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Che cosa è il PALLIO ?

Last Update: 1/29/2015 5:53 PM
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11/28/2008 7:04 PM
 
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Monsignor Guido Marini illustra la nuova insegna che Benedetto XVI indosserà dal prossimo 29 giugno
Il pallio papale
tra continuità e sviluppo


di Gianluca Biccini

Dal 29 giugno cambia il pallio indossato da Benedetto XVI per le solenni celebrazioni liturgiche. Quello che il Papa adopererà per la messa dei santi Pietro e Paolo sarà a forma circolare chiusa, con i due capi che pendono nel mezzo del petto e del dorso. La foggia risulterà più larga e più lunga, mentre sarà conservato il colore rosso delle croci che lo adornano. "Si tratta dello sviluppo della forma del pallio latino utilizzato fino a Giovanni Paolo ii" spiega il maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, monsignor Guido Marini, che illustra motivazioni storiche e liturgiche della nuova insegna in questa intervista a "L'Osservatore Romano".



Quali sono gli elementi di continuità e quelli di innovazione rispetto al passato?

Alla luce di attenti studi, in merito allo sviluppo del pallio nel corso dei secoli, sembra che si possa affermare che il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non è stato più portato in Occidente a partire dal ix secolo. Infatti, il dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo iii con questo tipo di pallio, pare un "arcaismo" consapevole. In questo senso l'uso del nuovo pallio intende venire incontro a due esigenze: anzitutto quella di sottolineare maggiormente il continuo sviluppo che nell'arco di oltre dodici secoli questa veste liturgica ha continuato ad avere; in secondo luogo quella di carattere pratico, in quanto il pallio usato da Benedetto XVI dall'inizio del pontificato ha comportato diversi e fastidiosi problemi da questo punto di vista.

Restano le differenze tra il pallio papale e quello che il Pontefice impone agli arcivescovi?

La differenza rimane anche nel pallio attuale. Quello che sarà indossato da Benedetto XVI a partire dalla solennità dei santi Pietro e Paolo riprende la forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo ii, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata.

Da alcuni mesi è cambiato anche il pastorale che il Papa adopera nelle celebrazioni. Quali sono le motivazioni di questa scelta?

Il pastorale dorato a forma di croce greca - appartenuto al beato Pio ix e usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica delle Palme di quest'anno - è ormai utilizzato costantemente dal Pontefice, che ha così ritenuto di sostituire quello argenteo sormontato dal crocifisso, introdotto da Paolo vi e utilizzato anche da Giovanni Paolo i, Giovanni Paolo ii e da lui stesso. Tale scelta non significa semplicemente un ritorno all'antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia. Questo pastorale, denominato "ferula", risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso, perlomeno da quando il pastorale è entrato nell'uso dei Romani Pontefici. Non bisogna poi dimenticare un elemento di praticità: la ferula di Pio ix risulta più leggera e maneggevole del pastorale introdotto da Paolo vi.

E il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà degli anni Sessanta?

Resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti oggetti appartenuti ai predecessori di Benedetto XVI.

Lo stesso discorso vale per la scelta dei paramenti indossati dal Papa nelle varie celebrazioni?

Anche in questo caso va detto che le vesti liturgiche adottate, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa. L'ermeneutica della continuità è sempre il criterio esatto per leggere il cammino della Chiesa nel tempo. Ciò vale anche per la liturgia. Come un Papa cita nei suoi documenti i Pontefici che lo hanno preceduto, in modo da indicare la continuità del magistero della Chiesa, così nell'ambito liturgico un Papa usa anche vesti liturgiche e suppellettili sacre dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la stessa continuità anche nella lex orandi. Vorrei però far notare che il Papa non usa sempre abiti liturgici antichi. Ne indossa spesso di moderni. L'importante non è tanto l'antichità o la modernità, quanto la bellezza e la dignità, componenti importanti di ogni celebrazione liturgica.

Un esempio lo si ha nei viaggi in Italia e fuori Italia, dove i paramenti papali sono predisposti dalle Chiese locali.

Certamente. Basti pensare a quello negli Stati Uniti o a quello in Italia, prima a Genova e poi nel Salento. In entrambi i casi sono state le diocesi a predisporre le vesti liturgiche del Papa, in accordo con l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Nella varietà degli stili e con attenzione a elementi caratteristici locali, il criterio adottato è stato quello della bellezza e della dignità, dimensioni tipiche dell'azione sacra che si compie nella celebrazione eucaristica.

A questo punto potrebbe anticiparci qualche particolare aspetto liturgico del prossimo viaggio internazionale?

Posso dire che il tempo della preparazione è stato molto fruttuoso e la collaborazione trovata in Australia molto cordiale e disponibile. Papa Benedetto XVI incontrerà ancora una volta i giovani di tutto il mondo e tutti preghiamo perché di nuovo questo incontro possa essere motivo di grande grazia per tutti, occasione per conoscere con più intensità il volto di Gesù e il volto della Chiesa, stimolo per una risposta pronta e generosa alla chiamata del Signore. L'augurio è che anche le celebrazioni liturgiche, preparate con cura e davvero partecipate perché vissute a partire dal cuore, siano occasioni privilegiate per l'accoglienza di questa grazia.

Che cosa ci può dire dell'alto trono papale, utilizzato in occasioni come il concistoro, e della croce ritornata al centro dell'altare?

Il cosiddetto trono, usato in particolari circostanze, vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo. Quanto alla posizione della croce al centro dell'altare, essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l'orientamento esatto che tutta l'assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l'Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione dell'orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo anche pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale.

È questo il criterio per capire anche la decisione di celebrare all'altare antico della Cappella Sistina, in occasione della festa del Battesimo del Signore?

