garanzia della purezza e dell'incorruttibilità della predicazione degli Apostoli e dei loro successori.
Cristo richiede un'incondizionata "ubbidienza di fede" (Rom. 1, 5) alla predicazione dei suoi Apostoli e dei loro successori e ne fa dipendere la salute eterna: "Chi crede e si fa battezzare si salverà; chi non crede, sarà condannato" (Mc. 16, 16).
Egli si identifica addirittura con loro: "Chi ascolta voi, ascolta me; e chi rigetta voi, rigetta me" (Lc. 10, 16; cfr. Mt. 10, 40; Gv. 13, 20).
Ciò presuppone che gli Apostoli ed i loro successori siano, nel loro insegnamento, esenti dal pericolo di errare.
Paolo chiama la Chiesa "colonna e sostegno della verità" (1 Tim. 3, 15).


L'infallibilità della predicazione è un presupposto dell'unità e dell'indistruttibilità della Chiesa.
I Padri nella lotta contro le eresie, affermano che la Chiesa ha sempre conservata immune da errori la verità trasmessa dagli Apostoli e che la conserverà tale per ogni tempo. In opposizione alla falsa gnosi, IRENEO pone in risalto che la predicazione della Chiesa è sempre la medesima, poiché la Chiesa possiede lo Spirito Santo, lo spirito di verità: "Dove c'è la Chiesa, c'è anche lo Spirito di Dio, e dove c'è lo Spirito di Dio, c'è la Chiesa ed ogni grazia; ora lo Spirito è verità" (Adv. haer. III, 24, 1).

La Chiesa è la "dimora della verità", da cui gli eretici sono separati (III, 24, 2). La trasmissione della dottrina apostolica immune da errori viene garantita dalla ininterrotta successione dei vescovi a partire dagli Apostoli: "Essi (i vescovi) con la successione episcopale hanno ricevuto il sicuro carisma della verità secondo il beneplacito del Padre" (IV, 26, 2). Cfr. TERTULLIANO, De praescr. 28; CIPRIANO, Ep. 59, 7.
La ragione intima dell'infallibilità della Chiesa sta nell'assistenza dello Spirito Santo, che le fu promesso soprattutto per l'esercizio del suo magistero. Cfr. S. th. II-II, 1, 9; Quodl. 9, 16.

2. Oggetto dell'infallibilità.

a) Oggetto primario dell'infallibilità sono le verità formalmente rivelate concernenti la fede e i costumi. De fide (D. 1839 [DS. 3074]).
La Chiesa può non solo stabilire e proporre, interpretando in modo autentico la Scrittura e le testimonianze della Tradizione, il senso della rivelazione, ma anche individuare e prescrivere gli errori contrari; altrimenti il suo ufficio di "custode e maestra della parola di Dio rivelata" (D. 1793 [DS. 3012]), non potrebbe essere giustificato (D. 1798 [DS. 3018]).
b) Oggetto secondario dell'infallibilità sono quelle verità di fede e di morale che, benché non formalmente rivelate, sono però strettamente connesse con le rivelate. Sentenza certa (D. 1839 [DS- 3074]).
Ciò emerge dal fine dell'infallibilità stessa, che è quello di "santamente custodire e fedelmente esporre il deposito della fede" (D. 1836 [DS. 30701). La Chiesa non raggiungerebbe questo fine se non potesse decidere in modo infallibile, sia positivamente accertando la verità sia negativamente riprovando l'errore opposto, circa dottrine e fatti che sono in stretto rapporto con la rivelazione.
Appartengono all'oggetto secondario dell'infallibilità: 1) le conclusioni teologiche, che derivano da una verità formalmente rivelata e da una verità di ragione naturale; 2) i fatti storici, dal cui riconoscimento dipende la sicurezza di una verità rivelata (facta dogmatica); 3) le verità di ragione naturale, che sono strettamente connesse con le verità rivelate; 4) la canonizzazione dei santi, cioè il giudizio definitivo che un membro della Chiesa è stato accolto nella beatitudine eterna e dev'essere fatto oggetto del culto pubblico. Il culto reso ai santi, è, come insegna S. Tommaso, "una professione di fede, con cui crediamo alla gloria dei santi" (Quodl. 9, 16). Se la Chiesa potesse sbagliare nel suo giudizio, ne deriverebbero conseguenze inconciliabili con la sua santità.

3. Soggetti depositari dell'infallibilità.

Sono il Papa e tutto l'episcopato, cioè l'insieme dei vescovi in unione col Papa, loro capo.
a) Il Papa.
Il Papa è infallibile quando parla ex cathedra. De fide.
b) I vescovi.
L'insieme dei vescovi è infallibile quando, o riunito in Concilio ecumenico o disperso sulla faccia della terra, in unione con il Papa, propone una dottrina di fede o di morale come verità a cui tutti i fedeli devono attenersi. De fide.
Il Concilio di Trento insegna che i vescovi sono i successori degli Apostoli (D. 960 [D S. 1768]); similmente il Concilio Vaticano I (D. 1828 [DS. 3061]). Quali successori degli Apostoli, essi sono, al par di quelli, i pastori ed i maestri dei fedeli (D. 1821 [DS. 3050]). Essendo per ufficio maestri della fede. sono titolari dell'infallibilità attiva assicurata al magistero ecclesiastico.
Si distinguono due forme di attività nel magistero dell'episcopato, l'una straordinaria, l'altra ordinaria:
1) In modo straordinario i vescovi esercitano il loro infallibile potere magisteriale nel concilio generale o ecumenico in unione con il Papa; ed è proprio nelle decisioni dei concilii generali che l'attività dei loro magistero, istituito da Cristo, ha la più chiara manifestazione.
Nella Chiesa fu sempre viva la convinzione che le decisioni dei concilii generali sono infallibili.

S. ATANASIO, parlando della definizione di Nicea, scrive: "La parola del Signore espressa per opera del Concilio ecumenico di Nicea, rimane in eterno " (Ep. ad Afros, 2). GREGORIO MAGNO riconosce ed onora i primi quattro concilii generali come i quattro Vangeli, e pone sullo stesso piano anche il quinto (Ep. 1, 25).
Perché un concilio sia ecumenico è necessario: (a) che vi siano invitati tutti i vescovi residenziali della terra; (b) che in realtà convenga da diverse regioni un numero tale di vescovi che questi possano considerarsi come rappresentanti dell'intero episcopato; (c) che il Papa convochi il concilio, o almeno approvi con la sua autorità l'assemblea dei vescovi, ne abbia la presidenza in persona o mediante un suo rappresentante e ne confermi le decisioni. Mediante la conferma papale, che può essere esplicita o anche implicita, le decisioni acquistano valore giuridico universale (CIC 227).
I primi otto concilii ecumenici furono convocati dall'imperatore. Egli ne aveva anche ordinariamente la presidenza onorifica e la tutela esterna. Il secondo ed il quinto concilio ecumenico furono tenuti senza che il Papa o un suo rappresentante vi prendessero parte: per convocazione, composizione e direzione furono concilii plenari dell'Oriente, ma ottennero valore ecumenico quando il Papa, cioè l'intera Chiesa, in seguito ne riconobbe i decreti.
2) I vescovi esercitano il loro infallibile potere in modo ordinario quando, nelle proprie Diocesi, uniti moralmente con il Papa, annunciano concordemente le medesime dottrine di fede o di morale. Il Concilio Vaticano I dichiarò espressamente che anche le verità rivelate proposte dal magistero ordinario ed universale della Chiesa devono essere credute per fede divina e cattolica (D. 1792 [DS. 3011]).

Ora chi detiene il magistero ordinario e universale è precisamente l'episcopato diffuso su tutta la faccia della terra. La concordanza dei vescovi nella dottrina può essere stabilita dai catechismi che essi redigono, dalle loro pastorali, dai libri di preghiera che essi approvano e dalle decisioni dei sinodi particolari. E' sufficiente una concordanza moralmente universale in cui non deve mancare l'espressa o tacita approvazione del Papa, quale capo supremo di tutto l'episcopato.

Il singolo vescovo nel proclamare le verità di fede non è infallibile. La storia della Chiesa mostra che singoli membri dell'episcopato sono caduti in errore e in eresie, per es. Fotino, Nestorio. Per conservare integra la dottrina tradizionale, è sufficiente l'infallibilità collegiale dell'intero episcopato. Il singolo vescovo è però per la sua diocesi, in forza del suo ufficio, l'autentico, cioè autorevole maestro della fede, purché sia in comunione con la Santa Sede e si attenga alla dottrina generale della Chiesa.


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[Edited by Caterina63 11/27/2010 11:56 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Congregazione per la Dottrina della Fede
Dichiarazione DOMINUS IESUS

 


INTERVENTO DI S. E. MONS. TARCISIO BERTONE


Il grado di autorità (di un Documento Pontificio)

Una semplice, ma doverosa puntualizzazione sul grado di autorità della Dichiarazione "Dominus Iesus" si impone, specialmente considerando l'insistenza con cui- anche di recente- interventi e pubblicazioni di certi teologi hanno sollevato critiche al Motu proprio del Santo Padre "Ad tuendam fidem" e alla Nota dottrinale illustrativa della Formula della Professione di fede, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1998.


L'obiezione riguarda la presunta distinzione tra infallibilità dell'insegnamento e definitività della dottrina. Secondo alcuni la Nota dottrinale della CDF sostiene che il Magistero può proporre come definitive dottrine, che non sono insegnate infallibilmente.

La conclusione che ne viene tratta è che, dato che non sono infallibili, tali dottrine potrebbero essere considerate provvisorie o rivedibili e quindi discutibili da parte dei teologi.

Questa obiezione e la sua relativa conclusione, sono totalmente infondate e immotivate.

Se una dottrina è insegnata come definitiva, e quindi irreformabile, ciò presuppone che sia insegnata dal Magistero con atto infallibile, anche se di diversa tipologia.

Il vero problema perciò è un altro:

una dottrina può essere insegnata dal Magistero come definitiva sia con un atto definitorio e solenne ( dal Papa "ex cathedra" e dal Concilio ecumenico) sia con un atto ordinario non solenne (dal Magistero ordinario e universale del Papa e dei Vescovi in comunione con lui). Entrambi questi atti sono tuttavia infallibili.
 

È inoltre possibile che il Magistero ordinario del Papa confermi o riaffermi dottrine che appartengono d'altronde alla fede della Chiesa: in questo caso, il pronunciamento del Papa, pur non avendo il carattere di una definizione solenne, ripropone alla Chiesa dottrine infallibilmente insegnate come da credersi o da tenersi definitivamente, ed esige quindi dai fedeli un assenso di fede o definitivo.

Nella fattispecie della Dichiarazione "Dominus Iesus", si deve dire che esso resta un Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, che non gode quindi della prerogativa dell'infallibilità, in quanto emanato da un organismo inferiore al Papa e al collegio dei Vescovi in comunione con il Papa. Tuttavia gli insegnamenti delle verità di fede e di dottrina cattolica in esso contenuti, esigono da parte di tutti i fedeli un assenso definitivo e irrevocabile, non già in forza e a partire dalla pubblicazione della Dichiarazione, ma in quanto essi appartengono al patrimonio di fede della Chiesa e sono stati infallibilmente proposti dal Magistero in precedenti atti e documenti.
 

La Dichiarazione si presenta quindi, per sua propria natura, come un servizio alla fede, sia per salvaguardarla da errori e ambiguità che oscurano o addirittura alterano punti essenziali del suo patrimonio genuino, come il mistero dell'unicità e universalità salvifica di Cristo e il mistero dell'unità e dell'unicità della Chiesa sacramento universale della salvezza, sia per promuoverne una comprensione più approfondita, nella fedeltà e nella continuità con la Tradizione ecclesiale.

Tale servizio, che è esattamente l'opposto di una limitazione e di un soffocamento della ricerca teologica, apre l'intelligenza dei credenti, liberandola dal rischio della deviazione e della parzialità, per ricondurla nella direzione giusta verso la comprensione della pienezza della rivelazione divina. In tal senso il Documento è anche un servizio alla carità, a quella che Antonio Rosmini chiamava la "carità intellettuale", poiché la salus animarum, che per la Chiesa vale più di ogni altra cosa, richiede come condizione essenziale l'annuncio e la difesa della verità di fede.


card. Tarcisio Bertone
CLICCATE QUI per il testo integrale

[SM=g1740722]

[Edited by Caterina63 11/27/2010 11:56 AM]
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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6/15/2009 8:40 AM
 
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Dal forum dell'amico Cattolico Romano: Famiglia Cattolica
riporto questa osservazione che è stata fatta e che ci aiuta a comprendere il grado di confusione che circola, le falsità attraverso le quali molte persone sono ingannate....segue la mia risposta:

Affermazione:

A proposito dell'infallibilità, invece, certo che qualunque uomo essendo imperfetto non può essere infallibile! Anche un papa, finalmente, e mi riferisco a G.P.II, qualche anno fa, ha finalmente ammesso che neanche il papa è infallibile! Era l'ora direi! Peccato però che la Chiesa Cattolica se ne sia accorta solo con un "piccolo" ritardo di appena un paio di millenni !!! ;-)))))))


Risposta:

FALSO, MOLTO FALSO che Giovanni Paolo II abbia negato l'infallibilità....leggi attentamente la Ut unum sint da dove partì il discorso sull'infallibilità, fino al Documento ufficiale dello stesso Papa "Ad Tuendam Fidem" (Difendere la vera fede) nella quale egli ribadisce L'INFALLIBILITA' DELL'INSEGNAMENTO PONTIFICIO e torna a ribadire la scomunica e l'anatema paolino....
Giovanni Paolo II specificò che egli IN QUANTO PERSONA non è infallibile, ma in quanto SUCCESSORE DI PIETRO E NELL'INSEGNAMENTO DOTTRINALE tale infallibilità gli è data PER DIRITTO DIVINO dalla azione costante dello Spirito Santo che MAI abbandona la SUA Chiesa...
è FALSO pertanto insistere su una descrizione di Giovanni Paolo II atta a contraddire perfino il ruolo che ricopriva...se egli avesse creduto davvero che nella Chiesa non c'è infallibilità, avrebbe dovuto dimettersi e questo LO DISSE LUI IN UN DISCORSO AI GIORNALISTI PREGANDOLI DI NON USARE IL MAGISTERO COME SLOGAN SUI MEDIA E DI NON STORPIARE LE BATTUTE CHE LUI FACEVA, DI NON STRUMENTALIZZARLE....

Se hai davvero interesse per l'argomento, poni domande e leggiti i Documenti Ecclesiali...ma ti pregherei di non renderti complice di falsità che furono sparse contro quel Pontefice...

Disse così Giovanni Paolo II ai Vescovi Tedeschi quando condannò l'eresia del teologo Hans Kung:


Ogni tentativo di sostituire l’immagine della Chiesa, che proviene dalla sua natura e missione, con un’altra, ci allontanerebbe inevitabilmente dalle sorgenti della luce e della forza dello Spirito, di cui particolarmente oggi abbiamo grande bisogno. Non dobbiamo illuderci che un altro modello di Chiesa - più “laicizzato” - possa rispondere in modo più adeguato alle esigenze di una maggiore presenza della Chiesa nel mondo e alla sua maggiore sensibilità ai problemi dell’uomo. Tale può essere soltanto una Chiesa profondamente radicata in Cristo, nelle sorgenti della sua fede, speranza e carità.
(...)

Se qualcuno la intende diversamente, si scosta dall’autentica visione della fede e, anche se forse inconsciamente, ma in modo reale, distacca la Chiesa da colui che, come sposo, la ha “amata” e ha dato se stesso per lei. Dotando la Chiesa di tutto ciò che è indispensabile per compiere la missione che Cristo le ha affidata, poteva forse privarla del dono della certezza della verità professata e proclamata? Poteva, forse, privare di questo dono soprattutto coloro che, dopo Pietro e gli apostoli, ereditano una particolare responsabilità pastorale e magisteriale nei confronti di tutta la comunità dei credenti?