Esattamente. Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista "non si chiude la porta all'assemblea", ma "si apre la porta all'assemblea" conducendola al Signore. Si possono verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all'altare antico, dove tra l'altro si conserva l'esatto orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere: basta andare in San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari tradizionali e dunque orientati come quello della Sistina.

Nella recente visita a Santa Maria di Leuca e Brindisi il Papa ha distribuito la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio. È una prassi destinata a diventare abituale nelle celebrazioni papali?

Penso proprio di sì. Al riguardo non bisogna dimenticare che la distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta. La modalità adottata da Benedetto XVI tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa. In aggiunta si potrebbe forse vedere anche una preferenza per l'uso di tale modalità di distribuzione che, senza nulla togliere all'altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell'Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero. Aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando, è urgente sottolineare e recuperare.

Cosa risponde il maestro delle celebrazioni liturgiche a chi accusa Benedetto XVI di voler imporre così modelli preconciliari?

Anzitutto mi piace sottolineare l'adesione cordiale e convinta che si nota anche in merito al magistero liturgico del Santo Padre. Per quanto riguarda, poi, termini come "preconciliari" e "postconciliari" utilizzati da alcuni, mi pare che essi appartengano a un linguaggio ormai superato e, se usati con l'intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, ritengo che siano errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive. Ci sono "cose antiche e cose nuove" che appartengono al tesoro della Chiesa di sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come d'altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa l'antico e il nuovo ed è a essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni. La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella logica di un'autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre e ai fratelli, vita di santità.

Ancora oggi il motu proprio Summorum Pontificum, sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, sembra dare adito a interpretazioni contrastanti. Sono ipotizzabili celebrazioni presiedute dal Papa secondo la forma straordinaria, che è quella antica?

Si tratta di una domanda a cui non so dare risposta. Quanto al motu proprio citato, considerandolo con serena attenzione e senza visioni ideologiche, insieme alla lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di "una riconciliazione nel seno della Chiesa"; e in questo senso, come è stato detto, il motu proprio è un bellissimo atto di amore verso l'unità della Chiesa. In secondo luogo - e questo è un dato da non dimenticare - il suo scopo è quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano: in modo tale, per esempio, che nella celebrazione secondo il messale di Paolo VI (che è la forma ordinaria del rito romano) "potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso".



(©L'Osservatore Romano - 26 giugno 2008)

Il Pallio indossato da Benedetto XVI fino al 28 giugno 2008



e il "nuovo" pallio qui è a Pompei



[Edited by Caterina63 10/30/2012 9:52 AM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Quella lana bianca



di mons. Michael Lang

Fra le insegne liturgiche del Romano Pontefice, una delle più evocative è il pallio fatto di lana bianca, simbolo del vescovo buon pastore e insieme dell'Agnello crocifisso per la salvezza dell'umanità. Come ha accennato Papa Benedetto XVI nell'omelia della messa per l'inizio del ministero petrino il 24 aprile 2005: "La lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita".


Le prime notizie storiche sul pallio emergono dall'antichità cristiana. Mentre talvolta si afferma che il pallio fosse originato del vestiario degli ufficiali statali romani e in seguito indossato anche dai dignitari religiosi, il gesuita Joseph Braun nel suo libro magistrale Die liturgischen Paramente in Gegenwart und Vergangenheit. Ein Handbuch der Paramentik (seconda edizione 1924, ristampa anastatica, Nova & Vetera, Bonn, 2005, pagine 143-151) suggerisce per il pallio un'origine ecclesiastica. Secondo l'erudito tedesco i Papi avrebbero voluto fin da principio il pallio sacro come insegna e sciarpa liturgica loro propria.


Comunque sia, il Liber pontificalis nota che Papa san Marco (336) conferì il pallio al vescovo suburbicario di Ostia, uno dei consacranti del Romano Pontefice (Liber pontificalis, ed. Duchesne, volume I, pagine 202-203).



Anche se non possiamo essere sicuri del valore storico di questa informazione, per lo meno riflette la prassi del v o vi secolo, quando il Liber pontificalis fu compilato nell'ambito della curia romana.


Nel 513 Papa Simmaco concesse il privilegio del pallio a san Cesario d'Arles (Vita, sancti Caesarii 4, 20: pl 67,1016). In seguito si moltiplicarono le concessioni del pallio, fatte dai Pontefici a vescovi d'Italia e fuori d'Italia. Nelle altre Chiese d'Occidente non si evidenziava l'insegna del pallio, se non era stata concessa ai vescovi dal Romano Pontefice. Nel suo sviluppo storico, il pallio è divenuto il simbolo di un legame speciale con il Papa ed esprime inoltre la potestà che, in comunione con la Chiesa di Roma, il metropolita acquista di diritto nella propria giurisdizione.


In Egitto sant'Isidoro di Pelusio (440), definendo l'insegna vescovile col nome di omoforion, "che il vescovo porta sulle spalle", spiega che è fatta di lana, non di lino e così "designa la pelle delle pecorella smarrita che il Signore cercò; e, trovatala, riportò sulle spalle" (Isidoro di Pelusio, Ep. i,136: pg 78,721).


Il pallio liturgico nelle rappresentazioni più antiche appare in forma di sciarpa aperta e disposta sopra le spalle. In tal modo lo vediamo nella figura dell'arcivescovo Massimiano (498-556) a San Vitale in Ravenna (prima metà del vi secolo). Un lembo del pallio segnato da una croce pende anteriormente sul lato sinistro della figura, mentre l'altro lembo sale sulla spalla sinistra, gira attorno al collo e, passando sulla spalla destra, scende assai basso dinanzi al petto, per tornare infine sulla spalla sinistra e ricadere dietro la schiena.