Appunto perché l’uomo è fallibile, Cristo - volendo conservare la Chiesa nella verità - non poteva lasciare i suoi pastori-Vescovi e innanzitutto Pietro e i suoi successori, senza quel particolare dono, che è l’assicurazione dell’infallibilità nell’insegnamento delle verità della fede e dei principi della morale.

Professiamo dunque l’infallibilità, che è un dono di Cristo dato alla Chiesa. E non possiamo non professarla, se crediamo nell’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa e incessantemente la ama.

Crediamo all’infallibilità della Chiesa, non per riguardo a qualsiasi uomo, ma per Cristo stesso.


Siamo convinti, infatti, che anche per colui il quale partecipa in modo speciale all’infallibilità della Chiesa, essa è essenzialmente ed esclusivamente una condizione del servizio, che egli deve esercitare in questa Chiesa. Infatti, da nessuna parte e tanto meno nella Chiesa, il “potere” può essere inteso ed esercitato, se non come servizio. L’esempio del maestro è qui decisivo
.

****************************************

Come vedi Giovanni Paolo II non ha mai rinnegato l'infallibilità della Chiesa e del ruolo petrino...spero che tu voglia corregge con questo le tue lacune...

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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11/27/2010 11:58 AM
 
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“Ognuno è libero di contraddirmi”  dal blog senzapelisullalingua di padre Giovanni Scalesi

Qualcuno dei miei lettori si sarà chiesto come mai finora non ho fatto alcun commento alla pubblicazione del libro-intervista di Benedetto XVI Luce del mondo, che tanto scalpore ha suscitato sui media. Beh, devo confessare che il mio silenzio, solitamente, non è casuale: quando taccio, è perché voglio tacere; è perché preferisco non prendere posizione su determinati argomenti. Anche in questo caso sono stato molto indeciso a intervenire, soprattutto perché c’è di mezzo il Papa. E io, del Papa, ho una concezione piuttosto sacrale: il Papa non può essere criticato; se proprio non si è d’accordo con lui (cosa sempre possibile), si tace.

Che cos’è che in questo caso mi induce a derogare alle mie convinzioni? Il fatto che, nel caso presente, Benedetto XVI, come è stato autorevolmente sottolineato, non ha voluto compiere un atto magisteriale. Nella premessa a Gesú di Nazaret, lui stesso aveva affermato: «Ognuno è libero di contraddirmi». Penso che la stessa libertà valga, a maggior ragione, in questa occasione.

Qualcuno penserà che io voglia contestare al Papa la sua “apertura” sull’uso del profilattico. No, non voglio entrare nel merito delle questioni affrontate nell’intervista. Voglio solo soffermarmi su una questione previa, diciamo cosí “procedurale”. Sarò un po’ all’antica; ma è proprio necessario che il Papa scriva libri e rilasci interviste? Personalmente lo trovo non solo non necessario, ma anche inopportuno. Perché? Perché, scrivendo un libro, il Papa non agisce piú come Papa, ma come semplice teologo (un tempo si sarebbe detto “dottore privato”). Si dirà: che male c’è? Non c’è nessun male; ma nella Chiesa, secondo me, ciascuno deve fare il proprio mestiere: il Papa, il Papa; il teologo, il teologo. Quando poi il Papa rilascia un’intervista, riferisce le sue personali opinioni, certamente autorevoli, ma pur sempre opinioni. E, se devo essere sincero, a me interessa relativamente che cosa pensa il Papa; a me interessa che cosa egli insegna.

Ho l’impressione che con gli ultimi due pontificati si sia persa, almeno in parte, la consapevolezza della peculiarità del ministero petrino: diventando Papa, un uomo in qualche modo cessa di essere ciò che era; il suo nuovo incarico in un certo senso si impossessa della sua persona. Si potrebbe dire che l’eletto diventa “un altro”. Non credo sia un caso che il Papa, all’elezione, cambi nome (questo non avviene per gli altri Vescovi). Non credo fosse un caso che, una volta, il Papa nel parlare non usasse la prima persona singolare (“io”), ma il pluralis maiestatis (“noi”). È ovvio che il Papa continuerà ad avere le sue personali convinzioni; ma queste non interessano piú, devono essere messe da parte. I fedeli non si aspettano da lui di essere aggiornati sulle sue opinioni, ma di essere confermati nella fede. E nel caso di un teologo, come l’attuale Pontefice? Secondo me, dovrebbe sacrificare la sua scienza, per consacrarsi esclusivamente al proprio servizio ecclesiale. Penso che l’ultimo Papa che ha avuto piena coscienza del ruolo che gli era stato affidato fu Paolo VI: aveva certamente le sue idee; un orientamento di grande apertura intellettuale lo aveva sempre contraddistinto; ma, una volta divenuto Papa, fu capace di mettere tutto fra parentesi e di concentrarsi esclusivamente nella difesa del dogma.

Oltre tutto, l’esperienza che stiamo facendo dovrebbe insegnare che si tratta di operazioni estremamente rischiose, che alla fine potrebbero rivelarsi controproducenti. È vero che Benedetto XVI, alla domanda di Padre Lombardi se si rendesse conto di tale rischio, pare abbia risposto con un sorriso. Personalmente però ho l’impressione che, nel suo candore, non sempre si renda perfettamente conto di quanto i figli di questo mondo siano piú scaltri dei figli della luce (Lc 16:8). Proprio nell’intervista, a un certo punto, riferendosi al discorso di Ratisbona, afferma:

«Avevo concepito quel discorso come una lezione strettamente accademica, senza rendermi conto che il discorso di un Papa non viene considerato dal punto di vista accademico, ma da quello politico. Da una prospettiva politica non si considerò il discorso prestando attenzione ai particolari; fu invece estrapolato un passo e dato ad esso un significato politico, che in realtà non aveva».

Questa volta è accaduto lo stesso. Di che cosa hanno parlato i media in questi giorni? Fra le molteplici questioni trattate nel libro, si sono concentrati esclusivamente sul profilattico (esattamente ciò che lui stigmatizza nell’intervista), e anche qui, senza prestare attenzione ai particolari, hanno dato alle sue parole un significato “politico”, che in realtà non avevano. Non che non si possa affrontare la questione, estremamente seria, dell’uso del condom; ma lasciamolo fare ai teologi moralisti. Se lo fa il Papa, inevitabilmente il discorso diventa “politico”.

L’unica differenza fra le due situazioni è che, nel caso di Ratisbona, le sue parole gli attirarono solo critiche; ora, a quanto pare, solo consensi. Ma anche questo dovrebbe suonare come un campanello di allarme. Parole di Benedetto XVI nell’intervista:

«Se avessi continuato a ricevere soltanto consensi, avrei dovuto chiedermi se stessi veramente annunciando tutto il vangelo».

Il Papa non me ne voglia; ma, se ci siamo presi la libertà di sollevare qualche perplessità, è perché gli vogliamo bene.


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Carissimo padre Giovanni, ancora una volta mi trova in perfetta sintonia con le sue riflessioni qui riportate:
http://querculanus.blogspot.com/2010/11/ognuno-e-libero-di-contraddirmi.html
 
"liberi di contraddire un Papa"....e ci aggiungerei un mesto punto interrogativo pensando alle parole di san Paolo "Tutto mi è lecito, ma non tutto giova"...
a cosa tornerebbe utile infatti CONTRADDIRE il Papa?
Certe contraddizioni getterebbero e gettano confusione su confusione e se il libro parla di Cristo quale "luce del mondo" con la libertà di contraddire il Papa oserei dire che il "buio invade gli animi dei fedeli"......
Contraddire il Papa infatti significherebbe PERDERE quella luce che Cristo ha proprio affidato al suo Vicario perchè portasse LUCE e non l'eventualità di contraddirlo....
 
Detto questo, dalla scia mediatica che tutti abbiamo un pò vissuto, mi è apparso chiaro di poter dire che il Papa è stato IMPRUDENTE.... poi l'estrapolare una singola frase da un contesto assai più ampio ed ortodosso, non hanno reso giustizia a quelle parole, tuttavia se il Papa avesse concluso quel pensiero parlando di PECCATO E DI CONVERSIONE usando i carti termini in uso alla sana Dottrina, probabilmente non si sarebbe prestato il fianco alle molteplici interpretazioni...
e così abbiamo avuto un catto-progressismo ad applaudire il Papa dicendo: "EVVIVA! Finalmente il Papa si è APERTO, ora il profilattico è LECITO E LEGITTIMO"
e abbiamo nondimeno il flusso estremista del tradizionalismo cattolico che grida allo scandalo ed accusa il Papa di cedimento e quasi di eresia....
Ma entrambi hanno torto! e tuttavia è il Papa stesso che si è prestato a questa libertà del contraddittorio che, comunque la si pensi, sulle questioni dottrinali NON deve esserci e non dovrebbe affatto scaturire la libera opinione....al contrario, dovrebbe e deve FAR MATURARE LA VIRTU' DELL'OBBEDIENZA.....
 
Sto leggendo il libro, in definitiva è comunque sia un'ottima catechesi ORTODOSSA ^__^
credo che il problema, come lei ha riportato caro padre Giovanni, sta anche ion questa riflessione, dove dice:
 
Ho l’impressione che con gli ultimi due pontificati si sia persa, almeno in parte, la consapevolezza della peculiarità del ministero petrino: diventando Papa, un uomo in qualche modo cessa di essere ciò che era; il suo nuovo incarico in un certo senso si impossessa della sua persona. Si potrebbe dire che l’eletto diventa “un altro”. Non credo sia un caso che il Papa, all’elezione, cambi nome (questo non avviene per gli altri Vescovi). Non credo fosse un caso che, una volta, il Papa nel parlare non usasse la prima persona singolare (“io”), ma il pluralis maiestatis (“noi”). È ovvio che il Papa continuerà ad avere le sue personali convinzioni; ma queste non interessano piú, devono essere messe da parte. I fedeli non si aspettano da lui di essere aggiornati sulle sue opinioni, ma di essere confermati nella fede. E nel caso di un teologo, come l’attuale Pontefice? Secondo me, dovrebbe sacrificare la sua scienza, per consacrarsi esclusivamente al proprio servizio ecclesiale. Penso che l’ultimo Papa che ha avuto piena coscienza del ruolo che gli era stato affidato fu Paolo VI: aveva certamente le sue idee; un orientamento di grande apertura intellettuale lo aveva sempre contraddistinto; ma, una volta divenuto Papa, fu capace di mettere tutto fra parentesi e di concentrarsi esclusivamente nella difesa del dogma.
 
 
********************
 
Tuttavia fu proprio da Paolo VI, però, che si cominciò a modificare l'immagine del ruolo petrino e della stessa Chiesa....
 La capacità della Chiesa di essere credibile non partiva più dalla sua dottrina, ma dalla capacità del Pontefice nel renderla credibile.
Quanto questa rivoluzione sia stata giusta o meno, lo dirà la storia, certo è che la crisi della Chiesa comincia proprio da quando ne venne intaccata l'immagine a partire dalla Liturgia.....e collegandoci sulle false interpretazioni del Concilio.... a proposito di questo il Papa spiega bene anche la questione della scomunica ai 4 Vescovi della FSSPX.... Egli onestamente riflette sul fatto che quella scomunica NON fu data perchè non accettarono il Vaticano II, il Papa spiega che non sarebbe corretto scomunicare per questo motivo ^__^ e dunque, spiega il Papa quando i 4 vescovi espressero il riconoscimento del ruolo petrino (evidentemente deve essere avvenuto nei colloqui privati con mons. Falley e il Papa stesso), quella scomunica, dice il Papa: "ANDAVA TOLTA"....
Non fu dunque solamente un "atto di misericordia", ma come dicevamo in passato, fu anche un atto di giustizia!
 
Io credo che se usato bene questo libro potrà offrire molto.... molto dipende da noi ed anche se non è facile, possiamo farlo!
Resta palese che mi auguro di cuore che il ruolo di Pietro non subisca ulteriori decadimenti o peggio, ad una sorta di primus INTER-PARIS che si vuole imporre....
 
Grazie per le sue riflessioni e Buona Domenica!


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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12/7/2010 10:34 PM
 
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[SM=g1740733] dal Blog Senza peli sulla lingua di padre Giovanni Scalese, una eccellente riflessione che condivido in totos:


Il segreto dell'indefettibilità della Chiesa

Ripensavo al mio post di ieri questa mattina, mentre leggevo la seconda lettura dell’Officium lectionis, tratta dalle lettere di Sant’Ambrogio:

«Non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. È battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato».

La mia attenzione si è fermata in particolare sulla frase che in italiano è stata tradotta: «È battuta dalle onde ma non è scossa». Se ci riflettete, cosí formulata, essa risulta contraddittoria: ciò che è battuto è per ciò stesso scosso. E infatti Ambrogio non dice questo; il testo originale suona: «Abluitur undis, non quatitur», che significa: «È lavata dalle onde, non scossa». Il che è ben diverso!

Mi veniva allora di pensare all’esperienza che la Chiesa sta attualmente vivendo con lo scandalo degli abusi. La campagna mediatica ingaggiata contro la pedofilia sembrerebbe una tempesta che sta scuotendo la Chiesa, col rischio di farla affondare. In realtà, ci ammonisce il Santo Vescovo di Milano, quelle onde che colpiscono la Chiesa, nonché squassarla, servono per lavarla. Come non si stanca di ricordarci il Santo Padre, invece di lamentarci contro i media che mettono in piazza il male presente nella Chiesa, dovremmo ringraziare il Signore che ci dà, con ciò, un’occasione di purificazione.

Un monaco del VI secolo, San Doroteo di Gaza, in una delle sue istruzioni (De accusatione sui ipsius), arriva al punto di dire che, anziché irritarci, dovremmo essere grati a quanti ci attaccano:

«Se vuole ottenere misericordia, [chi viene accusato] faccia penitenza, si purifichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello [che lo accusa] invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento, essendo stato messo da lui in un’occasione di progresso spirituale» (PG 88, 1699).

Ecco il segreto dell’indefettibilità della Chiesa: ciò che, secondo i suoi nemici, dovrebbe servire per affondarla, si trasforma inspiegabilmente in uno strumento di purificazione e di salvezza. Abluitur undis, non quatitur.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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7/18/2011 5:40 PM
 
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Anniversario del dogma dell'Infallibilità del Papa "ex cathedra".

Da (ri)leggere, e imparare, per poter meglio comprendere e difendere.

Roberto

"Il 18 luglio 1870, con la costituzione dogmatica Pastor aeternus (qui per il testo in italiano), Pio IX proclama il dogma dell’infallibilità del Papa, quando come maestro della fede e della vita cristiana, parla, insegna santifica, e governa ex cathedra con l’autorità di Cristo.
Occorre invocarlo per la Chiesa e per il mondo di oggi, vivendo con la sua certezza, così come egli diceva ai giovani di Azione cattolica, da lui avviata: “I nemici di Dio spariscono uno per uno, e la Chiesa resta. Saremo tribolati, ma vinti mai!”.

Si consiglia di leggere il testo integrale della Costituzione dogmatica


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Secondo tale dottrina il Papa, essendo sostenuto e ispirato dallo Spirito Santo nel suo incarico di Vicario di Cristo, deve quindi essere considerato infallibile e non può sbagliare quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il «suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani» e «definisce una dottrina circa la fede e i costumi».
Quanto da lui stabilito sotto queste condizioni «vincola tutta la Chiesa».

Il dogma dunque non si applica a tutti gli atti e le parole pronunciate dal Papa, ma vale solo quando egli proclama un nuovo dogma o afferma una dottrina in modo definitivo come rivelata.
Nella teologia cattolica il termine "rivelazione" ha assunto un significato specifico:
la rivelazione è l'insieme delle verità di fede (termine tecnico depositum fidei) contenute nella Sacra Scrittura, nella Tradizione (solitamente in maiuscolo, in particolare gli scritti dei Padri della Chiesa) e nel Magistero (l'insegnamento ufficiale della Chiesa, in particolare dei Papi).