Questa maniera di portare il pallio si mantenne fino all'alto medioevo, quando, mediante le spille, si cominciò a far in modo che i due capi pendessero esattamente nel mezzo del petto e del dorso. Sostituendo le spille con una cucitura fissa, si arriva alla forma circolare chiusa, che s'incontra comunemente dopo il ix secolo, come si vede nelle rappresentazioni in varie basiliche romane (Santa Maria Antiqua, Santa Maria in Trastevere, San Clemente). I due capi del pallio però mantennero sempre una considerevole lunghezza, finché, dopo il xv secolo, furono progressivamente accorciati.


Gli ornamenti del pallio, che si trovano illustrati già nel mosaico di Ravenna, vennero in seguito sempre più arricchiti. Si ricamarono quattro, sei od otto croci rosse o nere; all'orlo furono talvolta attaccate delle frange. Nella forma sviluppata del pallio gli estremi lembi delle appendici terminano con piccole lastrine di piombo coperte di seta nera. Le tre spille gemmate, che in origine servivano a tenere il pallio fermo a suo posto, erano diventate già nel xiii secolo un elemento semplicemente decorativo.


Si potrebbe affermare che il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non è stato più indossato dal Papa e dai vescovi in Occidente dopo l'epoca carolingia. Sembrerebbe che già nel medioevo si trovasse una consapevolezza di questo sviluppo storico: un'illustrazione di un manoscritto del secolo xi mostra san Gregorio Magno, che indossa il pallio nella forma contemporanea con i capi pendenti in mezzo, e l'Apostolo Pietro, che lo indossa nello stile antico sulla spalla sinistra (Montecassino, Biblioteca dell'Abbazia, 73 dd). Quindi, il noto dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo iii con il tipo antico di pallio, pare un "arcaismo" cosciente.


L'omoforio come paramento liturgico usato dai vescovi ortodossi e dai vescovi cattolici orientali di rito bizantino consiste in una fascia di stoffa larga, incurvata al centro così da poterla far girare dietro il collo e appoggiarla alle spalle facendo scendere le estremità sul petto. Nella tradizione orientale, il "grande omoforio" (da distinguere dalla forma più piccola, che è portata dai vescovi in certe occasioni e assomiglia all'epitrachèlion che corrisponde alla stola occidentale) ha subito un certo sviluppo e oggi è caratterizzato da una maggiore larghezza e da una forma adornata. A differenza del pallio, l'omoforio non è riservato agli arcivescovi metropoliti, ma può essere indossato da tutti i vescovi.



(©L'Osservatore Romano - 26 giugno 2008)
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"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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1/26/2009 3:25 PM
 
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Il Papa Benedetto XVI ha spiegato bene cosa è il Pallio nel giorno in cui ha officiato la Messa dell'inizio del Pontificato, dice:
"Il primo segno è il Pallio, tessuto in pura lana, che mi viene posto sulle spalle.
Questo antichissimo segno, che i Vescovi di Roma portano fin dal IV secolo, può essere considerato come un'immagine del giogo di Cristo, che il Vescovo di questa città, il Servo dei Servi di Dio, prende sulle sue spalle. Il giogo di Dio è la volontà di Dio, che noi accogliamo. 

   "E questa volontà non è per noi un peso esteriore, che ci opprime e ci toglie la libertà. Conoscere ciò che Dio vuole, conoscere qual è la via della vita - questa era la gioia di Israele, era il suo grande privilegio. Questa è anche la nostra gioia: la volontà di Dio non ci aliena, ci purifica   magari in modo anche doloroso   e così ci conduce a noi stessi. In tal modo, non serviamo soltanto Lui ma la salvezza di tutto il mondo, di tutta la storia.
In realtà il simbolismo del Pallio è ancora più concreto: la lana d'agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un'immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L'umanità   noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l'umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi   Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore.
Il Pallio dice innanzitutto che tutti noi siamo portati da Cristo. Ma allo stesso tempo ci invita a portarci l'un l'altro. Così il Pallio diventa il simbolo della missione del pastore, di cui parlano la seconda lettura ed il Vangelo. La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi.
Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione. La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza.
Il simbolo dell'agnello ha ancora un altro aspetto. Nell'Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un'immagine del loro potere, un'immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: 'Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecorè, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore.
Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini".

   "Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. 'Pasci le mie pecore’, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire.
Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perchè io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perchè io impari ad amare sempre più il suo gregge - voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perchè io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perchè il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri".
Messa di inizio Pontificato - Roma, 24 Aprile 2005.

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BENEDIZIONE DEGLI AGNELLI NELLA MEMORIA LITURGICA DI SANT’AGNESE del 21 gennaio

 nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico Vaticano, in occasione della Memoria Liturgica di Sant’Agnese, il Santo Padre Benedetto XVI benedice due agnelli vivi, presentati dal Capitolo Lateranense, la cui lana sarà utilizzata per confezionare i sacri Pallii.

Come è noto il Pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli Arcivescovi Metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. E’ costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano sei croci di seta nera.

La Benedizione dei nuovi Pallii è fatta dal Santo Padre il 29 giugno, Solennità di Santi Pietro e Paolo.

[00098-01.01]

fonte:
www.vatican.va

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Il Pallio (derivato dal latino pallium n., mantello di lana) è un paramento sacro usato nella Chiesa cattolica, originariamente riservato al Papa, ma per molti secoli concesso da lui agli arcivescovi metropoliti e ai primati come simbolo della giurisdizione loro delegata dalla Santa Sede.


Il pallio, nella sua forma presente, è una stretta fascia di stoffa, larga circa cinque centimetri, tessuta in lana bianca, incurvata al centro così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta e due lembi pendenti davanti e dietro così che, vista sia davanti che dietro, il paramento ricordi la lettera "Y". È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull'incurvatura, viene incrociato sulla spalla sinistra ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille (acicula). Queste ultime due caratteristiche sembrano essere una ricordo dei tempi in cui il pallio era una semplice sciarpa piegata a doppio e appuntata con una spilla sulla spalla sinistra.