PASTOR AETERNUS

Roma, pubblica sessione celebrata solennemente nella Basilica Vaticana, nell’anno 1870 dell’Incarnazione del Signore, il 18 luglio, XXV anno del Nostro Pontificato.



Il Pastore eterno e Vescovo delle nostre anime, per rendere perenne la salutare opera della Redenzione, decise di istituire la santa Chiesa, nella quale, come nella casa del Dio vivente, tutti i fedeli si ritrovassero uniti nel vincolo di una sola fede e della carità. Per questo, prima di essere glorificato, pregò il Padre non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che avrebbero creduto in Lui attraverso la loro parola, affinché fossero tutti una cosa sola, come lo stesso Figlio e il Padre sono una cosa sola. Così dunque inviò gli Apostoli, che aveva scelto dal mondo, nello stesso modo in cui Egli stesso era stato inviato dal Padre: volle quindi che nella sua Chiesa i Pastori e i Dottori fossero presenti fino alla fine dei secoli.
Perché poi lo stesso Episcopato fosse uno ed indiviso e l’intera moltitudine dei credenti, per mezzo dei sacerdoti strettamente uniti fra di loro, si conservasse nell’unità della fede e della comunione, anteponendo agli altri Apostoli il Beato Pietro, in lui volle fondato l’intramontabile principio e il visibile fondamento della duplice unità: sulla sua forza doveva essere innalzato il tempio eterno, e la grandezza della Chiesa, nell’immutabilità della fede, avrebbe potuto ergersi fino al cielo [S. LEO M., Serm. IV al. III, cap. 2 in diem Natalis sui].
E poiché le porte dell’inferno si accaniscono sempre più contro il suo fondamento, voluto da Dio, quasi volessero, se fosse possibile, distruggere la Chiesa, Noi riteniamo necessario, per la custodia, l’incolumità e la crescita del gregge cattolico, con l’approvazione del Sacro Concilio, proporre la dottrina relativa all’istituzione, alla perennità e alla natura del sacro Primato Apostolico, sul quale si fondano la forza e la solidità di tutta la Chiesa, come verità di fede da abbracciare e da difendere da parte di tutti i fedeli, secondo l’antica e costante credenza della Chiesa universale, e respingere e condannare gli errori contrari, tanto pericolosi per il gregge del Signore.





Capitolo I
Istituzione del Primato Apostolico nel Beato Pietro


Proclamiamo dunque ed affermiamo, sulla scorta delle testimonianze del Vangelo, che il primato di giurisdizione sull’intera Chiesa di Dio è stato promesso e conferito al beato Apostolo Pietro da Cristo Signore in modo immediato e diretto.
Solamente a Simone, infatti, al quale già si era rivolto: “Tu sarai chiamato Cefa” (Gv 1,42), dopo che ebbe pronunciata quella sua confessione:
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo”, il Signore indirizzò queste solenni parole: “Beato sei tu, Simone Bariona; perché non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli: e io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: qualunque cosa avrai legato sulla terra, sarà legata anche nei cieli, e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli” (Mt 16,16-19).
E al solo Simon Pietro, dopo la sua risurrezione, Gesù conferì la giurisdizione di sommo pastore e di guida su tutto il suo ovile con le parole:
“Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17).
A questa chiara dottrina delle sacre Scritture, come è sempre stata interpretata dalla Chiesa cattolica, si oppongono senza mezzi termini le malvagie opinioni di coloro che, stravolgendo la forma di governo decisa da Cristo Signore nella sua Chiesa, negano che Cristo abbia investito il solo Pietro del vero e proprio primato di giurisdizione che lo antepone agli altri Apostoli, sia presi individualmente, sia nel loro insieme, o di coloro che sostengono un primato non affidato in modo diretto e immediato al beato Pietro, ma alla Chiesa e, tramite questa, all’Apostolo come ministro della stessa Chiesa.
Se qualcuno dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non è stato costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli e capo visibile di tutta la Chiesa militante, o che non abbia ricevuto dallo stesso Signore Nostro Gesù Cristo un vero e proprio primato di giurisdizione, ma soltanto di onore: sia anatema.





Capitolo II
Perpetuità del Primato del Beato Pietro nei Romani Pontefici


Ciò che dunque il Principe dei pastori, e grande pastore di tutte le pecore, il Signore Gesù Cristo, ha istituito nel beato Apostolo Pietro per rendere continua la salvezza e perenne il bene della Chiesa, è necessario, per volere di chi l’ha istituita, che duri per sempre nella Chiesa la quale, fondata sulla pietra, si manterrà salda fino alla fine dei secoli. Nessuno può nutrire dubbi, anzi è cosa risaputa in tutte le epoche, che il santo e beatissimo Pietro, Principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da Nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: Egli, fino al presente e sempre, vive, presiede e giudica nei suoi successori, i vescovi della santa Sede Romana, da lui fondata e consacrata con il suo sangue [Cf. EPHESINI CONCILII, Act. III].
Ne consegue che chiunque succede a Pietro in questa Cattedra, in forza dell’istituzione dello stesso Cristo, ottiene il Primato di Pietro su tutta la Chiesa. Non tramonta dunque ciò che la verità ha disposto, e il beato Pietro, perseverando nella forza che ha ricevuto, di pietra inoppugnabile, non ha mai distolto la sua mano dal timone della Chiesa [S. LEO M., Serm. III al. II, cap. 3].
È questo dunque il motivo per cui le altre Chiese, cioè tutti i fedeli di ogni parte del mondo, dovevano far capo alla Chiesa di Roma, per la sua posizione di autorevole preminenza, affinché in tale Sede, dalla quale si riversano su tutti i diritti della divina comunione, si articolassero, come membra raccordate alla testa, in un unico corpo [S. IREN., Adv. haer., I, III, c. 3 et CONC. AQUILEI. a. 381 inter epp. S. Ambros., ep. XI] .
Se qualcuno dunque affermerà che non è per disposizione dello stesso Cristo Signore, cioè per diritto divino, che il beato Pietro abbia per sempre successori nel Primato sulla Chiesa universale, o che il Romano Pontefice non sia il successore del beato Pietro nello stesso Primato: sia anatema.





Capitolo III
Della Forza e della Natura del Primato del Romano Pontefice


Sostenuti dunque dalle inequivocabili testimonianze delle sacre lettere e in piena sintonia con i decreti, chiari ed esaurienti, sia dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, sia dei Concili generali, ribadiamo la definizione del Concilio Ecumenico Fiorentino che impone a tutti i credenti in Cristo, come verità di fede, che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il Primato su tutta la terra, e che lo stesso Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, Principe degli Apostoli, il vero Vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.
Proclamiamo quindi e dichiariamo che la Chiesa Romana, per disposizione del Signore, detiene il primato del potere ordinario su tutte le altre, e che questo potere di giurisdizione del Romano Pontefice, vero potere episcopale, è immediato: tutti, pastori e fedeli, di qualsivoglia rito e dignità, sono vincolati, nei suoi confronti, dall’obbligo della subordinazione gerarchica e della vera obbedienza, non solo nelle cose che appartengono alla fede e ai costumi, ma anche in quelle relative alla disciplina e al governo della Chiesa, in tutto il mondo. In questo modo, avendo salvaguardato l’unità della comunione e della professione della stessa fede con il Romano Pontefice, la Chiesa di Cristo sarà un solo gregge sotto un solo sommo pastore. Questa è la dottrina della verità cattolica, dalla quale nessuno può allontanarsi senza perdita della fede e pericolo della salvezza.
Questo potere del Sommo Pontefice non pregiudica in alcun modo quello episcopale di giurisdizione, ordinario e immediato, con il quale i Vescovi, insediati dallo Spirito Santo al posto degli Apostoli, come loro successori, guidano e reggono, da veri pastori, il gregge assegnato a ciascuno di loro, anzi viene confermato, rafforzato e difeso dal Pastore supremo ed universale, come afferma solennemente San Gregorio Magno: “Il mio onore è quello della Chiesa universale. Il mio onore è la solida forza dei miei fratelli. Io mi sento veramente onorato, quando a ciascuno di loro non viene negato il dovuto onore” [Ep. ad Eulog. Alexandrin., I, VIII, ep. XXX].
Dal supremo potere del Romano Pontefice di governare tutta la Chiesa, deriva allo stesso anche il diritto di comunicare liberamente, nell’esercizio di questo suo ufficio, con i pastori e con i greggi della Chiesa intera, per poterli ammaestrare e indirizzare nella via della salvezza. Condanniamo quindi e respingiamo le affermazioni di coloro che ritengono lecito impedire questo rapporto di comunicazione del capo supremo con i pastori e con i greggi, o lo vogliono asservire al potere civile, poiché sostengono che le decisioni prese dalla Sede Apostolica, o per suo volere, per il governo della Chiesa, non possono avere forza e valore se non vengono confermate dal potere civile.
E poiché per il diritto divino del Primato Apostolico il Romano Pontefice è posto a capo di tutta la Chiesa, proclamiamo anche ed affermiamo che egli è il supremo giudice dei fedeli [PII VI, Breve Super soliditate, d. 28 Nov. 1786] e che in ogni controversia spettante all’esame della Chiesa, si può ricorrere al suo giudizio [CONC. OECUM. LUGDUN. II]. È evidente che il giudizio della Sede Apostolica, che detiene la più alta autorità, non può essere rimesso in questione da alcuno né sottoposto ad esame da parte di chicchessia [Ep. Nicolai I ad Michaelem Imperatorem]. Si discosta quindi dal retto sentiero della verità chi afferma che è possibile fare ricorso al Concilio Ecumenico, come se fosse investito di un potere superiore, contro le sentenze dei Romani Pontefici.
Dunque se qualcuno affermerà che il Romano Pontefice ha semplicemente un compito ispettivo o direttivo, e non il pieno e supremo potere di giurisdizione su tutta la Chiesa, non solo per quanto riguarda la fede e i costumi, ma anche per ciò che concerne la disciplina e il governo della Chiesa diffusa su tutta la terra; o che è investito soltanto del ruolo principale e non di tutta la pienezza di questo supremo potere; o che questo suo potere non è ordinario e diretto sia su tutte e singole le Chiese, sia su tutti e su ciascun fedele e pastore: sia anatema.





Capitolo IV
Del Magistero Infallibile del Romano Pontefice


Questa Santa Sede ha sempre ritenuto che nello stesso Primato Apostolico, posseduto dal Romano Pontefice come successore del beato Pietro Principe degli Apostoli, è contenuto anche il supremo potere di magistero. Lo conferma la costante tradizione della Chiesa; lo dichiararono gli stessi Concili Ecumenici e, in modo particolare, quelli nei quali l’Oriente si accordava con l’Occidente nel vincolo della fede e della carità. Proprio i Padri del quarto Concilio di Costantinopoli, ricalcando le orme dei loro antenati, emanarono questa solenne professione: “La salvezza consiste anzitutto nel custodire le norme della retta fede. E poiché non è possibile ignorare la volontà di nostro Signore Gesù Cristo che proclama: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”, queste parole trovano conferma nella realtà delle cose, perché nella Sede Apostolica è sempre stata conservata pura la religione cattolica, e professata la santa dottrina. Non volendo quindi, in alcun modo, essere separati da questa fede e da questa dottrina, nutriamo la speranza di poterci mantenere nell’unica comunione predicata dalla Sede Apostolica, perché in lei si trova tutta la vera solidità della religione cristiana” [Ex formula S. Hormisdae Papae, prout ab Hadriano II Patribus Concilii Oecumenici VIII, Constantinopolitani IV, proposita et ab iisdem subscripta est]. Nel momento in cui si approvava il secondo Concilio di Lione, i Greci dichiararono: “La Santa Chiesa Romana è insignita del pieno e sommo Primato e Principato sull’intera Chiesa Cattolica e, con tutta sincerità ed umiltà, si riconosce che lo ha ricevuto, con la pienezza del potere, dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, Principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è successore, e poiché spetta a lei, prima di ogni altra, il compito di difendere la verità della fede, qualora sorgessero questioni in materia di fede, tocca a lei definirle con una sua sentenza”. Da ultimo il Concilio Fiorentino emanò questa definizione: “Il Pontefice Romano, vero Vicario di Cristo, è il capo di tutta la Chiesa, il padre e il maestro di tutti i Cristiani: a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il supremo potere di reggere e di governare tutta la Chiesa”.
Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni [Cf. S. BERN. Epist. CXC]. Gli stessi Romani Pontefici, come richiedeva la situazione del momento, ora con la convocazione di Concili Ecumenici o con un sondaggio per accertarsi del pensiero della Chiesa sparsa nel mondo, ora con Sinodi particolari o con altri mezzi messi a disposizione dalla divina Provvidenza, definirono che doveva essere mantenuto ciò che, con l’aiuto di Dio, avevano riconosciuto conforme alle sacre Scritture e alle tradizioni Apostoliche. Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede. Fu proprio questa dottrina apostolica che tutti i venerabili Padri abbracciarono e i santi Dottori ortodossi venerarono e seguirono, ben sapendo che questa Sede di San Pietro si mantiene sempre immune da ogni errore in forza della divina promessa fatta dal Signore, nostro Salvatore, al Principe dei suoi discepoli: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede, e tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli”.
Questo indefettibile carisma di verità e di fede fu dunque divinamente conferito a Pietro e ai suoi successori in questa Cattedra, perché esercitassero il loro eccelso ufficio per la salvezza di tutti, perché l’intero gregge di Cristo, distolto dai velenosi pascoli dell’errore, si alimentasse con il cibo della celeste dottrina e perché, dopo aver eliminato ciò che porta allo scisma, tutta la Chiesa si mantenesse una e, appoggiata sul suo fondamento, resistesse incrollabile contro le porte dell’inferno.
Ma poiché proprio in questo tempo, nel quale si sente particolarmente il bisogno della salutare presenza del ministero Apostolico, si trovano parecchie persone che si oppongono al suo potere, riteniamo veramente necessario proclamare, in modo solenne, la prerogativa che l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di legare al supremo ufficio pastorale.
Perciò Noi, mantenendoci fedeli alla tradizione ricevuta dai primordi della fede cristiana, per la gloria di Dio nostro Salvatore, per l’esaltazione della religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio proclamiamo e definiamo dogma rivelato da Dio che il Romano Pontefice, quando parla ex cathedra, cioè quando esercita il suo supremo ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, e in forza del suo supremo potere Apostolico definisce una dottrina circa la fede e i costumi, vincola tutta la Chiesa, per la divina assistenza a lui promessa nella persona del beato Pietro, gode di quell’infallibilità con cui il divino Redentore volle fosse corredata la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede e ai costumi: pertanto tali definizioni del Romano Pontefice sono immutabili per se stesse, e non per il consenso della Chiesa.
Se qualcuno quindi avrà la presunzione di opporsi a questa Nostra definizione, Dio non voglia!: sia anatema.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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[SM=g1740722]Mons. Negri: Infallibilità e società anti-cattolica
03 Nov 2011


Infallibile!
di Mons. Luigi NEGRI
mons. Luigi Negri


Verità dogmatica della fede cattolica: quando, da Pastore e Maestro di tutti i cristiani, definisce dottrine in materia di fede e morale, il Papa è infallibile. Dottrina antichissima e solennemente definita nel Concilio Vaticano I.
Ma anche esigenza irrinunciabile per la verità della fede e della carità. E per la libertà della Chiesa.

 

L’infallibilità del Papa appartiene in modo singolarmente significativo alla struttura sacramentale ed organicamente ordinata con cui il Signore Gesù Cristo ha istituito la Sua Chiesa.

Secondo il dettato stesso della Costituzione Dogmatica “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I in cui è contenuta la solenne dichiarazione del magistero infallibile: “Ma ciò che il Signore Gesù Cristo, Principe dei pastori e Pastore supremo del gregge, ha istituito nella persona del beato Apostolo Pietro per la salvezza eterna e il perenne bene della Chiesa, deve necessariamente, per volontà dello stesso Cristo, durare per sempre nella Chiesa, che, fondata sulla pietra, resterà incrollabile fino alla fine dei secoli. Infatti nessuno dubita, anzi è noto a tutti i secoli, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ha ricevuto le chiavi del regno da nostro Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano: fino al presente e per sempre è lui che, nella persona dei suoi successori, ossia i vescovi della santa sede di Roma, da lui fondata e consacrata dal suo sangue, vive presiede e esercita il potere di giudicare”.
“Per cui chiunque succede a Pietro in questa cattedra, per istituzione dello stesso Cristo, riceve il primato di Pietro su tutta la chiesa. ‘Rimane, allora, ciò che ha disposto la verità, e il beato Pietro, conservando la granitica solidità che ha ricevuto, non ha lasciato la guida della Chiesa a lui affidata’ (S. Leone, Sermo III). Per questo motivo è sempre stato necessario che ogni chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa Romana, in forza della sua origine superiore, affinché in questa sede, da cui si diffondono su tutti i diritti della veneranda comunione, come membra unite nel capo, si unissero nella compagine di un solo corpo”.

L’autentica esperienza della Chiesa vive dunque nella realtà del popolo cristiano autorevolmente guidato dal successore dell’apostolo Pietro e dal collegio dei successori degli apostoli, uniti da vincoli di profonda obbedienza e comunione con il successore dell’apostolo Pietro: in questa unità e per questa unità la parola di Dio viene rettamente predicata ed autenticamente interpretata, i sacramenti validamente celebrati, la tradizione tramandata di generazione in generazione in modo dinamico e vitale, la comunione ecclesiale ritrova il suo autentico fondamento sacramentale e la missione nasce e rinasce come inderogabile compito di tutto il popolo cristiano.
Indubbiamente quindi la presenza e il magistero del Papa, nella storia bimillenaria della Chiesa, sono state concepite e vissute come la garanzia in ultima istanza per la verità della fede e l’autenticità della carità. Secondo il dettato del Concilio di Firenze: “Il vescovo di Roma è il vero vicario di Cristo, il capo di tutta la Chiesa, il padre ed il dottore di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato dal Signore nostro Gesù Cristo il pieno potere di pascere, reggere e governare la chiesa universale”.


Difesa ultima, quindi, contro la varietà e la dialettica delle varie opinioni e delle varie opzioni culturali ed ideologiche che, ciclicamente, hanno teso a dividere l’unità della Chiesa ed a sostituire all’esperienza viva della "communio" opzioni intellettualistiche o opzioni politiche.
Non è sufficiente l’ordine sacro per offrire questa garanzia: la storia degli scismi e delle eresie che hanno duramente provato l’organismo ecclesiale, nella stragrande maggioranza dei casi, è storia di ecclesiastici ed anche di vescovi. L’unità della fede e della carità è affidata ad una persona, nel cui magistero si è rigorosamente certi che tutto il dogma della tradizione ecclesiale viene salvato in modo infallibile.
Dottrina antichissima, indiscussa nella vita e nella storia della chiesa, e solennemente esplicitata nel corso del Concilio Vaticano I in presenza di gravi e devastanti provocazioni che il mondo laicistico e secolarizzato poneva alla vita della Chiesa.
Secondo il dettato della Costituzione Dogmatica Pastor Aeternus: "Ma poiché in questa età, in cui questa salutare efficacia dell’ufficio apostolico è più che mai necessaria, non mancano persone che ne contestano l’autorità, crediamo assolutamente necessario affermare solennemente la prerogativa, che ‘unigenito Figlio di Dio si è degnato congiungere col supremo ufficio pastorale.
Per questo noi, aderendo fedelmente alla tradizione accolta fin dall’inizio della fede cristiana, per la gloria di Dio, nostro salvatore, per l’esaltazione della religione cattolica e la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del santo concilio, insegniamo e definiamo essere dogma divinamente rivelato: che il vescovo di Roma, quando parla ex Cathedra, cioè quando, adempiendo il suo ufficio di pastore e di dottore di tutti i cristiani, definisce, in virtù della sua suprema autorità apostolica, che una dottrina in materia di fede o di morale deve essere ammessa da tutta la Chiesa, gode, per quell’assistenza divina che gli è stata promessa nella persona del beato Pietro, di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto fosse dotata la sua Chiesa, quando definisce la dottrina riguardante la fede o la morale. Di conseguenza queste definizioni del vescovo di Roma sono irreformabili per se stesse, e non in virtù del consenso della Chiesa".

Nella seconda metà del secolo XIX il processo di formazione di una società decisamente anticattolica nella quale lo Stato, concepito secondo una connotazione totalitaria pretendeva di essere l’unica fonte di potere, di ordine e di razionalità, raggiungeva il suo punto più alto. Parte fondamentale di questo tentativo era la lotta alla Chiesa, vuoi come eliminazione fisica della sua presenza, vuoi come tentativo di inserirla nell’ambito della vita statale. Si tese, in varie forme, a creare "chiese nazionali" separate da Roma e quindi più deboli, più facilmente condizionabili dal potere dominante. La Chiesa capì allora che una più esplicita e solenne dottrina sulla funzione e le prerogative del Pontefice romano era condizione di verità della esperienza ecclesiale e di libertà nei confronti dei vari tentativi che venivano compiuti per assoggettarla al potere mondano. In questo contesto la Pastor aeternus, che, in perfetta coerenza con la tradizione, compie il passo di questa solenne esplicitazione, illumina non soltanto i tempi in cui venne pubblicata ma anche i decenni che dovevano venire.
Senza la presenza e la responsabilità unica del Papa, la Chiesa più difficilmente avrebbe potuto combattere, come in effetti combatté, la sua grande battaglia per la propria libertà e per la libertà dei popoli.


Dalla Pastor aeternus

Chi dunque affermerà che il beato Pietro Apostolo non fu costituito da Cristo Signore Principe di tutti gli Apostoli, e Capo visibile di tutta la Chiesa militante; oppure ch’egli ricevette dal medesimo Signore nostro Gesù Cristo direttamente e immediatamente un Primato solamente di onore, ma non una vera e propria giurisdizione: sia scomunicato.
(Concilio Vaticano I, Costituzione apostolica Pastor aeternus, cap. I).

Nessuno dubita, anzi è noto a tutte le generazioni, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ha ricevuto dal Signore nostro Gesù Cristo, Salvatore e Redentore del genere umano, le chiavi del Regno; e che Pietro vive e presiede, e giudica, fino ad ora e per sempre, nei suoi successori, i vescovi della santa Romana Sede, fondata da lui stesso e consacrata col suo sangue".
(Concilio Vaticano I, Costituzione apostolica Pastor aeternus, cap. II).


IL TIMONE N. 12 - ANNO III - Marzo/Aprile 2001



[SM=g1740722]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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5/15/2012 6:38 PM
 
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La « tesi Ocariz » contraddetta anche dalla « tesi Ratzinger »

 
 cardinale Ratzinger
 
 

          Cardinal Ratzinger : “[l’Istruzione “Donum Veritatis”] afferma - forse per la prima volta con questa chiarezza - che ci sono delle decisioni del magistero che non possono essere un’ultima parola sulla materia in quanto tale, ma sono in un ancoraggio sostanziale nel problema,innanzitutto anche un’espressione di prudenza pastorale, una specie di disposizione provvisoria.
Il loro nocciolo resta valido, ma i singoli particolari sui quali hanno influito le circostanze dei tempi, possono aver bisogno di ulteriori rettifiche. Al riguardo si può pensare sia alle dichiarazioni dei Papi del secolo scorso sulla libertà religiosa, come anche alle decisioni antimodernistiche dell’inizio del secolo
”. (Osservatore Romano, 27 giugno 1990, p. 6 ).
Monsignor Ocáriz : “il concilio Vaticano II non definì alcun dogma, nel senso che non propose mediante atto definitivo alcuna dottrina. Tuttavia il fatto che un atto del magistero della Chiesa non sia esercitato mediante il carisma dell’infallibilità non significa che esso possa essere considerato «fallibile» nel senso che trasmetta una «dottrina provvisoria» oppure «autorevoli opinioni». Ogni espressione di magistero autentico va recepita come è veramente: un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei Verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen gentium, n. 25), «alla luce dello Spirito Santo» (Ibidem)”. (Osservatore Romano, 2 dicembre 2011, p. 6)


Il Cardinal Ratzinger afferma chiaramente che esiste un Magistero che è provvisorio e dà un esempio.Questo Magistero, secondo il Cardinale, non è l’ultima parola su una materia, ossia non si tratta evidentemente d’un Magistero infallibile, ma d’un Magistero puramente autentico, che potrebbe essere soggetto a rettifiche su alcuni aspetti.
Tale Magistero potrebbe essere l’espressione della prudenza pastorale, un contributo in rapporto ad un problema. Le decisioni prudenziali possono e talvolta debbono cambiare a seconda delle circostanze. Tale insegnamento inclina verso una posizione senza per questo condannare l’altra posizione. Si tratta d’un Magistero esercitato in un preciso momento e per le circostanze del momento, potendo quindi cambiare se le circostanze cambiano. Il Cardinale non afferma che tutto il Magistero non-infallibile è esplicitamente provvisorio, ma che esiste anche un Magistero di questo tipo. Classicamente questa sorta di Magistero provvisorio, è detto quello che afferma che una tale dottrina è tuta vel non tuta.

Tale Magistero non vuole metter fine alla questione, ma indica che una determinata dottrina, nel contesto contemporaneo a tale atto del Magistero, può essere insegnata senza pericolo per la fede o la morale oppure che, al contrario, essa non può essere insegnata senza mettere in pericolo la fede o la morale. Allo stesso modo, per esempio, una tesi filosofica può essere condannata come non tuta, non perché il Magistero la consideri falsa in maniera assoluta, ma perché nelle circostanze del momento (considerando in particolare lo stato in cui si trova la teologia, la filosofia o la scienza nel citato momento) non si riesce a conciliarla agevolmente col Deposito Rivelato ed è dunque imprudente tenerla. Col tempo il Magistero può condannare definitivamente tale teoria o affermarne la sua compatibilità con la Rivelazione. In tale quadro può vedersi il caso della condanna di Galileo Galilei, cui fu chiesto di non insegnare in maniera perentoria ciò che all’epoca era solo una tesi non provata e di non fare connessioni esegetiche con le sue teorie. In linea di principio dunque un Magistero puramente autentico e provvisorio può esistere, come l’afferma il Cardinal Ratzinger. Che tale sia il caso del Magistero contro la libertà religiosa del XIX secolo e delle decisioni magisteriali contro il modernismo all’inizio del secolo XX, resta quantomeno estremamente dubbio[1]. 

Un’analisi dell’affermazione di Mons. Ocariz non è facile, poiché il testo manca di chiarezza.
Si vuol semplicemente dire che il Magistero del Vaticano II non appartiene a questo tipo di Magistero fallibile provvisorio ?
Magistero che esisterebbe dunque altrove, ma non nel caso dell’ultimo Concilio?
Si può interpretare in tal modo la sua affermazione ambigua: “il fatto che un atto del magistero della Chiesa non sia esercitato mediante il carisma dell’infallibilità non significa che esso possa essere considerato «fallibile» nel senso che trasmetta una «dottrina provvisoria» oppure «autorevoli opinioni»” ? In tal maniera afferma forse che un atto di Magistero (puramente) autentico non trasmette necessariamente una dottrina provvisoria, benché possa farlo ? O in senso contrario vuole dire che nessun atto di Magistero (puramente) autentico può essere provvisorio ?

Sembra piuttosto essere questo ciò che la sua ultima frase vuole indicare, poiché, per spiegare l’affermazione che il Vaticano II non è provvisorio, finisce per inglobare tutto il Magistero autentico: “Ogni espressione di magistero autentico va recepita come è veramente: un insegnamento dato da Pastori che, nella successione apostolica, parlano con il «carisma della verità» (Dei verbum, n. 8), «rivestiti dell’autorità di Cristo» (Lumen gentium, n. 25), «alla luce dello Spirito Santo» (ibidem) »”. Mons. Ocáriz sembra quindi piuttosto escludere la possibilità di qualsiasi Magistero provvisorio, contraddicendo il Cardinal Ratzinger, la pratica della Chiesa e la dottrina comune dei teologi. 

Si deve inoltre affermare che un Magistero non-infallibile rimane sempre accompagnato da un certo carattere provvisorio, altrimenti si avrebbe a che fare con un Magistero sempre definitivo, immutabile, irreformabile, in finale infallibile. La distinzione tra fallibile e infallibile, data dalla Chiesa stessa, non avrebbe più alcun senso. Questo carattere provvisorio può essere espresso o direttamente (o esplicitamente) dal Magistero quando afferma che una dottrina è tuta vel non tuta, o indirettamente (o implicitamente) quando il Magistero afferma una dottrina (insegnandone la verità) o la condanna (insegnandone la falsità), senza tuttavia metter fine alla questione. Bisogna anche aggiungere che tale carattere provvisorio può avere più graduazioni. E tale Magistero puramente autentico, anche se non è direttamente o esplicitamente provvisorio non è de iure infallibile e resta riformabile. Si tratta d’un insegnamento che può contenere errori, anche se ciò resta assai raro, e conseguentemente non si può in nessun modo esigere un assenso assoluto per il solo fatto che si tratta d’un atto magisteriale dell’autorità ecclesiastica.
 
 
Don Daniel Pinheiro


                                                                                                


[1]Tale Magistero non è Magistero Straordinario Infallibile, ma è molto probabilmente Magistero Ordinario Pontificio Infallibile, fondato sulla Rivelazione stessa. Questa posizione ha inoltre, a suo fondamento, delle solide ragioni dottrinali e teologiche.  Sulla libertà religiosa si rinvia allo studio di Mons. De Castro Mayer.

Pubblicato da Disputationes Theologicae

Fraternamente CaterinaLD

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8/4/2013 10:04 PM
 
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[SM=g1740758] Un chiarimento davvero semplice, da Padre Angelo da AmiciDomenicani, sulla questione dell'infallibilità...


Un sacerdote risponde

Se il pronunciamento di Giovanni Paolo II sull'impossibilità di conferire il sacerdozio alle donne sia una parola defintiva

Quesito

Caro padre Angelo: 
prima di tutto un caro saluto e un grazie per il tuo prezioso servizio.
Ho avuto occasione di scriverti altre volte e colgo l'occasione di ringraziarti nuovamente per le tue risposte.
Vado al dunque.
Dialogando coi miei confratelli sul sacerdozio femminile, è sorto tale dubbio: la lettera apostolica "Ordinatio Sacerdotalis" di Giovanni Paolo II, ha valore dogmatico (così come quello dell'Immacolata, per capirci)? Si può considerarla come parola definitiva sulla questione? Si può affermare che il Papa si sia pronunciato "ex cathedra?" Insomma: questo documento preclude ad un eventuale prossimo Papa la possibilità di ripensare la questione?
Grazie.
Un saluto molto cordiale: 
fr. Ignazio


Risposta del sacerdote

Caro fr. Ignazio,
1. riporto a favore dei nostri visitatori quanto Giovanni Paolo II ha scritto nella lettera apostolica Ordinatio sacerdotalisdel 22.5.1994: “Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.
Come vedi, il Papa ha detto che tutti i fedeli devono ritenere in modo definitivo questo dottrina della Chiesa.

2. Le grandi affermazioni del Magistero della Chiesa possono essere espresse in due maniere: in modo definitorio oppurein modo definitivo.

3. Il modo definitorio si esprime attraverso il dogma ed è infallibile.
E chi nega il dogma è eretico e come tale, da se stesso, si mette fuori dalla comunione della Chiesa.
Il modo definitorio viene espresso nelle dichiarazioni ex cathedra, come avvenne per la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria in corpo e anima al cielo.
Oppure anche con le asserzioni dei Concili che si concludono con questa espressione: anatema sit (sia anatema, scomunicato).