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Innocenzo III con un Pallio


Secondo alcune interpretazioni, il pallio rappresenta l'agnello portato sulle spalle, come simbolo del vescovo come buon pastore e forse per questo il materiale è la lana. Alcune interpretazioni, però, definiscono questa una spiegazione a posteriori. Il cerimoniale correlato alla preparazione del pallio e la sua imposizione sul Papa durante la sua investitura, comunque, suggerisce questo tipo di simbolismo.


Il pallio della Chiesa cattolica è una derivazione dell'omoforio (omophórion) e ne è il suo corrispondente: una larga fascia di stoffa, molto più larga del pallio, indossata dai vescovi ortodossi orientali e dai vescovi cattolici orientali di rito bizantino.


In origine il pallio era parte del vestiario degli ufficiali statali romani. In seguito venne indossato anche dai dignitari religiosi. Il Papa indicava tramite il pallio i vescovi scelti. Dal IX secolo è il segno distintivo nei paramenti degli arcivescovi metropoliti e, attualmente, soltanto il patriarca latino di Gerusalemme, i metropoliti e il Papa indossano il pallio.
Dal 1644 i due agnelli (vivi) la cui lana è destinata, nell'anno successivo, alla fattura dei pallii vengono benedetti dal Papa sull'altare delle suore del convento di Sant'Agnese fuori le mura a Roma nel giorno della santa, il 21 gennaio. Gli agnelli vengono allevati dai Padri Trappisti dell'Abbazia delle Tre Fontane, a Roma. Il pallio viene tessuto e cucito dalle suore di clausura del convento romano di Santa Cecilia in Trastevere.

Il pallio viene benedetto la sera prima della festività di San Pietro e Paolo (29 giugno) e viene conservato nella basilica di San Pietro a Roma nella teca d'oro che viene per tradizione ritenuta contenere i resti mortali del santo.

I metropoliti devono ricevere il pallio prima di poter esercitare il loro ufficio nella diocesi di competenza, anche se erano stati nominati in precedenza in una altra sede ecclesiastica. Gli arcivescovi non metropoliti non lo indossano se non con un permesso particolare.


Il pallio è il simbolo di un legame speciale con il Papa
.


La cerimonia di consegna del pallio si svolge il 29 giugno, festività di San Pietro e Paolo. La consegna ufficiale è collegata al giuramento di fedeltà al Papa e ai suoi successori da parte dei metropoliti. Secondo il diritto canonico, un metropolita deve richiedere il pallio entro tre mesi dalla sua nomina ed è autorizzato ad indossarlo solo nel territorio della diocesi di competenza. Solo il Papa è autorizzato ad indossarlo in qualsiasi occasione e luogo. La cerimonia della consegna ai metropoliti è perciò l'unica occasione in cui si possono vedere due o più arcivescovi indossare il pallio nello stesso luogo e nello stesso momento.

Il pallio non può essere trasferito ad altri e, quando un metropolita muore, deve essere sepolto con lui.


 




LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI MOTU PROPRIO

INTER EXIMIA

REVISIONE DEI PRIVILEGI
CIRCA LA CONCESSIONE DEL PALLIO


 

Tra le insegne singolari dell'ufficio episcopale, di cui varie Chiese, anzitutto in Europa e poi nel mondo intero, e i loro Vescovi meritarono di essere onorati dalla Sede Apostolica fin dai tempi remoti, viene giustamente annoverato l'uso del Pallio, ricevuto dalla veneranda confessione dell'Apostolo Pietro (Cf Pontificale Romanum, pars prima, editio typica, Romae 1962, p. 92).


E benché il Pallio, «che significa la potestà Arcivescovile» (CIC, can. 275) «spetti di diritto agli Arcivescovi soltanto» (BENEDETTO XIV, De Synodo dioecesana, lib. II, 6, n. 1), talvolta per mezzo della sua consegna «viene conferita la pienezza dell'ufficio pontificale con il titolo di Arcivescovo» (BENEDETTO XIV, Cost. Ad honorandam, 27 marzo 1754, § 17), tuttavia, come risulta dalle testimonianze storiche (BENEDETTO XIV, De Synodo dioecesana, 1), i Vescovi di Roma continuarono, seguendo l'antica usanza, a fregiare con la concessione perpetua dell'onore del Pallio arcivescovile non solo Chiese vescovili che splendevano per rilevanza di luogo, per la storia gloriosa e per l'immutata devozione verso la Cattedra di Pietro, allo scopo di accrescere e ampliare il loro splendore, ma anche per premiare con un privilegio personale i meriti eminenti di Vescovi illustri (BENEDETTO XIV, Cost. Inter conspicuos, 29 agosto 1744, n. 18).


Avendo il Concilio Vaticano II stabilito che i diritti e i privilegi dei Metropoliti fossero definiti con nuove e adatte norme (CONC. VAT. II, Decr. sulla missione pastorale dei Vescovi nella Chiesa Christus Dominus, n. 40: AAS 58 (1966), p. 694), intanto abbiamo ritenuto di dover rivedere i privilegi e le consuetudini circa la concessione del Pallio, affinché sia meglio evidenziato che esso è il segno della potestà del metropolita (Cf CIC can. 275).


Perciò, sentiti i competenti Dicasteri della Curia Romana e le Commissioni per la Revisione del CIC e del CICO, e dopo aver vagliato attentamente i loro pareri, con sicura scienza, di Nostra suprema e Apostolica autorità, per tutta la Chiesa Latina stabiliamo che d'ora in poi il sacro Pallio, abrogati tutti i privilegi e consuetudini di cui godono attualmente per singolare concessione sia alcune Chiese particolari sia alcuni Vescovi, sia conferito soltanto ai Metropoliti e al Patriarca di Gerusalemme di rito latino (Cf Pio IX, Lett. Ap. Nulla celebrior, 23 luglio 1847: Acta Pii IX, pars I, vol. 1, p. 62).