4. Il modo definitivo si ha quando il Papa esprime da solo impegnando direttamente il suo compito di confermare nella fede o in comunione con l’episcopato diffuso su tutta la terra la dottrina della Chiesa.
Il Magistero definitivo è infallibile quanto il magistero definitorio, come si evince dalla costituzione dogmatica Lumen gentium n. 25 e dalla “Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della professione di fede” (18.5.1998) nella quale si legge: “Per quanto riguarda la natura dell’assenso dovuto alle verità proposte dalla chiesa come divinamente rivelate (magistero definitorio) o da ritenersi in modo definitivo è importante sottolineare che non vi è differenza circa il carattere pieno e irrevocabile dell’assenso, dovuto ai rispettivi insegnamenti.
La differenza si riferisce alla virtù soprannaturale della fede: nel caso delle verità espresse in maniera definitoria l’assenso è fondato direttamente sulla fede nell’autorità della parola di Dio; nel caso delle verità espresse in maniera definitiva, esso è fondato sulla fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero” (n. 8).

5. Giovanni Paolo II ha voluto esprimere sul tema dell’ordinazione sacerdotale delle donne l’insegnamento definitivo, circa il quale dunque non vi possono essere discussioni.
Circa la mancata adesione ad una verità espressa in maniera definitoria o definitiva vi è questa differenza: mentre chi nega il magistero definitorio dice un’eresia e ipso facto si esclude dalla Chiesa (è scomunicato), chi nega il magistero definitivo non è eretico e non è scomunicato. Tuttavia è in grave errore.

6. Desidero sottolineare il peso delle parole usate da Giovanni Paolo II nella sua dichiarazione:
- “al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza”. Dunque di tratta di dottrina certa nella quale non sono ammesse discussioni o dubbi.
- “grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa”: si fa riferimento al volere stesso di Nostro Signore, che è Dio fatto carne. La Chiesa non ha alcun potere su quanto ha definito Nostro Signore e pertanto questa verità non può essere mutata.
- “dichiaro”: qui il papa pronuncia la dottrina della Chiesa, che è vincolante in coscienza.
- “che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale”: non sono previste eccezioni. L’esclusione è netta.
- “questa sentenza”: con queste parole il papa richiama il valore delle sentenze dogmatiche. 
- “deve essere tenuta in modo definitivo”: non si tratta dunque di materia riformabile. È impossibile pertanto che la materia venga ripensata dal Magistero. Qualsiasi evoluzione in tale materia sarà un’evoluzione omogenea, nel senso che approfondirà ulteriormente la definizione, ma non la ribalterà.
Usando l’espressione “in modo definitivo” il Papa stesso dice che non si tratta di un’espressione ex cathedra. Non è un dogma. Ma è ugualmente infallibile e non discutibile.

Ti auguro un proficuo cammino quaresimale, ti ricordo al Signore e ti benedico. 
Padre Angelo





Un sacerdote risponde

Se ci possa essere un Papa eretico e, nel caso, a chi competerebbe emettere il giudizio

Quesito

Rev.mo Padre,
ho sentito parlare più volte della possibilità che esiste un Papa eretico e che questi possa essere giudicato dalla Chiesa. Moltissimi eminenti teologi e alcuni Papi hanno affermato questo. Se però il Papa è la più alta istanza di giudizio, in che modo e da parte di chi potrebbe essere deposto perché "a fide devius"?
Grazie.


Risposta del sacerdote

Carissimo,
1. io continuo a credere che nel suo insegnamento pubblico non ci sarà mai un papa eretico, perché Gesù ha pregato espressamente per questo: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32).

2. In caso contrario, bisognerebbe dire che Cristo ha garantito l’infallibilità a chi giudica il papa e non al papa. Ma questo non consta dalla Scrittura.
Né si può invocare contro il papa l’infallibilità del collegio episcopale, perché non c’è collegio episcopale se non con la presenza di Pietro e sotto Pietro (cum Petro et sub Petro).

3. Inoltre dobbiamo ricordare le parole di Gesù in Mt 16,18: “E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa”. 
Il che significa che l’infallibilità e l’indefettibilità della Chiesa sono intimamente legate all’infallibilità e l’indefettibilità della Chiesa.
Non c’è l’una senza l’altra.
E questo per volere preciso di nostro Signore.

4. Mi domandi: “in che modo e da parte di chi potrebbe essere deposto perché "a fide devius" (deviato dalla fede)?
La mia risposta è questa: da nessuno all’infuori che da Gesù Cristo.

5. Mi piace ricordare anche questo: proprio perché il Papa non può sbagliare nel suo insegnamento don Bosco diceva che preferiva tenere le sentenze del Papa anche quando questi parlava come teologo privato. Perché, essendo il medesimo soggetto colui si esprime come maestro nella Chiesa e teologo privato, è il meno esposto all’errore anche nel pensiero personale di teologo privato.

Ti ringrazio del quesito, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo



www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1970
23 lug 2011 ... In modo particolare di questa infallibilità è investito il capo visibile della Chiesa, il Sommo Pontefice, sia quando parla da solo ex cathedra, sia ...
 
www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=266
volevo sapere questo: se io prendo in mano il catechismo della chiesa cattolica, posso essere sicuro che tutto quello è scritto gode del carisma dell'infallibilità?
 
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11 feb 2015 ... Un sacerdote risponde. Qualcuno mette in discussione l'infallibilità della Chiesa nelle canonizzazioni; Lei che ne dice? Quesito. Buongiorno ...
 
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10 feb 2014 ... Qualche settimana fa sono venuto a conoscenza dell'esistenza dei 10 dogmi della chiesa; so benissimo che un dogma gode dell'infallibilità ...
 
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6 mag 2013 ... Un sacerdote risponde. Le chiedo quale sia l'ambito della infallibilità della Chiesa. Quesito. caro padre, le vorrei chiedere una cosa riguardo la ...
 
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28 giu 2007 ... Un sacerdote risponde. L'infallibilità del Papa nel caso di Galileo. Quesito. Caro padre, lei scrive: "Per il caso di Galileo, come sai, ci fu il ...



[Edited by Caterina63 4/27/2016 10:56 AM]
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4/27/2016 10:12 AM
 
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Tutto sta nel vedere, sì! Ma in questo vedere, ciò che spesso si vede, abbaglia; e ciò che invece non si vede, illumina.[1]


La “protestantizzazione” nella Chiesa


Assistiamo a due fasi di questa “protestantizzazione”, la prima è quella del tempo di Lutero, la seconda è frutto di quello sviluppo luterano-calvinista e continua oggi, fuori ma anche dentro la Chiesa, in forme diverse ma costanti.


Così la spiegava l’allora cardinale Ratzinger, futuro Benedetto XVI: «Chi oggi parla di “protestantizzazione” della Chiesa cattolica, intende in genere con questa espressione un mutamento nella concezione di fondo della Chiesa,un’altra visione del rapporto fra Chiesa e Vangelo. Il pericolo di una tale trasformazione sussiste realmente; non è solo uno spauracchio agitato in qualche ambiente integrista».[2]


Il fatto che Nostro Signore Gesù Cristo ha reso la Sua Chiesa incrollabile – Sposa – una, santa, cattolica ed apostolica, barca inaffondabile in quella promessa «e le porte degli inferi non prevarranno» (Mt 16, 17-20), ci sottolinea proprio il pericolo delle intemperie, degli uragani e della devastazione, uno scenario reale e concreto che non ci può essere risparmiato perché, questo, dipende davvero da “noi”, dalle membra, dalla gerarchia, persino dal Papa. Gesù ha infatti assicurato che la Chiesa non perirà giammai, ma non che non avremmo avuto problemi. Ed è proprio questa assicurazione che ci consente di discutere sull’argomento.


La differenza sostanziale tra noi cattolici, la Chiesa, e il Protestantesimo sta nel fatto che quest'ultimo mette alla basa missionaria e teologica l’individualismo, il libero esame della Scrittura ed anche della coscienza, la comunità – privata della Presenza reale nell’Eucaristia – è un accessorio, resta in piedi solo il Battesimo quale “accessorio” indispensabile per affermare una appartenenza, è la garanzia all'identità del cristiano. Tutto il resto è affidato agli “adattamenti” sociali e culturali, sensibili in ogni generazione, in una parola – il protestantesimo – ha generato il liberalismo.[3]


Il cattolicesimo, invece, mette alla sua base missionaria la societas cristiana[4]la quale – in Cristo, con Cristo e per Cristo – comunica e amministra i doni divini: i Sacramenti (tutti e sette) i quali sono poi all’origine stessa di tutta quella raccolta che chiamiamo Sacra Doctrina, il Deposito della Fede (2Tim 1-14) che confluisce a sua volta in ciò che chiamiamo essere anche la Tradizione viva della Chiesa. Perciò, in ragione al suo principio, il protestantesimo ha come frutto il frazionamento nell’infinita diversità dottrinale che, adattabile ad ogni giro di boa, ne determina l’andamento culturale e sociale. Un esempio concreto è la diversità di comprensione dottrinale riguardo il concetto di famiglia fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna, che da loro è liberamente interpretata tanto da “sposare” persone dello stesso sesso, lasciando libera ogni comunità dal farlo o non farlo.


Al contrario, il cattolicesimo, è agente di unità, di fissità e i suoi frutti sono perennità dottrinale fedele alle stesse leggi divine, che sono perenni. In definitiva, che cosa è la Chiesa, ce lo dice il Credo che professiamo in quattro “note”, le quattro caratteristiche divine, che ci insegnano perché la Chiesa non è una istituzione umana. Queste quattro note sono: l’unità (tante comunità in una sola Chiesa); la santità (pratica dei Sacramenti e comunione dei Santi, comunione con la Chiesa trionfante e purgante, Anime sante del Purgatorio); la cattolicità (universalità nell’unità); e l’apostolicità (successione apostolica ininterrotta, garanzia del Deposito della Fede).


Disse il beato Federico Ozanam: «Credo al progresso dei tempi cristiani; non mi spavento per le cadute e le divisioni che lo interrompono. Le notti fredde che si sostituiscono al caldo dei giorni, non impediscono all’estate di seguire il suo corso e di portare a maturazione i suoi frutti».[5]


Questo ci fa riflettere su una condizione di ragionamento che deve essere limpido: il Vangelo non è la Chiesa, ma attenzione, ciò che nel Vangelo è detto e fatto la Chiesa lo perpetua fedelmente. Il vero “progresso” della Chiesa può andare avanti solo in questo senso. Chiunque giocasse a fare il “progressista o modernista” della Chiesa, si presterebbe solamente all’eresia, all’apostasia.


Il protestantesimo, per esempio, ha molte comunità che nascono da iniziative umane – più o meno ispirate divinamente, ma non è questo che vogliamo analizzare qui –, si originano da un istinto di aggregazione, magari non sempre negativo, o da fattori politici (Calvino docet), ciò accade anche dentro la Chiesa e lo vediamo con i tanti Movimenti laici sorti da cinquanta o sessant’anni a questa parte, che cosa dunque fa la differenza? La differenza sta nel fatto che il protestantesimo non si pone come fondamento l’atto di fede nel Credo che sopra abbiamo sottolineato, mentre nella Chiesa – tutti questi movimenti o nuove aggregazioni – hanno quale fondamento il valore legislativo dato da Cristo alla Chiesa e perciò vi si sottomettono in obbedienza.


In breve, nel protestantesimo non è la necessità dei Sacramenti ad aggregare, non è la “religione” ad aggregare, ma fondamento è la socializzazione, una carta di identità data all'interno di un contesto sociale e culturale instabile. E questo perché l’uomo deve essere “sociale” al quale però, la teologia protestante, ha alterato, se non tolto del tutto, il fondamento della Grazia. Infatti il protestantesimo (che è protesta alla dottrina cattolica) è all’opposto della cattolicità, è piuttosto uno stretto individualismo, purtroppo falso, perché ignora il flusso di vita emanato dal Cristo in Croce distribuita nei Sacramenti chesono la “Grazia sociale”, da cui procede poi tutta la vita religiosa, sia laicale quanto consacrata o ordinata, sia individualmente quanto in aggregazioni varie.[6]


Possiamo sintetizzare così: quando al Vangelo si oscurano o si deformano la Grazia e la Doctrina, con la Legge di Dio, si rimane solo con dei termini svuotati dell’essenziale, strumentalizzabili a seconda delle mode dei tempi: il sociale (senza dottrina); la comunione o comunità (senza la Grazia, senza Sacramenti); la vita sociale (senza le Leggi di Dio). Siamo al liberalismo, alla fede soggettiva, al vangelo “fai da te”, o se preferite ancora siamo alla Teologia della liberazione oggi tramutata in Teologia del popolo[7] nella quale, purtroppo, è coinvolta gran parte della pastorale della Chiesa di oggi.


La Chiesa, così, ha tutto ciò che le serve per un’opera universale (cattolica) che si estende pure nell’intero cosmo, come ci indica la liturgia della Solennità di Cristo Re dell'universo. Da Roma la Chiesa si sarebbe irradiata ovunque e, a ragione, diceva Pio XII: «Roma sarebbe stata centro, non del potere, ma della fede».[8]


Il protestantesimo è di fatto una “religione umana” fondata sulle prime proteste sul sociale, un sociale dissociato dalla regalità del Cristo e dalla dottrina cattolica; il cattolicesimo è rimasta la religione divina che forma al sociale perché, fedele alla dottrina dell’Incarnazione, non divide il “corpo di Cristo”, non divide la Sposa ed è, piuttosto, la realizzazione dell’Incarnazione che è la vera ed autentica socializzazione. Questa socializzazione parte da Dio che si fa Uomo, va incontro all’uomo, vive con lui, lo educa, lo ammaestra, lo redime, lo salva, lo arricchisce di doni sovrannaturali della grazia, lo resuscita e perciò insegna agli uomini come vivere bene insieme per “entrare nel regno di Dio”. Il tutto, se volete, si racchiude nel significativo motto di San Pio X: Restaurare omnia in Christo.


Per vivere bene “insieme” sono allora necessarie delle “regole” – le dottrine, legge divina – ed è necessario che queste vengano nutrite con qualcosa di veramente sovrannaturale: i Sacramenti, la Grazia. La Chiesa ha tutto questo e per questo si parla di Lei quale “Custode”, custode di tutto questo materiale che è divino e che a Lei è stato consegnato dal Cristo, il Fondatore che ha sigillato la validità, la garanzia a prezzo del Suo Corpo e del Suo Sangue, con la Presenza reale e con la Sua Parola che è eterna. Senza questo si vive nell’anarchia, nella Babele, nell’apostasia da Dio e dal Suo progetto sull’uomo e sulla creazione.


 





Il potere delle chiavi non è una specie di assegno in bianco: Cristo non può e non vuole svendere la sua Sposa


Tutta questa premessa – neppure esaustiva – è necessaria per comprendere davvero il famoso “potere delle chiavi” che Gesù ha consegnato a Pietro e ai suoi legittimi successori, insieme a quel “legare e sciogliere” che non è, come qualcuno ha detto forse come battuta: una sorta di assegno in bianco, non è un legare e sciogliere decidendo con libero arbitrio cosa è il peccato o, se ciò che era peccato ieri, oggi non lo sarebbe più, non è fare la chiesa che voglio, non è un potere che il Papa di turno può usare a suo personale consumo.


Il protestantesimo storico nasce e si sviluppa all’interno di una “protesta” contro l’autorità petrina nel governo della Chiesa e nella gestione dei Sacramenti. Quanto sta accadendo oggi nella Chiesa ha molta similitudine con quella originale “protesta”, lo possiamo intravvedere in molti appelli e discorsi accorati di Paolo VI, nella sua stessa enciclica Humanae vitae che oggi si vorrebbe definire non più infallibile, ma in base al grado di accettabilità interno alla Chiesa, fra le membra e il clero stesso, così come la Familiaris consortio di Giovanni Paolo II. Ma sta accadendo qualcosa di più e pure peggiore per certo verso, si sta adempiendo la tremenda profezia di Isaia nella quale si arriverà a scambiare il male con il bene (Is 5,20): la protesta scaturisce da vescovi e cardinali che pretenderebbero modificare non solo alcuni Sacramenti, ma persino il senso del peccato. Un esempio eclatante lo abbiamo nel sesto comandamento che è contro ogni forma di adulterio mentre, interi episcopati e non pochi cardinali, vorrebbero legittimare le seconde nozze (che sono civili) con in piedi ancora il vero e primo matrimonio sigillato nel sacramento, dando a queste coppie il “diritto” all’Eucaristia.