Quanto alle Chiese Orientali abroghiamo il canone 322 contenuto nella Lettera Apostolica Cleri sanctitati (Cf AAS 49 (1957), p. 529).

Concediamo tuttavia che gli Arcivescovi e Vescovi, che attualmente godono del privilegio del Pallio, continuino ad usarlo per il tempo in cui rimarranno Pastori delle Chiese oggi loro affidate.


L'uso del Pallio nell'ordinazione episcopale del Sommo Pontefice eletto, che non sia ancora Vescovo, viene dato di diritto (Cf CIC can. 239 § 2) al Decano del Sacro Collegio dei Cardinali o al Cardinale cui spetta celebrare il rito dell'ordinazione a norma della Costituzione Apostolica Romano pontifici eligendo (AΑS 67 (1975), pp. 644-645).


Le presenti norme andranno in vigore dal giorno della loro pubblicazione su Acta Apostolicae Sedis.


Tutto ciò che è stato da Noi decretato con il presente Motu proprio, comandiamo che sia valido e stabile, nonostante qualsiasi disposizione in contrario, anche se degna di specialissima menzione.

Dato a Roma, presso S. Pietro, l'11 maggio 1978, anno quindicesimo del Nostro Pontificato.



PAOLO PP. VI

 

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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4/13/2010 2:00 PM
 
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Approfondimenti dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice: il pallio

L'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice ha pubblicato alcuni approfondimenti su temi specifici riguardanti le celebrazioni del Santo Padre. Li proponiamo ai lettori, a cominciare da quello riguardante il pallio.




L’uso del pallio


Fra le insegne liturgiche del Sommo Pontefice, uno dei più evocativi è il pallio fatto di lana bianca, simbolo del vescovo come buon pastore e, insieme, dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità. Come ha accennato Papa Benedetto XVI nell’Omelia nella Santa Messa per l’inizio del ministero petrino il 24 aprile 2005: “... la lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita”.

Le prime notizie storiche sul pallio emergono dall’antichità cristiana. Il Liber pontificalis nota che Papa San Marco († 336) conferì il pallio al vescovo suburbicario di Ostia, uno dei consacratori del Romano Pontefice. Anche se non possiamo essere sicuri del valore storico di questa informazione, per lo meno riflette la prassi del V o VI secolo, quando il Liber pontificalis fu compilato nell’ambito della Curia Romana.

Nel 513 Papa Simmaco concesse il privilegio del pallio a S. Cesario d’Arles e in seguito si moltiplicarono le concessioni del pallio, fatte dai Pontefici a vescovi d’Italia e fuori d’Italia. Nelle altre chiese d’Occidente non si evidenziava l’insegno del pallio, se non era stato concesso ai vescovi dal Romano Pontefice.

Il pallio è il simbolo di un legame speciale con il Papa ed esprime inoltre la potestà che, in comunione con la Chiesa di Roma, il metropolita acquista di diritto nella propria giurisdizione. Secondo il diritto canonico (CIC can. 437), un metropolita deve chiedere il pallio entro tre mesi dalla sua nomina ed è autorizzato ad indossarlo solo nel territorio della propria diocesi e nelle altre diocesi della sua provincia ecclesiastica.

L’omoforio, come paramento liturgico usato dai vescovi ortodossi e dai vescovi cattolici orientali di rito bizantino, consiste di una fascia di stoffa larga, incurvata al centro così da poterla far girare dietro il collo e appoggiarla alle spalle facendo scendere le estremità sul petto. Nella tradizione orientale, il “grande omoforio” (da distinguere dalla forma più piccola, che è portata dai vescovi in certe occasioni e assomiglia l’epitrachelion che corrisponde alla stola occidentale) ha subito un certo sviluppo e oggi è più largo e adornato nella forma. A differenza del pallio, l’omoforio non è riservato agli arcivescovi metropoliti, ma può essere indossato da tutti i vescovi.



Il pallio papale


Il pallio liturgico nelle rappresentazioni più antiche appare in forma di sciarpa aperta e disposta sopra le spalle. In tal modo lo vediamo nella figura dell’arcivescovo Massimiano (498-556) a S. Vitale in Ravenna (prima metà del VI secolo). Un lembo del pallio segnato da una croce pende anteriormente sul lato sinistro della figura, mentre l’altro lembo sale sulla spalla sinistra, gira attorno al collo e, passando sulla spalla destra, scende assai basso dinanzi al petto, per tornare infine sulla spalla sinistra e ricadere dietro la schiena.

Questa maniera di portare il pallio si mantenne fino all’alto medioevo, quando, mediante le spille, si cominciò a far in modo che i due capi pendessero esattamente nel mezzo del petto e del dorso. Sostituendo le spille con una cucitura fissa, si arriva alla forma circolare chiusa, che s’incontra comunemente dopo il IX secolo, come si vede nelle rappresentazioni in varie basiliche romane (Santa Maria Antiqua, Santa Maria in Trastevere, San Clemente). I due capi del pallio però mantennero sempre una considerevole lunghezza, finché, dopo il XV secolo, erano progressivamente accorciati.

L’ornamentazione del pallio, che si trova illustrata già sul mosaico di Ravenna, venne in seguito sempre più arricchita. Si ricamarono quattro, sei od otto croci rosse o nere; all’orlo furono talvolta attaccate delle frange. Nella forma sviluppata del pallio gli estremi lembi delle appendici terminano con piccole lastrine di piombo coperte di seta nera. Le tre spille gemmate, che in origine servivano a tenere il pallio fermo a suo posto, erano diventate già nel XIII secolo un elemento semplicemente decorativo.

Il pallio lungo e incrociato sulla spalla sinistra non è stato più indossato dal papa e dai vescovi in Occidente dopo l’epoca carolingia. Sembrerebbe che già nel medioevo si trovasse una consapevolezza di questo sviluppo storico: un’illustrazione di un manoscritto del secolo XI mostra san Gregorio Magno, che indossa il pallio nella forma contemporanea con i capi pendenti in mezzo, e l’Apostolo Pietro che lo indossa nello stile antico sulla spalla sinistra (Montecassino, Biblioteca dell’Abbazia, 73 DD). Quindi, il noto dipinto presente nel Sacro Speco di Subiaco, risalente al 1219 circa e raffigurante Papa Innocenzo III con il tipo antico di pallio, pare un “arcaismo” cosciente.

Dopo aver usato per sé un pallio più lungo e incrociato sulla spalla sinistra, Benedetto XVI ha ripreso, a partire della solennità dei santi Pietro e Paolo 2008, la forma del pallio usato fino Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. L’uso di questa forma del pallio intende sottolineare maggiormente il continuo sviluppo che nell’arco di oltre dodici secoli questa veste liturgica ha conosciuto.

Il pallio degli arcivescovi metropoliti, nella sua forma presente, è una stretta fascia di stoffa, di circa cinque centimetri, tessuta in lana bianca, incurvata al centro così da poterlo appoggiare alle spalle sopra la pianeta o casula e con due lembi neri pendenti davanti e dietro, così che – vista sia davanti che dietro – il paramento ricordi la lettera “Y”. È decorato con sei croci nere di seta, una su ogni coda e quattro sull’incurvatura, ed è guarnito, davanti e dietro, con tre spille d’oro e gioielli (acicula). La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata.

Fraternamente CaterinaLD

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29.6.2011 FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO E LX -SESSANTESIMO - ANNIVERSARIO SACERDOTALE DI PAPA BENEDETTO

Cari amici, .....

Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa?
Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa.
Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.

Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato.

E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen


**************************************

 

 


US   Archbishop of Sant Antonio Gustavo Garcia-Siller (L) receives the   Pallium from Pope Benedict XVI  during the solemn mass at St Peter's   basilica to celebrate the feast of Saint Peter and Saint Paul on June   29, 2011 at The Vatican.

Pope Benedict XVI gives Pallium to Archbishop Paul Stagg Coakley of   the U.S. during a solemn mass to celebrate the feast of Saints Peter   and Paul in Saint Peter's Basilica at the Vatican June 29, 2011.

Pope Benedict XVI gives Pallium to Archbishop Gerard Cyprien   Lacroix of Canada during a solemn mass to celebrate the feast of Saints   Peter and Paul in Saint Peter's Basilica at the Vatican June 29, 2011.

Pope Benedict XVI gives Pallium to Archbishop Gerard Cyprien   Lacroix of Canada during a solemn mass to celebrate the feast of Saints   Peter and Paul in Saint Peter's Basilica at the Vatican June 29, 2011.

Pope Benedict XVI holds the cross during a solemn mass to celebrate   the feast of Saints Peter and Paul in Saint Peter's Basilica at the   Vatican June 29, 2011.

Pope Benedict XVI waves as he arrives to celebrate a solemn mass to   celebrate the feast of Saints Peter and Paul in Saint Peter's Basilica   at the Vatican June 29, 2011.
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6/30/2011 3:49 PM
 
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UDIENZA AGLI ARCIVESCOVI METROPOLITI CHE HANNO RICEVUTO IL PALLIO NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza gli Arcivescovi Metropoliti ai quali, ieri, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ha imposto il Pallio.

Ai Presuli, accompagnati dai familiari e dai fedeli delle rispettive diocesi, il Papa rivolge il discorso che pubblichiamo di seguito:

# DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle,

Sono ancora vivi nella mente e nel cuore di tutti noi i sentimenti e le emozioni che abbiamo vissuto ieri nella Basilica Vaticana, in occasione della celebrazione della solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, nella quale ho avuto la gioia di imporre il Pallio a voi, Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’ultimo anno. L’odierno incontro, semplice e familiare, mi offre l’opportunità di prolungare il clima di comunione ecclesiale e di rinnovare il mio cordiale saluto a voi, cari Fratelli nell’Episcopato, come pure ai vostri familiari ed alle personalità che hanno voluto partecipare a questo lieto evento. Estendo il mio affettuoso pensiero alle vostre Chiese particolari, che ricordo nella preghiera affinché siano animate da costante slancio apostolico.

Mi rivolgo in primo luogo a voi, cari Pastori di due Diocesi italiane. Saluto Lei, Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino, e Lei, Mons. Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace. Il Signore vi benedica sempre e vi aiuti, nel vostro quotidiano ministero episcopale, a far crescere le Comunità a voi affidate unite e missionarie, concordi nella carità, ferme nella speranza e ricche del dinamismo della fede.

En cette fête des saints Apôtres Pierre et Paul, je suis heureux d’accueillir les pèlerins de langue française venus à Rome à l’occasion de la remise du Pallium aux nouveaux Archevêques métropolitains. J’adresse mes chaleureuses salutations à Monseigneur Antoine Ganyé, Archevêque de Cotonou au Bénin, Monseigneur Paul Ouédraogo, Archevêque de Bobo-Dioulasso au Burkina Faso, Monseigneur Jean-Pierre Tafunga Mbayo, Archevêque de Lubumbashi, en République Démocratique du Congo, Monseigneur Gérard Lacroix, Archevêque de Québec, au Canada, et Monseigneur Pierre-Marie Carré, Archevêque de Montpellier, en France. Aux évêques, aux prêtres, et à tous les fidèles de vos pays portez mes cordiales salutations et l’assurance de ma proximité spirituelle. Vous qui avez reçu le

pallium, signe liturgique qui exprime le lien de communion qui vous unit de façon particulière au Successeur de Pierre, soyez des témoins joyeux et fidèles de l’amour du Seigneur qui cherche à rassembler ses enfants dans l’unité d’une même famille ! Que Dieu vous bénisse !