Ma nella Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI si afferma che il non dare la Comunione ai divorziati-risposati non è una prassi “inventata” dalla Chiesa, ma viene dalla Scrittura: «… la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia».


Chi non fosse d’accordo con questa nuova forma di “protesta” è sovente accusato, proprio dalla gerarchia (e da certo clero che la sostiene), di essere come la Chiesa del passato: misogina, matrigna, crudele, farisaica, pelagiana e chi più ne ha, più ne metta. Ma questa, invece, è proprio davvero la nuova forma di protesta e “protestantizzazione” verso la quale certa “nuova pastorale” odierna sta buttando la Chiesa intera, così come lo stesso Ratzinger ci ammoniva in alcuni suoi famosi interventi.[9]


San Pio X ci aveva allarmati, ci aveva avvisati: «Ma basti sin qui per conoscere per quante vie la dottrina del modernismo conduca all’ateismo e alla distruzione di ogni religione. L’errore dei protestanti dié il primo passo in questo sentiero; il secondo è del modernismo: a breve distanza dovrà seguire l’ateismo...».[10]


 





Ora, quale è davvero questo “potere” delle chiavi, questo potere del Papa?


Senza alcun dubbio, il Vicario di Cristo in terra, ha un potere illimitato e totale ma, attenzione, non è un potere lasciato al libero arbitrio, ossia, alla realizzazione di una Chiesa soggettiva basata su: “… io penso che; io dico che; io credo che...”, è un potere totale quanto all'esecutivo, e cosa contiene questo “esecutivo”? Contiene tutto quel materiale oggettivo (ed oltre, sopra lo abbiamo solo sintetizzato) che è soggetto alla trasmissione di dati ricevuti di cui il Papa è il custode e l’esecutore. Riguardo, ad esempio ai Sacramenti, il Papa non ha affatto alcun potere di modificarne il contenuto o sull'azione stessa sacramentale, in questa azione egli è come tutti gli altri preti o vescovi e come tutti loro anche il Papa deve attenersi a quel “mandato” di trasmettere quanto ricevuto.


Le parole di san Paolo: «O Timòteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza…» (1Tim 6-20) non sono un optional, ma costituiscono l’autentica e vera pastorale, intramontabile ed indiscutibile. In tal senso Paolo può fare quelle affermazioni perché, il garante di ciò che ha appreso, è Cristo stesso attraverso la sua Parola e gli stessi insegnamenti.


Il potere del Papa consiste, perciò, che mentre custodisce l’integrità del Sacramento e la trasmissione fedele del contenuto dottrinale che implica anche chi può ricevere un sacramento e chi non può riceverlo, egli può modificare la forma attraverso la quale il sacramento viene dato perché, in quanto Vicario di Cristo e in qualità di Servus Servorum Dei (Servo dei Servi di Dio), egli è primario di ogni liturgia e dispone sia l'insieme, sia il dettaglio del Culto divino, non certo per modificarne i contenuti dottrinali, ma per dare alla Chiesa stessa quei mezzi necessari a farsi comprendere meglio nel tempo presente che vive.


Non parliamo di “adattamento”, termine che si presta ad interpretazioni sballate, ma piuttosto del termine usato da Paolo VI, per esempio, quando nel consegnare alla Chiesa e al mondo la liturgia moderna, parlò non di adattamento ma di un “grande sacrificio”, ecco le sue parole per spiegare un provvedimento doloroso, ma secondo lui necessario: «Questa domenica segna una data memorabile nella storia spirituale della Chiesa, perché la lingua parlata entra ufficialmente nel culto liturgico, come avete già visto questa mattina. La Chiesa ha ritenuto doveroso questo provvedimento (...) Ha sacrificato tradizioni di secoli e soprattutto sacrifica l’unità di linguaggio nei vari popoli, in omaggio a questa maggiore universalità, per arrivare a tutti... E questo per voi, fedeli, perché sappiate meglio unirvi alla preghiera della Chiesa...».[11]


Non entriamo nel merito o nel demerito della scelta di Papa Montini, le discussioni sull’argomento scorrono a fiumi da cinquant’anni e soltanto il famoso Motu Proprio di Benedetto XVI del 2007,[12] ha potuto risanare questo “sacrificio”, riportando la Messa antica (che si dice in latino) alla sua legittima presenza nella Chiesa. Lo abbiamo portato solo come esempio dell’uso delle chiavi e, ripetiamo, non vogliamo qui discutere se a torto o a ragione, ma semplicemente al suo impiego.


Chiusa questa parentesi dimostrativa, ritorniamo sul fatto che il vero ed autentico magistero del Papa è quello stesso pronunciato da Cristo nei Vangeli. Il Suo Vicario in terra può e deve pretendere di insegnare solo ciò che è “secondo Cristo” e il potere delle chiavi lo porta ad essere capo anche tra coloro ai quali è stato detto: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato...» (Mc 15, 15-18), il cui contenuto non può essere modificato dai Discepoli, e neppure da Pietro e i suoi successori.


Il Papa è ServusServorum Dei, e questo potere gli è stato dato proprio come garanzia contro ogni intralcio sulla sua strada, nessuno può tagliargli la strada o lo può obbligare a tacere sul Vangelo di Cristo; egli ha così il potere di “legare e sciogliere” i penitenti dalle pene canoniche in cui sono caduti, ma non può usare questo potere per delegittimare o modificare il Vangelo di Cristo, non può assolvere chi non si pente!


Il Vicario di Cristo è, nella sostanza, un “capo ripetitore” del Vangelo, un ripetitore garante non di ciò che dice da se stesso, ma garante delle parole e dell’insegnamento di Cristo. Egli conferma così i suoi fratelli non nelle loro opinioni sulla Chiesa o sulle dottrine create dalle mode, o nel loro soggettivismo, relativismo, ma in quella fede espressa dal Vangelo, come nel Vangelo stesso troviamo espresse le dottrine che disciplinano i Sacramenti.


Un esempio è il famoso brano sull’indissolubilità del matrimonio (Mt 19) che in san Marco è altrettanto esplicito: Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,10-12). Gesù aveva appena finito di spiegare come andava interpretata la legge di Dio sul matrimonio, che la prima spiegazione non basta, leggiamo infatti che “rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo”, ma la risposta di Gesù non cambia, non si adatta all’incomprensione di quanti non avevano capito o fingevano di non capire. E questo deve fare il suo Vicario, il Papa.


Il Papa non deve confermare se stesso o i confratelli alle opinioni di ognuno o di chissà quale maggioranza, ma in base alle parole del Cristo egli deve dare testimonianza fino al sacrificio della propria vita. Il potere che gli è stato dato serve proprio a questo: difendere il Vangelo di Cristo fino alla morte. Ciò che era peccato ieri, o è peccato nei Dieci Comandamenti, lo è anche oggi. E non è che, per non modificare il sesto comandamento del “non commettere adulterio”, il Papa può arrivare a dire che chi ripudia il proprio coniuge e si risposa, non commette più adulterio!


È piuttosto un potere che serve a dirimere al grado supremo anche quelle questioni che si sollevano nel corso del tempo, legifera quale “ultima parola” al ricorso delle dispute che, umanamente, si sollevano fra le membra in ogni tempo. Un esempio per capire sono i dogmi mariani, quello sull’Immacolata deciso dal beato Pio IX e quello dell’Assunta al Cielo da parte del venerabile Pio XII. È qui la vera infallibilità di Pietro: quando, pronunciandosi con somma autorità, non fa altro che esprimere il contenuto delle Scritture e della Tradizione vera.


La stessa infallibilità non è “automatica”, sono necessarie delle condizioni, e il fatto che vi siano delle condizioni sottolinea, piuttosto, che il Papa per legiferare deve avere certe condizioni. Per questo possiamo parlare di dogmi e dottrine infallibili perché, nelle loro affermazioni, i papi non se le sono inventate, non hanno fatto per alzata di mano, non hanno atteso cosa ne pensassero i mass-media, hanno agito in base alla dottrina ed alla Scrittura, hanno agito in base alla patristica, in base al Deposito della fede, alla Tradizione viva della Chiesa.


Alcuni legittimi “cambiamenti” non sono adattamenti alle mode dei tempi! Si rimprovera alla Chiesa di tutto, tanto i suoi cambiamenti legittimi, quanto la sua immutabilità dottrinale, ma come ci rammenta Gesù siamo chiamati a fare una scelta e non a discutere o a comprendere, dice infatti a riguardo dell’Eucaristia stessa a coloro che non comprendevano: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». (Gv 6, 68-69), forse pensiamo davvero che Pietro avesse capito di cosa stesse parlando Gesù? Ma il messaggio è chiaro e forte: o restiamo, o ce ne andiamo, chi rimane sa che solo Cristo ha parole di vita eterna e che, tutto il resto, verrà giù come un castello di sabbia.


Dato ciò che è la Chiesa, istituzione divina del sovrannaturale, è ovvio che porta in sé l’immutabilità dottrinale a cominciare dall’Incarnazione del Verbo che è la fissità dell’istante in cui l’Eterno è «entrato nel tempo» (Gal 4,4) o, se preferite dirla con altre espressioni di San Paolo: «... per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1,10-22-23).


L’infallibilità del Papa, il potere di legare e sciogliere è legato inesorabilmente al progetto di Dio per gli uomini e che è già espresso nei Vangeli, e reso pastoralmente efficace nella pastorale paolina: c’è già un progetto, il Papa non deve inventare nullanulla aggiungervi e nulla togliervi. L’immutabilità dottrinale non significa staticità o immobilismo, sia ben chiaro. L’immutabilità dottrinale è infatti “mobilitarsi per agire” secondo la Parola, affinché questa dottrina progetto di Dio, e non altro, raggiunga tutti gli uomini in tutti i tempi: “Andate...”, fate, agite, operate (Mc 15,15-18), non ciò che “volete voi”, ma ciò che vuole il Padre mio (non la mia, ma la Tua volontà...). Mentre è proprio la “fissità” della Dottrina a dare valore e luogo all’infallibilità petrina.


Lo riaffermava del resto papa Benedetto XVI nel maggio 2005 quando[13], nell’insediamento a Vescovo di Roma sulla Cattedra romana, diceva:


«Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo».


Il linguaggio paolino è limpido e cristallino, ed afferma per ben due volte: «Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo» (Gal 1, 6-11), allo stesso modo la Chiesa, con Pietro, così si è sempre espressa. Se un Pontefice dovesse mai venire a predicare un vangelo diverso, non siamo tenuti ad ascoltarlo!


Chi può infatti non pensare all’assenza di garanzia nel protestantesimo, per parlare di infallibilità? Certo essi non la rivendicano, eppure la esercitano. Il protestantesimo ha rigettato il sacramento del matrimonio, eppure lo impongono nelle loro comunità come un fatto acquisito di cui gli sposi, però, possono poi rompere la promessa (il divorzio); ha rigettato il sacramento della Presenza reale, ma hanno mantenuto uno scimmiottamento usando del pane e del vino imponendo una certa infallibile dottrina su ciò che chiamano “santa cena”; ha rigettato il sacramento dell’Ordine sacro, ma si sono tenuti i pastori e nominano “vescovesse”; fanno il battesimo ma sono favorevoli all’aborto e ai “matrimoni” fra persone dello stesso sesso, il protestantesimo ha un vangelo diverso ed è per questo che “non” li ascoltiamo, ma oggi con una certa “ecumania”, purtroppo, li abbiamo persino fatti diventare “maestri” in molte diocesi.


La fissità dottrinale è, dunque, la garanzia di ciò che Cristo ha davvero detto, fatto, insegnato e fino a quando la Chiesa manterrà stabile questa fissità, anche il Papa sarà credibile e infallibile. Se per disgrazia la Chiesa dovesse perdere questa fissità, anche il Papa perderebbe credibilità, cessando di essere la garanzia.


 





Chiarito ciò e per giungere a delle conclusioni, possiamo chiederci in quale modo si deve “obbedienza” oggi al Sommo Pontefice.


Chiariamo subito che “obbedienza” nella Bibbia vuol dire “ascoltare, mettere nell’orecchio”, da qui già si comprende che dobbiamo fare attenzione ai tanti improvvisati teologi che, in giro per la rete, vanno seminando confusione su questi argomenti e solo per trarre a loro dei vantaggi. Gesù stesso ci rammenta di come le vere pecore sanno riconoscere la voce del Pastore, seguendolo. Dunque ascoltare è l’arte che dobbiamo raffinare. Ma attenzione ascoltare il Papa, non come viene letto o trasmesso dai Media e dai sacerdoti rahneriani e modernisti! Ma ascoltare il Papa per ascoltare Cristo. Come ha più volte spiegato mons. Antonio Livi[14].


Ascoltare direttamente il Papa è fondamentale per noi, perché il secondo passaggio è il discernimento e tale discernimento non può contraddire il Vangelo o il Catechismo. Qualunque voce che venisse a confondere sul contenuto del Vangelo e sul Catechismo, non è voce vera! Quindi lo sforzo che dobbiamo fare è leggere, ascoltare il Papa interpretandolo attraverso il Catechismo della Chiesa Cattolica.


Non avanzeremo con eventuali altre situazioni imbarazzanti e perniciose del tipo: “ma se un Papa è proprio inascoltabile?” riferito, come ben sappiamo, all’ultimo documento uscito; anche su questo rimandiamo alle spiegazioni e alle osservazioni di mons. Livi[15].


Per dirla ancora più chiaramente, con parole di chi ne sa davvero più di noi: «Un papa non fa altro che conservare il sacro deposito e trasmetterlo alla Chiesa, quindi ai suoi successori, in modo integerrimo. Un successore riceve quello che è stato già insegnato e ciò che può fare non è insegnare “meno”; un successore non può fare altro che insegnare o sul pari livello del suo predecessore, oppure in modo più preciso, in modo più definitivo. (…) Non è mai successo, nella Chiesa, che il successore di un pontefice insegnasse a ribasso, per così dire; insegnasse una dottrina, o approcciasse un problema con un insegnamento non determinato come quello precedente. Questo è un vulnus magisteriale di cui bisogna tenere conto».[16]


A chi pronto a stracciarsi le vesti perché ci sono ancora laici pronti a difendere non se stessi ma la Parola di Dio, ricordiamo che quanto abbiamo sintetizzato qui, è riportato a chiare lettere in un Documento del 1998 della Congregazione della Dottrina della Fede e firmato da Giovanni Paolo II[17], riguardo proprio al primato petrino e alla sua infallibilità, ecco cosa dice:


«Il Romano Pontefice è — come tutti i fedeli — sottomesso alla Parola di Dio, alla fede cattolica ed è garante dell'obbedienza della Chiesa e, in questo senso, servus servorumEgli non decide secondo il proprio arbitrio, ma dà voce alla volontà del Signore, che parla all'uomo nella Scrittura vissuta ed interpretata dalla Tradizione; in altri termini, la episkopè del Primato ha i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione.  Il Successore di Pietro è la roccia che, contro l'arbitrarietà e il conformismo, garantisce una rigorosa fedeltà alla Parola di Dio: ne segue anche il carattere martirologico del suo Primato».


In Corde Jesu et Mariae.


Santa Caterina da Siena, prega per noi e per il Papa.