I extend warm greetings to the English-speaking Metropolitan Archbishops upon whom I conferred the pallium yesterday: Archbishop James Peter Sartain of Seattle, United States; Archbishop Gustavo Garcia-Siller of San Antonio, United States; Archbishop Jose Serofia Palma of Cebu, the Philippines; Archbishop Thaddeus Cho Hwan-kil of Daegu, Korea; Archbishop Jude Ruwa’ichi of Mwanza, Tanzania; Archbishop William Slattery of Pretoria, South Africa; Archbishop Paul S. Coakley of Oklahoma City, United States; Archbishop Rémi Joseph Gustave Sainte-Marie of Lilongwe, Malawi; Archbishop José Horacio Gómez of Los Angeles, United States; Archbishop Thumma Bala of Hyderabad, India; Archbishop Augustine Obiora Akubeze of Benin City, Nigeria; Archbishop Charles Henry Dufour of Kingston in Jamaica; Archbishop George Stack of Cardiff, Wales and Archbishop Sergio Lasam Utleg of Tuguegarao, the Philippines. I also welcome their family members, their relatives, friends and the faithful of their respective Archdioceses who have come to Rome to pray with them and to share their joy. The pallium is received from the hands of the Successor of Peter and worn by the Archbishops as a sign of communion in faith and love and in the governance of God's People. It also recalls to Pastors their responsibilities as shepherds after the Heart of Jesus. To all of you I affectionately impart my Apostolic Blessing as a pledge of peace and joy in the Lord.

Saludo con afecto a los Señores Arzobispos de lengua española y a cuantos los han acompañado en la significativa ceremonia de la imposición del Palio, que los distingue como Metropolitanos. Saludo en particular al Arzobispo de Bogotá, Rubén Salazar Gómez, al de Quito, Fausto Gabriel Trávez Trávez, al de Guatemala, Óscar Julio Vian Morales, al de Manizales, Gonzalo Restrepo Restrepo, al de Paraná, Juan Alberto Puiggari, al de Barranquilla, Jairo Jaramillo Monsalve, al de Santiago de Chile, Ricardo Ezzati Andrello, al de Concepción, Fernando Natalio Chomali Garib, y al de Cali, Darío de Jesús Monsalve Mejía. Si el Palio les recuerda a ellos su especial responsabilidad respecto a las Iglesias sufragáneas y su particular vínculo de unidad con la Sede de Pedro, comporta para ustedes que les acompañan una mayor cercanía en la oración y la colaboración en el ministerio a ellos confiado. Invocando la protección de la Santísima Virgen María, les imparto de corazón la Bendición Apostólica, que complacido hago extensiva a todos los Pastores y fieles de estas Iglesias particulares en Colombia, Ecuador, Guatemala, Argentina y Chile.

Saúdo com gránde afécto os Metropolítas de Angóla e do Brasíl que óntem recebéram o pálio, insígnia litúrgica que expríme úma singulár união das súas arquidiocéses com a Sé de Pédro: Dom Luís María Pérez de Onráita, de Malánje, Dom José Manuél Imbámba, de Saurímo, Dom Murílo Sebastião Rámos Kríeger, de São Salvadór da Bahía, Dom Pédro Bríto Guimarães, de Pálmas, Dom Jacínto Bergmánn, de Pelótas, Dom Hélio Adelár Rúbert, de Sánta María, Dom Pédro Ercílio Simão, de Pásso Fúndo, Dom Dímas Lára Barbósa, de Cámpo Gránde, e Dom Sérgio da Rócha, de Brasília. O Senhór Jesús, que vos escolhéu cómo Pastóres do seu rebánho, vos ampáre no vósso ministério quotidiáno e vos tórne fiéis anunciadóres do Evangélho com a fórça do Espírito Sánto. Dou também as bóas-víndas aos familiáres e amígos e aos fiéis das respectívas Igréjas particuláres que vos acompanháram até Róma. Assegúro a tódos vós e vóssas comunidádes arquidiocesánas a mínha recordação diária na oração e, do íntimo do coração, concédo a Bénçao Apostólica.

Lettone: Sirsnīgi sveicu Rīgas arhibīskapu Zbigņevu Stankeviču un viņa pavadītājus, un novēlu, lai Jūsu kalpošana nes bagātus augļus.

[Rivolgo il mio cordiale saluto a Mons. Zbignev Stankevičs, Arcivescovo di Riga, e a quanti lo accompagnano, formulando i migliori auguri per un proficuo ministero].

Sloveno: Prav lepo pozdravljam mariborskega nadškofa msgr.-ja Marjana Turnška in Slovence, ki ga danes spremljate. V njegovi službi mu želim obilje duhovnih sadov ter vsem podeljujem apostolski blagoslov.

[Rivolgo un cordiale saluto all’Arcivescovo di Maribor, Mons. Marjan Turnšek, e agli sloveni che lo accompagnano, augurandoli un fruttuoso ministero e impartendo a tutti la Benedizione Apostolica.]

Cari amici, ringraziamo il Signore che nella sua infinita bontà non manca di donare Pastori alla sua Chiesa. A voi, cari Arcivescovi Metropoliti, assicuro la mia spirituale vicinanza e il mio orante sostegno al vostro servizio pastorale, il cui requisito necessario è l'amore per Cristo, a cui nulla deve essere anteposto. San Cipriano, Vescovo di Cartagine, nel suo Trattato sul Padre Nostro, afferma: "assolutamente nulla anteporre a Cristo, poiché neanche Lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e dargli ferma testimonianza". Vegli sempre su di voi, cari Fratelli, e vi sostenga la Vergine Maria, Regina Apostolorum, e vi accompagni la mia Benedizione, che di cuore rinnovo a ciascuno di voi, ai vostri cari e a quanti sono affidati alle vostre cure episcopali.


Gerald Cyprien Lacroix, archbishop of Quebec, Canada, top right, smiles as he looks at a boy clapping during the general audience of Pope Benedict XVI for the bishops who received the pallium, in Paul VI Hall at the Vatican, Thursday, June 30, 2011. Forty one bishops received the pallium, a woolen shawl symbolizing their bond to the pope, during a solemn ceremony in St. Peter's basilica on June 29.


Pope Benedict XVI (R) arrives for a private audince to the metroplolitan archbishops who received their Palliums the day before on June 30, 2011 at the Paul VI hall at the Vatican.

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1/21/2013 7:23 PM
 
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[SM=g1740733] PRESENTAZIONE DEGLI AGNELLI BENEDETTI NELLA FESTA LITURGICA DI SANT'AGNESE

Città del Vaticano, 21 gennaio 2013 (VIS). Oggi, nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico, sono stati presentati al Papa due agnelli benedetti questa mattina, in occasione della memoria liturgica di Sant’Agnese, nell’omonima Basilica sulla via Nomentana a Roma. La lana di questi agnelli sarà utilizzata per confezionare i Pallii dei nuovi Arcivescovi Metropoliti.

Il Pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli Arcivescovi Metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. È costituito da una fascia di lana bianca su cui spiccano sei croci di seta nera. I Monaci Trappisti dell'Abbazia delle Tre Fontane allevano gli agnelli - animali simbolo di Sant'Agnese, martirizzata a Roma intorno all'anno 305 - mentre i pallii vengono tessuti delle religiose di Santa Cecilia.

Il rito dell’imposizione dei Pallii agli Arcivescovi Metropoliti è compiuto dal Santo Padre il 29 giugno, Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

it.gloria.tv/?media=388388





[SM=g1740717]

[SM=g1740757]
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1/21/2014 2:49 PM
 
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Presentati al Papa gli agnelli nella Festa di Sant'Agnese



È stata presentata oggi a Papa Francesco una coppia di agnelli, benedetti stamattina, 21 gennaio,  nella Basilica di Sant’Agnese sulla via Nomentana, la cui lana sarà in seguito utilizzata per confezionare i Pallii dei nuovi arcivescovi metropoliti. La tradizionale cerimonia - che si tiene ogni 21 gennaio in occasione della memoria liturgica della martire, morta attorno al 305 - si è svolta verso le 12.30 nella
Domus Sanctae Marthae, in Vaticano. 

Sono le religiose del convento romano di San Lorenzo in Panisperna ad allevare gli agnelli poi offerti al Papa dai Canonici Regolari Lateranensi. Il Pallio è un’insegna liturgica d’onore e di giurisdizione che viene indossata dal Papa e dagli arcivescovo metropoliti nelle loro Chiese e in quelle delle loro Province. Il Pallio destinato agli arcivescovi metropoliti è costituito da una stretta fascia di stoffa, tessuta in lana bianca, decorata da sei croci in seta nera. Il rito dell’imposizione dei Pallii agli arcivescovi metropoliti avverrà durante la Messa del 29 giugno prossimo, solennità dei Santi Pietro e Paolo.











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1/29/2015 5:53 PM
 
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  Mons. Marini: modifica consegna del pallio arricchisce comunione


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2015-01-29 Radio Vaticana



In una lettera inviata a tutte le nunziature apostoliche e datata 12 gennaio 2015 il maestro delle cerimonie pontificie,mons. Guido Marini, rende nota la decisione del Papa di modificare la modalità di consegna del pallio ai nuovi arcivescovi metropoliti. La striscia di lana bianca, simboleggiante la pecora sulle spalle di Gesù Buon Pastore, sarà consegnata e non più “imposta” dal Santo Padre, come da tradizione il 29 giugno, nella festa dei Santi Pietro e Paolo. L'imposizione del pallio ai nuovi arcivescovi avverrà nella loro diocesi di origine per mano dei nunzi apostolici locali. Mons. Marini parla del significato di questa decisione di Papa Francesco al microfono di Paolo Ondarza:


R. – Recentemente, il Santo Padre – dopo aver riflettuto – ha deciso di apportare una piccola modifica al tradizionale rito di imposizione del pallio agli arcivescovi metropoliti nominati nel corso dell’anno.
La modifica è la seguente: il pallio, generalmente, veniva imposto in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo dal Santo Padre ai nuovi metropoliti.
Dal prossimo 29 giugno, in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, gli arcivescovi – come consuetudine – saranno presenti a Roma, concelebreranno con il Santo Padre, parteciperanno al rito di benedizione dei palli, ma non avranno l’imposizione: semplicemente, riceveranno in forma più semplice e privata dal Santo Padre il pallio a loro destinato. L’imposizione, poi, si effettuerà nelle loro diocesi di appartenenza, e dunque in un secondo momento, alla presenza della Chiesa locale e in particolare dei vescovi delle diocesi suffraganee accompagnati dai loro fedeli.

D. – Qual è il significato di questa modifica?

R. – Il significato di questa modifica è quello di mettere maggiormente in evidenza la relazione degli arcivescovi metropoliti – i nuovi nominati – con la loro Chiesa locale, quindi dare anche la possibilità a più fedeli di essere presenti a questo rito così significativo per loro, e anche particolarmente ai vescovi delle diocesi suffraganee, che in questo modo potranno partecipare al momento della imposizione. In questo senso, si mantiene tutto il significato della celebrazione del 29 giugno, che sottolinea la relazione di comunione e anche di comunione gerarchica tra il Santo Padre e i nuovi arcivescovi; allo stesso tempo, a questo si aggiunge – con un gesto significativo – questo legame con la Chiesa locale.

D. – Potremmo dire che si tratta di un gesto che arricchisce e quindi non svuota il senso della comunione …

R. – Certamente: lo arricchisce di questo significato, sicuramente molto bello, che si accompagna all’altro che permane in tutta la sua interezza e profondità.




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