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[1] Noi non siamo “autoreferenziali”, quindi discutere su questi argomenti è fondamentale mettere da parte se stessi e lasciarsi aiutare da chi, nella Chiesa, dando testimonianza di santità e di fedeltà, ha scritto diversi testi importanti a comprendere il nostro rapporto con la Chiesa, nella Chiesa e per la Chiesa. Gran parte delle riflessioni qui riportate le abbiamo tratte da: Gli scritti di Don Dolindo Ruotolo sulla Sacra Scrittura; dal Catechismo per i non credenti, di Fr. Antonin G. Sertillanges O.P. - ESD -; dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Suggeriamo anche di leggere: Strategie di sopravvivenza in tempi di “eclissi del Papato” secondo il pensiero di padre Roger-Thomas Calmel, OP. Suggeriamo anche l’articolo di mons. Antonio Livi: Obbedienza al Papa ma in relazione al Cristo.




[2] Rapporto sulla fede (J. Ratzinger – V. Messori, Ed. San Paolo, 1985).






[5] Federico Ozanam, cofondatore della Società Vincenzo de Paoli e beatificato da Giovanni Paolo II.






[8] Papa Pio XII, 13 maggio 1942, radiomessaggio in occasione del 25° anniversario della sua consacrazione episcopale e della prima apparizione mariana a Fatima.





[10] San Pio X, enciclica Pascendi Dominici gregis, contro il Modernismo, la sintesi di tutte le eresie, 1907.




[11] Papa Paolo VI, Angelus del 7 marzo 1965.







[15] L’Amoris Laetitia. Tante affermazioni che vanno chiarite, A. Livi, La Nuova Bussola Quotidiana, 13-04-2016.




[16] «Se vogliamo essere più precisi la dottrina di prima (Familiaris Consortio, ndr) non è stata ribadita (in Amoris Laetitia, ndr) così com’era stata insegnata. Non essendo ribadita in un documento che sta insegnando una materia già trattata da un pontefice precedente, questa rappresenta un vulnus a livello magisteriale, perché il magistero opera nel senso che si tratta di trasmettere quello che abbiamo ricevuto. Un papa non fa altro che conservare il sacro deposito e trasmetterlo alla Chiesa, quindi ai suoi successori, in modo integerrimo. Un successore riceve quello che è stato già insegnato e ciò che può fare non è insegnare “meno”; un successore non può fare altro che insegnare o sul pari livello del suo predecessore, oppure in modo più preciso, in modo più definitivo. Questa definitività della dottrina può portare addirittura ad un dichiarazione solenne ex cathedra, il dogma. Non è mai successo, nella Chiesa, che il successore di un pontefice insegnasse a ribasso, per così dire; insegnasse una dottrina, o approcciasse un problema con un insegnamento non determinato come quello precedente. Questo è un vulnus magisteriale di cui bisogna tenere conto» (Padre Serafino Maria Lanzetta, FI, Radio Buon Consiglio, Catechesi del 18 aprile 2016; minuti 55:22-57:00)







Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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4/28/2016 11:24 PM
 
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L’infallibilità del papa

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Tutti i giornali parlano della lettera di Francesco ad Hans Kung, grande avversario, teologicamente parlando, di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

In tale lettera dice che si può ben discutere il dogma dell’infallibilità pontificia.

Discutere un dogma, nella Chiesa, non è possibile. Mettere in discussione tutto, di continuo, affidando tutto alla imperizia dei giornali plaudenti, crea enorme confusione e smarrimento. Ma discutere su cosa sia l’infallibilità, è oggi più che opportuno.

Il dogma dell’infallibilità pontificia, generò infatti da subito molte discussioni, anche in chi lo approvava. Perchè si temette che potesse essere inteso in modo sbagliato.

Ci fu chi lo avversò, chi lo difese, e chi, difendendolo, disse che andava spiegato e ben compreso.

Se andava spiegato nell’Ottocento, immaginiamoci oggi, in un’epoca in cui la personalizzazione

la fa da padrona in ogni campo, complice la potenza dei media.

Allora bisognerà comprendere un fatto: che l’infallibilità del papa, in quanto vicario di Cristo, appartiene alla fede della Chiesa anche prima della proclamazione del dogma.

Ma in cosa consiste? Questo è più difficile da capire, perchè appartiene ai misteri della fede. Quella fede che fa sì che i cattolici abbiano sempre creduto, giustamente, alla santità della Chiesa, anche di fronte a preti, vescovi, cardinali e papi pessimi.

Il fondamento sta nel Vangelo: “le porte degli Inferi non prevarranno contro di Essa”. Questo è certo.

Ciò non significa che il papa non sbagli: Pietro, il I papa, rinnegò Cristo, e fu ripreso da san Paolo, che gli “resistette in faccia”, salvando la Chiesa, già con i suoi problemi, dunque, sin dal principio.

Il papa può sbagliare sia nella vita personale (può anche essere un grande peccatore, un fariseo, un vanesio…), sia come teologo privato.

Vi sono vari casi, nella storia, in cui i papi hanno detto cose sbagliate, senza però impegnare la loro infallibilità.

Anche oggi un documento come Amoris laetitia, così discusso, non è presentato, da chi lo ha scritto, come dottrinale: non è dunque infallibile.

Scriveva san Vincenzo da Lerino: “Dio alcuni papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge”.

La storia mostra quanto questo sia vero; e mostra anche che i papi inflitti, hanno fatto grandi guai, ma non sono riusciuti mai a distruggere la Chiesa.

Nè quelli che davano scandalo con la loro vita privata, nel Rinascimento, nè quelli che ne hanno fatto scempio, in verità assai di rado, con le loro dottrine errate.

Biffi

 

Il cardinal Gicomo Biffi, grande amico ed estimatore di Giovanni Paolo II, raccontava spesso, come cosa normale e giusta, di averlo criticato apertamente più volte, anche in privato. In particolare riguardo a come Giovanni Paolo II aveva gestito i mea culpa sulla storia della Chiesa, alimentando tanta confusione, e, soprattutto, riguardo all’ecumenismo.

Assisi 1986 era stata, per Biffi, come per Ratzinger, un involontaria propaganda all’indifferentismo religioso.

Giovanni Paolo II, di fronte a queste considerazioni di Biffi, non se la prese, ma, a quanto risulta, disse addirittura che in quelle critiche c’era del vero.

Nessun papa serio crede nell’infallibilità come onnipotenza: la fede, il Vangelo, non sono del papa, ma gli sono affidati.

Egli è colui che deve tramandare il depositum fideitramandare, significa che non crea nulla (tramanda, come scriveva san Paolo, ciò che ha ricevuto); depositum, significa che i dogmi sono già contenuti, esplicitamente o implicitamente, nel Vangelo.

E’ per questo che nella Chiesa ci si è posti spesso, nei secoli, la domanda: e se il papa non fosse cattolico?

Per Erasmo da Rotterdam, Giulio II non era papa; e il grande teologo, esprimendo il pensiero comune della Chiesa, sosteneva che quando il papa non ha la vera fede, non è papa, e decade, ipso facto, dalla sua carica. Il papa Paolo IV, infatti, sempre nel Cinquecento, nella bolla Cum ex apostolatus officio del 15 marzo 1559, affermava l’impossibilità di essere a capo della Chiesa, senza possederne la fede. Più avanti nel tempo San Roberto Bellarmino, nel De Romano Pontifice, scriverà: «un papa che sia eretico manifesto, per quel fatto cessa di essere papa e capo, poiché a causa di quel fatto cessa di essere un cristiano e un membro del corpo della Chiesa. Questo è il giudizio di tutti gli antichi Padri, che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente ogni giurisdizione»

Questo decadere è però molto problematico, perchè prima sedes a nemine indicatur: poichè il papa è superiore ai cardinali, o ai concili, non può essere da loro deposto.

Come conciliare la possibilità che un papa non sia papa, che decada ipso facto, e il fatto che non possa essere deposto da altri?

Qui sta evidentemente il caso, che nessun teologo, a quanto consta, ha mai risolto, da un punto di vista pratico.

Così anche il vecchio codice di diritto canonico parlava di decadenza ipso facto, e lì si fermava.

Ma torniamo all’infallibilità, e ai suoi limiti. Si sentono spesso commenti di questo genere: non si può criticare un documento del papa, una sua affermazione…

Non è così: in politica, nel campo scientifico, quando propone soluzioni pastorali… un papa può, senza dubbio, sbagliare, e di grosso. Se poi si contrappone ad un suo predecessore, non è lecito sfuggire al dilemma posto dalla ragione: chi ha ragione?

In caso di errore non è doverso obbedirgli, anzi. Si tratta di una dottrina che la Chiesa riconosce, per analogia, in ogni ambito: bisogna obbedire all’autorità dei genitori, ma non quando comandano qualcosa contro la legge di Dio (ad es. di rubare); bisogna obbbedire al potere politico, ma si deve avere il coraggio di opporsi, nel giusto modo, quando esso dia ordini iniqui (ad esempio uccidere l’innocente).

I medievali, che avevano del Vicario di Cristo un sommo rispetto, lo sapevano assia bene: Dante mette all’inferno diversi papi, eppure non smette mai di credere nel potere delle Somme Chiavi e nella Chiesa come Istituzione divina.

Come lui tutti i suoi contemporanei, se è vero come è vero che nessuno mai ebbe da dire, in punta di dottrina, contro le sua posizione, o quella di un Iacopone da Todi, che stimava Bonifiacio VIII ancora meno di quanto faceva Dante.

Un ultimo esempio dal lontano passato, tra i tanti possibili: Santa Caterina da Siena. Come si rivolgeva al papa?

Così: “Santissimo e carissimo e dolcissimo padre in Cristo dolce Gesù….”; eppure, nella stessa lettera lo invitava ad essere “uomo virile e non timoroso“, senza “timore servile“, e gliele suonava e gliele cantava…

 

Newman

E attingendo a tempi più recenti, come non ricordare il beato cardinal Newman, che dalla Chiesa anglicana a quella di Roma era tornato, che del Papato era grande difensore, quando difendendo il dogma dell’infallibilità pontificia, nella lettera al duca di Norfolk, scriveva: “Con tutto ciò sono lontano dall’affermare che i papi non abbiano mai torto; che non ci si debba mai oppore a loro, oppure che le loro scomuniche abbiano sempre effetto. Non sono tenuto a difendere la politica e gli atti di singoli Papi...”

Il papa elogia Scalfari, Kung, Bonino, Pannella, Napolitano, Martin Lutero…?

In nessuno di questi atti o giudizi Egli gode dell’infallibiltà.

Chi toglie al Papa le sue prerogative (magari quando si chiama Benedetto ed è avversato da mondo), come chi gliele aggiunge (quando gli torna utile unirsi al coro), fa un pessimo servizio al Papato.

   




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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1/19/2017 8:43 AM
 
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  Il Papa: la roccia di tutti i cristiani



Diviso in tre parti – Dio, Gesù Cristo, la Chiesa –, il volume scritto da Ratzinger con il giornalista Peter Seewald risponde alle domande centrali sul rapporto tra l’uomo e la fede, affrontando in profondità questioni di grande attualità e delicatezza. È una sorta di "nuovo rapporto sulla fede", che ha per sottotitolo Essere cristiani nel nuovo millennio.

Dio e il mondo è il titolo del libro (edizioni San Paolo, pagg. 425, lire 42.000 - 2001) che il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha scritto con il giornalista Peter Seewald. Del volume, frutto di un lungo colloquio tenuto nel febbraio 2000 nell’abbazia benedettina di Montecassino, anticipiamo qui di seguito il capitolo dedicato al papato.

PS - Molti considerano la Chiesa un apparato di potere.

JR - «Sì, ma si dovrebbe innanzitutto tenere conto che queste strutture devono esistere in funzione del servizio. Il papa non è il signore supremo – dall’epoca di Gregorio Magno ha assunto il titolo di "servo dei servi di Dio" – ma dovrebbe essere – amo dire – il garante dell’obbedienza, della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, escludendo ogni arbitrio da parte sua. Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio. Se nella Chiesa sorgono tentazioni a fare diversamente, a scegliere la via più comoda, deve chiedersi se ciò è lecito.  


Il papa non è dunque un organo che possa dare vita a un’altra Chiesa, ma è un argine contro l’arbitrio. Faccio un esempio: dal Nuovo Testamento sappiamo che il matrimonio sacramentale è indissolubile. Ci sono correnti d’opinione che sostengono che il papa potrebbe abrogare quest’obbligo. Ma non è così. E nel gennaio del 2000, rivolgendosi ai giudici romani, il papa ha detto che, rispetto alla tendenza a voler vedere revocato il vincolo dell’indissolubilità del matrimonio, egli non può fare tutto ciò che vuole, ma deve anzi accentuare l’obbedienza, deve proseguire anche in questo senso il gesto della lavanda dei piedi».

Il cardinale Joseph Ratzinger davanti alla basilica di San Pietro.

PS - Il papato è una delle più affascinanti istituzioni della storia. Ma, oltre alla grandezza, la storia dei papi comprende anche abissi drammatici. Benedetto IX, ad esempio, dopo la sua destituzione, fu il 145°, il 147° e il 150° papa. Salì il soglio pontificio per la prima volta a 12 anni. Ciò nonostante, la Chiesa cattolica continua a credere incrollabilmente nella sua funzione di Vicario di Cristo sulla terra.

JR - «Da un punto di vista meramente storico, il papato costituisce in effetti un fenomeno straordinario. È l’unica monarchia, come si usa dire, ad aver resistito per oltre duemila anni, il che è già di per sé qualcosa di incomprensibile. Direi che uno dei misteri che lasciano trasparire l’esistenza di una forza più grande è la sopravvivenza del popolo ebraico. D’altro canto anche la persistenza del papato è qualcosa che non può non stupire e che solleva degli interrogativi. Con il suo esempio Lei ha già accennato alla degenerazione e alle ferite inferte a questa istituzione tali da provocare, con tutta probabilità, il suo declino definitivo. Se non erro fu Voltaire a dire che era finalmente giunto il tempo per questo Dalai Lama europeo di scomparire e liberare l’umanità dalla sua presenza. Invece il suo ruolo non è venuto meno e questo ci fa comprendere come la sopravvivenza di questa istituzione non dipenda dalle qualità degli uomini che hanno rivestito questa funzione – molti hanno fatto di tutto per infliggere colpi mortali all’istituzione papale – ma da un’altra forza, non umana, il cui solo intervento può spiegare la neutralizzazione dei danni inferti dagli uomini. Quella forza, appunto, che era stata promessa a Pietro. Le porte degli inferi, della morte, non prevarranno contro la Chiesa».

PS - Della cosiddetta infallibilità abbiamo già parlato. Perché questo dogma è stato introdotto così tardi?

JR - «Dobbiamo innanzitutto tenere presente che una dottrina dell’ufficio di Pietro esiste fin dai primordi della Chiesa, e innanzitutto esiste una prassi. La lettera del papa Clemente I alla comunità di Corinto minacciata dalla scissione, scritta attorno al 90 d.C., già mostra la responsabilità della Chiesa e del vescovo di Roma. La responsabilità che gli spettava in quanto punto di convergenza dell’unità dei cristiani era chiaramente dimostrata già nel II secolo dalla disputa sulla festa pasquale. La centralità di Roma assurge sempre più a criterio di riferimento universalmente riconosciuto.


Nel Concilio di Nicea del 325 il primato è attribuito a tre sedi: Roma, Alessandria e Antiochia. Roma ha la priorità, ma anche le altre due sedi sono poste in relazione con Pietro. I delegati papali sono sempre menzionati per primi negli elenchi dei partecipanti ai concili. A Roma si tributa il rispetto dovuto alla cosiddetta prima sedes, e lo stesso concilio di Nicea rafforza questo sistema. Nella successiva storia dei concili la funzione papale emerge con sempre maggiore nettezza. Non solo esercita una funzione di governo universale, perennemente all’opera, come avviene anche oggi, ma nei momenti critici è al vescovo di Roma che spetta una funzione molto specifica. In occasione della crisi ariana, quando l’arianesimo era vicino ad assumere un predominio pressoché totale, sant’Atanasio trova nel papa un sicuro punto di riferimento, e questo accadrà ancora molte volte. Nel 1054 si verifica lo scisma tra Oriente e Occidente. L’Oriente aveva riconosciuto a Roma una particolare funzione, anche se in termini più ristretti di quanto rivendicato da Roma. Dopo lo scisma si rafforza in Roma, soprattutto con Gregorio VII, l’idea del primato cui viene impresso un ulteriore impulso dalla nascita degli ordini mendicanti, legati al papato. Poiché gli ordini non fanno riferimento alla Chiesa locale, non possono che dipendere direttamente da un organo universale quale unica condizione di possibilità per un sacerdozio e dei movimenti che si estendono trasversalmente in tutta la Chiesa, costituendo così anche la premessa ineludibile della missione.

Prassi e formulazioni teoriche procedono parallelamente, anche se in maniera graduale. Già al concilio di Firenze del XV secolo, e ancor prima al concilio di Lione nel XIII secolo si abbozza una prima formulazione della dottrina del primato. A Trento, giacché erano già molti gli elementi attorno a cui ruotava la disputa con i protestanti, si preferì rinunciare a sollevare anche questa questione che fu così ripresa solo nel 1870, con il Concilio Vaticano I che ne diede una formulazione concettualmente rigida, sorprendendo molti. Sappiamo che molti vescovi partirono in anticipo, per evitare di essere costretti a firmare. Ma anche questi vescovi minoritari hanno riconosciuto che la sostanza della dottrina del primato è un elemento essenziale della fede cattolica e ha il proprio fondamento biblico nelle promesse di Cristo a Pietro. Da questo punto di vista il dogma ha precisato e accentuato la dottrina, ma non ha inventato nulla di nuovo: ha solo sintetizzato e concretizzato ciò che era avvenuto e aveva preso forma nel corso della storia».

PS - Pietro poteva intuire a fatica l’onerosità del compito che avrebbe lasciato in eredità ai suoi successori: il papa deve tenere presente come vescovo di Roma la situazione locale, come capo dello Stato della Santa Sede i problemi diplomatici interstatuali e come Santo Padre quelli della Chiesa universale. Deve scrivere allocuzioni, encicliche e prediche, tenere udienze. Poi ci sono le Congregazioni, i tribunali papali, commissioni, consigli e poi gli uffici competenti per la dottrina, la liturgia, la disciplina, l’educazione. Centinaia di case madri degli ordini, più di cento collegi hanno sede a Roma, e così via. Certo il papa ha nel Collegio Cardinalizio un valido staff di consulenti, con corifei di diverse culture, con approccio culturale diverso e con un bagaglio di esperienze politiche diversificato, ma dal Segretariato di Stato arrivano tutti i giorni interi bauli di documenti di cui ogni foglio rappresenta un problema. Vescovi di tutto il mondo lo assalgono con richieste più o meno impossibili. Inoltre non può trascurare la preghiera e la devozione e deve dare un contributo spirituale originale. La Chiesa universale s’ingrandisce sempre più: il papato può rimanere quello di oggi?

JR - «Le modalità concrete possono naturalmente variare. La Chiesa dell’VIII secolo è diversa da quella del XV, che a sua volta è diversa da quella del XX. Molto di quello che Lei ha enumerato può subire dei cambiamenti. Partiamo dallo Stato del Vaticano: è solo una costruzione che serve d’ausilio alla Chiesa. Il papa di per sé non ha alcun bisogno di uno Stato, ma ha bisogno di libertà, di una garanzia d’indipendenza, non può essere al servizio di un governo. Il primato ha potuto svilupparsi a Roma perché l’istituzione imperiale con Costantino si era spostata a Bisanzio, concedendo alla Chiesa di Roma quella libertà di cui aveva bisogno. Spiegare l’efficacia del primato con il suo coincidere con la sede del governo della Chiesa significa, a mio parere, confondere la causa con le conseguenze. Nel corso dei primi tre secoli essere cristiani a Roma significava rischiare il martirio. Questo ha conferito al papa un carattere "martirologico". Solo con lo spostamento a Oriente della sede dell’impero è sorta in Italia, grazie al vuoto di potere creatosi, quella forma di indipendenza religiosa che ha consentito al papa di sottrarsi alla subordinazione diretta al potere politico. Più tardi è nato lo Stato Pontificio, che certo ha comportato molte insane commistioni e infine è crollato nel 1870; grazie a Dio, dobbiamo dire oggi. Al suo posto è subentrata la costruzione di un ministato, che ha solamente la funzione di garantire al Papa la libertà del suo servizio. Se i meccanismi di funzionamento di questo apparato possano essere ulteriormente semplificati, è una questione che può essere affrontata.

Così molti altri elementi cui Lei ha accennato possono essere messi in discussione. Non tutte le case madri devono necessariamente aver sede a Roma. Il numero delle encicliche scritte dal papa, la frequenza dei suoi interventi, sono tutte questioni che variano a seconda delle circostanze e del temperamento stesso dei diversi pontefici. Possiamo comunque chiederci se, nonostante tutto questo, il compito non rimanga eccessivamente oneroso. La massa dei contatti impostigli dalle responsabilità nei confronti della Chiesa universale; le decisioni da prendere; la necessità di non trascurare lo stato contemplativo, di radicare la propria missione nella preghiera: tutto questo rimane un grosso dilemma».


PS - Ma non ci sono oggi anche correnti di pensiero del tutto nuove?

JR - «Si può ragionare sul contributo che forme di decentramento potrebbero dare all’alleggerimento delle funzioni papali. Il papa stesso, nella sua enciclica ecumenica, ha chiesto che venissero avanzati suggerimenti e proposte su una possibile riforma dell’istituzione papale. E già si sono levate diverse voci. L’arcivescovo emerito di San Francisco, Quinn, ha sostenuto con vigore la necessità del decentramento. Si può sicuramente fare molto in questo ambito. Considero però molto importanti le riunioni ad limina, a Roma, delle Conferenze episcopali che implicano contatti e incontri e sono necessarie al rafforzamento dell’unità interna della Chiesa. Le lettere non possono compensare l’incontro personale. Parlarsi, ascoltarsi, guardarsi in faccia, discutere insieme sono elementi insostituibili.


Da questo punto di vista direi che queste forme di incontro personale, che questo papa ha reso più concrete e meno rituali, continueranno ad avere una loro importanza. Proprio perché l’unità, la comprensione reciproca, la capacità di affrontare unitariamente problemi e sfide culturali necessitano di una forza elementare che cresce solo nell’incontro personale.

Oggi anche considerazioni eminentemente razionali ci convincono della necessità di un punto di riferimento unitario qual è il papa. Nel frattempo anche i protestanti si dichiarano a favore di un portavoce della cristianità, di un simbolo dell’unità dei cristiani. E se il papato venisse riformulato in questa direzione, potremmo dichiararci d’accordo, dicono alcuni.

In ogni caso si tratta di un compito oneroso, come l’ha definito Lei, quasi al di là delle umane forze. D’altro canto, è anche un compito imprescindibile e che con l’aiuto del Signore può anche essere portato a termine».

PS - Decentramento significa che anche nella Chiesa cattolica saranno creati dei Patriarcati?

JR - «Sono sempre più in dubbio che questa possa essere la forma organizzativa adeguata a raggruppare grosse unità continentali, prima pensavo anch’io che questa potesse essere la soluzione. Le radici dei Patriarcati affondano nelle loro origini apostoliche. Il Concilio Vaticano II ha invece individuato nelle Conferenze episcopali le forme organizzative di unità sovraregionali, cui si sono poi aggiunte le unità continentali. America Latina, Africa e Asia si sono nel frattempo dotate di sedi di discussione comunitaria – diversamente strutturate – che coinvolgono l’episcopato dell’intero continente. Forse ci sono quindi possibilità più adeguate alla situazione attuale. Devono comunque esistere strutture in cui inquadrare la collaborazione sovraregionale, che conservino sicuramente un certo grado di informalità, che non degenerino in senso burocratico e non aprano varchi al prepotere dei funzionari. Ma sono necessari indubbiamente forum sovraregionali che si facciano anche carico di funzioni fino ad ora svolte da Roma».


PS - È pensabile che il papa sia un giorno riconosciuto anche dalla Chiesa protestante, ortodossa, anglicana?

JR - «È in corso un dialogo teologico formale con la Chiesa ortodossa, che però fino a questo momento non ha osato toccare questo nervo sensibile. Da un lato il primato del papa non è del tutto estraneo alla tradizione ortodossa, visto che Roma è sempre stata riconosciuta come prima sede. D’altro canto il primato contraddice però la struttura ortodossa delle autocefalie (unità ecclesiastiche autonome) tanto che molte sensibilità si opporrebbero, sulla base di ragioni storiche, a un riconoscimento e lo renderebbero più difficoltoso. Ci sono altri ambiti in cui il dialogo ecumenico è meno complicato. Non si deve far conto su rapidi successi, bisogna lavorare con pazienza e tenacia per fare passi avanti.

Gli anglicani, rispondendo all’enciclica ecumenica del papa, hanno sviluppato una visione del papato nel cui quadro hanno sottolineato le condizioni che renderebbero dal loro punto di vista accettabile questa istituzione. È un passo in direzione di Roma. È poi in corso il dialogo sull’Authority in the Church, che ha sullo sfondo anche questa questione. Anche in questo ambito vanno registrati degli avvicinamenti, anche se le origini storiche dell’Anglicanesimo costituiscono un ostacolo. Vedremo.

Il Protestantesimo è una realtà estremamente composita. Da un lato ci sono le Chiese protestanti tradizionali – riformato-luterana, metodista, presbiteriana e così via – in crisi in gran parte del mondo. Le Chiese storiche classiche hanno infatti perso peso a favore degli evangelicals, dei pentecostali, dei movimenti fondamentalisti in cui si è verificata una nuova esplosione di vitalità religiosa che ha scompaginato tutti i giochi. Tradizionalmente evangelicals e fondamentalisti sono sempre stati acerrimi avversari del papato. Ora assistiamo a un’evoluzione sorprendente perché si rendono conto che il papa è quella roccia che rivendica davanti a tutto il mondo quell’identità cristiana, forte, aliena dalle moderne tendenze volte ad annacquarla. Riconoscono quindi nel papa, da un certo punto di vista, un alleato, anche se non vengono meno le loro antiche riserve. Quindi il quadro è in movimento. Ciò che speriamo dobbiamo attenderlo con fiducia ma anche con grande pazienza».



 

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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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12/12/2018 11:00 PM
 
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Martini: «Il primato del Papa va ripensato»




Cosa diceva, nel 1999, il Card. Martini, quando era ancora alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana


141206-113
MILANO — Da Gerusalemme, dove è in pellegrinaggio con oltre mille
fedeli ambrosiani, giunge la voce del cardinale arcivescovo di Milano,
padre Carlo Maria Martini, il quale aggiunge un altro tassello alle
richieste di più ampie forme di collegialità dei vescovi per
affrontare i nodi irrisolti del rapporto Chiesa-mondo, avanzate al
recente Sinodo dei vescovi europei: ripensare il ruolo del Papato. «Il
bilancio che faccio del cammino ecumenico — sostiene Martini — è nel
suo insieme positivo.

Ma la Chiesa cattolica deve ancora compiere
alcuni passi fondamentali. Il modo di esercitare il Primato di Roma è
tra questi. E deve essere ripensato». Non è probabilmente un caso che
questo discorso arrivi dalla Città Santa, perché è là che si
sperimenta — accanto a una difficile e inevitabile convivenza delle
tre religioni monoteiste — anche lo “scandalo” della rottura della
Cristianità, visibile come la tunica di Gesù Cristo fatta in quattro
pezzi ai piedi della croce. E l’argomento del Primato è di quelli che
scottano nei rapporti con le altre confessioni cristiane. Le divisioni
del millennio che va a conclusione si sono giocate anche
(soprattutto?) attorno a questo nodo.

Ne è conscio lo stesso Giovanni Paolo II, il quale l’ha affrontato più volte,

e compiutamente nel ’95
con l’enciclica “Ut Unum Sint” . L’anno scorso la Congregazione per la
Dottrina della Fede ha reso noto un documento sul “Primato del
sucessore di Pietro nel mistero della Chiesa”, nel quale si ponevano
alcuni “punti irrinunciabili” e si affermava che la maggiore o minore
estensione dei contenuti concreti del “servizio” papale dipendono in
ogni circostanza storica dalla “necessitas Ecclesiae”. Cosa dice
Martini? Con chiaro riferimento a tutto il cammino compiuto dal
Concilio in poi dal magistero della Chiesa, il cardinale — secondo
quanto ascolteremo oggi dai microfoni di “Oggi 2000”, la trasmissione
religiosa di RadiounoRai — ricorda che «non c’è un unico modo di
esercitare il Primato di Pietro: nei duemila anni della storia della
Chiesa ci sono state modalità differenti.

Del resto, il Papa stesso si
è dichiarato disposto a ripensarlo, ad ascoltare suggerimenti sul
“modo di esercizio” del Primato. Siamo sulla buona strada». E ha
aggiunto: «Quello del Primato è un problema dottrinale molto
importante. Occorre distinguere tra il fatto dottrinale e il modo
concreto dell’esercizio del potere di giurisdizione. Elementi che
vanno considerati attentamente, perchè il futuro ci dirà in che
maniera possiamo orientarci come cattolici. Questo cammino viene
compiuto ascoltando, ponderando, e alla fine, decidendo, quando sarà
chiara quale decisione occorre prendere».

Don Gianni Baget Bozzo
considera «pericoloso» il discorso del cardinale di Milano, perchè
«evidentemente mira a togliere al papato il primato di giurisdizione,
sottraendo così alla Chiesa cattolica quel governo centrale che è
stato causa del successo della Chiesa nel secondo millennio». E
spiega: «Solo questo Primato di Roma ha permesso alla Chiesa cattolica
di restare veramente indipendente dal potere degli Stati, non
diventando cioè una chiesa nazionale». Secondo Baget Bozzo occorre
chiarire se si deve considerare l’esercizio del primato nel secondo
millennio come sviluppo autentico di quello del primo millennio della
cristianità oppure uno abusivo.

In quest’ultimo caso — si chiede —
come conciliare questa posizione con il dogma dell’infallibilità
papale, sancito nel 1870 dal Concilio Vaticano I? In effetti già il
cardinale Ratzinger, in una conferenza tenuta anni fa a Monaco,
ricordava che quando il patriarca Atenagora nel 1967 chiamò Paolo VI
“successore di Pietro”, “il primo tra noi per l’onore”, “colui che
presiede alla carità”, espresse il contenuto essenziale della
dichiarazione del primo millennio a proposito del Primato e — aggiunse
Ratzinger — a questo proposito di più Roma non è tenuta a richiedere
dall’Oriente.

Su questa linea è monsignor Rino Fisichella, vescovo
ausiliare della Diocesi di Roma e vicepresidente della Commissione
storico-teologica del Grande Giubileo del 2000. «A mio giudizio le
dichiarazioni del cardinale Martini — ha detto Fisichella — si pongono
in linea con le prospettive aperte dall’enciclica papale». Si può,
quindi, discutere di questo «vitale» argomento per la Chiesa
cattolica, ma «ci devono essere dei punti irrinunciabili, che non
possono cioè venir meno perchè toccano la dottrina, lo stesso dogma:
evidentemente non si può pensare solo ad un primato d’onore del Papa».

Ieri a Genova, nel corso di un meeting ecumenico sulle “Chiese
sorelle” promosso dal cardinale Tettamanzi e dalla Comunità di
Sant’Egidio, il cardinale Roger Etchegaray, rispondendo alle aperture
avanzate dagli ortodossi con l’invito al pontefice a recarsi a
Damasco, ha citato una battuta da lui attribuita allo stesso papa
Wojtyla: «Il Papa non è che il Papa e non bisogna essere più papisti
del Papa».

di Giorgio Acquaviva

http://qn.quotidiano.net/1999/11/14/326823-Martini-Il-primato-del-Papa-va-ripensato.shtml



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